Unione Nazionale
Associazioni Apicoltori Italiani
“PROGETTO DI INIZIATIVE
DI ASSISTENZA TECNICA PER
LA RAZIONALIZZAZIONE PRODUTTIVA
NEL SETTORE APISTICO”
M.I.P.A.F.
Ministero per le
Politiche
Agricole Forestali
I quaderni dell’apicoltore
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PATOLOGIA
APISTICA
A cura di:
Massimiliano Gotti
Gli alveari non muoiono di sola Varroa!
Conoscere il nemico per meglio combatterlo!
L’intendimento che ci proponiamo con questo dossier sulle patologie (escluse
quelle dovute ad acari quali varroasi ed acariosi) non è tanto di fornire una trattazione scientifica ed esaustiva sulle patologie apistiche più frequenti, dal
momento che esistono in merito lavori appositi di buon livello, quanto di offrire
agli apicoltori una trattazione divulgativa per conoscere, meglio, e meglio provare a combattere sul campo le avversità che affliggono le nostre api.
Troppo sovente si tende ad un approccio eccessivamente semplicistico e sbrigativo.
Uno degli aspetti più affascinanti dell’allevare api è dato dalla sfida di contribuire al loro benessere affinché possano donarci il sovrappiù, rispetto alle loro esigenze e consumi vitali, senza peraltro dover ricorrere al sacrificio dell’animale
allevato, come accade in gran parte degli altri allevamenti zootecnici.
Questa sfida ci fa fare i conti (e questa é la vera “morsa” della passione apistica)
con la quantità infinita di variabili, cui è legato l’esito produttivo e dalle quali non
si può prescindere affinché il nostro operare vada a buon fine.
Speriamo con questo nostro lavoro di offrire un ulteriore strumento per un
approccio alla lotta delle patologie che superi l’illusione delle sbrigative scorciatoie e che tenga conto di tutti (almeno di quelli conosciuti) i fattori e delle possibili varianti che possono verificarsi in campo.
Nel provare a sintetizzare, abbiamo cercato di tener nel debito conto sia gli esiti
della ricerca, sia l’esperienza dei produttori apistici che hanno provato a misurarsi con la complessità dei fenomeni patologici e che hanno capito che se non
esiste un'unica “medicina”, il comunicare ed il confrontarsi sono alcune delle
“armi” più importanti.
Francesco Panella
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Introduzione
L
e malattie delle api sono note fin dai tempi più
antichi. Già Aristotele, Virgilio e Plinio riconobbero alcune patologie, senza, tuttavia, poterne
indicare le cause. Gli autori romani citano, inoltre,
molti nemici delle api, accomunati dalla caratteristica di essere abbastanza grandi da essere visibili ad
occhio nudo. Tra questi troviamo: rane, vespe, lucertole, ragni, uccelli e curiosamente anche le pecore
dal momento che le api sarebbero soggette al rischio
di rimanere impigliate nel loro vello!
Il progresso scientifico mise, in seguito, a disposizione degli studiosi strumenti in grado di vedere organismi microscopici. Si scoprirono così nuovi patogeni sempre più piccoli sino ad arrivare negli ultimi
decenni ad identificare i virus.
Già nel 1882 Dzierzon riconobbe due tipi di malattie
della covata: una meno grave e curabile, che colpiva
le larve non opercolate, ed una maligna ed incurabile, che colpiva
la covata opercolata.
Molto probabilmente si trattava di peste
europea e peste
americana.
E’ possibile che
la
diffusione
delle malattie,
fino alla metà
dell’ottocento,
tendesse a rimanere circoscritta in un’area
delimitata.
Nel corso dell’ultimo secolo
le malattie delle
api hanno avuto
modo di diffondersi, per svariati motivi, in tutto il
mondo.
La prima grande interferenza si ebbe nel 1851 con la
scoperta del favo mobile. In precedenza, infatti,
quando una colonia soccombeva, il nido era rapidamente distrutto da insetti vari. Con i favi durevoli,
spesso rimossi e concessi alle colonie s’interferisce
nella pulizia naturale operata dalle api e si rischia di
inoculare forme patogene, quando le famiglie non
sono più in grado di ripulirli a dovere. Pure lo spo-
stamento di api e covate da un alveare ad un altro
può contribuire alla diffusione delle malattie. Un’ulteriore spinta alla diffusione delle patologie deriva
dalla possibilità di commerciare le api trasportandole a distanza.
Si può quindi affermare, senza ombra di dubbio, che
la diffusione delle malattie e dei parassiti delle api sia
assai facilitata dall’uomo.
Fattore primario per la salute delle colonie resta l’ottimale posizionamento degli apiari con buona esposizione ed abbondanza di fonti nettarifere e pollinifere. Molto spesso, infatti, le api sono collocate in
condizioni che possono determinare situazioni di
stress. Le cause di malessere possono essere di vario
tipo: apiari, in momenti di carestia, con un numero di
alveari troppo elevato; postazioni ventose od eccessivamente umide ed ultimo, ma non per importanza,
collocazione in ambienti inquinati (zone a monocoltura e/o con
uso massiccio
di pesticidi, territori con gravi
fenomeni di polluzione industriale…).
Sovente, infatti,
gli alveari sono
posti in condizioni ambientali in cui colonie
selvatiche d’api
non sarebbero
in grado di
sopravvivere.
Altri fattori che
possono rivelarsi dannosi
per la salute
delle famiglie
sono l’esposizione a temperature troppo alte o troppo basse.
Le api adulte risultano più danneggiate dalle condizioni termiche elevate, mentre la covata è più sensibile alle basse temperature specie ad inizio primavera, quando le colonie sono in rapida crescita. Non va
dimenticato, inoltre, che le carenze alimentari possono essere una causa di stress; in questo caso le api
adulte non nutrono più la covata e iniziano a nutrirsi delle larve.
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Le malattie delle api determinano notevoli danni che
sono, spesso, valutati, solo, in termini di perdita di
colonie, ma che dovrebbero, più correttamente, essere computati in termini di mancato raccolto e di
maggiore lavoro (anche per le operazioni di eliminazione e recupero del materiale infetto). A livello
ambientale andrebbe inclusa ovviamente, anche la
mancata impollinazione.
Le patologie delle api sono molteplici, ma gli apicoltori sono sempre risultati interessati, particolarmente e solo, alle malattie che mostrano segni facilmente identificabili e contro cui possono essere presi dei
provvedimenti.
Tuttavia, anche se non visibili, una gran varietà di
patogeni è presente nelle colonie e si perpetua senza
segnali conclamati: le famiglie e le singole api sono
spesso infette, ma non mostrano sintomo alcuno della
malattia fino a che condizioni avverse non ne determinano la manifestazione.
Sovente è difficoltoso identificare le cause delle perdite e dei disordini delle colonie ed a volte si cade in
diagnosi errate individuando, quali capri espiatori, le
malattie comunemente più diffuse anche quando la
loro incidenza è bassa e senza riscontri certi. I parassiti sono sicuramente dannosi, ma nella maggioranza
dei casi i danni si limitano ad un accorciamento della
durata di vita delle api e le continue perdite sono rimpiazzate, specialmente durante la stagione attiva, dalla
covata nascente.
Il bilancio tra ospite e parassita sarà tanto più in equilibrio quanto più un ceppo di api è adattato all’ambiente; le razze diverse da quelle originarie e le pratiche apistiche possono rompere quest’equilibrio.
Molte volte questi fattori sono indicati sotto il termine di stress, che non significa altro che circostanze
sfavorevoli. Uno dei principali obiettivi di una buona
conduzione apistica è di mettere le colonie in grado
di diminuire l’incidenza delle malattie, favorendo tutti
i meccanismi naturali che le contrastano.
Quando la vita delle api diventa più breve a causa di
raccolti intensi, la possibilità di passaggio e di sviluppo di parassiti e patogeni tra api malate e sane
risulta ostacolata.Va anche considerato che un’intensa attività di raccolto stimola la pulizia dei favi dagli
eventuali patogeni, perché le api preparano le celle
per la covata e per l’immagazzinamento del miele.
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Le malattie della covata
Un’ape passa il suo periodo di sviluppo come uovo, larva, prepupa e pupa nella celletta dei favi,
dove temperatura e umidità sono tenute costanti dalle api nutrici della colonia. Va ricordato, tuttavia, che la covata va sempre incontro ad una certa mortalità.
Una ricerca effettuata in Giappone su colonie sane, in stagione attiva, ha rilevato che il 4% degli
embrioni non sgusciano dall’uovo e che il 14% delle larve muore nei cinque giorni che precedono l’opercolatura a causa di diverse infezioni. Le fasi precedenti all’opercolatura sembrano essere il
periodo più delicato della vita di un’ape. Una volta opercolate, solo 1% delle pupe, sembra andare
incontro a morte (Sakagami & Fukuda).
Le due malattie più gravi che possono colpire la covata sono causate da batteri e sono comunemente conosciute come peste americana e peste europea. Il loro nome non ha niente a che vedere
con le zone di diffusione tant'è che sono diffuse, più o meno, in tutto il mondo. Il nome deriva semplicemente dal fatto che all’inizio del XX° secolo gli scienziati europei e americani prestarono maggiore attenzione alle patologie che si portarono, poi, appresso la denominazione.
Le malattie della covata causate da funghi sono la covata calcificata e la covata pietrificata; è invece un virus a determinare la covata a sacco. Un cenno merita anche il virus della cella reale che colpisce solo le larve delle regine.
MALATTIE DELLA COVATA CAUSATE DA BATTERI
I batteri sono organismi unicellulari senza una membrana nucleare, ma con una parete che dà loro una certa rigidità e quindi delle forme caratteristiche. Questi microrganismi sono presenti ovunque nell’ambiente con diverse specie; pochi di loro sono tuttavia causa di malattie. Esistono solo quattro gruppi di batteri patogeni per gli
insetti, ma due di questi causano le più gravi batteriosi che possono colpire le api.
mente colpite.Dopo circa un mese le larve seccano e formano una scaglia nera aderente alla celletta.Il tempo che
intercorre, prima che una larva manifesti i segni della
malattia, è di circa 12-13 giorni dalla schiusa dell’uovo.
Gli opercoli delle cellette che ospitano larve colpite tendono velocemente a diventare scuri, untuosi ed infossati. Quando poi le api adulte iniziano a cercare di ripulire
le celle dalla covata morta bucano gli opercoli fino a disopercolare completamente le cellette.
Peste americana
L
a peste americana è una malattia delle larve che,
quasi sempre, muoiono prima d’aver compiuto la
metamorfosi. A volte vengono colpite anche le
pupe ed in questo caso una caratteristica tipica è la ligula estroflessa incollata alla parete. Le larve infette imbruniscono, vanno in putrefazione ed emanano un odore
particolare che diventa caratteristico delle famiglie forte-
Favo di covata colpito dalla malattia
Favo con covata compatta e sana
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SINTOMI VISIBILI DELLA MALATTIA
• Colore degli opercoli
Il primo sintomo visibile della peste Americana è un
cambiamento della forma e del colore dell’opercolo.
Gli opercoli sani sono convessi e di colore marrone
chiaro.Al contrario le celle con larve ammalate hanno
opercoli di colore scuro tendente al nero, generalmente infossati ed untuosi.
• Irregolarità della covata
Questo sintomo, che è caratteristico anche di altre
patologie, è dovuto alla casualità dell’infezione per
cui intorno alle celle che contengono larve morte
vi sono quelle sane da cui le api nascono normalmente e in cui la regina depone di nuovo.
Troveremo così celle opercolate e forate circondate da celle che contengono larve con più o meno la
stessa età.
•Buchi negli opercoli
Le api sono in grado di identificare le larve infette e
bucano gli opercoli per rimuovere il contenuto delle
cellette. I fori appaiono diversi da quelli delle celle
che contengono api sane che hanno bordi regolari e taglienti; quelli delle celle con larve malate
hanno invece i bordi spessi ed irregolari.
• Colore delle larve
Le larve sane appaiano fresche e di un colore bianco perlaceo, mentre al contrario le larve infette
mutano di colore diventando da color caffelatte a
marrone scuro.
Il colore è, spesso, indicato come sintomo certo,
ma talvolta, la causa può anche essere un’altra. Il
colore può, infatti, variare a seconda del grado di
disidratazione della larva.
• Tipo di covata colpita
I sintomi della malattia normalmente si rilevano
sulla covata femminile. Tuttavia, occasionalmente,
in colonie fortemente infette si evidenzia la patologia anche nella covata da fuco ed in rarissimi casi
vengono colpite le celle reali.
• Morte delle pupe
Nei casi più gravi vengono colpite anche le pupe;
in questo caso va notato che, mentre il corpo della
pupa perde le proprie forme caratteristiche, rimane invece ben visibile la ligula.
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• Odore
L’odore della malattia è caratteristico ed è spesso
associato a quello della colla di pesce. L’intensità dell’odore varia considerevolmente in funzione sia del
numero di larve e pupe infette, sia della temperatura
ambientale. Risulta chiaro che non si può fare una diagnosi della malattia in base all’odore
• Larve filanti
Uno dei sintomi più facilmente riscontrabili è la filamentosità delle larve e delle pupe colpite dalla peste
americana.
• Posizione delle larve nelle celle
Le larve colpite non si trovano mai nella caratteristica
forma a “C” per il semplice motivo che il batterio non
penetra nei tessuti fino al momento in cui ha inizio la
metamorfosi. Le larve affette si trovano, pertanto, sempre distese lungo la parete delle celle.
DIAGNOSI
La diagnosi empirica che viene comunemente utilizzata dagli apicoltori è quella di introdurre un fiammifero
od un pezzo di legno all’interno della cella sospetta e
che, dopo aver rimescolato il tutto, si estrae: nella quasi
totalità dei casi positivi, estraendo il fiammifero, apparirà un filamento scuro.
Quando le colonie sono morte da tempo, le celle contengono solo scaglie che sono difficili da vedere; l’eventuale foratura irregolare degli opercoli resta allora
quale unico indizio. Se i favi vengono esaminati sotto
una luce ultravioletta (360nm), le scaglie appaiono fluorescenti.Va tuttavia rilevato che anche polline ed alcune muffe possono apparire fluorescenti e che quindi su
tale esito non si può basare una diagnosi certa.
Un’altra diagnosi di tipo empirico è rappresentata dalla
cosiddetta prova del latte che si basa sulla capacità
delle spore di digerire e coagulare la caseina del latte.
Per effettuare la prova occorre una provetta di vetro in
cui si introdurrà una scaglia “sospetta”, si aggiungeranno poi venti gocce di acqua calda e cinque gocce di
latte scremato. Dopo aver scosso leggermente si aspetteranno circa quindici minuti e la prova risulterà positiva se il liquido da lattiginoso diventerà paglierino trasparente.
Le prime volte che si esegue la prova, è sempre utile
preparare una provetta con solo acqua e latte da usare
come termine di confronto.
I sistemi citati in precedenza non danno mai una cer-
• Scaglie
Le larve morte seccano trasformandosi in scaglie;
queste ultime sono molto difficili da vedere essendo completamente aderenti al fondo delle celle. Le
pupe secche sono più facili da identificare per il
sintomo caratteristico ed unico della ligula estroflessa.
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SVILUPPO DELLA PESTE AMERICANA
NELLE COLONIE
tezza assoluta, che si può ottenere solo attraverso prove
di laboratorio. Queste sono, relativamente, semplici e
possono andare da un preparato microscopico osservato a circa 600-800 ingrandimenti, sino a prove colturali od ancora alle più moderne tecniche sierologiche.
Non c’è, necessariamente, una stagionalità nella comparsa della malattia; può manifestarsi, infatti, in qualunque periodo dell’anno in cui sia presente covata.
Questa patologia gode della fama di distruggere inesorabilmente le colonie, ma sono documentati casi in
cui le colonie dopo aver mostrato lievi segni della
malattia si sono riprese per un periodo indefinito
(White). Nel caso in cui si evidenzino diverse decine
di celle infette, la probabilità che la colonia sia destinata a soccombere è tuttavia elevatissima (Woodrow
& States).
Le spore sono trasmesse alle larve dalle api adulte
che sono occupate nella pulizia dei favi. Le larve si
possono anche infettare se si vengono a trovare in
celle che precedentemente avevano contenuto larve
malate. Va tuttavia precisato che il caso di larve che
si ammalino per essere state allevate in celle infette
risulta relativamente raro: in una prima sperimentazione condotta solo l’8% si è ammalato; in un’altra il
19%, ma in questo caso la colonia risultava fortemente colpita (Woodrow & States).
Sembrerebbe quindi che le api riescano a ripulire le
celle in modo efficiente e che la maggior diffusione
delle spore sia dovuta alle operazioni di nutrizione
delle larve; questo è dovuto, probabilmente, al ritmo
CAUSE
La peste americana è causata dal Paenibacillus larvae sp. Larvae, un batterio gram positivo a forma di
bastoncello. Questo microrganismo forma delle
spore ovali che hanno la caratteristica di essere fortemente resistenti agli agenti chimici e fisici. Le
spore possono restare quiescenti per oltre trentacinque anni, per poi risultare ancora vitali e quindi germinare.
MOLTIPLICAZIONE
Le larve si infettano ingerendo le spore che contaminano il cibo. Per infettare una larva che ha più di due
giorni di età sono necessarie milioni di spore; tuttavia bastano meno dieci per infettare le larve di un
giorno. E’ importante ricordare che le forme vegetative del batterio non sono infettive.
Una volta raggiunto l’intestino, le spore germinano
stimolate dall’anidride carbonica prodotta dai tessuti, ma i batteri non iniziano a moltiplicarsi fino a che
non si trovano nell’emolinfa.
I bacilli iniziano a proliferare quando la larva diventa, prima della metamorfosi, quiescente. E’ in questa
fase che, velocemente, muore; la maggior parte delle
spore si forma undici giorni dopo la schiusa dell’uovo. Ogni individuo morto contiene circa due milioni
e mezzo di spore.
Una caratteristica tipica di questo bacillo è di produrre sostanze antibiotiche che impediscono ad altri
microrganismi di moltiplicarsi, e quindi lo si trova
sempre in purezza.
Tuttavia, casi anomali con contemporanea presenza
di altri batteri sono stati registrati in zone dove si fa
massiccio uso di sostanze antibiotiche (Alippi A.).
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zionate” per la loro abilità nello scovare e rimuovere
larve ammalate (Thompson). Inoltre un raccolto di
polline abbondante migliora la dieta delle larve e
questo le proteggerebbe maggiormente dall’infezione (Rinderer).
Deve anche essere considerato che durante il passaggio di nettare da un’ape all’altra, che si verifica
all’interno dell’alveare, l’80% delle spore viene eliminato dal proventricolo delle api adulte e, quindi, nel
miele stoccato restano, relativamente, meno spore
(Sturtevant & Revell). Sembra che siano necessarie
almeno cinquanta milioni di spore per litro di nutrizione per causare la malattia.
Alla luce di quanto elencato, contrariamente a quanto si crede, l’aumento di sintomi della malattia all’interno dell’alveare è abbastanza graduale e lento grazie, principalmente, alla rimozione delle spore effettuata dalle api adulte ed alla suscettibilità, temporalmente limitata, delle giovani larve. E’ probabile, infatti, che alcune, ma in realtà forse molte, colonie infette sopravvivano con limitate manifestazioni della
patologia. Interessanti sono i risultati di una ricerca
eseguita in Australia con il rinvenimento di spore
sulle api adulte nel 26% di colonie che non mostravano sintomi da almeno sei mesi e nel 4% di colonie
che non avevano mai mostrato segni della malattia
(Hornitzky e Karlovskis).Tutti sono, tuttavia, concordi nel ritenere che poche decine di larve contagiate
in una colonia possono essere sufficienti alla propagazione del contagio con conseguente morte della
famiglia.
Buoni flussi nettariferi sono essenziali
per mantenere le colonie sane
biologico in virtù del quale api che ripuliscono le
celle cambiano poi occupazione diventando nutrici.
Molto importante è la possibilità che le larve infette
siano scoperte velocemente dalle api. In alcuni test il
10-40% delle larve contagiate veniva rimosso, in relazione con il numero di spore con la quale erano state
infettate (da una a 105 spore), dalle api nutrici prima
che le celle venissero opercolate (Woodrow & States). In altre prove il 50% delle larve era rimosso
prima dell’undicesimo giorno; prima, quindi, che si
formassero molte spore (Rothenbuhler).
Non si conosce con certezza il fattore che permette
alle api di riconoscere le larve infette, ma si sa che nei
tessuti delle larve alcune cellule aumentano di dimensione e, probabilmente, le sostanze insetticide rilasciate dai bacilli durante la loro moltiplicazione consentono alle nutrici di individuare le larve colpite.
L’infezione può quindi talvolta essere eliminata dal
comportamento delle api, ma sfortunatamente è
improbabile, se non impossibile, che tutte le spore
possano essere rimosse da un alveare che ha già
manifestato i sintomi clinici della peste americana.
Le spore mantengono la loro infettività per almeno
35 anni (Haseman) e possono facilmente restare
stoccate nei favi, nell’arnia o nelle scorte di miele e
restare inattive per molti anni. Da rilevare come le
colonie che si riprendono sono favorite da buoni
flussi nettariferi (Ibragimov; Reinhardt). La ragione
sarebbe da ricercare nella diluizione che subiscono
le spore a causa del notevole apporto di nettare
all’interno dell’alveare; le giovani larve avrebbero
quindi minori probabilità di ricevere una dose sufficiente di spore con la nutrizione. Sembra inoltre che
le api evitino di stoccare miele o polline nelle celle
con resti di larve e che un abbondante flusso nettarifero stimoli il comportamento igienico di api “sele-
COME SI PROPAGA LA PESTE AMERICANA
Per il controllo della patologia è importante conoscere come la malattia si diffonda tra le colonie, argomento di discussione, questo, frequente e ricorrente
tra apicoltori.
Nel valutare i rischi di espansione e contagio della
peste americana va tenuto ben presente che per
infettare una colonia sono necessarie milioni e milioni di spore e che anche se sono presenti delle spore
in un alveare, queste devono poi venire a contatto
con le larve attraverso la nutrizione.
Vediamo ora quali pratiche sono da considerarsi
importanti ai fini della diffusione della patologia:
• Trasferimento di melari tra le varie colonie
Non viene normalmente considerato un pericoloso
mezzo di diffusione della malattia, a condizione
che non si utilizzino nei melari favi che abbiano
contenuto covata, nei quali potrebbero essere presenti scaglie che, come più volte detto, sono poco
visibili. Nei paesi, quali ad esempio Australia e
Nuova Zelanda, che utilizzano arnie tipo Langstrot
(nelle quali non esiste distizione tra il nido ed il
melario), il controllo del flusso di concessione dei
melari è una delle precauzioni principali da adotta-
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re. Risulta ovvio che, quando è possibile distinguere
i melari che hanno sostato su colonie infette, questi
andranno sterilizzati.
• Inserimento di favi vuoti
e costruiti negli alveari
L’inserimento di favi vuoti pur essendo una possibile
fonte di infezione è meno grave del precedente, a
meno che i favi provengano da alveari morti e saccheggiati in cui possono essere presenti delle scaglie,
o ancora nel caso in cui il sistematico uso di antibiotici non consenta di escludere i favi delle famiglie
“sospette”.
• Utilizzo di parti delle arnie, diaframmi,
apiscampo, escludiregina …
L’importanza dello scambio di accessori in legno (e
di conseguenza di propoli e cera) nella diffusione
della malattia non è nota.
E’ ipotizzabile che la possibilità di trasmissione di
spore sia, decisamente, minore rispetto al trasferimento, e/o utilizzo, di favi ove sia sfarfallata covata.
Si può, in proposito, constatare come l’attenzione
della maggioranza degli apicoltori rischi di enfatizzare tale fattore d’igiene preventivo rispetto ad altri
di probabile maggiore incidenza e pericolosità.
• Trasferimento di favi di covata tra le famiglie
Questa pratica apistica è da considerarsi il più
comune mezzo di diffusione della peste americana.
Avviene, più frequentemente di quanto si pensi,
ad opera di apicoltori inesperti che non conoscono bene (o non ricercano con attenzione) i sintomi della malattia e soprattutto negli apiari che subiscono dei trattamenti antibiotici a scopo preventivo; in questo caso non manifestandosi sintomi
clinici visibili si inseriscono favi ricchi di spore in
alveari sani.
• Saccheggio
Il saccheggio è da considerarsi una tra le maggiori
fonti di infezione degli alveari. Non va dimenticato
che, quando si verifica in forma estesa e reiterata, è,
per lo più, dovuto ad una scarsa cura degli alveari. In
alcune zone potrebbero essere considerate fonti di
contagio anche gli sciami selvatici, ed il fenomeno
non è facilmente quantificabile.
• Deriva
Sperimentazioni effettuate hanno dimostrato che la
deriva non è da considerarsi una fonte importante di
trasmissione della peste americana.
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• Api regine e pacchi d’api
È alquanto improbabile che una regina possa veicolare un numero tale di spore in grado di infettare una
famiglia, prove effettuate in tal senso hanno sempre
dato esito negativo. I pacchi d’api sebbene non contengano covata sono in alcuni casi in grado veicolare
un numero di spore sufficienti per la manifestazione
della malattia nel momento in cui la famiglia riprenderà ad allevare covata.
• Fogli cerei
Contrariamente ad un pregiudizio assai diffuso, i
fogli cerei che si trovano normalmente in commercio non sono da considerarsi quale possibile
rischiosa fonte d’infezione, delle colonie.
Un numero di spore assai elevato nella cera, conseguente ad un uso sistematico di antibiotici, ed una
non corretta disinfezione a caldo (temperatura e
tempo opportuni) nella trasformazione in fogli
cerei potrebbero assumere una valenza di potenziale contagio, ma non di primaria importanza. Peraltro
l’orientamento di escludere dalla trasformazione
per i fogli cerei la cera proveniente dai nidi (per
ridurre, od eliminare, i residui dei trattamenti antivarroa) potrebbe contribuire a contenere anche il
numero di spore presenti nella cera.
• Attrezzature apistiche: leva, guanti,
affumicatore, smelatore…
Sebbene sia chiaro che guanti, leva e quant’altro
comunemente utilizzato, entrando in contatto con un
alveare ammalato, possano raccogliere delle spore, è
alquanto improbabile che queste siano sufficienti a
trasmettere l’infezione. Lo stesso vale per disopercolatrice, smelatori, ecc. Resta evidente che tutte le precauzioni del caso, quando praticabili, risultano consigliabili e, probabilmente, di una certa utilità.
• Nutrizione con polline o miele contaminato
La nutrizione delle colonie con polline o miele, provenienti da alveari contaminati, è una possibile e
notevole fonte d’infezione.
Quando non se ne conosce la provenienza è raccomandabile che sia il miele che il polline vengano sterilizzati, ai raggi gamma, prima di essere somministrati alle api. La cottura ad elevata temperature del miele,
oltre alla difficile praticabilità, sviluppa una quantità
di HMF altamente tossica per le api.
• Sciami naturali
Si sono verificati numerosi casi in cui sciami naturali, una volta inarniati, hanno manifestato velocemente peste americana. Sembra che il pericolo sia minore quando lo sciame è collocato unicamente su fogli
cerei; in questo caso le api si spurgherebbero, in
parte, nella costruzione dei favi con minori probabilità di veicolazione delle spore nella nutrizione larvale.
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• Terreno di fronte agli alveari colpiti
Il suolo di fronte agli alveari colpiti non è da considerarsi fonte di contagio. Prove effettuate hanno
dimostrato che le eventuali spore sono dilavate dalle
piogge.
CONTROLLO DELLA PESTE AMERICANA
metodo è tuttavia irrealizzabile su larga scala, a causa
dei notevoli costi di mano d’opera ed a fronte dell’esito incerto della procedura. Una variante a questo
trattamento manipolativo, che può essere adottata in
una gestione apistica di piccola scala, che consente di
ottenere maggiori probabilità di successo prevede il
doppio trasferimento della colonia, prima su materiale a perdere, per esempio delle stecche portafavo, per
far si che le api costruiscano dei favi naturali e si spurghino del miele che avranno assorbito durante il trasferimento. Successivamente verranno trasferite nuovamente su fogli cerei; le api dovranno essere copiosamente nutrite. I costi, in termini di tempo e lavoro,
non rendono il metodo particolarmente interessante.
Non va dimenticato, inoltre, che i favi infetti andranno comunque distrutti. Una alternativa è (con le
dovute precauzioni) di addormentare le api affumicandole con un combustibile impregnato di nitrato di
potassio; così operando assumerebbero meno miele.
Lo sciame sarà poi lasciato a spurgare per ventiquattro ore prima di ricevere i fogli cerei.
• Distruzione delle colonie
Quando l’incidenza della malattia è bassa la distruzione delle famiglie colpite è il modo migliore di contenere la patologia. La colonia andrà soppressa, possibilmente di sera, quando tutte le api sono nell’alveare. Dopo aver chiuso l’alveare le api verranno uccise
con l’anidride solforosa oppure versando mezzo litro
di benzina dal foro del coprifavo, i vapori sprigionati
asfissieranno le api. Le api ed i favi andranno preferibilmente sistemati e bruciati in una buca preparata in
precedenza nel terreno che andrà poi coperta con
terra. In alternativa si potranno bruciare i favi in un
bidone, con buchi di aereazione. Va sottolineato che,
secondo le possibilità di ognuno, dovranno essere
adottate tutte le precauzioni del caso per evitare lo
spargimento di materiale infetto. Le arnie, sino a che
non saranno disinfettate, andranno chiuse e sistemate
in modo da non risultare accessibili alle api. Il materiale apistico vuoto, infatti, esercita sulle api una notevole attrattività sia per il profumo sia per la raccolta/recupero della propoli.
• Chemioterapia
L’uso dei chemioterapici può controllare il decorso
della malattia, ma non ha nessun effetto sulle spore
che mantengono indisturbate la loro quiescenza.
Il sulfatiazolo sodato fa scomparire i sintomi della
• Trattamenti manipolativi
Un sistema spesso consigliato per salvare le colonie
colpite da peste americana è di eliminare tutti i favi di
covata e miele e di scrollare le api su favi nuovi; il
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Storia della chemioterapia
a peste americana, da quando si pratica l’apicoltura razionale, è sempre stata la più grave e contagiosa
malattia che poteva compromettere la sopravvivenza di interi apiari. Fino agli anni quaranta l’unico
mezzo utilizzabile per limitare la diffusione della malattia era quello di distruggere le colonie oppure di
scrollare le api su fogli cerei e distruggere il materiale infetto. In entrambi i casi i costi economici delle operazioni erano elevati.
La scoperta degli antibiotici negli anni quaranta fece pensare di essere entrati in una fase di superamento delle
problematiche da patologie della covata e contribuì allo sviluppo di una fiorente apicoltura su larga scala.
Nel 1946 due professori dell’università del Missouri (USA) scoprirono che il sulfatiazolo sodato controllava lo
sviluppo della peste. Non era più necessario distruggere le colonie! Gia a quei tempi alcuni esperti apistici
contestarono l’uso dei sulfamidici come mezzo per combattere la peste, ma ragioni economiche fecero si che
la pratica si diffondesse rapidamente e l’incidenza di questa batteriosi sembrò perdere d’importanza.
In alcuni stati degli USA si verificavano grossi problemi di peste europea; i sulfamidici non avevano nessun
effetto su questa patologia ed incominciò così la ricerca di nuovi farmaci.
Ricercatori canadesi e statunitensi trovarono svariati antibiotici in grado di controllare le pesti e di stimolare
la deposizione della regina.Tra questi vale la pena di ricordare la streptomicina, che non ottenne l’autorizzazione per la sua alta persistenza con rilevazione di notevoli residui nel miele raccolto.
Il principio attivo che ottenne l’autorizzazione fu invece l’ossitetraciclina cloroidrata (Terramicina®) con
L
effetti su entrambe le pesti e con degradazione relativamente veloce nel miele (con i metodi di analisi dell’epoca), tale da far sembrare, quindi, risolto il rischio di residui.
In Italia, invece, il sulfatiazolo sodato iniziò, in breve, a perdere efficacia per la comparsa di ceppi resistenti. I
sulfamidici persero d’importanza e gli apicoltori iniziarono ad usare terramicina sotto forma di polverizzazione o sciolta nello sciroppo zuccherino.
Negli alveari americani, probabilmente a causa della forte presenza di spore, per essere efficace il principio
attivo doveva essere mantenuto presente per almeno cinque o sei settimane, per dare il tempo alle api di ripulire la covata. Per questo i ricercatori stabilirono che i trattamenti avrebbero dovuto avere cadenza settimanale e che andassero ripetuti per cinque o sei volte. Il metodo, però, non risultava sopportabile per le grandi
aziende, con apiari a centinaia di chilometri dalla sede aziendale. Alcuni apicoltori cercarono di ovviare con
quantità elevata di sciroppo che venivano consumate lentamente dalle api, ma in base acquosa la terramicina® perde le sue proprietà in poco più di una settimana, vanificando il trattamento. Alcuni risolsero il problema costituendo vicino a casa degli apiari lazzaretto in cui la somministrazione poteva essere settimanale.
Nel 1961 venne messo a punto un nuovo tipo di somministrazione chiamata “antibiotics patty” che consisteva in miele, zucchero e antibiotico, in pratica un candito che venne via via perfezionato fino agli anni 70,
quando il dottor Wilson ed i suoi collaboratori misero a punto le “antibiotics extender patty” (TM-25®) costituite da antibiotico, zucchero e olio vegetale e regolarmente autorizzate e, tutt’ora, commercializzate in Usa
ed in Canada.
Questo trattamento ebbe notevole diffusione, perché l’olio contenuto nel candito controllava anche lo sviluppo dell’acariosi.
Sennonché nel 1996 dopo 45 anni di uso di antibiotici, nuvole nere si prospettarono sul comparto apistico
americano: furono scoperti ceppi di batteri resistenti al trattamento antibiotico e, a partire dal 1998, i casi di
apiari che non rispondono ai trattamenti si sono via via moltiplicati.
Segnalazioni di ceppi resistenti erano già state registrate in Argentina. Più recentemente, febbraio 2001, focolai allarmanti sono stati individuati in Canada.
Attualmente in America le preoccupazioni sono notevoli. Gli apicoltori americani rischiano di andare incontro ad una incontrollabile e distruttiva diffusione della malattia.
Per evitare una catastrofe del settore apistico gli apicoltori dovranno ricominciare ad eliminare le colonie
infette e a sterilizzare il materiale, ammesso e non concesso che i ricercatori possano individuare un nuovo
antibiotico con caratteristiche tali da essere approvato dagli organi federali.
Sulla perdita di efficacia degli antibiotici, vale la pena di ricordare una ricerca effettuata in Argentina. Su un
totale di 108 ceppi di Paenibacillus larvae testati, di cui 58 provenivano dall’Argentina e i rimanenti da dieci
altri paesi, oltre il 30% mostrava resistenza; per i soli ceppi argentini la percentuale dei resistenti era del 40%.
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peste americana e resta stabile nel miele per anni;
le famiglie nutrite in autunno rimangono, generalmente, senza sintomi per tutto l’anno successivo.
Questa sostanza resta attiva a lungo. La stabilità e
persistenza del principio attivo spiega, tal quale, i
fenomeni, assai gravi, di residualità nel miele raccolto anche a notevole distanza di tempo dalla somministrazione. L’ossitetraciclina è efficace con una
somministrazione, prolungata nel tempo, di circa 0,5
grammi in cinque litri di sciroppo. L’effetto dura circa
due mesi e, se somministrata in tempi idonei, vi sono
minori rischi di inquinare il miele raccolto.
Nel corso degli anni si sono sviluppati vari sistemi di
somministrazione degli antibiotici, per lo più a scopo
preventivo. In alcuni paesi viene usata terramicina®
spolverando i favi con zucchero a velo (a volte la
covata aperta può subire danni).
Il trattamento che va per la maggiore nel Nord America è quello di mescolare il principio attivo con zucchero a velo e grasso vegetale formando delle focacce comunemente chiamate “extender patty” che,
rispetto alla somministrazione con sciroppo, hanno
una serie di vantaggi: sono consumate più lentamente dalle api e la sostanza resta protetta dai processi
ossidativi.
Nonostante la loro indubbia efficacia,
l’efficienza degli antibiotici nel controllare la malattia
varia enormemente per una serie di fattori. E’, in primis, da considerare il grado di contaminazione dell’alveare; sono poi da valutare tutte le variabili
ambientali che, come abbiamo visto, possono influenzare di molto il decorso della malattia; per ultimo, ma
non meno importante, non è da sottovalutare l’abilità
dell’apicoltore nella gestione degli apiari.
La chemioterapia, quando applicata regolarmente,
non permette più di distinguere le colonie ammalate
da quelle sane; la diffusione delle spore tende a diventare ubiquitaria in tutti gli alveari, per scambio di
materiale...
L’uso di ossitetracicline non ha nessun senso in caso
di bassa incidenza della malattia, può essere forse,
economicamente, considerato quando la malattia è
largamente diffusa, ma è sempre consigliabile
sospendere il trattamento per capire se è ancora giustificato o meno.
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