Università Cattolica del S. Cuore
LABORATORIO DI ANALISI MONETARIA
OSSERVATORIO MONETARIO
n. 3/2010
Autori del presente rapporto sono: Fabio Malanchini, Giampietro Pizzo, Filippo Vettorato,
Massimo Vita.
Direzione e coordinamento: Marco Lossani. Segreteria: Nicoletta Vaccaro.
Il rapporto è stato redatto sulla base delle informazioni disponibili al 9 novembre 2010.
Laboratorio di Analisi Monetaria:
Via Necchi, 5 - 20123 Milano - tel. 02-7234.2487; [email protected] ; www.assbb.it
Associazione per lo Sviluppo degli Studi di Banca e Borsa:
Sede: presso Università Cattolica del Sacro Cuore – Milano, Largo A. Gemelli n. 1
Segreteria: presso Banca Popolare Commercio e Industria – Milano, Via Moscova, 33 – tel. 02-6275.5252
Comitato Scientifico del Laboratorio di Analisi Monetaria:
Proff. M. LOSSANI (responsabile), A. BAGLIONI, A. BANFI, D. DELLI GATTI
P. GIARDA, P. RANCI, G. VACIAGO, G. VERGA
INDICE
SINTESI
pag. I
INTRODUZIONE
pag. 1
pag. 3
1 – MICROFINANZA E INTERMEDIAZIONE FINANZIARIA
1.1. Introduzione
3
1.2. Intermediazione finanziaria, microfinanza e problemi di asimmetria
3
informativa
5
1.3. Il sistema finanziario nei PVS: finanza informale e mercati formali
6
1.4. L’esclusione finanziaria
7
1.5. Storia della microfinanza
10
1.6. La microfinanza oggi
2 – STRUMENTI E MODELLI D’INTERVENTO
2.1. Il target
2.2. Gli attori della microfinanza
2.3. Le metodologie di credito
12
12
18
25
3 – LA SITUAZIONE ATTUALE
3.1. Commercializzazione e crescita
3.2. Da microcredito a microfinanza: il risparmio e i nuovi prodotti
3.3. Performance sociale e impatto
3.4. La rivoluzione tecnologica
32
32
37
39
42
4 – LA MICROFINANZA IN EUROPA
4.1. La situazione attuale
4.2. Buone pratiche. ADIE: l’importanza della rete territoriale
4.3. Buone pratiche. Il social lending
45
45
50
50
5 – IL CASO ITALIANO
5.1. Il contesto e le caratteristiche della domanda
5.2. Stima della domanda nel settore della microfinanza
5.3. Il ruolo del sistema finanziario formale
5.4. Il settore della microfinanza: evoluzione e caratteristiche
5.5. Il quadro legale
5.6. Una valutazione del settore e ruolo potenziale delle banche
5.7. Buone pratiche. PerMicro SpA: il microcredito commerciale alla
prova
5.8. Buone pratiche. Fondo per il Microcredito della Regione Lazio:
l’importanza della rete territoriale
52
52
63
66
70
82
83
88
89
I
SINTESI
Questo numero di Osservatorio monetario viene
interamente
dedicato
all’analisi
delle
implicazioni derivanti dallo sviluppo della
microfinanza.
Il primo capitolo descrive le ragioni del successo
e della progressiva diffusione della microfinanza
nel mondo. La microfinanza nasce nei paesi in
via di sviluppo come strumento di
valorizzazione delle capacità economiche e
finanziarie di vaste fasce di popolazione,
tradizionalmente considerate incapaci di
generare autonomamente un sostanziale
miglioramento del loro tenore di vita. La
microfinanza ha dimostrato come attraverso
l’utilizzo di nuove metodologie di valutazione
del merito creditizio, la gestione mirata del ciclo
di credito e l’offerta di prodotti finanziari
specifici sia possibile contenere le conseguenze
negative generate dalle asimmetrie informative,
causa prima dell’esclusione finanziaria. La
micro finanza può essere oggi considerata un
settore maturo, caratterizzato da una progressiva
integrazione nei sistemi finanziari locali ed
internazionali che ha saputo sviluppare
un’offerta estremamente composita di servizi
che vanno dal credito ai prodotti di risparmio e
assicurativi, ai servizi di money transfer e di
branchless banking.
Il secondo capitolo è dedicato all’analisi degli
strumenti e dei modelli d’intervento adottati dal
settore della micro finanza per raggiungere i
propri obiettivi. La diversificazione dei servizi
offerti ha portato ad un progressivo ampliamento
del target, non più coincidente con i soli poveri.
La microfinanza oggi assume un ruolo
essenziale in quanto strumento utile per
realizzare l’inclusione finanziaria di soggetti
considerati in passato “non bancabili” quali: le
micro e piccole imprese, i migranti e le loro
famiglie d’origine, i cittadini che per ragioni
geografiche non hanno punti di accesso ai
servizi bancari. Ognuna di queste categorie è
oggi servita da una complessa varietà di attori,
appartenenti sia alla cosiddetta “finanza
informale” che alla più tradizionale “finanza
formale”, già integrata nel sistema sia dal punto
di vista giuridico che da quello regolatorio. Le
metodologie di azione - nell’ambito dei servizi
di credito - adottate dai diversi attori per
raggiungere in maniera efficace il target group
possono essere ricomprese in due grandi
categorie a loro volta declinate in una serie di
varianti dipendenti dal contesto d’intervento e
dalla specificità di carattere socio economico
della clientela servita. Si parla di credito
individuale in riferimento a quelle metodologie
che prevedono l’erogazione del credito a singoli
soggetti. I crediti sono in questo caso garantiti
attraverso garanzie reali o personali. Per contro i
crediti di gruppo prevedono l’erogazione dei
prestiti attraverso un gruppo (Peer Lending), in
cui sono i membri del gruppo stesso a garantire
la restituzione del prestito. In questa seconda
categoria giocano un ruolo di rilievo la
metodologia del solidarity group - sviluppata
con diverse caratteristiche da Grameen Bank e
da ACCION International - e le organizzazioni
basate sulle comunità, quali ad esempio le
banche villaggio e le CVECA.
Il terzo capitolo analizza le principali linee di
sviluppo del settore e i risultati raggiunti a
livello mondiale. A fronte di una domanda di
servizi di credito di almeno 250 miliardi di
dollari, il settore ha oggi raggiunto un tasso di
penetrazione pari a circa il 20% grazie alle
10.000 istituzioni di microfinanza (IMF)
presenti nei diversi continenti. Queste
II
presentano diversi gradi di sviluppo e di
integrazione con il mercato finanziario
convenzionale. Oggi solo il 2-3% delle IMF
sono mature ed economicamente sostenibili e
circa il 7-8% stanno raggiungendo tale obiettivo.
L’entrata di investitori privati e la progressiva
commercializzazione delle attività del settore
sono tra i cambiamenti più importanti nel
panorama della microfinanza mondiale. La
necessità di attrarre investitori privati e la
conseguente
ricerca
della
sostenibilità
finanziaria ha contribuito a far sì che, in alcuni
casi, la missione sociale venisse messa in
secondo piano innescando in alcuni casi
fenomeni molto marcati di mission drift.
Il quarto capitolo esamina la situazione del
settore in ambito europeo. In modo per certi
versi paradossale la micro finanza in Europa
presenta un grado di sviluppo inferiore rispetto a
quanto riscontrato nei paesi in via di sviluppo.
Le IMF che operano in Europa sono infatti
relativamente giovani e gestiscono un
portafoglio di crediti esiguo se paragonato alle
omologhe asiatiche o latinoamericane. Questo
elemento, unito ai tassi di interesse applicati sui
crediti particolarmente contenuti e all’elevato
costo di gestione del ciclo di credito - dovuto
agli
elevati
costi
di
istruttoria,
di
accompagnamento e monitoraggio dei clienti impatta significativamente sul livello medio di
sostenibilità economica del settore. Per tale
ragione, le IMF europee sono spesso sostenute
dalla erogazione di fondi pubblici per la
copertura di parte dei costi operativi - come
avviene ad esempio nel caso della francese
ADIE, uno dei rari esempi europei di
programma di microfinanza a dimensione
nazionale.
Il quinto e ultimo capitolo quinto è dedicato al
caso italiano. Nel nostro paese, la domanda di
servizi
di
microfinanza
è
espressa
prevalentemente da individui o famiglie a basso
reddito e micro e piccole imprese, categorie
spesso colpite da una diffusa esclusione
finanziaria. In talune circostanze sono presenti
anche consistenti sacche di esclusione bancaria,
come nel caso degli immigrati. Tra gli attori
coinvolti nella fornitura di servizi a fasce di
popolazione escluse finanziariamente troviamo
le banche e le reti di confidi. Il ruolo di tali
soggetti raramente si traduce in un’offerta mirata
ed autonoma a favore del target dei “non
bancabili”, nonostante gli spazi per un
intervento più massiccio - soprattutto
nell’ambito del migrant banking - siano
amplissimi. Più spesso le banche partecipano in
veste di partner finanziari in programmi di
microfinanza che coinvolgono anche enti
pubblici e soggetti privati non-profit che
mettono a disposizione fondi di garanzia (che
spesso annullano il rischio di credito per gli
istituti bancari) e la rete territoriale per lo
svolgimento delle attività di pre-istruttoria delle
pratiche di credito e accompagnamento e
tutoraggio dei clienti.
Le Istituzioni di Microfinanza (IMF) oggi
esistenti in Italia comprendono diverse tipologie
di enti (cooperative, fondazioni, associazioni,
istituzioni finanziarie non bancarie, ecc.), che
svolgono come prima e principale attività il
microcredito. Possono essere identificate tre
sottocategorie. La prima è costituita da IMF
completamente sviluppate, registrate sotto la
legge bancaria come intermediari finanziari (ex
TUB art. 106). Le IMF all’interno di questa
categoria sono le sole istituzioni comparabili alle
IMF attive nei Paesi in via di sviluppo. A
Febbraio 2009, esistevano nel nostro paese solo
due IMF di questo tipo: Microcredito di
Solidarietà e PerMicro. Queste IMF, che
puntano molto sull’innovazione e l’efficienza,
III
hanno un obiettivo di sostenibilità di mediolungo termine. La seconda categoria è composta
dalle MAG (Mutua AutoGestione). Queste
assumono diversa forma legale, ma condividono
una storia comune e valori etici alla base della
loro missione e visione. La terza categoria
comprende la più ampia porzione di IMF
italiane. Queste istituzioni assumono la forma di
associazioni non profit o fondazioni, classificate
come ONLUS (Organizzazioni Non Lucrative di
Utilità Sociale). Le loro attività riguardano
l’analisi preliminare del prestito e la sua
gestione. I prestiti vengono quindi erogati dalle
banche, con cui hanno un accordo.
In generale il settore in Italia è molto giovane ed
ha iniziato a svilupparsi solo dopo gli anni 2000.
Come nel caso europeo, anche le IMF italiane
sono caratterizzate da una dimensione del
portafoglio crediti e tassi di interesse
insufficienti ad assicurare la sostenibilità
economica. Anche dal punto di vista
organizzativo-gestionale e dei principali
indicatori di performance si tratta di soggetti
nella maggior parte dei casi ancora lontani dagli
standard internazionali.
1
INTRODUZIONE
Secondo le ultime previsioni del Fondo
Monetario Internazionale la ripresa è destinata
temporaneamente a indebolirsi, in conseguenza
delle difficoltà in cui ancora oggi si dibattono
molte delle economie avanzate. Solo un
processo di duplice ribilanciamento – volto a
ridare vigore alla domanda interna privata e a
rilanciare la domanda estera (almeno all’interno
delle economie gravate da deficit nelle partite
correnti) – può consentire di rendere più robusta
una fase congiunturale che nelle economie più
ricche rimane fragile e rischia di condizionare
negativamente anche la dinamica delle
economie emergenti, ancora fortemente
dipendenti dalla performance delle esportazioni
realizzate verso le aree a più alto reddito.
Il combinato disposto di incertezza e fragilità ha
fatto si che per la prima volta dopo molti anni il
processo di riduzione della povertà abbia
conosciuto una battuta d’arresto. Secondo le più
recenti stime della Banca Mondiale i poveri –
intesi come persone che dispongono di meno di
1,25 Dollari al giorno per sopravvivere –
sarebbero cresciuti di più di 60 milioni di unità
nel corso del 2010. La comparsa di nuove
sacche di povertà all’interno dell’economia
mondiale non ha tuttavia arrestato la tendenza a
contrastare
il
fenomeno
dell’esclusione
finanziaria, che caratterizza ancora oggi
l’esistenza di oltre 2,7 miliardi di persone – in
conseguenza dello scarso livello di reddito di cui
dispongono, del basso grado di sviluppo
economico dei sistemi in cui operano e della
scarsa accessibilità a una ampia gamma di
servizi finanziari. Le ultime statistiche (relative
all’anno 2009) mostrano infatti come –
nonostante la profonda recessione allora in atto,
su scala pressoché mondiale – l’accesso a una
lunga serie di servizi finanziari (non solo di
natura informale) sia aumentato per un numero
consistente di soggetti.
Dietro questo risultato vi sono gli sforzi intrapresi sin dagli anni’70 in svariate realtà in
via di sviluppo ed emergenti (come Bangladesh
e Indonesia) - miranti a realizzare su più ampia
scala una condizione di inclusione finanziaria
che potesse favorire la crescita dei redditi
individuali, attenuando al tempo stesso fenomeni
di
esclusione
sociale.
All’attività
originariamente svolta nel settore del
microcredito – sviluppata mediante la
concessione di prestiti di entità minima, erogati
utilizzando delle tecniche per quei tempi
rivoluzionarie (come l’ormai famoso group
lending di Grammen Bank) – si è andata nel
tempo affiancando una serie di iniziative aventi
la finalità di ampliare la gamma di servizi
finanziari erogati a vantaggio di soggetti che ne
sarebbero rimasti altrimenti esclusi. Si è così
realizzato in tempi relativamente brevi un
risultato per certi versi straordinario, soprattutto
considerando le condizioni iniziali in cui – in
alcuni contesti – si è avviato lo sviluppo delle
attività di micro finanza. Delle 560 milioni di
famiglie che – attualmente nel mondo – vivono
ancora al di sotto della soglia di povertà, quasi il
20% si è ormai affrancato dalla condizione di
esclusione
finanziaria.
Una
situazione
sensibilmente migliore rispetto a quella esistente
ancora dieci anni orsono – favorita anche dalla
diffusione di nuove tecnologie che hanno
consentito di incrementare fortemente il numero
di persone raggiungibili dall’offerta di servizi
finanziari – e che segnala come la stretta
coincidenza tra povertà ed esclusione finanziaria
non sia più necessariamente vera.
I
Se nel mondo emergente e in via di sviluppo la
microfinanza
ha
ormai
acquisito
le
caratteristiche tipiche di un settore maturo,
altrettanto non si può dire con riferimento alla
condizione raggiunta dalle Istituzioni di Micro
Finanza (IMF) all’interno delle economie più
avanzate. L’azione di contrasto condotta nei
confronti dell’esclusione finanziaria costituisce
un fatto relativamente recente all’interno
2
dell’Europa Continentale, e in modo particolare
in Italia – ove attualmente operano con uno
status giuridico comparabile a quello delle IMF
attive da tempo nei Paesi in via di sviluppo –
solo due istituzioni. Un segnale evidente di
quanto spazio vi sia ancora nel nostro paese per
sviluppare le attività di microfinanza e
contrastare l’esclusione finanziaria.
3
1.
MICROFINANZA
E
DIAZIONE FINANZIARIA
INTERME-
1.1
Introduzione
Le esperienze di microcredito e microfinanza
avviate ormai da qualche decennio in molti paesi
del Sud del mondo – ma anche in contesti poveri
di paesi del Nord – stanno contribuendo in modo
spesso decisivo alla realizzazione di un processo
di sviluppo sostenibile. La microfinanza, nella
sua varietà di esperienze, consente, tra gli altri,
di evidenziare due aspetti: la valorizzazione
delle “risorse e capacità nascoste, disperse o
male utilizzate” (in particolare imprenditoriali)
nelle realtà povere e il passaggio dalla centralità
del progetto alla centralità della costruzione di
istituzioni locali sostenibili e durature (dal
“project focus” all’ “institution building”)1.
La microfinanza si è sviluppata da ormai una
trentina d’anni a partire da esperienze
pionieristiche in alcuni paesi del Sud del mondo
(Bangladesh, Bolivia, Indonesia in primo luogo).
Il microcredito, cioè il credito ai poveri, e la
microfinanza, cioè un più ampio complesso di
servizi finanziari a vantaggio della popolazione
povera, sono stati praticati seguendo percorsi e
modalità diverse, ma con una visione di fondo
comune: favorire l’accesso al credito e ai servizi
finanziari da parte di coloro che oggi ne sono
esclusi, far emergere le attività economiche dei
più poveri; formare i microimprenditori alla
gestione del capitale di debito e battere strade
nuove nella gestione del rischio di credito.2
Tra le maggiori scoperte che sono state
raggiunte mediante lo svolgimento di attività di
microcredito e di microfinanza, occorre
sottolineare la presenza e la diffusione tra i
poveri di veri e propri giacimenti di
imprenditorialità e di impreviste capacità di
risparmiare e investire, sia pur con modalità a
volte inconsuete. Nelle microimprese dei poveri,
e nelle piccole e medie imprese che in alcuni
contesti ne costituiscono l’evoluzione, non
mancano rilevanti capacità tecnologiche,
acquisite essenzialmente con modalità di tipo
learning by doing3. Tutti questi elementi
diventano decisivi per promuovere processi di
sviluppo dove il protagonismo dei soggetti locali
e la sostenibilità nel tempo siano caratteristiche
centrali e non accessorie.
1.2
Intermediazione
finanziaria,
microfinanza e problemi di asimmetria
informativa
Per certi versi, la necessità di microfinanza è in
qualche modo sorprendente. Una delle prime
lezioni impartite nell’ambito di un corso di
introduzione all’economia, riguarda il principio
di rendimenti marginali decrescenti, secondo cui
quanto più un’impresa investe, tanto più output
si aspetta di produrre, benché ogni unità
addizionale di capitale porti guadagni
incrementali marginali sempre minori. Le
dimensioni del rendimento marginale del
capitale determinano la capacità del prestatario
di pagare. Pertanto, l’imprenditore più povero,
vale a dire dotato di un minor stock di capitale,
dovrebbe godere di rendimenti marginali del
capitale maggiori e quindi disporre di una
maggiore abilità di ripagare il prestatore.
Su vasta scala, se questo fondamento di
economia fosse corretto e sufficiente a
interpretare la realtà, gli investitori a livello
globale starebbero oggigiorno assumendo un
comportamento errato. Anziché investire
maggiormente sui mercati di Londra, New York
1
Hirschman, A.O., Come complicare l’economia, Il
Mulino, 1988.
2
Hulme, D. e Mosley, P., Finance Against Poverty,
Routledge, London and New York 1996
3
Arrow, K., The Economic Implications of Learning
by Doing. Review of Economic Studies, 29, 155-173,
1962.
4
e Tokyo, gli investitori più esperti dovrebbero
indirizzare i loro fondi in India, Kenya, Bolivia e
altri paesi caratterizzati da scarsità di capitale e
basso reddito. Il capitale dovrebbe quindi andare
dal Nord al Sud del mondo, non in un’ottica
assistenzialista o di cooperazione allo sviluppo,
ma in un’ottica di mera ricerca del profitto.
Robert Lucas ha stimato l'entità della differenza
nei rendimenti attesi in vari paesi, rilevando che
in India i prestatari dovrebbero essere disposti a
pagare il capitale cinquantotto volte di più
rispetto ai prestatari negli Stati Uniti.
Proseguendo con questa logica, si potrebbe
affermare che, non solo i fondi dovrebbero
muoversi da paesi ricchi a paesi più poveri, ma
anche che all’interno di uno stesso paese gli
investimenti dovrebbero spostarsi da ricchi a
poveri prestatari (ad esempio, da New Delhi ai
villaggi rurali). Il principio dei rendimenti
decrescenti del capitale implica che, un semplice
calzolaio di strada o una venditrice di fiori con
una piccola bancarella, dovrebbero offrire agli
investitori maggiori rendimenti che la General
Motors o l’IBM e che le banche e gli investitori
dovrebbero comportarsi di conseguenza.
Alla luce di ciò, com’è possibile che in pratica le
banche e gli investitori finanzino più facilmente
grandi imprese piuttosto che semplici venditori
ambulanti e che i flussi di capitale si muovano
da Sud a Nord?
Il punto principale da prendere in considerazione
riguarda il rischio. Investire in Kenya o in
Bolivia implica un livello di rischio ben
maggiore che investire ad esempio in Europa.
Lo stesso vale per il calzolaio di strada
paragonato alla grande società regolata. La
domanda che viene spontanea è: perché il
calzolaio di strada e la fioraia non possono
offrire agli investitori dei rendimenti così elevati
tali da compensare il loro rischio?
Secondo alcuni, i poveri possono pagare elevati
tassi di interesse per ottenere fondi a prestito, ma
le restrizioni sui tassi di interesse imposte dai
governi impediscono alle banche di applicare i
tassi di interesse necessari per far confluire i
capitali da Nord a Sud e dalle città ai villaggi. Se
così fosse, la sfida della microfinanza avrebbe a
che fare esclusivamente con il quadro
regolatorio. Sarebbe necessario convincere i
governi a rimuovere le leggi anti-usura e altre
restrizioni sulle banche e lasciare che i capitali si
dirigano
verso
regioni/soggetti
poveri.
Ovviamente tale spiegazione è molto
semplicistica.
La realtà è molto più interessante e complessa.
La rimozione di leggi anti-usura e la libertà
concessa alle banche di servire i poveri e coprire
i costi, non è l’unica risposta. Tassi di interesse
elevati possono infatti indebolire le istituzioni
riducendo gli incentivi per i prestatari. La
considerazione delle asimmetrie informative –
insieme alla mancanza di garanzie – consente di
completare il quadro dei motivi per cui i
prestatori hanno “difficoltà” a prestare ai poveri,
anche se con rendimenti presumibilmente
elevati. Gli elementi fondamentali sono dunque:
l’asimmetria informativa sofferta dalle banche
nei confronti di poveri e la mancanza di questi
ultimi nel disporre di garanzie adeguate da
offrire alle banche.
La microfinanza nasce dalla necessità di trovare
alternative al credito tradizionale, proprio perché
molti prestatari sono troppo poveri per possedere
gli asset necessari per fornire adeguate garanzie
e perché le banche difficilmente riescono a
raccogliere (in modo efficiente) e a valutare le
informazioni relative alla loro clientela. In
questo senso, per generazioni, la povertà ha
prodotto povertà. La microfinanza può rompere
questo circolo vizioso, riducendo i costi di
transazione e superando i problemi legati
5
all’informazione asimmetrica e alla mancanza di
adeguate garanzie4.
1.3
Il sistema finanziario nei PVS: finanza
informale e mercati formali
In uno studio del 1990, Hoff e Stiglitz5
individuano le caratteristiche distintive dei
sistemi finanziari dei Paesi in Via di Sviluppo.
Il sistema finanziario dei PVS si caratterizza per
un forte dualismo: accanto al settore formale,
sottoposto al controllo dell’autorità statale,
prospera un variegato settore informale
costituito
da
moneylenders
tradizionali,
associazioni autonome di risparmio e credito
(come le ROSCA6) e le associazioni di mutuo
soccorso.
I due sistemi coesistono nonostante i tassi di
interesse del mercato informale siano molto più
alti di quelli praticati sul mercato formale.
Questa situazione si verifica poiché nel mercato
formale
si
manifestano
fenomeni
di
razionamento
del
credito
attraverso
l’imposizione di massimali ai tassi di interesse.
In questo modo, il tasso di interesse non
equilibra necessariamente la domanda e l’offerta
di risorse finanziarie. Il mercato informale, non
dovendo sottostare a tali restrizioni, tende invece
ad aggiustare il gap esistente tra domanda e
offerta.
I mercati informali del credito sono altresì
caratterizzati da un’elevata segmentazione. Ciò
comporta che shock sistemici impattino
pesantemente sulla disponibilità di credito.
Inoltre, il settore informale è caratterizzato da
rapporti multi-dimensionali tra gli operatori che
4
Beatriz Armendariz, Jonathan Morduch, “The
Economics of Microfinance”, The MIT Press, 2007.
5
Hoff, Karla, Stiglitz, Joseph E, Imperfect
Information and Rural Credit Markets-Puzzles and
Policy Perspectives, World Bank Economic Review,
Oxford University Press, 1990, vol. 4(3), pagg. 235250.
6
Rotating Savings and Credit Associations
vi operano; avviene cioè che la negoziazione di
un credito si realizzi tra individui con relazioni
sociali e/o economiche pregresse (come rapporti
lavorativi o parentali). In questo modo, il nuovo
rapporto di credito viene a sovrapporsi ai legami
preesistenti, che costituiscono quindi una sorta
di garanzia di pagamento, sopperendo in tal
modo
all’asimmetria
informativa
che
caratterizza questo genere di transazioni.
Per interpretare le dimensioni e il ruolo assunto
dal settore informale nei PVS, sono state
inizialmente proposte teorie diverse. Tuttavia, né
la teoria del monopolio (che vorrebbe il mercato
del credito in mano ai moneylenders
tradizionali) né quella della concorrenza perfetta
(secondo cui i tassi di interesse del mercato
informale servirebbero per coprire i rischi di
insolvenza) sono sembrate in grado di spiegare
la complessità del fenomeno.
Le spiegazioni fornite per illustrare la struttura
dei mercati finanziari dei PVS, come ad esempio
gli elevati tassi di interesse applicati dai
moneylenders, fanno riferimento alle varie fonti
di incertezza proprie del mercato del credito in
generale, riconducibili alle problematiche
dell’informazione
asimmetrica
e
dell’enforcement dei contratti.
L’asimmetria informativa si manifesta in
generale nella relazione inversa esistente tra il
grado di conoscenza del rischio assunto e
l’esposizione al rischio stesso. Il soggetto
richiedente credito è consapevole della propria
situazione futura rispetto al soggetto concedente
il prestito. Questa asimmetria dà origine a due
classi di problemi; ex ante si può verificare un
fenomeno di selezione avversa. Le istituzioni
non sono in grado di determinare con precisione
la diversa rischiosità di clienti che non
conoscono, che non tengono contabilità scritta e
che spesso non hanno un business plan in grado
di descrivere i contenuti e la fattibilità
6
dell’iniziativa economica da intraprendere. Così,
i servizi di credito tenderanno anche ad attrarre
potenziali cattivi clienti. Questo comporta
un’esternalità negativa per i buoni clienti, vale a
dire un aumento indiscriminato dei tassi di
interesse che dovrebbe servire per coprire il
rischio di inadempienza. Proprio in base alla
selezione avversa, si potrebbero in parte spiegare
gli alti tassi di interesse osservati sui mercati
finanziari, specie informali, dei PVS. A questo
problema si può ovviare attraverso un attento e
difficile screening della clientela potenziale, che
permetta di effettuare una selezione positiva.
L’informazione asimmetrica ex post, invece, può
originare fenomeni di moral hazard da parte di
clienti già acquisiti. Questi possono, una volta
ottenuto il credito, essere indotti a ridurre gli
sforzi necessari alla buona riuscita del progetto,
ad intraprendere investimenti più rischiosi di
quanto convenuto, con effetti potenzialmente
negativi sulla capacità di rimborso, arrivando
persino a contemplare la possibilità di non
restituire di proposito il denaro ricevuto in
prestito (default strategico). La presenza di
moral hazard richiede un monitoraggio costante
e la messa in opera di un sistema di incentivi, al
fine di assicurarsi che i clienti mettano in atto
quanto è in loro potere per la riuscita dei progetti
finanziati. In realtà, il sistema di controllo e
valutazione dei progetti è di difficile
implementazione a causa degli elevati costi
operativi; ciò comporta la gestione di una
moltitudine di crediti di piccole dimensioni e
dispersi sul territorio. C’è inoltre da considerare
l’impossibilità di affidarsi ai tradizionali
strumenti informativi, quali i credit bureau, che
consentono di valutare la rischiosità dei
potenziali clienti. La maggior parte di questi
ultimi, infatti, non compare nelle banche dati,
per il fatto di non avere mai avuto relazioni con
istituzioni di finanza formale. Inoltre i clienti
raramente tengono una contabilità scritta e/o un
business plan e il monitoraggio – o auditing –
risulta particolarmente costoso, date le piccole
dimensioni dei prestiti (e, proporzionalmente, la
maggior incidenza dei costi fissi). In tali
contesti, risulteranno pertanto più efficaci
sistemi di screening e monitoraggio basati sulla
reputazione, la pressione sociale, le relazioni di
scambio multiplo, rispetto a sistemi tradizionali
documentali e fondati su garanzie fisiche.
Accanto ai problemi di selezione avversa, di
azzardo morale e di auditing, vi è quello di
enforcement, che riguarda i mezzi a disposizione
del creditore che si trovi a pretendere il rimborso
da un debitore inadempiente. Anche in questo
caso, le deficienze dei sistemi giuridici e
l’incapacità dei clienti di fornire garanzie reali
ordinarie, pongono gli operatori formali in
difficoltà nel trattare una grossa fetta del
mercato finanziario potenziale. Garanzie
alternative, terzi garanti, social enforcement
possono dimostrarsi efficaci surrogati.
Tali elementi spiegano pertanto i motivi per cui i
moneylenders tradizionali, in virtù della loro
vicinanza fisica e sociale con i clienti a basso
reddito, godano di un vantaggio comparato netto
nell’offrire servizi finanziari rivolti a queste
fasce di popolazione. Questo vantaggio
comparato spiega in buona parte il dualismo e il
funzionamento dei mercati finanziari dei PVS7.
1.4
L’esclusione finanziaria
La severità delle conseguenze dell’esclusione
finanziaria
dipende
dal
livello
di
“finanziarizzazione” della società in cui le
persone vivono. È spesso più difficile essere
incluso in un paese in cui i servizi bancari sono
molto diffusi. Le conseguenze possono essere
7
Gamini Herath, M., Rural Credit Markets and
Institutional Reform in Developing Countries:
potential and problems, in Saving and Development,
pag. 169-192, 1994.
7
paradossali:
l’esclusione
diventa
più
problematica nei paesi dove più dell’80% delle
famiglie possiede un conto corrente. In effetti,
nelle società bancarizzate, non aver un conto
bancario può significare non poter ricevere i
pagamenti regolari come lo stipendio, la
pensione e i sussidi pubblici. L’esclusione
finanziaria, come non avere un conto o un
libretto d’assegni, potrebbe anche condurre alla
stigmatizzazione e all’esclusione sociale8.
basso; più reddito, più credito, più investimento,
più reddito”.
L’esclusione dai servizi finanziari formali
(assicurativi, di credito o di risparmio) obbliga le
persone a ricorrere al settore informale, che può
offrire degli strumenti flessibili e accessibili, ma
non sempre efficienti né molto affidabili9.
Il credito potrebbe quindi trasformare un circolo
vizioso in un circolo potenzialmente virtuoso:
“reddito basso, credito basso, investimento
1.5
Storia della microfinanza
Nel corso dell’ultimo decennio, la microfinanza
si è rapidamente evoluta ed estesa dal campo
relativamente ristretto del credito alla
microimprenditoria a un più allargato ambito,
che include un’ampia gamma di servizi
finanziari per i poveri, tra cui depositi,
trasferimento di denaro e assicurazione, con
l’obiettivo ultimo di favorire la costituzione di
sistemi finanziari inclusivi.
Il fenomeno della microfinanza non costituisce
una novità. Piccoli gruppi informali di credito e
risparmio esistono da secoli in tutto il mondo. In
Italia nel quindicesimo secolo vennero istituiti
dalla Chiesa Cattolica - come alternativa agli
usurai - i Monti di Pietà, che si diffusero
rapidamente in diverse zone urbane europee. I
Monti di Pietà non solo sono gli ispiratori della
nascita del credito cooperativo e delle banche
popolari, ma presentano diverse affinità con il
microcredito moderno, tra cui quella di
rivolgersi a un target di bisognosi e microattori,
ai quali vengono concessi prestiti di piccola
entità a fronte di un pegno che veniva venduto
all’asta in caso di mancato rimborso del credito.
Istituzioni formali di credito e risparmio rivolte
ai poveri sono state presenti per molte
generazioni, offrendo servizi finanziari a chi era
tradizionalmente
escluso
dalle
banche
commerciali. L’Irish Loan Fund, fondato agli
8
9
In sostanza, essere escluso vuol dire avere meno
strumenti affidabili a disposizione per poter
gestire la vita quotidiana, affrontare i rischi e
raccogliere somme più grandi. Per esempio:
•
•
•
Il credito, come il risparmio, è uno
strumento importante per realizzare la
stabilizzazione dei consumi (consumption
smoothing), cioè per soddisfare i bisogni di
ogni giorno anche quando le entrate non
corrispondono alle uscite.
Il credito, come il risparmio e
l’assicurazione, permette di proteggersi
contro un evento imprevedibile. Ad
esempio, il reddito di un tassista dipende dal
funzionamento della propria vettura. In caso
di guasto e in assenza di un reddito
sufficiente per ripararla il tassista rischia –
se non ottiene credito – di perdere la propria
occupazione e quindi il proprio reddito.
Il credito, come il risparmio, permette di
poter coprire delle spese più consistenti e
prevedibili, come l’acquisto di una casa o il
matrimonio di una figlia.
Gloukoviezoff, G.,De la bancarisation de masse à
l’exclusion
bancaire
puis
sociale,
http://www.sante.gouv.fr/drees/rfas/rfas200403/2004
03-art02.pdf, 2004.
Grandinson, M., Paulus, N. e Terreri, F., Le risorse
dei poveri. Risparmio, microimprese, microcredito:
istruzioni per l’uso, Associazione Microfinanza e
Sviluppo, 2009.
8
inizi del diciottesimo secolo, ne è un esempio
importante. L’Ottocento si caratterizzò in
Europa per la nascita e il moltiplicarsi di
istituzioni di credito e di risparmio, sempre più
formali, che indirizzarono le loro attività verso i
ceti poveri, sia delle zone urbane sia di quelle
rurali. Il modello della cooperativa di credito si
sviluppò nella seconda metà dell’Ottocento in
Germania con lo scopo di infrangere la
dipendenza nei confronti dei prestatori locali da
parte della popolazione rurale migliorando così
la loro condizione di vita. Organizzazioni
similari si diffusero in Francia, in Quebec e, nel
secolo successivo, anche in Irlanda, Italia,
Giappone, Stati Uniti, India e Bangladesh. Molte
delle cooperative oggi presenti in Africa,
America Latina e Asia hanno le proprie radici in
queste esperienze europee. Un altro precoce
esempio riguarda l’indonesiano People’s Credit
Bank (BPRs) che iniziò a operare a fine
Ottocento e che divenne il più grande sistema di
microfinanza in Indonesia, con quasi 9.000
filiali. All’inizio del Novecento, numerose
varianti di organizzazioni creditizie e di
risparmio si andarono sviluppando in America
Latina. Tali istituzioni di finanza rurale, avevano
come scopo quello di modernizzare il settore
agricolo grazie alla raccolta di risparmio,
l’aumento dell’investimento attraverso il credito
e la riduzione delle oppressive relazioni feudali
imposte dall’indebitamento. Nella maggior parte
dei casi, queste nuove “banche per i poveri” non
erano controllate dai beneficiari stessi, come in
Europa, bensì da agenzie governative o banche
private. Con il passare degli anni questo genere
di istituzioni divenne man mano sempre più
inefficiente e, alle volte, addirittura corrotto10.
Il successo della microfinanza moderna si deve
in gran parte allo sforzo di non ripetere, ma di
10
Andreoni, A. e Pelligra, V., Microfinanza: Dare
credito alle relazioni, il Mulino, 2009.
far tesoro degli errori commessi nel recente
passato. Durante il ventennio 1950-70 governi e
donatori focalizzarono le energie per diffondere
il credito agricolo a favore dei piccoli agricoltori
indigenti, nella speranza di migliorare la loro
attività di produzione e quindi, il loro reddito.
Per espandere l’accesso al credito furono
utilizzate istituzioni finanziarie di sviluppo
governative o in alcuni casi cooperative di
agricoltori, che venivano fortemente sussidiate,
in modo da operare con tassi di interesse
inferiori a quelli di mercato e compensarle, allo
stesso tempo, per l’entrata in mercati considerati
rischiosi ed onerosi. Questi schemi di sussidio,
raramente ebbero esito positivo. Le banche di
sviluppo rurale, applicando tassi di interesse
sussidiati, non erano infatti in grado di coprire i
costi. Nelle Filippine, ad esempio, si applicava
un massimale di interesse pari al 16%, mentre
l’inflazione si attestava intorno al 20% annuale.
I tassi di rimborso dei crediti da parte dei clienti
erano inoltre ridotti, dato che i crediti venivano
considerati alla stregua di donazioni da parte del
governo piuttosto che di prestiti da rimborsare.
In conseguenza di ciò, il capitale di queste
istituzioni andò via via erodendosi, e in alcuni
casi arrivò a completo esaurimento. Cosa ancor
più grave, questi finanziamenti non sempre
servivano i poveri, ma finivano nelle tasche
delle persone più influenti e degli agricoltori più
abbienti. Nelle Filippine, a questo stato di cose
si aggiunse il fatto che ai risparmiatori veniva
riconosciuto il 6% all’anno sui depositi, con una
perdita secca in termini di potere di acquisto del
14%. In questo esempio specifico, lo schema di
credito adottato non solo non fu sostenibile, ma
peggiorò le stesse condizioni di redistribuzione
del reddito poiché solo una piccola porzione di
coltivatori già benestanti, ricevevano un credito
a condizioni vantaggiose. Negli anni, molte
critiche furono rivolte a questi programmi; essi
9
usavano il credito come un input addizionale
della produzione agricola, anziché come
strumento
fungibile
di
intermediazione
finanziaria. Il principale argomento di critica alle
banche statali sussidiate risiedeva nel fatto che i
sussidi non avevano migliorato in alcun modo le
condizioni di vita delle fasce di popolazione più
povere. Al contrario, queste banche avevano
contribuito a eliminare i prestatori informali,
cioè coloro ai quali i ceti più poveri si
rivolgevano solitamente per chiedere prestiti. A
questo si aggiunga il fatto che il tasso di
interesse di mercato operava come meccanismo
di razionamento: i soggetti disposti a pagare per
il credito erano prevalentemente coloro che
avevano progetti di valore. Ma applicando tassi
di interesse sussidiati il meccanismo di
razionamento veniva meno e il credito non
veniva più allocato sulla base della produttività
dei progetti, bensì sulla base di meri interessi
politici e di condizionamenti sociali.
Fu dunque in questo contesto che negli anni ’70
si registrò la nascita, o meglio, la rivoluzione del
microcredito. In questo periodo alcune
istituzioni iniziarono a sperimentare nuove
metodologie di prestito per i più poveri. Alcuni
programmi in Bangladesh, Brasile e Bolivia
iniziarono a prestare a donne povere,
principalmente nel settore rurale ed informale.
Le radici del microcredito sono dunque più
diffuse di quanto normalmente si creda, ma
l’esempio più noto è indubbiamente quello di
Muhammad Yunus e della Grameen Bank. La
metodologia di credito adottata fu quella di
credito di gruppo, nel quale ogni membro
garantisce per il rimborso del credito di tutti gli
altri. Oltre a Grameen Bank, altre iniziative
pionieristiche furono ACCION International in
America Latina, diffusasi poi anche negli Stati
Uniti e in Africa; il Self-Employed Women’s
Association Bank in India, concepita come una
banca appartenente a una cooperativa di donne.
Si tratta di istituzioni che hanno ispirato in
seguito moltissime altre esperienze nel mondo.
Durante il decennio successivo, il microcredito
migliorò sempre più le proprie metodologie
organizzative
e
creditizie
incrinando
efficacemente quelli che erano stati sino ad
allora i postulati e i pregiudizi negativi nei
confronti delle tecniche finanziarie rivolte ai
poveri. Innanzitutto la buona gestione di questi
programmi dimostrò come i poveri, in particolar
modo le donne, fossero in grado di rimborsare i
prestiti anche con risultati migliori rispetto a
persone più abbienti, con prestiti erogati da
banche commerciali. Dimostrarono inoltre che i
poveri erano disposti e in grado di pagare tassi di
interesse che consentivano alle istituzioni di
microfinanza (IMF) di coprire i propri costi. Le
IMF che hanno raggiunto la piena sostenibilità
economica sono considerate oggi un business
redditizio
attraendo
depositi,
prestiti
commerciali e investimenti di capitale. Sono in
grado di servire un elevato numero di clienti
poveri, senza essere limitate dalla scarsità o
dall’incertezza delle fonti finanziarie basate sui
sussidi di governi o donatori. La Bank Rakayat
Indonesia (BRI) rappresenta un importante
esempio di istituzione di microfinanza che tende
a massimizzare l’efficienza economica e la
performance finanziaria. La BRI, oggi, serve più
di 30 milioni di prestatari e risparmiatori a basso
reddito.
Gli anni ’90 furono caratterizzati da un’inedita
attenzione nei confronti del microcredito,
soprattutto tra le agenzie e i network di sviluppo
internazionale, che iniziarono a considerare la
microfinanza come uno strumento efficace nella
lotta alla povertà. La microfinanza iniziò così ad
espandersi in molti paesi. Tuttavia, i servizi
offerti tendono ancor oggi a concentrarsi in zone
urbane o rurali densamente popolate.
10
Agli inizi dello stesso decennio il termine
microcredito
lasciò
posto
al
termine
microfinanza, per meglio indicare l’inclusione di
altri servizi finanziari offerti oltre ai prestiti,
come depositi, assicurazioni e trasferimento di
denaro.
Al fine di aumentare il numero di clienti, le IMF
e i loro network hanno iniziato a mettere in atto
strategie di commercializzazione, arrivando di
fatto a trasformarsi in enti profit in grado di
attrarre maggiori capitali e diventare così attori
permanenti e forti nello scenario finanziario11.
1.6
La microfinanza oggi
La microfinanza ha raggiunto traguardi
impressionanti negli ultimi trent’anni. Ha
dimostrato che i poveri sono non solo potenziali
clienti ma anche clienti reali. Il settore è stato in
grado di sviluppare un elevato numero di
istituzioni forti che offrono servizi finanziari a
persone indigenti e ha iniziato ad attrarre
l’interesse degli investitori privati. Nonostante
ciò, la strada per estendere l’accesso a tutti
coloro che necessitano di servizi finanziari è
ancora lunga. In particolare sono tre i principali
ostacoli che definiscono la frontiera dei servizi
finanziari per i poveri:
1.
2.
3.
aumentare l’offerta di servizi finanziari di
qualità per servire un gran numero di
persone (scala);
raggiungere persone sempre più indigenti e
in zone remote (profondità);
diminuire i costi sia per i clienti che per i
fornitori di servizi finanziari (costi).
La soluzione per superare queste sfide non è
semplice ma va in ogni modo ricercata
attraverso l’inclusione dei servizi finanziari per i
poveri nel sistema finanziario tradizionale di
ogni paese. Il processo di integrazione della
11
Helms, B., Access for All, CGAP, 2006
microfinanza nel sistema finanziario sta tuttavia
già avvenendo. I confini tra finanza tradizionale
e sistema finanziario più ampio vanno
scomparendo. Le IMF raggiungono con i loro
servizi finanziari sempre più poveri, aumentando
in tal modo l’outreach. Le banche commerciali
stanno iniziando a orientare la propria offerta
verso fasce di clienti sempre più povere e in
passato non contemplate dal loro target.
Nonostante l’estrema difficoltà nel raccogliere
cifre che descrivano l’ampiezza del mercato
della microfinanza, è stato stimato che circa
metà delle famiglie nel mondo non abbiano un
conto corrente12. Trattandosi di una media su
scala mondiale, la variazione tra aree
geografiche e paesi è notevole: si va da un
livello inferiore all’1% di famiglie con conti
correnti in Repubblica Democratica del Congo e
in Afghanistan a quasi il 100% in Giappone. Se
si prendono in considerazione solo i clienti che
rientrano nel target della microfinanza - quindi i
poveri e le persone a basso reddito - invece, si
stimano circa 500 milioni di clienti attivi,
rispetto a un mercato potenziale di circa 3
miliardi di persone a basso reddito. A questi dati
numerici, occorre aggiungere l’analisi della
qualità dei servizi offerti, che non può certo
definirsi elevata. Si assiste inoltre a un’alta
concentrazione di clienti sia sul piano geografico
che istituzionale. Le banche statali, incluse le
Postal Bank, gestiscono circa i ¾ di tutti i conti
correnti. L’84% di tutti i conti si trovano in
Asia; più della metà nelle sole India e Cina. In
termini di istituzioni che offrono servizi di micro
finanza, l’83% si trova in Asia, l’8% nei paesi
dell’area medio-orientale e nord-africana
(MENA), il 4% in Africa Sub-Sahariana, il 3%
in Europa e Asia Centrale, e il 2% in America
Latina.
12
Financial Access 2010, CGAP.
11
Singoli paesi all’interno delle varie regioni
mostrano divergenti modelli di crescita. Paesi
con economie emergenti come India, Brasile e
Sudafrica, costituiranno, con ogni probabilità, un
terreno fertile per testare nuove metodologie per
raggiungere un elevato numero di poveri. Si
tratta di economie caratterizzate da vaste
infrastrutture (finanziarie e non) e con maggiori
opportunità in termini tecnologici. Gli investitori
privati premono per entrare nel mercato. Ad
esempio, ICICI Bank sta aprendo in aree rurali
più di 2,000 punti dotati di accesso ad internet
che forniranno alcuni servizi finanziari via web
sul territorio indiano; o Caixa Bank, che sta
estendendo i servizi offerti attraverso 14,000
piccoli centri, supermercati, e fornitori locali in
Brasile. Alcuni esperti pensano che questi paesi
implementeranno direttamente un approccio
commerciale su vasta scala raggiungendo
milioni di poveri. Paesi come Bolivia, Uganda e
Bangladesh, per contro, probabilmente saranno
caratterizzati da un altro tipo di crescita del
settore. La microfinanza in questi paesi si è già
molto sviluppata e presenta persino elevati
livelli di saturazione per alcuni tipi di istituzioni
e per certi segmenti del mercato. Nonostante ciò,
parti rilevanti della popolazione non hanno
ancora accesso ai servizi finanziari, soprattutto
nelle aree rurali. E’ probabile che i mercati della
microfinanza di questi paesi non crescano al
livello delle economie più grandi, ma la loro
storia di innovazione potrebbe portare allo
sviluppo di nuove tecniche in grado di
raggiungere i più poveri e le aree più remote.
Altri paesi invece si trovano all’inizio della
curva di crescita e di conoscenza del settore.
Questi paesi, in particolare quelli che si trovano
in situazioni di post-conflitto - soprattutto in
Africa e in Medio Oriente - potranno beneficiare
degli sviluppi raggiunti in altri paesi ed evitare
la ripetizione di errori già commessi.
12
2.
STRUMENTI
D’INTERVENTO
E
MODELLI
2.1
Il target
La diffusione a livello planetario della
microfinanza, la conseguente varietà di contesti
in cui essa opera e la progressiva sofisticazione
dell’offerta tendente ad una segmentazione
sempre più raffinata del mercato di riferimento,
costituiscono degli elementi che riducono la
possibilità
di
fornire
una
definizione
omnicomprensiva del cliente tipo dell’industria
della microfinanza.
In prima approssimazione si può affermare che
oggi la microfinanza si rivolge a quelle fasce di
popolazione che - seppur economicamente attive
- non dispongono di un adeguato accesso a
servizi finanziari in grado di migliorarne le
condizioni di vita13. In base a tale definizione il
mandato
fondamentale
affidato
alla
microfinanza è duplice. In primo luogo, essa non
elegge più come target privilegiato la
microimpresa. A differenza di quanto avveniva
nei decenni precedenti, oggi si è compreso che
non tutti i poveri hanno una vocazione
imprenditoriale;
cionondimeno
esprimono
bisogni complessi in ambito finanziario che non
si esauriscono nel credito per l’avvio o lo
sviluppo di un’attività economica. In secondo
luogo, la microfinanza ha assunto un importante
ruolo di sviluppo anche verso soggetti che non
appartengono
a
fasce di
popolazione
particolarmente povere14 e che tuttavia sono
esposte a esclusione da parte del mercato
finanziario e per tale ragione non possono
partecipare appieno alla vita economica e sociale
all’interno della comunità di riferimento.
Nell’ambito della finanza per lo sviluppo si è
13
Brigit Helms, Acccess for All. Building inclusive
financial systems , CGAP, 2006, pg. 17
14
Hege Gulli, Microfinance and poverty,
Microfinance Unit IADB, 1998, pg. 5
quindi elaborato un progressivo superamento
della nozione di microcredito, che coincideva
con il prestito ai poveri come strumento
privilegiato di emancipazione economica e
sociale, per passare al più complesso concetto di
microfinanza, categoria all’interno della quale
rientrano oltre che il prestito per l’impresa anche
i crediti per finalità sociali, per la casa, il
risparmio, i servizi assicurativi, i servizi di
gestione delle transazioni finanziarie (money
transfer internazionale e locale e branchless
banking), il migrant banking e i programmi di
inclusione bancaria. A ognuna delle citate
categorie corrisponde un cliente tipo differente,
con profilo socio-economico e bisogni diversi
(TAB. 1).
Sembra in ogni caso dimostrato dalla prassi che
generalmente la microfinanza non si rivolga ai
cosiddetti “più poveri tra i poveri” o a soggetti
che versano in condizioni di povertà estrema
quanto piuttosto a fasce di popolazione che
economicamente possono essere collocate a
cavallo della soglia di povertà, fissata dalla
Banca Mondiale a 1,25 dollari statunitensi al
giorno15.
TAB. 1: Livello di povertà dei clienti di
alcune IMF
Indigenti
Estremamente
Poveri
Moderatamente
Poveri
Vulnerabili non
poveri
CARD
(Filippine)
UWFT
(uganda)
BRAC
(Bangladesh)
Molti
4
programmi
(Bolivia)
Trascurabili
Quasi
nessuno
Molti
Trascurabili
Alcuni
Trascurabili
Pochi
Molti
Alcuni
Molti
molti
25%
Trascurabili
40%
Fonte: Microfinance and risk management: A client
perspective
In altre parole la microfinanza oggi assume un
ruolo essenziale all’interno del mercato
15
Focus – CGAP, n. 17 – 2000: Microfinance and
risk management: a client perspective, pg. 2
35%
13
finanziario internazionale quale strumento di
inclusione finanziaria verso fasce di popolazione
considerate in passato “non bancabili” e che
invece l’esperienza ha dimostrato essere dotate
di particolare forza economica e capacità
finanziaria a tal punto da essere in grado di non
subire e anzi orientare l’offerta verso prodotti e
servizi sempre più mirati ed efficaci.
La microimpresa rappresenta ancor oggi il target
classico della microfinanza e quello più
diffusamente servito dai programmi di
microfinanza (sia nei paesi poveri che in quelli
economicamente sviluppati). La microimpresa
presenta caratteristiche organizzative ed
economiche che ne favoriscono lo sviluppo
anche in condizioni di estrema incertezza di
mercato. Microimprese sono infatti presenti nei
paesi più poveri sia nel contesto urbano che
rurale, nascono e si sviluppano velocemente in
contesti post-bellici16 (o che hanno subito un
disastro naturale) in situazioni di conflitto a
bassa intensità, o in mercati chiusi quali i campi
profughi. La grande adattabilità al contesto ha
fatto in modo che questo tipo di unità economica
si sia diffuso in tutto il mondo con grande
vitalità. La microimpresa, in particolare nei
paesi poveri, opera prevalentemente all’interno
della cosiddetta economia informale che
raggruppa quelle unità produttive “impiegate
nella produzione di beni e servizi con lo scopo
principale di generare lavoro e reddito per le
persone impiegate. Queste unità operano
tipicamente con un basso livello di
organizzazione, con divisione tra capitale e
lavoro scarsa o nulla e su scala molto ridotta. Le
relazioni di lavoro ove esistano, sono basate
essenzialmente sul lavoro occasionale, legami di
parentela, personali o sociali, e molto di rado su
16
Tamsin Wilson, Microfinance during and after
armed conflicts: lessons from Angola, Cambodia,
Mozambique and Rwanda, DFID, 2002, pag. 40
accordi scritti con garanzie formali”17. Il settore
dell’economia informale è particolarmente
fiorente nei paesi in via di sviluppo tanto da
assumere particolare rilevanza a livello macroeconomico: esso pesa per circa il 60% del PIL
nell’area dell’Africa sub-sahariana, per il 24% in
Asia e il 30% in America Latina18. In Africa
l’economia informale impiega circa il 78% dei
lavoratori non agricoli, in America Latina il 57%
e in Asia una quota dal 45 all’85%19.
Nell’ambito delle politiche di riduzione della
povertà, l’espansione del settore della
microimpresa, proprio per la sua capacità di
generare sviluppo in presenza di una dotazione
di capitale e know-how esigui, è fortemente
incoraggiato in molti paesi a basso reddito. Ciò
avviene sia attraverso politiche incentivanti
intraprese dai governi locali sia grazie ai forti
investimenti da parte dei donors internazionali nel quadro di programmi nazionali e locali di
cooperazione allo sviluppo. La microfinanza
rappresenta uno degli strumenti principali
attraverso i quali tale strategia trova
compimento, tanto da essere considerata dai
policy maker il mezzo privilegiato per il
raggiungimento del primo degli otto obiettivi di
sviluppo del Millennio riguardante lo
sradicamento della povertà estrema e della fame.
Il caso forse più emblematico e sicuramente più
noto di utilizzo massiccio della microfinanza
come strumento di sviluppo della microimpresa
17
Definizione di unità produttiva nell’ambito
dell’economia
informale
elaborata
nel
1993dall’International Conference of Labour
Statisticians (ICLS), in Kristina Flodman Becker, The
informal economy, SIDA, 2004, pag. 12
18
Expert Group on Informal Sector Statistics (Delhi
Group), Measurement of the contribution of informal
sector/Informal employment to GDP in developing
countries: some conceptual and methodological
issues, Jacques Charmes Institute of Research for
Development, 2000
19
Kristina Flodman Becker, op. cit., SIDA, 2004,
pag. 19
14
è quello del Bangladesh. Nel paese operano
attualmente più di 64020 programmi di
microfinanza sia privati che governativi. Molti
di essi hanno una copertura nazionale ed un
elevato numero di prestatari. In base ai dati
aggregati relativi al 2009, raccolti a livello
nazionale dal Microfinance Market Exchange21,
il settore serve circa 20,2 milioni di prestatari e
27,4 milioni di risparmiatori22 e gestisce un
portafoglio crediti attivi pari a 2,3 miliardi di
dollari statunitensi e depositi per 1,8 miliardi. Le
tre più grandi istituzioni di microfinanza del
paese (Grameen Bank, BRAC e ASA) hanno
12,6 milioni di prestatari attivi. La quota di
portafoglio crediti erogata dalle microfinanziarie
di grandi dimensioni a favore della
microimpresa è cresciuto nel periodo 2000 –
2006 dallo 0,6% al 4,2%23. Tale percentuale
sebbene sia ancora contenuta in termini assoluti
è tuttavia significativa se si considera che le
istituzioni di microfinanza nel paese hanno una
forte tendenza a servire fasce molto povere di
popolazione in particolare in contesto rurale e
concedono conseguentemente crediti soprattutto
per lo sviluppo di attività agricole e attività
generatrici di reddito non strutturate24.
Accanto a quello della microimpresa, un ambito
d’intervento indubbiamente rilevante per la
20
Mahmoud, Chowdhury Shameem, Dynamics of
market share in the microfinance industry in
Bangladesh, MPRA, 2009, pag. 3
21
www.mixmarket.org
22
Su una popolazione di 156 milioni di persone.
23
Mahmoud, Chowdhury Shameem, op. cit., MPRA,
2009, pgg.13 – 14.
24
Le attività generatrici di reddito (income gene
rating activities – IGA), a differenza dell’attività
svolta nell’ambito della microimpresa, implicano
attività part-time, spesso stagionali. Generalmente,
molti membri della famiglia sono direttamente
coinvolti nella vita dell’attività, cosi come il nucleo
familiare diversifica le proprie attività economiche in
modo da minimizzare il rischio di una riduzione o di
una perdita del reddito familiare.
microfinanza ed in pieno sviluppo è
rappresentato dai servizi di gestione delle
transazioni finanziarie. In questo caso il target di
riferimento è estremamente ampio e coincide
con le fasce di popolazione esposte ad
esclusione bancaria, ossia prive di conto corrente
o di deposito e mezzi elettronici di pagamento.
A tale categoria, oltre alle persone che vivono al
di sotto della soglia di povertà, appartengono
anche i soggetti incapaci o impossibilitati ad
avere rapporti con le banche ad esempio per
difficoltà relazionali, diffidenza o a causa della
distanza geografica dai punti di erogazione dei
servizi. Tra questi ricordiamo i migranti, i
rifugiati, gli anziani, i giovani, i disoccupati, i
lavoratori precari, le famiglie residenti in aree
remote.
Nell’opera di avvicinamento a questo ampio
target, la microfinanza risulta facilitata dalle
nuove tecnologie dell’informazione la cui
diffusione ha ormai portata planetaria. L’uso di
telefoni cellulari, così come l’accesso a internet
attraverso la banda larga, non sono più
appannaggio esclusivo dei paesi ricchi ma
rappresentano tecnologie largamente disponibili
anche nei paesi poveri. Più dell’80% della
popolazione mondiale vive in aree coperte dalla
rete GSM25. Nel 2009 la GSM Association ha
registrato più di 4 miliardi di SIM (subscriber
identity module) attive e l’80% dei nuovi
contratti per l’utilizzo di telefonini è stato
sottoscritto nei Paesi emergenti, in gran parte da
persone a basso reddito. Nel mondo, il 25,6%
della popolazione dispone di un accesso a
internet con una crescita dal 2000 al 2009 del
380,3%26.
Il
veloce
sviluppo
delle
tecnologie
dell’informazione nei paesi poveri, rappresenta
25
Mark Pickens; David Porteous; Sarah Rotman,
Scenarios for Branchless Banking in 2020. Focus
Note 57. Washington, D.C.: CGAP.
26
http://www.internetworldstats.com/stats.htm
15
un’importante opportunità per la diffusione dei
servizi finanziari anche presso popolazioni
soggette ad esclusione per motivi geografici o
economici. L’accesso ai servizi finanziari
(risparmio e credito in primis) senza la presenza
fisica di un’istituzione intermediaria (cosiddetto
Branchless Banking) - reso possibile grazie
all’utilizzo delle nuove IT - rappresenta uno
degli ambiti più promettenti della microfinanza,
in grado di fare progredire velocemente il
processo di inclusione finanziaria, sia nel Nord
che nel Sud del mondo.
La portata della rivoluzione in corso è
testimoniata ad esempio dalla diffusione dei
servizi di trasferimento di denaro offerta in
Kenya dalla società Safaricom attraverso il
servizio M-PESA. Dal suo lancio commerciale,
nel marzo 2007, più di 7 milioni di persone –
circa un adulto su quattro nel Paese – hanno
utilizzato questo servizio. Grazie soprattutto ad
M-PESA, il tasso di inclusione finanziaria in
Kenya è raddoppiato negli ultimi tre anni.
Esempi simili si registrano in Sud Africa e
Filippine. In Sud Africa, più di un terzo degli
utenti di sistemi di pagamento via telefono
cellulare
è
composto
da
persone
tradizionalmente considerate “non bancabili”. Il
26% dei Filippini che utilizzano tale mezzo di
pagamento vive con meno di 5 dollari al giorno.
Nell’ambito europeo, entro la fine dell’anno sarà
in vigore la normativa che renderà possibile non
solo l’attivazione di servizi di trasferimento di
denaro tra telefoni cellulari (peer to peer)
nell’area euro27, ma anche l’accesso via telefonia
mobile a forme di microcredito fino a 150 euro.
L’applicazione del modello di social network,
(fatto proprio dal web 2.0) al settore finanziario
ha consentito la creazione di servizi innovativi di
credito a livello nazionale e internazionale. In
Italia (con molte difficoltà) come all’estero,
stanno nascendo le cosiddette social lending
communities, luoghi virtuali in cui si incontrano
la domanda e l’offerta di credito. Siti come
Zopa, Kasbia o Boober, offrono la possibilità ai
privati di prestare denaro ad altri privati, senza
l’intermediazione di una banca. In ambito
internazionale, kiva.org consente a singoli
microimprenditori in America Latina, Africa e
Asia di ricevere piccoli prestiti da persone
residenti a migliaia di chilometri di distanza.
In particolare, l’applicazione di tali tecnologie ai
servizi di trasferimento internazionale delle
rimesse, oltre a consentire l’accesso a prodotti di
risparmio e credito, rappresenterebbe un utile
mezzo per espandere, a costi ridottissimi, le
potenzialità della microfinanza, raggiungendo
fasce di popolazione attualmente escluse.
Un target di particolare interesse della
microfinanza è quello riferibile alle comunità
transnazionali costituite dai migranti e dalle loro
famiglie nei paesi d’origine. Nonostante il calo
del 6% rispetto al 2008 (a causa degli effetti
della crisi economica internazionale), i flussi di
rimesse in entrata registrate dalle banche centrali
dei paesi in via di sviluppo ammontavano nel
2009 a circa 316 miliardi di dollari statunitensi28.
I volumi delle rimesse rappresentano oramai un
elemento in grado di incidere in maniera
determinante sulle economie di molti paesi. In
Tagikistan esse rappresentano il 50% del PIL, in
Moldova il 31% e in Honduras il 20%.
Le rimesse rappresentano per i paesi poveri un
indiscutibile fattore di crescita e un'importante
fonte di reddito per molte famiglie. Ma l'impatto
delle rimesse sul livello di sviluppo dei paesi
destinatari dipende dal loro utilizzo. Si distingue
27
28
In tale ambito la Commissione Europea sta
supportando il progetto “Secure Mobile Payment
Service” che consente di effettuare transazioni
monetarie in tempo reale via telefonino e internet.
Dilip Ratha; Sanket Mohapatra; Ani Silwal,
Outlook for remittance flows 2010 – 2011, in
Migration and Development Brief n. 12, 2010, World
Bank
16
infatti tra rimesse impiegate per i consumi e per
gli investimenti. Le rimesse sono indirizzate alla
soddisfazione dei bisogni della famiglia in base
ad un ordine di priorità dal quale è difficile
prescindere. Fino a quando i paesi poveri non
raggiungeranno un grado sufficiente di
benessere, è ragionevole supporre che le
famiglie continueranno ad impiegare gran parte
delle rimesse (fino all'80%29) per soddisfare i
bisogni primari, per la sanità e l'istruzione.
Sebbene generalmente si considerino tali
categorie d'impiego come improduttive dal
punto di vista economico, non bisogna tuttavia
sottovalutarne la portata. Innanzitutto, se anche
usate per i consumi, le rimesse apportano
benefici rilevanti alle comunità transnazionali
nel loro insieme per almeno tre ordini di ragioni:
1)
2)
29
Il meccanismo delle rimesse rappresenta
una forma di condivisione del rischio (risk
sharing model) tra donatore e ricevente30.
Le rimesse apportano benefici sia per il
migrante che intenda in prospettiva
rientrare nel proprio Paese, che per le
famiglie d'origine. Grazie ad esse, entrambi
gli attori sono in grado di attenuare le
conseguenze di possibili shock esterni quali
da un lato la perdita del lavoro – con
conseguente repentino rientro in patria - per
il migrante, dall'altro crisi, emergenze o
carestie per la famiglia. In tale prospettiva,
le rimesse fanno parte di una strategia
precisa di gestione del rischio.
Esiste una sorta di contratto di credito
implicito (loan agreement model)31 tra la
famiglia d'origine e il migrante. La famiglia
Samuel Munzele Maimbo; Dilip Rata, Remittances.
Development, impact and future prospects, World
Bank Publications, 2005 in riferimento a dati forniti
dalla FENACOAC – Guatemala, relativi al 2002
30
Samuel Munzele Maimbo; Dilip Rata, op. cit.
31
OECD, Migration, remittances and development,
OECD Publishing, 2005
3)
d'origine finanzia i costi iniziali del
progetto migratorio. In questa fase, il
migrante beneficia quindi dell'appoggio
finanziario (credito) dei familiari. In una
seconda fase, quando cioè il migrante ha un
lavoro stabile ed un livello di reddito
adeguato, il credito sarà rimborsato alla
famiglia attraverso le rimesse. Ci può essere
un'ulteriore fase. Le rimesse trasferite
consentiranno ad altri familiari di emigrare.
Una volta rientrato in patria, il migrante
potrà quindi beneficiare delle rimesse dei
migranti di seconda generazione che
avranno utilizzato parte delle sue risorse per
realizzare il loro progetto migratorio.
Le rimesse consentono di adempiere agli
obblighi morali nei confronti della famiglia
d'origine. Il migrante è spesso un'estensione
spaziale della famiglia d'origine che,
proprio attraverso il processo migratorio di
uno dei suoi componenti, sta riducendo il
rischio di impoverimento diversificando le
proprie attività. Il progetto migratorio del
singolo è quindi deciso in ambito familiare
e le rimesse non sono considerate una fonte
di entrate esterna rispetto a quella delle
famiglie.
Le rimesse utilizzate per i consumi hanno inoltre
un importante effetto moltiplicatore sulle
economie locali. Le spese per i consumi
stimolano infatti le vendite al dettaglio che, a
loro volta, inducono un aumento della domanda
interna di beni e servizi e quindi la produzione e
l'offerta di lavoro.
Si consideri inoltre che non sempre, come
generalmente si pensa, solo le rimesse investite
in attività economiche hanno un impatto di
lungo periodo. Le rimesse utilizzate dalla
famiglia per affrontare spese in ambito sanitario
o nell'istruzione, inducono effetti di lungo
17
periodo sulla crescita economica di una
comunità.
Ciò premesso, è tuttavia corretto considerare le
rimesse rivolte agli investimenti uno strumento
efficace in grado di favorire nel lungo periodo lo
sviluppo endogeno delle comunità locali, e
contribuire ad affrancare i paesi poveri dalla
dipendenza cronica nei confronti dei paesi
economicamente sviluppati.
Solo una piccola percentuale delle rimesse è
rivolta ad investimenti produttivi quali l’acquisto
di attività generatrici di reddito, terreni ad uso
agricolo, le spese di avviamento d'impresa o
l’acquisizione di attrezzature. In riferimento al
contesto italiano, ad esempio, una ricerca
condotta da ABI e CESPI sui comportamenti
finanziari degli immigrati32, riporta alcune stime
sull'utilizzo delle rimesse provenienti dall'Italia:
solo l'8% dei fondi trasferiti è impiegato per
scopi direttamente produttivi. L'avviamento
d'impresa, pur essendo una delle prospettive più
diffuse in tema di progetti di rientro, non
rappresenta attualmente un ambito privilegiato
nel paniere delle possibili scelte d'investimento
attuate dai migranti. Tuttavia, i maggiori
benefici di tipo economico, nel lungo periodo,
potrebbero derivare proprio dall'investimento
produttivo delle rimesse. Tale prospettiva,
potrebbe essere rafforzata se il finanziamento
d'impresa non fosse affidato direttamente ai
migranti ma mediato da un sistema finanziario
locale in grado di offrire concrete opportunità di
accesso al credito alle micro e piccole imprese.
Il risparmio dei migranti, versato presso le
banche o microfinanziarie autorizzate nei paesi
di destinazione delle rimesse, può in tal modo
costituire una risorsa finanziaria determinante a
disposizione del tessuto imprenditoriale locale e
32
José Luis Rhi-Sausi; Marco Zupi, Banche e nuovi
italiani. I comportamenti finanziari degli immigrati,
Bancaria Editrice, 2009
offrire la possibilità di attivare una miriade di
servizi finanziari, collegati alle rimesse ma che
in esse non si esauriscono.
Un
efficiente
sistema
finanziario
“transnazionale” di tipo inclusivo è in grado di
generare importanti ricadute in termini di
sviluppo nei paesi di provenienza e migliorare le
condizioni di vita dei migranti nei paesi
d’accoglienza. Le banche mostrano un
progressivo interesse per le comunità di
migranti. Sempre più spesso si parla di migrant
banking, riferendosi a servizi bancari ritagliati
sulle esigenze dei migranti in Italia e
caratterizzati da un marketing basato sul
“linguaggio dell’accoglienza”33. Accanto ai
servizi nel Paese di destinazione è tuttavia
importante definire nuovi schemi operativi che
rappresentino dei veri e propri ponti finanziari
con i paesi d’origine. Questi nuovi modelli
devono essere in grado di intercettare la
domanda dei migranti e delle loro comunità di
appartenenza sia in Italia che nei paesi d’origine.
Lo studio dei nuovi bisogni espressi e latenti in
ambito finanziario e il perfezionamento di
schemi operativi attraverso i quali tali bisogni
trovano soddisfazione, rappresentano quindi
ambiti di ricerca fondamentali, anche in vista
della realizzazione di nuovi programmi di cosviluppo tra i paesi di provenienza e
destinazione dei migranti34.
2.2
Gli attori della microfinanza
Come visto in precedenza, la microfinanza non è
nata dall’esperienza dei grandi pionieri degli
anni ’70, Grameen Bank e ACCION in primis.
33
Nicolò Borracchini, Banche e Immigrati: credito,
finanza islamica e rimesse, Pacini Editore, 2007
34
Committee of Ministers, Council of Europe,
Migrants and co-development - Recommendation
Rec(2007)10 and explanatory memorandum (2008),
Council of Europe, 2008
18
Essa è sorta spontaneamente a fronte del bisogno
di ridistribuire all’interno delle comunità di base
le risorse finanziarie disponibili tra i soggetti in
surplus e quelli in deficit. La microfinanza,
anche se non con questo nome, esiste da sempre,
animata da una miriade di attori che operano sia
in forza dei rapporti di reciprocità35 che si
sviluppano tra gli appartenenti ad un gruppo, sia
attraverso l’azione di intermediari professionali
(GRAF. 1).
GRAF. 1: Gli attori della microfinanza
Gli scambi finanziari, in particolare nelle
comunità di base dei paesi poveri, sono
caratterizzati da un elevato livello di informalità.
Nella microfinanza informale l’intermediario
non opera quasi mai nel quadro della normativa
vigente in materia di intermediazione finanziaria
e basa il rapporto con il debitore sulla
conoscenza diretta e sulla fiducia (spesso
rafforzata da un vincolo sociale, di parentela,
amicizia o lavorativo) più che sulla possibilità di
coazione all’adempimento derivante dalla
sottoscrizione da parte del debitore di un
contratto di credito o di una garanzia36. La
35
Leonardo Becchetti, Oltre l’homo oeconomicus.
Felicità, responsabilità, economia delle relazioni,
Città Nuova Editrice, 2009, pagg. 18-19
36
Susan Johnson; Ben Rogaly, Microfinance and
poverty reduction, Oxfam, 1997, pagg. 17 - 20
microfinanza informale, svolge un’importante
funzione di volano delle economie locali e
favorisce l’inclusione dei singoli all’interno
della vita economica e sociale di comunità.
2.2.1 I money lenders
Oltre ai prestiti diretti tra parenti o amici, i
rapporti finanziari informali tra singoli individui
possono passare attraverso la figura dell’usuraio
o del cosiddetto banchiere ambulante. Nel primo
caso, pur esercitata a condizioni vessatorie per il
prestatario, l’attività dell’usuraio può essere
considerata come la risposta sbagliata ad un
bisogno reale e contiene in sé elementi virtuosi
ripresi sapientemente dalla microfinanza
formale. L’usura dimostra infatti come anche i
poveri esprimano bisogni finanziari complessi
per la soddisfazione di necessità sociali o per lo
sviluppo di attività economiche; che i servizi di
credito a favore dei poveri sono efficienti se
l’erogazione del servizio avviene in tempi
immediati e senza la necessità di affrontare
laboriose procedure di ammissione al credito
(come invece avviene presso le banche
commerciali); che il tasso d’interesse
(solitamente molto elevato nel mercato
dell’usura) non rappresenta una variabile
determinante per il prestatario; che le garanzie
reali non costituiscono per l’usuraio il mezzo
principale per affrontare nella relazione con il
debitore il problema delle asimmetrie
informative (solitamente l’usuraio conosce
molto bene i propri affidati e se commercianti,
opera spesso nel loro stesso mercato locale); che
il rischio di credito può essere efficacemente
affrontato attraverso un adeguato frazionamento
e diversificazione degli impieghi.
Non va dimenticato che accanto alla figura
dell’usuraio, esempi virtuosi di prestatori
individuali - che tuttavia fanno leva sulle
medesime strategie per l’erogazione del credito
19
– sono costituiti da altre figure quali
commercianti, datori di lavoro, proprietari
terrieri, grossisti. Anche in questo caso i
prestatori sono in grado, attraverso l’attività
informale di credito, di allocare la liquidità in
eccesso a fronte del pagamento di interessi in
moneta o in natura (ad esempio parte del
raccolto o lavoro). Il tasso riconosciuto per tale
servizio è anche in questo caso molto elevato.
Come nel caso dell’usura ciò è dovuto da un lato
alla mancanza di alternative per il debitore, e
dall’altro perché i costi di transazione del credito
sono fissi indipendentemente dall’ammontare
erogato e di conseguenza i margini su prestiti di
piccolo importo sono ridotti37.
2.2.2 I “banchieri ambulanti”
Altro operatore individuale della microfinanza
informale, molto diffuso nell’Africa francofona,
è il “banchiere ambulante”. In questo caso
l’operatore si incarica individualmente con i suoi
clienti di raccogliere con frequenza concordata
(di solito quotidianamente) una somma fissa di
denaro. Il ciclo di raccolta del risparmio dura
solitamente un mese. Alla scadenza il banchiere
ambulante restituisce l’intera somma al
risparmiatore,
trattenendo
a
titolo
di
commissione una quota solitamente pari a un
giorno di risparmio. La funzione principale del
banchiere ambulante consiste nel garantire la
sicurezza dei risparmi depositati, anche se non
sono infrequenti gli operatori che oltre a
raccogliere risparmio svolgono anche l’attività
creditizia38.
37
Marguerite S. Robinson, The micro finance
revolution.
Sustainable
finance
for
poor,
IBRD/World Bank, 2001, pagg. 13-16
38
Souleymane Soulama, Micro-finance, pauvreté et
développement, CPI, 2005, pagg. 29-30
2.2.3 Le ROSCA
Una forma più complessa di gestione del
risparmio e del credito è data dalle cosiddette
ROSCA (Rotating Saving and Credit
Associations). Rispetto ai prestatori individuali,
le ROSCA sono strutture collettive39 che
raggruppano soggetti uniti da legami sociali, di
amicizia, vicinato o lavoro. Sebbene vi siano
numerose variabili nei diversi contesti, il
modello di base è il medesimo. Un gruppo di
individui si accorda per contribuire regolarmente
al versamento di una quota fissa di risparmio. Il
totale raccolto viene affidato a turno a tutti i
membri del gruppo. L’ordine di attribuzione
delle somme è deciso congiuntamente o stabilito
per estrazione casuale. La raccolta continua fino
a quando tutti hanno beneficiato delle somme
raccolte40. Grazie a questo semplice meccanismo
gli aderenti possono disporre di uno strumento
finanziario di accumulo del risparmio e nel
momento in cui divengono affidatari del denaro
raccolto, possono disporre in un’unica soluzione
di somme che autonomamente non sarebbero
stati in grado di raccogliere ed effettuare quindi
piccoli investimenti per l’abitazione o l’attività
economica. Per i modelli meno evoluti di
ROSCA, che non consentono di negoziare con
gli altri membri del gruppo l’ordine di
attribuzione delle somme raccolte, il principale
svantaggio del sistema è dato dall’impossibilità
per il singolo di ricevere sempre il denaro nel
momento in cui egli ha effettivamente bisogno.
2.2.4 Le ASCA
Una variante più complessa delle ROSCA è
quella delle ASCA (Accumulating Savings and
Credit Associations). A differenza delle
39
Le ROSCA sono diffuse in moltissimi paesi, in
contesti e con nomi diversi: tontine in Camerun, hui a
Taipei, tanda in Messico, ecc.
40
Beatriz Armendariz de Aghion; Jonathan Morduch,
The economics of microfinance, MIT, 2005, pag. 59
20
ROSCA, nelle ASCA il risparmio raccolto viene
accumulato fino ad una data definita e non viene
quindi conferito a turno ai membri del gruppo.
Alla scadenza i membri decidono se sciogliere
l’ASCA o continuare nella raccolta. Nel primo
caso ad ognuno viene restituito il risparmio
versato più eventuali quote di utile generato dal
fondo
attraverso
l’attività
di
credito.
Quest’ultima può essere effettuata a favore dei
membri o anche all’esterno41.
2.2.5 I Self Help Groups
Simili alle ASCA sono i Self Help group
(SHG)42. Come nel caso delle ASCA, si tratta di
gruppi solitamente composti da donne unite da
legami sociali molto stretti ed aventi un profilo
socio-economico affine. I SHG hanno lo scopo
di condividere e risolvere in comune i problemi
individuali di carattere sociale ed economico. I
gruppi incorporano quindi alcuni meccanismi
propri della microfinanza di raccolta del
risparmio e di concessione dei crediti. A
differenza delle ASCA, i SHG hanno dimensioni
più contenute (da 10 a 20 membri) e hanno un
collegamento forte diretto o mediato da
organizzazioni di livello intermedio con
istituzioni finanziarie locali o nazionali presso le
quali ottengono servizi di sia di risparmio che di
credito. L’esperienza dei SHG è particolarmente
sviluppata in India. Sotto l’ombrello della
National Bank for Agriculture and Rural
Development (NABARD), che fornisce servizi
di supporto tecnico e credito alle istituzioni
finanziarie locali che appoggiano attraverso il
credito i SHG (Bank linkage Programme), nel
paese i beneficiari raggiunti sono stati ben 48,6
milioni di cui quasi 39 milioni erano soggetti
che versavano in situazione di estrema povertà43.
2.2.6 Le CVECA
Il passaggio dalla microfinanza informale a
quella formale si verifica in presenza di attori
che operano attraverso modelli organizzativi più
complessi che richiedono un riconoscimento
legale e in molti casi autorizzazioni aper
l’esercizio dell’attività di intermediazione
finanziaria. E’ questo il caso delle Caisses
Villageoises d’Épargne et de Crédit Autogérées
(CVECA)44. Si tratta di un modello operativo
sviluppato a metà degli anni ’80 dall’ONG
francese CIDR e diffusosi in numerosi paesi
dell’Africa Occidentale. Esso si struttura su tre
livelli: le caisses villageoises, le associazioni
regionali di CVECA e il Service Commun. Al
primo livello, la caisse villageoise assume il
compito di erogare servizi di risparmio e credito
all’interno del villaggio. Si tratta si
un’organizzazione
di
microfinanza
che
appartiene al villaggio, il quale ne gestisce
direttamente le attività e ne assume il controllo e
la governance. La dimensione di villaggio di tali
strutture è confermata dal fatto che i profitti
generati
dall’attività
di
intermediazione
finanziaria sono investiti per la realizzazione di
progetti comunitari (costruzione di scuole,
acquisto di pompe per l’approvvigionamento
idrico ecc.). L’associazione regionale costituisce
il secondo livello del sistema CVECA. Si tratta
di una sorta di unione delle caisses villageoises
che ha il compito di coordinare le attità svolte
alla base e intercettare i crediti esterni necessari
ad alimentare il sistema. Il Service Commun,
43
41
Kim Wilson; Malcolm Harper; Matthew Griffith,
Financial promise for the poor. How groups build
microsavings, Kumarian Press, 2010, pag. 2
42
U. Jerinabi, Micro credit management by women’s
self help groups, DPH, 2006, pag. 20
www.nabard.org
Korotoumou Ouattara; Claudio Gonzalez-Vega;
Douglas H. Graham, Village Banks, Caisses
Villageoises, and Credit Unions: Lessons from
Client-Owned Microfinance Organizations in West
Africa, USAID, 1999, pagg. 27-40
44
21
fornisce a pagamento ai primi due livelli servizi
di supporto tecnico. La metodologia legata
all’erogazione dei servizi segue solitamente
l’approccio savings-first: durante il primo anno
di attività, le casse non ricevono alcuna
dotazione finanziaria per lo sviluppo dei servizi
di credito ma possono fare affidamento solo
sulla loro capacità di raccolta. Quest’ultima si
sviluppa sia attraverso prodotti di risparmio a
vista (non remunerati) che a termine
(remunerati). La metodologia di credito è basata
sul prestito individuale e solitamente prevede
che il beneficiario disponga di garanzie reali
(pegno). Quello delle CVECA risulta essere un
modello finanziario particolarmente efficace in
contesti rurali. La coesione sociale presente
all’interno dei villaggi assicura da un lato una
buona performance in termini di tassi di
rimborso e dall’altro consente di contenere i
costi operativi in quanto la gestione delle attività
è affidata a titolo volontario ai membri stessi
della comunità.
2.2.7 Le banche villaggio
Contemporaneamente alla nascita del modello
CVECA, FINCA ha lanciato lo schema del
village banking45. Anche in questo caso si tratta
di un’associazione auto-gestita da un gruppo di
persone (in numero variabile da 30 a 50) che
svolge l’attività di raccolta e di impiego a favore
dei membri. Il modello prevede che, dopo una
fase di formazione, la banca villaggio riceva a
titolo di prestito il capitale iniziale (external
account) per l’avvio dell’attività di credito da
una sponsoring agency. Tutti i membri della
banca villaggio rispondono in solido della
restituzione del debito, il cui ammontare
corrisponde alla somma dei crediti che la banca
villaggio concederà ai singoli. Nel secondo
ciclo, l’ammontare del credito a favore di ogni
membro è proporzionale al volume dei risparmi
accumulati nel periodo (ad ogni ciclo, il
risparmio versato non può essere inferiore al
20% del credito). In questo modo la banca
villaggio, oltre a disporre di risorse esterne
(external account) può utilizzare per l’attività
creditizia fondi resi disponibili dalla comunità
sottoforma di risparmio (internal account).
2.2.8 Le Financial Services Associations
La finalità propria delle CVECA e delle banche
villaggio di fornire una struttura che mobilizzi le
risorse finanziarie presenti a livello comunitario
viene perseguita anche nel caso delle Financial
Services Associations (FSA)46. Anche le FSA
erogano servizi di risparmio e credito
nell’ambito della comunità locale. A differenza
dei modelli precedentemente presentati, tuttavia,
le FSA basano la propria forza finanziaria
soprattutto sul capitale sociale raccolto presso i
membri. Il modello patrimoniale su cui si basano
le FSA è simile a quello che regge le società per
azioni. Per poter beneficiare dei servizi
dell’associazione
i
singoli
devono
preventivamente acquistare delle azioni,
rivendibili sul mercato locale in caso di recesso.
Le azioni sottoscritte sono da considerarsi veri e
propri investimenti remunerati. Ciò spinge molti
ad acquistare azioni senza richiedere nel
contempo l’accesso ai servizi di credito offerti
dall’associazione. Il capitale raccolto grazie a
tale metodologia ha volumi tali da consentire di
alimentare l’attivo senza l’ausilio di ulteriori
risorse (in Uganda i depositi rappresentano solo
il 20% del portafoglio crediti) e, trattandosi di
capitale di rischio, senza dover adottare
particolari misure prudenziali a salvaguardia dei
45
Joanna Ledgerwood, Microfinance handbook. An
institutional and financial perspective, The World
Bank, 1999, pag. 85
46
Douglas Pearce; Brigit Helms, Financial Services
Associations: the story so far, CGAP, 2001, pag. 5
22
risparmiatori come avviene nell’attività di
raccolta del risparmio.
2.2.9 Le cooperative di risparmio e credito
Un’evoluzione dei modelli basati su strutture
finanziarie comunitarie è quella propria delle
cooperative di risparmio e credito47. Si tratta di
intermediari finanziari non-profit che forniscono
servizi di risparmio e credito all’interno della
cerchia dei soci. Il modello di governance è
quello classico delle cooperative. Organo
supremo è l’assemblea dei soci il cui
meccanismo decisionale è retto dal principio
“una testa - un voto” secondo il quale ogni socio
ha pari potere decisionale indipendentemente dal
numero di quote detenuto. Quello delle
cooperative di risparmio e credito è un modello
efficace per il finanziamento delle micro e
piccole imprese e grazie al suo facile accesso e
all’elevato livello di democrazia interno,
interpreta compiutamente il ruolo di inclusione
finanziaria,
proprio
della
microfinanza,
soprattutto nelle aree rurali. Proprio in tali
contesti esse sono in grado di mobilizzare
efficacemente, sottoforma di risparmio e capitale
sociale, le risorse finanziarie interne alla
comunità ed impiegarle a favore delle attività
produttive locali attraverso crediti individuali. Il
modello consente inoltre di razionalizzare e
ridurre alcuni rischi e categorie di costi
tradizionalmente legati all’intermediazione
finanziaria. L’eleggibilità al credito, è spesso
subordinata ad un propedeutico rapporto di
risparmio con la cooperativa e vincolata
all’esistenza di una proporzione definita tra
deposito personale e ammontare del credito
concesso. Ciò riduce notevolmente i costi di
valutazione del merito creditizio del cliente e il
carico delle garanzie richiesta. Inoltre il
riconoscimento dell’individuo a livello del
gruppo-cooperativa, costituisce un criterio
importante di selezione della clientela e induce
ad una riduzione del rischio d’inadempienza.
Le fonti interne sono spesso integrate da risorse
esterne appartenenti alla rete regionale (Unioni)
o nazionale (Federazioni) delle cooperative di
risparmio e credito che ha inoltre lo scopo di
fornire alle istituzioni di primo livello assistenza
tecnica e servizi di audit, contabilità e gestionali.
A loro volta le organizzazioni di secondo livello
sono riunite sotto il cappello del WOCCU
(World Council of Credit Unions) che
attualmente raggruppa a livello mondiale circa
49 mila cooperative per un totale di 184 milioni
di membri48. Il WOCCU ha il compito di
favorire lo scambio di esperienze e rappresentare
il sistema cooperativo a livello internazionale
attraverso azioni di pressione istituzionale.
2.2.10 Le organizzazioni Non Governative
Passando alle organizzazioni di microfinanza la
cui governance e proprietà non appartiene alla
comunità locale, senza dubbio il modello più
diffuso è rappresentato dalle organizzazioni non
governative (ONG). Si tratta di istituzioni nonprofit che operano solitamente con una
personalità giuridica di tipo associativo. Nel
mondo ci sono attualmente circa 9 mila ONG
operanti nel settore della microfinanza49. Sono
istituzioni che operano spesso a favore di piccole
comunità anche se in molti contesti, essendo il
modello giuridico da esse offerto il più adatto e
agile all’interno di specifici quadri normativi
nazionali, le loro dimensioni possono essere
ragguardevoli. In Bangladesh ad esempio, le
ONG BRAC e Proshika hanno globalmente un
portafoglio attivo di circa 5,6 milioni di clienti.
47
Bernd Banlkenhol, Credit unions and the poverty
challenge:
extending
outreach,
enhancing
sustainability
48
49
www.woccu.org
Financial Access 2010, CGAP.
23
Nonostante il modello consenta di operare con
maggiore semplicità, in quanto slegato da
vincoli imposti alle istituzioni regolamentate
dalle leggi bancarie locali (quali banche o altri
intermediari finanziari autorizzati), esso tuttavia
fatica a svilupparsi se non attraverso un processo
di trasformazione in istituzione di microfinanza
regolamentata spesso oneroso e problematico.
Da un lato il modello associativo implica infatti
una struttura di governance non rappresentativa
della comunità o degli azionisti. Ciò limita
spesso la possibilità di aumentare la forza
patrimoniale
dell’istituzione
attraverso
l’intervento di investitori privati e per contro
perpetua il rapporto di dipendenza finanziaria da
fonti sussidiate (donors internazionali o
governativi). Dall’altro lato, la mancanza di
autorizzazioni specifiche da parte degli enti
nazionali di controllo, impedisce quasi sempre a
questo tipo di organizzazioni di raccogliere
risparmio,
limitando
la
capacità
di
approvvigionamento finanziario a livello locale.
Il citato processo di trasformazione in istituzione
regolamentata implica quindi l’acquisizione
dello status di intermediario finanziario e
l’apertura al mercato. Il processo di
commercializzazione, spesso necessario per
consentire all’ONG di gestire un volume
d’attività sufficiente al raggiungimento del punto
di pareggio, è teso ad attrarre presso i mercati
locali ed internazionali investitori privati e fonti
finanziarie non sussidiate. In questo percorso
molte istituzioni sono costrette ad un
aggiustamento della mission e a perseguire la
sostenibilità economico-finanziaria a discapito
della performance sociale. In altri casi,
un’attenta pianificazione del processo di
sviluppo consente di raggiungere entrambi gli
obiettivi senza quindi tradire il mandato
originario espresso nella mission. In base ai dati
riportati dal Microbanking Bulletin del 2003, su
231 microfinanziarie valutate, ben 139 avevano
raggiunto l’autosufficienza operativa. Di queste,
le 41 che si rivolgevano alla fascia di
popolazione più povera erano anche quelle che
mediamente avevano raggiunto livelli di
redditività superiori. Le stesse istituzioni
avevano inoltre raggiunto un numero di clienti
tre volte superiore di quello servito dalle 139
istituzioni nel loro insieme50.
2.2.11 Le istituzioni finanziarie non bancarie
(NBFI)
A questa categoria corrispondono le entità
finanziarie regolamentate di tipo non bancario
che operano con il target caratteristico della
microfinanza per la fornitura di servizi diversi
dal risparmio quali il credito, leasing,
assicurativi e di trasferimento del denaro. Tra
queste troviamo alcune microfinanziarie di
grandi dimensioni quali ad esempio Shares in
India. Registrata dal 2000 come istituzione
finanziaria non bancaria, Shares nel 2009 gestiva
un portafoglio crediti attivi pari a 490,9 milioni
di dollari statunitensi e 2,4 milioni di prestatari
attivi51.
Come nel caso delle ONG, anche le istituzioni
finanziarie non bancarie godono di una
maggiore flessibilità operativa rispetto alle
banche commerciali grazie al minore controllo
da parte delle autorità centrali. Nei paesi che si
sono dotati di una specifica normativa volta a
regolamentare e a favorire lo sviluppo del settore
della microfinanza, le istituzioni non bancarie
hanno inoltre la possibilità di sviluppare propri
modelli organizzativi, operativi e una struttura
patrimoniale in linea con le caratteristiche più
favorevoli al raggiungimento del mercato di
riferimento. Per contro, in contesti nazionali nei
quali il quadro giuridico di riferimento non
50
51
www.mixmarket.org
www.mixmarket.org
24
contempli ancora disposizioni dedicate al
settore, le microfinanziarie debbono adattarsi
alla normativa vigente, spesso troppo restrittiva
soprattutto in termini di consistenza patrimoniale
minima necessaria, non compatibile con i
volumi d’impiego gestiti dalle istituzioni con
dimensionamento ridotto. In ogni caso le leggi
bancarie nazionali solitamente non consentono
alle istituzioni di microfinanza di tipo non
bancario di erogare particolari servizi per i quali
è richiesto un maggior grado di tutela nei
confronti dei clienti, quali ad esempio il
risparmio.
2.2.12 Il settore bancario
Solo più di recente il settore bancario si è
affacciato al mercato della microfinanza. Ciò è
avvenuto in parte come effetto del processo di
trasformazione di alcune istituzioni di
microfinanza che nel loro percorso di sviluppo,
hanno ritenuto che il modello bancario fosse
quello più congeniale per la gestione di grandi
volumi d’impiego, per meglio attrarre investitori
e sul lato delle fonti per affiancare alle risorse
del sistema finanziario locale e internazionale
anche il risparmio e altri prodotti di raccolta. La
prima istituzione ad avere battuto tale strada è
stata la boliviana BancoSol. Nel 1992 l’ONG
PRODEM, ACCION International, Calmeadow
Foundation e altri investitori, tra i quali alcune
banche locali, hanno dato vita a BancoSol, la
prima banca commerciale dedicata alla
microfinanza. Nel 1997 BancoSol è stata la
prima banca del settore a distribuire dividendi
agli azionisti. Oggi la banca gestisce un
portafoglio di più di 350 milioni di dollari
statunitensi, quasi 130 mila prestatari e
risparmio per 343 milioni di dollari.
In altri contesti la microfinanza è nata e si è
sviluppata da subito utilizzando tra gli altri il
canale bancario come nel caso di molti paesi
dell’Europa Centrale dell’Est e dei Nuovi Stati
Indipendenti. Nella regione ben il 36% dei
microcrediti attivi e il 32% dei micro-depositi è
gestito dal settore bancario, attraverso le banche
di microfinanza e le banche commerciali52.
In altri paesi le banche hanno iniziato ad operare
nel settore solo successivamente, attratte dai
crescenti livelli di redditività e maturità del
comparto, dalla possibilità di intercettare fondi
provenienti da investitori sociali, raggiungere
nuove fasce di clienti non servite da altri
competitors e attuare strategie di cross-selling
che consentono di fornire alle micro e piccole
imprese diversi servizi collegati al credito53. In
contesti economici favoriti da un quadro
giuridico favorevole, la strategia di downscaling
operata dalle banche, ovvero di orientamento di
alcuni servizi specifici al segmento caratteristico
della microfinanza (attraverso l’adozione di
modelli di gestione e metodologie di erogazione
dei servizi appropriati) ha consentito di
raggiungere risultati apprezzabili sia in termini
di redditività che di espansione del volumi di
credito e risparmio. E’ questo il caso del Banco
del Pichincha in Ecuador. La banca in
considerazione della bassa produttività di alcune
agenzie e a seguito della profonda crisi
economica del paese, nel 1999 decise di
intraprendere una nuova strategia volta ad
individuare e soddisfare i bisogni finanziari della
microimpresa,
segmento
quest’ultimo
precedentemente trascurato sia nell’offerta di
servizi di credito che di risparmio. Nello stesso
anno
fondò
Credi
Fe
Desarrollo
Microempresarial S.A (CREDIFE). Nel 2003
52
Sarah Forster; Seth Greene; Justyna Pytkowska,
The state of microfinance in Central and Eastern
Europe and the New Independent States, CGAP,
2003, pag. 27
53
Development Alternatives, Inc., Banking the
Underserved: New Opportunities for Commercial
Banks, DFID, 2005, pag. 6
25
l’istituzione gestiva un portafoglio attivo pari a
3,5 milioni di dollari e circa 9 mila clienti. Nel
2008 il portafoglio era passato a oltre 250
milioni di dollari a favore di circa 100 mila
clienti54.
Le banche commerciali oltre ad intervenire
direttamente a favore del target raggiunto
tradizionalmente dalle microfinanziarie, hanno
la possibilità di intervenire indirettamente verso
tale clientela. Nel mondo le banche commerciali:
acquistano quote azionarie di istituzioni di
microfinanza (la Jammal Trust Bank e il Credit
Libanais detengono quote di capitale della micro
finanziaria Ameen); gestiscono programmi di
microfinanza attraverso istituzioni di livello
intermedio (l’indiana ICICI, gestisce operazioni
di microcredito attraverso i self help group o le
microfinanziazie locali); svolgono attività di
credito a favore delle istituzioni di microfinanza
in singoli paesi (è il caso della Raiffeisen Bank a
favore di alcune istituzioni di microfinanza
bosniache); forniscono servizi di front office e di
gestione della tesoreria di programmi di
microfinanza (la Garanti Bankasi gestisce questo
tipo di servizio a favore di Maya Enterprise for
Microfinance).
2.3
Le metodologie di credito
La scelta di una metodologia appropriata e
sostenibile
è
strettamente
legata
alle
caratteristiche del target group di clienti (gruppo
di clienti meta), del contesto locale (economico,
sociale, politico e legale) e degli obiettivi
specifici del programma di microcredito. Per
questa ragione non esistono mai metodologie
esattamente uguali di microcredito.
54 Marguerite Berger; Lara Goldmark;Tomás Miller
Sanabria, An inside view of Latin American
microfinance,
IADB,
2006,
pag,
84;
www.credife.com
Tuttavia, tutte le metodologie adottate dai
programmi o Istituzioni di Microfinanza (IMFs)
possono essere classificate in due grandi
categorie:
1.
2.
Credito individuale. Metodologie che
prevedono l’erogazione del credito a
individui: i crediti sono garantiti attraverso
garanzie reali o da garanzie personali.
Credito
attraverso
un
gruppo.
Metodologie che prevedono l’erogazione
dei prestiti attraverso un gruppo (Peer
Lending): sono gli stessi membri del gruppo
a garantire la restituzione del prestito.
La principale differenza
metodologie riguarda i
garanzia55.
fra queste due
meccanismi di
2.3.1 Credito individuale
Questa forma di microcredito è quella più vicina
alla metodologia di credito utilizzata dalle
banche commerciali. Questa metodologia è
efficace in programmi di microcredito calati nel
contesto urbano e verso attività economiche
production-oriented56 (TAB. 2). Il credito
individuale si adatta meglio alle piccole imprese
più che alle attività generatrici di reddito.
Permette di creare prodotti finanziari adatti alle
caratteristiche del cliente e dei bisogni del suo
business57.
55
J. Ledgerwood, Microfinance Handbook, The
World Bank, 1999.
56
Microfinance Distance Learning Course Heather
Clar, Special Unit for Microfinance, UNCDF,
Settembre 2002; Principles of Financially Viable
Lending
To
Poor
Entrepreneurs,
USAID
Microenterprise Development Brief Number 3,
Febbraio 1995.
57
Evolution of Credit Methodologies Concept Paper,
Microenterprise Best Practices, Concept Paper
Number 12, Marzo 1997.
26
TAB. 2: Credito individuale: elementi di
sintesi
GRAF. 2: Metodologie di credito di gruppo
Tipo di cliente. Individui che lavorano nel settore
informale che hanno bisogno di capitale circolante
(working capital) o di credito per immobilizzazioni di
investimento (fixed assets). Microimprese urbane e/o
piccole imprese agricole.
Relazione del loan officer con il cliente. Molto stretta
in ogni fase del rapporto creditizio.
Approvazione del prestito. Basata sull’attenta analisi
del “business” del cliente e della sua capacità
complessiva di rimborso (si considerano il bilancio
famigliare). Analisi finanziaria, delle proiezioni e del
flusso di cassa.
Caratteristiche
principali.
Sono
flessibili
per
Fonte: Waterfield, Charles; Duval, Ann, CARE
Savings and Credit Sourcebook, CARE, 1996,
capitolo 6.
rispondere ai particolari bisogni dei clienti. La durata,
la frequenza dei pagamenti e gli importi possono
variare a seconda delle esigenze del cliente e del suo
business.
Normalmente sono crediti più costosi di quelli di
gruppo, ma meno costosi rispetto a quelli applicati dal
settore formale.
Garanzie. Garanzie reali (se possibile) e/o co-garanti.
Risparmio. Non essenziale. Alcune IMFs richiedono
un risparmio obbligatorio legato al rimborso completo
del prestito (forma di “fondo di garanzia”).
Assistenza Tecnica o Training. Assente o minima da
parte del loan officer.
2.3.2 Credito attraverso un gruppo
A differenza dei programmi di prestito
individuale, che generalmente tendono a seguire
lo stesso approccio, vi è un'ampia variabilità
metodologica tra i programmi di prestito di
gruppo (GRAF. 2).
Una distinzione all’interno della metodologia dei
prestiti di gruppo riguarda l’aspettativa di una
futura indipendenza del gruppo dal programma
di microcredito.
2.3.2.1 “Solidarity Group”: Il modello
Grameen Bank
Questo modello (sviluppato dalla Grameen Bank
in Bangladesh e prevalente in Asia) prevede la
formazione di gruppi solidali di 5 membri (non
legati a livello famigliare), incorporati in
“Village Centers” composti fino a 8 gruppi. I
Village Centers sono a loro volta riuniti in
“Regional Branch Offices”. I membri a tutti i
livelli assumono la responsabilità di gran parte
della gestione dei servizi finanziari.
Caratteristica peculiare del modello Grameen
(TAB. 3) è l’incorporazione di forti elementi
sociali, quali ad esempio l’adesione ai principi
promossi dall’organizzazione e la creazione di
“fondi di emergenza” gestiti dai “Village
Centers” per far fronte ai bisogni dei membri.
Questo approccio funziona in aree rurali ad alta
densità di popolazione, dove le comunità sono
sufficientemente stanziali e la cultura locale
permette la creazione di gruppi di persone.
27
TAB. 3: Modello Grameen Bank: elementi di
sintesi
Tipo di cliente. I clienti sono spesso donne che
gestiscono attività simili alle attività generatrici di
reddito commerciali e/o agricole.
Relazione del loan officer con il cliente.
Relativamente scarsa. Il loan officer fa visite
periodiche ai clienti e verifica le informazioni
fornite.
Approvazione del prestito. La valutazione del
credito è fatta dai gruppi o dai centri. Il loan officer
verifica l’attendibilità del credito.
Caratteristiche principali. I prestiti sono di breve
periodo (6-12 mesi). I membri del gruppo possono
richiedere somme più elevate via via che i cicli
2.3.2.2 “Solidarity Group”: Il modello latino
americano
Il modello latino americano di gruppi solidali
(sviluppato da ACCION International e poi
adattato da molte IMFs) utilizza il gruppo
prevalentemente come meccanismo di garanzia
per la puntuale restituzione del prestito (TAB.
4). Questa metodologia prevede l’utilizzo di
piccoli gruppi composti da 4 a 7 membri. Ha un
buon successo in ambiente urbano e semiurbano, in particolare in aree in cui è presente un
mercato. Questa metodologia adotta di solito un
approccio minimalista, anche se alcuni
programmi prevedono un training di base sulla
gestione d’impresa.
finanziari si chiudono con successo. L'ammontare è
basso rispetto al credito individuale e non supera i
1,000 dollari). Oltre ai tassi d’interesse il cliente
paga
ulteriori
commissioni
e
il
risparmio,
accrescendo il costo reale del prestito. L’ordine di
accesso al credito è stabilito dal gruppo a rotazione:
generalmente due membri per il primo prestito, due
per il successivo e uno per l’ultimo di solito destinato
al leader del gruppo). I fondi raccolti attraverso le
commissioni e il risparmio sono utilizzati per altri
investimenti o per il consumo familiare.
Garanzie. Nessuna. Garanzia Solidale di tutti i
prestiti: nessun membro del gruppo può ottenere
prestiti ulteriori se prima tutti i membri non hanno
restituito la somma ricevuta.
Risparmio.
Obbligatorio.
I
membri
devono
risparmiare per un minimo di 8-10 settimane prima
di poter accedere ai prestiti. Il fondo così creato serve
ai membri per ottenere prestiti al consumo.
Assistenza
tecnica
o
Training.
Minima.
Orientazione base prima del credito da parte del loan
2.3.2.3 Le organizzazioni basate sulle
comunità: I Community-Managed Loan Fund
(CMLF)
Village banking. È una metodologia sviluppata
dalla Foundation for International Community
Assistance (FINCA). Una Village Bank è
costituita da 25-50 membri, spesso donne. La
banca è finanziata attraverso la mobilizzazione
di fondi all’interno del gruppo (internal
account), così come da prestiti provenienti da
istituzioni finanziarie esterne (external account)
(TAB. 5). L’internal account è composto di
risparmio dei membri, capitale accumulato per
interessi, e diviene gradatamente più consistente,
sganciandosi progressivamente dalla necessità di
attingere all’external account. Questo approccio
ha dimostrato una particolare efficacia in
contesto rurale tra le attività generatrici di
reddito (Income Generating Activities)58.
officer.
Caratteristiche del gruppo. Sono gruppi autoselezionati: i membri non devono essere parenti e
devono avere lo stesso background socio-economico.
Richiesta la presenza a riunioni settimanali.
58
D. Luppi, Le metodologie del microcredito,
Seminario di studio Caritas Italiana, Consorzio
Etimos, Marzo 2004.
28
TAB. 4: Modello Latino-Americano: elementi
di sintesi
TAB. 5: CMLF: elementi di sintesi
Tipo di cliente. I clienti sono di solito donne
reddito molto basso (ma con capacità di risparmiare)
commercianti che ricevono prestiti molto piccoli per
che gestiscono attività generatrici di reddito in zone
capitale circolante (working capital).
rurali.
Relazione del loan officer con il cliente.
Relativamente stretta. Contatto diretto con i clienti
Relazione del loan officer con il cliente. Relazione
sia prima dell’approvazione che durante il rimborso.
account).
Approvazione del prestito. Eseguita dal loan
Approvazione del prestito. I prestiti di gruppo
officer. Minima analisi del progetto.
vengono
Caratteristiche principali. I nuovi membri ricevono
individuali sono analizzati dal gruppo attraverso un
inizialmente piccole somme di ammontare uguale,
apposito comitato eletto dal gruppo.
ma c’è una certa flessibilità nei cicli successivi. I
Caratteristiche principali. Il prestito di gruppo è
membri del gruppo possono richiedere somme più
costituito dalla somma dei prestiti individuali. I
elevate via via che i cicli finanziari si chiudono con
prestiti sono erogati in cicli successivi (10-12 mesi)
successo (l’ammontare non supera di solito i 1,000
con pagamenti alla fine del ciclo. Il primo prestito è
dollari). I tassi d’interesse sono alti e vengono
molto basso e di solito non supera i 100 dollari. Il
caricate anche delle commissioni. A volte si crea un
tasso d’interesse sul credito esterno è alto. Le
fondo di emergenza: parte degli interessi raccolti
condizioni per i prestiti individuali interni sono
viene utilizzata per la costituzione di fondi destinati
legate alle condizioni ottenute nel prestito esterno (i
alla salute o a garanzia parziale dei mancati
termini sono più brevi e a interessi più elevati).
pagamenti.
Garanzie. Nessuna. Garanzia Solidale: pressioni
Garanzie. Nessuna. Garanzia Solidale di tutti i
esercitate dal gruppo. Se un membro non restituisce
prestiti. Nessun membro del gruppo può ottenere
quanto ricevuto, il debito ricade su tutti gli altri
prestiti ulteriori se prima tutti gli altri non hanno
membri (o sui risparmi accumulati).
restituito la somma ricevuta.
Risparmio. Obbligatorio. Parte essenziale della
Risparmio. Spesso è richiesto ai clienti di versare
metodologia. I membri devono iniziare molto tempo
una quota di risparmio obbligatorio (di solito
prima di entrare nel gruppo. In genere si richiede
trattenuta alla fonte) che serve in genere come
all’individuo di risparmiare il 20% di quanto ricevuto
“fondo di garanzia” finale per ripagare il prestito.
a prestito in ogni ciclo.
Raramente
Assistenza Tecnica o Training. Orientamento base e
sono offerti prodotti di risparmio
Tipo di cliente. I clienti sono spesso donne di
limitata (soprattutto legata alla gestione dell’external
valutati
dal
loan
officer.
I
prestiti
volontario.
training nei primi cicli e successivamente solamente
Assistenza Tecnica o Training. Minima. Training di
al bisogno. Alcune istituzioni di microfinanza hanno
base sulla gestione d’impresa
aggregato
Caratteristiche
del
gruppo.
Gruppi
auto-
alcuni
programmi
educativi
(salute,
nutrizione, etc.) facendo pagare una commissione
selezionati: i membri non devono essere parenti e
addizionale al gruppo.
devono avere lo stesso background socio-economico.
Caratteristiche del gruppo. Controllo democratico
e amministrazione autosufficiente. Indipendenza di
solito raggiunta nell’arco di tre anni. Autonomia
nella selezione dei membri. Riunioni regolari
(settimanili o bi-settimanali o mensili).
29
I revolving loan funds. Le Community
Managed Revolving Loan Funds (CMRLF) sono
gruppi finanziari informali composti da 30-100
membri, spesso donne. Possono essere
paragonate a piccole banche che mobilizzano i
propri fondi e tendono a diventare nel tempo
istituzioni indipendenti. Ai membri è richiesto di
risparmiare, anche se la fonte finanziaria
principale proviene dall’esterno (prestito o
donazione). Gli individui entrano nel gruppo per
iniziare una propria attività economica. Questo
modello ha grande successo sui segmenti più
poveri della popolazione (TAB. 6).
Caisses Villageoises d’Épargne et de Crédit
Autogérées (CVECA). È una metodologia
sviluppata dalla ONG francese “Centre for
International Development and Resarch”. Le
associazioni di credito e risparmio sono molto
simili alle CVECA (TAB. 7).
TAB. 7: CVECA: elementi di sintesi
Tipo di cliente. I clienti si trovano in aree rurali,
sono sia uomini che donne, con basso o medio
reddito e con capacità di risparmiare.
Relazione del loan officer con il cliente. Molto
limitata.
Approvazione del prestito. Nessun prestito esterno
TAB. 6: CMRLF: elementi di sintesi
al
Tipo di cliente. I clienti sono individui con reddito molto
internazionale. I prestiti interni individuali sono
basso (ma con capacità di risparmiare) che gestiscono
analizzati dal gruppo attraverso un apposito comitato
attività simili alle attività generatrici di reddito.
eletto dal gruppo.
Relazione del loan officer con il cliente. Relativamente
Caratteristiche principali. Condizioni di prestito
molto limitata. Soprattutto legata ai prestiti di gruppo.
interne flessibili (di solito prestiti di breve durata e
Approvazione del prestito. I prestiti di gruppo vengono
per capitale circolante). Spesso l’ammontare prestato
valutati dal loan officer. I prestiti individuali sono
è proporzionale a quanto risparmiato dall’individuo.
analizzati dal gruppo attraverso un apposito comitato eletto
Il tasso d’interesse è spesso molto elevato.
dal gruppo.
Garanzie.
Caratteristiche principali. Il prestito di gruppo è basato
discrezione del gruppo. Il risparmio costituisce la
sul capitale iniziale raccolto. Il prestito (più spesso
forma privilegiata di garanzia. Pressioni esercitate
donazione) al gruppo è un multiplo del capitale raccolto
dal gruppo (conoscenza personale).
internamente (2/1 3/1). Il prestito individuale è piccolo e
Risparmio. Obbligatorio. Parte essenziale della
non supera i 100 dollari. Condizioni di prestito flessibili.
metodologia. Vengono offerti vari tipi di prodotti di
Termine fino a 2 anni con un periodo di grazia (grace
risparmio volontario.
period).
Assistenza Tecnica o Training. Ruolo principale
Garanzie. Garanzia a livello individuale a discrezione del
dell’organizzazione internazionale. Training e AT
gruppo. Garanzia Solidale: pressioni esercitate dal gruppo.
viene fornita al management della Associazione e
Se un membro non restituisce quanto ricevuto, il debito
spesso anche agli individui soprattutto per start-up
ricade su tutti gli altri (o sui risparmi accumulati).
businesses.
Risparmio. Spesso richiesto.
Caratteristiche del gruppo. Controllo democratico.
Assistenza Tecnica o Training. Minima.
Amministrazione autosufficiente.
Caratteristiche del gruppo. Controllo democratico.
Indipendenza.
Amministrazione autosufficiente. Indipendenza di solito
membri.
raggiunta nell’arco di tre anni. Autonomia nella selezione
federazioni di gruppi.
dei membri.
gruppo
da
Garanzia
parte
a
Autonomia
Riunioni
dell’organizzazione
livello
nella
regolari.
individuale
a
selezione
dei
Formazione
di
30
La differenza principale consiste nel peso che in
questo caso assume il risparmio dei membri.
L’associazione
può
essere
da
subito
indipendente finanziariamente. In questo caso il
ruolo dell’organizzazione internazionale è di
sola assistenza tecnica. Le associazioni di
credito e risparmio sono simili a delle
cooperative di risparmio e credito nella loro fase
iniziale.
GRAF. 3: Produttività dei Loan Officer per
metodologia
2.3.3 Il dibattito
Un’Istituzione di Microfinanza (IMF) deve
adeguare la metodologia di microcredito per
adattarla al mercato, soppesandone vantaggi e
svantaggi. Le questioni principali sono:
• Quale metodologia di prestito offre un
servizio più efficiente?
• Quale metodologia risponde meglio alle
esigenze del cliente?
• Quale metodologia aiuta meglio l’IMF a
gestire il rischio?
I crediti di gruppo (group lending) sono in grado
di offrire un modo efficace di raggiungere un
gran numero di clienti poveri che non
possiedono tradizionali forme di garanzia
consentendo all’IMF di trasferire alcuni costi di
gestione e una parte del rischio di credito agli
stessi membri del gruppo.
Molti aspetti delle metodologie di gruppo
consentono di risparmiare tempo e denaro
all’IMF includendo caratteristiche come la
valutazione (screening) di gruppo, un’unica
erogazione del credito e un unico rimborso da
parte del gruppo: tutto questo abbassa i costi di
transazione per l’IMF permettendogli di gestire
un certo numero di prestiti attraverso un solo
singolo contatto (GRAF. 3).
Fonte: Microfinance Information Exchange (MIX),
Dicembre 2008 (www.mixmarket.org).
Tuttavia, in alcuni casi un’IMF potrebbe
spendere più tempo e denaro cercando di
organizzare e coordinare i gruppi piuttosto che
erogare singoli prestiti agli stessi clienti. La
responsabilità solidale del gruppo o di una
village bank permette a un’IMF di ridurre anche
il suo rischio di credito. Tuttavia, quando alcuni
clienti cominciano a contrarre prestiti più grandi,
i clienti con prestiti di minori dimensioni che
fanno parte dello stesso gruppo sono meno
disposti a sottoscrivere una responsabilità
solidale e congiunta con gli altri membri. D’altra
parte il prestito di gruppo potrebbe non
soddisfare le esigenze di alcuni che
preferirebbero un prestito individuale, contando
più sulla loro capacità di rimborsare il debito,
piuttosto che assumere il rischio di una garanzia
solidale. Per queste ragioni molte IMFs hanno
sviluppato e introdotto parallelamente prodotti di
credito individuale, mentre altre istituzioni
hanno sviluppato un prodotto di credito
individuale per i buoni clienti che crescono e si
“laureano” attraverso le metodologie di gruppo.
Questo secondo approccio, sempre più
31
utilizzato, offre all’IMF una storia di credito su
cui basare la propria decisione di erogazione del
prestito individuale. I prodotti di credito
individuale permettono una maggiore flessibilità
per rispondere ai particolari bisogni della
clientela.
Come
già
menzionato
precedentemente le condizioni e gli importi
possono variare a seconda del tipo di
finanziamento richiesto e possono essere più
affini alle esigenze del cliente. Tuttavia, i crediti
individuali normalmente sono più costosi di
quelli di gruppo in quanto prevedono un’analisi
più dettagliata da parte del personale dell’IMF
che riguarda in particolare l'analisi del business
del cliente, delle opportunità di investimento e
più in generale della capacità di rimborso dello
stesso cliente includendo un’analisi del bilancio
famigliare.
In generale, le IMFs tendono ad offrire prestiti
individuali per importi maggiori, o erogare
prestiti individuali utilizzando una riunione di
gruppo come un luogo comodo per l'erogazione
piuttosto che utilizzare il gruppo come un
meccanismo di garanzia. Se i clienti rimborsano
senza ritardi per i prestiti successivi si possono
ridurre i tempi di erogazione migliorandone
l’efficienza e la produttività.
32
3. LA SITUAZIONE ATTUALE
3.1
Commercializzazione e crescita
Le stime della domanda potenziale di servizi di
microfinanza si basano tipicamente sulle
statistiche relative alla dimensione della povertà.
La Banca Mondiale ha stimato che nel 2005 1,4
miliardi di persone vivessero con meno di 1,25
USD al giorno – che costituisce una misura della
soglia di povertà - mentre 2,6 miliardi
disponevano di meno di 2 USD al giorno. Lo
scoppio della crisi finanziaria globale ha
interrotto dopo molti anni il processo di
riduzione dell’incidenza dei fenomeni di povertà
(passata dal 52 al 25% della popolazione
mondiale tra il 1980 e il 2005): nel corso del
2010 la stessa Banca Mondiale stima che il
numero di persone con un reddito inferiore ai
1,25 USD al giorno sia cresciuto di 64 milioni di
unità. Nel complesso, attualmente vi sarebbero
560 milioni di famiglie al di sotto della soglia di
povertà 59. Di queste si stima che meno del 18%
abbia accesso a servizi finanziari, con sostanziali
differenze tra le varie regioni. L’Asia, con una
copertura del 47,1% delle famiglie povere, ha il
tasso di copertura più elevato, seguito
dall’America Latina (14,9% delle famiglie
povere) e in ultimo Africa e Medio Oriente con
il 9,4% ed Europa e Asia Centrale con il 2,3%.
Come già detto, nei paesi in via di sviluppo le
microimprese rappresentano la principale fonte
di impiego per persone indigenti. In termini di
importanza economica, le microimprese
rappresentano l’80% del totale delle imprese (di
cui il 50% localizzate in aree urbane) che
contribuiscono alla formazione del 20% del PIL
dei paesi in via di sviluppo ed emergenti.
59
Chen, S e Ravallion, M. The developing world is
poorer than we thought, but no less successful in the
fight against poverty, Policy Research Working Paper
Series 4703, The World Bank, 2008
Questi numeri fanno comprendere l’importanza
della microfinanza non solo sotto il profilo della
povertà, ma anche per quanto riguarda l’intera
economia di un paese. Nel contesto mondiale
odierno la domanda stimata per servizi di
microfinanza di individui, questa si attesta tra 1
e 1,5 miliardo di persone, cui vanno aggiunti i
potenziali clienti costituiti da persone che non
vivono sotto la soglia di povertà.
Nonostante l’industria della microfinanza sia
stata caratterizzata nell’ultimo quindicennio da
tassi di crescita molto elevati (ad eccezione degli
anni più recenti associati alla crisi finanziaria
internazionale), il tasso di penetrazione si attesta
a circa il 20%60 della popolazione target. Questi
numeri dimostrano l’elevato potenziale di
crescita del settore e di conseguenza la
potenziale domanda di finanziamenti. E’ stato
stimato che tale bisogno corrisponderebbe ad un
volume di almeno 250 mld. di USD. Inoltre, le
condizioni demografiche ed economiche dei
paesi in via di sviluppo, come gli elevati tassi di
crescita della popolazione, l’elevata quota di
giovani, la scarsità di capitale umano
adeguatamente formato, la crescente migrazione
verso zone urbane, e la conseguente incapacità
di assorbire la crescente offerta di lavoro da
parte del settore formale, suggeriscono che la
potenziale domanda di clienti di microfinanza
crescerà ulteriormente.
Dal lato dell’offerta, si stima che esistano circa
10.000 IMF nel mondo che includono tipologie
molte diverse di istituzioni: dalle ONG alle
cooperative di credito e risparmio, dalle
finanziarie alle banche commerciali61. Alla fine
del 2007, le 3.552 IMF che riportavano i loro
dati al Microcredit Summit, avevano raggiunto
un totale di 155 milioni di clienti, di cui 106
60
Dieckmann, R., Microfinance: An emerging
investment opportunity, Deutsche Bank, 2007.
61
Trends in Microfinance, 2010 – 2015, www.microned.nl, 2009.
33
sotto la soglia di povertà assoluta, per un
ammontare totale di prestiti di 40 miliardi di
USD62. Negli ultimi anni, prima dello scoppio
della crisi finanziaria, i principali indicatori di
attività del settore sono cresciuti in media del
20-30% all’anno. Tagikistan, Azerbaijan,
Kenya, Pakistan, e Bosnia Erzegovina
crescevano addirittura a tassi dall’80% al 50%
ogni anno. In termini di distribuzione per aree
geografiche, quasi il 50% delle IMF si trova in
Asia e nel Pacifico. Segue l’Africa SubSahariana con il 28%, l’America Latina con il
17%, l’Europa Orientale e l’Asia Centrale con il
6% e infine il Medio Oriente e il Nord Africa
con appena l’1%. In relazione invece alla
grandezza delle IMF, troviamo le maggiori
istituzioni in Asia e Pacifico, soprattutto
Bangladesh, India e Indonesia ma anche in
Messico e Perù. Tra le 10 istituzioni con il
maggior numero di clienti infatti, 7 si trovano in
Asia e Pacifico e 3 in America Latina. Oltre che
per la diversa densità, la microfinanza si
differenzia nelle varie regioni anche per altri
aspetti. Generalmente le IMF in Asia e Pacifico
si rivolgono a poveri residenti in zone rurali e a
microimprenditori. In America Latina le IMF
sono per lo più entità regolate e formali con una
consolidata tendenza alla commercializzazione.
Le IMF in Medio Oriente e Nord Africa invece
dipendono ancora da finanziamenti sussidiati. In
Africa Sub-Sahariana in alcuni paesi vi è una
prevalenza di istituzioni formali, in alcuni di
ONG e in altri ancora, come l’Africa
Occidentale, di cooperative. Peraltro è possibile
ravvisare profonde differenze anche tra paesi
della stessa regione. In America Latina, ad
esempio, la microfinanza è maggiormente
sviluppata e competitiva in piccoli paesi come
Perù e Bolivia mentre è molto meno presente in
grandi paesi come Brasile e Messico63.
Gli esperti del settore concordano sul fatto che,
per diminuire il gap esistente tra domanda e
offerta nel settore della microfinanza, le IMF
abbiano bisogno di accedere a finanziamenti
erogati dal settore privato, dal momento che
risorse derivanti da donazioni e agenzie di
sviluppo multilaterali, sono insufficienti a
coprirlo. Una tendenza che si sta manifestando
con crescente intensità.
A seconda della fase evolutiva e della forma
legale in cui si trovano, le IMF possono fare
ricorso a differenti modalità di finanziamento: a
titolo di debito, attraverso la raccolta di depositi
dal pubblico, o attraverso il ricorso al
finanziamento esterno (in varie forme); a titolo
di capitale proprio, invece, attraverso donazioni,
autofinanziamento con l’impiego di utili non
distribuiti o mediante l’ingresso di nuovi
investitori nel capitale. Per quanto riguarda il
ricorso a fonti esterne di finanziamento, la
raccolta di depositi conta per il 43%, così come
il sistema finanziario locale (43%) mentre gli
investimenti esteri per il 14%.64
Dal momento che le IMF inizialmente si
concentravano sulla propria missione sociale,
ovvero sul supporto ai poveri attraverso
l’accesso al credito, esse erano finanziate
principalmente attraverso donazioni, fondi
sussidiati da parte di agenzie di sviluppo e
donatori privati. Nel corso degli anni, alcune
IMF hanno iniziato a trasformarsi in istituzioni
finanziarie formali, fino a vere e proprie banche
o istituzioni regolate. Questo trend si è
sviluppato in seguito alla constatazione che la
trasformazione di un’istituzione formale aiuta a
raggiungere la sostenibilità operativa e
63
62
Sam Daley-Harris, State of the Microcredit Summit
Campaign Report, 2009.
Hsu Ming-Yee, The International Funding of
Microfinance Institutions: An Overview, Ada, 2007
64
Dieckmann, R., op. cit., Deutsche Bank, 2007
34
finanziaria, dal momento che facilita l’accesso a
finanziamenti commerciali e la raccolta di
risparmio; un fattore che, a sua volta, aiuta a
diminuire i costi legati al finanziamento.
Il crescente focus sul raggiungimento della
sostenibilità e della redditività da parte delle
IMF, ha quindi contribuito all’ormai attuale
tendenza verso la trasformazione delle IMF in
entità regolate e in società di capitali. Negli anni
ottanta, i principali attori operavano in forma di
ONG specializzate o multi-obiettivo e fornivano
con successo servizi di credito. Nel 1989,
PRODEM in Bolivia fu la prima IMF a iniziare
il processo di trasformazione da ONG a IMF
regolata, diventando Bancosol nel 1992. Dagli
anni novanta il settore della microfinanza fu
caratterizzato da una sempre maggiore tendenza
alla trasformazione delle IMF in entità regolate,
strategia questa che consente di migliorare la
sostenibilità economico-finanziaria, che, a sua
volta, consente di espandere l’outreach e
rendersi maggiormente indipendenti da donatori
esterni.
Grazie a tale processo di trasformazione,
l’istituzione di microfinanza è in grado di
migliorare la capacità di recupero dei costi
operativi (ad esempio attraverso la raccolta di
risparmio che consente di ridurre notevolmente i
costi legati ai finanziamenti), per raggiungere
successivamente la sostenibilità operativa e
finanziaria, e accedere di conseguenza a fonti di
finanziamento commerciali che la porteranno di
fatto all’interno del sistema finanziario
formale65.
La grande varietà di IMF può essere ricondotta
ad una classificazione in quattro categorie,
65
Langer, W., The role of private sector investment
in international microfinance and the implications of
domestic
regulatory
environments,
http://www.dwmarkets.com/philosophy/resources.ht
ml
individuate
in
base
al
grado
commercializzazione raggiunto (GRAF. 1).
di
GRAF. 1: Tipi di IMF in base al livello di
commercializzazione
Fonte: Meehan, Jennifer, Tapping the Financial
Markets for Microfinance, Grameen Foundation USA
Working Paper Series, 2004
Se le due categorie più in alto includono le IMF
più sviluppate, la maggior parte delle IMF si
trova in realtà nelle categorie 3 e 4,
comprendendo circa il 90% di tutte le istituzioni
del settore. Ciononostante, in termini di
outreach, le istituzioni nel livello 1 hanno il
maggior numero di clienti e possiedono la
maggior parte degli assets. Le istituzioni nei due
livelli più alti della classificazione, che si sono
trasformate in strutture più formali, stanno
sempre più attirando l’attenzione e l’interesse di
banche commerciali e istituzionali e investitori
privati. Solo il 2-3% delle IMF sono mature e
sostenibili, mente un 7-8% hanno buone
prospettive di diventarlo. Dato che questo tipo di
IMF sono le più remunerative e sono
generalmente gestite da un management esperto,
gli investitori privati le considerano come le più
appropriate ad assorbire fondi da canalizzare poi
a clienti. Le istituzioni appartenenti alle prime
due categorie, pertanto, stanno conoscendo una
fase di continuo consolidamento mentre le
35
istituzioni che rientrano nelle due categorie
inferiori incontrano, in particolare quelle del tier
3, difficoltà nell’accedere a finanziamenti. La
categoria 4, per contro, è caratterizzata da startup, per lo più non redditizie.66
Il settore della microfinanza si sta dunque
commercializzando sempre di più. Quando si
parla di commercializzazione del settore della
microfinanza, si intende quel processo per cui
l’accesso alle riscorse finanziarie avviene
sempre più a condizioni di mercato e non più a
condizioni preferenziali. In pratica, la
microfinanza sta gradualmente cessando di
essere un’attività sussidiata, e dunque
fortemente dipendente dalla disponibilità dei
donatori, e si sta legando sempre più al sistema
finanziario tradizionale.
Gli elevati tassi di crescita che hanno
caratterizzato il settore della microfinanza negli
ultimi anni sono stati resi possibili soprattutto
dal sempre maggiore accesso a fonti di
finanziamento commerciale e alla raccolta di
risparmio. Questo trend è anche riflesso dal forte
aumento degli investimenti stranieri nel settore,
che negli ultimi 7-8 anni stanno vivendo un
boom senza precedenti.
Dal momento che non è possibile definire una
struttura ottimale di capitale per le IMF, le
decisioni riguardanti i metodi di finanziamento
dipendono da vari elementi. Da un lato i fattori
interni, come la crescita del portafoglio e la
possibilità di raccogliere capitale, e i fattori
esterni, come la regolamentazione vigente, la
disponibilità di donatori o investitori
commerciali. Dall’altro, i costi e la durata delle
differenti fonti di finanziamento, giocano un
ruolo fondamentale nella configurazione
ottimale del mix di finanziamenti. Se la raccolta
di capitale proprio è una fonte di finanziamento
di lungo periodo, i prestiti sono caratterizzati da
66
Dieckmann, R., op. cit., Deutsche Bank, 2007
una durata di medio periodo, mentre i depositi
sono considerati di breve. Ad oggi, gli
investimenti esteri privati rappresentano,
nonostante la sostenuta crescita, una porzione
relativamente piccola del totale degli
investimenti in microfinanza. Il 76% dei
finanziamenti deriva infatti da risorse interne, di
cui il 60% è composto da depositi dei clienti
delle IMF. Escludendo i depositi, gli
investimenti stranieri arrivano a contare circa il
43% dell’investimento totale nella microfinanza.
Tre categorie di investitori si dividono la
maggior parte degli investimenti stranieri in
microfinanza. Da un lato ci sono le Istituzioni di
Sviluppo Finanziario (DFI) che sono le strutture
di investimento nel settore privato di governi e
organizzazioni multilaterali. Tra queste ci sono
la EBRD (Banca Europea per la Ricostruzione e
lo Sviluppo), il IADB (Banco Interamericano di
Sviluppo), L’IFC (braccio della World Bank) e
la KfW (Germania). Ci sono poi gli investitori
individuali, categoria che include diverse forme
di veicolazione di capitali provenienti da
individui privati. Tra questi troviamo le
Cooperative finanziarie, come Oikocredit, le
Venture Philantropists istituzionali, i Fondi
comuni specializzati, come Triodos, i High Net
Worth Individuals, Peer-to-Peer online lending,
come Kiva. Troviamo, infine, gli investitori
istituzionali, categoria che include diverse
tipologie di istituzioni finanziarie che si sono
avvicinate al settore della microfinanza. A
questo
gruppo
appartengono
banche
transnazionali, come Deutsche Bank e Citigroup,
Fondi Pensione, Compagnie di Assicurazione e
Fondi di Private Equity. Se gli investitori
individuali generalmente effettuano investimenti
diretti nelle IMF, gli investimenti privati da fonti
commerciali sono effettuati tramite MIV
(Microfinance
Investment
Vehicles),
intermediari specializzati nella veicolazione di
36
risorse finanziarie verso il settore della
microfinanza. Circa la metà degli investimenti in
microfinanza avviene attraverso i MIV. I MIV
comprendono
diverse
tipologie
di
organizzazioni. Circa il 75% degli investimenti
effettuati tramite i MIV sono in forma di prestiti,
il 25% in forma di capitale e il 2% in forma di
garanzie per investitori locali. Mentre in
precedenza i prestiti venivano effettuati in
moneta forte (dollari o euro) i MIV in anni
recenti hanno iniziato a prestare anche in moneta
locale, consentendo pertanto di minimizzare il
rischio di tasso di cambio per le IMF.
Attualmente circa il 30% dei prestiti è
concordato in moneta locale, mentre il restante
70% in moneta forte. Per quanto riguarda gli
investimenti in capitale, il 75% sono diretti a
istituzioni nuove o greenfield. Il mercato dei
MIV è inoltre piuttosto concentrato; circa il 67%
di tutti gli investimenti è condotto dai 10 più
grandi MIV. A livello geografico gli
investimenti si concentrano in Europa
Occidentale (43%) e in America Latina (36%).
Gli investimenti in Asia continuano però a
crescere e sono arrivati a contare il 15% degli
investimenti da parte dei MIV. Ciononostante il
numero dei MIV negli ultimi anni è continuato a
crescere. Dal 2004 al 2008 si è passati da 45 a
91 MIV, con un volume di investimenti che,
partendo da 1,1 miliardi di USD ha raggiunto i
6,2 nel 2009. La crescita, che fino al 2007 aveva
raggiunto livelli molto elevati (nel 2007 è stata
pari al 86%), per effetto della crisi
internazionale ha rallentato, avanzando al 34%
nel 2008 e al 25% nel 200967. La crescita
dell’attività di investimento da parte dei MIV,
induce a pensare che presto gli investimenti
privati supereranno quelli pubblici nella
categoria degli investimenti stranieri.
67
Microfinance investors adjust strategy in tougher
market conditions, Brief, CGAP, 2010
Insieme alla crescita generale degli investimenti
stranieri nella microfinanza - dal numero di
attori ai volumi investiti - sono emersi nuovi
strumenti, già impiegati nella finanza
mainstream,
e
introdotti
anche
nella
microfinanza. Garanzie, investimenti in capitale
di rischio, emissione di obbligazioni,
cartolarizzazione, offerta pubblica iniziale
(IPO), prestito sindacato, sono tra gli strumenti
che stanno emergendo sempre di più. Tra gli
esempi di IPO, il caso più noto è quello di
Compartamos in Messico nel 2007; l’elevata
domanda fece crescere, solo il primo giorno, il
prezzo delle azioni del 22%. Compartamos viene
fondata nel 1990 in forma di ONG, e nel 2000,
grazie a elevati tassi di crescita e all’aiuto di vari
istituzioni internazionali, come ACCION, si
trasforma in finanziaria. Nel 2002 emette bond
sul mercato finanziario messicano e nel 2006 si
trasforma in banca “Banco Compartamos”.
L’anno successivo si quota sul mercato
azionario su cui vende il 30% delle azioni. La
domanda di azioni supera di 13 volte l’offerta e
il ricavo della vendita è di 450 milioni di USD
(contro un investimento iniziale di circa 6
milioni di USD).
L’aspetto particolare di Compartamos riguarda il
ritorno per gli investitori che è di circa il 100%
all’anno. Questi ritorni però sono associati a
tassi di interesse sui clienti molto elevati, che da
soli spiegano quasi il 90% dei progetti realizzati.
Questo aspetto è stato ampiamente criticato da
diversi esperti del settore dal momento che
ritorni così alti agli investitori erano possibili
solo a scapito di tassi elevatissimi applicati ai
clienti.
Il caso più recente invece riguarda quello di SKS
in India, che nel luglio del 2010 ha effettuato
un’IPO. Le maggiori preoccupazioni legate a
questo tipo di operazioni finanziarie sono
riconducibili al cambiamento di proprietà
37
dell’istituzione, e quindi della governance, che
potrebbe comportare un allontanamento dalla
missione originaria e, porre gli obiettivi sociali
in secondo piano rispetto a quelli legati alla
redditività e altri aspetti prettamente economici.
Per ora è ancora presto riuscire a prevedere quali
saranno gli effetti di questa IPO sulla strategia di
SKS, anche se il dibattito e l’attenzione sono
molto alti. La commercializzazione della
microfinanza quindi può avere molti effetti
positivi, ma può anche essere non priva di rischi,
soprattutto quando, attribuendo una maggior
rilevanza agli aspetti finanziari, mette in secondo
piano la missione originaria, perdendo il focus
sociale che dovrebbe caratterizzarne le attività68.
3.2
Da microcredito a microfinanza: il
risparmio e i nuovi prodotti
Il crescente focus sulla raccolta di risparmio, per
ridurre il bisogno di accesso a prestiti da parte
delle IMF, è in linea con il processo di crescita e
di rafforzamento della sostenibilità finanziaria,
ma risponde anche all’esigenza di rispondere
all’enorme domanda di servizi affidabili di
micro risparmio. In generale, il settore della
microfinanza è entrato in una fase di
consolidamento, ma rimane aperto a importanti
evoluzioni e cambiamenti. A questo proposito si
assiste ad una crescente diversificazione dei
prodotti finanziari offerti, oltre a quelli di credito
e
risparmio,
come
ad
esempio
microassicurazione, microleasing, sistemi di
pagamento,
housing
microfinance,
ecc.
L’ampliamento dell’offerta, consente di
migliorare le performance, sia operative che
68
Rosenberg, R., CGAP Reflections in the
Compartamos Initial Public Offering: a case study on
microfinance interest rates and profits, Focus Note
CGAP, 2007; Chen, G., Rasmussen, S., Reille, X. e
Rozas, D., Indian microfinance goes public : the SKS
Initial Public Offering, Focus Note CGAP, 2010.
sociali, delle istituzioni, creando strumenti che
possano soddisfare i bisogni dei clienti.
L’ultimo decennio è stato anche caratterizzato
da un’ulteriore evoluzione del settore della
microfinanza; una maggiore comprensione ed
attenzione alla domanda del cliente hanno
spostato il focus dal microcredito alla
microfinanza e, più recentemente, allo sviluppo
di sistemi finanziari inclusivi. In passato la
microfinanza era caratterizzata dal focus sul
credito a microimprenditori e dall’essere un
settore guidato più dall’offerta che dalla
domanda. Oggi, invece, si ha la consapevolezza
che non tutti i poveri sono microimprenditori ma
che tutti hanno bisogno, e utilizzano, una vasta
gamma di prodotti finanziari.
Uno dei maggiori problemi per i poveri e le
persone a basso reddito, riguarda non solo la
mancanza di risorse disponibili, ma il fatto di
avere un reddito irregolare e imprevedibile. I
depositi possono, in questo senso, apportare un
importante beneficio nell’affrontare questo tipo
di irregolarità. Per diverso tempo all’attività di
deposito non è stata attribuita la stessa rilevanza
attribuita al credito. Tuttavia, negli ultimi anni è
emerso che, un servizio come quello della
raccolta del risparmio, può essere molto
importante sia per le IMF che per le persone a
basso reddito. Durante la prima fase di sviluppo
della microfinanza, il risparmio è stato
sottostimato per diverse ragioni. Innanzitutto
molti ritenevano che i poveri fossero “troppo
poveri per risparmiare”. In secondo luogo, le
IMF consideravano il risparmio di piccole
dimensioni troppo oneroso in termini gestionali
e poco stabile. Diverse ricerche hanno però
portato alla luce una realtà differente. Molte
persone a basso reddito in paesi in via di
sviluppo utilizzano sistemi di risparmio
informali, come ad esempio le ROSCA,
dimostrando quindi che la domanda di servizi di
38
risparmio è molto elevata anche tra persone
povere69. L’evidenza empirica, inoltre, dimostra
come - oggi nel mondo - vi siano, in
microfinanza, più clienti di servizi di risparmio
che di credito, avendo questi raggiunto una
dimensione ben quatto volte maggiore in termini
di numero di clienti. Altri studi si sono
focalizzati sull’aspetto legato al costo della
gestione di conti di risparmio evidenziando
come, se da un lato risultino essere prodotti
onerosi per le istituzioni, dall’altro possano dare
origine ad elevati profitti, attraverso l’offerta di
crediti e altri prodotti ai micro-risparmiatori.
Negli ultimi anni, inoltre, l’attenzione sui
depositi è aumentata poiché ci si è resi conto che
i depositi possono essere impiegati come fonte
di finanziamento, più economico di molte altre.
Fattore questo che ha spinto molte istituzioni
verso la trasformazione in soggetti regolati, in
grado di svolgere attività di intermediazione
finanziaria. Certo è che sono necessarie alcune
condizioni affinché un’istituzione possa
raccogliere risparmio. Innanzitutto, deve avere
uno status giuridico che gli consenta di
effettuare attività di raccolta di depositi. A tale
proposito sono molto importanti la presenza di
una
specifica
regolamentazione
sulla
microfinanza e degli efficaci enti di
supervisione. Le trasformazioni in entità
giuridiche aventi titolo legale per raccogliere
risparmio, sono aumentate anche in virtù di una
maggiore attenzione che negli ultimi anni si è
rivolta alle regolamentazioni nazionali in
materia. Diventare istituzioni deposit-taking
richiede anche, soprattutto nelle fasi iniziali, una
certa stabilità a livello macroeconomico del
paese e una forte capacità manageriale ed
istituzionale. La trasformazione in istituzioni
regolate non è priva di difficoltà. La gestione dei
costi legati ai micro-depositi, comporta infatti
costi piuttosto elevati che devono essere saper
gestiti adeguatamente. L’evidenza ci dimostra
però come, se gestiti in modo corretto, i microdepositi siano anche remunerativi. Anche se
svolgere attività di intermediazione finanziaria è
molto più complesso che erogare solamente
crediti e questo necessita capacità gestionali ben
superiori70.
Le persone con un reddito basso necessitano
quindi di tutta una serie di servizi finanziari, non
solo del credito, per far fronte a diverse
situazioni in momenti diversi della loro vita;
anche in relazione al credito, necessitano di
diversi prodotti che rispondano a differenti
necessità. Tre sono le categorie di eventi che
possono richiedere l’utilizzo di una quantità di
risorse finanziarie maggiore di quanto la
famiglia, in un determinato momento, abbia a
disposizione. Eventi legati al ciclo della vita, che
includono matrimoni, nascite o eventi ricorrenti
come tasse scolastiche e festività. Le emergenze
- come malattie o infortuni, ma anche guerre o
avversità climatiche - che sono fuori dal
controllo della famiglia. Vi sono inoltre le
opportunità, ovvero le necessità legate agli
investimenti produttivi, rivolti alla famiglia
oppure legati alla casa. Negli ultimi anni le IMF
hanno iniziato ad ampliare l’offerta di servizi.
Equity Bank in Kenya è un esempio di banca
che ha avuto un notevole successo tra i poveri,
attraverso l’offerta di prodotti diversificati. Oltre
all’introduzione di servizi di risparmio, la
microfinanza ha iniziato a sviluppare ed offrire
servizi finanziari di vario genere, proprio per
andare incontro alle diverse necessità delle fasce
più povere della popolazione. Servizi di
trasferimento di denaro legati alle rimesse degli
70
69
Armendariz, B. e Morduch J., op. cit., The MIT
Press, 2007.
Churchill, C. e Frakiewicz, C., Making
microfinance work: managing for improved
performance, ILO, 2006
39
emigrati, ad esempio, sono ora sempre più
frequenti e rispondono ad una necessità sempre
maggiore. Vari prodotti di microassicurazione
sono ora offerti per aiutare i poveri a far fronte a
shock di vario genere. Questi prodotti sono,
rispetto ad altri, ancora ad uno stadio di sviluppo
iniziale. La sfida nei confronti di questi prodotti,
riguarda la necessità di trovare il giusto
equilibrio tra l’offerta di adeguata protezione e il
pagamento di un premio non eccessivo per
famiglie a basso reddito. La forma di
microassicurazione attualmente più diffusa,
nonché la più semplice, è l’assicurazione credit
life che copre il debitore in caso di morte, ed è
quindi limitata al debito contratto. Questo tipo di
assicurazione è ormai molto diffusa e viene per
lo più offerta dalle IMF stesse. Ci sono poi
assicurazioni che coprono dal rischio di malattia
o incidente, altre che coprono dal rischio di
morte di un parente e altre ancora legate alla
proprietà. Le assicurazioni legate all’agricoltura
sono tra le più difficili e sono caratterizzate da
molteplici complicazioni. All’interno della
categoria di credito sempre più istituzioni
offrono prodotti innovativi e specializzati, che
rispondono a bisogni specifici dei clienti. Tra
questi troviamo crediti per il miglioramento
della casa, per far fronte a particolari emergenze,
e per bisogni di consumo. In Perù Mibanco, ad
esempio, nel 2000 ha introdotto Micasa, un
prodotto per il miglioramento della casa, anziché
crediti per l’acquisto di nuove abitazioni, come
invece avverrebbe in caso di erogazione di un
mutuo. In soli quattro anni, Mibanco aveva
14.000 clienti titolari di questo prodotto, per un
portafoglio di 17,5 di USD ed una performance
molto buona (portafoglio a rischio – PAR –
inferiore al 2%71). Anche Microleasing e sistemi
innovativi di pagamento si stanno sempre più
diffondendo e sviluppando.
3.3
Performance sociale e impatto
La profittabilità che il settore ha dimostrato negli
ultimi anni ha stimolato l’interesse da parte degli
investitori, non solo sociali, per la microfinanza.
La ricerca di una sostenibilità finanziaria ha
contribuito a far sì che, in alcuni casi, la
missione sociale venisse messa in secondo
piano, per raggiungere obiettivi prettamente
finanziari, con fenomeni molto marcati di
mission drift. In alcuni contesti la crescita del
settore è stata così elevata che si è arrivati ad
avere mercati molto competitivi con un marcato
incremento del sovra-indebitamento dei clienti.
In risposta a questi trend, maggiore attenzione
viene ora rivolta ai temi di consumer protection,
trasparenza e sovraindebitamento. Per questo
motivo negli ultimi anni la misurazione della
performance
sociale
e
la
valutazione
dell’impatto hanno acquistato maggiore
importanza e sono state caratterizzate da un
maggior rigore e standardizzazione.
In altre parole le IMF devono rendere conto
sempre più ai finanziatori per ciò che concerne
gli obiettivi sociali che la microfinanza, tramite
l’utilizzo delle loro risorse, si prefissa. Questo è
uno dei motivi che hanno spinto, negli ultimi
anni, a creare degli strumenti di accountability
da parte delle IMF per i propri stakeholders72.
D’altro canto non va confuso il requisito di
sostenibilità finanziaria con l’obiettivo di buona
performance sociale. E’ ampiamente condiviso il
fatto che la sostenibilità finanziaria sia una
condizione necessaria per il successo della
microfinanza, dato che, un’istituzione che riesce
a coprire i propri costi, sarà anche in grado di
72
71
Portafoglio a rischio: Saldo dei crediti con una rata
in ritardo da più di 30 giorni.
Campion, A., Linder, C. e Knotts, K. E., Putting
social into performance management: a practice
based guide for micro finance, Institute of
Development Studies, 2008.
40
crescere e aumentare il numero di clienti; tale
condizione non è però sufficiente a garantire una
buona performance sociale.
Alla necessità di dimostrare l’impatto positivo
che la microfinanza ha sul tenore di vita dei
poveri e sulla loro uscita dalla condizione di
povertà, si è aggiunta la necessità di verificare se
l’IMF responsabilmente si assicuri di non
mettere in difficoltà persone già in situazioni di
indigenza. Sempre nel corso dell’ultimo
decennio, si sono infatti verificati diversi casi
negativi ch vanno dalle pratiche eccessivamente
aggressive da parte di alcune IMF nei confronti
dei propri clienti, a situazioni - come quella della
Bolivia a fine anni ’90 - in cui la crescente
competizione del settore ha dato origine a
numerosi casi di sovra-indebitamento, con
conseguente crisi a livello nazionale. Da ultimo,
valutare e gestire la performance sociale delle
IMF è risultato anche economicamente
efficiente, poiché può dare indicazioni sui motivi
riguardanti l’uscita di alcuni clienti dai propri
programmi, aiutando in tal modo a ridurre il
tasso di drop-out, consentendo quindi di
diminuire i costi. E’ questo il caso di Small
Enterprise Foundation in Sudafrica in cui una
politica di attenta valutazione delle performance
ha contribuito ad aumentare i rendimenti e ad
abbassare i costi. Recentemente si è anche
constatato che la gestione della performance
sociale da parte delle IMF, comporta diversi
vantaggi. Fare trasparenza sulla performance
sociale è essenziale per la credibilità e
reputazione del settore e sullo stesso risultato
finanziario; per creare nuovi mercati; perché
genera clienti soddisfatti che ripagano più
volentieri e restano fedeli; perché lo staff meglio
trattato è fidelizzato ed è più produttivo; perché
implica una diminuzione dei costi operativi e un
aumento della produttività.
BOX 3.1: Performance e valutazione d’impatto
La performance sociale viene definita come
l’effettiva
capacità
di
conseguire
la
missione
istituzionale e di raggiungere obiettivi sociali
globalmente riconosciuti e accettati. In particolare la
performance sociale viene raggiunta non solo
attraverso la realizzazione di risultati - quali il
soddisfacimento dei bisogni, la riduzione del numero
di
indigenti
ecc.
–
ma
anche
mediante
l’implementazione di particolari processi. Con la
valutazione dell’impatto si intende invece stabilire
una relazione causale quantitativamente precisa delle
conseguenze delle attività di microfinanza sul
miglioramento delle condizioni di vita dei clienti, al
netto di altri fattori. Gli studi di impatto scientifici
sono molto costosi, le relazioni di causalità
difficilmente dimostrabili e poco utilizzabili dalle
istituzioni in quanto non immediatamente traducibili
in strumenti di gestione per apportare miglioramenti
nelle operazioni73. Viste queste difficoltà, si è
assistito ad un cambio nell’approccio, “dal dimostrare
l’impatto
a
migliorare
l’impatto”,
con
una
conseguente maggiore importanza attribuita alla
gestione della performance sociale. Gli studi di
valutazione, che tradizionalmente si focalizzano su
risultati e cambiamenti, in realtà costituiscono un solo
elemento
della
performance
sociale,
poiché
quest’ultima comprende l’intero processo da cui
l’impatto è creato. La performance sociale è costituita
quindi dall’analisi di varie dimensioni che vanno
dall’intenzione dell’istituzione - ovvero missione e
obiettivi - ai processi e input - ovvero sistemi interni
e attività - agli output fino all’impatto. La
performance
sociale
analizza
dunque
l’intero
processo che porta poi al vero e proprio impatto74.
73
Banerjee, Abhijit, Duflo, Esther, Glennerster
Rachel e Kinnan Cynthia, The miracle of
microfinance? Evidence from a randomized
evaluation, Financial access iniziative, 2009.
74
Hashemi, S., Beyond good intentions: measuring
the social performance of micro finance institutions,
Focus Note, CGAP, 2007
41
Per promuovere un approccio di “double bottom
line”, ovvero un approccio che sostenesse il
settore a render conto sia dei risultati finanziari
che sociali, negli ultimi anni sono stati intrapresi
diversi tentativi per integrare l’analisi della
performance sociale all’interno del sistema
gestionale delle IMF. Una delle iniziative che ha
avuto maggior successo, riguarda la creazione
nel 2005 della Sociale Perfomance Task Force
(SPTF), su iniziativa del CGAP, della Ford
Foundation e della Argidius Foundation che
hanno raccolto più di 30 leader di varie
iniziative legate alla performance sociale per
condividere le proprie esperienze.
GRAF. 2: La realizzazione della mission
“Mettere in pratica la missione”
Outreach
Gestione della Performance
Sociale
Missione e Obiettivi
Intenzione
Sistemi
Processi ed Input
I
M
P
A
T
T
O
Output
Output
Servizi
Responsabilità sociale – verso i clienti, la comunità, l’ambiente, il
personale
Rating Sociale
Studio d’Impatto
Col tempo, la SPTF è diventata un punto di
riferimento per l’intero settore, grazie allo
sviluppo di linee guida, di strumenti e di norme
sulla performance sociale. Diversi strumenti per
la valutazione della performance sociale sono
stati sviluppati da diversi attori, sempre sulla
base dei criteri e linee guida concordati in sede
di SPTF (GRAF. 2). I diversi strumenti variano
soprattutto in base all’aspetto che ognuno di
questi intende indagare; ad esempio alcuni
focalizzano maggiormente l’analisi a livello di
cliente, mentre altri analizzano tutti i livelli del
processo, dalla missione e i sistemi interni per
metterla in pratica, alle informazioni sui clienti e
output. Tra gli strumenti più utilizzati ed
accurati troviamo il Progress out of Poverty
Index (PPI) - sviluppato da Grameen Foundation
con il supporto tecnico di Mark Schreiner - che
ha elaborato un metodo per creare delle “poverty
scorecard” su base nazionale, utilizzando una
tecnica simile a quella impiegata nel credit
scoring. Questo strumento viene calcolato con
tecniche statistiche, utilizzando dati nazionali
per ricavare un algoritmo che sia in grado di
stimare il tasso di povertà tra i clienti di
un’istituzione. Così costruito, questo strumento
rende possibile stimare la prevalenza di poveri
tra i clienti, senza attribuire però alcuna
relazione di causalità ed è comparabile anche tra
paesi diversi. Alcune agenzie di rating hanno
introdotto uno strumento di rating sociale come
prodotto complementare al rating finanziario. Il
rating sociale fornisce un’opinione sulla
capacità dell’IMF di mettere in pratica la sua
missione sociale e di raggiungere obiettivi
sociali, e si fonda su una profonda analisi del
sistema di gestione delle performance e su una
valutazione dei suoi risultati (output).
L’introduzione del rating sociale contribuisce in
vari aspetti a mantenere elevata l’attenzione
circa la performance sociale. In particolare
l’utilizzo del rating sociale aumenta la
trasparenza nel campo della microfinanza, grazie
ad uno strumento standard ed indipendente,
riconosciuto da donatori ed investitori e
consente di confrontare le performance sociali
delle diverse IMF. Per le IMF l’utilizzo del
rating sociale è uno strumento utile poiché
fornisce un chiaro quadro diagnostico dei punti
di forza e debolezza delle performance sociali
allo staff, al management e alla governance. Nel
complesso quindi esso rappresenta un
importante passo in avanti per la creazione di un
efficace sistema di monitoraggio e misurazione
delle performance sociali. Inoltre facilita
l’accesso al capitale finanziario. Per i portatori
di interesse esterni, soprattutto per potenziali
42
donatori e investitori, il rating sociale
rappresenta inoltre un appropriato strumento che
fornisce informazioni utili per prendere decisioni
sull’allocazione di risorse. Il nuovo trend quindi
cerca di focalizzare le proprie energie per
comprendere come la componente finanziaria e
quella sociale possano di fatto coniugarsi in
modo da migliorare entrambe75.
Uno degli aspetti su cui si è maggiormente
concentrata l‘attenzione negli ultimi anni,
riguarda la protezione dei consumatori.
Argomenti controversi come gli elevati tassi di
interesse e il sovra-indebitamento dei clienti,
hanno destato preoccupazione, soprattutto nei
confronti di consumatori poveri in paesi come la
Bolivia e il Bangladesh. Se infatti da un lato la
crescente competizione, ha avuto e ha come
conseguenza quella di aumentare il numero di
poveri con accesso al credito e ai servizi
finanziari, dall’altro ha anche mostrato
comportamenti non propriamente responsabili
da un punto di vista sociale. Ciò ha fatto
aumentare la preoccupazione sia da parte di
esperti del settore che da parte di politici e
regolatori dei vari paesi. A tale proposito è stata
promossa la SMART Campaign che si propone
proprio di guidare il mondo della microfinanza
al rispetto dei diritti dei clienti. Sono stati
elaborati sei principi per garantire la protezione
dei consumatori.
1. Impedire sovra-indebitamento: i clienti
devono garantire un’adeguata capacità di
ripagamento e senza un rischio significativo
di sovra-indebitamento. Offerta di servizi
diversi dal credito;
2. Pricing trasparente: pricing, termini e
condizioni devono essere trasparenti,
adeguatamente espressi, comprensibili;
75
Rosenberg, R., Does microcredit really help poor
people?, Focus Note, CGAP, 2010
3. Appropriate pratiche di raccolta: la pratica
della raccolta dei crediti non deve essere
ingiuriosa o coercitiva.
4. Comportamento etico dello staff: il
personale deve possedere elevati standard
etici ed deve essere presente un sistema anticorruzione.
5. Raccolta delle lamentele: i clienti devono
aver accesso a puntuali e recettivi
meccanismi di raccolta delle lamentele;
6. Sicurezza e privacy dei dati dei clienti: la
privacy delle informazioni dei clienti deve
essere rispetta76.
3.4
La rivoluzione tecnologica
Le innovazioni di processo e di prodotto, legate
all’adozione di nuove tecnologie e in particolare
di mobile banking e branchless banking, stanno
aprendo nuove opportunità e, soprattutto in
alcuni contesti come quello africano, stanno
supportando
una
vera
rivoluzione
nell’intermediazione finanziaria. Consentendo
una riduzione dei costi, queste innovazioni
permettono di aumentare il numero di clienti e di
raggiungere anche gli strati di popolazione più
svantaggiati, sia in termini geografici (specie nel
settore rurale) che in termini socio-economici,
ampliando allo stesso tempo la scelta di servizi
finanziari disponibili.
Le IMF hanno un enorme potenziale, che inizia
solo adesso ad essere sfruttato, come rete di
distribuzione e finanziamento per le innovazioni
alla base della piramide, innovazioni disegnate
in base alle esigenze dei più poveri che possono
dare
un
contributo
significativo
al
miglioramento della loro vita, spesso con un
impatto positivo sull’ambiente. In quest’ambito
rientrano ad esempio tecnologie per la
76
Brix, L. e McKee, K., Consumer protection
regulation in low-access environments: opportunities
to promote responsible finance, Focus Note, CGAP,
2010.
43
produzione di energie pulite, come i pannelli
solari e i digestori di biogas, o innovazioni per la
purificazione dell’acqua a basso costo.
Il branchless banking è un moderno sistema
finanziario adottato per l'esecuzione di funzioni
di
carattere
finanziario,
caratterizzato
dall’assenza di normali filiali di banche, o in
combinazione con sportelli bancari, in modo da
creare così molteplici opportunità per i clienti. Il
branchless banking, include una serie di servizi
e strumenti, che vanno dal più noto mobile
banking, all’internet banking, agli ATM
(Automated teller machines) e Bancomat, ai
dispositivi POS (Point-of-sale), alle carte di
pagamento emesse dalle banche, alla biometrica
e utilizzo di palmari.
I servizi offerti dal branchless banking, sono
stati quindi visti come potenzialmente
applicabili anche al mondo della microfinanza,
proprio per la loro capacità di ridurre i costi e di
ampliare la base di clienti. E’ comunque
importante sottolineare le differenti specificità
che caratterizzano microfinanza e branchless
banking; la prima infatti si concentra
principalmente sull’offerta di prodotti di
microcredito e, in alcuni casi, risparmio, mentre
il secondo riguarda modalità di pagamento e di
trasferimento di denaro.
Alcuni paesi stanno applicando il branchless
banking alla microfinanza con notevole
successo. Tra questi troviamo Kenya, Brasile,
Filippine, Sudafrica e Tanzania. Dall’esperienza
di questi primi pionieri, si è cercato di indagare
se, effettivamente, i benefici teorizzati ed
immaginati derivanti dall’implementazione del
branchless banking alla microfinanza, si siano
effettivamente realizzati. Uno dei principali
effetti positivi dall’impiego di strutture
branchless banking, riguarda il raggiungimento
di un elevato numero di clienti a basso reddito
ed esclusi dai servizi finanziari. In uno studio su
otto fornitori di servizi di branchless banking
effettuato dal CGAP nel 2010, risulta che solo il
37% dei clienti non avevano precedentemente
non avevano accesso a servizi finanziari. A parte
i casi speciali di Kenya e Brasile, dove il numero
di clienti di questo tipo di servizi supera di molto
il numero di persone con un conto corrente, per
il resto appare evidente che, in molti altri paesi,
questo tipo di servizi non ha un effetto così
importante sull’accesso a servizi finanziari da
parte di coloro che ne sono esclusi. In un altro
studio del 2008, il CGAP ha stimato che in
totale solo il 10% di clienti di servizi di
branchless banking è povero. Solo il Brasile e il
Kenya, a tale proposito, possono essere
considerati un’eccezione. Un secondo beneficio
associato al branchless banking riguarda i costi.
Grazie all’impiego delle infrastrutture e dei
servizi sopradescritti, i costi dovrebbero essere
molto più bassi rispetto a quelli sostenuti dai
sistemi tradizionali. Ricerche empiriche hanno
dimostrato che i costi sono più bassi, ma
probabilmente non tanto quanto ci si sarebbe
aspettato. E’ stato infatti stimato che, in media, il
branchless banking è più economico del 19%
rispetto ai prodotti offerti tramite canali
tradizionali. Dipende poi anche dal tipo di
servizio offerto. In effetti, se utilizzato per
servizi di risparmio e di pagamenti, questi
servizi possono arrivare ad essere anche il 50%
più economici dei servizi tradizionali. In ultimo,
ci si aspetta, grazie all’impiego di queste
tecnologie, un aumento del numero di servizi
offerti. E’ infatti ormai noto che, persone a basso
reddito, hanno bisogno e richiedono servizi
finanziari che non siano solo legati ai pagamenti
e ai trasferimenti di denaro. In mercati maturi
dal punto di vista del branchless banking - come
quello del Kenya e del Brasile, dove il
branchless banking ha raggiunto milioni di
clienti - i fornitori di questi servizi stanno
44
rispondendo alla domanda di altri servizi
creando partnership con IMF e banche, in modo
da fornire nuovi prodotti, come prestiti e
assicurazioni, attraverso strumenti tecnologici,
come le carte prepagate. In Kenya M-PESA, un
fornitore di servizi di trasferimento di denaro
tramite servizio di telefonia cellulare, ha creato
accordi con diverse istituzioni per collegare
servizi finanziari a quello di trasferimento, da
loro offerto. Nel 2009 Faulu, la prima istituzione
trasformata in deposit taking in Kenya, ha stretto
un accordo con M-PESA per veicolare i risparmi
dei clienti di Faulu attraverso l’utilizzo della loro
tecnologia. In precedenza, molte persone
utilizzavano già M-PESA, adoperando un
servizio di risparmio che però non comprendeva
nessun tasso di interesse. In questo modo,
invece, i clienti ricevono un tasso di interesse e
hanno un vero e proprio conto di risparmio. Uno
dei sistemi più utilizzati è quello del mobile
banking che fornisce servizi bancari attraverso i
telefoni cellulari che utilizzano l'impianto di
SMS o di una applicazione scaricabile per la
gestione del denaro. Se in paesi come Kenya,
Brasile, India, Filippine e Tanzania questo
sistema ha riscontrato un enorme successo, in
altri paesi sono sorti problemi legati alla
mancanza di operatori di telefonia mobile
disposti ad implementare sistemi di questo
genere. Diverse esperienze hanno tuttavia
dimostrato come l’utilizzo del mobile banking applicato alla microfinanza per rimborsare le
quote del credito ed effettuare depositi presso i
propri conti - possa diminuire i costi per le IMF
e rendere anche più sicure le transazioni. I
potenziali benefici derivanti dall’impiego del
mobile banking in microfinanza riguardano
quindi un aumento dell’accesso di clienti e la
maggior facilità nell’utilizzare uno strumento
che consente un trasferimento immediato delle
risorse.
Negli ultimi anni, l’entusiasmo attorno ai servizi
bancari sta aumentando e si sta rapidamente
trasformando in azione da parte del settore
privato. Delle 79 piattaforme di distribuzione
tramite
telefonia
cellulare
monitorate
dall’Associazione GSM (GSMA), i due terzi
sono state lanciate nel 2009 e 2010. Nokia e
Paypal stanno investendo in piattaforme di
pagamento tramite cellulare da mettere a
disposizione
di
qualsiasi
cliente,
indipendentemente della sua rete di telefonia
cellulare o banca; uno sviluppo, questo, che
potrebbe scuotere i mercati. E i leader nel
branchless banking stanno esplorando nuove
opportunità. Le banche brasiliane sono sempre
più desiderose di avvalersi di agenti dotati di
point-of-sale (POS) come dispositivi per erogare
prestiti. In Kenya, Safaricom ha collaborato con
Equity Bank, la maggiore banca del paese, per
offrire M-Kesho, un servizio che utilizza la
piattaforma di telefonia cellulare per pagamenti
di M-PESA al fine di offrire una gamma
completa di prodotti77.
77
McKay, C., e Pickens, M., Branchless banking
2010: who’s served? At what price? What’s next?,
Focus Note, CGAP, 2010.
45
4.
LA MICROFINANZA IN EUROPA
4.1
La situazione attuale
La
microfinanza
in
Europa
si
sta
progressivamente dimostrando uno strumento
essenziale delle politiche sociali; un importante
mezzo di promozione dell’auto-impiego, di
supporto nello sviluppo della microimpresa e di
contrasto all’esclusione finanziaria. Il ruolo della
microfinanza nel nostro continente è stato
riconosciuto anche a livello delle istituzioni
europee: la Commissione Europea, attraverso il
lancio di iniziative quali il programma JASMINE
e la Progress Microfinance Facility ha assunto
un ruolo primario nello sviluppo del settore in
Europa.
BOX 4.2: Il programma Progress Microfinance
Facility
Il programma punta ad agevolare l'accesso al credito
da parte delle microimprese attraverso l’erogazione di
microcrediti alle piccole imprese e a chi ha perso il
lavoro e vuole avviare una piccola impresa.
Con una dotazione iniziale di 100 milioni di euro,
verranno mobilitati finanziamenti per un importo di
500 milioni di euro in cooperazione con istituzioni
finanziarie internazionali quali il gruppo BEI (Banca
Europea per gli investimenti). Ciò potrebbe tradursi
in circa 45 mila prestiti in un periodo massimo di 8
anni.
Enti di erogazione locali sono banche, piccoli istituti
di credito senza fini di lucro, istituti di garanzia e altri
erogatori di micro-finanziamenti per le microimprese.
Il Fondo Europeo per gli investimenti fornirà a questi
BOX 4.1: L’iniziativa JASMINE
JASMINE è un acronimo il cui significato è "Azione
soggetti le risorse necessarie per raggiungere i
comune a sostegno degli istituti di microfinanza in
La
Europa". Si tratta di una delle quattro nuove iniziative
PROGRESS tende inoltre ad assistere i (potenziali)
di ingegneria finanziaria introdotte dalla politica di
microimprenditori e rafforzare le capacità dei micro
coesione dell'UE per il periodo 2007-13. Con un
finanziatori. Lo Strumento si integrerà quindi con gli
bilancio complessivo di 50 milioni di euro,
altri dispositivi esistenti, in particolare il Fondo
JASMINE
sociale Europeo (FSE).
è
un'iniziativa
pilota
sviluppata
destinatari.
componente
Microfinance
del
programma
congiuntamente dalla Commissione Europea, dalla
Banca Europea per gli investimenti (BEI) e dal Fondo
Europeo per gli investimenti (FEI).
JASMINE è stata pensata per le microimprese e le
persone soggette a emarginazione sociale (comprese
le minoranze etniche) che desiderano avviare una
propria attività, ma non possono accedere ai servizi
bancari tradizionali: l'iniziativa cioè è diretta al
segmento del mercato meno appetibile per le banche,
e si propone di rendere più facilmente accessibili i
piccoli
prestiti
(microcrediti)
in
Europa,
per
soddisfare la domanda inevasa.
Nell'UE, per "microcredito" si intende un prestito
L’ultima indagine sul settore della microfinanza
in Europea condotta nel 2009 dalla Rete Europea
della Microfinanza, censisce 432 programmi1.
Quelli censiti in Italia sono 94, una
concentrazione nettamente superiore rispetto
agli altri paesi europei, anche se – come
vedremo in seguito – a tale proliferazione del
settore non ha fatto seguito una crescita
proporzionale del numero di beneficiari serviti.
Il numero di programmi di microfinanza censiti
comprende le maggiori esperienze del settore a
livello europeo ma non esaurisce il più vasto
inferiore ai 25.000 euro, ma in genere la media è di
10.000 per i 15 vecchi Stati membri e di 3.800 per 12
nuovi.
1
Barbara Jayo; Anabel Gonzalez; Casey Conzett,
Overview of the microcredit sector in the European
Union, EMN, 2010
46
scenario di esperienze locali o informali che, pur
non avendo un grande rilievo in termini di
numero di beneficiari raggiunti, hanno tuttavia
una certa importanza nei processi locali
d’inclusione sociale e finanziaria.
Nello studio, il campione, rappresentato da 170
Istituzioni di Microfinanza (IMF), ha erogato nel
2009 un totale di 84.523 prestiti (di cui 1.909 in
Italia, erogati dalle 33 IMF del campione per una
media di 58 crediti per istituzione) per un valore
di 828 milioni di euro (di cui in Italia quasi 11
milioni). Le IMF dell’Est Europa hanno
concesso il 26% dei crediti per un valore pari al
40% del totale. Nell’Europa Occidentale, tale
rapporto è invertito: 74% dei crediti per un
valore totale pari al 60%. Ciò significa che nei
paesi appartenenti a quest’ultima area, tra cui
l’Italia, l’ammontare medio per credito erogato è
più bassa in rapporto all’area orientale.
I dati sul numero dei crediti erogati nel 2009 per
paese (GRAF.1), così come il numero di clienti
attivi nello stesso anno (GRAF.2), forniscono
un’immagine chiara dello sviluppo del settore
nei diversi contesti considerati. Rispetto al primo
indicatore, risulta evidente la posizione
prevalente della Francia con ben 28.863 crediti.
Qui, il mercato è dominato da due istituzioni:
France Initiative (48,7% dei crediti erogati nel
2009 a livello nazionale) e l’Association pour le
droit à l’Initiative Economique - ADIE (48,5%).
Un numero così elevato di beneficiari e una tale
concentrazione di mercato sono elementi
caratteristici di un settore ormai maturo (ADIE
opera nel paese da vent’anni), caratterizzato da
istituzioni che operano a livello nazionale con
forte radicamento locale, con metodologie e
prodotti adatti al mercato di riferimento anche se
in alcuni casi a condizioni ancora sussidiate. E’
questo il caso di France Initiative che nel 2009
ha erogato 133 milioni di euro a tasso zero
grazie alla stretta collaborazione con il settore
pubblico, banche e privati.
TAB. 1: Numero di crediti erogati nel 2009
Fonte EMN (2009)
Una conferma del livello di sviluppo del settore
risulta dall’analisi comparata tra i diversi paesi
europei del numero di clienti attivi. Anche in
questo caso, quello francese risulta essere il
mercato più esteso con 70.252 clienti attivi,
seguito da Finlandia (19.600) e Romania
(15.163). Molto inferiore il portafoglio attivo dei
programmi di microfinanza in Italia, pari a 2.146
clienti, nonostante, come osservato in
precedenza, l’elevato numero di programmi
esistenti sul territorio italiano.
47
I limiti sulla sostenibilità del settore in termini
economici sono dimostrati dal numero di crediti
erogati nel 2009 per organizzazione. Il 57%
delle istituzioni ha concesso meno di 50 crediti e
solo il 13%, in Francia, Germania e Spagna, più
di 400. Questi dati indicano come molte
istituzioni europee siano ancora giovani o si
siano appena affacciate sul mercato, non
raggiungendo un volume di attività sufficiente a
consentirne la sostenibilità.
TAB. 2: Numero di clienti attivi nel 2009
giorni dalla richiesta formale; il 21% da 11 a 20
giorni e il 19% oltre i 30 giorni; solo il 26% è in
grado di erogare il credito entro 10 giorni dalla
richiesta.
Il margine economico è ancor più ridotto se si
considera che il tasso d’interesse medio
applicato dal campione considerato dallo studio
di EMN (TAB. 3) è relativamente basso (9% a
livello europeo e 3,7% in Italia) e l’ammontare
medio (TAB. 4) molto ridotto (9.600 euro a
livello europeo e poco più di 6 mila euro in
Italia).
TAB. 3: Importo medio
Fonte: EMN 2009
A ciò va aggiunto che la percentuale media di
persone non-bancabili raggiunte dalle istituzioni
europee è molto elevata (70%). Tale percentuale
è ancora più elevata in Belgio, Regno Unito e
Italia, dove i soggetti non-bancabili raggiungono
rispettivamente il 94%, l’83% e l’81% della
popolazione servita. Si tratta di un target
particolarmente difficile da servire, che richiede
tempi di lavorazione (pre-istruttoria, istruttoria,
servizi di accompagnamento) molto lunghi e una
struttura operativa pesante e capillarmente
presente sul territorio. Il 31% delle istituzioni
riesce ad erogare il credito solo dopo 20-30
Fonte: EMN (2009)
L’impatto di tali limiti sulla sostenibilità
economica del settore sono evidenti: solo il 60%
delle microfinanziarie europee ha raggiunto
l’autosufficienza operativa. In particolare in
Italia tale indice è molto basso ed è pari ad
appena il 21%.
Sotto il profilo della personalità giuridica il
panorama a livello europeo è molto
diversificato. Gli attori della microfinanza sono
infatti prevalentemente fondazioni o ONG
(26%) e per il 23% istituzioni di varia origine
48
quali associazioni di microfinanza ed enti
religiosi (in particolare in Italia). Più in generale
circa il 60% delle istituzioni sono organizzazioni
non-profit.
TAB. 4: Tasso di interesse medio
Rispetto al target raggiunto, abbiamo già
evidenziato come nella gran parte dei casi si
tratti di soggetti non bancabili (70%). Rispetto
all’attività svolta (TAB. 5), si tratta spesso di
imprese in fase di avviamento (78%), attività
quasi mai finanziata dal settore bancario
tradizionale. In altri casi si tratta di
microimprese già avviate o in fase di preavviamento. In quest’ultimo caso l’IMF fornisce
le risorse finanziarie necessarie per realizzare il
business plan. Un’ampia fascia di beneficiari
(24%) appartiene al settore informale,
nonostante le difficoltà nel contesto europeo ad
operare nei confronti di tale tipologia
di soggetti.
TAB. 5: Tipi di attività finanziate
Fonte: EMN (2009)
Le banche commerciali sono sempre più presenti
nel settore della microfinanza e coprono una
fascia di mercato più alta rispetto a quella
caratteristica delle ONG: l’ammontare medio
erogato è spesso vicino alla soglia dei 25 mila
euro e il target è per il 60% rappresentato da
soggetti rientranti nella categoria dei
“bancabili”. I crediti attivi erogati dal settore
bancario rappresentano il 40% del portafoglio
totale a livello europeo e il numero di beneficiari
attivi servito dalle banche è circa il 7% del
totale. I paesi nei quali il settore bancario sta
giocando un ruolo sempre più rilevante sono
l’Ungheria (9.500 crediti erogati nel 2009), la
Spagna (4.190 crediti erogati nel 2009) e la
Romania (1.047). In Italia i crediti erogati
direttamente dal settore bancario (le due banche
italiane che hanno partecipato allo studio di
EMN sono Banca Popolare Etica ed Emilbanca)
sono 165.
Fonte: EMN (2009)
Le categorie servite corrispondono alle fasce di
popolazione più esposte ad esclusione sociale ed
economica. Il 47% delle IMF ha come target
persone non bancabili o soggette ad esclusione
bancaria ossia prive di conto corrente o
comunque che non hanno accesso a uno o più
servizi finanziari considerati essenziali in
Europa per la partecipazione alla vita
economica.
Un’attenzione particolare è riservata al genere. Il
44% dei programmi di microfinanza europei
indica come target privilegiato le donne. In
particolare, in Francia nel 2009, sono stati
49
erogati 10 mila crediti a favore di tale fascia di
popolazione (2 mila in Spagna, 1.400 in
Finlandia e 761 in Italia).
Le IMF europee si dimostrano inoltre sensibili ai
bisogni dei migranti e delle minoranze etniche
(41%). In Francia nel 2009 sono stati erogati più
di 5.500 crediti in questa fascia; 2.300 in Spagna
e 564 in Italia. Tuttavia va segnalato che in paesi
quali la Germania, l’Olanda o il Regno Unito,
con un’elevata presenza di immigrati, il numero
di crediti a questo target è particolarmente basso
(rispettivamente: 106, 105 e 50).
Rispetto alle condizioni e alle caratteristiche dei
servizi e prodotti offerti, accanto al dato già
riportato sul tasso d’interesse, si registra una
certa variabilità in termini di durata media del
credito, pari a 3 anni nel 35% dei casi, 5 anni nel
21%, 4 anni nel 16%, 2 nel 15% e 1 nel 6% dei
casi. Solo l’8% dei crediti ha una durata media
uguale o superiore ai 6 anni.
Il rischio di credito viene spesso mitigato
attraverso la richiesta ai beneficiari di garanzie
di diversa natura. Questo aspetto è
particolarmente curato dalle IMF dell’Europa
Orientale, più attente all’autosufficienza
economica rispetto alle omologhe dell’Europa
Occidentale. Tuttavia va considerato che spesso
la disponibilità di garanzie è l’elemento
discriminante tra soggetti bancabili e non. Per
tale ragione, ben il 59% delle IMF europee non
richiede alcun tipo di garanzia, sia essa reale o di
firma. In altri casi la garanzia, non resa
disponibile da parte del beneficiario, viene
invece concessa attraverso fondi di garanzia
esterni, solitamente creati grazie all’intervento
pubblico, sia a livello nazionale (fondi regionali
o nazionali) che europeo (Programma di
garanzia dell’UE). In altri casi la garanzia può
essere messa a disposizione da soggetti privati
quali fondazioni o associazioni.
La garanzia di gruppo, molto diffusa in altri
contesti, non è invece diffusa in Europa (25%) a
causa delle difficoltà di introdurre nei paesi
considerati la metodologia del credito di gruppo,
utilizzata solo dal 16% delle istituzioni. La
metodologia più diffusa risulta essere quella del
prestito individuale (88%).
Il 42% delle istituzioni oltre al credito offre altri
servizi di tipo finanziario e non.
Per il 53% delle istituzioni i prestiti “sociali”,
ossia non rivolti allo sviluppo d’impresa ma al
superamento di situazioni momentanee di
difficoltà economica o finanziaria, rappresentano
il 50% del portafoglio attivo.
Alcune istituzioni completano la gamma di
prodotti offerti grazie a servizi di money
transfer, assicurazioni, prodotti di risparmio e
garanzie.
La gran parte delle istituzioni in Bulgaria,
Ungheria e Italia offre servizi di educazione
finanziaria e, spesso attraverso organizzazioni
convenzionate, servizi di accompagnamento
tecnico per l’avvio o lo sviluppo d’impresa. I
business
development
services
(BDS)
rappresentano più in generale una componente
considerata importante da buona parte delle
microfinanziarie europee.
Le metodologie utilizzate e i servizi offerti si
traducono in un ancora basso livello di qualità
del portafoglio sia in termini di tasso di rimborso
che di portafoglio a rischio.
Il settore della microfinanza risulta essere ancora
fortemente dipendente da fonti finanziarie
esterne, sia per quanto riguarda la copertura dei
costi operativi e finanziari, che per
l’approvvigionamento finanziario.
Il settore pubblico e privato contribuiscono alla
copertura dei costi con una percentuale
rispettivamente del 34% e 42%, mentre solo il
60% è garantito dai ricavi operativi.
50
4.2
Buone pratiche. ADIE: l’importanza
della rete territoriale.
L’Association pour le droit à l’Initiative
Economique – ADIE è assieme a France
Initiative, il più grande programma di
microfinanza europeo. Nata nel 1989 per volontà
dell’economista Maria Novak, l’ADIE è un
programma di microfinanza a copertura
nazionale con ben 26.500 clienti attivi, un
portafoglio al 31/12/2009 di 61,5 milioni di
euro, un tasso di crescita del portafoglio nel
2009 del 14%. L’ADIE, rappresenta un esempio
unico a livello europeo di programma di
microfinanza a dimensione nazionale. Grazie
alla sua rete di 16 direzioni regionali e 130
antenne, il programma riesce a svolgere
un’azione capillare su tutto il territorio francese.
La rete territoriale può contare su un’equipe di
481 addetti e ben 1.530 volontari, vera anima
dell’organizzazione. Questi ultimi dedicano a
questa attività di volontariato 3,8 giorni al mese,
pari a ben 1/3 della forza lavoro dell’ADIE. Si
consideri che il valore economico attribuito ad
una giornata di lavoro di un volontario
dell’ADIE è di circa 315 euro e il valore
complessivo del lavoro svolto a titolo volontario
nel 2009 è stato pari a 15,75 milioni di euro. La
maggior parte dei volontari si dedica
all’accompagnamento
sul
territorio
dei
beneficiari, anche se molti di loro partecipano
anche ai comitati di credito o si occupano di
mansioni amministrative. Tutti i membri del
consiglio d’amministrazione sono volontari. I
volontari sono costantemente formati e nel 2009
l’organizzazione ha dedicato a tale attività 1400
giorni a favore di 630 persone. Grazie alla
presenza dei servizi di prossimità offerti dalla
rete territoriale, l’azione dell’istituzione risulta
particolarmente
efficace,
soprattutto
se
paragonata ad altri programmi anche di grandi
dimensioni a livello europeo. Il tasso di non
rimborso era a fine 2009 l’8,3%, i prestiti
cancellati erano il 2,2%; il PAR>30 era al 6,58
nel 2008 e 8,36% nel 2009.
La forte collaborazione tra IMF e società civile
nel successo del modello proposto dall’ADIE è
dimostrata anche dalla partecipazione al
programma da parte degli enti pubblici sia
centrali che locali. I finanziamenti pubblici
rappresentano
il
60%
del
budget
dell’organizzazione. Di questi, il 20%
provengono dalle Regioni, il 19% da enti
pubblici nazionali di varia natura, il 18% dallo
Stato, il 16% dai Dipartimenti e il 5% dai
Comuni. Il restante 22% deriva da fondi europei.
La convenienza per il settore pubblico allo
sviluppo del programma è dimostrato dai
risultati ottenuti in termini di ricadute sociali per
la collettività. L’ADIE ha infatti da sempre
sostenuto l’importanza di una misurazione delle
esternalità
sociali
(in
particolare
sull’occupazione) del programma ed è quindi
oggi in grado di determinare il risparmio per il
sistema nazionale e locale di welfare derivante
da una sua azione sul territorio: in seno al
programma
ADIE,
il
costo
dell’accompagnamento alla creazione di
un’impresa è in media di 1.660 euro; i costi
diretti di un disoccupato per la collettività sono
pari a 13.800 euro all’anno, che salgono a
34.000 euro, se si considerano i costi indiretti.
4.3
Buone pratiche. Il social lending.
Il social lending, spesso definito anche come
peer-to-peer lending, consiste in uno scambio
finanziario che avviene direttamente tra persone
fisiche, senza alcuna intermediazione da parte di
istituzioni finanziarie di tipo tradizionale ma
attraverso l’utilizzo di una piattaforma
tecnologica accessibile attraverso internet. Il
social lending sfrutta l’opportunità data da
51
Internet di superare i confini delle comunità
chiuse e localizzate per formare comunità
virtuali a livello nazionale o internazionale unite
dalla comunione e/o funzionalità reciproca di
interessi. Nella maggior parte dei casi non sono
richieste garanzie per l’ottenimento del credito.
Questo elemento, assieme all’ammontare ridotto
del credito e alla velocità di erogazione, è il
principale fattore che accomuna il modello del
social lending ai principi di base della
microfinanza.
Attraverso la piattaforma su internet i prestatari
(coloro che richiedono un prestito) e i gli
investitori (coloro che prestano il proprio denaro
ad altri) possono interagire direttamente tra loro,
senza ricorrere ad intermediari, ottenendo così
condizioni migliori per entrambi: tassi più bassi
per chi ottiene il prestito e interessi più alti per
chi presta denaro.
Nel modello operativo sviluppato ad esempio da
Zopa, il merito di credito viene classificato (A+,
A, B o C) dal personale di Zopa sulla base delle
informazioni immesse nel sistema dai richiedenti
stessi attraverso la piattaforma in internet. Dal
lato
dell’offerta
gli
investitori
fanno
contemporaneamente sul sito le loro offerte
relativamente all’importo che intendono prestare
e al rendimento atteso. Il richiedente valuta
quindi i tassi offerti che saranno tanto più alti
quanto più elevato sarà il suo profilo di rischio.
Allo scopo di frazionare il rischio di credito in
capo ad ogni beneficiario, gli investitori di Zopa
prestano solo piccole porzioni ad un singolo
richiedente. Zopa partecipa a tutti i prestiti con
una quota di 10 euro. In caso di accettazione, il
richiedente firma il contratto di prestito
riconoscendosi debitore dei prestatori e di Zopa
che applicherà una commissione sia al debitore
che al creditore.
Nonostante in Italia il social lending abbia
subito una significativa battuta d’arresto nel
2009 a causa della sospensione da parte di
Banca d’Italia del maggiore operatore (Zopa
Italia), in Europa questo modello ha avuto una
significativa espansione negli ultimi tre anni. La
crescita del peer- to- peer lending è da attribuirsi
oltre che ad una maggiore conoscenza del
modello presso il pubblico anche alla
contrazione dell’attività creditizia da parte delle
banche dovuta alla crisi internazionale. In molti
paesi questo servizio ha consentito ad ampie
fasce di popolazione di accedere al credito
altrimenti non disponibile.
A gennaio 2009 i maggiori operatori europei
avevano erogato crediti per circa 119 milioni di
USD2. La sola Kokos (Polonia) a un anno di
avvio delle attività, aveva erogato circa 57,9
milioni di USD. Il volume erogato da Zopa era
pari a 45,6 milioni di USD. Anche il rendimento
per gli investitori e la performance del modello
sono incoraggianti. La tedesca SMAVA, lanciata
nel 2007 e che a marzo 2009 aveva erogato
1.350 crediti per un totale di 7,9 milioni di euro,
già nel 2008, in piena crisi internazionale,
poteva offrire al 99% dei suoi 2.500 investitori
un guadagno netto di 210 euro, mentre per l’1%
di essi che ha subito una perdita essa è stata di
appena 60 euro. Il ROI nel 2008 era compreso
tra il 5% e il 10%.
2
A. Ashta and D. Assadi, An Analysis of European
Online microlending Websites, CEB Working Paper
N° 09/059, 2009
52
5.
IL CASO ITALIANO
5.1
Il contesto e le caratteristiche della
domanda
Con riferimento al contesto italiano, la domanda
per servizi di micro finanza espressa da due
principali categorie di attori:
-
Individui o famiglie a basso e bassissimo
reddito;
Imprese di piccole e piccolissime
dimensioni.
risulta essere molto vasta ma ancora scarsamente
soddisfatta. Mentre nei paesi economicamente
poveri, il settore della microfinanza ha affinato
strumenti in grado di raggiungere e spesso
soddisfarei target, in contesti più complessi,
quale quello italiano, il mercato non è stato
sinora in grado di elaborare un’offerta altrettanto
inclusiva.
Le ragioni della distanza tra domanda e offerta
nel settore della microfinanza nel nostro Paese,
sono da ricercarsi principalmente nei seguenti
fattori chiave:
-
-
3
Complessità e rigorosità della normativa
italiana in materia di regolamentazione
dell’attività
creditizia,
raccolta
del
risparmio ed erogazione di servizi
assicurativi;
Mancanza di metodologie adattate al
contesto socio-economico italiano di
valutazione del rischio di credito e di
attenuazione, a costi sostenibili, delle
asimmetrie informative3 tra ente erogatore
dei servizi e beneficiario;
Il razionamento del credito nei confronti delle
famiglie e delle piccole e micro-imprese è imputabile
in buona parte alle difficoltà per gli enti erogatori di
acquisire di informazioni sufficienti e a buon mercato
sui richiedenti il credito. La finanza tradizionale non
è in grado attualmente di disporre di strumenti in
grado di superare tale problema. Conseguentemente,
-
-
Difficoltà da parte dei potenziali beneficiari
ad attivare una rete sociale forte in grado di
sostenere la richiesta di credito attraverso
fideiussioni e garanzie morali4;
Importo limitato del credito che non
consente agli istituti erogatori di generare
ricavi sufficienti a coprire i costi sostenuti
per valutare la pratica di credito e per
monitorare il cliente prestatario.
Nei paragrafi che seguono analizzeremo i
bisogni in ambito finanziario che emergono
dalle due categorie individuate, stabilendo sia
per individui e famiglie che per le imprese, le
dimensioni del mercato e le caratteristiche del
target sulle quali l’offerta dovrebbe fare leva per
migliorare il livello d’accesso ai servizi.
L’esclusione finanziaria è un tema che sta
acquistando sempre più rilevanza nell’opinione
pubblica, nella comunità scientifica, ma
soprattutto nelle politiche dei principali attori
istituzionali nazionali e sovranazionali. L’analisi
delle relazioni tra credito e povertà e tra
emarginazione sociale ed esclusione finanziaria
porta a considerare la microfinanza in Italia –
così come in Europa – fra gli strumenti di
welfare più efficaci e utili.
L’Italia si caratterizza (TAB. 1) per una
presenza accentuata di livelli di povertà
(assoluta e relativa), di disuguaglianza
economica e di esclusione finanziaria. Tutti e tre
questi indicatori sono rivelatori di un forte
disagio sociale. Strumenti adeguati che
favoriscano l’inclusione finanziaria potrebbero
contribuire sensibilmente a migliorare il livello
per coprire un rischio di credito difficilmente
quantificabile, gli istituti di credito richiedono ai
beneficiari di presentare garanzie reali che spesso non
hanno.
4
La metodologia del group lending utilizzata in
microfinanza in molti contesti extraeuropei – e
analizzata nelle pagine precedenti - risulta inadatta
alla clientela nel nostro Paese.
53
di inclusione sociale e di lotta alla povertà e alle
sperequazioni.
TAB. 1: Esclusione sociale e finanziaria in
Italia
Italia
Famiglie
rischio
povertà
Esclusione
finanziaria
Disuguagl.
distributiva
a
di
Indicatori e Fonti
Entro il 20% superiore
alla Linea standard (dati
7,9%
ISTAT, La povertà in
Italia 2009)
I bilanci delle famiglie
italiane nell’anno 2008
11%
(Banca d’Italia 2009,
Supplemento
del
bollettino statistico)
Coefficiente di Gini: min
0 – max 100 (ISTAT,
31%
Distribuzione del reddito
delle famiglie italiane,
2009)
Nel rapporto sulla fornitura dei servizi finanziari
e la prevenzione dell’esclusione finanziaria,
pubblicato nel 2008, la Commissione Europea
sottolinea la profonda interazione tra
l’esclusione sociale e quella finanziaria: “Se la
prima quasi automaticamente conduce alla
seconda, l’esclusione finanziaria fa parte di un
processo che rinforza il rischio di far fronte
all’esclusione sociale. Essere oggettivamente
esclusi o sentirsi tali può avere origine o essere
rinforzato dalla difficoltà di accesso o di utilizzo
dei servizi finanziari”. Quattro sono le aree
fondamentali di accesso finanziario identificate
nel rapporto.
La prima e più elementare forma di esclusione è
la mancanza di accesso al sistema bancario nel
suo complesso, in particolare per quanto
riguarda le transazioni bancarie. Il mancato
accesso a tale tipologia di prodotti è fortemente
stigmatizzante. Inoltre, l’accesso al sistema
finanziario formale di base costituisce la chiave
d’ingresso ad altri servizi finanziari (es. credito)
e riduce fortemente i rischi legati alla gestione
del denaro contante (es. furto).
La mancanza di accesso a un conto ove riporre i
propri depositi costituisce la seconda forma di
esclusione finanziaria. Le cause principali
dell’esclusione da tale servizio sono la
mancanza di documenti d’identificazione (es.
nel caso di persone immigrate), il costo del
servizio, la complessità delle procedure
d’accesso, la mancanza di risparmio o di
abitudine a risparmiare e la diffidenza nei
confronti delle banche per ragioni culturali e
sociali.
La terza forma di esclusione, la più diffusa, è
quella creditizia. Il rapporto della Commissione
Europea prende in esame il credito fornito alle
famiglie per l’accesso a beni e servizi essenziali
(credito d’emergenza e al consumo). Il credito
viene considerato “un importante strumento
finanziario che permette l’accesso a beni o spese
che eccedono il budget mensile (es. veicoli di
vario tipo, casa, arredamento, ecc.)”. L’accesso
al credito favorisce la mobilità, la formazione
professionale e il miglioramento delle condizioni
abitative, che contribuiscono positivamente alla
salute e all’auto-stima. Tutto ciò eventualmente
conduce all’innalzamento del reddito personale e
a un più ampio accesso ai servizi pubblici. La
mancanza di accesso al credito, sia in forma di
prestiti, sia tramite il possesso di carte di credito
o di autorizzazione allo scoperto bancario, è
causa, oltre a una maggiore avversità al rischio,
anche di ricorso a sistemi di credito alternativi
(es. finanziarie) che possono portare al sovraindebitamento o a sistemi di credito informali
(es. usura), che offrono condizioni fortemente
svantaggiose, aggravando la posizione di chi già
vive nella precarietà.
La quarta e ultima area di esclusione finanziaria
identificata nel rapporto è relativa al campo
assicurativo. Mentre alcuni tipi di assicurazione
sono obbligatori nei paesi UE (es. RCA auto),
altri, come quella sanitaria o integrativa della
54
pensione, stanno assumendo una crescente
importanza a causa dell’indebolimento del
sistema di welfare europeo.
La povertà relativa, definita come una carenza di
risorse rispetto ad una situazione media o
normale della popolazione di riferimento, viene
misurata in Italia dall’ISTAT attraverso
un’indagine campionaria sui consumi delle
famiglie.
L’Istituto centrale di statistica approssima lo
standard di vita attraverso i consumi in quanto
ritenuti un indicatore migliore del reddito,
perché tengono conto, ad esempio, del possibile
utilizzo di risparmi accumulati o dell’accesso al
credito per acquisire beni in un anno di reddito
più basso. Sono considerate povere quelle
famiglie i cui consumi pro capite sono
equivalenti a meno della metà del consumo
medio pro capite nazionale.
Nel 2009, la soglia di povertà per una famiglia
di due componenti risultava pari a 983,01 euro
mensili (-1,7% rispetto al valore della soglia del
2008), cioè 11.796,12 euro annui. Le famiglie
composte da due persone che hanno una spesa
media mensile pari o inferiore a tale valore
vengono quindi classificate come relativamente
povere. Per famiglie di ampiezza diversa, il
valore della linea si ottiene applicando una
opportuna scala di equivalenza che tiene conto
delle
economie
di
scala
realizzabili
all’aumentare del numero di componenti.
In Italia, le famiglie che nel 2009 si trovavano in
condizioni di povertà relativa erano 2 milioni
657 mila e rappresentano l’10,8% delle famiglie
residenti. Nel complesso erano 7 milioni 810
mila gli individui poveri, il 13,1% dell’intera
popolazione. Particolarmente critica risulta
essere la situazione di soggetti che non sono
inseriti in una rete sociale e parentale forte: i
cosiddetti single, siano essi giovani o anziani,
sono ancor più esposti al rischio di povertà
relativa.
Per quanto riguarda l’esclusione finanziaria,
oltre alle rilevazioni europee, un quadro di
dettaglio può essere tratto dall’indagine sui
bilanci delle famiglie della Banca d’Italia.
L’indicatore di riferimento è il possesso o meno
del più basilare tra i servizi finanziari, il conto
corrente bancario o postale. Nel 2008, ultimo
anno disponibile, l’89% delle famiglie italiane,
che in tutto sono 22,8 milioni circa, possedeva
un deposito bancario o postale. Di conseguenza
ne era privo il 10% del totale, cioè circa 2
milioni 462 mila famiglie. Il dato risulta in calo
rispetto alle rilevazioni precedenti: nel 2002 la
percentuale di esclusi era del 14,1%, nel 2004
del 13,7%. L’indicatore mostra quindi un
incremento del grado di bancarizzazione della
popolazione, mentre la quota di esclusione
finanziaria tende ad allinearsi al dato della
povertà relativa, intorno all’11%. Questa
tendenza porterebbe a concludere che la
migliorata bancarizzazione non coincide con una
riduzione
dell’esclusione
finanziaria
e
conseguentemente con una minore povertà
relativa.
Tenendo conto che, nell’indagine della Banca
d’Italia, le caratteristiche individuali sono
riferite al “capofamiglia”, cioè al maggior
percettore di reddito all’interno del nucleo
famigliare, la fotografia del grado di fiducia
delle famiglie italiane rispetto all’utilizzo delle
diverse forme di risparmio, è delineata in base a
reddito, condizione professionale e area di
residenza:
•
Fino al secondo quintile, nelle classi di
reddito inferiori, i buoni fruttiferi postali
sono lo strumento più diffuso dopo i
depositi; oltre il terzo quintile, quindi per le
famiglie a reddito medio – alto, titoli di
55
•
•
stato, obbligazioni e fondi comuni hanno un
ruolo più significativo;
Nelle famiglie il cui capofamiglia è operaio,
analogamente i buoni fruttiferi postali sono
lo strumento più usato dopo i depositi; le
famiglie con capofamiglia pensionato si
rivolgono principalmente (circa il 12%) ai
titoli di stato, mentre i nuclei con
capofamiglia impiegato (17%), dirigente
(32%) o lavoratore autonomo (18%) optano
prevalentemente per obbligazioni e fondi
comuni. Le famiglie con capofamiglia
imprenditore (11%) o dirigente (21%)
investono più frequentemente in azioni;
Tra le famiglie del Sud e delle Isole si
registra una più contenuta diffusione dei
depositi rispetto alla media nazionale (75%
contro l’89 %), a fronte di una maggior
detenzione di buoni fruttiferi postali. Anche
il possesso di titoli di Stato, obbligazioni e
fondi comuni è inferiore alla media
nazionale. In particolare, azioni e altre
partecipazioni sono quasi assenti.
5.1.1 Il caso degli immigrati
In Italia, secondo il rapporto Caritas-Migrantes
2009, sono presenti circa 4,5 milioni di
immigrati
regolari,
tra
comunitari ed
extracomunitari, il 7% della popolazione. La
collettività più numerosa è diventata quella
rumena, con oltre 796 mila presenze regolari,
seguita dagli albanesi (441 mila) e dai
marocchini (403 mila). Il flusso è in crescita: tra
il 2005 e il 2007 ci sono state 1 milione e mezzo
di domande di assunzione di lavoratori stranieri
da parte di aziende e famiglie italiane. Tra i dati
da ricordare, l’aumento degli imprenditori
immigrati: si contano 187.4665 titolari d’impresa
5
Nota
metodologica
su
dati
CARITAS/MIGRANTES: la principale fonte di dati
è l‘archivio Infocamere dell’Unione di Camere di
Commercio, che però presenta una fondamentale
(il 90% concentrata nell’Italia centro
settentrionale).
Come tra la popolazione italiana in generale,
anche tra gli immigrati in questi anni è cresciuta
la bancarizzazione. Secondo il più recente
rapporto ABI-CESPI6, i migranti dei paesi non
OCSE con conto corrente sono passati da
1.058.000 nel 2005 a 1.410.000 nel 2007, con un
tasso di crescita su base annua del 15%,
superiore a quello della popolazione migrante
nel suo insieme che è stato del 10%. Di
conseguenza il 67% degli immigrati extra OCSE
adulti ha un conto in banca contro il 60% di due
anni prima.
Secondo una recente ricerca realizzata dall’ONG
COSPE e finanziata dalla Regione Toscana, che
ha coinvolto un campione di 674 migranti in tre
regioni (Toscana, Emilia Romagna e Puglia)7,
un’alta percentuale di intervistati (40% con
punta del 47% in Puglia) ha dichiarato di non
avere un conto corrente perché non dispone di
denaro sufficiente e il 18% perché sostiene di
non avere bisogno della banca. Generalmente gli
intervistati non bancarizzati tengono i propri
risparmi a casa (29%) oppure li inviano al Paese
d’origine (25%). La ricerca tuttavia rileva una
domanda potenziale di servizi finanziari. Quasi
il 30% dei migranti non bancarizzati trova
svantaggiosa la propria situazione e ritiene che
difficoltà di interpretazione dovuta al fatto che i dati
raccolti sono basati sui soggetti nati all’estero
individuati
in
base
al
codice
fiscale.
CARITAS/MIGRANTES esclude i nati all’estero di
cittadinanza italiana, sia gli immigrati che sono
diventati cittadini italiani; per questo si tratta di
un’informazione che perfeziona, non sostituisce
quella fornita da Infocamere (250 mila circa titolari di
impresa registrati al 2009.
6
Rhi-Sausi, José Luis; Zupi, Marco, Banche e nuovi
italiani. I comportamenti finanziari degli immigrati,
Bancaria Editrice, 2009
7
Elena Volpi (A cura di), Buone pratiche di banche e
istituti di credito per l’integrazione di migranti e
rifugiati, COSPE, 2009
56
la mancanza di un conto comporti, ad esempio,
problemi di sicurezza e difficoltà nella
riscossione degli assegni.
Il cliente immigrato utilizza prevalentemente i
servizi finanziari di base, mentre ha, in genere,
scarsa conoscenza dei prodotti di gestione del
risparmio in particolare di quelli più evoluti. Più
della metà ha attivato un finanziamento presso
una banca: in primo luogo carte di credito,
prestiti personali e mutui. A proposito dei mutui
per l’abitazione, tra gli immigrati solo il 10% è
proprietario della casa in cui abita, ma gli
acquisti, dopo una rapida crescita nel 2007
(secondo la Caritas ne sono stati effettuati 120
mila), nel 2008 hanno conosciuto un’inversione
di tendenza con un calo del 23,7% rispetto
all’anno precedente. Nell’attuale congiuntura, la
disponibilità
economica
delle
famiglie
immigrate si è sensibilmente ridotta, e l’aumento
del costo del denaro ha reso più difficoltoso
l’accesso ai mutui. Appare ancora relativamente
bassa, ma in crescita, l’incidenza del credito al
consumo mentre sono sotto-utilizzati i prodotti
assicurativi: il 42% è titolare di un prodotto
assicurativo, ma di questi ben il 60% è costituito
da RC auto.
Secondo la citata ricerca del COSPE8, il 26%
degli intervistati ha richiesto un credito e di
questi l’89% l’ha ottenuto.
Rispetto al credito d’impresa, nella stessa
ricerca, su 56 imprenditori intervistati, 23 non
hanno chiesto prestiti alle banche ma hanno
utilizzato propri risparmi o sono ricorsi
all’appoggio finanziario da parte di amici o
parenti. In molti casi i migranti imprenditori
ritengono che sia molto difficile ottenere un
credito da una banca, in particolare nel caso di
imprese non consolidate o in assenza di garanzie
immobiliari. In alcuni casi i migranti, consci del
fatto che le banche non finanziano l’avviamento
d’impresa, chiedono prestiti personali che poi
vengono utilizzati per la creazione di attività
imprenditoriali e ciò nonostante le condizioni
siano più gravose, il termine più breve e
l’importo ridotto. Questo rivela indirettamente
un problema di razionamento del credito che
distorce la domanda e genera problemi
successivi nella capacità di rimborso e nel
profilo di rischio della popolazione migrante.
Secondo ABI-CESPI, gli immigrati presentano
un’elevata propensione al risparmio. Il 70% dei
migranti occupati riesce a risparmiare in
previsione di spese future. Il 38% risparmia più
di 200 euro mensili. La banca è il principale
depositario del risparmio accumulato. Non è
però il principale canale attraverso cui parte del
risparmio, le rimesse, viene inviato nel paese
d’origine.
Le rimesse hanno superato nel 2009 i 6,7
miliardi di euro (pari allo 0,44% del reddito), a
cui vanno aggiunti almeno altri 2 miliardi,
secondo le stime più accreditate, inviati
attraverso canali informali. I dati del 2009
dimostrano che nonostante uno straordinario
aumento registrato nel corso dell’ultimo
decennio (+1.047,5% tra il 2000 e il 2009), le
rimesse sono rimaste piuttosto stabili nell’ultimo
anno, con un incremento solo del 5,8%.
Probabilmente un maggior riscontro della crisi si
evidenzierà nei dati 2010. Nel complesso, il 52%
degli invii avviene attraverso le agenzie di
money transfer, il 23% attraverso il sistema
bancario e il restante 25% con sistemi informali
(23,3% in Toscana secondo le stime del
COSPE9). Per quanto riguarda l’utilizzo a
destinazione, il 26% va a spese di consumo, il
17% a spese sanitarie, il 14% a spese per
l’educazione. Ai progetti imprenditoriali è
destinato l’8% delle rimesse. Il flusso di
risparmio proveniente dai migranti è una delle
8
9
Elena Volpi (A cura di), op. cit., 2009
Elena Volpi (A cura di), op. cit., 2009
57
principali entrate della bilancia dei pagamenti di
molti
paesi
poveri
e
contribuisce
all’attenuazione degli squilibri economici del
paese di provenienza. Tuttora, questo flusso non
è adeguatamente valorizzato come risorsa per
moltiplicare gli impieghi e gli investimenti nel
paese di provenienza. Attualmente una larga
parte delle risorse finanziarie trasferite nei Paesi
d’origine è impiegata per i consumi delle
famiglie e solo una porzione residuale delle
rimesse viene indirizzata al risparmio e
all'investimento in ambito imprenditoriale o
comunitario. La prevalenza delle rimesse per i
consumi deriva principalmente da una scarsa
propensione delle famiglie destinatarie a
rivolgersi a istituzioni finanziarie formali
(banche o istituzioni di microfinanza) e ad
utilizzare strumenti di risparmio per la
pianificazione dell'economia famigliare. Una
diversa valorizzazione delle rimesse può essere
realizzata attraverso l’utilizzo di parte dei fondi
inviati periodicamente dai migranti residenti in
Italia, come risorsa da accumulare sotto forma di
risparmio,
depositato
presso
istituzioni
finanziarie di tipo inclusivo (Istituzioni di
Microfinanza o Cooperative di Risparmio e
Credito) e come fonte di investimento per la
realizzazione di iniziative imprenditoriali.
Questo scopo può essere raggiunto attraverso la
creazione di apposite piattaforme finanziarie
transnazionali che forniscano ai migranti la
possibilità di accedere a servizi di trasferimento
del denaro collegati a servizi di risparmio e
credito
nel
Paese
d’origine
grazie
all’implementazione di un modello cash to
account. Secondo questo schema i migranti
avranno la possibilità di attivare nel Paese
d’origine diversi servizi di gestione della
liquidità e del risparmio. Le rimesse inviate
potranno essere infatti depositate in un conto di
deposito a vista o a termine (remunerato). La
possibilità di disporre di servizi di risparmio nel
paese di destinazione delle rimesse produce
indubbi vantaggi rispetto agli strumenti di
trasferimento tradizionali, sia per il migrante che
per le famiglie d'origine.
Il risparmio accumulato potrà essere utilizzato:
•
•
•
•
•
per la realizzazione di progetti d'impresa
del migrante o dei beneficiari nel Paese di
provenienza;
come fonte di auto-finanziamento di spese
relative alla casa e altre voci di costo
straordinarie della famiglia;
come risorsa di riserva per affrontare spese
improvvise: malattie, medicinali, funerali,
ecc.;
come garanzia per l'accesso al credito da
parte del migrante in fase di rientro o dei
beneficiari;
come storico dei flussi finanziari del
migrante,
utilizzabile
dall’istituzione
finanziaria locale per verificare la capacità
potenziale di rimborso in caso di
erogazione di un credito a favore di un
beneficiario designato dal migrante stesso.
Il risparmio a termine, derivante dai flussi di
rimesse dall'Italia, rappresenta inoltre per
l’istituzione finanziaria nel Paese d’origine una
importante fonte finanziaria di lungo periodo
attraverso la quale poter aumentare la porzione
di crediti verso la clientela a medio/lungo
periodo, utili per finanziare investimenti in
capitale fisso delle micro e PMI locali.
Il livello crescente di bancarizzazione degli
immigrati non si traduce però necessariamente
in accesso al credito. Accede a prestiti, metà
mutui e metà prestiti personali, solamente il 23%
dei migranti bancarizzati. Tra gli immigrati
imprenditori, gli investimenti, in media di
dimensioni tra i 10 e i 20 mila euro, sono
finanziati in oltre il 70% dei casi da risorse
proprie, a cui, nel 16% dei casi, si affianca il
58
supporto da parte di amici e parenti e solo nel
15% dei casi il credito bancario. Il 40% degli
immigrati imprenditori ha chiesto un prestito in
banca: in questo caso la dimensione media
supera i 30 mila euro. Due terzi di essi hanno
ottenuto un finanziamento, un terzo no. Per
confronto, un’indagine riferita allo start-up di
impresa (in generale, a prescindere dalla
nazionalità del titolare) indica che le percentuali
di domande di credito respinte dalle banche si
collocano in media tra il 14 e il 21% delle
richieste10.
5.1.2 Inclusione e nuovo indebitamento
Il maggior accesso ai servizi finanziari in Italia
si è accompagnato ad una crescita
dell’indebitamento delle famiglie e delle
imprese, sia pur non agli stessi ritmi degli Stati
Uniti. L’indice sintetico di inclusione finanziaria
si attesta al 0,60, mentre l’indice di accessibilità
al credito allo 0,4111. L’accelerazione
dell’erogazione del credito12 da parte del sistema
bancario è stata particolarmente accentuata
attorno alla metà degli anni 2000. Nei primi anni
del decennio, la crescita si attestava sul 5-6%
annuo. Nel 2005 balza all’8% e nel 2006
all’11%, per poi collocarsi vicino al 10% nel
2007. Questo a fronte di un Prodotto Interno
10
Francesco Chelli, Alberto Zazzaro, I finanziamenti
bancari allo start-up d’impresa: l’esperienza e il
ruolo dei direttori di filiale, in Alberto Zazzaro (a
cura di), I vincoli finanziari alla crescita delle
imprese, Carocci, 2008
11
Chiara Provasoli; Angela Tanno; Gianna Zappi (a
cura di), Banche e inclusione finanziaria. Accesso al
credito, micro finanza e strategie operative, ed.
Banca Editrice 2009. L’indice di accessibilità al
credito è dato dal numero di sportelli per abitante.
L’indice sintetico d’inclusione finanziaria è invece
stato costruito considerando tre indici dimensionali:
l’indice di accesso, di utilizzo e rischiosità del
credito.
12
Indice di utilizzo del credito bancario 0,50, ABI
2009.
Lordo che non cresceva più del 2%. Nel 2008 la
crescita degli impieghi bancari si è dimezzata al
4,5%.
Per quanto riguarda le famiglie (TAB. 2), tra il
2002 e il 2008 i mutui per la casa sono cresciuti
del 132%, passando da quasi 100 a 232 miliardi
di euro. La dinamica è stata a due cifre fino al
2006, ma con un ritmo decrescente: dal +26%
del 2003 al +13% del 2006. Nel 2007 l’aumento
si è attestato poco sotto il 9%, mentre nel 2008 è
sceso al 2,4%. Il credito al consumo è
aumentato, sempre dal 2002 al 2008, del 121%,
balzando da 46 a quasi 102 miliardi di euro.
Anche in questo caso la crescita è stata elevata
verso metà decennio, con un picco del +21,6%
nel 2004, ma è rimasta a due cifre (+14,3%)
anche nel 2007, rallentando vistosamente al
4,1% nel 2008.
TAB. 2: Le principali componenti del debito
delle famiglie (valori in mld.Euro e tassi di
variaz.percentuali)
2002
2003
2004
2005
2006
2007
2008
Credito al
Mutui per
consumo,
Variazio
abitazione Variazio
comprese
in mld. di ne annua
ne annua
carte di
euro
credito
100,0
+ 18,4% 46,1
126,4
+ 26,4% 50,1
+ 8,6%
154,6
+ 22,3% 60,9
+ 21,6%
183,8
+ 18,9% 72,7
+ 19,2%
208,3
+ 13,3% 85,6
+ 17,8%
226,4
+ 8,7% 97,8
+ 14,3%
231,9
+ 2,4% 101,8
+ 4,1%
Fonte: Banca d’Italia (vari anni) ed elaborazioni
Microfinanza Srl
È indebitato il 26,1% delle famiglie italiane, per
un valore medio del debito pari a 10.486 euro, il
33% del reddito.. Il 12,8% risulta indebitato per
l’acquisto di beni di consumo, l’11,6% per
l’acquisto di immobili e il 3,8% per attività di
59
lavoro indipendente. La quota più elevata, pari al
39,1%, si trova nella fascia di età da 41 a 50
anni, con un debito per famiglia superiore ai 17
mila euro. Ma la quota maggiore di debito sul
reddito si raggiunge nella fascia di età 31-40
anni con il 51,3% (le famiglie indebitate sono il
36,2%).
Gli indebitati sono nettamente di più tra i
lavoratori autonomi, 44,4% del totale con 35.747
euro di valore medio pari al 73,4% del reddito,
che tra i dipendenti, 33,6% del totale con 11.041
euro di debito medio pari al 32,6% del reddito. Il
debito è più diffuso tra le famiglie numerose: il
39,2% delle famiglie con 4 componenti e il
38,2% di quelle con 5 o più componenti, con un
indebitamento che sfiora il 50% del reddito
(49,5% per 4 componenti, 46,2% per 5 o più).
Sono relativamente più indebitate le famiglie
delle fasce di ricchezza superiori e quelle che
vivono nelle grandi città. Restano meno
indebitate – il 22,3% del totale con il 22,2% di
quota del debito sul reddito – le famiglie del
Mezzogiorno d’Italia.
Il boom del credito al consumo è stata la
principale novità degli ultimi anni in Italia. Nel
2002 il 60% delle erogazioni facevano capo alle
banche e il 40% alle società finanziarie. Nel
2008 il rapporto è arrivato quasi alla parità: 51%
banche, 49% finanziarie. Va ricordato, tuttavia,
che delle 79 associate ad Assofin, l’associazione
del credito al consumo e immobiliare, 25 sono
banche, specializzate o generaliste, e altre 25
società finanziarie che fanno capo agli istituti di
credito. Il credito al consumo è appannaggio del
sistema bancario per quasi due terzi.
Sul versante delle aziende, abbiamo preso in
considerazione le “famiglie produttrici”, cioè le
imprese individuali e familiari fino a 5 addetti. I
dati sulle famiglie produttrici costituiscono un
indicatore dell’atteggiamento delle banche verso
le microimprese. I crediti a questa categoria
sono passati dai 65,6 miliardi di euro del 2002
agli 90,9 miliardi del 2009, una crescita del
38,5% in sette anni. Aumenti più accentuati si
segnalano nel 2003 (+8,7%) e nel 2006 (+7,6%).
Nel 2007 la crescita scende al 4,7%, nel 2008 si
registra una diminuzione della consistenza dei
finanziamenti di oltre mezzo miliardo di euro,
pari allo 0,6% in meno e nel 2009 l’aumento è
del 2,02%.
5.1.3 Le conseguenze della crisi
La crisi esplosa nell’estate 2007 con lo scoppio
della bolla dei mutui USA subprime ha colpito
anche in Italia famiglie e imprese sia sul
versante dei costi che sul versante dell’accesso
al credito. Sul versante dei costi hanno pesato la
stretta sulla liquidità e la rapida crescita dei tassi
di interesse sul mercato interbancario (Euribor),
che si sono riflessi in particolare sui
finanziamenti delle banche alla clientela stipulati
a tasso variabile. Questo effetto, anche a seguito
dell’immissione di liquidità sui mercati da parte
di governi e banche centrali, si sta oggi
esaurendo ma ha assestato un duro colpo ai
bilanci 2008 e 2009 di famiglie e imprese.
L’altra conseguenza della crisi, la stretta
sull’erogazione del credito, permane tuttora.
Il tasso medio effettivo sui mutui per acquisto
abitazione delle famiglie è salito in Italia di oltre
due punti percentuali tra il 2006 e il 200813. Al
31 dicembre 2005, per mutui fino a 125 mila
euro, era pari al 3,60%. Dodici mesi dopo era
cresciuto al 4,65%, al dicembre 2007 al 5,76% e
al dicembre 2008 si è attestato al 5,73%, dopo
aver toccato il 6% a settembre. In termini di
interessi, commissioni e spese, le famiglie
italiane hanno pagato nel 2006 circa 5 miliardi e
mezzo di euro. Nel 2008 la cifra sfiora gli 8
miliardi, con un aumento in due anni del 46%.
Considerando però l’incremento del volume dei
13
Banca d’Italia (vari anni), cit.
60
mutui nello stesso periodo, pari all’11%,
l’effettivo aumento dovuto alla crescita dei tassi
è stato del 35%, pari a 1,9 miliardi in due anni.
Le famiglie con un mutuo a tasso variabile sono
circa 3,2 milioni.
L’incremento nel costo di acquisto della casa è
connesso all’aumento nel 2008 dei pignoramenti
immobiliari. Le associazioni dei consumatori
hanno stimato una crescita annua del 22%14.
Per quanto riguarda le imprese, i tassi di
interesse sulle operazioni a scadenza (mutui,
leasing) sono passati, tra la fine del 2005 e la
fine del 2008, dal 3,70% al 6,12%, quelli sulle
operazioni auto-liquidanti (sconto portafoglio)
dal 4,76% al 6,48%, quelli sulle operazioni a
revoca (fidi in conto corrente) dall’8,12%
all8,99%. Complessivamente per le imprese
l’aggravio sui conti dipendente dal solo aumento
dei tassi, dedotto l’incremento dei crediti, è stato
tra il 2006 e il 2008 di 11 miliardi e mezzo di
euro circa, pari al 40%.
Ma l’effetto più duraturo della crisi è la
riduzione dei finanziamenti, soprattutto alle
piccole e micro imprese (TAB. 3). Nel 2008 i
crediti alle famiglie produttrici sono calati dello
0,6%, passando da 89,6 a 89,1 miliardi. Un
indicatore del razionamento del credito è il
rapporto tra credito utilizzato e credito accordato
(TAB. 4). Tra fine 2005 e fine 2008 il rapporto
cresce di due punti, dall’83,9% all’85,9%. La
tensione sui fidi è segnalata anche dagli
sconfinamenti, aumentati nello stesso periodo al
2,3% del credito accordato. Il rapporto tra
utilizzato e accordato per le microimprese si
attestava nei primi anni Duemila attorno
all’80%.
14
Elio Lannutti (Adusbef), Rosario Trefiletti
(Federconsumatori) (2008), Banche: si consolida
boom pignoramenti immobiliari, comunicato stampa,
25 ottobre.
TAB. 3: Il credito alle microimprese /valori in
mld.Euro e tassi di variaz. percentuali)
2002
2003
2004
2005
2006
2007
2008
2009
Consistenze crediti Variazione
in Mld. di euro
annua
65,6
+ 6,7%
71,3
+ 8,7%
76,1
+ 6,7%
79,6
+ 4,6%
85,6
+ 7,6%
89,6
+ 4,7%
89,1
- 0,6%
90,8
+ 1,9%
Fonte: Banca d’Italia (vari anni), ed elaborazioni
Microfinanza Srl
TAB. 4: Rapporto tra credito utilizzato e
accordato per le famiglie produttrici
31/12/2009
85,23%
31/12/2008
85,89%
31/12/2007
85,12%
31/12/2006
84,49%
31/12/2005
83,86%
5.1.4 Bisogni finanziari e di servizi di
supporto, delle imprese escluse in Italia
In media, per le imprese, un terzo dei crediti
sono affidamenti in conto corrente. Nel caso
delle famiglie produttrici, il dato a fine 2008,
unico disponibile, indica una quota di fidi in
conto corrente pari al 25%. I mutui sono il 71%
del totale, con una buona fetta (il 35%) di mutui
per la casa, in imprese dove il patrimonio
familiare e quello aziendale si confondono. I
prestiti personali sono l’1,5% del totale, quota
nettamente superiore alla media delle imprese
(0,3%).
Nel mondo delle microimprese e dell'autoimpiego, particolarmente ampio in Italia rispetto
agli altri paesi Ocse, gli imprenditori donne
61
rappresentano il 25% del totale dei titolari.
Come abbiamo visto, l'accesso ai fidi bancari è
un'importante fonte di credito per le necessità di
cassa di queste imprese. Ma sui fidi le
microimprese con titolare donna pagano un tasso
di interesse più alto rispetto a quelle con titolare
uomo: in media lo 0,3% in più. Secondo uno
studio condotto da Alberto Alesina e da due
ricercatori della Banca d’Italia (basato
sull’esame degli accessi al fido di 150 mila
microimprese tra il 2004 e il 2006), il
differenziale non è giustificato da un maggior
rischio di fallimento e non è spiegato da
differenze territoriali o da specificità settoriali.
Inoltre la differenza nei tassi scende se c'è un
garante uomo e sale se il garante è donna.
L’ipotesi è che potrebbe trattarsi di una vera e
propria forma di discriminazione basata sul
convincimento, radicato ma errato, della
maggiore inaffidabilità delle donne.
5.1.5 Il razionamento del credito
A mettere in difficoltà le microimprese sono le
condizioni per ottenere il prestito, decisamente
peggiorate come emerge dalla rilevazione di
febbraio
2009
dell’Osservatorio
sull’imprenditoria giovanile di Confartigianato:
nei tre mesi precedenti il 38,7% dei giovani
imprenditori ha riscontrato maggiori difficoltà
nei rapporti con le banche. Tra esse, richieste
ingiustificate di rientro anticipato degli
affidamenti, aumento dello spread sui tassi di
interesse, richieste di maggiori garanzie,
allungamento dei tempi delle procedure
burocratiche15.
Il rallentamento della crescita e la vera e propria
diminuzione dei prestiti ai piccoli operatori
economici deprime la propensione a investire
15
Giorgio Guerrini (Confartigianato) (2009), La crisi
del credito costa alle imprese 12,5 miliardi l’anno,
comunicato stampa, 9 febbraio.
delle microimprese. Nel 2009 la quota di piccoli
operatori che ha effettuato investimenti è scesa
al 26,6%, rispetto al 28,7% del 2008 e al 35,4%
del 2007.16 Trova così conferma la tesi sostenuta
nell’ultimo
rapporto
“Global
Economic
Prospects 2009” della Banca Mondiale, secondo
cui il principale meccanismo del rallentamento
dell’economia sia nei Paesi ad alto reddito che in
quelli in via di sviluppo passa per la caduta del
tasso di investimento17. Gli investimenti “reali”
sono stati spiazzati da quelli finanziari.
5.1.6 Il mercato dell’usura
In Italia il numero dei commercianti coinvolti in
rapporti usurari è sensibilmente aumentato: nel
2008 sono stimati in circa 180.000 rispetto ai
150.000 del 200718. Poiché ciascuno s’indebita
con più usurai, le posizioni debitorie sono
valutate in oltre 500.000, per un giro d’affari
complessivo di 35 miliardi di euro. Di essi, 12,6
miliardi sono denaro movimentato dalle mafie,
per almeno 50.000 posizioni debitorie. Gli
interessi sono stabilizzati oltre il 10% mensile. Il
costo complessivo per le vittime è di 15 miliardi
di euro.
Un terzo dei commercianti coinvolti si concentra
in Campania, Lazio e Sicilia. È la Calabria, però,
a presentare il più alto rapporto attivi/coinvolti.
La Campania detiene il record degli importi
protestati (736 milioni di euro) seguita dalla
Lombardia e dal Lazio. Il Lazio è invece in testa
16
Crif Decision Solutions-Nomisma (2008),
Osservatorio sulla finanza per i piccoli operatori
economici, quattordicesima edizione, Roma, 26
novembre.
17
World Bank (2009), Global Economic Prospects.
Commodities at the Crossroads, Washington, DC:
The International Bank for Reconstruction and
Development / The World Bank.
18
Sos Impresa-Confesercenti (2008), Le mani della
criminalità sulle imprese, undicesimo rapporto,
Roma.
62
alla classifica per numero dei protesti. Lo stesso
Lazio (5,34%), la Campania (4,46%) e la
Calabria (3,53%) sono le regioni con il più alto
numero di protesti in rapporto alla popolazione
residente.
Alle aziende commerciali coinvolte vanno
aggiunti altri piccoli imprenditori, artigiani in
primo luogo, ma anche dipendenti pubblici,
operai, pensionati, portando a oltre 600.000 le
posizioni debitorie basate su patti usurari. Sono
invece 15.000 le persone immigrate che si stima
siano vittime o comunque coinvolte in attività
tra il parabancario e l’usura vera e propria.
5.1.7 Educazione finanziaria
Nella definizione che ne fa l’OCSE
“l’educazione finanziaria è il processo attraverso
il quale i consumatori/investitori finanziari
migliorano la propria comprensione di prodotti e
nozioni finanziarie e, attraverso l’informazione,
l’istruzione e un supporto oggettivo, sviluppano
la capacità e la fiducia necessarie per diventare
maggiormente consapevoli dei rischi e delle
opportunità finanziarie, per effettuare scelte
informate, comprendere a chi chiedere supporto
e mettere in atto altre azioni efficaci per
migliorare il loro benessere finanziario”19. Si
evincono quindi tre elementi caratterizzanti
dell’educazione finanziaria:
-
Informazione
per
accrescere
consapevolezza,
Istruzione per acquisire capacità,
Supporto attivo e consulenza di carattere
generale,
che se uniti portano alla formazione di una
cultura finanziaria, necessaria data la
complessità dell’attuale mercato finanziario. La
sofisticazione delle attese e dei bisogni della
19
OECD, Improving financial literacy: analysis of
issues and policies, 2005.
clientela ha portato ad una diversificazione
anche dei prodotti e servizi sempre più
complessi e variegati, la cui corretta gestione
può risultare ostica anche a chi possiede già
un’educazione finanziaria di base. Promuovere
un nuovo livello di educazione finanziaria non
ha come fine soltanto la tutela dei consumatori,
come si evince dalla definizione OCSE, ma
soprattutto offre la possibilità di crescita del
mercato e del Paese di riferimento: una
maggiore partecipazione ai mercati finanziari
porterebbe ad un incremento del volume delle
attività finanziarie investite, che secondo una
ricerca di Ambrosetti se fosse solo dell’ordine
dell’1% equivarrebbe a 32,7 miliardi di euro sul
Pil nazionale italiano. Una sfumatura importante
della
cultura
finanziaria
è
la
“responsabilizzazione” economico–finanziaria
nei confronti dei risparmiatori, cioè una
maturazione di un sentimento di fiducia nella
propria capacità di affrontare tematiche
finanziarie. Permettere agli attuali “non
bancarizzati” di entrare nei circuiti finanziari
accrescendo la loro consapevolezza e le loro
stesse competenze in materia, può far sì che
emergano dal contesto di esclusione sociale tutte
quelle fasce di popolazione che fronteggiano
l’inadeguatezza di fronte alle nuove tecnologie,
rendendoli così in grado di agire in modo attivo
e consapevole nel contesto economico e
culturale
(esempio:
accrediti
tramite
domiciliazione
bancaria).
L’educazione
finanziaria risulta quindi essere una strategia
win-win sia per i consumatori che per gli
operatori finanziari.
5.1.8 Servizi di accompagnamento tecnico e
tutoraggio
L’esperienza europea nel settore della
microfinanza indica come consolidata l’opinione
secondo la quale in contesti economici strutturati
63
e avanzati quali quello a cui l’Italia appartiene, i
servizi di credito a favore della microimpresa
debbano essere necessariamente affiancati a
forme più o meno intense di accompagnamento
tecnico, i cosiddetti Business Development
Services (BDS). Il credito non risulta essere
infatti uno strumento sufficiente ad assicurare lo
sviluppo
della
microimpresa.
Parimenti
importante, per affrontare un mercato altamente
competitivo e complesso, sono i servizi di
assistenza tecnica, in particolare a favore di
soggetti che per la prima volta intendono
intraprendere
un’iniziativa
economica
autonoma.
Di conseguenza, la gran parte delle istituzioni
che offrono servizi di credito in tale settore,
tendono a fornire direttamente o indirettamente
servizi di:
-
-
-
Consulenza sulla normativa vigente in
materia tributaria o sulle procedure la
registrazione dell’attività;
Formazione e accompagnamento tecnico in
fase di elaborazione del business plan e
piano finanziario;
Formazione in materia contabile, analisi di
bilancio e controllo di gestione;
Formazione sulla gestione finanziaria
d’impresa;
Marketing.
A livello europeo, l’84% dei beneficiari ha
accesso ai BDS20. Il 57% delle microfinanziarie
europee offre direttamente servizi di credito ai
propri clienti unitamente ai BDS; il 27% offre
BDS attraverso strutture convenzionate e solo il
19% non offre alcun tipo di servizio. Per il 20%
delle istituzioni, i BDS sono considerati sempre
obbligatori per l’accesso al credito. L’offerta di
servizi accessori al credito, rappresenta una
20
Bárbara Jayo; Anabel Gonzalez; Casey Conzett,
Overwiev of the microcredit sector in the European
Union, EMN, 2010
scelta strategica particolarmente importante, e
potremmo dire imprescindibile, per il buon esito
dei programmi di microfinanza in contesti
complessi quali quello europeo. Il livello di
specializzazione necessario per l’avvio e lo
sviluppo di un’impresa con le caratteristiche e le
dimensioni tipiche del mercato europeo è infatti
molto elevato e richiede competenze specifiche
di tipo gestionale, economico e finanziario.
Nel caso italiano (GRAF.1), i programmi di
accompagnamento tecnico sono considerati
obbligatori per l’accesso al credito dal 24% dei
fornitori di servizi di microcredito21, sono forniti
attraverso strutture esterne nel 19% dei casi e nel
24% dei casi non è propedeutico all’accesso al
credito.
GRAF.1: Accesso ai BDS nel mercato del
microcredito in Italia
Richiesto solo in alcuni
casi
14,3%
Fornito attraverso
strutture esterne
19,0%
Offerto solo su richiesta
dei clienti
19,0%
Non richiesto per
l'accesso al credito
23,8%
Obbligatorio per tutti i
prestatari
23,8%
0,0%
5,0%
10,0%
15,0%
20,0%
25,0%
Fonte: CEB, 2010
5.2
Stima della domanda nel settore della
microfinanza
Sulla base della situazione esistente e dei dati
disponibili (TAB. 5), presentiamo una stima
dell’ordine di grandezza del mercato potenziale
della microfinanza in Italia entro i prossimi
cinque anni (TAB. 6). La stima tiene conto,
ovviamente, della crisi e dei suoi effetti.
In primo luogo riepiloghiamo l’offerta attuale di
credito alle famiglie e alle microimprese.
21
Fabrizio Botti; Marcella Corsi, A social
performance analysis of italian microfinance, Centre
Emile Bernheim, 2010
64
TAB. 5: L’offerta di credito a famiglie e
microimprese in Italia (valori in mld. Euro al
31/03/2010)
Banche Finanziarie
Famiglie: mutui
casa
Famiglie: credito
al consumo
di cui:
immigrati: mutui
casa
immigrati:
credito al
consumo
Usura/In
Totale
formale
252
252
54
56
110
25
25
8
8
…
16
Famiglie escluse
0
0
…
…
Microimprese:
fidi, mutui e altre
forme di credito
91
16
40
147
TOTALE
397
72
40
509
Fonte: Banca d’Italia, Base informativa pubblica on
line
I settori della clientela considerati sono le
“famiglie
consumatrici”
e,
come
approssimazione alle microimprese, le “famiglie
produttrici”, cioè le imprese individuali e
familiari fino a 5 addetti.
TAB. 6: La domanda di microfinanza in
Italia nei prossimi cinque anni: previsioni
(mld.Euro)
Banche
Microfinanza Totale
Famiglie
16
2
18
di cui: immigrati
11
1
12
Microimprese
24
3
27
TOTALE
40
5
45
Per quanto riguarda gli immigrati, l’ABI stima
che il 10% dei 3,5 milioni di mutui per
abitazione in essere a livello nazionale faccia
capo a migranti. Tuttavia, secondo Scenari
Immobiliari, la crisi ha portato nel 2009 ad una
contrazione del 24% degli acquisti di case da
parte di lavoratori immigrati.
Sul versante del credito al consumo, una
rilevazione di Experian, società di informazione
commerciale, riferita ai primi otto mesi del 2008
stima che le domande di credito al consumo,
credito personale e carte revolving provenienti
da immigrati siano salite al 15,4% del totale,
contro il 12,1% rilevato nello stesso periodo del
2007 (Experian (2008), Credito agli stranieri:
Experian rileva un aumento delle richieste,
www.experian.it, 20 novembre)22. La stima sulla
distribuzione, sostanzialmente equilibrata, della
domanda tra banche e finanziarie (società,
peraltro, che spesso fanno capo alle banche
stesse) si basa su un dato riportato dal Censis
che indica che, tra i canali di finanziamento, gli
immigrati ricorrono alle banche per prestiti
personali nel 38% dei casi e alle finanziarie per
prestiti personali e credito al consumo nel 30%.
La stima di Sos Impresa-Confesercenti23
sull’estensione dei prestiti usurai, che nel 2008
era pari a 35 miliardi di euro, nel 2010,
soprattutto a causa degli effetti della crisi è salita
a 40 miliardi di euro. La stima si riferisce al
settore del commercio (200 mila commercianti
colpiti), mentre non ci sono stime attendibili di
quanto la finanza informale e l’usura
coinvolgano le famiglie, di italiani o di
immigrati.
22
Lo schema di decreto legislativo, approvato il 30
luglio 2010 dal Consiglio dei Ministri, e che
recepisce la direttiva 2008/48/Ce sul credito al
consumo cambia sostanzialmente le condizioni di
utilizzo di questi strumenti creditizi rendendoli molto
ristrette. Ciò significa che è da attendersi un
sostanziale cambiamento tra domanda e offerta di
credito nell’ambito del credito al consumo.
23
Sos Impresa-Confesercenti, Le mani della
criminalità sulle imprese, dodicesimo rapporto,
Roma 2010
65
La stima dell’ordine di grandezza di una sorta di
«manovra» creditizia anti-esclusione e anti-crisi
si basa sui seguenti elementi:
-
-
-
-
tendenza verso il dimezzamento, nell’arco
di cinque anni, del numero di famiglie
escluse dal credito, soprattutto dai mutui
casa. Secondo l’ultima rilevazione della
Banca d’Italia (Banca d’Italia (2010), “I
bilanci delle famiglie italiane nell’anno
2008”, Supplementi al Bollettino Statistico,
a. XX, n, 8, 10 febbraio), le famiglie che
non possiedono alcuna attività finanziaria,
neanche un conto corrente bancario o
postale, sono pari all’11% del totale.
Prendiamo questo come indicatore di
esclusione finanziaria. Si è stimato quindi
che l’obiettivo sia l’accesso al credito del
5% delle famiglie, pari quindi al 5% del
totale attuale mutui e crediti al consumo
alle famiglie, cioè circa 18 miliardi di euro;
parziale riconversione dei finanziamenti al
consumo insostenibili delle famiglie. Una
parte della cifra precedente dovrebbe essere
dedicata al riassetto dei debiti delle
famiglie;
incremento del 30% dell’accesso al credito
per le famiglie immigrate. Si tratta di circa
12 miliardi di euro di nuovi crediti e mutui;
riapertura del credito alle microimprese,
prestiti per la liquidità e riassetto dei
finanziamenti dal breve al medio-lungo
termine in modo da allentare il
razionamento del credito di questi ultimi
anni. L’indicatore della tensione creditizia è
il rapporto credito utilizzato/credito
accordato. Sempre da dati Banca d’Italia, il
rapporto per le “famiglie produttrici” è
salito, nel caso dei crediti da banche,
dall’83% del 2005 all’86% del marzo 2010.
Nel caso dei prestiti da finanziarie, il balzo
è ancora più accentuato, passando dall’80%
-
-
del 2005 al 95% del marzo 2010. Per
riportare il rapporto attorno all’80-82%, i
livelli di prima della crisi, servono
complessivamente 7 miliardi di euro, di cui
3 da “spostare” dalle finanziarie, troppo
onerose, alle banche;
tendenza verso il dimezzamento, nell’arco
di cinque anni, del numero di microimprese
vittime dell’usura. Ciò significa garantire
crediti «sani» per circa 20 miliardi di euro;
il totale di nuovi crediti alle microimprese
sarebbe quindi pari a 27 miliardi di euro.
L’ipotesi è che circa il 90% di questa manovra
sia assunta dalle banche, mentre l’obiettivo
strategico della microfinanza dovrebbe essere
coprirne il 10%. La manovra sarebbe condotta in
collaborazione con consorzi di garanzia fidi, enti
locali e reti sociali.
La manovra per combattere l’esclusione sociale
e finanziaria in Italia e sostenere famiglie e
microimprese nell’uscita dalla crisi è stimata,
dunque, attorno ai 45 miliardi di euro, di cui 18
miliardi per le famiglie e 27 miliardi per le
microimprese. Si tratta del 3% del totale degli
impieghi bancari, che ammontano a circa 1.500
miliardi di euro.
Questa stima non dà che un ordine di grandezza
e
costituisce
un
punto
di
partenza
nell’individuazione della domanda potenziale
reale, ossia effettivamente servibile dal settore
della microfinanza in Italia, in considerazione
della sua struttura e dei limiti economici,
organizzativi e giuridici con i quali deve
confrontarsi. Si tratta inoltre di una stima molto
probabilmente
sovradimensionata.
La
microfinanza ha infatti dimostrato in molti casi
di non essere in grado di raggiungere un’ampia
fascia di microimprese a causa dei limiti
strutturali del contesto economico e normativo
italiano e per un’ancora insufficiente
innovazione nei prodotti finanziari offerti. Nello
66
studio citato del Centre Emile Bernheim sulla
performance sociale delle IMF in Italia, fatta
eccezione per il programma della Caritas
Diocesana Vicentina e per il progetto SMOAT,
nessuna delle IMF che hanno partecipato
all’indagine ha superato i 38 crediti erogati
nell’arco di 12 mesi24. Le cause di un risultato
così esiguo vanno ricercate da un lato
nell’ancora scarsa maturità e ridotta scala del
settore25, dall’altro nei seguenti fattori comuni a
molte micro realtà imprenditoriali italiane:
1)
2)
3)
4)
24
Scarsa
trasparenza
gestionale.
I
microimprenditori spesso non dispongono
di bilanci in grado di restituire la reale
situazione economica, finanziaria e
patrimoniale dell’attività. Spesso parte dei
ricavi non viene contabilizzata per ragioni
fiscali;
La gestione d’impresa è strettamente legata
all’economia familiare ed è quindi difficile
isolare la situazione economica, finanziaria
e patrimoniale dell’impresa da quella
personale o familiare del richiedente;
Scarsa capacità di pianificazione dello
sviluppo d’impresa. In particolare per le
imprese in fase di avviamento, mancano le
conoscenze idonee a trasferire e sintetizzare
in maniera razionale e chiara l’idea
d’impresa in un business plan;
L’imprenditore non dispone di garanzie
reali sufficienti e contemporaneamente non
è inserito in una rete sociale o economica
che lo possa sostenere in fase di richiesta
del credito. Si pensi in particolare all’ampia
fascia di popolazione “non-bancabile”
rappresentata dai migranti.
Fabrizio Botti; Marcella Corsi, op. cit, 2010
In Italia non esistono esperienze consolidate a
livello nazionale come nel caso francese lo è l’ADIE
(www.adie.org).
25
Oggi la microfinanza in Italia è di fronte a una
duplice sfida: la dimensione e l’innovazione. Per
quanto riguarda la dimensione, abbiamo visto
che il mercato potenziale della microfinanza non
bancaria in Italia potrebbe aggirarsi, nei prossimi
cinque anni, intorno ai 5 miliardi di euro.
Attualmente i programmi e le istituzioni di
microcredito coprono, nella valutazione più
ottimistica, poco più del 5% di questa cifra, più
realisticamente meno dell’1%. La crescita in
termini di clienti e portafoglio è la strada che
porta alla sostenibilità.
D’altra parte questa crescita ha bisogno di
innovazione, attraverso la sostituzione e il
rinnovamento dei prodotti finanziari esistenti e
nuove sperimentazioni (es. la gestione delle
rimesse e la fornitura di servizi di microfinanza
agli immigrati sia nel paese d’origine sia in
quello di destinazione), la riduzione dei costi di
welfare con nuovi e più efficienti rapporti con
gli enti pubblici e il mutamento della natura
dell’indebitamento delle famiglie, anche
attraverso iniziative di educazione finanziaria.
L’obiettivo è portare l’indebitamento a
diventare, da onere, opportunità responsabile.
5.3
Il ruolo del sistema finanziario
formale
Il settore della microfinanza in Italia è costituito
da un significativo numero di attori, molto
diversi tra loro per natura, dimensione, obiettivi
e approccio operativo. Una categorizzazione
dell’offerta italiana può essere effettuata
definendo alcune macro-categorie identificate in
base ai diversi status giuridici: le banche, le reti
di Confidi, le istituzioni finanziarie nonbancarie, le istituzioni pubbliche, le istituzioni di
microfinanza e gli altri enti.
67
5.3.1 Le banche
Gli istituti bancari sono attivi nel settore del
microcredito sia direttamente che indirettamente.
Rispetto al primo caso è utile stabilire alcuni
distinguo. Attenendosi alla definizione di
microcredito data dalla Commissione Europea,
ogni prestito sotto i 25 mila euro, concesso dalla
banca in occasione della sua attività corrente,
potrebbe essere classificato come microcredito.
Tuttavia, per le caratteristiche proprie di tali
prodotti è difficile parlare di microcredito,
quanto piuttosto di “piccolo credito”, in quanto
non sempre rivolto ad un target caratteristico
della microfinanza identificabile con i “nonbancabili”. In secondo luogo, le banche sono
spesso direttamente attive nella concessione di
microcrediti attraverso specifici programmi,
gestiti in proprio o in collaborazione con enti
esterni. Sono tuttavia pochi i programmi che
rientrano nel primo caso, solitamente prestiti
d’onore, ossia crediti a condizioni favorevoli
concessi a categorie limitate di persone, ad
esempio studenti. E’ il caso di “Intesa Bridge”,
programma lanciato da Intesa San Paolo, grazie
al quale gli studenti di 30 università italiane
possono avere accesso ad un credito fino a 5
mila euro per anno accademico (per un massimo
di tre anni). I crediti in questo caso non devono
essere accompagnati da alcuna garanzia, hanno
un tasso d’interesse agevolato e possono
contemplare un periodo di grazia.
Il secondo tipo di programma vede la
partecipazione di enti pubblici, religiosi o
istituzioni private. In questo caso, le banche
partecipano gestendo il fondo di garanzia,
l’erogazione del credito e offrendo servizi di
front office. Accanto alle banche commerciali,
spesso sono coinvolte in questo tipo di
programma anche le Banche di Credito
Cooperativo (BCC). Secondo le informazioni a
disposizione di Federcasse (BCC), nel 2009 in
Italia c’erano circa 25 programmi di questo
tipo26. Le BCC sono spesso incluse come partner
finanziario all’interno di programmi si
microcredito sociale. Ad esempio, la BCC di
Gorizia ha creato un fondo di garanzia con la
Caritas locale, che consente di erogare crediti
fino a 1.500 euro a tassi agevolati. Ai beneficiari
del credito, la BCC concede la possibilità di
accedere ad un conto corrente senza spese per un
anno. Le BCC della provincia di Pistoia hanno
avviato, in collaborazione con la Fondazione Un
Raggio di Luce, le Caritas locali, la Misericordia
di Pistoia, la Cassa di risparmio di Pistoia e
Pescia e la sua Fondazione, il programma
“Sistema Provinciale Pistoiese di microcredito”,
che consente l’accesso a crediti sociali (da 1.000
a 7.000 euro) e prestiti rivolti a organizzazioni
impegnate in ambito sociale e imprese a
conduzione femminile(da 5.000 a 15.000 euro).
Alcune BCC collaborano direttamente con
microfinanziarie come nel caso di Emilbanca
con Micro.Bo e la BCC di Roma con Sviluppo
Lazio.
In altri casi, le banche intervengono
indirettamente nel settore del microcredito. Ciò
avviene attraverso la capitalizzazione di
microfinanziarie già attive sul mercato (ad
esempio UBI Banca nei confronti di Permicro),
o grazie alla partecipazione nel capitale sociale
per l’avvio di muove IMF (è il caso di Monte dei
Paschi di Siena verso il programma
Microcredito di Solidarietà). Tuttavia, nel
contesto italiano, fatta eccezione per i due citati
casi, è difficile stabilire se vi siano altre
microfinanziarie in grado di ricevere
investimenti in capitale di rischio da parte del
settore bancario. Da un lato infatti PerMicro e
Microcredito di Solidarietà sono le uniche IMF
in Italia, fatta eccezione per le MAG,
26
Intervista a Chiara Piva della
Comunicazione di Federcasse (BCC).
Divisione
68
regolamentate come intermediari finanziari (ex
TUB 106) e che quindi possono ricevere
investimenti in capitale da parte degli istituti
bancari. Dall’altro, ci sono ancora poche realtà
che contemplino tra gli obiettivi prioritari di
medio/lungo periodo la sostenibilità e la crescita.
Le banche potrebbero inoltre intervenire nel
settore del microcredito concedendo prestiti alle
IMF, tuttavia in base alle informazioni a nostra
disposizione ciò non è ancora avvenuto.
Il modello di microcrediti adottato dalla larga
maggioranza di istituzioni bancarie attive nel
settore, si sviluppa in tre fasi. In un primo
momento la banca firma un accordo con l’IMF
(associazione, fondazione o diocesi) che
promuove il servizio, seleziona i clienti e
solitamente elabora il dossier di credito. In una
seconda fase, una terza parte (ad esempio una
fondazione o un’istituzione pubblica) fornisce il
fondo di garanzia necessario a coprire il rischio
sui crediti erogati nell’ambito del programma.
La garanzia solitamente copre il 100%
dell’ammontare erogato. La terza fase consiste
nella valutazione da parte della banca dei clienti
proposti (in considerazione della presenza del
fondo di garanzia, solitamente la procedura
d’istruttoria è molto snella e in alcuni casi
automatica) e successivamente nell’erogazione
dei crediti attraverso l’utilizzo di risorse
finanziarie proprie.
Più di recente le banche hanno dimostrato un
maggiore interesse nei confronti della
microfinanza, soprattutto grazie all’intensa
attività
di
sensibilizzazione
operata
dall’Associazione Bancaria Italiana (ABI).
Tuttavia, fino ad ora in tale ambito non è stata
elaborata alcuna strategia globale da parte del
settore bancario. Inoltre, la spinta ad aderire o
promuove programmi di microfinanza da parte
delle banche deriva da ragioni di Corporate
Social Responsibility più che dalla volontà di
penetrazione in un nuovo mercato. E’ vero
comunque che in molte banche italiane, i
programmi di microfinanza non sono più gestiti
dalla Divisione che si occupa di CSR, ma
sempre più spesso da altri organi (retail, o
marketing)27.
5.3.2 Le reti di Confidi
I Confidi sono enti non profit che offrono servizi
di garanzia ai loro membri per la concessione di
crediti presso gli istituti bancari. In Italia sono
presenti più di mille Confidi (TAB. 7), di cui
830 attivi registrati presso la Banca d’Italia sotto
l’articolo 106 del TUB28. Si tratta quasi sempre
di società cooperative o consorzi. A causa della
frammentazione del settore, è difficile acquisire
dati precisi rispetto ai volumi garantiti attraverso
la rete. Una stima delle garanzie erogate dalla
rete di Confidi nel 2003 è di circa 6,2 milioni di
euro29. All’interno di tale stima non è possibile
isolare il dato riferibile ai microcrediti concessi.
TAB. 7: Confidi per Regione
Confidi
Regione
Nord
Centro
Sud e Isole
Totale
n.
365
208
466
1.048
%
34,9
20
45,1
100
Fonte: Sabetta (2008)
I membri azionisti dei Confidi sono quasi
esclusivamente PMI. I Confidi operano a livello
27
Chiara Provasoli; Angela Tanno; Gianna Zappi (a
cura di), op. cit., ed. Banca Editrice 2009. Nel 2005
circa 1/3 delle banche gestivano i programmi di
microfinanza attraverso la Divisione CSR, mentre nel
2008 ciò accadeva solo nel 3,6% dei casi.
28 Giovanni Busetta; Andrea Presbitero, Mutual
Loan-Guarantee Societies, Small Firms and Banks:
An Empirical Investigation, Munich Personal RePEc
Archive, MPRA Paper No. 7832, Marzo 2008
29
Commissione Europea (2006) Guarantees and
Mutual Guarantees, p. 17.
69
locale e in settori economici specifici (industria,
commercio, artigianato ecc.). La loro attività si
sviluppa principalmente in tre aree30:
1.
2.
3.
Erogazione di garanzie totali o parziali ai
membri;
Negoziazione con le banche delle
condizioni di credito (tasso d’interesse,
durata, ecc.) verso i membri;
Attività di screening e accompagnamento a
favore dei membri, allo scopo di facilitare
le fasi preliminari all’accesso al credito e
mantenere il più possibile basso il tasso di
insolvenza attraverso il monitoraggio.
Lo scopo del sistema dei Confidi è di ridurre le
asimmetrie informative tra PMI e banche. Il
punto di forza di tale modello è di non essere
basato sulle risorse messe a disposizione dal
settore pubblico, ma nascono direttamente
dall’iniziativa del tessuto imprenditoriale
locale31.
i
Confidi
si
rivolgano
Nonostante
prevalentemente a PMI, non mancano gli esempi
di servizi offerti alle microimprese. E’ il caso di
Confidi
Roma
Gafiart,
istituito
da
Confartigianato. Gafiart concede credito alla
microimpresa a livello regionale attraverso un
fondo pubblico dedicato. Inoltre, in alcune
regioni italiane, le attività dei Confidi
collaborano con le istituzioni di microfinanza
per l’erogazione di servizi di credito a favore
della microimpresa.
5.3.3 Credito al consumo
Le istituzioni finanziarie non bancarie,
specializzate in prodotti di credito al consumo e
leasing, stanno costantemente aumentando la
propria quota di mercato. Gli intermediari
30
Arianna Sabetta, Le Prospettive dei Confidi
Meridionali, manoscritto, 2008, p.58.
31
Commissione Europea, Guarantees and Mutual
Guarantees, Best Reports, No 3 – 2006.
finanziari in Italia detengono in veste di
erogatori la maggior parte dei crediti con taglio
inferiore ai 25 mila euro. Tuttavia come nel caso
delle banche, questi crediti non possono essere
assimilati in senso stretto al microcredito. Essi
differiscono dal microcredito perché non sono
accompagnati da servizi di tutoraggio ed
educazione finanziaria al cliente, sono rivolti
essenzialmente a soggetti titolari di un contratto
di lavoro subordinato e sono quasi sempre
finalizzati all’acquisto di beni di consumo.
Tuttavia accade spesso che i microimprenditori,
direttamente o tramite parenti, beneficino di
questi crediti per lo sviluppo della loro attività
economica.
Nonostante quella dell’intermediario finanziario
sia una categoria legittimamente considerata
responsabile del sovra-indebitamento di ampie
fasce di popolazione, va tuttavia ricordato che la
loro forma legale (ex art. 106 del TUB), è quella
più adatta alle IMF nel contesto legislativo
italiano. Si consideri infatti che tale modello
oltre a rendere l’istituzione auto-sufficiente per
quanto riguarda l’operatività (tali istituzioni non
dipendono dalle banche per l’erogazione del
credito), è particolarmente flessibile grazie ad
una gestione più leggera dell’attività creditizia
rispetto a quanto richiesto alle banche: ciò
implica che le procedure di richiesta del credito
così come i tempi di erogazione siano
particolarmente contenuti.
5.3.4 Gli altri attori
Il modello di prestito online può essere
considerato uno strumento alternativo al micro
prestito, come l’esperienza di Zopa ha
recentemente dimostrato, nonostante attualmente
il progetto sia sospeso. Dal 10 luglio 2009 la
Banca d'Italia, ha cancellato Zopa dall'elenco
degli intermediari finanziari ex art. 106. La
Banca d’Italia ha contestato a Zopa di aver fatto
70
raccolta di risparmio (e non semplice
intermediazione di pagamenti) a causa della
giacenza sul Conto Prestatori Zopa del denaro in
attesa di uscire in prestito. Nonostante questa
battuta d’arresto, il modello del social lending è
di particolare interesse per i possibili sviluppi
nell’ambito della microfinanza. Zopa Italia, un
franchise di Zopa UK che opera sotto il TUB
art.106, è un sistema di prestito peer to peer in
internet che fornisce una piattaforma di
intermediazione finanziaria per piccoli prestiti. I
creditori possono investire fino a 50.000 euro,
mentre i prestiti sono tra i 1.500 e i 15.000 euro
con una durata tra i 12 e i 48 mesi. Le pratiche di
credito sono analizzate e approvate da Zopa e
divise in classi di rischio. Il tasso di interesse
medio è del 9,7%. I creditori possono scegliere
la loro propensione al rischio e distribuire i loro
investimenti nelle diverse classi di rischio (i loro
investimenti sono comunque suddivisi tra
l’ampio numero di debitori). In media il ritorno
lordo per gli investitori è il 7.8%. Dall’inizio
delle operazioni nel Gennaio 2008, Zopa ha
erogato 960 prestiti per un ammontare totale di
5,2 milioni di euro con un tasso di non rimborso
di circa il 2%. I prestiti sono usati
principalmente per il consolidamento di un
debito (27%), per il restauro della casa (31%) e
per l’acquisto di un veicolo (15%). Il 60% dei
clienti ha un contratto di lavoro a tempo
indeterminato, il 20% - 25% ha un contratto a
tempo determinato e il rimanente sono in una
situazione di impiego precario. Anche se le
caratteristiche del target sono simili a quelle del
fornitore di credito al consumo, Zopa fornisce
prestiti con un interesse più basso e promuove
un approccio differente al prestito basato su un
modello comunitario. Inoltre rappresenta un
innovativo canale di prestito che potrebbe
potenzialmente essere usato per mettere in
contatto diverse tipologie di creditori e debitori,
che vorrebbero essere più simili ai tradizionali
attori di microcredito. Da quando il creditore
può selezionare la propria combinazione di
rischio – restituzione, questo può essere usato
per un target di popolazione più a rischio. Per
esempio, Zopa UK ha definito una nuova
categoria di debitori (“Young” giovani tra i 20 e
i 25 anni), su cui creditori possono decidere di
investire.
5.4
Il
settore
della
microfinanza:
evoluzione e caratteristiche
Mentre le banche e gli operatori del credito al
consumo operano nel settore della microfinanza
in via accessoria o residuale, gli attori che più
direttamente hanno individuato nel microcredito
il loro core business sono le istituzioni di
microfinanza in senso stretto e i programmi di
microfinanza a partecipazione pubblica.
La categoria delle Istituzioni di Microfinanza
(IMF) comprende diverse tipologie di enti
(cooperative,
fondazioni,
associazioni,
istituzioni finanziarie non bancarie, ecc.), che
svolgono come prima e principale attività il
microcredito. Possono essere identificate tre
sottocategorie,
che
si
differenziano
sensibilmente tra loro. I principali elementi di
differenziazione sono la fondazione e la
missione dell’istituzione, e come e da quale ente
l’erogazione e l’amministrazione del prestito
sono gestiti.
La prima categoria coincide con le IMF
completamente sviluppate, registrate sotto la
legge bancaria come intermediari finanziari (ex
TUB art. 106). Le IMF all’interno di questa
categoria sono le sole istituzioni comparabili alle
IMF attive nei Paesi in via di sviluppo. A
Febbraio 2009, c’erano solo due IMF in questa
categoria: Microcredito di Solidarietà e
PerMicro. Queste IMF che puntano molto
sull’innovazione e l’efficienza, hanno un
71
obiettivo di sostenibilità di medio – lungo
termine. Il principale limite ad assumere tale
forma legale per queste istituzioni deriva dal
fatto che ad esse non è consentita la raccolta di
depositi da parte del pubblico, permessa soltanto
alle banche.
La seconda categoria è composta dalle MAG
(Mutua AutoGestione). Assumono diversa forma
legale, ma condividono una storia comune e
valori etici alla base della loro missione e
visione. Ci sono solo sei MAG in Italia,
principalmente situate nelle regioni a Nord del
Paese: Milano, Reggio Emilia, Roma, Torino,
Venezia e Verona. Nonostante la loro comune
missione e visione, che punta nella direzione
della finanza etica, hanno modelli operativi
differenti. Mag4 Piemonte, Mag2 Milano e Mag
Venezia sono intermediari finanziari registrati
sotto l’art.106 TUB. Mag4 Piemonte può anche
raccogliere depositi dalle cooperative locali
affiliate. Mag Roma è regolata dalla legge
bancaria italiana (TUB art.113), ma lavora
tramite Mag Reggio Emilia. Mag Verona non
eroga direttamente prestiti, ma lavora attraverso
le banche locali.
La terza categoria comprende la più ampia
porzione di IMF italiane. Queste istituzioni
assumono la forma di associazioni non profit o
fondazioni,
classificate
come
ONLUS
(Organizzazioni Non Lucrative di Utilità
Sociale). Le loro attività riguardano l’analisi
preliminare del prestito e la sua gestione. I
prestiti vengono quindi erogati dalle banche, con
cui hanno un accordo. Secondo la legge bancaria
italiana soltanto alle banche e agli intermediari
finanziari, ad eccezione delle cooperative MAG,
è permesso erogare prestiti. Perciò queste
istituzione dipendono da una banca per condurre
attività di microcredito. In quasi tutti i casi i
prestiti erogati dalla banca partner sono coperti
da un fondo di garanzia messo a disposizione da
un attore terzo (un’istituzione pubblica, una
fondazione, ecc.). In alcuni casi la relazione tra
la banca e l’istituzione è difficile, in particolare
perché la rigidità formale delle procedure causa
ritardi nell’esborso del prestito, nel processo di
rimborso e nella relazione con i clienti32.
Una caratteristica importante delle istituzioni di
microfinanza è il loro modello d’impresa. È
possibile individuarne due modalità. In un caso,
l’istituzione gestisce l’intero processo, dal primo
contatto all’erogazione e alla gestione del
prestito. Questo modello è quasi del tutto
inesistente in Italia finora. Nell’altro l’istituzione
di microfinanza si concentra sulle attività di
primo contatto, analisi della domanda e
approvazione del credito. La banca serve come
agenzia/sportello per l’esborso del credito e il
rimborso. Il terzo soggetto, infine, può garantire
servizi di supporto non finanziari (i cosiddetti
business development services o BDS) e/o
fornire una garanzia alla banca.
Un’ulteriore distinzione concerne il modello di
gestione del rischio. Molte istituzioni operano
tramite un fondo di garanzia, che fornisce
parziale o totale copertura sul prestito. Questo
modello, basato sulla divisione del rischio tra i
diversi soggetti pubblici e privati, è sicuramente
il più comune e non sono molte le istituzioni che
operano senza un fondo di garanzia.
Si deve notare che il modello di microcredito
che conta su un fondo di garanzia messo a
32
E’ il caso ad esempio della Fondazione Toscana
per la prevenzione dell’usura ONLUS. Nel rapporto
di attività 2009 la Fondazione lamenta che: “la
politica di contenimento nella concessione del credito
attuata dalle banche sin dal 2008 ha portato ad un
sensibile aumento delle pratiche declinate (15,7% nel
2007 - 23,4% nel 2008 - 22,4 % nel 2009) e ad un
preoccupante allungamento dei tempi di erogazione,
tanto che al 31/12/2009 si trovavano all’esame delle
banche convenzionate n. 90 richieste di
finanziamento per € 7.589.700,00”.
72
disposizione da una parte terza, non costituisce
un’innovazione capace di dare una risposta
efficace ai problemi causati dall’asimmetria di
informazioni perché il fornitore della garanzia
solitamente non è coinvolto nella valutazione del
cliente. Inoltre, questo modello non è in grado di
minimizzare il rischio per l’operatore di
microcredito. Il fondo di garanzia è piuttosto
utile, ma non ottimale, strumento per permettere
alle istituzioni di microfinanza di condividere il
rischio con una terza parte.
Il prestito individuale è la principale
metodologia attualmente utilizzata in Italia. I
pochi progetti pilota di gruppo di prestito non
danno risultati soddisfacenti. Questo è dovuto
principalmente per lo scarso capitale sociale dei
beneficiari. Comunque, la mancanza di forme
dirette o indirette di garanzia rende ancora più
necessaria un’analisi preliminare del progetto di
impresa che deve essere finanziato.
Ciononostante, un diverso mix di metodi di
prestito sta emergendo. Sempre più spesso il
prestito è erogato al singolo, ma lui o lei deve
dimostrare una rete di referenze e supporto. Non
è una nota vincolante, ma è un elemento
aggiuntivo che aiuta a costruire un sistema
informativo
sulla
storia
personale
e
professionale del beneficiario .
5.4.1 I prodotti di credito offerti.
I prodotti di credito offerti dal mercato della
microfinanza in Italia possono essere ricondotti
a due categorie principali: il credito all’impresa
e il credito sociale.
Rispetto alla prima tipologia, si tratta di prestiti
finalizzati alla creazione o allo sviluppo
d’impresa. Sono rivolti a imprese che non hanno
accesso ad altre fonti di finanziamento o che non
sono in grado di sottoporre un progetto
d’impresa a finanziatori pubblici o privati.
Questa tipologia di credito rientra nella
definizione di microcredito data dalla
Commissione Europea che in tale categoria fa
rientrare i crediti con importo inferiore a 25 mila
euro rivolte a imprese in fase di avviamento o
sviluppo. Tuttavia tale definizione va
necessariamente adattata al contesto italiano, sia
per quanto riguarda il target che in riferimento
all’ammontare del credito.
Innanzitutto
la
Commissione
Europea
(Raccomandazione 2003/361/EC, 6 Maggio
2003) definisce la microimpresa come
un’attività con meno di 10 dipendenti e un
fatturato inferiore ai 2 milioni di euro. E’
evidente come tale definizione sia troppo ampia
se applicata al contesto italiano. Il Ministero del
Lavoro definisce la microimpresa come “entità
organizzativa minima costituita da un singolo
addetto” (Circolare n. 30 del Min. del Lavoro,
12 novembre 2008). Infatti, nel 2008 in Italia il
57,7% delle imprese erano imprese individuali33.
Inoltre il concetto di microimpresa riguarda
anche il settore informale e le difficoltà di
formalizzare le attività economiche svolte in tale
ambito. L’esperienza in Italia sembra
confermare quanto affermato. Tra i clienti del
programma SMOAT, uno dei più importanti
nell’ambito della microfinanza pubblica, che
fornisce servizi di credito esclusivamente alla
microimpresa, circa il 60% è composto da
imprese uni personali. Alcuni prestiti personali
possono inoltre rientrare in questa categoria nel
caso in cui il credito sia stato concesso per
favorire l’auto-impiego.
Una diretta conseguenza di quanto affermato è
che l’ammontare medio risulta essere in Italia
significativamente più basso rispetto alla media
europea (rispettivamente pari a 5.875 Euro e
9.641 Euro). Tuttavia va osservato che le
istituzioni che si rivolgono esclusivamente
33
Istat (2009) Archivio Statistico delle Imprese
Attive.
73
all’impresa concedono crediti di ammontare
superiore. Per esempio nel programma SMOAT
l’ammontare medio del credito è di 13.119 Euro.
PerMicro, che offre sia crediti sociali che
d’impresa ha un crediti medio per il
microcredito d’impresa di 7.644 euro. In
entrambi i casi l’importo massimo è di 15 mila
euro.
Il microcredito sociale si focalizza su prestiti a
individui che si trovano in condizione di
esclusione sociale e finanziaria (famiglie povere
o a rischio povertà). Le applicazioni del
microcredito sociale sono molteplici. Esso può
essere utilizzato per la riconversione di un
credito precedente e una sua riprogrammazione
a condizioni più sostenibili per il beneficiario. Il
credito sociale può essere impiegato come
credito d’emergenza per far fronte a spese
inattese (malattia, spese domestiche, etc.). In
terzo luogo, esso può essere utilizzato per
l’acquisto di beni o servizi che oltrepassano la
capacità di spesa mensile (tasse universitarie,
computer, etc.). Il microcredito sociale è una
tipologia molto comune nel mercato italiano. Per
esempio, in quattro delle cinque istituzioni
selezionate come casi studio nella ricerca di
mercato realizzata da Microfinanza Srl nel 2009
per conto del Fondo Europeo per gli
Investimenti34, sette delle dieci istituzioni
appartenenti al network italiano della
microfinanza
(al
31/12/2009)
fornivano
microcredito sociale, sia come unico prodotto di
credito, sia in accoppiata con il credito
d’impresa.
Le due tipologie differiscono sensibilmente tra
loro in termini di clienti, ammontare dei prestiti
e tassi di interessi. Il microcredito sociale è
specificamente indirizzato verso i bisogni dei
poveri e delle persone considerate a rischio
povertà. Conseguentemente i bisogni di questi
soggetti in termini di credito sono generalmente
inferiori a quelli di coloro che vogliono dar vita
ad una microimpresa. Ad esempio, la media
delle dimensioni dei crediti della Caritas
Vicentina (1.881 euro), del Microcredito di
Solidarietà (3.208 euro) e il prodotto sociale di
Micro.Bo (1.850 euro) sono chiaramente di
natura diversa dal prestito all’impresa. Inoltre i
tassi di interesse sono generalmente più bassi.
Per esempio, Caritas Vicentina aggiunge il 3,5%
e Microcredito di Solidarietà carica 4,5%.
Micro.Bo, che fornisce sia credito all’impresa
che credito sociale, carica differenti tassi di
interesse: l’8% nel primo caso, il 3,25% nel
secondo.
Sebbene il microcredito sociale non rientri
nell’originale definizione della Commissione
Europea, questo fenomeno non può essere
ignorato visto che può essere da supporto per un
percorso
di
reintegrazione
sociale
e
professionale. Inoltre secondo il rapporto della
Commissione Europea, “i piccoli prestiti
concessi alle persone a rischio di esclusione
sociale possono essere considerati come
microcredito, dato che tali prestiti permettono
loro di intraprendere un’attività economica”35.
34
35
Luigi Galimberti Faussone; Fabio Malanchini;
Giampietro Pizzo, EIF Market Study on
microlending. Cross country studies on Western and
eastern
Europe:
Country
Report
Italy,
RITMI/Microfinanza SRL, 2009
5.4.2 Distribuzione geografica
In occasione della citata ricerca condotta nel
2009 da Microfinanza Srl sul mercato della
microfinanza in Italia36, si è osservato come nel
nostro Paese vi sia un’equa distribuzione
territoriale di programmi di microfinanza,
coerente con la densità di popolazione nelle
Commissione Europea (2007) The Regulation of
Microcredit in Europe, p. 7.
36
Luigi Galimberti Faussone; Fabio Malanchini;
Giampietro Pizzo, Op. Cit., RITMI/Microfinanza
SRL
74
diverse aree. Dei 33 programmi rientranti nel
campione osservato 17 sono al Nord, 9 al Centro
e 7 al Sud. Va tuttavia osservato che 6 delle 7
iniziative al Sud sono fondazioni antiusura,
operanti nell’ambito delle diocesi locali. Al
Centro sono presenti i due più importanti
programmi pubblici (Sviluppo Lazio e Progetto
SMOAT). La maggior concentrazione di
programmi riguarda il Piemonte e la Toscana,
rispettivamente con cinque e quattro programmi.
5.4.3 Data di entrata nel mercato del
microcredito
Anche se i primi attori della micro finanza (le
Mag) sono nati alla fine degli anni ’70, essi
hanno dato inizio a programmi di microcredito
solo nei primi anni 2000 (GRAF.3). Il primo
programma di microcredito tra gli istituti
considerati nella ricerca è la fondazione
antiusura Giuseppe Moscati, che iniziò le
proprie attività a Napoli nel 1992. Il programma
vide la luce grazie all’iniziativa del Padre
Gesuita Massimo Rastrelli, che è ora presidente
della Consulta Nazionale Antiusura, network
nazionale delle fondazioni antiusura. I
programmi di microcredito in Italia sono
generalmente piuttosto giovani dato che l’età
media al Gennaio 2009 è di 5,2 anni. Solo il
15% dei programmi sono nati prima del 2002,
mentre più della metà ha iniziato l’attività tra il
2003 e il 2005. Dopo un periodo di
considerevole vitalità, il settore del microcredito
in Italia sembra aver subito un rallentamento, in
particolare per quanto concerne le iniziative più
piccole, come quelle prese in considerazione.
Tuttavia, le poche istituzioni avviate nel periodo
2006 -2008, sono oggi le più grandi e strutturate
(Microcredito di Solidarietà 2006, Sviluppo
Lazio nel 2007, PerMicro (2008) e Zopa avviata
nel 2008 e sviluppatasi considerevolmente fino
alla sospensione delle attività nel 2009).
GRAF.2: Entrate sul mercato della micro
finanza (ante 2002- 2008)
5.4.4 Modello d’impresa – Metodologia di
prestito
Solo due istituti nello studio hanno adottato la
metodologia del prestito di gruppo, mentre le
altre hanno esclusivamente adottato il metodo
del credito individuale. In generale, le
esperienze di prestito di gruppo in Italia non
hanno avuto molto successo, in particolare in
termini di qualità del portafoglio. In un caso,
l’IMF ha sospeso l’erogazione del prestito di
gruppo a causa dell’alto livello di insolvenza.
Anche se la maggior parte dei prestiti sono
concessi a individui, al debitore è spesso
richiesto di dimostrare di essere inserito in una
rete di supporto o in un nucleo familiare di
riferimento. Non è questa una nota vincolante (la
firma condivisa), ma è un elemento aggiuntivo
che aiuta a costruire il sistema informativo sulla
storia personale e professionale del beneficiario.
5.4.5 Prodotti e servizi: l’ammontare dei
prestiti.
La dimensione media di un prestito nel 2009 è di
5.875 euro (GRAF.3) . Una survey condotta nel
dicembre 2008 tra gli istituti che sono membri
del network italiano di microfinanza RITMI ha
mostrato che la dimensione media di un prestito
era di 6.760 euro. I due istituti con la dimensione
media più bassa dei prestiti sono due
associazioni che lavorano con la ONG Cattolica
Caritas: Caritas Diocesana Bergamasca con
1.714 euro e Caritas Diocesana Vicentina con
75
1.963 euro. Nel 2007 gli istituti che mostrano la
dimensione media più alta dei prestiti sono
Fondazione Risorsa Donna (17.367 euro),
Progetto SMOAT (14.958 euro) e la Fondazione
Venezia (10.250 euro).
GRAF. 3: Ammontare medio dei prestiti
5.4.7 Prodotti e servizi: tassi di interesse
Il tasso di interesse annuale applicato dagli
istituti oggetto dello studio di Microfinanza è del
5,8% (non pesato il per numero o ammontare dei
prestiti) (GRAF.5). Dallo studio di EMN del
2009 risulta per il campione italiano un tasso
medio del 3,7%. Nel campione considerato da
Microfinanza Srl, un istituto concede prestiti
privi di interesse (Fondo Essere), mentre un altro
applica l’1,8% di interesse su tutti i prestiti. Gli
interessi più alti sono applicati dai due
intermediari finanziari, Zopa (9%) e PerMicro
(12%, il più alto del campione).
GRAF. 5: Tasso d'interesse medio
5.4.6 Prodotti e servizi: durata dei prestiti
La durata media dei prestiti è circa di tre anni e
dieci mesi (3.88 anni) (GRAF.4). Quasi metà
degli istituti (11 su 24) hanno una scadenza
media dei prestiti di tre anni. Solo due di questi
hanno scadenze più corte, mentre 11 hanno
scadenze a lungo termine.
Inoltre 14 su 25 istituti concedono un periodo di
preammortamento ai loro clienti (GRAF.6). La
media del periodo di dilazione è di 5,4 mesi.
GRAF. 4: Durata media dei prestiti
GRAF. 6: Periodo di preammortamento
76
della debolezza della maggior parte dei
programmi e degli istituti di microcredito in
Italia. Tuttavia, specialmente negli ultimi anni,
alcuni programmi hanno mostrato una sempre
maggiore attenzione verso sistemi gestionali più
evoluti. Per questa ragione i dati riportati
saranno integrati con i dati raccolti nel Dicembre
2008 tramite una survey condotta tra i membri di
RITMI37. Questo ultimo gruppo di dati permette
di comparare i dati di due anni (2007 e 2008)
relativi al portfolio degli istituti campione.
5.4.8 Prodotti e servizi: commissioni sui
prestiti
Poco meno del 70% degli istituti (20 su 29) non
applica commissioni sui prestiti, applicate
invece da circa un terzo del campione (9 su 29)
(GRAF. 7). Quattro istituti applicano
commissioni fisse all’esborso del prestito, un
istituto applica un costo varibile per coprire il
rischio del prestito (0,25% del totale) e un altro
applica una penale sui rimborsi in ritardo.
GRAF. 7: Commissioni sui prestiti
5.4.9 Performance
Il settore italiano di microcredito è caratterizzato
da un ampio numero di istituti e programmi di
dimensioni ridotte. Il sistema informativo di
gestione di questi programmi è speso piuttosto
scadente. Per questo motivo, è spesso difficile
raccogliere dati sufficienti per definire indicatori
quantitativi. La scarsa qualità dei dati è sintomo
5.4.9.1 Performance:
dimensione
del
portafoglio.
La performance del settore negli ultimi due anni
è stata particolarmente sostenuta. Secondo lo
studio realizzato da EMN38 il volume dei crediti
erogati in Italia nello stesso periodo è pari a
circa 11 milioni di euro con un incremento
rispetto al 2007 del 205,6%. I crediti erogati nel
2009 da parte delle IMF coinvolte nella ricerca
erano 1.909 quando nel 2007 erano 392.
Se consideriamo i dati riportati dal citato studio
realizzato da Microfinanza Srl e riferiti al 2007,
tra i 33 istituti che hanno preso parte alla survey,
solo 24 hanno fornito dati sulle dimensioni del
loro portafoglio. Nel 2007 l’ammontare totale
dei prestiti erogati ha raggiunto i 6,6 milioni di
euro (6.638.781 euro) per 923 prestiti, con una
dimensione media del prestito di 7.192 euro. Il
67% degli istituti (15 su 25) ha erogato meno di
20 prestiti in un anno. Questa cifra chiaramente
dimostra la frammentazione del settore italiano
del microcredito (GRAF.8). Il 21% delle
istituzioni (5 su 24) esborsa tra i 20 e i 100
prestiti all’anno, mentre solo 4 vanno al di sopra
37
Microfinanza srl, Opportunità di impresa ed
esclusione dal credito: Il caso italiano. Ricerca
condotta con il supporto della Fondazione Giordano
D’Amore, 2009
38
Bárbara Jayo; Anabel Gonzalez; Casey Conzett,
op.cit, EMN, 2010
77
del centinaio di prestiti annui. Queste cifre si
riferiscono al 2007, quando gli istituti che ora
stanno crescendo a un ritmo più sostenuto non
avevano ancora completamente iniziato le loro
operazioni.
GRAF. 9: Prestiti erogati nel 2007 e nel 2008
dai membri di RITMI
GRAF. 8: Numero di prestiti erogati
Gli istituti appartenenti a RITMI che hanno
fornito dati sia del 2007 che del 200839 hanno
mostrato una crescita sensibile sia in termini di
numero di prestiti sia in termini di portafoglio
(GRAF.9). Mentre il numero dei prestiti erogati
cresce solo del 5,5.% da 222 prestiti a 235,
l’ammontare di microcredito erogato da questi
istituti è cresciuto da circa 1 milione di euro a
1,4 milioni di euro.
39
Gli istituti sono: Fondazione Antiusura Santa
Maria del Soccorso - Genova, Fondazione Culturale
Banca Etica, Fondazione Don Mario Operti, Fondo
Essere, Mag2 Finance Milano, Mag Roma, Mag
Verona e Micro.Bo. PerMicro ha iniziato le sue
attività nel 2008, mentre MicroProgress nel 2009.
Perciò, i dati disponibili per quest’ultimo istituto non
sono presi in considerazione per questa analisi.
5.4.9.2 Performance: indicatori finanziari
I dati disponibili dall’analisi delle performance
finanziarie degli IMF italiani sono molto
limitati. Solo un esiguo numero di istituti ha
risposto a questa parte del questionario
predisposto da Microfinanza Srl, e pensiamo che
l’affidabilità delle informazioni fornite sia in
molti casi piuttosto limitata. Questo è dovuto a
differenti fattori:
-
La maggior parte degli istituti non ha
familiarità con i proncipali indicatori
normalmente usati in microfinanza e non ha
dimestichezza con il loro calcolo. Inoltre la
78
-
-
-
-
cultura del report e della trasparenza in
termini di risultati sembra ancora
parzialmente assente. Ciò perché gli enti
donatori spesso non richiedono report
completi sulla gestione e sulla performance.
In molti casi il sistema di reporting e
tracking del portafoglio non è adatto alla
generazione automatica dei dati necessari
per il calcolo degli indicatori.
Il modello operativo della maggior parte
degli IMF in Italia che affidano a partner
bancari l’erogazione e il recupero dei
crediti (servizi di sportello), rende più
difficile una raccolta puntuale dei dati sul
portafoglio.
Il modello operativo adottato che prevede
spesso sostanziose donazioni solitamente da
fondazioni o dal settore pubblico e
l’utilizzo di volontari soprattutto in fase di
pre-istruttoria e monitoraggio. Ciò impica
che se questo tipo di supporto esterno non è
correttamente calcolato e stimato, la
precisione degli indicatori di efficienza e
sostenibilità risulta essere fortemente
dubbia. Inoltre, alcuni indicatori standard
usati in microfinanza non si adattano
perfettamente alle caratteristiche operative
italiane e, più in generale, delle IMF
europee,
specialmente
dell’Europa
Occidentale.
Conseguentemente
gli
indicatori andrebbero adattati al contesto.
In fine il “benchmarking” e le “peer groups
analysis” sono ancora limitati nella
microfinanza dell’Europa Occidentale e il
forte impatto dei sussidi e del lavoro
volontario implica che gli indicatori hanno
un grado limitato di comparabilità il quale
riduce la significatività dei dati disponibili.
5.4.9.3 Performance: qualità del Portafoglio
Per le ragioni sopra menzionate i dati sulla
qualità del portafoglio sono disponibili solo per
7 IMF con un’ampia dispersione dei risultati
(GRAF.10). Il PAR3040 varia tra l’0,8% al 72%
con valore medio del 25% e una mediana del
12%. La differenza significativa dei programmi
che riportano questa informazione, la varietà del
targetì e i prodotti implicano che la
rappresentatività di questo indicatore possa
variare considerevolmente.
Per avere una visione più chiara della qualità del
portafoglio, abbiamo riportato anche i dati sulla
cancellazione dei crediti inesigibili e sul
portafoglio ristrutturato. Il portafoglio cancellato
oscilla tra lo 0% e il 28% con una media di 5.9%
ma una mediana di 1,3%. 9 IMF hanno riportato
quanto a lungo hanno atteso prima di
considerare un prestito come non esigibile: il
valore medio è di 15 mesi e oscilla tra i 3 mesi e
i 3 anni. Ciononostante l’esperienza suggerisce
che molti istituti non cancellino mai, in parte in
considerazione del recente avvio delle attività.
GRAF.10: Qualità del portafoglio
Le risposte sulla ristrutturazione del portafoglio
non sono molto significative. Quattro istituti non
hanno riportato nessun prestito rinegoziato,
mentre altri due hanno fornito una risposta che
40
Portafoglio a rischio: saldo dei crediti con una rata
in ritardo da più di 30 giorni.
79
riporta una quota tra il 3% e il 7%. La
registrazione di queste informazioni è assente in
molte IMF.
L’analisi congiunta di questi indicatori
suggerisce che la qualità media del portafoglio
delle istituzioni parte delle survey è ancora
scarsa con elevati livelli di rischio. Nonostante
ciò, date le dimensioni ridotte del campione, la
validità dell’analisi è debole.
5.4.9.4 Performance: altri indicatori.
I dati disponibili per altri indicatori non sono
sufficienti per condurre un’analisi con un
risultato rappresentativo. Per l’autosufficienza
operativa abbiamo ricevuto 3 risposte con dati
che variano tra il 180% e il 14%, con una media
del 98%. Altre domande hanno ricevuto ancora
meno risposte.
5.4.10 Il target
La maggior parte degli istituti ha uno specifico
target. Solo 6 istituti su 33 dicono di non avere
un target preciso, mentre 4 non hanno risposto
alla domanda (GRAF.11).
GRAF. 11: Popolazione target
5.4.10.1
Target: equilibrio di genere
Sebbene non ci siano dati specifici sulla
porzione di donne tra i clienti attivi dei
programmi di microcredito, più della metà degli
istituti che hanno un target di popolazione
definito (14 su 23) identifica specificamente
come target le donne. Inoltre uno dei programmi
ha come target esclusivamente questa
popolazione (Fondazione Risorsa Donna).
Alcuni dati sull’equilibrio di genere tra i clienti
attivi sono disponibili solo per gli istituti che
fanno parte di RITMI e per i casi studio. Per
esempio, la fondazione antiusura Santa Maria
del Soccorso di Genova sin dalla sua creazione
ha erogato 93 prestiti, di cui 46 a uomini e 47 a
donne. Circa lo stesso rapporto si applica ad altri
istituti: Micro.Bo (rapporto 1:1 nel 2007 e nel
2008). Fondazione Don Mario Operti (rapporto
1:1 ancora nel 2008) e PerMicro (il 48% dei
prestiti a donne nel 2008). Ciò che emerge dai
dati mostrati sopra è un’immagine equilibrata
che indica che gli istituti di micro finanza
promuovono attivamente l’uguaglianza di
genere.
5.4.10.2
etniche
Target: immigrati e minoranze
Anche per le minoranze etniche non c’è
un’attenzione specifica o una classificazione
specifica, eccetto che per una distinzione tra
italiani e non italiani. Perciò, mentre solo tre
istituti dichiarano come target specifico le
minoranze etniche, 14 su 23 hanno gli immigrati
come uno dei target privilegiati. La distribuzione
geografica degli istituti esplicitamente con target
gli immigrati non è omogenea in tutto il Paese,
dato che il 64% di queste (9 su 14) sono situate
nelle regioni a nord, 4 su 14 nel centro e soltanto
una nel sud e nelle Isole.
80
Per esempio, sin dalla fondazione nel 2001 della
fondazione antiusura Santa Maria del Soccorso
di Genova ha erogato il 55% dei prestiti a
imprenditori immigrati. Tra i clienti di
Micro.Bo, il 60% nel 2007 e il 19% nel 2008
sono migranti. Ciononostante ci sono istituti che
si focalizzano particolarmente su attività
imprenditoriali di migranti. Uno di questi è
PerMicro, che ha erogato l’84,2% dei suoi
prestiti a migranti nel 2009. L’altro, che è il
secondo programma più grande nel Paese, ha
esborsato il 67,6% dei prestiti a imprenditori
migranti. I dati chiaramente mostrano un focus
specifico del target degli IMF verso la
popolazione migrante, che è spesso esclusa dai
tradizionali istituti finanziari, principalmente
perché mancano di una storia del credito.
5.4.10.3
Giovani e popolazione disabile
I giovani (tra i 18 e i 25 anni) sono un target
specifico solo per un terzo dei programmi (7 su
23), mentre le persone affette da disabilità sono
un target privilegiato dolo per due programmi
(Mag Verona e Micro.Bo).
Per esempio, Zopa, benché fosse un’istituzione
atipica, tra i suoi 734 clienti attivi nel Novembre
2008 aveva solo 35 persone di età tra i 18 e i 25
anni (il 4,8% del totale).
5.4.10.4
Target: le imprese
Lo studio di Microfinanza Srl fa emergere
chiaramente la tipologia di impresa verso cui i
servizi di microcredito sono diretti (GRAF.12).
Sebbene la definizione di microimpresa della
Commissione Europea comprenda tutte le
imprese con meno di 10 dipendenti, il target
privilegiato dalle istituzioni italiane è
rappresentato da imprese di dimensioni più
ridotte. Da un lato, solo 2 su 25 istituti eroga
prestiti a imprese con più di cinque dipendenti.
Dall’altro il 56% dei programmi fornisce prestiti
ad imprese con meno di cinque dipendenti.
Inoltre, il 44% di questi serve il settore
dell’economia informale, sicuramente non
trascurabile in Italia41. Inoltre, mentre 18 su 25
istituti concedono prestiti a imprese esistenti (da
più di 10 anni), 21 prendono in considerazione
progetti di start – up, mentre 9 in fase di studio
di fattibilità.
GRAF. 12: le attività finanziate
5.4.11 Investimento: fonti e strumenti
La scelta delle fonti di investimento rivela la
“filosofia” che ispira l’istituzione e ne influenza
le attività42. Se ad esempio l’IMF ha come
obiettivo la sostenibilità, si sforzerà di diventare
sempre più indipendente dai sussidi pubblici.
Allo stesso tempo, inizierà a cercare capitale di
rischio presso banche o attori privati, o prestiti
commerciali da istituti bancari. Nel febbraio
2009, in Italia soltanto due sono le istituzioni
che hanno ricevuto investimenti in capitale di
rischio (Microcredito di Solidarietà e PerMicro).
In altri casi l’investimento è erogato da attori
pubblici o fondazioni private solitamente in
41
Istat (22 settembre 2005) “La misura
dell’economia sommersa secondo le statistiche
ufficiali”.
42
Viganò, L. (ed. 2004) Microfinanza in Europa,
Milano: Giuffrè Editore, p.92
81
forma di sussidi (GRAF. 13). Data la forma
legale della maggior parte degli IMF (non
profit), l’investimento è solitamente erogato in
forma di fondo di garanzia che copre
completamente – solitamente in rapporto 1:1 – i
prestiti esborsati dalla banca partner. In molti
casi l’investimento è anche erogato da attori
pubblici e fondazioni per coprire le spese
operative degli istituti.
GRAF. 13: Fonti di Investimento
5.4.12 Marketing
Per pubblicizzare i loro programmi e
raggiungere più efficacemente il loro target, le
IMF adottano differenti strategie. La strategia
più comune è di contare su uno o più partner
locali che servono da tramite tra i clienti e
l’istituzione. Questi partner possono essere le
parrocchie o gli uffici comunali. Allo stesso
modo, un’ampia maggioranza di IMF (20 su 28,
il 71%)
conta
su reti comunitarie.
Cionondimeno, la strategia di marketing dei
programmi italiani di microcredito, utilizza
anche gli strumenti classici del marketing, come
i mass media (11 su 28, il 39%). Inoltre due
istituzioni dichiarano di farsi pubblicità anche
sul web (digital marketing).
5.4.13 Formazione e assistenza tecnica
I business development service (BDS), sono
considerati un’ importante supporto alle attività
del microcredito. Tra le IMF soggetto della
survey, solo 7 su 29 (il 24%) non fornisce
formazione o assistenza tecnica alla propria
clientela direttamente o indirettamente. Al
contrario, il 62% degli istituti (18 su 29) fornisce
questo tipo di servizi, entrambi obbligatori per
tutti i debitori nel 17% dei casi, per alcuni di
loro (17%), o su richiesta (28%).
Il consolidamento e l’estesione BDS sono
essenziali per lo sviluppo dei prodotti di
microcredito e per migliorare la qualità del
portafoglio degli istituti di microcredito.
L’erogazione di servizi integrati (finanziari e
non finanziari) deve essere realizzata in
relazione alla rete di attori locali e alle
dimensioni del programma di microfinanza.
Invece di una fornitura diretta da parte delle
IMF, i BDS potrebbero essere sviluppati nei
centri locali di auto impiego, presso le
associazioni professionali, negli incubatori di
impresa promossi dalla Commissione Europea,
ecc.
5.4.14 Altri servizi finanziari.
Solo poche IMF nel campione forniscono altri
servizi finanziari alla clientela. Secondo lo
studio, solo un’istituzione fornisce servizi
assicurativi e un’altra servizi di money transfer.
Cinque IMF forniscono consulenza sulla
gestione del passivo alle imprese beneficiarie o
servizi di educazione finanziaria alla clientela.
Comunque, il fornire altri servizi può costituire
una strategia importante di cross–selling, per
migliorare il livello dei ricavi e quindi la
sostenibilità dell’istituzione. Nel caso dei
migranti, che costituiscono una larga fascia della
clientela del settore, nei paesi sviluppati, come
in Italia, c’è l’opportunità di sviluppare specifici
82
prodotti finanziari che coprano l’intera catena
della migrazione. Per esempio, prodotti
finanziari potrebbero essere integrati con la
gestione e le rimesse. I migranti possono
beneficiare del microcredito in Italia, mentre le
loro famiglie potrebbero avere acceso al
microcredito nel paese d’origine facendo leva
finanziaria sull’ammontare delle rimesse
attraverso lo stesso canale. Ci sono ora alcuni
progetti pilota in Italia, ma non sono ancora del
tutto sviluppati 43.
Il quadro legale
5.5
È stato introdotto in data 13 agosto 2010 il
decreto legislativo n.14144 che modifica alcune
parti rilevanti del TUB del 1993. In particolare,
oltre a recepire la direttiva comunitaria
2008/48/CE relativa al credito al consumo e alle
disposizioni in materia di trasparenza, introduce
elementi importanti di revisione della disciplina
dei soggetti che operano nel settore finanziario
(intermediari finanziari, mediatori creditizi e
degli agenti in attività finanziaria).
Prendiamo in considerazione unicamente le
modifiche relative alla disciplina degli
intermediari finanziari non bancari.
Innanzitutto l’art. 106, nella sua nuova versione,
fa riferimento alla concessione di finanziamenti
sotto qualsiasi forma. Viene pertanto meno la
precedente distinzione tra assunzione di
partecipazioni, concessioni di finanziamenti e
43
Vedi anche Anderloni, L, Il mercato delle rimesse
e la microfinanza - Analisi della rete italiana,
Fondazione Giordano Dell’Amore e Fondazione
Guido Venosta, 2007.
44
Gazzetta Ufficiale N. 207 del 4 Settembre 2010
“Attuazione della direttiva 2008/48/CE relativa ai
contratti di credito ai consumatori, nonché modifiche
del titolo VI del testo unico bancario (decreto
legislativo n. 385 del 1993) in merito alla disciplina
dei soggetti operanti nel settore finanziario, degli
agenti in attività finanziaria e dei mediatori creditizi.
(10G0170).
intermediazione in cambi. In aggiunta, gli
intermediari potranno svolgere servizi di
pagamento e prestare servizi di investimento – in
entrambi i casi se specificamente autorizzati – e
svolgere le funzioni strumentali e connesse.
Per ottenere l’autorizzazione, il “nuovo”
intermediario finanziario dovrà:
-
-
-
-
avere la forma di società di capitali;
avere sede legale e direzione generale nel
territorio italiano;
avere un capitale sociale versato non
inferiore a quello stabilito dalla Banca
d’Italia anche in relazione al tipo di
operatività;
presentare un programma in merito
all’attività iniziale e alla struttura
organizzativa;
possedere i requisiti di onorabilità e
professionalità;
verificare l’assenza di potenziali conflitti di
interesse che ostacolino l’esercizio delle
funzioni di vigilanza;
essere oggetto sociale esclusivo.
La novità più importante, anche ai fini del
presente studio, è rappresentata dal nuovo art.
111 che prevede, in deroga a quanto stabilito dal
nuovo art. 106, una specifica tipologia di
intermediari finanziari - iscritti in apposito
elenco e con proprio organo di controllo - in
grado di erogare finanziamenti descritti come
“servizi di microcredito”.
L’articolo 111 stabilisce la possibilità di
concedere finanziamenti a persone fisiche,
società di persone o società cooperative, per
l’avvio o l’esercizio di attività di lavoro
autonomo o di microimpresa, a condizione che i
finanziamenti concessi abbiano le seguenti
caratteristiche:
-
ammontare non superiore a 25.000 euro;
mancanza di garanzie reali;
83
-
-
finalità legata all’avvio o allo sviluppo di
iniziative imprenditoriali o all’inserimento
nel mercato del lavoro;
microcredito
accompagnato
dalla
prestazione di servizi ausiliari di assistenza
e monitoraggio dei soggetti finanziati.
I finanziamenti potranno essere erogati – in via
non prevalente per l’intermediario – anche a
favore di soggetti in condizioni di particolare
vulnerabilità economica o sociale, purché tali
finanziamenti siano per un importo massimo di
10.000 euro, non siano assistiti da garanzie reali,
siano accompagnati dalla prestazione di servizi
ausiliari di bilancio familiare e abbiano lo scopo
di consentire l’inclusione sociale e finanziaria
del beneficiario.
Questi soggetti dovranno avere:
-
forma di società di capitali;
capitale sociale versato non inferiore a
quello stabilito dalla Banca d’Italia;
requisiti di onorabilità e professionalità
come sopra richiamato;
oggetto sociale esclusivo;
un programma di attività dedicato.
Di estremo interesse il ruolo che potrebbe essere
attribuito dalla nuova legislazione alle
associazioni non lucrative. Esse infatti potranno
concedere finanziamenti ai propri associati a
condizione che non siano assistiti da garanzie
reali, siano finalizzati a consentire l’inclusione
sociale e finanziaria del beneficiario e siano
prestati a condizioni più favorevoli di quelle
prevalenti sul mercato.
La nuova normativa prevede anche una
disciplina specifica per i cosiddetti Confidi.
presentate richiamano i dati elaborati
dall’Associazione Bancaria Italiana (ABI).
Questi dati, che sono i soli disponibili al
momento, presentano molti indicatori qualitativi
(GRAF.14) (missione, tipologia di microcredito,
target, ecc.) di programmi di microcredito gestiti
da 12 istituti bancari45.
GRAF. 14: la Missione delle Banche
GRAF.15: tipologia di prestiti delle Banche
Su 12 banche che hanno preso parte allo studio,
7 conducono un programma specifico per il
microcredito all’impresa, e lo stesso numero
conducono uno specifico programma di
microcredito sociale (tre istituti hanno entrambi i
programmi). Inoltre, quattro banche forniscono
45
5.6
Una valutazione del settore e ruolo
potenziale delle banche
In riferimento ai programmi di microfinanza
gestiti dagli istituti bancari, le informazioni
Le banche che hanno preso parte alla survey sono:
Banca Carige, Banca del Piemonte, Banca Popolare
dell’Emilia Romagna, Banca Popolare di Milano,
Banca Popolare Pugliese, Intesa Sanpaolo, Monte dei
Paschi di Siena, Unicredito, Banca della Campania,
Gruppo Banco Popolare, CR Parma e Piacenza, CR
Volterra
84
prestiti d’onore, principalmente a studenti e a
laureati. Infine, una banca fornisce microcredito
anti usura, che si trova tra le due summenzionate
tipologie (GRAF.15). La sola banca che fornisce
questo tipo di microcredito (Banca della
Campania) è situata nel sud Italia, dove l’usura è
un fenomeno diffuso e dove si trovano la
maggior parte delle altre IMF antiusura .
Nel caso delle banche, come per le IMF, il target
privilegiato è rappresentato da migranti, famiglie
povere o lavoratori atipici (GRAF.16). La
maggioranza degli istituti vede in generale come
target preferenziale studenti e giovani, entrambi
per prestiti d’onore e microcredito sociale e
d’impresa.
stessa banca di svolgere un’azione di marketing
mirata e convincente.
GRAF. 17: Aspetti considerati critici
GRAF. 16: Clientela Target
L’analisi dei principali problemi incontrati dagli
istituti bancari, nella realizzazione del
programma di microcredito, rivela alcuni
elementi chiave (GRAF.17). Un terzo del
campione (4 su 12) ha indicato come difficoltà il
marketing dei propri programmi di microcredito.
È ben evidente la distanza tra istituti bancari e i
tipici clienti del microcredito (coloro che sono
esclusi dai tradizionali servizi finanziari). Le
ragioni di questo non sono solo finanziarie ma
anche culturali. Dato che la clientela tipica del
microcredito è costituita da migranti e persone
socialmente ai margini, per gli istituti bancari è
più difficile pubblicizzare i propri programmi di
microcredito verso questi segmenti della società
per diffidenza da parte di questi ultimi nei
confronti della banca o per incapacità della
Gli istituti bancari lamentano anche difficoltà
nella relazione con la complessa rete di attori
coinvolti nel microcredito (diocesi locali, uffici
pubblici di assistenza sociale) e con la gestione
dell’informazione all’interno della banca. Un
istituto ha dichiarato inoltre la mancanza di
educazione finanziaria da parte dei clienti,
elemento che influenza negativamente la
capacità di gestione del prestito del debitore.
Due istituti bancari considerano la mancanza di
garanzie reali da parte del debitore come
principale ostacolo per il microcredito, un fattore
che è a dir poco soprendente dal momento che la
mancanza di garanzie di questo tipo è una
caratteristica distintiva del cliente del
microcredito.
Come evidenziato nell’analisi, in prospettiva,
quella del marketing è probabilmente la chiave
che consentirà al mondo bancario di giocare un
ruolo primario nel mercato della microfinanza.
Lo studio delle caratteristiche specifiche socioculturali ed economiche del target e l’offerta
prodotti mirati, potranno consentire di
85
avvicinare al settore bancario fasce di
popolazione a rischio di esclusione finanziaria e
bancaria. Un bacino molto ampio di clientela
attualmente non completamente servito è quello
rappresentato dai migranti. La struttura della
popolazione straniera in Italia risulta complessa
e in piena evoluzione. Ciò suggerisce agli attori
bancari, chiamati a svolgere un ruolo di
inclusione in ambito economico e sociale, di
adottare una strategia basata sul riconoscimento
delle diversità culturali. A tale approccio deve
corrispondere un’offerta di prodotti e servizi che
considerino le specificità culturali di ogni etnia.
Il mercato deve quindi essere in grado di
interpretare i bisogni espressi e latenti
caratteristici delle diverse comunità, utilizzando
strumenti di comunicazione adatti. Si parla
sempre più diffusamente di ethnic marketing46
intendendo con esso l’analisi del mercato
attraverso l’adozione di criteri di segmentazione
del bacino potenziale d'utenza su base etnica.
Secondo questo tipo di analisi, il mercato interno
ad un Paese non è omogeneo, proprio perché una
parte sempre più ampia della popolazione è
costituita da comunità con elementi distintivi
propri. Le caratteristiche nelle quali un gruppo si
identifica o che il resto della popolazione
attribuisce ad esso può riguardare almeno uno
dei seguenti elementi47:
-
46
una lunga storia condivisa, la cui memoria è
mantenuta viva;
una tradizione culturale sociale e familiare
a volte basata su valori religiosi;
un’origine geografica comune;
una lingua comune (non necessariamente
limitata a quel gruppo);
Guilherme D. Pires; John Stanton, Ethnic
Marketing : accepting the challenge of cultural
diversity, Cengage Learning EMEA, 2005
47
House of Lords Report, Patterns of Prejudice,
1983 in Guilherme D. Pires; John Stanton, op. cit.
-
una letteratura comune orale o scritta;
una religione comune;
l’essere una minoranza (spesso oppressa);
una comunità numericamente cospicua.
Il marketing etnico si pone come obiettivo la
definizione di un’offerta di prodotti o servizi che
gli utenti, identificati su base etnica, considerano
migliori di quelli offerti alla maggior parte della
popolazione o ad altre comunità etniche. Esso
deve quindi porsi le seguenti domande:
-
-
-
I bisogni espressi da un gruppo etnico sono
diversi da quelli manifestati da altri gruppi
o dalla maggior parte della popolazione?
Le fonti d’informazione e i canali di
comunicazione di cui si avvale un gruppo
etnico, differiscono da quelli utilizzati da
altri gruppi o dalla maggior parte della
popolazione?
Se sì, è possibile, considerando queste
differenze, creare o migliorare dei prodotti
o servizi?
L'introduzione diffusa di tali criteri di
segmentazione del mercato, di individuazione
dei bisogni e di definizione di nuovi prodotti e
servizi mirati, consente di stabilire con i
residenti stranieri una relazione di tipo inclusivo.
Il nuovo modello di inclusione sociale ed
economica prospettato, non si basa più sul
modello del melting pot, volto a favorire
l'omogeneizzazione culturale dei residenti, ma
tende piuttosto a costruire una società che si
accosti all'idea del salad bowl nel quale ogni
ingrediente mantenga il suo sapore e
contribuisca con la sua unicità alla composizione
della pietanza48.
La segmentazione del mercato su base etnica
consente di fare emergere aspetti interessanti e
ancora scarsamente analizzati relativi alle
48
Nicolò Borracchini, Banche e Immigrati: credito,
finanza islamica e rimesse, Pacini Editore, 2007
86
comunità di migranti. Tra i comportamenti meno
evidenti ma di portata più rilevante, vanno senza
dubbio considerati quelli relativi all'utilizzo dei
servizi finanziari.
Il comportamento in ambito finanziario delle
comunità di migranti in Italia risulta essere del
tutto particolare rispetto a quello della
popolazione italiana. Esso si rivela in tutta la sua
complessità in considerazione della variegata
composizione etnica della presenza straniera nel
nostro Paese.
Esiste un chiaro legame tra ciclo di vita nel
processo migratorio individuale e utilizzo dei
servizi finanziari49. Il graduale radicamento nel
territorio sta portando ad una progressiva
modificazione nei comportamenti correlati
all’utilizzo di strumenti di credito, risparmio,
assicurativi e ai canali di invio delle rimesse.
Una volta giunto nel Paese di destinazione, in
una prima fase, il migrante utilizza buona parte
del reddito per assicurare a se stesso e alla
propria famiglia, rimasta nel paese d’origine,
una condizione stabile. Il migrante è concentrato
sulla
risoluzione
dei
problemi
legati
all’insediamento
nel
nuovo
Paese:
regolarizzazione, ricerca di una casa e di un
lavoro. I rapporti con le banche sono molto
limitati. L’invio delle rimesse avviene attraverso
canali che consentano di minimizzare i costi, a
scapito della sicurezza e del controllo sulle
somme inviate.
Dopo questa prima fase, in concomitanza con la
creazione e il consolidamento di nuova
condizione lavorativa, abitativa e familiare, il
cittadino straniero dimostra un progressivo
interesse verso strumenti finanziari via via più
raffinati quali: l’utilizzo di canali “formali” per
l’invio delle rimesse, l’apertura di un conto
corrente, l'accensione di un mutuo ipotecario per
l’acquisto dell’abitazione o di un prestito al
consumo, la sottoscrizione di prodotti di
risparmio e assicurativi.
L'evoluzione dei bisogni finanziari, in base agli
anni di presenza in Italia, ha portato quindi molti
migranti ad accostarsi con maggior fiducia al
sistema bancario.
Il processo di progressiva bancarizzazione dei
migranti, ossia di inclusione dei migranti nel
bacino d'utenza attiva del sistema finanziario, è
un fenomeno in pieno sviluppo.
Grazie soprattutto alla possibilità di accesso ad
un lavoro stabile e al ruolo attivo di inclusione
finanziaria giocato dal settore bancario italiano,
il 67% dei migranti residenti adulti possiede un
conto corrente bancario50. Il 54% dei migranti
“bancarizzati” ha attivato un credito presso una
banca, il 50% sotto forma di mutuo. Il grado di
fiducia nei confronti di prodotti di gestione del
risparmio evoluti è invece ancora basso, così
come quello nei confronti dei prodotti
assicurativi. Il 42% ha sottoscritto un prodotto
assicurativo ma il 60% di questi è costituito da
RC auto.
Ma l'ambito entro il quale le dinamiche in
campo finanziario assumono le caratteristiche di
un vero e proprio fenomeno di massa, è
rappresentato dal settore delle rimesse. Le
dimensioni dei flussi finanziari tra Italia e Paesi
d'origine sono imponenti. Secondo i dati
contenuti nel XIX Rapporto “ Immigrazione:
Dossier Statistico 2009” curato da Caritas e
Fondazione Migrantes51, nel 2008 le rimesse
trasferite dall'Italia ammontano a 6.381 milioni
di EURO, pari a 1.640 EURO per immigrato
regolarmente registrato nel nostro Paese. Esse
assorbono lo 0,41% del prodotto interno lordo.
49
50
José Luis Rhi-Sausi; Marco Zupi, Banche e nuovi
italiani. I comportamenti finanziari degli immigrati,
Bancaria Editrice, 2009
José Luis Rhi-Sausi; Marco Zupi, op. cit.
Caritas Italiana; Fondazione Migrantes; Caritas
Diocesana di Roma, op. cit.
51
87
Se si tiene conto dei trasferimenti di denaro
avvenuti tramite altri circuiti, diversi da quelli
bancari (amici, familiari, corrieri), non
facilmente quantificabili, si stima una
consistenza almeno doppia. Il volume dei flussi
è tendenzialmente crescente nel tempo. Si
calcola, infatti, che nel periodo 2000-2008 le
rimesse siano aumentate di oltre dieci volte52 e
quelle pro-capite di poco più di quattro volte53.
Il corridoio verso l'Asia assorbe il 46,9% del
volume totale, seguito da Europa (26%), Africa
(14,5%) e America Latina (12,5%)54.
52
Si consideri che la fonte dei dati è rappresentata
dalle segnalazioni di flusso che le banche residenti
inviano all'Ufficio Italiano Cambi. Tuttavia, una
quota sempre più consistente dei flussi viene gestita
dai cosiddetti Money Transfer Operators (MTO) tra i
quali in primis Western Union e MoneyGram. Il
servizio fornito consente di inviare e ricevere in
tempo reale e in modo sicuro piccole somme di
denaro in ogni parte del mondo utilizzando una fitta
rete di sportelli.
Tutte le transazioni degli MTO con l'estero
avvengono tramite il canale bancario. I principali
operatori del settore accentrano i bonifici, per il
tramite di banche residenti, su piazze finanziarie
estere, di norma non coincidenti con lo stato di
residenza dei beneficiari delle rimesse. Ciò ha
comportato una scarsa qualità nella disaggregazione
territoriale estera delle informazioni statistiche del
sistema bancario, non sempre in grado di identificare
lo stato di residenza del destinatario finale della
transazione.
L'Ufficio Italiano Cambi, al fine di rappresentare il
fenomeno "rimesse" in modo più aderente alla realtà,
solo a partire dai dati dell'anno 2004, integra le
informazioni bancarie con i dati raccolti presso gli
MTO.
L'adozione della nuova metodologia giustifica il salto
di serie riscontrabile nell'andamento storico dei dati.
Sull'argomento vedi anche: G. Giuseppe Ortolani,
Remittance Statistics in Italy. A short note on current
practice, UIC, 2006
53
Centro Studi Sintesi, Le rimesse in Italia, analisi e
mappatura dei flussi monetari in uscita dall'Italia,
2008
54
Caritas Italiana; Fondazione Migrantes; Caritas
Diocesana di Roma, op. cit.
Il paese di destinazione più importante è la Cina,
verso la quale nel 2008 sono partiti dall'Italia
1,541 miliardi di EURO. Le Filippine hanno
ricevuto dai concittadini residenti in Italia
922,56 milioni di EURO, seguita da Romania
(768,48 milioni di EURO), Marocco (333,02
milioni di EURO) e Senegal (262,78 milioni di
EURO). I dati evidenziano come anche in Italia i
migranti rappresentino un target potenziale
estremamente interessante. Le banche mostrano
un progressivo interesse per le comunità di
migranti. Sempre più spesso si parla di migrant
banking, riferendosi a servizi bancari ritagliati
sulle esigenze dei migranti in Italia e
caratterizzati da un marketing basato sul
“linguaggio dell’accoglienza”55. Accanto ai
servizi nel Paese di destinazione è tuttavia
importante definire nuovi schemi operativi che
rappresentino dei veri e propri ponti finanziari
con i paesi d’origine. Questi nuovi modelli
devono essere in grado di intercettare la
domanda dei migranti e delle loro comunità di
appartenenza sia in Italia che nei paesi d’origine.
Un secondo e promettente ambito d’intervento
delle banche nel settore della microfinanza è
costituito dai servizi volti alla riduzione del
fenomeno dell’esclusione bancaria, il cosiddetto
social banking. Con esso si intende l’offerta di
servizi bancari indirizzati a segmenti di clientela
a rischio di esclusione bancaria che trovano
difficoltà ad accedere anche ai servizi bancari
più elementari56. Il social banking rivolge i
propri servizi a persone prive di relazioni
bancarie, ossia che per non convenienza, non
sopportabilità economica, per incapacità di
comprendere le condizioni contrattuali o per
difficoltà relazionali con l’istituto bancario, non
dispongono di un conto corrente, strumento
55
Nicolò Borracchini, op. cit.
Luisa Anderloni in, Guida critica alla
responsabilità sociale e al governo d’impresa, a cura
di Lorenzo Sacconi, Bancaria Editrice, 2005, p. 719
56
88
indispensabile in molti ambiti della vita
economica e sociale. Tra questi soggetti citiamo
oltre ai migranti (in particolare i musulmani), i
rifugiati, gli anziani, i giovani, i disoccupati, i
lavoratori precari, le famiglie a basso reddito, le
famiglie monoparentali.
L’ABI è impegnata in iniziative rivolte
all’inclusione finanziaria. Il Consorzio Patti
Chiari, che ha avviato le attività nel 2003, ha lo
scopo si promuovere presso il pubblico
l’informazione e l’educazione in ambito
finanziario. Inoltre, contribuisce allo sviluppo
del “servizio bancario di base” volto alla
riduzione del fenomeno dell’esclusione bancaria,
attraverso l’accesso ad un conto corrente
semplificato e a bassi costi di gestione.
5.7
Buone pratiche. PerMicro SpA: il
microcredito commerciale alla prova
PerMicro SpA è la prima società italiana a
dimensione
nazionale
specializzata
in
microcredito (iscritta all’Albo degli intermediari
finanziari ex. Art. 106 TUB). Nata nel 2007 a
Torino, PerMicro si propone di fornire servizi di
credito a imprese e a famiglie considerate non
bancabili. Soci azionisti sono la società italiana
di venture capital sociale Oltre Venture, la
Fondazione Paideia, Ubi Banca e la Fondazione
Sviluppo e Crescita CRT. La dimensione
operativa adottata da PerMicro riprende standard
organizzativi e di processo consolidati a livello
internazionale, calandoli nella complessa realtà
italiana. Si tratta di un’esperienza assolutamente
innovativa per il settore della microfinanza in
Italia, nato e sviluppatosi in una dimensione
prevalentemente solidaristica e assistenziale che
pur efficace dal punto di vista sociale non ha
ancora consentito uno sviluppo esteso della
microfinanza nel nostro Paese. Il modello
proposto da PerMicro, per contro, si propone di
fare leva su alcuni elementi in grado di condurre
l’istituzione a un progressivo equilibrio tra
efficienza (sostenibilità economica e finanziaria)
ed efficacia (performance sociale). I principi
fondanti su cui si basa PerMicro sono:
-
-
-
-
-
Impiego di un team di professionisti:
l’utilizzo di personale retribuito e formato
consente di raggiungere standard qualitativi
superiori e una continuità nella relazione
con i clienti;
Approccio più vicino al mercato: la forma
giuridica di Società per azioni implica che
gli investitori, pur socialmente orientati (per
quanto riguarda sia le aspettative di
redditività che di rischio e di risultato
sociale) intendano almeno mantenere
costante il valore dell’investimento;
Sviluppo di metodi di credit scoring e
procedure standardizzate. Ciò consente di
ridurre i costi di lavorazione delle pratiche
di credito e, più in generale, di gestione del
portafoglio;
Assunzione diretta del rischio del credito.
Come visto in precedenza i programmi di
microfinanza tendono invece ad utilizzare
Fondi di Garanzia esterni. Nel caso di
PerMicro, accanto ad una garanzia di firma
da parte di un garante considerato solvibile,
il beneficiario deve portare una garanzia di
tipo morale da parte della rete sociale nella
quale è inserito (associazione, parrocchia,
ecc.);
Raggiungimento di volumi considerevoli di
portafoglio. La sostenibilità economica
dell’istituzione è legata al raggiungimento
del punto di pareggio, realizzabile solo in
presenza di un volume significativo di
ricavi derivanti dall’attività di impiego. Ciò
consente di servire un numero elevato di
persone e mantenere in equilibrio
economico l’istituzione;
89
-
-
Diffusione sul territorio nazionale. Il
programma di PerMicro non avrà una
dimensione locale ma, anche per ragioni di
sostenibilità, intende estendersi all’intero
territorio nazionale
Raggiungimento nel medio periodo
all’auto-sostenibilità
economica
e
indipendenza dalle donazioni.
Pur essendo difficile fare un bilancio
sull’esperienza PerMicro a distanza di solo tre
anni dalla sua creazione, è tuttavia possibile
osservare quali siano al momento i primi
riscontri dell’applicazione di tale modello nel
contesto italiano. PerMicro è oggi presente in
dieci Regioni italiane grazie ad una rete di 11
agenzie distribuite per il momento nel Nord e
Centro Italia. Nel 2009 l’IMF ha erogato 290
crediti (+67% rispetto al 2008), su un totale di
2.568 contatti effettuati (11%). Al 30/06/2010
PerMicro aveva erogato complessivamente 703
crediti su 4.526 contatti effettuati (15%). Il totale
dei crediti erogati è stato pari a 3,733 milioni di
euro. Di questi 1,34 milioni di euro sono stati
concessi alle microimprese e 2,39 milioni alle
famiglie. L’ammontare medio erogato per i
crediti alle imprese è di circa 7.600 euro; per le
famiglie 4.500 euro. Il 79% dei clienti sono
migranti, soprattutto impiegati nel piccolo
commercio (41% dei crediti erogati all’impresa)
e per la casa (41% dei crediti alle famiglie). Il
39% dei crediti rivolti all’impresa sono stati
utilizzati per l’avvio dell’attività.
In generale si osserva che i tempi di lavorazione
delle pratiche di credito sono migliorabili e
l’attività di monitoraggio richiesta impiega
ingenti risorse.
La sfida ancora aperta che PerMicro intende
affrontare resta quindi quella di offrire un
servizio competitivo e professionale, orientato
alla sostenibilità economica dell’istituzione pur
nel quadro di una stretta collaborazione con il
settore pubblico e la società civile.
5.8
Buone pratiche. Fondo
Microcredito
della
Regione
l’importanza della rete territoriale
per il
Lazio:
Con la legge regionale n. 10 del 18 Settembre
2006 la Regione Lazio (Assessorato al bilancio,
programmazione economica e finanziaria) ha
istituito il Fondo per il Microcredito e ne ha
assegnato la gestione operativa a Sviluppo Lazio
Spa, che a sua volta ha stipulato una
convenzione bancaria con la Banca di Credito
Cooperativo di Roma, Società Cooperativa.
Un comitato tecnico supervisiona l’intero
processo riguardante la gestione del fondo,
mentre il Centro Servizi (composto da
Microfinanza Srl e PerMicro SpA) effettua la
valutazione creditizia, conduce il monitoraggio e
il tutoraggio dei prestiti e si occupa della
formazione
degli
operatori
territoriali.
Selezionati tramite bando pubblico, gli operatori
territoriali sono enti pubblici o privati del settore
no profit, che già realizzano progetti di
intervento sociale ed economico. Coinvolgere
questo tipo di attori è in linea con una visione
democratica del microcredito, per un accesso al
credito anche a persone escluse dai tradizionali
circuiti finanziari e in condizioni di difficoltà: la
presenza sul territorio di “sensori territoriali”,
recettori e interpreti delle esigenze della
popolazione, permette lo sviluppo di prodotti e
programmi sostenibili e di impatto positivo. Gli
operatori territoriali (attualmente sono 27),
debitamente formati, conducono diversi colloqui
con i soggetti interessati fino a farne una
selezione in base ad una valutazione di
affidabilità (le domande sono poi trasmesse per
una valutazione di merito creditizio al Centro
Servizi), ma soprattutto curano i rapporti con i
90
beneficiari accompagnandoli dalla richiesta di
finanziamento sino alla restituzione del prestito.
Una diramazione così capillare e vicina ai
beneficiari permette la creazione di un sistema di
informazioni tale da migliorare concretamente la
qualità dei servizi e diminuire il rischio di
fallimento dei progetti finanziati.
L’organizzazione dei prestiti (legge regionale
n.27 28 dicembre 2007) si suddivide in tre assi
di intervento:
-
-
-
ASSE A: Microimprese, nella forma
giuridica di cooperative, società di persone
o ditte individuali, costituite e operanti, o in
avvio d’impresa, con il fine di contrastare
l’economia sommersa e di promuovere
l’occupazione, soprattutto tramite l’autoimpiego;
ASSE B: Credito d’emergenza, finalizzato
a
bisogni
primari
ed
essenziali
dell’individuo (salute, casa, ecc.);
ASSE C: Sostegno a persone sottoposte ad
esecuzione penale (intra o extra muraria, ex
detenuti da non più di 24 mesi), nonché
famigliari e non di detenuti. (Per questo
tipo di soggetti è previsto un operatore
territoriale di diritto, l’Ufficio per il Garante
per i diritti dei detenuti del Lazio).
Gli interventi a favore di persone giuridiche
prevedono crediti di importo minimo di 5.000 e
massimo di 20.000 euro, mentre i prestiti verso
persone fisiche vanno dai 1.000 ai 10.000 euro.
Entrambe le tipologie di prestito sono concesse
ad un tasso di interesse dell’1%, e in entrambi i
casi non sono previsti costi addizionali per i
beneficiari.
A fronte di questo, nei primi 6 mesi del 2010, il
maggior numero di richieste si inquadra
all’interno dell’Asse B (165 su 305 domande
totali selezionate), ma la maggior parte delle
“agevolazioni” concesse rientra nell’Asse A (80
su un totale di 156 domande ammesse, il 60%,
per un ammontare di circa 1.225.958 euro),
mentre nell’Asse B si registra un pressoché
uguale numero di richieste ammesse (72, il 44%,
che corrisponde a 357.624 euro erogati) e
respinte (74, il 45%). Nell’Asse C, risultano solo
7 richieste, di cui 4 ammesse (il 57%, per un
totale di 36 mila euro). In generale, dal suo
avvio e sino ad agosto 2010, il progetto ha
concesso 156 crediti per un totale di 1.619.583
euro.
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