dallo Spazio alla
Terra
dalla Terra allo
Spazio
H He
Big
Bang
Figli delle Stelle
La comunità scientifica è oggi concorde nel ritenere che la nostra
storia sia cominciata circa 15 miliardi di anni fa con il Big Bang
Figli delle Stelle
Nuclei di H e di He, atomi stabili, stelle, galassie……. e nelle stelle
l’origine di tutti gli elementi,
H, He e C in quelle più piccole , tutti gli elementi in quelle massicce.
H He C
Tutti gli elementi
La composizione chimica dell’Universo in questi 15 miliardi
di anni è cambiata e continua a cambiare
Altri elementi
2,3%
E l i o
2 5 %
Idrogeno
75%
Elio
24.7%
Idrogeno
73%
l’Universo continua ad espandersi, nuove stelle ad
accendersi, altre a concludere il loro ciclo vitale
arricchendo lo spazio circostante di nuovi elementi e di
nuovi corpi celesti….
Il Sistema solare
Circa 5 miliardi di anni fa l'esplosione di una Supernova, nel
Braccio di Orione della Via Lattea, ha lanciato nello spazio una
grande quantità di polveri e di gas, la nuvola di polvere per
rotazione, appiattimento e condensazione per gravità ha portato
alla formazione di un disco e, con il passare del tempo, si è formato
il SOLE e la sua corte di pianeti e di corpi minori ed ecco la Terra,
circa 4,5 miliardi di anni fa.
Il Sistema solare
Come studi recenti stanno dimostrando, il sistema solare è solo uno
dei sistemi planetari della nostra Galassia con i quali
probabilmente condivide quei requisiti per la abitabilità che i
ricercatori stanno cercando di individuare anche lontano da noi:
1. Presenza di una varietà di elementi leggeri e pesanti, tra gli altri
anche
N, O, Si e C questi ultimi due con proprietà simili , infatti entrambi si ossidano facilmente ma il Si
si riduce con più difficoltà del C ed ha una chimica povera, inoltre l’anidride carbonica è un gas,
mentre il biossido di silicio è un solido
2. Disponibilità di acqua,
le eccezionali proprietà chimico-fisiche dell'acqua
sono legate alla sua polarità elettrica e alla possibilità di formare legami idrogeno
intermolecolari, inoltre, pur essendo formata da molecole semplici, possiede una stabilità
chimica e un punto di ebollizione sorprendentemente elevati ed è un solvente eccellente per
sali e molecole che presentano legami polari
Acqua
Terra
Crosta terrestre
altri atomi
7%
Magnesio
13%
Ferro
35%
Silicio
15%
Ossigeno
30%
Calcio
4,7%
Ferro
6,2%
Alluminio
8,3%
Magnesio
2,8%
Sodio
2,3%
Silicio
27,2%
Potassio
1,8%
Altri atomi
1,3%
Ossigeno
45,5%
Le condizioni primordiali
Durante il primo periodo della sua storia, la Terra, come tutti
gli altri pianeti del Sistema solare, è stata sottoposta ad un
intenso bombardamento di materiale proveniente dallo
spazio, le superfici fortemente craterizzate della Luna o di Mercurio sono una traccia di questo
periodo, terminato circa 3,8 miliardi di anni fa, mentre su Venere e sulla Terra l’intensità degli eventi
endogeni ed esogeni ha cancellato queste cicatrici.
Inoltre anche i fulmini, le radiazioni solari, le eruzioni
vulcaniche, la radioattività delle rocce, pur caricando il nostro
Pianeta dell’energia necessaria alla sua evoluzione hanno
però contribuito a renderlo inospitale per la vita almeno fino
a poco meno di 4 miliardi di anni
D’altra parte forme avanzate di vita erano
già presenti 3,5 miliardi di anni fa, come
è documentato dalle più antiche
testimonianze fossili.
……. le domande non mancano
In che modo l’idrogeno, il carbonio e l’azoto combinati insieme hanno
formato molecole più complesse?
Non è troppo breve per la creazione di un organismo complesso come la
cellula vivente un periodo di circa 300.000 milioni di anni? Quello che va
dal termine dei bombardamenti meteorici alla formazione dei primi viventi
documentabili dai fossili.
Considerando che ci sono buone ragioni per credere che durante il
periodo iniziale di vita dei pianeti, il Sole
primordiale fosse dal 25 al 30 per cento
Calcio Altri atomi
1,2%
meno luminoso di oggi, la zona ospitale
1,5%
Fosforo
Azoto
1%
3,3%
per la vita si estendeva all'interno del
Idrogeno
9,5%
Sistema Solare fino a comprendere
Carbonio
Venere? E Marte?
Ossigeno
18,5%
65%
Composizione organismi
terrestri
Queste domande sono ancora quesiti
aperti. Ci sono oggi sufficienti riscontri
che, in risposta alla prima domanda,
indicano la presenza, nella materia
interstellare, di nubi molecolari giganti in
cui reazioni in fase gassosa e chimica di
superficie possono aver prodotto molecole
anche alquanto complesse, vedi tab.1
Nell'Universo sarebbero quindi disponibili i "mattoni" della vita in grande abbondanza.
Queste sostanze organiche potrebbero essere giunte sulla Terra grazie a comete e
meteoriti.
Comete quali quella di Halley, la Hale-Bopp e la Hyakutake presentano
infatti una grande abbondanza di composti organici. Quando una cometa attraversa la
regione relativamente calda del Sistema solare interno, il suo strato superficiale si vaporizza
in gas e polvere che in parte vengono attratti dal campo gravitazionale terrestre.
TAB.1 Alcune molecole delle nubi interstellari interstellari
Per quanto riguarda i frammenti di asteroidi
che colpiscono il nostro pianeta sotto
forma di meteoriti,essi sono costituiti per lo
più da rocce e composti metallici, ma
alcuni contengono anche sostanze
organiche come basi degli acidi nucleici,
ammine e ammidi. Della grande varietà di
composti organici estratti dalle meteoriti,
quelli che hanno maggiormente attirato
l'attenzione sono le 70 varietà di
ammminoacidi, di cui otto appartenenti al
gruppo dei 20 impiegati dalle cellule per
sintetizzare le proteine. Ma quello che più
conta, con una prevalenza di amminoacidi
sinistrorsi tipici degli organismi viventi
terrestri. Queste rilevazioni ci dicono che
già durante le prime fasi delle formazione
del sistema solare nella materia
interstellare c’era abbondanza di sostanze
organiche, infatti corpi minori come comete
ed asteroidi non hanno conosciuto le
trasformazioni cui sono andati incontro i
pianeti e quindi conservano le tracce della
nube originaria.
D’altra parte anche la famosa esperienza di Miller ci
ricorda che sulla terra primordiale da semplici
molecole organiche possono essersi generati
almeno cinque diversi tipi di aminoacidi . Nel 1953
Miller ebbe l'idea di ricostruire in laboratorio le
condizioni ambientali primordiali: pose in un pallone
una miscela di gas simile a quella ipotizzata per la
Terra primitiva, composta da idrogeno (H2), metano
(CH4), ammoniaca (NH3) e vapore d'acqua (H2O),
sottopose la stessa a continue scariche elettriche
(per simulare i fulmini) e, dopo una settimana,
analizzò i prodotti di sintesi. Non senza sorpresa si
accorse che si erano formati numerosissimi
composti organici, tra i quali amminoacidi. Dopo
Miller, molti autori hanno compiuto esperimenti
analoghi, variando di volta in volta sia la
composizione dei gas che la sorgente di energia
(calore, radiazioni ultraviolette, ecc.). I risultati
ottenuti dimostrano che quasi tutti i monomeri
biologici possono essere prodotti in modo
abiologico, in assenza di ossigeno, partendo da
materiale inorganico.
Rimane però il problema del tempo indispensabile
per passare da molecole organiche, anche
complesse, alla cellula e rimangono anche le
condizioni della Terra primordiale , decisamente
estreme rispetto alle attuali, tanto da farci chiedere
quali cellule, comunque formatesi, abbiano poi
potuto sopravvivere ed evolversi.
Apparecchio di Miller per
la simulazione delle condizioni
prebiotiche sulla Terra
Scienziati di fama mondiale come Francis Crick ( prof.
del Salk Institute for Biological Studies e premio Nobel
per la medicina nel 1962, con James Watson, per la
scoperta della doppia elica del DNA) e come Fred Hoyle
( che inventò il nome Big Bang, in realtà per deriderne il
modello, che descriveva un Universo ritenuto da Hoyle,
troppo giovane per aver potuto permettere l’evoluzione
che si osservava sulla Terra), sostenevano ad esempio
che germi di vita potessero essere giunti sulla Terra dallo
spazio esterno assieme alla polvere cometaria o a
meteoriti. Ovviamente anche queste ipotesi spostano
semplicemente l’origine della vita dalla Terra ad un altro
“posto” nello spazio ma ci invitano comunque a guardare
intorno a noi, non solo per identificare ciò che può
effettivamente provenire dallo spazio profondo ma anche
per verificare “intorno a noi” in che modo cellule
rudimentali, una volta formatesi, possano essersi
mantenute ed evolute in ambienti estremi come doveva
essere la Terra quasi 4 miliardi di anni fa.
Vicino alla Terra
Venere è ricoperta da dense nubi di acido solforico
spesse molti chilometri. Sono bene in evidenza in
questa immagine, ripresa nell'infrarosso dalla
sonda Galileo il 10 febbraio 1990 da una distanza di
96.600 km.
Sebbene la superficie venusiana
sia oggi estremamente calda e
resa invivibile da un terrificante
effetto serra, ci sono segni
indiretti che fanno ritenere che
l'acqua fu un tempo presente
nell'atmosfera sotto forma di
vapore e sufficientemente
abbondante da poter formare
oceani. È quindi pensabile che
nei primi periodi di vita di Venere
l'acqua fosse abbondante sulla
sua superficie e che la vita possa
avere avuto inizio anche su
questo pianeta. Venere però non
è l'unico pianeta al di fuori della
Terra in cui la vita ha potuto
avere un inizio.
Anche Marte ha vissuto la prima fase della
sua evoluzione all'interno della zona
abitabile , probabilmente grazie ad una
atmosfera assai meno rarefatta dell’attuale
e ricca di anidride carbonica, e potrebbe
ospitare tuttora acqua allo stato liquido al di
sotto del suolo gelido.
Ma la pressione atmosferica su Marte è
oggi meno dell'uno per cento di quella
terrestre, molto lontana da quella necessaria
per l'esistenza di acqua allo stato liquido in
quantità ragionevoli. Inoltre l'atmosfera non
contiene ossigeno e quindi è assente lo
strato di ozono che protegge la superficie
dalle radiazioni ultraviolette, estremamente
dannose per ogni forma vivente.
L'accordo fra gli scienziati nell'affermare che
la superficie di Marte sia sterile è ormai
praticamente generale.
Il sistema di canali della parte superiore di
questa immagine costituisce la Maja Vallis che
si estende per una lunghezza di circa 180 km,
sul pianeta Marte. Probabilmente è stato
prodotto dall'acqua discesa dal Juventae
Chasma, che si trova alcune centinaia di km
più a sud. Nella parte inferiore della foto si
vede la Vedra Vallis.
Negli ultimi due decenni la ricerca sulla Terra di organismi capaci di
vivere in ambienti estremi è cresciuta.
1. Anche sulla Terra possiamo trovare plaghe inospitali come certe
zone desertiche o certe valli antartiche con i loro laghi
permanentemente coperti di ghiaccio che possono ricordare da vicino
la situazione passata di Marte e che pure ospitano forme di vita.
2. Recentemente sono stati scoperti organismi che vivono in profondità
nella crosta terrestre e che potrebbero essere quanto resta di una
biologia un tempo molto più estesa.
3. In anni recenti sul fondo degli oceani terrestri sono state trovate
sorgenti calde ricche di vita. Queste sorgenti idrotermali
estremamente calde e ricche di minerali si possono formare lungo i
margini divergenti delle placche oceaniche, al contatto con l'acqua
fredda dell'oceano si raffreddano rapidamente, depositano i minerali
e formano una sorta di camini che si innalzano dal fondo. Questi
habitat ospitano diverse comunità di organismi , misteriosi bivalvi e
vermi esotici che, nelle profondità oscure degli oceani, vivono senza
utilizzare l’energia che viene dal Sole e prosperano sintetizzando
composti organici dai materiali inorganici forniti dalle sorgenti.
Oparin, Fox, Cech
Non sappiamo come da molecole organiche si siano formate cellule,
forse la vita può essersi formata in tempi più brevi di quelli che si sono
finora ipotizzati, certamente in ambienti estremi ma non rari. In questo
ambito non si hanno altro che ipotesi come quella di Oparin che, nel
formularla, utilizzo le sue osservazioni sui coacervati. Soluzioni acquose
di due o più polimeri (proteici, glucidici o lipidici) segregano due fasi,
una ricca e una povera di colloidi. La prima tende ad organizzarsi in
minuscole goccioline dette coacervati, delimitati da una
pseudomembrana bistratificata, in grado di attirare certe macromolecole
(polipeptidi e polinucleotidi) e di respingerne altre, capaci anche di
compiere un rudimentale metabolismo.
coacervati
Negli anni ‘70 Fox ipotizzò che protocellule potessero originarsi a partire
dagli aminoacidi primordiali in presenza di un substrato di lava solidificata,
ottenne protenoidi che poi in acqua diedero delle singolari microsfere
dotate di proprietà molto interessanti: delimitate da una membrana
semipermeabile, dotate di movimenti e di semplici capacità enzimatiche ,
in grado di unirsi tra loro, dividersi e produrre al loro interno altre sferule
che vengono successivamente espulse.
Negli anni ’80 Cech, premio Nobel per la
Chimica nel 1989, ha dimostrato che
molecole di RNA possono avere attività
enzimatica e sono in grado di compiere
una primitiva autoreplicazione usando
come stampo una subunità interna.
Tali funzioni enzimatiche potrebbero
microsfere
essere la testimonianza di un mondo a
RNA dal quale si sarebbe, solo successivamente evoluto, il mondo attuale
costituito da DNA e proteine, con funzioni rispettivamente genetiche e
metaboliche.
L’Astrobiologia
è un campo della biologia che considera la possibilità
della vita extraterrestre e si pone alcuni quesiti:
•
come è iniziata ed evoluta la vita
•
esiste la vita oltre la Terra e nel caso come individuarla
•
qual è il futuro della vita
L’astrobiologia può oggi contare su
importanti scoperte, ad esempio
sono ormai noti 763 pianeti
extrasolari a partire da 51 Pegasi,
individuato nel 1995, inoltre si ritiene
che sotto la superficie di Europa vi
sia acqua e si continuano a
studiare i meteoriti, come quello
marziano ALH84001
L’esposizione in bassa orbita terrestre di organismi viventi è una tecnica
fondamentale per l’astrobiologia ed ha vari obiettivi come misurare la tenacia della
vita nello spazio e comunque in condizioni estreme, ad esempio quelle marziane
probabilmente piuttosto simili alla Terra primordiale, o anche studiare i fenomeni di
litopanspermia , in riferimento ai meteoriti
Due sono i satelliti utilizzati:
il Biopan per l’esposizione di microrganismi allo spazio per due o tre settimane, è
stato utilizzato fino al 2007
l’Exspose per l’esposizione di microrganismi alle condizioni spaziali per periodi che
vanno da uno a tre anni, Expose è collocata sulla Stazione spaziale internazionale
Si sceglie di effettuare le
esposizioni in bassa orbita
terrestre perché le condizioni
che vi si trovano rispecchiano
quelle spaziali più profonde ed
anche in parte quelle che
potevano caratterizzare la
fascia di vivibilità del sistema
solare originario. Per esempio
non c’è ozono e gli organismi
sono esposti alle radiazioni
ultraviolette, ma anche a quelle
ionizzanti, a pressioni e
temperature proibitive per la
vita ed a microgravità
altrettanto insolita.
Tra gli organismi più interessanti, studiati nelle esperienze di
Astrobiologia, vi sono i cianobatteri, capaci di sopravvivere
anche se sottoposti a condizioni estreme, paragonabili agli
stress marziani ed anche all’esposizione spaziale se
adeguatamente protetti da materiale roccioso, similmente
quindi a quanto potrebbe essere accaduto ipotizzando un
”viaggio spaziale a bordo di meteoriti”. I cianobatteri forniscono
quindi un modello di studio per la ricerca di forme di vita
passata o presente anche su altri pianeti, come Marte.
In particolare i cianobatteri appartenenti al genere
Chroococcidiopsis sono capaci di vivere in
condizioni di estrema carenza idrica, sono pertanto
ritenuti in grado di evitare e/o riparare i danni indotti
dalla disidratazione, secondo modalità ancora poco
conosciute.
Alcune zone dell’Antartide, quali le Valli Secche di McMurdo,
dove questo cianobatterio vive colonizzando rocce porose,
sono ritenute l’analogo terrestre di Marte.
Tali comunità criptoendolitiche sono ritenute rappresentare il
limite assoluto di sopravvivenza in ambienti freddi ed aridi
anche del nostro pianeta.
Il momento dell’esperienza
Il progetto a cui abbiamo preso parte , dopo i
seminari teorici e le lezioni del programma di
Biologia comunque inerenti, ci ha permesso di
partecipare ad una serie di esperienze, presso i
Laboratori della Facoltà di Biologia di Tor
Vergata, analoghe a quelle che i ricercatori
applicano nello studio degli organismi estremofili.
Lo scopo di queste esperienze è appunto quello
di conoscere sempre meglio i meccanismi e le
modalità utilizzate da microrganismi per
sopravvivere in condizioni tanto proibitive,
cercando così di penetrare sempre più a fondo
nel mistero dell’origine della vita. Per far questo
bisogna identificare con certezza i microrganismi,
verificarne la vivibilità in diverse condizioni,
come l’esposizione in bassa orbita terrestre, e
valutare gli eventuali danni legati a tale
esposizione o, al contrario il mantenimento delle
loro caratteristiche vitali e riproduttive.
Il Chroococcidiopsis è il microrganismo con cui
abbiamo lavorato anche noi.
Una parte delle nostre esperienze di laboratorio su Chroococcidiopsis
da un lavoro di M. Rossi Università Federico II / Cnr- Napoli
•
•
•
•
•
•
•
1° Laboratorio: Pcr
Nel 1989 è stato messo a punto un processo, noto come
PCR (reazione a catena della polimerasi), in grado di
sintetizzare milioni di copie di un segmento di DNA in
tempi assai brevi e con una procedura relativamente
semplice
La PCR richiede una certa conoscenza del segmento da
copiare ed amplificare, di cui deve essere nota una corta
sequenza di basi, alle due estremità 3’ del segmento da
amplificare
Infatti è necessario predisporre due iniziatori specifici che
possano favorire l’innesco della duplicazione del
frammento di DNA da amplificare, riconoscendone
appunto le estremità 3’ dalle quali inizia la duplicazione
Grazie all’unicità delle sequenze del DNA , i due iniziatori
(PRIMER) legheranno solo la regione del DNA per la
quale sono stati predisposti.
Abbiamo condotto la Pcr su microrganismi,
probabilmente alghe, funghi e batteri, presenti in
“grattati” di rocce provenienti da zone desertiche.
Prima di eseguire la Pcr è necessario trattare il campione
con enzimi che distruggano le pareti cellulari e le
membrane cellulari e nucleari, per poter così liberare il
DNA.
La PCR consente una ripetuta e rapida duplicazione del
tratto di Dna individuato grazie alla TaQ polimerasi,
enzima che consente la duplicazione del DNA anche
dopo essere stato esposto alle alte temperature che
servono ad ogni ciclo per denaturare le doppie eliche che
via via si formano e che debbono rappresentare lo
stampo per i nuovi filamenti.
Polymerase Chain Reaction
da un lavoro di M. Rossi Università Federico II / Cnr- Napoli
Una molecola
21
22
23
24
2° Laboratorio: Microscopio confocale
Il microscopio confocale è una tra le più
moderne tecnologie che permette di
osservare con particolare efficienza anche
le piccole cellule dei procarioti. Si tratta di
un microscopio ottico capace di accrescere
sensibilmente la risoluzione spaziale del
campione, eliminando gli aloni dovuti alla
luce diffusa dai piani fuori fuoco del
preparato.
Le immagini ottenute, sincronizzando col
fascio di eccitazione il dispositivo di
rivelazione, sono particolarmente definite e
spettacolari, possono permettere di
evidenziare con differenti colori le diverse
molecole presenti nel preparato e
permettono di apprezzarne la
tridimensionalità .
2° Laboratorio:Microscopio confocale
La nostra esperienza al confocale ci ha
permesso di osservare con particolare
efficacia i protagonisti del nostro percorso,
ovvero i cianobatteri, organismi
fotosintetici dotati di particolari pigmenti in
grado di eccitarsi alla luce solare.
Quindi è possibile procedere anche ad
una analisi spettrale dei pigmenti
fotosintetici auto fluorescenti, prodotti dai
cianobatteri, che ha lo scopo di ottenere
una prima caratterizzazione dei
microrganismi osservati.
Software sviluppati appositamente
consentono la quantificazione e l’analisi
delle immagini ottenute.
3° Laboratorio Identificazione di specie,
sequenziamento catena nucleotidica
Il primo laboratorio ci ha permesso di
amplificare il frammento 16s, porzione
di Dna proveniente da microrganismi
estremofili cresciuti su/in rocce
desertiche. Il frammento 16s è comune
a molti batteri e cianobatteri, per
passare al sequenziamento e quindi
identificare la presenza di
chroococcidiopsis è necessario invece
avere a disposizione una quantità di
DNA omogenea. L’amplificato 16s
viene perciò cimentato con plasmidi
dotati di estremità TT corrispondente
alle due estremità AA del 16s. Lo scopo
è favorire l’integrazione nel plasmide
aperto del frammento amplificato grazie
ad opportune ligasi.
Per verificare l’integrazione si fa in
modo di far entrare il plasmide trattato
in cellule in grado di replicarsi. Si
utilizza E. coli.
Lewin, IL GENE VIII, Zanichelli
editore S.p.A. Copyright © 2006
3° Laboratorio Identificazione di specie,
sequenziamento catena nucleotidica
Si procede a shock elettrico per rendere
la membrana di E.coli permeabile ai
plasmidi-vettori di 16s Dovrebbe entrare
un plasmide per ogni cellula batterica. A
questo punto si procede alla semina di
E.coli in opportuni terreni, si ottengono
colonie bianche o blu a seconda che
contengano il 16s integrato nel plasmide
o non integrato. Le colonie blu sono
eliminate , mentre sulle colonie bianche
si procede ad una ulteriore semina per
“strisciamento“ per ottenere colonie pure,
ovvero cellule che derivano tutte da una
prima cellula madre con un solo
plasmide e quindi un solo frammento 16s
integrato. Finalmente si possono inviare
al sequenziamento le colonie ottenute
per confrontare poi con il Database a
disposizione su internet (BLAST) le
sequenze nucleotidiche esaminate e
verificare quale 16s corrisponde al
cianobatterio chroccoccidiopsis.
Plasmide con frammento 16 s
4° Laboratorio: Valutazione della vitalità cellulare
L’ identificazione di specie degli organismi estremofili consente di
inviare in bassa orbita terrestre i microrganismi selezionati e
classificati, ad esempio chrocooccidiopsis per la sua resistenza a
condizioni estreme. Successivamente per verificare quali cellule
siano sopravvissute e quali siano morte all’esposizione spaziale si
possono utilizzare alcune sonde molecolari, cioè pigmenti
fluorescenti che entrano prevelentemente nelle cellule morte in
quanto il loro rivestimento è danneggiato mentre non riescono a
penetrare con altrettanta efficienza in quelle vive i cui rivestimenti
sono intatti. Esistono varie sonde molecolari che possono, una
volta entrate, evidenziare
•
le proteina (DIBAC)
•
il DNA (PROPIDIUM o SITOX GREEN).
FASI DELL’ESPERIMENTO
1) aggiungere i 3 coloranti (DIBAC,SYTOX GREEN E PICO GREEN) nelle
cuvette;
2) tenere al buio per 10 minuti;
3) centrifugare per 5 minuti;
4) togliere il sovranatante e aggiungere acqua;
5) centrifugare per 5 minuti;
6) togliere il sovranatante;
7) stendere i preparati su vetrini con coprioggetto e sigillare;
8) osservare al microscopio in epifluorescenza;
-OSSERVAZIONE AL MICROSCOPIO DEL PICO GREEN:
questo tipo di colorante entra ovunque sia nelle cellule morte sia in
quelle vive, è possibile effettuare l’osservazione anche in
autoflorescenza.
-OSSERVAZIONE AL MICROSCOPIO DEL SITOXGREEN:
prima si osserva in campo chiaro, ovviamente il fluorocromo non si
vede ma l’operazione aiuta a mettere a fuoco, poi si osserva in
fluorescenza per vedere quali cellule sono morte. Le cellule morte
infatti sono più luminose in quanto è in queste cellule che è riuscito ad
entrare il sitox green.
- OSSERVAZIONE AL MICROSCOPIO DEL DIBAC:
anche in questo caso sono le cellule più luminose ad essere morte, ma
la principale differenza con il sitox green è che il dibac si lega alle
proteine della cellula e non all’acido nucleico. Bisogna tenere conto
della possibilità che ci sia un po’ di rumore di fondo: anche alcune
cellule vive possono avere un certo grado di luminosità.
Bibliografia
Prof. Paolo Saraceno (IFSI-INAF) “Il caso Terra” Ed. Mursia
Dott.ssa Roberta Diamanti (Università Roma Tre, Dipartimento di Fisica) Lezioni e
presentazioni per “Progetto astronomia a scuola” in occasione dell’anno astronomico
2009
J.C.Pecker “Capire l’astronomia” Ed. Hoepli
www.bo.astro.it/universo/webuniverso
D. Billi in collaborazione con E. I. Friedmann (NASA Ames Research Center, Space
Science Division, CA, USA), C. Cockell (British Antarctic Survey, Cambridge, UK), S.
Onori (Università della Tuscia, Viterbo), P. Ghelardini (Centro Acidi Nucleici, La
Sapienza, Roma) “Astrobiologia e cianobatteri estremofili”
Liceo Classico Socrate a.s. 2011/2012
Ringraziamo la Dott.ssa Daniela Billi che ha curato la
realizzazione di questo progetto e che ci ha aperto i laboratori
universitari e la Prof.ssa Claudia Moretti che ci ha guidato in
questa esperienza ed in questo lavoro.
(classe II Liceo C)
Fatale Federica
De Angelis Anna
Mari Giulia
Mariani Alessandra
Ruffini Giulia
Siciliano Chiara
(classe II Liceo D)
Lombardo Ludovica
Messina Monica
Poli Rosanna
Ridolfi Emilia
Tudini Laura
Scarica

Dalla terra allo spazio