ROBERTO BENASCIUTTI
MUSSOLINI: L’UOMO E IL MITO
A mia madre Amalia
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Tutti i diritti sono riservati all’autore
Benasciutti Roberto Copyright 2004
Via Borgo Dora, 31 - 10152 Torino - 011/43.66.442
Il disegno della copertina, dal titolo “il Mussolini di
Sacchetti”, tratto dall’ “Illustrazione italiana”, è contenuto nel libro
“Il Cesare di cartapesta” di Gec, pubblicato a Torino nel 1945.
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NOTE SULL’AUTORE
Roberto Benasciutti è nato a Padova il 6/12/1951 e vive a Torino
sin dall’età di dieci anni. Laureatosi presso l’Università degli studi
di Torino nel 1984, ha svolto diversi lavori fra i quali spicca
l’attività d’insegnante di francese e inglese per una decina d’anni.
ELENCO CRONOLOGICO DEGLI SCRITTI
1. “La tentazione di Kampala” (racconto sull’Uganda in
rovina), 1990 (pubblicato a spese dell’autore)
2. “L’inganno dei tropici” (romanzo breve sull’immigrazione
filippina nel mondo), 1997 (pubblicato a spese dell’autore)
3. “Il libro delle cento favole”, 2002 (pubblicato a spese
dell’autore)
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PREFAZIONE
Mi sono prefisso con questo scritto di esprimere la mia
opinione sull’argomento “IL MITO DI MUSSOLINI” che
richiederebbe una trattazione più ampia, riproponendomi di
approfondire il tema anche grazie al contributo dei miei
lettori.
A questo scopo, invito chiunque lo desideri a scrivermi per
aprire un proficuo e costruttivo dibattito.
ROBERTO
BENASCIUTTI
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I° CAPITOLO
Mussolini, il fascismo e l’Italia fra le due guerre
mondiali (1919–1939).
Benito Mussolini nacque nel villaggio di Dovia, frazione di
Predappio di Forlì, nel 1883 da una famiglia di modeste
origini.
Nel 1901, all’età di diciotto anni conseguì il diploma di
maestro.
La sua giovinezza fu ca
ratterizzata dall’attiva militanza nelle fila del Partito
Socialista Italiano (P.S.I.).
Nel 1911 il giovane rivoluzionario socialista si adoperò anche
con mezzi violenti contro la ventilata guerra di Libia e
nell’ottobre dello stesso anno fu arrestato assieme a Pietro
Nenni.
Mussolini scontò cinque mesi e mezzo di carcere, ma grazie a
questa esperienza, cominciò a farsi un nome negli ambienti
socialisti della Romagna, che venne valorizzato in qualche
modo dal congresso nazionale del P.S.I. di Reggio Emilia del
1912, durante il quale manifestò tendenze radicali.
Chiamato in seguito alla direzione del quotidiano del partito,
“L’Avanti”, si distinse nel propagandare il socialismo con uno
stile nuovo che si basava sull’appello diretto alle masse e
sull’uso di formule agitatorie e rivoluzionarie.
Gli anni dal 1912 al 1919 evidenziarono sia il suo desiderio di
cambiare profondamente le cose, sia la sua personalità
complessa e contraddittoria. Infatti, relativamente al conflitto
mondiale, egli passò dalla “neutralità assoluta“ alla “neutralità
attiva ed operante”, il che voleva dire essere a favore
dell’intervento italiano. Questo mutato atteggiamento gli
procurò l’espulsione dal P.S.I.
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Nel 1914 egli fondò il quotidiano “Il popolo d’Italia” in cui
espresse più volte forti tendenze interventiste.
Nel 1915 Mussolini si arruolò volontario, ed il 23 febbraio
1917 fu ferito abbastanza gravemente dallo scoppio di un
lanciabombe durante un’esercitazione. Mussolini annotò le
sue vicissitudini militari nel “Diario di guerra” ed essendo
dichiarato inabile a riprendere il servizio, riassunse la
direzione de “Il popolo d’Italia”.
Nel 1919 fondò in Piazza S. Sepolcro a Milano i fasci di
combattimento assieme ad un centinaio di seguaci.
Politicamente il nuovo movimento si schierò a sinistra,
proponendo audaci riforme sociali e assumendo tinte
repubblicane, anticapitalistiche e anticlericali.
Contemporaneamente i fasci di combattimento ostentarono un
acceso nazionalismo e una notevole avversione verso i
socialisti.
Ciò che contraddistinse la nuova formazione politica fu il suo
stile aggressivo e violento che spesso si traduceva in “azione
diretta” contro gli oppositori.
Nel II° congresso dei fasci, che si tenne a Milano nel 1920,
Mussolini rinnegò il suo repubblicanesimo ed invitò i
partecipanti a difendere la borghesia.
E’ a quel periodo che si fa risalire l’inserimento dei fasci nel
“sistema”, che si accompagna ad una graduale accettazione
della società borghese e della Chiesa cattolica.
Nel 1921 i fasci di combattimento si trasformarono in Partito
Nazionale Fascista (P.N.F.), che raccoglieva oltre 200.000
iscritti. Il periodo 1919 – 1925 / ’26, che ebbe come evento
centrale la Marcia su Roma del 28 ottobre 1922, fu segnato
fra l’altro dall’instabilità delle Istituzioni e da una grave crisi
economica, entrambe nefaste conseguenze della I° guerra
mondiale.
Quello che occorre sottolineare è che, nell’Italia di allora
lacerata da insanabili conflitti sociali e dalla povertà dilagante,
il popolo doveva scegliere fra il fascismo ed il socialismo
massimalista.
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I movimenti moderati come il Partito Popolare Italiano di Don
Luigi Sturzo, che pure aveva un buon seguito, non riuscivano
a placare la paura della borghesia e di una parte del popolo
verso l’ipotetica rivoluzione socialista.
Fu così che nella situazione politico-sociale del primo
dopoguerra si prospettarono due soluzioni alternative:
l’ipotesi rivoluzionaria che proponeva cambiamenti radicali e
il progetto fascista che col suo patriottismo e nazionalismo,
unito al rispetto per la Chiesa cattolica, si rifaceva in qualche
misura alle nostre tradizioni culturali.
Forse tra comunismo e fascismo la maggioranza degli Italiani
considerò il secondo il male minore, nonostante il clima di
violenza voluto dai fascisti.
Durante il quinquennio 1925 – ’30, dopo le leggi repressive
del governo del 1925 – ’26 che pongono fine alle libertà
politiche, sindacali e di riunione, Mussolini e i suoi
collaboratori si dedicano alla costruzione dello Stato fascista,
di natura autoritaria.
Esso si basa su due figure chiave: il Re, capo dello Stato e il
Duce, capo del governo. Dalla diarchia “Re-Duce” e dai due
rispettivi sistemi gerarchici, dipende tutto il sistema politico,
sociale ed economico della “Nuova Italia”.
Nel settore pubblico si assiste ad un notevole rafforzamento
degli apparati statali, sia di natura burocratica sia per quanto
concerne l’estensione delle loro competenze. Si ricordi a tal
proposito la creazione di vari enti per le bonifiche, per la
previdenza sociale e per gli interventi nell’economia.
Politicamente la vita del Paese s’incentra sull’attività del
P.N.F., il cui organo centrale è il Gran Consiglio, e sulle sue
organizzazioni parallele.
Mussolini intende creare uno Stato totalitario, ma si tratta in
realtà di un totalitarismo imperfetto. Esso è infatti limitato sia
dall’autorità della Corona, sia - dopo la stipulazione dei Patti
Lateranensi del 1929- dall’attività estesa e capillare delle
associazioni cattoliche che dipendono dalla Santa Sede.
Giuridicamente i sindacati fascisti sono ormai gli unici a poter
stipulare contratti con le organizzazioni imprenditoriali; di
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conseguenza i sindacati non fascisti sono destinati a
scomparire.
Nel volgere di qualche anno, il fascismo da ideologia
dominante diventa un sistema politico, economico e sociale,
una filosofia, grazie soprattutto al contributo del filosofo
idealista Giovanni Gentile (1875-1944) e, infine, una cultura.
Ciò è in parte dovuto al pensiero, all’azione e allo stile di vita
di Mussolini che già da qualche anno si fregia del titolo di
Duce. Egli si avvale dell’opera di molti collaboratori nei
campi specifici della politica, dell’economia, della filosofia e
del diritto, ma è certo che la sua figura traspare spesso dietro
gli eventi e le manifestazioni intellettuali di quegli anni.
Per fornire, sia pure sinteticamente, una visione complessiva
del periodo in questione è opportuno citare la “Carta della
scuola” del 1923 e la “Carta del lavoro” del 1927. Con
l’emanazione del primo documento, proposto da Giovanni
Gentile, il governo crea un solido sistema scolastico che
sopravvive a lungo alla caduta del Regime. Con l’entrata in
vigore del secondo documento, il governo getta le basi del
sistema corporativo che dovrebbe eliminare, o per lo meno
ridimensionare, gli interessi egoistici sia dei datori di lavoro
sia dei lavoratori dipendenti nell’interesse superiore della
Nazione.
In questo quinquennio (1925-’30) nasce e si sviluppa il mito
di Mussolini. Perché non è nato prima?
Anzitutto si può notare che il periodo 1920-’25 è troppo
turbolento per permettere il sorgere di culti della personalità.
In secondo luogo diversi uomini politici attirano l’interesse
dell’opinione pubblica. Basti menzionare, fra gli altri,
Giacomo Matteotti (1885-1924), Antonio Gramsci (18911937), Giovanni Amendola (1882-1926) e Piero Gobetti
(1901-1926). Già nel periodo socialista Mussolini intuisce che
bisogna appellarsi al popolo, ed in seguito si rivela un
“trascinatore di masse”, ma nei primi anni venti la
competizione dei suoi rivali si fa sicuramente sentire. Dopo le
“leggi fascistissime” del 1926, il Duce finisce per non avere
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più avversari: la strada del culto della personalità è ormai
spianata.
A questa punto ci si può chiedere se il capo del fascismo
abbia creato il culto e il mito di se stesso oppure se essi siano
stati imposti dal Regime fascista. L’intensa attività politica ed
intellettuale del Duce dimostrano che ci si trova di fronte a un
personaggio eccezionale (nel bene e nel male). Al riguardo, è
sufficiente ricordare i suoi numerosi scritti, le sue biografie,
che cominciano ad essere esposte nelle vetrine delle librerie, il
suo dinamismo nella gestione del partito e del governo, la sua
partecipazione in prima persona ad eventi, manifestazioni e
cerimonie d’interesse nazionale: a titolo d’esempio citiamo il
suo lavoro come mietitore durante la campagna del grano del
1925.
Da quanto esposto appare evidente che Mussolini si sia
costruito da sé il suo culto. Ma si può anche ipotizzare la tesi
opposta, oppure complementare, e cioè che il suo culto sia
stato imposto agli Italiani, anzitutto tramite la graduale
fascistizzazione di tutta la vita pubblica.
Infatti, i ritratti del Duce venivano esposti nelle scuole e negli
uffici e campeggiavano nelle strade in larghi cartelli. I muri
erano istoriati da scritte che riportavano celebri frasi del capo
del fascismo firmate con la sigla “M”.
In occasione delle sue visite in grandi e piccole città, il P.N.F.
gli rendeva omaggio mobilitando le folle. I suoi discorsi
venivano trasmessi alla radio e pubblicati sui giornali e la sua
immagine appariva sovente nei cinegiornali dell’ “era
fascista” . Si scrivevano e si ascoltavano canzoni inneggianti a
lui, al Re, al fascismo ed alla patria.
In conclusione, è corretto affermare che in parte il Duce creò
il culto di se stesso, in parte lo impose tramite il Regime.
Negli anni 1927 – ’28 lo stato fascista poggia su basi
istituzionali molto solide da un punto di vista politico, sociale,
economico e giuridico.
Rimane ancora da risolvere l’annoso problema dei rapporti
con la Chiesa cattolica, che rappresenta una grande spina nel
fianco della classe politica italiana fin dal Risorgimento.
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Ancor prima che da un’ottica istituzionale, la questione
religiosa si pone per Mussolini da un punto di vista personale.
Nonostante la sua educazione cattolica, durante il periodo
socialista egli si era dichiarato ateo, ed aveva esternato il suo
anticlericalismo sia in alcuni scritti, sia con gesti e
comportamenti volgari e deprecabili. Il suo atteggiamento
verso il Cattolicesimo comincia a cambiare dal 1915, cioè
dall’anno della sua partecipazione come volontario alla Ia
guerra mondiale. Ciò è documentato fra l’altro da alcune note
contenute nel suo “Diario di guerra” in cui si avverte
l’affiorare del suo interesse per la religione cattolica ed il suo
centro, Dio, non più concepito come “il fantasma di Dio”
dell’irrequieto periodo della sua giovinezza, ma come una
presenza misteriosa che inizia a farsi sentire nella vita di
trincea durante i rari momenti di tregua che scandiscono le
azioni belliche.
Secondo Don Ennio Innocenti il processo di conversione del
Duce fu molto lungo, graduale e sofferto, ma è ipotizzabile
supporre che ai suoi ripensamenti interiori corrispondano dei
cambiamenti esteriori sia a livello familiare, sia nell’ambito
delle relazioni sociali. Infatti egli si sposa in Chiesa con
Rachele Guidi a Milano nel 1925, e insieme impartiscono ai
figli un’educazione cattolica.
Dai primi anni venti negli ambienti del P.N.F. si nutre una
considerazione sempre maggiore per la curia romana e nel
1923, già a capo del governo, Mussolini riconosce “la
funzione universale della Chiesa cattolica” .
Per riassumere, si ha l’impressione che il Duce si prepari
prima come cristiano e poi come uomo politico a dialogare
con le autorità ecclesiastiche.
Condotte segretamente per anni, le trattative fra lo Stato
italiano e la Chiesa cattolica si conclusero l’ 11 febbraio del
1929 con la stipulazione dei Patti Lateranensi, che
comprendevano:
1) un trattato riguardante la questione romana (cioè la
Conciliazione)
2) un concordato che regolava i rapporti fra Stato e Chiesa
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3) una convenzione finanziaria con la quale lo Stato italiano
s’impegnava a corrispondere alla Santa Sede una ingente
somma di denaro, per indennizzarla delle ferite inferte in
seguito agli eventi del 20 settembre del 1870 (Breccia di Porta
Pia).
Con i Patti Lateranensi si assiste alla nascita dello Stato della
Città del Vaticano, si ottiene una completa riappacificazione
religiosa in Italia, ed essendo da allora stipendiato dallo Stato
italiano, il Clero, libero da preoccupazioni finanziarie, può
occuparsi completamente della sua missione pastorale.
Struttura di base della Chiesa, la parrocchia col suo parroco,
le sue organizzazioni e i suoi limitati beni immobili (in genere
gli edifici annessi al luogo di culto) , diventa un’attiva realtà
locale in diversi settori – religioso, educativo e sociale – della
vita culturale della Nazione.
Per concludere, l’esito positivo del processo di conciliazione
rafforza sia l’autorità dello Stato italiano, sia il prestigio della
Chiesa cattolica. Nel Palazzo del Laterano la curia romana si
organizza come Stato indipendente e si dedica
fondamentalmente alla conservazione e alla diffusione della
fede cattolica nel mondo.
Nel 1932 Mussolini fa visita a Pio XI° e questi dichiara che
“il Duce è l’uomo della Provvidenza”. L’appellativo di “uomo
della Provvidenza” si diffonde rapidamente e rafforza il
prestigio di Mussolini la cui famiglia vive secondo i dettami
della Chiesa cattolica, come quella di suo fratello Arnaldo.
Anche a livello teorico il Duce ammette il suo mutato
atteggiamento nei confronti della Chiesa cattolica. Infatti,
nelle interviste concesse allo scrittore ebreo Emil Ludwig e
raccolte nel libro “Colloqui con Mussolini” del 1932 il Duce
afferma metaforicamente che “Cesare è inferiore a Cristo” .
Per quanto riguarda il campo del diritto, nel 1931 entrano in
vigore il nuovo codice penale e di procedura penale, frutto
della riflessione dei fratelli Rocco. Riguardo al primo, si tratta
di un codice di stampo autoritario che si ispira al
concettualismo d’impronta tedesca e che introduce, fra l’altro,
la pena di morte. Entrambi ben concorrono a creare e a
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garantire il clima di ordine e sicurezza che il fascismo si era
ripromesso di assicurare agli Italiani.
Riferendosi al periodo 1929-1936, lo storico revisionista
Renzo De Felice usa l’espressione “gli anni del consenso” per
indicare l’adesione di milioni di Italiani alla politica fascista.
In effetti l’attività delle centinaia di antifascisti che si
trovavano in Italia e all’estero scalfiva solo marginalmente
l’operato di Mussolini ed il “crescendo di certezza” che si
diffondeva nel popolo nei confronti dei progetti governativi.
Lo storico menzionato fa iniziare il periodo in questione nel
1929, anno di stipulazione dei Patti Lateranensi, ma gli “anni
del consenso” si potrebbero retrodatare al 1927, quando fu
emanata la Carta del lavoro.
Analogamente, De Felice li fa finire nel 1936 dopo la
conquista dell’Etiopia, ma li si potrebbe postdatare al 1939,
anno in cui si insedia la Camera dei Fasci e delle
Corporazioni.
Al di là dei problemi di periodizzazione storica del Ventennio,
è opportuno porsi la seguente domanda: quali sono gli eventi
e i conseguenti mutamenti di atteggiamento dell’opinione
pubblica verso il fascismo che giustificano l’espressione
coniata da Renzo De Felice?
Si è già notato che i Patti Lateranensi rappresentano un
successo politico e personale del Duce che, come capo del
governo, deve in seguito porre rimedio alle ripercussioni
italiane della crisi economica mondiale provocata dal crollo
della borsa americana di Wall Street del 1929. L’Italia punta
su un massiccio intervento dello Stato nell’economia, e così
facendo si allinea all’azione dei governi americano e tedesco.
A tal proposito, si ricordi fra l’altro la creazione dell’Istituto
Mobiliare Italiano (I.M.I.) nel 1931 e dell’Istituto per la
Ricostruzione Industriale (I.R.I.) nel 1933.
Negli anni trenta il detto evangelico “crescete e
moltiplicatevi” predicato dal Clero tende ad armonizzarsi con
la politica demografica del Regime che mira appunto
all’aumento della natalità. L’orientamento del governo era ben
sintetizzato dalla frase mussoliniana “il numero è potenza”.
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Quindi, il Duce vide nella conquista dell’Abissinia uno
sbocco per la nostra emigrazione presente e futura, legata al
previsto aumento della natalità.
I risvolti internazionali del conflitto etiopico furono complessi
e sofferti e misero l’Italia in contrasto con la Società delle
Nazioni. Inizialmente, il governo fascista non propendeva per
una soluzione militare. Si pensava di poter giungere a un
compromesso lasciando in carica l’Imperatore d’Etiopia Haile
Selassie, detto il Negus, e sfruttando contemporaneamente il
vastissimo territorio soggetto alla sua giurisdizione con
l’apporto del lavoro e dei capitali italiani. Ma per diverse
ragioni l’ipotesi di compromesso col Negus fallì e lo scoppio
delle ostilità fu la conseguenza di tale disaccordo.
Da un punto di vista morale e politico, l’Italia aggredì una
Nazione pacifica. Ma una parte degli Italiani considerò il
conflitto come una “guerra umanitaria” per liberare la
popolazione indigena da un Regime feudale, corrotto e
schiavista. Il corpo di spedizione italiano, composto da circa
400.000 uomini, ebbe la meglio sul malequipaggiato esercito
etiopico.
Le ostilità durarono dal 3 ottobre 1935 al 5 maggio 1936 e si
conclusero con l’entrata delle truppe italiane comandate da
Badoglio in Addis Abeba. L’impresa etiopica suscitò
l’entusiasmo e la partecipazione emotiva della maggior parte
degli Italiani, che credevano fermamente nelle prospettive
mussoliniane di sfruttamento e valorizzazione della nuova
Colonia e nella diffusione della Civiltà di Roma presso le
popolazioni autoctone.
Nel 1936, dopo il risorgere dell’Impero su “i colli fatali di
Roma”, il mito di Mussolini raggiunse l’apogeo.
Nel 1937 Filippo Speciale, un insegnate elementare della
provincia di Belluno, scrive un saggio dal titolo “Augusto
fondatore dell’Impero romano – il Duce fondatore
dell’Impero italiano” col quale si prefigge di informarci sui
motivi per cui il capo del fascismo è diventato un mito. Prima
di illuminarci sul parallelo fra Augusto e Mussolini, l’autore
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paragona quest’ultimo ad altri personaggi storici. Vale la pena
di riportare detti paragoni in ordine cronologico.
1) MOSE’ – MUSSOLINI
“come Mosè per ordine di Dio liberò il popolo
d’Israele dalla schiavitù dell’Egitto, così il Duce,
ispirato dall’Altissimo ha tratto il popolo d’Italia dalla
schiavitù del bolscevismo e lo ha guidato verso la
conquista (dell’Impero) ad onta di 52 Stati invidiosi
della nostra ascesa”.
2) NAPOLEONE – MUSSOLINI
“5 maggio 1821: Napoleone (1769-1821) morì
prigioniero degli Inglesi a S. Elena;
5 maggio 1936: gli Etiopici videro gli Italiani entrare
in Addis Abeba. L’Inghilterra, grande protettrice
dell’Impero schiavista (l’Etiopia), vide nel Duce
Napoleone redivivo”.
3) GARIBALDI – MUSSOLINI
“Mussolini agì come l’eroe dei due mondi”. (Giuseppe
Garibaldi: 1807-1882)
4) S. GIOVANNI BOSCO – MUSSOLINI
“come S. Giovanni Bosco (1815-1888) sofferse
miseria e disprezzo”
Storicamente incongrui, questi paralleli ci suggeriscono
tuttavia che il mito del Duce comincia a radicarsi nell’animo
di molti Italiani.
Come si è sottolineato, l’accostamento fondamentale del libro
è fra Cesare Augusto e Mussolini. Vediamo con Filippo
Speciale due “eventi” che accomunano i due capi-popolo.
“Augusto (30 a.C. – 14 d.C.) fu l’uomo della Provvidenza che
strappò all’anarchia la repubblica romana e le diede
tranquillità. Rafforzò i confini (….) .
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Allo stesso modo il Duce con la Marcia su Roma (….)”.
“Augusto protegge la religione dello Stato. Il Duce migliora i
rapporti con la Santa Sede e rende più solido il sentimento
religioso della Nazione”.
In sintesi, Mussolini come Augusto difende la famiglia, i
buoni costumi, la religione ufficiale, il diritto romano, la
patria e l’Impero. Fra i paragoni proposti dall’autore, quello
fra Augusto e Mussolini è il più interessante, anche se i due
protagonisti vissero in contesti culturali completamente
opposti.
Per concludere il breve discorso sull’avventura etiopica, è
utile soffermarsi sulla testimonianza di Giovanni Artieri, che
vi partecipò e che scrisse il libro “Le guerre dimenticate di
Mussolini – Etiopia e Spagna” . Egli ammette apertamente
che il Duce permise l’uso di gas lacrimogeni e di iprite (o gasmostarda) per l’artiglieria e l’aviazione. Si trattò comunque di
un uso limitato nel tempo e nello spazio, effettuato dai reparti
di Badoglio e non da quelli di Graziani, e finalizzato alla
prevenzione di una lunghissima resistenza (o guerriglia)
“nelle caverne, forre, anfratti, macchie, boschi, foreste
dell’immenso territorio”.
Relativamente alla valutazione complessiva della guerra
d’Etiopia, Giovanni Artieri sostiene che nel 1935 il capo del
fascismo “non poteva rendersi conto dello sfaldamento dei
grandi Imperi coloniali esistenti, anche perché questo
processo non era ancora visibile”. Ma l’opinione or ora
formulata contraddice l’azione di Mussolini che tende a
favorire di lì a poco l’inizio del processo di liquidazione del
colonialismo inglese in India e in Africa. Per quel che
riguarda la penisola indiana, basti ricordare il pensiero e
l’attività di Chandra Subhas Bose (1897-1945) che si ispirava
più al modello politico-sociale proposto dal fascismo italiano
che a quello propugnato dal nazismo tedesco. Bose intendeva
reagire alla dominazione inglese con la lotta armata. Durante
la II° guerra mondiale, divenuto capo di un esercito ostile
all’egemonia britannica e composto da 80.000 soldati, Bose si
mantenne in contatto con Mussolini, Hitler e Hirokito, fu
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aiutato militarmente dalle forze dell’Asse e si sacrificò per i
suoi ideali nel 1945 durante i tragici giorni della disfatta delle
potenze amiche.
Per quanto concerne l’Africa e il Medio Oriente, è opportuno
rammentare che nel marzo del 1937 Mussolini si recò in Libia
e durante una manifestazione, a cavallo, impugnò teatralmente
“la spada dell’Islam” per simboleggiare la sua solidarietà
verso i popoli musulmani insoddisfatti del colonialismo
inglese e francese.
Dopo la conquista dell’Impero, resasi nemica dell’Inghilterra
e della Francia, l’Italia si avvicina alla Germania. Durante
l’arco del Ventennio la politica estera di Mussolini fu sovente
mutevole, ma a partire dagli anni 1935-’36 il suo
orientamento filo-tedesco è ormai evidente. Il Duce era
convinto che prima o poi in Europa sarebbe scoppiata la
guerra e che il III° Reich avrebbe finito per soggiogare il
continente europeo.
Da questa premessa scaturisce l’intenzione del capo del
fascismo di legarsi a Hitler.
La seconda metà degli anni trenta è caratterizzata
dall’intervento italiano nella guerra di Spagna (1936-’39) e
dall’emanazione delle leggi razziali del 1938. Per quanto
attiene alla guerra civile spagnola, fu la falange capeggiata dal
Generalissimo Franco a chiedere aiuti all’Italia. Poteva
Mussolini rimanere indifferente di fronte alle difficoltà dei
falangisti? Contemporaneamente i repubblicani spagnoli
chiedevano soccorso alle forze di sinistra europee, e in
particolare al governo francese. Il cruento conflitto registrò
atrocità da ambo le parti e si concluse con la vittoria dei
franchisti nel 1939. Alla fine delle ostilità il Paese era
semidistrutto; complessivamente le vittime superarono il
mezzo milione.
Per quanto concerne la promulgazione delle leggi razziali,
l’atteggiamento del capo del fascismo, ancora una volta, fu
contraddittorio e discutibile.
Ne “I colloqui con Mussolini” di Emil Ludwig del 1932, il
Duce afferma che in Italia non esiste un problema razziale,
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vista l’esiguità della comunità ebraica. La tesi di Mussolini si
modifica radicalmente nella II° metà degli anni trenta.
Secondo la storiografia antifascista, il fascismo assume allora
un volto esplicitamente e inequivocabilmente razzista. Il
punto di vista di Renzo de Felice è diverso. In sostanza, lo
storico revisionista ritiene che sia difficile capire i motivi che
hanno indotto il Duce a cambiare idea. Don Ennio Innocenti,
autore del saggio “Disputa sulla conversione di Mussolini”
sostiene che il capo del fascismo non aveva niente contro gli
Ebrei come razza o come popolo; la sua avversione era diretta
contro le “logge massonico-giudaiche” molto potenti in alcuni
Paesi europei e negli Stati Uniti, da lui ritenute propugnatrici
di un capitalismo senza regole che sfruttava i deboli.
Uno dei problemi fondamentali sulle persecuzioni
antiebraiche in Italia è questo:furono causate dalle leggi
razziali applicate fino al 25 luglio del 1943? E, se lo furono,
in quale misura? Sulla questione, il dibattito fra storici “nonrevisionisti” e “revisionisti” è tuttora aperto. Forse la guerra di
Spagna aveva favorito la diffusione del mito del Duce: “per
vincere ci vogliono i leoni di Mussolini”, diceva un inno dei
combattenti fascisti, e negli ambienti cattolici la
considerazione verso il Duce si era accresciuta, visto che i
repubblicani spagnoli si erano dimostrati nemici dichiarati del
Clero e dei Gesuiti.
Ma è certo che l’emanazione delle leggi razziali lese il
prestigio di Mussolini e suscitò irritazione e scontento da
parte del Vaticano, che mal tollerava l’orientamento razzista,
palese od occulto, del governo italiano a partire dal 1938.
Già anticipato dalla guerra civile spagnola, nel 1939 si respira
in Europa un clima di guerra voluto e alimentato dal III°
Reich che con l’aggressione alla Polonia del settembre dello
stesso anno, scatenò quello che da molte parti fu
definito“l’immane conflitto”.
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II° CAPITOLO
La IIa Guerra Mondiale: l’alleanza Italia Germania (giugno 1940 - luglio 1943 ).
L’armistizio, La Repubblica sociale Italiana
(R.S.I. ) e il Regno del Sud ( 1943 - 1945 ).
1) L’Italia in guerra ( 1940 – 1943 ).
Durante gli “anni del consenso” (1929 – 1936 ) il fascismo
aveva mostrato all’Italia più il suo volto civile che quello
militare. In questo contesto rientrò anche la conquista
dell’Etiopia: nel progetto mussolinario, dopo la guerra ( 1935
– ’36 ) avrebbe dovuto fiorire un “Impero di pace”. Tuttavia,
nel corso degli anni trenta le caratteristiche di stampo militare,
paramilitare e disciplinare del regime si accentuarono anche
se nel contempo le Istituzioni civili continuarono a garantire
un ordinato progresso della società italiana.
Adolf Hitler salì al potere nel 1933 e da quell’anno
gradualmente la Germania cercò d’affermare la sua presenza
politica e militare nel vecchio continente. Nel complesso
gioco delle alleanze in Europa e in quello delle rivendicazioni
territoriali del III° Reich, Mussolini si propose come
mediatore, ottenendo però scarsi risultati. Ciò dipendeva in
ultima analisi dal fatto che la Germania voleva la guerra a tutti
i costi per imporre la sua supremazia. Nella Ia metà degli anni
trenta la scelta di una politica filo-tedesca da parte del Duce si
basava sulla considerazione che la guerra sarebbe scoppiata
nel giro di qualche anno e che il III° Reich l’avrebbe vinta. La
stipulazione del “Patto d’Acciaio”, firmato a Berlino nel
1939, rafforzò ulteriormente l’alleanza militare fra la
Germania e l’Italia. Nel settembre del 1940, per occupare il
corridoio di Danzica, i Tedeschi aprirono le ostilità invadendo
la Polonia e provocando l’intervento di Francia e Gran
22
Bretagna in difesa della sovranità della Nazione amica.
Provata dalla conquista dell’Impero, dal mantenimento delle
Colonie e dalla guerra di Spagna, l’Italia rese subito palese la
sua “non-belligeranza”. In quei mesi tormentati, a livello
diplomatico il nostro Paese fece di tutto per evitare il
conflitto. Ma il 10 giugno 1940, quando la Francia era ormai
prossima alla capitolazione, l’Italia dichiarò guerra alla
Francia e alla Gran Bretagna: ancora una volta il capo del
fascismo manifestò atteggiamenti complessi e contraddittori.
A proposito dell’ “immane conflitto”, possiamo porci alcune
domande:
1) In Italia, fu il solo Mussolini a volerlo?
2) Quale fu l’atteggiamento della Corona, delle alte sfere
militari, dei gerarchi fascisti nei confronti del Duce e
della sua decisione di aprire le ostilità?
In pochi mesi il conflitto si estese a macchia d’olio. Mussolini
iniziò a condurre una sorta di “guerra parallela “ a quella del
Fuhrer concentrando la sua azione nei Balcani ( invasione
della Grecia ) e in Africa ( contro gli Inglesi ).
Il 22 giugno 1941 il III° Reich attaccò inaspettatamente la
Russia, violando l’accordo di “non –aggressione” fra le due
Nazioni sottoscritto da Ribbentrop e Molotov il 23 agosto
1939. La “guerra parallela” voluta da Mussolini – che fra
l’altro rivestiva l’incarico di comandante supremo delle forze
armate – non procedeva bene né nei Balcani né in Africa: in
entrambi i territori l’esercito italiano registrò diverse sconfitte
ed in quel periodo la popolarità del Duce cominciò ad
incrinarsi seriamente.
Agli inizi del 1943 le sorti della guerra volgevano
decisamente a favore degli Alleati ( le forze anglo-americane )
e della Russia. Le truppe italo - tedesche avevano
abbandonato l’Africa, riuscivano a reggere in Europa e nei
Balcani, ma si erano ritirate da una parte della Russia. Con
l’invasione della Sicilia del giugno 1943 ad opera degli
Alleati, iniziò il collasso politico-militare del Regime fascista.
Per rovesciare Mussolini alcuni gerarchi tramarono una
“cospirazione”, d’intesa col Re e le alte sfere militari. Nel
23
realizzare questo “complotto”, i capi fascisti si attennero al
rispetto delle norme dello Statuto Albertino. In data 24 luglio
1943 si giunse alla convocazione del Gran Consiglio, organo
supremo del Regime, e Dino Grandi presentò il suo ordine del
giorno. Il documento prevedeva che il Duce rimettesse il suo
incarico di comandante supremo delle forze armate al
Sovrano, che doveva assumersi totalmente la responsabilità
politica e militare di fronte alla Nazione, martoriata fra l’altro
dai bombardamenti dell’aviazione anglo-americana. Dopo una
lunga e animata discussione si pervenne alla votazione
dell’ordine del giorno Grandi: si registrarono 19 “si”, 7 “no” e
una sola astensione. Nel concludere la seduta, Mussolini
esclamò: “Voi avete provocato la crisi del Regime”. Il giorno
dopo il Duce chiese udienza al Re, che accettò d’incontrarlo
nel pomeriggio: era la domenica del 25 luglio. Il Sovrano
accettò le “dimissioni” di Mussolini. Da quel momento per
quest’ultimo iniziò una serie di peregrinazioni durante le quali
dalla condizione di “protetto per motivi di sicurezza” passò a
quella di “prigioniero”. Mussolini fu trasportato in
autoambulanza dapprima in una caserma romana, dove
trascorse tre giorni, poi fu imbarcato per l’isola di Ponza.
Successivamente egli fu reimbarcato per la Maddalena ed
infine trasportato in idrovolante nella penisola, per essere di
nuovo condotto in autoambulanza in una caserma dei
carabinieri sul Gran Sasso, in località Campo Imperatore a
2.100 metri d’altezza, il 28 agosto 1943. In quei giorni
Vittorio Emanuele III° e Badoglio completavano il piano di
rovesciamento delle alleanze. L’otto settembre 1943 il nuovo
governo proclamò l’armistizio, provocando confusione,
smarrimento e paura nelle forze armate e nella popolazione:
l’Italia era diventata ormai un campo di battaglia fra i
Tedeschi e gli Alleati. Il 12 settembre 1943 un reparto
d’assalto tedesco comandato dal Capitano Otto Skorzeni
liberò Mussolini prigioniero al Gran Sasso senza incontrare la
minima resistenza da parte dei suoi carcerieri e lo fece portare
in Germania con un piccolo aereo da ricognizione. In quel
periodo l’Italia venne divisa in due, militarmente e
24
politicamente. Il nord ed il centro della penisola, Roma
compresa, caddero nelle mani dei Tedeschi; nel meridione si
stanziarono gli Alleati. Nel nord, a Salò, nei pressi del lago di
Garda, si insediò il governo della Repubblica Sociale Italiana
( R.S.I. ) con a capo Mussolini, alleato, se non controllato, dai
nazisti. Da Roma il governo Badoglio si trasferì nel sud,
creando il “Regno del Sud” con capitale Napoli. I Tedeschi
riuscirono a fermare l’avanzata degli Alleati, attestandosi su
una linea difensiva ( la linea Gustav ) che da Gaeta
raggiungeva la foce del Sangro ( nell’area di Pescara ) e che
aveva il suo “centro” nella zona di Cassino, nelle vicinanze di
Roma.
2) I seicento giorni della Repubblica Sociale Italiana e lo
sfacelo del fascismo: Mussolini meno Duce e più uomo
L’arco di tempo 1943 – ’45 è fondamentale per comprendere
la storia del XX° secolo. In quegli anni funestati dall’
“immane conflitto”, il progetto e la realizzazione di un
“Nuovo Ordine” auspicato dalle Nazioni del cosiddetto “Patto
Tripartito” ( Italia, Germania e Giappone ) vennero cancellati
per sempre.
Secondo il Duce, in relazione a questo disegno l’Italia doveva
ritagliarsi uno “spazio imperiale” nei Balcani ed in Africa, ed
in questi territori il fascismo avrebbe fatto rifiorire la Civiltà
di Roma. La sconfitta dei “tre volti del fascismo”, cioè:
fascismo, nazismo ed action français ( per usare la
terminologia dello storico tedesco Ernst Nolte ), e quella
dell’imperialismo giapponese del 1945, assunse un carattere
epocale. Il periodo in questione è pure importante per cercare
di capire lo sviluppo della personalità di Mussolini, sia nei
suoi aspetti umani sia in quelli mitici. Il 29 luglio 1943 il
fondatore del fascismo compiva 60 anni, proprio nei giorni in
cui era prigioniero del governo Badoglio.
Già da anni soffriva di un’ulcera duodenale, e, a causa
dell’andamento disastroso della guerra, si considerava ed era
considerato politicamente finito. A proposito delle sue
25
condizioni psicologiche, nei “Pensieri pontini e sardi” scritti
in cattività a Ponza ed alla Maddalena, riferendosi
implicitamente ai grandi uomini, egli annota: “la caduta nella
polvere li riconduce all’umanità, a quella umanità che si
potrebbe definire elementare”. Il 1943 segnò uno spartiacque
nella storia del mito di Mussolini. Sempre nel volumetto
succitato, egli infatti osserva: “Negli ultimi tempi la richiesta
di mie fotografie erma molto diminuita …” E ancora: “sentivo
che queste fotografie sarebbero state stracciate o nascoste, un
giorno …”. La scrittrice di sinistra Camilla Cederna curò nel
1989 un’antologia di lettere di donne italiane indirizzate al
capo del fascismo dal titolo “Caro Duce”. Si contavano a
centinaia di migliaia le missive che le donne scrivevano a
Mussolini e questo flusso epistolare s’interruppe nel 1943
quando, per parafrasare Camilla Cederna, le masse
cretinizzate dalla propaganda fascista si svegliarono. Nella
riunione del Gran Consiglio del fascismo del 24 luglio 1943,
Mussolini disse: “In questo momento io sono certamente
l’uomo più detestato, anzi odiato in Italia, il che è
perfettamente logico, da parte delle masse ignare, sofferenti,
sinistrate, denutrite, sottoposte alla terribile usura fisica e
morale dei bombardamenti ‘liberatori’ ed alla suggestione
della propaganda nemica …”
Da una parte queste frasi evidenziano la drammatica
situazione del popolo italiano che piange i suoi innumerevoli
morti nei diversi fronti e nella penisola; dall’altra esse
mettono in luce la profonda crisi del mito.
Con l’avvento al potere del governo del Maresciallo Badoglio,
nelle principali città vengono abbattute e defenestrate statue e
fotografie del Duce.
Nel 1944 Mussolini scrive un libro dal titolo: “Il tempo del
bastone e della carota” in cui, parlando in terza persona, in
relazione agli avvenimenti degli ultimi giorni del luglio 1943,
osserva:” la folla scorrazzò per le strade… commise violenze
sulle persone, cancellò con un’ iconoclastia feroce e stupida
tutto ciò che poteva ricordare Mussolini e il fascismo”.
26
In sintesi, una furia iconoclasta si abbatté sul mito,
accompagnata da anatemi e maledizioni.
Mussolini accettò di diventare il capo della Repubblica
Sociale Italiana, che formalmente si strutturava come uno
Stato indipendente, e che contava circa 1 milione di soldati
repubblicani. Perché lo fece, se già prima del 25 luglio 1943 si
considerava un uomo finito? Ne “Il tempo del bastone e della
carota” egli scrisse di essere disponibile a trasferirsi nella sua
residenza di Predappio, chiamata “La Rocca delle
Camminate” nel caso di una sua sostituzione.
Allora, perché assecondò i piani di Hitler per l’Italia?
Secondo gli storici antifascisti, Mussolini accettò l’incarico
del Fuhrer per continuare a governare e ad imporre il fascismo
all’Italia, sia pure sotto il controllo tedesco. L’opinione degli
storici revisionisti e fascisti è che il Duce si rese docile al
volere dei nazisti per alleviare le sorti della popolazione
dell’Italia del centro - nord.
Insomma, la scelta era: o il governo di Mussolini in
collaborazione con i Tedeschi, oppure “il tallone tedesco”
premuto sulla popolazione italiana del centro-nord sino a
schiacciarla. Il 23 settembre 1943 il capo del fascismo
annunciò la formazione del nuovo governo. Il suo programma
era: “costituente - riconciliazione - socializzazione”. Nei
seicento giorni della Repubblica di Salò, nessuno di questi tre
punti programmatici fu realizzato. Il Duce lavorò sul progetto
di socializzazione che prevedeva fra l’altro, un’ampia
partecipazione dei lavoratori nella gestione delle imprese con
il godimento degli utili.
Ma le sue formulazioni teoriche non trovarono alcun riscontro
fra le masse operaie dei grandi stabilimenti industriali del
nord, ormai stanche della guerra e del fascismo. Il Partito
Fascista Repubblicano, erede del Partito Nazionale Fascista, si
riunì a Verona a metà novembre del 1943, ed emise un
documento di stampo tanto ideologico quanto programmatico
passato alla Storia come “il Manifesto di Verona”. Nell’Italia
repubblicana anzitutto comandavano i Tedeschi, che
applicavano contro i partigiani le loro ferree leggi militari, poi
27
venivano alcuni reparti speciali della R.S.I. Nullo o quasi era
il potere di Mussolini, che tuttavia divenne presto una sorta di
punto di riferimento, se non un simbolo, difficilmente
sostituibile. Egli trascorreva la maggior parte del tempo nella
sua residenza, a Villa Feltrinelli a Gargnano. Le sue giornate
erano intense: riceveva capi militari e funzionari civili,
fascisti, uomini di cultura e religiosi che gli erano rimasti
amici nella sventura: scriveva articoli per giornali, pur
essendo la sua salute precaria. Raramente usciva per
ispezionare alcuni reparti dell’esercito repubblicano, e
limitato era il tempo che dedicava all’amante, Claretta
Petacci, nonostante si sia romanzato molto sul loro amore.
Politicamente il Duce rimaneva il capo teorico di una
Repubblica di fedelissimi, che quotidianamente subiva sia
l’azione militare degli Alleati, che miravano a sfondare la
linea Gustav all’altezza di Cassino, sia gli attacchi dei
partigiani.
Dopo il crollo della linea Gustav, nell’autunno del 1944
l’offensiva anglo - americana s’arrestava sulla cosiddetta linea
gotica, cioè su quel sistema di fortificazioni costruite e difese
dai Tedeschi e dai repubblichini, che congiungeva Rimini a
La Spezia. I nazisti e i fascisti ripresero fiato e il 16 dicembre
1944 Mussolini tenne al Teatro Lirico di Milano il suo ultimo
discorso, in cui apparve rinfrancato e in gran forma. Egli
dichiarò che le armi segrete avrebbero condotto le forze
dell’Asse alla vittoria ed enfatizzò le prospettive del fascismo
repubblicano che s’incentravano sulla formazione di una
nuova costituente, a guerra finita, e sul trinomio: Italia .
Repubblica – Socializzazione. A proposito del fervore
suscitato dall’oratoria del Duce fra i Milanesi, Giovanni
Artieri, scrittore e giornalista di destra, osservò che il successo
del discorso del Teatro Lirico è inspiegabile , anche a molti
anni di distanza.
Nell’aprile del 1945 gli Alleati ripresero l’offensiva per
distruggere la linea gotica fiancheggiati indirettamente dai
gruppi partigiani, che operavano un po’ ovunque. L’esercito
tedesco era in rotta in tutta Europa e a Milano Mussolini cercò
28
di trattare la resa con i capi della resistenza, facendo leva sulla
mediazione ecumenica del Cardinale Schuster, Arcivescovo
della città. Ma la negoziazione ebbe un esito negativo perché
il Comitato di Liberazione nazionale Alta Italia (C.L.N.A.I.)
aveva già deciso che il Duce dovesse morire.
Il 27 aprile Mussolini fuggì verso la Valtellina con Claretta
Petacci ed alcuni gerarchi, unendosi ad una autocolonna
tedesca. Catturato da un gruppo di partigiani comandati dal
“Colonnello Valerio”, il 28 fu giustiziato assieme a Claretta
Petacci ed ai gerarchi. Il 29 le salme vennero trasportate a
Milano, appese per i piedi ad un distributore di benzina in
Piazzale Loreto ed esposte alla barbara violenza della folla.
3) L’avventura militare della Repubblica Sociale Italiana e
la conversione di Mussolini.
Mussolini decise di accogliere la proposta di Hitler di
diventare il capo della R.S.I. per alleggerire il peso
dell’occupazione tedesca, o forse per evitare che il Fuhrer
“facesse tabula rasa dell’Italia”. Ma il suo rientro sulla scena
politica fu una delle cause dello scoppio della guerra civile,
perché divise il centro-nord della penisola tra fascisti da una
parte e antifascisti dall’altra.
Che cosa sarebbe successo se il Duce si fosse ritirato dalla
vita politica? Probabilmente Hitler avrebbe dato l’incarico di
guidare la neonata Repubblica ad Alessandro Pavolini o ad un
altro gerarca fedele all’alleanza con i nazisti come, ad
esempio, Roberto Farinacci. Ma né l’uno né l’altro
possedevano il carisma del fondatore del fascismo. Ci si può
dunque chiedere:
La guerra civile sarebbe ugualmente scoppiata? In caso
affermativo, essa avrebbe assunto proporzioni meno estese?
La breve odissea della Repubblica di Salò coinvolse
Mussolini a livello familiare con il “processo di Verona” del
gennaio del 1944, in cui i membri del Gran Consiglio del
fascismo, accusati di tradimento per aver votato a favore
dell’ordine del giorno Grandi, furono condannati a morte.
29
Tredici di loro riuscirono a sfuggire all’autorità repubblicana:
ricordiamo almeno Grandi, Bottai e Federzoni; sei furono
arrestati, fra i quali Galeazzo Ciano, genero del Duce. Edda
Ciano si adoperò in ogni modo col padre per salvare il marito.
Secondo Paolo Alatri, autore di una biografia tascabile di
Mussolini pubblicata nel 1995, pare che la domanda di grazia
inoltrata al Duce dai condannati a morte non sia mai
pervenuta a destinazione. Egli precisa: “La questione è
rimasta misteriosa e controversa”. Durante il conflitto, a più
riprese Mussolini fu accusato di essere un dittatore
sanguinario per aver mandato al fronte centinaia di migliaia di
giovani. Ora, se avesse graziato Ciano, avrebbe dovuto render
conto anche dell’accusa di “nepotismo”: a questo punto il suo
ritratto di “despota orientale” avrebbe raggiunto l’apice.
Durante la sua permanenza a Gargnano, il Duce s’incontrava
con Claretta Petacci. Alcuni storici sostengono che questa
donna fu il più grande amore della sua vita. Sergio Luzzato
nel suo libro “Il corpo del Duce” ritiene che la sua amante
svolgesse un ruolo determinante nella creazione del clima di
“basso Impero” che permeava l’ambiente repubblicano del
Lago di Garda. Altri storici, fra cui Don Ennio Innocenti,
affermano invece che la Petacci si limitasse a ritagliarsi un
piccolo spazio nella vita del capo del fascismo.
Il sacerdote in questione, nella “Disputa sulla conversione di
Mussolini” scrive che quest’ultimo diverse volte si era
proposto di lasciare l’amante, giungendo persino a preparare,
nel gennaio del 1945, un decreto per far espatriare la famiglia
Petacci; ma il provvedimento non fu attuato. La Petacci fece
di tutto per rimanere nelle vicinanze della residenza del Duce,
suscitando l’irritazione e la gelosia di donna Rachele.
Leggendo i libri di Mussolini: “Vita di Arnaldo” (1932) e
“Parlo con Bruno” (1941), scritti rispettivamente in occasione
della morte del fratello e del figlio, si può notare che il senso
della famiglia è un valore molto importante nella sua vita.
Quindi è logico ipotizzare che Benito amasse profondamente
Rachele, che gli aveva dato cinque figli. Egli era un uomo
30
esuberante ed un peccatore, ma combatteva le sue debolezze e
alla fine ritornava al “nido familiare”.
Negli anni 1942-’43 la crisi religiosa di Mussolini divenne più
intensa e sofferta. Anche in quel biennio travagliato e fino alla
morte la sua personalità manifestò degli aspetti “mitici” che
saranno ampiamente affrontati nell’ultimo capitolo. Ora è
opportuno approfondire la sua evoluzione religiosa nel più
vasto quadro del processo di conversione che inizia negli anni
venti. Già nel suo “Diario di guerra” (1915-’17) si possono
sottolineare alcune note che, sia pure in modo vago,
richiamano alla mente la misteriosa presenza di Dio. Durante i
primi anni venti il suo atteggiamento verso la Chiesa, sia a
livello personale, sia a livello sociale, comincia a cambiare.
Se il giovane rivoluzionario socialista forse si compiaceva di
commettere atti profanatori e di pronunciare discorsi
sprezzanti contro i religiosi, il più maturo Benito si ravvede e
guarda con crescente attenzione al Clero ed alle sue
Istituzioni, che svolgono una costante opera di mediazione fra
i partiti politici in lotta. L’animo di Mussolini era reso
inquieto sia dalla passione politica, sia dalla incessante
riflessione sul Cattolicesimo che certamente leniva in parte le
sue ambizioni di potere. In questa situazione spirituale,
dominata dalla ricerca di Dio, si può ipotizzare che il Duce
fosse il mandante dell’assassinio del deputato socialista
Giacomo Matteotti? Ma ora non possiamo diffonderci su
questo argomento, che riprenderemo nel prossimo capitolo.
Possiamo tracciare a grandi linee l’itinerario spirituale di
Mussolini analizzando alcuni suoi scritti.
Ne “La Dottrina del fascismo” (1932), egli scrive: “Il
fascismo è una concezione religiosa, in cui l’uomo è veduto
nel suo immanente con una legge superiore, con una Volontà
obiettiva che trascende l’individuo particolare e lo eleva a
membro consapevole di una società spirituale” . La “Vita di
Arnaldo” non è solo una biografia del fratello del Duce,
scomparso nel 1931. La narrazione affronta anche la morte di
Sandrino, figlio di Arnaldo. La fine prematura del giovane
sconvolge la vita del padre che trova la forza di continuare a
31
vivere solo pregando e confidando in Dio. Dalla lettura di
questo tragico evento si trae l’impressione che anche Benito
sia coinvolto nel particolare clima religioso in cui vive la
famiglia di Arnaldo.
Nella IIa metà degli anni trenta le velleità politiche e militari
della Germania mettono in crisi l’equilibrio europeo. In
questo periodo, la figura del Duce cambia. Nel libro “Le
guerre dimenticate di Mussolini”, a proposito del Duce,
l’autore, Giovanni Artieri, scrive: “… dopo la proclamazione
dell’Impero e sino al 25 luglio 1943 l’uomo cambiò,
rimodellato da un culto della personalità che fu caratteristica
comune delle dittature europee”.
E’ lecito chiedersi se in questo arco di tempo (1935-’40) il
processo di conversione di Mussolini si sia arrestato.
Certamente il periodo in questione fu uno dei più oscuri della
sua vita di cristiano e di statista. Ora, ritornando all’analisi dei
libri del Duce, è opportuno riassumere e commentare
brevemente “Parlo con Bruno” (1941). Benito rievoca la
scomparsa del figlio Bruno, che si era arruolato
nell’aviazione. Il padre racconta la carriera militare del figlio,
premiata con diversi riconoscimenti al merito.
Bruno muore durante un’esercitazione nel 1941. La
narrazione assume un tono commosso e lirico che raggiunge
l’apice nella pagina di “congedo”: “Una sola goccia di sangue
che sgorgò dalle tue tempie lacerate e scorse sulla tua faccia
impallidita, vale più di tutte le mie opere presenti passate
future. Poiché solo il sacrificio del sangue è grande; tutto il
resto è effimera materia. Solo il sangue è spirito, solo il
sangue conta nella vita degli individui e in quella dei popoli:
solo il sangue dà la porpora alla gloria…”. Queste frasi sono
pervase da un forte afflato di spiritualità. Esse non
evidenziano un atteggiamento cristiano, però sottolineano che
lo spirito è superiore alla materia: il Duce sta percorrendo
dunque la via che porta a Cristo. Nel biennio 1941-’42 il
processo di conversione di Mussolini raggiunge il culmine.
Quali sono le ragioni che lo inducono a convertirsi? Se ne
possono individuare almeno tre, legate fra loro:
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1°) la prematura scomparsa del figlio Bruno;
2°) la morte di centinaia di migliaia di Italiani, al fronte e in
Italia “per causa sua”:
3°)la considerazione che la maggior parte degli Italiani erano
convinti che lui fosse il solo responsabile dell’entrata in
guerra dell’Italia e delle relative conseguenze.
Nei “Pensieri pontini e sardi” il capo del fascismo scrive:
“Due libri mi hanno molto interessato in questi ultimi tempi:
“La vita di Gesù” di G. Ricciotti e “Giacomo Leopardi” di
Saponaro. Anche Leopardi è stato un po’ crocifisso!”
(pensiero n° 5)
Sempre riferendosi alla sua permanenza nell’isola di Ponza,
ne “Il tempo del bastone e della carota”, il Duce narra in terza
persona: “Mussolini trascorse le giornate di Ponza in perfetta
solitudine, traducendo in tedesco le “Odi barbare” di Carducci
e leggendo la “Vita di Gesù” di Giuseppe Ricciotti, che poi
lasciò in dono al parroco dell’isola”. Nella “Disputa sulla
conversione di Mussolini” Don Ennio Innocenti, riportando la
testimonianza del parroco di Ponza, annota le frasi di
quest’ultimo riferite al Duce: “Avrebbe voluto parlarmi. La
crisi dello spirito era fortissima. Lo seppi. Sollecitai il
colonnello dei carabinieri al quale avevo chiesto di far visita
al relegato, ma non mi fu concesso”. La crisi interiore del
Duce era dovuta anche al timore di essere consegnato agli
Inglesi, essendo noto che egli avrebbe preferito darsi la morte
piuttosto di cadere nelle mani dei suoi nemici. Don Ennio
Innocenti prosegue: “Dunque Mussolini, caduto in disgrazia, è
stato portato in alto da quel libro”. L’incontro fra il “relegato”
e il parroco non avvenne. La detenzione nell’isola non
garantiva la “sicurezza” del Duce: i Tedeschi, infatti, stavano
cercando ovunque il “prigioniero”. Egli fu quindi reimbarcato
per la Maddalena. A proposito della permanenza del Duce
nell’isola, Don Ennio Innocenti specifica: “…… di qui,
presumibilmente, quella smagliatura dei controlli verificatasi
alla Maddalena che permise a Mussolini un prolungato e
costruttivo incontro con il parroco Don Capula, verso il quale
il Duce conservò sentimenti di stima e di gratitudine. (cfr. “Il
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tempo” 15-01-1950, articolo di Giovanni Artieri: l’autore ha
accertato che Mussolini ebbe quattro incontri col parroco,
ognuno della durata di due ore)”.
Relativamente allo stato d’animo del “relegato”, sempre il
sacerdote summenzionato precisa: “Testimonianze qualificate
assicurano ch’egli si riteneva “morto”, schiacciato,
soprattutto, dal giudizio, diventato comune, che proprio lui
avesse voluto la guerra. Pesava, inoltre, sulle sue condizioni
mentali un gravissimo deperimento fisico con effetti di
preoccupante apatia”. Trasportato al Gran Sasso, in località
Campo Imperatore, Mussolini venne liberato dal reparto
tedesco comandato da Otto Skorzeni il 12 settembre 1943.
Nello stesso mese nacque la Repubblica Sociale Italiana.
Ci si può domandare se durante il periodo del fascismo
repubblicano il Duce abbia continuato il suo dialogo con Dio.
Le testimonianze e i documenti in nostro possesso ci
permettono di rispondere affermativamente. Don Ennio
Innocenti c’informa che nel dicembre 1943 il capo del
fascismo incontrò diverse volte Fra’ Ginepro, un religioso
ligure dotato, fra l’altro, di una feconda vena letteraria.
Riferendosi a quest’ultimo, l’autore della “Disputa sulla
conversione di Mussolini” scrive: “Il frate colse
immediatamente l’occasione e propose per l’indomani, di
portargli il Santissimo Sacramento: il Duce accettò. Fra’
Ginepro racconta: “ non avevo detto nulla a nessuno. Forse
non lo avrei detto mai, neanche agli amici più intimi, se non
mi avessero spinto alle rivelazioni le infamie accumulate sul
suo cadavere …. Quel mattino, alle 9:30, trovai pochi militi
agli sbarramenti di Gargnano che mi diedero subito il
passo…. Alle dieci la confessione era finita”. Secondo Don
Ennio Innocenti, i rapporti fra il Duce e il suo confessore si
raffreddarono nel 1944: Fra’ Ginepro chiese dei favori di
“natura politica” che Mussolini non poteva esaudire. Durante
il 1944 un francescano, Padre Eusebio, entrò inaspettatamente
nella vita dell’”uomo della Provvidenza”. Padre Eusebio, al
secolo Sigfrido Zappaterreni, nacque nel 1913 nel Lazio e
morì nel 1985 in Argentina.
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Fu il capo dei cappellani delle brigate nere (circa una
quarantina) dell’esercito della Repubblica sociale Italiana.
L’incontro a Gargnano fra Mussolini e Padre Eusebio fu
costruttivo e fra loro nacque un sentimento di stima e di
reciproca simpatia che facilitò il dialogo. Presto il Duce aprì il
suo animo al Sacerdote francescano: possiamo dedurlo dalle
parole riferite a Mussolini secondo il racconto di Don Ennio
Innocenti: “In realtà egli, nell’intimo, aveva sempre creduto in
Dio …. Nell’immortalità, nella sanzione eterna al bene e al
male morale”. Queste frasi ci fanno capire che il giovane
rivoluzionario socialista, seppur inconsapevolmente, era pur
sempre un credente, anche quando “spicconava la Madonna di
Forlì” o commetteva altri atti profanatori e vandalici contro la
Chiesa.
Avendo subito il fascino della personalità del Duce, Padre
Eusebio si prefigge di aiutarlo. Quest’ultimo infatti si sente un
pastore che vive per il suo gregge. Le accuse di razzismo che
gli furono mosse nel dopoguerra risultano false. Verso gli
Ebrei “egli era ecumenico”, però avversava le cosiddette
“logge massonico – giudaiche”. All’interno della Chiesa,
qualcuno lo aveva accusato di nutrire “un amore viscerale”
per Mussolini, ma in realtà questo “amore viscerale” era solo
per Cristo, come dimostrò ampiamente la sua opera
missionaria svolta in Argentina dopo la fine del conflitto.
Dopo aver raccolto le confidenze del Duce, Padre Eusebio lo
confessò il 14 novembre del 1944. Relativamente al Natale di
quell’anno, Don Ennio Innocenti scrive: “Nel successivo
colloquio della mattina di Natale P. Eusebio seppe con
amabilità provocare Mussolini a dettare quella professione di
fede in Cristo che lodevolmente fu poi diffusa per mezzo dei
“santini”, come abbiamo già ricordato. Eccola: “Cristo si vede
a Betlemme, si conosce a Nazareth, si ammira sul Tabor, si
crede sul Golgota, si ama attraverso il Vangelo. E’ l’unico
vero rivoluzionario, che della sua Croce ha fatto leva e
bandiera per sollevare il mondo agli splendori della fede
divina. Io vedo in lui l’asse della Storia e i secoli gli danzano
intorno. Stanchi di lotta e di odio, gli uomini si appoggiano
35
alla Croce e guardano ai suoi occhi che rischiarano le vie
dell’eternità. Il Vangelo è il poema sublime dell’amore
universale sgorgato dal cuore di Cristo e scritto col sangue
divino. L’eco dell’Eterno si ripercuote sulla terra attraverso la
sua parola, che è luce per l’intelligenza e fiamma per lo
spirito. Il Vangelo è il libro dell’unità, è la chiave del mistero
della vita, messaggio di Dio e programma per gli uomini,
dove l’amore crea e rinnova, trionfa nel perdono ed impera
nell’esaltazione del dolore. L’ultima parola trasformatrice si
dice nell’atmosfera del cielo sull’alto della Croce, dove Cristo
conduce gli uomini oltre le soglie dell’infinito, nel Regno
dell’amore inteso alle scaturigini dell’immortalità dello
spirito”.
Nell’aprile del 1945 Mussolini assiste allo sfacelo della
Repubblica sociale Italiana. Dopo il fallimento della
mediazione tentata dal Cardinale Schuster fra i gerarchi di
Salò e i rappresentanti della resistenza per una resa onorevole
della Repubblica sociale Italiana, Mussolini lascia Milano per
unirsi ad una autocolonna tedesca che percorrerà la Valtellina.
Arrestato da un gruppo partigiano, col coraggio dell’exbersagliere e con la forza della fede il Duce affronta a testa
alta le armi dei suoi esecutori, assieme a Claretta Petacci,
gridando: “Mirate al cuore!”
36
37
III° CAPITOLO
Le peripezie della salma di Mussolini (1945 –
1957): il corpo e le onoranze rituali.
1) L’assassinio di Matteotti e l’esecuzione di Mussolini.
Sergio Luzzato, nel suo libro “Il corpo del Duce” pubblicato a
Torino nel 1988 fornisce un ampio resoconto della vicenda
della salma del Duce. L’autore dedica alcune pagine
all’argomento: corpo di Matteotti - corpo di Mussolini.
Sia il capo socialista, sia il fondatore del fascismo, sono uccisi
freddamente; i cadaveri di entrambi subiscono una violenza
inaudita. L’assassinio di Matteotti ricade su Mussolini che,
vent’anni più tardi, pagherà con la vita la sua colpa secondo la
legge della giustizia o la falce della vendetta.
Relativamente all’ipotesi formulata da Sergio Luzzato, ci si
può chiedere: il Duce fu veramente il mandante del delitto
Matteotti? Gli storici antifascisti non hanno alcun dubbio: chi
altri poteva essere? Le opinioni degli storici fascisti e quelle
degli studiosi revisionisti, pur essendo molto diverse fra loro,
convergono sulla constatazione che il “caso Matteotti” sia
complesso ed intricato. Per farci un’idea della diversità delle
argomentazioni proposte, è opportuno segnalare almeno due
opere:
 “Le guerre dimenticate di Mussolini” di Giovanni
Artieri, che mette efficacemente in risalto il punto di
vista della destra.
 “Manuale di storia contemporanea” di Giardina Sabbatucci - Viadotto, un testo scolastico adottato nei
licei, che può essere collocato fra gli scritti degli
storici revisionisti.
38
Nel suo libro “Le guerre dimenticate di Mussolini”, Giovanni
Artieri, riferendosi all’ultimo discorso pronunciato
dall’esponente socialista a Montecitorio il 31 maggio 1924,
scrive: “….Matteotti…. promise di continuare nella
successiva seduta, destando fastidio e preoccupazione in
Mussolini che avrebbe pronunciato la frase: ‘Nessuno me lo
toglie dai piedi?’ Era un invito un po’ campato in aria, ma
raccolto diligentemente il 10 agosto 1924 . Lo scandalo fu
enorme e avrebbe potuto provocare la fine del fascismo. Si
buttavano i distintivi per le strade. Si aspettava da un istante
all’altro la dimissione del governo. Mussolini aveva già detto
di essere pronto a difendersi dal suo banco di deputato. Ma,
rapidamente, si pronunciò un moto di reazione violentissimo
da parte delle legioni della milizia delle province
settentrionali che “sfilarono” a Roma per ammonire Mussolini
nel caso avesse dato prova di debolezza e di costituzionalità.
Si inscenò un processo a Chieti … Matteotti, tubercolotico,
era morto per emottisi a seguito dei maltrattamenti, pochi
minuti dopo essere stato spinto nell’automobile…”
Per quel che concerne il clima politico estremamente critico
provocato dall’assassinio Matteotti, il “Manuale di storia
contemporanea” sopramenzionato scrive: “il 10 giugno 1924
il deputato Giacomo Matteotti, segretario del Partito
Socialista Unitario, fu rapito a Roma da un gruppo di
squadristi membri di un’organizzazione illegale alle
dipendenze del P.N.F., caricato a forza su un’auto e ucciso a
pugnalate. Il suo cadavere, abbandonato in una macchina a
pochi chilometri dalla capitale, fu trovato solo due mesi
dopo… Sebbene gli esecutori materiali del crimine fossero
stati arrestati dopo pochi giorni, né allora né in seguito si
poterono individuare con certezza i mandanti diretti. Il Paese
capì tuttavia che il delitto era il risultato di una pratica ormai
consolidata di violenza e di impunità, di cui Mussolini e i suoi
seguaci portavano intera la responsabilità …”
Per completare il quadro degli avvenimenti in cui si consuma
la tragedia di Matteotti, è d’obbligo citare alcune parti del
discorso pronunciato dal Duce in Parlamento il 3 gennaio
39
1925, in cui sostiene che la “Questione morale” (sollevata, fra
l’altro, dall’orrendo crimine) è chiusa: “Ebbene dichiaro qui,
al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il Popolo
italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica,
morale, storica di tutto quanto è avvenuto. (….). Se il
fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo
di questa associazione a delinquere….”
Prima di esprimere il nostro parere sul delitto in questione, ci
sembra utile riassumere cronologicamente gli avvenimenti:
- 30 maggio 1924: discorso di Matteotti alla Camera
- 10 giugno 1924: rapimento e assassinio del capo
socialista
- giugno 1924: secessione dell’Aventino: dopo il delitto,
i deputati dell’opposizione al governo presieduto da
Mussolini per protesta lasciano il Parlamento e si
ritirano sul colle dell’Aventino.
- 3 gennaio 1925: discorso di Mussolini al Parlamento
sulla “Questione morale”; da quel giorno Mussolini ed
il P.N.F. decidono di “sbaragliare l’opposizione”
iniziando dai parlamentari dell’Aventino
Noi non crediamo che Mussolini sia il “responsabile diretto”
del delitto Matteotti, per le seguenti ragioni:
1) Fra il pronunciare una frase minacciosa (“nessuno me
lo toglie dai piedi?”) e il dare ordini per l’esecuzione
di un omicidio, il divario è grande.
2) Durante il I° conflitto mondiale, nella logorante guerra
di trincea, il bersagliere Benito Mussolini ha sempre
combattuto contro il nemico austriaco a viso aperto (si
legga al proposito il suo “Diario di guerra”); perché
negli anni venti avrebbe dovuto cambiare il metodo di
lotta contro gli avversari politici? Perché si sarebbe
messo a “ordire trame nell’ombra” contro i nemici? Se
così fosse, quali sarebbero le prove concrete contro di
lui? Sempre rimanendo nel “tema dell’oscurità”, non è
forse noto quanto egli abbia detestato e abbia lottato
contro le associazioni segrete come la massoneria?
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3) Mussolini era un uomo esuberante e pieno di sé. Nella
sua vanità e nel suo orgoglio, egli sapeva bene che
nessun rivale (compreso Matteotti) poteva veramente
ostacolarlo. Il Duce non era più intelligente o più colto
dei suoi avversari, ma possedeva un talento
incomparabile nel “trascinare le masse”, che forse
erano ammaliate dalla sua personalità. Essendo
consapevole che la sua vittoria politica si sarebbe
consolidata nel giro di pochi anni, perché avrebbe
dovuto ricorrere all’omicidio come strumento di lotta
politica?
Dopo aver preso atto di queste tre argomentazioni che
intendono ridimensionare la gravità delle accuse mosse a
Mussolini nel delitto Matteotti, il lettore potrebbe interrogarsi
sui motivi che hanno indotto il Duce ad addossarsi tutte le
responsabilità del misfatto davanti al Parlamento il 3 gennaio
1925. Noi rispondiamo sostenendo che il discorso in
questione fu la premessa per una serie di operazioni
“machiavelliche” volte alla fascistizzazione della Nazione e al
“colpo di stato” che però, almeno formalmente, non avvenne
mai. Dopo il delitto Matteotti, Mussolini cercò di riagganciare
l’opposizione dell’Aventino, ma inutilmente, perché essa non
si fidava più di lui. Ritenendo dunque che il Paese dovesse
scegliere forzatamente fra la destra e la sinistra, il Duce agì in
questo modo:
1) Puntò dapprima sull’unità del P.N.F.
2) Col discorso del 3 gennaio 1925 si accollò la
responsabilità dell’operato di tutto il partito; di
conseguenza, tale discorso sancì l’unità del P.N.F. di
fronte alla Nazione.
3) Da quel giorno egli potè usare gli squadristi come
“forza d’urto” per sopraffare le opposizioni, cioè per
effettuare il “colpo di stato” che avrebbe dato vita al
Regime fascista.
Se confrontiamo la tesi or ora esposta con la riflessione dello
storico tedesco Ernst Nolte (n.1923), possiamo domandarci se
41
esse evidenzino dei punti di contatto. Nel suo voluminoso
saggio “Il fascismo nella sua epoca” pubblicato nel 1993 a
Milano, dopo aver sottolineato “le offerte quasi imploranti da
parte di Mussolini” per riprendere il dialogo con l’Aventino,
l’autore scrive: “E’ peraltro abbastanza comprensibile che
l’Aventino non volesse fidarsi di un uomo che con la stessa
sincerità diceva cose perfettamente contrastanti a seconda che
parlasse davanti al Senato o davanti a un’adunata di camicie
nere. Ancor oggi è difficile ritenere con certezza quale fosse il
suo “vero” volto. Mussolini non cadde perché lo
appoggiavano il Re e il Papa, il Senato e l’industria, timorosi
di potersi trovare di nuovo di fronte ai socialisti e ai
comunisti…”.
Nel concludere la nostra breve dissertazione sul delitto
Matteotti, riteniamo doveroso riportare le frasi che esprimono
il punto di vista del Duce e del fratello Arnaldo. “Vita di
Arnaldo” scritta da Benito e pubblicata nel 1932, contiene una
parte del carteggio fra i due fratelli. Benito trascrive una
missiva del fratello sull’argomento che stiamo affrontando:
“In un’altra lettera del 26 luglio 1926 [Arnaldo] così si
esprimeva: “Questa tragedia di Matteotti non è il periodo
aureo del fascismo, ma è stata invece l’occasione più
luminosa per misurare di quali soldati fosse composta qualche
branca gerarchica fascista”.
Con questo commento Arnaldo ammette la “negatività”
dell’assassinio Matteotti, ma riconosce che esso è servito per
mettere in luce le “squadre” pronte a sacrificarsi per la
“Nuova Italia”. Ne “Il tempo del bastone e della carota”
pubblicato nel 1941, Mussolini, nel capitolo intitolato Il
dramma della diarchia analizza sinteticamente i principali
avvenimenti del Ventennio (1922 – 1942).
A proposito del delitto in questione, egli scrive: “Anno di crisi
seria fu, invece, il 1924. Il Regime dovette fronteggiare le
conseguenze di un delitto che, prescindendo da ogni altra
considerazione, era per il modo e per il tempo, politicamente
sbagliato”.
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Nel brano citato, vorremmo sottolineare l’inciso
“prescindendo da ogni altra considerazione”.
E’ nostra convinzione che si tratti anzitutto di “considerazioni
di carattere morale”, che gli impediscono di concepire il
delitto come strumento di lotta politica.
2) Il successore di Mussolini
la “secessione dell’Aventino” (giugno 1924 - gennaio 1925)
mise profondamente in crisi il governo guidato dal Duce.
Relativamente a tale periodo, nel libro “Il fascismo nella sua
epoca”, Ernst Nolte scrive: “C’è qualche ragione di ritenere
che allora Mussolini pensò di ritirarsi e di proporre al Re
come suo successore Filippo Turati; ma è anche ragionevole
pensare, in base ad altri indizi, che allora riprendessero vita in
lui le idee del 1919”.
Forse per la prima volta si presentava il problema della
successione di Mussolini, in un arco di tempo in cui
l’avvenire del fascismo era duramente ostacolato dai suoi
avversari. Nel biennio 1925 – 1926, puntando sul tacito
consenso della monarchia e sulla collaborazione delle forze
conservatrici, i fascisti realizzano “col bastone e con l’olio di
ricino”, una sorta di “colpo di stato”. Alla violenza gli
antifascisti reagiscono con la violenza, tentando fra l’altro, di
uccidere il Duce, che subisce ben quattro attentati. In questo
clima effervescente, negli ambienti fascisti e in quelli
antifascisti, si pone la questione della successione di
Mussolini.
Questa problematica provoca una divisione fra gli esuli
antifascisti in Francia e in Gran Bretagna. Schematizzando, si
possono individuare due gruppi: i marxisti e i moderati. I
primi sono propensi a rifiutare l’ipotesi del “tirannicidio”;
secondo il loro punto di vista, morto il Duce, si
provvederebbe a sostituirlo con una personalità di primo
piano, visto che il Regime fascista è ormai diventato un
sistema. I moderati, come i fratelli Carlo e Nello Rosselli,
invece, sono del parere che l’assassinio del “dittatore”
43
innescherebbe la crisi dello stato totalitario. Affrontando il
progetto del
“ tirannicidio”, nel già menzionato libro “Il
corpo del Duce”, Sergio Luzzato riporta l’opinione dell’esule
e storico antifascista Gaetano Salvemini (1873 – 1957): “A
pochi giorni di distanza dall’insuccesso di Lucetti, lo storico
in esilio chiede ospitalità al direttore del “Manchester
Guardian” per spiegare ai lettori britannici che nulla più
dell’uccisione di Mussolini avrebbe avvantaggiato la
coalizione militare . capitalistica al potere in Italia. Tolto di
mezzo l’assassino di Matteotti, il successore del Duce avrebbe
potuto presentarsi agli Italiani con le mani nette di sangue: la
morte di Mussolini sarebbe oggi per il Regime una grazia
incomparabile”.
Nonostante questa riflessione estremamente incisiva, l’idea di
uccidere il capo del fascismo fu coltivata per tutto il
Ventennio sia nei circoli antifascisti all’estero, sia nei gruppi
antifascisti operanti in clandestinità nel nostro Paese.
Per i fascisti, l’ipotesi della morte di Mussolini era motivo di
preoccupazione. Infatti, la maggior parte di loro considerava il
Duce e il Regime come una cosa sola. Tuttavia, anche fra i
fedelissimi al capo del fascismo si potevano ascoltare dei
pareri improntati ad uno spirito di equilibrio. Ne “Il corpo del
Duce”, Sergio Luzzato cita l’esempio di Giuseppe Bottai:
“Faceva eccezione l’ex ardito Giuseppe Bottai, ansioso di
sottrarre il fascismo alla sua dimensione puramente biologica,
determinato a disincarnare la dottrina dal corpo del capo”.
Durante gli “anni del consenso” (1929 – 1936), da una parte
la figura del Duce comincia a diventare mitica soprattutto fra
le masse indottrinate; dall’altra, negli ambienti delle alte sfere
militari e della gerarchia fascista, si prende in considerazione,
forse con un certo distacco, la prospettiva di una eventuale
scomparsa di Mussolini. Dunque, era immaginabile che un
gerarca potesse succedergli?
Nessuno l’avrebbe dichiarato esplicitamente, visto che
Mussolini era in buona salute, ma l’ipotesi che ce ne fosse più
di uno disponibile a diventare capo del governo al suo posto
pare accettabile. E’ azzardato proporre una rosa di nomi?
44
Crediamo di no. Limitiamoci a menzionare i seguenti
gerarchi: Dino Grandi, Luigi Federzoni, Giuseppe Bottai,
Roberto Farinacci, Costanzo Ciano e Italo Balbo. Ma qual era
l’opinione del Duce in merito alla possibilità di designare un
prosecutore della sua opera? La maggior parte degli storici
ritiene che egli provasse una notevole ammirazione per
Costanzo Ciano (1876 - 1939) e Italo Balbo (1896 - 1940),
che avevano in comune la realizzazione di “imprese gloriose”.
Costanzo Ciano, Ammiraglio della regia marina, durante la Ia
Guerra Mondiale legò il suo nome ad una celebre incursione
navale della squadriglia MAS contro gli Austriaci conosciuta
come la “beffa di Buccali” (11 febbraio 1918).
Italo Balbo, quadrunviro durante la “Marcia su Roma” (28
ottobre 1922), si occupò in seguito dell’organizzazione
dell’aviazione e passò alla Storia soprattutto per le sue
“trasvolate oceaniche” (1930 - 1931). Oltre a essere un
comandante militare di una certa levatura, Costanzo Ciano era
uno dei maggiori rappresentanti della borghesia livornese,
cioè di un tipo di borghesia onesta, attiva, rispettosa delle altre
classi sociali e, pertanto, “nazionale”, che non dispiaceva
affatto a Mussolini. Italo Balbo, ras di Ferrara, era un fascista
franco e leale che sacrificava la sua vita per il Partito
Nazionale Fascista e per l’aviazione. Fra i due “papabili”, sia
per la differenza d’età, sia per le diverse esperienze di vita
(quelle di Balbo erano più inerenti all’attività del partito), è
lecito dedurre che il Duce preferisce “il giovane” Italo Balbo.
Al riguardo, è interessante sottolineare alcune frasi del ritratto
di Italo Balbo abbozzato da Ernst Nolte nella sua opera più
volte citata: “…generalissimo della milizia, ministro
dell’aviazione, maresciallo dell’aria e governatore della Libia,
fu l’unico fascista che, nonostante le gelosie e i sospetti di
Mussolini, seppe affermarsi notevolmente
come una
personalità inconfondibile, anche – e non da ultimo – per i
voli delle sue squadriglie sull’Atlantico. Benché molto
stimato da Hitler che vedeva in lui l’uomo del Rinascimento e
un degno successore del Duce (“Hitler’s table talk”, Londra,
1953, p. 613), era un duro avversario della politica filo45
tedesca e fu praticamente l’unico a prendere le difese degli
Ebrei nel Gran Consiglio. Cadde, colpito dalla propria
contraerea, su Sollum, nell’estate del 1940”.
Dopo la “conquista dell’Impero” (1936), il prestigio di
Mussolini era ineguagliabile. In quel periodo il Duce avrebbe
realizzato il suo “capolavoro” dimettendosi, o perlomeno
rimanendo in carica col proposito di nominare un successore
dell’altezza d’ingegno di Balbo, di Costanzo Ciano, di Grandi,
di Bottai, di Federzoni, o di qualche altra personalità di rilievo
del Regime. Se così fosse avvenuto, l’Italia avrebbe rivolto la
cura dovuta alle Colonie, migliorando il tenore di vita di tutti
gli abitanti (indigeni e coloni italiani); infine, non si sarebbe
fatta coinvolgere dal III° Reich “nell’immane conflitto”. “Ma
le dittature non si fermano!”, recita un detto popolare che, nel
caso del destino della nostra Nazione, si dimostrò veritiero.
Durante il periodo 1936 – 1943, le relazioni fra la maggior
parte dei gerarchi e il fondatore del fascismo furono
complesse e sofferte e si risolsero nella drammatica seduta del
Gran Consiglio del fascismo del 24 luglio 1943. In questo
arco di tempo – ipotizzata la morte del Duce e non essendo
stato designato alcun successore – noi riteniamo che, da un
punto di vista gerarchico, il segretario del P.N.F., prima di
tutti gli altri “papabili”, avrebbe reso palese al Re la sua
intenzione di sostituire Mussolini. Questa ipotesi si basa sulla
considerazione che il Duce credeva il P.N.F. la forza
propulsiva di tutto il fascismo; pertanto, egli si sforzava di
cercare “l’uomo giusto” atto a ricoprire degnamente la carica
di segretario del partito. Durante la seduta del Gran Consiglio
del fascismo del 24 luglio 1943, la maggior parte dei gerarchi,
votando l’ordine del giorno Grandi, fece cadere Mussolini ed
il Regime, rimettendo il suo “mandato” all’autorità del Re: in
tal modo, storicamente, l’immagine del Duce venne
ridimensionata per sempre.
Nei seicento giorni della Repubblica Sociale Italiana,
Mussolini non nominò il suo successore, e questo è
comprensibile: a Salò, infatti, come nel resto del territorio
della neonata Repubblica, nessuno poteva garantire la
46
sicurezza di nessuno. Indro Montanelli sostiene che nel
periodo repubblicano “i Tedeschi volevano Alberto Tassinari
al posto del Duce”. Tassinari era una personalità di secondo
piano del fascismo, ma probabilmente era un fascista filo tedesco al massimo grado. Nell’Aprile del 1945 i partigiani si
apprestano a catturare i gerarchi rimasti fedeli a Mussolini
(Pavolini, Farinacci, Buffarini - Guidi, Mezzasoma ed altri),
manifestando così la ferma intenzione di eliminare
fisicamente eventuali continuatori ed emuli del capo del
fascismo.
Nel II° dopoguerra, la maggior parte dei fascisti che rifiutano
d’inserirsi nel sistema democratico, aderiscono al Movimento
Sociale Italiano (M.S.I.). La fondazione ufficiale del M.S.I.
avviene nel 1947 a Roma, dove Giorgio Almirante è eletto
segretario nazionale. Nell’arco di quarant’anni (1947 - 1987),
il Movimento Sociale conta tre segretari: Giorgio Almirante
dal 1947 al 1950; Augusto De Marsanich dal 1950 al 1954;
Arturo Michelini dal 1954 al 1969; nuovamente Giorgio
Almirante dal 1969 al 1987. con la segretaria di Gianfranco
Fini (1987), inizia il “rinnovamento graduale, ma sostanziale”
(sono parole sue), che porterà il partito contrassegnato dalla
fiamma tricolore a “confluire” dopo qualche anno in Alleanza
Nazionale (A.N.), cioè in ultima analisi, secondo il nostro
modesto parere, a tagliare le proprie radici dall’albero
multiforme del fascismo.
Nel 1967 l’ormai anziano Augusto De Marsanich, presidente
del Movimento Sociale Italiano, pronunciò a Torino un
discorso per celebrare il “ventennale del M.S.I.”. In un cinema
del centro della città affollato di “nostalgici”, l’oratore
missino raccontò, fra l’altro, un episodio della sua carriera
parlamentare. Negli anni cinquanta, quando era segretario
nazionale del partito, il leader democristiano Alcide De
Gasperi gli chiese: “Ma lei è il successore di Mussolini?”
Narrando l’aneddoto De Marsanich sorrise, e alla sua ilarità
fecero eco le risate bonarie del pubblico missino.
Al di là della battuta interlocutoria del rappresentante della
democrazia cristiana, ci si può porre il seguente quesito: il
47
segretario nazionale del Movimento Sociale Italiano è il
continuatore dell’opera del Duce? Essendo noto che verso la
fine del Ventennio il segretario del Partito Nazionale Fascista
era il gerarca che aveva le maggiori probabilità di succedere a
Mussolini, noi siamo dell’avviso che il segretario del M.S.I.
possa rivendicare la facoltà di credersi il prosecutore
dell’opera del capo del fascismo. Ma questa tesi merita un
approfondimento, legato al contributo di Giorgio Almirante.
Nei giorni di preparazione del “congresso di Genova” del
1960 (che non si tenne per “ragioni di sicurezza”), il
Movimento Sociale Italiano doveva decidere se appoggiare
“dall’esterno” in Parlamento il governo monocolore
democristiano presieduto da Pier Ferdinando Tambroni. In
quei frangenti, un giornalista del “La Stampa” di Torino
raccoglie una frase confidenziale di Giorgio Almirante: “Al
giorno d’oggi, Mussolini non lo nominerei neanche presidente
del partito!”. Noi riteniamo che l’espressione del capo missino
abbia colpito nel segno. Il Duce appartiene infatti “all’epoca
dei fascismi”, che si conclude nel 1945 con la sconfitta
epocale delle forze dell’Asse. Se si prende come punto di
riferimento il 1945, il 1960 si colloca in un’altra epoca,
contrassegnata, fra l’altro, da un avanzato processo
d’industrializzazione che riguarda l’America, l’Europa e una
parte dell’Asia, dalla “guerra fredda” fra l’Occidente e i Paesi
comunisti e da un irreversibile processo di decolonizzazione
in Africa e in Asia. Vista in questo contesto, politicamente la
figura di Mussolini appare inconsistente come un fantasma.
Da questa considerazione ne deriva un’altra, potremmo dire il
suo opposto: è utopico credere che Mussolini possa avere un
successore dopo la “sconfitta epocale dei fascismi del 1945”;
semmai, egli può avere dei discepoli. In questa ottica, noi
crediamo che, dal punto di vista della destra, Giorgio
Almirante sia stato il miglior allievo del “Maestro di
Predappio”. Parlando ora dei nostri giorni, si può azzardare
l’ipotesi che i segretari di alcuni partiti di estrema destra
(movimento sociale – fiamma tricolore, forza nuova, fronte
nazionale, fascismo e libertà) si considerino i successori di
48
Mussolini? Bisognerebbe verificarla intervistando i
responsabili di tali movimenti.
Per quanto concerne il punto di vista della sinistra
sull’argomento oggetto di discussione, è utile riportare
l’opinione espressa dallo storico Nicola Tranfaglia. Durante il
Convegno “Fascismi di ieri e di oggi” svoltosi a Torino nel
maggio 2003, alla domanda da noi formulata: “Chi è il
successore di Mussolini?”, Tranfaglia rispose, fra il serio e il
faceto, segnalandone due: Marco Pannella e Silvio
Berlusconi. Pur elogiando Pannella per le sue battaglie di
carattere civile, lo storico di sinistra lo accomuna a Berlusconi
per la sua notevole incoerenza politica.
3) L’odissea della salma di Mussolini
Benito Mussolini, Claretta Petacci ed alcuni gerarchi fascisti
sono fucilati davanti al cancello della villa Belmonte a
Giulino di Mezzegro il 28 aprile 1945 da un gruppo di
partigiani capeggiati dal “Colonnello Valerio”, nome di
battaglia di Walter Audisio. Il giorno dopo, le salme vengono
trasportate a Milano e scaricate come fossero carne da
macelleria in Piazzale Loreto. Dopo essere rimasti
ammucchiati sul selciato ed aver subito l’atroce violenza della
folla inferocita, i cadaveri sono appesi per i piedi al traliccio
di un distributore di benzina. Nel pomeriggio, le salme
sfigurate e irriconoscibili sono portate all’obitorio milanese
per essere sottoposte all’autopsia. In seguito, sono inumate nel
cimitero milanese di Musocco, in gran segreto.
Nel biennio 1945 – ’46, si formano i primi gruppi neofascisti
in clandestinità. Domenico Leccisi, assieme ad altri
“camerati”, fonda nel milanese il Partito Fascista Democratico
(P.F.D.). Uno degli obiettivi del neonato movimento è di
ricercare il luogo in cui sono custoditi i resti mortali del capo
del fascismo. Nell’arco di un anno gli aderenti al P.F.D.
riescono a identificare l’appezzamento di terreno del campo
16 del cimitero di Musocco in cui giacciono le spoglie mortali
del Duce. Nella notte del 22 aprile 1946, Domenico Leccisi,
49
con la collaborazione di due “camerati”, trafuga la salma di
Mussolini e l’affida a due Padri francescani, che provvedono
a collocarla in un luogo sacro. In un periodo di cento giorni, la
Polizia individua i trafugatori; dopo il loro arresto, per
ostacolare le ricerche, i Padri francescani trasferiscono le
spoglie mortali del Duce alla Certosa di Pavia. Ma il clamore
suscitato dall’evento e lo sviluppo delle indagini induce i
religiosi a collaborare con la Polizia. Essi conducono gli
inquirenti alla Certosa di Pavia e in data 12 agosto 1946 la
questura di Milano emette un comunicato ufficiale
annunciante il ritrovamento della salma. Conclusasi la
vicenda, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, d’intesa col
Cardinale Schuster, Arcivescovo di Milano, ordina che le
spoglie mortali siano custodite in una cappella del convento
dei Padri cappuccini di Cerro Maggiore, nelle vicinanze del
capoluogo lombardo. Un alone di riservatezza circonda
l’operazione, eseguita con la massima cura da poliziotti ligi al
dovere. E’ la “ragion di stato” che consiglia il governo
italiano di occultare il corpo del Duce dal 1946 al 1957, e a
far sì che solo poche autorità civili e religiose vengano a
conoscenza dell’ubicazione della salma.
Nella IIa metà degli anni cinquanta, il governo, i partiti
politici di centro e di sinistra (esclusi i comunisti) e una larga
parte dell’opinione pubblica, tendono a credere che il
Movimento Sociale Italiano non rappresenti più alcun
pericolo per le Istituzioni democratiche. Anche a livello
parlamentare la tensione politica fra antifascisti e neofascisti
va in parte a stemperarsi. In questa atmosfera di relativa
serenità, nel 1957 il governo monocolore democristiano
presieduto da Adone Zoli decide di restituire la salma di
Mussolini ai familiari. Per stendere un velo di silenzio sulla
tumulazione, il governo Zoli autorizza il trasferimento dei
resti mortali il 30 agosto 1957, giorno in cui molti Italiani
sono ancora in ferie. Ma la notizia si diffonde rapidamente e
Predappio di Forlì viene presto “invasa” da giornalisti
provenienti da ogni parte d’Italia. Essi immortalano con le
macchine fotografiche le diverse fasi della cerimonia. Tuttavia
50
potremmo dire che, dai poveri resti umani straziati ma affidati
alla pietà cristiana per dodici anni (1946 – 1957), è la fama
del morto che oscura le passioni dei vivi. La salma riceve gli
onori dei familiari, con Donna Rachele in testa, delle figure di
rilievo del Movimento Sociale Italiano, e di numerosi
“camerati” accorsi per la tumulazione. Il 31 agosto 1957, le
spoglie mortali del Duce sono calate nel sarcofago e là
riposano tuttora, nella tomba di famiglia del cimitero di San
Cassiano di Predappio.
Questa breve cronaca dell’odissea del corpo del Duce
richiama alla mente una delle sue profezie, contenuta nel libro
“Vita di Arnaldo” (1932) e riportata, con qualche lieve
variante, sotto forma di epigrafe nella cappella Mussolini del
cimitero di San Cassiano.
Riteniamo doveroso trascriverla: “Sarei grandemente ingenuo
se chiedessi di essere lasciato in pace da morto. Attorno alle
tombe dei capi di quelle grandi trasformazioni che si
chiamano rivoluzioni, non ci può essere pace; ma tutto quello
che fu fatto non potrà essere cancellato. Mentre il mio spirito,
ormai libero dalla materia, vivrà, dopo la piccola vita terrena,
la vita immortale e universale di Dio. Non ho che un
desiderio; quello di essere sepolto accanto ai miei nel cimitero
di San Cassiano”.
Dal 1957 la tomba del Duce è meta di “pellegrinaggi” da parte
dei neofascisti, che hanno elaborato sul “sepolcro di San
Cassiano” un rituale basato essenzialmente su “date sacre ed
eventi cari al fascismo”, da commemorare con regolarità.
Dinque, dal 1957 il Movimento Sociale Italiano si prefigge di
onorare la figura di Mussolini. Se azzardiamo un paragone fra
il Movimento Sociale e i fasci di combattimento, arriviamo a
formulare due considerazioni:
1) Nel 1919 Mussolini inserisce i fasci di combattimento
nella vita politica dell’ Italia del I° dopoguerra, cioè
nella storia; egli continua quest’opera col Partito
Nazionale Fascista (P.N.F.)
2) Nel II° dopoguerra i neofascisti non riescono a
ritagliarsi uno spazio che permetta loro di operare
51
efficacemente nella scena politica, cioè nella storia; in
altre parole “essi si chiudono nel ghetto oppure sono
ghettizzati dai partiti del cosiddetto arco
costituzionale”. Tuttavia, grazie alla loro instancabile
lotta politica e sindacale, i missini proiettano
Mussolini nel mito.
Perché i fatti si sono svolti in questo modo? La ragione
essenziale è questa: i fasci di combattimento nascono nel
clima euforico di vittoria della Ia guerra mondiale, anche se si
tratta di una “vittoria mutilata”. Essendo membri di un partito
di vincitori, i fascisti posseggono la forza e l’entusiasmo per
fare la storia.
Il Movimento Sociale sorge dalle ceneri del fascismo, dopo la
“sconfitta epocale dei fascismi del 1945”. Pertanto i missini
sono e si sentono dei vinti. Considerando Mussolini il capo
spirituale del loro partito, i neofascisti creano un divario
insuperabile fra loro stessi e la realtà politica: infatti è
evidente che il fascismo non ha più alcun avvenire né in Italia
né altrove. Così, rimpiangendo e lodando l’opera del Duce nel
contesto culturale del II° dopoguerra in cui essa non ha più
alcun valore politico, i neofascisti finiscono per collocare
Mussolini nel mito.
Durante il convegno sui “Fascismi di ieri e di oggi” tenutosi a
Torino nel maggio 2003, un relatore si chiedeva, con sorpresa,
come è stato possibile che un partito dichiaratamente
neofascista come il M.S.I. sia “sopravvissuto” per oltre
quarant’anni nella Repubblica democratica italiana, nata dai
valori della resistenza. Inoltre, egli sottolineava che,
nell’ambito delle formazioni politiche di estrema destra, la
lunga vita del Movimento Sociale Italiano costituiva un caso
unico in Europa.
Noi cerchiamo di rispondere al suo quesito adducendo tre
motivi, di carattere rispettivamente politico, organizzativo e
culturale.
Affrontiamo il primo motivo rammentando questo
avvenimento: nel 1945 Guglielmo Giannini (1891 – 1960),
commediografo e uomo politico, fonda “l’uomo qualunque”
52
(U.Q.). Presto, questo movimento politico raccoglie i voti
“degli scontenti e degli indecisi”, cioè di quella parte di
Italiani che non si sentono più fascisti, ma che non accettano
nemmeno di farsi governare dal Comitato di Liberazione
Nazionale (C.L.N.) e dai successivi governi democratici.
Quando “l’uomo qualunque” viene quasi “polverizzato” nelle
elezioni politiche del 1948, il Movimento Sociale – nato nel
1947 – ha già riunito nelle sue fila una parte dell’elettorato exqualunquista. Dal 1947 in avanti, per oltre quarant’anni, i capi
neofascisti hanno continuamente adottato la seguente tecnica:
da una parte seguire le esigenze dei “nostalgici”, che si
sarebbero estinti nel corso di qualche decennio per ragioni
anagrafiche; dall’altra “corteggiare” gli Italiani insoddisfatti
dei risultati ottenuti dai “governi della partitocrazia”,
promettendo loro, in alternativa, un sistema di governo
“giusto ma forte, autorevole ma non autoritario”.
Per quanto concerne il secondo motivo, cioè quello relativo
all’organizzazione del partito, dobbiamo tener presente che,
nel giro di qualche anno (sempre a partire dal 1947), il M.S.I.
crea una solida rete di federazioni provinciali, che dipendono
dalla direzione nazionale di Roma. Negli anni cinquanta
nascono le organizzazioni gerarchicamente dipendenti dal
partito in campo sindacale, universitario, giovanile e sportivo.
Fra queste, ricordiamo almeno la Confederazione Italiana
Sindacati Nazionali (C.I.S.N.A.L.), fondata a Napoli nel 1950.
Il sindacalismo missino si basa sui postulati del “sindacalismo
nazionale” del Ventennio. Per circa quarant’anni la
C.I.S.N.A.L. combatte le sue battaglie contrattuali a favore
dell’applicazione della teoria del corporativismo. Nel 1996 la
C.I.S.N.A.L. – resasi indipendente dal M.S.I. negli anni
ottanta – si trasforma in Unione Generale Lavoro (U.G.L.). Il
M.S.I. e la C.I.S.N.A.L. diffondono il loro pensiero e
difendono la loro azione attraverso il quotidiano “Il Secolo
d’Italia”, fondato a Roma nel 1952 da Franz Turchi, prefetto
di La Spezia durante il periodo della Repubblica Sociale
Italiana. Negli anni novanta, il Movimento Sociale Italiano
53
conclude il suo itinerario politico “confluendo” in Alleanza
Nazionale (A.N.).
Veniamo ora la terzo motivo, di carattere culturale. Nel II°
dopoguerra, i rappresentanti del Movimento Sociale, nelle
riunioni di partito e nei comizi ripetono spesso che il fascismo
era una cultura, basata sul pensiero, sull’azione e sullo stile di
vita del Duce. Nel corso degli anni ottanta, Giorgio Almirante
in un suo discorso definì Mussolini “un Evangelista tradito”.
Il suo comizio ebbe una notevole risonanza in negativo:
centinaia di consigli comunali nell’intero territorio nazionale
si riunirono per “giudicare e condannare” (in senso
metaforico) l’espressione pronunciata dal segretario del
Movimento Sociale. Noi siamo del parere che Giorgio
Almirante abbia previsto la protesta dei consigli comunali.
Perché dunque egli elogiò “in maniera solenne” Mussolini?
Probabilmente, ancora una volta per rinnovare il mito. Si
riproponeva cioè una sorta di “rapporto speculare” fra
Mussolini e il MS.I. di cui beneficiava sia il partito
neofascista, sia l’uomo di Predappio. In effetti, molti “media”
si occuparono del comizio missino e, di riflesso, dell’opera
del Duce, suscitando per l’ennesima volta discussioni,
polemiche e quesiti sul fascismo.
Terminiamo la nostra analisi storica ponendoci la domanda:
che cosa intendeva dire Giorgio Almirante con la definizione
“Evangelista tradito”? Noi proponiamo due interpretazioni:
1) il segretario missino si riferiva alla “dimensione
cattolica” del fascismo (il cosiddetto clerico fascismo), che era uno degli aspetti dell’albero
multiforme dell’ideologia fascista.
2) Giorgio Almirante accennava all’evento che
raccontiamo sinteticamente: durante l’occupazione
della Russia effettuata dalle forze dell’Asse, Mussolini
provvide a far distribuire innumerevoli copie di
Vangeli nei territori sottratti all’Esercito sovietico.
Tenendo conto di questo, l’espressione almirantiana
significherebbe: “Il Duce era un diffusore di Vangeli,
ma la sua opera di evangelizzazione fu tradita, cioè
54
disattesa, dalle popolazioni russe che a grande
maggioranza continuarono a simpatizzare per i
bolscevichi”.
55
IV° CAPITOLO
1) La personalità del Duce
L’Opera Omnia del capo del fascismo comprende 44 volumi,
ai quali si devono aggiungere:
- “Il tempo del bastone e della carota” (1944);
- “Colloqui con Mussolini” (1932) di Emil Ludwig.
Ma quest’ultimo libro, a rigore, è da considerarsi appunto un
testo di Emil Ludwig.
Leggendo alcuni libri della raccolta, ci si rende conto che la
personalità di Mussolini è complessa e contraddittoria. Infatti,
le sue numerose esternazioni a volte si contraddicono, a volte
mettono in dubbio aspetti e valori dell’ideologia fascista che
in altri punti sono ritenuti indiscutibili. Nel complesso,
l’Opera Omnia denota il continuo sviluppo della riflessione
del Duce. Da un’attenta lettura di qualche scritto della
raccolta, le cui pagine a volte sono suscettibili di diverse
interpretazioni, si trae l’impressione che ad essa si possa far
dire tutto e il contrario di tutto.
Anche la politica di Mussolini, sia interna sia internazionale,
in certi frangenti appare confusa, intricata e ricca di
mutamenti. Quali criteri dunque è consigliabile seguire nel
cercare di valutare l’opera complessiva (cioè pensiero ed
azione) del fondatore del fascismo? Se ne può proporre più di
uno, ma noi riteniamo che il criterio più semplice sia quello
cronologico, che si fonda anzitutto sulla suddivisione della
vita di Mussolini in “periodi storicamente ben definiti”.
In secondo luogo si analizzano i principali avvenimenti della
vita del Duce nei “diversi periodi storicamente ben definiti”
tenendo conto della sua riflessione, del suo comportamento di
uomo politico e di statista, del contesto politico e culturale di
quegli anni in Italia e nel mondo.
Prima di riportare un abbozzo di schema cronologico,
vorremmo permetterci una valutazione di carattere generale
56
sulla figura del Duce: Mussolini fu “un uomo dal multiforme
ingegno”, ma non fu un genio. La sua mente si nutriva della
lettura di giornali, libri e scritti di varia natura,
nell’assimilazione di idee e concezioni politiche, sociali e
religiose.
L’uomo di Predappio rielaborò sovente concezioni ed
esperienze di natura politica, economica e sociale, ma non
creò quasi nulla: a ben vedere, c’è poco di originale nel
fascismo. Tuttavia dobbiamo precisare che, rispetto ad altre
forme di governo, il Regime fascista presenta aspetti nuovi a
livello esteriore e formale (predilezione per il colore nero
nelle uniformi e nei simboli del partito e delle organizzazioni
da esso dipendenti; preparazione di scenografie originali per
manifestazioni quali parate e cerimonie, ecc..).
D’altra parte, che cosa si poteva ancora inventare in politica e
in economia nel XX° secolo? Abbiamo affermato che
Mussolini non fu un genio né in politica né in economia. In
entrambi i campi egli ebbe indubbiamente delle intuizioni
felici, ma soprattutto in politica estera, commise degli errori
madornali, il più clamoroso dei quali fu l’alleanza con il III
Reich di Hitler e la conseguente entrata in guerra dell’Italia a
fianco dei Tedeschi il 10 giugno 1940. Il Duce fece un grande
sbaglio perché sapeva che l’intervento militare degli Stati
Uniti a fianco delle Potenze della Triplice Alleanza aveva
cambiato il corso della Ia guerra mondiale. Inoltre il capo del
fascismo era ben consapevole che “l’imperialismo del
dollaro” (è una sua espressione) caratterizzava le relazioni
economiche e commerciali fra i diversi continenti già negli
anni trenta. A questo punto, stupisce il fatto che, prevedendo
l’allargarsi della II guerra mondiale, egli non abbia
immaginato che gli Stati Uniti sarebbero intervenuti a fianco
della Gran Bretagna e della Francia, modificando totalmente
l’esito dell’ “immane conflitto”.
In economia, i suoi errori non furono macroscopici.
Limitiamoci comunque a menzionarne uno: la campagna del
grano (1925). Complessivamente, essa fu positiva perché
dimostrò l’impegno morale, civile ed economico degli
57
Italiani, che si sentirono coinvolti “come popolo” contro i
secolari problemi della povertà e della sottoalimentazione. Ma
qualche economista sostenne, probabilmente a ragione, che in
alcune terre della penisola si potevano coltivare altri cereali in
alternativa al grano, che avrebbero economicamente reso di
più.
Occupiamoci ora del criterio cronologico, che abbiamo
tratteggiato prima, per inquadrare la vita di Mussolini.
Schematicamente, possiamo individuare in quattro periodi:
1) periodo socialista (1900 – 1914)
2) Interventismo e fasci di combattimento (1914 – 1922)
3) Ventennio (1922 – 1942)
4) Repubblica Sociale Italiana (1943 – 1945)
Nel periodo marxista, Mussolini crede nel marxismo e
combatte tenacemente per la causa dei lavoratori. Durante gli
anni dell’Interventismo (1914 – 1918), la sua fede nel
socialismo comincia a vacillare. I fasci di combattimento
(1919 – 1922) vedono il futuro Duce schierato a sinistra nel
campo sociale (lotta al capitalismo), e a destra nei rapporti
internazionali (nazionalismo in politica estera). Nel
Ventennio, il Partito Nazionale Fascista (P.N.F.) manifesta
apertamente il suo volto di ideologia di destra (difesa della
proprietà privata, tutela del capitale, adozione del sistema
corporativo, politica estera ispirata ai principi del
nazionalismo e dell’imperialismo).
Nei seicento giorni della Repubblica Sociale Italiana,
Mussolini elabora la teoria del fascismo repubblicano
basandosi sul nazionalismo, e puntando sui programmi di
socializzazione per riconquistare le masse. Inoltre, egli ritorna
a coltivare gli ideali repubblicani, che avevano contrassegnato
il periodo dei fasci di combattimento.
Dopo questa sintetica esposizione dell’opera del Duce,
possiamo chiederci: hanno ragione gli storici di sinistra
quando ripetono che il pensiero e l’azione di Mussolini sono
un coacervo di contraddizioni irrisolte? Noi siamo del parere
che essi esprimano un giudizio discutibile. La nostra opinione
58
è che la personalità del Duce, pur essendo ricca di
contraddizioni, tentennamenti ed esitazioni, sia ben riassunta
nei suoi tratti essenziali dal titolo di una sua raccolta di scritti
e discorsi: “Dal socialismo alla Nazione” (1914 – 1915).
Approdando alla Nazione (intesa in senso etnico), Mussolini
compie un salto politico e sociale, spirituale e culturale. Il
giovane Mussolini è un rivoluzionario, ma “il più maturo
Benito” crede nell’individualismo, abbraccia la teoria del
superuomo e si converte al nazionalismo. Nel periodo
socialista, il giovane rivoluzionario lotta per l’eguaglianza fra
gli uomini e per la parità fra le Nazioni.
Nella teoria del superuomo e nel nazionalismo, invece, “il più
maturo Benito” scopre la diversità, rispettivamente, fra gli
uomini e fra le Nazioni. Nella diversità, il miglior individuo o
la migliore Nazione si distingue ed emerge. In sintesi, il
fascista o la Nazione fascista dialoga e si confronta con tutti,
ma non si confonde con nessuno.
Da un punto di vista spirituale, agli anni convulsi del periodo
socialista, marcati da forti dubbi esistenziali e da critiche
profonde alla Chiesa cattolica come Istituzione, segue il
periodo fascista della ricerca della verità, della fede e di un
buon rapporto con la Curia Romana. Questo lungo e sofferto
periodo di crisi spirituale si risolverà a livello sociale con la
stipulazione dei Patti Lateranensi (1929), e a livello personale
con la conversione degli anni 1943 – 1944.
Mussolini riesce a coniugare armoniosamente l’idea di
Nazione con quella di “conquista”. Infatti, l’individuo ricerca
ed acquisisce il benessere materiale e l’equilibrio spirituale; la
Nazione rivendica uno spazio, non necessariamente geo –
politico: può trattarsi anche, in senso lato, di uno “spazio di
Civiltà”. Facciamo degli esempi: riscoperta della Civiltà
romana; valorizzazione dell’identità della Nazione attraverso
la riscoperta delle proprie radici; realizzazione di “imprese
gloriose” come le trasvolate oceaniche di Italo Balbo. L’idea
di conquista che permea il fascismo è ben espressa da alcune
battute, e dal loro semplice accompagnamento musicale, della
“canzone dei sommergibilisti”, che riportiamo in parte:
59
rapido ed invisibile
passa il sommergibile
…………………
è così che vive il marinar
nel profondo cuor, nel sonante mar,
del nemico e dell’avversità
……………………
La lotta del fascista si svolge su “due fronti”: “nel profondo
cuor”; egli combatte dentro di sé per raggiungere l’equilibrio
interno, cercando di armonizzare la passione con la ragione, la
natura con la cultura, la carne con lo spirito; “nel sonante
mar”, affrontando a viso aperto il nemico e l’avversità.
Questo “spirito di conquista” del fascista è riecheggiato da
alcune battute della sigla della trasmissione televisiva
“Fascisti su Marte” (2002):
siamo incredibili
siam sommergibili
siamo gli ignifughi
gli irrevocabili conquistador
del sangue con onor
ed anche a questi alieni le reni spezzerem
fascisti su Marte,
pianeta rosso aspetta che veniam da te,
fascisti su Marte,
noi ti daremo al nostro Duce al nostro Re
Se nel periodo della Repubblica Sociale Italiana il Duce
metterà l’enfasi sui progetti di socializzazione, ciò non vuol
dire che egli ritorni al fascismo delle origini, considerato,
globalmente, di sinistra. I suoi programmi di socializzazione
non sono di matrice marxista ma “nazionale”: infatti, gli
interessi dei lavoratori sono sempre subordinati a quelli della
Nazione nel suo complesso.
In sostanza, Mussolini rimane fascista sempre, fino in fondo e
fino alla fine perché non rinuncerà mai all’idea dell’Italia
come Nazione e come Potenza. La sua concezione di Nazione,
60
ispirata al modello della Civiltà romana, non è in contrasto
con la fede cattolica alla quale egli perviene dopo aver
percorso un itinerario irto di difficoltà. In effetti, il Duce è
convinto che solo l’equilibrio fra le grandi Potenze, anche se
di segno politico opposto, può garantire al mondo una pace
duratura ed il graduale progresso dell’umanità.
2) I tre volti del fascismo ed il mito del capo
Dalla lettura del libro di Ernst Nolte “Il fascismo nella sua
epoca”, risulta evidente che ciascuno dei “tre volti del
fascismo” (fascismo, nazismo, action française), ha una
relazione strettissima col suo fondatore. In effetti, è difficile
separare il fascismo dalla figura di Benito Mussolini, il
nazismo da quella di Adolf Hitler, l’action française da quella
di Charles Maurras (1868-1952).
Tuttavia si deve ammettere che, quando il fascismo diventa un
Regime, anche il suo capo può essere sostituito. In Italia, un
gerarca fascista di rilievo poteva candidarsi alla successione
del Duce dal 1927 (anno dell’emanazione della Carta del
Lavoro).
In Germania, Hitler, salito al potere nel 1933, nella seconda
metà degli anni trenta poteva essere sostituito da un gerarca
nazista di primo piano come, ad esempio, Goering.
Il caso francese è più complesso perché l’action française –
movimento di estrema destra con tendenze monarchiche – si
ritaglia un effettivo spazio politico solo durante il periodo
dell’occupazione tedesca della Francia e del conseguente
insediamento della Repubblica di Vichy (1940-1944).
Comunque, è certo che il governo presieduto dal Maresciallo
Henri philippe Pètain (1856-1951), “capo dello stato francese
sotto il presidio tedesco”, poteva governare anche senza la
collaborazione dei membri dell’action française.
Sulla figura del capo nei regimi fascisti, la riflessione di Ernst
Nolte presenta dei punti di contatto con quella di George
Mosse (1918-1999), uno studioso tedesco del nazismo. Infatti,
entrambi gli storici osservano che in un regime fascista il capo
61
è una figura esemplare per eccellenza, un superuomo dotato di
virtù che sono una prerogativa della Nazione che egli
rappresenta; ma il capo possiede queste virtù al massimo
grado, unitamente a un potere carismatico che lo innalza su un
piedistallo, sopra tutti e tutto.
Inoltre, i due studiosi soprammenzionati rilevano che fra il
capo e la Nazione (intesa in senso etnico e culturale), si crea
una sorta di rapporto circolare basato sulla solidarietà
reciproca, totale, cieca, indiscutibile, quasi di natura religiosa
e pertanto, in ultima analisi, “mitica”. In sostanza, il capo
ordina e la Nazione ubbidisce, ma il presupposto di questa
ubbidienza assiomatica è che il capo deve interpretare le
aspirazioni della Nazione e, nel portarle a compimento, deve
sentirsi “il condottiero” della stessa, usando gli strumenti
politici, diplomatici e militari che si addicono all’altezza del
suo ingegno. Ora è lecito chiedersi: che cosa ha causato la
nascita di questo rapporto “mitico”? Prima di rispondere al
quesito, è indispensabile tracciare una breve storia del
concetto di Nazione nell’età moderna.
L’idea di nazione in senso politico, cioè intesa come un
popolo che vive su un dato territorio, che ha una propria
identità politica e culturale da difendere, nasce durante la
Rivoluzione francese. La Francia, di fronte all’Austria e agli
Stati tedeschi che le hanno dichiarato guerra, si sente una
Nazione in armi e, per difendere la propria Rivoluzione,
mobilita un forte e numeroso esercito facendo ricorso, fra
l’altro, alla “leva in massa” (agosto 1793).
Nella seconda metà dell’Ottocento, negli ambienti politici e
culturali conservatori di alcuni Paesi europei quali la Francia e
la Germania, il concetto di Nazione accentua la sua
connotazione etnica e razziale, enfatizzando le affinità di
natura biologica che uniscono i membri di una stessa Nazione.
Questa rielaborazione concettuale è dovuta soprattutto a due
motivi:
1°) i possedimenti coloniali;
2°) la rivoluzione industriale.
62
Il confronto con le popolazioni locali nelle Colonie africane
ed asiatiche rende gli Europei consapevoli di avere una
cultura diversa, che si fonda anche sul fatto di appartenere alla
razza bianca.
Riguardo al secondo motivo, è noto che, a partire dalla IIa
metà del Settecento, la rivoluzione agricola, concentrando
gran parte delle terre nelle mani della borghesia agraria,
costringe le masse dei contadini ad emigrare nei nuovi centri
urbani alla ricerca di lavoro. Questi flussi di disperati
diventano manodopera a basso costo per le nascenti industrie.
Affrontando il tema dello sfruttamento delle masse di
proletari che lavorano nelle fabbriche, il Conte Alexis de
Tocqueville (1805-1859) scrive che l’aristocrazia del denaro è
una delle più dure che sia mai apparsa sulla terra. In sintesi, il
popolo che abitava nelle città, per reagire alle durissime
condizioni di lavoro e di vita, poteva scegliere una di queste
quattro possibilità:
1°) ritornare nelle campagne;
2°) emigrare in America;
3°) lottare per la causa marxista;
4°)aderire ai movimenti nazionalisti.
Analizziamo brevemente queste alternative. E’ sicuro che la
borghesia agraria non intendeva concedere nulla ai contadini.
Di conseguenza, ritornare nelle campagne significava fare
nuovamente la fame.
Emigrare in America era possibile. Il nuovo continente aveva
già accolto numerosi emigranti europei, ma verso la fine
dell’Ottocento, Paesi come gli Stati Uniti cercavano di
regolare i flussi migratori imponendo delle quote d’ingresso.
Riguardo la terza possibilità, lottare per il socialismo divenne
una sorta di imperativo per la maggior parte “degli sfruttati e
degli oppressi”.
Infatti, le masse urbane vedevano nella teoria marxista,
finalizzata all’abolizione delle classi sociali, una sorta di
affrancamento globale da condizioni di vita e di lavoro
inaccettabili ed ingrate.
63
Relativamente alla quarta possibilità, i capi dei movimenti
nazionalisti si prefiggevano di orientare le masse verso i loro
partiti, che offrivano una sorta di alternativa totale (cioè
politica e culturale) al marxismo ed al liberalismo. La
situazione politico-sociale dell’Italia a cavallo fra la fine
dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, è ben commentata dal
già citato Manuale di Storia contemporanea di Giardina
Sabatucci Viadotto:” allontanatosi il trauma delle prime e
sfortunate imprese africane, molti uomini politici e
intellettuali cominciavano a chiedersi perché l’Italia dovesse
rassegnarsi ad un destino di Potenza di secondo rango, perché
tanti lavoratori italiani fossero costretti a emigrare in cerca di
lavoro nei Paesi più ricchi anziché impegnare le loro energie
al servizio della grandezza nazionale. Ebbe allora notevole
fortuna la teoria formulata dallo scrittore Enrico Corradini,
secondo cui il contrasto fondamentale non era più quello fra le
diverse classi all’interno di un singolo Paese, ma quello fra
Paesi ricchi e Paesi poveri, fra “Nazioni capitalistiche” e
“Nazioni proletarie” (ossia dotate di una popolazione in
eccedenza
rispetto alle risorse economiche). Applicata
all’Italia, questa teoria portava a una contrapposizione nei
confronti delle democrazie occidentali e, sul piano interno, al
tentativo di contenere i conflitti sociali indirizzando la spinta
delle masse verso obiettivi imperiali”.
In questa prospettiva, limitiamoci a ricordare che:
1°) l’associazione nazionalista italiana nasce alla fine del
1910;
2°) la conquista della Libia, intrapresa dal governo Giolitti,
avviene nel 1912;
3°) i nazionalisti italiani si dichiarano favorevoli all’intervento
dell’Italia nella Ia guerra mondiale.
Con la fine dello spaventoso conflitto, l’Italia completa l’unità
territoriale con l’acquisizione del Trentino Alto Adige e del
Friuli Venezia Giulia, anche se rimane aperta la questione di
Fiume e della Dalmazia. Sergio Romano, giornalista e
scrittore, afferma che la Ia guerra mondiale è la madre di tutte
64
le guerre. In effetti, diversi movimenti nazionalisti si
fortificano in Europa negli anni venti. Sul terreno della
Nazione, il fascismo, il nazismo e l’action française
costruiscono il loro “spazio vitale”.
Il nazionalismo del primo dopoguerra deve affrontare due
“pericoli”:
1°) l’evoluzione del marxismo, che rappresenta il “nemico
interno”;
2°) la minaccia, presunta o reale, degli Stati confinanti, che
rappresenta il “nemico esterno”.
Prima di confrontarsi con entrambi i “nemici”, la Nazione
deve prendere piena coscienza di se stessa anche attraverso la
riscoperta delle proprie radici remote, mitiche oppure
gloriose. In Germania, i nazisti guardano con ammirazione
mista a rimpianto all’epopea dei Nibelunghi.
In Italia, i nazionalisti e i fascisti si ripromettono di
valorizzare la Civiltà romana e il periodo del Risorgimento.
Scendendo nel campo concreto della lotta politica, per
orientare le masse a destra, il nazionalismo deve anzitutto
proporre un’efficace alternativa economico-sociale per
sbarrare la strada al comunismo. In ordine di tempo, il
fascismo italiano è il primo dei fascismi che teorizza il
sistema corporativo per inquadrare organicamente l’intera
società italiana. Mussolini si fregia spesso dei suoi programmi
corporativi, che permettono al fascismo di passare alla Storia
come la “terza via”. La “Nazione fascista”, forte della sua
alternativa corporativista, può misurarsi con i propri
oppositori interni e, con la forza, può anche mirare a
sopprimerli. All’estero, essa impiega tutte le sue energie nello
sfruttamento dei propri possedimenti coloniali. La “Nazione
fascista” si diversifica dalle altre Nazioni, ma il criterio della
differenza vale anche al proprio interno: i capi militari e civili
devono possedere delle capacità di comando e requisiti di
altro genere.
Visto che la Nazione tende ad esaltare le proprie radici
mitiche, ne consegue che anche il capo deve essere una figura
65
mitica. Se il capo con le sue somme virtù e col suo
carisma”divino” lega se stesso alla Nazione, si instaura un
rapporto di circolarità fondato sulla solidarietà reciproca,
totale e indiscutibile. Questa specie di relazione circolare
rende il dittatore fascista una figura diversa sia dal despota
orientale sia dal dittatore di tipo “tradizionale”.
Abusando del suo potere illimitato, il despota orientale crea
un divario insuperabile fra se ed il popolo sottomesso, e
finisce per renderselo nemico. Il dittatore di stampo
tradizionale ha pieni poteri, ma rappresenta di solito gli
interessi particolari di una classe o “casta sociale” come ad
esempio l’alta borghesia oppure i militari. Ed a tale classe o
“casta sociale” il dittatore deve in qualche modo “rendere
conto”.
Invece, il dittatore fascista si lega totalmente alla Nazione con
un rapporto circolare di natura mitica che soddisfa sia il capo
sia la Nazione. Nel caso di una guerra vittoriosa, la Nazione lo
porterà in trionfo; nel caso di una sconfitta militare che prostri
la Nazione, il capo fascista è destinato a perire.
3) Il mito uno e trino di Mussolini
Si è già notato che la figura del Duce comincia ad assumere
una dimensione mitica a partire dal 1927, anno
dell’emanazione della Carta del lavoro. Infatti, con la
promulgazione di questo documento, il fascismo diventa un
Regime, cioè un sistema, che ruota attorno al suo fondatore.
Partendo dall’ipotesi della dimensione mitica di Mussolini
(cosa che ci prefiggiamo di dimostrare), possiamo elaborare
uno schema di periodizzazione del mito stesso:
- il Ventennio (1922-1942);
- la Repubblica Sociale Italiana (1943-1945);
- l’Italia post-fascista (dal 1946 fino ai nostri giorni).
Occupiamoci anzitutto del Ventennio ponendoci la seguente
domanda: quali aspetti della personalità del Duce e quali
periodi della sua vita si tingono di colorazioni mitiche? Per
66
rispondere al quesito, ci può illuminare la testimonianza dello
scrittore ebreo di cultura tedesca Emil Ludwig (1881-1948).
Nelle prime pagine del libro “Colloqui con Mussolini”
(1932), egli scrive:” primo incontro. Sin dal primo momento
riconobbi in Mussolini un uomo d’eccezione (…). Nel
dialogo l’uomo si palesa in modo più naturale, soprattutto se
è privo d’affettazione, come Mussolini, la cui caricatura resta
sulla coscienza dei fotografi”.
Emil Ludwig non è certamente il solo a credere che il Duce
sia un uomo eccezionale. In effetti, la sua opinione è
condivisa da altri scrittori, giornalisti, uomini politici e
membri del Clero, fino ad arrivare alla gente comune.
Ma quali impressioni suscita nel popolo il capo del fascismo?
Se ne fa interprete, forse, lo scrittore Vitaliano Brancati
(1907-1954), quando scrive:” [Mussolini] si presenta come il
monolite. Tutto un pezzo: ma se tal pezzo si trova in una sala,
la sala pare gli giri intorno; se si trova in mezzo a una folla, la
folla gli rigurgita e bolle intorno; se si trova in mezzo a un
popolo, il popolo gli fa cerchio, si dispone a piramide e lo
accetta spontaneamente per vertice”.
Sul corpo, sull’espressione del volto, sullo sguardo, sulla
mimica, sulla gestualità e sull’oratoria del Duce le
“interpretazioni” della gente comune e degli intellettuali sono
diverse e a volte diametralmente opposte, a seconda dei
sentimenti di simpatia o di antipatia, di amore o di odio che
Mussolini ispira, appunto, al popolo e agli intellettuali. Ad
esempio, i fascisti sottolineano spesso l’espressione bonaria e
quasi fanciullesca del volto del Duce, col suo sorriso aperto.
Negli atteggiamenti duri e severi di Mussolini, i suoi seguaci
riconoscono l’espressione colma di preoccupazione del
“padre di famiglia” che, diventato ormai “padre della patria”,
s’indurisce nei suoi tratti e nei suoi atteggiamenti solo per il
bene che nutre verso i suoi figli, cioè gli Italiani.
Per gli antifascisti, il volto di Mussolini – con la sua fronte
romana, gli occhi magnetici, le mascelle quadre, il cranio
“tipo panzer” – diventa sovente motivo di sarcasmo anche nei
loro giornali clandestini, che contengono disegni umoristici
67
aventi come soggetto le personalità del Regime. Gli
antifascisti sono convinti che il portamento, la mimica,
l’oratoria e la gestualità del Duce, esibiti nelle cerimonie e
nei discorsi, rivelino più le sue doti di attore provetto che il
suo talento di statista.
Noi siamo dell’opinione che – più che dal corpo, dal
portamento, dall’espressione del volto, dallo sguardo, dalla
mimica, dalla gestualità, dalla voce e dall’oratoria, il mito di
Mussolini nasca da una sorta di processo di fusione fra la sua
personalità e la sua opera. Tale processo può essere
raggruppato schematicamente per argomenti:
1°) il Duce padre di famiglia e padre della patria;
2°) Mussolini: un uomo come una favola;
3°) teatralità del fascismo e della vita pubblica;
4°) romanizzazione dell’Italia, conquista dell’Impero etiopico
e abolizione della schiavitù nelle colonie;
5°) Mussolini difensore del Cattolicesimo, della religione
cristiana, dei buoni costumi e “spada dell’Islam”.
Relativamente al primo argomento, è noto che Mussolini fu
un buon padre di famiglia. Nei primi anni di matrimonio,
Benito mantiene la famiglia con il suo lavoro di giornalista e
con i suoi incarichi retribuiti presso le Camere del lavoro.
In seguito, insieme con la moglie Rachele, educa i figli
secondo gli insegnamenti della Chiesa cattolica. Nonostante le
ripetute infedeltà coniugali, il “Maestro di Predappio” si
preoccupa sempre della famiglia. Da parte sua, Rachele Guidi
è moglie e madre esemplare, fino alla fine dei suoi giorni.
Nel secondo dopoguerra, facendo affidamento sul conforto
della religione e della fede, Rachele attende serena la
restituzione della salma del marito, che avviene nell’agosto
del 1957 a Predappio di Forlì, luogo in cui la famiglia
Mussolini finalmente può dare ai poveri resti del Duce una
degna sepoltura. Durante i primi mesi del 1957, alla notizia
ufficiale della prossima restituzione della salma, Rachele si
mette a ricamare il lenzuolo funebre per Benito, richiamando
68
alla mente con quel gesto il tempo in cui Penelope attendeva il
ritorno di Ulisse alla “petrosa Itaca”.
Durante la Ia guerra mondiale, il bersagliere Benito Mussolini
– che si arruola volontario – è ferito gravemente durante
un’esercitazione al fronte. Il suo sacrificio per la vittoria lo
mette sulla strada che lo farà diventare “ padre della patria”:
nel 1922 con la Marcia su Roma, egli “salva la patria dal
comunismo”.
Nel 1925, effettua il colpo di stato “per il Re e per la patria”.
Con la stipulazione dei Patti Lateranensi del 1929, il motto “
Dio – Patria – Famiglia” diventa un trinomio inscindibile per
la maggior parte degli Italiani. Con la “conquista dell’Etiopia”
del 1936, il Duce dà alla patria un Impero. In breve, a partire
da quell’anno gli Italiani non devono preoccuparsi di niente,
se non di ubbidire: al resto ci pensa lui. In quel periodo il
Duce si conferisce la carica di “Maresciallo dell’Impero”,
forse per confermarsi nella convinzione di essere ormai il
“padre della patria”.
Veniamo ora al secondo argomento. E’ palese che nel mondo
dell’infanzia la vita di Mussolini diventa presto una “favola
bella”: i suoi ritratti, assieme al Crocifisso, adornano le aule
delle scuole italiane durante il Ventennio.
Relativamente all’educazione dei bambini nell’Italia fascista,
riteniamo utile segnalare il libro “Una favola vera” di F.
Hardouin, Milano, 1933. Si tratta di una biografia agiografica
del Duce, adattata sotto forma di favola per l’infanzia.
Riportiamo qui di seguito alcune parti della “favola vera” per
cercare d’immaginare quali impressioni potesse suscitare nei
bambini, che erano soprannominati “figli della lupa” e
inquadrati ne “l’Opera Nazionale Balilla”: “C’era una volta a
Predappio, paesello della fertile terra di Romagna, una
famiglia che viveva assai modestamente ….. il 29 luglio del
1833 ricorreva la festa del Patrono della parrocchia e le
campane suonavano a distesa. Nacque nella famiglia del
fabbro un bambino; lo chiamarono Benito. Crebbe all’aria
pura dei campi e trascorse i suoi primi anni andando a caccia
di nidi e di frutta matura….. Ebbe un’infanzia triste e più
69
povera degli altri bambini del villaggio e triste ebbe pure la
gioventù. Sin da ragazzetto dovette guadagnarsi la vita. A 19
anni divenne insegnante in un paesello sulle rive del Po e
percepiva 50 lire al mese. Ma questa vita sedentaria e
monotona non era fatta per lui. Lasciò la scuola, salutò i suoi
allievi e l’ultimo giorno in classe diede loro da svolgere il
compito: “Perseverando arrivi”.
In verità egli non formò né un esercito, né un partito; in poco
tempo come per incanto rivoluzionò e riformò la Nazione
provando su tre solide basi le generazioni nuove:
 Religione
 Salute
 Forza
….. non lo vedremo mai ma si ha la sensazione che perfino
l’aria che respiriamo è piena del suo fascino e della sua forza;
e dalle capitali d’Europa e d’oltre Oceano si attende da Roma
la parola del Duce”.
La letteratura dell’infanzia del periodo del Ventennio è ricca
di scritti apologetici di questo genere, che potrebbero essere
ordinati in “raccolte”. In sostanza, i “figli della lupa” ricevono
a scuola un’educazione fascista e cattolica che s’incentra sulla
famiglia, sulle Istituzioni statali, sul Partito Nazionale Fascista
(P.N.F.) e sulla Chiesa cattolica. Nell’ambito della famiglia,
spicca la figura del padre. Al riguardo, noi azzardiamo dire
che i bambini italiani hanno “tre padri”: il loro “padre vero”;
Benito, padre esemplare della famiglia Mussolini e “padre
della patria”; e infine il “Padre Celeste”, misteriosamente
unito al Figlio e allo Spirito Santo nella “Famiglia Trinitaria”.
Nell’approfondire il terzo argomento, cioè la teatralità del
fascismo, anzitutto occorre tener presente una delle numerose
definizioni del Regime fascista: “Il fascismo è il trionfo della
retorica”. In effetti, la retorica e la teatralità accompagnano il
corso della “Nuova Storia” diretto da Mussolini. A proposito
della spettacolarizzazione del fascismo, l’intellettuale
anarchico Camillo Berneri (1897 – 1937) scrive nel
Ventennio una raccolta di brevi saggi ripubblicati a Pistoia nel
1983 col titolo: “Mussolini grande attore”. Una delle tesi della
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raccolta è che nella scena politica italiana il Duce svolge
contemporaneamente il ruolo di attore, autore, sceneggiatore e
regista. Considerando l’Italia come un ampio palco teatrale e
Mussolini come primo attore, il giornalista Luigi Barzini
(1874 – 1947) scrive: “Ma lo spettacolo sarebbe stato nulla
senza il suo primo attore. Assunse molte parti, o piuttosto una
parte mutevole, sfaccettata, dai molti volti….. Era costretto a
rinnovare il suo spettacolo continuamente…..”
Secondo Luigi Barzini, Mussolini non si accontenta di fare
l’attore, ma si dedica con passione anche alla regia: “Lo
spettacolo più costoso che abbia mai visto. La regia era quasi
impeccabile nel suo genere: stupende parate militari, riviste
navali, saggi ginnici, fantasie di cavalieri arabi….. contro lo
splendido scenario della natura italiana e delle antiche città
gloriose”.
Oltre l’articolo di Luigi Barzini, la raccolta di Camillo Berneri
contiene, fra le altre, la testimonianza dell’intellettuale
francese Henri Beraud, tratta dal suo libro “Ce Que j’ai vu à
Rome”.
Vale la pena di trascrivere alcune parti: “Mussolini è
dovunque, in nome e in effige, in gesti e in parole – più
ancora che Kemal in Turchia e più ancora di Lenin a Mosca.
Apri un giornale qualunque: ecco riprodotto, commentato e
celebrato un discorso “genialissimo” del Duce….. Un
negozio: ci mostra il grand’uomo inquadrato da fiori e
autografi….. Dopo sette anni di istantanee e di stereotipi, la
profusione di questi ritratti è davvero incredibile. L’immagine
del Duce fa parte dell’esistenza: essa domina tutte le
circostanze della vita italiana. Non parlo soltanto degli atti
pubblici: parlo della vita quotidiana, della vita della
strada…..”
Queste frasi richiamano alla mente un’espressione
pronunciata da Jean Marie Le Pen, capo dell’estrema destra
francese negli anni a cavallo fra la fine del XX° secolo e
l’inizio del XXI°: “Il fascismo è un’ossessione italiana”. Noi
precisiamo che l’ossessione s’incentra sulla figura di
Mussolini.
71
Ritorniamo ora all’ipotesi di “Mussolini grande attore” per
dire che noi la condividiamo soltanto in parte. Anche secondo
il nostro parere il Duce aveva del talento per la recitazione, la
sceneggiatura e la regia. Ma prima di sviluppare la nostra tesi
in merito ai rapporti fra il “figlio del fabbro” e l’arte,
riteniamo indispensabile citare la teoria del realismo
cinematografico del critico francese Andrè Bazin, spiegata nel
libro “Teoria del cinema” di Francesco Casetti, Milano, 2002.
Il presupposto della teoria del realismo cinematografico di
Andrè Bazin è che si crea una relazione strettissima fra la vita
e il cinema. Esponendo il pensiero di Andrè Bazin, Francesco
Casetti scrive: “ Il cinema aderisce al reale, e anzi partecipa
alla sua esistenza….. se c’è un destino che il mezzo
[cinematografico] insegue, è quello di sciogliersi nel mondo.
Ancora, il principio cui il cinema ubbidisce diventa esplicito
in tutte quelle situazioni che potremmo definire circolari, là
dove una stretta connessione di realtà e immagine consente
all’una di innescare l’altra, ma anche viceversa: i due poli
interagiscono senza alcuna direzione obbligata. Si collocano
qui le suggestive analisi baziniane di reportages di guerra…..
Il cinema consente questa circolarità come nessun altro
mezzo, e vi trova una delle proprie radici”.
Esaminiamo adesso il “personaggio” Mussolini per
approfondire la nostra tesi. E’ noto che il giovane
rivoluzionario socialista coltiva le arti. Nominato segretario
della Camera del lavoro di Trento nel 1909, Mussolini non
dimentica la letteratura: sulla scrivania del suo ufficio,
giornali rivoluzionari si sovrappongono a libri di letteratura e
a un disegno dell’Inferno dantesco: l’arte e la vita procedono
fianco a fianco nella vita del futuro Duce. Ritornato a
Predappio nel 1910, basandosi sugli appunti presi alla
Biblioteca di Trento, egli scrive il suo unico romanzo:
“Claudia Particella. L’amante del Cardinale”. Si tratta di una
vicenda ambientata nel Trentino del XVII° secolo, ai tempi
degli Asburgo. Il giovane rivoluzionario è convinto di scrivere
un romanzo storico, ma la critica lo ritiene, a ragione, un
romanzo d’appendice. Comunque, quello che conta
72
sottolineare è la passione del futuro Duce per le belle lettere.
Nonostante l’intensa e febbrile attività politica, sindacale e
giornalistica, Mussolini si dedica quotidianamente alla
scrittura, forse per tutta la sua vita. Noi ipotizziamo che negli
anni trenta egli abbia scoperto le potenzialità del cinema non
solo come mezzo per la propaganda politica, ma anche come
arte per la riproduzione e spettacolarizzazione della vita.
Come molti intellettuali dell’epoca, il Duce è affascinato dal
fatto che il cinema è l’arte che più di tutte le altre si avvicina
alla realtà: infatti l’immagine cinematografica, possedendo la
dimensione spazio – temporale, riproduce totalmente il reale.
Di qui nascono le teorie realiste: il cinema “insegue” la vita e
quest’ultima si fa “accarezzare” dal cinema. Ciò innesca un
rapporto di circolarità che lega strettamente vita e cinema e
che probabilmente ammalia anche il capo del fascismo. In
questa ottica circolare, Mussolini si rivela attore, autore,
sceneggiatore e regista. Come attore, interpreta parti umili,
anticipando forse i canoni di recitazione del neorealismo
italiano: si fa riprendere nei panni del contadino che falcia il
grano, del muratore che costruisce la casa, ecc. Ma può anche
interpretare ruoli solenni di capo civile o militare durante le
cerimonie civili o militari, e in queste vesti fa pensare ad un
esperto attore americano. Per sintetizzare: secondo noi
Mussolini è forse la più grande “star” del Ventennio, ma nel
prendere le grandi decisioni militari non recita mai, perché
crede che le sue ambizioni personali di natura “imperiale”
coincidano con le aspirazioni del popolo italiano.
Abbiamo già visto che l’Opera Omnia del fondatore del
fascismo comprende numerose esternazioni, per non parlare
di quei discorsi che hanno lo stesso valore delle esternazioni.
Noi riteniamo che esse non alterino in alcun modo la sostanza
del fascismo: fanno parte del personaggio Mussolini e della
spettacolarizzazione delle cerimonie e manifestazioni
pubbliche. Le esternazioni del Duce fanno nascere
conversazioni, commenti e “dispute” nella vita pubblica e
privata degli Italiani, nel mondo laico e in quello
ecclesiastico: ne consegue che esse allontanano “l’attore”
73
Mussolini dalla realtà per proiettarlo nel mito. Cerchiamo di
chiarire il concetto con un esempio:
il Duce afferma: ” Chi non ha fatto la guerra, non è un uomo
“. Interpretata alla lettera, l’espressione vuol dire appunto che
per diventare veramente uomini, bisogna combattere. Ma il
Duce voleva effettivamente significare questo? Se ci
atteniamo a questa interpretazione, il francescano Padre
Eusebio Zappaterreni – che durante il periodo del fascismo
repubblicano lo confessa e lo induce a redigere una sorta di
dichiarazione di fede – non è un uomo, perché non ha mai
affrontato il nemico nel campo di battaglia.
Noi crediamo che l’esternazione del capo del fascismo sia
iperbolica e che significhi, invece, che la guerra è l’esperienza
più dura che un uomo possa sopportare, e che, una volta
superata, porti l’uomo a maturare pienamente. Se interpretata
alla lettera, l’esternazione contraddice molti pensieri
mussoliniani incentrati sul tema della pace. A nostro parere, lo
scopo dell’esternazione è che si discuta sulla parola del Duce.
Se il fascismo, oltrechè ideologia e cultura è anche cinema,
teatro, spettacolo e retorica, Mussolini si eleva sopra tutto. Il
Duce “modifica” la natura, scenario delle sue recite: nel Passo
del Furlo, immerso nell’Appennino marchigiano, il profilo
romano del Duce viene scavato nella roccia, per significare
che egli è presente anche nella natura.
Negli anni trenta, nelle campagne del Veneto, come ricorda
una testimone dell’epoca, ora quasi novantenne, si intonava
una canzone che recitava:
“ Primavera delle genti
torna a loro i suoi destini
l’ha voluto Mussolini
eja eja alalà ”
A questo punto sorge spontanea una domanda, che può
sembrare faceta : “è una prerogativa del Duce cambiare il
corso delle stagioni?”
74
Per concludere, Mussolini vorrebbe fondere politica e cultura,
arte e natura, realtà e spettacolo: ovviamente non riesce a
perseguire totalmente i suoi obiettivi “titanici”, ma i risultati
ottenuti in molti campi certamente concorrono a potenziare la
sua dimensione mitica.
Riferendoci al punto quattro, la Romanizzazione dell’Italia,
ciò che contraddistingue il Partito Nazionale Fascista dagli
altri movimenti politici, è l’interesse per la cultura romana e
latina. Il fascismo affonda le sue radici nella Civiltà latina, ma
accetta la profonda modifica dei valori religiosi, etici e
politico-sociali apportata dal Cristianesimo nel mondo grecoromano. Infatti, pur paragonandosi direttamente o
indirettamente ai grandi Imperatori romani, Mussolini
riconosce che “Cristo è superiore a Cesare”.
In un saggio dal titolo “ Mussolini e i Cesari” pubblicato a
Milano nel 1933, l’autore, G. Vigano, paragona il Duce a ben
diciassette Imperatori romani. Il testo in questione ben
esemplifica la cosiddetta oleografia del Regime, che intende
mettere in luce il profilo romano del fondatore del fascismo.
Vigano annota nella sua premessa: “ Scrivo senza pretese, ma
con fede nell’ uomo che rievoca, emula e supera la gloria dei
Cesari, che crea una nuova epopea etica e sociale per l’era
futura dei popoli “.
Fra gli imperatori presi come termine di paragone, ricordiamo
almeno i seguenti:
- GIULIO CESARE (100-44 a.C.)
- CESARE OTTAVIANO AUGUSTO (63 a.C.-14 d.C.)
- VESPASIANO (9-79 d.C.)
- COSTANTINO (274-337)
- GIUSTINIANO (482-565)
Senza dilungarci sugli accostamenti proposti dall’autore, ai
fini della nostra dissertazione ci preme riportare questo
passo: “ Titanico è lo sforzo che si sta compiendo nell’Agro
Pontino, a pochi chilometri da Roma, ove era la palude, ora
spuntano le spighe di grano, le poche capanne di paglia
hanno ceduto il posto a moderne fattorie; ove razziavano
zanzare e insetti, ora crescono e olezzano i fiori…
75
Come i Cesari davano ai loro veterani la terra ai reduci di
guerra…
Fra pochi anni centomila persone potranno trovare pane e
lavoro sul terreno bonificato…”
Dunque, nell’assegnare le terre ai reduci della Ia guerra
mondiale, il Duce prosegue l’opera degli Imperatori romani,
volta al conseguimento del benessere dello Stato e dei
cittadini.
Nel biennio 1935 – ’36, con la guerra all’Etiopia Mussolini
conquista “un posto al sole” per l’Italia, riproponendo con la
forza alla Comunità internazionale il modello della Civiltà
romana.
In un precedente capitolo abbiamo parlato diffusamente della
IIa guerra italo – etiopica (1935 – ’36), che può essere vista
come una ripresa della Ia guerra etiopica (1894 – ’96);
quest’ultimo conflitto si era concluso con la nostra sconfitta.
La IIa guerra italo – etiopica si risolse sostanzialmente a
nostro favore con la vittoria riportata ai laghi Ascianghi
(aprile 1936). Ma al di là della vittoria militare, occorre
sottolineare lo spirito del colonialismo italiano. Nel libro “Le
guerre dimenticate di Mussolini”, Giovanni Artieri, coglie
nella sua essenza “l’imperialismo italiano”, che si basava sui
fondamenti e sui valori della Civiltà romana: “La battaglia
dell’Ascianghi aveva spalancato alle nostre truppe, alle
centurie di lavoratori civili (che andavano schiudendo un
meraviglioso ventaglio di strade carrozzabili, verso il sud) il
paradiso di un’altra Etiopia, non più ferrigna, vermiglia,
dentata; ma verde e feconda ……
Il concetto vittoriano delle guerre coloniali inglesi veniva
rovesciato: l’uomo bianco non si asteneva più, di fronte ai
non bianchi, dalla fatica manuale affermando così una
preminenza morale e razziale. Non più: l’Italiano, al
contrario, conquistava questo prestigio lavorando dove era
inconcepibile lavorare; seminudo, bevendo pochissima
acqua, mangiando come poteva, riposando lo stretto
necessario; gesta che agli occhi dei non bianchi valevano
quanto qualunque vittoria in guerra”.
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In sostanza, il colonialismo italiano consiste in questo: da una
parte i reparti militari per combattere le truppe indigene;
dall’altra le centurie civili per costruire nei territori
conquistati.
Certo, anche il colonialismo italiano mostra il suo “braccio
violento” nella sedizione delle ribellioni degli indigeni; ma il
giudicarlo solo in relazione a questo aspetto – come fanno
alcuni storici – appare limitato e riduttivo.
Per completare la breve esposizione delle nostre imprese
nell’Africa orientale, è d’obbligo ricordare che Mussolini
abolisce la schiavitù in Etiopia: man mano che le truppe
italiane conquistano il territorio, gli schiavi delle fattorie
vengono liberati.
Sempre a proposito della schiavitù nelle Colonie, è
interessante trascrivere un commento di Paolo Alatri, tratto
dalla citata biografia tascabile di Mussolini: “Nel 1926
Mussolini stesso, come si è accennato, si recò in Libia, con
due corazzate e quindici navi da guerra; ma questa esibizione
di forza non fece che acuire il ribellismo arabo, sicché la
Colonia divenne teatro di una guerriglia permanente,
nonostante il fatto che nelle Colonie (Libia, Somalia ed
Eritrea) il governo fascista avesse profuso molto denaro e
avesse lottato contro le epidemie e la schiavitù”.
Per quanto riguarda l’ultimo argomento, cioè i rapporti fra
Mussolini e la religione, abbiamo sufficientemente parlato
dei “Patti Lateranensi” del 1929 nei capitoli precedenti. Con
tale accordo nasce lo Stato della Città del Vaticano, ed il
Regime fascista si impegna a concedere un ampio spazio
religioso e culturale alla Chiesa cattolica nel territorio
nazionale e nelle Colonie.
Restando sul tema della religione, dobbiamo ricordare che il
governo fascista rispetta i culti delle diverse Chiese
protestanti operanti in Italia e che queste accettano “senza
entusiasmo” il Regime fascista. Mussolini può essere
considerato anche il difensore del Cattolicesimo in Spagna.
Giovanni Artieri - inviato speciale de “La Stampa” di Torino
prima in Etiopia poi in Spagna - sostiene che l’aiuto militare
77
italiano fu determinante nel decidere la sorte della guerra:
grazie all’intervento di alcuni reparti italiani, i falangisti
vinsero diverse battaglie importanti contro le “brigate
internazionali” e le forze della sinistra spagnola; ed è noto
che i falangisti, guidati dal Generalissimo Franco, erano il
baluardo della Chiesa cattolica spagnola.
Durante il Ventennio, in Italia la difesa del Cristianesimo si
affianca a quella dei “buoni costumi”, effettuata tramite
l’emanazione e l’applicazione di leggi severe a tutela,
appunto, degli stessi.
Oltre che difensore del Cattolicesimo, Mussolini si
compiaceva di essere la “spada dell’Islam”.
Il Duce credeva che nell’Africa del nord e nel Medio Oriente
fosse giunta “l’ora dell’Islam”, che si sarebbe rivelata fatale
per il colonialismo francese e inglese.
Al proposito, ci preme riportare alcune parti di un articolo di
Sergio Romano che s’intitola “Da Mussolini ad Andreotti la
scelta araba dell’Italia”, pubblicato sul “Corriere della Sera”
del 04/11/2001:
“Più tardi la Libia divenne la nostra quarta sponda e il
palcoscenico su cui il Regime mandò in scena la sua politica
filo – araba. Governatore dal 1933, Italo Balbo sviluppò
Tripoli e Bengasi, costruì una grande strada costiera e
numerosi villaggi, organizzò due grandi insediamenti
composti prevalentemente da contadini della Valle Padana. Il
“clou” del suo governatorato fu una sorta di “sposalizio”
dell’Italia con l’Islam in occasione della visita di Mussolini
nel marzo del 1937.
La cerimonia ebbe luogo nella Valle di Bugara alla presenza
di duemila cavalieri arabi, fra inni di guerra e rulli di
tamburo. Uno di essi si staccò dal gruppo e consegnò al capo
del fascismo una spada d’oro intarsiato che Mussolini, come
scrisse il “Popolo d’Italia”, “snudò” e “alzò fieramente
puntata verso il sole”. Più tardi, dal castello di Tripoli, disse
che l’Italia avrebbe rispettato le leggi del Profeta e promise
che avrebbe dimostrato la “sua simpatia all’Islam e ai
Musulmani del mondo intero”. La promessa fu in parte
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mantenuta. I Libici ebbero una speciale cittadinanza e le
truppe musulmane dell’esercito italiano (fra cui in particolare
i carabinieri) godettero di un regolamento che rispettava le
loro prescrizioni dietetiche. Erano gli anni in cui l’Italia
cercava di scalzare il dominio anglo – francese in Africa del
nord ……”.
4) I seicento giorni della Repubblica Sociale Italiana: la
figura di Mussolini fra simboli, miti e realtà.
Durante il periodo del fascismo repubblicano, l’Italia centro –
settentrionale diventa un campo di battaglia tra le forze
dell’Asse e gli eserciti alleati. La guerra si sviluppa dapprima
lungo il fronte della linea Gustav, e in seguito, dopo il suo
sfondamento, su quello della linea gotica. In un clima
caratterizzato dall’odio, da episodi di violenza atroce e dalla
guerra civile tra repubblichini e partigiani, la popolazione
italiana è ridotta alla fame e sopporta durissime condizioni di
vita.
Tuttavia, anche in questo periodo tormentato gli Italiani
continuano a coltivare le loro facoltà mitopoietiche e a
dedicarsi alla creazione e alla distruzione di simboli. Nel
tragico contesto della guerra civile, la figura del Duce assume
nuove connotazioni simboliche e mitiche. Occupiamoci
anzitutto delle valenze simboliche.
Per i fascisti repubblicani, Mussolini diventa il simbolo della
fedeltà e della continuità ideale e politica: al fascismo e
all’Italia quale Nazione aderente al “Patto Tripartito” che
unisce indissolubilmente in un “destino comune” il III° Reich,
il Giappone e la Repubblica Sociale Italiana.
I partigiani invece considerano Mussolini, ora più che mai, un
Tiranno spietato, sanguinario e al servizio dei nazisti: secondo
l’ottica antifascista, bisogna eliminare il Duce alla prima
occasione propizia. Mussolini accetta l’incarico di guidare la
Repubblica Sociale italiana nell’autunno del 1943, quando le
sorti del conflitto volgono indiscutibilmente a favore degli
Alleati. Pertanto, per i fascisti repubblicani egli diventa il
79
simbolo del coraggio e dell’audacia in quanto tali,
indipendentemente cioè dall’esito del conflitto.
I partigiani immaginano che il capo del fascismo trascorra i
suoi giorni sul lago di Garda deliziandosi nei piaceri della
buona tavola in compagnia dell’amante e dei gerarchi che gli
sono rimasti fedeli. Nei ritagli di tempo fra una conversazione
e l’altra e fra il pranzo e la cena, Mussolini prepara dei
discorsi bellici per le camice nere arruolate nella Guardia
Nazionale Repubblicana (G.N.R) e per i militari degli altri
reparti dell’esercito repubblicano. I partigiani riassumono
questi discorsi improntati alla retorica con l’espressione
sarcastica: “Armiamoci e partite!”. Pertanto, agli occhi dei
membri della resistenza, Mussolini è il simbolo della codardia
e della viltà.
Per quanto riguarda gli aspetti mitici della figura del Duce nel
biennio repubblicano, precisiamo anzitutto che essi sono
positivi nel campo fascista e negativi in quello antifascista. In
primo luogo affrontiamo due paralleli positivi, che sono fra
l’altro confermati da alcuni accenni del Duce stesso,
contenuti nell’Opera Omnia. I repubblichini lo paragonano a
Giulio Cesare (100 – 44 a.C.) e a Napoleone Bonaparte (1769
– 1821). L’accostamento fra Cesare e Mussolini era già stato
proposto nel Ventennio, in particolare dalla letteratura
agiografica del Regime. Tuttavia, nei seicento giorni della
Repubblica Sociale Italiana, il paragone assume una
colorazione fortemente realistica e drammatica: come Giulio
Cesare fu tradito e pugnalato nel Senato romano da Marco
Giunio Bruto e dai suoi amici durante le “idi di marzo” del 44
a.C., così Benito Mussolini fu “tradito” e “destituito” da Dino
Grandi e dagli altri “congiurati” durante la riunione del Gran
Consiglio del fascismo nella notte del 24 luglio 1943.
Nell’ottica fascista il parallelo è certamente valido, soprattutto
se si tiene presente che in ultima analisi, l’indecoroso
spettacolo di Piazzale Loreto è la logica conseguenza del
“tradimento” del 25 luglio 1943. la tesi del “tradimento” dei
gerarchi, che causò la nascita “dell’Italia badogliana” fu
sostenuta calorosamente dalla gran parte della storiografia
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neofascista. Fra le eccezioni, merita citare l’opinione di
Giovanni Artieri. Nel libro “Le guerre dimenticate di
Mussolini”, l’autore accetta l’accostamento fra Cesare e
Mussolini, ma non condivide l’ipotesi del “tradimento”. Lo
scrittore summenzionato vuole mettere in luce la
“complessità” dei rapporti politici e militari che traspariva,
affiorava o si celava negli interventi dei gerarchi; i quali
discussero l’ordine del giorno Grandi fino a notte inoltrata.
Anziché esprimere un giudizio di natura morale sui
“congiurati”, Giovanni Artieri preferisce richiamarsi al
messaggio contenuto nell’opera teatrale “Julius Caesar” di
William Shakespeare. Ecco che cosa scrive in proposito lo
scrittore di destra succitato: “Il 25 luglio 1943, per esempio,
(Mussolini) è abbattuto da una votazione democratica che lo
mette in minoranza per 19 voti contro 7 e 1 astenuto. Diremo
più avanti che non ci troviamo di fronte ad una congiura di
traditori che lo elimina. Sono i suoi antichi luogotenenti,
discepoli, amici (Grandi, Bottai, Federzoni, De Stefani, ecc..).
Costoro possono dire, come Bruto nella tragedia di
Shakespeare, di averlo atterrato NOT THAT I LOVED
CAESAR LESS, BUT I LOV’D ROME MORE: “Non perché
lo amavo di meno, ma perché amai Roma più di lui”. Roma,
l’Italia: possiamo chiederci se, ancora oggi, la vita e il
dramma di Mussolini sarebbero possibili?”
Per sintetizzare la riflessione di Giovanni Artieri, diremo che i
gerarchi, soffocando gli affetti e i sentimenti che li legavano
al Duce da molto tempo, dovevano sacrificarlo per “salvare
l’Italia”, senza ulteriori indugi.
Anche il secondo accostamento: NAPOLEONE –
MUSSOLINI, era già stato proposto nel Ventennio. Il Duce
stesso si era compiaciuto di paragonarsi al “Piccolo
Caporale”, al quale fu offerta la corona imperiale dal
Pontefice Pio VII° a Parigi nel 1804 . Durante il Ventennio, il
parallelo era stato visto sul versante della positività perché la
“stella di Mussolini” brillava alta nel cielo. In effetti, come
Napoleone voleva imporre il modello politico e istituzionale
della Francia rivoluzionaria all’Europa, così Mussolini
81
intendeva instaurare col “bastone e la carota” l’epopea del
fascismo nell’Europa mediterranea. Come la Francia
rivoluzionaria ambiva ad estendere il suo Impero coloniale (la
conquista dell’Egitto risale al 1798 e la sua restituzione ai
Turchi data del 1802). Così l’Italia “proletaria e fascista”
mirava ad ampliare i suoi domini coloniali con l’impresa
etiopica degli anni 1935 – ’36.
Anche il nemico era comune: la Gran Bretagna, che si era
opposta sia ai disegni espansionistici della Francia
napoleonica degli inizi del XIX° secolo, sia al progetto
italiano della “conquista dell’Impero” della II metà degli anni
trenta.
Nel periodo del fascismo repubblicano, l’accostamento
NAPOLEONE – MUSSOLINI viene rinnovato – per contro –
sul versante della negatività. In effetti, la parabola discendente
del Duce e dell’Italia in guerra richiama alla memoria gli
ultimi anni del “Piccolo Caporale” e dell’Impero napoleonico:
la battaglia di Waterloo, che vede impegnato l’esercito
francese contro gli Anglo – Prussiani ed i loro Alleati, si
svolge nel giugno del 1815.
Il parallelo fra Napoleone e Mussolini può essere esteso anche
al campo religioso: il Duce stipula i “Patti Lateranensi” nel
1929 dando vita, fra l’altro, alla nascita dello Stato della
“Città del Vaticano”. Il Bonaparte stipulò il Concordato con
lo Stato della Chiesa nel 1801, col quale il Cattolicesimo era
riconosciuto come “religione della grande maggioranza dei
Francesi”. Il Concordato divenne legge in Francia nel 1802.
L’accostamento fra il “Piccolo Caporale” ed il Duce è
proponibile anche nel campo civile: Napoleone lascia in
eredità all’Europa il codice civile del 1804; Mussolini con la
“Carta del lavoro” del 1927 presenta all’Europa la “Nuova
Italia” in cui regna – sia pure forzatamente – la pace sociale.
Quest’ultimo documento costituisce la base programmatica di
una “terza via” politica, economica e sociale che si configura
come alternativa sia al comunismo sia al capitalismo.
Per renderci conto di ciò che il codice Napoleone rappresenta
per l’Europa degli inizi del XIX secolo, è importante riportare
82
alcune parti della “scheda” che il Manuale del Corso di Storia
moderna di Capra – Chittolini – Della Peruta dedica appunto a
tale fonte giuridica:
“ Il codice civile dei francesi, ribattezzato nel 1807 codice
Napoleone, consta di 2281 articoli ed è suddiviso in tre libri:
Delle persone; Dei beni e delle differenti modificazioni della
proprietà; Dei differenti modi coi quali si acquista la
proprietà.
Dal punto di vista tecnico-giuridico, le formulazioni del
codice realizzavano una felice sintesi fra il diritto romano e il
diritto consuetudinario vigente in molte parti della Francia.
Più in generale, come tutta l’opera politica e amministrativa di
Napoleone, esse rappresentavano un compromesso fra i
principi gerarchici e autoritari derivanti dalla tradizione
dell’Antico Regime e i valori affermatisi nell’età dei Lumi e
durante la Rivoluzione francese: laicità dello stato,
eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, libertà di
coscienza, libertà di lavoro e di intrapresa, carattere sacro e
inviolabile della proprietà e dei contratti …”.
Sempre riguardo al codice civile, gli autori del Manuale
soprammenzionato precisano: “La rispondenza di questo
codice al valori fondamentali espressi dalla Rivoluzione, la
chiarezza ed il vigore dell’annunciato ne fanno uno dei veicoli
principali dell’influenza francese e della modernizzazione
delle strutture giuridiche in Europa e nel mondo. Le stesse
caratteristiche si ritroveranno nei successivi codici
napoleonici, il codice di commercio del 1807, i codici di
procedura civile e criminale, il codice Penale del 1810”.
Relativamente alla riflessione di Napoleone sui codici, il
Manuale di Storia annota: “Non si sbagliava dunque
Napoleone quando scriveva, nell’esilio di Sant’Elena: la mia
vera gloria non consiste nell’aver vinto quaranta battaglie(…)
ciò che nulla potrà cancellare, ciò che vivrà in eterno è il mio
codice civile”.
Torniamo ora al Duce per occuparci della “Carta del lavoro”,
che è forse il progetto fascista che più degli altri mira a
83
modificare in profondità le strutture politico – sociali e
sindacali dell’Italia della II metà degli anni venti, nella
prospettiva della cosiddetta “terza via”.
L’emanazione di questo documento (1927), è preceduta da
un’intensa attività dei sindacati fascisti volta a migliorare le
condizioni di vita dei lavoratori a partire dall’aumento dei
salari. Per avere un’idea della complessa situazione politico –
sociale e sindacale dell’Italia del Ventennio, riteniamo utile
trascrivere alcune pagine tratte dal libro tascabile “Storia del
fascismo” di Giampiero Carrocci, pubblicato a Roma nel
1996:
“Uno dei principi fondamentali affermati dal fascismo era la
collaborazione fra il capitale e il lavoro. Ma le idee in
proposito restavano assai confuse. Si chiamava questa
collaborazione ora col nome di sindacalismo, ora col nome di
corporativismo. Siccome, come si è detto, gli industriali si
opposero, il sindacalismo integrale [cioè la creazione di
sindacati che comprendano sia i datori di lavoro sia i
lavoratori dipendenti] fu messo da parte e si proclamò
ufficialmente l’esistenza del contrasto fra le classi; contrasto,
peraltro, che il fascismo (si diceva) avrebbe composto in una
sintesi superiore. Infatti nel giugno del 1925
(contemporaneamente al discorso dell’Augusteo – di
Mussolini e quasi contemporaneamente alla ripresa del
protezionismo doganale) il movimento sindacale italiano
venne fascistizzato: il Gran Consiglio decise che solo i
sindacati fascisti potevano rappresentare i prestatori d’opera
nelle trattative con i datori di lavoro. Il 2 ottobre successivo i
sindacati fascisti e gli industriali stipularono un accordo di
importanza fondamentale (il Patto di Palazzo Vidoni),
impegnandosi a collaborare …. Si arrivò così alla importante
legge del 3 aprile 1926. Essa restò fondamentale su due punti:
sanciva formalmente la rinuncia allo sciopero ed alle
commissioni interne da parte dei sindacati; estendeva a tutti i
rapporti di lavoro i contratti collettivi. Di questi primi due
punti il primo era a vantaggio degli industriali, il secondo a
vantaggio degli operai. Peraltro il primo punto venne fatto
84
osservare con un rigore affatto ignoto per il secondo punto. Il
Lavoro Fascista, organo delle Unioni dei Prestatori d’Opera,
mise spesso in rilievo, durante il Ventennio, la mancata
osservanza della legge da parte dei datori di lavoro. Inoltre la
tendenza dei Contratti Collettivi fu quella di basarsi sui salari
delle aziende meno efficienti, cioè sui salari più bassi.
Tuttavia, sul piano immediato, la legge coincise con un
periodo di benessere di una parte degli operai. Sebbene le
statistiche ufficiali non lo confermino, sembra che nella prima
metà del 1926 i salari reali, grazie all’intervento dei sindacati
fascisti, fossero aumentati tanto che in alcuni casi tornarono al
livello del 1921 – 1922. La collaborazione fra capitale e
lavoro non rispondeva soltanto a opportunità contingenti, cioè
al bisogno di frenare e controllare il movimento rivendicativo
degli operai, i cui salari erano colpiti dalle spinte
inflazionistiche in atto. Essa rispondeva anche a esigenze più
profonde. Si trattava, come si diceva e si ripeteva, di
immettere le masse nello Stato. Il problema, che affondava le
radici nel pensiero politico antigiolittiano del primo
quindicennio del secolo, era maturato concretamente negli
anni della guerra ed era esploso in forma drammatica nel
dopoguerra. La classe dirigente italiana fu incapace di
risolvere questo problema col metodo tradizionale della
libertà. Il fascismo fu la risposta a questo problema. Ed infatti
uno dei caratteri peculiari del fascismo rispetto agli altri
Regimi reazionari fu quello di avere una sua componente
sindacalista ed una base di massa”.
Queste considerazioni di Giampiero Carrocci smentiscono
categoricamente la tesi che considera il fascismo come una
“rielaborazione dello Stato assoluto”: nella sua ferma
intenzione d’inserire le masse nella realtà politica, economica,
sociale, sindacale e istituzionale dello Stato cui appartengono,
il fascismo si manifesta inequivocabilmente come un
“prodotto storico e culturale del XX° secolo”.
Il fatto “d’immettere le masse nello Stato” corrisponde ai
disegni e alla volontà del Duce che, riferendosi al processo di
fascistizzazione delle strutture politiche, economiche, sociali e
85
sindacali, dichiara: “Io vedo la foresta, io non vedo l’albero”.
Ma proseguiamo nella lettura del testo del Carrocci:
“Il 21 aprile del 1927 fu promulgata la Carta del lavoro: un
insieme di principi generali con cui, nella forma, venivano
confermate le istanze di collaborazione fra capitale e lavoro e
con cui, nella sostanza, veniva confermata la rigida, organica
subordinazione del lavoro al capitale. La Carta affermava: il
lavoro, sia diretto che esecutivo, sia intellettuale che manuale,
è tutelato dallo Stato. Poi specificava: l’iniziativa privata è lo
strumento produttivo più efficace e utile nell’interesse della
Nazione; l’intervento dello Stato ha luogo soltanto quando
l’iniziativa privata manchi o sia insufficiente o quando siano
in gioco interessi politici dello Stato. La Magistratura del
lavoro, che entrò in funzione nello stesso 1927, svolse
essenzialmente il compito di ridurre i salari, adeguandoli alla
rivalutazione della lira, e di frenare la dinamica. Nel 1928 il
sindacalismo fascista, sino allora prevalentemente rurale,
riuscì finalmente a penetrare fra le masse del proletariato
urbano. L’affermarsi dei sindacati fascisti fra le masse operaie
va messo in relazione, a quanto sembra, con l’aumentata
disoccupazione, provocata dalla rivalutazione della lira e
soprattutto, col fatto che, per trovare lavoro, divenne
praticamente obbligatoria l’iscrizione ai sindacati fascisti”.
Tenendo conto del contributo del Carrocci, cerchiamo ora di
delineare sinteticamente il quadro economico, sociale e
sindacale dell’Italia dal 1927 al 1940 tramite un elenco di
“principi ed eventi importanti”:
1) Uguaglianza giuridica fra imprenditori e prestatori
d’opera
2) Abolizione del diritto di sciopero e scioglimento delle
commissioni interne
3) Divieto di serrata per i datori di lavoro
4) 1927: istituzione della Magistratura del lavoro
5) 1934: legge istitutiva delle Corporazioni
6) 1939: la Camera dei deputati si trasforma in Camera
dei Fasci e delle Corporazioni, che dovrebbero
86
rappresentare le categorie del mondo del lavoro
(imprenditori e prestatori d’opera).
I progetti corporativi del Regime fascista si intrecciano con la
complessa realtà economico – sociale dell’Italia degli anni
trenta. Al riguardo, limitiamoci a segnalare alcune finalità
della politica economica del governo fascista:
1) Battaglia del grano (dal 1925 in avanti), per assicurare
il pane a tutti gli Italiani e per far diminuire il deficit
della bilancia commerciale causato, fra l’altro,
dall’importazione di grano
2) Stabilizzazione della lira a “quota novanta” nel 1927
(90 lire = 1 sterlina)
3) Massiccio intervento dello Stato nell’economia dopo
la crisi mondiale provocata dal crollo di Wall Street
del 1929
4) Politica di “grandi lavori pubblici” e lavori di
“bonifica integrale” in alcune regioni d’Italia (1928 –
1933).
Mussolini crede nei suoi programmi corporativi sino alla fine
dei suoi giorni. Durante il periodo del fascismo repubblicano,
egli impiega una parte del tempo per approfondire i progetti di
socializzazione. Nell’aprile del 1945, pochi giorni prima di
essere giustiziato, il duce concede un’intervista a Gian
Gaetano Cabella, direttore del “Popolo d’Alessandria”.
Questo testo, “dettato, corretto, siglato da Lui”, precisava il
frontespizio, passa alla Storia come il suo “testamento
politico”. Fra l’altro, Mussolini dichiara: “Se le vicende di
questa guerra fossero state favorevoli all’Asse, io avrei
proposto al Fuhrer, a vittoria ottenuta, la socializzazione
mondiale, e cioè, frontiere esclusivamente a carattere storico
…. moneta unica …. abolizione reale e radicale di ogni
armamento ….”
L’esperienza corporativa si lega indissolubilmente ai Regimi
fascisti. Ciò è provato dal fatto che a partire dal 1945, anno
della sconfitta epocale dei fascismi, le teorie corporative non
suscitano più alcun interesse nel mondo sindacale dei Paesi
87
che aderiranno alla Comunità Economica Europea (CEE). In
questo contesto fa eccezione l’Italia che vede nascere a Napoli
nel 1950 la Confederazione Italiana Sindacati Nazionali
Lavoratori (C.I.S.N.A.L.), che dichiara apertamente di credere
nei “postulati del sindacalismo nazionale”. Tuttavia, la
C.I.S.N.A.L. svolge un ruolo rappresentativo di importanza
marginale nel panorama sindacale italiano degli anni
cinquanta e dei decenni successivi. Nella II metà degli anni
novanta, la C.I.S.N.A.L. si trasforma in U.G.L. (Unione
Generale Lavoro). Dopo la fine della IIa guerra mondiale,
strutture e sindacati corporativi sopravvivono nella Spagna del
Generalissimo Francisco Franco (1892 – 1975) e nel
Portogallo di Antonio De Oliveira Salazar (1889 – 1970).
Ritorniamo ora al parallelo NAPOLEONE – MUSSOLINI per
esprimere una valutazione conclusiva. Nel campo militare,
l’avventura dell’Italia fascista con la sua parabola dapprima
ascendente e poi discendente può essere paragonata, sia pure a
grandi linee, alle vicende dell’Impero napoleonico. Napoleone
era un grande stratega; Mussolini, invece, era una capo
militare dalle capacità “discutibili”.
Nel campo civile, l’influenza dei codici napoleonici si fa
sentire nella maggior parte dei Paesi europei nel corso di tutto
il XIX° secolo. La “terza via” del fascismo italiano, teorizzata
dal Duce ed incentrata sul corporativismo, dopo il 1945 cessa
di essere un’alternativa al capitalismo e al comunismo. Nelle
pagine conclusive del testo, ci ripromettiamo comunque di
soffermarci sull’influenza dell’opera civile di Mussolini
nell’Italia “nata dalla resistenza”.
Durante il Ventennio, nel campo antifascista la figura di
Mussolini era stato oggetto di sarcasmi, di improperi e di
paragoni “in negativo”. Questi attacchi alla persona del Duce
erano pubblicati su giornali clandestini o venivano espressi in
conversazioni private; in entrambi i casi, per forza di cose, il
loro “raggio d’azione” era molto limitato.
La situazione cambia radicalmente nel mese di luglio del
1943, quando l’avanzata degli Alleati nel sud della penisola e
88
i bombardamenti delle fortezze volanti su Roma e su altre
città innescano la crisi del Regime fascista.
In quel mese, infatti, in numerose città si leggono scritte
murali offensive o ironiche finalizzate alla distruzione
ideologica del fascismo e dell’opera di Mussolini.
Ne citiamo una per tutte, apparsa su un cancello di una casa
milanese:
Voleva Essere Cesare Morì Vespasiano
La frase può essere interpretata in due modi diversi, ma
compatibili fra loro:
1) il Duce si credeva Cesare; in realtà era solo
Vespasiano
2) il “grande condottiero” è caduto in un vespasiano
(nota: VESPASIANO: orinatoio pubblico in forma di
edicola o di torretta che prende il nome dall’Imperatore
Vespasiano, che provvide ad istituirli).
Ai fini della nostra analisi, questa scritta è interessante perché
colpisce frontalmente il “mito imperiale” di Mussolini; mito
che la letteratura agiografica del Regime aveva pazientemente
coltivato per anni. Durante il Ventennio, gli antifascisti
avevano paragonato il Duce ai seguenti personaggi storici o
letterari:
- Cola di Rienzo (1313 – 1354)
- Don Rodrigo (il signorotto de “I Promessi Sposi”)
- Masaniello (1620 – 1647) un pescatore che, dopo aver
capeggiato con successo una rivolta popolare contro il
Dominio spagnolo a Napoli , fu trucidato dai suoi stessi
amici)
Nella “breve stagione” del fascismo repubblicano, i primi due
paragoni sono riproposti sia nelle conversazioni private dei
partigiani, sia nelle pubblicazioni clandestine della resistenza.
89
Occupiamoci anzitutto di Cola di Rienzo, inserendolo nel
contesto politico – culturale della sua epoca. E’ una singolare
figura di capo – popolo che vive in un periodo di profonda
crisi delle due grandi Istituzioni medievali: l’Impero e il
Papato. In questo arco di tempo, si possono cogliere i segni
sia dell’imminente fioritura del Rinascimento, sia della
formazione, in nuce, degli “Stati nazionali”.
Il trono imperiale è conteso fra Lodovico il Bavaro, che è
incoronato Imperatore a Roma nel 1328, e un altro
pretendente, Carlo IV di Boemia. Il Papa si trova in esilio ad
Avignone, da cui segue con apprensione lo sviluppo degli
eventi politici dell’Europa. In quegli anni il vecchio
continente è funestato dalla “peste nera” del 1348, che miete
innumerevoli vittime.
Per cercare di comprendere a fondo l’accostamento COLA
DI RIENZO – MUSSOLINI, è fondamentale richiamare alla
memoria, sia pure in forma succinta, le vicende biografiche
di Cola di Rienzo.
Al proposito, scegliamo la lettura di un brano tratto dal
Manuale di Storia dal titolo “disegno storico della Civiltà” di
Giorgio Spini:
“Figlio di un oste, ma salito fino alla condizione di notaio,
grazie all’ingegno fervidissimo ed alla vasta cultura formata
attraverso la lettura appassionata degli scrittori classici,
dotato di un’eloquenza affascinante e di una fantasia
ardentissima piena delle memorie dell’antica Roma e di sogni
di rinnovamento universale, Cola di Rienzo (Nicola di
Lorenzo) emerge per la prima volta in mezzo alla torbida vita
romana del Trecento in occasione di una ambasciata inviata
alla Corte di Avignone nel 1342 dalla Cittadinanza romana
ad implorare la proclamazione di un altro Giubileo per l’anno
1350, onde ristorare con l’afflusso dei pellegrini la città
volgente ormai alla rovina.
Guadagnatasi l’amicizia del più illustre degli Italiani allora
viventi, Francesco Petrarca (1304 – 1374), nonché la fiducia
del Pontefice Clemente VI, egli ritorna da Avignone insignito
di una carica ufficiale: quella di Notaio della Camera
90
Apostolica, dell’Amministrazione Finanziaria, cioè, della
città …”
In sintesi, le alterne fortune politiche di Cola di Rienzo sia
basano sul fondamento di porsi come intermediario fra il
Papa e l’Imperatore e su quello della “difesa dei deboli”, cioè
della plebe romana oppressa dai Baroni. Nominato Tribuno,
egli sogna la rinascita dell’Impero latino e cristiano, per
rendere possibile la rigenerazione morale dell’umanità.
Fra Cola di Rienzo e la popolazione romana si sviluppa una
relazione di amore – odio; l’odio è dovuto, fra l’altro, alle sue
prove di stranezza e crudeltà.
Nel 1354, in seguito a un tumulto popolare scoppiato contro
di lui, cerca di allontanarsi da Roma travestito da carbonaio,
ma viene riconosciuto dalla folla, che decide di giustiziarlo.
Pur essendo molto difficile fare un accostamento fra due
personaggi storici vissuti in epoche tanto diverse, dobbiamo
tuttavia ammettere che le vicende biografiche del fondatore
del fascismo richiamano alla mente più quelle di Cola di
Rienzo che le vite dei Cesari. Per dimostrare la nostra tesi,
segnaliamo le seguenti affinità:
- Cola è figlio di un oste
- Benito è figlio di un fabbro che in seguito diventa oste
- Cola di Rienzo lascia Roma travestito da carbonaio;
scoperto, viene trucidato a furor di popolo
- Il Duce mira a raggiungere la Valtellina travestito da
Tedesco; è catturato da un commando di partigiani, poi
giustiziato e infine sottoposto allo scempio di Piazzale
Loreto
- Cola di Rienzo svolge il ruolo di mediatore fra il Papa e
l’Imperatore
- Mussolini si pone come moderatore fra la Germania e le
altre Nazione europee nella I metà degli anni trenta
- Entrambi “sognano l’Italia romana”
Avendo verificato queste somiglianze biografiche, ci preme
ora sottolineare che, per contrasto, il manifestarsi dell’altezza
d’ingegno del Duce durante gli “anni del consenso” evochi
91
alla memoria molto più l’opera dei Cesari che quella di Cola
di Rienzo.
In effetti Mussolini crea un Regime, cioè un “sistema”; anche
l’Impero romano da un punto di vista strutturale può essere
considerato un “sistema”, laddove l’azione politico – sociale
di Cola di Rienzo non apporta modifiche strutturali né
all’Impero medievale né al Papato. Sull’opera di Cola di
Rienzo è d’obbligo precisare che le opinioni degli storici
sono diverse, a volte addirittura opposte. Per renderci conto
di come gli antifascisti vedevano il parallelo COLA DI
RIENZO – MUSSOLINI nel Ventennio è indispensabile
trascrivere un breve passo tratto dal libro “Mussolini grande
attore” dell’esule anarchico Camillo Berneri:
“Sono numerosi i giornalisti stranieri che accostano
Mussolini a Cola di Rienzo e a Masaniello. Candida
ignoranza o sottile ironia? Il primo è l’uomo che conosceva
AD AUDIENDUM VERBUM gli Imperatori e i più potenti
Principi, si attribuiva il titolo di “Augusto” e dava un enorme
valore ad un bagno fatto nella vasca di Costantino.
Pretendeva di essere figlio di Arrigo VII: in conclusione, un
megalomane e quasi un folle”.
Nei giorni che seguono la “pubblica esposizione” delle salme
di Mussolini, di Claretta Petacci e di alcuni gerarchi in
Piazzale Loreto, un giornale della resistenza definisce il Duce
“un Cola di Rienzo”.
Sergio Luzzato, nel libro “Il corpo del Duce”, riferendosi a
Piazzale Loreto, mette in evidenza “il confronto fra il
miserando approdo di Mussolini e quello di Cola di Rienzo,
il Tribuno sul cui cadavere il popolo romano si era accanito
senza pietà dopo averlo elevato ai massimi onori”.
Durante il Ventennio, l’accostamento DON RODRIGO –
MUSSOLINI poteva essere espresso con una similitudine:
“Come Don Rodrigo con i suoi sgherri spadroneggiava nei
villaggi del Comasco, così il Duce con le sue Camice Nere
vessava la popolazione italiana”.
92
Dopo l’approvazione delle leggi razziali del 1938, il
paragone assume delle tinte più fosche: una lettera anonima
scritta al Duce da una donna chiede la revoca delle leggi
razziali, che colpiscono la Comunità ebraica italiana,
composta da circa 40.000 anime. Chi si nasconde dietro
l’anonimato ammonisce il Dittatore: se si persisterà
nell’emarginare gli Ebrei, si dovrà tener presente il richiamo
di Fra’ Cristoforo rivolto a Don Rodrigo: “Verrà un giorno
…”
Il dialogo de “I Promessi Sposi” fra Don Abbondio e Renzo
Tramaglino riguardante la fine di Don Rodrigo – che muore
di peste nel Lazzaretto – viene pubblicato in clandestinità
durante il periodo del fascismo repubblicano e ripubblicato
da un quotidiano romano dopo il macabro spettacolo di
Piazzale Loreto. Ne riportiamo una parte per richiamarlo alla
memoria del lettore:
[E’ Don Abbondio che parla] “Non lo vedremo più andare in
giro con quegli sgherri dietro, con quell’albagia, con
quell’aria, con quel palo in corpo, con quel guardar la gente
che pareva che si stesse tutti al mondo per sua degnazione.
Intanto lui non c’è più, e noi ci siamo ….”
Questa riproposizione del parallelo da parte di un quotidiano
della Capitale mette in risalto, forse, quanto forte fosse
l’avversione della maggioranza degli Italiani verso il Duce
durante le “radiose giornate” dell’aprile del 1945.
Dopo esserci soffermati sulle principali valenze simboliche e
mitiche di Mussolini durante il biennio del fascismo
repubblicano, sorge spontanea una domanda: “Com’era lui
come uomo?” Al riguardo, ci illumina un brano tratto dal
libro: “Le guerre dimenticate di Mussolini” di Giovanni
Artieri: “Di se stesso, però dopo il 25 luglio 1943 aveva già
scritto: “Mussolini, uomo morto. Assumerà una figura
smunta, decaduta, ricondotta ad una tragica umiltà, qualcosa
dell’antico aspetto e del suo destino di giovane proletario
vagante, affamato; di sovversivo perseguitato per le città e i
cantoni della Svizzera”.
93
Nel 1944, constatando l’incapacità del Duce di essere
padrone degli eventi nell’Italia centro – settentrionale,
Concetto Pettinato, direttore de “La Stampa” di Torino,
scrive un articolo dal titolo significativo: “Se ci sei, batti un
colpo!”.
L’articolo, non firmato, e manifestamente riferito al Duce,
suscita la sua collera. L’ipotesi che il potere politico e
militare di Mussolini quale capo della Repubblica sociale
Italiana fosse quasi inesistente, è confermata anche da alcuni
antifascisti, fra i quali l’intellettuale di sinistra Franco
Tranfaglia che nel maggio 2003 ammette: “Nel periodo del
fascismo repubblicano il Duce non contava niente”.
5) Il mito di Mussolini nell’Italia post – fascista.
Il terzo periodo del mito del Duce inizia nel 1946; supera il
2000 e a tutt’oggi è difficile prevedere se e quando si
estinguerà.
E’ nostra convinzione che nell’Italia “nata dalla resistenza” il
mito di Mussolini si basi sulle seguenti realtà:
1) L’odissea della salma
2) L’Opera Omnia
3) La bibliografia ed il dibattito fra gli storici
tradizionalisti e gli studiosi revisionisti sul fascismo
4) La filmografia e i documenti “sull’era fascista” diffusi
dai mezzi di comunicazione di massa
5) Il sepolcro di Predappio e gli altri luoghi del mito
6) Il Movimento Sociale Italiano e la fiamma tricolore
7) L’indecoroso spettacolo di Piazzale Loreto e il suo
ricordo
L’odissea della salma inizia col suo trafugamento ad opera di
Domenico Leccisi nel 1946, e si conclude con la tumulazione
della stessa nel 1957 nel cimitero di S. Cassiano di Predappio
di Forlì. Al di là della cronaca, conta sottolineare che le
peripezie dei poveri resti del Duce da un lato danno
l’occasione a giornalisti, scrittori e studiosi di riprendere il
discorso, ormai a livello storico, “sull’avventura fascista in
94
Italia” e, di riflesso, su quella del suo artefice; dall’altro lato,
l’immaginario collettivo s’interroga con interesse e senza posa
sull’ubicazione del luogo sacro che raccoglie “il corpo del
Duce” dando vita a numerosi aneddoti, storie e leggende sulla
“presunta tomba” e sullo “spirito di Mussolini” che non trova
requie.
Fra l’altro, la trafugazione della salma diventa uno dei motivi
ispiratori del romanzo “Un eroe del nostro tempo” di Vasco
Pratolini (1913 – 1991), pubblicato nel 1949. L’odissea della
salma serve da spunto per la stesura di innumerevoli articoli
riguardanti Mussolini e l’epoca dei fascismi, pubblicati da
settimanali a rotocalco quali “Oggi”, “Gente”, “Tempo” ed
altri. Avvalendosi della collaborazione di giornalisti famosi e
facendo affidamento sulla disponibilità di alcuni familiari del
Duce e di ex – gerarchi a concedere ampie interviste, i
settimanali in questione trasformano l’uomo di Predappio in
un personaggio da rotocalco per oltre un trentennio (1946 –
1980). Gli anni ottanta segnano la scomparsa di molti
testimoni autorevoli del Regime fascista; da allora gli articoli
dedicati al Duce si fanno più rari.
Sempre a proposito della stampa, è utile osservare che il mito
di Mussolini è stato tenuto vivo anche dal quotidiano “Il
Secolo d’Italia” fondato a Roma negli anni cinquanta da Franz
Turchi, che fu giornale di partito dapprima del Movimento
Sociale Italiano e in seguito di Alleanza Nazionale. Negli anni
novanta , “Il Secolo d’Italia”e Alleanza Nazionale
abbandonano gradualmente l’opera e il mito di Mussolini al
loro destino. Ma in quel periodo nasce “Linea”, quotidiano
romano a diffusione nazionale diretto da Pino Rauti e
portavoce ufficiale del movimento sociale fiamma tricolore;
questo giornale continua a coltivare il mito del “Maestro di
Predappio”.
Affrontiamo ora il secondo punto, cioè l’Opera Omnia del
Duce. Negli anni cinquanta, alcuni libri di Mussolini furono
pubblicati da piccole case editrici legate direttamente o
indirettamente agli ambienti neo – fascisti. In questo contesto
sono da ricordare gli sforzi dell’editori romano Ciarrapico di
95
ristampare diversi libri dell’Opera Omnia al fine di
salvaguardare gli scritti mussoliniani dall’oblio. Nell’arco del
trentennio 1951 – 1981, i quarantaquattro volumi dell’Opera
Omnia sono stati riproposti in libreria dalla casa editrice “La
Fenice” di Firenze. Nell’Opera Omnia Mussolini si rivela
giornalista di talento, scrittore, storico, uomo politico e di
cultura. Il giovane rivoluzionario socialista scrive solo un
romanzo : “Claudia Particella. L’amante del Cardinale”. Si
tratta della rielaborazione di una storia ambientata nel
Trentino del XVII° secolo ai tempi dell’Impero degli
Asburgo. A ragione, la critica lo ritiene un romanzo
d’appendice. Ciononostante, il libro mette in luce le doti di
scrittore in erba del futuro capo di governo, che si
manifesteranno a tratti anche in altre opere. Ne “Il tempo del
bastone e della carota”, il capo del fascismo racconta i
principali avvenimenti politici e sociali del Ventennio e si
sofferma sul triennio 1941 – 1944 per spiegare agli Italiani le
ragioni militari e politiche che hanno portato alla caduta del
fascismo (25 luglio 1943). Pubblicato sul “Corriere della
Sera” a puntate, che furono successivamente raccolte in un
fascicolo nel 1944, il libro raggiunse la tiratura di circa
300.000 copie. Il volumetto evidenzia il talento di Mussolini
come giornalista e come storico. Ad una attenta analisi appare
tuttavia chiaro che il Duce è uno storico di parte. La
valutazione globale dell’Opera Omnia è un’operazione
complessa che spetta, ovviamente, agli storici. In questa sede
ci limitiamo a rammentare un giudizio di Indro Montanelli:
“Mussolini, qualche bel libro l’ ha scritto!”.
Di per se stessa, l’Opera Omnia, pur essendo voluminosa, non
giustifica l’esistenza del mito. Infatti, ci sono intellettuali che
hanno scritto opere più lunghe, più complesse e più
interessanti di quella del Duce senza essere riusciti a diventare
un mito. Però, se associamo l’Opera Omnia all’intensa vita
pubblica e privata di Mussolini, forse ci rendiamo conto che la
figura del “figlio del fabbro” assume connotazioni mitiche.
96
Per dimostrare l’attendibilità della nostra ipotesi, ci
permettiamo di proporre un passo di Indro Montanelli, voce
autorevole del giornalismo italiano per oltre cinquant’anni.
Nel libro “Memorie del cameriere di Mussolini” pubblicato
nel 1946, immedesimandosi in Quinto Navarro, presunto
cameriere del Duce, Indro Montanelli scrive, in tono
scherzoso:
“ …. Avevo la netta sensazione come forse nessun altro
Italiano, di quanto grave fosse la situazione del nostro Paese,
sottoposto a una dittatura che non era soltanto dittatura
politica, ideologica e militare, ma era anche la dittatura sui
motori a scoppio, sul borace, sui cerchioni delle biciclette,
sulle traduzioni dal latino, sulle macchine fotografiche, sulle
ghiacciaie, sulle lampadine elettriche, sulle fabbriche di
gazzose”.
Se accettiamo il ritratto di “Mussolini dittatore onnipresente e
onnisciente” sull’Italia e sugli Italiani tratteggiato da Indro
Montanelli, il buon senso ci pone una domanda: “Dove e
quando il Duce trovava il tempo per scrivere?”. Per quanto
concerne il terzo punto, premettiamo che la bibliografia su
Mussolini è vastissima. Il biennio della Repubblica Sociale
Italiana, durante il quale a causa della guerra civile si scrive
poco, segna una sorta di spartiacque fra la bibliografia del
Ventennio e quella dell’Italia post – fascista. Occupiamoci
anzitutto degli scritti “dell’era fascista”. Nel Ventennio
prevale una bibliografia di tipo apologetico che punta su una
serie di stereotipi che furono sintetizzati, dopo la caduta del
fascismo, dai suoi oppositori con l’etichetta “oleografia del
Regime”. Fra le biografie su Mussolini, forse la più celebre è
quella di Giorgio Pini, che veniva distribuita nelle scuole e
che aveva lo scopo pedagogico e politico di formare le
giovani generazioni italiane al culto del Duce. La prima
biografia su Mussolini fu quella scritta da Margherita Sarfatti,
dal titolo “Dux”, che era riconosciuta come uno dei testi
ufficiali del Regime. Entrambi i testi vengono pubblicati nel
1926. “Dux” è ristampato anche alla fine degli anni novanta.
Relativamente a Giorgio Pini, riteniamo utile annotare questo
97
curioso parallelo fra la sua vita e la sua biografia sul fondatore
del fascismo. Giornalista fra i più accreditati del Regime
durante il Ventennio, nella redazione de “Il Popolo d’Italia”, è
considerato il “portavoce” del Duce e le numerose ristampe
della biografia su Mussolini gli procurano una grande
notorietà. In seguito, Giorgio Pini è uno dei fondatori del
Movimento Sociale Italiano, ma gli accordi elettorali degli
anni cinquanta fra missini e monarchici deludono
profondamente il suo animo di fascista “duro e puro”. In
effetti, egli ritiene assurdo trovare un’intesa con i
rappresentanti della destra monarchica, cioè con gli “eredi” di
coloro che fecero cadere il Regime fascista. Pertanto, Giorgio
Pini lascia il M.S.I. per aderire ad un gruppo neofascista
“ortodosso” di Milano, detto appunto dei “milanisti”. Così il
giornalista, fra i più apprezzati nel Ventennio, conclude la sua
vita svolgendo un ruolo politicamente marginale negli
ambienti neofascisti, continuando tuttavia a scrivere libri di
indubbio interesse storico.
Rivolgiamo ora la nostra attenzione alla sua biografia di
Mussolini. Questo libro, diffuso in modo capillare nelle
scuole durante il Ventennio, nell’epoca post-fascista è
superato da altre biografie, meno agiografiche e più ricche di
dati e informazioni.
Ai nostri giorni, è possibile trovarlo ancora nelle bancarelle
dei libri di seconda mano e nei mercatini delle pulci delle
grandi città.
Durante il ventennio, soprattutto all’estero, si assiste alla
pubblicazione di libri e giornali antifascisti, in inglese,
francese e italiano, spesso corredati da disegni e vignette.
Questi testi, che mirano a distruggere il prestigio e la fama del
“dittatore italiano”, di solito non riescono a raggiungere il
nostro Paese a causa dei rigorosi controlli della censura
fascista sulla stampa.
Nell’Italia “nata dalla resistenza”, l’estesa bibliografia su
Mussolini si può dividere in due serie di scritti:
1) le opere storiografiche
2) le opere letterarie
98
A loro volta, le opere storiografiche si possono suddividere
nei seguenti quattro “filoni”:
1) il “filone” antifascista
2) il “filone” indipendente
3) il “filone” neofascista
4) il “filone” revisionista
Il “filone” di libri antifascisti inizia con “Il Cesare di
cartapesta – Mussolini nella caricatura”, pubblicato a Torino
nel 1945 e scritto da un intellettuale che si firma con lo
pseudonimo di Gec. Il libro offre un ritratto demistificatorio
del Duce e del fascismo, tra il comico e il tragico, puntando
sia su ampie argomentazioni sia sulle seicento vignette che
illustrano il testo, riprese da giornali e riviste estere e da fogli
pubblicati in Italia in clandestinità, oppure censurati, durante
“l’era fascista”. Fra l’altro, Gec afferma: “La caricatura
politica è un’arma formidabile”, anticipando forse
inconsapevolmente, una frase dell’intellettuale ebreo Vittorio
Foa relativa agli “anni del consenso”: “L’ironia è una forza!”.
L’autore sintetizza il messaggio del libro nella parte finale
della sua presentazione:
“Tenete presente che la causa unica di ogni nostra rovina, di
ogni nostro lutto, di ogni nostra miseria, si chiama Benito
Mussolini. Senza Mussolini, il nostro popolo sarebbe forse
oggi all’avanguardia delle pacifiche realizzazioni sociali.
Senza Mussolini, forse, il nazionalismo non avrebbe messo
radici in Germania e si sarebbe esaurito nel putsch di Monaco.
Senza l’appoggio di Mussolini, Hitler non avrebbe potuto
scatenare la sua follia pangermanista e tenere l’Europa nel suo
sanguinoso faustrecht. Un nome solo ci affiora alle labbra in
questo momento: Buchenwald [uno dei campi di sterminio
nazisti]. Senza Mussolini, non sarebbe stato possibile
Buchenwald”.
Nell’arco di almeno cinquant’anni, la storiografia antifascista,
facendo leva su argomentazioni a volte valide, altre volte
oggetto di controversie fra gli storici, costruisce una serie di
stereotipi sul fascismo e sul suo fondatore con lo scopo,
99
dichiarato o sottinteso, di demolire, di demonizzare, se non di
cancellare “l’era fascista” dalla storia d’Italia.
Il cliché più comune è questo: “Il fascismo: un Regime
totalitario basato sulla disuguaglianza, sulla violenza e
sull’odio; un Regime che ha ispirato la sua politica estera sul
nazionalismo, sull’imperialismo e sul razzismo. Il nazismo:
conseguenza “ovvia” del fascismo”.
Un altro stereotipo che conosce una notevole fortuna e che
può essere considerato il corollario del precedente è questo:
“Mussolini: un dittatore pieno di contraddizioni, opportunista,
voltagabbana, violento, crudele e sanguinario. Un uomo avido
di potere e di gloria che alla fine diventa succube, se non
servo, dei Tedeschi”.
In estrema sintesi, per gli antifascisti Mussolini non è un mito,
bensì uno psicopatico. Il “filone” di scritti antifascisti si
diffonde nella scuola e nella società italiana anche grazie
all’opera dei mezzi di comunicazione di massa.
Il secondo “filone” riguarda i libri “indipendenti”, cioè gli
scritti che non seguono né gli schemi interpretativi
dell’antifascismo, né quelli proposti dal neofascismo.
Possiamo considerare Indro Montanelli (1909 - 2001 ) e
Curzio Malaparte (1898 - 1957) come i capiscuola di questo
gruppo di giornalisti e scrittori “indipendenti”.
Nel 1946 Indro Montanelli fa pubblicare il libro “Memorie del
cameriere di Mussolini”, attribuito a Quinto Navarro.
Mettendosi nei panni di Quinto Navarro, “presunto
commesso” del Duce per oltre vent’anni, Indro Montanelli
scrive una biografia, tra il serio e il faceto, dell’uomo di
Predappio.
Il celebre giornalista toscano elabora il cosiddetto cliché di
“Mussolini buonuomo” : pur essendo pieno di difetti e di
colpe, il Duce è un uomo (e non un demiurgo) che si fa carico
di almeno vent’anni di Storia Patria senza avere le spalle del
mitico Atlante.
Narrando i principali avvenimenti della vita privata e pubblica
del Duce con uno stile estremamente scorrevole, Montanelli
100
s’interroga sia sulle responsabilità e colpe di Mussolini, sia su
quelle dei suoi collaboratori, e più in generale,
sull’atteggiamento mutevole del popolo italiano nei confronti
del fascismo. Lo schema di “Mussolini buonuomo” suscita un
certo interesse negli ambienti culturali di destra e di centro
nell’Italia degli anni cinquanta; tuttavia, continua ad essere un
modello di riferimento per alcuni giornalisti e scrittori anche
nei decenni successivi. Ricordiamo al proposito il libro di L.
Somma “Mussolini morto e vivo” edito a Napoli nel 1960, in
cui l’autore analizza lucidamente e in maniera problematica i
principali eventi “dell’era fascista”.
Sempre riferendosi al cliché di “Mussolini buonuomo”, è
opportuno segnalare l’intervista concessa da Silvio Berlusconi
al settimanale inglese “Spectator” e ripresa dalla stampa
italiana, nel settembre 2003. Il capo del governo italiano
afferma, fra l’altro: “Mussolini non ha mai ammazzato
nessuno!”.
Il terzo “filone” di libri, cioè la storiografia neofascista,
inizialmente ha per oggetto la scrittura di nuovi testi
agiografici sul Duce, che si può considerare come una delle
risposte dei “nostalgici” allo scempio di Piazzale Loreto. A
titolo d’esempio ne citiamo uno, che è in sintonia con il “mito
imperiale”: “Benito I Imperatore” di Marco Ramperti, edito a
Roma nel 1950.
L’autore parte da un’ipotesi fanta-politica: immagina che
nell’aprile del 1945 le forze dell’Asse abbiano vinto il
conflitto grazie al tempestivo impiego della bomba atomica. Il
Duce ritorna a Roma, e nella Città eterna cingerà la corona
imperiale che già fu di Cesare Augusto. Sintetizzando la tesi
di fondo che permea il libro, Sergio Luzzato scrive:” In
sostanza, era una torrenziale filippica contro l’antifascismo,
frutto bacato del tradimento monarchico dell’otto settembre,
tragico carnevale di belle parole, bugiarda bandiera di un
branco di assassini”.
Durante gli anni cinquanta, la storiografia neo-fascista
produce alcuni libri degni di nota. Citiamo almeno i nomi di
101
Bruno Spampanato e del già menzionato Giorgio Pini. Nella
IIa metà degli anni sessanta, con la pubblicazione dell’opera a
fascicoli:” Storia della guerra civile in Italia 1943-1945” di
Giorgio Pisanò, acquistabile in edicola, la storiografia neo
fascista si offre al grande pubblico. Essa raggiunge l’apogeo
grazie all’opera paziente e a tratti meticolosa dello stesso
Giorgio Pisanò, uomo politico missino; la sua inchiesta
giornalistica “Gli ultimi cinque secondi di Mussolini”
pubblicata a Milano nel 1996, diventa presto un best seller. La
quarta serie di libri riguarda il “revisionismo storico” e
s’incentra sulla figura di Renzo De Felice (1929 – 1996) e
sulla sua scuola. Il modello di analisi seguito da quest’ultimo
non si basa su alcun schema precostituito: lo storico
revisionista “indaga” direttamente la Storia: i fatti, le idee, i
documenti (libri, filmati, ecc.) riguardanti il periodo oggetto
del suo studio.
Fra l’altro, Renzo De Felice abbozza un ritratto sfaccettato
della personalità e della vita del Duce.
Negli anni ottanta, l’opera complessiva dello storico
revisionista (scritti e dibattiti) mette in discussione in maniera
problematica alcuni schemi di interpretazione del fascismo
che la storiografia antifascista riteneva inattaccabili.
Ai fini della nostra analisi sul mito di Mussolini, ci preme
annotare questo giudizio di Renzo De Felice sulla complessa e
sofferta relazione fra il Regime fascista e gli Ebrei:”
Mussolini non era razzista!”.
Secondo il parere dei principali quotidiani pubblicati in Italia
negli anni ottanta, questa affermazione dello storico
revisionista “porta il mito di Mussolini alle stelle”. Senza
entrare nel merito della complicata materia delle persecuzioni
razziali in Italia, oggetto di controversia fra gli storici, ci
permettiamo tuttavia di osservare che la “dichiarazione di
fede” che il Duce rilascia a Padre Eusebio Zappaterreni nel
1944 induce a credere che il capo del fascismo non è razzista
o che, per lo meno, se si è dimostrato tale con le leggi razziali
del 1938, esse sono da intendersi moralmente e religiosamente
annullate dalla medesima “dichiarazione di fede”. Infatti,
102
Gesù Cristo, i dodici Apostoli, S. Paolo, e i primi Cristiani
erano ebrei: come poteva Mussolini da Cristiano “convertito”
perseguitare il popolo giudaico?
Fra le diverse valutazioni sull’opera di Renzo De Felice, ci
limitiamo a citare la più scherzosa, espressa da Pino Rauti,
fondatore del movimento sociale italiano fiamma tricolore e
riferita a Mussolini: “Renzo De Felice si è innamorato del suo
personaggio!”
Veniamo ora alla letteratura prodotta sul “personaggio
Mussolini” nel II° dopoguerra. Prima di approfondire
l’argomento, è opportuno rammentare che il “Maestro di
Predappio” riconosceva il proprio predecessore in Alfredo
Oriani (1852-1909). Nei racconti di questo scrittore della IIa
metà dell’Ottocento si avverte l’influenza del Romanticismo,
in particolare di Victor Hugo (1802-1885) e di Eugene Sue
(1804-1857). Secondo la critica, Alfredo Oriani rivela
pienamente il suo talento nelle opere di riflessione storica e
politica, che preannunciano la nascita del nazionalismo e
dell’imperialismo italiano. Di qui nasce e si sviluppa
l’interesse di Mussolini per lui. Ma, in ultima analisi, Oriani
prediligeva il mondo risorgimentale degli eroi, laddove
Mussolini vagheggiava l’ideale del superuomo. Dunque , il
Duce si compiaceva di avere un precursore nel mondo della
letteratura. Per contro, nella stessa letteratura italiana della IIa
metà dell’Ottocento si dovevano cogliere i segni premonitori
della nascita di un capo provvisto di doti eccezionali, che
avrebbe riscattato il “misero destino” (secondo l’ottica
nazionalista) dell’Italia del Risorgimento.
Durante il Ventennio, l’intellettuale anarchico Camillo
Berneri scrive:” [Mussolini] la letteratura se l’era covato per
trent’anni”.
Cerchiamo ora di riassumere l’intricato rapporto fra il Duce e
la letteratura: l’uomo di Predappio, oggetto di un trentennio di
produzione letteraria, si pregia di avere come predecessore
Alfredo Oriani. Durante il periodo socialista, diventa un
romanziere scrivendo ” Claudia Particella. L’amante del
103
Cardinale” (1910). In alcuni libri dell’Opera Omnia, egli
rivela le sue qualità di scrittore.
A questo punto , visti i suoi precedenti letterari, c’è da stupirsi
se nell’Italia post-fascista la vita stessa di Mussolini diventi
materia di racconti e di romanzi?
Noi abbiamo trovato tre romanzi che hanno il Duce come
protagonista:
1) A. Pennacchi, “Palude. Storia d’amore, di spettri e di
trapianti” Roma, 1995
2) D. Bontempi, “Il sesso del Duce”, 1989
3) “Il naso di Mussolini”, di Lucio Trevisan 1998 (di cui
abbiamo perso i riferimenti).
Ne “Il corpo del Duce”, Sergio Luzzato sostiene che l’opera
letteraria migliore sul capo del fascismo sia “Palude. Storia
d’amore, di spettri e di trapianti”. A proposito di questo
romanzo, Sergio Luzzato scrive: “… il fantasma del Duce si
aggira nella città di Latina da lui fondata: la Latina ora
memore, ora cinica degli anni novanta. A cavallo di una
rombante motoguzzi, Mussolini esplora le strade e i canali, si
affanna a rimuovere i gabinetti e i bidet che la gente vi butta
dentro”.
Questa dimensione “ecologica” del fantasma del Duce non
dovrebbe sorprendere il lettore: infatti uno dei
“comandamenti” del “decalogo” dei fascisti recita: “ La patria
si serve anche facendo la guardia a un bidone di benzina”.
Concludiamo la nostra succinta analisi sul personaggio di
Mussolini nella letteratura riprendendo ancora Sergio Luzzato
che ne “Il corpo del Duce” riporta in ordine alfabetico le
offese che sono riferite al Duce: nell’opera dello scrittore
espressionista Carlo Emilio Gadda sono circa un’ ottantina.
Qui trascriviamo solo quelle che bersagliano il “mito
imperiale”:
- Napoleone fesso e tuttoculo
- Pulcinella finto Cesare
- Rincoglionito Quirino
- Scipione Africano del due di coppe
104
Relativamente al romanzo “Quer pasticciaccio brutto de via
Merulana” di Carlo Emilio Gadda (1957), Sergio Luzzato
annota: “Dalle colonne di Belfagor Giulio Cattaneo avrebbe
salutato come splendide le ingiurie del Pasticciaccio al Duce
defunto, mentre alcuni recensori comunisti sarebbero giunti a
individuare nel capo del fascismo l’implicito colpevole del
delitto di via Merulana”.
Per quanto riguarda Carlo Emilio Gadda, dapprima “fascista
convinto”, poi “amante deluso dal Duce”, vorremmo far
osservare che le sue offese non hanno avuto alcuna presa sul
linguaggio popolare: infatti la gente comune designa
Mussolini con il termine Duce (e non con Buce) o con
espressioni quali “il capo del fascismo” oppure “l’uomo di
Predappio”.
Affrontiamo ora il punto quattro, cioè la filmografia.
I documentari sul fascismo prodotti dall’Istituto Luce durante
il Ventennio forniscono ampi spaccati su alcuni aspetti della
vita pubblica degli italiani, quasi tutti inquadrati nelle strutture
del Regime.E’ superfluo aggiungere che si tratta di filmati che
fanno parte “dell’oleografia del Regime”.
Nell’Italia “nata dalla resistenza”, i lungometraggi riguardanti
l’uomo di Predappio devono essere divisi in:
- film di montaggio
- film narrativi.
Fra i primi spicca “Benito Mussolini” di Pasquale Prunas
(1962), fra i secondi è degno di nota “Mussolini ultimo atto”
di Carlo Lizzani (1974).
“Benito Mussolini” di Pasquale Prunas è essenzialmente un
racconto per immagini della vita del Duce e di quella
dell’Italia teatro “dell’avventura fascista”.
Premesso che non è facile riassumere, se non comprimere,
oltre vent’anni di storia in un filmato di circa novanta minuti,
dobbiamo comunque riconoscere che il lungometraggio riesce
a tratteggiare con un certo vigore narrativo i principali eventi
“dell’era fascista”. Lo sviluppo della narrazione mette
maggiormente in luce Mussolini “condottiero militare”, che
Benito “guida civile” della Nazione.
105
Durante l’ultima parte del film, il Duce è visto essenzialmente
come un guerrafondaio: infatti, pochissime inquadrature
colgono il “dittatore italiano” nelle vesti di mediatore fra la
Germania e le altre Potenze europee prima dello scoppio della
IIa guerra mondiale. Solo un’immagine – in cui si nota
Mussolini in ginocchio davanti ad un altare di una piccola
cappella – si riferisce alla sua conversione religiosa. Nel
complesso, la visione della pellicola – col suo crescendo
d’immagini di distruzione e di morte – lascia nel cuore una
profonda tristezza, se non un senso di sgomento causato,
forse, dall’ineluttabilità “dell’immane conflitto”, che promana
soprattutto dalle inquadrature riguardanti il riarmo della
Germania nazista.
Fra i film narrativi, il più diffuso è senz’altro: “Mussolini
ultimo atto” di Carlo Lizzani. Il lungometraggio narra le
drammatiche vicende degli ultimi giorni del Duce, dalle
trattative di Milano per la resa della Repubblica Sociale
Italiana con i capi della resistenza, mediate dal Cardinale
Schuster, Arcivescovo del capoluogo lombardo, alla fuga in
Valtellina, che si conclude con la cattura di Mussolini, della
Petacci, e di alcuni gerarchi al seguito. Le ultime inquadrature
riguardano la fucilazione del Duce, eseguita davanti al
cancello della Villa Belmonte a Giulino di Mezzegra.
Claretta implora pietà per Benito, ma invano, poi si frappone
fra l’amante e il “colonnello Valerio”, e cade sotto una raffica
di quest’ultimo; infine un’altra raffica lacera il corpo del
Duce.
Il nostro parere è che “Mussolini ultimo atto” non è un film
storico, ma d’avventura. Certamente Carlo Lizzani prende
spunto da una delle versioni storiche sugli ultimi giorni del
Duce, secondo la quale il capo del fascismo e la sua amante
furono appunto giustiziati davanti al cancello della villa
Belmonte.
Ma un film per essere definito storico, non deve rispettare
solo la cronologia, i luoghi e lo svolgersi degli avvenimenti;
deve tener conto anche della psicologia dei personaggi e del
contesto psicologico, oltre che sociale, in cui sono collocati.
106
Veniamo al dunque: i tratti psicologici della personalità di
Mussolini sono stravolti ad arte. Il Duce è visto
essenzialmente come un codardo, un voltagabbana, pronto a
tradire tutto e tutti pur di salvarsi. E’ in fuga da tutto e da tutti,
se non, al limite, da se stesso. Per dimostrare la fondatezza
della nostra critica, a titolo esemplificativo puntiamo la nostra
attenzione sull’inquadratura che riprende il Duce seduto da
solo in un salotto di un piccolo albergo della Valtellina.
Pensoso, con lo sguardo rivolto al cielo, e, appellandosi
mentalmente agli Americani che dovrebbero giungere dalla
Svizzera per salvarlo, esclama:” Quando arriveranno?!”
Ebbene, è noto che, prigioniero del governo Badoglio al Gran
Sasso nel settembre del 1943, Mussolini aveva minacciato più
volte di suicidarsi piuttosto che essere consegnato nelle mani
degli Alleati. Forse non lo avrebbe fatto, anche perché, come
scrive Don Ennio Innocenti, “Mussolini stava per raggiungere
il livello della fede”.
Tuttavia, il suo proposito di togliersi la vita fa capire quanto
detestasse la prospettiva di essere consegnato ai suoi nemici.
Per concludere, relativamente all’ atteggiamento di Mussolini
verso gli Americani, fra il film e la realtà l’incongruenza è
notevole.
“Mussolini ultimo atto” è sicuramente un buon esempio di
film d’avventura perché è di ottima fattura e ben interpretato;
ma il Duce presentato da Carlo Lizzani “si muove troppo”:
pertanto l’indagine psicologica risulta frammentata, confusa, a
volte manifestamente erronea. In sintesi: il ritratto psicologico
abbozzato è deludente e fuorviante.
Prima di soffermarci sui documentari riguardanti il fascismo,
è necessario introdurre il concetto di “personaggi panottici”.
Al proposito, ci rifacciamo ad un testo di Michel Chion,
critico cinematografico.
In “Un’odissea del cinema. Il 2001 di Kubrick”, l’autore
scrive:” I film panottici in cui i personaggi sono o si sentono
ripresi dappertutto sono, com’è noto, una tradizione nella
storia del cinema da ‘Tempi moderni’ (‘Modern Times’,
107
1936) di Chaplin, fino a ‘The Truman Show’ (id. 1988) di
Peter Weir”.
Ebbene, guardando alcuni documentari sul Ventennio, si ha
l’impressione che anche Mussolini sia un personaggio
panottico: perché quando si vede una cerimonia militare o
civile, ci si aspetta che il Duce appaia da un momento
all’altro. Analogamente, se un gerarca pronuncia un discorso,
o se il Re o qualche funzionario di alto rango del Regime fa la
sua comparsa, forse si percepisce la sensazione di trovarsi di
fronte al personaggio secondario che preannuncia il
protagonista, cioè il Duce. Forse un’impressione simile si
prova visitando alcuni luoghi che fanno da sfondo alle
esibizioni dell’uomo di Predappio. Facciamo un esempio:
quando ci si trova a Roma davanti a Palazzo Venezia, non ci
s’immagina forse che il Duce si affacci al balcone per
pronunciare un discorso? Magari la fatidica dichiarazione di
guerra alla Francia e alla Gran Bretagna del 10 giugno del
1940?
Per concludere: Mussolini è un personaggio panottico ed
invisibile: panottico nei documentari e in alcuni film narrativi(
ad esempio:” Un tè da Mussolini” di Franco Zeffirelli);
invisibile nei luoghi storici che “testimoniano” la sua
presenza.
Per quanto concerne il punto cinque, è noto che il Cimitero di
San Cassiano di Predappio di Forlì - in cui sono conservate le
spoglie mortali del Duce – è meta di “pellegrinaggi” da parte
dei neofascisti fin dal 1957.
La villa di Belmonte a Giulino di Mezzegro (frazione di
Dongo) e Piazzale Loreto a Milano sono altri luoghi “di
culto” per il loro “valore altamente simbolico” (secondo
l’ottica neofascista).
Un accenno ai pellegrinaggi a Predappio è contenuto anche
nel film “La dolce vita” di Federico Fellini (1960).
Nello svilupparsi della narrazione, un giornalista, impersonato
da Marcello Mastroianni, è spinto soprattutto dalla curiosità a
partecipare a una festa notturna che si svolge in un castello
romano. A un certo punto fa la sua comparsa un ex gerarca
108
che, alludendo a un pellegrinaggio a Predappio, dice:” E’ stata
una cerimonia bellissima, mesta e commovente. Era il popolo,
l’autentico popolo che portava fiori al suo capo amatissimo”.
Fellini vede l’ex gerarca in una luce negativa, come negativa è
del resto tutta la scena del ballo notturno al castello: il regista
lancia strali contro l’aristocrazia romana, che non sa più che
cosa fare per divertirsi e che non ha più alcun valore in cui
credere.
Riprendendo il discorso sui pellegrinaggi, è superfluo
specificare che essi non erano così frequenti, come invece
pare di capire dalle parole dell’ex gerarca.
Tuttavia, bisogna tener presente che per i missini era doveroso
commemorare alcune “date sacre” del fascismo a Predappio.
Secondo Sergio Luzzato, l’afflusso annuale di visitatori alla
tomba del Duce è di circa centomila persone, in maggioranza
giovani.
Ai giorni nostri, noi supponiamo che essi non siano attratti dal
fascismo da un punto di vista ideologico, bensì dalla figura
del Duce come uomo eccezionale. In altre parole, intendiamo
dire che, superato il 2000, il mito di Mussolini è ormai
decontestualizzato dagli avvenimenti “dell’era fascista”.
Concludiamo la nostra breve dissertazione sulla tomba del
Duce formulando una domanda:”Quanti sono stati i visitatori
a Predappio dal 1957 sino a oggi?”.
Per quel che riguarda il punto sei, è fondamentale tener
presente che la fiamma tricolore, già simbolo del Movimento
Sociale Italiano, era un emblema fascista.
Alleanza Nazionale continua tuttora a mantenere la fiamma
nel suo stemma, in cui essa è stata ridimensionata.
La fiamma è stata ripresa anche da altre formazioni politiche
di destra, e a ragione, perché è appunto un emblema fascista.
Qui non ci dilunghiamo sui suoi molteplici valori simbolici; ci
preme tuttavia ricordarne soltanto uno: essa rappresenta il
“fuoco eterno” che arde nella tomba di Mussolini a San
Cassiano di Predappio.
Come è noto, il Movimento Sociale Italiano “confluisce” in
Alleanza Nazionale negli anni novanta.
109
Noi ci trovavamo per caso a Roma alla fine di maggio del
1988, quando morirono, quasi negli stessi giorni, Giorgio
Almirante e Pino Romualdi. Alcune aree della Città Eterna
erano tappezzate di due manifesti; il primo riproduceva la
fotografia di Almirante e recava la scritta:
ALMIRANTE UN GRANDE ITALIANO
Il secondo rappresentava l’immagine di Romualdi ed era
accompagnato dalla scritta:
ROMUALDI LE NOSTRE RADICI NON MUOIONO
Noi propendiamo a credere che lo slogan: “le nostre radici
non muoiono” riassuma e commenti al tempo stesso tutta la
storia del Movimento Sociale Italiano.
Nel giorno dei funerali congiunti di Almirante e di Romualdi,
seguiti da circa centomila persone, provammo la sensazione
che la scomparsa dei due discepoli di Mussolini coincidesse
con la fine del neofascismo. Ebbene, le vicende politiche di
Alleanza Nazionale ce lo hanno confermato.
Prima di affrontare l’ultimo punto, cioè l’indecoroso
spettacolo di Piazzale Loreto, vorremmo rispondere a questa
domanda:”Quale eredità lascia il fascismo all’Italia? E che
cosa rimane dell’opera di Mussolini?”.
L’eredità è sia negativa, sia positiva.
Vediamo anzitutto la parte negativa. Alla fine del II° conflitto
mondiale una buona parte del Paese era devastato; le vittime
militari e civili furono innumerevoli; l’economia era in
ginocchio. Tuttavia il popolo italiano trovò la forza di reagire
e di lottare contro le conseguenze dell’ “immane conflitto”.
Diamo ora uno sguardo alla parte positiva dell’eredità. Con la
stipula dei “Patti Lateranensi” del 1929, il Regime fascista ha
permesso alla Chiesa cattolica di diventare in Italia
un’Istituzione forte e duratura. “Inseriti” nella Costituzione
della Repubblica Italiana del 1948, i “Patti Lateranensi”
furono sottoposti a revisione nel 1984 durante il governo
presieduto da Bettino Craxi. In relazione alla realtà politica,
economica, sociale e religiosa degli anni ottanta, anche la
Chiesa cattolica si dichiarò favorevole alla procedura di
110
revisione, che tuttavia non ha indebolito la missione pastorale
della Città del Vaticano in Italia e nel mondo intero.
Numerosi Enti pubblici creati dal fascismo (I.R.I., I.N.P.S.,
ecc.) hanno operato nell’Italia del dopoguerra; in seguito
hanno subito profonde modifiche strutturali, richieste dai
nuovi tempi. Un discorso analogo si può fare anche per il
sistema scolastico che promana dalla riforma della scuola di
Giovanni Gentile del 1923. La riforma gentiliana comincia a
subire modifiche sostanziali a partire dagli anni ottanta.
Ora chiediamoci:”Che cosa ricordano gli Italiani di
Mussolini?”
Forse le sue estese opere di bonifica. Ecco che cosa scrive in
merito Gian Piero Carocci nel suo libro tascabile “Storia del
fascismo”: ”I lavori pubblici ebbero il loro fulcro nelle
bonifiche: la cosiddetta bonifica integrale, diretta da un
distinto agronomo, Arrigo Serpieri…. Mosconi [Ministro
delle Finanze], per finanziare i lavori pubblici, aumentò il
carico tributario che da allora, nonostante gli sforzi contrari
fatti fino al 1930, salì senza più interruzioni. A partire dal
1929 l’Italia detenne il primato, fra le Nazioni principali,
nell’incidenza dell’imposta sul reddito. L’aumento tributario
fu particolarmente sensibile per le imposte indirette.
I lavori per la bonifica integrale furono condotti nel periodo
1928-1933.
Fu una politica volta non tanto a mutare i rapporti sociali
legati alla proprietà e allo sfruttamento della terra quanto a
migliorare tecnicamente la produzione…
Invece la riforma del latifondo siciliano, decisa poco prima
dello scoppio della IIa guerra mondiale, restò sulla carta”.
Nel Lazio, dopo la bonifica dell’Agro Romano furono fondate
cinque città: Littoria (ora Latina) nel 1932, ed in seguito
Sabaudia, Pontinia, Aprilia e Pomezia. Si sostenne una spesa
di otto miliardi di lire; nel 1932 su 9.750.000 ettari di terreno
ne erano stati bonificati più di 6.000.000. Opere di bonifica
furono realizzate anche nella Maremma toscana.
A proposito dei meriti e demeriti di Mussolini, argomento che
provoca spesso polemiche e dispute, ci permettiamo di
111
annotare una frase di Francesco Storace, ex-governatore del
Lazio: ”Cosa dovremmo fare, distruggere i Palazzi dell’EUR
e riempire nuovamente di fango l’Agro Pontino?” (Corriere
della Sera 11/10/03).
Per quanto concerne l’indecoroso spettacolo di Piazzale
Loreto, vorremmo sottolineare che il libro “Il corpo del Duce”
di Sergio Luzzato contiene la cronaca di quei giorni tragici.
Nel testo citato, l’autore parla del “crucifige” del Duce. Noi
siamo inclini a pensare che, oltraggiando il corpo di
Mussolini, gli antifascisti abbiano innalzato il mito alle stelle:
perché hanno lacerato i resti senza vita dell’uomo che aveva
dato all’Italia l’Impero e che, durante il periodo del fascismo
repubblicano, si era immedesimato in Cristo. Ne “Il corpo del
Duce”, sempre a proposito della “ pubblica esposizione” dei
cadaveri di Piazzale Loreto, Sergio Luzzato riporta un
commento di Guido Ceronetti, celebre giornalista de “La
Stampa” di Torino, relativa a una trasmissione televisiva della
“Combat Film”:
“E’ strana, inspiegabile, la fortuna postuma del personaggio:
quasi un sapore di vendetta dell’invisibile […] Il
necrosadismo mascherato di alcuni milioni d’occhi fascinati
da un tetro episodio di linciamento di due cadaveri, consente
all’ombra di Mussolini di ridacchiare: ha dal canto suo
dimenticato gli oltraggi e le empietà di Piazzale Loreto, ma lo
diverte vedersi ancora così al centro dell’interesse e perfino
delle passioni dei suoi italiani”.
Noi siamo propensi a credere che l’interesse degli Italiani per
Mussolini sia causato più dalla crescente passione per la
Storia che dal “necrosadismo mascherato”.
Ma perché l’ombra di Mussolini ridacchia e si diverte?
Questo atteggiamento dello spirito del Duce si presta a
molteplici interpretazioni; noi ci limitiamo a proporne una.
Forse l’uomo di Predappio ridacchiando e divertendosi
intende dire: “Ho fatto del male a viso aperto agli Italiani e
all’Italia. Meritavo la morte, ma non l’oltraggio ripetuto. Lo
scempio del mio corpo ha perfezionato il mito. E il mito si
vendica sempre delle ingiustizie della Storia!”
112
APPENDICE
I° MUSSOLINI E LA LETTERATURA
Chiamato a Trento dai socialisti locali, nel 1909 Mussolini
raggiunge la città e diventa segretario della locale Camera del
lavoro. Presto la sua intensa attività di giovane rivoluzionario
e di giornalista arrabbiato infiamma la vita politica e turba gli
ambienti clericali e borghesi di tutto il Trentino, allora sotto la
Dominazione austriaca.
Egli trascorre buona parte del suo tempo libero nella
Biblioteca cittadina e ha modo di leggere, fra l’altro, la storia
della nobile famiglia dei Madruzzo, che governarono il
Trentino come Principi – Vescovi dal 1512 al 1658
dimostrandosi strenui difensori dell’italianità della regione
contro l’invadenza dei Tirolesi. Mussolini prende appunti sui
Madruzzo e si ripromette di scrivere un romanzo focalizzato
su Carlo Emanuele, ultimo rampollo della casa principesca. In
pochi giorni il fervore politico, sindacale e giornalistico del
giovane rivoluzionario finisce per preoccupare fortemente gli
ambienti cittadini e per inquietare le autorità politiche. Così
dopo otto mesi di permanenza a Trento, la polizia riesce a
studiare dei motivi per espellerlo.
Ritornato a Forlì, egli trova che suo padre, vedovo, convive
con Nina Guidi; quest’ultima l’aiuta nell’osteria con due delle
sue cinque figlie. Benito s’innamora di una delle due, la
bionda Rachele, e dopo una fuga d’amore, la coppia si accasa
in una modestissima abitazione. Mussolini non ha dimenticato
l’esperienza trentina, e ciò è provato dalla sua corrispondenza
con Cesare Battisti, proprietario del quotidiano “Il Popolo”, di
Trento, col quale aveva combattuto molte battaglie
ideologiche.
Dal loro carteggio riaffiora l’idea di scrivere un romanzo sui
Madruzzo. Spinto soprattutto dal bisogno di denaro a causa
della sua difficile situazione familiare, il giovane agitatore
romagnolo inizia a scrivere il romanzo “Claudia Particella.
113
L’amante del Cardinale”, che viene pubblicato a puntate sul
“Popolo” di Trento, contribuendo a mantenere una buona
tiratura del giornale.
La vicenda si svolge nel Trentino del XVII secolo e s’incentra
sulla storia d’amore fra il Cardinale Emmanuele Madruzzo,
Principe – Vescovo di Trento, e Claudia Particella, figlia di
Ludovico Particella, consigliere del Principato. Fin dall’inizio
dell’avventura sentimentale, la giovane e bella Claudia
domina psicologicamente Emmauele, uomo d mezza età che,
pur di accontentarla, cede in tutto alle sue pretese finendo per
dilapidare una parte considerevole del denaro pubblico.
Tormentato dalla sua passione lunga e peccaminosa, il
Madruzzo chiede al Papa la dispensa dalla carica cardinalizia
per sposare Claudia.
Durante il periodo d’attesa del Decreto papale, muore sua
nipote Filiberta. Il Principe l’aveva fatta rinchiudere in un
convento affinché – a causa della durezza della clausura –
accettasse di sposare un pretendente gradito alla famiglia,
anche se la giovane era innamorata del Conte di Castelnuovo.
L’improvvisa dipartita di Filiberta mette in crisi Emmanuele.
Nonostante il clima di segretezza che avvolge la fine della
giovane, Don Benizio – segretario del Principe e segretamente
innamorato di Claudia – viene a conoscenza della verità e
medita assieme al conte di Castelnuovo la sua vendetta contro
Claudia, anch’essa coinvolta nel piano per segregare Filiberta.
Prima di mettere in atto i suoi propositi vendicativi, Don
Benizio lascia Trento a cavallo per raggiungere Claudia che
soggiorna nel castello di Tolmino. Egli intende perdonarla
solo se lei accetta le sue offerte d’amore. Ma l’immediato
rifiuto di Claudia stimola nel religioso la sete di vendetta.
Informato dei fatti, il Madruzzo fa rinchiudere Don Benizio
nelle segrete del castello del Buonconsiglio a Trento. La sua
incarcerazione provoca un tumulto popolare, fomentato dal
Conte di Castelnuovo. Per placare l’ira del popolo, il Principe
accetta di far liberare Don Benizio. Ma quest’ultimo, d’intesa
col Conte di Castelnuovo, riprende a tramare contro Claudia. I
114
due congiurati incaricano un sicario di ucciderla, ma questi,
un tale Martelli, in due occasioni diverse fallisce il colpo ed in
entrambi i casi viene graziato.
In questo periodo burrascoso una religiosa, inviata dalla curia
romana, comunica al Madruzzo il rifiuto del Papa di
concedergli la dispensa per sposare Claudia. Tuttavia
Emmanuele non si rassegna a questo stato di cose e continua a
frequentare l’amante, anche pubblicamente. Durante un
ricevimento al castello, Claudia viene avvelenata; colpita da
dolori lancinanti, muore lasciando Emmanuele nella
disperazione più profonda. Una grande processione voluta dal
Principe conclude la narrazione. Il popolo crede che con tale
atto solenne il Madruzzo intenda redimersi; in realtà
quest’ultimo dedica mentalmente la cerimonia a Claudia in
occasione del trigesimo della sua scomparsa. Il Principe si
prefigge di vendicare l’amante odiata dal popolo e dal Clero,
obbligandoli a partecipare ad un rito funebre in suo onore.
Il Madruzzo trascorre gli ultimi anni della sua vita nel mesto
ricordo dell’amante perduta e muore nelle stanze della sua
residenza, nel 1658.
Mussolini rielabora i suoi appunti sui Madruzzo con
l’atteggiamento di uno scrittore alle prime armi, che modifica
anzitutto alcuni fatti. Ad esempio, nella realtà storica Claudia
Particella non viene avvelenata e muore dopo Emmanuele
Madruzzo. Nel romanzo, la scomparsa di Claudia precede
quella di Emmanuele e si capisce il perché: essendo la donna
fatale, Claudia diventa il centro del racconto ed il culmine
della vicenda: con la sua morte , la trama narrativa si
esaurisce. Inoltre, Mussolini inventa di sana pianta qualche
personaggio, come per esempio Don Benizio, modellando il
nome di quest’ultimo sul suo (Benizio-Benito).
Certamente egli intende scrivere un romanzo storico, ma il
risultato finale è un romanzo d’appendice. Infatti, la vicenda
s’impernia su nobili, Clero, dame, cavalieri. Mancano
descrizioni efficaci e realistiche sia della vita dei nobili e del
clero, sia di quella del popolino confinato “ai piè del castello”.
115
Lo scrittore in erba riesce a cogliere solo le manifestazioni
esteriori (cerimonie e parate) dei nobili e vede
intenzionalmente il Clero come un insieme di religiosi
gaudenti e crapuloni più interessati a banchetti e ricevimenti
che alla vita ecclesiastica.
La prima parte del romanzo presenta una prosa asciutta e
leggibile. Nella seconda parte la prosa, a volte vaga e
imprecisa, sembra dettata dalla preoccupazione essenziale di
raggiungere il finale in tempi brevi. Come scrittore alle prese
col suo primo libro e quindi disposto ad appigliarsi a qualsiasi
riferimento che possa tornare utile, il futuro Duce
inframmezza la narrazione con citazioni illustri
che
dovrebbero nobilitarla e con descrizioni (o meglio imitazioni)
di stampo manzoniano come, nell’apertura del romanzo,
quella del paesaggio lacustre immerso nel silenzio. Tuttavia,
nel tratteggiare le caratteristiche psicologiche di Emmanuele e
in parte anche quelle di Claudia, Mussolini rivela “in nuce” il
suo talento di scrittore. Ma il personaggio di Claudia non è
ben definito. A volte la protagonista rivela un’indole egoistica
e violenta, altre volte si dimostra generosa e compassionevole.
In effetti, lo scrittore non riesce “a risolvere” le contraddizioni
di Claudia, forse per mancanza di tempo: nel complesso, il
ritratto psicologico risulta vago e indefinito.
“Claudia Particella. L’amante de Cardinale” è l’unico
romanzo di Benito Mussolini, anche se “Il Maestro di
Predappio” manifesterà in altre opere le sue doti di scrittore.
Ci limitiamo a ricordare “Il Diario di guerra” (1914-1917), e i
tre drammi storici degli anni trenta:” Campo di maggio “,
“Villafranca” e “Cesare”. Durante gli “anni del consenso”
(1929-1936), ormai capo del Governo e riconciliato con la
Chiesa cattolica, il Duce rinnega in parte il suo romanzo
affermando:”E’ un libro di propaganda politica”, cioè, in altre
parole, uno scritto anticlericale. Nel II° dopoguerra, il
romanzo fu ripubblicato dall’editore Ciarrapico che si era
prefisso di salvare dall’oblio l’opera mussoliniana. Nel 1986 il
libro fu ristampato da un editore trentino che inquadrò la
vicenda narrata secondo l’ottica del romanzo storico.
116
117
II° MUSSOLINI NELLA CARICATURA
Il libro “Il Cesare di cartapesta – Mussolini nella caricatura”,
edito a Torino nel 1945, contiene una raccolta di circa
seicento vignette riprese soprattutto da giornali e riviste
pubblicati all’estero durante il Ventennio. L’autore del testo si
firma con lo pseudonimo di GEC. Abbiamo selezionato
alcune caricature che colpiscono il “mito imperiale” del Duce.
118
Cesare Mussolini
- Sono deciso a lasciare il buon Dio al suo posto, ma è necessario che sia italiano!
119
Il famoso Mussolini di Covarrubies
120
La Società delle Nazioni come la vorrebbe Mussolini
121
Mussolini e i ragazzi
- Lasciate che i bimbi vangano a me...
122
Megalomania
Mussolini si esercita nella parte di Imperatore d’Europa
123
La carta del lavoro in Italia
Mussolini: Il mio gesto ha una grande portata sociale.
Tra due guerre bisogna sempre dar soddisfazione algi operai...
124
La pace
La porta del tempio di Giano è stata di nuovo aperta da Mussolini
125
128
Il nuovo Nerone
Mussolini studia la parte per un nuovo attentato
126
Seipel e Mussolini
Seipel: La tua fede è la mia e così il mio tirolo può essere tuo!!
127
Il protettore dell’Islam
... e il protettore del protettore dell’Islam
128
Per fortuna l’Italia ha la forma di uno stivale
129
Mussolini: - Lo stato sono io
130
Così parlò il Re
- Credi a me Duce. Tu ed io, la mano nella mano, dominiamo questo secolo!!
131
L’appetito vien mangiando
- Tutti i Ministeri a me!!
132
- Ah! Se potessi aggiungere questa tiara alla mia collezione!
133
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
(in ordine alfabetico)
-
-
-
134
Paolo Alatri – Mussolini – Roma, 1996
Giovanni Artieri – Le guerre dimenticate di Mussolini
– Etiopia e Spagna
Milano, 1995
Camillo Berneri – Mussolini grande attore – Pistoia,
1983
Giampiero Carocci – Storia del fascismo – Roma,
1996
(a cura di) Camilla Cederna – Caro Duce – lettere di
donne italiane a Mussolini
Milano, 1989
(a cura di) Armando Cillari – Parola di Benito –
Milano, 1992
Enrico Gianeri (GEC) – Il Cesare di cartapesta –
Mussolini nella caricatura Torino, 1945
Hardouin di Belmonte – Una favola vera – Milano,
1932
Don Ennio Innocenti – Disputa sulla conversione di
Mussolini – Roma, 1987
Emil Ludwig – Colloqui con Mussolini – Milano,
1932
Sergio Luzzato – Il corpo del Duce – Torino, 1999
Benito Mussolini – Opera Omnia – Firenze, 1951 1981
Benito Mussolini – Claudia Particella. L’amante del
Cardinale – Trento, 1986
Quinto Navarra – Memorie del commesso di
Mussolini – Milano, 1983
-
-
Ernst Nolte – Il fascismo nella sua epoca – Milano,
1993
Luigi Somma – Mussolini morto e vivo – Napoli Roma, 1960
Filippo Speciale – Augusto fondatore dell’Impero
romano – il Duce fondatore dell’Impero italiano –
Treviso, 1937
Giovanni Vigano – Mussolini e i Cesari – Milano,
1933
135
RINGRAZIAMENTI
Desidero esprimere i miei sentiti ringraziamenti a:
- Barbara e Franca per la correzione del testo;
- Monica e Valentina per la composizione del dischetto.
Colgo l’occasione per ringraziare la Direzione della
Biblioteca civica di Torino per la gentile collaborazione.
L’autore
136
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qui - Roberto Benasciutti