Il male che ci accompagna
di Carlo Molari
in “Rocca” n.22 del 15 novembre 2012
L'anniversario dell'inizio del Concilio Vaticano II sta offrendo l'occasione per un rinnovato
confronto in ambito cattolico sulla dottrina della fede. Come è noto dopo il Concilio la teologia
cattolica ha avuto uno sviluppo profondo e diffuso. In diversi ambienti iniziò una revisione ampia
della dottrina della fede secondo il principio della gerarchia delle verità formulalo nel decreto
conciliare sull'ecumenismo e il principio dell'adattamento richiamato dalla Costituzione pastorale.
I1 decreto Unitatis redintegratio stabilisce: «La fede cattolica deve essere spiegata con più
profondità ed esattezza, con quel modo di esposizione e di espressioni, che possa essere compreso
bene anche dai fratelli separati. Inoltre nel dialogo ecumenico i teologi cattolici, restando fedeli alla
dottrina della Chiesa, nell'investigare con i fratelli separati i divini misteri devono procedere con
amore della verità, con carità e umiltà. Nel mettere a confronto le dottrine si ricordino che esiste un
ordine o 'gerarchia delle verità' della dottrina cattolica, essendo diverso il loro nesso col
fondamento della fede cristiana» (Ur11). Nella Costituzione pastorale si afferma che la Chiesa «fin
dagli inizi della sua storia imparò ad esprimere il messaggio di Cristo ricorrendo ai concetti e alle
lingue dei diversi popoli; e inoltre si sforzò di illustrarlo con la sapienza dei filosofi: allo scopo
cioè di adattare il Vangelo, quanto conveniva, sia alla capacità di tutti, sia alle esigenze dei sapienti.
E tale adattamento della predicazione della parola rivelata deve rimanere legge di ogni
evangelizzazione» (GSp 44 n. 2).
L'impegno principale dei credenti dovrebbe consistere perciò nel creare ambiti di esperienza
salvifica che consentano di far fiorire all'interno di una cultura le parole nuove della fede, vere nei
loro significati vitali ed efficaci per la comunicazione. Come la novità dell'esperienza delle prime
comunità cristiane «portò a un'esplosione linguistica nel genere e nello stile» (Jeanronde W. G.,
Ermeneutica teologica, Queriniana, Brescia 1994p. 152), una analoga esplosione linguistica
dovrebbe realizzarsi ogni volta che il vangelo viene vissuto in un contesto culturale nuovo, sia per i
cambiamenti dei processi storici, che per l'inedito incontro con il Vangelo.
Di fatto questo sta avvenendo nella chiesa anche se non sempre in modo consapevole e coerente.
Un esempio chiaro di questo processo è la dottrina sul peccato originale.
la dottrina del peccato originale
Nel Convegno del settembre scorso per commemorare il 50° anniversario dell'inizio del Vaticano II
Raniero La Valle ha sostenuto che il silenzio del Concilio sulla dottrina del peccato originale non è
stata una semplice dimenticanza, ma un'ermeneutica. In realtà il Concilio non ha accolto lo schema
della Costituzione dogmatica Sulla custodia fedele del deposito della fede redatta dalla
Commissione dottrinale preparatoria che nel capitolo ottavo trattava in modo dettagliato Del
peccato originale nei figli di Adamo. Nei testi approvati non esiste una trattazione specifica sul
peccato originale, tuttavia non mancano, in diversi contesti, richiami a questa dottrina.
Qualche mese dopo la chiusura del Concilio, nel luglio 1966 nella Casa dei Verbiti di Nepi si è
svolto un Simposio su questo tema. Era stato suggerito dalla Congregazione per la Dottrina della
fede, preoccupata delle varie ipotesi che i teologi stavano proponendo in merito. Era stato
organizzato dai Rettori delle Università teologiche romane con la presidenza di P. Dhanis Rettore
della Gregoriana e consultore della Congregazione per la dottrina della fede. Paolo VI volle parlare
ai teologi prima che iniziassero i loro lavori (11 luglio 1966) per orientare le loro riflessioni. Egli
ricordò che lo schema preparato «per ragioni a voi note, non ha fatto parte del programma definitivo
delle discussioni e deliberazioni conciliari», ma precisò, che «con formulazioni più brevi e in
occasione di altre Costituzioni, la dottrina cattolica sul peccato originale è stata riaffermata nel
Concilio Vaticano II, specialmente in connessione con l'argomento principale del medesimo, ch'è
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stato il mistero della Chiesa». Egli citò poi diversi testi dal Concilio, dalla Lumen gentium alla
Gaudium et spes e concluse: «Come appare chiaro da questi testi, che abbiamo creduto opportuno di
richiamare alla vostra attenzione, il Concilio Vaticano II non ha mirato ad approfondire e
completare la dottrina cattolica sul peccato originale, già sufficientemente dichiarata e definita...
Esso ha voluto soltanto confermarla ed applicarla secondo che richiedevano i suoi scopi,
prevalentemente pastorali». Ricordò poi che lo scopo del Simposio era quello di approfondire la
dottrina «essendo pienamente persuasi che Vescovi e sacerdoti non possono degnamente adempiere
la loro missione di illuminazione e di salvezza del mondo moderno, se non sono in grado di
presentare, difendere ed illustrare le verità della fede divina con concetti e parole più comprensibili
alle menti formate alla odierna cultura filosofica e scientifica». Le discussioni dei teologi in realtà
procedettero con molta libertà sia durante i lavori che dopo. Nell'ottobre dello stesso anno infatti fu
pubblicato il Catechismo Olandese, in gestazione da tempo. Una particolare commissione di sei
Cardinali di diversa nazionalità creata appositamente dal Papa pur lodandolo lo giudicò
insufficiente per molti punti tra cui anche la dottrina sul peccato originale.
Paolo VI il 30 giugno 1968 proclamò il Credo conciliare in cui era ripetuta la dottrina tradizionale:
«... Noi crediamo che in Adamo tutti hanno peccato: il che significa che la colpa originale da lui
commessa ha fatto cadere la natura umana, comune a tutti gli uomini, in uno stato in cui essa porta
le conseguenze di quella colpa, e che non è più lo stato in cui si trovava all'inizio nei nostri
progenitori, costituiti nella santità e nella giustizia, e in cui l'uomo non conosceva né il male né la
morte. È la natura umana così decaduta, spogliata della grazia che la rivestiva, ferita nelle sue
proprie forze naturali e sottomessa al dominio della morte, che viene trasmessa a tutti gli uomini; ed
è in tal senso che ciascun uomo nasce nel peccato. Noi dunque professiamo, col Concilio di Trento,
che il peccato originale viene trasmesso con la natura umana, «non per imitazione, ma per
propagazione», e che esso pertanto è proprio a ciascuno» (Osservatore Romano, 1 luglio 1968).
Anche Benedetto XVI ha ripreso più volte il tema soprattutto nel 2008 quando da più parti sono
state formulate critiche pubbliche nei confronti della dottrina del peccato originale. Mercoledì 10
dicembre 2008 ad es. ha detto: «Cari fratelli e sorelle, seguendo san Paolo abbiamo visto nella
catechesi di mercoledì scorso due cose. La prima è che la nostra storia umana dagli inizi è inquinata
dall'abuso della libertà creata, che intende emanciparsi dalla volontà divina... Abbiamo detto che
questo inquinamento della nostra storia si diffonde sull'intero suo tessuto e che questo difetto
ereditato è andato aumentando ed è ora visibile dappertutto... La seconda è questa: da san Paolo
abbiamo imparato che esiste un nuovo inizio nella storia e della storia in Gesù Cristo, Colui che è
uomo e Dio. Con Gesù, che viene da Dio, comincia una nuova storia formata dal suo sì al Padre,
fondata perciò non sulla superbia di una falsa emancipazione, ma sull'amore e sulla verità». Il Papa
non parla di uno stato di perfezione-perduto, ma insiste sul fatto che con Cristo l'uomo è entrato in
una fase nuova di libertà. C'è una verità profonda nel discorso del Papa ed è l'incidenza del male
lungo i tornanti della storia umana. Il male non si propaga semplicemente a livello sincronico, per
contagio nel presente, ma anche lungo l'asse temporale verso il futuro. Questa incidenza è iniziata
ben presto data l'imperfezione e l'incompiutezza della umanità primitiva. La creatura umana infatti
non poteva accogliere in un istante tutto il dono della sua perfezione. Le scelte negative d'altra parte
incidono nella trasmissione della vita alle generazioni successive. Prendere coscienza di questa
condizione e viverne coerentemente è la sapienza che l'uomo ha acquisito progressivamente e di cui
il racconto biblico in un linguaggio mitico, simbolico e profetico, è un'espressione chiara.
La difficoltà ad accettare la dottrina tradizionale non sta nell'ammissione dell'incidenza di scelte
negative nella trasmissione della vita, bensì nella convinzione che l'uomo sia emerso all'esistenza in
forma perfetta, che abbia avuto qualità straordinarie poi perdute e in particolare che egli non fosse
soggetto alla morte. La morte entrata con il peccato non è certo la morte fisica, ma la seconda
morte, la possibilità del distacco da Dio, fonte della vita. La verità fondamentale della dottrina è
quindi che nella storia il male accompagna l'origine di ogni uomo, mentre la supposta perfezione
originaria di Adamo con la conseguente immortalità e l'attribuzione automatica della condizione di
peccato a tutti i discendenti sarebbero due rivestimenti culturali provvisori.
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Rileggere il peccato originale
di Carlo Molari
in “Rocca” n. 23 del 1 dicembre 2012
Continuando la riflessione avviata in Rocca del 15 novembre vorrei chiarire l'aspetto fondamentale della
dottrina relativa al peccato originale e individuare le sue componenti caduche e provvisorie. Dobbiamo
dare per scontato che una dottrina fondata su racconti così remoti come quelli della Genesi e sulle riflessioni
dell'Apostolo Paolo ai Romani (Rom. 5, 12-21) contengano 'rivestimenti' culturali oggi improponibili e che
la Chiesa si trovi nella necessità «di presentare, difendere ed illustrare le verità della fede divina con concetti e
parole più comprensibili alle menti formate alla odierna cultura filosofica e scientifica» (Paolo VI,
discorso del 11 luglio 1966 ai partecipanti al Simposio sul peccato originale tenutosi a Nepi).
Questa esigenza è oggi impellente per i molti credenti che hanno assunto e utilizzano il modello evolutivo e
che perciò hanno notevoli difficoltà ad accogliere la dottrina del peccato originale così come è esposta con il
linguaggio tradizionale, ad esempio, nel Catechismo della Chiesa cattolica. Il nucleo fondamentale della
dottrina del peccato di origine è molto chiara: ogni generazione trasmette la vita alle generazioni successive
con inquinamenti causati dalle scelte negative che essa ha compiuto nella sua storia. Le scelte negative dipendono
dai limiti della condizione iniziale che implica ignoranza, comporta suggestioni illusorie, dalle quali
conseguono facili idolatrie. Ciò è accaduto fin dai primi passi compiuti sulla terra dalla specie umana. Questa
condizione però non riguarda solo l'umanità primitiva, bensì anche quella attuale.
Se non ci fossero perciò spinte positive da parte di gruppi o di persone che si impegnano ad operare bene
e ad agire secondo giustizia cioè seguendo le leggi che regolano lo sviluppo della vita, la comunità umana
sarebbe soggetta a un degrado progressivo, fino alla totale estinzione.
Per questo la comunità ecclesiale si impegna a contrastare le dinamiche del male e a seguire con fedeltà le leggi
della vita, ricuperando il passato, esercitando misericordia per gli attuali peccatori e favorendo le novità di
vita che lo sviluppo della evoluzione spirituale consente di far fiorire. Il Battesimo costituisce il gesto
simbolico comunitario con cui la Chiesa esprime questo impegno ad ogni nascita e ad ogni conversione. Il rito
battesimale rappresenta infatti la decisione, che la comunità ecclesiale formula e rinnova in rapporto ai nuovi
nati o ai nuovi convertiti, di testimoniare loro l'amore di Dio così che essi siano in grado di crescere come figli
di Dio. La Chiesa infatti è convinta che il Bene, cioè Dio, è più potente del male, che in quanto tale non esiste in
sé, ma è solo la carenza del bene possibile o necessario. Carenza dovuta non solo ai limiti ma anche ai rifiuti,
alle pigrizie, alle resistenze con cui le persone accolgono e diffondono la vita.
Nasciamo bisognosi di tutto, le cose rispondono in modo appena sufficiente solo per farci crescere e per farci
camminare, ma senza mai soddisfarci pienamente. Il presente ci basta solo per continuare il cammino, mai
per fermarci. Non possiamo respirare al mattino per tutta la giornata, né mangiare una volta per tutta la vita.
L'amore degli altri ci riempie un giorno e il giorno dopo ne cerchiamo ancora. I soldi li accumuliamo e più ne
abbiamo più ne vorremmo, illudendoci che possano dare tutto. Ci ritroviamo invece incapaci di vivere. «Si
dice che col denaro si compri tutto. No, non è vero. Potete comprarvi il cibo ma non l'appetito, la medicina ma
non la salute, un letto soffice ma non il sonno, il sapere ma non il senno, l'immagine ma non il benessere, il
divertimento ma non la gioia, i conoscenti ma non gli amici, i servitori ma non la fedeltà, i capelli grigi ma
non la reputazione, giorni tranquilli ma non la serenità. Il denaro può comprare la buccia di tutte le cose. Ma
non il seme. Quello non si può avere col denaro» (Arne Garborg-Norvegia da internet).
Si potrebbe descrivere l'insufficienza delle creature anche dicendo che esse fanno promesse che non possono
mantenere, inducono speranze che non sanno realizzare, suscitano tensioni che vanno oltre le loro capacità di
offerta. La creatura esercita una causalità attrattiva, un fascino che lascia supporre molto più di quanto in realtà
essa può dare. È il riflesso di un Bene trascendente.
Questa dinamica illusoria che genera l'idolatria è descritta molto bene dalla Genesi nel racconto della
caduta originaria. Dice la Scrittura che Eva, prima del peccato (il che mostra l'imperfezione e il limite
esistenti già nella condizione primitiva) fu affascinata dalla visione dell'albero del bene e del male perché esso
era «buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza (o potere)» (Gen. 3, 6).
Sono in fondo le tre suggestioni ingannevoli esercitate dalle creature di cui parla anche l'autore della prima
lettera di Giovanni quando riassume le dinamiche del male (o del mondo nella sua terminologia) con la
formula: «concupiscenza della carne, bramosia degli occhi e arroganza della vita» (1 Gv. 2,16).
Sono le tre spinte istintive del piacere, del possesso e del potere che ancora oggi costituiscono lo stimolo
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illusorio di numerose decisioni umane e inducono le ingannevoli idolatrie delle creature. L'unica differenza
è che l'esperienza della insufficienza delle cose è oggi molto più precoce e generalizzata di quanto lo
fosse nei secoli scorsi, più lenti nei processi e più limitati nelle offerte
rivestimenti culturali inadeguati
I1 nucleo centrale della dottrina sul peccato originale ci è pervenuto con rivestimenti culturali oggi
improponibili. Non mi riferisco tanto al racconto della Genesi che appartiene ad un genere letterario
simbolico facilmente riconoscibile e comune a molti racconti delle origini delle altre tradizioni culturali.
Leggere quelle narrazioni come se fossero descrizioni di eventi storici e li presentassero come di fatto
sono accaduti, è chiaramente insensato. Esse trasmettono messaggi sapienziali per interpretare le condizioni
della umanità o hanno eventualmente carattere profetico, indicano cioè i traguardi ai quali l'umanità tende,
ma certamente non hanno pretese storiche.
Le riflessioni dell'Apostolo Paolo ai Romani, a loro volta, sono inserite in una prospettiva salvifica per cui
intendono mettere in luce l'attività di Gesù più che le conseguenze del peccato di Adamo e tanto meno le
caratteristiche della condizione umana primitiva.
Il Papa Benedetto XVI nella Catechesi del 10 dicembre 2008 ha insistito molto sulla prospettiva salvifica
della riflessione paolina: «Al centro della scena non si trova tanto Adamo con le conseguenze del peccato
sull'umanità, quanto Gesù Cristo e la grazia che, mediante Lui, è stata riversata in abbondanza sull'umanità.
La ripetizione del 'molto più' riguardante Cristo sottolinea come il dono ricevuto in Lui sorpassi, di gran
lunga, il peccato di Adamo e le conseguenze prodotte sull'umanità, così che Paolo può giungere alla
conclusione: 'Dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia' (Romani 5, 20). Pertanto, il confronto che
Paolo traccia tra Adamo e Cristo mette in luce l'inferiorità del primo uomo rispetto alla prevalenza del
secondo. D'altro canto, è proprio per mettere in evidenza l'incommensurabile dono della grazia, in Cristo,
che Paolo accenna al peccato di Adamo: si direbbe che se non fosse stato per dimostrare la centralità
della grazia, egli non si sarebbe attardato a trattare del peccato che 'a causa di un solo uomo è entrato nel
mondo e, con il peccato, la morte' (Romani 5, 12). Per questo se, nella fede della Chiesa, è maturata la
consapevolezza del dogma del peccato originale, è perché esso è connesso inscindibilmente con l'altro
dogma, quello della salvezza e della libertà in Cristo. La conseguenza di ciò è che non dovremmo mai
trattare del peccato di Adamo e dell'umanità in modo distaccato dal contesto salvifico, senza comprenderli
cioè nell'orizzonte della giustificazione in Cristo».
Non sono quindi i testi biblici ad offrire particolari difficoltà alla fede dei cristiani di oggi bensì gli
sviluppi teologici che la dottrina del peccato originale ha avuto lungo i secoli.
In particolare sono due gli elementi improponibili: la descrizione di uno stato di perfezione originaria che
sarebbe stato perduto e la imputazione della colpa di Adamo ed Eva a tutta l'umanità.
L'umanità primitiva secondo i manuali teologici pubblicati fino alla metà del '900 era dotata di qualità singolari:
l'integrità o mancanza di concupiscenza cioè l'armonia tra le varie componenti della persona, la scienza
infusa cioè particolari conoscenze necessarie per cominciare a vivere da adulti in un mondo sconosciuto,
l'impassibilità, cioè l'esenzione dalla fatica e dalla sofferenza e infine l'immortalità cioè la possibilità di non
morire. Nella prospettiva evolutiva tale modo di pensare è improponibile. D'altra parte la convinzione di
uno stato perfetto iniziale non ha alcun fondamento biblico mentre è vero che di fatto nella storia «tutti hanno
peccato» (Rom. 5,12).
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