agathà
s u l l ’ o n da delle emozioni
SANT’AGATA
DI MILITELLO
nei testi di
Stefano Brancatelli
Francesco Zuccarello
nelle foto di
Paolo Barone
saggio introduttivo di
Camillo Filangeri
1
Questa pubblicazione è stata realizzata
con il patrocinio di:
AGATHà
sull’onda delle emozioni
Regione Siciliana
Assessorato regionale Turismo,
Sport e Spettacolo
Dipartimento regionale del Turismo,
dello Sport e dello Spettacolo
Progetto e Coordinamento
Francesco Zuccarello
Testi
Stefano Brancatelli
Camillo Filangeri
Benedetto Lupica
Pippo Ricciardo
Francesco Zuccarello
Ente di diritto pubblico
Comune di
Sant’Agata di Militello
Rotary Club
Sant’Agata di Militello
Foto
Paolo Barone
Contributi fotografici
Ettore Colletto
Nuccio Lo Castro
Carlo Melloni
Claudio Pinchi
Angelo Restifo
Elaborazione grafica
Nino Carlo, Angelo Restifo
Impaginazione
Nino Carlo
Stampa
Arti Grafiche Zuccarello
[email protected]
Si ringraziano tutti coloro che, concedendo la loro immagine e il
loro tempo, hanno favorito la realizzazione della presente opera.
© 2010 - Zuccarello Editore
Via Giove, 12 - Sant’Agata di Militello (ME)
Proprietà artistica e letteraria riservata.
é vietata qualsiasi riproduzione totale o parziale ai sensi della
L. n. 633 del 22 aprile 1941, L. n. 159 del 22 maggio 1993,
L. n. 248 del 18 agosto 2000 e successive modificazioni.
Questo libro è composto in Bodoni; stampato su Garda GlossArt
da 170 g/mq delle Cartiere del Garda; le segnature sono piegate
a sedicesimo (formato rifilato 21x27 cm) con legatura a filo refe e
brossura; la copertina è cartonata con impressione in oro e sovracoperta stampata su Garda GlossArt da 170 g/mq delle Cartiere
del Garda con plastificazione lucida.
2
Presentazione
Prima di perdere il controllo e di precipitare, prima che il panico prenda il
sopravvento e questa corsa incessante, senza meta, ci lasci solamente il fiato corto;
forse anche prima che la lotta primordiale sia, fra di noi, l’unico strumento di
interazione, che l’unità si disintegri in egoismo e l’interesse deglutisca la civiltà; o
peggio, prima che una generazione lasci l’altra alla deriva, senza maestri, nè buoni
nè cattivi, malgrado tante cose da insegnare e molte di più da raccontare; prima che
la noia si tramuti in accidia; prima che tutto scorra...
Prima di tutto... la bellezza. E la conseguente meraviglia, il vero sentimento
esiliato di quest’epoca concubina e meta-emozionale. Ratta e distratta. Ancora di
più lo stupore. Per la verità, per lo studio, per la ricerca, per la scoperta, per guardare
meglio ciò che ci circonda.
Questo libro nasce così, da un moto dell’anima, dall’impellente bisogno di non
accettare che sia stata detta (o scritta) l’ultima parola, dal ripudio della rassegnazione
che tutto abbiamo visto e sentito; trova origine e motivazione dal «desiderio» (e se
non viene dall’Alto allora da dove dovrebbe venire!) di continuare a parlare di cose
conosciute e sconosciute, delle vecchie che, nonostante tutto, dicono e delle nuove
che, tuttavia, iniziano a vagire.
Trascinato dall’onda delle emozioni, ripercorre conoscenze, luoghi e volti che,
visti con occhi nuovi e mente nuova, possono ancora comunicarci qualcosa.
Non è facile dire se il paese di Sant’Agata sia cambiato in bene o in male.
Certamente quel che può cambiare è il modo di comunicare la paesanità, ritrovare
identità e senso di appartenenza e un po’ di gelosia per le «nostre cose», che sono - va
detto con forza - «cose buone».
Ecco il senso di questa pubblicazione e la ragione del titolo Agathà (ἀγαθὰ): un
puro gioco di parole che rimanda al nome della nostra città, una traslitterazione dal
greco, che permette di sintetizzare il significato di questo libro: τά ἀγαθά - le cose
buone... di Sant’Agata.
3
Abbiamo cercato così di narrare la sua storia, provando a dare una spiegazione
all’origine del borgo prima e del Comune autonomo poi. Ne abbiamo colto,
imprimendoli nelle meravigliose foto di Paolo Barone, gli aspetti urbani e umani più
significativi e caratteristici, soffermandoci su alcuni particolari senza particolarismi,
nel difficile tentativo di essere più esaustivi possibile!
Al concittadino, al turista o a chi, colto o semplicemente curioso, si troverà a
Sant’Agata per svago o per lavoro, vogliamo offrire uno strumento interessante per
suscitare o approfondire la conoscenza del paese, fiduciosi, fra l’altro, che questo
lavoro possa costituire una base di partenza per una concreta rivalutazione dei nostri
«beni», per il nostro «bene» e per il «bene comune». Non con vago ottimismo ma con
certa speranza. Attendiamo l’alba, come sentinelle del mattino.
Gli autori
4
Immagine ed emozione
La diffusione delle fotocamere digitali, ormai capillare, ha sicuramente provocato
una “rivoluzione sociale” nel rapporto tra fotografia, fotografo e fruitori. Macchine
fotografiche sempre più compatte e miniaturizzate – spesso veri e propri gioielli
del design rivolto ad un consumo di massa – per cogliere ogni attimo e situazione
del nostro tempo, sono una presenza comune e un accessorio indispensabile
per scandire (e fissare, quasi con effetti stroboscopici) il ritmo della vita e delle
emozioni di ognuno.
Addirittura trovandomi – per lavoro – in alcuni affollati concerti, mi è capitato
di osservare come le stesse prime file di spettatori, in delirio per il sound della rock
star di turno, ne seguissero la performance più attraverso il monitor dei telefonini
puntati per catturarne immagini a ripetizione e filmati, che godendo dello spettacolo
direttamente coi propri occhi.
Una rivoluzione democratica? Il socialismo dell’immagine? L’emancipazione
delle masse in vista del click universale che sbaraglierà le oligarchie dei fotografi
professionisti?
A me pare – ahimè – che si tratti, il più delle volte, di calcolata standardizzazione
gestuale rivolta per un verso a corrispondere alle strategie di marketing dell’industria
elettronica di settore e, per l’altro, a replicare la pervasività dei messaggi/modelli
pubblicitari (sorridi come… – una posa da… velina – sembra una pubblicità – mi
faccio il book – vuoi che ti faccio il book? ecc.).
Ma allora la Fotografia?
Poiché non mi ha mai appassionato la diatriba stantia su fotografia come un’arte
alla pari della pittura o meno, continuo a scegliere/cercare/comporre i miei scatti
con l’unica intenzione di produrre un’immagine in grado di raccontare qualcosa e
trasmettere un’emozione a chi si troverà a guardarla.
E siccome non so mai, a priori, chi – a parte l’eventuale committente verso il
5
quale sento un qualche obbligo, se non altro per guadagnarmi il compenso pattuito
– guarderà le mie foto, mi sforzo di concentrare la mia attenzione su:
- quanto importa agli altri ciò che mi sta incuriosendo?
- come selezionare nel rettangolo del mirino l’essenza di un luogo/scena/
concetto/emozione che voglio rappresentare?
- come fotografare cosa… nel suo aspetto migliore?
Le regole alle quali mi attengo sono semplici, personali e per nulla vincolanti
(es.: mai la facciata di un qualcosa in controluce – solo se mi serve la silhouette!
– piuttosto luce radente del tardo pomeriggio, calda. Ma… se è nuvolo? Pazienza,
aspettiamo un altro giorno!).
Quindi... forse la fotografia non è altro che un mezzo, un semplice strumento per
interpretare/raccontare qualcosa attraverso le lenti della propria soggettività.
E, dunque, visto che la soggettività non è ancora un prodotto – nonostante gli
innumerevoli interventi in tal senso della manipolazione sociale – di un qualche
settore industriale, allora la fotografia non è comparabile in base alla strumentazione,
più o meno specialistica, più o meno diffusa, da cui essa è prodotta: torna al centro,
comunque, la persona/autore (che avrà tanto più da dire con le proprie immagini
quanto più avrà assorbito/compreso/interpretato il quid inquadrato nel mirino).
Il mestiere di fotografo – se è ancora fatto di passione, di intuizione, di fatica,
di tenacia, di pazienza, di comprensione e di creatività nella ricerca delle soluzioni
– non è in discussione.
Io spero di aver compreso (o per lo meno sfiorato) l’anima di questo paese e
della sua comunità, straordinaria come Francesco: il mio Virgilio se io fossi Dante,
per come mi ha accompagnato e mi ha saputo guidare nella scoperta degli infiniti
aspetti che fanno di questo luogo, Sant’Agata, uno fra i tanti ma, come tanti altri,
un pianeta sconosciuto e magico da esplorare.
Non ho curva pronunciata alcuna nel mio setto nasale per cui… escludo di
potermi paragonare al divino Alighieri (e quindi, Francesco, mi spiace… rinuncia
a sentirti Virgilio!).
Paolo Barone
6
Foto panorama notturno
7
8
Presentazione
Camillo Filangeri
INTORNO A SANT’AGATA
9
FITALIA ZAPPULLA
NASO
MALVICINO
PIETRA DI ROMA
CRAPI
CASTANIA
MIRTO
SAN MARCO
FRAZZANÒ
ACQUEDOLCI
TORRE DEL LAURO
NASO
SALVATORE
1072
MILITELLO
ALCARA
CARONIA
GALATI
LONGI
TORTORICI
1315
SAN FRATELLO
1847
1541
MANIACE
1567
1571
© Arti Grafiche Zuccarello - 2010
CAPIZZI
CERAMI
TROINA
AL SIMETO / GIARRETTA
• Siti con abitati permanenti - Torri e presidi costieri
10
AL SIMETO / GIARRETTA
ALL’ALCANTARA
KIDAS ROSMARINO
INGANNO
FURIANO
CARONIA
SANT'AGATA
CAPO D'ORLANDO
Considerazioni geostoriche
N
ella Sicilia settentrionale, ai piedi dei solenni
dorsi costieri dei monti Nebrodi, verdeggianti anche di macchia mediterranea, l’insediamento
urbano di Sant’Agata di Militello oggi è il centro
abitato più cospicuo dell’area nebroidea, e per
qualche tempo ne è stata avanzata l’ipotesi di farne
un capoluogo provinciale.
Di seguito ci si soffermerà sull’area che si estende dal versante nordoccidentale dell’Etna al Tirreno, al cui centro Sant’Agata mantiene ruoli privilegiati; area delimitata strumentalmente, e prospiciente la costa, tra i Capo d’Orlando e Cefalù. Qui
fra oriente ed occidente, i siti che si susseguono
rispondono a nomi, talvolta di antica intitolazione,
talvolta più recente ove non innovativa, e che in
molti casi ricordano vicende storiche del territorio
isolano.
Si riporta un elenco di quei siti su cui insistono abitati permanenti, abbinati a nomi meno conosciuti, ma che riprendono antiche intitolazioni
superate dagli eventi o rinnovati da opportunità
amministrative, o di recupero storico.
Di fatto, puntualizzando che i nomi remoti od
obsoleti sono posti in corsivo, lungo la costa si susseguono:
Agatyirnum/Capo d’Orlando, Bastione/Piscìttina/Malvicino, Rocca di Caprileone, Pietra di
Roma/Torrenova/Favara, Sant’Agata di Militello,
Acquedolci, Torre del Lauro, Kalè actè/Marina di
Caronia, Canneto, Santo Stefano di Camastra, Margi, Torremuzza, Calamione, Alesa/Marina di Tusa,
Milianni, Pinnuti/Finale di Pollina, Sant’Ambrogio, Calura, Rocca di Cefalù;
nell’entroterra che non supera la cresta nebroidea, si susseguono:
Naso, Malò, Castanea/Castellumberto, Tortorici, ‘u Sarvaturi/San Salvatore, Galati, Longi, ‘u
Crastu, L’Arcara/Alcara, Militello Rosmarino, Frazzanò, Mirto, Crapi/Caprileone, Alontion/Demenna/
San Marco, Apollonia/SantiFiladelli/San Fratello,
Caronia, Liettu Santu, Amestratos/Mistretta, Reitano, Motta d’Affermo, Pettineo, Tusa, Rucca Basili/
Santo Mauro, Ypsigro/Castelbuono, Pollina.
Tra le vicende del territorio dei Nebrodi, che
per molti aspetti fanno parte della storia più nota,
gli insediamenti costieri si attestano ad una colonizzazione raggiunta sulla scorta di esperienze
tanto greche che cartaginesi. Se agli Acarnani ed
al mitico Patron si può ricondurre la fondazione
di Alontion eretta a vista dell’insediamento protostorico di Monte Scurzi, all’epopea di Ducezio,
eroe indigeno del V secolo a.C., si riconduce la
fondazione di Kalè Actè/Caronia, agli Arconidi di
Erbita/Nicosia si deve quella di Alesa/Tusa nel
403 a.C..
Alontion, Kalè Actè ed Alesa sono città nel tempo romanizzate insieme ad Amestrata, Apollonia,
o l’ipotizzata Agatirno al Capo d’Orlando, e per
le quali caccia, pesca, allevamento ed agricoltura sono risorse primarie permanenti. Città dove
gli abitanti mantengono vivi i concetti di polis e di
chora, pertanto politicamente responsabili di gestire le risorse del proprio territorio, comprese le
unità poderali, col tempo giuridicamente definite
allodiali.
In età romana, intorno al 263 a.C., viene tracciata la via Valeria, in seguito detta anche Pompea,
strada che da Messana/Messina conduceva a Lilibeo/Marsala, di fatto l’attuale statale 113, la quale
necessariamente doveva attraversare il sito dell’attuale Sant’Agata. Al tempo voluta per scopi militari, la strada, concettualmente diviene fondamento
nella vita del nostro territorio, e questo da intendere quale supporto naturale per ogni attività umana,
compresi collegamenti destinati agli scambi.
Risorse, attività e scambi, sperimentati già prima dell’avvento di Roma, con la frequentazione di
piste battute entro il compluvio dei corsi d’acqua,
e questi ultimi, a loro volta, in grado di indicare in
modo naturale le direzioni di scavalcamento delle giogaie che scandiscono le gibbosità del territorio. Scambi quindi strettamente connaturati alla
11
produttività del territorio, nella parte più interna
dell’isola ripartito in massae, le grandi aziende terriere di età romana che sappiamo gestite anche con
imprenditoria schiavista.
Insieme di scelte connesse al potere centrale di
Roma, e che faranno considerare l’intera Sicilia risorsa dello stato identificato col suo Impero; ciò che
promuove condizioni di benessere estese all’intera
regione isolana e che fa incentivare scambi lungo
le vie marittime, e di conseguenza attracchi ed attrezzature portuali. Stato ed Impero divenuti omonimi e gradatamente coinvolti dal Cristianesimo in
espansione, compresa la gestione delle massae.
Età nodale per la Sicilia è certamente quella
coincisa con l’epocale trasferimento della centralità imperiale da Roma a Bisanzio, la “Nuova Roma”
ribattezzata Costantinopoli, centro eponimo di politica e cultura che ruota intorno agli imperatori
costantinopolitani; fra costoro, qualcuno, esaltando la condizione di benessere dell’isola, la gestirà
come patrimonio personale.
Idea di benessere che non sfugge all’istinto predatorio di quanti, lungo i margini dell’impero e non
trascurando la pirateria, avessero voluto approfittarne. Fra questi i Musulmani i quali, anche con
azioni militari e spinta fideista, percorse le coste
africane, pervengono in Sicilia nell’827 permanendovi circa trecento anni.
Tuttavia l’influenza bizantina sopravviverà a
lungo in Sicilia rimanendone, preziosa testimonianza del nostro territorio, un gran numero di insediamenti monastici; presenza monastica strettamente
connaturata alle risorse del territorio, e quindi ai
cespiti locali con cui sostentare i monasteri stessi,
divenendo di fatto sedi di mantenimento per parecchie testimonianze sulla vita territoriale.
Molti di quei cenobi, per il loro insistente riferirsi a Demenna, hanno fatto supporre e verificare,
la dislocazione di questo prestigioso insediamento,
citato almeno dal IX secolo d. C., nel sito stesso
dell’antica Alontion. Sito che, insieme all’accertata etnia grecofona, alla maggiore concentrazione
di boschi tuttora esistenti fra Longi, San Fratello,
Caronia e Tardara possono essere stati eponimi
geografici-ambientali della regione ad occidente di
Messina, Val Demenna prospiciente il Tirreno.
Demenna sito nebroideo che nel 1061 viene rinominato San Marco dai fratelli Hauteville, Roberto Guiscardo e Ruggero I Gran conte, conquistatori
Normanni al loro giungere in Sicilia; sito, ancora,
La Sicilia nella rappresentazione dell’antica carta romana della Tabula Peutingeriana
12
da considerare luogo e tappa strategica per il governo militare da loro instaurato.
Qui rimane infatti la sede gestionale del governo isolano, dal 1101 mantenuto da Adelasia del
Monferrato, terza moglie e vedova del Gran Conte
e madre di Ruggero II; quest’ultimo è colui che
nel 1130 sarà acclamato re di un regnum destinato a crescere nel confronto col Papato e l’Impero,
permanendo uno dei più antichi stati europei sino
all’avvento dell’utopia peninsulare geomassonica.
Non è superfluo sottolineare il prestigio della
cultura greca-bizantina, com’è noto fautrice e tramite della ricristianizzazione promossa dai Normanni
e favorita in quei cenobi. Più nota l’autorevole sede
abbaziale di San Filippo di Frazzanò, o Fragalà,
detto anche di Demenna, centro di diffusione culturale sostenuta da una prestigiosa biblioteca.
Diffusione in merito alla quale piace qui ricordare l’omileta, predicatore greco, Filagato da
Cerami, quindi nato nel versante meridionale dei
Nebrodi, presente ed attivo nelle corti dei re, Ruggero II e dei due Guglielmi, quindi alla vigilia delle scelte cruciali suggerite dalla politica dinastica
per la trasmissione del regno dagli Hauteville agli
Hohenstaufen.
I Normanni, insieme al rinvigorimento del cristianesimo, favorito col ripristino di gerarchie sia
religiose che militari, istaurano anche una milizia
di stato altrettanto gerarchizzata; ambedue gerarchie sostenute economicamente con la ripartizione
delle risorse territoriali ed i suoi cespiti.
Per questi ultimi è giusto precisare come, allo
stato attuale delle conoscenze, è sempre difficile,
se non improbabile, localizzarli fisicamente, definirne dimensioni e consistenza, fidandosi delle
citazioni narrative e degli strumenti quasi sempre
giuridici-amministrativi, in cui vengono indicati
allodi, tenimenti, feudi, variabili anche nel nome
a motivo della conoscenza più o meno diretta, nonché linguistica, degli estensori delle citazioni e degli strumenti che ci sono pervenuti.
Ambedue gerarchie, ancora, sono obbligate al
mantenimento di un magnus exercitus composto
da equites, milites, pedites e servientes, ciascuno
sostenuto economicamente dall’insieme di quelle
risorse; mentre tuttora, con più stretto riferimento
al territorio nella sua interezza, permane vivo il dibattito circa la sopravvivenza di beni allodiali, e di
demani compresi quelli regi; e questi da riferire a
strutture fisiche.
Un riepilogo schematico consente un inquadramento di massima, sull’assetto, in età normanna,
degli abitati sopra menzionati che permangono
nelle circondario presso Alontion/San Marco:
-Naso, pertiene in parte all’abate/vescovo di San
Bartolomeo di Lipari, ed in parte ai Garres;
-Castanea, sembra coincidere col monastero di
Santa Maria di Mallimachi;
-Tortorici, potrebbe essere appartenuta al monastero di San Nicola de la Fico;
-Galati, pertiene ad Eleazaro figlio di Guglielmo
Malabret, ma ne dispongono anche i Garres;
-Longi, ricade nei boschi pertinenti all’abbazia
di San Filippo;
-Alcara, pertiene al vescovo di Messina, ma vi
ricade il monastero di Santa Maria del Rogato;
-Militello, forse ricade nelle pertinenze di San
Marco;
-Frazzanò, sede abitata dell’abbazia di San Filippo;
-Mirto, casale che pertiene all’abbazia di San
Filippo;
-Crapi, casale che pertiene all’abbazia di San
Filippo;
- San Fratello, presso i resti di Apollonia, viene
ripopolato da lombardi mediati da Adelasia.
Per un quadro più concreto circa la consistenza delle risorse locali, riconsiderando l’area sopra
delimitata, non può sottacersi la presenza della citata Cerami e di Messina, anche se ne ricadono al
di fuori; Cerami, in quanto dal 1157 è pertinenza
di Simone conte di Butera e Policastro, congiunto
di Adelasia, protagonista nella politica di immigrazione lombarda dei Normanni; e Messina col suo
13
porto fra il 1194 ed il 1196 sono oggetto di privilegi
accattivanti contemporaneamente al passaggio dinastico tra gli Hauteville e gli Hohenstaufen avvenuto intorno al 1196.
Passaggio dinastico che consente di introdurre il secolo tredicesimo memorabile anche per le
complesse responsabilità gestionali di una regione
su cui incidono anche estese pertinenze delle sedi
episcopali, rese più difficili per il dissidio fra l’imperatore Federico II ed il Papato.
In tali frangenti Rosso Rosso da Messina è autorevole esponente di una famiglia che avrà estese responsabilità feudali nel nostro territorio; nel
1222 detiene Sperlinga, per imparentamento coi
signori di Geraci, ed è in grado di concedere forti
somme alla Corona in compenso di proventus omnes, redditus terre Aidoni.
Corona per la cui successione contenderanno,
da una parte Pietro d’Aragona, in quanto sposato
con Costanza figlia ed erede di Manfredi Hohenstaufen, morto a Benevento nel 1266, e dall’altra la
casa d’Anyou imposta dal Papa; ciò che nel 1282
scatenerà la prolungata guerra del vespro.
Guerra combattuta, anche a seguito del 1283,
data d’incoronazione di Pietro III col quale ha inizio la monarchia Aragonese di Sicilia, a sua volta
impegnata, tra giugno 1295 e gennaio 1296, dal
trattato di Anagni e dai colloquia di Palermo e Catania, anni in cui il figlio secondogenito di Pietro
viene riconosciuto Federico III re di Sicilia.
Nell’ambito dell’area già configurata, per il
tempo intermedio fra il 1269 ed il 1283, offrono
parziale, sintetico orientamento, anche politico, le
notizie di pertinenza al demanio regio, tanto svevo
che angioino, di taluni siti:
-Cerami, oltre lo spartiacque nebroideo, ha
un’azienda agricola ed il castello di Capizzi,
già di Galvano Lancia congiunto di Manfredi,
che pertengono al francese Pierre d’Auvergne;
-San Marco ha un castello, “custoditur per consergium scutiferum non habentem terram in
regno, ed il 6 maggio 1276 è visitato dal “pro-
14
visor castrorum. Durante il 1271 nell’ abitato
vive il notaio Guglielmo Pandolfo, e le decime
della chiesa sono percepite dal Canonico Graziano di Messina; nel 1273-1274, il monastero
del SS. Salvatore percepisce redditi dalla gabella judeorum et tinturie.
-San Fratello ha un castello “custoditur per
Raymundum de Podio Riccardi castellanum,
qui debet retinere in custodia ipsius castri ad
expensas suas, ha 8 servientes, e debet recipere
tantum a curia pro expensis per diem tarenos
1”; nel 1275, il castellano impedisce l’arcivescovo di Messina nei diritti sulla chiesa di
San Pancrazio; il 7 maggio 1276 è visitato dal
“provisor castrorum.
-Caronia ha un castello il cui castellano è scutifer non habens terram, e 4 servientes”.
In Sicilia la monarchia Aragonese, sin dai primi tempi, viene sostenuta da un seguito di parenti
della casa regnante di esuli, militari, cortigiani e
finanziatori i quali, avendo contribuito ad insediarla nell’isola, ottengono in cambio proventi e
redditi del suo territorio; ad essa si debbono due
Capitoli fondamentali per la futura conduzione
dei feudi in Sicilia: “Si aliquem (1286)” relativo
alla loro successione, e “Volentes (1296)” relativo
all’alienazione.
Quasi come conseguenza, all’interno dell’area
configurata, nei primi decenni del secolo XIV:
-A Messina Enrico Rosso, affermato in età angioina, poi Maestro Razionale, con testamento
del 1315, dispone di beni a Messina, Taormina, Agrigento, servi, armenti e crediti anche a
Firenze.
-Naso con Capo d’Orlando è in potere di Blasco Alagona, imparentato con la casa regnante
e personaggio nodale nella storia di Sicilia;
-Galati e Longi, prima concesse a Riccardo Loria, poi vanno in potere dei Lancia;
-San Marco e Militello, già concesse a Garsia
Sancio de Esur, passano agli Aragona, parenti
della casa regnante;
-Alcara rimane in potere del Vescovo di Messina;
-San Fratello, potenziale ricovero per ventimila
capi di bestiame; intorno al 1350 è insidiata
dai Rosso;
-Cerami intorno al 1336 sembra che sia oggetto
di attenzione di Enrico Rosso conte di Aidone.
Tuttavia nello scacchiere internazionale l’indipendenza della Sicilia è fortemente condizionata
dalla crescita delle famiglie baronali garanti, anche con comportamenti ricattatori verso la Corona,
ottenendone in ricompensa ruoli di governo e contingenti territoriali.
Intorno al 1377, si giunge a far suddividere il
territorio isolano in aree sottoposte alla supremazia di poche famiglie, gli Alagona, i Chiaramonte,
i Peralta, i Ventimiglia, di fatto quelle dei quattro
vicari. Supremazia che non esita di fronte l’appropriazione di beni e proventi anche di chiese ed istituti religiosi.
Ciò che induce a far trapiantare in Sicilia il ramo
iberico degli Aragona, convenzionalmente detto
dei Martini, giunti a Trapani il 22 marzo 1392.
In precedenza, intorno al 1381, presso Martino d’Aragona duca di Montblanc, da tempo arbitro
della politica aragonese, compreso l’ultimo trapianto in Sicilia, si era recato Enrico Rosso, persona non meno autorevole dei citati quattro Vicari,
la cui famiglia
rubei habuit cognomen
et stella defert pallidam in sui armorum signum
atque cognomen color cuius a rubeo magis
discrepat et contrariatur.
Intorno al 1414 i Martini daranno diritto a succedere alla casa di Castiglia la cui ultima esponente, Giovanna (1479 - 1555), trasmetterà i diritti
sulla Sicilia al figlio, l’imperatore Carlo V (1500
- 1558) il cui regno, dove è assiomatico che non sia
mai tramontato il sole, sarà governato da uno stuolo
di funzionari militari e ministeriali.
Fra questi si distingue Juan Gallego che diverrà
signore di Militello e la cui discendenza allignerà
fra queste contrade.
15
16
Francesco Zuccarello
LINEAMENTI INTRODUTTIVI
PER UNA STORIA DI
SANT’AGATA DI MILITELLO
TRA XV E XVIII SECOLO
17
Molti pozzi non funzionano più,
ma le loro torri, di ferro arrugginito,
si rizzano ancora verso il cielo,
in un macabro avvertimento di ricchezza.
Oriana Fallaci, I sette peccati di Hollywood
18
Alle origini di Sant’Agata,
fra mito e storia
C
ome un po’ tutti i paesi della Sicilia, anche
Sant’Agata ha origine nel mito che la vuole fondata da uno dei figli di Eolo, dio dei venti e signore
delle Isole che portano il suo nome, trasferitosi da
Lipari sulla “terraferma”. Durante il governo del
territorio assegnatogli dai Sicani, fondò la cittadina
alla quale impose il proprio nome, Agatocle, che
poi si sarebbe mutato in Agata (sic!).1
E appartiene pure alla leggenda la storia secondo cui alcuni naviganti di Catania, sorpresi dalla
tempesta, trovarono rifugio in questa spiaggia e,
per sciogliere un voto di gratitudine verso la santa
protettrice della loro città, portarono in seguito una
statuetta di Sant’Agata, da cui poi la località avrebbe preso il nome.2
In realtà sembra che tale nome derivi da una
chiesetta ubicata nella marina e di cui si sono
perdute le tracce, ma che viene menzionata in un
manoscritto inedito del XVI secolo3 in cui il viaggiatore, percorrendo il tratto di costa da Messina
a Palermo, così appunta: «segue appresso [il fiume
della Rosamarina] a ½ miglio la torre e fondago di
Santa Agatta posseduta dall’Ill sr Barone di Militello[...] et li è una chiessa antica pur nominatta la
chiessa di Santa Agatta».4 Sulle origini di questa
“antica chiesa” nulla è stato mai scoperto, nè invero ricercato, a causa anche di numerosi interventi
dell’uomo proprio in quel tratto di terra ai piedi
dell’odierno castello. Resta comunque un dato importante che merita approfondimenti.
E così, messo da parte il mito e continuando
1 Zappalà G., Promemoria: sviluppo demografico e costituzione
del Comune di Sant’Agata di Militello, manoscritto s.d.
2 Ibidem.
3 Si tratta del manoscritto proveniente dalla Biblioteca di Girolamo Settimo, principe di Fitalia, conservato presso la Biblioteca
della Società Siciliana di Storia Patria di Palermo. Per maggiori
dettagli cfr. A. Palazzolo, 2008, Le torri di deputazione del Regno
di Sicilia, ISSPE, Palermo.
4 Biblioteca Società di Storia Patria di Palermo. Manoscritto
Fondo Fitalia I, C.21.
a procedere cronologicamente con gli eventi legati
alla presenza dell’uomo nel territorio santagatese
in epoca antica, le notizie in nostro possesso sono,
in verità, poche e incerte, anche per l’esigua quantità di studi specifici. Per quanto attiene al periodo
greco-romano il territorio faceva parte, molto verosimilmente, della chora di Alontion (l’odierna San
Marco) e forse in parte di quella della vicina Apollonia (l’odierna San Fratello). Non sembrano più
sostenibili, invece, le numerose ipotesi storiche
che hanno collocato in Sant’Agata l’antica Agatirno, citata da Plinio e Tolomeo; studi più precisi
l’hanno inclusa nel territorio di Capo d’Orlando.5
Fra i tanti ritrovamenti riconducibili all’ampio
periodo compreso fra il V secolo a. C. e i primi secoli dell’era cristiana, merita attenzione una tomba
venuta alla luce nel 1902 in via S. Giuseppe sotto
la travatura della linea ferrata Messina-Palermo.
In occasione dei lavori per la costruzione dell’acquedotto comunale fu rinvenuta una lastra in marmo, che fungeva da copertura, con incisa un’epigrafe che ci restituì il nome del “primo” abitante di
Sant’Agata fin ora conosciuto: CN(AEO) CANINIO
ANICETO TERTIUS PATRI SUO FECIT (Terzio
5 Cfr. Spigo U. (a cura di), 2004, Archeologia a Capo d’Orlando, Milazzo, Redus Edizioni.
Lapide sepolcrale di Caninio Aniceto
19
fece [costruire questo sepolcro] in onore di suo padre Gneo Caninio Aniceto).
Gli scavi nelle vicinanze restituirono, inoltre, alcune tombe, ricavate nei pressi del percorso dell’attuale ferrovia, che costeggia la spiaggia, e che una
volta doveva ricalcare l’antica via Valeria. Essa,
scavalcando i fiumi Platanà e Chyda, si immetteva
nel territorio di Sant’Agata per poi continuare verso
Palermo attraversando contrada Piana e Pianetta.6
Intorno al IV-III sec. a. C., sorsero nella zona collinare medio-alta, ma soprattutto in pianura, stanziamenti umani legati alla pastorizia e alle attività
agricole, le sole o le più importanti sotto il profilo
economico di cui abbiamo qualche generica notizia.
Per quel che riguarda l’età ellenistica (III-II
sec. a.C.), ma anche il periodo successivo fino alle
soglie del medioevo, i ritrovamenti, tutti considerati di scarso rilievo, riguardano tombe sparse un
po’ ovunque, su cui non è stato fatto uno studio
scientifico puntuale allo scopo di farci raccogliere
ulteriori elementi di conoscenza.7
Dell’esistenza di gente molto ricca nel territorio
di Alunzio durante il primo secolo a. C., per quella fascia litoranea in cui ricade oggi il paese di Sant’Agata, ci informa, anche se indirettamente, Cicerone
nella sua opera contro Verre, ricordando la spoliazione delle città di Alunzio e della vicina Apollonia.8
Attraverso l’analisi di prove sia pure indirette,
le gloriose esperienze bizantine, soffocate dalla
forza inesorabile del tempo, nel caso di Sant’Agata, ci provengono dalla toponomastica delle contrade che delimitano il territorio. Esse portano
tutte nomi di santi che ci consentono di ipotizzare
che la più rilevante antropizzazione dei luoghi sia
avvenuta in piena temperie cristiana.9 Restano comunque insediamenti isolati, distanti fra di loro e
dalla costa.
Fra i secoli VIII e X, nella tormentata epoca
della conquista araba, la storia del territorio di
6 Bianco F., 1988, Il territorio di Sant’Agata Militello nell’antichità, Messina.
7 Ibidem, pg. 179.
8 Ibidem, pg. 179.
9 Ibidem, pg. 180.
20
Sant’Agata resta indeterminata e comunque legata alle vicende di Demenna (l’odierna San Marco
d’Alunzio), sebbene non mancano le indicazioni e
le descrizioni di attività economiche importanti.
Di qualche secolo più tardi è la puntuale testimonianza di Idrisi10 a dire: «occorre Sant Marku,
vasta rocca con avanzi di antichità, grande numero
di colti, mercati, un bagno e copia di frutte e produzioni agrarie» e inoltre, dopo aver sottolineato la
copiosa produzione della seta, aggiunge: «la spiaggia è bella. Quivi si costruiscono delle navi col legname [che si taglia] nelle montagne vicine».11
Dall’anonimato il territorio uscirà così in piena
epoca normanna quando la sua storia si legherà a
quella di Militello Rosmarino,12 di cui per diversi
secoli rappresenterà la marina.
Per parlare, quindi, di Sant’Agata di Militello
ed addentrarci nella sua formazione come importante centro costiero, al di là della vera e propria
10 Idrisi fu medico e geografo arabo. Dopo aver viaggiato per il
Mediterraneo giunse in Sicilia al tempo di Ruggero II e compose
la geniale opera di descrizione dell’isola dal titolo Diletto per chi
è appassionato per le peregrinazioni attraverso il mondo e contenuto nel più famoso Libro di Ruggero.
11 In Amari M., 1982, Biblioteca Arabo-sicula, Palermo.
12 Cfr. Lo Castro N., 1984, Militello Rosmarino, Messina, ed.
Nebròs.
Statua di Sant’Agata posta sull’omonimo arco in via Roma
costituzione che avverrà nel 1840, è necessario intrecciare le sue vicende con la storia di Sicilia fra
il XV e il XVII secolo.
La sua origine ha molti punti in comune con altri luoghi della nostra meravigliosa isola, terra di
molte dominazioni e tormentate vicende storiche:
è la storia del lento e progressivo inurbamento della costa per lo svolgimento di tutte quelle attività
commerciali e produttive che avevano bisogno, nei
secoli dove non esistevano i treni o gli aerei o la
corrente elettrica, dello sbocco sul mare e della vicinanza dei fiumi e di sorgenti d’acqua.
«La conseguente umanizzazione si è riproposta,
con alterne vicende, per quanto ha potuto essere incentivato dall’habitat boscoso, dalle più stimolanti
offerte del mare, nonché dal bisogno crescente dello scambio dei prodotti di un entroterra che, degradando sopra brune colline, offriva pascoli e maggesi estesi sin alla remota costa meridionale».13
Nonostante anni turbolenti, la rivoluzione del
Vespro, la separazione da Napoli, le spedizioni
angioine e la definitiva conquista aragonese,14 la
Sicilia conobbe un notevole dinamismo economico, demografico e sociale,15 realizzatosi grazie ad
un processo di specializzazione e di integrazione
regionale, che spinse l’accesso ai mercati e il commercio nel Mediterraneo, costituendo le basi per
uno sviluppo di lungo periodo.16
Tutto ciò attenua l’immagine di terra di feudatari e latifondi seminati a grano che finì con l’oscurare l’altra Sicilia: quella dello zucchero, della seta,
dell’allevamento, della vite e del vino, della pesca
13 Filangeri C., 1988, Dall’agorà al presbiterio, Palermo, Ila Palma.
14 Renda F., 2003, Storia della Sicilia da Federico III a Garibaldi, vol. 2, Palermo.
15 Epstein S.R., 1996, Potere e mercati in Sicilia, Torino, Einaudi.
16 Ligresti D., 2006, Sicilia aperta, Associazione Mediterranea,
Palermo. «Più in generale si può osservare che tra inizio Quattrocento e fine Seicento il comparto produttivo dovette reggere l’urto
di un incremento demografico che portò alla triplicazione della
popolazione e servì una rete urbana tra le più dense di tutta l’Europa: la quota di popolazione residente in centri con più di 10.000
abitanti, che era del 26% nel 1505, balzò al 45% nel corso del
secolo, senza che la crisi del secolo successivo e la colonizzazione
interna riuscissero mai a trascinarla al di sotto del 30%, calo dovuto soprattutto dal tracollo messinese.».
del tonno, del commercio dei panni, delle attività
marine e portuali, cioè di tutta una serie di colture
e attività specializzate che spiega tutto o gran parte
dell’evoluzione urbana dell’isola.17
Una progressione storica che per alcuni secoli,
«dal Tardo Antico all’Età Moderna, vede ridursi,
fra l’altro, l’intera isola da piazzaforte o trampolino dell’Occidente, base avanzata della Cristianità,
protesa a rintuzzare l’Islam nei paesi d’Africa e
d’Asia, a quello di frontiera tra il mondo occidentale
ed il vicino oriente, campo di razzia per gli aggressori barbareschi, meta desiderata per i turchi».18
Fino al secolo XVII, durante il quale si determina il gran moto della colonizzazione interna con
la creazione di più di cento nuovi agglomerati urbani, fra cui proprio Sant’Agata, in una Sicilia che,
via via nei secoli successivi, trasforma le antiche
colture in nuove produzioni (agrumi) espandendo
notevolmente le altre (vigneti, oliveti), pur restando man mano ai margini dell’Impero, che orienta i
suoi interessi verso l’Atlantico e le Americhe.
La storia di Sant’Agata si inserisce, così, a pieno
titolo - per via del suo castello - in quel processo di
«pietrificazione della ricchezza»19 che caratterizzò
proprio i secoli XVI e XVII, nella corsa all’innalzamento delle difese degli interessi economici (tonnare, trappeti, arbitrii in genere, piantagioni) della
costa siciliana, rappresentata da spiagge aperte o
da cale frastagliate, che solo l’antico sistema di comunicazione dei fana poteva espletare.
É, più semplicemente, la storia della marina
del feudo di Militello Val Demone, dei suoi baroni,
delle loro proprietà, più volte passate di mano, dei
loro matrimoni e successioni ereditarie, dei loro
interessi economici e dei loro «investimenti», fra
alterne fortune e clamorosi insuccessi.
17 Ligresti D., 2002, Dinamiche demografiche nella Sicilia Moderna, Milano, Franco Angeli.
18 Scarlata M., 1993, L’opera di Camilliani, Roma, IPZS,
Roma.
19 Trasselli C., 1982, Da Ferdinando il Cattolico a Carlo V, Soveria Mannelli, Rubettino Editore.
21
La marina del feudo di
Militello Valdemone:
la sua trasformazione
in epoca moderna
P
roprio quando la minaccia turca si fece più
pressante e l’eco delle vittorie delle truppe
ottomane lungo i Balcani si sarebbe diffusa rapidamente, accrescendo nel fragile immaginario
collettivo dell’epoca i timori di nuove conquiste,
Pietro Ponzio Rosso (o Rubeo),20 barone di Cerami, chiese nel 1481 licenza21 di costruire una torre
nella marina del «feudo» di Militello Valdemone di
cui è possessore dai suoi antichi predecessori. Già
nel settembre del 1400 Enrico Rosso, dei conti di
Aidone e barone di Cerami, aveva ottenuto la terra
di Militello Valdemone, permutandola con Bernardo Cabrera a cui Re Martino l’aveva assegnata in
virtù dei meriti e della fedeltà nei suoi confronti.
Costui aveva, poi, venduto il territorio allo zio Damiano, che morendo senza figli, l’aveva trasmesso,
nel 1455, al nipote Guglielmo Rosso, padre, appunto, di Pietro.
Lo stato di Militello, una lingua di territorio
esteso dal mare fino ai piedi della cima di Monte
Soro, al tempo di Re Ferdinando il Cattolico, era
costituito da cinque feudi: Pileci, Rantù o Ro’,
Balistreri, Rigamo e la Marina. Se i primi erano
ricoperti di boschi, con alberi di lecci, querce e
sughereti, il feudo Marina offriva le sue plaghe per
erbaggi, pascoli, per la coltura della vite.
Proprio qui, su di un masso roccioso prospiciente il mare, nel gennaio del 1492,22 iniziava l’edificazione della «prima» torre che costituirà il nucleo
originario del castello di Sant’Agata, dando vita ad
20 Marrone A., 2006, Repertorio della Feudalità Siciliana, Quaderni, Mediterranea ricerche storiche, Palermo.
21 ASPA, Protonotaro del Regno, vol. 101, f. 95v - 96r, anni
1481-82.
22 ASPA, Cancelleria 179, f. 330r. Questa è in realtà una seconda licenza. è probabile che Pietro Ponzio Rosso fu indotto
a chiederne una seconda, ma con maggiori e precise richieste,
poiché nel 1490 la zona fu interessata da un forte terremoto. Cfr.
Lo Castro N., 1984, Militello Rosmarino, Ed. Nebros, Messina.
22
un caricatore costiero per lo scambio dei prodotti.
Con licenza e facoltà di costruire magazzini e
baglio e di apporvi i dovuti accorgimenti architettonici per consentire il posizionamento di armi,
il barone di Cerami e Militello aderiva, così, alle
istanze di protezione dei lavoratori agricoli che
dovevano spesso abbandonare i coltivi, oggetto di
razzie e depredazioni. Essi, ora, avrebbero potuto
lavorare all’ombra di una difesa, depositare le merci in luogo protetto da solide mura, a vista dei segnali di pericolo che le guardie preposte - cavallari
o torrari - avrebbero avuto cura di trasmettere per
consentire loro di mettersi in salvo.23
Il commercio, alla luce di questa realtà storica,
non era sicuro né incentivato da adeguate infrastrutture: la rete stradale era insufficiente e accidentata, costituita da trazzere, mulattiere e sentieri. La cosiddetta “via Consolare”, che collegava
Palermo con Messina, obbligava nei periodi di piena a risalire le sponde dei torrenti per raggiungere
i punti di attraversamento. La maggior parte dei
traffici commerciali avveniva così via mare.
La torre avrebbe difeso il territorio, il piccolo
scaro o porticciolo dei pescatori della zona, ma anche la segheria per il taglio del legname proveniente dai boschi dell’entroterra.
Questa antica attività, forse una delle prime ad
essere svolta vicino al mare, costituiva la principale risorsa economica della marina ed era in stretta
coniugazione con i territori più interni e con quelli
limitrofi.
Il bosco era la «vita»24 degli abitanti raccolti
nei microcosmi25 delle alture dei Nebrodi, come
di tutto il Valdemone; dava alimento all’uomo e
agli animali, assicurava il pascolo estivo col suo
sottobosco ricco di mirto, utile per la concia delle
pelli; le famiglie contadine vi occupavano i tempi
morti dei cicli agricoli. Era, appunto, fonte prima
di legna per tutti gli usi domestici ed edili, nonché
23 Scarlata M., 2008, Le torri costiere siciliane fra descrizione
storica e rappresentazione in disegno, in Le torri nei paesaggi costieri siciliani (secoli XIII-XIX), Regione Siciliana, Palermo.
24 Trasselli C., 1982, Da Ferdinando... cit., pag. 76.
25 Filangeri C., 1988, Dall’agorà al... cit., pag. 7.
Licenza concessa al Barone di Cerami dal Vicerè nel 1492 per la costruzione dalla torre (Cancelleria 179)
23
Disegno dell’acquedotto oggetto della controversia per le acque del fiume Inganno, sec. XVI. (Arch. Fatta del Bosco, vol. 40)
24
per la costruzione di imbarcazioni.
Ma in questo ultimo scorcio di secolo, nuove
istanze economiche legate alla produzione dello zucchero si facevano prepotentemente avanti,
determinando uno sfruttamento più intenso delle
risorse boschive, oltre che a provocare progressivamente un mutamento nella geografia del feudo
della Marina e dei territori circostanti.
Nei territori limitrofi già nascevano i primi opifici, ossia i trappeti di Pietra di Roma26, Acquedolci, Malvicino (Naso), Caronia27 che in verità erano
stati nei secoli passati luoghi di particolare ed intensa attività economica.
Qualche anno dopo le precedenti richieste, nel
giugno del 1494, il barone di Cerami chiese anche la possibilità di prelevare l’acqua del fiume
Rosmarino, che divideva la contea di San Marco
da Militello, senza pagare alcuna gabella,28 poiché
ritenuta sufficiente per i bisogni di entrambi i feudi: l’approvvigionamento di questa vitale risorsa
sarebbe servita ad irrigare il cannameleto della
sua baronia.
Se a dare avvio alla costruzione dei nuovi edifici, et quilli mergulari,29 fu Pietro Ponzio, la prosecuzione dei lavori è dovuta al figlio Enrico, in
qualità di reggente e che in quel tempo risiedeva a Militello. A lui, che ottenne investitura nel
1505, che fu capitano d’armi a guerra di Mistretta,
Capizzi e Motta d’Affermo, è attribuito il «fervore
amministrativo»30 che determinò un significativo e
imprevisto sviluppo urbano di Militello Valdemone
e del suo vasto territorio.
Dopo breve tempo nel 1508 il figlio Girolamo
Rosso, divenuto barone, sposerà in prime nozze la
26 Mi riferisco alla grossa struttura «industriale» del secolo XV,
di cui oggi non restano che poche tracce, maltrattati ruderi, nella
piana di Torrenova, sotto la meno precisa indicazione di Fondaco. Per un maggior approfondimento si rimanda alla letteratura
sull’argomento, vedi Filangeri C., 1988, Dall’agorà al presbiterio, Ila Palma, Palermo.
27 Bresc H., 1986, Un monde méditerranéen. Économie et société en Sicilie (1300-1450), Parigi-Roma-Palermo.
28 Palazzolo A., 2008, Le strutture produttive di canna da zucchero ad Acquedolci e Capo d’Orlando tra XV e XVI secolo, Palermo.
29 ASPA, Cancelleria 179, f. 330r.
30 Lo Castro N., 1984, Militello... cit., pg. 21.
cugina Caterina Barresi, dei baroni di Pietraperzia, dalla quale non avrà figli; quindi, concluderà
un altro importante matrimonio unendosi a Teodora Larcan, figlia del barone di San Fratello, Anton
Giacomo Larcan, che possedeva, guarda caso, il
trappeto di Acquedolci. Il cerchio sembra chiudersi, così, intorno ai grandi interessi che nel secolo
d’oro dello zucchero31 saranno costituiti dalla produzione e dallo scambio di questa merce.
Insieme ai tanti prodotti della fertile terra di
Sicilia, lo zucchero, in particolar modo, catturerà
l’interesse di imprenditori e di mercanti provenienti da tutte le sponde del mediterraneo. A cominciare dai Pisani, (di cui a Sant’Agata resta il
toponimo Apesana),32 che nel XV secolo avevano
il monopolio del sistema bancario siciliano33, per
passare a genovesi veneziani e infine catalani, che
creeranno, fra l’altro, un notevole tessuto commerciale e finanziario attraverso la mobilizzazione
della ricchezza a favore della Corona e l’attività di
prestito del denaro ad interesse.34
Ai Pisani si deve, infatti, il commercio e l’industria dello zucchero e i contatti della Sicilia con le
Fiandre.35
È proprio nella prima metà del secolo XVI che
questa importante attività comincia ad espandersi
fino a ricoprire per tutto il secolo XVII un ruolo
economico principale.
Il figlio di Girolamo, Vincenzo Girolamo Ros31 Morreale A., 2006, Insula Dulcis, Napoli. è necessario sottolineare, visti i nuovi studi intorno all’industria zuccheriera siciliana, che lo zucchero costituiva, insieme alla seta, la merce a più
alto valore aggiunto, come si direbbe in termini economici moderni, monopolio siciliano nell’Europa del tempo. Fin dagli inizi
essa si delineò con caratteri di vera e propria impresa industriale,
con tutte le sue conseguenze in termini di sviluppo di lavoro, di
impiego di capitale e di profitti. Numerosi studi hanno sottolineato che gli utili si aggiravano intorno al 25%, decisamente notevoli
per quei tempi. L’industria dello zucchero siciliano conobbe fasi
alterne di crescita e declino dal XIV al XVII secolo, ma il 1500,
che sarà la grande stagione, imprimerà nel territorio siciliano,
ovvero anche nei singoli feudi, un inarrestabile cambiamento.
32 è corruzione del termine Pisana, correttamente riportato nelle
carte dello Schmettau del 1720-21.
33 Trasselli C., 1981, Siciliani fra quattro e cinquecento, Intilla
Editore, Messina.
34 Cfr. Ligresti D. 2006, Sicilia... op. cit.
35 Trasselli C., 1981, Siciliani fra... cit., pg. 117.
25
so, una volta succeduto al padre nel possesso della terra e sposato la cugina Isabella Larcan, nel
1535, forse in ristrettezze economiche, fu costretto a vendere, jus luendi36, la terra di Militello ad
Antonio La Rocca,37 imprenditore e commerciante
di Messina. Quella dei La Rocca era una feudalità
di origine recente, formata da mercanti arricchiti,
che nel secolo XVI si andava costituendo attraverso l’erosione dei feudi maggiori,38 e rappresenterà
una pausa di circa quarant’anni nella gestione della terra di Militello.
Ma i Rosso sono fortemente interessati a non
perdere il possesso di questo territorio. E, infatti,
da lì a breve per Militello sarebbe cominciata una
nuova stagione.
Nella città di Messina, il cui ruolo di piazzaforte
dello Stretto la rende uno dei centri più importanti
della Sicilia del ‘500, giunge, integrato a tanti impegni che lo legano a Carlo V, un funzionario dell’amministrazione finanziaria dell’Impero: Juan Gallego.
In questi anni l’isola, scalo prezioso lungo le
rotte internazionali ed avamposto delle truppe spagnole39 e Messina, in particolare, sono in subbuglio per l’allestimento della spedizione di Tripoli.
Juan Gallego, di origini ispaniche e appartenente
ad una nobile famiglia impegnata nella conquista
del Messico, ricopre qui il ruolo di contador mayor,
letteralmente contabile maggiore.40
Egli, per le sue complesse mansioni, risiedeva
presso il Palazzo Reale, alla confluenza di strade
che provenivano dalle aree cerealicole e, a ragione del suo ruolo, si trovava in contrasto con alcuni gentiluomini locali. In un suo privilegio, l’imperatore Carlo V ne celebrò le doti d’ingegno, le
singolari virtù, nominandolo cavaliere «aurato» e
nel 1540 anche castellano della città.41 Con l’intenzione, appunto, di consolidare la sua posizione
personale, nel 1541, sposò Angela Rosso.
36 Formula giuridica che, all’atto della vendita, sancisce il diritto al riscatto del bene venduto.
37 ASPA, Arch. Trabia serie A556, f. 45.
38 Cfr. Trasselli C., 1982, Da Ferdinando... op. cit.
39 Filangeri C., 2003, I Teatini nella Storia della Sicilia, Roma.
40 Ibidem, pg. 226.
41 Castellano del San Salvatore in Messina.
26
Solo nove anni più tardi, nel 1550, in virtù di
questo importante matrimonio, venne stipulato un
contratto fra Teodora Larcan, la figlia Angela e
Juan Gallego al fine di liberare lo stato di Militello
dal potere dei La Rocca nel quale si convenne che,
una volta riscattato il feudo, esso venisse donato al
figlio Girolamo.42
Nel frattempo è barone di Militello Filippo La
Rocca, nipote di Antonio, il quale non sta certo
con le mani in mano, deciso più che mai a trarre
benefici economici dalla sua terra. Nel 1557, con
l’intento di riavviare nel suo feudo la piantagione
di canna da zucchero, La Rocca litigò per l’utilizzo
delle acque del fiume Inganno proprio col barone
della vicina San Fratello, Vincenzo Larcan,43 che
un anno prima aveva rimesso in funzione l’impianto di Acquedolci, improduttivo da circa 50 anni.44
Lo scopo principale era quello di avviare la produzione dello zucchero e per l’appunto nel 1558 si
impegnò nell’acquisto di tutte le caldaie, in condizioni di funzionare, col barone Cottone, proprietario del trappeto di Fiumefreddo.45
Nel 1565, nella marina è anche attivo il fondaco
che più volte viene dato in gabella ai mercanti o
agricoltori della zona, ad uso di ristoro per le loro
attività. Molti abitanti di Militello lavoravano per i
trappeti da zucchero della zona o erano impiegati
nelle attività collaterali alla produzione del prezioso alimento.46
Nel 1573, a seguito dell’avvenuto riscatto, grazie
all’intervento di Girolamo del Carretto, la terra di
Militello viene definitivamente ceduta a Girolamo
Gallego, mentre i figli di Isabella Larcan, rimasta
vedova del legittimo erede Vincenzo Rosso, ricevono in compenso i frutti della baronia di Cerami.
Preso possesso di Militello, regolata un anno
prima la situazione patrimoniale con la madre donna Angela ed approntata la dote di paraggio per la
sorella, sposa di Ferdinando dell’Aquila, Girolamo
42 ASPA, Arch. Trabia serie A556, f. 77r.
43 Cancila O., 1983, Baroni e popolo nella Sicilia del grano,
Palumbo Editore, Palermo.
44 Trasselli C., 1982, Da Ferdinando... cit., pg. 433.
45 Cancila O., 1983, Baroni e popolo... cit., pg. 73.
46 Cfr. Palazzolo A., 2008, Le strutture produttive di... op. cit.
Disegno della prima torre del Castello di Sant’Agata - Tiburcio Spanoqui “Descripcion de las marinas de todo el Reino de Sicilia”
27
Gallego inizia una serie di attività produttive di
particolare importanza, concentrando la sua attenzione sul «feudo» della Marina.
Appena qualche anno dopo il suo insediamento,
e precisamente nell’aprile del 1576, il territorio di
Militello viene dato in arrendamento (ossia in affitto) al mercante catalano Girolamo Gener, che commercia in panni anche nella contea di Modica.
Viene stabilita, quindi, una serie di accordi per
regolamentare il possesso e gli interventi economici che egli potrà liberamente fare nel territorio e ciò
che invece sarebbe rimasto di pura pertinenza del
Barone.47 Avrà a disposizione i luoghi della Contura, con le sue sorgenti d’acqua, potrà sfruttare la
gualchiera esistente, il paraturi di albaxi48, o impiantarne di nuove. Godrà del pieno possesso dei
mulini, sfrutterà le risorse produttive del feudo.
Risulta inoltre da questo atto,49 che Girolamo
Gallego sia oramai deciso ad avviare l’estrazione
dello zucchero,50 non riuscita a Filippo La Rocca, a causa della rivendita di Militello ai legittimi proprietari, per le cui spese di allestimento del
trappeto era stato adeguatamente rimborsato.51 Riservandosi i terreni della Marina, regolamentando
l’utilizzo delle acque e proibendo il pascolo ai cittadini della zona, il proprietario si preparava nuovamente ad impiantare il cannameleto.
Nell’atto di arrendamento, perciò, teneva per sé
il trappeto e la tonnara. Cresce, e si consolida, il
ruolo rivestito dalla marina nell’economia di Militello.
Ma ciò che più importa per la storia di Sant’Agata, il cui nome comincia a circolare nei documenti
proprio da questo periodo in poi, è la possibilità
data al mercante Gener di edificare una torre con
baglio e magazzini accanto a quella già esistente.52
47 ASPA, FND, Notaio Occhipinti, vol. 3781.
48 La gualchiera è un edificio o macchina che, mossa per forza
d’acqua, pesta e soda il panno. Cfr. Glossario in Bresc - Di Salvo,
2001, I mulini ad acqua in Sicilia, Ed. Epos, Palermo.
49 ASPA, FND, Notaio Occhipinti, vol. 3781.
50 Trasselli C., 1973, Lineamenti di una storia dello zucchero
siciliano, ASSO, LXIX fasc. I, pg. 26 e passim.
51 ASPA, Arch. Trabia serie A556, f. 139r.
52 ASPA, FND, Notaio Occhipinti vol. 3781.
28
Tra due pani di zucchero:
l’origine del borgo
e le prime descrizioni
D
alle preziose informazioni tratte dalla Descripcion de las marinas de todo el Reino de
Sicilia di Tiburzio Spanocchi, è semplice ritenere
che sotto il potere di Girolamo Gallego si sia dato
avvio alla costruzione della seconda torre e alla costruzione del bastione che la unisce alla prima del
1492.
È durante il governo di Marcantonio Colonna
(1577-1584) che viene promossa la notissima ricognizione delle coste siciliane, il cui obiettivo
risulta essere quello di conoscere, «insieme alla
consistenza geomorfologica del territorio, la dislocazione dei siti fortificati e la reale rispondenza fra
le risorse produttive e i detentori dei relativi redditi
fiscalmente responsabili nei riguardi del Governo
impegnato nella imponente opera di fortificazione
dell’isola».53
Nel 1578, l’ingegnere militare spagnolo Spannocchi, viaggiando da Ovest ad Est, descrisse così
questo tratto di costa: «...Tutta questa marina sono
vignali di diversi particolari dela terra di Melitello.
Sarà molto a proposito della Torre di S.ta Gata e che
viene in mezzo ala detta marina servirsene per torre di guardia e che risponderebbe con l’aqque dolci
lontano circa miglia tre».
Dalla descrizione, molto scarna ed essenziale,
si evince che il territorio è coltivato per lo più a
vigne e sulla marina insiste una sola torre; ma è da
questa epoca che si cominciano ad avere informazioni più precise sulla consistenza dei luoghi.
Quando nel luglio del 1583 l’architetto fiorentino, Camillo Camilliani, venne chiamato anche
lui in Sicilia dallo stesso Viceré, per progettare un
ulteriore sistema di tutela lungo le coste dell’isola
per le stesse ragioni di cui sopra, lascerà una più
53 Filangeri C., 1999, La marina di Tusa, in Miscellanea Nebroidea, Ed. Rotary Club Sant’Agata Militello, pg. 78.
Disegno del castello di Sant’Agata tratto dall’opera di Camillo Camilliani
29
Il trappeto siciliano. Illustrazione del trappeto e delle varie fasi della produzione di zucchero. Jan Van der Straat, Nova Reperta, 1584
esaustiva documentazione sullo stato delle piazzeforti costiere siciliane54. Nel suo lavoro, il Camilliani fornì anche un quadro completo delle ulteriori
attività che si svolgevano lungo la marina.
Nel secondo libro delle torri così appunta: partendosi da Pietra di Roma verso Ponente si trova
un arbitrio d’una serra d’acqua lontano da Pietra
di Roma miglia tre e due terzi; et questo luogo si
domanda Santa Agata; et sì come nel suo disegno si
vede è fabrica incomplita, et per il continuo trafico
che v’è, et per essere ridotto di barche, tengo esser
necessariissimo, ch’ella s’alzi et finiscano i due corpi
con le sue difese che vi bisognano a talchè vi si possa
far la guardia tanto necessaria sì per la rispondenza
de’ segnali, come per sicurtà di detto trafico, et de’
vascelli, che vi si riducono per essere principalissimo
passo, tanto più che con non molta spesa si può fare
et ridurlo in fortezza. Et questo intorno a ciò basti.55
Di conseguenza, la costruzione di ciò che nel secolo successivo si avvierà a diventare il «castello»
di Sant’Agata, è cominciata in questo quinquennio,
a ragione del fatto che «la torre o la fortificazione
sono ancora un centro organizzato per resistere a
brevi assedi ed hanno anche la funzione di magazzino dei raccolti».56
Le decisioni dei Gallego non furono, però, accolte con gioia dagli abitanti della zona, visto che
nel 1582 sorse un’accesa controversia tra il barone Girolamo e i componenti dell’Università di
Militello,57 per regolamentare con chiari patti gli
usi civici nei feudi del territorio che venivano a
configgere con quelli del proprietario.
Invero l’economia del territorio era ancora fortemente legata alla viticoltura, alla pastorizia ed
54 Camilliani C., 1584, Descrittione delle marine di tutto il regno di
Sicilia con le guardie necessarie da cavallo e da piedi che vi si tengono,
in Scarlata M., 1993, L’Opera di Camillo Camilliani, IPZS, Roma.
55 Scarlata M., 1993, L’opera... cit., pg. 462.
56 Trasselli C., 1982, Da Ferdinando... cit., pg. 270.
57 ASPA, Arch. Trabia serie A567, f. 569.
30
alle attività agricole per la produzione di olio, vino,
formaggi, frutta, ortaggi, alla produzione della seta
grezza. Nei «feudi» di Balistreri, Rantù, Rigamo,
Pileci l’università di Militello aveva interessi soprattutto nello sfruttamento della legna morta e delle sorgenti d’acqua mentre nella Marina prioritario
era l’utilizzo degli erbaggi e dei pascoli. Lungo il
fiume Inganno lavoravano i mulini, vere e proprie
centrali di energia e punti strategici dell’economia
contadina.58 La piantagione di canna da zucchero
dettava particolari condizioni e avrebbe contrastato
e condizionato le libertà e i bisogni degli agricoltori.
Ma nel 1600 Girolamo Gallego, che tra il 1594
e il 1596 era stato anche componente del Parlamento Siciliano, muore e Militello e la sua marina
passano al figlio Vincenzo, unico erede maschio
sopravvissuto ad una progenie di cinque figli.
A Vincenzo Gallego, promotore insieme alla madre, donna Margherita Requesenz, dell’istituzione
del convento domenicano a Militello, va riconosciuto il merito di aver “dato i natali” a Sant’Agata,
58 Ancora visibili sono i ruderi dei mulini di Presa Murata, Molino di Cusca e quello all’imbocco del torrente Inganno.
di aver fatto, cioè, del feudo della marina un luogo
importante e maggiormente abitato, in risposta ai
patti stabiliti con l’Università per la costruzione
di nuove abitazioni ai margini della «difisa» di
Sant’Agata.
Egli è più che mai deciso a riprendere l’attività
lasciata incompleta dal padre Girolamo quando nel
1619 si pone di nuovo in contrasto con la baronia
di San Fratello.
Nell’aprile di quell’anno Vincenzo si scontra
con Aldonza Larcan sempre per la gestione delle
acque del fiume Inganno che venivano per la maggior parte utilizzate per irrigare il cannameleto di
Acquedolci59 e di cui il Barone di Militello rivendi59 Trasselli C., 1973, Lineamenti di una storia dello zucchero siciliano, ASSO, LXIX fasc. I, pg. 26 e passim. Interessanti sono le
considerazioni che il Trasselli fa nell’introduzione. «Per l’uomo
non è facile rassegnarsi quando una vecchia fonte di ricchezza viene meno. Quando esse scompaiono, lasciando un vuoto nell’agricoltura di una regione, e la mancanza di produzione di zucchero si
traduce in un impoverimento dei redditi, allora si cerca qualcuno
o qualcosa che si possa indicare come causa efficiente di tanta perdita». Proprio alla ricerca di qualcosa di consistente per la storia
del mio paese, mi sono imbattuto nella storia dell’industria dello
zucchero, affascinante e coinvolgente, come mai mi era capitato.
Nel cercare di capirne di più, si sono rese man mano più chiare
31
ca il possesso ed il pieno utilizzo in quanto alimentato da numerose e ricche favare e sorgenti delle
sue proprietà:60 gli affluenti del vallone Torno, le
acque di contrada Oliva, quelle di Spartà e del Vallone di Mastrangelo, le acque di Pattina.
Che egli, alla fine, abbia realizzato nella Piana
della marina61 la tanto agognata piantagione di cannameli, ci conforta il toponimo del torrente62 che
prende nome proprio da questa pianta e che scorre
ad ovest del castello. È anche ragionevole supporre
che egli sia riuscito ad avviare, finalmente, il piccolo trappeto per l’estrazione dello zucchero.63
Oltretutto Vincenzo Gallego sposerà Francesca
Giambruno, baronessa di Galbonogara, ove è attivo
un opificio fra i più grandi della Sicilia; il suocero
è, inoltre, proprietario delle terre di Partinico coltivate intensamente a cannamela.
Di sicuro, stando dietro la sequenza delle sue
mosse, si coglie che oramai la Marina di Militello sia diventata un luogo frequentato quando nel
1628 egli decide di costruire un nuovo edificio accanto alle torri avite, di meglio fortificare quello
esistente, di far sì che a questa costruzione sia dato
titolo di castro, oltreché definitivamente di nominarlo Sant’Agata.64
Vincenzo Gallego chiede, infatti, di proseguire l’opera presente «parietibus et turribus munire»
cioè mediante una struttura «pro offenctione et
defenctione ab inimicis nostrae sanctae fidei», per
meglio difendere i lavoratori stabili o «transeunti»
della marina, soggetti, come invero lo furono, alle
sortite dei «mori».65
Le torri, dunque, generalmente accompagnate
da bagli, magazzini, fondaci - in generale le strutle direttrici di sviluppo di Sant’Agata, che ha origine quasi esclusivamente nell’indotto creato da questa industria.
60 ASPA, Arch. Fatta del Bosco, vol. 38, f. 742r.
61 ASPA, Arch. Fatta del Bosco, vol. 38, f. 742r.
62 Vallone e contrada Cannamelata situata ad ovest dell’odierno abitato, che confluiscono nella Piana di Sant’Agata.
63 In Sicilia funziona di regola la coppia fissa trappeto-cannameleto, mentre raramente si trovano piantagioni indipendenti. Cfr. Morreale A., 2006, Insula dulcis, Napoli.
64 ASPA, Arch. Trabia serie A556, f. 215 e segg.
65 ASPA, Arch. Trabia serie A556, f. 218.
32
ture “castrensi” - rappresentano quello che al «di
là di ogni riconoscimento tipologico»66 si definiscono un caricatore.
L’esigenza di difendere i luoghi di produzione e
di scambio delle merci, i trappeti, ossia gli impianti
dove si produceva lo zucchero, le tonnare, i mulini
o le piantagioni sta, invero, «all’origine d’una parte
importante delle torri e dei castelli in Sicilia».67
Unitamente alla seta, la cui coltivazione è intensa nelle campagne di Militello, così come in tutto il Valdemone, lo zucchero costituiva la principale merce d’esportazione d’alta qualità e ad elevata
intensità di capitale e di lavoro,68 ma soprattutto di
alto rendimento69 ed i Gallego, con Vincenzo, una
volta stabilizzato il potere nello stato di Militello,
non mancarono di investire le loro risorse in questo
vero e proprio business.
Ma c’è di più: «lo zuccherificio, così come la
coltura della canna da zucchero,70 a differenza di
qualunque altra attività produttiva era il centro
motore di una catena di altre attività»71: imponente
soprattutto restava la fornitura di grandi quantità
di legname per la cottura dello zucchero, il legno
di suvaro scorchato, “strategica”, infine, la gestione
dell’acqua, per irrigare le piantagioni e come forza
motrice; la coltura della cannamela, il cui toponimo resterà fino ai nostri giorni, quasi ad ammonirci
sulla sua rilevanza economica, comportava anche
un’intensa concentrazione di lavoro.
La presenza di questa vera e propria industria
capitalistica,72 i cui effetti economici sono da ri66 Filangeri C., 1999, La marina di Tusa, cit., pg. 79.
67 Scarlata M., 1993, L’opera di..., cit., pg. 114.
68 Epstein S. R., 1996, Potere e mercati... cit., pg. 206.
69 Morreale A., 2006, Insula dulcis, Napoli.
70 Sulla differenza fra trappeto e cannameleto cfr. Trasselli C.,
1982, Storia dello zucchero siciliano, Caltanissetta-Roma. «Dunque quella del trappeto era già un’attività distinta dalla cultura
delle canne, come ancor oggi il frantoio è distinto dall’uliveto o
come il mulino, pastificio e forno erano distinti dalla produzione
granaria anche se appartengono alla medesima azienda».
71 Trasselli C., 1982, Storia... cit., pg. 122. Queste attività andavano dalla raccolta del concime in città, all’edilizia, alla lavorazione
dell’argilla, alle arti della carpenteria e del cavapietre, a quella dei
fabbri e dei calderai.
72 Morreale A., 2006, Insula dulcis, Napoli, ESI.
marcare e su cui la storiografia economica si è poco
soffermata, «diventerà causa efficiente di trasferimenti di popolazioni»73 e spiega in larga parte la
formazione del nucleo originario della cittadina di
Sant’Agata, che all’inizio del XVII secolo, cominciò a richiamare, verso il suo comprensorio, dalla
vicina Militello e da altre parti di Sicilia, decine di
lavoratori - contadini, maestri d’arti, mercanti - e
di conseguenza le loro famiglie.74
Si può osare dire che Sant’Agata, ancora marina
di Militello, si sia formata fra due pani di zucchero,
all’ombra prima dei due grandi trappeti dei feudi
limitrofi, Acquedolci e Pietra di Roma, ai quali forniva legname, poi essa stessa protagonista di questa speciale avventura.
Non è difficilie ritenere che «il continuo trafico
che v’è»75 a fine ‘500 rappresentasse bene la realtà
locale della Marina e che oramai le attività economiche legate anche allo zuccherificio spingessero a
rendere più stabile la popolazione.
Infatti assieme alla licentia fabricandi,76 Vincenzo Gallego acquisirà, come d’uso in particolare
nel Seicento spagnolo, il «mero e misto imperio»,
ossia la facoltà di esercitare la giustizia civile e
penale anche per il «feudo» della Marina, oramai
Sant’Agata.
D’altra parte, con l’esercizio dei poteri giurisdizionali ad esso connesso, egli amplificava notevolmente il controllo sociale sul territorio, completando l’assoggettamento della popolazione già
assicurato dall’organizzazione produttiva.77
Nel secolo XVII il logoro potere spagnolo, per
far fronte agli ingenti debiti per le continue guerre
della sua politica espansiva, decise di allentare le
maglie amministrative concedendo, dietro «lauto»
compenso la possibilità di creare nuovi insediamenti abitativi.78
73 Trasselli C., 1982, Storia... cit., pg. 123.
74 Per approfondire l’argomento cfr. Palazzolo A., 2009, Le
strutture produttive... op. cit.
75 Camilliani C., Descrittione... op. cit.
76 ASPA, Arch. Trabia serie A556, f. 215r.
77 Cancila R., 2008, Merum et mixtum imperium nella Sicilia
feudale, Palermo, Mediterranea Ricerche Storiche.
78 Renda F., 2003, Storia della Sicilia da Federico III a Gari-
Il 25 Maggio 1628, Luigi Gallego, figlio di Vincenzo, ottenne, così, il titolo di primo «marchese» di Sant’Agata e di lì a poco avrebbe chiesto
ed ottenuto la licentia populandi. Nel 1630, con
la «pia facoltà di popolare Sant’Agata», arbitria
ampliantur,79 a ragione dell’ingrandimento delle attività economiche, nei feudi Comun Grande,
Comunello e la Marina,80 nei dintorni della fortezza, vocata di Santa Agatha, si poterono costruire
nuove abitazioni ed insediare una ottantina di famiglie.81
All’opera di Luigi Gallego si devono la costruzione del nuovo complesso che solo più tardi si potrà «vedere» nel suo splendore e la prosecuzione
delle redditizie attività produttive.
Che gli interessi economici legati allo zuccherificio fossero ancora prioritari negli anni successivi,
si rese palese col matrimonio che Luigi concluse
con Anna Spatafora, marchesa di Roccella, altro
luogo di notevole scambio commerciale e dove era
presente un grande trappeto; inoltre egli riceveva
in eredità dalla nonna Francesca la baronia di Galbonogara con le annesse attività agricole.
Nel 1658 Luigi otterrà il titolo di «Principe di
Militello» dal re Filippo IV, il sovrano dal quale un
anno prima aveva ricevuto la Regia Confirma della
licentia populandi.
Nella seconda metà del XVII secolo nel Valdemone si era verificata una notevole ripresa economica. Militello era demograficamente cresciuta di
alcune centinaia di abitanti che pagavano decime
e censi ed anche la marina cominciava ad essere
un luogo di scambi sempre più intensi.
Quando nel 1662 Luigi Gallego muore, non lascia eredi. Il suo primogenito Vincenzo Domenico
era morto un giorno prima del padre. I titoli di principe di Militello e marchese di Sant’Agata passarobaldi, vol. 2, Palermo.
79 Arbitrio o Arbitrium: impresa economica legata all’agricoltura e/o alla pesca (trappeto o tonnara). Cfr. Glossarietto in Scarlata
M., L’opera di Camillo Camilliani, pg. 603.
80 ASPA, Protonotaro del Regno, Licentia populandi, vol. 548, f.
147v-149r.
81 Cfr. Lo Castro N., 1984, Militello... cit., pg. 27.
33
no al fratello Giuseppe. Nel 1665 il nuovo marchese di Sant’Agata e proprietario di Galbonogara darà
in affitto questo trappeto, ereditato dalla madre, al
sacerdote collesanese don Giovanni Filippo Rini82,
che rinuncerà un anno dopo, segno oramai che
lo zuccherificio cominciava ad entrare in crisi.83
Alla morte di Giuseppe sarà un altro Girolamo
Gallego a divenire erede.
Il 13 novembre 1678 don Girolamo Gallego
morì per cui il titolo di Principe passò al nipote
Vincenzo Gallego e Ventimiglia, figlio di Giuseppe
e dopo costui, morto il 30 aprile 1693, al fratello
Gaetano Gallego e Ventimiglia.
82 Termotto R., 2005, Una industria zuccheriera del cinquecento: Galbonogara, Palermo, Mediterranea Ricerche Storiche.
83 Lo zuccherificio e la coltivazione della canna da zucchero
entreranno definitivamente in crisi a partire dalla seconda metà
del Seicento. Le ragioni di questa crisi sono molteplici ed ancora
oggi oggetto di studi; l’importazione di zucchero dalle Americhe
fu tra i fattori più importanti nel determinare il declino di questa
coltura. A tal riguardo e per una più ampia informazione cfr. Morreale A., 2006, Insula dulcis. op. cit.
Il castello visto da nord-ovest in una foto della metà del secolo scorso
34
Attraverso il secolo dei lumi:
l’istituzione della fiera,
lo sviluppo del commercio
I
ndizio e conseguenza di scambi commerciali
più vivaci, di aumento dei consumi ovvero di
una generale crescita economica della Marina di
Militello, fu l’istituzione della fiera. Questa pratica
che fa perdere le sue origini nella notte dei tempi, costituiva senza dubbio un evento di significativa portata storica; era la “piazza affari” dell’evo
moderno, momento di inizio e consuntivo di ogni
stagione produttiva, incentivo di sviluppo e di promozione del territorio.
Le fiere più antiche favorivano grandi flussi
migratori e si svolgevano in occasione di pellegrinaggi religiosi presso santuari, abbazie, luoghi di
culto. Già fra il 1497 e il 1522 in Sicilia furono
istituite ben sedici fiere; fra di esse risultano San
Fratello, Patti, Tindari.84 Ancora prima, già nel XII
84 Trasselli C., Da Ferdinando... cit., pg. 92
La fiera storica in una foto della prima metà del secolo scorso
secolo, presso il monastero di San Filippo di Fragalà si svolgeva una delle fiere più antiche della
Sicilia: era un nevralgico crocevia di viandanti, di
monaci e di contadini.85
Fu proprio sotto la signoria del principe Gaetano Gallego che nella Marina, con privilegio del Tribunale del Real Patrimonio del 28 luglio 1700, si
diede avvio alla fiera del bestiame.86 Essa si sarebbe svolta a partire dal 24 ottobre dello stesso anno,
ma sembra, negli accenni contenuti nei documenti
storici, che la richiesta fosse già stata inoltrata da
diversi anni.
Per la piccola comunità agricola e pastorale la
fiera sarebbe diventata il naturale sbocco della sua
economia, che sul limitare del XVII secolo era in
decisa espansione. La fiera avrebbe rappresentato la più vasta esposizione di tutto quello che gli
uomini dei Nebrodi coltivavano, producevano ed
85 Pirrotti S., 2008, Il Monastero di San Filippo di Fragalà (sec.
XI-XV), Palermo, Officina di Studi Medievali.
86 Lo Castro N., 2001, La fiera storica di Sant’Agata Militello,
supplemento al n. 6 di Paleokastro, FFG Editore.
allevavano; di tutto ciò che l’artigianato locale creava nelle botteghe delle popolose contrade collinari o nei comuni limitrofi.
Ma la data convenuta fu causa della controversia fra il barone di Militello e don Diego Joppolo
Ventimiglia, duca di Sinagra e conte di Naso, poichè essa coincideva con quella di Capo d’Orlando.
Dopo una serie di contrasti ed un acceso botta e risposta, al Principe Gallego venne data licenza per
lo svolgimento della fiera nella Marina, dal 21 al
26 di settembre, in modo da evitare la coincidenza
con quella orlandina.
Ma essendosi verificata una notevole flessione
di partecipanti, don Gaetano Gallego, appena tre
anni dopo, chiese la revoca di quella sentenza, affinché una fiera “così celebre” non venisse annullata e di effettuarla nei giorni compresi fra il 16
e il 24 novembre di ogni anno e di pubblicizzarla
opportunamente “per tutto il Regno”.87 La richiesta fu esaudita. In tal modo ogni contestazione venne sopita e la data proposta diventò definitiva. Il
87 Lo Castro N., La fiera storica... cit., pg. 4.
35
Il territorio intorno a Sant’Agata nel disegno tratto dalla carta della Sicilia di Samuel von Schmettau (1720-1721)
Principe aveva avuto ragione dei diritti, traendone
notevoli vantaggi economici ad eccezione del pagamento delle gabelle doganali e dei regi donativi
per le merci che transitavano dallo scaro.
Importanti notizie su Sant’Agata intorno al 1715
sono fornite dall’atto di affitto con cui il principe
Gallego, il 9 Giugno di quell’anno, cedeva la terra
di Militello e la sua Marina.88
Troviamo così che Sant’Agata era divisa fra
soprana e sottana, mentre il punto di riferimento
restava la fortezza con le sue torri, il fondaco e i
magazzini per le merci.
Tante notizie si apprendono sull’economia
del settecento santagatese essenzialmente legata
all’agricoltura e alla produzione della seta che manteneva «per la sua abbondanza tutti i naturali».89
Ai piedi delle due torri erano presenti i mulini
denominati “taglio dei boschi” e “doghana”. Restava prevalente l’attività della produzione di legname
sia per usi civili e commerciali, per il feudo di Gal-
bonogara, sia per la produzione di carbone e di legna morta e di cui i Gallego si riservavano la quantità bastevole alla costruzione di quattro carrozze.
Ulteriori obblighi gravano sul principe di Militello
e marchese di Sant’Agata: quello di consegnare
le “tavole” per allestire le baracche per la fiera!90
Gli scambi e le produzioni si concentravano
essenzialmente sulla viticultura, sulle produzioni
pastorali: formaggi, olio, la coltivazione di alberi
da frutto, fichi, gelsi, mentre dallo scaro del Castello giungevano i bastimenti con il frumento, la cui
produzione interna non era certo sufficiente. Non
mancava, inoltre, in questo primo scorcio di secolo, la parte di territorio riservata alla caccia.
Un ulteriore elemento si trae da questo documento ed è quello dello spazio lasciato libero per il
riposo della semina. La coltura della canna da zucchero continuava, invece, ad essere praticata nella
vicina terra di Acquedolci, almeno fino al 1730,
quando venne completamente abbandonata.91
88 ASPA, Arch. Trabia serie A556, f. 252r.
89 Cfr. Lo Castro N., La fiera... cit., pg. 7 e nota 36.
90 ASPA, Arch. Trabia serie A556, f. 252r e f. 257v.
91 Cancila O., 1993, Impresa, redditi, mercato nella Sicilia mo-
36
Sappiamo inoltre che gli introiti maggiori provenivano dai dazi della Secrezia a capo della quale,
tra il 1734-1750 c’era don Giuseppe Calderoni.92
Nei registri, tenuti con puntualità e precisione,
sono trascritte, anno per anno, le entrate (immisssioni) e le uscite (estrazioni) di ogni prodotto: il
tipo di merci, la quantità, la provenienza, la destinazione, i proprietari delle imbarcazioni.
La maggior quantità di beni soggetti a traffico di
estrazione apparteneva al principe Giuseppe Gallego e alla principessa Melchiorra Gallego Moncada, all’abate don Ignazio Ricca, all’arciprete di
Militello. Si scambiavano fichi secchi, formaggi,
bestiame bovino da macello, grandi quantità di
seta grezza e prodotti della lavorazione del legno.
Il commercio di maggior consistenza veniva esercitato verso i centri di Palermo, Messina, Lipari, Trapani e Cefalù.93 Molte famiglie santagatesi erano
proprietarie di imbarcazioni e svolgevano attività
di trasporto di prodotti di largo consumo. Le importazioni riguardavano per lo più prodotti lavorati e
consistevano in gioielli d’oro e argento, in drappi di
seta pregiata, in panni di lana lavorata. Negli anni
1750-51 partirono da Sant’Agata, dirette a Palermo, 14 imbarcazioni cariche di pellame, olio, fichi,
fusi, manici di legno e manufatti artigianali.94
Bisogna tuttavia segnalare che in quel torno
di tempo, ossia fino alla metà inoltrata del XVIII
secolo, una profonda crisi assediò Militello Valdemone e l’intera area geografica di cui faceva parte
anche Sant’Agata. Tra il 1714 e i successivi censimenti del 1737 e del 1747 la popolazione subì
una pesante flessione con un decremento di circa
il 40%.95 C’è da dire che tutto il Valdemone subì il
fenomeno di “destrutturazione” socio-economica a
causa della scomparsa della fiorente industria delderna, Palermo, pag. 265.
92 Ardizzone Gullo G., 2004, Traffici per mare. La Secrezia di
Sant’Agata di Militello in Valdemone, Paleokastro n. 15, FFG
Editore.
93 Ibidem, pag. 38.
94 Ibidem, pag. 40.
95 Ligresti D., 1999, Un caso di ristrutturazione amministrativa
nella Sicilia borbonica: la nascita di S. Agata Militello in A. Coco
(a cura di), Le passioni dello storico. Studi in onore di Giuseppe
Giarrizzo, Catania.
lo zucchero e della crisi del comparto serico.
Stando proprio ai riveli del 1747, Sant’Agata
esisteva già come modesto villaggio con 18 fuochi
dichiarati e 56 anime e 18 famiglie sparse nelle
aree agricole, originarie prevalentemente di Militello. Nuclei abitativi, inoltre, erano già sorti nelle
contrade di Vallone Posta, Carruba, Gaglio, Astasi,
Gabella. Nella Marina, però, i capifamiglia erano
tutti maschi, indice della vocazione squisitamente
lavorativa di questi territori.96
Dopo la metà del Settecento, allorchè l’abate
Vito Amico raccoglieva notizie sulle varie località
siciliane che avrebbe poi pubblicato nel suo Lexicon
Topographicon, il sito di Sant’Agata veniva definito:
«Casale Massa, poichè intorno alla torre sorgono
alcune casucce e una Chiesa con sacerdote», dove
annualmente si tengono «magnifiche fiere, ogni
anno in novembre con gran concorso del vicinato».97
Il 1° novembre 1755, in seguito alla morte di
Giuseppe Gallego, il Principato di Militello passò
nelle mani di Francesco Paolo Gallego e Monroy, il
quale, nel marzo dell’anno successivo, nominò suo
erede il figlio primogenito Giuseppe Gallego Naselli, già principe di Militello, che nell’agosto del
1777 ottenne anche il marchesato di Sant’Agata.
Il suo nome sarebbe passato alla storia per avere
abolito gli antichi usi civici, in vigore dal 1582,
che nei secoli delle grandi colture “industriali” (o
specializzate) avevano ben ragione di esistere; ora,
invece, contribuiva a far incrinare i rapporti fra la
città-madre e la Marina.
Il baricentro degli interessi iniziava a spostarsi
sempre più in direzione della costa, che nei tempi
a venire si sarebbe mostrata più sicura ed economicamente più attraente e profittevole. L’istituzione della fiera a Sant’Agata, il trasferimento stesso
di gruppi di famiglie da Militello verso il mare, la
necessità di una nuova economia gravitavano ormai sul mare a tutto vantaggio della frazione che
nel secolo successivo conobbe definitivo ed istituzionale riconoscimento.
96 Ibidem.
97 Amico V., Dizionario topografico della Sicilia, Palermo 1757,
tradotto dal latino e annotato da Gioacchino Di Marzo, Palermo
1855 e 1856.
37
38
Stefano Brancatelli
in cerca di autonomia:
SANT’AGATA DI MILITELLO
TRA OTTO E NOVECENTO
39
...conoscere com’è la storia
che vorticando dal profondo viene;
immaginare anche quella
che si farà nell’avvenire.
Vincenzo Consolo, Il sorriso dell’ignoto marinaio.
40
Troppo grande per esser
frazione: Sant’Agata nella
prima metà dell’Ottocento
Ragionando (Militello) diceva (…): il Comune son io, e son Comune da Ruggiero creato, che
perciò nacqui comune colla monarchia di Sicilia.
Sant’Agata è una nascente popolazione, che ha
ricevuto da me moto e calore, senza potere ancora
giungere al suo pieno sviluppo politico – divisa da
me è nulla – a me unita siccome quartiere, è cosa faciente parte di me Comune e perciò nel suo seno ha
potuto ricevere le mie autorità comunali, il giudice
di Militello, il sindaco di Militello, il decurionato di
Militello, l’esattore di Militello, il ricevitore del Registro del Circondario di Militello e quant’altri sono
impiegati giuridici finanziari ed amministrativi di
un Capoluogo circondariale ch’io sono.1
C
on questa finzione letteraria è la stessa città
di Militello personificata a rivendicare i propri diritti presso il Governo rivoluzionario sorto in
Sicilia a seguito dei moti del 1848: Sant’Agata, nel
frattempo, era essa stessa divenuta centro e non
più periferica frazione di un nuovo unico comune,
che ambiva a mutare il suo nome da Militello Valdemone a Sant’Agata di Militello.
Ma come potè avvenire tale emancipazione?
Come una piccola frazione di pochi abitanti era
potuta divenire uno dei centri più importanti del
Valdemone? Come, in ultima analisi, Sant’Agata
divenne comune autonomo? Per rispondere a queste domande occorre ripercorrerne la storia nel
corso dell’Ottocento, secolo in cui le vicende civili
ed ecclesiastiche si intrecciano sino a diventare un
tutt’uno inscindibile cosicché non si possono comprendere le vicende sociopolitiche ed economiche
se non congiuntamente a quelle ecclesiali, e viceversa.
Agli inizi del 1800 e probabilmente per i pri-
1 Per Militello Valdemone, contro le usurpazioni che gli tenta di
ordire Sant’Agata, Palermo 1848, pgg. 22-23.
mi due decenni, il borgo marinaro di Sant’Agata
doveva essere ben poca cosa: i Riveli di Militello
Valdemone del 1811 attestano nella marina l’esistenza di un castello con carceri, magazzino e fortino, un fondaco con taverna e ospizio, un molino
ad acqua, due case, una per il servizio del cappellano della Chiesa, l’altra per il fondacaro.2 I Riveli
ci descrivono una situazione economica non certo
florida3; nulla faceva presagire quanto sarebbe accaduto pochi decenni più tardi: la redditizia economia basata sulla coltivazione, sulla lavorazione
e sull’indotto dell’industria delle canne da zucchero era oramai da tempo andata in malora in tutta
la zona e la stessa fiera, pur attirando mercanti da
tutto il Regno, era un’attività episodica (limitata a
sei giorni all’anno) ed incapace di creare fermenti
economici stabili; a conferma di ciò è la notizia che
nel 1821 l’ultimo dei Gallego, don Giuseppe, sarà
costretto a cedere tutti i feudi di sua proprietà (e
con essi anche il castello) al Principe di Trabia e
2 In realtà i cappellani presenti all’epoca erano due: “primo
cappellano” era Don Pietro Giammò, originario di Caprileone;
“secondo cappellano” era don Vincenzo Faraci (senior), già nel
1807 cappellano della Real Chiesa di S. Domenico di Militello.
Sotto gli Arcivescovi di Messina Garrasi e Trigona anche l’antica
chiesa di S. Nicola, limitrofa al castello e di fondazione normanna, trovandosi diruta ed in stato di totale abbandono ed essendo
di proprietà del principe, era stata abolita e le sue rendite attive
erano state riversate alla chiesa della Marina, anch’essa di regio patronato. Nel 1810 coi benefici annessi, anche il sacerdote
Vincenzo Faraci era stato obbligato a trasferirsi a Sant’Agata per
esercitare il suo servizio di cappellano nella chiesetta del Castello. Nel 1812, infine, ai due sacerdoti ne venne affiancato un terzo,
don Francesco Corpina, originario di San Marco.
3 Per un’approfondita analisi dei Riveli di Militello Valdemone
si vedano i due interessanti saggi di Domenico Ligresti: Ligresti
D., Dinamiche… op. cit., Milano 2002 e soprattutto Ligresti D.,
Un caso di ristrutturazione amministrativa nella Sicilia borbonica:
la nascita di S. Agata Militello in Coco A. (a cura di), Le passioni
dello storico. Studi in onore di Giuseppe Giarrizzo, Catania 1999.
In realtà, però, eccetto il Rivelo del 1747 e sino all’autonomia, i
dati ufficiali dei censimenti non consentono di seguire lo sviluppo dei due insediamenti in maniera separata; non condividiamo
in tal senso l’analisi per cui, interpolando il dato certo del 1844,
anno in cui si statuì la separazione trai due comuni con un rapporto di 2/5 e 3/5 rispettivamente per Militello e Sant’Agata, si
considera verosimile conservare tale rapporto anche per gli anni
precedenti, ipotizzando una popolazione per il nuovo borgo di
2.116 unità contro i 1.411 di Militello nell’anno 1831 e di un
migliaio per Sant’Agata sui complessivi 2.526 nell’anno 1806.
Il trend riportato risulta totalmente falsato ammettendo un incremento demografico non lineare nella prima metà dell’ottocento,
come è avvenuto.
41
Scalia per ottenerne in cambio l’assolvimento dei
molti debiti, oltre che un vitalizio con cui trascorrere gli ultimi giorni della sua esistenza a Napoli,
ove si era trasferito.
Se nel 1819 la popolazione di Militello era
di 2.100 abitanti contro i soli 600 del borgo di
Sant’Agata4 (ossia appena 250 fuochi), sotto i Lanza di Trabia la situazione dovette iniziare a conoscere un sostanziale cambiamento.
Il sobborgo della Marina iniziò ad attuare una
massiccia politica di urbanizzazione, richiamando
dai paesi limitrofi parecchie famiglie che fissarono
attorno al castello le loro abitazioni; il volto della
contrada iniziava a prendere così una sua peculiare consistenza, non limitandosi più al solo castello
e a qualche casupola accanto.
Sino ad allora, infatti, al di fuori del Castello
nella marina praticamente non vi erano costruzioni private, ma solo piccoli fabbricati posti attorno
alla fortezza ed alcuni magazzini in prossimità della battigia (per la conservazione e l’imbarco delle
derrate e delle merci) fatti costruire dal feudatario
e concessi “a loghiero”, ossia in locazione.
Gli interessi delle famiglie notabili di Militello
iniziavano ad orientarsi verso la Marina ed il sobborgo si ingrandiva lungo la direttrice data dalla
“Via dei Pioppi” (odierna via Roma) adiacente al
castello, che costituiva anche l’ingresso dal mare.
Analogamente a quanto avveniva in ambito civile, nei medesimi anni un radicale cambiamento
interessava anche la comunità ecclesiale: nel 1822,
alla morte dell’arcivescovo di Messina Trigona,
papa Pio VII con un decreto concordato col governo borbonico e reso esecutivo il 6 luglio 1823, scorporava Militello – da cui amministrativamente ed
ecclesiasticamente Sant’Agata dipendeva – ed altri
ventidue comuni dall’Arcidiocesi di Messina, per
annetterli all’accresciuta diocesi di Patti. A quel
tempo, Sant’Agata annoverava già le 1.000 unità
4 Dato della statistica inserita nella collezione delle leggi (semestre 1 anno 1819) e desunto da un testo edito dalla “stamperia
della Riforma, via Spedaletto dirimpetto Mezzojuso n. 41”, dal
titolo Per Militello Valdemone, contro le usurpazioni che gli tenta
di ordire Sant’Agata, Palermo 1848.
42
e necessitava di una più efficace azione pastorale;
rimosso don Francesco Corpina, in assenza della
convalida del Principe, la cura delle anime veniva
temporaneamente affidata in qualità di cappellano
ad un membro di una delle più illustri famiglie di
Militello, il vicario foraneo don Pietro Pirrone.
Ma in Sicilia, si sa, il transitorio diviene facilmente definitivo e nella Chiesa, in particolare, lo
scorrere del tempo spesso si dilata, rallentando.
Per oltre un decennio, e cioè sino al 1834, nella
Chiesetta del Castello erano presenti così solo tre
sacerdoti: l’ottuagenario don Pietro Pirrone, “l’anziano ed asmatico” don Vincenzo Faraci (senior) e
don Giacomo Palazzolo. Se la comunità dal punto
di vista economico e sociale tendeva ad aumentare, la cura pastorale risultava deficitaria per la penuria di preti ma anche per la trascuratezza posta
in atto dall’arciprete di Militello. L’avvento della
nuova diocesi, geograficamente più vicina, e di un
nuovo vescovo, pastoralmente più attento alla cura
del territorio (Mons. Nicolò Gatto anch’egli nominato nel 1823), dava così nuovo impulso alla vita
del sobborgo della Marina.
Nel 1824, in particolare, il Vescovo proponeva alle autorità civili ed ecclesiali di Militello di
indire una missione popolare da affidare ai padri
Liguorini (o Redentoristi), missione che doveva
interessare Sant’Agata, oltre che San Marco, San
Fratello ed Alcara. Il barone Biagio Faraci convocava nella casa del Real Giudice, il neo Sindaco
Don Antonino Calderone, l’arciprete Vincenzo
Manzo ed altre autorità del Comune di Militello, pianificando, anche economicamente, la missione. Questa, che veniva fissata per l’inizio del
mese di gennaio, doveva svolgersi in forma pubblica nella Chiesetta del Castello e durare solo
otto giorni con la presenza di due padri Liguorini
provenienti da Palermo; veniva scartata l’ipotesi
di anticiparla a dicembre, perché “mese di mercato alla marina”.
La missione ebbe così svolgimento dal 6 sino
al 13 gennaio 1825. Il grande successo riscosso
indusse Mons. Gatto a chiederne il 5 marzo ed il
Titolo
43
16 luglio 18255 al Consigliere della Segreteria di
Stato per gli affari ecclesiastici l’estensione a tutti
i rimanenti comuni aggregati nel 1822: la piccola Sant’Agata divenne così tra le comunità pilota
del programma di riordino pastorale della “nuova”
diocesi. Tale missione ebbe delle ripercussioni
nella storia civile oltre che religiosa di Sant’Agata, a causa degli sviluppi sociali ed urbanistici che
ne discesero: per la prima volta si riunì in vista di
un’unica occasione - la missione popolare - ed in
un unico luogo – la piccola chiesetta del Castello
– l’accresciuta comunità di Sant’Agata, che iniziava così a prendere consapevolezza delle proprie
potenzialità future ma anche delle insufficienze
dell’unico ambiente collettivo posseduto nel presente. L’intera popolazione si trovò impegnata, con
entusiasmo e fervore, nello slancio campanilistico
di consolidare la propria identità, ipotizzando la
costruzione di una nuova chiesa che fosse emblematicamente rappresentativa della nuova coesione
sociale che il sobborgo iniziava a percepire.
Lasciamo alle eloquenti parole dell’Arc. Zappalà (il primo vero e proprio “storico dilettante” di
Sant’Agata, che un secolo dopo tali eventi sintetizzò in alcuni manoscritti tali fatti) il compito di attestare questa fragranza di novità che la popolazione
del nascente comune dovette assaporare:
Sviluppandosi sempre più la comunità sia per
l’immigrazione di famiglie marinare per l’esportazione via mare del carbone che si produceva nei
boschi del territorio, sia per altre famiglie che dai
vicini paesi interni si trasferivano in questa per
l’amenità del sito, in occasione di una Sacra Missione che tennero i Padri Redentoristi e che suscitò
tanto risveglio di fede religiosa, si pensò alla costruzione di una nuova Chiesa da sorgere in un’area
di proprietà di Padron d. Gaetano Ferrara e Giovanni Calderone e nel 1842 s’iniziarono i lavori.
Progettista è stato l’architetto Leone Savoia, ingegnere Capo del Genio civile di Messina. Appaltatore dei lavori il sig. Giuseppe Cupitò. Capo mastro
il Sig. Antonino Aiello di Patti. I lavori interni di
5 Cfr. Sirna P., Cronistoria della Pastorale catechistica dei Vescovi di Patti, Patti 1995, pg. 77.
44
rifinimento furono eseguiti dai fratelli Benedetto e
Basilio Alcuri. Ammirevole la prestazione d’opera
da parte dei fedeli: nei giorni di domenica il popolo
tutto, preceduto dal Barone Faraci che portava a
spalla del materiale mentre tirava dietro il proprio
cavallo bianco carico di pietrame, portava del materiale e poi nel recinto della Chiesa in costruzione
ascoltava la S. Messa (…)6
Se sino ad oggi tale testimonianza poteva apparire un po’ naïf, e quindi priva di fondamento
storico, a mo’ di fabuloso racconto di fondazione
della Chiesa Madre di Sant’Agata, l’esame della
corrispondenza col Vescovo del sacerdote Giacomo
Palazzolo conferma quanto asserito dall’arc. Zappalà, anche se necessitano alcune correzioni dal
punto di vista cronologico (in errori di tal tipo Zappalà cade sovente).
Egli, infatti, nel suo racconto fonde due momenti, “l’inizio di fatto del 1825”7 in cui, a seguito
della missione dei padri redentoristi, iniziarono i
lavori di costruzione della Chiesa per presto interrompersi, e “l’inizio istituzionale” del 1842, in
cui la costruzione venne continuata mediante un
appalto affidato dalla pubblica amministrazione; il
tutto (missione popolare e costruzione della chiesa)
viene infine postdatato a quest’ultima data.8
Gli iniziati lavori della costruenda chiesa nel
1825 languivano a causa del poco interesse delle
autorità civili ed ecclesiastiche, ambedue residenti
a Militello, continuando a costringere nella piccola cappella del castello anche le celebrazioni più
partecipate: il “cantiere aperto” della nuova chiesa, però, doveva rappresentare nella stessa urbani6 Zappalà G., Pro-memoria: Assistenza Religiosa ai primi abitanti della spiaggia “Sant’Agata” e poi del Comune di Militello,
inedito s.d., pg. 2.
7 Il sacerdote relaziona al Vescovo nove anni dopo e riporta,
invece di quella corretta del 1825, la data erronea del 1826, riconducibile invece alle missioni popolari che in quell’anno, dal
12 marzo al 15 aprile i padri tennero a Militello.
8 Lettera dell’8 dicembre 1834 in ASD Patti: «D. Giacomo
Palazzolo di Sant’Agata, con la dovuta venerazione le rassegna
che nel 1826 in occasione de’Santi esercizi de Vv. Pp. Liguorini,
conoscendosi la necessità in quella sottocomune d’alzarsi una seconda chiesa con la voce delli stessi, riunito il popolo s’affatigò nel
trasporto di pietra e calce in un punto ideato per il locale di fabrica
della stessa».
stica del piccolo agglomerato un segno materiale,
scomodo e ben visibile, del malessere per il degrado in cui la marina versava, ed un testimone,
silente ma eloquente, del desiderio di riscatto e di
emancipazione.
Nel 1830 Sant’Agata tentava presso il governo
la strada dell’autonomia, con esito negativo per assenza dei presupposti necessari: le veniva concesso solo un ufficiale per ricevere gli atti dello Stato
civile, cui nel 1838 veniva anche dato l’incarico di
vigilare sull’annona.
Sempre nel 1838 però la situazione cambiò repentinamente:
In detto anno passò da quelle vie il focoso ed
irascibile Duca di Laurenzana, ultimo dei luogotenenti fra noi (…). Arrivato quell’ottimo personaggio
della casa dei Gaetani in Sant’Agata, nulla trovò
provveduto e disposto intorno a trattamento ed alloggio, e sdegnando riflettere, che una municipalità non avvisata officialmente prima, né sulla via
consolare esistendo, per essere alla portata di venir
dalle precorrenti notizie instrutta di un arrivo così
felice quanto la rappresentanza del proprio governo,
non si potea tenere per insubordinata o manchevole
se non avesse in buona forma ed in tutto officiato
la rispettabilissima presenza di un Luogotenente generale, per altro, di colui che allora tiranno
nostro sapeasi, ed oggi per nostra virtù è divenuto
nemico nostro. Ma era un Laurenzana che arrivava in Sant’Agata (…) e vilmente tacendogli che il
Barone Faraci da Sant’Agata era in quell’anno il
Sindaco, per cui se di oscitanza o di poco rispetto
avrebbasi dovuto in quell’azione notare, doveasi ai
Santagatesi riferirne la colpa, pure: conservando
essi in simile incontro un silenzio di gran malafede
stizzirono il Duca contro di Militello e, torturandosi
per trattarlo alla meglio possibile, ne impaniarono
il cuore: sì, che Laurenzana non partì da Sant’Agata senza che avesse inoltrato al governo di Napoli
un incendiario rapporto nel quale opinava che non
volendosi ordinare una separazione dei municipii,
fossero in Sant’Agata traslocate le autorità giudiziarie, finanziarie ed amministrative di Militello.9
9 Militello Valdemone, contro le usurpazioni che gli tenta di ordire Sant’Agata, Palermo 1848, pgg. 5-6.
Nel testo sopra riportato, formulato dai notabili
di Militello contro le pretese santagatesi, venivano addotte motivazioni contingenti, ossia la disposizione avversa di Onorato Gaetani10 (“duca di
Laurenzana”e luogotenente generale di Sicilia per
due anni a partire dal 1837) e la malafede dei politici ed affaristi di Sant’Agata. In realtà, nonostante
l’acredine della suddetta relazione, la Sant’Agata
del 1838 era già molto diversa da quella di pochi
anni prima, rinvenendo nell’industria boschiva e nel
commercio del carbone le sue attività più redditizie11 e divenendo strategicamente centrale nei rapporti tra l’entroterra e la capitale del Regno: Napoli.
Ci ricorda infatti, l’arciprete Zappalà:
Verso il 1836 una ditta “Guerra” da Napoli si
portò in questa per utilizzare i boschi che esistevano rigogliosi nel territorio. Con disponibilità di
mezzi e larghezza di vedute pensò di costruire una
trazzera carreggiabile che dalla spiaggia si inerpicasse fino ai boschi (Strada oramai rotabile in parte
asfaltata e che si noma “Guerra”) per il trasporto sia
del legname da costruzione come del carbone – da
inoltrare poi via mare. Quest’impresa richiamò in
questa molte famiglie dei paesi etnei per lavorare
il legname, carbonizzare e per i trasporti (famiglie
Consolo, Parisi, Lo Paro, Zappalà); molte famiglie
vennero da Cefalù: Di Paola, Ferrara, Prestianni,
D’anna, Cirincione, Mangione, Sava. Altre da Trapani: Strazzera, Mancuso, Zichichi – per inoltrare
via mare il legname come il carbone. S’iniziò così
una vita industriale e commerciale che quasi non si
prevedeva. Aumentata la popolazione cominciarono le proteste perché i naturali trovavano difficoltà
ad andare a Militello per il disbrigo delle pratiche
civili, specialmente per quanto interessava i Padroni di velieri che dovevano mettersi in regola sia per
gli imbarchi sia per gli sbarchi. Così in data 22 agosto 1838 si inoltrò la prima istanza per l’emancipazione della frazione S. Agata. Da qui si stabilì una
calda polemica tra i naturali di Militello e quelli
10 Onorato Gaetani dell’Aquila d’Aragona, 4° Principe di Piedimonte e 9° Duca di Laurenzana (19 novembre 1770 – Portici,
28 settembre 1857), divenne luogotenente generale di Sicilia nel
1837 e per due anni rappresentò nell’isola il capo dello Stato.
Vedi Marrocco D., La luogotenenza del Duca di Laurenzana, in
“Archivio storico di Terra di Lavoro” (1963).
11 ASPA Fondo Trabia serie A567.
45
di S. Agata. Botte e risposte anche a mezzo della
stampa (…); dopo questa incresciosa polemica, riconosciute come giuste le aspirazioni di quelli di S.
Agata, con decreto del 30 luglio 1839 si stabilì che
dal 1 gennaio 1840 si trasferissero nel quartiere S.
Agata tutti i funzionari amministrativi, giudiziari e
finanziari del comune di Militello Prov. Di Messina, stabilendosi in questo comune un eletto. Così
cominciò a funzionare in S. Agata il decurionato
ed in mancanza di locali adatti le prime riunioni si
tennero nella sacrestia della Chiesa del Carmine.12
Determinanti nel considerare legittime le istanze di emancipazione furono quindi le pressioni delle imprese commerciali che svolgevano le loro attività a Sant’Agata e che, prima di ogni imbarco dal
caricatoio costiero, dovevano esibire un nulla-osta
rilasciato dal Comune di Militello, con aggravio di
tempo e di denaro in quanto la trazzera Sant’Agata – Militello non coincideva con il percorso usato
per recarsi nell’entroterra (che dalla via dei Pioppi saliva verso Cavarretta per poi proseguire ver12 Zappalà G., Pro-memoria. Sviluppo demografico e costituzione del Comune Sant’Agata Militello, inedito s.d., pgg. 5-6.
Sant’Agata ad inizio novecento: veduta dal mare
46
so Cesarò). Ingenti interessi economici indussero
le famiglie di Militello Faraci, Bordonaro, Rizzo,
Cupitò, Pirrone ed altre di paesi vicini e lontani,
quali gli Zito di San Marco, Glorioso di Caltanissetta, Zingales di Longi, Mangione e Ferrara di Cefalù, Bertolino e Zichichi di Trapani, Cosentino di
Mistretta, Trusso di Tortorici etc, a fissare la loro
dimora principale a Sant’Agata, il che contribuì al
processo di urbanizzazione ed accentuò il divario
demografico con Militello. Sant’Agata divenne così
il coacervo di interessi di una borghesia medio-alta
e l’eterogeneità della composizione della popolazione era compensata dal crescente ruolo economico che garantiva un’unità di vedute e di intenti.
“Case nuove” vennero così realizzate nell’area
adibita un tempo a fiera, in prossimità del recinto
della costruenda Chiesa e della strada per Cavarretta, secondo una maglia ortogonale propria di un
paese che voleva mostrarsi moderno ed avanzato,
creando il primo vero e proprio quartiere da contrapporre all’insediamento urbano che si snodava
lungo la via dei Pioppi (ora via Roma) e che continuava lungo la via “Cavarretta” (in seguito deno-
minata Strada di Pezzia, Alessi, Principe di Scalea,
Regina Margherita ed oggi via Generale Liotta).
Solo questo repentino fermento economico può
spiegare la svolta del 1840, quando con il trasferimento delle funzioni amministrative, giudiziarie
e finanziarie venne istituzionalizzata la primazia
(di fatto già avvenuta) della frazione Sant’Agata
sul vecchio centro Militello. Essendo la prima cresciuta talmente da superare in numero la comunità
madre, occorreva un riscontro giuridico che ratificasse la nuova situazione, compito a cui assolse il decreto del 30 luglio 1839, con valore dal 1
gennaio 1840. Da questo momento il decurionato13
di Militello trasferì la sua sede a Sant’Agata (temporaneamente nella sacrestia della Chiesetta del
Castello), anche se il primo sindaco Biagio Cerrito
(che ricoprì il suo incarico dal 1840 al 1845) continuava a firmarsi ancora come sindaco di Militello,
ove invece a fare le veci di sindaco era un “eletto
particolare”.
A questo punto, secondo le consuetudini del
tempo, l’arciprete di Militello avrebbe dovuto trasferirsi nella nuova sede, in quanto l’autorità ecclesiastica non poteva non risiedere nel centro del
13 Ossia il corrispettivo del nostro consiglio comunale, con eletti secondo censo. Giusta la legge dell’8 dicembre 1816, il Regno
delle Due Sicilie, composto da “domini al di qua e al di là del
faro”, veniva diviso in 22 province (di cui sette in Sicilia, “al di
là del faro”), ogni provincia in distretti, ogni distretto in circondari (Militello fu sede circondariale, ossia sede del Tribunale,
dal 1819), ogni circondario in comuni. Ad essi corrispondeva
una eguale amministrazione: provinciale, distrettuale, comunale.
Ogni provincia aveva un Intendente, un Consiglio d’Intendenza
ed un Consiglio provinciale; ogni distretto aveva un sottintendente ed un Consiglio distrettuale; ogni comune, suddiviso in tre
classi giusta la rendita e la popolazione, aveva un decurionato,
un sindaco e due eletti. Tali funzionari erano scelti dalla lista
degli eleggibili: la loro nomina era riservata al Re per i comuni
di prima classe e per quelli di seconda classe sede di sottintendenza o di tribunale; per gli altri comuni erano nominati dagli
Intendenti su proposta dei decurionati. Il decurionato costituiva
la rappresentanza comunale: nei comuni di terza classe non era
in base al numero della popolazione, bensì fissato in numero di
dieci (a volte otto). Il decurionato era presieduto dal sindaco o, in
sua assenza, da uno degli eletti. Ordinariamente si riuniva la prima domenica di ogni mese. Il sindaco con il consiglio del decurionato e degli eletti aveva il compito di amministrare le rendite
ed era anche ufficiale di stato civile e, ove non risiedeva il giudice di circondario, aveva pure le mansioni di polizia giudiziaria.
Il primo dei due eletti era inoltre incaricato alla polizia urbana e
rurale. In seguito le cariche divennero eleggibili.
paese; data la sua riluttanza, il Comune chiedeva
almeno la nomina di un nuovo cappellano curato,
dopo la morte di don Pietro Pirrone e la breve parentesi di Don Giuseppe Campo.
Nel 1841, dietro supplica dei Gentiluomini e
dei Magistri di Sant’Agata, veniva proposto il nome
di don Antonio Guglielmotta del clero di Militello;
l’arciprete Sidoti, eletto pochi mesi prima, avvallava tale ipotesi, accordando ai santagatesi un cappellano “valido e probo” e, come da loro chiesto,
non santagatese, al fine di incrementare lo sparuto
numero di clero ivi presente. Ma il diritto di nomina del cappellano della chiesa del castello spettava
ancora al principe di Trabia e quindi solo nel 1843,
dietro ulteriori pressioni del sindaco di Militello,
Biagio Cerrito, residente oramai a Sant’Agata,
don Antonio Guglielmotta poteva diventare primo
cappellano della Chiesa, con l’obbligo dell’amministrazione dei sacramenti e di un’unica messa da
celebrare secondo l’intenzione del principe. Il neocappellano attestava al Vescovo in una lettera del
28 dicembre 1846 che
in questa chiesa si fa in ogni sera la santa benedizione, si espone il Divinissimo in ogni primo
lunedì del mese in suffragio delle anime sante del
Purgatorio, tenendo adornato l’altare con diciotto
lumi oltre ad una con sede perenne.
Fo’ noto infine, che in questa chiesa si solennizzano varie feste, cioè all’ultimo venerdì di Marzo la
festa del SS. Crocifisso, nella Settimana delle palme il Quarantore, nella prima domenica d’Agosto
la festa del patriarca S. Giuseppe, e nell’ultima
Domenica di Settembre quella di Maria SS. Addolorata.
In tal modo, oltre la popolazione, anche il numero del clero cresceva, ma risultava sempre insufficiente sia in rapporto alla comunità presente
sia soprattutto in rapporto alla comunità futura che
si ambiva edificare.
Nel 1847 i sacerdoti del clero di Sant’Agata
Don Antonio Guglielmotta, don Giuseppe Vicari, don Vincenzo Vicari, don Carmelo Faraci, lamentando la trascuratezza nella continuazione dei
47
lavori della costruenda chiesa nuova, riportavano
anche gli esiti di un atto decurionale del luglio di
quell’anno col il quale, prendendo atto che l’arciprete di Militello non voleva trasferirsi nella nuova
sede del centro del paese, si chiedeva al Vescovo
lo smembramento della parrocchia in due, con la
nomina di un parroco per la Marina.14
Sempre nel 1847 i due comuni sono di fatto
(ma non di diritto) oramai autonomi ed il sindaco
Salvatore Zito si firmava sindaco di Sant’Agata e
non più di Militello.
In questo graduale processo di emancipazione
della marina sull’entroterra, Militello era così diventato, suo malgrado, oggetto di una locale “rivoluzione copernicana” che lo trasformava da centro
del Comune in mera frazione di Sant’Agata.
Il sindaco Zito lamentava al Vescovo la presenza
nella sua comunità di solo quattro sacerdoti, che
“in una piccola chiesa con una popolazione oltre i forestieri di quattromila anime non sono da
tanto e sostenere e soddisfare i bisogni religiosi e
sarebbe mestiere averne degli altri, onde mandar
via tale disconvenienza”15
e continuava a chiedere l’istituzione di una
nuova parrocchia.
L’emancipazione, prima, e l’autonomia amministrativa dopo, non comporteranno però automaticamente la separazione ecclesiastica e tale situazione di stallo proseguirà per ancora un ventennio:
dal luglio del 1850 a reggere la cura pastorale sarà
sempre un luogotenente spirituale dell’arciprete di
Militello, don Vincenzo Faraci, legato da rapporto
di parentela all’arciprete Sidoti.
I rapporti tra le due comunità di Militello e di
Sant’Agata diventavano così sempre più tesi: da un
lato la comunità madre rivendicava i fasti passati
e mal soffriva il crescente prestigio della borgata,
14 I sacerdoti avallavano tale ipotesi ricordando la “divisione
di fatto” per real decreto avvenuta tra i due comuni, la distanza di
cinque miglia l’uno dall’altro e, elemento questo di maggior peso,
il riferimento canonico ai dettami del Concilio di Trento circa
l’incompatibilità di due benefici curati riuniti in una medesima
persona. Vedi Corrispondenza del 1847, in ASD.
15 Corrispondenza del 22 Aprile 1847, in ASD.
48
dall’altro Sant’Agata, divenuta sede di tutti gli uffici
municipali tendeva, quasi in un processo di ritorsione, a far vivere a Militello la marginalizzazione
che pochi decenni prima aveva dovuto essa stessa
subire. Di fronte alle rivendicazioni di Militello
affinchè gli venissero restituite l’antica denominazione e le funzioni spostate a Sant’Agata nel 1830,
Sant’Agata nel 1844 rispondeva con un progetto di
divisione, redatto dal Sottintendente Panebianco
ma non portato a termine, che confinava Militello
nell’entroterra e lo destinava ad un fatale decadimento; così lamentavano i Militellesi:
Figuratevi schiena di monte in faccia al mare, la
quale sia divisa da un torrente che perpendicolare
scenda alla marina; a sinistra è il feudo comunale
di Militello detto Comunello, a destra l’altro feudo
pure dello stesso comune, chiamato Scavallarazzo
– Sul monte a sinistra, e perciò sulla superficie del
feudo Comunello, alzasi il paese di Militello; sulla
spiaggia a destra, e perciò sulla bassa estremità del
feudo Scavallarazzo, è Sant’Agata – L’un punto abitato e l’altro distano tra loro cinque buone miglia.
A misura poi che la giogaia del monte declina e le
sue falde si appianano, havvi un pezzo di territorio
che può dirsi un presepe tempestato ai casini: essi
alzansi sopra luoghi marittimi e di delizia scelti a
bella posta dai proprietari Militellesi per ivi in certe stagioni dell’anno traervi più comoda ed agiata
la vita. Recatosi il gran Sottindentente Panebianco
su quella topografia, dà mano all’opera e, notomista
valente, recide di un colpo di biffa la parte bassa
di ambo i feudi, che unitamente ai deliziosi casini
assegna tutta a Sant’Agata – La doppia parte della
montagna la concede a Militello. E così nella divisione tentano i Santagatesi di portare a fine il gran
colpo di stato quello cioè di confinare tra i boschi
Militello, Comune che fino a ieri possedea deliziosissima una marina e, tanto estesa, quanto possono essere estesi due feudi di sua proprietà che dai
monti al mare discendono. Gridarono con piena
gola avverso questo infame progetto di divisione i
Militellesi, e il Governo infamissimo di allora, che
le voci dell’oppresso mai non udiva, questa volta
l’intese, e, dietro parere della consulta nel 22 settembre 1847 rifiutò la sua approvazione al progetto
divisorio di Panebianco.16
16 Per Militello Valdemone contro le usurpazioni che gli tenta di
ordire Sant’Agata, Palermo 1848, pgg. 9-10.
Il 1848, anno emblematico di rivoluzioni in tutta Europa e nello stesso Regno di Napoli, fu invece
segnato a Sant’Agata soprattutto da controversie
tra le due comunità. La tensione raggiunse il suo
apice durante la festa del comune patrono San Biagio: il 20 agosto 1848 il magistrato municipale di
Sant’Agata informava il Vescovo che gli accresciuti
contrasti tra le due comunità non consentivano la
partecipazione dei santagatesi alla festa del patrono che si svolgeva a Militello senza il pericolo di
risse e disordini; per tal motivo chiedeva, senza
esito, che venissero consentiti tali festeggiamenti
anche a Sant’Agata.17
Militello, inoltre, vantando una secolare e rinomata tradizione in ambito forense, tentò anche
la strada giuridica per far valere i propri diritti.
Mediante un’interpellanza parlamentare del 1848
a firma dei notabili della città, tentò di sfruttare la
particolare situazione storica in corso: il 25 marzo, a seguito dei moti, si era insediato un governo
rivoluzionario che aveva dichiarato indipendente
17 Vedi Corrispondenza del 20 Agosto 1848, in ASD.
l’isola e decaduta la dinastia borbonica e Ferdinando II.18
Ma anche Sant’Agata non fu da meno: conformemente alle libertà conquistate, la legge del 26
maggio 1848 stabiliva in tutto il Regno l’organizzazione in municipi ed istituiva nelle forme di
elezioni i consigli civici ed i magistrati municipali ed i Santagatesi ne approfittarono per ribadire
come Militello fosse solo una sezione del Comune
di Sant’Agata. Elessero quindi immediatamente a
Sant’Agata un Consiglio civico ed un magistrato
municipale. I Militellesi contrariati convocarono a
Militello nuove elezioni per il 10 ed il 12 giugno,
disertate dai santagatesi. Forti della presenza del
Parroco, dell’anziano del comitato e di un Notaio, i
Militellesi riuniti in Chiesa Madre con 116 schede
elessero quaranta di loro come consiglieri civici.
Altra disputa riguardò le pretese di divisione
territoriale. Il 10 dicembre 1842 era stato dato
riscontro anche nelle nostre zone all’esecuzione
18 Il sovrano era denominato popolarmente “Re Bomba”, per la
propensione a sedare nel sangue le insurrezioni liberali.
Sant’Agata: veduta aerea da settentrione
49
delle leggi abolitive della feudalità,19 giungendo
ad una conciliazione per la promiscuità dei beni
tra il principe di Trabia ed il Comune di MilitelloSant’Agata, approvata con Sovrano Rescritto del
29 aprile 1843. Nel 1848 i Militellesi obiettavano
che le rendite prodotte dallo scioglimento dei diritti promiscui appartenevano ad entrambe le comunità, non avendo alcun fondamento giuridico la
pretesa santagatese di doverli dividere in ragione
della popolazione:
Per la pertinenza è a sapersi: che il valore ottenuto colla liquidazione dei diritti promiscui o per
dir meglio i feudi comunali (Comunello, Scavallarazzo e Pileci) non furono a Militello e a Sant’Agata concessi perché gli abitanti del Comune e della
Borgata aveano per più di trent’anni raccolto sulle
proprietà baronali erbe o lumache, nel qual caso
i santagatesi avrebbero conferito nell’atto di liquidazione un diritto proprio che ne avesse cresciuto
il quantitativo dei fondi assegnabili; poiché allora
tali diritti avrebbersi dovuto strasattare in ragione
diretta della popolazione esercente le servitù; ma
i diritti per cui si ebber quei feudi furono diritti
antichissimi di condominio. Così, per esempio: se
le terre si seminavano apparteneva al Barone il
terraggio; restando incolte, l’era dei singoli – degli alberi boschivi apparteneva al Duca il frutto,
ma erano essi dei Militellesi in quanto a legno per
carbone ed altri usi -. Tali diritti si liquidavano in
ragione del valore dei fondi sui quali erano esercitati, non mai in ragione dei singoli che venivano ad
esercitare. Tali diritti erano antichissimi, e quasi
nati coll’investitura dei feudi, non potevano esser
valori acquistati dai santagatesi nei quarant’anni
corsi dalla lor fondazione alla emanata legge sulla
promiscuità.20
19 Sino alla privatizzazione della terra, con l’emanazione delle
leggi eversive sulla feudalità e la divisione dei demani, in Sicilia vigeva un regime strettamente feudale, con terre possedute o
dalla chiesa o dai comuni, raramente da privati cittadini (“terre
de’ particolari”): a questi veniva data solo l’enfiteusi, concedendo
ad uno “la ghianda”, ad un altro il “diritto di legnare”, a chi il
“terratico”, a chi “l’erbatico”, per cui i fondi erano posseduti,
secondo i diversi prodotti, da molti proprietari e di fatto da nessuno. Tale sistema iniziò ad essere smantellato con la Prammatica
XXIV emanata il 23 febbraio 1792, ma soprattutto con la legge
promulgata da Giuseppe Napoleone il 2 agosto 1806 ed ora con
la legge ferdinandea.
20 Per Militello Valdemone, op. cit., pgg. 28-29.
50
Oltre al modo di dividere i beni comunali “per
capi” (“in capita”, ossia per abitanti) e non “per
censo” (“in stirpes”, e cioè in ragione della proprietà), veniva inoltre contestato il rapporto effettivo di
popolazione tra le due comunità:
I feudi di cui è parola si ottennero per la legge
del quarantuno e colle basi in essa stabilite. Il diritto dunque alla ripartizione si ebbe in quell’anno,
e perciò secondo lo stato di censimento e le relazioni comunali degli assegnatori in quel tempo. Ma
nel 1841 altro documento statistico non regolava le
cifre delle due corporazioni che quello del 1819,
in cui di duemila e cento anime si componea Militello, e di sole seicento Sant’Agata, dunque, stando
pure alla inetta divisione per capi, toccherebbe ai
Militellesi più rendita assai di quel che credono e
sperano i nostri avversari, i quali tengonsi forti alla
cifra magicamente uscita dal taccuino di Panebianco, simile a palla che esca dal vuoto sacco di un
giocoliere. Costui, diviso prima a sua posta il territorio, calcolò poscia come appartenenti a Sant’Agata i numerosi abitanti delle deliziose campagne di
Militello, e quindi opinò che due terzi di proprietà
dovesse darsi al sobborgo ed un terzo al Comune;
divisione che fece ridere ad Liguoro medesimo (e
quando dicesi de Liguoro è quanto basta per ricordare la violenza e l’ingiustizia personificata). Eppure: colui formalizzatosi dal calcolare di Panebianco,
rapportò di doversi quei fondi comunali dividere in
tre quinte per Sant’Agata e due per Militello; ma
questa non lasciava di essere divisione proposta da
un De Liguoro, né lascia di contenere l’apertissima
ingiuria che, a scapito dei veri ed antichi padroni,
diasi proprietà a gente collettizia e di fresco venuta
in Sant’Agata, la quale è certamente in numero più
esorbitante de’ primi fondatori Militellesi.21
L’abilità dialettica dei Militellesi conduceva
nel ragionamento ad una suddivisione delle terre
nettamente a favore del centro montano, risalendo
al lontano censimento del 1819. Lo svolgersi della storia seguente fu però avverso ai Militellesi: il
Parlamento cui si erano rivolti ed il governo rivoluzionario ebbero infatti durata breve, dato che col
decreto di Gaeta del 28 febbraio 1849, Ferdinando
II di Borbone riprendeva possesso della Sicilia per
poi sciogliere il Parlamento.
21 Per Militello Valdemone, op. cit., pg. 30.
51
Ritornato sul trono, Ferdinando rilanciava l’antico progetto della realizzazione della strada rotabile Palermo-Messina per le Marine: il 5 aprile 1852
veniva anche proposto un nuovo progetto stradale
lungo miglia 38 (con l’ipotesi di un lungo tunnel)
da Sant’Agata sino a Bronte, ma soprattutto veniva
approvato il nuovo piano stradale da Gioiosa verso
Tusa; l’appalto di quest’ultima tratta veniva affidato all’imprenditore napoletano D. Filippo Vita.
Negli anni 1856-1857 si lavorava ai tratti per Capo
d’Orlando, da Pietra di Roma a Sant’Agata e da
Santo Stefano a Finale.22
Nel frattempo, la popolazione di Sant’Agata
continuava ad aumentare: altro flusso immigratorio,
dopo quello conseguente al citato avvio di rapporti
economici con la ditta Guerra del 1836, aveva avuto inizio a seguito del tragico evento dell’alluvione
del 1851 che aveva parzialmente distrutto l’abitato
di Longi: il 28 giugno del 1854 il decurionato di
22 Cfr. Cucinotta S., Sicilia e Siciliani dalle riforme borboniche al rivolgimento piemontese, Ed. Siciliane, Messina 1996,
pag. 327.
Sant’Agata: veduta aerea del centro urbano
52
Sant’Agata offrì la possibilità agli sfollati di trasferirsi nel feudo della Marina.23
Si giunse quindi all’autonomia: si badi bene,
però, non di Sant’Agata da Militello (come spesso
si dice) ma di Militello da Sant’Agata. Il crescente
malessere condusse i naturali di Militello a richiedere la separazione, che fu sancita a partire dal
1 gennaio 1857, con un rapporto di popolazione
di 4.000 unità per Sant’Agata contro i 1.700 per
Militello ed una divisione di territorio nettamente vantaggiosa per Sant’Agata (tre quinti contro
due quinti); la divisione dei debiti e crediti fu
fatta dal Barone don Gioacchino Galvagni Pisani
ed i due comuni presero il nome rispettivamente
di Sant’Agata di Militello e Militello Rosmarino,
“dalle piante che germogliano sul greto del torrente
che sarebbe l’antico Ghida”24.
23 Riguardo alla data del tragico evento, a parziale correzione
di quella erronea del manoscritto di Zappalà che la individua
nel 1854, si confronti: Lazzara F., San Leone protettore di Longi,
Messina 1994, pgg. 69-71.
24 Zappalà G., Sviluppo demografico…, op. cit., pg 7.
Dopo l’autonomia, una città
da costruire: Sant’Agata nella
seconda metà dell’Ottocento
A
vvenuta la separazione, il Comune di
Sant’Agata non poteva più vantare il riferimento ad una storia secolare e l’ostentazione di
importanti opere d’arte: si iniziò a dotare, pertanto,
di referenze urbanistiche, architettoniche ed artistiche che gli consentissero di essere annoverato
tra i Comuni più moderni ed avanzati dell’isola.
Il legame con Palermo per la presenza del principe di Trabia dovette favorire i contatti con la più
dotata bottega di scultori dell’epoca, quella dei Bagnasco: in quegli anni fu commissionato a Salvatore, il più valente della famiglia nell’arte scultorea,
il gruppo statuario di San Giuseppe col Bambino (i
cui argenti sono datati 1859) con l’intento di collocarlo nella Chiesa nuova a lui dedicata, una volta
completata. Il simulacro veniva posizionato in maniera “provvisoria” nella Chiesetta del Castello.
In ambito pittorico si allacciarono rapporti con
l’ambiente artistico del Patanìa: ad un suo allievo,
Antonio D’Antonj (1811-1868), venne commissionata la pala di San Biagio del 1862, collocata nella
Chiesetta del Castello, mentre ad un altro, Francesco Nachera di Patti (1813-1881), la pala della
Madonna del Carmelo del 1863, collocata nella
novella Chiesa Madre; nell’arco di pochi anni la
Chiesa locale si dotava così di tre opere raffiguranti e celebranti l’antico patrono, il nuovo e la titolare della nuova parrocchia.
L’opera architettonica pubblica di maggior
spessore ultimata in questo periodo fu ovviamente
la stessa Chiesa Madre, sin dall’inizio dedicata a
San Giuseppe: se nel 1861 la Chiesa era ancora
in costruzione, secondo il progetto dell’ingegnere
messinese Leone Savoja (1814-1885) e la realizzazione delle rifiniture interne nei pilastri e negli
ornati dello stuccatore Beccalli, nel 1867 la struttura era oramai conclusa, tanto che si poteva celebrare messa agli altari laterali in attesa della con-
clusione dei lavori per la risistemazione dell’altare
principale. Gli altari seicenteschi delle cappelle
laterali (ci attesta sempre Mons. Zappalà25) erano
precedenti alla realizzazione della chiesa in quanto donati dal barone Anca, “cittadino benemerito”,
dopo essere stati prelevati a Palermo da una chiesa
in demolizione; l’altare principale, invece, era stato
donato da don Placido Lanza, conte di Sommatino.
Urbanisticamente, infine, l’ultimazione della
Chiesa Madre dettò di fatto le regole per la realizzazione di isolati secondo maglie ortogonali sino
a giungere ad est alla via Pioppi-Cavarretta e con
la realizzazione a Nord della via San Giuseppe.
L’attraversamento della Strada Statale qualche
decennio prima aveva inoltre condizionato il tessuto urbanistico, rendendo l’incrocio con via San
Giuseppe il nodo principale del centro e l’asse
prospettico verso la facciata monumentale della
costruenda Chiesa.
Nel 1884 il Comune provvedeva alla sistemazione e pavimentazione dell’antica via Alessi, affidandone la progettazione esecutiva all’ing. Emanuele Rumore.
Il tessuto urbano, inoltre, si modificava totalmente allorché le famiglie benestanti di Sant’Agata, iniziarono a gareggiare nel costruire sfarzosi
palazzi dalle ricercate forme neoclassiche nei
prospetti per poi arricchirli con rifiniture interne
secondo la moda liberty imperante nel novecento:
lungo le principali arterie del paese e vicino ad
abitazioni seriali di minor elevazione, si imponevano così i palazzi Faraci in via Marina (ora Roma)
ed in via Medici, i palazzi Zito in via San Giuseppe
angolo via Medici ed in piazza duomo, Cancemi,
D’Amico e Cardinale, Ciuppa in via Medici, Gentile e Cupitò, Rizzo in largo Garibaldi, Gullotti in
via Medici e Bordonaro. In contrada Giancola, un
tempo denominata ficara a mare, la famiglia Ciuppa commissionerà all’ingegnere Emanuele Rumore la costruzione di un villino secondo i canoni
neoromantici, mentre la progettazione della tomba
di famiglia era stata affidata all’illustre architetto
25 Zappalà G., Assistenza religiosa…, op. cit., pg 3.
53
Ernesto Basile. Artefice della realizzazione o rimodulazione dei prospetti di importanti palazzi fu
soprattutto l’ingegnere Francesco Fontana (18451933) che, dopo aver sposato Anna Zito, si era trasferito a Sant’Agata.
Tra il 1885 ed il 1895 il passaggio della linea
ferrata, coll’attraversamento del centro abitato,
comportò la demolizione di diversi edifici di pertinenza del castello, di fortificazioni e di un mulino
idraulico di proprietà del principe di Trabia. Una
richiesta di modifica al progetto originario venne
avanzata dal Consiglio comunale il 18 novembre
1885, con esiti negativi, per cui nel 1895 il tratto
ferroviario venne inaugurato e, con esso, anche la
stazione che risultava essere il più importante scalo ferroviario tra Messina e Palermo.
Infine, la città iniziò ad espandersi rapidamente
verso oriente, superando la barriera orografica data
dal torrente Guarnera e rinvenendo nell’ampia via
Campidoglio un altro asse viario di ingresso dal
mare che, ben presto, oscurò quello sino ad allora
primario dato dalla via Roma. Anche in tale via
vennero costruiti edifici di una certa importanza e
mole, quali quelli di Bianco e di Liotta.
Sul versante ecclesiastico, le leggi eversive dello stato unitario (in particolare la legge del 7 luglio
1866 che statuiva la soppressione delle corporazioni religiose ed il conseguente incameramento
dei beni) non ebbero particolari risvolti negativi
per la chiesa di Sant’Agata a causa dell’assenza
di religiosi; paradossalmente, anzi, essendo una
chiesa nascente ne trasse beneficio: il 17 dicembre del 1867 veniva dotata di suppellettili provenienti dalla chiesa San Francesco di Militello, per
disposizione del Governo nazionale che ne aveva
incamerato i beni immobili.
Ma è soprattutto in termini di clero che essa
ebbe i maggiori vantaggi: i frati e monaci sclaustrati, per evitare l’arresto o la riduzione allo
stato laicale, dovettero infatti optare per la secolarizzazione ed entrarono nella comunìa dei preti
diocesani. Ai sacerdoti diocesani Vincenzo Faraci,
Vincenzo Vicari (che copriva anche l’incarico di
consigliere comunale, in aperta violazione al non
54
éxpedit di Pio IX), Giuseppe Vicari e Salvatore
Collura si aggiunsero gli ex cappuccini Vincenzo
Sancetta, Luigi Regalbuto, Biagio Gumina. L’anno
dopo ne incrementarono il numero anche i novelli
sacerdoti santagatesi provenienti dal Seminario di
Patti: Pasquale Serra, Ignazio Mangione, Carmelo
Sancetta e Nunzio Fichera.
Il 1867 fu un anno particolarmente difficile per
tutta la zona, colpita prima da carestia e poi da
colera (l’evento si ripeterà nuovamente vent’anni dopo). Questo fu anche l’anno in cui all’autonomia civile si aggiungeva quella ecclesiastica:
Sant’Agata era oramai comune autonomo ed aveva
di fatto un clero autonomo da Militello. Per rispetto dell’arciprete Sidoti, l’ordinario ecclesiastico
aveva deciso di non intervenire giuridicamente
con la separazione delle parrocchie; dopo la sua
morte era però giunto il tempo di risolvere il problema della giurisdizione ecclesiastica del nuovo
comune e si decise lo smembramento della Chiesa
di Sant’Agata da quella del vecchio centro.
Vincenzo Faraci, già dal 1851 luogotenente
dell’arc. Sidoti per la Chiesa di Sant’Agata e paladino dell’autonomia ecclesiastica, ne diventava
economo spirituale. A novembre l’editto di smembramento veniva affisso alla porta della Chiesa
nuova, tra il tripudio del popolo santagatese in festa; veniva concessa la celebrazione nella chiesa
nuova della messa festiva, mentre quella mattutina giornaliera doveva perdurare nella Chiesetta
del Castello. In essa il primo cappellano Antonio
Guglielmotta, morto nel 1868, veniva sostituito dal
Sac. Carmelo Faraci, coadiuvato dal sac. Francesco Sacco.
Il 19 marzo 1868 il simulacro del Patriarca San
Giuseppe usciva solennemente dalla Chiesetta del
Castello per essere condotto in processione e custodito nel suo nuovo altare della Chiesa Madre;
un anno dopo nascerà la sua confraternita, composta dai Maestri del paese, cui si aggiungerà, l’anno
dopo ancora, quella del Santissimo Sacramento ad
opera dei braccianti agricoli.
Realizzata la Chiesa nuova ed istituita la parrocchia, col titolo di “San Giuseppe e Maria Ss. del
Carmelo”, rimaneva solo di risolvere la questione
della nomina del novello arciprete.
Il caparbio oppositore dello stato unitario,
mons. Celesia, vescovo di Patti, l’anno precedente
aveva scritto una Protesta al Ministro Guardasigilli contro il decreto del 12/07/1864 che proibiva la
nomina di economi, curati o vicari spirituali senza
il placet regio; ma tal protesta, mera protesta si limitava ad essere e tale consuetudine rimase anche
con il nuovo governo.
In particolare a Sant’Agata a far difficoltà nel
1868 non doveva essere il nome di Faraci, concordemente scelto tra autorità civile ed ecclesiastica ed apprezzato da tutti per la strenue difesa
dell’autonomia ecclesiale e civile del nuovo centro. Il ritardo era dovuto al fatto che il sindaco di
Sant’Agata, Ferdinando Pirrone (in carica dal 1866
al 1869) si opponeva alla determina della congrua
così come alla scelta del quaresimalista.26 Alla fine
il sindaco dovette cedere ed il 29 maggio del 1869
l’economo spirituale Vincenzo Faraci prendeva
possesso della chiesa di Sant’Agata, in qualità di
novello arciprete.
L’uno agosto, prima domenica del mese, come
era consuetudine di allora, egli poteva celebrare
nella nuova chiesa i solenni festeggiamenti in onore del titolare San Giuseppe. Fra le prime realizzazioni del suo ministero, con contratto datato 18
marzo 1870, egli dotava la chiesa di un organo a
canne della ditta di Pietro La Grassa.
Mentre Sant’Agata si attrezzava di un luogo
capace di contenere le assemblee a carattere religioso e di istituzioni sociali partecipative, quali
le confraternite, la separazione in atto nel nuovo
Stato, tra comunità civile e religiosa, condusse
all’ideazione di un contraltare laico per espletare
le funzioni di ritrovo dei notabili appassionati di
politica ed interessati alla vita cittadina: il “Casino
di Compagnia”27 nato nel 1860, e denominato nel
26 A tal compito il sindaco era solito ottemperare e vi provvederà sino all’ottobre del 1870, allorchè il Consiglio comunale
deciderà di togliere tale voce dal bilancio.
27 Dall’atto di deposito dello Statuto del Circolo Dante Alighieri del Notaio A. Buono in data 27 Giugno 1993, risulterebbe,
1868 “Circolo dei Nobili” sino a divenire nel 1910
“Circolo Dante Alighieri”. Esso sin dall’inizio era
riservato a galantuomini e civili, così come i tanti
“casini di Compagnia” che erano sorti praticamente ovunque. Quello di Sant’Agata però non dovette
soffrire più di tanto le traversie politiche dell’ondata rivoluzionaria concomitante al passaggio di
Garibaldi e posta in atto dalle masse contadine
contro i “cappeddi”, così come era avvenuta il 13
maggio 1860 a Mistretta, dove il Casino dei Nobili era stato devastato, ed in maniera ancora più
eclatante nella vicina Alcara li Fusi con l’eccidio
di 11 notabili il 17 maggio dello stesso anno28. Lo
stato di diffusa opulenza della neonata comunità
di Sant’Agata avrà certo influito nello smorzare le
tensioni sociali e a limitare le rivendicazioni dei
ceti meno abbienti.
Quando nel 1882 l’arciprete Faraci venne
privato dell’ufficio di parroco dal Vescovo Mons.
Maragioglio, al suo posto fu nominato economo il
sac. Carmelo Sancetta. Ben presto, però, a causa
di contrasti locali, questi venne rimosso ed eletto
canonico della Cattedrale di Patti. Il 5 settembre
1883, rinunciato a tal beneficio, venne nominato
arciprete di Sant’Agata, comunità che già contava quasi seimila anime. Dopo le prime difficoltà
riscontrate, determinate soprattutto da questioni
politiche e l’avversione di alcuni membri del clero
locale, legati al precedente parroco, Sancetta riuscì a farsi amare dalla comunità santagatese, la
quale ancor oggi ne trasmette l’esemplare ricordo
per la probità di vita e l’eloquenza nella predicazione. D’altronde, già il suo predecessore nel 1871
aveva profetizzato che egli avrebbe raccolto “frutti
ubertosi per la sua intelligenza e per l’ottimo ed
esemplare metodo di vita, se non perfetto, assai
desiderabile nei sacerdoti”29 ed i parroci delle
maggiori cattedrali e chiese d’Italia ne avevano attestato le capacità oratorie dimostrate nei “pergami” dai quali continuò a predicare per moltissimi
forse per un refuso, la denominazione di “Casino di Campagna”.
28 Cfr. Cucinotta S., Sicilia e..., op. cit., pag. 105.
29 In ASD, Corrispondenza, 13 marzo 1871.
55
anni. Mons. Sancetta resse la parrocchia sino alla
sua morte, avvenuta il 24 settembre 1916; arricchì la chiesa madre di numerose opere: nel 1887
commissionò a Rosario Bagnasco il simulacro della Vergine Ss.ma Immacolata, il 20 luglio 1897 a
Firenze la pala della Madonna di Pompei, opera di
P. Rossi, nel 1899 al pittore cappuccino P. Antonio
Balsamo da Motta Sant’Anastasia (1858-1923) vissuto nel convento di Sant’Antonio a Patti, la pala di
Santa Lucia e la madre che invocano Sant’Agata,
nel 1906 a G. Barchitta di Scordia il dipinto della
Pietà. Sempre sotto il governo pastorale di Sancetta
tra il 1894 ed il 1902 venne realizzata la maestosa ed originale torre campanaria (bocciata l’idea
dell’esecuzione di due campanili) su progetto e
direzione dei lavori dell’architetto romano Odoardo Pennazzi, che si era trasferito a Sant’Agata con
la sua famiglia; questi venne pure incaricato della
realizzazione della torre dell’orologio del castello
negli anni 1911-1913, mentre non venne mai realizzato un suo progetto per la facciata della Chiesa.
In quegli anni, e cioè tra il 1888 ed il 1892 la
città inoltre si dotò di un impianto di pubblica illuminazione e dell’acquedotto comunale.
Interno della Chiesa Madre
56
Troppo piccola per esser
capoluogo di provincia:
Sant’Agata nei primi anni
del Novecento
I
l nuovo secolo iniziava con un’immane prova
che colpiva la comunità santagatese. Il comune
nel 1910 contava 7.644 abitanti, di cui 5.634 nel
centro cittadino, mentre i rimanenti vivevano sparsi per le campagne e nelle varie borgate, alcune
anche di grandi dimensioni. Il territorio santagatese era circondato dall’acqua: a nord il mar Tirreno
con l’anfiteatro naturale dato dalle isole Eolie, ad
est ed ad ovest l’allora rigogliosi fiumi (ora torrenti) Rosmarino e Inganno, a sud il laghetto di Spartà (oramai di sparute dimensioni) insieme ad altri
laghetti minori, situati in una grande conca alle
falde del monte Furci, sotto le rocce di Priola. In
contrada Terreforti, a duecento metri di distanza
da Torrecandele, vi era inoltre un grande stagno,
con folta vegetazione di canne e di giunchi. Oltre
i due fiumi posti a confine del territorio comunale,
diversi torrenti scorrevano all’interno del centro
abitato, tra cui il torrente Posta, il torrente Guarnera ed il torrente Cannamelata.
Le acque dei fiumi venivano derivate per l’innaffiamento degli agrumi, coltura predominante,
mediante tutta una serie di canali che rendeva
Sant’Agata una “città sull’acqua”30. Le caratteristiche orografiche ed idrografiche, che costituivano la fortuna del paese, divennero però ben presto
motivo di allarme e di disgrazia; era oramai lontano il ricordo delle morti per colera della seconda
metà dell’ottocento allorché, nell’anno 1907 apparve lo spettro di una calamità ancor più micidiale: la malaria, il cui vettore di diffusione erano
le zanzare malariche che deponevano le loro uova
nelle acque stagnanti.
La cultura irrigua degli agrumi favoriva il dif-
30 Solo negli anni trenta e quaranta, a seguito del rifacimento
della preesistente rete viaria, tali canali furono in parte ricoperti.
57
fondersi della malattia e la moltiplicazione degli
anofeli, allorché le vasche, nei momenti di inattività, non venivano adeguatamente svuotate e ripulite. Il fenomeno dovette raggiungere una grande
portata se nel 1907 furono segnalati ben 97 casi di
malattia, permanendo tale situazione anche negli
anni successivi.
Meritoria fu l’opera di ricerca e di profilassi del
dott. Giuseppe Liotta che negli anni 1908-1910 insediò a Torrecandele un ambulatorio per incarico
del prof. Gabbi, accertando la diagnosi delle febbri
malariche e distribuendo gratuitamente il chinino
di stato31; se nessuna zona del territorio comunale
si poteva considerare immune dalla possibilità di
inoculamento della malattia, Torrecandele, a causa
della presenza dello stagno di Terreforti, risultava
la zona più colpita, tanto da poter far dire al medico che “tutti, indistintamente, hanno la malaria
in atto, o l’hanno avuta, e che tutti coloro che vi
arrivano, pagano il loro tributo alla malattia”. Le
ondate malariche si reiterarono comunque diverse
volte ancora negli anni successivi.
Alle calamità naturali si aggiunse il dramma
delle conseguenze della “grande guerra” che accentuò ulteriormente le condizioni di povertà ed
abbandono di un meridione sempre più arretrato
e lasciato a se stesso. Alla crisi economica determinata dall’esplosione del prezzo del grano si aggiunse quella sociale che sfociò in numerose manifestazioni popolari con l’occupazione delle terre
ad opera di contadini reduci dal conflitto.
Nel “biennio rosso” (1919-1920) anche a
Sant’Agata si verificò tale fenomeno che riguardò i
feudi di Rigamo e di Pileci. A seguito di queste rivendicazioni nacque, al pari di diversi centri della
Sicilia, una cooperativa agricola denominata “La
Terra”, che però seppe sfruttare solo parzialmente
i ben 150 ettari di terreno avuti in enfiteusi dal
Comune.32
31 Della meritoria opera del dott. Giuseppe Liotta ci è pervenuto un interessante studio da lui operato e pubblicato: vedi Liotta
G., La malaria in S. Agata di Militello (Limiti, cause, mezzi per
combatterla), Palermo 1915.
32 Cfr. Giallombardo L., Storia politica ed amministrativa di
58
Altro annoso problema in quegli anni era quello dell’analfabetismo: sotto l’aspetto scolastico, se
dal 1852 a Sant’Agata vi era una scuola primaria
ed una secondaria con un precettore eletto dal Real
governo33, nella prima metà del secolo il risveglio
culturale fu sostenuto soprattutto dall’arrivo delle
Figlie di Maria Ausiliatrice il 9 gennaio 1915 e,
vent’anni dopo, da quello dei Padri Salesiani il 24
novembre del 1935 (che vi rimasero sino al 1977).
Grazie all’opera meritoria delle sorelle Caterina
e Giulia Zito, che chiamarono in loco i religiosi
e dotarono entrambe le opere di beni immobili e
benefici, la gioventù maschile e femminile trovò
gli spazi fisici e l’accompagnamento spirituale
per la propria formazione scolastica, ricreativa e
culturale. Nel giugno del 1932 venne iniziata la
costruzione dell’istituto Sacro Cuore, conclusa nel
1935, anno in cui venne inaugurato il nuovo edificio e per la prima volta celebrata la festa di San
Giovanni Bosco. Gli istituti delle Figlie di Maria
Ausiliatrice e dei Salesiani accoglievano entrambi
i locali delle scuole medie, oltre che diverse sale,
una cappella ed un teatro; la scuola dei Salesiani,
riservata ai soli ragazzi, era anche collegata ad una
sezione del ginnasio. Come si evince da una donazione elargita un decennio dopo, nel 1947, la sig.
Caterina Zito “mossa da vivi sentimenti di bontà
verso la gioventù e specialmente per quella più bisognosa, e per dare a questa l’assistenza nella più
lata forma non solo religiosa e morale, ma anche
intellettuale e materiale” fondava l’istituto ecclesiastico “Sacro Cuore”.34
Altri istituti paritari furono il Magistrale fondato dal prof. Benedetto Virzì nel 1930 ed il Liceo
classico gestito da padre Fortunato Messina. Il Liceo Scientifico, anch’esso voluto dal preside Virzì
Sant’Agata Militello, in Sant’Agata Militello centocinquanta anni
di Autonomia Amministrativa, 2007. Cfr. anche: Bottari S., Problemi e aspetti di storia dei Nebrodi, Messina 1999, pg. 243.
33 Ovviamente, secondo la consuetudine dell’epoca l’istruzione
scolastica pur se gestita dallo Stato, era affidata a sacerdoti; nel
caso specifico: Don Vincenzo Faraci per l’istruzione primaria e
Don Carmelo Faraci per quella secondaria. Vedi Corrispondenza
del 3 marzo 1852, in ASD.
34 Atto notarile del 5 luglio 1947, Notaio Giuseppe Manzo.
(insieme ad altre scuole in tanti centri dell’isola),
sarebbe sorto solo nel 1963 e presto sostituito in
quello stesso anno da una sezione statale del Seguenza di Messina.
Nel 1925 il prof. Domenico Di Paola, chirurgo
santagatese, realizzò in via Campidoglio nei pressi
del passaggio a livello la Clinica Salus. Nel 1929
ad opera dei fratelli Zuccarello nacque la Tipografia Progresso. Nel 1931 Ninì Aliberti in via Cosenz nei pressi della stazione ferroviaria realizzò
la “Fabbrica del ghiaccio”.
Per iniziativa di Giovanni Brucato fu realizzata
una delle prime sale cinematografiche sorte nella
provincia, denominata “Il pidocchietto”, affiancato ben presto dal teatro all’aperto e dal più celebre
Cine Teatro Aurora, anch’esso ad opera dello stesso Aliberti.35
Sant’Agata diventava così sempre più polo di
attrazione culturale, commerciale ed amministrativa dei paesi del circondario. Con il Regio decreto
del 28 gennaio 1929 di Vittorio Emanuele III veniva sancita l’unificazione dei comuni di Sant’Agata,
San Marco e Militello Rosmarino, al fine di frenare il progressivo abbandono dei borghi montani. Il nuovo comune prendeva nome e capoluogo
“Sant’Agata di Militello”. La decisione suscitò però
aspre polemiche, sino a degenerare in disordini
pubblici da parte dei Militellesi e degli Aluntini.
I politici santagatesi, e soprattutto l’on. Giuseppe
Gentile ed il commissario prefettizio dott. Vittorio Ravot, furono accusati di mire espansioniste al
fine di creare la cosiddetta “Grande Sant’Agata”,
nel sogno di farla ambire a capoluogo di provincia.
Il punto più alto della polemica fu raggiunto allorché il 16 aprile 1929 un gruppo di aluntini occuparono i locali del Palazzo Comunale aggredendo
il commissario prefettizio. Dopo tre anni di dure
polemiche e contrapposizioni politiche, con legge
n. 1775 del 22 dicembre 193236 venne ratificata la
fine del progetto che sancì lo smembramento delle
tre comunità ed il ripristino dei comuni autonomi.
Lo scoppio del secondo conflitto mondiale arrestò il processo di sviluppo economico e sociale di
Sant’Agata. La liberazione dalle truppe tedesche
35 Parisi R., Ripasso di Memoria, Sant’Agata Militello 1997.
36 Archivio privato Fam. Bianco, anni 1922-46.
Sant’Agata: veduta aerea da oriente
59
avvenne nell’agosto del 1943 allorché le armate
alleate, guidate dal gen. Patton, vi sbarcarono con
l’intento di accerchiare i nemici attestati nelle colline di S. Fratello, per poi sbaragliarle a Brolo e
costringerle a ripiegare verso Messina e nel continente.
Il dopoguerra fu caratterizzato da grandi fermenti sociali, economici, culturali: nel 1959 la
cittadina contava già una popolazione di 10.915
abitanti e si dotava di diverse grandi opere grazie
ai numerosi finanziamenti pubblici: tra essi l’ospedale, la scuola statale elementare Luigi Capuana,
il lungomare, le Case popolari e la ristrutturazione
urbanistica di diverse piazze e vie del paese. In
quegli stessi anni anche il Banco di Sicilia sceglieva Sant’Agata come sede della nuova filiale.
Tra gli artefici di questa ripresa fu Annibale
Bianco: se durante il regime egli, per contrapporsi
al politico concorrente Giuseppe Gentile, ideatore
del progetto di unificazione dei comuni, era stato
uno strenue difensore dell’autonomia degli aluntini, ora che era lui sindaco (1956-1960) proponeva
la costituzione di un Consorzio di Comuni nella
zona occidentale della provincia di Messina. Il decreto legislativo del Presidente della Regione del
29 ottobre 1955 prevedeva la possibilità di creare
dei consorzi che, di fatto, rappresentavano delle
province regionali distinte da quelle statali già esistenti: la “provincia regionale”, o consorzio, infatti,
non aveva le stesse esigenze delle province statali
e non occorreva che il capoluogo ospitasse tutti gli
uffici di Stato che si affiancano alle Prefetture. La
legge imponeva che la circoscrizione superasse,
con un margine di sicurezza, i minimi congiunti di
150.000 abitanti e di 26 comuni.
La delibera del Consiglio Comunale di
Sant’Agata Militello, datata primo febbraio 1959
alla presenza dei sindaci di altri quattordici centri,
gettava le basi per la costituzione della nuova provincia, comprensiva di trentatré comuni da Tusa a
Piraino e a sud sino ai territori di Capizzi e Cesarò
per una popolazione complessiva di 162.871 abitanti (secondo il censimento del 1951).
60
L’iniziativa alla fine naufragò, non riscuotendo
il consenso unanime degli altri centri, in disaccordo soprattutto nella scelta del capoluogo: determinante fu anche l’opposizione della città di Patti,
non rientrante nel progetto primitivo e che riuscì
a far retrocedere dalla scelta diversi comuni costituendi, proponendo un consorzio alternativo molto più esteso ad oriente e idoneo a favorire la sua
scelta come capoluogo. La stessa definizione dei
confini del consorzio creò inoltre problemi, a causa della contrapposizione tra le amministrazioni
di diversa coloritura alla ricerca di meri vantaggi
partitici.37
In effetti, aldilà delle legittime istanze dei comuni interessati, il progetto aveva una sua ragion
d’essere. Per la sua posizione geografica e per la
condizione raggiunta in poco meno di un secolo
Sant’Agata, costituiva, ieri come oggi, uno dei pochi centri in tutta la zona capace di fare il giusto
salto di qualità.
Inoltre, poteva risultare particolarmente innovativa l’idea di un consorzio di comuni così da rilanciare l’economia e da candidarsi, magari in solido con i maggiori centri vicini, come pretendente
naturale a capoluogo della provincia dei Nebrodi.
Ieri come oggi, oggi come allora...
37 Archivio privato Fam. Bianco, anni 1956-62.
Scarica

agathà - Sant`Agata di Militello