Esonerato dal Consiglio dei Vampiri e
dalla sua posizione di
Sacerdote nella Casa della Notte,
Neferet ha giurato vendetta a
Zoey. Con Awakened, l’affiatata coppia
di scrittori P.C. e Kristin
Cast, torna con un altro affascinante
episodio sui vampiri della Casa
della Notte. Umani e esseri
soprannaturali convivono in questa saga
che è diventata in poco tempo un vero e
proprio fenomeno
editoriale. Heath, il fidanzato di Zoey,
muore lasciando la ragazza in
preda alla disperazione e imprigionata
nell’Aldilà. La sua anima è
stata divisa in mille pezzettini e il
ritorno nel mondo normale sembra
impossibile. Neferet ha il totale dominio
su Kalona e questa è solo
una delle armi che ha intenzione di usare
contro Zoey, per vendicarsi
e torturarla fino all’ultimo spasmo. Ma
Zoey trova rifugio sull’isola
di Skye e viene curata dalla regina
Sgiach che le propone di rimanere
lì e di “lavorare” per lei. In fondo
perché dovrebbe tornare a Tulsa?
Dopo aver perso il suo consorte Heath,
lei e la sua vita non saranno
più le stesse e il suo rapporto con il suo
super guerriero, Stark, non
potrà mai consolarla per un vero e unico
amore perduto. La scelta
per Zoey sembra difficile e non tornare
sembra la soluzione più facile
e quella meno dolorosa: abbandonare
tutto e tutti, senza creare più
problemi e dimenticando il dolore in cui
è sprofondata. E che dire di
Steve Rae e Refaim? Nell’ottavo libro
della serie della Casa della
Notte, genialmente creato da padre e
figlia, P.C. e Kristin Cast, ogni
scelta è vissuta fino al cardiopalmo e
ogni personaggio è attanagliato
da dubbi atroci. Fino a che punto si
estendono i vincoli di amicizia
che legano tutti i ragazzi della Casa? E
quanto sono forti i legami che
vincolano il cuore della nostra Zoey? La
ragazza, se decide di
tornare, dovrà affrontare una delle prove
più difficili della sua vita:
convivere con il fantasma del suo
fidanzato morto, riportato in vita
da Neferet per usarlo contro di lei. Il
suo scopo è uno solo: uccidere
la giovane vampira. Awakened è la
disfatta di Zoey Redbird, ma
anche la sua rinascita e una nuova luce
per tutta la Casa della Notte.
Lo ammetto: da quando Heath è morto,
mi sento come svuotata. Stavamo
insieme
da sempre, da prima che io ricevessi il
Marchio e diventassi la famosa Zoey
Redbird, la novizia vampira più dotata
della Storia. È per questo che volevo
accettare la proposta di Sgiach – la
regina
dei Guerrieri – di restare per sempre
sull’isola di Skye. Credevo infatti che
solo
in quel posto sperduto sarei riuscita a
dimenticare il dolore. Poi, però, Stevie
Rae mi ha contattato per riferirmi una
notizia sconvolgente: uno dei nostri
migliori amici è morto. Sebbene non
possa dimostrarlo, lei è certa che sia
stato
ucciso da Neferet. Purtroppo nessuno le
crede: in effetti, chi sospetterebbe della
Somma Sacerdotessa della Casa della
Notte di Tulsa? Tuttavia io so di cosa è
capace quella vampira: è talmente
malvagia da essersi perfino alleata col
Male personificato! Devo farmi forza.
Ho
già perso le due persone che più mi
stavano a cuore, non posso permettere
che accada di nuovo. Tornerò a casa e
combatterò. Perché, altrimenti, tutti i
vampiri cadranno vittima di Neferet e il
mondo sprofonderà nel caos…
P.C. Cast è nata a Watseka, Illinois, ma
ha trascorso
parte della sua giovinezza in Oklahoma,
imparando ad
amare i cavalli da corsa e la mitologia.
Dopo il liceo, si
è arruolata nell’Aeronautica ma, nel
frattempo, ha
continuato a nutrire la sua passione per
la narrativa,
alla quale adesso si dedica quasi
interamente,
alternandola al lavoro di insegnante.
Kristin Cast è sua figlia e frequenta
l’University of
Tulsa, dove studia Comunicazione. La
parola scritta l’ha
sempre affascinata: al liceo, era
direttore del giornale
della scuola e adesso è un’autrice a tutti
gli effetti. I
romanzi con protagonisti Zoey e i
vampiri della Casa
della Notte hanno ottenuto un enorme
successo in
tutto il mondo e la serie è diventata un
fenomeno di
culto.
In copertina: foto © Herman Estevez
Grafica: Rumore Bianco
Titolo originale:
Awakened
Traduttore: Elisa Villa
ISBN 978-88-429-1890-5
© 2010 by P.C. Cast and Kristin Cast
Originally published by St. Martin
Press, LLC
© 2011 Casa Editrice Nord s.u.r.l
Gruppo editoriale Mauri Spagnol
Prima edizione ottobre 2011
VOLUME DLB 197
Kristin e io vogliamo dedicare questo
libro a tutti gli adolescenti
omosessuali, bisessuali e transessuali.
Le preferenze sessuali non contano, è la
vostra anima che definisce
quello che siete.
Col tempo va meglio.
We you.
RINGRAZIAMENTI
Come sempre, vogliamo ringraziare la
nostra famiglia della St
Martin’s Press. È magnifico poter dire
sinceramente che amiamo e
stimiamo la nostra casa editrice! Grazie
alla nostra agente, Meredith
Bernstein: senza di lei la Casa della
Notte non esisterebbe. We you!
Grazie ai nostri fan, che sono i lettori
più intelligenti, strafighi e
favolosi dell’intero universo! Un
ringraziamento speciale ai nostri
sostenitori e concittadini che hanno reso
divertente da matti il tour
della Casa della Notte di Tulsa.
Grazie anche a Stephen Schwartz, per
averci consentito di usare il
testo della sua magica canzone. We you!
(Anche Jack you, Stephen!)
P.S. A Joshua Dean da Phyllis: grazie
per le citazioni...
Heeheeheehees!
CAPITOLO 1
NEFERET
Neferet si svegliò con un preoccupante
senso di ansia. Prima di
lasciare del tutto quella zona neutra tra i
sogni e la realtà, allungò le eleganti dita
affusolate verso Kalona. Il braccio che
sfiorò era
muscoloso, la pelle liscia, tesa e
morbida sotto la sua mano. Bastò
quella carezza leggera come il tocco di
una piuma: lui si mosse e si
voltò verso di lei.
«Mia Dea?» Aveva la voce impastata di
sonno e rinnovato
desiderio.
La infastidiva.
Tutti la infastidivano perché non erano
lui.
«Vattene...» Fece una pausa, cercando
nella memoria quel nome
ridicolo ed eccessivamente ambizioso.
«Kronos.»
«Dea, ho fatto qualcosa che ti ha
contrariata?» Neferet alzò lo
sguardo verso di lui. Il giovane Figlio di
Erebo era sdraiato accanto a
lei e la fissava con espressione
adorante. I suoi occhi color
acquamarina erano straordinari alla
fioca luce delle candele, almeno
quanto le erano sembrati in precedenza,
mentre lo osservava
allenarsi nel cortile del castello. Erano
stati quegli occhi a far nascere il
desiderio in lei, ed era bastato un cenno
d’invito perché lui la
raggiungesse e tentasse, inutilmente
anche se con grande entusiasmo,
di dimostrare di essere un dio non solo
di nome ma anche di fatto.
Il problema era che Neferet aveva
diviso il letto con un
immortale, quindi sapeva benissimo che
quel ragazzo non sarebbe
mai stato all’altezza.
«Respirare», rispose in tono annoiato.
«Respirare, mia Dea?» Kronos aggrottò
la fronte. Il suo tatuaggio,
che in teoria rappresentava delle armi
antiche, a Neferet sembrava
piuttosto un frivolo scoppio di fuochi
d’artificio.
«Mi hai chiesto cos’hai fatto per
contrariarmi e io ti ho risposto:
stai respirando. Troppo vicino a me.
Questo mi ha contrariata. È ora
che lasci il mio letto.» Neferet sospirò e
gli fece cenno di andarsene.
«Vattene. Subito.»
Vedendo l’espressione ferita e sconvolta
sul viso del giovane, si
mise quasi a ridere.
Che quel ragazzo avesse davvero
creduto di poter sostituire il suo
divino Consorte? L’impertinenza di quel
pensiero la fece infuriare.
Negli angoli della stanza presero ad
agitarsi ombre nelle ombre.
Neferet non le chiamò a sé, ma ne
percepì compiaciuta il fremito.
«Kronos, tu sei stato una distrazione e,
per un breve istante, mi
hai anche dato un certo piacere.» Lo
toccò di nuovo, stavolta però
con molta meno gentilezza, e le sue
unghie gli lasciarono due graffi
paralleli sull’avambraccio muscoloso.
Il giovane guerriero non trasalì e non si
allontanò, mettendosi
invece a tremare, mentre il respiro si
faceva più profondo.
Neferet sorrise. Aveva capito che il
dolore gli procurava piacere
nell’attimo in cui i loro sguardi si erano
incrociati.
«Potrei distrarti ancora, se me lo
permettessi», le disse.
Neferet si inumidì le labbra, muovendo
la lingua molto
lentamente, senza mai staccare gli occhi
da lui. «Forse in futuro.
Forse. Per ora ti chiedo solo di
andartene e di continuare a
venerarmi.»
«Mi auguro di poterti dimostrare presto
quanto sia ardente il mio
desiderio di venerarti.» Kronos allungò
la mano verso di lei.
Grave errore.
Come se avesse avuto il diritto di
toccarla.
Come se i desideri di lei fossero
subordinati alle necessità e alle
voglie di lui.
Una piccola eco dal lontano passato di
Neferet, quello che lei
credeva di avere sepolto assieme alla
propria umanità, s’infiltrò nella
sua mente. Riprovò la sensazione del
tocco di suo padre e sentì
persino l’odore rancido del suo fiato
intriso di alcol, e la sua infanzia invase
il presente.
La reazione di Neferet fu immediata.
Con estrema naturalezza,
sollevò una mano, palmo in fuori, in
direzione dell’ombra più
vicina.
La Tenebra reagì al suo tocco ancora più
rapidamente di Kronos.
Neferet ne percepì il gelo mortale e si
crogiolò in quella sensazione,
soprattutto perché aveva il potere di
scacciare i ricordi indesiderati.
Quasi con indifferenza, spinse le ombre
verso Kronos. «Se desideri
tanto il dolore, allora prova il mio fuoco
di ghiaccio.»
I fili di oscurità che Neferet scagliò
contro Kronos penetrarono
con foga la liscia pelle del giovane,
incidendo nastri scarlatti
sull’avambraccio che lei aveva appena
accarezzato.
Lui gemette, stavolta per la paura.
«Adesso fa’ ciò che ti ordino. Vattene. E
ricorda, giovane
Guerriero, che una dea sceglie da sé
quando, dove e come essere
toccata. Non osare mai più prenderti
simili libertà.»
Stringendosi il braccio sanguinante,
Kronos le fece un inchino. «Sì,
mia Dea.»
«Quale dea? Sii preciso, Guerriero! Non
desidero affatto essere
chiamata in modo così generico.» La
risposta fu immediata: «Nyx
incarnata. È questo il tuo titolo, mia
Dea».
L’espressione di Neferet si addolcì, il
volto tornò una maschera di
bellezza e calore. «Molto bene, Kronos,
molto bene. Vedi com’è
facile compiacermi?»
Stregato dallo sguardo di smeraldo della
vampira, il giovane
annuì, poi si portò il pugno destro sul
cuore e disse: «Sì, mia Dea,
mia Nyx». Dopo di che uscì dalla stanza
da letto indietreggiando in
maniera molto rispettosa.
A Neferet sfuggì un altro sorriso. Lei
non era affatto Nyx
incarnata, tuttavia non aveva importanza.
Quello che contava era il
potere e, se quel titolo l’aiutava a
ottenerlo, soprattutto coi Figli di
Erebo, allora che la chiamassero pure in
quel modo. «Io non voglio
essere certo inferiore a una dea. Aspiro
a molto, molto di più che
restarmene all’ombra del suo nome»,
disse all’oscurità riunita intorno
a lei.
Presto sarebbe stata pronta al passo
successivo: sapeva di poter
manovrare alcuni Figli di Erebo in modo
che stessero al suo fianco,
non in numero sufficiente da sperare di
poter vincere una battaglia,
ma abbastanza per mettere i Guerrieri
l’uno contro l’altro,
distruggendone il morale. Uomini, così
facili da ingannare con la
maschera della bellezza e del titolo, e
così facili da usare a mio
vantaggio, pensò sprezzante.
Irrequieta, decise che era arrivato il
momento di alzarsi. Indossò
una vestaglia di seta e uscì in corridoio.
Prima di avere riflettuto sulle proprie
azioni, era già diretta alla scala che
l’avrebbe portata nelle
viscere del castello.
Le ombre tra le ombre la seguirono,
magneti oscuri attirati dalla
sua crescente agitazione. Neferet sapeva
che si muovevano con lei.
Sapeva che erano pericolose e che si
nutrivano del suo disagio, della
sua rabbia, della sua insoddisfazione.
Mentre scendeva, si fermò. Perché torno
ancora da lui? Perché
stasera gli consento d’invadere la mia
mente? Neferet scosse la testa,
come a scacciare quel pensiero
indesiderato, e parlò rivolta alla scala
stretta e vuota, alla Tenebra che le
indugiava intorno, premurosa:
«Vado perché è ciò che desidero fare.
Kalona è il mio Consorte. È
stato ferito mentre era al mio servizio. È
naturale che pensi a lui».
Con un sorriso soddisfatto, Neferet
proseguì, cancellando senza
fatica la verità, ossia che Kalona era
stato ferito perché lei l’aveva
intrappolato con l’inganno,
costringendolo a servirla.
Raggiunse i sotterranei, scavati secoli
prima nella roccia dell’isola
di Capri, e camminò in silenzio nel
corridoio illuminato dalle torce.
Il Figlio di Erebo di guardia fuori della
cella non riuscì a nascondere
la sorpresa e il sorriso di Neferet si
allargò: a giudicare
dall’espressione sconvolta e un po’
impaurita del guerriero, stava
diventando sempre più brava ad
apparire all’improvviso, come se si
materializzasse dal nulla, o meglio da
ombre e notte. L
a cosa la rallegrò, ma non abbastanza da
ingentilire il tono
crudele del suo ordine: «Vattene.
Desidero rimanere sola col mio
Consorte».
Il Figlio di Erebo esitò appena un
istante, che però fu sufficiente
perché Neferet prendesse mentalmente
nota di assicurarsi che, nei
giorni successivi, quel guerriero venisse
richiamato a Venezia. Magari
per un’emergenza riguardante qualcuno
che gli era vicino...
«Sacerdotessa, ti lascio alla tua intimità.
Sappi però che rimango
nelle vicinanze e risponderò subito alla
tua chiamata, in caso dovessi
avere bisogno di me.» Senza incrociare
lo sguardo di lei, il guerriero
si portò il pugno sul cuore e fece
l’inchino, non abbastanza
profondo per i gusti di Neferet.
«Sì, ho la sensazione che alla sua
compagna stia per accadere una
disgrazia», mormorò alle ombre mentre
lo guardava allontanarsi.
Poi Neferet si voltò verso la porta
chiusa, lisciando la seta della
vestaglia. Prese un profondo respiro
nell’aria umida del sotterraneo
e si scostò dal viso una ciocca di capelli
ramati, come se stesse
preparando la sua arma migliore per un
combattimento.
Le bastò sollevare una mano e la porta
si aprì da sola. Entrò nella
stanza.
Kalona giaceva sul pavimento di terra
battuta. Neferet avrebbe
voluto creargli un letto, ma il buon senso
aveva avuto la meglio: lui
non era suo prigioniero, tuttavia aveva
una missione da compiere,
una missione che doveva portare a
termine per il suo stesso bene e,
se il corpo avesse recuperato troppa
forza immortale, per Kalona
sarebbe stata una distrazione davvero
inopportuna. Soprattutto dato
che aveva giurato di agire come la spada
di lei nell’Aldilà, liberando
entrambi dei disagi che Zoey Redbird
aveva creato loro.
Neferet si avvicinò. Il suo Consorte era
sdraiato sulla schiena,
nudo, coperto solo dalle ali nere come
onice. Lei s’inginocchiò con
grazia, poi si adagiò sulla pelliccia che
aveva ordinato gli venisse
posta accanto in modo da poter stare
comoda.
Sospirò e sfiorò la guancia di Kalona.
La pelle era fredda, come sempre
peraltro, ma senza vita.
L’immortale non reagì al suo tocco.
«Cos’è che ti trattiene così a lungo,
amore mio? Non potevi
liberarti più in fretta di una seccante
ragazzina?»
Lo accarezzò di nuovo e stavolta la sua
mano scivolò dal collo al
petto, per andarsi a fermare sugli
addominali perfettamente scolpiti.
«Ricorda il giuramento e fai il tuo
dovere, cosicché io possa
accoglierti nel mio letto a braccia
aperte. Su sangue e Tenebra hai
giurato d’impedire a Zoey Redbird di
tornare nel suo corpo, in
modo che io possa dominare questo
magico mondo moderno... Oh,
ovviamente tu sarai al mio fianco.»
Invisibili a quegli sciocchi dei Figli di
Erebo che avrebbero dovuto
essere le spie del Consiglio Supremo, i
neri tentacoli che bloccavano
a terra Kalona rabbrividirono e si
mossero, strofinandosi contro la
mano di Neferet. Distratta da quel gelo
seducente, la Somma
Sacerdotessa aprì il palmo alla Tenebra,
consentendole di afferrarle il
polso e d’inciderle leggermente la pelle,
non tanto da procurarle un
dolore insopportabile, ma solo quanto
bastava per dare un attimo di
tregua all’inestinguibile brama di
sangue.
Ricorda il tuo giuramento...
Quelle parole le solleticarono
l’orecchio come un vento d’inverno
tra rami spogli.
Neferet aggrottò la fronte: era ovvio che
non avesse dimenticato.
Perché i fili di Tenebra bloccassero il
corpo di Kalona e
costringessero la sua anima a
raggiungere l’Aldilà, Neferet aveva
accettato di sacrificare la vita di un
innocente che la Tenebra non
fosse stata in grado di corrompere.
La promessa rimane, Tsi Sgili. Il patto
regge anche se Kalona
dovesse fallire...
«Kalona non fallirà!» gridò Neferet,
inferocita. «E, se così fosse, ho
legato il suo spirito al mio in modo da
tenerlo ai miei ordini finché
non resta immortale, quindi persino in
caso di fallimento per me c’è
una vittoria. Ma comunque non
succederà.» Lo ripeté con lentezza,
scandendo le parole, per recuperare una
calma che ormai perdeva
con facilità sempre maggiore.
La Tenebra le leccò il palmo.
Il dolore, per quanto lieve, le fece
piacere e lei fissò con affetto i
tentacoli, quasi fossero semplicemente
dei gattini irruenti che
rivaleggiavano per ottenere la sua
attenzione. «Siate pazienti,
tesorini. La sua ricerca non è stata
completata. Il mio Kalona è
ancora soltanto un guscio vuoto. Perciò
posso supporre che Zoey
languisca nell’Aldilà, non del tutto viva
e, purtroppo, non ancora
morta.» I fili che le stringevano il polso
tremarono e, per un istante,
a Neferet parve di udire in lontananza il
rombo di una profonda
risata di scherno.
Ma non ebbe il tempo di comprendere
che cosa significasse quel
suono, né se fosse reale o solo un
aspetto del mondo di Tenebra e
potere che a poco a poco stava
prendendo il posto di ciò che un
tempo lei chiamava realtà, perché in
quell’istante il corpo di Kalona
ebbe un violento spasmo e lui trasse un
profondo respiro molto
simile a un rantolo.
L’immortale aprì gli occhi, che in quel
momento non erano altro
che orbite insanguinate e vuote,
sconvolte dall’orrore.
«Kalona! Amore mio!» Neferet si mise
in ginocchio, china su di lui,
agitando le braccia davanti al suo viso.
La Tenebra che le aveva accarezzato i
polsi prese a pulsare con
forza improvvisa, e con un sussulto
schizzò via da lei per andare a
unirsi alla miriade di tentacoli vischiosi
che, simili a una ragnatela,
incombevano palpitando dal soffitto di
pietra del sotterraneo.
Prima che Neferet riuscisse a formulare
un ordine per richiamare a
sé un tentacolo, per chiedere spiegazioni
di quello strano
comportamento, dall’alto esplose un
lampo accecante, luminoso al
punto che lei dovette proteggersi gli
occhi.
La rete di Tenebra afferrò la luce e la
intrappolò con incredibile
rapidità.
Kalona aprì la bocca in un grido
silenzioso.
«Cosa c’è? Chiedo di sapere cosa sta
succedendo!» urlò Neferet.
Il tuo Consorte è tornato, Tsi Sgili.
Neferet fissò il globo di luce
imprigionata e, con un sibilo
tremendo, la Tenebra gettò l’anima di
Kalona nelle orbite vuote
degli occhi, restituendola così al suo
corpo.
Accecato dal dolore, l’immortale alato
si coprì il volto con le
mani, mentre il corpo si contorceva e
ansimava, cercando di
riprendere il controllo della
respirazione.
«Kalona! Mio Consorte!» Neferet reagì
d’istinto, con la rapidità
acquisita negli anni in cui era stata la
guaritrice della Casa della
Notte. Premette i palmi sulle mani di
Kalona e disse: «Allevia il suo
dolore... cancellalo... rendi la sua agonia
simile al rosso sole che
tramonta all’orizzonte, lasciando il cielo
alla notte».
I brividi che scuotevano il corpo di
Kalona iniziarono quasi
immediatamente ad attenuarsi.
L’immortale alato trasse un profondo
respiro. Anche se gli tremavano le mani,
afferrò strette quelle di
Neferet e se le tolse dal viso. Poi aprì
gli occhi. Erano dell’intenso
colore ambrato di un buon whisky,
limpidi e presenti. Era di nuovo
se stesso.
«Sei tornato da me!» Per un attimo
Neferet si sentì così sollevata
vedendolo sveglio e lucido da mettersi
quasi a piangere. «Hai
portato a termine la tua missione.»
Allontanò i tentacoli che si
ostinavano ad avvilupparsi intorno al
corpo di Kalona, fissandoli
corrucciata perché parevano riluttanti a
lasciare la presa sul suo
amante.
«Portami via dalla terra... Al cielo.
Devo vedere il cielo», disse
Kalona con voce roca.
«Ma sì, certo, amore mio.» Neferet
sollevò una mano e la porta si
aprì di nuovo. «Guerriero! Il mio
Consorte si è svegliato. Aiutalo a
raggiungere la cima del castello!»
Il Figlio di Erebo che qualche minuto
prima l’aveva seccata
obbedì all’ordine senza fare domande,
ma Neferet notò che
sembrava sconvolto dalla presenza di
Kalona.
Neferet gli rivolse un ghigno sprezzante.
E il meglio deve ancora
venire. Presto tu e gli altri Guerrieri
prenderete ordini soltanto da
me. Altrimenti morirete, pensò
soddisfatta mentre seguiva i due
uomini fuori delle viscere dell’antica
fortezza di Capri, su per
l’infinità di gradini di pietra che la
condussero alla sommità
dell’edificio.
Era passata mezzanotte. La luna era
sospesa sopra l’orizzonte,
gialla e pesante anche se non ancora
piena.
«Accompagnalo alla panchina e poi
lasciaci soli», ordinò Neferet
indicando la panca di marmo scolpito da
cui si godeva una splendida
vista del Mediterraneo. Ma a lei non
interessavano le bellezze che
aveva intorno. Allontanò il guerriero
con un gesto stizzito, pur
sapendo che il giovane avrebbe
comunicato al Consiglio Supremo
che l’anima del suo Consorte aveva fatto
ritorno nel corpo.
In quel momento non aveva importanza.
Avrebbe potuto
affrontare la questione in seguito.
In quel momento contavano soltanto due
cose: Kalona era
tornato da lei e Zoey Redbird era morta.
CAPITOLO 2
NEFERET
«Dimmi. Raccontami tutto, lentamente e
in modo chiaro, perché
voglio assaporare ogni parola.» Neferet
s’inginocchiò davanti a
Kalona e accarezzò le sue morbide ali
scure, cercando di non tremare
pregustando il tocco di lui, il ritorno
della sua fredda passione, del
suo calore di ghiaccio.
«Cosa vuoi che ti dica?» Kalona, seduto
sulla panchina, teneva il
viso rivolto al cielo, abbracciando la
notte con le ali spiegate, come
se potesse nutrirsi di quella scura
immensità.
La domanda colse Neferet di sorpresa. Il
desiderio passò di colpo
e la sua mano smise di accarezzarlo.
«Vorrei che mi raccontassi i particolari
della nostra vittoria in
modo da poterla rivivere e assaporare
assieme.» Gli parlò con
lentezza, pensando che forse il suo
cervello era ancora un po’
disorientato.
«La nostra vittoria?» sbottò Kalona.
Neferet strinse le palpebre. «Certo. Tu
sei il mio Consorte, quindi
la tua vittoria è mia, proprio come la
mia è anche tua.»
«La tua gentilezza è quasi divina. Sei
diventata una dea durante la
mia assenza?»
Neferet lo studiò con attenzione.
Continuava a non guardarla. Il
tono di voce era quasi piatto. Che fosse
insolenza? Rispose alla
domanda con un’alzata di spalle. «Cos’è
successo nell’Aldilà? Com’è
morta Zoey?»
Non appena gli occhi d’ambra
dell’immortale la fissarono, la
vampira capì e, con un gesto infantile, si
coprì le orecchie e prese a
scuotere la testa mentre lui pronunciava
le parole che le trafissero
l’anima come un colpo di spada:
«Zoey Redbird non è morta».
Neferet si alzò e s’impose di abbassare
le mani, quindi si allontanò
da Kalona, tenendo gli occhi fissi sul
liquido zaffiro del mare di
notte. Prese dei respiri lenti, tentando di
controllare le emozioni che
minacciavano di travolgerla. Quando
infine fu certa che non
avrebbe urlato furiosa contro il cielo,
replicò: «Perché? Perché non
hai portato a termine la tua missione?»
«La missione era tua, Neferet. Non è mai
stata mia. Sei stata tu a
costringermi a tornare in un regno da cui
ero stato bandito. Ciò che
è accaduto era prevedibile: gli amici di
Zoey le hanno fatto scudo e,
col loro aiuto, lei è riuscita a guarire la
sua anima in pezzi e a
ritrovare se stessa.»
«Perché non hai impedito che
succedesse?» La voce di Neferet era
gelida. Non lo guardava nemmeno.
«Nyx», sussurrò Kalona, in tono basso e
rispettoso, neanche fosse
una preghiera.
Neferet fu accecata dalla gelosia. «Cosa
c’entra la Dea?» chiese
quasi con disprezzo.
«È intervenuta.»
«Come? Ti aspetti che creda che Nyx si
sia davvero intromessa
nella scelta di un mortale?»
«No, non si è intromessa, è intervenuta.
E solo dopo che Zoey si
era già curata da sé. Per questo Nyx le
ha dato la sua benedizione,
che l’ha aiutata a salvare il suo
Guerriero.»
«Zoey è viva.» La voce di Neferet era
piatta, fredda, inerte.
«Sì.»
«Allora sei in debito con me e la tua
anima immortale continuerà
a essere sottomessa al mio volere.»
Fece per allontanarsi da lui,
dirigendosi verso le scale.
«Dove stai andando? Cos’accadrà
adesso?»
Disgustata dalla debolezza che aveva
colto nella voce
dell’immortale, Neferet si girò verso di
lui, orgogliosa, con le braccia
alzate, di modo che i tentacoli che le
pulsavano intorno potessero
accarezzarle la pelle.
«Cos’accadrà adesso? Molto semplice:
mi assicurerò che Zoey
torni in Oklahoma e lì porterò a termine
il compito in cui tu hai
fallito. A modo mio.»
«Quanto a me?» domandò l’immortale.
«Tornerai a Tulsa anche tu, da solo. Non
possiamo farci vedere in
pubblico. Non ricordi, amore mio, che
ora tu sei un assassino? La
morte di Heath Luck è stata opera tua.»
«Opera nostra», replicò Kalona.
Lei gli rivolse un sorriso viscido. «Non
secondo il Consiglio
Supremo. Ascoltami bene: ho bisogno
che recuperi in fretta le forze.
Domani, all’imbrunire, dovrò riferire al
Consiglio che la tua anima
ha fatto ritorno e che mi hai confessato
di avere ucciso il ragazzo
umano perché ritenevi che lui costituisse
una minaccia per la mia
incolumità. Dirò che, siccome lo hai
fatto per proteggermi, ho deciso
di essere clemente nell’assegnarti una
punizione: ti ho fatto dare
cento frustate e ti ho bandito dal mio
fianco per un secolo.»
Kalona faticava a rimanere seduto e
Neferet fu felice di vedere nei
suoi occhi d’ambra un lampo di rabbia.
«Intendi restare lontana da
me per un secolo?»
«Ovviamente no. Dopo che le ferite
saranno guarite, ti concederò
di tornare al mio fianco. E da quel
momento torneremo... vicini
come un tempo, solo lontani da occhi
indiscreti.»
«E per quanto ti aspetti che mi aggiri
nell’ombra fingendo di
guarire da ferite inesistenti?» Kalona
inarcò le sopracciglia: sebbene
fosse debole e sconfitto, sembrava non
aver perso la sua arroganza.
«Mi aspetto che tu non mi stia più
accanto finché le ferite non
saranno guarite. Per davvero.» Con un
gesto rapido e preciso,
Neferet si morse un polso, creando
subito un cerchio di sangue. Poi
iniziò a camminare in circolo col
braccio sollevato, mentre vischiosi
tentacoli di Tenebra le scivolavano
avidi intorno al polso, attirati dal
sangue come sanguisughe. Neferet
strinse i denti, obbligandosi a non
arretrare neanche nel momento in cui i
fili taglienti presero a colpirla
come coltellate. Quando finalmente
sembrarono essersi nutriti
abbastanza, lei si rivolse dolcemente ai
tentacoli. «Avete avuto la
vostra ricompensa, ora eseguite i miei
ordini.» Spostò lo sguardo sul
suo amante immortale. «Frustatelo con
forza. Cento volte.» Poi
scagliò la Tenebra contro Kalona.
L’immortale ebbe appena il tempo di
spiegare le ali e sollevarsi un
poco dalla terrazza del castello, che i
tentacoli affilati come rasoi si
avvolsero intorno all’attaccatura delle
ali, nel punto più sensibile.
Invece di volare via, Kalona si ritrovò
in trappola, inchiodato contro
l’antica balaustra di pietra mentre la
Tenebra, lenta e metodica,
cominciava a incidergli la schiena nuda.
Neferet restò a guardare finché la
splendida testa orgogliosa di lui
non si chinò sconfitta e il suo corpo
prese a contorcersi sotto ogni
colpo.
«Non lasciategli segni permanenti. Ho
tutte le intenzioni di
godermi di nuovo la bellezza della sua
pelle», disse prima di dare le
spalle all’immortale e allontanarsi con
aria risoluta dalla sommità
insanguinata del castello.
«A quanto pare devo fare tutto da sola, e
di cose da fare ce ne
sono così tante... così tante...» mormorò
alla Tenebra che le si
agitava intorno alle caviglie.
Tra le ombre nelle ombre, le sembrò di
intravedere la sagoma di
un immenso toro che la osservava
compiaciuta.
Neferet sorrise.
CAPITOLO 3
ZOEY
Per la milionesima volta, pensai che la
sala del trono di Sgiach
fosse davvero incredibile. E lo era pure
lei: detta anche «Grande
Collezionista di Teste», era un’antica
regina vampira strapotente e,
cavolo, tanto tempo prima aveva persino
osato sfidare – con
successo – il Consiglio Supremo dei
Vampiri.
Il suo castello però non era una
disgustosa versione medievale di
un campeggio coi bagni all’aperto.
Certo, si trattava di una fortezza,
ma era quello che qui in Scozia
definivano posh, ossia molto
raffinata e snob. Tutte le finestre davano
sul mare, e la vista,
soprattutto quella che si godeva dalla
sala del trono, era talmente
splendida che sembrava uscita da un
televisore full HD.
«È bellissimo qui.» Okay, parlare da
sola, per di più poco dopo
essere be’, sì, tipo impazzita
nell’Aldilà, poteva non essere proprio
una grande idea. Sospirai e mi strinsi
nelle spalle. «Che cavolo, Nala
non c’è, Stark è praticamente fuori
combattimento, Afrodite sta
facendo cose cui preferisco non pensare
assieme a Dario, Sgiach è in
giro a fare magie o ad allenarsi con
Seoras a prendere a calci nel
sedere i cattivi in stile supereroe... non è
che mi siano rimaste molte
altre persone con cui parlare.»
«Stavo solo controllando le e-mail.
Niente a che vedere con magie
e calci nel sedere.»
Immagino che avrebbe dovuto farmi
sobbalzare. Insomma,
sembrava che la regina si fosse
materializzata dal nulla accanto a me,
ma suppongo che essere stata una pazza
a pezzi nell’altro mondo mi
avesse dato una soglia di sopportazione
delle stranezze-chemettono-paura davvero molto alta.
Inoltre sentivo uno strano
legame con quella regina vampira. Sì,
Sgiach metteva soggezione e
aveva dei poteri incredibili ma, nella
settimana trascorsa da quando
Stark e io eravamo tornati, lei era stata
una presenza fissa al mio
fianco. Mentre Afrodite e Dario si
dedicavano a schifosissimi
sbaciucchiamenti e camminavano sulla
spiaggia mano nella mano, e
Stark dormiva, dormiva e dormiva,
Sgiach e io avevamo passato
parecchio tempo insieme. A volte
parlando, a volte no. Da diversi
giorni avevo deciso che lei era la donna
più favolosa che avessi mai
incontrato, tra vampire e non.
«Stai scherzando, giusto? Sei un’antica
guerriera vampira che vive
in un castello su un’isola dove nessuno
può arrivare se tu non glielo
permetti, e stavi controllando le e-mail?
A me sembra una magia.»
Sgiach rise. «Spesso la scienza sembra
ancora più misteriosa della
magia, o almeno è quello che ho sempre
pensato. Il che mi ricorda...
stavo riflettendo sulla stranezza degli
effetti della luce del sole sul tuo
Guardiano. È davvero insolito che ne
venga colpito in modo così
serio e debilitante.»
«Non vale solo per Stark. Cioè, per lui
adesso è persino peggio
perché, be’, perché è ferito.»
M’interruppi, inciampando nelle parole
e non volendo ammettere quanto fosse
dura vedere il mio Guerriero
e Guardiano così malridotto. «Questo
non è normale per lui. Di
solito di giorno riesce a rimanere
sveglio, anche se non sopporta la
luce diretta del sole. È lo stesso per tutti
i vampiri e i novizi rossi. Il sole li
stende.»
«Be’, giovane regina, il fatto che il tuo
Guardiano non sia in grado
di proteggerti durante il giorno potrebbe
essere uno svantaggio
notevole.»
Alzai le spalle, anche se le sue parole
mi avevano fatto correre
lungo la schiena un brivido che
somigliava in modo preoccupante a
un brutto presentimento. «Sì, be’, però
ultimamente ho imparato a
badare a me stessa. Penso di saper
gestire da sola qualche ora al
giorno», replicai con un’asprezza che
stupì anche me.
Gli occhi verde ambra di Sgiach
dimostravano che mi aveva
capita alla perfezione. «Non lasciare
che ciò t’indurisca.»
«Cosa?»
«La lotta contro la Tenebra.»
«Ma non devo essere dura per
combattere?» Mi ricordai di come
avevo infilzato Kalona contro il muro di
un’arena nell’Aldilà usando
la sua stessa lancia, e mi si annodò lo
stomaco.
Lei scosse la testa e la luce calante colpì
le sfumature argentee dei
suoi capelli, facendoli scintillare come
un misto di oro e cannella.
«No, devi essere forte. Devi essere
saggia. Devi conoscere te stessa e
fidarti soltanto di chi se lo merita. Se
permetti alla lotta contro la
Tenebra di renderti dura e insensibile,
perderai la giusta prospettiva
sulla realtà.»
Fissai le acque grigio azzurro intorno
all’isola di Skye, che il sole
del tramonto aveva tinto di un delicato
rosa corallo. Era tutto così
bello e pieno di pace e assolutamente
normale. Da lì era difficile
immaginare che nel mondo si
aggirassero male, Tenebra e morte.
Eppure là fuori la Tenebra c’era
eccome, e probabilmente ce n’era
molta più di prima: Kalona non mi
aveva uccisa, il che avrebbe fatto
uscire di testa Neferet.
Presto avrei di nuovo dovuto affrontare
lei, Kalona e tutte le
orribili scempiate che si tiravano dietro.
Cavolo, solo pensarci mi
faceva sentire stanchissima.
Mi allontanai dalla finestra, raddrizzai
le spalle e affrontai Sgiach.
«E se non volessi più combattere? Se
volessi rimanere qui, almeno
per un po’? Stark non si è ancora ripreso
e, se vuole davvero stare
meglio, avrà bisogno di molto riposo.
Riguardo a Kalona, ho già
mandato un messaggio al Consiglio
Supremo: ora sanno che è stato
lui a uccidere Heath, e che Neferet si è
alleata con la Tenebra. Tocca
al Consiglio Supremo occuparsi di lei.
Cavolo, tocca agli adulti
occuparsi di lei e dello schifoso e
malvagio casino che ha messo in
piedi.»
Sgiach non commentò, quindi presi fiato
e continuai a blaterare:
«Sono solo una ragazzina. Ho diciassette
anni. Appena. Sono negata
in geometria. Faccio schifo in spagnolo.
Non posso ancora
nemmeno votare. Combattere contro il
male non è una mia
responsabilità. Prendere il diploma e, si
spera, Trasformarmi, questo
sì. La mia anima è andata in pezzi e il
mio ragazzo è stato ucciso.
Non merito una pausa? Almeno una
piccola?»
Stupendomi molto, Sgiach sorrise e
disse: «Sì, Zoey, credo proprio
di sì».
«Intendi dire che posso restare qui?»
«Tutto il tempo che vuoi. So cosa
significa sentirsi schiacciati dal
mondo. Qui, come hai sottolineato tu, il
mondo può entrare solo su
mio ordine. E, in linea di massima, io gli
ordino di tenersi a
distanza.»
«E la lotta contro la Tenebra e tutto il
resto?»
«Saranno ancora lì quando tornerai.»
«Wow. Sul serio?»
«Sul serio. Rimani sulla mia isola finché
la tua anima non sarà
davvero guarita e riposata, e finché la
coscienza non ti dirà che è il
momento di tornare al tuo mondo e alla
tua vita là fuori.»
Ignorai la fitta al cuore che mi fece
provare la parola coscienza. «E
può rimanere anche Stark, giusto?»
«Ma certo. Una regina deve sempre
avere al fianco il suo
Guardiano.»
«Restando in argomento... da quanto
tempo Seoras è il tuo
Guardiano?» domandai in fretta, felice
di allontanare il discorso dai
rimorsi di coscienza e dalle lotte contro
il male.
Lo sguardo della regina si addolcì e il
suo sorriso si fece più caldo
e addirittura più bello. «Seoras è
diventato il mio Guardiano per
Giuramento più di cinquecento anni fa.»
«Cazzarola! Cinquecento anni? Ma tu
quanti anni hai?»
Sgiach rise. «Dopo un certo punto, non
credi che l’età sia
irrilevante?»
«Aye, e non è educato chiedere l’età a
una fanciulla.»
Mi sarei accorta che Seoras era entrato
nella stanza anche se non
avesse detto niente. Quando c’era lui, il
volto di Sgiach si
trasformava. Era come se il Guardiano
accendesse un interruttore
dentro di lei che la faceva splendere di
una luce calda e morbida. E,
quando Seoras rispose al suo sguardo,
per un breve istante non
sembrò più così burbero e provato da
mille battaglie e piuttosto-cheparlare-con-te-ti-prendo-a-calci-neldidietro.
La regina rise e sfiorò il braccio del suo
Guardiano con un’intimità
che le invidiai: chissà se Stark e io
avremmo mai avuto almeno un
briciolo di quanto condividevano quei
due. E sarebbe stato anche un
sacco carino se pure lui dopo
cinquecento anni insieme mi avesse
chiamata «fanciulla».
Heath mi avrebbe chiamata fanciulla.
Be’, più probabilmente
ragazza. O magari solo Zo... per sempre
solo la sua Zo.
Ma Heath era morto e non mi avrebbe
più chiamata in nessun
modo.
«Ti sta aspettando, giovane regina.»
Sconvolta, fissai Seoras. «Heath?»
Lo sguardo del Guerriero era saggio e
comprensivo, la voce
gentile. «Aye, probabilmente il tuo
Heath ti aspetta da qualche parte
nel futuro, ma io parlo del tuo
Guardiano.»
«Stark! Oh, bene, è sveglio.» Mi sentivo
in colpa da morire. Non
era mia intenzione pensare sempre a
Heath, ma era difficile evitarlo.
Lui era stato parte della mia vita fin da
quando avevo nove anni, ed
era morto soltanto da qualche settimana.
Mi diedi una scossa
mentale, feci un rapido inchino a Sgiach
e andai verso la porta.
«Non è in camera vostra, il giovane è
vicino al boschetto. Chiede
di raggiungerlo lì», spiegò Seoras.
«È fuori?» Ero sorpresa: da quando era
tornato dall’Aldilà, Stark si
era sentito troppo stanco e
scombussolato per fare qualcosa di più
che mangiare, dormire e giocare al
computer con Seoras, che
peraltro era buffissimo da vedere perché
sembrava una specie di
sfida Braveheart contro Call of Duty.
«Aye, ha finito di preoccuparsi del
trucco e adesso si comporta di
nuovo da Guardiano.» Strinsi i pugni e
guardai il vecchio Guerriero
con le palpebre strette. «È quasi morto.
L’hai fatto a fettine. Ha
combattuto nell’Aldilà. Cavolo, dagli un
attimo di tregua.»
«Aye, wumman, ma non è morto sul
serio, no?»
Alzai gli occhi al cielo. «Allora è al
boschetto?»
«Aye.»
«Okay.» La voce di Sgiach mi raggiunse
mentre camminavo in
fretta in corridoio: «Portati quella bella
sciarpa che hai comprato in
paese. Fa freddo, stasera».
La trovai una raccomandazione molto
strana: insomma, sì, a Skye
faceva molto freddo (e di solito era
anche umido), ma novizi e
vampiri non soffrivano i cambiamenti di
temperatura come gli
umani. Comunque, quando una regina
guerriera ti dice di fare una
cosa, normalmente è meglio obbedire.
Quindi deviai verso
l’immensa stanza che dividevo con Stark
e presi la sciarpa che avevo
appoggiato in fondo al letto a
baldacchino. Era di cachemire color
crema con dei fili d’oro, e pensai che
probabilmente stava meglio lì
su un fondo rosso vivo che intorno al
mio collo.
Mi fermai un attimo a osservare il letto
che nelle ultime settimane
avevo diviso con Stark. Mi ero
rannicchiata contro di lui, gli avevo
tenuto la mano e appoggiato la testa
sulla spalla mentre lo guardavo
dormire. Ma questo era tutto. Non aveva
nemmeno provato a
convincermi a fare sesso con lui.
Cacchio! Sta proprio male!
Mi feci mentalmente piccola piccola,
contando le volte in cui
Stark aveva sofferto a causa mia: era
stato quasi ucciso da una freccia
diretta verso di me; era stato fatto a
fettine e poi aveva distrutto una
parte di sé per raggiungermi nell’Aldilà;
era stato ferito a morte da
Kalona perché credeva che quello fosse
l’unico modo di entrare in
contatto con ciò che dentro di me era
andato in pezzi.
Però l’ho anche salvato, ricordai a me
stessa. Stark aveva visto
giusto: il fatto che Kalona lo stesse
massacrando mi aveva dato la
forza di rimettermi in sesto e, per
questo, Nyx aveva costretto
Kalona a soffiare nel corpo di Stark un
frammento d’immortalità,
restituendogli la vita e pagando il debito
che aveva con me per
avere ucciso Heath.
Attraversai il castello con le sue
splendide decorazioni, facendo
cenni di saluto ai Guerrieri che
s’inchinavano con rispetto. Allungai il
passo: cosa era venuto in mente a Stark
per trascinarsi fuori dopo
tutto quello che aveva passato?
Diavolo, io non lo sapevo proprio cosa
gli era venuto in mente.
Lui era così diverso da quando eravamo
tornati.
Be’, sarebbe strano se non lo fosse, mi
sgridai, sentendomi una
carogna sleale: il mio Guerriero aveva
fatto un viaggio nell’Aldilà,
era morto, era stato resuscitato da un
immortale e poi risbattuto in
un corpo debole e ferito.
Ma, anche prima di quel momento,
prima che rientrassimo nel
mondo reale, tra noi era successo
qualcosa. Per noi era cambiato
qualcosa. O almeno a me pareva così.
Nell’Aldilà il nostro rapporto
era stato profondo, strettissimo. Quando
aveva bevuto da me era
stata un’esperienza incredibile. Era stato
molto più del sesso. Già, era
stato davvero bello. Bellissimo. Il mio
sangue l’aveva guarito, gli
aveva dato forza e, non so come, ciò
aveva pure rimesso a posto
quello che in me era ancora spezzato,
facendo sì che mi tornassero i
tatuaggi.
E questa nuova vicinanza a Stark aveva
reso sopportabile la
perdita di Heath.
Ma allora perché mi sentivo così
depressa? Cosa c’era in me che
non andava?
Cacchio. Non sapevo neanche questo.
Una mamma l’avrebbe saputo. Pensai
alla mia mamma e provai
un inatteso e terribile senso di
solitudine. Certo, lei aveva fatto un
immenso casino e fondamentalmente
preferito il suo nuovo marito a
me, ma era sempre mia mamma. Mi
manca, ammise una vocina
nella mia testa. Poi mi diedi una scossa.
No. Io una «mamma» ce
l’avevo ancora.
«È la nonna che mi manca.» E poi,
ovviamente, mi sentii in colpa
perché, dopo essere tornata, non le
avevo ancora telefonato. Okay,
certo, sapevo che la nonna avrebbe
percepito il ritorno della mia
anima, e dunque sapeva già che era sana
e salva. Però avrei dovuto
chiamarla.
Sentendomi davvero delusa di me stessa
e triste, mi mordicchiai il
labbro e mi sistemai meglio la sciarpa,
per proteggermi dal vento
gelido che soffiava sul ponte sopra il
fossato. I Guerrieri che
accendevano le torce s’inchinarono per
salutarmi, e io risposi
cercando di non guardare quelle
schifezze di teschi impalati tra una
luce e l’altra. Sul serio. Teschi. Di
persone vere. D’accordo, erano
vecchi e rinsecchiti, ma erano disgustosi
comunque.
Tenendo gli occhi puntati da un’altra
parte, seguii il sentiero che
attraversava la zona paludosa, per poi
girare a sinistra verso il Bosco
Sacro, che sembrava estendersi
all’infinito. Sapevo dov’era perché,
nelle ultime settimane, mentre Stark
recuperava le forze, quel luogo
aveva esercitato una particolare
attrazione su di me, al punto che,
quando non stavo con la regina o con
Afrodite o non tenevo
d’occhio Stark, facevo lunghe
passeggiate al suo interno.
Mi ricordava l’Aldilà, cosa che riusciva
a confortarmi e allo stesso
tempo a mettermi addosso una paura
incredibile.
Tuttavia ero venuta spesso nel Bosco
Sacro o, come diceva Seoras,
nel Craobh, ma sempre di giorno. Mai
dopo il tramonto. Mai di
notte.
Le torce lungo il sentiero illuminavano
appena i margini del
bosco, creando ombre guizzanti tra i
rami degli alberi senza tempo.
Il sottobosco sembrava diverso adesso,
senza i raggi del sole che
riscaldavano l’intrico di rami. La pelle
iniziò a pizzicarmi, come se i
miei sensi fossero in massima allerta.
Non riuscivo a staccare lo sguardo dalle
ombre: erano forse più
scure del normale? C’era forse qualcosa
là fuori, in agguato, qualcosa
di... non del tutto giusto? Rabbrividii.
Subito dopo, con la coda
dell’occhio colsi un movimento in fondo
alla strada. Avevo il cuore
a mille, mi aspettavo che da un momento
all’altro comparissero ali e
gelo, male e follia...
Invece ciò che vidi mi fece battere il
cuore a mille per altri motivi.
Stark era davanti a due alberi intrecciati
assieme a formarne uno
solo, i rami decorati con strisce di stoffa
annodate, alcune di colori
brillanti, altre consumate, scolorite e
sbrindellate: la versione mortale
dell’albero dei desideri che si trovava
davanti al boschetto di Nyx
nell’Aldilà, ma il fatto che questo fosse
nel mondo «reale» non lo
rendeva meno straordinario. Soprattutto
perché il ragazzo che
fissava i rami in alto indossava kilt e
plaid coi colori della terra del
clan MacUallis nel tradizionale modo
dei Guerrieri, completo di dirk
e sporran – il pugnale e il borsello di
pelo – oltre a tutto un
armamentario sexy (come l’avrebbe
definito Damien) in cuoio con
borchie di metallo.
L’osservai come se non lo vedessi da
anni. Stark sembrava forte e
in salute, oltre che assolutamente
splendido. Mi stavo giusto
domandando cosa i ragazzi scozzesi
indossassero – o meglio non
indossassero – sotto il kilt, quando lui si
voltò verso di me e mi
sorrise. «Riesco ad ascoltare i tuoi
pensieri.»
Le guance mi si scaldarono di botto,
soprattutto visto che Stark
aveva davvero la capacità di percepire
le mie emozioni. «In teoria
dovresti ascoltare solo se io sono in
pericolo.»
«Allora non pensare così ad alta voce!»
replicò con una punta
d’ironia. «Comunque hai ragione. Non
avrei dovuto ascoltare perché
le sensazioni che mi arrivavano da te
erano l’opposto di quello che
definisco pericolo.»
«Ma sentilo, come se la tira», lo sgridai,
senza però riuscire a non
sorridere a mia volta.
«Già, però ti piaccio così.» Mi tese la
mano. Era così calda, forte e
sicura. Lui aveva ancora delle brutte
occhiaie, ma non era più pallido
in modo inquietante.
«Sei di nuovo te stesso!»
«Sì, mi ci è voluto un po’. Era strano,
non riuscivo mai a riposare
come avrei dovuto, ma oggi è come se
fosse scattato qualcosa e
finalmente mi fossi ricaricato del tutto.»
«Sono felice. Ero così preoccupata.»
Solo dopo averlo detto mi
resi conto di quanto fosse vero. «E mi
sei anche mancato tanto!»
Mi strinse la mano e mi tirò più vicino.
Le prese in giro da
sbruffone erano evaporate
completamente. «Lo so. Ti sentivo
distante e spaventata. Che succede?»
Avrei tanto voluto dirgli che si
sbagliava, che gli avevo solo lasciato un
po’ di spazio per riprendersi,
ma alla fine decisi di essere sincera con
lui. «Sei stato ferito tantissimo per colpa
mia.»
«Non per colpa tua, Zy. Sono stato ferito
per colpa della Tenebra,
che cerca di distruggere quanti di noi
combattono per la Luce.»
«Sì, be’, però vorrei che la Tenebra se
la prendesse con qualcun
altro e ti lasciasse in pace almeno per un
po’.»
Mi diede un colpetto con la spalla.
«Sapevo in cosa mi stavo
andando a cacciare quando ti ho fatto il
mio Giuramento. Mi stava
bene allora e mi sta bene adesso. E mi
starà bene anche tra
cinquant’anni. E sai, Zy, quando dici che
la Tenebra ‘se la prende
con me’ non mi fai sentire un Guardiano
degno di questo nome.»
«Senti, sto parlando sul serio. Vuoi
sapere cos’ho che non va,
ecco: mi sono preoccupata che stavolta
tu fossi stato ferito in modo
troppo grave...» Esitai, sforzandomi di
ricacciare indietro delle
lacrime inattese. «Tanto grave da non
poter guarire. E a quel punto
mi avresti lasciata anche tu.»
Tra noi, la presenza di Heath era così
tangibile che quasi mi
aspettavo di vederlo uscire dal bosco
dicendo: Ehi, Zo, sono qui.
Piantala di piangere che poi ti viene la
candela. E ovviamente quel
pensiero mi rese ancora più difficile non
scoppiare in singhiozzi.
«Ascoltami, Zoey. Io sono il tuo
Guardiano. Tu sei la mia regina,
che è più di una Somma Sacerdotessa,
perciò il legame tra noi è più
forte di quello che si crea tramite il
Giuramento di Guerriero.»
Sbattei le palpebre con forza. «Questo è
un bene, perché sembra
che qualche robaccia continui a cercare
di strapparmi a tutti quelli
che amo.»
«Niente mi porterà mai via da te, Zy.
L’ho giurato.» Sorrise, e nei
suoi occhi c’era così tanta sicurezza e
fiducia e amore che il respiro
mi si bloccò in gola. «Non ti libererai
mai di me, mo ban-rìgh.»
«Bene, perché sono proprio stanca di
tutta questa storia
dell’andarsene», replicai sottovoce
appoggiandogli la testa sulla
spalla.
Mi strinse tra le braccia e mi diede un
bacio sulla fronte. «Già,
anch’io.»
«Credo che la verità sia che sono stanca.
Punto. Ho bisogno di
ricaricare le batterie.» Alzai lo sguardo
verso di lui. «Per te sarebbe
okay se rimanessimo un po’ qui? È che
io... io non ho voglia di
andare via e tornare a... a...» Esitai, non
sapendo bene come
descrivere ciò che provavo.
«A tutto quello che ci aspetta, alle cose
buone e a quelle cattive.
So cosa vuoi dire. Sgiach è d’accordo?»
ribatté il mio Guardiano.
«Ha detto che possiamo restare finché
me lo consente la
coscienza. E in questo momento la
coscienza me lo consente
eccome», risposi con un sorriso un po’
ironico.
«Per me va bene. Non ho fretta di
tornare a tutti quei casini con
Neferet.»
«Allora restiamo un po’?»
Stark mi strinse forte. «Restiamo finché
tu non decidi di andare.»
Chiusi gli occhi e mi abbandonai nel suo
abbraccio con la
sensazione che mi fosse stato tolto un
enorme peso dalle spalle.
Quando mi chiese se avrei fatto una cosa
con lui, la risposta mi
venne facile e spontanea: «Come no,
tutto».
Ridacchiò. «Questa risposta mi fa venire
voglia di cambiare la
domanda.»
«Non quel tutto.» Gli diedi una piccola
spinta anche se provavo
un gran sollievo vedendo che Stark si
stava decisamente
comportando di nuovo da Stark.
«No?» Il suo sguardo si spostò dai miei
occhi alle labbra e di colpo
sembrò meno sbruffone e più
appassionato. Si chinò a baciarmi, a
lungo e con passione, togliendomi il
fiato. «Sei proprio sicura che
non intendevi quel tutto?» chiese, la
voce più bassa e roca del solito.
«No. Sì.»
Sogghignò. «Quale delle due?»
«Non lo so. Quando mi baci così non
riesco a pensare.»
«Allora dovrò farlo più spesso.»
«Okay», replicai sentendomi la testa
vuota e le gambe
stranamente molli.
«Dopo, però. Adesso voglio farti vedere
che razza di Guardiano
forte sono e mi limito a farti la domanda
che volevo fare in origine.»
Frugò nella borsa che portava a tracolla
e ne trasse una striscia lunga
e sottile del tartan dei MacUallis,
sollevandola in modo che si
agitasse dolcemente nel vento. «Zoey
Redbird, vuoi legare con me i
tuoi desideri e i tuoi sogni per il futuro
in un nodo da appendere
all’Hanging tree?»
Esitai appena un secondo, giusto il
tempo di riprendermi dalla
fitta di dolore causata dalla mancanza di
Heath, dalla
consapevolezza che con lui non ci
sarebbe più stato nessun sogno
futuro, poi ricacciai indietro le lacrime e
risposi:
«Sì, Stark, legherò con te i miei desideri
e i miei sogni per il
futuro».
CAPITOLO 4
ZOEY
«Cosa dovrei fare con la mia sciarpa di
cachemire?»
«Strapparne una striscia», ripeté Stark.
«Sei sicuro?»
«Sì, le istruzioni me le ha date
direttamente Seoras. Assieme a un
sacco di commenti da saputello sulle
tremende lacune della mia
istruzione e qualcos’altro sul non saper
distinguere il culo
dall’orecchio o dal gomito, e pure sul
fatto che sarei un ‘fanny’,
anche se non ho idea di cosa diavolo
significhi.»
«Fanny? Come un nome da donna?»
«Mi sa di no...» Scuotemmo entrambi la
testa, a muto commento
delle stranezze di Seoras.
«Comunque lui dice che dobbiamo usare
un pezzo di stoffa preso
da qualcosa di molto speciale per noi.»
Stark sorrise e diede uno
strattone alla mia sciarpa luccicante,
costosa e bellissima. «E questa ti piace
un sacco, vero?»
«Già, abbastanza da non volerla
strappare.»
Stark rise, si tolse il dirk dal fodero e
me lo tese. «Bene, allora è
perfetta per formare un nodo col mio
tartan. Creerà un legame
molto forte tra noi.»
«Sicuro, quel plaid non ti è costato
ottanta euro, che è più di
cento dollari. Credo», brontolai
allungando la mano verso il dirk.
Invece di lasciarmelo prendere, Stark
esitò e incrociò il mio
sguardo. «Hai ragione. Non mi è costato
soldi. Mi è costato sangue.»
M’ingobbii per la vergogna. «Scusami.
Mi dispiace, non volevo
mettermi a piagnucolare per una stupida
sciarpa. Ah, cavolo!
Comincio a sembrare Afrodite.»
Stark si puntò il dirk al cuore. «Se ti
trasformi in Afrodite mi
accoltello.»
«Se mi trasformo in Afrodite, prima
accoltella me.» Allungai la
mano verso il pugnale e stavolta me lo
lasciò.
«D’accordo.» Sorrise.
«D’accordo», ripetei, quindi feci un
buco nel bordo frangiato della
mia sciarpa nuova e con un gesto rapido
ne strappai un pezzo lungo
e stretto. «E adesso?»
«Scegli un ramo. Secondo Seoras
dobbiamo prendere ognuno il
nostro pezzo di stoffa e annodarli
assieme. Così i desideri che
esprimiamo saranno legati.»
«Veramente? È superomantico.»
«Già, lo so. Mi fa desiderare di averlo
inventato io. Solo per te.» Si
allungò per seguire con un dito la mia
guancia.
«Sei il miglior Guardiano del mondo.»
E lo pensavo davvero.
Lui scosse la testa, il volto tirato. «Non
è vero. Non lo dire.»
Come aveva appena fatto lui con me,
segui con un dito la linea
della sua guancia. «Per me sì, Stark. Per
me sei il miglior Guardiano
del mondo.»
Si rilassò un po’. «Per te, cercherò di
esserlo.»
Spostai lo sguardo da lui al vecchio
albero. «Quello.» Indicai un
ramo basso che si biforcava, creando
con foglie e rametti la forma
perfetta di un cuore. «Quello è il punto
che fa per noi.»
Raggiungemmo assieme la pianta poi,
come aveva spiegato il
Guardiano di Sgiach, Stark e io
annodammo la striscia coi colori
della terra del tartan MacUallis al pezzo
crema e oro della mia
sciarpa. Le nostre dita si sfiorarono
mentre stringevamo il nodo.
«Il mio desiderio per noi è di essere
sempre forti, proprio come
questo nodo», esordì Stark.
«Il mio desiderio è di essere sempre
assieme, proprio come la
stoffa di questo nodo», aggiunsi.
Suggellammo i nostri desideri con un
bacio che mi lasciò senza
fiato. Mi stavo chinando verso Stark per
baciarlo ancora, quando lui
mi prese la mano e disse: «Ti va se ti
faccio vedere una cosa?»
«Okay, certo», risposi, pensando che in
quel momento avrei detto
di sì a qualunque cosa.
Iniziò a dirigersi nel bosco, ma dovette
accorgersi che io esitavo,
perché mi strinse la mano e mi sorrise.
«Tranquilla, qui non c’è
niente che possa farti del male e, anche
se ci fosse, ti proteggerei io.
Te l’assicuro.»
«Lo so. Scusami.» Deglutii, cercando di
ricacciare giù il piccolo
groppo di paura che mi si era formato in
gola, ed entrammo nel
bosco.
«Ormai sei tornata, Zy. Sei tornata sul
serio. E sei al sicuro.»
«Ma non ricorda l’Aldilà anche a te?»
Avevo parlato talmente
piano che Stark dovette chinarsi per
sentire.
«Sì, ma in un modo positivo.»
«Anche a me, in linea generale. Qui
percepisco delle cose che mi
fanno pensare a Nyx e al suo regno.»
«Io credo abbia a che vedere col fatto
che questo posto è
vecchissimo, e che è stato separato dal
mondo per un sacco di
tempo. Okay, ci siamo. Seoras me ne
aveva parlato, e poco prima
che arrivassi mi è sembrato di averlo
visto. Eccolo.» Restai senza
fiato: davanti a noi, leggermente
spostato sulla destra, c’era un
albero che brillava. Sul serio. Dalle
linee grinzose della spessa
corteccia splendeva una delicata luce
blu, come se la pianta avesse
avuto delle vene luminose.
«Incredibile! Cos’è?»
«Ci sarà senz’altro una spiegazione
scientifica, probabilmente è
una speciale pianta fosforescente o
chissà che, ma preferisco pensare
a una magia, una magia scozzese»,
rispose Stark.
Sorrisi e diedi un piccolo strattone al
suo plaid. «Anche a me piace
di più chiamarla magia. E, per restare in
argomento di cose scozzesi,
sai che mi piaci proprio vestito così?»
Abbassò lo sguardo sul suo kilt. «Già.
Strano come una specie di
grossa gonna di lana riesca a conferire
un’aria tanto virile.»
Ridacchiai. «Mi piacerebbe proprio
sentirti dire a Seoras e agli altri
Guerrieri che indossano ’una specie di
grossa gonna di lana’.»
«Ah, no! Sono appena stato nell’Aldilà e
non ho nessuna fretta di
tornarci!» Poi ci pensò su un attimo e
aggiunse: «Quindi ti piaccio
vestito così, eh?»
Incrociai le braccia e gli girai intorno,
squadrandolo dalla testa ai
piedi. I colori del tartan dei MacUallis
mi ricordavano sempre la
terra e, per quanto strano possa
sembrare, a essere più precisi mi
ricordavano l’Oklahoma: marrone
ruggine del terreno rossiccio
unito alla più delicata tonalità delle
foglie e a un grigio che faceva
pensare alla corteccia degli alberi. Stark
l’indossava alla vecchia
maniera, come gli aveva insegnato
Seoras: metri di stoffa piegati a
mano avvolti intorno al corpo e fermati
con cinture e splendide
spille antiche (anche se non penso che i
Guerrieri le chiamassero
«spille»). Una parte del plaid gli
copriva le spalle, ed era un bene
perché escludendo quelle specie di
cinture di cuoio incrociate sul
petto, portava soltanto una T-shirt senza
maniche.
Si schiarì la voce, nervoso, e fece un
mezzo sorriso che lo fece
sembrare un ragazzino. «Allora, mia
regina? Ho superato
l’ispezione?»
«Oh, sì. E a pieni voti, anche!»
Che buffo, anche se era un Guardiano
grande, grosso e
pericoloso, si sentì sollevato. «Mi fa
piacere. E guarda quant’è utile
tutta questa stoffa.» Mi prese per mano e
mi portò più vicino
all’albero luccicante, quindi si sedette
allargando sul muschio parte
del suo plaid. «Vieni, Zy, siediti.»
«Volentieri», replicai rannicchiandomi
accanto a lui.
Stark mi prese tra le braccia e mi coprì
col plaid, in modo che mi
ritrovassi a fare la parte del prosciutto
in un caldo, accogliente e
amorevole panino di Guerriero e tartan.
Restammo così per quello che sembrò
parecchio tempo, senza
parlare, preferendo sprofondare in un
bellissimo silenzio complice.
Stare abbracciata a Stark mi faceva
sentire bene e al sicuro. E,
quando le sue mani cominciarono a
muoversi, seguendo i miei
tatuaggi prima sul viso e poi sul collo,
anche questo mi fece sentire
bene.
«Sono felice che siamo tornati», disse
piano Stark.
«È stato merito tuo. Per come mi hai
fatto sentire nell’Aldilà»,
mormorai.
Sorrise e mi baciò la fronte. «Vuoi dire
spaventata e fuori di
testa?»
«No. Mi hai fatto sentire di nuovo viva»,
replicai sfiorandogli il
volto.
Le sue labbra si spostarono dalla mia
fronte alla bocca. Mi baciò a
lungo, poi disse: «È bello saperlo,
perché tutta la storia di Heath e
dell’averti quasi persa mi ha fatto capire
una cosa di cui non mi ero
ancora reso conto del tutto. Zoey, io non
posso vivere senza di te.
Magari sarò soltanto il tuo Guardiano e
tu avrai un altro consorte o
persino un compagno, ma chiunque altro
entri a fare parte della tua
vita non cambierà quello che sono per
te. Non m’incazzerò più e
non sarò più egoista e non ti lascerò
mai. Per nessun motivo.
Affronterò la questione degli altri
ragazzi e questo non cambierà
quanto c’è tra noi. Te lo giuro». A quel
punto sospirò e appoggiò la
fronte contro la mia.
«Grazie. Anche se suona un po’ come se
mi stessi cedendo ad altri
ragazzi», gli dissi.
Si tirò indietro, mi guardò aggrottando la
fronte e sbottò: «Zy,
questa è un’emerita stronzata».
«Be’, hai appena detto che ti sta
benissimo se io sto con...»
«No!» Mi scosse leggermente. «Non ho
detto che mi sta benissimo
che tu stia con altri. Ho detto che non
lascerei che questo
distruggesse ciò che abbiamo.»
«E cos’è che abbiamo?»
«Noi. Per sempre.» Gli strinsi le braccia
intorno alle spalle. «Stark,
a me questo basta. Faresti una cosa con
me?»
«Come no, tutto», replicò copiando la
mia risposta e facendo
sorridere entrambi.
«Baciami ancora come prima in modo
che non possa pensare.»
«Senz’altro.» Il bacio di Stark cominciò
lento e dolce, ma non
rimase così a lungo. E, mentre si faceva
più profondo, le sue mani
iniziarono a esplorare il mio corpo.
Quando incontrò l’orlo della
mia maglietta esitò, e in quel breve
istante io presi la mia decisione.
Volevo Stark. Volevo tutto di lui. Mi
staccai quanto bastava per
guardarlo negli occhi. Avevamo
entrambi il fiato corto e lui si chinò
automaticamente verso di me, come se
non sopportasse di non
starmi appiccicato.
«Aspetta.» Gli appoggiai le mani sul
petto.
«Scusami. Non volevo esagerare.»
«No, non è questo. Non stavi
esagerando. È solo che volevo...
be’...» Esitai, cercando di far funzionare
il cervello in quella nebbia di desiderio
che provavo per lui. «Ah, cavolo.
Meglio se te lo faccio
vedere cosa voglio.» Prima di poter fare
la timida o di sentirmi in
imbarazzo, mi alzai.
Stark mi fissava incuriosito ma, quando
mi levai la maglietta e i
jeans, la curiosità sparì e i suoi occhi
sembrarono diventare neri di
passione. Tornai a sdraiarmi nella
sicurezza del suo abbraccio,
gustando la ruvidezza del plaid contro la
pelle nuda e liscia.
«Sei bellissima», disse Stark, seguendo
col dito il tatuaggio che mi
girava intorno ai fianchi. Quel tocco mi
fece tremare. «Hai paura?»
chiese, tirandomi più vicino.
«Non sto tremando di paura. Ma dalla
voglia che ho di te»,
spiegai tra un bacio e l’altro.
«Sei sicura?»
«Più che sicura. Stark, io ti amo.»
«Anch’io ti amo, Zoey.»
Allora Stark mi prese tra le braccia e le
sue mani e le sue labbra
cancellarono il mondo, facendomi
pensare soltanto a lui, desiderare
soltanto lui. Le sue carezze cacciarono
tra le nebbie del passato
l’orribile ricordo di Loren e dello
sbaglio che avevo fatto dandomi a
lui. E, allo stesso tempo, Stark alleviò il
dolore lasciato in me dalla
perdita di Heath. Avrei sempre sentito la
mancanza di Heath ma,
mentre facevo l’amore con Stark, capii
che, dato che lui era umano,
a un certo punto avrei comunque dovuto
dirgli addio.
Stark era il mio futuro, il mio Guerriero,
il mio Guardiano, il mio
amore.
Lui si tolse di dosso il plaid e si sdraiò
nudo accanto a me, quindi
si chinò e mi sfiorò il collo con la
lingua. Poi fu il turno dei denti, un tocco
rapido e interrogativo.
«Sì», dissi, stupita dal tono roco e poco
familiare della mia voce.
Feci anch’io una domanda senza parole,
sfiorandogli la pelle coi
denti.
«Oh, Dea, sì! Fallo, Zoey. Fallo.»
Non riuscii ad aspettare ancora. Gli
graffiai la pelle nello stesso
istante in cui lui mi mordeva
delicatamente il collo, e il sapore caldo
e dolce del suo sangue riempì il mio
corpo dei nostri sentimenti
condivisi. Il legame tra noi era come
fuoco, che bruciava e si
consumava con un’intensità quasi
dolorosa. Quasi insopportabile da
tanto era piacevole. Ci aggrappammo
l’uno all’altra, bocche sulla
pelle, corpo contro corpo. Riuscivo a
sentire soltanto Stark. Udivo
soltanto i nostri cuori che battevano
all’unisono. Non avrei saputo
dire dove finivo io e iniziava lui. Non
avrei saputo dire se il piacere
che provavamo fosse mio o suo. Dopo,
sdraiata tra le sue braccia, le
nostre gambe intrecciate, i corpi ancora
lucidi di sudore, inviai una
preghiera silenziosa alla mia Dea:
Grazie, Nyx, di avermi dato Stark.
Grazie di aver fatto sì che mi ami.
Restammo nel boschetto per ore. In
seguito avrei ricordato quella
sera come una delle più felici della mia
vita. Nel caos del futuro, il
ricordo dell’abbraccio di Stark, la
condivisione di sogni e carezze, e
quell’attimo di appagamento totale e
assoluto sarebbero stati
qualcosa da tenere caro, come la calda
luce di una candela nel buio
della notte.
Molto più tardi, tornammo lentamente al
castello. Tenevamo le
dita intrecciate e le nostre braccia si
sfioravano con grande intimità.
Ero così presa da lui che, quando
attraversammo il ponte, non notai
nemmeno le teste impalate sulle picche.
A dire il vero, non mi ero
accorta più o meno di niente finché la
voce di Afrodite non ruppe
l’incantesimo.
«Ma per favore! Perché non vi mettete
un cartello in fronte e
stampate dei manifesti?»
Ancora sognante, sollevai la testa dalla
spalla di Stark e vidi
Afrodite all’ingresso del castello in una
zona illuminata dalle torce,
che pestava il piede con aria scocciata.
«Mia cara, lasciali in pace. Hanno
pagato a caro prezzo la loro
felicità.» La voce profonda di Dario
provenne dalle ombre accanto a
lei.
Afrodite inarcò un sopracciglio con aria
di scherno. «Non direi che
quello che ha appena dato a Stark fosse
un pezzo di felicità.»
«Guarda, in questo momento le tue
volgarità non mi sfiorano
neanche», replicai.
«Però sfiorano me», intervenne Stark.
«Non dovresti passare il
tempo a strappare le ali ai gabbiani o le
chele ai granchi?»
Afrodite si comportò come se Stark non
avesse aperto bocca e si
rivolse a me. «È vero?»
«Cosa è vero? Che sei una gran
rompiscatole?» replicai.
Stark sbuffò. «Questo è vero senz’altro.»
«Se è vero, allora glielo devi dire. Non
ho intenzione di ascoltare i
suoi piagnistei.» Afrodite mi sventolò
l’iPhone davanti alla faccia.
«Cavolo, ti comporti da pazza totale
persino per i tuoi livelli. Ti
serve una terapia d’urto a base di
shopping? Cosa. È. Vero?»
domandai lentamente, scandendo le
parole come se fosse una
straniera che sta imparando la lingua.
«È vero quello che mi ha appena detto la
regina-di-tutto-quelloche-sta-a-Skye, cioè che tu domani non
parti con noi? Che rimani
qui?»
«Oh. Sì, è vero.» Strusciai il piede,
chiedendomi come mai mi
sentissi in colpa.
«Grandioso. Non c’è altro da dire.
Allora, come dicevo prima,
glielo spieghi tu.»
«A chi?»
«A Jack. Tieni. Scoppierà a piangere a
singhiozzoni e si rovinerà il
trucco, cosa che lo farà piagnucolare
ancora di più. E io non voglio
avere niente a che fare con quel pianto
gay. Proprio niente.»
Afrodite toccò lo schermo del suo
telefono. Che stava suonando
quando me lo passò.
Quando rispose, Jack era dolce ma un
po’ sulla difensiva.
«Afrodite, se stai per dire qualche altra
cattiveria sul Rituale, allora
credo che faresti meglio a tacere. E poi
non ti ascolterei comunque
perché sono impegnato a sfidare la
gravità. Perciò ti saluto.»
«Uh, ciao, Jack», feci.
Riuscii quasi a vedere il lampo del suo
sorriso attraverso il
telefono. «Zoey! Ciao! Oooh, è così
fantastico che tu non sia morta e
nemmeno, cioè, semimorta. Ehi,
Afrodite ti ha spiegato cos’abbiamo
intenzione di fare domani quando torni?
Ohmiadea, sarà fighissimo!»
«No, Jack, Afrodite non me l’ha
spiegato perché...»
«Perfetto, te lo spiego io. Allora, faremo
un Rito di
Festeggiamento speciale per le Figlie e i
Figli Oscuri, perché il fatto
che tu non sia più a pezzi è davvero
favoloso.»
«Jack, io devo...»
«No, no, no, tu non devi fare niente. Ho
già pensato a tutto io.
Ho persino deciso il rinfresco, be’,
naturalmente con l’aiuto di
Damien, ovvio...» Sospirai e attesi che
prendesse fiato.
«Visto, cosa ti avevo detto?» intervenne
sottovoce Afrodite. «Si
metterà a frignare quando farai
scoppiare la sua piccola bolla rosa.»
«... e la parte che preferisco è quando tu
entri nel cerchio e io
inizio a cantare Defying Gravity. Sai,
come ha fatto Kurt di Glee,
solo che io a quella nota alta ci arrivo.
Allora, cosa ne pensi?» Chiusi
gli occhi, presi un bel respiro e dissi:
«Penso che sei davvero un buon
amico».
«Oooh! Grazie!»
«Ma dobbiamo spostare il Rituale.»
«Spostarlo? E perché?» Già aveva
cominciato a tremargli la voce.
«Perché...» esitai. Cacchio. Aveva
ragione Afrodite: probabilmente
si sarebbe davvero messo a piangere.
Stark mi tolse di mano il telefono e mise
in vivavoce. «Ehi, Jack,
ciao», esordì.
«Ciao, Stark!»
«Senti, mi potresti fare un piacere?»
«Ohmiadea! Ma certo!»
«Sai, io sono ancora un po’ fuori fase
per tutta la storia dell’Aldilà.
Afrodite e Dario rientrano domani, ma
Zoey resta qui a Skye con me
finché non mi rimetto in forze. Quindi
potresti far sapere tu agli altri
che non torniamo a Tulsa ancora per un
paio di settimane?»
Trattenni il fiato aspettandomi le
lacrime, invece Jack si comportò
in modo davvero adulto e maturo.
«Assolutamente. Non
preoccuparti di niente. Lo spiego io a
Lenobia e a Damien e agli altri.
E, Zy, tranquilla. Possiamo spostare tutto
senza problemi. Così avrò
anche più tempo per provare la mia
canzone e preparare delle
decorazioni con gli origami a forma di
spade. Pensavo di appenderli
con una lenza da pesca, di quelle
trasparenti, così, sai, sembrerà che
stiano davvero sfidando la gravità.»
Sorrisi e mimai a Stark un grazie.
«Sembra perfetto, Jack. Non
avrò niente di cui preoccuparmi sapendo
che ti occupi tu delle
decorazioni e della musica.»
L’allegra risata di Jack gorgogliò fuori
dell’iPhone. «Sarà un
Rituale splendido! Aspetta e vedrai.
Stark, tu pensa solo a rimetterti.
Oh, Afrodite, non dovresti presumere
che io scoppi a piangere al
primo sospetto di un cambiamento di
piani per una festa.»
Afrodite lanciò un’occhiataccia al
telefono. «Come diavolo facevi
a sapere che era quello che pensavo?»
«Sono gay. Le cose le so.»
«Se lo dici tu. Adesso però di’ ciao,
Jack, o questa telefonata mi
costerà miliardi», saltò su Afrodite
«Ciao, Jack!» ribatté lui mentre Afrodite
prendeva il telefonino a
Stark e interrompeva la comunicazione.
«È andata molto meglio di quanto
pensassi», dissi.
«Già, ‘la ragazza’ l’ha presa bene.
Chissà come la prenderà l’altra,
dato che è peggio di Miss Jack
all’ennesima potenza.»
«Oh, senti, Afrodite, Damien non è un
gay tutto moine, anche se
non c’è niente di male a esserlo.
Comunque vorrei proprio che tu
fossi più carina con loro due.»
«Ma per favore! Non sto parlando dei
tuoi gay. Sto parlando di
Neferet.»
«Neferet! Cos’hai saputo di lei?»
domandai con voce tagliente.
Odiavo persino pronunciare il suo nome.
«Niente, ed è proprio questo che mi
preoccupa. Ma senti, Zy, non
perderci il sonno. Dopotutto, tu resti qui
a Skye, con una vagonata
di ragazzoni grandi e grossi, oltre a
Stark, a proteggerti, mentre il
resto di noi semplici mortali continua
fino alla nausea con l’epica
battaglia del bene contro il male, della
Luce contro la Tenebra, bla
bla bla...» Afrodite si voltò e salì a
grandi passi la scalinata che
portava al castello.
«Afrodite una semplice mortale?
Credevo che il suo livello di
rottura di scatole andasse ben oltre il
‘semplice’», commentò Stark.
«Guarda che ho sentito!» gridò Afrodite
senza girarsi del tutto.
«Oh, Zy, per tua informazione, ho
un’emergenza bagagli, come se di
emergenze non ne avessi già abbastanza,
quindi ti confisco la valigia
che ti sei comprata l’altro giorno. Vado
a preparare le mie cose. A
dopo, villici.» E sbatté il pesante
portone di legno, cosa peraltro
davvero notevole.
«Assolutamente splendida», commentò
Dario con un sorriso pieno
di orgoglio mentre saliva i gradini a due
a due e seguiva la sua
ragazza.
«Riesco a pensare a un sacco di
aggettivi con la S adatti ad
Afrodite, ma splendida non è
nell’elenco», brontolò Stark.
«Mi vengono in mente ’stordita’ e
’sgarbata’», dissi.
«A me invece viene in mente
’stallatico’», riprese Stark.
«Stallatico?»
«Trovo che sia piena di merda, ma
definirla stronza è troppo
facile, quindi un sinonimo di letame che
inizia con la S per il
momento è il meglio cui sia riuscito a
pensare», spiegò.
«Mamma mia!» commentai. Poi lo presi
sottobraccio. «Stai solo
cercando di distrarmi dalla questione
Neferet, vero?»
«E funziona?»
«Mica tanto.»
Il braccio di Stark mi scivolò intorno ai
fianchi. «Allora dovrò
migliorare le mie tattiche di
distrazione.»
Raggiungemmo l’ingresso del castello e
lasciai che Stark mi
divertisse con la sua lista di parole con
la S che si adattavano ad
Afrodite più di «splendida», cercando
di recuperare la sensazione di
gioia soddisfatta che avevo appena
provato. Continuavo a ripetermi
che Neferet era in tutto un altro mondo, e
che gli adulti di quel
mondo potevano tenerla a bada. Mentre
Stark mi apriva il portone,
qualcosa attirò il mio sguardo verso
l’alto e vidi la bandiera che
sventolava orgogliosa sul piccolo regno
di Sgiach. Mi fermai a
studiare la bellezza del possente toro
nero con la sagoma della Dea
dipinta sul corpo e, in quel momento,
dall’acqua che fiancheggiava il
castello si levò un filo di nebbia che
andò ad alterare la scena,
trasformando il toro nero in un bianco
spettrale e nascondendo
completamente l’immagine della Dea.
Mi venne un brivido di paura.
«Cosa c’è?» Stark scattò subito al mio
fianco.
Sbattei le palpebre. La nebbia si
dissolse e la bandiera tornò come
prima.
«Niente. Sono solo un po’ paranoica»,
mi affrettai a replicare.
«Ehi, ci sono io qui. Non devi essere
paranoica; non devi
preoccuparti. Ti so proteggere.»
Stark mi abbracciò stretta, sbarrando la
strada al mondo esterno e
a quello che stava cercando di dirmi lo
stomaco.
CAPITOLO 5
STEVIE RAE
«Non è da te. Lo sai?»
Stevie Rae alzò gli occhi verso
Kramisha. «Sto soltanto seduta qui
a farmi i fatti miei.» S’interruppe per
lasciare che venisse capito bene
l’implicito: a differenza di te. «Com’è
che non sarebbe da me?»
«Tesoro, ti sei scelta l’angolo più buio e
sinistro dell’universo e,
per migliorare la situazione, hai persino
spento le candele. E te ne
stai qui avvilita a rimuginare talmente
forte che quasi posso sentire i
tuoi pensieri.»
«Non puoi sentire i miei pensieri.»
Il tono brusco di Stevie Rae fece
sgranare gli occhi a Kramisha.
«Ovvio che non posso, tesoro, non c’è
bisogno che t’incavoli. Ho
detto quasi. Mica sono Sookie
Stackhouse. E comunque anche se lo
fossi non ti leggerei nel cervello.
Sarebbe da cafoni e mia mamma
non mi ha cresciuta così.»
Kramisha si sedette accanto a Stevie
Rae sulla panchina di legno.
«Tanto per restare in argomento... sono
l’unica a pensare che quel
lupo mannaro sia più figo di Bill ed Eric
messi assieme?»
«Kramisha, non mi rovinare la terza
stagione di True Blood. Non
ho ancora finito di vedere i DVD della
seconda.»
«Be’, ti sto solo avvisando di prepararti
a una strafigaggine a
quattro zampe.»
«Dico sul serio. Non osare raccontarmi
altro!»
«Okay, okay, ma un giorno dobbiamo
assolutamente riparlare di
tutta la storia lupo-mostro-ragazzofigaccione.»
«Ascolta, questa panca è di legno,
quindi è parte della terra. Il che
significa che posso trovare il sistema di
farti un mazzo tanto se mi
rovini True Blood.»
«Tesoro, vuoi rilassarti per favore?
Quella questione l’ho già
archiviata. C’è un’altra cosa di cui
dobbiamo discutere prima di
andare ad annoiarci alla riunione del
Consiglio.»
«È uno dei nostri compiti. Io sono una
Somma Sacerdotessa. Tu
sei un Poeta Laureato. Noi dobbiamo
andare alle riunioni del
Consiglio.» Stevie Rae sbuffò.
«Cavolaccio schifoso, non vedo l’ora
che torni Zoey.»
«Già, già, questo lo capisco. Invece non
capisco cosa ti ha
incasinato il cervello al punto da non
sembrare nemmeno più tu.»
«Be’, il mio ragazzo ha perso quella sua
testaccia di cavolo ed è
sparito dalla faccia della terra. La mia
migliore amica è quasi morta
nell’Aldilà. I novizi rossi – gli altri –
sono ancora là fuori a fare dio solo sa
cosa, che tradotto sono quasi certa
significhi mangiare le
persone. E, tanto per non farsi mancare
niente, si presume che io sia
una Somma Sacerdotessa, anche se non
sono nemmeno sicura di
sapere cosa voglia dire. Secondo me ce
n’è abbastanza da incasinare
il cervello di chiunque.»
«Sì, certo, ma non è abbastanza da
ispirarmi in continuazione
quelle strane poesie che sono tutte sullo
stesso argomento da
mettere i brividi. Riguardano te e delle
bestie, tesoro, e voglio sapere
perché.»
«Kramisha, non so di cosa stai
parlando.»
Stevie Rae fece per alzarsi, ma
Kramisha frugò nella sua immensa
borsetta ed estrasse un foglietto viola
con sopra scritto qualcosa nella
sua inconfondibile calligrafia.
Con un altro sospirone, Stevie Rae si
risedette e allungò una
mano.
«D’accordo. Fammi vedere.»
«Le ho scritte tutt’e due su questo foglio.
La vecchia e la nuova.
Qualcosa mi dice che ti potrebbe servire
una rinfrescatina alla
memoria.»
Stevie Rae non commentò. Spostò lo
sguardo sulla prima poesia e
la lesse con attenzione. Non che le
servisse una rinfrescata alla
memoria: ogni verso le era rimasto
impresso a fuoco nella mente.
La Rossa entra nella Luce,
pronta alla sua parte
nell’apocalittica battaglia.
La Tenebra si cela sotto forme diverse,
guarda oltre aspetto, colore, menzogne
e tempeste emozionali.
Alléati con lui; paga col tuo cuore,
anche se fiducia non si può dare
senza aver prima diviso la Tenebra.
Guarda con l’anima e non con gli occhi,
perché per danzare con le bestie
devi penetrare oltre il loro
travestimento.
Stevie Rae s’impose di non piangere, ma
si sentiva il cuore ferito e
lacerato. La poesia diceva la verità.
Aveva visto Rephaim con
l’anima, non con gli occhi. Aveva diviso
la Tenebra, fidandosi di lui
e accettandolo e, per essersi alleata con
una bestia, aveva pagato col
suo cuore. Stava ancora pagando col suo
cuore.
Riluttante, Stevie Rae guardò la seconda
poesia, quella nuova.
Ricordando a se stessa di non reagire, di
non lasciare che il suo viso
facesse trapelare qualcosa, iniziò a
leggere.
Le bestie possono essere belle,
i sogni diventare desideri,
e la realtà cambiare grazie alla ragione.
Fidati della tua verità
uomo... mostro... mistero... magia...
Ascolta col cuore, guarda senza
disprezzo.
L’amore non perderà.
Fidati della sua verità,
la sua promessa è prova assoluta,
la verifica è il tempo.
La fiducia libera se c’è il coraggio di
cambiare.
Stevie Rae si sentiva la bocca asciutta.
«Mi spiace, non ti posso
aiutare. Non so di cosa parlino questi
versi.» Tentò di restituire il
foglietto a Kramisha, ma la poetessa
teneva le mani incrociate sul
petto.
«Stevie Rae, come bugiarda non vali una
cicca.»
«Non mi sembra un’ideona dare della
bugiarda alla tua Somma
Sacerdotessa», ribatté Stevie Rae con
un’ombra di cattiveria Kramisha
scosse la testa.
«Cosa ti sta succedendo? Qualsiasi cosa
sia ti sta lacerando dentro.
Fossi in te, mi racconterei tutto.
Cercherei un aiuto per capire come
stanno le cose.»
«Quello che non riesco a capire è ’sta
roba delle poesie! Sono
metafore e simbolismi e predizioni
strane e confuse.»
«Che grandissima balla! Siamo sempre
riusciti a interpretarle, le
mie poesie. Zoey ce l’ha fatta. Tu e io ce
l’abbiamo fatta, almeno
quanto bastava a comunicare con Zy
nell’Aldilà. Ed è servito. L’ha
detto Stark che è servito.» Kramisha
indicò la prima poesia. «Una
parte di questa si è realizzata. Hai
incontrato le bestie. Quei due tori.
Da quel momento sei diventata un’altra.
Adesso ti porto una nuova
poesia sulle bestie. Lo so che riguardano
tutte te. E so pure che c’è
qualcosa che non vuoi dirmi in
proposito.»
«Senti, Kramisha, fatti i fatti tuoi, okay?
Ho chiuso con ’sta menata
delle bestie!» Stevie Rae si alzò, lasciò
il suo angoletto buio e andò
dritta a sbattere contro Dragone
Lankford.
«Ehi, piano, di che si tratta? Ho sentito
bene? Parlavi di bestie?»
domandò il professore mentre la
sorreggeva.
«Proprio così.» Kramisha indicò la
pagina del blocchetto viola che
aveva in mano Stevie Rae. «Ho scritto
due poesie, una il giorno in
cui Stevie Rae si era andata a
impegolare con quei due tori, e la
seconda poco fa. Lei però non pensa che
siano importanti.»
«Non ho detto che non sono importanti.
È solo che voglio badare
ai fatti miei da sola, senza sentirmi
pressare da tutti i ficcanaso
dell’intero universo.»
«Mi consideri un ficcanaso?» domandò
Dragone.
Stevie Rae si costrinse a incrociare lo
sguardo del maestro di
scherma. «No, no di certo.»
«E sei d’accordo con me che le poesie
di Kramisha sono
importanti.»
«Be’... sì.»
«Allora non puoi ignorarle e basta.»
Dragone posò la mano sulla
spalla di Stevie Rae. «So cosa significa
voler tenere privata la propria
vita, ma ora sei una Somma
Sacerdotessa, ci sono cose più
importanti della privacy.»
«Questo lo so, ma posso occuparmi
della situazione da sola.»
«Così come ti sei ’occupata’ dei tori?»
commentò Kramisha. «Se ne
sono andati, giusto? Allora vuol dire che
me ne sono occupata
benissimo.»
«Mi ricordo come stavi dopo lo scontro
col toro. Eri gravemente
ferita. Se tu avessi compreso la poesia
di Kramisha, probabilmente il
prezzo che avresti pagato non sarebbe
stato così alto. E poi c’è il
fatto che è comparso un Raven Mocker,
che potrebbe addirittura
essere quel mostro di Rephaim. Lui è
ancora là fuori ed è un pericolo
per tutti noi. Perciò, giovane
sacerdotessa, devi capire che un
avvertimento diretto a te non può essere
mantenuto privato in
quanto coinvolge la vita di altri.»
Stevie Rae fissò Dragone negli occhi,
cercando di decifrare la sua
espressione: era di sospetto e rabbia o
rifletteva soltanto il dolore
che l’avvolgeva dalla morte della
moglie?
Mentre lei esitava, Dragone riprese:
«Una bestia ha ucciso
Anastasia. Non possiamo permettere che
altri innocenti siano toccati
da queste creature di Tenebra, se
riusciamo a evitarlo. Stevie Rae, lo
sai che sto dicendo la verità».
«Io... io, sì, lo so», balbettò, cercando di
riordinare i pensieri.
Rephaim ha ucciso Anastasia la sera in
cui Dario gli ha sparato.
Nessuno potrà mai dimenticarselo... io
non lo dimenticherò mai,
soprattutto adesso che le cose sono
cambiate. Non lo vedo da
settimane. Il nostro Imprinting esiste
ancora, lo sento, eppure non
ho ricevuto nessuna sensazione da lui.
E fu proprio quel vuoto, quella
mancanza di emozioni a far
decidere Stevie Rae. «Okay, ha ragione.
Ho bisogno di aiuto con
questa storia.» Porse le poesie al
professore. Forse è così che deve
andare. Se Dragone scoprirà il mio
segreto, sarà tutto distrutto,
Rephaim, il nostro Imprinting e il mio
cuore... Ma almeno sarà
finita.
Mentre leggeva la nuova poesia,
l’espressione di Dragone si fece
sempre più cupa. Quando infine il
vampiro alzò lo sguardo dal
foglietto, non c’erano dubbi su quanto
fosse preoccupato.
«Il secondo toro che hai evocato, quello
nero che ha fatto sparire
il cattivo... che tipo di legame avevi con
lui?»
«Non so se si possa definirlo un legame,
ma ho pensato che fosse
molto bello. Era nero, però in lui non
c’era traccia di Tenebra. Era
incredibile... bello come il cielo di
notte, bello come la terra.»
«La terra... Se il toro ti ricorda il tuo
elemento, forse vuol dire che
hai una sorta di legame con lui.»
«Ma noi sappiamo che è buono. Non c’è
dubbio su questo. La
poesia non può parlare di lui»,
intervenne Kramisha.
«E allora?» Stevie Rae non riusciva a
nascondere l’irritazione.
Kramisha sembrava un dannatissimo
cane: non voleva proprio
mollare l’osso.
«Allora le poesie, e soprattutto l’ultima,
parlano di fidarsi della
verità. Che lui è buono e che ti puoi
fidare lo sappiamo già, quindi
perché dovrebbe servirti una poesia per
spiegartelo?»
«Kramisha, ho già cercato di dirtelo
prima: non ne ho la minima
idea.»
«Tesoro, io penso solo che non parlino
del toro nero», insistette la
poetessa.
«E di cos’altro potrebbero parlare? Io
di altre bestie non ne
conosco», disse in fretta Stevie Rae,
come se la velocità potesse far
sparire la bugia.
«Hai detto che Dallas ha un’insolita
nuova affinità, e che
sembrava impazzito. È così?» chiese
Dragone.
«Più o meno», replicò Stevie Rae.
«Il riferimento alla bestia potrebbe
riguardare simbolicamente
Dallas. La poesia potrebbe voler dire
che devi fidarti dell’umanità
che ancora c’è in lui», continuò
Dragone.
«Ah, non lo so... L’ultima volta che l’ho
visto era incasinato e
fuori di testa. Insomma, diceva delle
cose stranissime sul Raven
Mocker che aveva visto», replicò Stevie
Rae.
«La Riunione del Consiglio sta per
iniziare!» li avvisò Lenobia.
Mentre si dirigevano verso la Camera
del Consiglio, Dragone
sollevò il foglietto. «Vi spiace se lo
tengo io? Solo il tempo di copiare le
poesie e poi ve lo rendo. Vorrei poterle
studiare meglio.»
«A me sta bene», rispose Stevie Rae.
«Be’, Dragone, sono felice che ci sia
anche il suo cervello a
lavorarci sopra», fece Kramisha.
«Pure io», aggiunse Stevie Rae,
cercando di fare in modo di
sembrare sincera.
Dragone si fermò un attimo. «Lo
mostrerò soltanto a quei vampiri
che penso ci possano aiutare a scoprire
il significato di queste parole.
Capisco benissimo il tuo desiderio di
privacy.»
«Domani ne parlerò con Zoey», disse
Stevie Rae.
Dragone aggrottò la fronte. «Sono
convinto che tu debba
condividere con lei la poesia, ma
purtroppo domani non rientrerà
alla Casa della Notte.»
«Come? Perché no?»
«Pare che Stark non sia in condizioni di
poter viaggiare, perciò
Sgiach ha dato loro il permesso di
rimanere a Skye finché lo
desiderano.»
«Gliel’ha detto Zoey?» Stevie Rae non
riusciva a credere che la sua
migliore amica avesse chiamato
Dragone e non lei. Cos’aveva in
testa Zy?
«No, lei e Stark hanno parlato con
Jack.»
«Oh, il Rituale di Festeggiamento.»
Stevie Rae annuì. Zy non le
aveva tenuto nascosto niente: Jack era
così gasato per il Rituale da
autoproclamarsi addetto alla musica, al
cibo e alle decorazioni,
quindi era più che probabile che le
avesse telefonato con una serie di
domande fondamentali tipo: Qual è il tuo
colore preferito? oppure
Doritos o patatine Ruffles?
«Il ragazzino è ossessionato. Scommetto
che ha perso la testa
quando ha scoperto che domani Zoey
non torna a casa.»
«A dire il vero sta sfruttando il tempo in
più per provare la
canzone. E per preparare le
decorazioni», spiegò Dragone.
«Che la Dea ci aiuti», commentò
Kramisha. «Se solo prova ad
appendere arcobaleni e unicorni e a
farci indossare boa di struzzo –
di nuovo –, stavolta mi sente!»
«Origami a forma di spada», disse
Dragone.
«Mi scusi?» Stevie Rae era certa di
avere capito male.
Dragone ridacchiò. «Jack è venuto in
palestra a prendere in
prestito una claymore per avere un
campione da copiare. In onore
di Stark, ha intenzione di appendere
origami a forma di spada a una
lenza da pesca. Dice che saranno perfetti
con la canzone.»
«Già, perché sfideranno la gravità!»
Stevie Rae non riuscì a non
sogghignare. Le piaceva proprio Jack.
Quel ragazzo era troppo
carino per descriverlo a parole.
«Spero almeno che non le faccia con la
carta rosa. Non sarebbe
adatto per niente.»
Erano arrivati alla Camera del
Consiglio e, prima di entrare nella
stanza già piena, Stevie Rae udì Dragone
dire: «Non rosa. Viola. L’ho
visto con una montagna di carta di quel
colore».
Stevie Rae stava ancora sorridendo
quando Lenobia dichiarò
aperta la riunione. Nei giorni successivi,
avrebbe ricordato quel
sorriso, desiderando di potersi
aggrappare all’immagine di Jack che
realizzava spade di carta viola cantando
Defying Gravity, sempre
pronto a vedere il lato bello della vita,
sempre dolce, sempre felice
e, cosa più importante, sempre al sicuro.
CAPITOLO 6
JACK
«Duc, bella ragazza, cosa c’è? Perché
sei così schizzata oggi?» Jack
tolse la pila di carta da origami viola da
sotto il sedere della labrador bionda e la
spostò fuori della sua portata, sullo
sgabello di legno che
usava come tavolino.
La cagnolona sbuffò, scodinzolò e si
avvicinò ancora di più al
ragazzo.
Lui sospirò e la guardò con tanto affetto
ma anche un po’
esasperato. «Non devi starmi sempre
attaccata. Va tutto bene. Sto
soltanto preparando le decorazioni.»
«Oggi è particolarmente appiccicosa»,
commentò Damien
sedendosi a gambe incrociate sull’erba.
Jack smise di dedicarsi alla spada di
carta che aveva appena
realizzato e accarezzò la testa morbida
di Duchessa. «Secondo te
riesce a percepire che S-T-A-R-K non si
sente al cento per cento?
Pensi che sappia che domani non
tornerà?»
«Be’, forse. È molto intelligente. Ma a
mio parere è più
preoccupata di vederti salire là sopra
che del fatto che Stark sia
stanco e in ritardo sui tempi.»
Jack agitò le dita in direzione della
scala da due metri e mezzo
pronta poco lontano. «Ah, ma non c’è
niente di cui tu e Duc
dobbiate preoccuparvi. Quella scala è
sicurissima. Ha persino un
fermo che la tiene aperta.»
«Non lo so. È così alta...» Damien
lanciò un’occhiata circospetta
agli ultimi pioli.
«Ma no, non è così terribile. E poi non
devo salire fino in cima.
Questo povero albero ha i rami che
vanno verso il basso. Sì,
insomma, da quando lui è saltato fuori
da sotto le radici.» Jack
pronunciò l’ultima frase in un sussurro
degno di un attore sul palco.
Damien si schiarì la voce e diede alla
grande quercia sotto cui
erano seduti la stessa occhiata
circospetta che aveva riservato alla
scala. «Okay, non ti arrabbiare, ma devo
proprio parlarti della tua
idea di scegliere questo posto per il
Rituale di Festeggiamento di
Zoey.»
Jack sollevò una mano col palmo rivolto
all’esterno, nel segnale
universale di stop. «Lo so già che
qualcuno avrà dei problemi con
questa location, ma ho deciso che i pro
battono i contro.» Damien
gli prese la mano e la tenne tra le sue.
«Tesoro, tu hai sempre le migliori
intenzioni. Ma penso che
stavolta dovresti prendere in
considerazione la possibilità di essere
l’unico a trovare qualcosa di positivo in
questo posto. La
professoressa Nolan e Loren Blake sono
stati uccisi qui. Kalona si è
liberato spaccando questo albero. A me
non sembra tanto adatto a
dei festeggiamenti.»
Jack coprì la mano libera di Damien con
la propria. «È un luogo
di potere, giusto?»
«Esatto.»
«E il potere non è né negativo né
positivo. Assume queste
caratteristiche solo quando delle forze
esterne prendono il
sopravvento e l’influenzano. Giusto?»
Damien esitò, rifletté e poi, un po’
riluttante, annuì. «Sì,
immagino che sia di nuovo esatto.»
«Be’, io sento che il potere che c’è in
questo luogo, in quest’albero
spezzato e nella zona vicino al confine
est del parco, è stato usato
male. Ha bisogno di un’occasione per
tornare a essere uno
strumento della Luce e del bene. Devo
farlo. Qualcosa dentro di me
mi dice che devo essere qui, a preparare
il Rituale per il ritorno di
Zoey, anche se lei e Stark arriveranno
con un po’ di ritardo.»
Damien sospirò. «Sai che non ti
chiederei mai d’ignorare le tue
sensazioni.»
«Allora mi sosterrai? Anche se dicono
tutti che il tuo ragazzo è
matto da legare?»
Damien gli sorrise. «Non dicono che sei
matto da legare. Dicono
che il tuo impegno nel decorare e
organizzare ha offuscato il tuo
metro di giudizio.»
Jack ridacchiò. «Scommetto che non
hanno detto impegno e
neanche offuscato.»
«I loro termini erano sinonimi, ma di
livello inferiore.»
«Ecco il mio Damien: il mago delle
parole!»
«Ed ecco il mio Jack: il genio
dell’ottimismo.» Damien lo baciò
delicatamente sulle labbra. «Fai quello
che devi fare. So che Zoey
l’apprezzerà molto quando tornerà a
casa.» S’interruppe, fece un
sorriso triste e aggiunse: «Tesoro, lo sai
vero che Zoey potrebbe stare
via ancora per un bel po’? So cosa ti ha
detto Stark e con Zy non ho
ancora parlato, ma Afrodite dice che non
è più la stessa. Che in
realtà non rimane a Skye per Stark. Ci
rimane perché vuole stare
lontana dal mondo».
«Scusami, Damien, ma proprio non
riesco a crederci», ribatté
deciso Jack.
«Nemmeno io, ma il fatto è che Zoey non
rientra con Afrodite e
Dario e non ha nemmeno detto quando
avrebbe intenzione di
tornare. E c’è anche tutta la faccenda di
Heath. Sai bene quanto me
che, quando Zoey tornerà a Tulsa, dovrà
affrontare il fatto che
Heath non c’è, che non ci sarà più.»
«Che cosa orribile, vero?» Ai due
ragazzi bastò uno sguardo per
comprendersi. «Dev’essere tremendo
perdere qualcuno che si ama
così tanto. Deve aver cambiato Zoey.»
«Di sicuro, però, lei è sempre la nostra
Zy. Ho la sensazione che
tornerà a casa prima di quanto credi»,
disse Jack.
Damien sospirò. «Speriamo che tu abbia
ragione.»
«Ehi, devi ammettere che ho ragione un
sacco di volte. E avrò
ragione anche su Zoey che torna presto.
So che andrà così.»
«Okay, d’accordo, ti credo. Soprattutto
perché adoro questo tuo
atteggiamento positivo.»
Jack gli sorrise e gli diede un rapido
bacio. «Grazie!»
«E, in ogni caso, che Zy torni tra una
settimana o tra un mese,
continuo a non essere convinto al cento
per cento che sia una buona
idea appendere delle spade di carta
all’esterno non sapendo quando
serviranno. E se domani piove?»
«Oh, ma non ho intenzione di appenderle
tutte, sciocco! Sto
soltanto facendo una prova per essere
certo che le piegature siano
perfette.»
«È per questo che ti sei portato la
claymore? Sembra così affilata e,
be’, pericolosa appoggiata al tavolino in
quel modo. La punta non
dovrebbe essere rivolta verso il basso?»
L’elsa della spada era posta
sul terreno e la lama era rivolta verso
l’alto, illuminata dalla luce
guizzante delle lampade a olio che di
sera illuminavano la scuola.
«Be’, Dragone mi ha dato istruzioni
molto precise. E ho ascoltato
quasi tutto, anche se continuavo a
distrarmi vedendo la sua aria
triste. Sai, non mi sembra che si stia
riprendendo.» Jack pronunciò
l’ultima parte della frase sottovoce,
quasi non volesse farsi sentire da
Duchessa.
Damien sospirò e intrecciò le dita a
quelle di Jack. «Non sembra
neanche a me.»
«Già, lui mi spiegava di non infilare la
punta della spada nel
terreno perché se no va via il filo o
qualcosa di simile, e io riuscivo a
pensare soltanto a quanto fossero
profonde le sue occhiaie.»
«Tesoro, non credo che riesca a dormire
molto», commentò triste
Damien.
«Forse non avrei dovuto disturbarlo
chiedendo in prestito una
spada, ma volevo usare una cosa vera e
non solo una foto per creare
i miei origami.»
«Non credo che tu l’abbia disturbato. La
morte di Anastasia è una
cosa che deve elaborare col tempo. Mi
dispiace dirlo, ma noi non
possiamo fare niente per cambiare la
situazione. E in ogni caso hai
avuto un’ottima idea. Il tuo origami è
molto realistico.»
Jack si agitò compiaciuto. «Oooh! Lo
pensi sul serio?»
Damien gli mise un braccio intorno alle
spalle e lo strinse a sé.
«Assolutamente. Hai un vero dono per le
decorazioni.»
Jack si rannicchiò contro di lui. «Grazie.
Sei il miglior fidanzato
dell’universo.»
Damien rise. «Non è difficile stando con
te. Ehi, ti serve aiuto per
piegare le spade?»
A quel punto fu Jack a ridere. «No,
grazie. Sei negato persino a
fare pacchetti, quindi posso immaginare
che l’origami non sia uno
dei tuoi molti talenti. Però mi puoi
aiutare con qualcos’altro.»
Jack guardò Duchessa con intenzione,
quindi si avvicinò a Damien
per mormorargli all’orecchio: «Potresti
portare Duc a fare una
passeggiata. Non mi si stacca di dosso e
continua a incasinarmi i fogli
di carta».
«Okay, nessun problema. Stavo per fare
una corsetta. Sai com’è il
detto: un gay cicciottello non è né felice
né bello. Duc può fare
qualche giro assieme a me. Dopo di che
sarà troppo stanca per starti
addosso.»
«È una gran figata che tu faccia
jogging.»
«Lo dici adesso, aspetta di vedermi
tornare tutto rosso e sudato»,
replicò Damien alzandosi e prendendo il
guinzaglio di Duchessa
nell’erba.
«Però ci sono delle volte in cui mi piaci
rosso e sudato», ribatté
Jack con un sorriso.
«Allora forse dopo non mi faccio la
doccia», disse Damien.
«Allora forse è proprio una buona
idea», convenne Jack.
«O forse potresti fare la doccia con
me.»
Il sorriso di Jack diventò ancora più
grande. «Ah, questa sì che è
proprio una buona idea.»
«Sfacciato», fece Damien prima di
baciarlo.
«Linguista», replicò Jack.
Duchessa s’intromise scodinzolando tra
i due, sbuffando e dando
leccatine a entrambi.
«Ma sì, bella ragazza! Anche noi ti
vogliamo bene!» disse Jack.
«Dai, vieni con me. Andiamo a correre
un po’, per tenerci belli e
in forma per Jack.» Damien tirò il
guinzaglio del grosso cane, che lo
seguì con evidente esitazione.
«Va tutto bene, Duc. Ti riporta qui
presto», disse Jack.
«Sì, bionda, torniamo subito da Jack.»
«Ehi, vi voglio bene, ragazzi!» gridò
Jack mentre si allontanavano.
Damien si voltò, sollevò una zampa di
Duchessa e la mosse in
segno di saluto, quindi strillò: «Anche
noi!» Dopo di che
corricchiarono via, con Duchessa che
abbaiava eccitata mentre
Damien fingeva d’inseguirla.
«Loro sono il meglio in assoluto»,
commentò Jack sottovoce e si
rimise al lavoro sull’ultima spada, la
quinta. Una per ciascun
elemento. Ora le appendo, così faccio
una prova.
Mentre tagliava la lenza da pesca, Jack
continuava a guardare in
su, cercando il punto giusto dove
appendere le decorazioni. Non ci
mise molto. Il massiccio tronco della
quercia era stato spezzato in
due e piegato tanto che i grossi rami
sfioravano quasi il terreno.
Prima che Kalona uscisse dalla terra,
non sarebbe stato possibile
raggiungere i rami più bassi senza una
scala di almeno sei metri,
invece adesso quella di due e mezzo era
più che sufficiente.
«Là. Ecco dove dovrebbe stare la
prima.» Proprio sopra al punto
in cui Jack aveva sistemato il tavolino
da lavoro si allungava un
grande ramo che faceva pensare a un
braccio. «È perfetto.» Trascinò
la scala più vicino e sollevò la spada di
carta tenendola per la lenza
che aveva fissato all’elsa. «Oh, ooops!
Me ne stavo dimenticando.
Mi devo esercitare!» esclamò,
fermandosi a sfiorare i tasti del suo
iPhone dock portatile.
Something has changed within me
Something is not the same
I’m through with playing by the rules
Of someone else’s game...
La voce di Rachel iniziò la canzone,
limpida e forte. Jack aspettò
con un piede sul piolo più basso della
scala e, quando fu il turno di
Kurt, cantò anche lui, seguendo il tono
tenorile nota dopo nota.
Too late for second-guessing
Too late to go back to sleep...
Jack salì sulla scala cantando con Kurt,
fingendo di salire i gradini
del Radio City Music Hall, dove il cast
di Glee aveva fatto tappa nel
tour musicale della primavera
precedente.
Arrivò all’ultimo piolo, si fermò, e
iniziò il primo ritornello con
Rachel e Kurt mentre si allungava per
far passare il filo da pesca tra i
rami spogli della quercia.
It’s time to trust my instincts
Close my eyes: and leap!
Stava canticchiando l’ultima parte di
Rachel, in attesa che
riprendesse Kurt, quando un movimento
alla base dell’albero
spezzato attirò la sua attenzione. Jack
rimase senza fiato: era sicuro
di aver visto l’immagine di una donna
bellissima. All’inizio si trattava
solo di una sagoma scura e indistinta ma,
mentre Kurt cantava di un
amore che aveva capito di avere perso,
la figura era diventata più
chiara, grande e definita.
«Nyx?» mormorò intimidito Jack.
Quasi si fosse sollevato un velo,
all’improvviso la donna fu
completamente visibile. Sollevò la testa
e sorrise a Jack, splendida e
malvagia allo stesso tempo.
«Sì, piccolo Jack, puoi chiamarmi Nyx.»
«Neferet! Che ci fa qui?» La domanda
gli uscì di bocca prima che
potesse riflettere.
«A dire il vero, in questo momento sono
qui perché ci sei tu.»
«I-io?»
«Sì. Vedi, ho bisogno del tuo aiuto. So
quanto ti piace aiutare gli
altri ed è per questo che sono venuta da
te, Jack. Faresti una cosa
per me? Ti posso assicurare che ne
varrà la pena.»
«Ne varrà la pena? Cosa intende?»
domandò Jack.
«Intendo dire che, se fai una cosuccia
per me, io poi farò una
cosuccia per te. Sono stata lontana dai
novizi della Casa della Notte
per troppo tempo. È possibile che abbia
perso contatto con ciò che
fa loro battere il cuore e tu potresti
aiutarmi, guidarmi. In cambio ti
darei un premio. Pensa ai tuoi sogni, a
quello che vorresti fare nella
lunga vita che ti aspetta dopo la
Trasformazione. Io potrei fare in
modo che quei sogni diventino realtà.»
Jack sorrise e allargò le braccia. «Ma i
miei desideri si sono già
realizzati. Sono qui, in questo bel posto,
con tanti amici che sono
diventati la mia famiglia. Cosa si
potrebbe volere di più?»
L’espressione di Neferet s’indurì, e la
sua voce si fece pietra. «Cosa
potresti volere di più? Che ne diresti del
controllo assoluto su
‘questo bel posto’? La bellezza non
dura. Amicizia e famiglia si
deteriorano. L’unica cosa che dura in
eterno è il potere.»
«No, è l’amore che dura in eterno»,
replicò Jack dal profondo del
cuore.
Neferet rise di gusto. «Non essere così
infantile. Io ti sto offrendo
molto più dell’amore.»
Jack guardò Neferet con attenzione.
Probabilmente, in fondo al
cuore lo aveva sempre saputo, ma solo
ora riuscì a comprenderlo in
modo razionale: lei aveva accolto in sé
il male, nel modo più totale
e assoluto. Ormai in lei non c’è più
niente della Luce o di me. La
voce nella mente di Jack era dolce e
amorevole, e gli diede il
coraggio di ricacciare giù il groppo che
gli si era formato in gola e
guardare Neferet dritto in quei gelidi
occhi di smeraldo. «Non vorrei
sembrarle maleducato, Neferet, ma
quello che lei mi offre non
m’interessa. Non la posso aiutare. Lei e
io, be’, non stiamo dalla
stessa parte.» Detto questo, iniziò a
scendere dalla scala.
«Resta dove sei!»
Jack non riusciva a spiegarsi come fosse
possibile, eppure Neferet
aveva preso il controllo del suo corpo:
all’improvviso, lui si sentiva
come se fosse stato circondato da
un’invisibile gabbia di ghiaccio che
gli impediva di muoversi.
«Impudente che non sei altro! Pensi
davvero di potermi sfidare?»
Kiss me goodbye
I’m defying gravity...
«Sì», replicò Jack mentre intorno a lui la
voce di Kurt lo incitava a
sfidare la gravità. «Perché io sto dalla
parte di Nyx, non dalla sua.
Perciò, Neferet, mi lasci andare e basta,
tanto io non l’aiuterò.»
«È qui che ti sbagli, mio giovane
innocente che non sono riuscita a
corrompere. Hai appena dimostrato di
potermi aiutare moltissimo.»
Neferet sollevò le mani. «Come ho
promesso, eccolo qui.»
Jack non capiva a chi si stesse
rivolgendo Neferet, ma le sue
parole gli fecero venire la pelle d’oca.
Impotente, la vide allontanarsi
dall’ombra dell’albero e scivolare via
da lui per raggiungere il
sentiero che l’avrebbe condotta
all’edificio principale della Casa della
Notte.
Con uno strano distacco, il ragazzo si
accorse che i movimenti di
lei erano più da rettile che da umano.
Per un istante, credette che se
ne stesse davvero andando, credette di
essere salvo.
Ma, quando la vampira raggiunse il
vialetto, si voltò a guardarlo,
scosse la testa e rise piano. «Me l’hai
reso anche troppo facile,
ragazzino, col tuo onorevole rifiuto della
mia offerta.» Poi fece un
gesto in direzione della spada, come se
stesse lanciando qualcosa, e
Jack fu certo di aver scorto un’ombra
scura avvolgersi intorno
all’elsa. La spada girò e girò e girò, fino
a che la punta non fu rivolta verso di lui.
«Ecco il tuo sacrificio. Lui è quello che
non ho potuto corrompere.
Prendilo, e il mio debito col tuo padrone
sarà pagato, ma aspetta
fino a che l’orologio non batterà dodici
colpi. Trattienilo fino ad
allora.» Detto ciò, Neferet entrò
nell’edificio.
La mezzanotte sembrava non arrivare
mai e, per non pensare alle
invisibili catene di ghiaccio che lo
trattenevano, Jack si rifugiò nella
musica, felice che il suo iPhone
continuasse a suonare Defying
Gravity. Gli era di conforto ascoltare
Kurt e Rachel che gli
insegnavano come superare la paura.
Quando l’orologio cominciò a scandire i
colpi, Jack ormai sapeva
cosa sarebbe successo. Sapeva di non
poterlo impedire, che il suo
destino non poteva essere cambiato. Al
posto di un inutile tentativo
di combattere, di rimpianti dell’ultimo
minuto, di lacrime prive di
senso, Jack chiuse gli occhi, prese un
profondo respiro e, con gioia, si
unì a Rachel e a Kurt nel ritornello:
I’d sooner buy
Defying gravity
Kiss me goodbye
I’m defying gravity
I think I’ll try
Defying gravity
And you won’t bring me down!
La melodiosa voce di Jack risuonava tra
i rami della quercia
spezzata, quando la magia di Neferet
scagliò il ragazzo giù dalla
scala. Cadde sulla claymore ma,
nell’istante in cui la lama gli
trafiggeva il collo, prima che il dolore e
la morte e la Tenebra
potessero sfiorarlo, il suo spirito
esplose fuori del corpo.
Jack aprì gli occhi e scoprì di essere in
un prato meraviglioso, ai
piedi di un albero che pareva la copia
esatta di quello spezzato da
Kalona, solo che questo era intatto e
verde, e aveva accanto una
donna che indossava delle scintillanti
vesti d’argento. Era così
stupenda che Jack avrebbe potuto
rimanere a fissarla per sempre.
La riconobbe subito. L’avrebbe
riconosciuta sempre.
«Salve, Nyx», esordì.
La Dea sorrise. «Salve, Jack.»
«Sono morto, giusto?» Il sorriso di Nyx
non si affievolì.
«Sì, mio splendido figlio, amorevole e
incorruttibile.»
Jack esitò, poi disse: «Non sembra tanto
male, questa storia
dell’essere morti».
«Scoprirai che non lo è.»
«Mi mancherà Damien.»
«Starai di nuovo con lui. Alcune anime
si ritrovano e per le vostre
sarà così. Hai la mia parola.»
«Mi sono comportato come dovevo,
prima?»
«Sei stato perfetto, figlio mio.» Poi Nyx,
Dea della Notte, spalancò
le braccia e strinse Jack a sé. Al contatto
con lei, le ultime tracce di
sofferenza mortale, di tristezza e di
senso di perdita si dissolsero
dallo spirito del novizio, lasciandoci
amore, sempre e soltanto
amore. E allora Jack conobbe la gioia
assoluta.
CAPITOLO 7
REPHAIM
L’istante prima che suo padre
comparisse, la consistenza dell’aria
cambiò.
Lui aveva capito subito che Kalona era
tornato dall’Aldilà,
nell’attimo stesso in cui era accaduto.
Come avrebbe potuto non
accorgersene? Si trovava assieme a
Stevie Rae, quando lei aveva
avvertito che Zoey era di nuovo
completa, proprio come lui aveva
percepito il ritorno del padre.
Stevie Rae... erano passati meno di
quindici giorni dall’ultima
volta in cui era stato con lei, dall’ultima
volta in cui le aveva parlato, l’aveva
sfiorata, ma sembrava fosse trascorsa
un’eternità.
Anche se Rephaim fosse vissuto un altro
secolo, non avrebbe
potuto dimenticare quanto era successo
tra loro. Era lui il ragazzo
umano che avevano guardato insieme
nella fontana. La cosa non
aveva molto senso a livello razionale,
ma ciò non la rendeva meno
reale: Rephaim aveva toccato Stevie
Rae e immaginato, per un
brevissimo istante, come avrebbe potuto
essere.
Avrebbe potuto amarla.
Avrebbe potuto proteggerla.
Avrebbe potuto scegliere la Luce invece
della Tenebra.
Ma ciò che avrebbe potuto essere non
era la realtà, non si
sarebbe mai realizzato.
Lui era nato da odio e lussuria, dolore e
Tenebra. Era un mostro.
Non umano. Non immortale. Non bestia.
Mostro.
I mostri non sognano. I mostri non
desiderano altro che sangue e
distruzione. I mostri non conoscono
amore o felicità: non possono,
perché non sono stati creati per quello
scopo.
Ma allora com’era possibile che
sentisse la mancanza della Rossa?
Perché, da quanto Stevie Rae se n’era
andata, provava quel
terribile vuoto nell’anima? Perché senza
di lei non si sentiva del tutto
vivo?
E perché desiderava tanto essere
migliore, più forte, più saggio e
buono, realmente buono per lei?
Che fosse impazzito?
Rephaim camminava avanti e indietro
sulla balconata del
Gilcrease Museum. Era passata
mezzanotte e il parco era tranquillo
ma, una volta terminate le grandi pulizie
dopo la tempesta di
ghiaccio, durante il giorno quel posto si
faceva sempre più affollato.
Dovrò cercare un altro nascondiglio, più
sicuro. Farei bene ad
andarmene da Tulsa e a crearmi una
roccaforte in una zona
disabitata di questo immenso Paese.
Sapeva che era quella la cosa
più saggia da fare, la cosa più logica,
tuttavia c’era qualcosa che lo
obbligava a restare.
Rephaim cercava di convincersi che la
ragione fosse molto
semplice: presto suo padre sarebbe
tornato a Tulsa, e quindi doveva
aspettarlo, perché gli desse uno scopo e
una guida. Ma, nel più
profondo del cuore, sapeva che la verità
era un’altra: non voleva
andarsene perché lì c’era Stevie Rae e,
anche se non poteva
permettersi di contattarla, lei era
comunque vicina, raggiungibile, se
solo avesse osato farlo.
Poi, mentre lui era ancora immerso in
quel calderone di sensi di
colpa e recriminazioni, l’aria intorno si
fece pesante, densa di un
potere immortale che Rephaim
conosceva fin troppo bene.
All’improvviso si sentì strattonare da
una forza invisibile, come se
l’energia che aleggiava nella notte gli si
fosse attaccata addosso e lo
stesse usando per issarsi sulla terrazza.
Rephaim si preparò, fisicamente e
mentalmente, accettando quel
legame, senza preoccuparsi che fosse
doloroso e spossante e che lo
riempisse di una soffocante ondata di
claustrofobia.
Sopra di lui, il cielo si scurì e il vento
crebbe d’intensità.
Il Raven Mocker rimase fermo al suo
posto.
Quando il magnifico immortale alato,
suo padre, Kalona,
Guerriero deposto di Nyx, piombò giù
dai cieli e atterrò davanti a
lui, Rephaim cadde automaticamente in
ginocchio, in un devoto
inchino.
«Mi ha stupito apprendere che eri
rimasto qui. Perché non mi hai
seguito in Italia?» esordì Kalona senza
dare al figlio il permesso di
rialzarsi.
Rephaim rispose, a testa china: «Ero
ferito a morte. Mi sono
appena ripreso. Ho pensato fosse più
saggio aspettarti qui».
«Ferito? Ah, sì, ricordo. Un colpo di
pistola. Ti puoi alzare,
Rephaim.»
«Grazie, padre.» Non appena ebbe
modo di guardare Kalona, il
Raven Mocker trasalì. Per fortuna che il
suo volto non tradiva
facilmente le emozioni! Sembrava che il
padre fosse stato malato: la
sua pelle color bronzo aveva una
sfumatura giallastra. Intorno ai
suoi inusuali occhi ambra si notavano
cerchi scuri. Pareva addirittura
smagrito. «Padre, stai bene?»
«Ma certo che sto bene; sono
immortale!» replicò brusco. Poi
sospirò e, con un gesto stanco, si passò
una mano sul viso. «Lei mi ha
trattenuto sottoterra. Già ero ferito, ed
essere bloccato in
quell’elemento ha reso impossibile la
mia guarigione e poi, quando
sono stato liberato, è stato comunque un
processo lento.»
«Quindi Neferet ti ha imprigionato»,
concluse Rephaim in tono
piatto.
«Sì, ma non le sarebbe stato tanto facile
se Zoey Redbird non
avesse aggredito il mio spirito»,
commentò amareggiato.
«Tuttavia la novizia è viva», disse
Rephaim.
«Sì, è viva!» tuonò Kalona. Ma, rapida
com’era scoppiata, la
rabbia si esaurì, lasciandolo ancora più
stanco. L’immortale sospirò,
fissò la notte e, in un tono più tranquillo,
ripeté: «Sì, Zoey è ancora
viva, anche se credo che l’esperienza
nell’Aldilà l’abbia cambiata per
sempre. Succede a chiunque trascorra
del tempo nel regno di Nyx».
«Dunque Nyx ti ha consentito di entrare
nell’Aldilà?» Per quanto
ci avesse provato, Rephaim non era
riuscito a trattenersi dal
chiederlo.
Si preparò alla sfuriata di suo padre,
invece Kalona rispose con
voce incredibilmente bassa, quasi
gentile. «Sì. E l’ho anche vista. Per
un breve attimo. È merito della Dea se
quel maledetto Stark ancora
respira e cammina sulla terra.»
«Stark ha seguito Zoey nell’Aldilà ed è
ancora vivo?»
«È vivo, anche se non dovrebbe.»
Mentre parlava, Kalona si
massaggiò distrattamente il petto,
appena sopra il cuore. «Sospetto
che quei tori impiccioni abbiano a che
vedere col fatto che sia
sopravvissuto.»
«Il toro nero e il toro bianco? Luce e
Tenebra?» Rephaim sentì in
fondo alla gola il sapore amaro della
paura al ricordo del manto
lucido e spaventoso del toro bianco,
l’infinita malvagità nei suoi
occhi e il dolore insopportabile che gli
aveva procurato.
«Cosa c’è? Perché hai
quell’espressione?» domandò Kalona
con
sguardo indagatore.
«Si sono manifestati qui a Tulsa poco
più di una settimana fa.»
«Cosa li ha portati qui?» Rephaim esitò,
col cuore che gli batteva
dolorosamente nel petto. Cosa poteva
ammettere? Cosa poteva
dire?
«Rephaim, parla!»
«È stata la Rossa, la giovane Somma
Sacerdotessa. Ha invocato i
tori. È stato quello bianco a dare le
conoscenze necessarie a Stark per
raggiungere l’Aldilà.»
«Come fai a saperlo?» La voce di
Kalona era di morte.
«Sono stato testimone di parte
dell’invocazione. Ero ferito in
modo così grave che non pensavo di
potermi riprendere, credevo
addirittura che non avrei mai più volato.
Quando si è manifestato, il
toro bianco mi ha dato forza e mi ha
attirato nel suo cerchio. È stato
lì che ho osservato la Rossa ottenere le
informazioni.»
«Eri guarito, ma non hai catturato la
Rossa? Non l’hai fermata
prima che tornasse alla Casa della Notte
e aiutasse Stark?»
«Non ho potuto. Si è manifestato anche
il toro nero e la Luce ha
scacciato la Tenebra, proteggendo la
Rossa. Da allora, sono rimasto
qui a recuperare le forze e, quando ho
percepito che eri tornato in
questo regno, ti ho aspettato», rispose
sincero, sostenendo lo
sguardo del padre.
Kalona annuì lentamente. «È un bene che
tu mi abbia atteso. C’è
ancora molto da fare a Tulsa. Presto
questa Casa della Notte
apparterrà alla Tsi Sgili.»
«È tornata anche Neferet? Il Consiglio
Supremo non l’ha
trattenuta?»
Kalona rise. «Il Consiglio Supremo è
formato da sciocche ingenue.
La Tsi Sgili ha dato la colpa a me degli
ultimi eventi e mi ha punito
frustandomi pubblicamente, per poi
bandirmi dal suo fianco. Il
Consiglio si è placato.»
Sconvolto, Rephaim scosse la testa.
Kalona aveva parlato con
tono leggero, quasi divertito, ma non
riusciva a nascondere quanto
fosse ancora debole e ferito. «Padre,
non capisco. Ti ha frustato? Hai
consentito a Neferet di...»
Con una rapidità incredibile, Kalona
strinse una mano intorno al
collo del figlio e lo sollevò da terra
come se non pesasse più di una
singola penna nera.
«Non commettere l’errore di credere
che, siccome sono stato
ferito, io sia anche diventato debole.» I
suoi occhi d’ambra
splendevano di una luce rabbiosa.
«Non lo farò. Padre, non intendevo
mancarti di rispetto.» La voce
di Rephaim era poco più di un sibilo
strozzato.
Non appena Kalona lo lasciò andare, lui
gli crollò ai piedi,
stravolto.
L’immortale spalancò le braccia, come
se volesse sfidare i cieli.
«Mi tiene ancora prigioniero!» gridò.
Quelle parole si fecero strada nella
confusione che Rephaim aveva
in testa e lui, che si stava ancora
massaggiando la gola, alzò lo
sguardo verso Kalona: il viso
dell’immortale era sconvolto dalla
sofferenza, e i suoi occhi erano spiritati.
Con lentezza, Rephaim si
alzò e gli si avvicinò, cauto. «Cos’ha
fatto?»
Kalona riabbassò le braccia lungo i
fianchi, ma lo sguardo rimase
rivolto al cielo. «Le ho giurato che avrei
eliminato Zoey Redbird. La
novizia è ancora viva. Ho infranto il
giuramento.»
A Rephaim si gelò il sangue nelle vene.
«E questo prevedeva una
punizione.» Non aveva formulato la
frase in tono interrogativo, ma
Kalona annuì. «È così.»
«Dunque cosa devi a Neferet?»
«Finché rimango immortale, lei avrà il
controllo assoluto del mio
spirito.»
«Per tutti gli dei e le dee, allora siamo
perduti entrambi!» esclamò
Rephaim.
La rabbia negli occhi di Kalona fu
sostituita da un bagliore
d’intesa. «Neferet è immortale da meno
di un respiro di questo
mondo. Io lo sono da tempo
incalcolabile. Se ho imparato una
lezione nel corso dei secoli è che non
esiste niente che non possa
essere spezzato. Niente. Né il cuore più
forte né l’anima più pura... e
neppure il giuramento più costrittivo.»
«Sai come spezzare il vincolo che le
permette di comandarti?»
«No, ma so che, se le offrirò ciò che più
desidera, sarà distratta, e
quindi io avrò più possibilità di
scoprirlo.» Rephaim si azzardò a
replicare: «Padre, quando s’infrange un
giuramento ci sono sempre
delle conseguenze. Non correrai il
rischio di sollevare altri
problemi?»
«Non riesco a immaginare una
conseguenza che non sarei felice di
subire per liberarmi del controllo di
Neferet.»
La rabbia gelida e letale nella voce di
Kalona seccò la gola a
Rephaim: quando suo padre era così
furioso, lui non aveva altra
scelta se non dirsi d’accordo, aiutarlo a
ottenere qualunque cosa
volesse e restare al suo fianco in
silenzio e senza obiettare. Ormai ci
era abituato.
Ciò cui Rephaim non era abituato era
provare risentimento per
quel modo di agire.
Cercò di scrollarsi via di dosso quella
sensazione e disse ciò che
suo padre si aspettava: «Cosa desidera
Neferet e come facciamo a
ottenerlo?»
L’espressione di Kalona si rilassò un
po’. «La Tsi Sgili desidera
soprattutto soggiogare gli umani. E noi
le offriremo questa
possibilità, aiutandola a iniziare una
guerra tra vampiri e umani, una
guerra che lei userà come scusa per
distruggere il Consiglio Supremo.
Sparito quello, la società dei vampiri
sarà nel caos e Neferet,
sfruttando il suo nuovo titolo di Nyx
incarnata, ne avrà il comando.»
«Ma i vampiri ormai sono troppo
razionali, troppo civili per
combattere contro gli umani. Io penso
che si ritirerebbero lontano
dalla società piuttosto di scatenare una
guerra.»
«Questo è vero per la maggior parte di
loro, ma dimentichi la
nuova razza assetata di sangue creata
dalla Tsi Sgili. Quelli non
sembrano avere i medesimi scrupoli.»
«I novizi rossi», fece Rephaim.
«Ah, ma non sono solo novizi. Ho
saputo che si è Trasformato un
altro ragazzo. E poi c’è la nuova Somma
Sacerdotessa, la Rossa. Non
sono sicuro che sia votata alla Luce
quanto la sua amica Zoey.»
Rephaim si sentì come se fosse stato
colpito da un pugno in pieno
stomaco. «La Rossa ha evocato il toro
nero, la manifestazione della
Luce. Non credo possa venire
allontanata dalla via della Dea.»
«Però hai detto che ha evocato anche il
toro della Tenebra.»
«È vero ma, da quanto ho potuto vedere,
non si è appellata alla
Tenebra in modo intenzionale.»
Kalona rise. «Neferet mi ha detto che
Stevie Rae era molto diversa
quand’era appena risorta. La Rossa
godeva della Tenebra!»
«Poi però si è Trasformata, come Stark.
Adesso sono entrambi
devoti a Nyx.»
«No, Stark è devoto a Zoey Redbird. E
non credo che la Rossa
abbia stretto un legame simile.»
Rephaim face bene attenzione a
restare zitto.
«Più ci penso, più l’idea mi piace. Se la
Rossa passasse dalla nostra
parte, Neferet aumenterebbe il suo
potere e Zoey perderebbe
qualcuno che le è molto vicino. Sì, mi
soddisfa. Molto.»
Rephaim stava cercando di controllare il
misto di panico, ansia e
caos che aveva invaso la sua mente, per
riuscire a formulare una
risposta che distogliesse Kalona da
Stevie Rae, quando l’aria intorno
a loro s’increspò e mutò. Comparvero
ombre nelle ombre che per
un momento si agitarono estatiche. Lo
sguardo interrogativo del
Raven Mocker si spostò dalla Tenebra
in agguato negli angoli della
terrazza a suo padre.
Kalona annuì e sorrise torvo. «La Tsi
Sgili ha pagato il suo debito:
ha sacrificato la vita di un innocente che
non poteva essere
corrotto.»
Rephaim sentiva il sangue pulsargli
nelle vene e, per un istante,
provò una paura violenta e incredibile
per Stevie Rae. Poi capì: No,
Neferet non può avere sacrificato Stevie
Rae perché lei una volta è
stata corrotta dalla Tenebra. Per ora, per
questo pericolo, lei è salva.
Era così sollevato di saperla al sicuro
che si azzardò a domandare:
«Chi ha ucciso Neferet?»
«E che differenza potrà mai fare per te
chi ha sacrificato la Tsi
Sgili?» Il Raven Mocker cercò di
rimediare a quell’errore di
distrazione. «Sono solo curioso.»
«Percepisco un cambiamento in te, figlio
mio.»
Rephaim incrociò con fermezza lo
sguardo del padre. «Sono quasi
morto. È stata un’esperienza che mi ha
dato da pensare. Devi
ricordarti che divido con te solamente
una parte della tua
immortalità.»
Kalona annuì. «A volte dimentico che la
tua umanità
t’indebolisce.»
«Mortalità, non umanità. Io non sono
umano», replicò amaro.
Kalona lo studiò. «Come sei riuscito a
sopravvivere alle ferite?»
Rephaim distolse lo sguardo e rispose il
più sinceramente
possibile. «Non sono del tutto certo di
come o perché sia
sopravvissuto. Gran parte di quei
momenti rimangono come sfocati
per me.» Non capirò mai perché Stevie
Rae mi abbia salvato.
«Il come non è importante. Il perché è
ovvio: sei sopravvissuto
per servirmi, come hai fatto per tutta la
vita.»
«Sì, padre», replicò Rephaim in modo
automatico. Poi, per
nascondere la disperazione che persino
lui era riuscito a cogliere
nella propria voce, aggiunse: «E,
proprio perché il mio unico scopo è
servirti, devo dirti che tu e io non
possiamo rimanere qui».
Kalona inarcò un sopracciglio. «Cosa
stai dicendo?»
«Questo luogo... Sono presenti troppi
umani da quando il
ghiaccio è scomparso. Non è sicuro
restare qui. Forse sarebbe più
saggio se tu e io lasciassimo Tulsa per
un po’.»
«Ma noi non possiamo lasciare Tulsa! Ti
ho già spiegato che devo
distrarre la Tsi Sgili in modo da potermi
liberare delle catene che mi
legano a lei. E questo potrà essere fatto
meglio qui, usando la Rossa
e i suoi novizi. Però hai ragione, questo
luogo non è adatto a noi.»
«Allora non è meglio lasciare la città
finché non avremo trovato
una sistemazione migliore?»
«Perché continui a insistere quando ti ho
chiarito che dobbiamo
rimanere?»
Rephaim prese fiato e replicò soltanto:
«Mi sono stancato della
città».
«E allora attingi alle riserve di forza che
hai in te come retaggio
del mio sangue!» ordinò Kalona,
chiaramente seccato. «Resteremo a
Tulsa per il tempo che servirà a
raggiungere l’obiettivo che mi sono
posto. Ha già pensato Neferet a dove
dovrei stare. Lei richiede che
le sia vicino, ma sa pure che nessuno
deve vedermi, almeno per il
momento, perciò ha acquistato un
edificio apposta per noi, e stasera
ci trasferiremo lì. Presto inizieremo a
dare la caccia ai novizi rossi e
alla loro Somma Sacerdotessa.» Lo
sguardo di Kalona si spostò sulle
ali del figlio. «Sei di nuovo in grado di
volare?»
«Sì, padre.»
«Allora basta con le chiacchiere insulse.
Lanciamoci nel cielo e
cominciamo la salita verso il nostro
futuro e la nostra libertà.»
L’immortale spalancò le ali immense e
volò via dal tetto della
grande villa deserta.
Rephaim esitava, tentando di pensare, di
respirare, di capire come
avrebbe dovuto agire. Da un angolo
della terrazza, sbucò il piccolo
spirito biondo che non gli aveva dato
pace dal momento in cui era
giunto lì, mezzo morto e sanguinante.
«Non puoi lasciare che tuo padre le
faccia del male. Questo lo sai,
vero?»
«Per l’ultima volta, spettro: vattene»,
replicò Rephaim allargando
le ali e preparandosi a seguire Kalona.
«Tu devi aiutare Stevie Rae.»
«E perché dovrei? Io sono un mostro...
lei non può essere niente
per me.»
La bambina sorrise. «Troppo tardi, lei
significa già qualcosa per te.
E poi c’è un altro motivo per cui devi
aiutarla.»
«E quale sarebbe?» domandò in tono
stanco Rephaim.
«È ovvio: tu non sei del tutto mostro.
Una parte di te è umana e
questo significa che un giorno morirai.
E, quando succederà, porterai
per sempre con te soltanto una cosa.»
«Che sarebbe?»
Il sorriso di lei era radioso. «L’amore,
sciocco! L’unica cosa che
puoi portare con te è l’amore. Quindi,
vedi, devi salvarla, altrimenti
lo rimpiangerai per sempre.»
Rephaim fissò la ragazzina. «Grazie»,
disse sottovoce un attimo
prima di lanciarsi nel buio.
CAPITOLO 8
STEVIE RAE
«Io penso che dovreste dare a Zoey un
po’ di tregua. Dopo quello
che ha passato, le serve di sicuro una
vacanza», disse Stevie Rae.
«Sempre ammesso che non ci sia sotto
dell’altro», replicò Erik.
«E questo cosa vorrebbe dire?»
«Corre voce che non abbia intenzione di
tornare. Per niente.»
«È una cavolata immane.»
«Le hai parlato?» chiese Erik.
«No, e tu?» ribatté Stevie Rae.
«No.»
«In verità, Erik solleva una questione
importante», intervenne
Lenobia. «Nessuno ha parlato con Zoey.
Jack ha detto che non
sarebbe rientrata, mentre Afrodite e
Dario, con cui ho parlato ieri,
saranno di nuovo qui molto presto. Zoey
non chiama e non
risponde al telefono.»
«Zoey è stanca. Stark non si è ancora
ripreso del tutto. Non è
questo che ha riferito Jack?»
«Sì, ma la verità è che, da quando è
tornata dall’Aldilà, nessuno
l’ha sentita direttamente», rispose
Dragone Lankford.
«Okay, parliamoci chiaro: perché è un
problema per voi? Vi
comportate come se Zy fosse un
ragazzino cattivo che bigia scuola e
non una Somma Sacerdotessa
strapotente.»
«Be’, da un lato siamo preoccupati
proprio per questo: il potere
conferisce non poche responsabilità, tu
questo lo sai benissimo. È poi
c’è la questione di Neferet e Kalona»,
disse Lenobia.
«Qui devo intervenire», s’intromise
Pentasilea. «Come avrete visto
dall’ultimo messaggio del Consiglio
Supremo, non si parla più di
Neferet e Kalona. Dopo che lo spirito
del suo Consorte è rientrato
nel corpo, Neferet ha rotto con lui, l’ha
fatto frustare pubblicamente
e l’ha bandito dal proprio fianco e dalla
società dei vampiri per un
secolo. Neferet l’ha punito per aver
ucciso il ragazzo umano, crimine
di cui anche il Consiglio Supremo ha
ritenuto responsabile soltanto
Kalona.»
«Sì, questo lo sappiamo, ma...» iniziò
Lenobia.
«Di cosa state parlando?» l’interruppe
Stevie Rae con la sensazione
che stesse per scoppiarle la testa.
«Si direbbe che noi non siamo nella loro
mailing list», commentò
Kramisha, che sembrava scioccata
almeno quanto Stevie Rae.
Mentre l’orologio all’esterno iniziava a
battere la mezzanotte,
Neferet fece il suo ingresso dalla porta
segreta della Camera del
Consiglio di Tulsa, di solito riservata
alla Somma Sacerdotessa.
«Noto di essere tornata appena in tempo.
Qualcuno vorrebbe per
favore spiegarmi come mai abbiamo
cominciato a consentire ai
novizi di presenziare alle riunioni del
nostro Consiglio?» domandò
con voce simile a una frusta, piena di
sicurezza e autocontrollo.
Stevie Rae ricacciò indietro la paura e,
quandò finalmente si sentì
pronta a parlare, rispose in tono fermo e
deciso: «Kramisha non è
solo una novizia. È un Poeta Laureato e
una Profetessa. Se a questo
aggiunge il fatto che è stata invitata da
me, Somma Sacerdotessa dei
vampiri rossi, vedrà che ha tutto il
diritto di partecipare alla
riunione. E come mai lei non è in galera
per l’omicidio di Heath?»
La risata di Neferet era crudele.
«Galera? Che impudenza! Io sono
una Somma Sacerdotessa, e per giunta
mi sono guadagnata il titolo e
non l’ho ottenuto solo per mancanza di
alternative.»
«Tuttavia non hai ancora risposto
riguardo al tuo coinvolgimento
nell’uccisione dell’umano», ribatté
Dragone. «E nemmeno io ho
ricevuto comunicazioni dal Consiglio
Supremo dei Vampiri. Mi
piacerebbe proprio che mi spiegassi
come mai sei qui e perché non
sei stata ritenuta responsabile del
comportamento del tuo Consorte.»
Stevie Rae si aspettava che Neferet
esplodesse di fronte
all’interrogatorio di Dragone, invece la
sua espressione si addolcì e i
suoi occhi verdi si riempirono di
compassione. «Suppongo che il
Consiglio Supremo abbia aspettato a
scriverti perché consapevole del
fatto che sei ancora in lutto per la
perdita della tua compagna.»
Il volto di Dragone impallidì, ma i suoi
occhi azzurri si fecero più
duri. «Io non ho perso Anastasia. Mi è
stata portata via. Uccisa da un
mostro creato dal tuo Consorte che agiva
ai suoi ordini.»
«Capisco che il dolore possa influire
sulla tua valutazione dei fatti,
ma devi sapere che Rephaim e gli altri
Raven Mocker non avevano
l’ordine di fare del male a qualcuno. Al
contrario, era stato
comandato loro di proteggere i vampiri
e i novizi della Casa della
Notte e, quando Zoey e i suoi amici
hanno dato fuoco alle scuderie
e rubato i nostri cavalli, loro l’hanno
visto come un’aggressione.
Hanno agito per il bene della scuola.»
Stevie Rae e Lenobia si scambiarono
una rapida occhiata: nessuna
delle due voleva far conoscere a Neferet
i dettagli della fuga di
Zoey, perciò la vampira rossa tenne la
bocca chiusa, evitando di
svelare il ruolo avuto da Lenobia nella
«fuga» di Zoey.
«Hanno ucciso la mia compagna», ripeté
Dragone, attirando su di
sé l’attenzione di tutti.
«E questo mi rattristerà in eterno.
Anastasia era una mia buona
amica», disse Neferet.
«È stata lei a dare la caccia a Zoey, a
Dario e al resto del gruppo.
Lei ci ha minacciati. Lei ha ordinato a
Stark di tirare una freccia
contro Zoey. Come giustifica tutto
questo?» domandò Stevie Rae.
Il bel viso di Neferet parve raggrinzirsi
e lei si appoggiò al tavolo,
singhiozzando sommessamente. «Lo so...
lo so. Sono stata debole.
Mi sono lasciata ammaliare
dall’immortale alato. Lui ha detto che
Zoey doveva essere eliminata e, dato
che ero convinta che fosse
Erebo incarnato, io gli ho creduto.»
«Che montagna di stronzate!» saltò su
Stevie Rae.
Lo sguardo di smeraldo di Neferet la
trapassò. «Non ti è mai
importato di qualcuno che poi si è
rivelato un mostro?»
Stevie Rae si sentì sbiancare. «Nella
mia vita, alla fine i mostri si
sono sempre rivelati per quello che
sono.»
«Giovane Sacerdotessa, non hai risposto
alla mia domanda.»
Stevie Rae sollevò il mento. «No, non
mi è mai importato di
qualcuno senza sapere fin dall’inizio chi
fosse. E, se si sta riferendo a Dallas,
sapevo che poteva avere dei problemi,
ma non mi sarei mai
aspettata che andasse fuori di testa e
passasse dalla parte della
Tenebra.» Il sorriso di Neferet era
viscido. «Sì, ho saputo di Dallas.
Che cosa triste, davvero triste...»
«Neferet, io devo ancora capire la
decisione del Consiglio
Supremo. In quanto Signore delle Spade
e capo dei Figli di Erebo di
questa Casa della Notte, ho il diritto di
venire informato su
qualunque cosa possa compromettere la
sicurezza della nostra
scuola, che sia in lutto o meno», riprese
Dragone, pallido ma
determinato.
«Hai assolutamente ragione, Signore
delle Spade. In realtà è molto
semplice: quando l’anima
dell’immortale è tornata al suo corpo,
lui
mi ha confessato di avere ucciso il
ragazzo umano perché pensava
che il suo odio per me rappresentasse un
pericolo.» Neferet scosse la
testa. «Chissà come, il povero ragazzo si
era convinto che la morte
della professoressa Nolan e di Loren
Blake fosse colpa mia.
Giustiziando Heath, Kalona pensava di
proteggermi. È stato lontano
da questo mondo troppo a lungo e non
riusciva davvero a capire
che quell’umano non poteva certo
costituire una minaccia per me.
Quando l’ha ucciso, ha semplicemente
agito da Guerriero, disposto a
tutto pur di proteggere la sua Somma
Sacerdotessa, ed è per questo
che il Consiglio Supremo e io siamo
stati così indulgenti nello
stabilire la sua punizione. Come alcuni
di voi già sanno, Kalona ha
ricevuto cento frustate e poi è stato
bandito dalla società vampira e
dal mio fianco per un intero secolo.»
Seguì un lungo momento di silenzio, poi
Pentasilea disse:
«Sembrerebbe che questo tremendo
disastro sia stato frutto di una
serie di tragici equivoci, ma non c’è
dubbio che abbiamo pagato tutti
più che a sufficienza per quanto è
accaduto nel passato. Ciò che
importa ora è che la scuola ricominci e
che noi andiamo avanti con
la nostra vita».
«M’inchino alla tua saggezza e alla tua
esperienza, Pentasilea»,
replicò Neferet piegando la testa in
segno di rispetto. Poi si voltò ad
affrontare Dragone. «Questo è stato
davvero un periodo difficile per
molti di noi, ma sei stato tu, Signore
delle Spade, a pagare il prezzo
più alto. Perciò è a te che mi devo
rivolgere per chiedere
l’assoluzione dai miei errori, personali
e professionali. Ti sarebbe
possibile guidare la Casa della Notte in
una nuova era, creando una
fenice dalle ceneri della nostra infinita
tristezza?»
Stevie Rae avrebbe voluto urlare a
Dragone che Neferet li stava
soltanto prendendo in giro, che quanto
accaduto alla Casa della
Notte non era stato un tragico errore. Ma
non ebbe il cuore di farlo,
perché in quel momento Dragone chinò
la testa, sconfitto. «Vorrei
che tutti noi andassimo avanti con la
nostra vita, perché altrimenti
temo che non sopravviverò alla perdita
della mia compagna.»
Lenobia parve sul punto d’intervenire
ma, quando Dragone iniziò
a singhiozzare, rimase in silenzio e gli si
avvicinò per confortarlo.
Questo significa che tocca a me oppormi
a Neferet, pensò Stevie
Rae. Un’occhiata a Kramisha, che
fissava Neferet con un’aria da che-
cazzo-stai-dicendo, la indusse a
correggersi: Okay, questo significa
che tocca a me e a Kramisha opporci a
Neferet. Raddrizzò le spalle e
si preparò al confronto epico che era
certa ci sarebbe stato non
appena avesse chiamato col loro nome
le stronzate della Somma
Sacerdotessa.
In quel momento, uno strano rumore
provenne dalla finestra
aperta. Era un suono orribile, triste, che
fece venire la pelle d’oca a
Stevie Rae.
«Cos’è stato?» chiese, la testa rivolta
all’esterno, come tutti gli
altri.
«Non ho mai sentito niente di simile...
mette i brividi», commentò
Kramisha.
«È un animale. E sta soffrendo.»
Dragone riacquistò subito il
controllo di sé, cambiò espressione e
tornò a essere un Guerriero,
non un marito col cuore a pezzi. Si alzò
e raggiunse la finestra.
«Un gatto?» chiese Pentasilea con aria
angosciata.
«Da qui non riesco a vedere. Viene dal
lato est del parco», replicò
Dragone lasciando la finestra per
puntare deciso verso la porta.
«Oh, Dea! Credo di avere riconosciuto
quel suono. È l’ululato di
un cane, e l’unico nel campus è
Duchessa, la labrador di Stark. Che
gli sia successo qualcosa?» Tragica e
spezzata, la voce di Neferet
richiamò l’attenzione di tutti, mentre lei
si portava alla gola la mano
sottile, atterrita al pensiero che potesse
essere accaduto qualcosa a
Stark.
Stevie Rae avrebbe voluto prenderla a
schiaffi: Neferet si sarebbe
meritata un accidenti di Oscar per la
migliore stronza protagonista.
Adesso basta! Non avrebbe lasciato che
la passasse liscia con tutte
quelle balle.
Ma Stevie Rae non ebbe la possibilità di
affrontare Neferet.
Nell’attimo in cui Dragone aprì la porta
che dava in corridoio,
furono travolti dalle grida dei novizi,
che correvano piangendo
verso la Camera del Consiglio. E, al di
sopra di quella cacofonia di
rumori, al di sopra persino del terribile
ululato di Duchessa, si
cominciò a distinguere distintamente un
pianto diverso da tutti gli
altri, il pianto disperato di chi deve far
fronte a una perdita
tremenda.
Un pianto che Stevie Rae riconobbe
all’istante. «Oh, no. È
Damien», disse precipitandosi in
corridoio e, non appena uscì nel
parco, andò a sbattere contro Drew
Partain con tanta forza che
caddero entrambi. «Ma per la
miseriaccia, Drew! Levati dai...»
«Jack è morto!» gridò Drew, aiutandola
ad alzarsi. «Là, vicino
all’albero spezzato accanto alla
recinzione. È orribile, davvero
orribile. Corri, Damien ha bisogno di
te!»
Quando capì appieno il significato di
quelle parole, Stevie Rae fu
assalita da una violenta ondata di
nausea, ma poi fu scossa da
un’orda di vampiri e di novizi che la
trascinò via insieme con Drew.
Arrivata alla quercia, la vampira ebbe
un tremendo senso di déjà
vu. Il sangue. C’era così tanto sangue in
giro! Proprio come la sera in
cui, in quello stesso punto, la freccia di
Stark le si era conficcata nel petto.
Solo che stavolta non si trattava di lei.
Stavolta si trattava del
caro, dolcissimo Jack, che era morto per
davvero, quindi era
diecimila volte più terribile. Per un
secondo, la scena sembrò non
avere senso, perché nessuno si muoveva,
nessuno parlava. Non
c’erano suoni, a parte l’ululato di
Duchessa e i singhiozzi sconnessi di
Damien. Jack giaceva a faccia in giù
sull’erba zuppa di sangue, con la
punta di una spada che gli spuntava dalla
nuca. La lama l’aveva
attraversato con tale impeto da
staccargli quasi la testa dal collo.
«Oh, Dea! Cos’è successo qui?» Fu
Neferet a scongelare tutti i
presenti. Corse da Jack e gli posò
delicatamente una mano sul corpo
insanguinato. «Il novizio è morto»,
sentenziò.
Nel sentire la voce della Somma
Sacerdotessa, Damien impallidì e
alzò lo sguardo su Stevie Rae. I suoi
occhi erano pieni di sofferenza e
di orrore e forse, solo forse, anche di
una traccia di follia.
In quel momento, la vampira rossa capì
che doveva intervenire:
Damien non era in condizione di
affrontare Neferet da solo. «Credo
che dovrebbe lasciarlo in pace», disse
frapponendosi tra Neferet e
Jack.
«Io sono la Somma Sacerdotessa di
questa Casa della Notte.
Spetta a me affrontare questa tragedia.
Per il bene di Damien, devi
farti da parte e lasciare che siano gli
adulti a sistemare le cose»,
ribatté Neferet.
Il suo ragionamento non faceva una
piega eppure, nel profondo
di quegli occhi di smeraldo, Stevie Rae
vide agitarsi un’ombra che le
fece accapponare la pelle.
Tuttavia non sapeva proprio cosa fare:
si sentiva addosso gli occhi
di tutti, che come lei avevano trovato
più che sensato il discorso di
Neferet. In fondo, Stevie Rae era Somma
Sacerdotessa da troppo
poco tempo per sapere come affrontare
un evento terribile come
quello... Cavolaccio, in realtà era
Somma Sacerdotessa soltanto
perché nessun’altra novizia rossa si era
ancora Trasformata. E quindi
che diritto aveva d’intervenire come
«Somma Sacerdotessa» di
Damien?
Neferet approfittò del silenzio della
vampira rossa e si accovacciò
accanto a Damien, prendendogli la mano
e obbligandolo a
guardarla. «Damien, so che sei
sconvolto, ma devi riprendere il
controllo di te stesso e spiegarci com’è
andata.»
Damien sbatté le palpebre, confuso,
tuttavia, non appena mise a
fuoco l’immagine di Neferet, tirò via la
mano di scatto e ricominciò
a singhiozzare, scuotendo frenetico la
testa. «No! No! No!»
A quel punto, Stevie Rae ne aveva
proprio avuto abbastanza.
Non le importava se l’intero universo
non riusciva a vedere oltre le
stronzate di Neferet. Non le avrebbe
consentito di terrorizzare il
povero Damien.
«Com’è andata? Lei ha il coraggio di
chiedere com’è andata?
Come se fosse una coincidenza che Jack
sia stato ucciso nello stesso
momento in cui è ricomparsa qui a
scuola?» Prese una mano di
Damien. «Con le sue belle parole sarà
anche riuscita a fare fesso un
Consiglio Supremo cieco quanto una
talpa, così come potrà pure
convincere qualcuna delle brave
persone che sono qui a credere che
stia ancora dalla nostra parte, ma
Damien, Zoey, Shaunee, Erin, Stark
e io non ci crederemo mai che sta dalla
parte dei buoni. Quindi
perché non ce lo spiega lei com’è
andata?»
Neferet scosse la testa, rattristata. «Mi
dispiace per te, Stevie Rae.
Una volta eri una novizia così dolce e
piena di amore. Non so cosa
ti sia successo.»
Stevie Rae si sentì travolgere da una
rabbia così intensa da farla
tremare. «Lei sa meglio di chiunque
altro sulla terra cosa mi è
successo.» Non riuscì a frenarsi. Era
talmente furiosa che si avvicinò a
Neferet con una voglia matta di metterle
le mani intorno al collo e
stringere, stringere, stringere finché non
avesse smesso di respirare,
finché non avesse più costituito un
pericolo per i suoi amici.
Ma Damien la trattenne. «Non è stata lei.
Ho visto com’è successo
e non è stata lei.» Stevie Rae esitò.
«Cosa vuoi dire?»
«Ero laggiù, appena fuori della porta del
maneggio. Duchessa non
mi lasciava fare jogging. Continuava a
tirarmi per tornare qui e alla
fine l’ho accontentata... Mi aveva fatto
preoccupare, e stavo
cercando di capire perché avesse tanta
fretta di raggiungere Jack. E
quindi... ho visto.» Riprese a
singhiozzare. «... ho visto Jack che
cadeva dalla scala e precipitava sulla
spada. Non c’era nessuno con
lui. Proprio nessuno.»
Stevie Rae abbracciò Damien e,
all’istante, altre due paia di
braccia si unirono a loro: Shaunee ed
Erin, appena arrivate sul posto,
tennero stretti entrambi.
«Neferet era con noi nella Camera del
Consiglio quando si è
verificato questo terribile incidente. Non
può essere responsabile di
questa morte», sentenziò solennemente
Dragone, sfiorando con
delicatezza i capelli di Jack.
Stevie Rae non ce la faceva proprio a
guardare quel povero corpo
senza vita, perciò tenne lo sguardo fisso
su Neferet. Ecco perché solo
lei notò il lampo compiaciuto che le
passò sul viso, subito sostituito
da un’esperta espressione triste e
preoccupata.
L’ha ucciso lei. Non so come e non lo
posso dimostrare in questo
momento, ma l’ha fatto. Zoey mi
crederebbe. Mi aiuterebbe a
trovare il modo di smascherare Neferet.
Zoey deve tornare.
CAPITOLO 9
ZOEY
Ecco, Stark e io l’avevamo fatto.
«Non mi sento diversa. Insomma, a parte
sentirmi più vicina a
Stark e un po’ dolorante in posti
innominabili», dissi all’albero. Poi
raggiunsi un piccolo torrente che
gorgogliava allegro nel boschetto e
guardai in basso. Il sole stava per
tramontare, ma nel cielo c’era
ancora abbastanza luce da permettermi
di vedere il mio riflesso. Mi
osservai. Sembravo, be’, me. «Okay,
tecnicamente l’avevo già fatto
una volta, però era stata una cosa del
tutto diversa.» Sospirai. Loren
Blake era stato un immenso errore.
James Stark era un’altra storia.
«Allora, non dovrei sembrare diversa
adesso che ho un vero
legame?» Guardai la mia immagine con
le palpebre strette. Non
sembravo più grande? Più esperta? Più
saggia?
A dire il vero, no. E quelle palpebre
strizzate mi facevano soltanto
sembrare miope. «E, con ogni
probabilità, Afrodite direbbe che mi
fanno pure venire le rughe.»
Ripensai alla sera prima, quando avevo
salutato lei e Dario. Come
prevedibile, Afrodite era stata
sarcastica e molto più che stronza
commentando il fatto che non rientravo a
Tulsa assieme a lei, ma il
nostro abbraccio era stato forte e
sincero, e sapevo che avrei sentito
la sua mancanza. Anzi, la sentivo già. E
anche quella di Stevie Rae,
Damien, Jack e delle gemelle.
«E di Nala», dissi al mio riflesso.
Ma mi mancavano abbastanza da farmi
tornare nel mondo reale?
Da farmi affrontare tutto ciò che mi
aspettava, riprendere la scuola e
probabilmente combattere la Tenebra e
Neferet?
«No, non abbastanza.» Dirlo ad alta
voce lo rese più vero e,
all’improvviso, la sensazione di vuoto si
affievolì, sostituita dalla
serenità che mi trasmetteva l’isola di
Sgiach. «Qui è magico. Se
potessi farmi mandare la mia gatta, giuro
che ci resterei per sempre.»
La risata di Sgiach fu delicata e
musicale. «Come mai tendiamo a
sentire la mancanza dei nostri animali da
compagnia più di quella
delle persone?»
«Credo sia perché con loro non
possiamo usare Skype. Cioè, so
che posso tornare al castello e parlare
con Stevie Rae, ma ho
provato qualcosa col video e il
computer con Nala e lei sembrava
confusa e ancora più brontolona del
solito, il che è tutto dire!»
«Se i gatti capissero la tecnologia e
avessero il pollice opponibile,
dominerebbero il mondo», replicò la
regina.
Risi. «Non farti sentire da Nala. Lei già
lo domina, il suo mondo.»
«Hai ragione. Anche Mab è convinta di
governare il suo.»
Mab era la gigantesca miciona bianca e
nera di Sgiach. Avevo
cominciato a farci amicizia e penso
dovesse avere tipo un migliaio di
anni, visto che era quasi sempre semi
incosciente e più o meno
immobile ai piedi del letto della regina.
Stark e io avevamo iniziato a
chiamarla Gatta Morta, ovviamente mai
in presenza di Sgiach.
«Per mondo intendi la tua camera da
letto?»
«Esatto», confermò Sgiach con un
sorriso. Si sedette su un grande
masso coperto di muschio poco lontano
dal ruscello e fece un cenno
per invitarmi a prendere posto accanto a
lei.
La raggiunsi, chiedendomi per
l’ennesima volta se i miei
movimenti sarebbero mai stati aggraziati
e regali quanto i suoi. Ne
dubitavo fortemente.
«Se vuoi, puoi far mandare qui la tua
Nala. I famigli dei vampiri
viaggiano come animali da compagnia.
Basterà mostrare la sua
tessera delle vaccinazioni per farla
arrivare a Skye.»
«Wow, sul serio?»
«Sul serio. Be’, ciò significa che
dovresti impegnarti a rimanere qui
almeno per qualche mese. Ai gatti non
piace molto viaggiare, e
dover sopportare la differenza di fuso
orario è un grande peso per
loro.»
«Più rimango qui, meno avrò voglia di
andarmene, anche se so
che probabilmente è irresponsabile da
parte mia nascondermi così
dal mondo reale. Insomma, non è che
Skye non sia reale e tutto il
resto. E so di aver affrontato un sacco di
cose brutte negli ultimi
tempi, quindi va bene se mi prendo una
pausa. Ma io vado ancora a
scuola. Immagino di doverci proprio
tornare. Prima o poi.»
«Ti sentiresti così anche se fosse la
scuola a venire da te?»
«Cosa vuoi dire?»
«Da quando sei entrata nella mia vita, ho
cominciato a riflettere
sul mondo, o meglio su quanto io me ne
sia separata. Sì, ho Internet,
ho la TV satellitare, ma non ho
apprendisti Guerrieri né giovani
Guardiani. O almeno non ne avevo
finché non siete arrivati tu e
Stark. Ho scoperto che mi mancavano
l’energia e lo stimolo che
danno le menti giovani.» Sgiach distolse
lo sguardo da me per fissare
il fitto del bosco. «Il vostro arrivo ha
risvegliato qualcosa che stava
dormendo. Percepisco un cambiamento
nel mondo, più grande
dell’influenza della scienza moderna o
della tecnologia. Non posso
ignorarlo e lasciare che la mia isola
sprofondi di nuovo nel sonno,
magari finendo per separarsi del tutto
dalla realtà esterna e dai suoi
problemi, magari finendo addirittura per
perdersi tra le nebbie del
tempo, come Avalon e le amazzoni. Ho
deciso di aprirmi al mondo,
affrontando le sfide che ciò potrebbe
portare.» La regina incrociò di
nuovo il mio sguardo. «Scelgo di
lasciare che la mia isola si risvegli. È
ora che la Casa della Notte di Skye
accetti sangue nuovo.»
«Hai intenzione di togliere l’incantesimo
protettivo?»
«No. Finché vivrò e, mi auguro, finché
vivrà colei che mi
succederà e chi succederà a lei, Skye
continuerà a essere protetta e
separata dal mondo moderno. Ma ho
pensato che potrei emettere
un bando per Guerrieri. Un tempo, a
Skye venivano addestrati i
migliori e i più brillanti tra i Figli di
Erebo.»
«Ma poi hai rotto col Consiglio
Supremo dei Vampiri, giusto?»
«Giusto. Forse potrei iniziare,
lentamente, a riparare quella
frattura, soprattutto ora che tra i miei
apprendisti c’è una giovane
Somma Sacerdotessa.»
Provai un brivido di eccitazione. «Io?
Parli di me?»
«Sì, certo. Tu e il tuo Guardiano avete
un legame con quest’isola.»
«Wow, sono davvero onorata. Grazie,
grazie tante.» Il cervello mi
girava come un matto! Se Skye fosse
diventata una Casa della Notte
attiva, restare lì non sarebbe stato come
nascondersi da tutti. Sarebbe
stato piuttosto come avessi cambiato
scuola. Pensai a Damien e al
resto del gruppo, e mi chiesi se
avrebbero preso in considerazione
l’idea di trasferirsi lì anche loro.
«Ci potrebbe essere un posto per dei
novizi che non sono
Guerrieri?» chiesi.
«Ne potremmo parlare.» Sgiach esitò,
poi aggiunse: «Lo sai, vero,
che quest’isola è ricca di tradizioni
magiche che vanno ben oltre
l’addestramento dei Guerrieri e dei
Guardiani?»
«No. Cioè, sì. Perché è ovvio che tu sia
magica, e
fondamentalmente tu sei l’isola.»
«Mi trovo qui da così tanto tempo che
molti mi vedono come
l’isola, ma io sono una custode della sua
magia, non la sua
proprietaria.»
«Cosa vorrebbe dire?»
«Scoprilo da te, giovane regina. Tu hai
un’affinità con ciascuno dei
cinque elementi. Entra in contatto con
loro e prova a scoprire cos’ha
da insegnarti l’isola.» Intuendo che
esitavo, Sgiach mi spronò: «Prova
con l’aria, il primo elemento. Chiamala
a te e osserva».
«Okay, va bene. Cominciamo.» Mi alzai
e raggiunsi una zona
priva di rocce. Presi tre profondi respiri
purificatori e, d’istinto, mi voltai verso
est. «Aria, vieni a me.» Ormai ero
abituata ad avvertire
la presenza dell’elemento. Ero abituata
alla brezza che si agitava
come un cucciolo esuberante, ma tutta
l’esperienza con le mie
affinità non mi aveva preparata a ciò che
accadde. L’aria non si
limitò a rispondere: mi avvolse e mi
vorticò intorno con forza,
dandomi la sensazione che fosse quasi
tangibile, il che è proprio un
po’ strano dato che l’aria non lo è
affatto. Non la si vede, eppure è
ovunque. Poi restai senza fiato perché
mi resi conto che l’aria era
davvero diventata tangibile! Intorno a
me, nel vento impetuoso che
si era sollevato al mio richiamo,
fluttuavano degli esseri stupendi,
luminosi ed eterei. E, mentre li guardavo
a bocca aperta, quelli
cambiavano forma, sembrando ora delle
donne incantevoli, ora
delle farfalle, per poi mutare in
splendide foglie d’autunno e quindi
in coloratissimi colibrì che andarono a
posarsi sul mio palmo aperto.
«Cosa sono?» chiesi sottovoce.
«Spiriti dell’aria. Un tempo erano
ovunque, ma hanno
abbandonato il mondo moderno.
Preferiscono i boschi antichi e lo
stile di vita di una volta. E in quest’isola
ci sono entrambi.» Sgiach
sorrise e aprì una mano per accogliere
uno spiritello che assunse la
forma di una minuscola fata con ali da
libellula e prese a danzarle tra
le dita. «È bello vedere che rispondono
al tuo richiamo. Non capita
spesso di osservarne così tanti riuniti in
un unico luogo, neppure qui
nel boschetto. Prova un altro elemento.»
Stavolta non mi feci pregare, mi girai
verso sud e gridai: «Fuoco,
vieni a me!»
Simili a splendenti fuochi d’artificio,
tutt’intorno esplosero degli
spiritelli che mi fecero il solletico col
delizioso calore delle loro
fiamme. «Mi ricordano le stelline che si
accendono per la festa del
Quattro luglio!»
Sgiach sorrise. «Vedo di rado gli spiriti
del fuoco. Sono molto più
vicina ad acqua e aria... il fuoco non si
manifesta quasi mai per me.»
«Vergognatevi! Dovreste farvi vedere da
Sgiach. Lei è dei buoni!»
li sgridai.
Subito, gli spiritelli che mi
circondavano presero a svolazzare
all’impazzata, angosciati.
«Oh, no! Di’ loro che li stavi prendendo
in giro. La fiamma è
terribilmente sensibile e imprevedibile.
Non vorrei che provocassero
qualche incidente», esclamò Sgiach.
«Ehi, ragazzi, scusate! Stavo solo
scherzando. Va tutto bene, sul
serio.» Quando gli spiriti del fuoco
smisero di agitarsi tanto, tirai un
sospiro di sollievo. Guardai Sgiach. «Ci
sono rischi se chiamo gli altri
elementi?»
«No, nessuno. Basta che tu stia attenta a
quello che dici. La tua
affinità è potente, persino quando non ti
trovi in un luogo denso di
antica magia come questo bosco.»
«D’accordo.» Presi altri tre respiri
purificatori, poi mi voltai in
senso orario in direzione ovest. «Acqua,
vieni a me.» E mi ritrovai
immersa nell’elemento. Spiritelli freschi
e lisci mi scivolarono sulla
pelle, luccicanti di un’acquosa
iridescenza. Giocavano spensierati,
facendomi venire in mente sirene e
delfini, meduse e cavallucci
marini. «Questo è davvero fighissimo!»
«Gli spiriti dell’acqua sono
particolarmente forti a Skye», spiegò
Sgiach accarezzando una piccola
creatura a forma di stella marina
che le nuotava intorno.
Mi voltai verso nord. «Terra, vieni a
me!» Il bosco prese vita. Gli
alberi splendevano di gioia, e dai loro
vecchi tronchi nodosi
emersero degli esseri delle foreste che
mi ricordarono cose che
potevano trovarsi a Rivendell con gli
elfi di Tolkien, o magari
persino nella giungla in 3D di Avatar.
Spostai l’attenzione al centro del mio
cerchio improvvisato e
chiamai l’elemento finale: «Spirito,
vieni a me anche tu».
Stavolta fu Sgiach a rimanere senza
fiato. «Non avevo mai visto
tutti assieme i cinque gruppi di spiritelli.
È magnifico.»
«Oh mia Dea! È incredibile!» Intorno a
me, l’aria già brulicante di
esseri diafani si era colmata di una tale
luminosità da far subito
pensare a Nyx e alla brillantezza del suo
sorriso.
«Vuoi approfondire questa esperienza?»
mi chiese Sgiach.
«Certo», risposi senza esitazioni.
«Allora dammi la mano.» Circondata
dagli antichi spiritelli
elementali, mi avvicinai a Sgiach
tendendole la destra.
«Ti fidi di me?» domandò dopo aver
rivolto il mio palmo verso
l’alto.
«Sì», replicai.
«Bene. Farà male solo per un istante.»
Con un gesto talmente
rapido da risultare invisibile, passò
l’unghia dura e tagliente
dell’indice destro sul mio palmo.
Non arretrai. Non mi mossi, inspirai
solo un bel po’ d’aria di
botto. In ogni caso aveva ragione: fece
male solo per un istante.
Sgiach mi prese la mano e raccolse le
gocce di sangue nel proprio
palmo; poi, pronunciando alcune parole
che non compresi, formò
un cerchio scarlatto intorno a noi e, non
appena fu completo, la
ferita mi si rimarginò all’istante.
A quel punto accadde una cosa davvero
incredibile.
Ogni spiritello toccato dal mio sangue
per un attimo divenne di
carne. Non si trattava più di eteree
rappresentazioni degli elementi,
di semplici tracce di aria, fuoco, acqua,
terra e spirito. Ciò che il mio sangue
toccava, diventava realtà: fate e
uccellini, sirene e ninfe della
foresta che vivevano, respiravano.
E che danzavano e festeggiavano. Le
loro risate dipinsero di gioia
e di magia il cielo del crepuscolo.
«È la magia antica. Hai sfiorato cose
che dormivano da secoli.
Nessuno era mai riuscito a risvegliare le
fate. Nessun altro ne aveva
la capacità», disse Sgiach, poi con
lentezza e regalità chinò la testa
verso di me in segno di rispetto.
Travolta dalla meraviglia dei cinque
elementi, presi la mano della
regina di Skye. «Posso condividere tutto
questo con altri novizi? Se li
lascerai venire qui, potrò insegnare alla
nuova generazione come
arrivare alla vecchia magia?»
Lei mi sorrise tra lacrime che mi
auguravo fossero di gioia. «Sì,
Zoey. Perché, se non puoi colmare tu la
distanza tra il mondo antico
e quello moderno, non so chi altri
potrebbe riuscirci. Ora, però,
goditi questo momento. La realtà creata
dal tuo sangue svanirà
presto. Danza con loro, giovane regina.
Di’ loro che c’è la speranza
che il mondo di oggi non abbia
completamente dimenticato il
passato.»
Le sue parole mi spronarono e, seguendo
il suono di campane,
cornamuse e cembanelle comparso
all’improvviso, iniziai a ballare
con le creature cui il mio sangue aveva
ridato la vita.
Ripensandoci, avrei dovuto prestare
maggiore attenzione alla
sagoma di corna acuminate che colsi con
la coda dell’occhio mentre
piroettavo e saltavo a braccetto con le
fate. Avrei dovuto notare il
colore del manto del toro e il lampo che
gli scintillava negli occhi.
Avrei dovuto accennare alla sua
presenza con Sgiach. Se fossi stata
più saggia, si sarebbero potute evitare, o
quantomeno prevedere,
molte cose.
Ma, quella sera, danzai in tutta
innocenza, felice di scoprire la
novità di un’antica magia, ignara che
questa mia leggerezza avrebbe
avuto conseguenze ben più gravi di una
stanchezza infinita e del
bisogno di una bella cena e di otto ore
filate di sonno.
«Avevi ragione. Non è durato molto»,
commentai a corto di fiato
lasciandomi cadere accanto a Sgiach sul
sasso coperto di muschio.
«Non possiamo fare qualcosa perché
rimangano di più? Sembravano
così contenti di essere reali!»
«Le fate sono esseri sfuggenti. Sono
fedeli soltanto al loro
elemento, o a chi lo domina.»
Sbattei le palpebre, stupita. «Vuoi dire
che sarebbero leali a me?»
«Credo che lo siano, anche se non te lo
posso assicurare; essendo
la regina di quest’isola, sono legata ad
aria e vento, tuttavia non ho
nessuna affinità con gli elementi.»
«Ah. Quindi io posso chiamarli anche se
vado via da Skye?»
«E perché mai dovresti volerlo fare?»
Risi: in effetti, perché mai
avrei dovuto voler lasciare quell’isola
magica e mistica?
«Aye, wummen, lo sapevo che seguendo
il chiacchiericcio avrei
trovato voi due!» Seoras ci raggiunse e
si sedette al fianco della sua
regina.
Lei sfiorò per un attimo il suo
avambraccio muscoloso, un
semplice tocco pieno di vita e di amore,
di fiducia e d’intimità.
«Benvenuto, mio Guardiano. Le hai
portato arco e frecce?»
«Aye, certo che glieli ho portati»,
rispose il Guerriero
mostrandomi un arco di legno scuro con
intagli complessi e una
faretra di cuoio piena di frecce
dall’impennatura rossa.
«Bene. Zoey, oggi hai imparato molto.
Anche al tuo Guardiano
serve una lezione riguardo al credere
nella magia e nei doni della
Dea.» Sgiach prese arco e frecce e me li
tese. «Portali a Stark. È
rimasto senza per troppo tempo.»
«Pensi davvero che sia una buona
idea?» chiesi guardandoli con
sospetto.
«Quello che penso è che il tuo Stark non
sarà realmente completo
se non accetterà i doni della Dea.»
«Nell’Aldilà aveva una claymore. Non
potrebbe essere la sua
arma anche qui?» Sgiach si limitò a
fissarmi, con tracce della magia
che avevamo appena sperimentato
ancora riflesse negli occhi verdi.
Sospirai.
E, seppur riluttante, allungai la mano per
prendere l’arco. «Non si
sente tanto a suo agio con questo», dissi.
«Aye, ma dovrebbe», intervenne Seoras.
«Non lo diresti se sapessi cosa ci sta
dietro», ribattei.
«Se intendi che non può mancare il
bersaglio allora, aye, lo so, e
anche del senso di colpa che avverte per
la morte del suo mentore»,
replicò Seoras.
«Allora ti ha raccontato tutto.»
«Sì.»
«E sei ancora convinto che dovrebbe
riprendere a usare l’arco?»
«Non si tratta di una semplice
convinzione, piuttosto del fatto
che, dopo secoli di esperienza, Seoras
ormai sa cosa succede quando
i doni della Dea fatti a un Guardiano
vengono ignorati», spiegò
Sgiach.
«E che succede?»
«La stessa cosa che capita quando una
Somma Sacerdotessa cerca
di allontanarsi dalla via che la Dea ha
posto davanti a lei», rispose
Seoras.
«Come Neferet», mormorai.
«Aye, come la Somma Sacerdotessa
caduta che ha corrotto la
vostra Casa della Notte e provocato la
morte del tuo Consorte.»
«Anche se, in tutta sincerità, devi sapere
che non si verifica sempre
una scelta così netta tra bene e male
quando un Guardiano, o un
Guerriero, ignora i doni della Dea e si
allontana dal suo sentiero. A
volte, questo significa soltanto che la
sua vita non è piena e risulta
quanto più banale e terrena possibile per
un vampiro», aggiunse
Sgiach.
«Ma, se si tratta di un Guerriero con dei
doni potenti, oppure se
ha affrontato la Tenebra ed è stato
toccato dalla lotta contro il
male... allora, be’, quel Guerriero non
può svanire così facilmente
nell’oblio», disse Seoras.
«E per Stark valgono entrambe le cose»,
commentai.
«Proprio così. Zoey, fidati di me. Per il
tuo Guardiano è meglio
seguire la strada decisa per lui dalla
Dea piuttosto che lasciare che
venga di nuovo preso dalle ombre», fece
Sgiach.
«Capisco il vostro punto di vista, ma
convincerlo a usare di nuovo
l’arco non sarà facile.»
«Ach, be’, adesso tu puoi fare appello
alla magia antica mentre sei
qui sulla nostra isola, no?» Spostai lo
sguardo da Seoras a Sgiach.
Avevano ragione. Me lo sentivo dentro.
Stark non poteva
nascondersi ai doni che gli aveva
concesso Nyx più di quanto io
potessi negare il mio legame coi cinque
elementi. «Okay, lo
convincerò. Ma... dov’è?»
«Il giovane è irrequieto. L’ho visto
incamminarsi verso la
spiaggia», rispose Seoras.
Mi si strinse il cuore. Il giorno prima
avevamo deciso che
saremmo rimasti a Skye per un tempo
imprecisato e, dopo quanto
era appena successo con Sgiach, non
sopportavo neanche l’idea di
andarmene. «Ma sembrava che gli
andasse bene restare», dissi
pensando ad alta voce.
«Il suo problema non è tanto dove è ma
chi è», ribatté Seoras.
«Eh?» feci con grande sfoggio
d’intelligenza.
«Zoey, Seoras vuole dire che il morale
del tuo Guardiano
migliorerà decisamente quando tornerà a
essere un Guerriero
completo», mi tradusse Sgiach.
«E un Guerriero completo usa tutti i suoi
doni», sentenziò Seoras
con un tono che non ammetteva repliche.
«Va’ da lui e aiutalo a tornare
completo», aggiunse Sgiach.
«Ma come faccio?»
«Ach, wumman, usa quel cervello che ti
ha dato la Dea e prova
un po’ a capirlo da sola.»
Con una leggera spinta e un gesto che
m’indicava la direzione, la
regina e il suo Guardiano mi mandarono
via dal boschetto. Sospirai,
mi grattai mentalmente la testa e mi
diressi verso la costa
chiedendomi che diavolo di parola fosse
ach.
CAPITOLO 10
ZOEY
Pensai a Stark durante tutto il tragitto,
lungo la scivolosa scalinata
di pietra che girava intorno al castello e
sulle rocce da cui si accedeva alla
spiaggia, prendendomi solo un momento
per ammirare
l’imponente e minacciosa scogliera su
cui si ergeva la dimora di
Sgiach, che dominava l’isola.
Il sole era ormai tramontato, ma per
fortuna c’erano diverse file
di torce a illuminare la zona.
Stark era solo. Mi dava le spalle,
perciò, mentre mi avvicinavo,
potei osservarlo che si allenava con la
claymore in una mano e un
grande scudo di cuoio nell’altra,
menando affondi e parate contro
un nemico insidioso ma invisibile.
Camminai in silenzio, piano piano,
per godermi lo spettacolo.
Che di colpo fosse diventato più alto? E
più muscoloso? Così «in
assetto da Guerriero», aveva un aspetto
forte e molto ma molto
pericoloso. Ricordavo bene la
sensazione del suo corpo contro il
mio la notte precedente, e come
avevamo dormito assieme stretti
stretti... e lo stomaco mi si annodò un
po’, in modo insolito.
Lo amo e mi fa sentire al sicuro.
Potrei rimanere qui con lui, lontana dal
resto del mondo, per
sempre.
Proprio mentre formulavo quel pensiero,
sulla schiena mi passò
un brivido. E, in quel momento, Stark
abbassò la guardia e si voltò,
preoccupato. Io però lo tranquillizzai
sorridendo e salutandolo con
una mano, solo che, quando lui vide
l’arco, il suo sorriso di
benvenuto si affievolì, tuttavia mi
accolse comunque con un bacio.
«Ehi, sei sexy da matti quando fai ’sta
cosa con la spada», esordii.
«Si chiama ’allenamento’, Zy. E non è
previsto che io sembri sexy,
ma pericoloso.»
«Oh, ma lo sembri eccome. Ero
praticamente spaventata a
morte!» esclamai col mio migliore finto
accento da bellezza del Sud,
appoggiandomi il dorso della mano sulla
fronte come se fossi sul
punto di svenire.
«Signora, con accenti e inflessioni non
ve la cavate molto bene»,
replicò lui con un falso accento, a
differenza del mio, davvero
ottimo. Poi mi prese la mano e se la
portò al cuore. «Ma, se volete,
Miss Zoey, posso provare a insegnarvi.»
Okay, lo so che è stupido, ma quella
recita da gentiluomo del Sud
mi fece sciogliere. Poi, una volta
diradata la nebbia di desiderio che
provavo per lui, mi venne un’idea per
cominciare a farlo sentire di
nuovo a proprio agio con arco e frecce.
«Naaa, per gli accenti sono
senza speranza, però c’è un’altra cosa
che mi potresti insegnare.»
«Aye, wumman, di cosucce da insegnarti
ne conosco un sacco»,
replicò con aria da maniaco ma un tono
identico a quello di Seoras.
Gli assestai un pugno. «Non fare lo
scemo. Sto parlando di
questo: ho sempre pensato che tirare con
l’arco fosse una figata ma
in realtà non ne so niente. Mi potresti
insegnare? Per favore?»
Stark fece un passo indietro, guardando
l’arma con circospezione.
«Zoey, lo sai che è meglio che io non lo
usi.»
«No. È meglio che tu non lo usi contro
qualcosa di vivo. Sì, be’, a
meno che tu non voglia davvero
ucciderlo... Ma comunque io non ti
sto chiedendo di usarlo: ti sto chiedendo
d’insegnare a me.»
«E perché di punto in bianco vorresti
imparare?»
«Be’, mi sembra logico. Noi resteremo
qui, giusto?»
«Giusto.»
«E qui si addestrano Guerrieri da, tipo,
milioni di anni. Giusto?»
«Giusto, di nuovo.» Gli sorrisi,
cercando di alleggerire la
situazione. «Mi piace da matti quando
ammetti che ho ragione. Di
nuovo. Comunque, dato che siamo qui,
vorrei imparare un po’ delle
cose che sanno fare i Guerrieri. E quella
è senz’altro troppo pesante
per me.» Indicai la claymore. «Per di
più, l’arco è davvero molto
bello.»
«Sarà anche bello, ma rimane lo stesso
un’arma. Un’arma
pericolosa e mortale, soprattutto se a
impugnarla sono io.»
«Solo se miri per uccidere», ribattei.
«A volte si possono fare degli errori»,
replicò sotto il peso dei
ricordi.
Gli appoggiai una mano sul braccio.
«Adesso sei più grande. Più
esperto. Non faresti più gli stessi errori.
Dai, fammi vedere come
funziona.»
«Non abbiamo un bersaglio.»
«Ma sì che l’abbiamo.» Diedi un
colpetto col piede allo scudo di
cuoio che Stark aveva appoggiato a terra
quando l’avevo raggiunto.
«Mettilo tra un paio di sassi un po’ più
in là sulla spiaggia. Cercherò
di centrarlo... dopo che tu sarai tornato
qui, ovviamente.»
«Ovviamente.»
Con un sospiro rassegnato e tristissimo,
Stark posizionò lo scudo
tra un paio di grossi massi a pochi metri
da noi, quindi tornò
indietro. Svogliato, prese l’arco e mise
ai nostri piedi la faretra.
«Devi tenerlo così. E la freccia va qui»,
disse appoggiandola contro
il lato dell’arco, la punta rivolta verso il
basso. «S’incocca in questo
modo. Con queste frecce, è facile capire
come si fa, perché le penne
nere devono essere tutte girate verso il
basso, mentre l’unica rossa va
verso l’alto... così.» Intanto che parlava,
Stark cominciò a rilassarsi e a
riprendere confidenza con l’arma: era
chiaro che quei movimenti li
avrebbe potuti fare anche a occhi chiusi.
«Rimani ben salda sulle
gambe, i piedi devono rimanere in asse
con le anche... così.»
Approfittai della dimostrazione pratica
per guardargli le gambe,
ringraziando una volta di più che avesse
iniziato a portare il kilt.
«Poi sollevi l’arco e, tenendo la freccia
tra indice e medio, tendi la
corda tirandola verso di te. Prendi bene
la mira, ma alla fine punta
un pochino più in basso: ti aiuterà a
compensare l’effetto della
distanza e del vento. Quando sei pronta,
lascia partire la freccia.
Ricordati di piegare il braccio sinistro,
altrimenti ti ritroverai con un gran
livido.» Mi tese l’arco. «Dai, prova.»
«Fammi vedere», replicai.
«Zoey, non penso che dovrei.»
«Ma scusa, il bersaglio è uno scudo di
cuoio. Non è vivo e non ha
intorno niente di neanche vagamente
vivo. Basta che miri al centro
dello scudo, così vedo come si fa.»
Esitò. Gli appoggiai la mano sul
petto e lo baciai, però, per quanto
cercasse di abbandonarsi a me,
Stark rimase comunque teso. «Ehi, devi
avere fiducia in te stesso,
almeno quanta ne ho io», dissi
sottovoce. «Sei il mio Guerriero, il
mio Guardiano. Devi tirare con l’arco
perché è il dono che ti ha
fatto la Dea. So che l’userai con
saggezza. Ti conosco: tu sei buono,
hai lottato per essere buono e hai vinto.»
«Ma, Zy, io non sono completamente
buono. Nell’Aldilà ho visto
la parte cattiva di me. Era lì, reale,
proprio davanti a me», replicò
con aria frustrata.
«E l’hai sconfitta.»
«Per sempre? Non credo. Non credo che
sia possibile.»
«Guarda che nessuno è completamente
buono. Neanch’io. Voglio
dire, se uno bravo lasciasse in giro il
compito di geometria, ti
assicuro che una sbirciatina la darei.»
Fece un sorriso teso. «Tu ci
scherzi, ma per me è diverso. Penso lo
sia per tutti i novizi rossi e
anche per Stevie Rae. Una volta
conosciuta la Tenebra, quella vera,
sulla tua anima ci sarà sempre
un’ombra.»
«No. Non un’ombra. È solo
un’esperienza diversa. Tu e gli altri
novizi rossi avete provato qualcosa che
noi non conosciamo. Questo
non vi rende parte dell’ombra della
Tenebra, vi rende esperti in
materia. E può essere un’ottima cosa, se
usate questa conoscenza
superiore per combattere per il bene. E
tu lo fai.»
«A volte ho paura che possa essere
molto più di così», disse
lentamente, fissandomi negli occhi come
se cercasse una verità
nascosta.
«Che vuoi dire?»
«La Tenebra è territoriale, possessiva.
Una volta che ti ha
assaggiato, non molla la presa tanto
facilmente.»
«La Tenebra non può fare niente se si
sceglie la via della Dea
come hai fatto tu. Non può sconfiggere la
Luce.»
«Ma non sono neanche convinto che la
Luce potrà mai
sconfiggere la Tenebra. Vedi, Zy, c’è un
equilibrio in queste cose.»
«Ciò non significa che non si possa
scegliere da che parte stare. Tu
hai scelto. Fidati di te stesso. Io mi fido.
Completamente», ripetei.
Stark continuò a tenere gli occhi fissi nei
miei come si aggrappasse
a un salvagente. «Finché tu mi vedrai
buono, finché crederai in me,
posso avere fiducia in me stesso, perché
mi fido di te, Zoey. E ti
amo.»
«Anch’io ti amo, Guardiano.» Mi baciò
e poi, con un movimento
allo stesso tempo rapido, aggraziato e
letale, Stark tirò indietro
l’arco e fece volare la freccia. Che andò
a conficcarsi al centro del
bersaglio.
«Wow, è stato incredibile. Tu sei
incredibile», commentai.
Lui tirò un lungo respiro di sollievo, che
sembrò scacciare via la
tensione. Poi sorrise, nel suo solito
fighissimo modo da sbruffone.
«Visto, Zy? Bersaglio centrato alla
perfezione.»
«Per forza hai fatto centro, scemo. Non
puoi sbagliare!»
«Sì, hai ragione. Ed è solo un
bersaglio.»
«Allora, m’insegni o no? E stavolta non
essere così veloce. Va’
piano. Fammi vedere.»
«Sì, sì, certo. Okay, guarda.» Mirò e
scoccò la freccia più
lentamente, dandomi il tempo di seguire
i suoi movimenti.
E la seconda freccia spaccò in due la
prima.
«Oh, ooops. Me n’ero dimenticato. Una
volta buttavo via un
sacco di frecce spaccandole così.»
«Dammi, adesso tocca a me. Scommetto
che non avrò lo stesso
problema.» Cercai d’imitare i
movimenti di Stark, ma tirai troppo
corto e la freccia finì di piatto sulle
rocce lisce e bagnate.
«Cavolo, è decisamente più difficile di
quello che sembra», dissi.
«Guarda, ti faccio vedere. È la
posizione che è sbagliata.» Venne
dietro di me, mettendo le braccia sopra
le mie e sfiorandomi la
schiena. «Vediti come un’antica regina
guerriera. Sta’ dritta e
orgogliosa. Spalle indietro! Mento
alto!» Obbedii e, stretta tra le sue
braccia, mi sentii trasformare in una
donna potente e maestosa.
Le sue mani guidarono le mie per tirare
la corda. «Resta ferma,
forte... concentrati sul bersaglio»,
mormorò.
Insieme, prendemmo la mira e, mentre
lasciavamo partire la
freccia, percepii la scossa che
attraversò il suo corpo e il mio,
guidando il dardo di nuovo al centro
dello scudo, spezzando i due
precedenti.
Mi voltai e sorrisi al mio Guardiano.
«Ciò che hai tu è magico,
speciale. Lo devi sfruttare, Stark, devi
proprio farlo.»
«Mi è mancato molto», ammise, in un
mormorio talmente basso
che faticai a udirlo. «Non mi sento a
posto del tutto se non sono in
contatto col mio arco.»
«È perché il tuo arco ti permette di
restare in contatto con Nyx. È
stata lei a farti questo dono.»
«Forse qui posso ricominciare. Questo
posto... ha qualcosa di
speciale. È come se sentissi di
appartenere a quest’isola, come se noi
appartenessimo a quest’isola.»
«Lo sento anch’io. E mi sembra passata
un’eternità dall’ultima
volta in cui ho provato questa
sensazione di sicurezza e questa
gioia.» Lo abbracciai. «Sgiach mi ha
appena detto di voler riaprire le
porte ai giovani Guerrieri, e anche ad
altri novizi con doni speciali.»
Gli sorrisi. «Sai, tipo quelli che hanno
affinità particolari.»
«Oh, intendi affinità con gli elementi?»
«Già, proprio quelle.» Lo strinsi forte.
«Voglio rimanere qui. Sul
serio.» Stark mi accarezzò i capelli e mi
diede un bacio sulla testa. «Lo so, Zy, e
sono con te. Sarò sempre con te.»
«Magari qui potremo liberarci della
Tenebra che Neferet e Kalona
hanno cercato di portare nel mondo»,
aggiunsi.
«Lo spero, Zy. Lo spero proprio.»
«Pensi che potrebbe essere sufficiente
avere un piccolo pezzo di
mondo libero dalla Tenebra? Rifugiarci
qui significa sempre seguire il
sentiero della Dea?»
«Be’, non sono un esperto, però secondo
me devi cercare di fare
del tuo meglio per essere fedele a Nyx.
Non mi pare che quello che
stai facendo sia un grande problema.»
«Capisco perché Sgiach non lascia
questo posto», commentai.
«Anch’io, Zy.» Stark mi strinse forte e
sentii che tutto ciò che
dentro di me era ferito e si era spezzato
cominciava a scaldarsi e,
lentamente, a guarire.
STARK
Mentre stringeva tra le braccia la sua
Zoey, Stark ripensò a
quant’era andato vicino a perderla, e fu
invaso da un terrore tale da
fargli venire mal di stomaco. Ce l’ho
fatta. L’ho raggiunta nell’Aldilà
e sono riuscito a convincerla a tornare
da me. Adesso è al sicuro e
farò in modo che sia sempre così.
«Mamma mia come pensi forte! Riesco a
sentire le rotelline che ti
girano nella testa.» Raggomitolata con
lui nel letto, Zoey gli strofinò
il viso sul collo per poi baciargli la
guancia.
«Veramente dovrei essere io quello con
le super capacità
psichiche.» Lo disse in tono scherzoso
ma, intanto, Stark scivolò nel
cervello di lei, senza addentrarsi al
punto di farla incavolare
spiandone i pensieri, solo quanto
bastava ad assicurarsi che lei si
sentisse davvero felice e al sicuro.
«Vuoi sapere una cosa?» gli chiese in
tono un po’ esitante.
Stark si sollevò appoggiandosi sul
gomito. «Zy, stai scherzando? Io
voglio sapere tutto.»
«Piantala, sono seria.»
«Anch’io!» Lei gli lanciò
un’occhiataccia e lui la baciò sulla
fronte.
«Okay, d’accordo. Sono serio. Cosa?»
«Io... mmm, mi piace davvero tanto
quando mi tocchi.» Le
sopracciglia di Stark schizzarono
all’insù e lui dovette mettercela
tutta per non farle un sorrisone.
«Be’, è una cosa buona. Direi che è una
cosa molto buona.»
Zoey si mordicchiò il labbro. «A te
piace?»
A quel punto Stark non poté non ridere.
«Stai scherzando, vero?»
«No. Sono serissima. Insomma, io come
faccio a saperlo? Non
sono esattamente esperta... non come
te.» Aveva le guance in
fiamme: doveva sentirsi a disagio da
matti.
Accidenti, Stark non intendeva affatto
metterla in imbarazzo o
farla sentire strana per quello che stava
succedendo tra loro.
«Ehi... stare con te è molto più che
grandioso. E, Zoey, guarda che
ti sbagli. Sei più esperta tu di me
riguardo all’amore.» Le prese il viso tra
le mani e, quando lei fece per parlare, le
posò un dito sulle
labbra. «No, lasciami finire. Sì, io ho
già fatto sesso, ma non ero mai
stato innamorato. Tu sei il mio primo
amore, e sarai anche l’ultimo.»
Lei gli sorrise con tanta passione e
fiducia che Stark pensò gli stesse
per uscire il cuore dal petto. C’era
soltanto Zoey per lui, e sarebbe
stato così per sempre.
«Vorresti fare di nuovo l’amore con
me?» mormorò lei.
Per tutta risposta, Stark la tenne ancora
più stretta e le diede un
bacio lungo e lento. Il suo ultimo
pensiero prima che tutto andasse a
catafascio fu: Non sono mai stato così
felice in vita mia...
CAPITOLO 11
KALONA
Neferet si stava avvicinando, perciò
Kalona si preparò
psicologicamente, controllando la
propria espressione e
nascondendo l’odio che aveva iniziato a
provare per lei con un
cauto atteggiamento di premurosa attesa.
Avrebbe aspettato il momento
opportuno: se c’era una cosa che
l’immortale aveva imparato benissimo
era non sottovalutare la forza
della pazienza.
«Sta arrivando Neferet», disse a
Rephaim.
Suo figlio era davanti a una delle grandi
portefinestre che si
aprivano sul terrazzo dell’attico
acquistato dalla Tsi Sgili, all’ultimo
piano del lussuosissimo Mayo Building,
un perfetto connubio tra le
esigenze estetiche di lei e la necessità di
lui di avere libero accesso al tetto.
«Lei ha un Imprinting con te?»
La domanda di Rephaim interruppe i
pensieri di Kalona. «Un
Imprinting? Tra Neferet e me? Che
strana domanda da farmi.»
Rephaim spostò lo sguardo dal
panorama di Tulsa a suo padre.
«Riesci a percepire che sta arrivando.
Immagino che lei abbia
assaggiato il tuo sangue e che quindi
abbiate stabilito l’Imprinting.»
«Nessuno assaggia il sangue di un
immortale.»
L’ascensore annunciò con uno
scampanellio l’arrivo di Neferet,
che percorse a passi lunghi e decisi lo
scintillante pavimento di
marmo. Si muoveva con grazia, come se
stesse scivolando sul
pavimento, coi gesti lenti e armoniosi
che i mortali avrebbero
considerato tipici dei vampiri. Ma
Kalona sapeva come stavano le
cose: i suoi movimenti erano cambiati,
si erano evoluti... lei era
cambiata, si era trasformata in un essere
molto superiore a un
vampiro.
Kalona le fece un rispettoso inchino.
«Mia regina.»
Il sorriso di Neferet era pericolosamente
bello. Con un gesto
sinuoso, da serpente, gli mise un braccio
intorno alle spalle,
esercitando una pressione maggiore del
necessario. Obbediente,
Kalona si chinò, in modo che lei potesse
posare le labbra sulle sue.
Svuotò la mente, lasciando che fosse
solo il corpo a rispondere,
rendendo il bacio più profondo e
consentendo alla lingua di lei di
scivolare nella sua bocca.
Nello stesso modo brusco in cui l’aveva
cominciato, Neferet mise
fine all’abbraccio. Guardando oltre le
spalle di Kalona, disse:
«Rephaim, credevo fossi morto».
«Ero ferito, non morto. Sono guarito e
ho aspettato il ritorno di
mio padre.»
Kalona pensò che, sebbene le parole del
figlio fossero rispettose e
corrette, nel tono c’era qualcosa di
scortese. Ma era sempre stato
difficile comprendere i modi di
Rephaim, dato che il suo viso di
bestia tendeva a mascherare qualsiasi
emozione umana. Sempre
ammesso che ne provasse.
«Ho saputo che alcuni novizi della Casa
della Notte di Tulsa ti
hanno visto.»
«Ho risposto al richiamo della Tenebra.
Che ci fossero dei novizi
per me era irrilevante», replicò
Rephaim.
«Non solo dei novizi... c’era anche
Stevie Rae. Anche lei ti ha
visto.»
«Come ho appena detto, per me quegli
esseri sono irrilevanti.»
«Comunque è stato un errore da parte tua
far sapere che sei qui, e
io non tollero errori», sbottò Neferet.
Non appena gli occhi della Tsi Sgili
assunsero un colore rossastro,
Kalona si sentì montare una gran rabbia:
era già abbastanza brutto
avere quel legame di servitù con
Neferet, ma che addirittura il suo
figlio prediletto potesse venire
rimproverato e castigato da lei era
intollerabile.
«A dire il vero, mia regina, il fatto che
sappiano che Rephaim è
rimasto a Tulsa potrebbe giocare a
nostro favore. Si presume che io
sia stato bandito dal tuo fianco, perciò
non posso essere visto qui. Se
alla Casa della Notte dovessero arrivare
voci relative a un essere
alato, penserebbero subito che si tratti di
lui.»
Neferet inarcò un sopracciglio ambrato.
«Hai ragione, mio amore,
soprattutto quando voi due mi riporterete
i novizi rossi ancora feroci
e pericolosi.»
«Come desideri, mia regina», disse
mieloso Kalona.
«Voglio che Zoey ritorni a Tulsa»,
replicò Neferet, cambiando
bruscamente argomento. «Quegli idioti
alla Casa della Notte mi
hanno detto che si rifiuta di andarsene da
Skye. Lì è fuori della mia
portata... e io non posso proprio
permetterglielo.»
«La morte dell’innocente dovrebbe farla
tornare», intervenne
Rephaim.
Neferet strinse le palpebre. «E tu come
fai a sapere di quella
morte?»
«L’abbiamo percepita. La Tenebra ne ha
molto goduto», rispose
Kalona.
«È delizioso che tu l’abbia percepita. La
morte di quel ridicolo
ragazzetto è stata un vero piacere. Anche
se mi preoccupa che possa
avere l’effetto opposto su Zoey: invece
di farla tornare di corsa dal
suo debole e piagnucolante gruppo di
amici, potrebbe costituire una
ragione in più per restarsene nascosta su
quell’isola.»
«Forse dovresti colpire qualcuno più
vicino a Zoey. Per lei la
Rossa è come una sorella», propose
Kalona.
«Vero, e adesso anche quella maledetta
Afrodite le è molto
vicina», disse Neferet, picchiettandosi
un dito sul mento mentre
rifletteva.
Uno strano rumore spostò l’attenzione di
Kalona su Rephaim.
«Figlio mio, hai qualcosa da
aggiungere?»
«Zoey si nasconde a Skye. È convinta
che là non possiate
raggiungerla. Ma è vero?» chiese
Rephaim.
«Sì, purtroppo è così. Nessuno può
violare i confini del regno di
Sgiach», replicò Neferet, in tono duro e
irritato.
«Come si presumeva che nessuno fosse
in grado di violare i
confini del regno di Nyx?» riprese
Rephaim.
Neferet lo trafisse con un’occhiata di
smeraldo. «Come osi essere
impertinente?»
«Spiegati, Rephaim», intervenne
Kalona.
«Padre, tu hai appena violato un confine
che pareva altrettanto
invalicabile. Usa il legame che hai con
Zoey. Raggiungila attraverso i
sogni. Falle capire che da te non può
nascondersi. Questo, unito alla
morte del suo amico e al ritorno di
Neferet alla sua Casa della
Notte, dovrebbe bastare a spingere la
giovane Somma Sacerdotessa
a lasciare il suo rifugio.»
«Lei non è una Somma Sacerdotessa. È
una novizia! E la Casa della
Notte di Tulsa è mia, non sua!» strillò
Neferet, quasi isterica. «No. Ne
ho abbastanza del legame di tuo padre
con lei. Non è servito a farla
morire, quindi voglio che venga tagliato
di netto. Se Zoey dev’essere
attirata lontano da Sgiach, lo farò usando
Stevie Rae o Afrodite... o
magari entrambe. Hanno bisogno di una
lezione per imparare a
portarmi rispetto.»
«Come desideri, mia regina», disse
Kalona con un’occhiata d’intesa
al figlio.
Rephaim incrociò il suo sguardo, esitò,
poi anche lui chinò la testa
e sottovoce disse: «Come desideri...»
«Bene, allora questo è tutto. Rephaim, i
giornali e i notiziari
dicono che vicino alla Will Rogers High
sono stati trovati dei
cadaveri di gente con la gola squarciata.
Secondo i media, è opera di
una banda. Credo che, seguendo quella
’banda’, troveremo i nostri
novizi rossi. Fallo. Con discrezione.»
Rephaim non replicò, ma chinò
la testa in segno di assenso.
«E adesso vado nell’altra stanza a
crogiolarmi in quella splendida
vasca da bagno di marmo. Kalona,
amore mio, ti raggiungerò presto
nel nostro letto.»
«Mia regina, non desideri che cerchi i
novizi rossi con Rephaim?»
«Non stasera. Stasera ho bisogno di un
servizio più personale.
Siamo stati separati per troppo tempo.»
Fece scorrere un’unghia
rossa sul petto di Kalona, che dovette
farsi forza per non allontanarsi
di scatto.
Lei però dovette intuire qualcosa,
perché si rivolse all’immortale
in tono freddo e duro. «Forse
t’infastidisco?»
«No di certo. Come potresti mai
infastidirmi? Sarò pronto per te,
come sempre.»
«Resterai nel mio letto, aspettando di
darmi piacere.» Con un
sorriso crudele, Neferet girò sui tacchi e
scivolò nell’immensa camera
che occupava metà del sontuoso attico,
chiudendo la doppia porta
della stanza da bagno con un gesto
drammatico e un rumore che per
Kalona somigliarono molto a quelli di
un secondino che sbarra la
porta di una prigione.
Lui e Rephaim rimasero silenziosi e
immobili per quasi un minuto.
Quando infine l’immortale parlò, aveva
la voce roca per la rabbia
repressa. «Non c’è prezzo troppo grande
per spezzare il dominio che
ha su di me.» Kalona si passò la mano
sul petto, quasi potesse
cancellare ogni traccia del tocco di lei.
«Ti tratta come un servo.»
«Ma non durerà a lungo, no di certo»,
sbottò cupo.
«Al momento, però, è così. Ti ordina
persino di stare lontano da
Zoey, e tu sei stato legato per secoli alla
fanciulla cherokee che
condivide la sua anima!»
«No. La Tsi Sgili può credere di
comandare ogni mia mossa
tuttavia, anche se si considera una dea,
non è onnisciente. Non sa
tutto. Non vede tutto.» Kalona
continuava a muovere le ali, agitato.
«Figlio mio, credo che tu abbia ragione.
Zoey potrebbe essere spinta
a lasciare l’antica isola di Skye, se
capisse di non poter sfuggire al
legame con me neppure lì.»
«Sembra logico. La ragazza si nasconde
per evitarti. Dimostrale
che i tuoi poteri sono troppo grandi
perché possa riuscirci, che la Tsi
Sgili approvi oppure no.»
«Non mi serve la sua approvazione.»
«Appunto», convenne Rephaim.
«Figlio mio, vola nella notte e rintraccia
i novizi della Tsi Sgili.
Questo la tranquillizzerà. Tuttavia
desidero che tu cerchi pure Stevie
Rae. Tienila sotto controllo. Guarda
dove va e cosa fa, ma non la
catturare. Non ancora. Sono convinto
che i suoi poteri siano legati
alla Tenebra e che possa esserci utile,
prima però dobbiamo minare
la sua amicizia con Zoey e la sua fedeltà
alla Casa della Notte. Deve
pur avere un punto debole. Se la
osserviamo abbastanza a lungo, lo
scopriremo.» Kalona s’interruppe, poi
ridacchiò, anche se il suono
non fu affatto allegro. «Le debolezze
possono essere così allettanti.»
«Allettanti, padre?»
Kalona fissò il figlio, stupito dalla sua
strana espressione. «Sì,
allettanti. Forse sei stato separato dal
mondo per così tanto tempo
da non ricordare la potenza anche di
un’unica debolezza umana.»
«Padre, io... io non sono umano. Per me
è difficile capirti...»
«Ma certo... certo, limitati a osservare
la Rossa. Io rifletterò su
cosa fare con lei. E, mentre aspetto il
prossimo ordine, mi muoverò
nel regno dei sogni e darò a Zoey, oltre
che a Neferet, una lezione
su come si gioca a nascondino.»
«Sì, padre.» Rephaim aprì la
portafinestra, raggiunse la balaustra e
spalancò le grandi ali d’ebano. Poi,
silenzioso e aggraziato, si lasciò
cadere e si librò nella notte di Tulsa.
Per un attimo, l’immortale lo invidiò,
desiderando di potersi
lanciare anche lui dal tetto di
quell’edificio maestoso e planare nel
cielo nero, come un predatore in caccia.
Invece no. La caccia cui si sarebbe
dedicato quella sera era diversa.
Non l’avrebbe portato tra le nuvole ma,
a suo modo, sarebbe
comunque stata appagante.
Il terrore poteva essere appagante.
L’ultima volta che aveva visto Zoey, il
suo spirito immortale era
stato strappato all’Aldilà e restituito al
corpo. In quell’occasione, era stato lui a
provare terrore, per non essere riuscito
a ucciderla. A quel
punto la Tenebra, in virtù del giuramento
di Neferet, che lui aveva
accettato, era stata in grado di
controllarlo, di ghermirgli l’anima.
Kalona rabbrividì. Aveva avuto a che
fare con la Tenebra per
molto tempo, ma non le aveva mai
concesso il controllo sulla
propria anima immortale.
L’esperienza non era stata piacevole.
Non tanto per il dolore, che
comunque era stato quasi insopportabile,
e neppure per il senso
d’impotenza che aveva provato quando i
tentacoli neri l’avevano
ricoperto. No, il suo terrore era stato
provocato dal rifiuto di Nyx.
Mi perdonerai mai? le aveva chiesto.
La risposta della Dea l’aveva ferito in
modo molto più profondo
della claymore da Guardiano di Stark:
Se mai sarai degno di
perdono, potrai chiedermelo. Ma non
prima di allora. Ma il colpo
più terribile era stato un altro. Pagherai
a questa mia figlia il debito
che hai con lei, poi tornerai nel mondo e
alle conseguenze che là ti
aspettano, sapendo, mio deposto
Guerriero, che al tuo spirito, oltre
che al tuo corpo, è proibito l’ingresso
nel mio regno.
Poi Nyx l’aveva abbandonato nelle
grinfie della Tenebra.
Era stato peggio della prima volta.
Quand’era caduto, era stato
per propria scelta, e Nyx non era stata
fredda e indifferente. Quella
seconda volta era stato diverso. Il
terrore provocato dalla cacciata
definitiva l’avrebbe ossessionato per
l’eternità, proprio come l’ultima
visione agrodolce che aveva avuto della
sua Dea.
«No. Non intendo pensarci. Ho scelto la
mia strada molto tempo
fa. Nyx non è più la mia Dea da secoli e
non vorrei mai più tornare
a essere il suo Guerriero, a essere
sempre secondo a Erebo.» Kalona
parlava rivolto al cielo, lo sguardo fisso
nella direzione in cui era
andato suo figlio, quindi chiuse la porta
alla gelida notte di gennaio
e, assieme a essa, di nuovo, chiuse il
cuore a Nyx.
Con rinnovata risolutezza, l’immortale
attraversò l’attico a grandi
passi, superando l’angolo bar di legno
luccicante e il salotto di
velluto, per raggiungere la sontuosa
camera da letto. Diede
un’occhiata alle porte della stanza da
bagno, da cui giungeva lo
scroscio dell’acqua che riempiva la
vasca dove Neferet amava tanto
rilassarsi. Il profumo dell’olio da bagno
– un misto di garofano e
gelsomino a fioritura notturna realizzato
appositamente per lei alla
Casa della Notte di Parigi – arrivava
fino a Kalona, intrufolandosi
sotto la porta e rendendo l’aria
soffocante.
Disgustato, l’immortale si voltò e tornò
sui propri passi, aprì il
finestrone che portava al tetto e inspirò a
fondo l’aria fredda e
pulita.
Quando si fosse degnata di cercarlo,
Neferet l’avrebbe trovato là,
sotto le stelle, e l’avrebbe punito per
non essere rimasto a letto
come aveva ordinato, in attesa di darle
piacere neanche fosse la sua
puttana.
Kalona grugnì.
Non era passato molto da quando,
attirata dal suo potere, lei era
rimasta vittima del suo fascino
immortale. Per un brevissimo istante,
si chiese se avrebbe deciso di tenerla in
schiavitù, una volta
cancellato il controllo che lei aveva
sulla sua anima.
L’idea gli diede piacere. Più tardi. Ci
avrebbe pensato più tardi.
Ormai aveva poco tempo e molto da fare
prima di soddisfare
Neferet.
L’immortale andò alla massiccia
balaustra di pietra, allargò le
immense ali scure ma, invece di
lanciarsi giù per assaporare l’aria
della notte, si distese a terra,
avvolgendosi tra le piume nere come in
un bozzolo.
Ignorò il freddo della pietra sotto di lui,
concentrandosi soltanto
sulla forza del cielo senza fine e
sull’antica magia che fluttuava libera e
allettante nella notte. Chiuse gli occhi e
lentamente... lentamente...
fece lunghi respiri profondi. E, mentre
espirava, si liberò anche di
ogni pensiero riguardante Neferet.
Quindi trascinò nei polmoni, nel
corpo e nello spirito, il potere invisibile
che colmava la notte e su cui aveva
autorità grazie al sangue immortale. Poi
attirò a sé pensieri su
Zoey.
I suoi occhi... del colore dell’onice.
La sua bocca voluttuosa.
I lineamenti ereditati dalla nonna
cherokee che gli ricordavano
tanto l’altra fanciulla che con lei
divideva l’anima e il cui corpo un
tempo l’aveva catturato e confortato.
«Trova Zoey Redbird.» Il fatto che
Kalona tenesse bassa la voce
non la rese meno imperiosa quando –
grazie al potere conferitogli
dal proprio sangue e dalla notte – evocò
una forza così antica da far
sembrare giovane il mondo. «Porta il
mio spirito da lei. Segui il
nostro legame. Se è nel regno dei sogni,
non potrà nascondersi. I
nostri spiriti si conoscono troppo bene.
Va’, ora!»
Ciò non aveva niente a che vedere con
quanto gli era accaduto
quando la Tenebra, per ordine di
Neferet, gli aveva rubato l’anima.
Stavolta si trattava di una sensazione
piacevole, familiare, simile
all’ebrezza che provava durante il volo.
Non seguì gli appiccicosi
tentacoli della Tenebra, ma la vorticosa
energia nascosta tra le
pieghe delle correnti del cielo.
Lo spirito di Kalona si mosse rapido e
deciso verso est, a una
velocità inconcepibile dalla mente
mortale.
Una volta giunto sull’isola di Skye,
Kalona esitò, stupito che
l’incantesimo di protezione gettato da
Sgiach così tanto tempo prima
riuscisse a fermare persino lui. Doveva
essere una vampira davvero
potente, era un peccato che non avesse
risposto lei alla sua chiamata
invece di Neferet.
Poi non sprecò altro tempo in pensieri
inutili e il suo spirito
abbatté la barriera di Sgiach e si lasciò
scendere, lento e risoluto,
verso il castello della regina.
L’impronta della Dea era ovunque e gli
fece tremare l’anima di un
dolore che trascendeva il mondo fisico.
Il boschetto non lo fermò.
Non gli impedì di passare.
Semplicemente gli causò un ricordo che
era sofferenza pura.
È così simile al bosco di Nyx che non
rivedrò mai più...
Kalona si allontanò dalla verdeggiante
dimostrazione della
benevolenza di Nyx e lasciò che il
proprio spirito venisse trascinato
verso il castello di Sgiach. Lì avrebbe
trovato Zoey. Se stava
dormendo, avrebbe seguito il loro
legame per entrare nel mistico
mondo dei sogni.
Guardò con ammirazione le teste
mozzate e l’evidente abilità
guerriera degli abitanti di quel luogo
antico. Attraversando la spessa
pietra grigia tipica dell’isola, Kalona
rifletté su quanto avrebbe
preferito vivere lì invece che nella
gabbia dorata dell’attico di Tulsa.
Doveva portare a termine il suo compito
e costringere Zoey a
tornare alla Casa della Notte. Era come
una complessa partita a
scacchi, in cui lei non era altro che una
regina da catturare per poter
essere di nuovo libero.
Usando la vista dell’anima – la capacità
di rendere visibili gli strati
di realtà che si sollevavano e si
spostavano, si agitavano e
s’impennavano tutto intorno al mondo
mortale –, Kalona si
concentrò sul regno dei sogni, quel
fantastico piano di esistenza che
non era né corporeo né spirituale, e tirò
i fili del legame che stava
seguendo, sapendo che, quando il caos
di colori provocato dai
movimenti delle diverse realtà si
sarebbe dissolto, lui si sarebbe
riunito a Zoey.
Kalona era rilassato e sicuro di sé,
quindi assolutamente
impreparato a ciò che accadde dopo.
Avvertì uno strattone insolito,
come se il suo spirito si fosse frantumato
in milioni di granelli di
sabbia spinti a forza nello stretto imbuto
di una clessidra.
A poco a poco, i suoi sensi
cominciarono a stabilizzarsi. Il primo a
riattivarsi fu la vista, permettendogli di
scorgere qualcosa che per
poco non gli fece perdere la
concentrazione.
Zoey gli sorrideva con un’espressione
piena di calore e fiducia.
Dalla consistenza della realtà che lo
circondava, Kalona capì
subito di non essere entrato nel mondo
dei sogni. Fissò a sua volta
Zoey, senza nemmeno osare respirare.
Poi gli tornò il senso del tatto e capì che
lei era tra le sue braccia,
che il suo corpo nudo, caldo e flessuoso
era premuto contro il suo.
Zoey gli sfiorava il viso, le dita che
indugiavano sulle labbra.
Automaticamente, i fianchi di lui si
sollevarono verso di lei, che
emise un piccolo gemito di piacere,
chiudendo gli occhi, in attesa del
suo bacio.
Appena prima che lui sprofondasse in
lei, a Kalona tornò l’udito.
«Anch’io ti amo, Stark», gli disse Zoey,
quindi iniziò a fare l’amore
con lui.
Il piacere fu così inatteso, lo shock così
intenso, che il contatto si
spezzò e Kalona si ritrovò sul pavimento
della terrazza. Si alzò e
andò ad appoggiarsi contro la balaustra.
Il suo cuore batteva
all’impazzata. Scosse la testa, incredulo.
«Stark.» Kalona pronunciò
quel nome rivolto alla notte, ragionando
ad alta voce. «Il legame
che ho seguito non era affatto con Zoey.
Era con Stark.» Si sentì uno
stupido per non averlo capito prima.
«Nell’Aldilà gli ho donato un
frammento della mia anima immortale,
quindi ora ho accesso al
Guardiano e Guerriero per Giuramento
di Zoey Redbird!» Kalona
allargò le ali, piegò la testa all’indietro
e fece risuonare nella notte
una risata trionfante.
«Cosa c’è di tanto divertente e perché
non sei ancora nel mio
letto?» domandò seccata Neferet, nuda
sulla porta della camera.
«Era una risata di gioia. Sono qui perché
desidero prenderti sul
tetto, con sopra di noi soltanto il cielo.»
Raggiunse Neferet a grandi
passi, la sollevò e la portò alla
balaustra. Poi chiuse gli occhi,
immaginando che avesse i capelli e gli
occhi scuri, mentre la faceva
gridare di piacere, ancora e ancora.
STARK
La prima volta successe talmente in
fretta che Stark non era
nemmeno sicuro che fosse accaduto
davvero.
Ma avrebbe dovuto dare retta all’istinto.
Lo stomaco gli diceva
che c’era qualcosa di sbagliato, di molto
sbagliato, anche se era
durato solo pochi attimi.
Si trovava a letto con Zoey. Parlavano,
ridevano e
fondamentalmente si stavano godendo un
po’ di tempo da soli. Il
castello era uno spettacolo, Sgiach,
Seoras e gli altri Guerrieri erano
grandiosi, ma Stark era un solitario. Lì a
Skye, per quanto strafigo
fosse quel posto, c’era sempre intorno
qualcuno. Il fatto che fosse
fuori del mondo «reale» non significava
che non ci fosse niente da
fare. Anzi, le sue giornate erano molto
piene: allenamenti,
manutenzione del castello, commerci
con la gente del posto e cose
simili. Per non parlare del fatto che era
stato affiancato a Seoras, il
che voleva dire che in pratica era lo
schiavetto – nonché vittima
preferita per le battutacce – del vecchio
Guardiano.
Poi c’erano i garrons, piccoli e forti
cavalli da lavoro tipici delle
highlands. Lui non era mai stato un patito
di cavalli, ma quelli erano
incredibili, anche se sembravano
produrre una quantità di sterco del
tutto sproporzionata alle loro
dimensioni. Stark lo sapeva benissimo,
dato che aveva passato la maggior parte
della serata a spalarlo e,
quando aveva fatto un paio di commenti
che sì, certo, potevano
essere sembrati lamentele, Seoras e un
altro vecchio Guerriero con
l’accento irlandese, la testa rasata e la
barba rossa avevano
cominciato a chiamarlo Ach, povera
piccola Mary con le sue dolci e
tenere manine da fanciulla.
Non c’era bisogno di dire che era
davvero contento di essere da
solo con Zoey. Lei aveva un odore così
buono e lo faceva sentire
così bene che doveva continuare a
ricordare a se stesso che non
stava sognando. Non erano più
nell’Aldilà. Era tutto reale, e Zoey
era sua.
Era successo in mezzo a baci intensi,
profondi che gli avevano
fatto pensare di essere sul punto di
esplodere. Le aveva appena
detto che l’amava e Zy aveva alzato il
viso verso di lui sorridendo.
D’improvviso gli era cambiato qualcosa
dentro. Si era sentito più
pesante, ma stranamente anche più forte.
E poi c’era stato un
insolito senso di stupore che gli aveva
percorso le terminazioni
nervose. A quel punto, lei l’aveva
baciato e, come accadeva sempre
quando Zy lo baciava, gli era diventato
difficile pensare, ma aveva
intuito comunque che c’era qualcosa che
non andava.
Si era sentito sconvolto.
Il che era stranissimo: insomma, era da
un bel po’ che lui e Zoey
erano andati oltre i baci, eppure era
come se una parte in lui – che
però non faceva esattamente parte di lui
– fosse stupita da matti per
quanto stava succedendo.
Poi aveva iniziato a fare l’amore con lei
e la sorpresa iniziale era
diventata ancora più intensa, bruciante,
per poi sparire del tutto,
tanto in fretta com’era comparsa,
lasciandolo libero di godersi la sua
Zy che si scoglieva tra le sue braccia in
un modo che gli riempiva il
cuore, la testa, il corpo e l’anima. Alla
fine c’era soltanto lei.
Dopo, Stark cercò di ricordare cosa gli
fosse sembrato tanto
insolito, cosa lo avesse disturbato tanto.
Ma a quel punto stava
sorgendo il sole e lui scivolò in un
sonno esausto e felice, e la
questione non parve più così importante.
In fondo, perché avrebbe dovuto
preoccuparsi? Zoey era lì, ben
protetta dalle sue braccia.
CAPITOLO 12
REPHAIM
Il Raven Mocker si lasciò cadere
dall’ultimo piano del Mayo
Building e, reso quasi invisibile dal
piumaggio scuro, si librò sopra la
città.
Come se gli umani guardassero mai in
alto... povere creature
incapaci di volare. Che strano: anche se
Stevie Rae non sapeva
volare, non l’aveva mai inclusa in quella
patetica orda di senza-ali.
Stevie Rae... Il volo si fece esitante. La
velocità diminuì. No. Non
pensare a lei adesso. Prima devo
allontanarmi per bene ed essere
sicuro che i miei pensieri siano davvero
soltanto miei. Mio padre
non deve sospettare che qualcosa non
va. E Neferet non lo dovrà
mai sapere, mai e poi mai.
Rephaim chiuse la mente a tutto tranne
che al cielo buio e
disegnò nell’aria dei cerchi ampi e lenti,
per accertarsi che Kalona
non avesse cambiato idea e sfidato
Neferet per unirsi a lui. Quando
capì di avere la notte tutta per sé, si
diresse a nordest seguendo una
rotta che l’avrebbe portato prima al
vecchio scalo abbandonato di
Tulsa e poi alla Will Rogers High, sulla
scena dei crimini commessi
dalla banda che di recente tormentava
quella zona della città.
Lui però pensava che avesse ragione
Neferet: di sicuro quelle
aggressioni erano opera dei suoi novizi
rossi. Ma era l’unica cosa su
cui era d’accordo con lei.
Rephaim volò rapido e silenzioso fino al
vecchio scalo ferroviario
abbandonato, quindi aguzzò la vista per
individuare anche un
minimo movimento che potesse tradire
la presenza di qualche
vampiro o novizio, rosso o blu che
fosse. Studiò l’edificio con uno
strano misto di aspettativa e riluttanza.
Cosa avrebbe fatto se Stevie
Rae avesse ripreso possesso del
seminterrato e della labirintica serie
di tunnel sottostanti?
Sarebbe riuscito a rimanere silenzioso e
invisibile nel cielo della
notte, o le avrebbe rivelato la sua
presenza?
Prima di poter formulare una risposta,
capì che non avrebbe
dovuto prendere nessuna decisione
perché Stevie Rae non era allo
scalo ferroviario. L’avrebbe saputo se
lei fosse stata nelle vicinanze.
Quella consapevolezza calò su di lui
come un sudario e, con un
lungo sospiro, Rephaim scese sul tetto
dell’edificio abbandonato.
Finalmente solo, ripiegò le ali sulla
schiena e si mise a camminare
avanti e indietro, riflettendo sulla
tremenda valanga di eventi che gli
era crollata addosso quel giorno.
La Tsi Sgili stava intessendo una rete
che poteva distruggere il
mondo di Rephaim. Suo padre aveva
intenzione di usare Stevie Rae
per riottenere il controllo del proprio
spirito. Mio padre userebbe
chiunque per vincere la sua guerra
contro Neferet.
Rephaim respinse quel pensiero, come
avrebbe fatto prima che
Stevie Rae entrasse nella sua vita.
Scoppiò in una risata amara.
«Entrata nella mia vita? Più che altro si
è intrufolata nella mia
anima e nel mio corpo.» Smise di
camminare, ricordando ciò che
aveva provato quando la splendida,
innocente energia della terra
era scivolata in lui, guarendolo. Scosse
la testa. «Non fa per me. Il
mio posto non è con lei; è impossibile. Il
mio posto è dove sono
sempre stato, al fianco di mio padre,
nella Tenebra.» Si guardò le
mani appoggiate sulla grata di metallo
arrugginito. Non era né
uomo né vampiro, né immortale né
umano. Era un mostro.
Ma questo significava che poteva
starsene a guardare senza fare
niente mentre Stevie Rae veniva usata da
suo padre e sfruttata dalla
Tsi Sgili? O peggio, sarebbe riuscito a
prendere parte alla sua cattura?
Lei non mi tradirebbe. Neanche se la
catturassi, Stevie Rae non
svelerebbe il nostro legame.
Continuando a fissarsi le mani, Rephaim
si rese conto di dove si
trovava, di quale fosse la grata cui si era
appoggiato, e fece un salto
indietro. Era lì che i novizi rossi votati
alla Tenebra li avevano
intrappolati, era lì che Stevie Rae aveva
quasi perso la vita, che era
stata ferita a morte... Era lì che lui le
aveva permesso di bere il suo
sangue... di creare un Imprinting.
«Per tutti gli dei, se solo potessi tornare
indietro!» urlò verso il
cielo.
L’eco delle sue parole risuonò nell’aria,
come se la notte lo stesse
prendendo in giro.
Rephaim abbassò le spalle e chinò la
testa, mentre le dita
sfioravano la superficie della rozza
grata di ferro. «Cosa devo fare?»
sussurrò.
Non ottenne risposta, e d’altronde non
l’aspettava.
Quindi staccò la mano da quel ferro
implacabile e cercò di
riprendersi. «Farò quello che ho sempre
fatto. Eseguirò gli ordini di
mio padre. Se in questo modo riuscirò
anche a proteggere almeno in
parte Stevie Rae, bene. Se non ci
riuscirò, bene lo stesso. La mia
strada è stata decisa nel momento in cui
sono stato concepito, non
posso allontanarmene adesso.» Le
parole risuonarono gelide come la
sera di gennaio, ma il suo cuore era
caldissimo, quasi ciò che aveva
detto gli avesse fatto ribollire il sangue.
Senza ulteriori esitazioni, Rephaim
lasciò il tetto dello scalo
ferroviario e proseguì verso est,
volando fino alla Will Rogers High,
che si trovava su una collinetta, in una
zona piuttosto isolata.
L’edificio principale era ampio e
rettangolare, di mattoni chiari che
alla luce della luna parevano sabbia. Il
Raven Mocker fu attirato
dalla parte centrale della struttura, da
cui s’innalzava la prima di due
grandi torri quadrate. Fu lì che atterrò,
assumendo immediatamente
una posizione di difesa.
Ne sentiva l’odore. Il tanfo dei novizi
rossi era ovunque. Con
movimenti furtivi, Rephaim si appostò in
modo da poter osservare
lo spazio davanti all’edificio: alberi,
grandi e piccoli, un vasto prato
e nient’altro.
Rephaim attese. Non ci volle molto.
Sapeva che sarebbe andata
così. Mancava davvero poco all’alba,
perciò s’immaginava di vederli
tornare. Quello che però non si
aspettava era di vederli avvicinarsi al
portone della scuola, puzzando di sangue
fresco e capitanati da
Dallas, che si era appena Trasformato, e
da Nicole, che gli stava
appiccicata addosso.
Era evidente che il grosso e insulso
Kurtis si considerava una specie
di guardia del corpo perché, mentre
Dallas appoggiava la mano su
una delle porte d’acciaio color ruggine,
lui si posizionò a lato dei
gradini, guardandosi in giro con la
pistola in pugno, convinto di
sapere cosa farsene.
Rephaim scosse la testa disgustato:
erano così sicuri di sé. Kurtis
non guardò in alto. Né i novizi né Dallas
guardarono in alto, ignari
di essere osservati da una creatura ben
diversa da quella che avevano
catturato: non avevano idea di quanto
fossero vulnerabili a un suo
attacco.
Ma Rephaim non si mosse, limitandosi
ad aspettare.
Nicole si strusciò ancora di più contro
Dallas. «Oh, sì, piccolo! Fa’
la tua magia.» Si udì uno sfrigolio,
quindi Dallas spinse il portone,
che si aprì senza nemmeno far scattare
l’allarme.
«Andiamo. Manca poco all’alba e c’è
una cosetta di cui ti devi
occupare prima che sorga il sole.» Gli
altri novizi scoppiarono a
ridere, mentre Nicole gli strofinava la
mano sul davanti dei calzoni.
«Allora andiamo in quei tunnel nel
seminterrato così posso darmi da
fare.» Dallas attese che fossero entrati
tutti, poi li seguì chiudendo la porta.
Dopo un istante, Rephaim udì un altro
sfrigolio e tutto tornò
silenzioso. Poco dopo, la guardia della
sicurezza passò in auto
davanti all’edificio. Neppure l’uomo
alzò gli occhi, perciò non vide
l’enorme Raven Mocker accovacciato in
cima alla torre della scuola.
Quando la guardia si allontanò, Rephaim
si librò nella notte,
cercando di riordinare i pensieri. Dallas
era a capo dei novizi rossi
cattivi.
Controllava la magia moderna di questo
mondo che, in qualche
maniera, gli consentiva di entrare negli
edifici.
La Will Rogers High era il luogo in cui
avevano deciso di fare il
nido.
Stevie Rae avrebbe voluto saperlo.
Avrebbe dovuto saperlo. Lei si
sentiva ancora responsabile per loro,
anche se avevano cercato di
ucciderla. E riguardo a Dallas? Chissà
se provava ancora qualcosa per
lui.
Anche solo il ricordo di lei tra le
braccia di Dallas lo faceva
arrabbiare. Ma Stevie Rae aveva scelto
lui, non Dallas. In modo
chiaro e assoluto.
Non che adesso facesse qualche
differenza.
Fu in quel momento che Rephaim si rese
conto di non essersi
diretto verso il Mayo Building. Stava
volando più a sud, sopra la
sagoma buia dell’abbazia delle suore
benedettine, e si stava
avvicinando silenzioso a Utica Square e
al campus protetto dal muro
di pietra. Esitò.
I vampiri avrebbero guardato in alto.
Rephaim battè freneticamente le ali e
puntò verso l’alto, su e
ancora più su. Poi, troppo lontano per
essere scorto con facilità,
fiancheggiò il campus, tuffandosi senza
il minimo rumore dietro il
muro est, in una chiazza d’ombra tra due
lampioni.
Prima di raggiungere il muro udì uno
strano ululato. Si trattava di
un suono così disperato e struggente da
spezzare il cuore persino a
lui. Cos’è che si lamenta in un modo
così terribile?
Lo capì quasi subito: il cane. Il cane di
Stark. Durante una delle
sue chiacchierate non stop, Stevie Rae
gli aveva raccontato che un
suo amico, un ragazzo che si chiamava
Jack, era più o meno
diventato padrone del cane quando Stark
era diventato un novizio
rosso. L’animale si era affezionato molto
a Jack, e Stevie Rae
pensava fosse una buona cosa, dato che
il ragazzo era davvero
dolcissimo. Ricordando quel discorso, i
tasselli del puzzle andarono
al proprio posto. Quando raggiunse il
muro di cinta della scuola e
udì il pianto che accompagnava
quell’ululato tremendo, Rephaim
sapeva cosa apettarsi dall’altro lato del
muro.
Eppure sbirciò comunque. Non poté
evitarlo. Voleva vedere
Stevie Rae... solo vederla. Dopotutto,
non poteva fare altro che
guardare: Rephaim non poteva certo
andare da lei, ora che era
circondata dai vampiri della Casa della
Notte.
Aveva indovinato: l’innocente il cui
sangue aveva ripagato il
debito di Neferet con la Tenebra era
Jack, l’amico di Stevie Rae.
In ginocchio sotto l’albero che Kalona
aveva spezzato quand’era
fuggito dalla sua prigione sotterranea, un
ragazzo singhiozzava
ripetendo in continuazione «Jack!»
Accanto a lui, un cane ululava in
mezzo all’erba. Il corpo non c’era più,
ma il sangue sì. Rephaim si
chiese se qualcuno si sarebbe accorto
che ce n’era molto meno del
dovuto. La Tenebra aveva bevuto
avidamente l’offerta di Neferet.
Il maestro di scherma, Dragone
Lankford, cercava di confortare il
ragazzo posandogli una mano sulla
spalla. I tre erano soli. Stevie Rae
non c’era. Rephaim tentò di convincersi
che fosse meglio così: era
davvero un bene che lei non fosse lì,
magari non aveva nemmeno
visto il cadavere, ma poi fu travolto da
un’ondata di sentimenti:
tristezza, preoccupazione e soprattutto
dolore. Quindi Stevie Rae
raggiunse di corsa il terzetto, tenendo tra
le braccia un grosso gatto
color grano. Era così bello vederla che
Rephaim quasi si dimenticò di
respirare.
«Duchessa, ora devi smetterla.» La voce
di lei, con quel suo forte
accento dell’Oklahoma, rinfrancò il
Raven Mocker come una pioggia
di primavera nel deserto. La osservò
accovacciarsi accanto alla grossa
cagnolona, depositandole il gatto tra le
zampe. Il felino iniziò
immediatamente a strusciarsi contro il
cane, come se cercasse di
consolarlo. Con grande stupore di
Rephaim, la labrador si calmò e
prese a leccare il gatto.
«Brava ragazza. Lasciati aiutare da
Cameron.» Stevie Rae alzò lo
sguardo verso il maestro di scherma, che
assentì in modo quasi
impercettibile. Allora lei rivolse la
propria attenzione al novizio
singhiozzante. Frugando nella tasca dei
jeans, prese un pacchetto di
fazzoletti di carta e glieli tese. «Damien,
tesoro, è ora che smetta
anche tu. Finirai per sentirti male.»
Damien prese un Kleenex e se lo
passò sul viso poi, con voce tremante,
disse: «Non... non me ne
importa».
Stevie Rae gli sfiorò la guancia. «Lo so
che non te ne importa, ma
il tuo gatto ha bisogno di te, e anche
Duchessa. E poi... Jack sarebbe
sconvolto di vederti conciato così.»
«Jack non mi vedrà mai più.» La voce di
Damien era così
angosciata che a Rephaim sembrò di
sentire l’eco del cuore che
andava in pezzi.
«Non ci credo neanche ma neanche... E,
se ci pensi un attimo,
vedrai che non ci credi nemmeno tu»,
replicò decisa Stevie Rae.
Damien la guardò con occhi spiritati.
«Stevie Rae, in questo
momento io non riesco proprio a
pensare...»
«Parte della tristezza passerà»,
intervenne Dragone, con un tono
da cuore spezzato uguale a quello di
Damien. «Quanto basta da
permetterti di ricominciare a riflettere.»
«Giusto. Dai ascolto a Dragone. Presto
ritroverai dentro di te il
filo che ti lega alla Dea. Seguilo.
Ricordati che c’è un Aldilà che
possiamo condividere tutti. Jack adesso
è lì, e un giorno lo
incontrerai di nuovo.» Lo sguardo di
Damien si spostò da Stevie Rae
al Signore delle Spade. «Lei c’è
riuscito? Questo le rende più facile
sopportare la perdita di Anastasia?»
«Niente può rendere le cose più facili.
In questo momento sono
ancora alla ricerca del filo che porta
alla nostra Dea.»
Rephaim provò uno shock tremendo
rendendosi conto di essere
stato lui a causare la sofferenza del
maestro di scherma. Lui aveva
ucciso la professoressa d’Incantesimi e
rituali, Anastasia Lankford,
così, a sangue freddo, senza provare
nessuna emozione tranne, forse,
un po’ d’irritazione per aver impiegato
fin troppo tempo ad avere la
meglio sulla vampira e squarciarle la
gola.
L’ho ammazzata senza pensare a niente e
a nessuno, spinto dalla
necessità di seguire mio padre, di
obbedire ai suoi ordini. Sono un
mostro.
Il Raven Mocker non riusciva a staccare
gli occhi dal Signore delle
Spade, avvolto nel proprio dolore come
in un mantello. Riusciva
quasi letteralmente a vedere il vuoto che
la perdita della compagna
aveva creato nella sua vita. E, per la
prima volta in un’esistenza
plurisecolare, lui provò rimorso per le
proprie azioni.
Gli sembrava di non essersi mosso, di
non aver fatto rumore,
eppure lo sguardo di Stevie Rae lo
scovò. Lentamente, lui spostò
l’attenzione da Dragone alla vampira e
le emozioni di lei lo
travolsero come se gliele avesse
scagliate contro di proposito.
Prima di tutto, Rephaim percepì quanto
lei fosse stupita di
vederlo, cosa che lo fece arrossire e
sentire quasi in imbarazzo. Poi
provò una tristezza profonda, tagliente,
dolorosa. Lui cercò di farle
arrivare il dispiacere che sentiva,
sperando che la vampira riuscisse a
capire quanto gli mancava e quanto
rimorso provasse per essere
stato causa di tutta quella sofferenza.
La rabbia lo colpì con tanta forza che
Rephaim rischiò di perdere
l’appiglio sul muro.
«Damien, voglio che tu e Duchessa
veniate con me. Dovete
andarvene tutti e due da questo posto.
Qui sono successe delle cose
brutte. E non è ancora finita. C’è
qualcuno in agguato. Lo sento.
Andiamocene. Subito.» Mentre parlava,
Stevie Rae non aveva mai
staccato gli occhi da quelli di Rephaim.
La reazione del maestro di scherma fu
rapidissima. Scrutò in giro e
Rephaim s’immobilizzò, desiderando
che le ombre e la notte lo
nascondessero. «Cos’è? Cosa c’è?»
domandò Dragone.
«Tenebra», affermò Stevie Rae in tono
tagliente, come se avesse
voluto lanciare un coltello nel cuore di
Rephaim. «Tenebra corrotta
e che non si può redimere.» Poi gli voltò
le spalle con gesto
sprezzante. «Lo stomaco mi dice che non
è niente che meriti che lei
impugni di nuovo la spada, ma è
comunque meglio se ce ne
andiamo.»
«Sono d’accordo», convenne Dragone,
seppur riluttante.
Lui sarà una forza con cui dovrò fare i
conti in futuro, rifletté
Rephaim. E Stevie Rae? La sua Stevie
Rae? Cosa sarebbe stata lei?
Potrebbe davvero odiarmi? Potrebbe
respingermi per sempre? Provò
ad analizzare i sentimenti di lei mentre
la osservava prendere per
mano Damien e farlo alzare, per poi
accompagnare novizio, cane,
gatto e Dragone verso i dormitori.
Senza dubbio percepiva rabbia e dolore,
e quei sentimenti li
comprendeva benissimo. Ma l’odio? Lo
odiava sul serio? Rephaim
non ne era sicuro, ma in fondo al cuore
sentiva che se lo sarebbe
meritato eccome, il suo odio. Certo, non
era stato lui a uccidere
Jack, ma era legato alle forze che
l’avevano fatto.
Sono figlio di mio padre. Non so essere
altro. Non ho alternative.
Quando Stevie Rae se ne fu andata,
Rephaim si lanciò nel cielo il
più rapidamente possibile, girò intorno
al campus e tornò verso il
tetto del Mayo Building.
Mi merito il suo odio... mi merito il suo
odio... mi merito il suo
odio...
La litania gli risuonava nella mente a
tempo col battito delle ali.
La sua disperazione e il suo dispiacere
si unirono all’eco della
tristezza e della rabbia di Stevie Rae.
L’umidità della notte si mischiò
alle lacrime, mentre il viso di Rephaim
veniva inondato dalla luce
della luna e dal senso di perdita.
CAPITOLO 13
STEVIE RAE
«Oh, merda! Mi stai dicendo che
nessuno ha avvertito Zoey?»
saltò su Afrodite.
Stevie Rae la prese per il gomito e, con
una stretta che
tecnicamente poteva anche essere
considerata più forte del
necessario, la trascinò fuori della stanza
di Damien.
Davanti alla porta, entrambe si
voltarono verso il letto, dove
Damien dormiva raggomitolato assieme
a Duchessa e a Cameron,
tutti e tre stravolti dal dolore e dalla
stanchezza.
In silenzio, Stevie Rae si richiuse
delicatamente la porta alle spalle.
«E tieni bassa quella cavolo di voce»,
mormorò.
«Okay, okay, non ti scaldare! Jack è
morto e nessuno ha avvertito
Zoey?»
«No. Non è che abbia avuto tanto tempo.
Damien era isterico.
Duchessa era isterica. A scuola c’è un
delirio. Io sono l’unica Somma
Sacerdotessa dell’accidenti che,
apparentemente, non è chiusa in
stanza a pregare o quello che è, quindi
sono stata un po’ presa a
gestire l’uragano di merda che si è
scatenato qui fuori, oltre al fatto
che è appena morto un ragazzo davvero
buono e simpatico.»
«Sì, lo capisco, e dispiace anche a me,
ma Zoey deve tornare
subito qui. Se tu eri troppo impegnata,
avresti dovuto farle
telefonare da uno dei prof. Prima lo sa,
prima prenota un cavolo di
aereo.» Dario arrivò di corsa e prese la
mano di Afrodite.
«È stata Neferet, vero? Quella stronza
ha ucciso Jack», gli chiese
subito lei.
«Non è possibile», replicarono in stereo
Dario e Stevie Rae, che
lanciò ad Afrodite un’occhiata da te
l’avevo detto.
Dario invece le spiegò tutto per bene.
«Quando Jack è caduto
dalla scala, Neferet si trovava davvero
alla riunione del Consiglio.
Non solo Damien ha visto Jack cadere,
c’è anche un altro testimone
che conferma l’orario: Drew Partain
stava attraversando il parco,
quando ha sentito Jack che cantava. Ha
detto che a un certo punto
non lo ha sentito più, ma pensava fosse
solo perché, proprio in quel
momento, la campana del tempio di Nyx
ha cominciato a battere la
mezzanotte.»
«In realtà è stato allora che Jack è
morto», aggiunse Stevie Rae in
tono piatto e duro, l’unico che era
riuscita a trovare per fare in
modo che la voce non le tremasse come
stava facendo lei.
«Sì, l’orario è quello», confermò Dario.
«E voi siete sicuri che in quel momento
Neferet fosse alla
riunione?» chiese ancora Afrodite.
«La campana ha suonato proprio mentre
lei parlava», spiegò
Stevie Rae.
«Io continuo a non credere neanche per
un istante che non ci sia
lei dietro questa morte», ribatté
Afrodite.
«Guarda, Afrodite, che non sto dicendo
che non sono d’accordo
con te. Neferet è più viscida della merda
di gallina su un tetto di
lamiera, ma i fatti sono fatti: era proprio
davanti a tutti noi quando
Jack è caduto da quella scala.»
«Okay, zucca campagnola, invece di
stressarmi con le tue analogie
da vecchia fattoria ia-ia-oh, perché non
mi spieghi la faccenda della
spada? Come diavolo ha potuto
tagliargli la testa ’per caso’?»
domandò disegnando nell’aria le
virgolette.
«Dragone ha spiegato a Jack che le
spade vanno appoggiate con
l’elsa in giù e la punta in su. Quando il
ragazzo è caduto sulla lama,
l’elsa si è conficcata nel terreno,
impalandolo. Tecnicamente,
potrebbe essere stato un incidente.»
Afrodite si passò sul viso una
mano tremante. «È orribile. Davvero
orribile. Ma non è stato un
incidente.»
«Penso che nessuno di noi creda che
Neferet non c’entri con la
morte di Jack, il problema è che non lo
possiamo dimostrare. Già
una volta il Consiglio Supremo si è
pronunciato a favore di Neferet
e, in pratica, contro di noi. Se andiamo
da loro con altre
supposizioni, riusciremo soltanto a
screditarci ulteriormente», disse
Dario.
«Questo l’ho capito anch’io, ma mi fa
incazzare da matti»,
commentò Afrodite.
«Ci fa arrabbiare tutti. E molto anche»,
aggiunse Stevie Rae.
Cogliendo un tono insolitamente acido
nella voce di Stevie Rae,
Afrodite la fissò inarcando un
sopracciglio. «Già, quindi vediamo di
usare un po’ d’incazzatura per buttare
fuori di qui a calci quella
vacca una volta per tutte.»
«Qual è la tua idea?» chiese Stevie Rae.
«Per prima cosa, costringere Zoey a
muovere il culo e tornare qui.
Neferet la odia, quindi si scaglierà
contro di lei. Lo fa sempre. Solo
che stavolta noi saremo pronti e attenti,
e ci procureremo delle
prove che nemmeno il Consiglio
Supremo potrà ignorare.» Senza
aspettare una replica, Afrodite prese
l’iPhone dalla Clutch Coach
metallizzata, digitò il PIN e disse:
«Chiamo Zoey».
«Stavo per farlo io!» ribatté Stevie Rae.
Afrodite alzò gli occhi al soffitto. «Se lo
dici tu. Comunque, sei
decisamente troppo lenta. E sei anche
troppo gentile. A Zy serve una
bella dose di ’datti una svegliata e fa’
quello che devi’. Io sono la
ragazza giusta per dargliela.»
S’interruppe, ascoltò e alzò di nuovo gli
occhi al soffitto. «C’è quel suo
disgustoso messaggio della segreteria
che sembra preso da Disney Channel:
Ciao, ragazzi! Lasciatemi un
messaggio e passate una giornata super»,
spiegò Afrodite imitando
un tono iperspumeggiante. Prese un bel
respiro e aspettò il bip.
Stevie Rae le tolse il telefonino di mano,
affrettandosi a parlare
lei. «Zy, sono io, non Afrodite. Ho
bisogno che mi chiami appena
puoi. È importante.» Chiuse la chiamata
e affrontò Afrodite. «Okay,
vediamo di chiarire una cosa: solo
perché cerco di comportarmi da
essere umano decente non significa che
sono troppo gentile. Quello
che è successo a Jack è già abbastanza
brutto. Venirlo a sapere da un
messaggio in segreteria è peggio che
pessimo. E poi non credo sia
una buona idea far sclerare così Zoey,
soprattutto visto che è passato
così poco da quando la sua anima è
andata in pezzi.»
Afrodite si riprese l’iPhone. «Senti, non
abbiamo il tempo di
camminare sulle uova per non urtare i
sentimenti di Zoey: lei deve
mettersi nei panni di una Somma
Sacerdotessa e affrontare i
problemi.» Stevie Rae fece un passo
deciso verso Afrodite, cosa che
d’istinto spinse Dario ad avvicinarsi.
«No, senti tu: Zoey non deve mettersi nei
panni di una Somma
Sacerdotessa perché lo è e basta. Però
ha appena perso qualcuno che
amava. È chiaro che tu non ci arrivi a
capire una cosa del genere, ma
fare attenzione ai suoi sentimenti in
questo momento non significa
trattarla da bambinetta. Significa essere
suoi amici. Può capitare a
tutti, qualche volta, di aver bisogno di un
po’ di protezione da parte
degli amici.» Guardò Dario, scuotendo
la testa. «No, questo non vuol
dire che devi proteggere Afrodite da me.
Cacchio, Dario, cos’hai nel
cervello?»
Il Guerriero sostenne il suo sguardo.
«Per un attimo, nei tuoi occhi
c’è stato un lampo rosso.»
Stevie Rae stette bene attenta a non
cambiare espressione. «Sì, be’,
non mi stupisce affatto. Vedere Neferet
che se ne andava senza
pagare per quello che è successo a Jack
è stato piuttosto duro per
me. Ti saresti sentito così anche tu se
fossi stato presente.»
«Immagino di sì, ma nei miei occhi non
si sarebbe accesa una luce
rossa», replicò Dario.
«Prova un po’ a morire e a tornare da
non-morto e poi ne
riparliamo», saltò su Stevie Rae. Si
rivolse ad Afrodite. «Ci sono delle
cose che devo fare intanto che Damien
dorme. Potreste tenerlo
d’occhio tu e Dario? Non credo neanche
minimamente che Neferet
se ne stia chiusa in camera a pregare
Nyx per tutta la notte come
vorrebbe farci credere.»
«Tranquilla, ci pensiamo noi», replicò
Afrodite.
«Se si sveglia, sii gentile», aggiunse
Stevie Rae.
«Ma quanto sei stordita! Certo che sarò
gentile.»
«Bene. Io torno presto, se vi serve una
pausa chiamate le gemelle
e vi daranno il cambio loro.»
«Se lo dici tu. Ciao.»
«Ciao.» Stevie Rae corse via,
sentendosi addosso lo sguardo
interrogativo di Dario. Devo smettere di
lasciare che Dario mi faccia
sentire in colpa! Non ho fatto niente di
male. Che problema c’è se i
miei occhi diventano rossi e luminosi
quando sono incazzata? Non
ha niente a che fare con l’Imprinting con
Rephaim. L’ho lasciato.
Stasera l’ho ignorato. Certo, devo
assolutamente chiedergli cosa
diavolo sa della morte di Jack, ma non
perché ne ho voglia. Solo
perché devo. Era così presa dal
raccontarsi quell’enorme bugia, che
per poco non andò a sbattere contro
Erik.
«Ehi, oh, Stevie Rae. Damien sta bene?»
«Secondo te? Il suo ragazzo, che amava
tanto, è appena morto in
un modo orribile. No che non sta bene!
Però dorme. Finalmente.»
«Guarda che non devi comportarti così.
Sono preoccupato sul
serio per lui, ed ero molto affezionato
anche a Jack.»
Stevie Rae squadrò Erik. Aveva un
aspetto di merda, fatto più che
insolito per uno che ci teneva tanto a
essere il più figo della
compagnia. Ed era evidente che avesse
pianto. Allora si ricordò che
era stato compagno di stanza di Jack, e
che lo aveva sempre difeso
quando quello stronzo di Thor gli aveva
dato addosso solo perché
era gay. Gli sfiorò un braccio. «Scusami.
È solo che anch’io sono
sconvolta per questa storia. Non volevo
trattarti male. Okay,
ricominciamo daccapo.» Prese un bel
respiro e fece un sorriso triste.
«Adesso Damien sta dormendo, ma non
sta bene. Avrà bisogno di
amici come te quando si sveglia. Grazie
di aver chiesto di lui e di
essere qui per aiutarlo.»
Erik annuì e le strinse la mano. «Grazie
a te. Lo so che non ti
piaccio molto dopo tutto quello che è
successo tra Zoey e me, ma
sono davvero amico di Damien. Fammi
sapere se posso rendermi
utile.» S’interruppe, guardò a destra e a
sinistra come ad accertarsi
che fossero soli, poi abbassò la voce.
«C’entra Neferet con la morte
di Jack, vero?»
Stevie Rae sgranò gli occhi. «Cosa te lo
fa credere?»
«So che non è quella che sembra. L’ho
vista com’è realmente, e
non è per niente bella.»
«Già, hai ragione. La vera Neferet non è
bella. Ma c’eri anche tu
alla riunione.»
«Però continuo a essere convinto che ci
sia lei dietro tutto
questo.» Non era una domanda, ma
Stevie Rae annuì lo stesso.
«Lo sapevo. Questa Casa della Notte fa
schifo. Ho fatto bene ad
accettare l’offerta di Los Angeles.»
Stevie Rae scosse la testa. «Allora è
così? È questo che fai quando succede
qualcosa di terribile? Scappi?»
«Che può fare un solo vampiro contro
Neferet? Il Consiglio
Supremo l’ha reintegrata; loro stanno
dalla sua parte.»
«Un solo vampiro non può fare molto,
ma un bel gruppo sì.»
«Dei novizi e un paio di vampiri?
Contro una potente Somma
Sacerdotessa e il Consiglio Supremo? È
una follia.»
«No, la follia è farsi da parte e lasciare
vincere i cattivi.»
«Ehi, ho tutta la vita davanti. Una bella
vita, con una grandiosa
carriera di attore, che mi porterà
successo, soldi e tutto il resto.
Come puoi criticarmi perché non mi
voglio immischiare in questo
casino di Neferet?»
«Sai una cosa, Erik? Ho soltanto una
cosa da dirti: il male vince
solo se i buoni non fanno niente», ribatté
Stevie Rae.
«Be’, tecnicamente sto facendo
qualcosa. Me ne vado. Ehi, ci hai
mai pensato? E se tutti i buoni se ne
andassero, magari il male si
scoccerebbe di giocare da solo e se ne
tornebbe a casa pure lui.»
«Sai, una volta pensavo che tu fossi il
ragazzo più figo che avessi
mai incontrato», replicò la ragazza in
tono triste.
Negli occhi di Erik passò un lampo
divertito e le rivolse uno dei
suoi sorrisi a cento watt. «E adesso ne
sei più che certa?»
«Naaa. Adesso sono più che certa che
sei solo un debole egoista
che ha ottenuto tutto quello che voleva
solo e unicamente grazie al
suo aspetto. E questo non è figo per
niente.» Davanti alla sua
espressione esterrefatta, Stevie Rae
scosse la testa e iniziò ad
allontanarsi. Senza nemmeno voltarsi,
aggiunse: «Magari un giorno
troverai qualcosa di cui t’importa
abbastanza da decidere
d’impegnarti sul serio».
«Certo, e magari un giorno tu e Zoey
scoprirete che non è
compito vostro salvare il mondo!» le
gridò lui.
Stevie Rae non si sprecò neanche a
ribattere. Erik era un babbo.
Alla Casa della Notte di Tulsa
sarebbero stati tutti meglio senza il suo
stupido culo. Il gioco si stava facendo
davvero duro, e questo
significava che i duri dovevano
cominciare a giocare sul serio... e le
femminucce dovevano levarsi dai piedi.
Come diceva John Wayne,
era ora di radunare le truppe. Stevie Rae
corse verso il Maggiolino di
Zoey.
«E che cavolo, sarà anche una roba
strana da matti, però tra le
mie truppe è incluso un Raven Mocker.
Comunque lui non deve
proprio mobilitarsi, ho solo bisogno che
mi dia qualche
informazione. Di nuovo.» Di proposito,
evitò di pensare a ciò che
era successo tra lei e Rephaim l’ultima
volta che aveva avuto «solo
bisogno che le desse qualche
informazione».
«Ehi, Stevie Rae, tu e io dobbiamo...»
Senza smettere di correre
verso l’auto, Stevie Rae sollevò una
mano e interruppe Kramisha.
«Non ora. Non ho tempo.»
«Sto solo dicendo che...»
«No!» urlò Stevie Rae, vomitandole
addosso la propria
frustrazione. «Qualunque cosa tu mi
debba dire può aspettare. Non
voglio fare l’antipatica, ma devo fare
delle cose e ho esattamente
due ore e cinque minuti prima che sorga
il sole.» Quindi lasciò
Kramisha piantata nel terreno come un
paracarro e corse per i pochi
metri che la separavano dal Maggiolino.
Accese il motore, inserì la
marcia e si allontanò sgommando dal
parcheggio degli studenti.
Le ci vollero esattamente sette minuti
per raggiungere il parco del
Gilcrease. Non entrò con l’auto perché,
una volta riparati i danni
causati dalla tempesta di ghiaccio e
ripristinata la corrente, il cancello
elettrico aveva ripreso a funzionare ed
era ben chiuso, quindi
parcheggiò dietro un albero sul bordo
della strada. Avvolgendosi in
modo automatico nel potere che filtrava
dalla terra, andò dritta alla
villa.
La porta non fu un problema, dato che
per il momento nessuno si
era preoccupato di richiuderla con dei
lucchetti e, mentre saliva sul
tetto, Stevie Rae notò solo dei
cambiamenti minimi dall’ultima volta
che era stata lì. «Rephaim?» La voce
della ragazza risuonò strana e
troppo forte nella notte fredda e vuota.
La porta del ripostiglio in cui lui aveva
fatto il proprio nido era
spalancata, ma il Raven Mocker non
c’era.
La vampira uscì sulla balconata. Vuota
anche quella. Quel posto
era completamente deserto, e comunque
lei aveva capito che il
Raven Mocker non c’era appena messo
piede nel parco. Se fosse
stato lì, se ne sarebbe accorta subito,
così come si era accorta della
sua presenza quando l’aveva visto alla
Casa della Notte. Finché fosse
rimasto il loro Imprinting, loro due
sarebbero stati legati.
«Rephaim, dove sei adesso?» domandò
al cielo silenzioso. Poi i
pensieri di Stevie Rae rallentarono e si
riposizionarono in ordine,
fornendole una risposta che in realtà
aveva sempre avuto. Le era
bastato togliere di mezzo orgoglio,
sofferenza e rabbia ed eccola lì:
Finché fosse rimasto il loro Imprinting,
loro due sarebbero stati
legati. Non doveva cercarlo lei. Sarebbe
stato Rephaim a trovarla.
Stevie Rae si sedette in mezzo alla
terrazza rivolta a nord, trasse
un respiro lungo e profondo ed espirò
lentamente, cercando
d’interiorizzare tutti i profumi della terra
che la circondava. Sentiva
la fredda umidità dei rami spogli, la
compattezza del terreno gelato,
l’intensità dell’arenaria tipica
dell’Oklahoma che punteggiava i prati.
Traendo energia dall’elemento, Stevie
Rae disse: «Trova Rephaim.
Digli di venire da me. Digli che ho
bisogno di lui». Quindi assieme al
fiato espirò anche il potere della terra.
Se avesse avuto gli occhi
aperti, Stevie Rae avrebbe visto la
verde luminosità che si librava
intorno a lei. E avrebbe visto pure che,
quando si allontanò veloce
per eseguire i suoi ordini, era seguita da
vicino da una luce scarlatta.
CAPITOLO 14
REPHAIM
Stava volando intorno al Mayo Building,
senza la minima voglia
di atterrare e affrontare di nuovo Kalona
e Neferet, quando percepì
il richiamo di Stevie Rae. Capì subito
che era lei, non appena
l’energia della terra si sollevò in cielo
sfruttando le correnti d’aria per cercare
lui.
Ti sta chiamando...
A Rephaim non servivano ulteriori
inviti. Per quanto fosse
arrabbiata con lui, per quanto lo
odiasse, lo stava chiamando. E, se
chiamava, lui rispondeva. In fondo al
cuore sapeva che, qualunque
cosa fosse successa, lui avrebbe sempre
risposto al suo richiamo.
Ricordava le ultime parole che gli aveva
detto Stevie Rae:
Quando deciderai che il tuo cuore conta
per te quanto conta per
me, vieni di nuovo a cercarmi.
Dovrebbe essere facile: basta che
segui il cuore...
Rephaim spense quella parte di cervello
che gli diceva che non
poteva stare con lei, che non poteva
importargliene. Non si
vedevano da tanto, e per lui ogni giorno
era durato un’eternità.
Come aveva potuto pensare di rimanere
lontano da lei? Era il suo
stesso sangue a gridare di voler stare
con lei. Persino affrontare la sua rabbia
era meglio di niente. E poi doveva
incontrarla. Doveva
trovare il modo di avvisarla riguardo a
Neferet. E anche riguardo a
mio padre.
«No!» urlò nel vento. Non poteva tradire
suo padre. Ma non
posso tradire nemmeno Stevie Rae,
rifletté sconvolto. Troverò un
equilibrio. Troverò un modo. Devo.
Incerto su cosa fare, Rephaim
s’impose di non pensare e si concentrò
sul nastro di luce verde che lo
avrebbe condotto da Stevie Rae, come
se fosse un cavo di
salvataggio.
STEVIE RAE
Stevie Rae era così concentrata che
percepì subito il suo arrivo.
Mentre Rephaim planava sull’erba, lei
si alzò, decisa a trattarlo con
freddezza. Lui era il nemico, non se ne
doveva scordare. Ma,
nell’attimo in cui atterrò, lui, trafelato,
esordì: «Ti ho sentito
chiamare. Eccomi».
Non ci volle altro. Bastò il suono
familiare della sua splendida
voce. Stevie Rae gli corse tra le braccia
e nascose il viso tra le penne
sulla sua spalla. «Ohsssantocielo quanto
mi sei mancato!»
«Anche tu mi sei mancata», ribatté
stringendola forte.
Rimasero lì, tremanti, l’uno tra le
braccia dell’altra, per quello che
sembrò un tempo lunghissimo. Stevie
Rae assorbì l’odore di lui,
quell’incredibile mix di sangue mortale
e immortale che gli pulsava
nelle vene, che li legava in un Imprinting
e, per questo, pulsava
anche nelle vene di lei.
Poi, quasi di colpo, come se a tutti e due
fosse venuto in mente
nello stesso momento che non avrebbero
dovuto abbracciarsi, Stevie
Rae e Rephaim si staccarono e fecero un
passo indietro.
«Allora, be’... stai bene?» gli chiese.
Lui annuì. «Sì. E tu? Sei al sicuro? Non
sei rimasta ferita oggi
quando Jack è stato ucciso?»
«Come lo sai che Jack è stato ucciso?»
Il tono della ragazza era
brusco.
«Ho percepito la tua tristezza. Sono
venuto alla Casa della Notte
per accertarmi che stessi bene. È stato
allora che ti ho vista coi tuoi
amici. Io... io ho sentito che quel ragazzo
piangeva per Jack.» Esitò
un attimo, cercando di scegliere le
parole con attenzione e sincerità.
«Questo e la tua tristezza mi hanno detto
che era morto.»
«Sai qualcosa sulla sua morte?»
«Può darsi. Che tipo di persona era
Jack?»
«Jack era buono e dolce, il migliore di
tutti noi. Che cosa sai,
Rephaim?»
«So perché è morto.»
«Dimmelo.»
«Neferet era in debito di una vita con la
Tenebra perché lei aveva
intrappolato l’anima immortale di mio
padre. Per ripagare quel
debito, doveva sacrificare qualcuno che
fosse innocente e
incorruttibile.»
«Jack era proprio così; l’ha ucciso lei. È
frustrante da matti, perché
invece sembra che non sia stata Neferet!
Quando Jack è morto, lei
stava parlando al Consiglio della
scuola, ed era proprio di fronte a
me.»
«La Tsi Sgili l’ha consegnato alla
Tenebra. Non era necessario che
fosse presente. Doveva soltanto
marchiarlo come suo sacrificio e poi
lasciare che fossero i tentacoli di
Tenebra a commettere l’omicidio
vero e proprio.»
«Come faccio a dimostrare la sua
responsabilità?»
«Non puoi. Ciò che è fatto è fatto. Ha
pagato il suo debito.»
«Cacchio! Sono così furiosa che potrei
sputare chiodi! Neferet
continua a farla franca con tutte le sue
orrende stronzate. Continua a
vincere. E non capisco perché. Rephaim,
non è giusto. Proprio non è
giusto.» Stevie Rae sbatté con forza le
palpebre, ricacciando indietro
le lacrime. Quando Rephaim le sfiorò la
spalla, lei si appoggiò alla
sua mano, abbandonandosi a lui.
«Tutta quella rabbia. Tutta quella
frustrazione... e tristezza.
L’avevo già provata prima, stasera, e ho
pensato...» Il Raven Mocker
esitò.
«Cosa? Cos’è che hai pensato?» gli
domandò lei sottovoce.
I loro sguardi s’incontrarono ancora.
«Ho pensato che mi odiassi.
Che fossi così arrabbiata con me. E ti ho
sentita, prima: hai detto al
Signore delle Spade che là fuori era in
agguato un essere corrotto e
che non si poteva redimere. E guardavi
dritto verso di me.» Stevie
Rae annuì. «Sì, lo so, ma dovevo trovare
un modo per allontanare di
là Dragone e Damien, ti avrebbero visto
anche loro.»
«Quindi non parlavi di me?» Stevie Rae
sospirò. «Ero proprio
arrabbiata, e spaventata e sconvolta.
Non pensavo a quello che
dicevo... Non ce l’avevo con te,
Rephaim, ma devo sapere cosa sta
succedendo con Kalona e Neferet.»
Rephaim si voltò e raggiunse
lentamente la balaustra della terrazza.
Lei lo seguì e si fermò accanto a lui, per
osservare assieme la notte
silenziosa.
«È quasi l’alba», disse il Raven
Mocker.
Stevie Rae si strinse nelle spalle. «Ci
vuole ancora mezz’ora prima
che sorga il sole. E solo una decina di
minuti per rientrare a scuola.»
«Dovresti andartene e non correre
rischi. Il sole ti può provocare
danni troppo gravi, anche se in te scorre
il mio sangue.»
«Lo so. Me ne andrò presto.» Stevie Rae
sospirò. «Allora, non hai
intenzione di dirmi cosa sta combinando
il tuo paparino, giusto?»
«Cosa penseresti di me sapendo che ho
tradito mio padre?»
«Rephaim, lui non è buono. Non si
merita la tua protezione.»
«Ma è sempre mio padre!»
A Stevie Rae Rephaim sembrava
esausto. Avrebbe voluto
prendergli una mano e dirgli che sarebbe
andato tutto bene. Però
non poteva. Come diavolo poteva
andare tutto bene se lui restava
da una parte e lei dall’altra? «Io con
questo non posso combattere.
Devi scendere a patti da solo con quello
che Kalona è o non è. Però
devi anche capire che io ho il dovere di
proteggere la mia gente, e
so che lui è ancora con Neferet,
qualunque cosa dica lei in
proposito.»
«Mio padre è legato a lei!» sbottò
Rephaim.
«Che vuoi dire?»
«Lui non ha ucciso Zoey, quindi non ha
portato a termine quanto
le aveva giurato, e adesso la Tsi Sgili ha
il controllo della sua anima
immortale.»
«Oh, splendido! Quindi Kalona è
un’arma carica in mano a
Neferet.»
Rephaim scosse la testa. «Dovrebbe
essere così, ma mio padre non
è bravo a servire gli altri. È molto
indispettito e a disagio per la
situazione. Ritengo che la tua analogia
sarebbe più precisa dicendo
che mio padre è un’arma inceppata in
mano a Neferet.»
«Dovrai essere più chiaro di così.
Fammi un esempio che mi faccia
capire bene cosa intendi.» Stevie Rae
cercò di nascondere l’emozione
ma, dal modo in cui gli occhi di lui si
staccarono dai suoi, capì di non
esserci riuscita.
«Non lo tradirò.»
«Okay, d’accordo. Fin qui ci arrivo. Ma
questo significa che
proprio non mi puoi aiutare?» Rephaim
rimase in silenzio tanto a
lungo che lei pensò che non le avrebbe
risposto. Stava già cercando
di formulare mentalmente un’altra
domanda, quando, infine, lui
disse: «Io ti voglio aiutare, e lo farò
fintanto che ciò non implica
tradire mio padre».
«Somiglia un sacco al primo accordo
che abbiamo fatto tu e io, e
in fondo non è andata tanto male, ti
pare?» gli chiese con un sorriso.
«No, non è andata tanto male.»
«E poi, non siamo tutti
fondamentalmente contro Neferet?»
«Io sì», confermò lui deciso.
«E tuo padre?»
«Vuole liberarsi del controllo che ha su
di lui.»
«Be’, in pratica è quasi come stare dalla
nostra parte.»
«Stevie Rae, io non posso stare dalla tua
parte. Te lo devi
ricordare.»
«Quindi combatteresti contro di me?» La
ragazza non abbassò lo
sguardo.
«Non potrei mai farti del male.»
«Be’, allora...»
«No. Non poterti fare del male è diverso
dal lottare per te.»
«Tu lotteresti per me. L’hai già fatto.»
Rephaim le prese la mano,
stringendola come se in quel modo lei
potesse comprenderlo meglio.
«Io non ho mai affrontato mio padre per
te.»
«Rephaim, te lo ricordi il ragazzo che
abbiamo visto nella
fontana?» Lui non disse niente,
limitandosi ad annuire.
«Lo sai che è dentro di te, vero?»
Rephaim annuì di nuovo, ma
con lentezza e un po’ di esitazione.
«Quel ragazzo dentro di te è il figlio
della tua mamma. Non di
Kalona. Non la devi dimenticare, tua
mamma. E non devi
dimenticare neanche quel ragazzo e
quello per cui lui
combatterebbe. Okay?» Prima che
Rephaim potesse replicare, il
cellulare di Stevie Rae suonò al ritmo di
Only Prettier di Miranda
Lambert. La vampira lasciò la mano di
Rephaim e si frugò in tasca
dicendo: «È Zy! Le devo parlare. Lei
non sa ancora di Jack».
Rephaim la bloccò prima che lei potesse
rispondere. «È necessario
che Zoey torni a Tulsa. È un modo per
consentirci di combattere
Neferet. La Tsi Sgili odia Zoey e la sua
presenza qui sarebbe una
distrazione.»
«Una distrazione da cosa?» chiese
Stevie Rae un secondo prima di
attaccarsi il cellulare all’orecchio:
«Pronto, Zoey? Scusa, resta in linea.
Devo dirti una cosa importante ma mi
serve un attimo».
La voce di Zoey le arrivò come se la sua
amica stesse parlando dal
fondo di un pozzo. «Nessun problema,
però non resto in linea.
Richiamami tu, okay? Sto in roaming
selvaggio.»
«Ti richiamo tra due scodinzolate di un
gatto morto», ribatté
Stevie Rae.
«Lo sai che è un modo di dire
schifoso?» Stevie Rae sorrise. «Oh, sì,
davvero schifosissimo!»
«Okay, a tra poco.» La comunicazione
s’interruppe e Stevie Rae
guardò Rephaim. «Allora, spiegami di
Neferet.»
«Mio padre desidera trovare il modo di
recidere il legame che lo
vincola a lei, e per farlo ha bisogno che
sia distratta. L’ossessione di
Neferet per Zoey servirà benissimo allo
scopo, così come la sua
intenzione di usare i novizi rossi cattivi
nella guerra contro gli
umani.» Stevie Rae inarcò le
sopracciglia. «Non c’è nessuna guerra
tra
vampiri e umani.»
«Se accadrà ciò che si augura Neferet,
ci sarà.»
«Okay, d’accordo, allora dobbiamo
assicurarci che non succeda. Si
direbbe che Zy debba proprio tornare a
casa.»
«Vogliono usare anche te», sbottò
Rephaim.
«Eh? Chi? Me? Per cosa?»
«Neferet e mio padre. Non sono sicuri
che tu abbia scelto la via
della Dea in modo definitivo. Pensano
che potresti lasciarti
convincere a passare dalla parte della
Tenebra.»
«Rephaim, quanto a questo non c’è la
minima possibilità. Io non
sono certo perfetta e ho i miei problemi
ma, quando ho riacquistato
l’umanità, ho scelto Nyx e la Luce. Non
rinnegherò quella scelta.»
«Non l’ho mai pensato, Stevie Rae, ma
loro non ti conoscono
quanto me.»
«E Neferet e Kalona non dovranno
neanche mai scoprire di noi
due, giusto?»
«Sarebbe un grosso guaio se
accadesse.»
«Un grosso guaio per te o per me?»
«Per entrambi.» Stevie Rae sospirò.
«Okay, allora farò attenzione.»
Gli sfiorò un braccio. «E anche tu devi
stare attento.» Rephaim annuì.
«Dovresti rientrare. Chiama Zoey
mentre sei in macchina. L’alba è
troppo vicina.»
«Sì, sì, lo so», ribatté lei, ma nessuno
dei due si mosse.
«Anch’io devo andare», aggiunse lui
quasi per autoconvincersi.
«Aspetta, non stai più qui?»
«No. La tempesta è passata e adesso qui
intorno girano troppi
umani.»
«Be’, e allora dove stai?»
«Stevie Rae, non te lo posso dire!»
«Perché stai col tuo paparino, vero?»
Dato che lui non replicava,
continuò lei: «Ehi, guarda che l’avevo
capito subito che quella storia
delle cento frustate e dell’esilio era una
baggianata».
«L’ha fatto frustare davvero. I tentacoli
di Tenebra gli hanno
inciso la carne per cento volte.» Stevie
Rae rabbrividì, ricordandosi
com’era stato terribile essere anche solo
sfiorata da quei cosi. «Be’, è
una punizione che non augurerei a
nessuno.» Incrociò lo sguardo di
Rephaim. «Ma la parte riguardo
all’essere stato allontanato da
Neferet per un secolo è una balla,
giusto?» Rephaim annuì in modo
quasi impercettibile.
«E tu non mi dirai dove abiti perché sta
lì anche Kalona?» Altro
leggero cenno del capo.
Stevie Rae sospirò di nuovo. «Quindi,
se ho bisogno di vederti,
devo venirti a cercare per vecchi palazzi
da brividi?»
«No! Devi rimanere al sicuro e in luoghi
pubblici. Stevie Rae, se
hai bisogno di me vieni qui e chiamami
come hai fatto stasera.
Promettimi che non andrai in giro a
cercarmi», disse, scuotendole
dolcemente il braccio.
«Okay, okay, te lo prometto. Ma ’sta
storia dell’essere
preoccupato non vale solo per te.
Rephaim, lo so che è tuo padre,
ma si è anche cacciato in un gran bel
casino. Voglio solo che non ti
trascini giù con lui. Perciò stai attento,
’kay?»
«Va bene. Stevie Rae, stanotte ho visto i
novizi rossi cattivi.
Hanno fatto il nido alla Will Rogers
High. C’è anche Dallas con
loro.»
«Ti prego, Rephaim, non lo dire a
Kalona e a Neferet.»
«Perché così puoi essere ancora gentile
con loro e dargli un’altra
occasione per ucciderti?» le gridò
contro lui.
«No! Solo perché cerco di essere gentile
non significa che sia
stupida o debole. Cacchio, ma che
c’avete tu e Afrodite? Mica ho
intenzione di precipitarmi a parlare con
loro da sola. E neanche di
provare a ragionarci. Mi hanno già
dimostrato che non funziona.
Qualunque cosa decida di fare sarà
quantomeno assieme a Lenobia,
Dragone e Zy. Fondamentalmente non
voglio che si uniscano a
Neferet, quindi non voglio che lei sappia
di loro.»
«È troppo tardi. È stata Neferet a
mettermi sulle loro tracce. Stevie
Rae, ti sto chiedendo di tenerti lontana
da quei novizi rossi. Per te
sono solo una disgrazia.»
«Farò attenzione. Te l’ho già detto. Però
sono una Somma
Sacerdotessa e i novizi rossi sono una
mia responsabilità.»
«Non quelli che hanno scelto la Tenebra.
E Dallas non è più un
novizio. Nemmeno lui è una tua
responsabilità.» Stevie Rae sorrise,
maliziosa. «Sei geloso di Dallas?»
«Non essere ridicola. Semplicemente
non voglio che ti venga fatto
di nuovo del male. Smetti di cambiare
argomento.»
«Ehi, Dallas non è più il mio ragazzo»,
sentenziò lei.
«Lo so.»
«Ne sei sicuro?»
«Ma sì, certo.» Rephaim si scosse e aprì
le ali, lasciando Stevie Rae
senza fiato. «Chiama la tua Zoey intanto
che torni a scuola. Ci
rivediamo presto.»
«Non ti cacciare nei guai, ’kay?» Lui si
voltò e le prese il viso tra le
mani.
Stevie Rae chiuse gli occhi, traendo
fiducia e forza da quel
contatto. Che però sparì troppo presto.
Perché lui sparì troppo
presto. La giovane vampira riaprì le
palpebre giusto in tempo per
vedere le ali maestose battere nel vento
della sera, sollevando il suo
Raven Mocker sempre più in alto, fino a
farlo scomparire nella
lievissima luminosità che s’intravedeva
a est.
Rephaim aveva ragione. L’alba era
troppo vicina per prendersela
comoda. Stevie Rae richiamò Zoey
mentre tornava di corsa al
Maggiolino. «Ehi, Zy, sono io. Devo
dirti una cosa brutta, perciò fatti
forza...»
CAPITOLO 15
ZOEY
«Zy? Ci sei ancora? Stai bene? Di’
qualcosa...»
La voce di Stevie Rae era così
preoccupata che mi costrinse ad
asciugarmi naso e lacrime su una manica
della camicia e a
riacquistare un po’ di autocontrollo.
«Sono qui. Però non... non sto
bene», replicai con un piccolo
singhiozzo.
«Lo so, lo so. È terribile.»
«E non è possibile che ci sia stato un
errore? È sicuro che Jack sia
proprio morto?» In fondo al cuore,
sapevo che era ridicolo
incrociare le dita e chiudere gli occhi
mentre glielo chiedevo, ma
dovevo almeno tentare con quella
stupidaggine da bambina. Ti
prego, ti prego, fa’ che non sia vero...
«È proprio morto, Zy, non ci sono
errori», confermò Stevie Rae,
anche lei tra le lacrime.
«È così difficile da credere, e poi non è
giusto! Jack era il ragazzo
più dolce del mondo. Non si meritava
quello che gli è successo!»
Arrabbiarmi mi faceva sentire meglio,
molto più che mettermi a
piangere e tirare su col naso.
«No, non se lo meritava. Io... io voglio
credere che adesso sia con
Nyx e che lei se ne stia prendendo cura
nel migliore dei modi.
Insomma, tu ci sei stata nell’Aldilà... è
vero che è un posto
meraviglioso?» chiese Stevie Rae con
un tremito nella voce.
La sua domanda mi strinse il cuore. «So
che non ne abbiamo mai
parlato, ma... cioè, tu non ci sei andata
prima... sì, hai capito,
quando sei...»
«No!» saltò su come se volesse
impedirmi di continuare. «Non
ricordo molto di quel periodo, ma so
che di sicuro non ero in un bel
posto. E non vedevo Nyx.»
Quando le parole mi vennero alle labbra
da sole, capii che era la
Dea a ispirarmi. «Stevie Rae, Nyx era
con te quando sei morta. Tu sei
sua figlia. Devi ricordartelo sempre.
Non so perché tu e gli altri
ragazzi siate morti e poi resuscitati, ma
ti posso assicurare al cento
per cento che lei non ti ha mai
abbandonata. Semplicemente hai
preso una strada diversa rispetto a Jack.
Lui adesso è nell’Aldilà
assieme alla Dea, ed è più felice di
quanto sia mai stato in vita sua.
Per noi che restiamo qui è difficile
capirlo, ma l’ho visto con Heath:
per qualche motivo, era arrivato il suo
momento e lui doveva stare
là con Nyx. E adesso anche Jack deve
stare là, è il suo posto. Il cuore
mi dice che sono entrambi sereni e in
pace.»
«Me l’assicuri?»
«Certo. Noi qui dobbiamo essere forti
per loro, e sono convinta
che prima o poi li rivedremo.»
«Se lo dici tu, Zy, ci credo. Sai, devi
proprio tornare a casa. Non
sono solo io ad aver bisogno che la mia
Somma Sacerdotessa mi dica
che andrà tutto bene.»
«Damien sta di schifo, eh?»
«Già, sono preoccupata per lui e anche
per le gemelle e tutti gli
altri. Cacchio, Zy, sono preoccupata
persino per Dragone! È come se
il mondo stesse sprofondando nella
tristezza.» Non sapevo cosa dire.
No, non è vero. Lo sapevo benissimo,
avrei voluto strillare: Se il
mondo sta sprofondando nella tristezza,
perché dovrei volerci
tornare? Ma era sbagliato e da debole.
Perciò, pur se non proprio
convintissima, dissi: «Supereremo
questo momento, vedrai».
«Sì, ce la faremo. Okay, senti, tu e io
insieme dovremmo ben
riuscire a trovare il modo di
smascherare Neferet davanti al
Consiglio Supremo e chiudere la
questione una volta per tutte.»
«Io non riesco ancora a credere che si
siano bevute tutte le
cavolate che ha raccontato.»
«Nemmeno io. Immagino che il punto
fosse che si trattava della
parola di una Somma Sacerdotessa
contro quella di un ragazzo
umano morto. E Heath ha perso.»
«Neferet non è più una Somma
Sacerdotessa! Cavolo quanto mi
dà sui nervi! E adesso non è più soltanto
per Heath, ma anche per
Jack. Stevie Rae, lei pagherà per quello
che ha fatto. Ci penserò io.»
«Deve essere fermata.»
«Sì, giusto.» Sapevo che avevamo
ragione, che dovevamo lottare
per toglierla di mezzo, ma anche solo il
pensiero mi terrorizzava.
Persino io mi accorgevo di quanto
suonasse stanca la mia voce. Ero
esausta, stufa fino alla nausea di
combattere contro il male
impersonato da Neferet. Sembrava che,
per ogni passo avanti che
facevo, in qualche modo alla fine
venissi sempre spinta indietro di
due.
«Ehi, non sei sola in tutto questo.»
«Grazie, Stevie Rae, lo so. La cosa però
non riguarda me:
dobbiamo fare ciò che è giusto per
Heath, Jack, Anastasia e chiunque
altro Neferet e la sua orda malvagia
decidano di falciare la prossima
volta.»
«Già, è vero, ma ultimamente il male se
l’è presa davvero un po’
troppo con te.»
«Sì, però sono ancora in piedi. Un bel
po’ di altre persone, invece,
no.» Mi asciugai di nuovo il viso con la
manica, desiderando da
matti un Kleenex. «A proposito di male
e morte e tutto il resto: hai
visto Kalona? Di sicuro Neferet non si è
sognata neanche di farlo
frustare e bandirlo. Kalona c’è dentro
fino al collo, il che significa
che, se lei è a Tulsa, dev’esserci per
forza pure lui.»
«Be’, corre voce che l’abbia fatto
frustare davvero», replicò Stevie
Rae.
Sbuffai. «Ti pareva: si presume che lui
sia il suo Consorte, quindi
lei lo fa frustare. Wow. Avevo più o
meno capito che il dolore gli
piaceva, ma che abbia accettato una
cosa simile stupisce persino me.»
«Be’, mmm, in realtà sembra che non
avesse proprio accettato.»
«Naaa, ti prego! Neferet è spaventosa,
ma non può comandare a
bacchetta un immortale.»
«Si direbbe che in questo caso sia così.
Lei può controllarlo, perché
lui ha fallito nella sua schifosa missione
di distruggerti.»
Avevo capito che Stevie Rae aveva
cercato di usare un tono
scherzoso, perciò accennai a una risatina
per farle piacere, ma credo
sapessimo entrambe che l’aspetto
divertente non riusciva in nessun
modo a nascondere l’orrore della
faccenda.
«Be’, sai, a Kalona non piacerà per
niente che Neferet faccia la
prepotente con lui! Cavolo, era ora che
lui si beccasse una
megapunizione», commentai.
«Come hai ragione! Probabilmente
adesso Kalona si nasconde
sotto la gonna di Neferet, anzi proprio in
mezzo alle sue gambe!»
aggiunse Stevie Rae.
«Uh che schifo!» Questo mi fece ridere
per davvero. Per un attimo
eravamo tornate le migliori amiche
dell’universo, che si
scompisciavano per ogni stupidaggine.
Purtroppo durò poco.
Sospirai e dissi: «Allora, durante tutto
questo ascoltare voci che
corrono non ti è capitato di vedere sul
serio Kalona, giusto?»
«No, però tengo gli occhi aperti.»
«Bene, perché beccare quel bastardo
con Neferet dopo che lei ha
raccontato al Consiglio Supremo di
averlo scacciato per cent’anni
sarebbe un deciso passo avanti nel
dimostrare che non è quella che
sembra. Oh, e intanto che tieni gli occhi
aperti, vedi di puntarli verso
l’alto: ovunque sta Kalona, prima o poi
arrivano anche quei suoi
orrendi corvacci. Non ci credo per
niente che siano spariti tutti di
colpo.»
«Okay. Tranquilla, ho capito.»
«E Stark mi ha detto che a Tulsa è stato
davvero avvistato un
Raven Mocker. È così?»
«Sì, una notte ne è stato visto uno, poi
basta.» La voce di Stevie
Rae era strana, tutta tesa, come se
avesse dei problemi a parlare.
Diavolo, chi poteva criticarla? In
pratica l’avevo mollata a gestire la
mia Casa della Notte tutta da sola.
Soltanto pensare a cos’aveva
passato con Jack e Damien mi fece
venire la nausea. «Ehi, fa’
attenzione, ’kay? Non sopporterei che ti
succedesse qualcosa», le
dissi.
«Non ti preoccupare. Starò attenta.»
«Brava. Allora, qui al tramonto mancano
poco più di due ore.
Non appena Stark si sveglia, prepariamo
le nostre cose e prendiamo
il primo aereo verso casa», mi udii dire,
anche se lo stomaco mi si
annodò in modo violento.
«Oh, Zy! Sono così contenta! Oltre ad
avere bisogno di te qui, mi
sei mancata tanto.» Sorrisi. «Mi sei
mancata anche tu. E sarà bello
essere di nuovo a casa», mentii.
«Allora mandami un SMS per dirmi a
che ora arrivate. Se non
sono nella mia bara, mi trovate in
aeroporto.»
«Stevie Rae, tu non dormi in una bara.»
«Potrei anche farlo, dato che quando
sorge il sole crollo stecchita.»
«Già, per Stark è uguale.»
«Ehi, come sta il tuo ragazzo? Si sente
meglio?»
«È di nuovo in forma... In ottima forma,
a dire il vero.»
Come al solito, il radar da amica del
cuore di Stevie Rae lesse tra
le righe. «Oh, senti senti. Non è che
avete...»
«E se ti dicessi che abbiamo...» Mi
sentii le guance diventare
bollenti.
«Non potrei che commentare con un
tipico, oklahomico
yupppiiii!»
«Be’, allora yupppiiii.»
«Dettagli. Voglio tutti i dettagli», replicò
subito prima di fare uno
sbadiglio gigantesco.
«Li avrai. È quasi l’alba da te?»
«In realtà è passata da un pochino.
Scusa, Zy, ma mi sto
spegnendo in fretta.»
«Non ti preoccupare. Dormi, Stevie
Rae, tanto ci vediamo
presto.»
«Ciao ciao», disse tra uno sbadiglio e
l’altro.
Conclusi la telefonata e tornai a
guardare Stark che dormiva come
un sasso nel nostro letto a baldacchino.
Che fossi innamorata persa
di lui non c’erano dubbi, ma in quel
momento avrei proprio tanto
tanto tanto voluto poterlo scuotere per
farlo svegliare come un
ragazzo normale. Però sapevo che era
del tutto inutile persino
tentare di farlo alzare un po’ prima. Quel
giorno era stato
insolitamente limpido, cioè super
luminoso e senza nemmeno una
nuvoletta piccola così. Non era
pensabile che Stark riuscisse a
comunicare con me in modo decente
ancora per... altre due ore e
mezzo, secondo il mio orologio. Be’,
almeno avevo il tempo di fare
i bagagli e trovare la regina per darle la
notizia: stavo per
andarmene da quel posto in cui mi
sentivo così a mio agio, così a
casa, quel posto che lei aveva deciso di
riportare nel mondo reale,
più o meno, solo perché io ero entrata
nella sua vita. E adesso stavo
per lasciarmi tutto alle spalle perché...
Finalmente il cervello fece ordine nel
caos blaterante dei miei
pensieri e tutte le tessere andarono al
proprio posto.
«Perché questa non è casa mia. La mia
casa è a Tulsa. Appartengo
a quel posto.» Rivolsi un sorriso triste
al mio Guardiano
addormentato. «Apparteniamo a quel
posto.» Percepii che ciò che
avevo detto era giusto, pur essendo
consapevole di tutto quello che
mi aspettava là. E di tutto quello che
stavo perdendo dove mi
trovavo in quel momento.
«È ora di tornare a casa», sentenziai.
«Dite qualcosa. Qualunque cosa. Per
favore.» Mi ero appena
sfogata con Sgiach e Seoras.
Naturalmente raccontare dell’orribile
fine di Jack mi aveva fatta frignare e
tirare su col naso. Di nuovo. E
poi avevo biascicato che dovevo tornare
a casa e comportarmi da
vera Somma Sacerdotessa, anche se non
ero sicura al cento per cento
di cosa significasse, mentre entrambi mi
fissavano in silenzio con
espressioni allo stesso tempo sagge e
imperscrutabili.
«È sempre molto difficile sopportare la
morte di un amico, ma lo
è ancora di più se si verifica troppo
presto... quando si è ancora
troppo giovani. Mi dispiace tanto per la
tua perdita», disse Sgiach.
«Grazie. Ancora non mi sembra vero.»
«Aye, lass, ci arriverai», commentò con
gentilezza Seoras. «Però
dovresti ricordare che una regina deve
mettere da parte il dolore se
vuole compiere il suo dovere: se la
mente è piena di sofferenza, non
sarà mai lucida.»
«Non credo di essere abbastanza grande
per affrontare tutto
questo», ribattei.
«Non lo si è mai, bambina», sentenziò
Sgiach. «Prima di lasciarci,
vorrei che considerassi una cosa:
quando mi hai chiesto se potevi
rimanere a Skye, ti ho risposto che
potevi farlo finché la coscienza
non ti avesse detto di andare. Adesso è
la tua coscienza a dirti che è
arrivato il momento di lasciare
quest’isola, o sono le macchinazioni
di altri a...»
«Okay, aspetta. Probabilmente Neferet è
convinta di avermi
indotto lei a tornare, ma la verità è che
devo rientrare a Tulsa
perché quella è casa mia. Adoro questo
posto. Per un sacco di motivi
stare qui è giustissimo, talmente giusto
che mi sarebbe molto facile
rimanere. Ma, come hai detto tu, la via
della Dea non è facile. Fare
la cosa giusta non è facile. Se rimanessi
qui e dimenticassi la mia casa, non
starei soltanto ignorando la mia
coscienza, le starei voltando le
spalle.»
Sgiach annuì con aria compiaciuta.
«Dunque è un luogo di potere
che ti spinge a tornare, non la
manipolazione di Neferet, anche se lei
non lo sa. Crederà che sia bastata una
semplice morte a piegarti al
suo volere.»
«Quella di Jack non è una semplice
morte», replicai rabbiosa.
«No, wumman, per te non è semplice,
ma una creatura della
Tenebra uccide in fretta e con facilità,
senza pensare ad altro che al
proprio profitto», aggiunse Seoras.
«E, per questo motivo, Neferet non
capirà che torni a Tulsa
perché hai scelto di seguire la via della
Luce e di Nyx. E ti
sottovaluterà», concluse Sgiach.
«Grazie. Me ne ricorderò.» Incrociai lo
sguardo limpido e deciso
della regina. «Se tu, Seoras o qualunque
altro Guardiano volete
venire con me, potete farlo. Con voi al
mio fianco, Neferet non avrà
scampo.»
La replica di Sgiach fu immediata: «Se
lasciassi la mia isola, il
Consiglio Supremo dovrebbe reagire di
conseguenza. Abbiamo
coesistito per secoli in modo pacifico
perché ho deciso di estraniarmi
dalle questioni politiche e dalle
limitazioni della società vampira. Se
entrassi a fare parte del mondo moderno,
loro non sarebbero più in
grado di continuare a fingere che io non
esista».
«E se fosse un bene? Insomma, a me
sembra ora che al Consiglio
Supremo venga data una bella scossa, e
anche alla società vampira.
Hanno creduto a Neferet, hanno lasciato
che la passasse liscia dopo
avere ucciso della gente... degli
innocenti.» La mia voce risuonò forte
e tagliente, e per un attimo pensai di
sembrare quasi una vera regina.
«Lassie, questa non è la nostra
battaglia», disse Seoras.
«Perché no? Perché combattere il male
non è la vostra battaglia?»
aggredii il Guardiano di Sgiach.
«Cosa ti fa pensare che qui non
combattiamo il male?» mi rispose
Sgiach. «Da quando sei arrivata
sull’isola, sei stata sfiorata dall’antica
magia. Dimmi sinceramente: avevi mai
provato qualcosa di simile là
fuori nel tuo mondo?» Scossi piano la
testa. «No, mai.»
«Quello che facciamo noi è lottare per
mantenere vive le antiche
consuetudini. E non lo si può fare a
Tulsa», spiegò Seoras.
«Come puoi esserne sicuro?» chiesi.
«Perché là non è rimasta traccia della
magia antica!» gridò Sgiach,
frustrata. Si voltò e raggiunse l’immenso
finestrone rivolto a ovest,
verso il sole che tramontava nell’acqua
grigio azzurra. Aveva la
schiena rigida per la tensione, la voce
piena di tristezza. «Là fuori, in quel tuo
mondo, la mistica, splendida magia d’un
tempo, in cui il
toro nero veniva venerato assieme alla
Dea, in cui l’equilibrio tra le
energie maschili e femminili veniva
rispettato, e persino le rocce e gli
alberi avevano un’anima, un nome, è
stata distrutta dalla civiltà,
dall’intolleranza e dall’oblio. Le
persone di oggi, vampiri e umani
allo stesso modo, credono che la terra
sia solo un oggetto, che ci sia
qualcosa di sbagliato o di malvagio o di
barbaro nell’ascoltare la
voce delle anime del mondo, e così il
cuore e la nobiltà di un intero
modo di vivere sono inariditi e
avvizziti...»
«Per trovare rifugio qui», continuò
Seoras quando la voce di
Sgiach si spense. Poi la raggiunse e le
sfiorò una spalla, le fece
scivolare le dita sul braccio e le prese
la mano.
Il corpo di Sgiach reagì a quel contatto
in modo quasi automatico,
come se quel semplice gesto gli avesse
trasmesso una nuova forza.
Quando si girò verso di me, la regina
era di nuovo lei, era tornata
nobile, forte e calma. «Noi siamo
l’ultimo baluardo: per secoli è
stato mio compito proteggere la magia di
questo luogo. Qui la terra
è ancora sacra. Venerando il toro nero e
rispettando la sua
controparte, il toro bianco, viene
mantenuto l’antico equilibrio.
Siamo gli unici a ricordare.»
«Ricordare?»
«Aye, a ricordare un’epoca in cui
l’onore significava di più della
gloria personale, e la lealtà era
considerata la miglior virtù», disse in
tono solenne Seoras.
«Ma io un po’ di questo a Tulsa lo vedo.
Anche lì esistono onore
e lealtà, e gran parte del popolo di mia
nonna, i cherokee, rispetta
ancora la terra.»
«Questo può essere vero fino a un certo
punto. Prova a pensare al
nostro bosco, a come ti sei sentita al suo
interno. A come ti parla
quest’isola. So che la puoi sentire. Lo
vedo. Avevi mai provato
qualcosa di realmente simile al di fuori
di Skye?» intervenne Sgiach.
«Sì. Il boschetto dell’Aldilà somiglia
moltissimo a quello di fronte
al castello.» Poi capii cosa stavo
dicendo e, di colpo, le parole di
Sgiach assunsero un significato nuovo.
«Allora è di questo che si
tratta? Qui hai davvero un pezzo della
magia di Nyx.»
«In un certo senso. In verità, quello che
ho è persino più antico
della Dea. Vedi, Zoey, la presenza di
Nyx non è stata dimenticata
dal mondo. Non ancora. La sua
controparte maschile invece sì, e
questo mi spaventa, perché significa che
è scomparso anche
l’equilibrio tra bene e male, tra Luce e
Tenebra.»
«Aye, noi sappiamo che è così», la
corresse con dolcezza Seoras.
«Kalona. Sono sicura che lui c’entri
parecchio nella scomparsa
dell’equilibrio», dissi. «Un tempo è
stato Guerriero di Nyx e, non so
come, da quando è comparso qui si sono
incasinate un sacco di cose,
perché lui non appartiene a questo
mondo.» Saperlo non mi faceva
sentire male o dispiaciuta per
l’immortale, ma cominciavo a capire
l’atmosfera di disperazione che tante
volte avevo percepito intorno
a lui. Era una conoscenza in più. E dalla
conoscenza deriva il potere.
«Vedi perché è importante che io non
lasci la mia isola?» fece
Sgiach.
«Sì», ammisi riluttante. «Però sono
ancora convinta che potreste
sbagliarvi sul fatto che nel resto del
mondo non sia rimasta traccia
della magia antica. In fondo a Tulsa si è
materializzato il toro nero.»
«Aye, ma solo dopo che era apparso
quello bianco», ribatté
Seoras.
«Zoey, vorrei tanto poter credere che il
mondo esterno non abbia
completamente distrutto la magia di un
tempo, e per questo voglio
darti una cosa.» Sgiach districò una
catenina d’argento dalla massa di
collane tintinnanti che portava al collo,
se la fece passare sopra la
testa e la tenne sollevata proprio davanti
a me.
C’era appesa una pietra color latte
perfettamente rotonda, liscia e
morbida, che mi faceva venire in mente
una caramellina al cocco Life
Saver, e che scintillava per effetto delle
torce appena accese dai
Guerrieri. E allora la riconobbi. «È un
pezzo del marmo di Skye!»
«Sì, ma non è un frammento qualunque.
Si chiama ‘pietra del
veggente’. È stata trovata oltre cinque
secoli fa da un Guerriero che
scalava il Cuillin Ridge durante la sua
ricerca sciamanica», spiegò
Sgiach.
«Un Guerriero impegnato in una ricerca
sciamanica? Non succede
tanto spesso», commentai.
Sgiach sorrise e il suo sguardo passò dal
ciondolo di marmo a
Seoras. «Solo una volta ogni
cinquecento anni.»
«Aye, giusto», disse lui ricambiando il
sorriso con un’intimità che
mi fece venire voglia di distogliere lo
sguardo.
«Secondo me, una volta ogni
cinquecento anni è più che
sufficiente perché un poveraccio di
Guerriero debba fare tutta quella
menata dello sciamano.»
Udendo quella voce, il mio stomaco
sobbalzò di piacere: Stark
era sotto la porta ad arco, arruffato e con
le palpebre strette per
difendersi dalla fioca luce del
crepuscolo che entrava dal finestrone.
Indossava jeans e maglietta e somigliava
così tanto allo Stark di
sempre da farmi provare una gran
nostalgia di casa, la prima vera
fitta da quando ero rientrata nel mio
corpo. Sto per tornare a casa.
Sorrisi e corsi incontro al mio
Guardiano. Con un rapido gesto,
Sgiach fece richiudere i pesanti tendoni,
in modo che Stark potesse
avvicinarsi e prendermi tra le braccia.
«Ehi, pensavo ti ci volesse ancora
un’oretta prima di svegliarti»,
esordii abbracciandolo stretto.
«Eri sconvolta, e questo mi ha svegliato.
E poi stavo facendo dei
sogni stranissimi», mi mormorò
all’orecchio.
Mi staccai da lui in modo da poterlo
guardare negli occhi. «Jack è
morto.» Stark scosse la testa, poi si
fermò, mi sfiorò la guancia ed
emise un lungo sospiro. «Ecco cos’ho
percepito. La tua tristezza. Zy,
mi dispiace tanto. Cosa diavolo è
successo?»
«Ufficialmente un incidente. In realtà è
stata Neferet, ma nessuno
lo può dimostrare.»
«Quando partiamo per Tulsa?»
«Stasera. Possiamo fare in modo che
lasciate l’isola non appena
avrete preparato i bagagli», rispose
Sgiach.
«Allora, cosa dicevate di questa
pietra?» chiese Stark prendendomi
per mano.
La regina la sollevò di nuovo. Era
davvero una pietra stupenda e
la stavo ancora ammirando, quando
ruotò dolcemente sulla catenina
e il mio sguardo venne attirato dal
cerchio perfetto che si trovava
proprio nel centro e all’improvviso, il
mondo intorno a me si
restrinse e si scolorì, per riprendere
forma nel foro del marmo.
La stanza era scomparsa!
Lottando contro nausea e capogiri,
guardai attraverso la pietra del
veggente e scorsi quello che sembrava
un mondo sottomarino: figure
fluttuavano e si spostavano rapide, tutte
nelle sfumature del turchese
e del topazio, di cristallo e zaffiro. Mi
parve di vedere ali e pinne, e
lunghe cascate di capelli ondeggianti.
Sirene? Oppure sono scimmie
di mare? Ho perso completamente la
testa, fu il mio ultimo pensiero
prima di finire lunga distesa per terra,
vinta dalle vertigini.
«Zoey! Guardami! Parla!» Stark,
stravolto, era chino sopra di me,
mi aveva afferrata per le spalle e al
momento mi scuoteva a gran
forza.
«Ehi, basta», dissi debolmente,
cercando senza riuscirci di
levarmelo di dosso.
«Lasciala respirare. Si riprenderà
subito», intervenne la voce
ipercalma di Sgiach.
«È svenuta. Non è normale», replicò il
mio Guardiano, che per
fortuna aveva smesso di frullarmi il
cervello.
«Sono cosciente e sono qui. Aiutami a
mettermi seduta», dissi.
Sulla fronte corrucciata di Stark si
leggeva benissimo che avrebbe
preferito evitarlo, ma obbedì comunque.
«Tieni, bevi.» Sgiach mi mise sotto il
naso un calice di vino
ampiamente corretto con sangue, a
giudicare dall’odore. Non me lo
feci ripetere due volte. «È normale per
una Somma Sacerdotessa
svenire la prima volta in cui usa il
potere della pietra del veggente,
soprattutto se è impreparata».
Sentendomi molto meglio dopo il vino al
sangue (lo so, dirlo fa
schifo ma è buonissimo), la guardai
inarcando le sopracciglia. «E non
potevate prepararmi?»
«Aye, ma la pietra del veggente non
funziona con tutte le Somme
Sacerdotesse e, se non avesse funzionato
con te, avremmo potuto
urtare i tuoi sentimenti», replicò Seoras.
Mi massaggiai il fondoschiena. «Credo
che avrei preferito essere
ferita nei sentimenti che nel sedere.
Okay, cosa diavolo ho visto?»
«Cosa sembrava?» s’informò Sgiach.
«Una strana boccia per pesci
sottomarina che stava tutta in quel
buchino.» Indicai la pietra, facendo bene
attenzione a non fissarla di
nuovo.
Sgiach sorrise. «Sì, e dove avevi già
visto degli esseri simili?» Sbattei le
palpebre. «Il boschetto! Erano spiritelli
dell’acqua.»
«Proprio così», assentì Sgiach.
«Quindi è una specie di cercamagia?»
chiese Stark dando
un’occhiata sbieca al ciondolo.
«Sì, a patto che venga usato da una
Somma Sacerdotessa col
giusto tipo di potere.» Sgiach sollevò la
catenella e me la mise al
collo.
La pietra del veggente mi si posò sul
seno, calda come se fosse
viva. La sfiorai, intimorita. «Può
davvero trovare la magia?»
«Unicamente di un tipo», rispose Sgiach.
«La magia dell’acqua?» domandai,
confusa.
«Non è l’elemento che conta. È la magia
in sé», intervenne Seoras.
Prima che potessi dare voce all’enorme
punto di domanda che mi
si era disegnato in faccia, Sgiach spiegò:
«Le pietre dei veggenti sono
in sintonia soltanto con la magia più
antica, il genere che protegge la
mia isola. Te la sto donando in modo che
tu possa davvero trovare
le tracce rimaste nel mondo, ammesso
che ce ne siano».
«E se dovesse trovarla, come ci si deve
comportare?» chiese Stark.
«Ti rallegri o scappi, a seconda di
cos’hai scoperto», ribatté Sgiach
con un sorriso divertito.
«Ricorda, wumman, che è stata l’antica
magia a inviare il tuo
Guerriero nell’Aldilà, e a farlo
diventare il tuo Guardiano», aggiunse
Seoras. «È una forza molto potente, che
non è stata annacquata dalla
civiltà.»
Chiusi la mano intorno alla pietra,
ricordando quando Seoras,
quasi in trance, incombeva su Stark,
tagliuzzandolo talmente tanto
che il suo sangue si era riversato sugli
antichi nodi incisi nel Seòl ne
Gigh, il Seggio dello Spirito.
D’improvviso mi accorsi che stavo
tremando.
Poi la mano forte e calda di Stark coprì
la mia.
«Non ti preoccupare, Zy. Ci sarò io con
te. Che ci sia da rallegrarsi
o da scappare, saremo insieme. Io ti
proteggerò sempre.»
E, almeno per quell’attimo, mi sentii al
sicuro.
CAPITOLO 16
STEVIE RAE
«Sta davvero tornando a casa?»
La voce di Damien era così tremante e
sottile che si sentiva a
malapena. Il ragazzo aveva lo sguardo
fisso e vacuo, non si capiva se
fosse perché il cocktail di farmaci e
sangue che gli avevano preparato
i vampiri in infermeria stava
funzionando o se fosse semplicemente
ancora sotto shock.
«Zy è salita sul primo aereo che ha
trovato e dovrebbe essere qui
fra, tipo, tre ore. Se vuoi, puoi venire
anche tu con me all’aeroporto
a prendere lei e Stark.» Stevie Rae,
seduta sul bordo del letto, fece
una carezza a Duchessa, acciambellata
accanto a Damien.
Per tutta risposta, lui si limitò a fissare
la parete che aveva di
fronte.
Stevie Rae accarezzò di nuovo la
cagnolona che, in cambio, agitò
debolmente la coda un paio di volte.
«Sei proprio bravissima, e
anche di più», le disse.
Duchessa aprì gli occhioni, ma la coda
non si agitò più e non
emise neppure i soliti gioiosi sbuffi
canini.
La vampira la guardò aggrottando la
fronte. Sembrava magra?
«Scusa Damien, tesoro, Duc ha mangiato
di recente?» Il novizio
sbatté le palpebre con aria confusa,
spostando lo sguardo da lei al
cane raggomitolato contro di lui. Dopo
un attimo, sembrò
finalmente aver messo a fuoco la
situazione, ma non ebbe il tempo
di replicare, perché al suo posto lo fece
Neferet, che si era
materializzata nella stanza senza che lei
se ne accorgesse.
«Stevie Rae, in questo momento Damien
è in uno stato emotivo
molto delicato: non dovresti
preoccuparlo con questioni da poco
come dar da mangiare a un cane, né
proporgli di fare da autista a un
novizio.» Si chinò su Damien.
Stevie Rae si alzò di scatto e arretrò il
più possibile: avrebbe
potuto giurare che da sotto il lungo abito
di seta di Neferet, una
specie di ombra aveva cominciato a
scivolare verso di lei.
Con la stessa rapidità della vampira
rossa, anche Duchessa si
allontanò dalle gambe di Damien per
accucciarsi imbronciata in
fondo al letto, vicino al gatto che
continuava a dormire.
«Da quando andare a prendere un amico
all’aeroporto è un
lavoro da autista? E, credetemi, io di
domestici me ne intendo»,
sbottò Afrodite, comparsa chissà come
sulla soglia.
Be’, prendetemi a schiaffi e datemi una
svegliata! Sono così fuori
da non sentire più niente? pensò Stevie
Rae.
«Afrodite, ho qualcosa da dirti che
riguarda anche gli altri presenti
in questa stanza», esordì Neferet in tono
regale e da supercapo.
La ragazza appoggiò la mano su un
fianco sottile e replicò: «Ah,
sì? Cosa?»
«Ho deciso che il funerale di Jack
seguirà il rito dei vampiri
Trasformati. La sua pira funebre verrà
accesa stasera, non appena
Zoey rientrerà alla Casa della Notte.»
«Aspetta Zoey? Perché?» chiese Stevie
Rae.
«Perché era una buona amica di Jack,
ovviamente. Ma soprattutto
perché, quando Kalona mi aveva
traviata e qui regnava una grande
confusione, Zoey ha svolto per lui la
funzione di Somma
Sacerdotessa. Ora, per fortuna, quel
deplorevole periodo è finito,
ma è comunque giusto che sia lei ad
accendere la pira di Jack.»
Stevie Rae pensò che era davvero
terribile che i bellissimi occhi di
smeraldo di Neferet potessero sembrare
così innocenti anche mentre
lei in realtà stava intessendo una trama
di menzogne e d’inganni.
Aveva una voglia matta di strillarle che
conosceva il suo segreto, che
era lei a controllare Kalona, ancora
adesso, non il contrario. Non era
mai stata sotto l’influenza
dell’immortale. Neferet sapeva fin
dall’inizio chi e cosa fosse Kalona, e in
quel momento stava soltanto
sparando balle a raffica.
Ma anche Stevie Rae aveva un terribile
segreto, che le bloccò in
gola le parole.
Afrodite inspirò profondamente, come
quando si preparava a fare
il culo a qualcuno, ma in quel momento
Damien attirò su di sé
l’attenzione di tutti prendendosi la testa
tra le mani e singhiozzando
da spezzare il cuore: «Io... io proprio
non... non capisco come possa
essersene andato!»
Stevie Rae girò intorno a Neferet e
prese Damien tra le braccia.
Fu felice di vedere che Afrodite
raggiungeva l’altro lato del letto e gli
appoggiava una mano sulla spalla. Le
due ragazze fissarono Neferet
con le palpebre strette, lanciandole
occhiate di sfiducia e disgusto.
Il volto della vampira rimase triste ma
impassibile, come se il
dolore di Damien non la toccasse
minimamente. «Damien, ti lascio
all’affetto delle tue amiche. L’aereo di
Zoey atterra al Tulsa
International alle 21.58. Ho predisposto
la pira funebre per
mezzanotte esatta, dato che è un’ora
propizia. Ci vediamo là.»
Neferet uscì dalla stanza chiudendosi la
porta alle spalle con un clic
quasi impercettibile.
«Viscida stronza bugiarda. Perché sta
facendo la gentile?» sbottò a
mezza voce Afrodite.
«Deve avere in mente qualcosa»,
replicò Stevie Rae mentre
Damien le piangeva contro la spalla.
«Non ce la posso fare.» All’improvviso,
Damien si allontanò da
entrambe scuotendo la testa. I singhiozzi
erano cessati, ma sulle
guance continuavano a scendergli degli
enormi lacrimoni.
Duchessa strisciò fino a lui e gli si
sdraiò sul petto, il naso puntato
vicino alla sua guancia, mentre Cammy
gli si acciambellò contro il
fianco. Damien mise un braccio intorno
alla cagnolona bionda e
l’altro intorno al gatto. «Non posso dire
addio a Jack e nello stesso
tempo affrontare la questione Neferet.»
Spostò lo sguardo da Stevie
Rae ad Afrodite. «Capisco perché
l’anima di Zoey è andata in pezzi.»
Afrodite puntò il dito sul viso di
Damien. «No, no, e poi no! Non
ho intenzione di rivivere quello stress. Il
fatto che Jack sia morto è
brutto. Davvero pessimo. Ma tu devi
farti forza.»
«Per noi», aggiunse Stevie Rae con un
tono decisamente più
gentile e dando ad Afrodite la solita
occhiata da fa’-la-brava! «Devi
farti forza per tutti i tuoi amici. Abbiamo
quasi perso Zoey. Abbiamo
perso Jack e Heath. Proprio non
sopporteremmo di perdere anche
te.»
«Io non posso più lottare contro di lei.
Non mi è rimasto un cuore
per farlo», replicò Damien.
«Tu ce l’hai ancora il cuore. Solo che è
spezzato», lo consolò
Stevie Rae.
«Ma si aggiusterà», intervenne Afrodite
non senza dolcezza.
Gli occhi di Damien erano lucidi di
pianto quando la guardò.
«Come fai a saperlo? Il tuo cuore non si
è mai spezzato. E neanche il
tuo. Non lasciate che vi si spezzi il
cuore: fa troppo male.» Stevie Rae
deglutì a fatica. Non glielo poteva dire,
non lo poteva dire a
nessuno ma, più le importava di
Rephaim, più sentiva il suo cuore
andare in pezzi. Ogni giorno.
«Zoey ce la sta facendo, e lei ha perso il
suo Heath. Se ce la fa lei,
puoi riuscirci anche tu, Damien»,
intervenne Afrodite.
«E sta davvero tornando a casa?»
richiese lui.
«Sì», risposero in coro Afrodite e
Stevie Rae.
«Okay. Bene. Andrà meglio con qui
Zoey», sentenziò il novizio.
«Ehi, Duchessa e Cammy, credo che sia
proprio arrivato il
momento della pappa», saltò su
Afrodite. Con gran stupore di Stevie
Rae, la ragazza si azzardò addirittura a
fare una carezza sulla testa
del cane. «Però qui non vedo cibo per
lei e Cammy ha solo quelle
orrende crocchette. A dire il vero,
Malefica neanche guarda qualcosa
che non sembri freschissimo. Che ne
diresti se facessi portare su a
Dario un po’ di cibo per loro? A meno
che tu non preferisca stare
solo. In quel caso, posso portare via
Cammy e Duchessa e dare loro
da mangiare.»
Damien sgranò gli occhi. «No! Non
portarli via! Voglio che
restino qui con me.»
«Okay, okay, tranquillo. Dario può
andare a prendere la pappa di
Duchessa», intervenne Stevie Rae
chiedendosi a cosa cavolo stesse
pensando Afrodite. Era impossibile che
Damien volesse stare senza
quei due animali.
«Il cibo e le cose di Duchessa sono in
camera di Jack», spiegò
Damien, concludendo con un singhiozzo.
«Ti fa piacere se ti portiamo qui tutto?»
chiese Stevie Rae
prendendogli la mano.
«Sì», mormorò. Poi sobbalzò e divenne
ancora più pallido di
quanto non fosse già. «E non lasciate che
buttino via la roba di Jack!
Devo vederla! Devo controllarla!»
«Su questo ti ho preceduto. Ci mancava
solo che quei vampiri
mettessero le loro manacce sui
fighissimi vestiti di Jack. Ho delegato
alle gemelle la responsabilità
d’inscatolare tutte le sue cose e di
portarle fuori di nascosto», disse
ipercompiaciuta Afrodite.
Damien, dimenticandosi per un istante
che il suo mondo era
immerso nella tragedia, quasi sorrise.
«Tu sei riuscita a far fare
qualcosa alle gemelle?»
«Eccome.»
«Quanto ti è costato?» chiese Stevie
Rae.
Afrodite le lanciò un’occhiataccia. «Due
camicette della nuova
collezione di Hale Bob.»
«Non credevo che fosse già uscita!»
fece Damien.
«Allora, A: sono felice che tu lo
conosca e B: le collezioni escono
sempre prima se sei schifosamente ricco
e tua mamma ‘conosce’
qualcuno.»
«Chi è Hale Bob?» domandò Stevie
Rae.
«Oh, cazzo, ma dove vivi?» commentò
Afrodite. «Vieni con me,
dai. Puoi aiutarmi a trasportare le cose
del cane.»
«Con questo vuoi dire che le porterò
solo io, giusto?»
«Giusto.» Afrodite si chinò e, come se
fosse una cosa che faceva
tutti i giorni, baciò sulla testa Damien.
«Torno subito coi rifornimenti
per le bestiacce. Oh, vuoi che porti
Malefica? Lei...»
«No!» sbottarono insieme Damien e
Stevie Rae, con stereofonici
toni orripilati.
Afrodite sollevò il mento, indignata.
«Assolutamente tipico che
nessuno tranne me capisca quella
magnifica creatura.» Stevie Rae
baciò Damien su una guancia.
«Torno presto», disse. Poi, non appena
fu in corridoio, guardò
malissimo Afrodite. «Scusa, ma come
hai potuto anche solo pensare
di portargli via quei due animali?»
Afrodite alzò gli occhi al soffitto e si
esibì in un gran colpo di
ciuffo. «Non l’ho mai pensato, scema.
Sapevo che la cosa l’avrebbe
sconvolto al punto di scuoterlo almeno
un po’ dal suo stato di
super-depresso-non-pensante, ed è
successo. Dario e io porteremo
cibo al suo piccolo zoo e, per puro caso,
faremo tappa anche in sala
da pranzo a prendere qualcosa per noi,
che però basti anche per lui
e, visto che Damien è troppo ’signora’
per cacciarci fuori a pedate o
farci mangiare da soli... voilà! Ecco che
il ragazzo avrà qualcosa nello
stomaco prima di affrontare l’orrendo
spettacolo della pira funebre.»
«Neferet ha in mente qualcosa di
veramente terribile», fece Stevie
Rae.
«Puoi contarci», convenne Afrodite.
«Be’, almeno succederà davanti a tutti
perciò non potrà, tipo,
uccidere Zoey.»
Afrodite inarcò un sopracciglio con aria
di disprezzo. «Neferet ha
liberato Kalona davanti a tutti, ha ucciso
Shekinah e cercato di
ordinare a Stark di tirare una freccia
prima contro di te e poi contro
Zy. Zucca campagnola, vedi di darti una
svegliatina.»
«Be’, nel mio caso c’erano delle
circostanze attenuanti, e Neferet
non ha ordinato a Stark di centrare Zy
davanti a tutta la scuola,
eravamo presenti solo noi e un gruppetto
di suore. E ovviamente
adesso dice che è stato Kalona a farle
fare entrambe le cose. Per di
più, è sempre la nostra parola contro la
sua e nessuno dà ascolto ai
ragazzini. E neanche alle suore, se è per
questo.»
«Quindi mi stai dicendo che dubiti del
fatto che Neferet possa fare
i suoi porci comodi pur sembrando
innocente come un bebè?»
Afrodite s’interruppe per fare una
smorfia. «Dea, io i marmocchi
proprio non li sopporto! Puah, con tutto
quel vomitare e mangiare e
cagare... E poi ti fanno venire una...»
«E allora? Guarda che non mi sogno
neanche di parlare di
gravidanza e bambini con te.»
«Scema, stavo solo facendo un’analogia:
tra qualche ora ci
ritroveremo nella merda fino alle
orecchie, quindi prepara Zy
mentre io cerco di sostenere Damien in
modo che non si sciolga in
una pozzanghera di lacrime,
disperazione e schifosissimo
soffiamento
di naso.»
«Guarda che non puoi continuare a
fingere che non te ne freghi di
Damien. Non dopo che ti ho vista dargli
un bacio sulla testa.»
«Cosa che negherò per il resto della mia
lunga e fantastica vita»,
ribatté Afrodite.
«Ma ci riuscirai mai a essere un po’
meno ossessionata da te
stessa?» Kramisha spuntò fuori
all’improvviso dall’ombra a lato della
veranda del dormitorio femminile.
«Ohssantocielo! Bisogna che mi faccia
controllare gli occhi. Non
vedo un cacchio finché non me lo ritrovo
davanti», fece Stevie Rae,
che si era fermata di colpo.
«Non sei tu. È solo che Kramisha è nera.
Le ombre sono nere.
Ecco perché non l’abbiamo vista»,
replicò impassibile Afrodite.
Kramisha raddrizzò le spalle e la guardò
con sufficienza. «No, tu
non hai...»
«Oh, ti prego, risparmiami!» Afrodite la
superò con aria disinvolta
raggiungendo il portone del dormitorio.
«Pregiudizi, oppressione,
l’uomo bianco, bla, bla, bla... e
sbadiglio finale. Qui la principale
minoranza sono io, quindi non ci
provare neanche a menarmela con
‘sta roba.»
Kramisha sbatté le palpebre un paio di
volte, stupefatta quanto
Stevie Rae.
«Mmm, scusa, Afrodite. Tu sembri
Barbie. Come cavolo puoi
essere una minoranza?» commentò
Stevie Rae.
Afrodite s’indicò la fronte. «Umana,
sono un’umana in una scuola
piena di novizi e vampiri, uguale mi-noran-za.» Quindi aprì la porta
e sculettò nel dormitorio.
«Quella ragazza mica è umana, è più un
cane idrofobo, ma non
vorrei che si offendessero i cani», fece
Kramisha.
Stevie Rae sospirò. «Lo so. Hai ragione.
Riesce a non essere gentile
e carina persino quando è gentile. Per i
suoi livelli. Ammesso che
questo abbia senso.»
«Non ne ha, ma ultimamente non è che
quello che dici e fai abbia
molto senso in generale.»
«La sai una cosa? Al momento proprio
non ho bisogno di questo e
non so cosa vuoi dire e comunque non
me ne importa. Ci vediamo,
Kramisha.» Stevie Rae fece per
andarsene, ma la novizia rossa le si
parò davanti mettendosi dietro
l’orecchio una ciocca della parrucca
gialla a caschetto e disse: «Non hai
motivo di usare quel tono odioso
con me».
«Il mio tono non è odioso. Il mio tono è
stanco e scocciato.»
«Naaa. Era odioso e lo sai. E non
dovresti nemmeno mentire.
Non sei per niente brava.»
«Benissimo. Non mentirò.» Stevie Rae
si schiarì la voce, si scosse
come un gatto sotto un acquazzone
primaverile, si disegnò in faccia
un sorrisone falso e ricominciò il tutto
con un tono ipervivace. «Ma
ciao, amica, mi ha fatto davvero piacere
vederti, ma adesso devo
proprio andare!»
Kramisha inarcò le sopracciglia. «Okay,
per prima cosa non dire
‘amica’: sembri la protagonista di quel
vecchio film, Ragazze a
Beverly Hills, quella che la bionda e
Stacey Dash rieducano facendola
diventare popolare. Non. Mi. Piace.
Seconda cosa, non te ne puoi
andare così perché devo darti...»
Stevie Rae si allontanò dal foglietto
viola che la ragazza le stava
tendendo. «Kramisha! Io sono una
persona sola! In questo momento
mi trovo in una gran bella tempesta di
merda, se mi scusi
l’espressione, e davvero non posso
gestire altro. Dovrai tenere per te
le tue poesie prevedi-futuro, almeno
finché Zy non sarà qui ad
aiutarmi a fare in modo che Damien non
si butti dal primo palazzo
un po’ altino che trova.»
Kramisha la guardò con le palpebre
strette. «È un vero peccato
che tu non sia una sola persona.»
«E questo cosa cavolaccio vorrebbe
dire? Ma certo che sono una
sola. Per la miseriaccia schifa, vorrei
tanto che ci fossero più me, così potrei
tenere d’occhio Damien, assicurarmi che
Dragone non scleri
del tutto, andare a prendere Zoey in
orario a quell’accidenti di
aeroporto e scoprire cosa le sta
succedendo, trovare qualcosa da
mangiare e iniziare ad affrontare il fatto
che Neferet sta
architettando qualcosa di proporzioni
allucinanti per il funerale di
Jack. Oh, e magari una delle me
potrebbe anche farsi un bel bagno
con un sacco di schiuma ascoltando il
mio amato Kenny Chesney e
leggere la fine di Titanic: la vera
storia.»
«Vuoi dire il libro che ho letto al corso
di letteratura l’anno
scorso?»
«Già. L’avevamo appena iniziato quando
io sono morta e poi
tornata da non-morta, quindi non sono
più riuscita a finirlo. E, be’,
mi piaceva...»
«Okay, ti aiuto io: la nave affonda. Loro
muoiono. Fine. Adesso,
per favore, possiamo passare a qualcosa
di più importante?» Sollevò
di nuovo il foglietto viola.
«Grazie tante, questo lo sapevo anch’io,
ma non vuol dire che
non sia una bella storia. Tu dici che non
sono brava a raccontare
balle, eh? Okay, la verità è questa: mia
mamma direbbe che in
questo momento ho nel piatto talmente
tanta roba che non ci
starebbe neanche una forchettata di
stress al pollo fritto, quindi
vediamo di lasciare stare le poesie per
un po’.»
Stupendo da matti Stevie Rae, Kramisha
fece un gran passo verso
di lei e l’afferrò per le spalle. Poi,
guardandola dritto negli occhi,
disse: «Tu non sei solo una persona, tu
sei una Somma Sacerdotessa.
Una Somma Sacerdotessa rossa. L’unica
che c’è. Perciò farai meglio
ad abituartici, allo stress. A un sacco di
stress. Soprattutto adesso che Neferet sta
creando dei casini da matti».
«Lo so, ma...»
Kramisha l’interruppe: «Jack è morto.
Non possiamo sapere chi
sarà il prossimo». Poi sbatté un paio di
volte le palpebre, aggrottò la
fronte, si chinò in avanti e inspirò
rumorosamente proprio vicino al
viso di Stevie Rae.
Che si liberò della stretta e fece un
passo indietro. «Mi stai
annusando?»
«Sì. Hai uno strano odore. L’avevo già
sentito. Quand’eri in
infermeria.»
«E allora?»
«E allora mi ricorda qualcosa.»
«Tua mamma?» disse Stevie Rae con
una disinvoltura per niente
sincera.
«Non ci provare neanche. E mentre io ci
rifletto su, tu dove vai?»
«Si presume che io dia una mano ad
Afrodite con la roba da
mangiare per Duchessa e per il gatto di
Damien. Poi devo andare a
recuperare Zy all’aeroporto e farle
sapere che Neferet ha deciso di
farsi da parte e lasciare che sia lei ad
accendere la pira di Jack.»
«Già, l’avevo sentito. A me sembra
strano.»
«Che Zoey accenda il fuoco per Jack?»
«No, che Neferet glielo lasci fare.»
Kramisha si grattò la testa,
facendo ondeggiare la parrucca gialla.
«Allora, le cose stanno così:
per il momento lascia che di Damien si
occupi Afrodite. Tu devi
andare là fuori» – indicò gli alberi che
circondavano il campus della
Casa della Notte – «e fare quella cosa
della comunicazione con la
terra per cui diventi tutta verde e
luminosa. Di nuovo.»
«Kramisha, non ho tempo per quello.»
«Non ho ancora finito. Hai bisogno di
ricaricare le batterie prima
che scoppi il finimondo. Ascolta... non
sono del tutto sicura che
Zoey sarà pronta ad affrontare quello
che potrebbe succedere
stasera.» Invece di mandare al diavolo
Kramisha e il suo
atteggiamento da comandina, Stevie Rae
pensò sul serio a quanto le
stava dicendo. «Potresti avere ragione»,
commentò infine.
«Lei non aveva voglia di tornare. Questo
lo sai, vero?» Stevie Rae
scrollò le spalle. «Be’, tu ce ne avresti
avuta al suo posto? Ne ha
passate un sacco.»
«Credo che non ne avrei avuta neanche
un po’, ed è per questo
che te lo sto dicendo, perché la capisco.
Però Zoey non è l’unica tra
noi ad averne passate un sacco di
recente. E qualcuno se la sta
ancora passando piuttosto male.
Dobbiamo imparare tutti a
risolvere i nostri problemi e ad
affrontare le nostre responsabilità.»
«Ehi, sta tornando, quindi... direi che lo
sta facendo eccome»,
replicò Stevie Rae.
«Non stavo parlando solo di Zoey.»
Kramisha piegò a metà il
foglietto viola e lo tese a Stevie Rae,
che lo prese controvoglia.
Quando la vampira sospirò e iniziò ad
aprirlo, Kramisha scosse la
testa. «Non c’è bisogno che tu lo legga
con me presente.» Stevie Rae
guardò la novizia con un punto di
domanda stampato in faccia.
«Senti, lascia che ti dica una cosa, da
Poeta Laureato a Somma
Sacerdotessa, e vedi di ascoltarmi:
prendi la poesia e va’ sotto un
albero. Leggila lì. Riflettici per bene.
Qualunque cosa tu abbia in
ballo, devi fare un cambiamento. Questo
è il terzo avvertimento che
mi arriva per te. Stevie Rae, piantala
d’ignorare la verità, perché
quello che fai non riguarda solo te. Hai
capito bene?» Stevie Rae
inspirò a fondo. «Sì.»
«Bene. Adesso vai.» Kramisha fece per
entrare nel dormitorio.
«Ehi, glielo spieghi tu ad Afrodite che
ho delle cose da fare e
quindi non la raggiungo?» Kramisha si
voltò appena. «Sì, ma mi devi
una cena al Red Lobster.»
«Affare fatto. Mi piace il Lobster.»
«Ordinerò tutto quello che mi va.»
«Non avevo dubbi», brontolò sottovoce
Stevie Rae, poi fece un
altro sospiro e si diresse verso gli
alberi.
CAPITOLO 17
STEVIE RAE
Stevie Rae non era sicura di aver capito
il significato della poesia,
ma era certa che Kramisha avesse
ragione: doveva smettere
d’ignorare la verità e fare dei
cambiamenti. Il problema però era che
lei non sapeva se fosse ancora in grado
di riconoscerla, la verità,
figuriamoci di agire di conseguenza.
Fissò la poesia. La sua visione
notturna era così buona che non doveva
nemmeno spostarsi
dall’ombra delle vecchie querce che
fiancheggiavano il lato del
campus che dava su Utica Street e la
stradina laterale che portava
all’ingresso della scuola.
«La poesia ermetica è sempre un gran
casino», mormorò
rileggendo i tre versi.
Devi svelare il tuo cuore.
Il manto dei segreti soffoca la libertà:
sta a lui scegliere.
Parlava di Rephaim. E di lei. Di nuovo.
Stevie Rae si lasciò cadere
ai piedi del grande albero, la schiena
appoggiata alla corteccia
ruvida, traendo conforto dalla
sensazione di forza che le trasmetteva
la quercia. Si presume che debba
svelare il mio cuore, ma a chi? E lo
so che tenere i segreti mi soffoca, però
non posso raccontare a
nessuno di Rephaim. Sta a lui scegliere
la libertà? Sì, certo, ma il
paparino lo tiene talmente stretto che per
lui è quasi impossibile...
Che ironia: un antico immortale e un
mostro mezzo corvo,
mezzo immortale, legati da quella che
fondamentalmente era una
versione vecchia scuola dello stesso
rapporto padre-figlio che una
miliardata di altri ragazzi sperimentava
coi loro genitori stronzi.
Kalona aveva sempre trattato Rephaim
come uno schiavo,
facendogli credere un sacco di cavolate
su se stesso per così tanto
tempo che lui ormai non riusciva
neanche più a capire quanto tutto
ciò fosse sbagliato.
Non che il rapporto tra Stevie Rae e il
Raven Mocker fosse meno
incasinato: erano legati dall’Imprinting e
dalla promessa che la
vampira aveva fatto al toro nero.
«Be’, non proprio solo per quella
promessa», mormorò lei tra sé.
Si era sentita attratta da lui anche prima.
«È che... mi piace», confessò alla notte
silenziosa, incespicando sulle parole
come se ci fossero altri testimoni oltre
agli alberi muti. «Vorrei tanto sapere se
è a causa
dell’Imprinting o perché dentro di lui
c’è qualcuno che merita di
essere amato.»
Restò seduta a fissare l’intreccio di rami
spogli simili a una
ragnatela che aveva sopra la testa. Poi,
visto che si stava confidando
con gli alberi, aggiunse: «Il punto è che
io non dovrei rivederlo mai
più». Anche solo l’idea di Dragone che
scopriva la verità su di lei e
sul mostro che aveva ucciso Anastasia
le faceva venire voglia di
vomitare. «Magari la parte di poesia che
parla di libertà significa che,
se smetto di vederlo, Rephaim sceglierà
di andarsene. Magari, se
stiamo lontani, il nostro Imprinting
sparirà.» Bastava il pensiero a
farle tornare la nausea. «In realtà, vorrei
tanto che qualcuno mi
spiegasse cosa devo fare», disse
imbronciata, appoggiando il mento
sulle mani.
Quasi a risponderle, il vento portò fino a
lei il suono di un
pianto. Stevie Rae aggrottò la fronte e si
mise in ascolto: oh, sì, c’era
decisamente qualcuno che singhiozzava.
Non aveva molta voglia di
seguire quel suono – dato che di pianti a
dirotto ultimamente ne
aveva avuti più che a sufficienza –, ma
quello era così disperato, così
triste che era impossibile ignorarlo: non
sarebbe stato giusto. Perciò
Stevie Rae s’incamminò lungo la
stradina che portava all’ingresso
principale della scuola.
Non capì subito chi fosse quella donna
che piangeva fuori del
grande cancello di ferro battuto.
Avvicinandosi, Stevie Rae notò che
era inginocchiata e che aveva
appoggiato al pilastrino di pietra
quella che sembrava una corona funebre
realizzata con garofani rosa
di plastica e foglie verdi. Davanti a lei
era accesa una candela verde
e, mentre continuava a piangere, la
signora stava tirando fuori della
borsetta una foto. Solo quando la donna
la portò alle labbra per
baciarla, Stevie Rae riuscì a vedere il
suo viso.
«Mami!»
Aveva a malapena bisbigliato, ma sua
mamma alzò la testa di
colpo e i suoi occhi trovarono
immediatamente la figlia.
«Stevie Rae? Piccolina?»
Udendo quella voce, il nodo che
stringeva lo stomaco di Stevie
Rae si sciolse e la ragazza corse al
cancello. Senza altri pensieri se non il
desiderio di raggiungere sua madre,
Stevie Rae scavalcò con facilità
il muro di cinta, atterrando dall’altra
parte.
«Stevie Rae?» Trovando impossibile
parlare, la vampira annuì e
basta, mentre le lacrime iniziavano a
scorrerle sulle guance.
«Oh, piccolina, sono così felice di
rivederti un’ultima volta.» Sua
mamma si tamponò il viso col fazzoletto
di stoffa che stringeva in
mano, cercando di smettere di piangere.
«Tesoro, ovunque ti trovi,
spero che tu sia felice», disse fissando il
volto di Stevie Rae come se
cercasse d’imprimerselo nella memoria.
«Mi manchi così tanto!
Volevo venire prima a lasciare la
corona, la candela e questa foto in
cui sei così carina, ma la bufera me l’ha
impedito. E poi, quando
hanno liberato le strade, non riuscivo
comunque a decidermi a
venire perché lasciare tutto questo
avrebbe reso la cosa definitiva.
Saresti stata morta sul serio.»
«Oh, mami! Anche tu mi sei mancata
tanto!» Stevie Rae si gettò
tra le sue braccia, nascose il viso nel
cappotto fru-fru e, inspirando
odore di casa, prese a singhiozzare
ancora di più.
«Su, su, tesoro. Andrà tutto bene. Vedrai.
Andrà tutto a posto.»
Infine, dopo quelle che sembrarono ore,
Stevie Rae riuscì a guardare
sua mamma.
Virginia «Ginny» Johnson le sorrise tra
le lacrime e la baciò, prima
sulla fronte e poi, con delicatezza, sulle
labbra. Quindi mise la mano
in tasca e prese un secondo fazzoletto,
ancora ben stirato e piegato.
«Meno male che non ne ho portato uno
solo.»
«Grazie, mami. Tu sei sempre pronta a
tutto.» Stevie Rae fece un
sorrisone, si asciugò la faccia e soffiò il
naso. «Non è che per caso hai qualcuno
dei tuoi biscotti al cioccolato?»
La mamma aggrottò la fronte. «Ma come
fai a mangiare?»
«Be’, con la bocca, come sempre.»
«Piccolina, so che tu comunichi
attraverso il mondo degli spiriti.»
Mamma Johnson pronunciò le ultime
parole a bassa voce e facendo
gesti approssimativamente mistici.
«Sono felice comunque di rivedere
la mia bambina, anche se devo
ammettere che mi ci vorrà un
momento per abituarmi all’idea che sei
un fantasma e tutto il resto,
soprattutto uno che piange lacrime vere
e che mangia. Non è che
abbia molto senso.»
«Mami, io non sono un fantasma.»
«Sei una specie di apparizione? Se è
così, piccola, per me non ha
importanza. Io ti voglio bene comunque.
Verrò qui in continuazione
se è qui che vuoi stare. Te lo chiedo solo
per saperlo.»
«Mami, io non sono morta. Non più.»
«Piccolina, hai avuto un’esperienza
paranormale?»
«Oh, mami, non hai idea...»
«E non sei morta? Per niente?»
«No, e a dire il vero non so perché.
Sembrava che fossi morta, ma
poi sono tornata e adesso ho questo.»
Stevie Rae indicò il tatuaggio
rosso di foglie e rampicanti che le
incorniciava il viso. «A quanto
sembra, sono la prima Somma
Sacerdotessa Rossa.»
Mamma Johnson aveva smesso di
piangere, ma la spiegazione di
Stevie Rae le fece di nuovo venire le
lacrime agli occhi. «Non sei
morta...» mormorava tra un singhiozzo e
l’altro. «Non sei morta...»
Stevie Rae l’abbracciò di nuovo, forte.
«Mi dispiace tanto di non
essere venuta a dirtelo. Volevo farlo, lo
volevo davvero. È solo
che... be’, all’inizio non ero del tutto in
me. E poi a scuola si è
scatenato l’inferno. Non potevo
andarmene, e come facevo a
telefonarti e basta? Cioè, come si fa a
chiamare casa e dire: ‘Ciao
mami, non riattaccare. Sono proprio io e
non sono più morta’.
Insomma, è che non sapevo come fare.
Mi dispiace tanto», ripeté,
chiudendo gli occhi e aggrappandosi
alla madre con tutta se stessa.
«No, no, va bene così. Va bene. Quello
che conta è che sei qui e
stai bene.» La mamma di Stevie Rae si
staccò dall’abbraccio quanto
bastava per guardare in faccia la figlia
mentre si asciugava gli occhi.
«Perché stai bene, vero?»
«Sì, mami, è tutto okay.»
Mamma Johnson allungò una mano verso
il mento della ragazza,
costringendola a incrociare il suo
sguardo, poi scosse la testa e, nel
suo deciso e familiare tono materno,
disse: «Non è bello mentire alla
mamma».
Non sapendo cosa replicare, Stevie Rae
rimase immobile a fissare
la madre, mentre dentro di lei
cominciava ad andare in pezzi la
barriera di segreti, bugie e desideri.
«Sono qui con te, piccolina. E ti voglio
bene. Dimmi tutto.»
«Mi trovo in una brutta situazione.
Proprio bruttissima», azzardò
Stevie Rae.
La voce della madre era calda e piena di
amore. «Tesoro, non c’è
niente di più brutto del saperti morta.»
Fu questo a far decidere Stevie Rae:
l’amore incondizionato di sua
madre. Prese un bel respiro e confessò:
«Ho un Imprinting con un
mostro. Un essere mezzo immortale e
mezzo corvo. Lui ha fatto
delle cose brutte. Ma brutte tanto. Ha
persino ucciso delle persone».
L’espressione di mamma Johnson non
cambiò di una virgola, e lei
si limitò a stringere con forza le mani
della figlia. «E questo essere è
qui? A Tulsa?» Stevie Rae annuì. «Però
sta nascosto. Alla Casa della
Notte nessuno sa di lui e di me.»
«Nemmeno Zoey?»
«No, soprattutto Zoey. Lei andrebbe
fuori di testa. Cavolo, mami,
tutti quelli che conosco andrebbero fuori
di testa. Lo so che prima o
poi verrò scoperta. Succederà, e io non
so cosa fare. È così orribile.
Mi odieranno tutti. Non capiranno.»
«Non ti odieranno tutti, piccola. Io non ti
odio.»
Stevie Rae sospirò e poi sorrise. «Ma tu
sei la mia mamma.
Volermi bene è un tuo dovere.»
«È un dovere anche degli amici, se sono
veri amici.» Mamma
Johnson s’interruppe per un istante, poi
chiese: «Piccolina, quella
creatura ti ha fatto qualcosa? Ti ha
ricattata? Insomma, io non so
molto delle abitudini dei vampiri, ma lo
sanno tutti che l’Imprinting
è una cosa seria. Ti ha costretta in
qualche modo? Perché, se è così,
possiamo andare a dirlo alla tua scuola.
Loro capiranno e di certo
troveranno il modo per aiutarti a
liberarti di lui».
«No, no. Ho l’Imprinting con Rephaim
perché lui mi ha salvato la
vita.»
«Ti ha riportata qui dal mondo dei
morti?» Stevie Rae scosse la
testa. «Non so con precisione come ho
fatto a tornare da non-morta,
ma ha a che vedere con Neferet.»
«Allora dovrei ringraziarla. Magari
potrei...»
«No, mami! Devi stare lontana dalla
scuola e da Neferet. Lei non
è buona. Finge di esserlo ma è tutto il
contrario.»
«E questo essere che chiami Rephaim?»
«Lui è stato dalla parte della Tenebra
per un sacco di tempo. Suo
padre è molto ma molto cattivo e gli ha
incasinato la testa.»
«Però ti ha salvato la vita?»
«Due volte, e lo rifarebbe. Sono certa
che lo rifarebbe.»
«Senti, piccola, pensaci bene prima di
rispondere a due domande
che ho da farti.»
«Okay.»
«Primo, tu ci vedi del buono in lui?»
«Sì. Assolutamente», rispose Stevie Rae
senza esitazioni.
«Secondo, ti farebbe del male? Sei al
sicuro con lui?»
«Mami, per salvarmi ha affrontato un
mostro così orribile che non
lo riesco nemmeno a descrivere, un
mostro che si è rivoltato contro
di lui e lo ha ferito. Ferito seriamente. E
tutto per evitare che venissi ferita io.
Credo che morirebbe piuttosto di farmi
del male.»
«Allora, da cuore di mamma a cuore di
figlia, ti dirò una verità:
non riesco neanche a immaginare come
possa essere un misto di
uomo e corvo, ma metterò da parte
questa follia perché ti ha salvata
e tu sei legata a lui. E tutto questo,
tesoro mio, significa che, quando
per lui verrà il momento di scegliere tra
le cose cattive del passato e
un futuro diverso con te, se è abbastanza
forte, sceglierà te.»
«Ma i miei amici non l’accetteranno
mai. E la cosa peggiore è che i
vampiri cercheranno di ucciderlo.»
«Senti, se il tuo Rephaim ha fatto le cose
orribili che dici, e io ti
credo, allora qualche conseguenza la
dovrà pagare. Ma questo
riguarda lui, non te. Devi ricordarti una
cosa: le uniche azioni che
puoi controllare sono le tue. Piccola,
devi solo fare quello che è
giusto. Sei sempre stata brava in questo.
Proteggi quelli cui vuoi
bene. Difendi ciò in cui credi. Ecco, non
puoi fare altro. E, se questo
Rephaim sarà al tuo fianco, potresti
stupirti dei risultati che potrai
ottenere.»
Stevie Rae sentì gli occhi riempirsi di
nuovo di lacrime. «Mi aveva
detto che dovevo venire da te. Non ha
mai conosciuto la sua
mamma. Lei è stata violentata da suo
padre ed è morta quando lui è
nato. Però, non molto tempo fa, mi ha
detto che dovevo trovare la
maniera di vederti.»
«Piccola, un mostro non la direbbe una
cosa simile.»
«Lui però non è nemmeno umano!»
Stevie Rae stringeva le mani
di sua madre con tanta forza da avere le
dita intorpidite, ma non
poteva lasciarle. Non l’avrebbe mai
lasciata.
«Stevie Rae, neanche tu sei umana, non
più, e per me non fa la
minima differenza. Questo Rephaim ti ha
salvato la vita. Due volte.
Quindi a me non importa se è metà
rinoceronte e ha un corno che
gli spunta sulla fronte. Ha salvato la mia
bambina e, la prossima
volta che lo vedi, devi dirgli da parte
mia che si merita un
grandissimo abbraccio.» A Stevie Rae
scappò una risatina al pensiero
di vedere sua madre che abbracciava
Rephaim. «Glielo dirò.» Il viso
di mamma Johnson si fece molto serio.
«Sai, prima dirai a tutti la
verità su di lui, meglio sarà. Giusto?»
«Lo so. Ci proverò. In questo periodo
stanno succedendo un sacco
di cose, e non è il momento migliore per
scaricare sugli altri anche
questo.»
«È sempre il momento giusto per dire la
verità», sentenziò la
donna.
«Oh, mami, non so come ho fatto a
cacciarmi in questo delirio!»
«Ma sì che lo sai, piccola. Io non ero
qui, eppure posso dirti che ci
dev’essere qualcosa di quella creatura
che ti ha colpita, qualcosa che
potrebbe finire per aiutarla a
redimersi.»
«Solo se è abbastanza forte. E io non so
se lo è. Per quanto ne so
io, non si è mai opposto a suo padre.»
«Il padre approverebbe che tu stia con
lui?» Stevie Rae sbottò:
«Neanche per sogno!»
«Però lui ti ha salvato la vita due volte e
ha creato un Imprinting
con te. Tesoro, a me sembra proprio che
sia da un po’ ormai che si
oppone a suo padre.»
«No, è successo tutto mentre suo padre
era, come dire, all’estero.
Adesso è tornato, e Rephaim ha
ricominciato a fare tutto quello che
vuole lui.»
«Sul serio? E tu come fai a saperlo?»
«Me l’ha detto oggi quand’è...» Stevie
Rae non terminò la frase,
sgranando gli occhi.
Sua mamma sorrise e assentì. «Visto?»
«Ohsssantocielo! Potresti avere
ragione!»
«Ma certo che ho ragione. Sono la tua
mamma.»
«Ti voglio bene, mami», disse Stevie
Rae.
«Ti voglio bene anch’io, piccolina.»
CAPITOLO 18
REPHAIM
«Non posso credere che tu voglia farlo»,
esclamò Kalona
camminando avanti e indietro sul
terrazzo del Mayo.
«È necessario, è il momento ed è la cosa
giusta da fare!» La voce di
Neferet era un crescendo, quasi lei
stesse per esplodere.
«La cosa giusta da fare? Neanche fossi
una creatura della Luce!»
Rephaim non era riuscito a trattenersi,
né a dare un tono meno
incredulo alla propria voce.
Neferet si voltò verso di lui come una
furia. Sollevò una mano e i
tentacoli di potere tremolarono nell’aria
intorno a lei, per poi
scivolare sotto la sua pelle.
A quella vista, Rephaim ricordò il
dolore terribile provocato dal
tocco dei fili di Tenebra e gli si strinse
lo stomaco. In modo
automatico, arretrò di un passo.
«Mi stai forse contestando, mezzo
corvo?» Neferet sembrava
pronta a scagliare la Tenebra contro di
lui.
«Rephaim non ti sta contestando, e
neppure io. Semplicemente
siamo entrambi stupiti», disse Kalona in
tono calmo e autorevole,
mettendosi tra la Tsi Sgili e il figlio.
«È l’unica cosa che Zoey e i suoi alleati
non si aspettano. Quindi,
anche se mi disgusta, mi sottometterò a
lei... e in questo modo la
renderò del tutto inoffensiva: se oserà
anche solo mormorare
qualcosa contro di me, tutti la vedranno
per la ragazzetta petulante
che è in realtà.»
«Pensavo avresti preferito distruggerla
invece che umiliarla»,
riprese Rephaim.
Neferet sghignazzò e si rivolse a lui
come se fosse un idiota.
«Potrei ucciderla anche stanotte tuttavia,
comunque io orchestri la
cosa, verrei sospettata. Persino quelle
bacucche rimbambite del
Consiglio Supremo si sentirebbero in
dovere di venire qui... a
osservarmi, a interferire coi miei piani.
No, non sono ancora pronta
e, finché non lo sarò, voglio che Zoey
Redbird se ne stia a cuccia al
posto che le compete. È solo una novizia
e, da questo momento in
poi, verrà trattata come tale. Inoltre
intendo occuparmi anche del
suo gruppetto di amici, soprattutto di
quella che si definisce prima
’Somma Sacerdotessa Rossa’. Stevie
Rae? Una Somma Sacerdotessa?
Ho intenzione di rivelare chi è in
realtà.»
«Chi è?» dovette chiedere Rephaim, pur
tenendo la voce bassa e
l’espressione più assente che poteva.
«È una vampira che ha conosciuto, e
persino abbracciato, la
Tenebra.»
«Ma alla fine ha scelto la Luce», replicò
Rephaim, che si accorse di
aver parlato troppo in fretta quando
Neferet strinse le palpebre.
«Il fatto che sia stata toccata dalla
Tenebra l’ha cambiata per
sempre», intervenne Kalona.
Neferet gli rivolse un sorriso dolce.
«Hai proprio ragione, mio
Consorte.»
«L’aver conosciuto la Tenebra non può
avere dato più forza alla
Rossa?» Rephaim non ce la faceva
proprio a non chiedere.
«È ovvio che sia così. La Rossa è una
vampira potente, anche se
giovane e inesperta, per questo è così
utile al nostro scopo», spiegò
Kalona.
«Ritengo che in Stevie Rae ci sia più di
quanto ha mostrato ai suoi
amichetti. L’ho vista mentre si trovava
nella Tenebra. Ci godeva.
Dico che dobbiamo osservarla e
scoprire cosa c’è sotto quell’aspetto
luminoso e innocente», concluse Neferet
in tono sarcastico.
«Come dessssideri», ribatté Rephaim,
disgustato che Neferet
l’avesse fatto arrabbiare al punto di
sibilare come un animale.
Neferet lo fissò. «Percepisco un
cambiamento in te.»
Rephaim s’impose di continuare a
sostenere il suo sguardo. «In
assenza di mio padre, sono stato più
vicino alla morte e alla Tenebra
di quanto non mi fosse mai accaduto. Se
percepisci un cambiamento
in me, può darsi sia per questo.»
«Può darsi», ripeté lentamente Neferet.
«Ma può anche darsi di
no. Come mai ho il sospetto che tu non
sia del tutto felice che tuo
padre e io siamo tornati a Tulsa?»
Rephaim cercò di nascondere alla
Tsi Sgili l’odio e la rabbia che si
agitavano in lui. «Sono il figlio
prediletto di mio padre. Come sempre,
sto al suo fianco. I giorni in
cui è stato lontano da me sono stati i più
bui della mia esistenza.»
«Davvero? Ma che cosa terribile!»
commentò sarcastica Neferet.
Poi, come a chiudere il dialogo con lui,
gli voltò le spalle per
rivolgersi a Kalona. «Le parole del tuo
prediletto mi ricordano una
cosa: dov’è il resto delle creature che
chiami figli? Una manciata di
novizi e di suore non sarà certo riuscita
a ucciderli tutti.» Kalona
strinse i denti e i suoi occhi si accesero
di una luce ambrata.
Accortosi che il padre faticava a
controllare la rabbia, Rephaim si
affrettò a intervenire: «Alcuni miei
fratelli sono sopravvissuti. Li ho
visti fuggire quando tu e mio padre siete
stati banditi».
Le palpebre di Neferet si strinsero a
fessura. «Io non sono più
bandita.»
Non più, ma una manciata di novizi e di
suore una volta c’è
riuscita, pensò Rephaim sostenendo il
suo sguardo senza battere
ciglio.
Di nuovo, fu Kalona a distogliere da lui
l’attenzione della Tsi Sgili.
«Gli altri non sono come Rephaim. A
loro serve aiuto per
nascondersi in una città senza venire
individuati. Devono aver
trovato dei posti sicuri più lontano dalla
civiltà.» Ormai tratteneva a
stento la rabbia.
Rephaim si chiese quanto fosse
diventata cieca Neferet: credeva
davvero di essere così potente da poter
punzecchiare in
continuazione un antico immortale senza
pagarne le conseguenze?
«Be’, adesso siamo tornati. Dovrebbero
essere qui. Sono
un’aberrazione della natura, ma sono
pure molto utili. Durante il
giorno possono stare nell’appartamento,
sempre che stiano lontani
dalla mia camera da letto. Di sera
possono strisciare fuori in attesa
dei miei ordini.»
«Vorrai dire dei miei ordini.» Kalona
non aveva alzato la voce, ma
la forza che vi s’intuiva fece venire i
brividi a Rephaim. «I miei figli
obbediscono solo a me. Sono legati a me
dal sangue, dalla magia e
dal tempo. Soltanto io posso
controllarli.»
«Allora presumo tu possa controllarli
abbastanza da farli venire
qui.»
«Certamente.»
«Bene, richiamali o falli radunare da
Rephaim, come ti pare. Non
posso occuparmi io di tutto.»
«Come desideri», disse Kalona
echeggiando le parole di Rephaim.
«Adesso vado a umiliarmi davanti a una
scuola piena di esseri
inferiori perché tu non hai impedito a
Zoey Redbird di tornare in
questo mondo.» I suoi occhi sembravano
ghiaccio verde. «Ed è per
questo che tu adesso obbedisci solo a
me. Fatti trovare qui quando
torno.» Neferet lasciò il terrazzo. Il suo
lungo mantello sembrava sul
punto di restare incastrato nella porta
che le si stava chiudendo alle
spalle, ma all’ultimo momento
s’increspò e zampettò vicino alla Tsi
Sgili, avvolgendosi attorno alle sue
caviglie come un’appiccicosa
pozza di catrame.
Rephaim affrontò suo padre, l’antico
immortale che serviva
fedelmente da secoli. «Come puoi
permettere che ti parli così? Che ti
usi così? Ha definito i miei fratelli
aberrazioni della natura, ma è lei il vero
mostro!» Sapeva che non si sarebbe
dovuto rivolgere a lui in
quel modo, tuttavia non era riuscito a
trattenersi: vedere
l’orgoglioso e potente Kalona
comandato a bacchetta come un
servitore gli era insopportabile.
Rephaim aveva già visto scatenarsi l’ira
di suo padre, perciò
sapeva cos’aspettarsi quando lui si
avvicinò. Kalona spalancò le
grandi ali, ma il colpo non arrivò.
Lo sguardo dell’immortale era pieno di
disperazione, non di
rabbia. «Non anche tu. Da lei mi aspetto
disprezzo e slealtà: ha
tradito una dea per liberarmi. Ma tu...
non avrei mai creduto che
potessi rivoltarti contro di me.»
«Padre, no! Non l’ho fatto!» disse
Rephaim, allontanando dalla
mente ogni pensiero relativo a Stevie
Rae. «Solo non riesco a
sopportare il modo in cui ti tratta.»
«Ecco perché devo scoprire un sistema
per spezzare quel
maledetto giuramento.» Kalona sbuffò,
frustrato, e si accostò alla
balaustra di pietra, fissando la notte. «Se
solo Nyx si fosse tenuta
fuori dal combattimento con Stark... Lui
sarebbe rimasto morto e,
nel profondo dell’anima, so che Zoey
non avrebbe trovato la forza
di tornare in questo regno e al suo
corpo, non dopo aver perso
anche lui.»
Rephaim raggiunse il padre. «Morto?
Nell’Aldilà hai ucciso Stark?»
«Sì, certo. Lui e io abbiamo lottato e,
ovviamente, io l’ho ucciso.
Non aveva la minima possibilità di
sconfiggermi, anche se era
riuscito a diventare un Guardiano e a
impugnare la grande
claymore.»
Rephaim era incredulo. «Nyx ha
resuscitato Stark? Ma la Dea non
interferisce con le decisioni umane. E
quella di difendere Zoey contro
di te era stata una decisione di Stark.»
«Non è stata Nyx a resuscitare Stark.
Sono stato io.»
«Tu?» Rephaim era sconvolto.
Kalona annuì e continuò a fissare il
cielo, evitando d’incrociare lo
sguardo del figlio. «Ho ucciso Stark.
Pensavo che, a quel punto, Zoey
si sarebbe tirata indietro, preferendo
rimanere nell’Aldilà insieme
con l’anima del suo Guerriero e del suo
Consorte. O magari che il
suo spirito sarebbe rimasto per sempre
in pezzi e lei si sarebbe
trasformata in un Caoinic Shi, uno
spettro sempre in movimento.
Anche se non desideravo si verificasse
quest’ultima possibilità. Io non
la odio quanto Neferet.» Il suo tono era
così teso da sembrare che lui
si stesse strappando a forza dalla gola
ogni parola.
A Rephaim pareva che il padre si
rivolgesse più a se stesso che
non a lui perciò, quando si zittì, restò
pazientemente in silenzio,
aspettando che continuasse.
«Zoey è più forte di quanto non avessi
previsto», disse infine
Kalona rivolto alla notte. «Invece di
tirarsi indietro o di andare
definitivamente in pezzi, ha attaccato.»
Al ricordo, l’immortale
ridacchiò. «Mi ha infilzato con la mia
stessa lancia e poi mi ha
ordinato di ridare la vita a Stark, come
pagamento per il debito che
avevo contratto con lei quando avevo
ucciso quel suo ragazzo.
Ovviamente mi sono rifiutato.»
«Ma, padre, il debito di una vita è una
cosa potente!» sbottò
Rephaim.
«Vero, ma io sono un immortale potente.
Le conseguenze che
ricadono sui mortali non mi riguardano.»
Simili a un vento gelido, i pensieri di
Rephaim presero a
bisbigliargli nella testa: Forse si
sbaglia. Forse quello che gli sta
succedendo è parte delle conseguenze
che pensava di non dover
pagare perché è troppo potente. Ma lui
non era tanto ingenuo da
contraddire Kalona, perciò si limitò a
chiedere: «Quindi ti sei
rifiutato di obbedire a Zoey... e poi
cos’è successo?»
«È arrivata Nyx, ecco cos’è successo»,
replicò con amarezza
Kalona. «Potevo opporre un rifiuto a una
Somma Sacerdotessa
bambina, ma di certo non alla Dea. Non
potrei mai rifiutare
qualcosa alla Dea. Ho soffiato in Stark
un frammento della mia
immortalità. Lui ha ripreso a vivere e
Zoey è tornata al suo corpo,
riuscendo a salvare dall’Aldilà anche il
suo Guerriero. E adesso sono
sotto il controllo di una Tsi Sgili
completamente pazza, almeno
secondo il mio parere.» A quel punto,
Kalona guardò Rephaim. «Se
non spezzo questo legame, potrebbe
trascinarmi con sé nella sua
follia. Erano secoli che non percepivo
un rapporto così stretto con la
Tenebra quanto quello che ha lei. È
qualcosa di molto potente, oltre
che affascinante e pericoloso.»
«Dovresti uccidere Zoey.» Rephaim lo
disse lentamente, esitando,
odiandosi per ogni sillaba pronunciata,
perché sapeva quanto dolore
avrebbe provocato a Stevie Rae la
morte della sua amica.
«Naturalmente ci ho già pensato...»
Rephaim trattenne il fiato.
«Però sono giunto alla conclusione che
uccidere Zoey Redbird
sarebbe un palese affronto a Nyx. È da
moltissimo tempo che non
servo la Dea. Ho fatto cose che lei
considererebbe... imperdonabili.
Ma non ho mai tolto la vita a una
sacerdotessa al suo servizio.»
«Temi Nyx?»
«Solo uno sciocco non teme una dea.
Persino Neferet si tiene al
riparo dall’ira di Nyx non uccidendo
Zoey, anche se la Tsi Sgili non
lo ammetterebbe neanche con se stessa.»
«Neferet è così gonfia di Tenebra che
non pensa più in modo
razionale.»
«Vero, ma ciò non significa che non sia
furba. Per esempio, sono
convinto che possa avere ragione
riguardo alla Rossa: potrebbe
essere usata da noi o magari addirittura
allontanata dalla strada che
ha scelto.» Kalona si strinse nelle
spalle. «Oppure potrebbe
continuare a rimanere al fianco di Zoey
e venire distrutta quando
Neferet l’attaccherà.»
«Padre, io non credo che Stevie Rae stia
semplicemente al fianco
di Zoey. Penso stia anche con Nyx. Mi
pare logico presumere che la
prima Somma Sacerdotessa Rossa di
Nyx sia speciale agli occhi della
Dea. Per questo non sarebbe meglio non
coinvolgere neppure lei,
oltre a Zoey?»
Kalona assentì con aria solenne. «Figlio
mio, credo tu abbia
ragione. Se la Rossa non si allontanerà
dalla via della Dea, io non la
toccherò. E, se Neferet distruggerà
Stevie Rae, sarà lei a incorrere
nell’ira della Dea.»
Rephaim mantenne un ferreo controllo su
tono di voce ed
espressione. «È una decisione saggia,
padre.»
«Ovviamente ci sono altri modi per
ostacolare una Somma
Sacerdotessa senza ucciderla.»
«Cos’hai intenzione di fare per
ostacolare la Rossa?»
«Nulla, almeno finché Neferet non sarà
riuscita ad allontanarla
dalla strada che ha scelto. A quel punto,
deciderò se guidare i suoi
poteri o farmi da parte quando Neferet
la distruggerà.» Kalona
accantonò il problema con un gesto della
mano. «Pensiamo
piuttosto a Zoey. Se si opponesse
pubblicamente a Neferet, la Tsi
Sgili sarebbe distratta. E tu e io
potremmo concentrarci su come
spezzare il mio legame con lei.»
«Ma, come ha detto Neferet, se dopo
stasera Zoey dicesse
qualcosa contro di lei, verrebbe
rimproverata e screditata. Zoey è
abbastanza saggia da capirlo. Non si
scontrerà apertamente con
Neferet.»
Kalona sorrise. «Ah, ma che
succederebbe se il suo Guerriero, il
suo Guardiano, l’unica persona sulla
terra di cui si fida nel modo più
assoluto, iniziasse a mormorarle che non
dovrebbe consentire alla Tsi
Sgili di passarla liscia per tutte le sue
malefatte? Che deve
ottemperare al proprio ruolo di Somma
Sacerdotessa e opporsi a lei,
quali che siano le possibili
conseguenze?»
«Stark non lo farebbe mai.»
«Il mio spirito può entrare nel corpo di
Stark.»
Rephaim restò senza fiato. «Come?»
Kalona si strinse nelle ampie spalle.
«Non so. Non avevo mai
sperimentato una cosa simile.»
«Dunque è un legame più forte
dell’entrare nel regno dei sogni
per trovare uno spirito addormentato?»
«Molto di più. Stark era completamente
sveglio e io ho seguito
una scia che pensavo mi avrebbe portato
da A-ya nel regno dei
sogni, se Zoey fosse stata addormentata.
Invece mi ha portato da
Stark. Dentro Stark. Credo abbia
percepito qualcosa, ma non ritengo
sapesse che ero io.» Kalona inclinò la
testa, pensieroso. «È possibile
che la mia capacità di unire il mio
spirito al suo sia il risultato della
scheggia d’immortalità che ho infuso in
lui.»
... la scheggia d’immortalità che ho
infuso in lui. Le parole del
padre si agitavano nella mente di
Rephaim. Doveva esserci qualcosa,
qualcosa che sfuggiva a entrambi.
«Avevi già condiviso con qualcuno
la tua immortalità?»
«No di certo. La mia immortalità non è
un potere che
condividerei con altri di mia spontanea
volontà.»
E, all’improvviso, l’idea che si
nascondeva in un angolo del
cervello di Rephaim gli divenne chiara:
non c’era da stupirsi se
Kalona era sembrato diverso da quando
era tornato dall’Aldilà!
Adesso tutto aveva senso. «Padre! Quali
erano i termini esatti del
giuramento che hai fatto a Neferet?»
Kalona lo guardò perplesso, ma recitò
comunque la formula: «Se
avessi fallito nel tentativo di distruggere
Zoey Redbird, Somma
Sacerdotessa novizia di Nyx, Neferet
avrebbe avuto il controllo
assoluto del mio spirito fintanto che io
fossi stato un immortale».
Rephaim fu attraversato da un brivido di
eccitazione. «E come fai
a sapere che Neferet ha realmente il
controllo assoluto del tuo
spirito?»
«Non ho distrutto Zoey, ecco come
faccio a saperlo.»
«No, padre. Se hai condiviso la tua
immortalità con Stark, tu non
sei più completamente immortale,
proprio come Stark non è più del
tutto mortale. Le condizioni perché il
giuramento sia valido non
esistono, e non sono mai esistite.
Dunque tu non sei legato a
Neferet.»
«Non sono legato a Neferet?»
L’espressione di Kalona passò
dall’incredulità allo sconcerto e, infine,
alla gioia.
«Non credo che tu lo sia», affermò
Rephaim.
«C’è soltanto un modo per esserne
sicuri», ribatté Kalona.
Rephaim annuì. «Devi disobbedirle
apertamente.»
«Questo, figlio mio, sarà un vero
piacere.»
Osservando il padre spalancare le
braccia all’indietro e gridare di
gioia verso il cielo, Rephaim capì che
quella sera sarebbe cambiato
tutto e che, qualunque cosa fosse
accaduta, doveva trovare il modo
di assicurarsi che Stevie Rae ne uscisse
sana e salva.
CAPITOLO 19
ZOEY
«Hai proprio un’aria stanca.» Sfiorai il
viso di Stark come se potessi
cancellare quelle brutte occhiaie. «Mi
pareva che avessi dormito per
quasi tutto il viaggio.»
Stark mi baciò il palmo della mano e si
esibì in un misero
tentativo del suo tipico sorrisetto
sbruffone. «Sto da dio. È solo il jet lag.»
«Come puoi avere il jet lag ancora
prima che abbiano tirato su il
portellone del jet?» Accennai col mento
alla hostess vampira
impegnata a fare qualunque cosa sia che
dev’essere fatta per poter
aprire un aereo dopo l’atterraggio.
Si udì un sibilo e l’indicatore luminoso
delle cinture di sicurezza
prese a fare uno scocciante ding! ding!
«Ecco, il portellone è aperto. Adesso
posso avere il jet lag»,
sentenziò Stark slacciandosi la cintura.
Sapendo che stava solo facendo lo
scemo, gli afferrai il polso
costringendolo a rimanere seduto. «Lo
vedo che qualcosa non va.»
Stark sospirò. «Ho soltanto ricominciato
a fare brutti sogni, tutto
qui. E, quando mi sveglio, non riesco
neanche a ricordarmeli. Non
so perché, ma questa per me è la cosa
peggiore. Probabilmente è
uno strano effetto collaterale dell’essere
stato nell’Aldilà.»
«Grandioso. Soffri di PTSD. Lo sapevo.
Ehi, mi pare di aver letto
in una delle newsletter della Casa della
Notte che Dragone è uno dei
consulenti psicologici della scuola.
Forse dovresti andare da lui e...»
«No!» m’interruppe, poi, vedendo che lo
guardavo male, mi
baciò sul naso. «Smettila di
preoccuparti. Sto bene. Non ho bisogno
di parlare a Dragone dei miei brutti
sogni. E poi non ho idea di che
diavolo sia ‘sto PTSD ma mi suona un
po’ troppo come Patologia
Trasmissibile Sessualmente, il che lo
rende piuttosto equivoco.»
Non potei non ridacchiare. «Equivoco?
Sembri Seoras.»
«Aye, wumman, allora taci e alza le
chiappe dal sedile!»
Scossi la testa. «Non mi chiamare
wumman! E poi mette i brividi
che tu riesca a imitare così bene
quell’accento.» Però aveva ragione
sul fatto che dovessimo scendere
dall’aereo, quindi mi alzai e
aspettai che prendesse il mio bagaglio a
mano. Mentre scendevamo
la scaletta, aggiunsi: «E PTSD sta per
Post Traumatic Stress Disorder,
cioè disturbo post-traumatico da stress».
«Come lo sai?»
«Ho inserito in Google i tuoi sintomi ed
è saltato fuori questo.»
«Cos’è che hai fatto?» chiese a voce
talmente alta che una donna
col golfino ricamato ci diede
un’occhiataccia.
«Sstt.» Lo presi sottobraccio per
potergli parlare senza far voltare
tutti a bocca aperta. «Senti, ti comporti
in modo strano: sei stanco,
distratto, irascibile... e dimentichi le
cose. L’ho messo in Google ed è
uscito PTSD. Probabilmente ti serve un
aiuto.»
Mi guardò con scritto in faccia tu-seipazza. «Zy, io ti amo. Ti
proteggerò e ti starò accanto per il resto
della mia vita. Ma devi
piantarla di cercare in rete roba medica.
Soprattutto roba che
riguarda me.»
«È solo che mi piace essere informata.»
«Ti piace metterti strizza da sola
leggendo di malattie spaventose.»
«E allora?» Mi sorrise, e stavolta
sembrò sbruffone e molto figo.
«Allora lo ammetti.»
«Non necessariamente», replicai
dandogli una gomitata.
Non riuscii ad aggiungere altro, perché
in quel momento fui
travolta da una specie di minitornado
dell’Oklahoma, che mi
abbracciava e piangeva e parlava tutto
allo stesso tempo.
«Zoey! Ohsssantocielo! Che bello
vederti! Mi sei mancata da
matti. Stai bene? È terribile la storia di
Jack, vero?»
«Oh, Stevie Rae, anche tu mi sei
mancata!» Ed eccomi a
piagnucolare insieme con lei,
restandocene lì ad abbracciarci come se
in qualche modo il contatto fisico
potesse aggiustare tutte le cose
sbagliate del nostro mondo.
Stark ci osservava sorridendo e, mentre
prendeva il pacchetto di
Kleenex che si teneva sempre in tasca da
quando eravamo tornati
dall’Aldilà, pensai che forse – solo
forse – il contatto fisico unito ad
amore e affetto poteva quasi migliorare
le cose nel nostro mondo.
«Forza», dissi a Stevie Rae mentre
prendevamo i fazzoletti di Stark
e tutti e tre attraversavamo tenendoci
sottobraccio l’immensa porta
girevole che ci catapultò nella fredda
sera di Tulsa. «Andiamo a casa,
e per strada mi puoi raccontare tutto
della gigantesca e puzzolente
montagna di cacca che mi aspetta.»
«Modera il linguaggio, u-we-tsi-a-ge-utsa.»
«Nonna!» Mi sganciai da Stevie Rae e
da Stark e corsi tra le sue
braccia. La strinsi forte, lasciandomi
avvolgere dall’affetto e dal
profumo di lavanda. «Oh, nonna, sono
così felice che tu sia qui!»
«U-we-tsi-a-ge-u-tsa, figlia, fatti
guardare.» La nonna mi allontanò,
tenendomi le mani sulle spalle, per
studiare il mio viso. «È vero, stai
di nuovo bene e sei tornata in te.» Poi
chiuse gli occhi e mormorò:
«Grazie di questo, Grande Madre».
Dopo di che ricominciammo ad
abbracciarci e a ridere.
«Come facevi a sapere che stavo
tornando?» le chiesi in una pausa
tra un abbraccio e l’altro.
«Gliel’hanno detto i suoi super sensi?»
s’informò Stevie Rae
facendosi avanti per salutare la nonna.
Lei sorrise, serafica. «No. Qualcosa di
molto più mondano. O
forse farei meglio a dire qualcuno di
molto più mondano, anche se
non sono certa sia l’aggettivo adatto a
questo prode Guerriero.»
«Stark? Hai chiamato mia nonna?» Mi
fece un sorriso da
ragazzaccio e ribatté: «Certo, mi piace
avere una scusa per telefonare
a un’altra bella donna che si chiama
Redbird».
«Vieni qui, adulatore», disse la nonna.
Scossi la testa mentre Stark
l’abbracciava con infinita cautela, quasi
avesse paura che potesse rompersi. Ha
telefonato a mia nonna e le
ha detto a che ora atterrava l’aereo.
Quando Stark incrociò il mio sguardo,
gli mimai un grazie con le
labbra, e il suo sorriso divenne ancora
più grande.
Poi la nonna fu di nuovo al mio fianco,
tenendomi per mano.
«Ehi, che ne dite se Stevie Rae e io
andiamo a prendere la macchina
mentre voi parlate un po’?» propose
Stark.
Ebbi appena il tempo di annuire che i
due erano già spariti,
lasciando la nonna e me su una panchina.
Ci sedemmo e per un
secondo restammo in silenzio, tenendoci
per mano. Non mi resi
conto di stare piangendo finché lei non
mi asciugò delicatamente le
lacrime.
«Lo sapevo che saresti tornata», esordì.
«Mi dispiace di averti fatta
preoccupare. Mi dispiace di non...»
«Sstt, non c’è bisogno di scusarsi. Hai
fatto del tuo meglio, e per
me è sempre abbastanza.»
«Sono stata debole, nonna. Sono ancora
debole», confessai con
sincerità.
Mi sfiorò dolcemente una guancia. «No,
gioia, tu sei giovane,
tutto qui. Mi dispiace per il tuo Heath.
Sentirò la mancanza di quel
giovanotto.»
«Anch’io», dissi, sbattendo le palpebre
come una forsennata per
non ricominciare a piangere.
«Ma ho la sensazione che voi due vi
ritroverete. Magari in questa
vita, magari nella prossima.»
Annuii. «È quello che ha detto anche lui,
prima di passare nel
regno successivo dell’Aldilà.»
Il sorriso della nonna era sereno.
«L’Aldilà... so che le circostanze
erano terribili, ma ti è stato fatto un
grande dono consentendoti di
andarci e di tornare.»
Le sue parole mi fecero pensare,
pensare sul serio. Da quand’ero
tornata nel mondo reale, mi ero sentita
stanca, triste e confusa e poi,
finalmente, grazie a Stark mi ero sentita
contenta e innamorata. «Ma
non mi sono sentita riconoscente. Non
avevo capito che grande
dono mi era stato fatto.» Avrei voluto
darmi una martellata in
fronte. «Nonna, sono una Somma
Sacerdotessa di schifo.»
La nonna rise. «Oh, Zoeybird, se fosse
vero, non ti metteresti in
dubbio né ti rimprovereresti per i tuoi
errori.» Sbuffai. «Non credo
sia previsto che le Somme Sacerdotesse
facciano errori.»
«Ma certo, invece. Altrimenti come
farebbero a imparare e
crescere?»
Ero sul punto di ribattere che avevo fatto
abbastanza errori da
essere cresciuta tipo qualche centinaio
di metri, però sapevo che non
era quello che intendeva. Quindi
sospirai. «Ho un sacco di difetti.»
«Ci vuole una donna saggia per
ammetterlo.» La tristezza fece
svanire il suo sorriso. «È una delle
differenze principali tra te e tua
madre.»
«Mia madre... Ultimamente ho pensato
spesso a lei.»
«Anch’io. È da diversi giorni che Linda
è molto vicina alla mia
mente.» Guardai la nonna aggrottando la
fronte. Di solito quando
qualcuno era «vicino alla sua mente»
significava che le stava
succedendo qualcosa. «L’hai sentita?»
«No, ma sono convinta che la sentirò
presto. Mandale pensieri
positivi, u-we-tsi-a-ge-u-tsa.»
«Lo farò.» In quel momento, il mio
Maggiolino si avvicinò
scoppiettando, familiare e fighissimo
tutto azzurro acquamarina con
le cromature scintillanti.
«È meglio che rientri a scuola,
Zoeybird. Ci sarà bisogno di te
stasera», sentenziò la nonna col suo tono
più serio.
Ci alzammo e ci abbracciammo ancora.
Dovetti farmi forza per
lasciarla andare. «Nonna, stanotte ti
fermi a Tulsa?»
«Oh, no, gioia. Ho troppe cose da fare.
Domani a Tahlequah ci
sarà un grande powwow e io ho
preparato dei deliziosi sacchetti di
lavanda. Ci ho ricamato sopra degli
uccellini rossi con le perline.» Mi
sorrise.
Le feci un sorrisone e l’abbracciai
un’altra volta. «Ne tieni uno per
me?»
«Sempre. Ti voglio bene, u-we-tsi-a-geu-tsa.»
«Anch’io ti voglio bene», replicai.
Stark saltò fuori dal Maggiolino e prese
sottobraccio la nonna, per
aiutarla ad attraversare la strada
affollata che separava il terminal
dell’aeroporto dal parcheggio. Quindi
tornò da me corricchiando.
Quando mi aprì la portiera, gli
appoggiai le mani sul petto e gli tirai
la maglia in modo da farlo chinare e
baciarlo. «Sei il miglior
Guerriero del mondo», dissi, labbra
contro labbra.
«Aye», replicò, gli occhi che
luccicavano.
Infilandomi sul sedile posteriore, nello
specchietto incrociai lo
sguardo di Stevie Rae che stava al
volante. «Siete stati gentili a darmi
qualche minuto assieme alla nonna.»
«Nessun problema, Zy. Lo sai che le
voglio bene.»
«Già, anch’io.» Poi raddrizzai le spalle
e, sentendomi piena di
forza, continuai: «Okay. D’accordo.
Raccontami tutte le scempiate in
cui andrò a impantanarmi quando
rientrerò a scuola».
«Trattieni i cavalli perché è un casino
colossale», esordì Stevie Rae
mettendo la freccia per immettersi sulla
strada.
«Ma se a te nemmeno piacciono i
cavalli», ribattei.
«Esatto», disse lei, il che proprio non
aveva senso ma mi fece
ridere. E già, scempiate colossali o no,
ero proprio contenta di essere
a casa.
«Ancora non riesco a credere che le
vampire del Consiglio
Supremo siano state così ingenue», dissi
all’incirca per la milionesima
volta mentre Stevie Rae mi aiutava a
scegliere cosa indossare per
accendere la pira funebre di Jack.
Rabbrividii.
Senza bussare, Afrodite entrò
volteggiando nella stanza. Diede
un’occhiata al maglioncino a collo alto
nero e ai jeans dello stesso
colore che tenevo in mano e sbottò: «Oh,
ma che cazzo! Non puoi
metterti quella roba. Devi accendere la
pira funebre di un gay. Ma lo
sai come si sentirebbe mortificato Jack
se ti vedesse vestita in quel
modo, per non parlare di Damien?
Cos’è, Anita Blake ha messo in
svendita il suo guardaroba?»
«Chi è Anita Blake?» chiese Stevie Rae.
«Un’ammazzavampiri inventata da una
ragazza umana che ha un
senso della moda peggio che tragico.»
Afrodite indossava un vestito
aderentissimo color zaffiro un po’
luccicante, ma non tanto da
sembrare uno di quei modelli da ballo
della scuola scartati da
David’s Bridal, lo stilista degli abiti da
cerimonia. A dire il vero, lei era
splendida e assolutamente di classe,
come al solito.
Probabilmente perché Victoria, la sua
personal shopper del super
scicchissimo Miss Jackson’s di Utica
Square, aveva messo via per lei
quell’accidenti di abito non appena era
arrivato in negozio e poi
l’aveva addebitato direttamente sulla
carta platino della sua
mammina. Sigh. Chissà perché, un po’
mi faceva male al cuore.
Comunque, Afrodite raggiunse a grandi
passi il mio armadio,
l’aprì e, dopo un’occhiata piena di
disgusto al mio guardaroba, prese
il vestito che mi aveva dato lei la sera
del mio primo Rituale delle
Figlie Oscure. Era nero e a maniche
lunghe ma, a differenza di jeans
e maglione, mi donava. Intorno alla
profonda scollatura rotonda,
sulle maniche morbide e sull’orlo era
anche decorato con delle
perline di vetro che scintillavano a ogni
movimento e si accordavano
alla perfezione con la tripla luna, il
ciondolo di Capo delle Figlie
Oscure, che portavo al collo.
«Questo vestito non è legato a ricordi
tanto belli...» commentai.
«Sì, okay, però ti sta bene. È adatto e,
cosa più importante, a Jack
piacerebbe da pazzi. Per di più, secondo
mia madre, i ricordi
cambiano come le persone, soprattutto
se circola abbastanza alcol.»
«Senti, Afrodite, non dirmi che stasera
hai intenzione di bere
perché questo no che non sarebbe
adatto», intervenne Stevie Rae.
«No, zucca campagnola. Almeno non
subito.» Mi lanciò il vestito.
«Adesso mettilo e spicciati. Le gemelle
e Dario portano qui Damien,
così possiamo andare alla pira tutti
insieme in un’aperta
dimostrazione di solidarietà tra sfigati e
tutto il resto... Il che è
davvero una buona idea», aggiunse in
fretta quando vide che Stevie
Rae stava per interromperla. «Oh... ciao,
Stark. Sai Zoey, è bello
vedere te e il tuo ragazzo ipocondriaco
di nuovo nel mondo reale.»
«D’accordo. Metto questo.» M’infilai in
bagno, ma sporsi la testa
dalla porta e fissai gli occhi azzurri di
Afrodite. «Oh... e Stark è prima il mio
Guardiano e Guerriero e poi il mio
ragazzo. E non è proprio
per niente ipocondriaco. E tu lo sai. Hai
visto cosa gli è successo.»
«Uuuu», mi prese in giro Afrodite
sottovoce.
Ignorai la cafonaggine e tenni la porta
aperta, in modo da poter
continuare a parlare mentre mi vestivo.
Quando vidi la pietra del
veggente, mi bloccai e decisi di
nasconderla sotto il vestito: quella
sera non mi sognavo neanche di
rispondere a domande su Skye e
Sgiach. Mi pettinai in fretta e dissi:
«Ehi, ragazze, pensate che Neferet mi
lasci accendere la pira perché si aspetta
che faccia un disastro?»
Cavolo, me lo aspettavo io di fare un
disastro, figuriamoci lei!
«Naaa, io credo che il suo piano sia
molto più nefando del
lasciarti ingrippare col discorso, nel
caso in cui ti mettessi a piangere perché
volevi bene a Jack», ribatté Stevie Rae.
«Nef cosa?» chiese Shaunee entrando
pure lei in camera mia senza
neanche un ciao.
«Ando chi?» aggiunse Erin. «Che storia
è, gemella? Cercano di
adeguarsi al vocabolario di Damien?»
«Sembrerebbe proprio», convenne
Shaunee.
«A me le parole piacciono e voi potete
anche succhiarvi un
limone», le rimbeccò Stevie Rae.
Afrodite si mise a ridere, ma soffocò la
cosa con un colpo di tosse
quando uscii dal bagno guardandole
male. «Ci stiamo preparando
per un funerale. Trovo che dovremmo
mostrare un po’ più di
rispetto per Jack, visto che era nostro
amico.»
Le gemelle sembrarono subito pentite,
mi raggiunsero e mi
abbracciarono mormorando un: «Ciao,
siamo felici che sei tornata».
«Zy ha ragione sull’essere più serie, e
non solo perché è il funerale
di Jack ed è una cosa terribile. Lo
sappiamo tutti che proprio non è
possibile che di colpo Neferet abbia
deciso di fare la cosa giusta e
mostrare rispetto per Zoey e i suoi
poteri», riprese Stevie Rae.
«Dobbiamo stare in guardia. Restatemi
vicine e tenetevi pronte.
Immagino che, in caso di bisogno, non
avremo molto tempo per
creare un cerchio protettivo», dissi.
«Perché non ne crei uno subito?»
propose Afrodite.
«Pensavo di farlo, ma ho guardato le
regole sui funerali dei
vampiri e di solito la Somma
Sacerdotessa non crea cerchi. Il suo
compito... sì, be’, intendo il mio compito
stasera è di presenziare con
rispetto per la perdita di un amico
vampiro e aiutare il suo spirito a
raggiungere l’Aldilà di Nyx. Non è
previsto un cerchio, solo
preghiere a Nyx e cose simili.»
«In questo, Zy, dovresti essere brava,
visto che dall’Aldilà ci sei
appena tornata», commentò Stevie Rae.
«Spero solo di rendere giustizia a Jack.»
Le lacrime cominciavano a
pungermi gli occhi e sbattei con forza le
palpebre per ricacciarle
indietro. Ai miei amici mancava solo
che quella sera fossi un disastro
piagnucoloso.
«Quindi nessuno ha idea di cosa stia
tramando Neferet?»
domandai.
Ci fu un gran scuotere di teste, e
Afrodite disse: «Tutto quello cui
riesco a pensare è che in qualche modo
voglia provare a umiliarti,
ma non capisco come possa succedere,
se tu rimani calma e ti
concentri sul perché siamo tutti qui
stasera».
«Per Jack», saltò su Shaunee.
«Per salutarlo», aggiunse Erin con la
voce un po’ tremante.
«Be’, questo è molto bello, però io
credo che i funerali in realtà
siano più per chi resta, come Damien»,
intervenne Stevie Rae.
Le sorrisi con gratitudine. «È un
pensiero profondo, Stevie Rae.
Me ne ricorderò.»
Lei si schiarì la gola. «Lo so perché
oggi ho visto mami, e lei stava
facendo una specie di minifunerale per
me. Era il suo modo di dirmi
addio.»
Per un attimo restai sconvolta, mentre le
gemelle esplodevano in
uno stereofonico: «Oh mia Dea che cosa
terribile!»
«È venuta qui?» chiese Afrodite. Mi
stupii di quanto fosse dolce la
sua voce.
Stevie Rae annuì. «Era davanti al
cancello dell’ingresso principale
per lasciare una corona di fiori per me,
ma in realtà stava facendo
quello che proverà a fare stasera anche
Damien: cercava di dirmi
addio.»
«Le hai parlato, vero? Insomma, lo sa
che non sei più morta,
giusto?» chiesi.
Stevie Rae sorrise anche se i suoi occhi
rimasero super tristi. «Sì,
ma mi ha fatto sentire una persona
orribile: sarei dovuta andare da
lei subito. Era così brutto vederla
piangere tanto.»
Raggiunsi la mia migliore amica e
l’abbracciai. «Be’, almeno
adesso lo sa.»
«E almeno hai una mamma cui importa
abbastanza di te da
piangere», commentò Afrodite.
Incrociai il suo sguardo, capendo
benissimo quello che diceva.
«Già, è proprio vero.»
«Ragaaazze, su, anche le vostre mamme
piangerebbero se vi
succedesse qualcosa», disse Stevie Rae.
«La mia in pubblico lo farebbe
perché è quello che ci si aspetta da lei, e
perché sarebbe così
imbottita di farmaci che potrebbe
inventarsi una lacrima
praticamente per qualunque cosa»,
replicò in tono piatto Afrodite.
«Immagino che piangerebbe pure la mia,
però sarebbe tutta un:
Come ha potuto farmi una cosa simile!
Ecco, adesso andrà dritta
all’inferno ed è stata tutta colpa sua.»
M’interruppi e aggiunsi: «Mia
nonna direbbe che è un peccato che
mamma non capisca che non
c’è sempre una sola risposta giusta per
tutto». Sorrisi alle mie amiche.
«E, riguardo all’Aldilà, lo so perché ci
sono stata ed è meraviglioso.
Davvero meraviglioso.»
«E Jack è lì, vero? Al sicuro nell’altro
mondo assieme alla Dea?»
domandò Damien, appoggiato allo
stipite della porta che le gemelle
avevano lasciato aperta.
Aveva un aspetto orribile, anche se
sfoggiava un impeccabile
completo Armani. Era così pallido che
dava l’impressione di potergli
vedere sotto la pelle, e le occhiaie erano
così scure da sembrare
lividi.
Andai da lui e lo abbracciai: pareva
così magro e fragile e per
niente Damien. «Sì. Lui è con Nyx. Su
questo ti do la mia parola in
quanto sua Somma Sacerdotessa.» Lo
strinsi forte e mormorai:
«Quanto mi dispiace, Damien!» Lui
rispose all’abbraccio e poi, con
sforzo, fece un passo indietro. Non stava
piangendo. Piuttosto,
appariva spossato, svuotato e disperato.
«Sono pronto ad andare e
sono davvero felice che tu sia qui.»
«Lo sono anch’io. Vorrei tanto esserci
stata prima. Magari avrei
potuto...» Sentii riaffacciarsi le lacrime.
«No, non avresti potuto.» Afrodite fu
subito al mio fianco. Di
nuovo, la sua voce era addolcita dalla
comprensione e la faceva
sembrare molto più grande dei suoi
diciannove anni. «Non hai
potuto impedire la morte di Heath. Non
saresti stata in grado di
evitare quella di Jack.» Incrociai per un
attimo lo sguardo di Stark e
nei suoi occhi vidi riflesso ciò che stavo
pensando io: che la sua
morte, invece, l’avevo impedita. Anche
se aveva gli incubi e non era
ancora al cento per cento, perlomeno lui
era vivo.
«Sul serio, Zy, piantala. Anzi, tutti voi,
non iniziate con la menata
dei sensi di colpa. L’unica responsabile
della morte di Jack è Neferet.
E lo sappiamo benissimo, anche se gli
altri non l’hanno capito»,
sentenziò Afrodite.
«Al momento, questo non lo posso
affrontare», disse Damien, e
per un attimo pensai fosse sul punto di
svenire. «Dobbiamo opporci
a Neferet già stasera?»
«No. Non ho in mente nulla di simile»,
risposi subito.
«Ma non possiamo controllare quello
che farà lei», riprese
Afrodite.
«Stark e io resteremo vicini. E, anche
tutte voi, vedete di stare
accanto a Zoey e a Damien. Non saremo
noi a iniziare tuttavia, se
Neferet dovesse tentare di far del male a
qualcuno, ci troverà
pronti», sentenziò Dario.
«L’ho vista davanti al Consiglio. Non
penso farà qualcosa di tanto
ovvio come attaccare Zy», disse Stevie
Rae.
«Qualunque cosa abbia in testa, ci
troverà pronti», affermò Stark
echeggiando le parole di Dario.
«Io non sarò pronto. Io non credo sarò
mai più in grado di
combattere. Contro niente», fece
Damien.
Lo presi per mano. «Be’, stasera non
dovrai farlo. Se ci fosse una
battaglia da combattere, ci penseranno i
tuoi amici. Adesso andiamo
a prenderci cura di Jack.»
Damien trasse un profondo respiro,
annuì e uscimmo tutti dalla
mia stanza. Feci strada al gruppo giù
dalla scala e attraverso la sala
comune, che era completamente vuota.
Inviai mentalmente una
preghierina alla Dea: Ti prego, fa’ che
siano tutti già là fuori. Ti
prego, fa’ che Damien capisca quanto
era amato Jack.
Seguimmo il sentiero che girava intorno
alla facciata della scuola.
Sapevo dove dovevamo andare.
Ricordavo anche troppo bene che
la pira di Anastasia era stata posta al
centro del parco, proprio
davanti al tempio di Nyx.
Mentre camminavamo in silenzio, sentii
uno strano suono
provenire da una panchina sotto un
grande albero. Mi girai e vidi
che là c’era seduto Erik, da solo. Teneva
il viso tra le mani e il
rumore che avevo sentito era il suo
pianto.
CAPITOLO 20
ZOEY
Stavo quasi per non fermarmi, poi mi
ricordai che, prima di
Trasformarsi, Erik era stato compagno
di stanza di Jack. E capii che
dovevo mettere da parte quanto era
successo tra lui e me: quella
sera ero la Somma Sacerdotessa di Jack,
ed ero più che certa che lui
non avrebbe voluto che lasciassi lì Erik
da solo a piangere.
Inoltre mi tornò in mente la notte in cui
era stato Erik a trovarmi
in lacrime dopo il mio primo e
disastroso Rituale delle Figlie Oscure.
In quell’occasione, era stato dolce e
gentile e mi aveva fatto pensare
che magari sarei anche riuscita a gestire
la follia che era scoppiata in
quella scuola.
Gli dovevo un favore.
Strinsi la mano a Damien e feci fermare
tutti. «Tesoro, comincia
ad andare alla pira insieme con Stark e
gli altri. Devo fermarmi a fare
una cosa, ci metto un attimo. E poi, da
quanto ho capito leggendo
dei funerali dei vampiri, dato che Jack
era il tuo Compagno, hai
bisogno di passare un po’ di tempo in
meditazione prima che la pira
venga accesa.» Quantomeno speravo
fosse quello di cui aveva
bisogno.
«Hai assolutamente ragione, Zoey
Redbird», esordì una vampira
sbucata fuori dall’ombra.
Io e i miei amici la fissammo con aria
interrogativa.
«Oh, sì, dovrei presentarmi.» Mi offrì
l’avambraccio nel
tradizionale saluto dei vampiri. «Sono
Beverly...» S’interruppe, si
schiarì la voce e ricominciò: «Sono la
professoressa Missal, la nuova
insegnante d’Incantesimi e Rituali».
«Oh, sono felice di conoscerla.»
Ricambiai il saluto stringendole
l’avambraccio. Certo, era una vampira
fatta e finita con tutti i
tatuaggi del caso – un piacevole disegno
che mi faceva venire in
mente le note musicali – ma posso
assicurare che sembrava più
giovane di Stevie Rae. «Mmm,
professoressa Missal, potrebbe
accompagnare alla pira Damien e gli
altri? Io devo fare una cosa.»
«Certo. Sarà tutto pronto per te.» Si
voltò verso Damien e gli
parlò in tono gentile: «Per favore,
seguimi».
Damien sussurrò un debolissimo
«Okay», gli occhi fissi e
inespressivi. Però si mosse per seguire
la nuova prof.
Stark indugiò ancora per un attimo. Il
suo sguardo si spostò verso
la zona in ombra e la panchina su cui era
seduto Erik. Poi tornò su di
me.
«Ti prego, gli devo parlare. Fidati di
me, okay?» dissi.
Il suo viso si rilassò. «Nessun problema,
mo ban-rìgh. Quando
avrai finito, mi troverai ad aspettarti»,
disse nel suo ottimo accento
scozzese.
«Grazie.» Cercai di fargli capire con gli
occhi quanto amavo e
apprezzavo la sua lealtà e la sua fiducia.
Lui sorrise e raggiunse il gruppo. Cioè,
a parte Afrodite. E Dario,
che le stava dietro come un’ombra.
«Be’?» chiesi.
Afrodite alzò gli occhi al cielo. «Pensi
davvero che ti lasceremo
sola? Ma quanto sei ingenua? Roba da
pazzi! Neferet è riuscita a
tagliare la testa a Jack senza nemmeno
essere presente. Quindi Dario
e io non ti molliamo qui a confortare
Erik l’Odioso.»
Guardai Dario, ma lui scosse la testa.
«Mi dispiace, Zoey, Afrodite
ha ragione.»
«Potreste almeno restarvene qui a
distanza senza ascoltare?» chiesi
esasperata.
«Cosa credi, che mi vada di sentire le
stronzate piagnucolose di
Erik? Nessun problema. Vai tranquilla
ma spicciati. Nessuno merita di
aspettare per colpa di uno stronzo
odioso.»
Non mi sprecai nemmeno a sospirare
mentre li lasciavo per
raggiungere Erik, che peraltro neanche si
era accorto della mia
presenza. Gli stavo davanti, ma lui
piangeva tenendosi il viso tra le
mani. Piangeva sul serio. Sapendo che
era un grande attore, mi
schiarii la voce preparandomi a essere
un po’ sarcastica o
quantomeno passiva-aggressiva.
Ma, quando alzò lo sguardo verso di me,
cambiò tutto. Aveva gli
occhi gonfi e rossi e le guance bagnate
di lacrime. Tirava persino su
col naso. Sbatté le palpebre un paio di
volte, quasi facesse fatica a
mettermi a fuoco. «Oh, uh, Zoey», disse,
sforzandosi di riacquistare il
controllo. Si mise a sedere più dritto e
si asciugò il naso nella manica.
«Mmm, ciao. Sei tornata.»
«Già, sono atterrata da poco. Devo
andare ad accendere la pira di
Jack. Vieni con me?»
Erik scoppiò in singhiozzi.
Era una scena orribile e proprio non
sapevo cosa fare.
E giuro di aver sentito Afrodite sbuffare
in lontananza.
Mi sedetti accanto a Erik e, in modo un
po’ goffo, gli diedi
qualche pacchetta sulle spalle. «Ehi, lo
so che è terribile. Eravate
grandi amici.» Erik fece segno di sì con
la testa. Capii che ce la stava
mettendo tutta per riprendere il
controllo, quindi rimasi seduta
biascicando qualcosa mentre lui
continuava a tirare su col naso e ad
asciugarsi il viso sulla manica (okay, lo
so, fa schifo).
«È proprio una tragedia. Jack era così
dolce e carino e giovane...
Non doveva succedergli una cosa
simile. Mancherà un sacco a tutti.»
«È stata Neferet. Non so come e, che
cazzo, non so nemmeno
perché, ma è stata lei», sentenziò
sottovoce, guardandosi in giro
come se avesse paura che qualcuno lo
sentisse.
«Già.» I nostri sguardi s’incrociarono.
«Hai intenzione di fare qualcosa in
proposito?» chiese.
Non esitai un istante. «Assolutamente
tutto quello che è in mio
potere.»
Quasi sorrise. «Bene, per me è
sufficiente.» Si asciugò di nuovo il
viso e si passò una mano tra i capelli.
«Stavo per andarmene, sai?»
«Eh?» replicai col solito sfoggio di
astuzia.
«Sì, stavo per trasferirmi alla Casa della
Notte di Los Angeles. Mi
volevano a Hollywood. Si presumeva
che dovessi diventare il futuro
Brad Pitt.»
«Si presumeva? Cos’è successo, hanno
cambiato idea?» chiesi
confusa.
«No.» Con lentezza, Erik sollevò la
mano destra e mi mostrò il
palmo.
Sbattei più volte le palpebre, senza
capire bene cosa stessi
guardando.
«Sì, è proprio quello che pensi», fece
lui.
«È il labirinto di Nyx.» Ovvio che
avessi riconosciuto il tatuaggio
color zaffiro, ma era come se il mio
cervello facesse fatica a mettersi
in sincrono con gli occhi.
Non capii finché, alle mie spalle, non
sentii la voce di Afrodite:
«Oh, cazzo! Erik è un Rintracciatore».
Erik la fissò. «Contenta, adesso? Dai,
forza, ridi. Sai benissimo cosa
significa: per quattro anni, non posso
lasciare la Casa della Notte di
Tulsa, devo rimanere qui a seguire una
cazzo di essenza ed essere lo
stronzo che sarà presente quando ogni
ragazzo nei prossimi quattro
anni verrà Segnato e scoprirà che la sua
vita è cambiata per sempre.»
Ci fu un momento di silenzio, poi
Afrodite riprese: «Cos’è che ti
disturba esattamente? Il fatto che quello
di Rintracciatore sia un
compito duro? Oppure che in quattro
anni Hollywood troverà di
certo un altro ‘futuro Brad Pitt’?»
Girai sui tacchi e l’affrontai. «Lui è stato
compagno di stanza di
Jack! Hai dimenticato cosa vuol dire
perdere il proprio compagno di
stanza?» L’espressione di Afrodite si
addolcì.
Scossi la testa. «No. Adesso tu e Dario
ve ne andate. Io vi seguo
tra poco.»
Dato che Afrodite esitava ancora, mi
rivolsi direttamente al suo
Guerriero. «In quanto tua Somma
Sacerdotessa, ti do un ordine:
voglio rimanere sola con Erik. Porta con
te Afrodite e andate alla
pira di Jack.»
Dario scattò subito. Mi fece un inchino
solenne, quindi prese
Afrodite per il gomito e la trascinò via.
Letteralmente. Feci un gran
sospiro e mi sedetti di nuovo accanto a
Erik. «Scusa, mi dispiace.
Afrodite ha buone intenzioni ma, come
direbbe Stevie Rae, a volte
non è molto gentile.»
Erik sbuffò. «Non venirlo a spiegare a
me. Lei e io uscivamo
insieme, te lo ricordi?»
«Me lo ricordo», replicai sottovoce. Poi
aggiunsi: «Anche tu e io
uscivamo insieme».
«Già. Pensavo di amarti.»
«Anch’io pensavo di amarti.» Mi fissò
dritto negli occhi. «Ci
sbagliavamo?» Lo guardai. Cioè, lo
guardai davvero. Dea, era
sempre supersexy in quel modo da
Superman/Clark Kent. Alto e
bruno, con occhi azzurri e splendidi
muscoli. Ma non era solo
questo. Certo, era arrogante e
prepotente, ma sapevo che dentro di
lui c’era un bravo ragazzo. Solo che non
ero io la ragazza giusta per
lui.
«Sì, ci sbagliavamo, però va bene così.
Ultimamente mi è stato
ricordato che è okay non essere perfetti,
soprattutto se dai casini che
si combinano s’impara qualcosa.
Quindi... che ne dici d’imparare dai
nostri? Io credo che potremmo essere
comunque ottimi amici.»
Le sue labbra favolose si piegarono
all’insù. «E io credo che
potresti avere ragione.»
«E poi non ho abbastanza amici maschi
belli e sinceri», aggiunsi
dandogli una spallata.
«E io sono un maschio bello e sincero.
Cioè, un maschio sincero
che, come dici tu, è anche bello.»
«Già, proprio così», convenni. Poi gli
tesi una mano. «Amici?»
«Amici.» Erik mi prese la mano e poi,
con un sorriso disinvolto, si
lasciò cadere con grazia in ginocchio.
«Mia signora, saremo amici per
sempre.»
«Okay», dissi un po’ a corto di fiato
perché, be’, per quanto
amassi Stark, Erik era davvero strafigo,
oltre che un attore grandioso.
Mi fece l’inchino e mi baciò la mano.
Non in un modo viscido da
voglio-infilarmi-sotto-le-tue-mutande,
ma da vero gentiluomo di una
volta. Sempre con un ginocchio a terra,
mi guardò e riprese: «Stasera
devi dire qualcosa che ci dia speranza e
che aiuti Damien, perché in
questo momento un sacco di noi si sta
semplicemente facendo
portare dalla corrente chiedendosi cosa
diavolo succede... e Damien
non se la passa bene. Neanche un po’».
Mi si strinse il cuore. «Lo so.»
«Bene. Comunque vadano le cose, Zoey,
ho fiducia in te.»
Sospirai. Di nuovo.
Lui sorrise e si alzò, tirando in piedi
anche me. «Quindi, per
favore, lascia che ti accompagni a
questo funerale.»
Presi Erik sottobraccio e mi avviai
verso un futuro che non potevo
neanche immaginare.
Lo spettacolo era maestoso, triste e
incredibile allo stesso tempo.
A differenza dell’ultima volta in cui alla
Casa della Notte era stata
accesa una pira funebre, era presente
tutta la scuola. Novizi e
vampiri creavano un immenso cerchio
intorno a una struttura simile
a una panca costruita proprio al centro
del parco. Si vedeva ancora
l’erba bruciacchiata a indicare che, non
molto tempo prima, in
quello stesso punto il corpo di Anastasia
Lankford era stato
consumato dal fuoco della Dea. Solo che
allora la scuola non era
stata presente per mostrarle rispetto.
Allora, in troppi si trovavano
sotto il controllo di Kalona o
semplicemente avevano una paura
tremenda. Quella sera era diverso.
L’influenza dell’immortale era
scomparsa e Jack stava ricevendo un
addio degno di un Guerriero.
Ancora prima di guardare la pira, i miei
occhi trovarono Dragone
Lankford, in piedi dietro Jack, all’ombra
della quercia più vicina. Ma
l’ombra non nascondeva il suo dolore.
Vedevo benissimo le lacrime
scendergli silenziose sul viso incavato.
Dea, aiuta Dragone. È così un
brav’uomo. Aiutalo a trovare la pace, fu
la mia prima preghiera di
quella sera.
Poi guardai Jack.
E tra le lacrime mi spuntò un sorriso.
Come tradizione nei funerali
dei vampiri, era stato avvolto dalla testa
ai piedi in un sudario, solo
che quello di Jack era viola.
Extralucido. Extravivace. Extraviola.
«Allora l’ha fatto», esclamò Erik con
voce strozzata. «Sapevo che il
viola era il suo colore preferito, quindi
sono andato da The Dolphin
in Utica Square e ho comprato delle
lenzuola di raso. Un sacco. Poi
ho detto a Sapphire in infermeria di
usarle per avvolgerci Jack, ma
non ero sicuro che l’avrebbe fatto
davvero.»
Mi voltai verso Erik, mi misi in punta di
piedi e gli diedi un bacio
sulla guancia. «Grazie. Jack apprezzerà
infinitamente il tuo gesto. Eri
proprio suo amico. Un amico vero.»
Lui annuì e sorrise, ma non replicò
perché aveva ricominciato a
piangere.
Prima di fare anch’io lo stesso e di
singhiozzare così forte da non
poter essere scambiata per una Somma
Sacerdotessa neanche per
sbaglio, spostai lo sguardo su Damien.
Era in ginocchio a capo della
pira di Jack, con Duchessa al fianco e il
suo micio, Cammy,
raggomitolato e triste tra le ginocchia.
Stark era vicino alla
cagnolona e l’accarezzava mormorando
qualche parola di conforto
per lei e per Damien. Dietro di lui c’era
Stevie Rae, aria distrutta e
pianto a dirotto. Afrodite e Dario erano
accanto a Damien e, alla
loro sinistra, c’erano le gemelle. E,
tutt’intorno alla pira funebre,
l’intera scuola si era disposta in un
cerchio silenzioso e pieno di
rispetto. Molti novizi e vampiri, inclusi
Lenobia e la maggior parte
dei professori, tenevano in mano delle
candele viola. Sembrava che,
a parte Stark, nessuno parlasse, ma
udivo moltissimi singhiozzi.
Neferet non si vedeva.
«Puoi farcela», mormorò Erik.
«Non so come...» Mi ci volle una fatica
immensa per pronunciare
quell’unica frasetta.
«Come fai sempre: con l’aiuto di Nyx»,
ribatté.
«Ti prego, Nyx, aiutami. Io da sola non
sono capace», dissi ad alta
voce.
Poi arrivò la professoressa Missal, che
mi spinse avanti. Quindi,
con quelli che speravo fossero i passi
decisi e sicuri di una vera
Somma Sacerdotessa, mi diressi verso
Damien.
Fu Stark a vedermi per primo. Quando
incrociai il suo sguardo,
non lessi la minima traccia di gelosia o
di rabbia, anche se sapevo
che Erik mi stava seguendo a poca
distanza. Il mio Guerriero, il mio
Guardiano, il mio amore, fece un passo
di lato e mi fece un inchino
formale. «Ben trovata, Somma
Sacerdotessa.» La sua voce risuonò
per il campus.
Si voltarono tutti verso di me e sembrò
che, come una persona
sola, l’intera Casa della Notte
s’inchinasse, riconoscendomi come
propria Somma Sacerdotessa.
Questo mi diede una sensazione mai
provata prima. Professori,
vampiri centenari e giovani novizi mi
guardavano, credendo in me,
fidandosi di me. Era allo stesso tempo
terrificante e fantastico.
All’improvviso, nella mente mi risuonò
la voce della Dea: Non
dimenticare mai questa sensazione. Una
vera Somma Sacerdotessa è
umile oltre che orgogliosa, e non
dimentica mai la responsabilità che
comporta il fatto di essere un capo.
Mi fermai davanti a Damien e
m’inchinai, pugno chiuso sul cuore.
«Ben trovato, Damien.» Poi, senza
preoccuparmi di non seguire le
regole di comportamento per i funerali
vampiri che avevo letto in
aereo, presi le mani del mio amico e lo
feci alzare. Quindi lo
abbracciai, ripetendo: «Ben trovato,
Damien».
Singhiozzò una volta. Era rigido e si
muoveva con lentezza, come
se avesse paura di andare in un miliardo
di pezzi, ma rispose al mio
abbraccio con forza. Prima di staccarmi
da lui, chiusi gli occhi e
mormorai: «Aria, vieni dal tuo Damien.
Colmalo di leggerezza e di
speranza, e aiutalo a superare questa
notte». L’aria rispose all’istante,
sollevandomi i capelli e avvolgendosi
intorno a noi due.
Damien inspirò e, quando buttò fuori il
fiato, si liberò anche di
parte della terribile tensione.
Mi allontanai di un passo e fissai i suoi
occhi tristi. «Ti voglio
bene, Damien.»
«Anch’io ti voglio bene, Zoey. Continua
pure.» Indicò con la testa
il corpo di Jack avvolto nel raso viola.
«Fa’ quello che devi. So che
Jack non è più lì.» S’interruppe per
ricacciare indietro un singhiozzo,
quindi riprese: «Però sarebbe contento
di sapere che sei tu a farlo».
Invece di scoppiare in lacrime e
sciogliermi in un ammasso
umidiccio come avrei voluto, mi voltai
ad affrontare la pira e la Casa
della Notte. Presi due respiri profondi
poi, al terzo, mormorai:
«Spirito, vieni a me. Rendi la mia voce
forte abbastanza da essere
ascoltata da tutti». L’elemento con cui
avevo maggiore affinità mi
colmò dandomi forza e, quando iniziai a
parlare, la mia voce era
come un raggio luminoso della Dea, che
echeggiava in suono e
spirito per tutta la scuola:
«Jack non è qui. Razionalmente lo
sappiamo tutti. Damien me
l’ha appena detto, ma voglio che stasera
tutti voi ne siate davvero
convinti». Con gli sguardi dei presenti
fissi su di me, pronunciai in
modo lento e chiaro le parole che la Dea
m’ispirava: «Io ci sono
stata nell’Aldilà e vi posso assicurare
che è bello, incredibile e reale
come desidera credere il vostro cuore.
Ora Jack è lì. Non prova
dolore. Non è triste né preoccupato e
non ha paura. È insieme a
Nyx, nei suoi campi e nei suoi boschi».
M’interruppi e sorrisi
nonostante il velo di lacrime.
«Probabilmente in questo momento sta
giocando allegro e spensierato in quei
campi e in quei boschi.» Udii
la risatina stupita di Damien, seguita da
quella di altri novizi.
«Sta incontrando degli amici, come il
mio Heath, e secondo me
sta anche decorando tutto il decorabile.»
Afrodite nascose la risata
sbuffando, ed Erik sogghignò.
«Adesso noi non possiamo stare con lui,
ed è duro da accettare, lo
so.» Guardai Damien. «Ma possiamo
essere certi che lo rivedremo, in
questa vita o nella prossima. E, quando
succederà, non importerà chi
saremo o dove saremo, vi posso
assicurare che una cosa nel nostro
spirito, nella nostra essenza, rimarrà la
stessa: l’amore. Il nostro
amore non muore mai e durerà in eterno.
E questa è una promessa
che so venire direttamente dalla Dea.»
Stark mi tese un lungo bastone con in
cima qualcosa di
appiccicoso.
Lo presi ma, prima di avvicinarmi alla
pira, incrociai lo sguardo di
Shaunee.
«Mi aiuti?» le chiesi.
Lei si asciugò le lacrime, si rivolse a
sud, sollevò le braccia e, con
voce colma d’amore e di senso di
perdita, disse: «Fuoco! Vieni a
me!» Le sue mani presero a splendere e,
assieme a me, Shaunee
raggiunse la gigantesca pila di legna su
cui giaceva il corpo di Jack.
«Jack Swift, eri un ragazzo dolce e
speciale. Ti ho sempre voluto
bene come a un fratello. Fino alla
prossima volta in cui
c’incontreremo... ben trovato, ben
lasciato e ben trovato ancora.»
Quando posai l’estremità della mia
torcia sulla pira, Shaunee vi
scagliò contro il suo elemento,
accendendola subito di una
soprannaturale luminosità gialla e viola.
Mi voltai verso la gemella per
ringraziare lei e il suo elemento,
quando la voce di Neferet si fece strada
nella notte:
«Zoey Redbird! Somma Sacerdotessa
novizia! Ti chiedo di essere
testimone!»
CAPITOLO 21
ZOEY
Non feci fatica a trovarla: Neferet era
alla mia sinistra, sulla
scalinata che porta al tempio di Nyx.
Mentre tutti si voltavano
mormorando a guardarla, Stark si mise
al mio fianco, in modo che
gli sarebbe bastato un passo per
piazzarsi tra Neferet e me. Anche
Stevie Rae all’improvviso mi comparve
accanto e, con la coda
dell’occhio, riuscii a vedere pure le
gemelle e persino Damien. Ero
circondata dai miei amici, che mi
facevano capire senza parole che
mi proteggevano.
Quando Neferet avanzò, pensai:
Dev’essere impazzita del tutto
per chiedermi di celebrare un funerale e
poi attaccarmi davanti
all’intera scuola. Ma pazza o no, era
malvagia e pericolosa, e veniva
dritto verso di me. E io non mi sognavo
neanche di scappare.
Perciò le sue parole successive mi
sconvolsero quasi quanto i suoi
gesti. «Ascoltami, Zoey Redbird,
Somma Sacerdotessa novizia, e sii
testimone. Ho fatto torto a Nyx, a te e a
questa Casa della Notte.»
La sua voce era forte, chiara e
bellissima, e risuonava nell’aria
come una musica. E, seguendo il ritmo
che stava definendo, Neferet
iniziò a spogliarsi.
Avrebbe potuto essere imbarazzante o
erotico, invece fu
semplicemente bello.
«Ho mentito a voi e alla mia Dea.» E
via la blusa, che svolazzò
dietro di lei come un petalo che cade da
una rosa. «Ho ingannato
voi e la mia Dea riguardo alle mie
intenzioni.» Slacciò la gonna di
seta nera, che le si arricciò intorno ai
piedi, e se ne liberò come se
uscisse da una pozza di acqua scura.
Poi, completamente nuda, si
mosse nella mia direzione. Le fiamme
gialle e porpora della pira di
Jack guizzavano sulla sua pelle, dando
l’impressione che anche lei
stesse bruciando senza, però, venire
consumata. Quando mi
raggiunse, si lasciò cadere in ginocchio,
piegò la testa all’indietro e
spalancò le braccia, dicendo: «Ma la
cosa peggiore è che ho
consentito a un uomo di sedurmi e di
allontanarmi dalla via della
Dea. E, ora, qui, spogliata di tutto
davanti a te, davanti alla nostra
Casa della Notte e davanti a Nyx, chiedo
perdono per le mie cattive
azioni, perché so di non poter continuare
a vivere in questa terribile
menzogna». Abbassò la testa e le
braccia, quindi mi fece un
profondo e rispettoso inchino formale.
Nell’assoluto silenzio che seguì le sue
parole, nella mia mente si
scatenò un tornado di pensieri
contrapposti: Sta fingendo – vorrei
che non fosse così –, è a causa sua che
Heath e Jack sono morti –, è
una manipolatrice pazzesca. Cercando di
capire cosa avrei dovuto
rispondere e cosa avrei dovuto fare, mi
guardai intorno in cerca di
suggerimenti. Le gemelle e Damien,
stravolti, fissavano Neferet a
bocca aperta. Anche Afrodite stava
osservando Neferet, ma con
un’espressione di totale disgusto. Stevie
Rae e Stark, invece,
guardavano me. In modo quasi
impercettibile, senza parlare, Stark
scosse la testa: No. Mentre Stevie Rae
mimò due parole: Tutte balle.
Quando spostai lo sguardo sul cerchio
creato dalla Casa della
Notte, faticavo a respirare. Alcuni mi
fissavano con aria
interrogativa, in attesa, ma la maggior
parte teneva gli occhi su
Neferet con evidente soggezione e
singhiozzava con quello che
senza dubbio era un misto di gioia e di
sollievo.
In quel momento, un pensiero si
cristallizzò nella mia mente,
facendosi strada fra tutti gli altri come
un pugnale affilato: Se non
accetto le sue scuse, la scuola mi si
rivolterà contro. Sembrerei una
ragazzina vendicativa, ed è esattamente
quello che vuole Neferet.
Non avevo scelta. Potevo soltanto agire
di conseguenza e sperare
che i miei amici si fidassero abbastanza
di me da sapere che ero in
grado di riconoscere la verità dagli
imbrogli.
«Stark, dammi la camicia», dissi in
fretta.
Lui non esitò. Se la sbottonò e me la
tese.
Assicurandomi che nella mia voce ci
fosse l’intensità dello spirito,
esordii: «Neferet, quanto a me, la
perdono. Non ho mai voluto
essere sua nemica».
Alzò verso di me gli occhi verdi,
assolutamente sinceri. «Zoey,
io...» cominciò.
L’interruppi subito, coprendo il dolce
suono della sua voce. «Però
posso parlare solo per me stessa. Il
perdono della Dea dovrà cercarlo
da lei: Nyx conosce il suo cuore e la sua
anima, quindi è là che
troverà la sua risposta.»
«Quella già ce l’ho, e mi riempie di
gioia cuore e anima. Grazie,
Zoey Redbird, e grazie, Casa della
Notte.»
Intorno al cerchio si propagò un coro di:
«Grazie alla Dea!» e
«Benedetta sia!» Mi costrinsi a
sorridere mentre mi chinavo per
metterle sulle spalle la camicia di Stark.
«Si alzi, per favore. Non
dovrebbe stare in ginocchio davanti a
me.»
Neferet si sollevò con grazia e indossò
la camicia, abbottonandola
con cura. Poi si rivolse a Damien. «Ben
trovato, Damien. Posso avere
il tuo permesso per inviare alla Dea la
mia preghiera personale per
lo spirito di Jack?»
Damien non parlò, limitandosi ad
annuire. Il suo viso era una
maschera di dolore e tristezza, al punto
che non riuscii nemmeno a
capire se lui credeva alla messinscena
di Neferet oppure no.
Lei, intanto, continuò a recitare la
propria parte alla perfezione.
«Grazie.» Si avvicinò alla pira, piegò la
testa all’indietro e sollevò le braccia. A
differenza di me, non parlò a voce alta,
ma bisbigliò in
modo che nessuno potesse udire. Aveva
un’espressione serena e
sincera, e mi chiesi come fosse
possibile che una persona così marcia
dentro potesse avere una parte esteriore
così stupenda.
Forse fu perché la fissavo così
intensamente, nel tentativo di
scovare una crepa nella sua armatura,
che vidi ciò che accadde dopo.
L’espressione di Neferet cambiò e fu
evidente, almeno per me,
che aveva scorto qualcosa nel cielo
sopra di noi.
Poi lo udii. Era un suono quasi
familiare. Non lo riconobbi subito,
anche se mi fece venire la pelle d’oca, e
comunque non alzai lo
sguardo. Continuai a osservare Neferet,
che sembrava allo stesso
tempo seccata e preoccupata. Non
cambiò posizione e non
interruppe la «preghiera», ma i suoi
occhi presero a guardare in tutte
le direzioni, come se lei volesse
accertarsi che nessun altro si fosse
accorto di quanto aveva visto lei.
Chiusi le palpebre di colpo, sperando
sembrasse che stessi
pregando, meditando, cercando la
concentrazione... insomma, tutto
tranne che fissare lei. Lasciai passare un
paio di secondi, poi riaprii
lentamente gli occhi.
Neferet non stava guardando me, proprio
per niente. Fissava
Stevie Rae, che però non se ne rendeva
conto. Perché anche lei era
troppo occupata a guardare verso l’alto
a bocca aperta. Solo che la
sua espressione non era né seccata né
preoccupata: era raggiante,
come se stesse osservando qualcosa che
la riempiva di felicità. E di
amore.
Confusa, tornai a osservare Neferet, che
sgranò gli occhi, come se
avesse capito una cosa importante; dopo
di che sul suo viso si
disegnò un’espressione di estremo
piacere: quello che aveva
scoperto l’aveva resa davvero
strafelice.
Non riuscii a staccare gli occhi da
Neferet ma, con gesto
automatico, strinsi la mano di Stark,
quasi sapessi che il mio mondo
stava per esplodere e, in quel momento,
la voce di Dragone
Lankford risuonò simile a un richiamo
che cambiò tutto: «Raven
Mocker sopra di noi! Professori, portate
al coperto i novizi!
Guerrieri, a me!»
A quel punto, il tempo prese a scorrere a
velocità supersonica.
Stark mi spinse dietro di sé, guardò in
alto e imprecò: non aveva
arco e frecce. «Vai nel tempio di Nyx!»
mi gridò per superare il
frastuono che stava esplodendo intorno a
noi.
Era scoppiato il delirio più totale:
ragazzi che urlavano, professori
che chiamavano a raccolta gli studenti
cercando di rassicurarli, Figli
di Erebo che estraevano le armi, pronti
alla lotta. Si muovevano
tutti, tranne Neferet e Stevie Rae.
Neferet era ancora accanto alla pira
accesa di Jack, sempre intenta
a osservare la mia amica, sorridendo.
Stevie Rae sembrava avere
messo radici. Guardava in alto e
scuoteva la testa, singhiozzando.
«No, aspetta», dissi a Stark. «Non me ne
posso andare. Stevie Rae
è...»
«Scendi dal cielo, orrida bestia!» Il
grido di Neferet m’interruppe.
Lei aveva sollevato le braccia, le dita
tese come se stesse cercando di
afferrare qualcosa nell’aria.
«Non li vedi?» mi chiese Stark in tono
pressante guardando il
cielo.
«Cosa? Cosa dovrei vedere?»
«Tentacoli di Tenebra, neri e
appiccicosi.» Fece una smorfia piena
di orrore. «E Neferet li sta manovrando.
Ci ha raccontato soltanto
balle. Non c’è dubbio: è ancora alleata
con la Tenebra.» Non ci fu
tempo di aggiungere altro perché, con un
grido terribile, dal cielo
cadde un enorme Raven Mocker, che
precipitò in mezzo al campus.
Lo riconobbi subito. Era Rephaim, il
figlio prediletto di Kalona.
«Uccidetelo!» ordinò Neferet.
Per Dragone Lankford, quell’ordine era
superfluo. Si stava già
muovendo, con la spada sguainata che
scintillava alla luce delle
fiamme, calando sul Raven Mocker
come un dio vendicatore.
«No! Non fategli del male!» Stevie Rae
si lanciò tra Dragone e il
mostro caduto dal cielo. Aveva le
braccia alzate, palmi all’esterno, e
splendeva di una luminosità verde, come
se all’improvviso sul suo
corpo fosse spuntato del muschio
iridescente.
Dragone andò a sbattere contro quella
barriera verde e rimbalzò
via, neanche fosse stato una gigantesca
palla di gomma. Fu
spaventoso e splendido allo stesso
tempo.
«Ah, cavolo», mormorai andando verso
Stevie Rae. Avevo una
brutta sensazione riguardo a quanto
stava succedendo, proprio
brutta brutta.
Stark non provò a fermarmi, ma disse:
«Resta vicino a me e fuori
portata di quell’uccellaccio».
«Stevie Rae, perché proteggi questo
mostro? Sei forse in combutta
con lui?» Neferet era accanto a Dragone,
che si era rimesso in piedi e
tremava, contenendo a stento l’istinto
che gli gridava di precipitarsi
di nuovo contro Stevie Rae. Dal tono,
Neferet pareva sconcertata,
ma i suoi occhi lanciavano lampi che la
facevano sembrare un gatto
che avesse intrappolato il topo Stevie
Rae.
Stevie Rae ignorò Neferet, guardò
Dragone e spiegò: «Non è qui
per fare del male a qualcuno.
Gliel’assicuro».
«Rossa, liberami», disse il Raven
Mocker quando finalmente
raggiunsi Dragone e Neferet. Anche lui
era di nuovo in piedi, fatto
che mi stupì, perché avrei detto che la
caduta l’avrebbe ucciso. In
realtà l’unica ferita era uno squarcio
sanguinante in un bicipite
dall’aspetto così umano da risultare
inquietante. Cercava di
allontanarsi da Stevie Rae, ma intorno a
loro si era formata una
strana bolla verde che gli impediva di
proseguire.
«Non serve, Rephaim. Non ho più
intenzione di mentire e di
fingere.» Stevie Rae guardò Neferet e la
folla di novizi e professori
che aveva smesso di scappare e adesso
la fissava atterrita. «Non sono
un’attrice così brava, Rephaim. Non ho
mai neanche voluto esserlo,
un’attrice così brava.»
«Non farlo!» La voce del Raven Mocker
mi sconvolse. Non perché
sembrava umana. Sapevo che, quando
non era così arrabbiato da
sibilare, parlava come un ragazzo vero.
Quello che mi sconvolse fu il
tono. Sembrava impaurito e molto, molto
triste.
«Ormai è fatta», replicò Stevie Rae.
E in quel momento, finalmente, ritrovai
la voce anch’io. «Stevie
Rae, cosa cavolo sta succedendo?»
«Mi dispiace, Zy. Te lo volevo dire.
Davvero davvero. È solo che
non sapevo come.» Con lo sguardo,
Stevie Rae m’implorava di
capirla.
«Non sapevi come dirmi cosa?» Poi
compresi: l’odore del sangue
del Raven Mocker. Travolta dall’orrore,
mi ricordai di averlo già
sentito su Stevie Rae. All’improvviso
seppi di cosa stava parlando,
cosa stava cercando di dirmi.
«Hai un Imprinting con quella creatura.»
Io stavo pensando quelle
stesse parole, ma fu Neferet a
pronunciarle ad alta voce.
«Oh, Dea, no, Stevie Rae», dissi, le
labbra gelate e intorpidite.
Incredula, continuavo a scuotere la testa,
come se quel gesto potesse
far sparire l’incubo che avevo di fronte.
«Come?» Quella domanda sembrò
strappata a forza a Dragone.
«Non è stata colpa sua. Sono io il
responsabile», intervenne il
Raven Mocker.
«Non osare rivolgermi la parola,
mostro!» ribatté Dragone.
Lo sguardo rossastro del Raven Mocker
si spostò dal Signore delle
Spade a me. «Zoey Redbird, non
biasimarla.»
«Perché parli con me?» gli strillai
contro. «Stevie Rae, come hai
potuto lasciare che succedesse?» chiesi,
poi mi tappai la bocca,
accorgendomi di colpo di quanto fossi
sembrata mia madre.
«Cazzo, Stevie Rae, sapevo che c’era
qualcosa che non andava,
ma non avevo idea che fossi arrivata a
questo punto», saltò su
Afrodite, mettendosi accanto a me.
«Avrei dovuto dire qualcosa», aggiunse
Kramisha, immobile vicino
alle gemelle. «Sapevo che le poesie su
di te e una bestia erano un
brutto segnale. È che non avevo capito
che erano da prendere alla
lettera.»
«A causa del legame tra questi due, la
Tenebra ha corrotto la
scuola. È senz’altro questa creatura la
responsabile della morte di
Jack», sentenziò Neferet con aria
solenne.
«Sono solo un mucchio di cretinate!»
ribatté Stevie Rae. «È stata lei
a uccidere Jack. Lo ha sacrificato alla
Tenebra per ottenere il
controllo dell’anima di Kalona. Lei lo
sa. Io lo so. E lo sa anche
Rephaim. Per questo stava là sopra:
voleva essere certo che stasera
lei non facesse niente di troppo
terribile.» Osservai Stevie Rae
opporsi a Neferet e riconobbi in lei la
stessa forza e la stessa
disperazione che avevo provato anch’io
quando mi ero messa
contro Neferet, soprattutto quando mi
ero ritrovata a sfidarla da
sola mentre un’intera scuola piena di
vampiri e di novizi neanche
immaginava che lei potesse essere meno
che perfetta.
«Il mostro l’ha cambiata completamente.
Dovrebbero venire
eliminati entrambi. Subito», riprese
Neferet rivolta alla folla che stava
tornando a riunirsi.
Mi si rovesciò lo stomaco e, con una
sicurezza che provavo
soltanto quando venivo influenzata dalla
Dea, seppi di dover
intervenire. «Okay, adesso basta.» Mi
avvicinai a Stevie Rae.
«Immagino che tu sappia quanto sembra
brutta la cosa.»
«Sì, lo so.»
«E hai davvero un Imprinting con lui?»
«Sì», disse, decisa.
«Ti ha aggredita o qualcosa di simile?»
chiesi, cercando di dare un
senso alla situazione.
«No, Zy, al contrario. Mi ha salvato la
vita. Due volte.»
«Ma certo! Sei in combutta col mostro e
alleata con la Tenebra!»
Neferet si voltò verso i novizi e i
vampiri che osservavano la scena.
La luminosità verde che circondava
Stevie Rae s’intensificò come
la sua voce. «Rephaim mi ha salvata
dalla Tenebra. È stato grazie a
lui che sono sopravvissuta dopo che per
sbaglio avevo evocato il
toro bianco. E, anche se la maggior parte
delle persone qui riunite
non può vedere quello che lei sta
facendo, Neferet, non dimentichi
che io lo vedo benissimo. Li vedo, i
tentacoli di Tenebra che
obbediscono ai suoi ordini.»
«Sembri avere grande familiarità con
l’argomento», replicò
Neferet.
«Per forza. Prima del sacrificio di
Afrodite, io ero piena di
Tenebra. La riconoscerò sempre,
proprio come sceglierò sempre la
Luce.»
«Sul serio?» Il sorriso di Neferet era
ipercompiaciuto. «Ed è questo
che hai fatto quando hai stabilito un
Imprinting con questo mostro?
Hai scelto la Luce? I Raven Mocker
sono stati creati da rabbia,
violenza e odio. Vivono per la morte e
la distruzione. Quello che
abbiamo davanti ha ucciso Anastasia
Lankford. Come può tutto ciò
essere scambiato per la Luce e la via
della Dea?»
«Era sbagliato.» Rephaim non si era
rivolto a Neferet, guardava
dritto Stevie Rae. «Ciò che io ero prima
di conoscerti era sbagliato.
Poi tu mi hai trovato e mi hai trascinato
fuori da un luogo oscuro.»
Trattenni il fiato mentre il Raven
Mocker, con un gesto lento e
delicato, sfiorava una guancia della mia
migliore amica per asciugarle
una lacrima. «Tu mi hai dimostrato
gentilezza, e per un po’ ho
intravisto la felicità. Per me è
sufficiente. Lasciami andare, Stevie Rae,
mia Rossa. Consenti loro di avere la
vendetta che cercano. Forse
Nyx avrà pietà del mio spirito e mi
permetterà di entrare nel suo
regno, dove un giorno ti rivedrò.»
Stevie Rae scosse la testa. «No, non
posso. Se io sono tua, allora
anche tu sei mio. Non ho intenzione di
abbandonarti senza
combattere.»
«Questo significa che per lui
combatteresti contro i tuoi amici?» le
gridai con la sensazione che stesse
andando tutto fuori controllo.
Con calma, Stevie Rae mi guardò. Lessi
la risposta nei suoi occhi
prima ancora che, con voce triste ma
decisa, dicesse: «Se devo, lo
farò». E poi pronunciò l’unica frase che
finalmente diede senso a quel
casino pazzesco e che per me cambiò
tutto. «Zoey, quando io ero
piena di Tenebra, tu avresti lottato
contro chiunque per difendermi,
anche se non eri sicura che sarei mai più
tornata me stessa. Vedi, Zy,
lui si è già Trasformato. Ha voltato le
spalle alla Tenebra. Come
potrei non fare quanto hai fatto tu?»
«Quel mostro ha ucciso la mia
compagna!» urlò Dragone.
«Per questo, oltre che per un’infinità di
altri crimini, deve morire»,
sentenziò Neferet. «Stevie Rae, se
decidi di stare dalla parte del
mostro, allora scegli di essere contro la
Casa della Notte e meriti di
morire con lui.»
Dovevo intervenire. «Okay, no.
Aspettate. A volte le cose non
sono bianche o nere, e non esiste
un’unica risposta giusta. Dragone,
so che per lei è terribile, ma proviamo a
prendere un respiro
profondo e a fermarci un attimo. Non
può pensare sul serio di
uccidere Stevie Rae.»
«Se sta dalla parte della Tenebra, merita
lo stesso destino del
mostro», fece Neferet.
«Ma per favore! Ha appena ammesso
anche lei di essere stata con
la Tenebra e Zoey l’ha perdonata»,
s’intromise Afrodite. «Non sto
dicendo che mi sta bene questa strana
cosa tra il ragazzo-corvo e
Stevie Rae, ma come può essere giusto
perdonare lei e non questi
due?»
«Perché io non sono più sotto l’influsso
della Tenebra,
personificata dal padre di questo
essere», replicò viscida Neferet.
«Non sono più sua alleata. Chiedete al
mostro se può affermare la
stessa cosa.»
Guardò il Raven Mocker. «Rephaim,
potresti giurare di non essere
più figlio di tuo padre? Di non essere
più legato a lui?»
Stavolta, Rephaim rispose direttamente
a Neferet. «Solo mio
padre può esentarmi dall’essere al suo
servizio.»
Il viso di Neferet era l’immagine del
compiacimento. «E hai
chiesto a Kalona di esentarti?» Rephaim
spostò lo sguardo su Stevie
Rae. «No. Ti prego di capirmi.»
«Ti capisco. Ti assicuro che è così», gli
rispose lei. Poi strillò a
Neferet: «Non ha chiesto a Kalona di
esentarlo perché non vuole
tradire suo padre!»
«I motivi per cui si sceglie la Tenebra
non sono importanti»,
affermò Neferet.
«A dire il vero, io penso di sì», ribattei.
«E un’altra cosa: stiamo
parlando di Kalona come se lui fosse
qui. Ma non doveva essere
stato bandito dal suo fianco?»
Neferet spostò su di me gli occhi di
ghiaccio. «L’immortale non è
più al mio fianco.»
«Però sembrerebbe che sia a Tulsa pure
lui. Se è stato bandito, che
ci fa qui? Uh... Re-Rephaim»,
m’impappinai sul suo nome. Era così
strano parlare a quell’essere spaventoso
come se fosse un ragazzo
normale. «Tuo padre è a Tulsa?»
«Io... io non posso parlare di mio
padre», rispose esitante il Raven
Mocker.
«Non ti sto chiedendo di dire qualcosa
di male su di lui e
nemmeno di rivelarmi dove sia di
preciso», chiarii.
Con gli occhi colmi di sofferenza, lui mi
rispose: «Mi dispiace.
Non posso».
«Visto? Non dirà niente contro Kalona;
non si opporrà mai a
Kalona», gridò Neferet. «E, dato che il
Raven Mocker è qui, anche il
padre deve già essere a Tulsa o sta per
arrivarci. Perciò, quando
attaccherà questa scuola, e lo farà, lui
sarà di nuovo al suo fianco a
combattere contro di noi.»
Rephaim spostò lo sguardo scarlatto su
Stevie Rae. La voce piena
di disperazione, disse: «Non ti farò mai
del male, ma lui è mio padre
e io...»
Neferet non gli lasciò finire la frase.
«Dragone Lankford, in quanto
Somma Sacerdotessa di questa Casa
della Notte, ti ordino di
proteggerla. Uccidi questo orribile
Raven Mocker e chiunque stia
dalla sua parte.» Sollevò la mano e
piegò il polso verso Stevie Rae.
La bolla verde luccicante che
circondava lei e il Raven Mocker
tremolò, e Stevie Rae gemette, diventò
pallida come gesso e si portò
la mano allo stomaco come se stesse per
vomitare.
«Stevie Rae?» Feci per andare da lei,
ma Stark mi afferrò per un
braccio, trattenendomi. «Neferet sta
usando la Tenebra. Non puoi
metterti tra lei e Stevie Rae, ti
ucciderebbe.»
«La Tenebra?» La voce di Neferet era
gonfia di potere. «Io non sto
usando la Tenebra. Sto mettendo in atto
la giusta vendetta di una
dea. Soltanto questo può farmi spezzare
la barriera che ho davanti.
Dragone, adesso! Mostra a questa
creatura le conseguenze dell’agire
contro la mia Casa della Notte!» Stevie
Rae cadde in ginocchio e la
luminosità verde sparì. Rephaim era
chino su di lei, con la schiena
completamente esposta e vulnerabile
alla spada di Dragone.
Sollevai la mano che non stringeva
Stark, ma cosa potevo fare?
Attaccare Dragone? Salvare il Raven
Mocker che gli aveva ucciso la
compagna? Ero bloccata. Non avrei
lasciato che il maestro di
scherma facesse del male a Stevie Rae,
però lui non stava
aggredendo lei: aggrediva il nostro
nemico, un nemico con cui la
mia migliore amica aveva stabilito un
Imprinting. Era come guardare
uno di quei film splatter e aspettare
l’inizio di una disgustosa
carneficina con tagliamento di gole e
smembramenti vari, solo che
quello era vero.
Poi si udì un grande sibilo, come una
burrasca controllata, e dal
cielo scese Kalona, atterrando tra suo
figlio e Dragone. In mano
stringeva una terribile lancia nera,
quella che aveva fatto
materializzare nell’Aldilà, e l’usò per
deviare il colpo del Signore
delle Spade con tale forza da farlo
cadere in ginocchio.
I Figli di Erebo scattarono in azione.
Oltre una decina corsero a
difendere il loro maestro. Kalona era un
rapidissimo movimento
sfocato e mortale, ma persino lui
faticava a tenere a bada così tanti
Guerrieri tutti in una volta. «Rephaim!
Figlio! A me! Difendimi!»
CAPITOLO 22
STEVIE RAE
«Non puoi uccidere nessuno!» gridò
Stevie Rae mentre Rephaim
afferrava la spada di un Figlio di Erebo
caduto.
Lui la guardò e mormorò: «Obbliga
Kalona ad andare contro i
desideri di Neferet. È l’unico modo per
far finire tutto questo». Poi
corse a difendere il padre.
Obbliga Kalona ad andare contro i
desideri di Neferet? Di cosa
cavolo parla Rephaim? Kalona non è
sotto il suo controllo? Stevie
Rae tentò di rimettersi in piedi, ma quei
terribili tentacoli neri non
avevano soltanto distrutto il suo scudo
di terra, l’avevano anche
svuotata. Si sentiva debole, con la testa
che girava e una gran voglia
di dare di stomaco.
Poi Zoey le si accovacciò accanto,
mentre Stark si frapponeva tra
le ragazze e il sanguinoso scontro tra i
Figli di Erebo e Kalona,
sfoderando una spada gigantesca.
Stevie Rae afferrò il polso di Zoey.
«Non lasciare che Stark faccia
del male a Rephaim! Ti prego, ti prego.
Fidati di me.» Zoey annuì,
poi avvertì il suo Guerriero di non
colpire Rephaim.
«Lo colpisco eccome se ti aggredisce!»
ribatté lui, ora spalleggiato
anche da Dario, che lo aveva raggiunto
con la spada sguainata.
«Non lo farà», gli assicurò Stevie Rae.
«Io non ci scommetterei», intervenne
Afrodite. «Zucca
campagnola, stavolta hai combinato un
casino da delirio.»
«Detesto essere d’accordo con
Afrodite», disse Erin.
«Lo detesto da pazzi, ma ha ragione lei»,
convenne Shaunee.
Damien, l’aria distrutta, s’inginocchiò
accanto a Stevie Rae.
«Possiamo pensarci dopo a sgridarla.
Adesso sarebbe meglio trovare
il modo di tirarla fuori da questo
disastro», commentò.
Gli occhi della vampira rossa si
riempirono di lacrime. «Tu non
capisci! Io non voglio tirarmene fuori, e
l’unico disastro qui è che voi
ragaaazzi abbiate scoperto di Rephaim
così, senza che avessi il tempo
di dirvelo io.»
Damien la fissò per un lunghissimo
istante prima di ribattere: «Oh,
capisco. E capisco sul serio perché,
anche se il mio Compagno non
c’è più, in questi mesi ho imparato un
sacco sull’amore».
Prima che Stevie Rae potesse
aggiungere altro, il grido di dolore
di un Figlio di Erebo attirò l’attenzione
di tutti: Kalona l’aveva
appena ferito alla coscia e il giovane era
crollato. Ma non aveva
ancora toccato terra che già un altro lo
trascinava via e un terzo ne
prendeva il posto, chiudendo la breccia
nel cerchio mortale attorno
ai due esseri alati.
Rephaim e il padre combattevano
schiena contro schiena, e Stevie
Rae avrebbe voluto raggomitolarsi su se
stessa e morire pur di non
assistere al feroce assalto dei Guerrieri.
Perfettamente in sintonia,
Kalona e il Raven Mocker
completavano l’uno i movimenti
dell’altro. Una parte di Stevie Rae
riusciva a cogliere la bellezza della
danza fatale che si stava svolgendo tra
loro e i Guerrieri: in quel
combattimento c’erano una grazia e una
simmetria da mettere i
brividi. Ma nella sua mente c’era spazio
per un unico pensiero:
Scappa, Rephaim! Vola via! Vattene da
qui! Salvati!
Un Guerriero fece un affondo contro
Rephaim, che parò il colpo
solo all’ultimo momento. Spaventata,
sconvolta e quasi del tutto
sopraffatta dalla terribile incertezza
riguardo al futuro di entrambi,
Stevie Rae impiegò più tempo del
dovuto per rendersi realmente
conto di ciò che stava facendo il suo
Raven Mocker. O meglio, di ciò
che I stava facendo. E quando capì, la
ragazza provò il dolce fremito
della speranza. Senza staccare gli occhi
dallo scontro, afferrò la mano
della sua migliore amica.
«Zoey, guarda Rephaim: non sta
attaccando. Non sta facendo
male a nessuno. Si sta solo difendendo.»
Lei si fermò a osservare, quindi disse:
«Hai ragione. Stevie Rae, hai
ragione! Non sta attaccando».
Stevie Rae era così orgogliosa di
Rephaim! Sentiva un dolore al
petto, come se il cuore le battesse
troppo forte per poter rimanere
chiuso nella gabbia toracica. I Guerrieri
continuavano ad attaccare,
rapidi e mortali, e Kalona restituiva ogni
colpo, ferendoli e persino
uccidendoli. Rephaim si limitava a
difendersi: bloccava affondi,
faceva finte e allunghi, senza mai colpire
i Guerrieri che stavano
cercando di ammazzarlo.
«È vero. Il Raven Mocker si sta
unicamente difendendo»,
convenne Dario.
«Pressateli! Uccideteli!» gridava
Neferet. Pareva gonfia di potere e
si crogiolava nella violenza e nella
distruzione.
Perché nessun altro oltre a Stevie Rae
vedeva l’orribile Tenebra
che pulsava e strisciava eccitata intorno
a lei, avvolgendosi sulle
gambe, accarezzandole il corpo,
nutrendosi del suo potere come a
propria volta Neferet si nutriva di morte
e distruzione? Capitanati da
Dragone Lankford, desideroso di
vendetta, i Figli di Erebo
raddoppiarono l’attacco.
«Devo fermarli. Prima che la cosa
precipiti e lui non possa evitare
di uccidere qualcuno. Devo fermarli»,
disse Stevie Rae.
«Non c’è modo di fermarli. Credo che
Neferet progettasse fin
dall’inizio qualcosa di simile.
Probabilmente Kalona è qui perché
gliel’ha ordinato lei», intervenne Zoey.
«Forse Kalona, ma non Rephaim. Lui è
venuto per assicurarsi che
stessi bene e io non lo abbandonerò»,
sentenziò decisa Stevie Rae.
Continuando a osservare lo scontro,
immaginò di essere un
albero, una gigantesca e fortissima
quercia, e che le sue gambe
affondassero nel terreno, come radici
talmente profonde da non
poter essere raggiunte dai vischiosi
tentacoli di Tenebra di Neferet.
Poi immaginò di trarre energia dallo
spirito della terra, ricca, fertile e
possente e, finalmente rinvigorita
dall’elemento, Stevie Rae si alzò.
Quando sollevò una mano per
allontanare quella che Zoey le aveva
teso per aiutarla, la vampira si accorse
che splendeva di un verde
delicato e familiare. Iniziò a camminare
verso Rephaim.
«Ehi, dove credi di andare?» chiese
Stark, che le si parò davanti
insieme con Dario.
«A danzare con le bestie in modo da
penetrare oltre il loro
travestimento», rispose Stevie Rae,
citando la poesia di Kramisha.
«Okay, sei fuori del tutto? Tieni qui il
culo e sta’ lontana da quel
casino!» esclamò Afrodite.
Stevie Rae la ignorò e affrontò i due
Guerrieri. «Ho un Imprinting
con lui. Ho preso la mia decisione. Se
volete lottare con me, sono
pronta, io devo andare da Rephaim.»
«Stevie Rae, nessuno vuole lottare con
te», disse Zoey. Poi, rivolta
a Stark e a Dario, aggiunse: «Lasciatela
andare».
«Zy, mi serve il tuo aiuto. Se ti fidi di
me, seguimi e dammi una
mano con lo spirito», riprese la vampira
rossa.
«No! Non ti puoi immischiare», esclamò
Stark.
Zoey gli sorrise. «Ma ci siamo già
immischiati con Kalona, e
abbiamo vinto. Te lo ricordi?»
Stark sbuffò. «Già, però io sono morto.»
«Non preoccuparti, Guardiano, ti
salverò ancora se serve.» Zoey
tornò a rivolgersi a Stevie Rae. «Hai
detto che Rephaim ti ha salvato
la vita?»
«Due volte. E per farlo ha dovuto
resistere alla Tenebra. Dentro di
lui c’è del buono, te l’assicuro. Ti
prego, Zy, ti prego, fidati di me.»
«Io mi fido di te. Mi fiderò sempre.
Stark, io vado con Stevie
Rae», disse Zoey.
«Anch’io. Se ti servisse l’aria, sarà lì
per te. Io nell’amore continuo
a credere», intervenne Damien, che
finalmente aveva smesso di
piangere.
«A me quel passero troppo cresciuto non
piace per niente, ma di
sicuro l’aria non andrà senza il fuoco»,
aggiunse Shaunee.
«Né senza l’acqua, gemella», concluse
Erin.
«Ragaaazzi, grazie. Non so dirvi quanto
ciò significa per me», disse
Stevie Rae.
«Oh, che cazzo! Andiamo a salvare il
disgustoso corvaccio, così la
zucca campagnola potrà vivere per
sempre infelice e scontenta»,
intervenne Afrodite.
«Sì, facciamolo, però dovresti proprio
togliere quell’in e quella s
dalla frase», la rimbeccò Stevie Rae
mettendosi alla testa del cerchio
creato intorno a lei. Sempre incanalando
il potere della terra, la
ragazza cercò di avvicinarsi a Rephaim
quanto più poteva.
«No! Sta’ lontana!» strillò il Raven
Mocker vedendola.
«Col cavolo che sto lontana!» Stevie
Rae guardò Damien. «In
marcia cowboy, chiama l’aria.»
Damien si voltò verso est. «Aria, ho
bisogno di te. Vieni!» Il vento
prese a turbinargli intorno, sollevando i
capelli di tutti.
Poi fu il turno di Shaunee, che si voltò
verso sud. «Fuoco, vieni a
bruciare per me, piccolino!»
Mentre l’aria si faceva insolitamente
calda, Erin guardò a ovest.
«Acqua, vieni a unirti al cerchio!» Il
profumo di una pioggia di
primavera sfiorò i loro visi.
Allora Stevie Rae si rivolse a nord.
«Terra, tu sei già con me. Ti
prego, unisciti al cerchio.» La
sensazione di essere un tutt’uno col
terreno s’intensificò e Stevie Rae capì
di splendere come un faro di
una luce verde muschio.
Fu il turno di Zy. «Spirito, per favore,
completa il nostro cerchio.»
Ci fu una magnifica sensazione di
benessere cui Stevie Rae si
aggrappò staccandosi dal gruppo come
se fosse stata la punta della
loro lancia. Forte del proprio elemento,
sollevò le braccia, incanalò
l’energia saggia e senza tempo degli
alberi e disse: «Terra, crea una
barriera che metta fine a questa lotta.
Per favore».
«Aiutala, aria», disse Damien.
«Dalle la carica, fuoco», aggiunse
Shaunee.
«Sostienila, acqua», fece Erin.
«Ricolmala, spirito», concluse Zoey.
Stevie Rae sentì scorrere nel proprio
corpo l’energia della terra,
che dai piedi risalì fino alle mani e,
all’improvviso, simili a
rampicanti, sottili viticci verdi
spuntarono dal terreno creando una
barriera intorno a Rephaim e a Kalona,
interrompendo il
combattimento.
Si voltarono tutti a guardare la Somma
Sacerdotessa Rossa, che
sentenziò: «Ecco, così va meglio.
Adesso possiamo risolvere la
questione».
«Dunque, Zoey, tu e il tuo cerchio avete
deciso di allearvi con la
Tenebra», intervenne Neferet.
Prima che la novizia potesse rispondere,
Stevie Rae sbottò:
«Neferet, questo vuol dire avere più
pigne in testa di uno scoiattolo.
Zy è appena tornata da un giretto
nell’Aldilà in compagnia di Nyx,
dove peraltro è riuscita a prendere a
calci in culo Kalona e a
riportare indietro con lei sano e salvo
anche il suo Guerriero, cosa
che nessun’altra Somma Sacerdotessa
era mai stata in grado di fare.
Non mi sembra il candidato ideale per
un’alleanza con la Tenebra».
Neferet aprì la bocca per parlare, ma
Stevie Rae glielo impedì. «No!
Ho ancora una cosa da dirle: non
m’importa di quanta gente riesce a
imbrogliare, voglio che sappia che io
non le crederò mai. Lei non è
affatto cambiata, è sempre la solita
bugiarda e non è una brava
persona, neanche un po’. Ho visto il toro
bianco e conosco la
Tenebra con cui sta giocando. Cacchio,
Neferet, la vedo quella roba
nera che le striscia intorno anche in
questo momento! Quindi. Si.
Tolga. Dai. Piedi.»
Ora che aveva rimesso al suo posto
Neferet, si girò per rivolgersi
a Kalona, ma le parole le si seccarono
sulle labbra.
L’immortale alato pareva un dio
vendicatore, con la lancia nera
che grondava sangue e il petto pieno di
macchie scarlatte. Gli occhi
d’ambra scintillavano mentre la fissava
con un’espressione che era un
misto di divertimento e disprezzo.
Come ho potuto anche solo pensare di
potermi opporre a lui? È
troppo forte, e io sono niente di niente...
gridò la mente di Stevie
Rae.
«Spirito, dalle coraggio», mormorò la
voce di Zoey, trasportata
fino a lei dal vento evocato da Damien.
Per un attimo, la vampira rossa incrociò
lo sguardo della sua
migliore amica, che le sorrise.
«Continua. Finisci quello che hai
iniziato. Puoi farcela.»
Stevie Rae si sentì travolgere da
un’immensa ondata di gratitudine
e, quando tornò a guardare Kalona,
trasse altra energia dalle radici
che immaginava la collegassero al suo
elemento e, con quella fonte
di potere unita al sostegno dei suoi
amici, finì ciò che aveva iniziato.
«Okay, lo sanno tutti che una volta eri il
Guerriero di Nyx, e che
sei qui perché qualcosa ha incasinato la
faccenda... o meglio, sei qui
perché tu hai incasinato la faccenda.
Sarai pure diventato tutto
cattivo e cose così, ma una volta dovevi
pur conoscere l’onore, la
lealtà e magari persino l’amore. Quindi
ho qualcosa da dirti su tuo
figlio, e voglio che tu mi ascolti. Non so
come o perché sia successo,
ma io lo amo, e credo che lui ami me.»
«Sì, Stevie Rae, ti amo», confermò
Rephaim in tono chiaro e
distinto in modo che la sua voce
arrivasse a tutti i presenti.
Lei si concesse un momento per
sorridergli, piena di orgoglio e
felicità e, soprattutto, amore. Poi tornò a
concentrarsi su Kalona. «Sì,
è strano. No, non sarà mai una relazione
normale, e la Dea sa che
dovremo affrontare un sacco di problemi
coi miei amici, ma io
voglio dare a Rephaim una vita in cui
conoscerà dolcezza, pace e
felicità. Solo che non lo posso fare se
prima non fai tu una cosa:
Kalona, lo devi liberare. Devi
permettergli di scegliere se stare con te
o cambiare il suo destino. Io qui mi sono
messa in guai grossi, però
credo con tutta me stessa che da qualche
parte dentro di te ci sia
ancora almeno un pezzettino di
Guerriero di Nyx e che quel Kalona,
quello che proteggeva la nostra Dea,
farebbe la cosa giusta. Perciò ti
prego di essere di nuovo quel Kalona,
anche se solo per un
secondo.» Calò il silenzio.
Mentre Kalona fissava Stevie Rae senza
battere ciglio, Neferet
s’intromise, sdegnosa e arrogante come
sempre. «Basta con questa
stupida farsa. Mi occuperò della
barriera d’erba. Dragone, soddisfa la
tua sete di vendetta sul Raven Mocker.
Quanto a te, Kalona, ti
ordino di starmi lontano. Tu sei stato
bandito dal mio fianco per un
secolo, non te lo dimenticare.»
Stevie Rae si preparò. Prevedeva
qualcosa di terribile, ma di
sicuro non si sarebbe tirata indietro,
anche se ciò significava
affrontare di nuovo la Tenebra e i
viscidi tentacoli neri che ormai
sembravano stare sempre vicino a
Neferet.
Ma, proprio quando provò la prima fitta
di dolore e di gelo,
unita alla sofferenza che la Tenebra
provocava nel cuore della terra,
l’immortale alato sollevò leggermente
una mano. «Alt! Sono alleato
della Tenebra da tempo immemorabile.
Obbedisci al mio comando.
Questa non è la tua battaglia. Vattene!»
«No!» esclamò Neferet, mentre i
tentacoli vischiosi, invisibili a
quasi tutti i presenti, cominciavano a
scivolare via per essere
riassorbiti dall’ombra da cui
provenivano. «Stupida creatura! Cosa
stai facendo? Ho ordinato a te di
andartene. Sei tu che devi obbedire
ai miei ordini! Qui sono io la Somma
Sacerdotessa!»
«Io non sono sotto il tuo controllo! E non
lo sono mai stato.»
Kalona sorrise, trionfante. Il suo aspetto
era così magnifico che per
un momento, guardandolo, Stevie Rae
rimase senza fiato.
Neferet si riprese in fretta. «Non so di
cosa tu stia parlando. Ero io
sotto il tuo controllo.»
Kalona osservò i novizi che lo fissavano
con gli occhi sgranati e i
vampiri che si erano armati per
aggredirlo o che erano incerti se
fuggire o adorarlo. «Ah, figli di Nyx,
molti di voi, come me, hanno
smesso di ascoltare la nostra Dea. Ma
quando imparerete?»
Quindi si rivolse a Rephaim. «È vero
che hai un Imprinting con la
Rossa?»
«Sì, padre.»
«E che le hai salvato la vita? Più di una
volta?»
«Come lei ha salvato la mia. È stata lei
a guarirmi dopo la caduta.
E, quando ho affrontato il toro bianco
per liberarla, è stata lei a
curare la terribile ferita che mi ha
inflitto la Tenebra.» Lo sguardo di
Rephaim incrociò quello di Stevie Rae.
«Per ripagarmi di averla
sottratta alla Tenebra, mi ha sfiorato col
potere della Luce che le
appartiene, quello della terra.»
«Non l’ho fatto per ripagarti. L’ho fatto
perché non sopportavo di
vederti soffrire», ribatté la vampira
rossa.
Lentamente, come se gli costasse
un’enorme fatica, Kalona sollevò
una mano e la posò sulla spalla del
figlio. «Sai che non potrà mai
amarti come una donna ama un uomo?
Desidererai per sempre
qualcosa che lei non ti può dare.»
«Padre, ciò che mi dà è più di quanto
abbia mai avuto.» Per un
attimo, il volto di Kalona si contorse in
una smorfia di dolore. «Io ti
ho dato amore in quanto mio figlio, il
mio figlio prediletto.»
Rephaim esitò ma, quando alla fine si
decise, rispose con estrema
onestà, nonostante l’immenso dolore che
gli costava fare
quell’ammissione. «Forse in un altro
mondo, in un’altra vita, questo
avrebbe potuto anche essere vero. In
questa, mi hai dato potere,
disciplina e rabbia. Ma non amore. Mai
amore.»
«Allora, in questo mondo, in questa vita,
ti darò un’altra cosa: la
possibilità di scegliere. Scegli,
Rephaim. Scegli tra il padre che hai
servito e seguito fedelmente per secoli e
il potere che tutto questo ti
ha dato, e l’amore di questa Somma
Sacerdotessa vampira, che non
sarà mai completamente tua, perché
proverà sempre orrore per il
mostro che c’è in te.»
Negli occhi di Rephaim, Stevie Rae
lesse una domanda cui rispose
ancor prima che lui potesse pronunciarla
ad alta voce: «Quando ti
guardo, io non vedo un mostro, né fuori
né dentro. Quindi non
provo orrore per te. Io ti amo,
Rephaim». Chiuse un attimo gli occhi,
attraversata da un brivido di disagio. Lui
era buono, lei ne era
convinta, ma preferirla a suo padre gli
avrebbe cambiato per sempre
il corso dell’esistenza. E, dato che era in
parte immortale, quel «per
sempre» poteva essere inteso in senso
letterale. Magari non poteva...
magari non voleva... magari...
«Padre...» Non appena udì la voce di
Rephaim, Stevie Rae riaprì
gli occhi.
«Io scelgo Stevie Rae e la via della
Dea.» Sul volto di Kalona si
disegnò una smorfia di dolore. «Allora
così sia. Da questo momento
in poi, tu non sei più mio figlio. Ti
offrirei la benedizione di Nyx, ma
lei non mi ascolta più. Perciò ti offro
invece un avvertimento: se la
ami con tutto te stesso, quando ti
renderai conto che lei non ti ama
allo stesso modo – e non lo farà, perché
non può – questo ucciderà
tutto ciò che hai dentro.» L’immortale
spiegò le immense ali, sollevò
le braccia e sentenziò: «Rephaim è
libero! Così ho detto. Così sia!»
In seguito, Stevie Rae avrebbe ripensato
a quel momento e al
modo in cui l’aria intorno a Rephaim
aveva tremolato quando lui
era stato liberato dal vincolo che lo
legava al padre. In quell’istante,
però, non riuscì a fare altro che fissare a
occhi sgranati Rephaim
mentre la sfumatura scarlatta scompariva
dalle sue iridi, lasciando
soltanto i grandi occhi scuri da umano
che la fissavano dalla testa di
un enorme corvo.
Ali ancora spiegate, corpo ancora
ingigantito dal potere e, come
voleva credere Stevie Rae, dalla
sofferenza che doveva provare per
la perdita del figlio, Kalona spostò lo
sguardo d’ambra su Neferet.
Non disse nemmeno una parola. Si
lanciò nel cielo della notte,
lasciandosi dietro la scia di una risata di
scherno, oltre a un’altra
cosa: dall’aria, un’unica penna bianca
volteggiò atterrando ai piedi
di Stevie Rae. Questo la sconvolse al
punto che la barriera che aveva
eretto intorno a Rephaim svanì. Ma
stava fissando la penna con tale
intensità da non accorgersi di avere
perso la concentrazione.
Era china a raccogliere la piuma,
quando Neferet urlò: «Dragone,
adesso che l’immortale se n’è andato,
uccidi suo figlio. Non mi faccio
imbrogliare da questa farsa».
Stevie Rae gemette quando la Tenebra
spezzò il suo contatto con
la terra, indebolendola. Non riuscì
neppure a gridare vedendo
Dragone lanciarsi contro Rephaim.
CAPITOLO 23
REPHAIM
Rephaim non ebbe neanche il tempo di
capire cosa fosse successo,
quando Neferet ordinò a Dragone di
ucciderlo. Era troppo
concentrato su Stevie Rae che fissava
qualcosa di bianco nell’erba.
Poi si scatenò il caos. La luminosità
verde che lo circondava sparì.
Stevie Rae diventò pallida come uno
spettro e ondeggiò come se
avesse i capogiri. E, all’improvviso,
ecco che Zoey, l’amica di Stevie
Rae, gli stava davanti, piazzata tra lui e i
Figli di Erebo in cerca di
vendetta.
«No. Noi non aggrediamo chi sceglie la
strada della Dea.» I
Guerrieri si fermarono, incerti, mentre
Stark e Dario si precipitavano
a fianco di Zoey. Entrambi avevano la
spada sguainata, ma
l’espressione sul loro viso non lasciava
dubbi: era evidente che
nessuno dei due voleva colpire i
confratelli.
È colpa mia. È colpa mia se stanno
combattendo tra loro. Mentre
correva da Stevie Rae, i pensieri di
Rephaim erano un misto di dubbi
e disgusto per se stesso.
«Vuoi davvero opporti ai nostri Figli di
Erebo?» domandò
incredula Neferet a Zoey.
«Vuole che i nostri Guerrieri uccidano
qualcuno al servizio della
Dea?» ribatté lei.
«Quindi adesso saresti capace di
leggere nel cuore degli altri?
Neppure le vere Somme Sacerdotesse
possono vantare una simile
capacità divina», replicò Neferet in tono
saggio e compiaciuto.
Prima che lei si materializzasse,
Rephaim percepì un cambiamento
nell’aria, come se stesse per scoppiare
un temporale e l’atmosfera
fosse carica di elettricità. In mezzo
all’ondata di energia, di luce e di suoni,
comparve la Dea della Notte, Nyx.
«No, Neferet, Zoey non può vantare una
simile capacità divina,
ma io sì.»
Al suono della sua voce celestiale, ogni
tentacolo di Tenebra
strisciò via a gran velocità.
Accanto a Rephaim, Stevie Rae espirò
di botto, neanche avesse
trattenuto il fiato fino a quel momento, e
cadde in ginocchio,
mentre tutt’intorno a loro si udivano
mormorii intimiditi: «È Nyx!»
«È la Dea!»
«Oh, benedetta sia!» E l’attenzione del
Raven Mocker fu tutta per
lei.
Era davvero la notte personificata. I
capelli splendevano di una
luminescenza argentata, come la luna
piena in ottobre. Gli occhi
erano come il cielo della luna nuova,
neri e sconfinati. Il resto del
suo corpo era semitrasparente. A
Rephaim sembrò di vedere della
seta scura che si agitava come mossa da
un leggero vento e una
sagoma femminile, e forse persino una
mezzaluna tatuata sulla
fronte liscia, ma più cercava di metterla
a fuoco, più l’immagine
della Dea diventava diafana e
incandescente. Fu in quel momento
che si accorse di essere l’unico rimasto
in piedi. Tutti gli altri si erano
inginocchiati, quindi lo fece anche lui.
Comprese subito di non doversi
preoccupare per essersi mosso in
ritardo. L’attenzione di Nyx era altrove.
Stava fluttuando sopra
Damien, che non ne aveva idea, dato che
stava in ginocchio con la
testa china e gli occhi chiusi.
«Damien, figlio mio, guardami.»
Lui sollevò la testa e sgranò gli occhi
per lo stupore. «Oh, Nyx! Sei
proprio tu! Pensavo di essermelo solo
immaginato.»
«Forse in un certo senso è così. Voglio
tu sappia che il tuo Jack è
con me, ed è uno degli spiriti più puri e
gioiosi che siano mai entrati
nel mio regno.»
Gli occhi di Damien si riempirono di
lacrime che gli scivolarono
sulle guance. «Grazie. Grazie di
avermelo detto. Mi aiuterà a cercare
di vivere facendo a meno di lui.»
«Figlio mio, non c’è bisogno di fare a
meno di Jack. Ricordalo, e
rallegrati del breve ma bellissimo amore
che avete condiviso. In
questo modo non si dimentica e non si fa
a meno di qualcuno, si
guarisce la ferita della nostalgia.»
Tra le lacrime, Damien sorrise. «Me ne
ricorderò. Me ne ricorderò
per sempre, come sempre sceglierò la
tua via, Nyx. Ti do la mia
parola.»
La Dea si voltò e i suoi occhi scuri
osservarono gli altri presenti,
per fermarsi infine su Zoey.
«Ben trovata, mia Dea», disse subito lei,
sconvolgendo il Raven
Mocker per il tono familiare che aveva
usato.
Non avrebbe dovuto essere più
rispettosa, più timorosa, nel
rivolgersi alla Dea?
«Ben trovata, Zoey Redbird!» La Dea
ricambiò il sorriso della
Somma Sacerdotessa novizia e per un
attimo lui pensò che
somigliava a una dolce e bellissima
ragazzina, una ragazzina che
all’improvviso gli fu familiare.
Riconoscendola, Rephaim trasalì: il
fantasma nella villa Gilcrease! Il
fantasma era la Dea!
Poi Nyx iniziò a parlare, rivolgendosi a
tutti, e il suo volto mutò
in quello di un essere etereo così
luminoso e stupendo che era
difficile fissarlo e impossibile pensare a
qualcosa che non fossero le
sue parole, che parevano una sinfonia.
«Qui stasera sono accadute
molte cose. Sono state compiute scelte
che alterano uno spirito,
quindi significa che, per alcuni di voi, si
sono aperte nuove strade.
Per altri, si è consolidata una decisione
presa tanto tempo fa. E,
tuttavia, la vita di qualcuno si trova
sull’orlo del baratro.» Lo
sguardo della Dea indugiò su Neferet,
che chinò immediatamente la
testa. «Tu, figlia mia, sei cambiata. Non
sei più quella di un tempo. E
in verità, posso ancora chiamarti
figlia?»
«Nyx! Grande Dea! Come potrei non
essere tua figlia?»
Parlando con la Dea, Neferet non
sollevò la testa, perciò i folti
capelli ramati le coprivano
completamente il viso, nascondendo la
sua espressione.
«Stasera hai chiesto perdono. Zoey ti ha
dato una risposta. Io te
ne darò un’altra: il perdono è un dono
speciale, che bisogna
meritarsi.»
«Nyx, ti chiedo umilmente di dividere
con me questo dono
speciale», replicò Neferet.
«Quando ti meriterai il dono, lo
riceverai.» Bruscamente, la Dea
lasciò Neferet per dedicarsi al Signore
delle Spade, che la salutò con
rispetto portandosi il pugno chiuso sul
cuore. «La tua Anastasia è
libera dal dolore e dal rimpianto. Farai
anche tu la stessa scelta di
Damien, imparando a gioire nel ricordo
dell’amore avuto e
continuerai con la tua vita oppure
deciderai di distruggere ciò che lei
tanto amava in te, ossia la tua capacità
di essere allo stesso tempo
forte e compassionevole?» Tutti
osservarono Dragone, in attesa di
una risposta che non arrivò.
«Rephaim», disse la Dea.
Il Raven Mocker fissò Nyx dritto in
volto per un istante, poi chinò
la testa pieno di vergogna, pronunciando
le prime parole che gli
affollarono la mente: «Ti prego, non
guardarmi!»
Stevie Rae gli prese la mano. «Non ti
preoccupare. Non è qui per
punirti.»
«E tu come lo sai, giovane Somma
Sacerdotessa?»
La stretta di Stevie Rae sulla mano di lui
si fece spasmodica, ma la
voce della ragazza non tremò. «Perché tu
puoi vedere nel suo cuore,
e io so cosa troverai.»
«Stevie Rae, cosa pensi ci sia nel cuore
del Raven Mocker?»
«Bontà. E non credo sia più un Raven
Mocker. Suo padre l’ha
liberato, quindi penso sia un nuovo tipo
di... be’, di ragazzo come
non ce ne sono mai stati prima.»
Inciampò nelle parole ma riuscì
comunque a terminare la frase.
«Vedo che sei legata a lui», fu
l’enigmatica risposta della Dea.
«Sì», affermò decisa Stevie Rae.
«Anche se il vostro legame implica la
divisione di questa Casa
della Notte e forse persino di questo
mondo?»
«Mia mamma pota sempre le rose alla
grande e da piccola
pensavo che fosse un male e che magari
rischiava anche di ucciderle.
Quando gliel’ho chiesto, lei mi ha
spiegato che a volte bisogna
tagliare via delle parti vecchie per fare
spazio al nuovo. Magari è ora
di tagliare via qualche parte vecchia»,
rispose Stevie Rae.
Le sue parole stupirono così tanto
Rephaim che questi spostò lo
sguardo dal terreno alla ragazza. Lei gli
sorrise e, in quel momento,
lui desiderò più di ogni altra cosa di
poter ricambiare quel sorriso e
stringerla tra le braccia come un ragazzo
normale, perché nei suoi
occhi vedeva calore e amore e felicità, e
neppure la minima traccia
di rimpianto o rifiuto.
Stevie Rae gli diede la forza di guardare
la Dea e incrociare il suo
sguardo infinito.
Ciò che vide gli risultò familiare, perché
rispecchiava lo stesso
calore e amore e gioia che aveva visto
negli occhi di Stevie Rae.
Rephaim lasciò la mano di Stevie Rae
per portarsi il pugno sul
cuore nell’antico saluto formale. «Ben
trovata, Dea Nyx.»
«Ben trovato, Rephaim. Tu sei l’unico
figlio di Kalona ad avere
abbandonato la rabbia e il dolore del tuo
concepimento, e l’odio
che ha caratterizzato la tua lunga vita,
per cercare la Luce.»
«Gli altri non avevano Stevie Rae»,
replicò.
«È vero, lei ha influenzato la tua
decisione, ma tu ti sei dovuto
aprire a lei per seguire la Luce invece
della Tenebra.»
«Non è sempre stata questa la mia
scelta. In passato ho fatto cose
terribili. Questi Guerrieri hanno ragione
a volermi morto.»
«Provi rimorso per il tuo passato?»
«Sì.»
«Scegli un nuovo futuro in cui t’impegni
a seguire la mia strada?»
«Sì.»
«Rephaim, figlio del Guerriero
immortale deposto Kalona, io ti
accetto al mio servizio e ti perdono per i
peccati che hai commesso.»
«Grazie, Nyx.» La voce di Rephaim era
roca per l’emozione di
doversi rivolgere alla Dea, alla sua Dea.
«Mi ringrazierai anche se ti dico che,
benché io ti accetti e ti
perdoni, ci sono delle conseguenze da
pagare per le tue scelte del
passato?»
«Qualunque cosa succeda, io ti
ringrazierò per l’eternità. Questo
lo giuro», replicò senza esitare.
«Speriamo che tu possa avere molti anni
in cui tenere fede a
questo giuramento. Ecco dunque ciò che
ho deciso.» Nyx sollevò le
braccia, come per tenere la luna tra i
palmi delle mani, e a Rephaim
parve che raccogliesse luminosità
addirittura dalle stelle. «Poiché hai
risvegliato l’umanità che c’è in te, ogni
sera dal tramonto all’alba, io
ti faccio questo dono: la forma che
realmente meriti.» La Dea scagliò
verso di lui la luce che si era radunata
tra le sue mani.
Rephaim sussultò, sconvolto da un
dolore così terribile da farlo
urlare e crollare a terra.
Mentre giaceva lì, paralizzato, soltanto
la voce della Dea riusciva
a raggiungerlo: «Per espiare le tue
colpe, di giorno perderai la tua
vera forma e tornerai a quella del corvo,
che non conosce altro che
gli spregevoli desideri di una bestia.
Valuta bene come usare la tua
umanità. Impara dal passato e tieni a
bada la bestia. Così ho detto.
Così avvenga!» Poi la Dea spalancò le
braccia per accogliere tutti e
sentenziò gioiosa: «Lascio il resto di voi
col mio amore, se decidete
di accettarlo, e il desiderio che per
sempre benedetti siate».
Nyx scomparve in un’esplosione di luce,
talmente accecante da
lasciare Rephaim ancora più confuso.
Almeno il dolore era
diminuito, però il suo corpo sembrava
strano, poco familiare,
intorpidito... Abbassò lo sguardo verso
di sé e rimase così sconvolto
che per un momento non riuscì a capire.
Perché sono dentro un
ragazzo? Ma la domanda trovò risposta
nei singhiozzi di Stevie Rae,
che piangeva e rideva allo stesso tempo.
«Cos’è successo?» chiese Rephaim,
ancora senza capire.
Stevie Rae non sembrava in grado di
parlare perché continuava a
piangere lacrime di gioia.
Anche la Somma Sacerdotessa novizia,
Zoey Redbird, gli sorrideva
e gli tendeva la mano, per aiutarlo ad
alzarsi. «La nostra Dea ti ha
fatto diventare un ragazzo», spiegò.
Quando capì che era la verità, quasi
ricadde in ginocchio. «Sono
umano. Completamente umano.»
Rephaim osservò il fisico forte di
un giovane e alto guerriero cherokee.
«Sì, ma soltanto di sera. Di giorno sarai
completamente corvo»,
disse Zoey.
Rephaim però l’udì a malapena, perché
guardava Stevie Rae, che
fece un passo verso di lui ma poi si
fermò, esitante, mentre si
asciugava il viso.
«È... è brutto? Non vado bene?» sbottò
lui.
La vampira lo guardò dritto negli occhi.
«No. Sei perfetto.
Assolutamente perfetto. Sei il ragazzo
che abbiamo visto nella
fontana.»
«Vorresti... posso...» Rephaim non
riusciva a finire una frase,
troppo emozionato per trovare le parole
giuste, quindi preferì agire,
colmando lo spazio che lo separava da
Stevie Rae con due passi
lunghi e del tutto umani. Senza esitare, la
prese tra le braccia e fece
quello che quasi non si era consentito
neppure in sogno: si chinò a
baciarla con le proprie labbra.
Assaporò le sue lacrime e la sua risata,
e finalmente scoprì cosa significava
essere davvero felici.
Perciò fu con riluttanza che si staccò da
lei dicendo: «Aspetta,
devo fare una cosa».
Fu facile individuare Dragone Lankford.
Gli si avvicinò con
lentezza, senza movimenti bruschi, ma i
Guerrieri al suo fianco si
mossero comunque, evidentemente
pronti a combattere di nuovo
per il loro maestro.
Rephaim si fermò davanti al Signore
delle Spade, sostenendo il
suo sguardo carico di dolore e rabbia.
Annuì per indicare che capiva.
«Ti ho provocato una grandissima
perdita. Non ho scuse per ciò che
ero. Posso soltanto dire che sbagliavo.
Non ti chiedo di perdonarmi
come ha fatto la Dea.» Appoggiò a terra
un ginocchio. «Ciò che
chiedo è che tu mi consenta di ripagare
il debito di una vita che ho
con te servendoti. Se mi accetti, finché
avrò respiro, con le mie
azioni e il mio onore io tenterò di fare
ammenda per la perdita della
tua compagna.»
Dragone non replicò. Rimase a fissare
Rephaim mentre sul viso gli
passavano emozioni contrastanti: odio,
disperazione, rabbia e
tristezza. Che infine andarono a formare
una maschera di fredda
determinazione. «Alzati, mostro. Non
posso accettare il tuo
giuramento. Non sopporto di guardarti.
Non ti consentirò di
servirmi.»
«Dragone, ci pensi bene», intervenne
Zoey Redbird. «So che è
dura, so cosa significa perdere qualcuno
che si ama, ma deve
decidere come continuare a vivere, e
sembrerebbe che stia
scegliendo la Tenebra invece della
Luce.»
Lo sguardo di Dragone era crudele, la
voce gelida quando rispose
alla giovane Somma Sacerdotessa.
«Dici di sapere cosa significa
perdere un amore? Per quanto tempo hai
amato quel ragazzo
umano? Meno di dieci anni! Anastasia è
stata la mia compagna per
più di un secolo.»
Zoey sobbalzò, come se quelle parole
l’avessero ferita a livello
fisico, e Stark le fu subito accanto,
guardando preoccupato il Signore
delle Spade.
«Ed è per questo che una bambina non
può essere a capo di una
Casa della Notte. Così come non può
essere una vera Somma
Sacerdotessa, per quanto indulgente sia
la Dea», sentenziò Neferet
spostandosi accanto a Dragone e
sfiorandogli il braccio con rispetto.
«Aspetti un attimo, odiosa. Non ricordo
che Nyx abbia detto che
la perdonava. Ha parlato di se e di doni,
ma, correggetemi se
sbaglio, non c’è stato nessun: Ciao
Neferet, guarda che sei
perdonata», saltò su Afrodite.
«Tu non fai parte di questa scuola! Tu
non sei più una novizia!» le
strillò contro Neferet.
«No, lei è una Profetessa, ricorda? L’ha
detto anche il Consiglio
Supremo», ribatté Zoey in tono calmo e
saggio.
Invece di rispondere a Zoey, Neferet si
rivolse alla folla di vampiri
e novizi. «Vedete come distorcono le
parole della Dea persino pochi
minuti dopo che lei ci è apparsa?»
Rephaim sapeva che quella vampira era
malvagia, sapeva che non
era più al servizio di Nyx, ma persino
lui dovette riconoscere che
sembrava intensa e bellissima. Così
come riconobbe i tentacoli di
Tenebra che erano ricomparsi e avevano
ricominciato a scivolare
verso di lei, colmandola e alimentando
il suo bisogno di potere.
«Nessuno sta distorcendo niente»,
replicò Zoey. «Nyx ha
perdonato Rephaim e l’ha fatto diventare
umano. Ha anche
ricordato a Dragone che doveva fare una
scelta riguardo al proprio
futuro. E ha fatto sapere a lei che il
perdono è un regalo che la Dea
concede a chi se lo merita. Tutto qui.
Stiamo dicendo soltanto
questo, nient’altro.»
«Dragone Lankford, in quanto Signore
delle Spade e maestro dei
Figli di Erebo di questa Casa della
Notte, accetti questo...» Neferet
s’interruppe, guardando Rephaim con
disprezzo. «... questa
aberrazione come uno dei tuoi?»
«No. Non posso accettarlo.»
«Allora non lo posso accettare nemmeno
io. Rephaim, non ti sarà
consentito di rimanere in questa Casa
della Notte. Vattene,
immonda creatura, e vai a fare ammenda
per il tuo passato altrove.»
Il ragazzo non si mosse. Attese che
Neferet lo guardasse poi, con
calma e in modo molto chiaro, disse: «Io
ti vedo per quella che sei».
«Vattene!» strillò lei.
Rephaim si alzò e iniziò ad allontanarsi
dal Signore delle Spade e
dal suo gruppo di Guerrieri, ma Stevie
Rae gli prese la mano e lo
fermò. «Dove vai tu, vado anch’io.»
Lui scosse la testa. «Non voglio che tu
venga scacciata dalla tua
casa a causa mia.»
Un po’ timida, Stevie Rae gli sfiorò il
viso. «Ma non capisci che
per me casa è dove sei tu?»
Rephaim le prese la mano poi, non
fidandosi a parlare, annuì e
sorrise. Sorridere... che sensazione
incredibilmente piacevole!
Stevie Rae si rivolse ai presenti. «Io
vado con lui. Ho intenzione
d’iniziare una nuova Casa della Notte
nei tunnel sotto lo scalo
ferroviario. Là non è bello come qui,
però è un casino più
amichevole.»
«Non puoi creare una Casa della Notte
senza l’approvazione del
Consiglio Supremo», la rimbeccò
Neferet.
I mormorii sconvolti della folla
ricordarono a Rephaim la brezza
d’estate che si perde tra l’erba delle
antiche praterie, un suono
infinito e inutile.
La voce di Zoey Redbird si levò alta e
forte: «Se sarete guidati da
una regina vampira e accettate di tenervi
fuori dalla politica
vampira, il Consiglio Supremo vi
lascerà in pace». Sorrise a Stevie
Rae. «Guarda caso, io sono appena stata
più o meno nominata
regina. Che ne diresti se venissi con te e
Rephaim? Sceglierò sempre
l’amichevole rispetto al lussuoso, senza
dubbio.»
«Vengo anch’io», intervenne Damien
dando un’ultima occhiata
alla pira che si stava consumando.
«Scelgo un nuovo inizio.»
«Pure noi veniamo», affermò Shaunee.
«Come no, gemella. E poi la nostra
stanza qui era comunque
troppo piccola», le fece eco Erin.
«Ma torniamo a prendere la nostra
roba», aggiunse Shaunee.
«Oh, cavolo, certo!» convenne Erin.
«Merda. Lo sapevo da quando questa
serata è andata fuori
controllo. Lo sapevo e basta. È uno
schifo paragonabile al fatto che a
Tulsa non ci sia una boutique di
Nordstrom, ma potete stare certi
che io qui non ci rimango», disse
Afrodite.
E, mentre Afrodite si appoggiava al suo
Guerriero e sospirava da
vera diva, tutti i novizi rossi si
avvicinarono a Rephaim e a Stevie
Rae, piazzandosi proprio accanto a
Zoey, Stark e al resto del cerchio.
Il resto dei loro amici.
«Questo significa che non posso essere
il Poeta Laureato di tutti i
vampiri?» s’informò Kramisha unendosi
al gruppo.
«Naa! Quella è una cosa che non ti può
togliere nessuno a parte
Nyx», affermò Zoey.
«Bene. Visto che è appena stata qui e
non mi ha licenziata,
immagino che sia okay», commentò
Kramisha.
«Se ve ne andate non siete niente!
Nessuno di voi!» gridò Neferet.
«Be’, Neferet, le cose stanno così: a
volte non essere niente
assieme ai tuoi amici vuol dire essere
tutto!» replicò Zoey.
«Quello che dici non ha neanche senso»,
ribatté Neferet.
«Non ne ha per te.» Rephaim mise un
braccio intorno alle spalle
di Stevie Rae.
«Andiamo a casa», disse lei cingendo il
fianco completamente,
assolutamente umano di Rephaim.
«Mi sembra un’ottima cosa», commentò
Zoey prendendo Stark
per mano.
«A me sembra invece che avremo da
pulire per una barcata di
tempo», brontolò Kramisha mentre si
allontanavano.
«Il Consiglio Supremo dei Vampiri
verrà a conoscenza di tutto
questo», gridò Neferet.
Zoey si fermò quanto bastava a replicare
senza nemmeno voltarsi
del tutto: «Sì, bene, tanto non è difficile
contattarci. Abbiamo
Internet e tutto il resto. E poi un po’ di
noi torneranno per seguire le
lezioni. Questa è ancora la nostra
scuola, anche se non è più la
nostra casa».
«Oh, grandioso. Siamo un caso da
servizi sociali, con tanto di
mezzi di trasporto convenzionati», fece
Afrodite.
Rephaim capì di avere un’espressione
più che interrogativa
quando Stevie Rae rise e l’abbracciò.
«Non ti preoccupare. Avremo
tutto il tempo di aggiornarti sulle cose
moderne. Per adesso basta
che tu sappia che siamo insieme e che di
solito Afrodite non è tanto
carina e gentile.» Poi si alzò in punta di
piedi e lo baciò, e Rephaim
lasciò che il suo odore e il contatto con
lei coprissero le voci del
passato e il ricordo pressante del vento
sotto le ali...
CAPITOLO 24
NEFERET
Neferet fece appello a tutto il suo
autocontrollo per consentire a
Zoey e al suo patetico gruppo di amici
di lasciare la Casa della
Notte, anche se avrebbe tanto voluto
sguinzagliargli contro la
Tenebra e ridurli in poltiglia.
Perciò, in segreto e con molta
attenzione, inspirò per assorbire i
fili neri che le giravano intorno,
scivolando festanti di ombra in
ombra. Quando si sentì forte e sicura e
nuovamente padrona della
situazione, si rivolse ai suoi seguaci,
quelli rimasti nella sua Casa della Notte.
«Gioite, novizi e vampiri! La comparsa
di Nyx stanotte è stata un
segno della sua benevolenza. La Dea ha
parlato di scelte, di doni e di
strade da seguire. Purtroppo abbiamo
visto che Zoey Redbird e i
suoi amici hanno deciso d’intraprendere
un percorso che li ha
allontanati da noi e, di conseguenza, da
Nyx. Ma noi supereremo
questa prova e continueremo, pregando
la nostra misericordiosa Dea
che quegli incauti decidano di tornare
tra queste mura.» Quindi, con
un movimento quasi impercettibile,
puntò le lunghe unghie rosse in
direzione dei vampiri e dei novizi
ancora dubbiosi, che la fissavano
incerti.
La Tenebra rispose subito, individuando
i possibili oppositori,
avviluppandosi a loro, confondendo le
menti con fitte di dolore,
insinuando dubbi e paure
apparentemente immotivati.
«Adesso, ritiriamoci tutti nelle nostre
stanze e accendiamo una
candela del colore dell’elemento che
sentiamo più vicino. Sono
convinta che Nyx ascolterà queste
preghiere incanalate dagli
elementi e ci renderà più lieve questo
periodo di sofferenza e di
conflitto.»
«Neferet, e riguardo al corpo del
novizio? Non dovremmo
continuare a vegliarlo?» chiese Dragone
Lankford.
Lei fece molta attenzione a non lasciar
trapelare il disprezzo che
provava. «Fai bene a ricordarmelo,
Signore delle Spade. Quanti di
voi hanno reso omaggio a Jack con le
candele viola dello spirito
possono gettarle nella pira prima di
andarsene. I Figli di Erebo
continueranno a vegliare il corpo del
povero novizio per il resto
della notte.» In questo modo mi libererò
sia dell’energia delle
candele dello spirito sia della
scocciante presenza di tutti questi
Guerrieri, pensò.
«Come desideri, Sacerdotessa», disse
Dragone facendole l’inchino.
Neferet lo degnò a malapena di uno
sguardo. «Ora devo
ritirarmi. Ritengo che il messaggio che
mi ha rivolto Nyx avesse
molti aspetti. Alcuni li ha mormorati
solo al mio cuore, e ora ho
bisogno di tempo per riflettere. Perciò
devo pregare e meditare.»
«Quello che ha detto Nyx ti ha
infastidita?» domandò Lenobia.
Avrei dovuto saperlo che non era
rimasta perché caduta nella mia
trappola. Lei resta qui per mettermi i
bastoni tra le ruote, si disse
Neferet, che aveva già iniziato ad
allontanarsi dagli sguardi indiscreti
della Casa della Notte. Si fermò e, con
la punta delle dita, mandò la
Tenebra in direzione della Signora dei
Cavalli.
Con grande stupore di Neferet, Lenobia
si guardò in giro, come se
fosse realmente in grado di scorgere i
tentacoli.
«Sì, è vero, ciò che ha detto Nyx mi ha
infastidita», replicò brusca
la Somma Sacerdotessa, riportando su di
sé l’attenzione dei presenti.
«Ho capito che la Dea è molto in
pensiero per la nostra Casa della
Notte. L’hai sentita anche tu parlare di
una divisione nel nostro
mondo, e si è verificata. Mi stava
avvertendo. Vorrei solo avere
avuto la possibilità d’impedire che
questo accadesse.»
«Ma ha perdonato Rephaim. Non
avremmo potuto...»
«Certo, la Dea ha perdonato
quell’essere, ma questo significa forse
che dobbiamo sopportare la sua
presenza tra noi?» Con gesto
aggraziato, mosse il braccio verso
Dragone Lankford che se ne stava
tristissimo accanto alla pira del novizio.
«Il nostro Figlio di Erebo ha
fatto la scelta giusta. Purtroppo, troppi
giovani novizi sono stati
traviati da Zoey Redbird e Stevie Rae e
dalle loro parole perverse.
Come ha detto la stessa Nyx, il perdono
è un premio che bisogna
meritarsi. Auguriamoci per il bene di
Zoey che continui a godere
della benevolenza della Dea perché,
dopo le sue azioni di stasera,
temo per lei.»
Neferet accarezzò l’aria, attirando
dall’ombra altri fili di Tenebra,
che con un gesto rapidissimo scagliò
contro la folla, nascondendo un
sorriso soddisfatto quando udì i gemiti e
i sospiri pieni di dolore e
confusione. «Andate! Raggiungete le
vostre stanze, pregate e
riposate. Questa sera siamo stati tutti
messi a dura prova. Ora io vi
lascio e, come ha detto la Dea, vi auguro
che benedetti siate.»
Abbandonò in gran fretta il centro del
parco, lasciandosi colmare
dall’energia della Tenebra, che rinforzò
il suo corpo da poco
immortale e la fece viaggiare sulle ali
incolori della morte, del dolore
e della disperazione.
Ma, prima di raggiungere il Mayo
Building e il lussuoso attico in
cui sapeva, in cui era certa che Kalona
la stesse aspettando, Neferet
percepì un grande cambiamento nei
poteri che la trasportavano.
Fu il freddo a colpirla per primo.
Neferet non era sicura di aver
ordinato a quelle forze di fermarsi o se
invece fosse stato il gelo a
bloccarle; comunque fosse, si ritrovò in
mezzo all’incrocio tra Peoria
e l’Undicesima. La Tsi Sgili si rialzò e
si guardò intorno, cercando di
orientarsi. Il cimitero sulla sinistra attirò
la sua attenzione, e non solo perché
ospitava i resti in decomposizione degli
umani, fatto che la
divertiva. Percepiva che da lì stava
arrivando qualcosa. Con uno
scatto, Neferet afferrò un tentacolo di
Tenebra che si allontanava e
lo costrinse a condurla oltre l’appuntita
recinzione di ferro che
circondava il cimitero.
Di qualunque cosa si trattasse, sentiva
che la chiamava, e Neferet
si mise a correre, guizzando come un
fantasma tra le lapidi e i
monumenti in rovina che gli umani
trovavano così rasserenanti.
Infine giunse alla zona centrale, in cui
quattro ampi sentieri lastricati
convergevano a formare un cerchio dove
sventolava la bandiera
americana e splendeva l’unica luce. A
parte lui.
Ovviamente Neferet lo riconobbe subito.
Le era già capitato
d’intravedere il toro bianco, ma non si
era mai materializzato in
tutto il suo splendore e lei rimase senza
parole davanti a tanta
bellezza. Il mantello era di un bianco
luminoso, come una perla,
perfetta e seducente. Lei si tolse la
camicia che le aveva dato Stark,
denudandosi davanti allo sconvolgente
sguardo nero del toro. Poi si
lasciò cadere in ginocchio.
«Ti sei spogliata per Nyx. Ora ti spogli
per me? Sei così generosa
con tutti, regina delle Tsi Sgili?»
La voce le risuonò nella mente, oscura,
facendola rabbrividire.
«Non mi sono spogliata per lei. E tu lo
sai meglio di chiunque
altro. La Dea e io percorriamo strade
diverse: io non sono più
mortale e non desidero essere
sottomessa a un’altra femmina.»
Il gigantesco toro bianco avanzò,
facendo tremare il terreno sotto
i grandi zoccoli. Il naso non sfiorò
nemmeno la delicata pelle di lei,
limitandosi a inspirare il suo profumo e,
quando espirò, il suo fiato
circondò Neferet, accarezzandole il
corpo e risvegliando i suoi
desideri più segreti.
«Quindi, invece di essere sottomessa a
una dea, preferisci inseguire
un immortale caduto?»
Lo sguardo di Neferet si fissò negli
occhi neri e insondabili del
toro. «Kalona non significa niente per
me. Stavo andando da lui per
vendicarmi del giuramento che ha
infranto. Ne ho il diritto.»
«Lui non ha infranto giuramenti. Non era
vincolato a me. L’anima
di Kalona non è più del tutto
immortale... ne ha data via una parte.
Che stupido.»
«Davvero? Molto interessante...» Alla
notizia, il corpo di Neferet
prese a vibrare di eccitazione.
«Vedo che sei ancora infatuata di lui.»
Neferet sollevò il mento e scosse
all’indietro i lunghi capelli
ramati. «Non sono infatuata di Kalona.
Desidero solo imbrigliare e
sfruttare i suoi poteri.»
«Sei proprio una creatura magnifica, del
tutto priva di cuore.»
La lingua del toro lambì il corpo nudo di
Neferet, che tremò
eccitato per la deliziosa sofferenza. «Da
oltre un secolo non avevo
un seguace tanto fervente.
All’improvviso l’idea sembra
gradevole.»
Neferet rimase in ginocchio davanti a
lui. Con gesto lento e delicato
si allungò a toccarlo. Il manto del toro
era gelido come ghiaccio ma
liscio e scivoloso come acqua.
Il corpo del toro fremette e la sua voce
risuonò nella mente di lei,
entrandole nell’anima e facendole girare
la testa per l’intensità del
suo potere: «Ah! Avevo dimenticato
quanto può essere stupefacente
il contatto fisico quando non è obbligato.
Non mi accade spesso di
essere sorpreso e mi scopro a
desiderare di farti un grande favore, in
cambio».
«Accetterò con gioia qualunque favore
voglia farmi la Tenebra.»
«Sì, credo proprio che ti farò un dono.»
«Che dono?» replicò ansimante Neferet,
cogliendo l’ironia del
fatto che le parole della Tenebra
incarnata rispecchiassero quelle di
Nyx.
«Ti farebbe piacere se creassi per te uno
Strumento che prenda il
posto di Kalona? Potresti comandarlo a
piacimento, usarlo come
arma.»
«Sarebbe potente?» La respirazione
della Tsi Sgili era accelerata.
«Se il sacrificio è degno, lui sarà molto
potente.»
«Sacrificherei qualunque cosa alla
Tenebra. Dimmi cosa desideri
per creare questo essere e io te la darò»,
ribatté Neferet.
«Per creare lo Strumento, devo avere
tutto il sangue di una donna
dagli antichi legami con la terra, che le
siano stati trasmessi da
generazioni e generazioni di matriarche.
Più la donna è forte, pura e
anziana, più lo Strumento sarà perfetto.»
«Umana o vampira?» chiese lei.
«Umana... Sono legate alla terra in modo
più completo, dato che
il loro corpo torna alla terra molto più
rapidamente di quello dei
vampiri.»
Neferet sorrise. «So con esattezza chi
sarebbe il sacrificio perfetto.
Se mi porti da lei stasera, ti darò il suo
sangue.» Il toro piegò le
grandi zampe anteriori, per consentire a
Neferet di salirgli in groppa.
«La tua offerta mi attira, mia spietata Tsi
Sgili. Mostrami il sacrificio.»
«Desideri portarmi tu?»
Anche se lui era in ginocchio, era
comunque difficile salire su
quella schiena liscia, ma poi la Tenebra
venne in aiuto a Neferet e la
sollevò come se non pesasse niente.
«Crea un’immagine mentale del luogo
dove desideri che io ti
porti, il luogo in cui possiamo trovare il
tuo sacrificio, e io ti ci
condurrò.» Neferet si chinò in avanti,
stringendo le braccia intorno
all’immenso collo, quindi iniziò a
visualizzare dei campi di lavanda e
una deliziosa casetta in pietra
dell’Oklahoma con un’accogliente
veranda in legno e ampie finestre...
LINDA HEFFER
Linda odiava ammetterlo, ma sua madre
aveva ragione. «John
Heffer è uno su-li», sbottò, usando il
termine cherokee per
«avvoltoio», che era il modo in cui
Sylvia Redbird aveva definito
John la prima volta in cui si erano
incontrati. «Be’, è anche un
imbecille, bugiardo e traditore... un
imbecille col conto corrente in
rosso e senza libretto di risparmio»,
aggiunse soddisfatta. «Perché
oggi li ho svuotati, un attimo dopo
averlo beccato sdraiato sulla
scrivania del suo ufficio insieme con la
segretaria della parrocchia!»
Serrò le mani sul volante della Dodge
Intrepid e accese i fari
mentre riviveva mentalmente quella
scena terribile. Aveva pensato
che sarebbe stato carino fargli una
sorpresa portandogli in ufficio un
pranzo speciale preparato con le sue
mani. John ultimamente faceva
un sacco di straordinari ma, nonostante
tutte quelle ore di lavoro,
continuava a fare moltissimo
volontariato in chiesa... Linda strinse le
labbra.
Be’, adesso aveva capito cosa faceva in
realtà. O, meglio, chi si
faceva!
Avrebbe dovuto accorgersene. I segnali
c’erano tutti: aveva
smesso di prestarle attenzione, smesso
di tornare a casa, perso cinque
chili e si era persino sbiancato i denti!
Lui avrebbe cercato di convincerla a
tornare a forza di
chiacchiere. Lo sapeva che sarebbe
andata così. Aveva persino
tentato d’impedirle di scappare via dal
suo ufficio, ma non è tanto
facile inseguire qualcuno coi calzoni
calati.
«E la cosa peggiore è che non vorrebbe
farmi tornare perché mi
ama, ma solo perché così non
perderebbe la faccia.» Linda si morse il
labbro e sbatté con forza le palpebre,
rifiutandosi di piangere. «No.
La cosa peggiore è che John non mi ha
mai amata. Voleva soltanto
sembrare il marito perfetto con una
famiglia perfetta, ecco perché gli
servivo. Ma la nostra famiglia non è mai
stata perfetta... e neanche
lontanamente felice.» Aveva ragione mia
madre. E anche Zoey aveva
ragione.
Il pensiero di Zoey fu quello che
finalmente diede libero sfogo
alle lacrime. A Linda mancava
moltissimo: Zoey era la figlia cui si era
sempre sentita più vicina. Sorrise tra le
lacrime, ricordando di
quando loro due si concedevano i
weekend della stupidera,
sistemandosi assieme sul divano a
mangiare schifezze e guardare film
della serie del Signore degli Anelli o di
Harry Potter, e a volte anche
di Guerre Stellari. Da quanto non lo
facevano più? Anni. L’avrebbero
mai rifatto? Linda soffocò un singhiozzo.
Avrebbero potuto anche
adesso che Zoey era alla Casa della
Notte?
E comunque, chissà se Zoey avrebbe
voluto rivederla...
Se John avesse rovinato in modo
irreparabile il suo rapporto con
Zoey, Linda non se lo sarebbe mai
perdonato.
Quello era uno dei motivi per cui era
salita in macchina nel cuore
della notte e si era diretta a casa della
madre. Linda voleva parlarle
di Zoey, di come recuperare il rapporto
con lei. E voleva anche
trovare sostegno nella forza della madre.
Le serviva aiuto per restare
ferma sulle sue posizioni e non lasciarsi
convincere da John a
riconciliarsi con lui.
Ma soprattutto, Linda voleva sua madre.
Non importava che ormai fosse una
donna adulta. Aveva ancora
bisogno di un abbraccio, di sentirsi dire
da Sylvia che sarebbe andato
tutto bene, che aveva preso la decisione
giusta.
Linda era così persa nei suoi pensieri
che quasi non vide la svolta
per la stradina che passava tra i campi
di lavanda. Frenò di colpo,
girò a destra e rallentò. Era da più di un
anno che non andava da
quelle parti, ma non era cambiato niente
e ne fu contenta, perché
quel posto la faceva sentire di nuovo al
sicuro e normale.
In veranda, la luce era accesa, così
come una lampada all’interno.
Linda sorrise, parcheggiò e scese
dall’auto. Probabilmente era quella
lampada anni ’20 a forma di sirena che
sua madre usava per leggere
la sera tardi. Solo che per Sylvia
Redbird non era tardi. Per lei le
quattro del mattino era presto, e quasi
ora di alzarsi.
Linda stava per bussare alla porta,
quando ci vide attaccato un
biglietto profumato alla lavanda, con
sopra l’inconfondibile
calligrafia della madre.
Cara Linda, sentivo che saresti venuta
ma, non sapendo con
certezza quando, mi sono portata avanti
consegnando in anticipo
saponette, sacchettini e altre cose al
pow-wow a Tahlequah. Torno
domani. Come sempre, ti prego di fare
come se fossi a casa tua.
Spero di trovarti qui al mio ritorno. Ti
voglio bene.
Linda sospirò. Cercando di non sentirsi
delusa e scocciata, entrò.
«Non è colpa sua. Sarebbe stata qui se
io non avessi smesso di
passare a trovarla.» Era abituata
all’insolita capacità di sua madre di
sapere quando stava per ricevere visite.
«Sembra che il suo radar
funzioni ancora.»
Per un attimo restò in piedi in mezzo al
soggiorno, cercando di
decidere cosa fare. Forse sarebbe
dovuta tornare a Broken Arrow.
Forse John l’avrebbe lasciata in pace
per un po’, almeno quanto le
bastava a procurarsi un avvocato e fargli
notificare i documenti per il
divorzio.
Ma quella sera aveva concesso ai
ragazzi uno strappo alla regola,
lasciando che andassero a dormire dagli
amici una sera in settimana,
perciò non c’era nessuno a casa. Non
era necessario che rientrasse.
Linda sospirò di nuovo e stavolta sentì il
profumo di sua madre: un
misto di lavanda, vaniglia e salvia.
Odori veri di erbe vere e di
candele fatte a mano, così diversi dai
deodoranti elettrici per
ambienti che John insisteva a usare
invece di «quelle candele che
fanno fumo e quelle vecchie piante tutte
sporche».
Fu il profumo a convincerla. Linda andò
decisa in cucina, verso la
piccola rastrelliera per il vino, e prese
un buon rosso. Aveva
intenzione di bersi tutta la bottiglia e
leggere uno dei romanzi rosa di
sua madre, per poi barcollare fino alla
stanza degli ospiti. E si
sarebbe goduta ogni minuto! L’indomani
Sylvia le avrebbe dato una
tisana per far passare il mal di testa, e
l’avrebbe aiutata a capire
come rimettere in sesto la sua vita. Di
cui John Heffer non avrebbe
più fatto parte e Zoey, invece, sì.
«Heffer... che cognome stupido»,
commentò Linda versandosi un
bicchiere di vino. «Quel cognome è una
delle prime cose di cui mi
libererò!» Stava osservando la libreria,
incerta se scegliere qualcosa di osé di
Kresley Cole o di Gena Showalter,
oppure l’ultimo di Jennifer
Crusie, Maybe This Time. Sì, quello. Fu
il titolo a farla decidere:
forse, anche per lei era venuto il
momento di fare la cosa giusta.
Linda stava per mettersi comoda in
poltrona, quando udì bussare tre
volte alla porta.
A suo parere, era decisamente un’ora
folle per andare a trovare
qualcuno, ma a casa di sua madre non si
sapeva mai cosa aspettarsi,
quindi andò ad aprire.
La vampira sulla soglia era di una
bellezza incredibile, aveva un
che di familiare ed era completamente
nuda.
CAPITOLO 25
NEFERET
«Lei non è Sylvia Redbird.» Neferet
squadrò con disprezzo la
donna scialba che le aveva aperto.
«No, sono sua figlia Linda. In questo
momento mia madre non
c’è», replicò lei guardandosi
nervosamente intorno e, quando vide il
toro bianco, sgranò gli occhi e impallidì
di colpo.
«Oh! Ma è un... un... toro! Ommioddio
ma i campi sono tutti
bruciati! Venga, venga dentro, che è più
sicuro! Le trovo qualcosa da
mettere e poi chiamo la protezione
animali o la polizia o qualcuno.»
Neferet sorrise e si voltò a osservare il
toro, che se ne stava in
mezzo al campo di lavanda più vicino. A
un occhio inesperto,
poteva davvero sembrare che la
vegetazione fosse carbonizzata.
Ma Neferet non era affatto inesperta.
«Il campo non è bruciato, è congelato.
Le piante secche sembrano
scolorite come dal fuoco. Invece sono
ghiacciate», spiegò con lo
stesso tono che usava in classe, a
lezione.
«Io... io non avevo mai visto un toro fare
una cosa simile.»
Neferet guardò Linda inarcando un
sopracciglio. «A lei quello sembra
un toro normale?»
«No», mormorò la mamma di Zoey. Poi
si schiarì la voce e,
nell’evidente tentativo di avere un’aria
seria, affrontò Neferet. «Mi
scusi. Sono un po’ confusa riguardo a
quello che sta succedendo.
Ma... la conosco? Posso aiutarla?»
«Non si preoccupi. Sono Neferet,
Somma Sacerdotessa della Casa
della Notte di Tulsa, e spero davvero
tanto che lei mi possa aiutare.
Prima di tutto, mi dica quando pensa che
rientri sua madre.»
«Oh, ecco perché mi sembrava
familiare. Mia figlia Zoey
frequenta quella scuola.»
«Già, conosco Zoey molto bene.»
Neferet fece un sorriso viscido.
«Quando ha detto che rientra sua
madre?»
«Non prima di domani. Posso darle un
messaggio da parte sua? E
gradirebbe, mmm... un vestito o
qualcosa da mettersi?»
«Nessun messaggio e nessun vestito.» La
maschera di affabilità
cadde di colpo e Neferet sollevò una
mano per afferrare dei
tentacoli di Tenebra nascosti tra le
ombre che la circondavano. Poi li
scagliò contro la donna umana,
ordinando: «Legatela e portatela
fuori». Non sentendo il familiare dolore
delle ferite che
rappresentavano il pagamento per l’uso
dei fili di Tenebra, Neferet
sorrise all’enorme toro e chinò la testa
per ringraziarlo del suo
favore.
«Mi pagherai dopo, mia spietata Tsi
Sgili.» Neferet fremette,
pregustando ciò che sarebbe successo.
I patetici strilli dell’umana disturbarono
le sue fantasie, perciò
aggiunse un nuovo ordine: «E
imbavagliatela! Non posso certo
tollerare questo baccano».
Le grida di Linda s’interruppero
bruscamente com’erano
cominciate. Neferet entrò nel cerchio di
lavanda gelata intorno alla
bestia, ignorando il freddo che avvertiva
in tutto il corpo, e
raggiunse decisa il toro bianco. Gli
sfiorò un corno con un dito prima
di fargli un grazioso inchino. «Ecco il
tuo sacrificio.»
Il toro guardò oltre la sua spalla.
«Questa non è una potente matriarca.
Questa è una patetica
casalinga la cui vita è stata consumata
dalla debolezza.»
«Vero, ma sua madre è una saggia del
popolo cherokee. Nelle sue
vene scorre lo stesso sangue.»
«Diluito.»
«La puoi usare come sacrificio o no?
Può servire per creare il mio
Strumento?»
«Sì, tuttavia il tuo Strumento sarà
perfetto solo quanto il tuo
sacrificio.»
«Ma gli darai un potere che io posso
controllare?»
«Sì.»
«Allora è mio desiderio che tu accetti
questo sacrificio. Non
aspetterò la madre quando posso avere
subito la figlia, e quindi lo
stesso sangue.»
«Come desideri, mia spietata Tsi Sgili.
Mi sono stancato di tutto
questo. Uccidila in fretta e passiamo
oltre.» Neferet non replicò. Si
voltò e raggiunse l’umana. Non si
divincolava neanche. Singhiozzava
soltanto, piano, mentre i tentacoli di
Tenebra le incidevano strisce
rosse sulla bocca, sul viso e sul corpo.
«Mi serve una lama. Subito.» La mano
di Neferet si riempì di gelo
e di dolore, che presero la forma di un
lungo pugnale di ossidiana.
Con un singolo movimento, lei tagliò la
gola di Linda.
Gli occhi della donna si spalancarono e
si rovesciarono, fino a
mostrare soltanto il bianco, mentre il
sangue scivolava fuori del suo
corpo, assieme alla vita.
«Prendetelo tutto. Non sprecate neppure
una goccia.»
All’ordine del toro bianco, i tentacoli di
Tenebra fremettero
intorno alla madre di Zoey, attaccandosi
alla sua gola e a tutte le
altre ferite, quindi iniziarono a
succhiare. Incantata, Neferet vide che
ciascun tentacolo aveva un filo che
tornava al toro, dissolvendosi nel
suo corpo, nutrendolo di sangue umano.
Il toro gemette di piacere.
Quando l’umana fu solo un guscio vuoto
e il toro sospirò
soddisfatto, gonfio di morte, Neferet si
diede alla Tenebra nel modo
più totale e assoluto.
HEATH
«Vai, vai, vai, Neal!» Heath lanciò la
palla al ricevitore con la
maglia dei Golden Hurricane di Tulsa e
sulla schiena il nome
SWEENEY.
Sweeney dribblò un gruppetto di ragazzi
con la divisa viola e
crema dell’Oklahoma University per
andare in touchdown.
Heath sollevò il pugno. «Sììì! Sweeney
potrebbe acchiappare un
moscerino sulla schiena di una mosca!»
«Ti stai divertendo, Heath Luck?»
Sentendo la voce della Dea, Heath smise
di esultare e rivolse a
Nyx un sorriso un po’ colpevole. «Sì,
già, qui è grandioso. Non si
smette mai di giocare, inoltre ho dei
ricevitori fantastici e grande tifo e,
quando mi stufo del football, appena in
fondo alla strada c’è quel
lago... È pieno di spigole da far piangere
di gioia un pescatore
professionista.»
«E le ragazze? Non vedo tifose e
nemmeno pescatrici.»
Il sorriso di Heath si affievolì.
«Ragazze? No. Io ce l’ho già una
ragazza, e non è qui. Ma questo lo sai,
Nyx.»
Il sorriso di Nyx era radioso. «Stavo
solo controllando. Vorresti
sederti a parlare con me un momento?»
«Sì, certo.»
A un gesto di Nyx, lo stadio da college
vecchio stile scomparve e,
all’improvviso, Heath si ritrovò
sull’orlo di un precipizio in cima a
un canyon immenso e talmente profondo
che il fiume che scorreva
sul fondo sembrava una sottile striscia
d’argento. Il sole sorgeva
sull’altro lato del crinale e il cielo era
pieno delle sfumature viola,
rosa e azzurre di una nuova splendida
giornata.
Con la coda dell’occhio, Heath colse un
movimento e si girò in
quella direzione: centinaia – forse
migliaia – di sfere scintillanti
rotolavano giù nel burrone, alcune simili
a perle elettriche, altre a
geode tondeggianti, mentre altre ancora
erano di colori fluorescenti
così vivaci da far quasi male agli occhi.
«Wow! È magnifico qua
sopra! Cosa sono?» domandò Heath.
«Spiriti», rispose Nyx.
«Davvero? Tipo fantasmi?»
«Un po’. Diciamo tipo te», replicò Nyx
con un caldo sorriso.
«Che strano! Io non somiglio per niente
a quelle cose. Io somiglio
a me.»
«In questo momento sì.» Heath si guardò
per controllare di essere
ancora, be’, lui. Accertatosi che fosse
tutto a posto, tornò a fissare la Dea.
«Devo prepararmi a cambiare?»
«Questo dipende solo da te. Come si
dice nel tuo mondo, ho una
proposta da farti.»
«Grandioso! Che figata ricevere una
proposta da una Dea!» Nyx
gli diede un’occhiataccia. «Non quel
tipo di proposta.»
«Oh. Uh. Scusa.» Heath si sentì la faccia
bollente. Cavolo se era
scemo! «Non intendevo mancarti di
rispetto. Stavo solo scherzando,
cioè...» S’interruppe, asciugandosi il
viso con una mano.
La Dea, però, gli sorrideva divertita.
«Okay», riprese il ragazzo, sollevato
che non l’avesse incenerito
con un lampo o roba simile. «Riguardo a
quella proposta?»
«Ottimo. È bello sapere di avere tutta la
tua attenzione. Bene, io
ti progongo di scegliere.» Heath sbatté
le palpebre. «Scegliere? Tra
cosa?»
«Sto per darti la possibilità di scegliere
fra tre futuri diversi. Prima
di scoprire quali sono le alternative,
però, devi sapere che, una volta
intrapreso un cammino, il risultato finale
resta aperto. L’unica cosa
fissa e determinata è la tua decisione.
Ciò che accadrà poi è lasciato
al caso e al destino, oltre che alle
risorse della tua anima.»
«Okay, credo di aver capito: mi stai
dicendo che dovrò scoprire
più o meno da solo come percorrere la
strada che scelgo?»
«Con la mia benedizione», aggiunse la
Dea.
Heath sogghignò. «Be’, lo spero bene.»
Nyx però rimase
incredibilmente seria. «Io ti darò la mia
benedizione, ma solo se
continuerai sul mio cammino. Non posso
benedire un futuro in cui
scegli la Tenebra.»
«E perché dovrei farlo? Non ha mica
senso», ribatté Heath.
«Ascoltami con attenzione, figlio mio, e
valuta le scelte che ti
offro. Solo allora capirai.»
«Okay», disse lui, anche se c’era
qualcosa nel tono della Dea che
gli aveva fatto annodare lo stomaco.
«La prima alternativa è che tu rimanga in
questo regno. Ti sentirai
soddisfatto, come sei stato finora, e ti
divertirai spensierato assieme
agli altri miei figli.»
«Soddisfatto non significa felice. Sono
un atleta, ma questo non
vuol dire che sono stupido», commentò
sottovoce il ragazzo.
«Certo che no. Alternativa numero due:
rinasci. Questo significa
che potresti rimanere qui a divertirti per
un secolo o anche più, ma
alla fine salterai da questo precipizio
per ritornare al regno mortale
come essere umano, che alla fine
incontrerà di nuovo la sua anima
gemella.»
«Zoey!» Heath si chiese come mai gli ci
fosse voluto tanto per
ricordare il suo nome. Cosa c’era che
non andava in lui? Perché
l’aveva dimenticata? Perché non
aveva...
Nyx gli sfiorò delicatamente il braccio.
«Non essere così severo
con te stesso. L’Aldilà può avere un
effetto inebriante. Non hai
dimenticato il tuo amore, non potresti
mai. Hai soltanto lasciato che
il bambino che è in te prendesse il
sopravvento per un po’. Alla fine
avrebbe lasciato spazio all’adulto e ti
saresti ricordato di Zoey e del
tuo amore per lei. In circostanze
normali, è così che vanno le cose.
Ma, al giorno d’oggi, il mondo non è
normale e non lo sono
nemmeno le circostanze in cui ci
troviamo. Perciò ho intenzione di
chiedere al bambino che è in te di
crescere un po’ più in fretta, se
sarà questo che deciderai.»
«Se ha a che vedere con Zo, rispondo
subito di sì.»
«Ascoltami bene, Heath Luck. Se decidi
di rinascere come essere
umano, ritroverai la tua Zoey, questo te
lo prometto. Tu e lei siete
destinati a stare insieme, come vampira
e compagno o vampira e
consorte. Succederà, e tu puoi scegliere
se farlo accadere in questa
vita.»
«Allora io...» La mano sollevata della
Dea lo zittì. «Esiste una terza
opzione: mentre io parlo con te, il
mondo mortale sta cambiando.
La grande ombra della Tenebra si sta
diffondendo sempre di più. Per
questo motivo, bene e male non sono più
in equilibrio.»
«Be’, non puoi semplicemente
intervenire tu e sistemare le cose?»
«Sì, se non avessi fatto dono ai miei
figli del libero arbitrio.»
«Sai, a volte la gente è stupida e ha
bisogno che le si dica cosa
fare», replicò Heath.
L’espressione di Nyx rimase seria, ma i
suoi occhi scuri
scintillavano. «Se cominciassi a togliere
il libero arbitrio e a
controllare le decisioni dei miei figli e
delle mie figlie, dove
andremmo a finire? Non sarei diversa da
un burattinaio che gioca
con le marionette.»
Heath sospirò. «Immagino che tu abbia
ragione. Insomma, sei una
dea e tutto il resto, quindi sono sicuro
che tu sappia di cosa stai
parlando, però non sembra facile.»
«Raramente facile significa anche
migliore.»
«Già, lo so. Ed è uno schifo. Allora,
com’è la storia della mia terza
alternativa? Stavi cercando di dirmi che
ha a che vedere col bene e il
male?»
«Proprio così. Neferet è diventata
immortale, una creatura della
Tenebra. Stanotte si è alleata col male
allo stato più puro che si
possa manifestare nel regno mortale,
cioè col toro bianco.»
«Quello lo conosco. Ho visto una cosa
del genere che cercava di
raggiungerci non appena sono morto.»
Nyx annuì. «Sì, il toro bianco è stato
risvegliato dalle alterazioni
dell’equilibrio tra bene e male nel
mondo mortale. Era da un tempo
lunghissimo che non si spostava da un
regno all’altro come sta
facendo adesso.» La Dea rabbrividì.
«Cosa sta succedendo? Cosa fanno là
sotto?» domandò Heath
preoccupato.
«Il toro bianco sta per donare a Neferet
uno Strumento, un essere
vuoto, tipo un automa, creato dalla
Tenebra attraverso un terribile
sacrificio unito a lussuria, avidità, odio
e dolore. Lei potrà
controllarlo in modo assoluto e sarà la
sua arma decisiva, o almeno
è ciò che spera. Vedi, Heath, se il
sacrificio fosse stato perfetto, lo
Strumento sarebbe stato un’arma
praticamente invincibile. Ma c’è un
punto debole, ed è lì che entra in gioco
la tua scelta.»
«Non ci arrivo», replicò il ragazzo.
«Lo Strumento dovrebbe essere una
macchina priva di anima
tuttavia, dato che il sacrificio che ha
alimentato la sua creazione non
era perfetto, io sono in grado d’influire
su di lui.»
«Come se avesse un tallone d’Achille?»
«Sì, più o meno. Se dovessi scegliere
questa terza alternativa,
userei la falla nella creazione di
quell’essere per inserire la tua anima
nello Strumento altrimenti vuoto.»
Heath sbatté le palpebre, cercando di
capire bene l’enormità di
quanto stava dicendo la Dea. «Ma lo
saprei, di essere io?»
«Quando le anime rinascono,
mantengono solo l’essenza più pura
di ciò che sono. Quella non scompare
mai, per quante vite possa
prevedere il ciclo della rinascita. E,
ovviamente, se dovesse essere
questa la tua scelta, conosceresti anche
l’amore. Pure quello non
scompare mai. Può solo essere represso,
ignorato o evitato.»
«Aspetta, rallenta un attimo. Questo
mostro è nel mondo di
Zoey? In questo momento?»
«Sì, verrà creato stanotte, nel moderno
mondo di Zoey.»
«Da Neferet, la nemica di Zo?»
«Sì.»
«Quindi Neferet ha intenzione di usare
quell’affare contro la mia
Zo?» Heath cominciava ad arrabbiarsi
sul serio.
«Sono sicura che sia proprio così»,
convenne Nyx.
«Mmm... Con me dentro di lui ci può
provare ma non andrà
molto lontano.»
«Prima che tu prenda la decisione finale,
c’è una cosa che devi
comprendere: tu non saresti il ragazzo
che conosci. Heath non ci
sarà più. Rimarrà la tua essenza, non i
tuoi ricordi. E vivrai
all’interno di un essere creato per
distruggere ciò che più ami.
Potresti benissimo soccombere alla
Tenebra.»
«Nyx, facciamola breve: Zo ha bisogno
di me?»
«Sì.»
«Allora scelgo la terza opzione. Voglio
essere messo nello
Strumento», sentenziò Heath.
Il sorriso di Nyx era radioso. «Sono
orgogliosa di te, figlio mio.
Sappi che torni nel mondo moderno con
una mia benedizione
molto speciale.» Dall’aria sopra di sé,
la Dea prese qualcosa che a
Heath sembrò un filo d’argento, così
luminoso e splendido da farlo
rimanere senza fiato. Sotto il tocco
leggero delle dita della Dea, il
filo diventò una sfera grande come una
monetina che splendeva di
una luce antica e speciale, simile a un
pezzo di selenite illuminata
dall’interno.
«Wow, che figata! Cos’è?»
«Magia del tipo più antico. Nel mondo
moderno è presente solo
di rado, perché risente molto
dell’eccessiva civilizzazione. Ma sarà
l’antica magia del toro bianco a creare
lo Strumento, perciò è giusto
che sia presente anche la mia magia
antica.»
Mentre Nyx continuava a parlare, la sua
voce assunse un tono
cantilenante che sembrò unirsi alla
bellezza della sfera,
completandola.
Una finestra nell’anima per vedere
Luce e Magia che assieme a te voglio
inviare.
Sii forte, sii coraggioso e fa’ la scelta
giusta,
anche se la voce della Tenebra schiocca
come frusta.
Sappi che da quassù osservo con grande
fervore
e che sempre e comunque la risposta è
amore!
La Dea scagliò verso di lui la sfera
d’argento che riempì gli occhi
di Heath, accecandolo con la sua luce
magica e facendolo barcollare
all’indietro. All’improvviso, lui si
accorse di star ruzzolando oltre
l’orlo del dirupo, precipitando giù, giù,
giù...
CAPITOLO 26
NEFERET
Neferet aveva male ovunque, ma non le
importava. La verità era
che il dolore le piaceva. Prese un
profondo respiro, attirando
automaticamente a sé quanto restava del
potere del toro e che stava
scivolando tra le ombre formate dal
chiarore che precedeva l’alba.
La Tenebra le aveva dato forza.
Ignorando il sangue ormai secco che
le copriva la pelle, si alzò.
Il toro l’aveva lasciata sul terrazzo del
suo attico. Kalona non
c’era. Ma questo ormai contava poco
per lei. Non lo voleva più
perché, dopo quella sera, non ne
avrebbe più avuto bisogno.
Neferet si rivolse a nord, la direzione
legata all’elemento terra.
Sollevò le braccia e iniziò a intessere
nell’aria invisibili e potenti fili di magia
antica e di Tenebra. Poi, con voce priva
di emozione,
pronunciò l’incantesimo che le aveva
insegnato il toro.
Da terra e sangue sei nato,
su un patto con la Tenebra ho giurato,
colmo di potere udirai la mia voce
soltanto perché la tua vita è mia, e
questo è quanto.
Completa l’impegno di stanotte del toro
e della sua terribile luce oscura fa’
sempre tesoro!
La Tsi Sgili scagliò davanti a sé
l’inferno di Tenebra che le si era
avviluppato alle mani.
Non appena toccò il pavimento del
terrazzo, la massa informe
esplose per poi assumere una forma
simile a una colonna luminosa –
dalla tinta che tanto le ricordava il
manto color perla del toro
bianco – che ondeggiava, si contorceva,
si trasformava...
Neferet assistette affascinata alla
creazione dello Strumento. Era
bellissimo, un giovane davvero
splendido, alto e forte. Una persona
normale non avrebbe visto in lui
neppure la minima traccia di
Tenebra. La pelle era liscia e priva di
difetti, i capelli erano lunghi,
folti e biondi come il grano d’estate,
aveva lineamenti magnifici...
insomma, in apparenza era
assolutamente impeccabile.
«Inginocchiati e ti darò un nome.» Lui
obbedì all’istante,
appoggiando un ginocchio a terra.
Neferet sorrise e posò la mano sporca di
sangue sulla setosa testa
bionda. «Ti chiamerò Aurox, in ricordo
del toro primigenio.»
«Sì, padrona, io sono Aurox», replicò
lui.
Neferet iniziò a ridere, a ridere, a
ridere, senza curarsi del fatto
che la sua voce fosse venata di follia e
isterismo, senza curarsi di aver lasciato
Aurox in ginocchio sul terrazzo in attesa
del suo ordine
successivo.
E senza accorgersi che, mentre lei si
allontanava, Aurox la
osservava con occhi che splendevano di
una luce antica e speciale,
simili a pezzi di selenite illuminati
dall’interno...
ZOEY
«Sì, lo so che Nyx l’ha perdonato e l’ha
trasformato in un
ragazzo. Cioè, più o meno: non so tu, ma
io non conosco altri
ragazzi che di giorno diventano corvi.»
Stark sembrava stanchissimo,
però non abbastanza da smettere di
preoccuparsi.
«È la conseguenza delle cose cattive che
ha fatto», gli dissi
rannicchiandomi contro di lui e
cercando d’ignorare il poster di
Jessica Alba appeso alla parete. Stark e
io avevamo occupato la
stanza di Dallas nei tunnel sotto lo scalo
ferroviario. Io avevo usato
gli elementi per eliminare un po’ di
sporcizia, mentre gli altri si erano dati
da fare con un sacco di pulizie vecchio
stile. Ci sarebbe voluto
ancora parecchio per sistemare per
bene, ma perlomeno era
abitabile e soprattutto si trattava di una
Zona Neferet-Free.
«Giusto, però è comunque strano che
fino a poco tempo fa fosse
ancora il figlio prediletto di Kalona e un
Raven Mocker», continuò
Stark.
«Ehi, non sto dicendo che hai torto.
Anche a me suona strano,
però mi fido di Stevie Rae e lei lo ama.
E lo amava anche prima che
sparissero becco e piume. Cavolo! Devo
farmi raccontare tutto.»
M’interruppi. «Chissà cosa sta
succedendo tra loro in questo
momento.»
«Non molto. Il sole è appena sorto. È
ridiventato corvo. Ehi,
Stevie Rae ti ha detto se aveva
intenzione di metterlo in una
gabbietta?» Gli diedi un pugno.
«Cretino!»
«Per me sarebbe logico.» Sbadigliò.
«Qualunque cosa decida di
fare, dovrai aspettare fino al tramonto
per scoprirlo.»
«È arrivata l’ora di fare la nanna,
piccolino?» gli chiesi
sogghignando.
«Piccolino? Stai facendo la furba,
ragazza?» Ridacchiai. «La furba?
Sì, certo. Che ti credevi?»
«Aye, wumman, vieni un po’ qui!» Stark
iniziò a farmi un mega
solletico e cercai di vendicarmi
tirandogli i peletti sulle braccia. Strillò
(come una ragazzina) e poi la faccenda
si trasformò in un incontro di
wrestling in cui io, non so come, finii
bloccata. «Ti arrendi?» mi
chiese. Con una mano mi stringeva
entrambi i polsi e mi teneva le
braccia sopra la testa, facendomi
ulteriore solletico alle orecchie col
respiro affannato.
«Neanche per sogno; tu non sei il mio
padrone.» Mi divincolai
(inutilmente). Okay, lo ammetto, non è
che mi stessi impegnando
molto per liberarmi. Voglio dire, era
sopra di me e non mi faceva
male – come se Stark potesse mai farmi
del male – ed era super sexy
e io l’amavo. «A essere sincera, ci sto
andando piano con te. Mi
basterebbe chiamare i miei fighissimi
poteri elementali e il tuo bel
sederino verrebbe preso subito a calci.»
«Bello, eh? Pensi che il mio sedere sia
bello?»
«Forse. Ma questo non significa che non
chiamerei gli elementi
per farlo prendere a calci», replicai
cercando di non sorridere.
«D’accordo, allora sarà meglio che te lo
impedisca tenendoti
occupata la bocca.» Quando iniziò a
baciarmi, pensai che era strano
e allo stesso tempo fantastico che una
cosa così piccola, appena un
bacio, potesse darmi così tanto. Le sue
labbra sulle mie erano
morbide e in grande contrasto col suo
corpo forte. Poi tutte quelle
considerazioni scivolarono via, perché
il suo bacio mi fece proprio
smettere di pensare in assoluto.
Riuscivo soltanto a percepire il suo
corpo, il mio corpo, il nostro piacere.
Quindi non pensai che mi stava tenendo
ancora bloccata per i
polsi con le braccia sopra la testa. Non
pensai quando la sua mano
libera s’infilò sotto l’enorme maglietta
da Superman che portavo
come pigiama. E continuai a non pensare
quando le sue dita si
spostarono sopra le mie mutande. Iniziai
a pensare solo quando il
suo bacio cambiò. Passò da morbido e
profondo a violento. Troppo
violento. Come se all’improvviso stesse
morendo di fame e io fossi
stata il cibo che metteva fine a quella
tortura.
Tentai di liberare i polsi, ma la sua
stretta era troppo forte.
Voltai la testa e le sue labbra mi
disegnarono un sentiero bollente
sul collo. Cercavo di riavviare il
cervello, di capire cosa fosse a darmi
tanto fastidio, quando lui mi morse.
Forte.
Non fu un morso come quello sull’isola
di Skye. Allora era stato
un gesto condiviso. Una cosa che
desideravamo entrambi. Stavolta
era rozzo e possessivo e decisamente
non condiviso.
«Ahi! Stark, mi fai male!» Stortai i polsi
e riuscii a liberare una
mano, così finalmente potei provare a
spingerlo via.
Lui gemette e si strofinò contro di me,
come se non mi avesse
nemmeno udita. Sentii di nuovo i suoi
denti sulla pelle e stavolta
strillai, incanalando verso di lui un
sacco di pensieri tipo: Piantala!
Mi fai male sul serio!
Solo allora lui si sollevò a incrociare il
mio sguardo. Per meno di
un secondo, nei suoi occhi scorsi una
strana scintilla che mi mise i
brividi.
Mi tirai indietro, Stark sbatté le
palpebre e mi guardò con
un’espressione interrogativa che diventò
subito sconvolta. Mi lasciò
immediatamente il polso.
«Merda! Zoey, scusa, mi dispiace. Gesù,
scusami! Stai male?»
Mi stava tastando in modo quasi
isterico, perciò mi tolsi le sue
mani di dosso, guardandolo storto.
«Come sarebbe a dire ’stai male’? Che
cavolo hai in testa? Eri
troppo violento!»
Stark si passò una mano sul viso. «Io
non me ne sono reso conto...
non so perché...»
S’interruppe, prese un bel respiro e
ricominciò: «Scusa. Non
sapevo che ti stavo facendo male».
«Mi hai morso.»
«Sì, be’, in quel momento sembrava una
buona idea.»
«Faceva male», replicai
massaggiandomi a mia volta il collo.
«Fammi vedere.»
Spostai la mano e lui mi studiò il collo.
«È un po’ rosso, tutto qui.»
Si chinò a baciarmi il punto dolorante
con infinita delicatezza, poi
aggiunse: «Ehi, non pensavo di averti
morsa tanto forte. Sul serio,
Zy».
«Sul serio, Stark, invece era così. E non
mi hai lasciato i polsi
quando te l’ho chiesto.» Stark emise un
lungo respiro. «Okay,
d’accordo, farò in modo che non
succeda più. È solo che ti voglio
così tanto e tu mi piaci così tanto...»
«... che non riesci a controllarti? Ma che
cavolo stai dicendo?»
«No! No, non è così. Zoey, non pensarlo
neanche. Io sono il tuo
Guerriero, il tuo Guardiano... è mio
dovere proteggerti da chiunque
possa farti del male.»
«Questo include anche te?» chiesi.
Lui cercò di sostenere il mio sguardo,
con gli occhi colmi di
confusione, tristezza e amore, tanto
amore. «Questo include anche
me. Pensi davvero che potrei farti del
male?»
Sospirai. Gli stavo facendo una menata
colossale... e per cosa?
Okay, si era lasciato trasportare, mi
aveva bloccato i polsi, mi aveva
morsa e non si era messo sull’attenti
nell’istante in cui gli avevo
detto di piantarla. Dopo tutto era un
maschio. Com’è quel vecchio
detto? Se ha le ruote o i testicoli, ti darà
dei problemi.
«Davvero, Zoey. Non permetterei a
nessuno di farti del male. Ti
ho fatto un giuramento, e poi ti amo e...»
Gli posai un dito sulle labbra,
zittendolo. «Okay, basta. Non
penso che lasceresti che mi si faccia del
male. Sei stanco. Il sole è
sorto. Abbiamo avuto una giornata
pazzesca. Mettiamoci a dormire
e accordiamoci su ’basta morsi’.»
«A me sta benissimo.» Stark spalancò le
braccia. «Ti va di venire
qui?»
Annuii e mi appiccicai a lui. Il suo tocco
era normale: forte e
deciso, ma molto, molto delicato.
«Ho dei problemi quando dormo», disse
un po’ esitante.
«Lo so, dato che dormo con te. È
abbastanza evidente.» Gli baciai
la spalla.
«Stavolta non hai intenzione di
chiedermi se voglio andare in
terapia da Dragone Lankford?»
«Lui è rimasto là. Non ha lasciato la
Casa della Notte insieme con
noi», replicai.
«Nessuno dei prof l’ha fatto. Anche
Lenobia è rimasta, e sai che ci
spalleggia al cento per cento.»
«Sì, ma lei non può piantare lì i cavalli,
e qui proprio non li
possiamo portare. E poi per Dragone è
diverso. Lui mi sembra
diverso. Non ha voluto perdonare
Rephaim anche se in pratica Nyx
gli aveva detto di farlo.»
Stark annuì. «È stato davvero brutto.
Però, sai, neanch’io sarei
tanto contento di perdonare uno che ti
avesse uccisa.»
«Sarebbe come per me perdonare
Kalona per Heath», convenni
sottovoce.
Stark mi abbracciò più stretta. «E
potresti farlo?»
«Non lo so. Sinceramente non so...»
esitai, inciampando nelle
parole.
«Coraggio, continua. A me puoi dire
tutto.» Intrecciai le dita alle
sue. «Nell’Aldilà, quando tu eri... sì,
be’... morto, c’era Nyx.»
«Sì, me l’hai detto. Ha fatto in modo che
Kalona pagasse per il
debito che aveva con te, facendomi
tornare a vivere.»
«Già, quello che non ti ho detto, però, è
che, di fronte a Nyx,
Kalona faceva il sentimentale. Le ha
chiesto se l’avrebbe mai
perdonato.»
«E la Dea cos’ha risposto?»
«Gli ha detto di chiederglielo di nuovo
se mai fosse stato degno
del suo perdono. A dire il vero, Nyx si è
comportata in modo molto
simile a stasera, quando ha parlato con
Neferet.»
Stark sbuffò. «Non un buon segno né per
Neferet né per Kalona.»
«Già. In ogni caso, la risposta che darei
sul perdonare Kalona
somiglia molto a quella che ha dato Nyx
a lui e a Neferet... cioè,
non che io mi creda una dea o roba
simile, ma penso che il perdono,
quello vero, sia un dono che ci si deve
meritare. In ogni caso, non
penso che Kalona deciderà mai di
chiedere perdono a me, quindi...»
«Però stasera ha liberato Rephaim.»
Stark sembrava nel bel mezzo
di un conflitto di emozioni... come lo
capivo, anch’io mi sentivo
così!
«Ci ho riflettuto e l’unica conclusione
cui sono arrivata è che in
qualche modo liberare Rephaim
costituisce un vantaggio per
Kalona», dissi.
«Quindi dobbiamo tenere d’occhio
Rephaim», concluse Stark.
«Hai intenzione di dirlo a Stevie Rae?»
«Sì, però lei lo ama.» Annuì di nuovo.
«E non sempre quando si
ama qualcuno lo si vede in modo
oggettivo.» Mi tirai indietro
quanto bastava per dargli
un’occhiataccia. «Cos’è, parli per
esperienza?»
«No, no, no», si affrettò a rispondere
aggiungendo un sorrisetto
da sbruffone stanco. «Non per
esperienza.» Stark mi tirò dolcemente
a sé e tornai a rannicchiarmi contro di
lui. «Adesso è ora di dormire.
Metti giù quella testaccia, wumman, e
lasciami riposare.»
«Okay, fai davvero impressione da tanto
sembri Seoras.» Alzai lo
sguardo verso Stark, scuotendo la testa.
«Guarda che se ti fai crescere
una barbetta da capra come la sua ti
licenzio subito.»
Stark si accarezzò il mento come stesse
considerando l’idea. «Non
mi puoi licenziare. Ho un contratto a
vita.»
«Allora smetterò di baciarti.»
«Niente barba per me, lassie.» Sorrise.
In fondo ero proprio felice che avesse
«un contratto a vita», e
speravo significasse che avrebbe avuto
il suo «lavoro» per molto,
molto tempo. «Ehi, senti se ti va: tu ti
addormenti per primo e io
resto sveglia per un po’. Stasera farò io
la guardia al Guardiano»,
aggiunsi accarezzandogli la guancia.
«Grazie», disse in tono molto più serio
di quanto mi sarei
aspettata. «Ti amo, Zoey Redbird.»
«Ti amo anch’io, James Stark.»
Stark mi baciò il complesso tatuaggio
sul palmo della mano.
Quando chiuse gli occhi e cominciò a
rilassarsi, gli passai le dita tra i folti
capelli castani, chiedendomi per un
istante se e quando Nyx
avrebbe fatto aggiunte ai miei incredibili
tatuaggi. Mi aveva dato dei
Marchi, li aveva cancellati per poi
restituirmeli quando ero tornata
dall’Aldilà. Magari adesso erano
completi e non ne avrei avuti altri.
Stavo cercando di decidere se fosse un
bene oppure no, quando le
palpebre mi diventarono troppo pesanti
per continuare a tenere gli
occhi aperti. Pensai di chiuderli almeno
per un pochino. In fondo
Stark stava dormendo tranquillo, quindi
forse non sarebbe successo
niente...
I sogni sono proprio strani. Stavo
sognando di volare tipo
Superman, sapete, con le braccia tese in
avanti, e nella testa mi
risuonava la colonna sonora dei film
vecchi, quelli col superfavoloso
Christopher Reeve, quando cambiò tutto.
La musica venne sostituita dalla voce di
mia mamma. «Sono
morta!» diceva.
«Sì, Linda, è così», interveniva subito la
voce di Nyx.
Mi si annodò lo stomaco. È un sogno. È
solo un brutto incubo!
cercai di convincermi.
«Abbassa lo sguardo, figlia mia. È
importante che tu sia
testimone.» Quando la dea mi bisbigliò
nella mente capii che la
realtà si era infilata nel mondo dei
sogni.
Non volevo, non volevo proprio, però
obbedii.
Sotto di me c’era quello che avevo
cominciato a considerare
l’ingresso al regno di Nyx: l’immensa
Tenebra in cui mi ero lanciata
per riportare il mio spirito nel corpo e,
su una zona di terra battuta,
un arco di pietra, oltre il quale si
estendeva il magico bosco della
Dea, con l’etereo albero dei desideri,
versione amplificata di quello
dove Stark e io avevamo legato i nostri
sogni durante quella
splendida giornata sull’isola di Skye.
E, appena oltre l’arco, c’era la mia
mamma, proprio di fronte a
Nyx.
«Mamma!» gridai, ma né lei né la Dea
reagirono al suono della
mia voce.
«Sii una testimone silenziosa, figlia
mia.»
Così volteggiai sopra di loro e guardai,
mentre lacrime silenziose
mi bagnavano il viso.
Con voce flebile e impaurita, mia
mamma chiese: «Allora Dio è
una donna? O i miei peccati mi hanno
mandata all’inferno?»
Nyx sorrise. «Qui non ci preoccupano i
peccati del passato. Qui,
nel mio Aldilà, badiamo unicamente al
tuo spirito e a quale sostanza
sceglie di portare con sé: la Luce o la
Tenebra. In verità è una cosa
molto semplice.»
La mamma si mordicchiò un labbro per
un attimo. «E il mio cosa
porta, Luce o Tenebra?»
Il sorriso di Nyx non si affievolì. «Devi
dirmelo tu, Linda. Cos’hai
scelto?»
Vedendo mia madre che scoppiava a
piangere, mi si strinse il
cuore. «Ho paura di essere stata dalla
parte del male fino a
pochissimo tempo fa.»
«C’è una grande differenza tra essere
deboli ed essere malvagi»,
spiegò Nyx.
La mamma annuì. «Sono stata debole.
Non è che lo volessi, ma la
mia vita era come una valanga che
rotolava giù da una montagna, e
io non riuscivo a trovare il modo di
fermarla e tirarmene fuori. Però
adesso, alla fine, ci volevo provare. È
per questo che ero a casa di
mia madre. Volevo riprendermi la mia
vita e riunirmi a mia figlia
Zoey. Lei è...»
S’interruppe e sgranò gli occhi. «Tu sei
Nyx, la Dea di Zoey!»
«Sì, sono proprio io.»
«Oh! Allora un giorno anche Zoey verrà
qui?» Mi abbracciai da
sola per farmi coraggio. Mi voleva
bene. La mamma mi voleva bene
davvero.
«Ci verrà, anche se spero che questo
accadrà solo tra tanti,
tantissimi anni.»
Timorosa, la mamma chiese: «Potrei
entrare ad aspettarla?»
«Certo.» Nyx allargò le braccia e
sentenziò: «Benvenuta
nell’Aldilà, Linda Redbird. Lasciati alle
spalle dolore, rimpianti e
tristezza, e porta con te l’amore. Sempre
amore».
A quel punto, la mamma e Nyx
scomparvero in un lampo
accecante.
Mi svegliai, sdraiata sul bordo del letto,
le braccia intorno al
petto, che piangevo come una fontana.
Stark si svegliò subito. «Cosa c’è?» Mi
si avvicinò, abbracciandomi.
«È la... la mia mamma. Lei è... è morta»,
singhiozzai. «Sai, mi
voleva bene davvero.»
«Ma certo che ti voleva bene, Zy!»
Chiusi gli occhi e mi lasciai
consolare da Stark, piangendo per buttar
fuori dolore, rimpianti e
tristezza, finché ciò che rimase fu
l’amore. Sempre amore.
Questa è la fine...
per ora.
Document Outline
RINGRAZIAMENTI
CAPITOLO 1
NEFERET
CAPITOLO 2
NEFERET
CAPITOLO 3
ZOEY
CAPITOLO 4
ZOEY
CAPITOLO 5
STEVIE RAE
CAPITOLO 6
JACK
CAPITOLO 7
REPHAIM
CAPITOLO 8
STEVIE RAE
CAPITOLO 9
ZOEY
CAPITOLO 10
ZOEY
STARK
CAPITOLO 11
KALONA
STARK
CAPITOLO 12
REPHAIM
CAPITOLO 13
STEVIE RAE
CAPITOLO 14
REPHAIM
STEVIE RAE
CAPITOLO 15
ZOEY
CAPITOLO 16
STEVIE RAE
CAPITOLO 17
STEVIE RAE
CAPITOLO 18
REPHAIM
CAPITOLO 19
ZOEY
CAPITOLO 20
ZOEY
CAPITOLO 21
ZOEY
CAPITOLO 22
STEVIE RAE
CAPITOLO 23
REPHAIM
CAPITOLO 24
NEFERET
LINDA HEFFER
CAPITOLO 25
NEFERET
HEATH
CAPITOLO 26
NEFERET
ZOEY
Esonerato dal Consiglio dei Vampiri e
dalla sua posizione di
Sacerdote nella Casa della Notte,
Neferet ha giurato vendetta a
Zoey. Con Awakened, l’affiatata coppia
di scrittori P.C. e Kristin
Cast, torna con un altro affascinante
episodio sui vampiri della Casa
della Notte. Umani e esseri
soprannaturali convivono in questa saga
che è diventata in poco tempo un vero e
proprio fenomeno
editoriale. Heath, il fidanzato di Zoey,
muore lasciando la ragazza in
preda alla disperazione e imprigionata
nell’Aldilà. La sua anima è
stata divisa in mille pezzettini e il
ritorno nel mondo normale sembra
impossibile. Neferet ha il totale dominio
su Kalona e questa è solo
una delle armi che ha intenzione di usare
contro Zoey, per vendicarsi
e torturarla fino all’ultimo spasmo. Ma
Zoey trova rifugio sull’isola
di Skye e viene curata dalla regina
Sgiach che le propone di rimanere
lì e di “lavorare” per lei. In fondo
perché dovrebbe tornare a Tulsa?
Dopo aver perso il suo consorte Heath,
lei e la sua vita non saranno
più le stesse e il suo rapporto con il suo
super guerriero, Stark, non
potrà mai consolarla per un vero e unico
amore perduto. La scelta
per Zoey sembra difficile e non tornare
sembra la soluzione più facile
e quella meno dolorosa: abbandonare
tutto e tutti, senza creare più
problemi e dimenticando il dolore in cui
è sprofondata. E che dire di
Steve Rae e Refaim? Nell’ottavo libro
della serie della Casa della
Notte, genialmente creato da padre e
figlia, P.C. e Kristin Cast, ogni
scelta è vissuta fino al cardiopalmo e
ogni personaggio è attanagliato
da dubbi atroci. Fino a che punto si
estendono i vincoli di amicizia
che legano tutti i ragazzi della Casa? E
quanto sono forti i legami che
vincolano il cuore della nostra Zoey? La
ragazza, se decide di
tornare, dovrà affrontare una delle prove
più difficili della sua vita:
convivere con il fantasma del suo
fidanzato morto, riportato in vita
da Neferet per usarlo contro di lei. Il
suo scopo è uno solo: uccidere
la giovane vampira. Awakened è la
disfatta di Zoey Redbird, ma
anche la sua rinascita e una nuova luce
per tutta la Casa della Notte.
Lo ammetto: da quando Heath è morto,
mi sento come svuotata. Stavamo
insieme
da sempre, da prima che io ricevessi il
Marchio e diventassi la famosa Zoey
Redbird, la novizia vampira più dotata
della Storia. È per questo che volevo
accettare la proposta di Sgiach – la
regina
dei Guerrieri – di restare per sempre
sull’isola di Skye. Credevo infatti che
solo
in quel posto sperduto sarei riuscita a
dimenticare il dolore. Poi, però, Stevie
Rae mi ha contattato per riferirmi una
notizia sconvolgente: uno dei nostri
migliori amici è morto. Sebbene non
possa dimostrarlo, lei è certa che sia
stato
ucciso da Neferet. Purtroppo nessuno le
crede: in effetti, chi sospetterebbe della
Somma Sacerdotessa della Casa della
Notte di Tulsa? Tuttavia io so di cosa è
capace quella vampira: è talmente
malvagia da essersi perfino alleata col
Male personificato! Devo farmi forza.
Ho
già perso le due persone che più mi
stavano a cuore, non posso permettere
che accada di nuovo. Tornerò a casa e
combatterò. Perché, altrimenti, tutti i
vampiri cadranno vittima di Neferet e il
mondo sprofonderà nel caos…
P.C. Cast è nata a Watseka, Illinois, ma
ha trascorso
parte della sua giovinezza in Oklahoma,
imparando ad
amare i cavalli da corsa e la mitologia.
Dopo il liceo, si
è arruolata nell’Aeronautica ma, nel
frattempo, ha
continuato a nutrire la sua passione per
la narrativa,
alla quale adesso si dedica quasi
interamente,
alternandola al lavoro di insegnante.
Kristin Cast è sua figlia e frequenta
l’University of
Tulsa, dove studia Comunicazione. La
parola scritta l’ha
sempre affascinata: al liceo, era
direttore del giornale
della scuola e adesso è un’autrice a tutti
gli effetti. I
romanzi con protagonisti Zoey e i
vampiri della Casa
della Notte hanno ottenuto un enorme
successo in
tutto il mondo e la serie è diventata un
fenomeno di
culto.
In copertina: foto © Herman Estevez
Grafica: Rumore Bianco
Titolo originale:
Awakened
Traduttore: Elisa Villa
ISBN 978-88-429-1890-5
© 2010 by P.C. Cast and Kristin Cast
Originally published by St. Martin
Press, LLC
© 2011 Casa Editrice Nord s.u.r.l
Gruppo editoriale Mauri Spagnol
Prima edizione ottobre 2011
VOLUME DLB 197
Kristin e io vogliamo dedicare questo
libro a tutti gli adolescenti
omosessuali, bisessuali e transessuali.
Le preferenze sessuali non contano, è la
vostra anima che definisce
quello che siete.
Col tempo va meglio.
We you.
RINGRAZIAMENTI
Come sempre, vogliamo ringraziare la
nostra famiglia della St
Martin’s Press. È magnifico poter dire
sinceramente che amiamo e
stimiamo la nostra casa editrice! Grazie
alla nostra agente, Meredith
Bernstein: senza di lei la Casa della
Notte non esisterebbe. We you!
Grazie ai nostri fan, che sono i lettori
più intelligenti, strafighi e
favolosi dell’intero universo! Un
ringraziamento speciale ai nostri
sostenitori e concittadini che hanno reso
divertente da matti il tour
della Casa della Notte di Tulsa.
Grazie anche a Stephen Schwartz, per
averci consentito di usare il
testo della sua magica canzone. We you!
(Anche Jack you, Stephen!)
P.S. A Joshua Dean da Phyllis: grazie
per le citazioni...
Heeheeheehees!
CAPITOLO 1
NEFERET
Neferet si svegliò con un preoccupante
senso di ansia. Prima di
lasciare del tutto quella zona neutra tra i
sogni e la realtà, allungò le eleganti dita
affusolate verso Kalona. Il braccio che
sfiorò era
muscoloso, la pelle liscia, tesa e
morbida sotto la sua mano. Bastò
quella carezza leggera come il tocco di
una piuma: lui si mosse e si
voltò verso di lei.
«Mia Dea?» Aveva la voce impastata di
sonno e rinnovato
desiderio.
La infastidiva.
Tutti la infastidivano perché non erano
lui.
«Vattene...» Fece una pausa, cercando
nella memoria quel nome
ridicolo ed eccessivamente ambizioso.
«Kronos.»
«Dea, ho fatto qualcosa che ti ha
contrariata?» Neferet alzò lo
sguardo verso di lui. Il giovane Figlio di
Erebo era sdraiato accanto a
lei e la fissava con espressione
adorante. I suoi occhi color
acquamarina erano straordinari alla
fioca luce delle candele, almeno
quanto le erano sembrati in precedenza,
mentre lo osservava
allenarsi nel cortile del castello. Erano
stati quegli occhi a far nascere il
desiderio in lei, ed era bastato un cenno
d’invito perché lui la
raggiungesse e tentasse, inutilmente
anche se con grande entusiasmo,
di dimostrare di essere un dio non solo
di nome ma anche di fatto.
Il problema era che Neferet aveva
diviso il letto con un
immortale, quindi sapeva benissimo che
quel ragazzo non sarebbe
mai stato all’altezza.
«Respirare», rispose in tono annoiato.
«Respirare, mia Dea?» Kronos aggrottò
la fronte. Il suo tatuaggio,
che in teoria rappresentava delle armi
antiche, a Neferet sembrava
piuttosto un frivolo scoppio di fuochi
d’artificio.
«Mi hai chiesto cos’hai fatto per
contrariarmi e io ti ho risposto:
stai respirando. Troppo vicino a me.
Questo mi ha contrariata. È ora
che lasci il mio letto.» Neferet sospirò e
gli fece cenno di andarsene.
«Vattene. Subito.»
Vedendo l’espressione ferita e sconvolta
sul viso del giovane, si
mise quasi a ridere.
Che quel ragazzo avesse davvero
creduto di poter sostituire il suo
divino Consorte? L’impertinenza di quel
pensiero la fece infuriare.
Negli angoli della stanza presero ad
agitarsi ombre nelle ombre.
Neferet non le chiamò a sé, ma ne
percepì compiaciuta il fremito.
«Kronos, tu sei stato una distrazione e,
per un breve istante, mi
hai anche dato un certo piacere.» Lo
toccò di nuovo, stavolta però
con molta meno gentilezza, e le sue
unghie gli lasciarono due graffi
paralleli sull’avambraccio muscoloso.
Il giovane guerriero non trasalì e non si
allontanò, mettendosi
invece a tremare, mentre il respiro si
faceva più profondo.
Neferet sorrise. Aveva capito che il
dolore gli procurava piacere
nell’attimo in cui i loro sguardi si erano
incrociati.
«Potrei distrarti ancora, se me lo
permettessi», le disse.
Neferet si inumidì le labbra, muovendo
la lingua molto
lentamente, senza mai staccare gli occhi
da lui. «Forse in futuro.
Forse. Per ora ti chiedo solo di
andartene e di continuare a
venerarmi.»
«Mi auguro di poterti dimostrare presto
quanto sia ardente il mio
desiderio di venerarti.» Kronos allungò
la mano verso di lei.
Grave errore.
Come se avesse avuto il diritto di
toccarla.
Come se i desideri di lei fossero
subordinati alle necessità e alle
voglie di lui.
Una piccola eco dal lontano passato di
Neferet, quello che lei
credeva di avere sepolto assieme alla
propria umanità, s’infiltrò nella
sua mente. Riprovò la sensazione del
tocco di suo padre e sentì
persino l’odore rancido del suo fiato
intriso di alcol, e la sua infanzia invase
il presente.
La reazione di Neferet fu immediata.
Con estrema naturalezza,
sollevò una mano, palmo in fuori, in
direzione dell’ombra più
vicina.
La Tenebra reagì al suo tocco ancora più
rapidamente di Kronos.
Neferet ne percepì il gelo mortale e si
crogiolò in quella sensazione,
soprattutto perché aveva il potere di
scacciare i ricordi indesiderati.
Quasi con indifferenza, spinse le ombre
verso Kronos. «Se desideri
tanto il dolore, allora prova il mio fuoco
di ghiaccio.»
I fili di oscurità che Neferet scagliò
contro Kronos penetrarono
con foga la liscia pelle del giovane,
incidendo nastri scarlatti
sull’avambraccio che lei aveva appena
accarezzato.
Lui gemette, stavolta per la paura.
«Adesso fa’ ciò che ti ordino. Vattene. E
ricorda, giovane
Guerriero, che una dea sceglie da sé
quando, dove e come essere
toccata. Non osare mai più prenderti
simili libertà.»
Stringendosi il braccio sanguinante,
Kronos le fece un inchino. «Sì,
mia Dea.»
«Quale dea? Sii preciso, Guerriero! Non
desidero affatto essere
chiamata in modo così generico.» La
risposta fu immediata: «Nyx
incarnata. È questo il tuo titolo, mia
Dea».
L’espressione di Neferet si addolcì, il
volto tornò una maschera di
bellezza e calore. «Molto bene, Kronos,
molto bene. Vedi com’è
facile compiacermi?»
Stregato dallo sguardo di smeraldo della
vampira, il giovane
annuì, poi si portò il pugno destro sul
cuore e disse: «Sì, mia Dea,
mia Nyx». Dopo di che uscì dalla stanza
da letto indietreggiando in
maniera molto rispettosa.
A Neferet sfuggì un altro sorriso. Lei
non era affatto Nyx
incarnata, tuttavia non aveva importanza.
Quello che contava era il
potere e, se quel titolo l’aiutava a
ottenerlo, soprattutto coi Figli di
Erebo, allora che la chiamassero pure in
quel modo. «Io non voglio
essere certo inferiore a una dea. Aspiro
a molto, molto di più che
restarmene all’ombra del suo nome»,
disse all’oscurità riunita intorno
a lei.
Presto sarebbe stata pronta al passo
successivo: sapeva di poter
manovrare alcuni Figli di Erebo in modo
che stessero al suo fianco,
non in numero sufficiente da sperare di
poter vincere una battaglia,
ma abbastanza per mettere i Guerrieri
l’uno contro l’altro,
distruggendone il morale. Uomini, così
facili da ingannare con la
maschera della bellezza e del titolo, e
così facili da usare a mio
vantaggio, pensò sprezzante.
Irrequieta, decise che era arrivato il
momento di alzarsi. Indossò
una vestaglia di seta e uscì in corridoio.
Prima di avere riflettuto sulle proprie
azioni, era già diretta alla scala che
l’avrebbe portata nelle
viscere del castello.
Le ombre tra le ombre la seguirono,
magneti oscuri attirati dalla
sua crescente agitazione. Neferet sapeva
che si muovevano con lei.
Sapeva che erano pericolose e che si
nutrivano del suo disagio, della
sua rabbia, della sua insoddisfazione.
Mentre scendeva, si fermò. Perché torno
ancora da lui? Perché
stasera gli consento d’invadere la mia
mente? Neferet scosse la testa,
come a scacciare quel pensiero
indesiderato, e parlò rivolta alla scala
stretta e vuota, alla Tenebra che le
indugiava intorno, premurosa:
«Vado perché è ciò che desidero fare.
Kalona è il mio Consorte. È
stato ferito mentre era al mio servizio. È
naturale che pensi a lui».
Con un sorriso soddisfatto, Neferet
proseguì, cancellando senza
fatica la verità, ossia che Kalona era
stato ferito perché lei l’aveva
intrappolato con l’inganno,
costringendolo a servirla.
Raggiunse i sotterranei, scavati secoli
prima nella roccia dell’isola
di Capri, e camminò in silenzio nel
corridoio illuminato dalle torce.
Il Figlio di Erebo di guardia fuori della
cella non riuscì a nascondere
la sorpresa e il sorriso di Neferet si
allargò: a giudicare
dall’espressione sconvolta e un po’
impaurita del guerriero, stava
diventando sempre più brava ad
apparire all’improvviso, come se si
materializzasse dal nulla, o meglio da
ombre e notte. L
a cosa la rallegrò, ma non abbastanza da
ingentilire il tono
crudele del suo ordine: «Vattene.
Desidero rimanere sola col mio
Consorte».
Il Figlio di Erebo esitò appena un
istante, che però fu sufficiente
perché Neferet prendesse mentalmente
nota di assicurarsi che, nei
giorni successivi, quel guerriero venisse
richiamato a Venezia. Magari
per un’emergenza riguardante qualcuno
che gli era vicino...
«Sacerdotessa, ti lascio alla tua intimità.
Sappi però che rimango
nelle vicinanze e risponderò subito alla
tua chiamata, in caso dovessi
avere bisogno di me.» Senza incrociare
lo sguardo di lei, il guerriero
si portò il pugno sul cuore e fece
l’inchino, non abbastanza
profondo per i gusti di Neferet.
«Sì, ho la sensazione che alla sua
compagna stia per accadere una
disgrazia», mormorò alle ombre mentre
lo guardava allontanarsi.
Poi Neferet si voltò verso la porta
chiusa, lisciando la seta della
vestaglia. Prese un profondo respiro
nell’aria umida del sotterraneo
e si scostò dal viso una ciocca di capelli
ramati, come se stesse
preparando la sua arma migliore per un
combattimento.
Le bastò sollevare una mano e la porta
si aprì da sola. Entrò nella
stanza.
Kalona giaceva sul pavimento di terra
battuta. Neferet avrebbe
voluto creargli un letto, ma il buon senso
aveva avuto la meglio: lui
non era suo prigioniero, tuttavia aveva
una missione da compiere,
una missione che doveva portare a
termine per il suo stesso bene e,
se il corpo avesse recuperato troppa
forza immortale, per Kalona
sarebbe stata una distrazione davvero
inopportuna. Soprattutto dato
che aveva giurato di agire come la spada
di lei nell’Aldilà, liberando
entrambi dei disagi che Zoey Redbird
aveva creato loro.
Neferet si avvicinò. Il suo Consorte era
sdraiato sulla schiena,
nudo, coperto solo dalle ali nere come
onice. Lei s’inginocchiò con
grazia, poi si adagiò sulla pelliccia che
aveva ordinato gli venisse
posta accanto in modo da poter stare
comoda.
Sospirò e sfiorò la guancia di Kalona.
La pelle era fredda, come sempre
peraltro, ma senza vita.
L’immortale non reagì al suo tocco.
«Cos’è che ti trattiene così a lungo,
amore mio? Non potevi
liberarti più in fretta di una seccante
ragazzina?»
Lo accarezzò di nuovo e stavolta la sua
mano scivolò dal collo al
petto, per andarsi a fermare sugli
addominali perfettamente scolpiti.
«Ricorda il giuramento e fai il tuo
dovere, cosicché io possa
accoglierti nel mio letto a braccia
aperte. Su sangue e Tenebra hai
giurato d’impedire a Zoey Redbird di
tornare nel suo corpo, in
modo che io possa dominare questo
magico mondo moderno... Oh,
ovviamente tu sarai al mio fianco.»
Invisibili a quegli sciocchi dei Figli di
Erebo che avrebbero dovuto
essere le spie del Consiglio Supremo, i
neri tentacoli che bloccavano
a terra Kalona rabbrividirono e si
mossero, strofinandosi contro la
mano di Neferet. Distratta da quel gelo
seducente, la Somma
Sacerdotessa aprì il palmo alla Tenebra,
consentendole di afferrarle il
polso e d’inciderle leggermente la pelle,
non tanto da procurarle un
dolore insopportabile, ma solo quanto
bastava per dare un attimo di
tregua all’inestinguibile brama di
sangue.
Ricorda il tuo giuramento...
Quelle parole le solleticarono
l’orecchio come un vento d’inverno
tra rami spogli.
Neferet aggrottò la fronte: era ovvio che
non avesse dimenticato.
Perché i fili di Tenebra bloccassero il
corpo di Kalona e
costringessero la sua anima a
raggiungere l’Aldilà, Neferet aveva
accettato di sacrificare la vita di un
innocente che la Tenebra non
fosse stata in grado di corrompere.
La promessa rimane, Tsi Sgili. Il patto
regge anche se Kalona
dovesse fallire...
«Kalona non fallirà!» gridò Neferet,
inferocita. «E, se così fosse, ho
legato il suo spirito al mio in modo da
tenerlo ai miei ordini finché
non resta immortale, quindi persino in
caso di fallimento per me c’è
una vittoria. Ma comunque non
succederà.» Lo ripeté con lentezza,
scandendo le parole, per recuperare una
calma che ormai perdeva
con facilità sempre maggiore.
La Tenebra le leccò il palmo.
Il dolore, per quanto lieve, le fece
piacere e lei fissò con affetto i
tentacoli, quasi fossero semplicemente
dei gattini irruenti che
rivaleggiavano per ottenere la sua
attenzione. «Siate pazienti,
tesorini. La sua ricerca non è stata
completata. Il mio Kalona è
ancora soltanto un guscio vuoto. Perciò
posso supporre che Zoey
languisca nell’Aldilà, non del tutto viva
e, purtroppo, non ancora
morta.» I fili che le stringevano il polso
tremarono e, per un istante,
a Neferet parve di udire in lontananza il
rombo di una profonda
risata di scherno.
Ma non ebbe il tempo di comprendere
che cosa significasse quel
suono, né se fosse reale o solo un
aspetto del mondo di Tenebra e
potere che a poco a poco stava
prendendo il posto di ciò che un
tempo lei chiamava realtà, perché in
quell’istante il corpo di Kalona
ebbe un violento spasmo e lui trasse un
profondo respiro molto
simile a un rantolo.
L’immortale aprì gli occhi, che in quel
momento non erano altro
che orbite insanguinate e vuote,
sconvolte dall’orrore.
«Kalona! Amore mio!» Neferet si mise
in ginocchio, china su di lui,
agitando le braccia davanti al suo viso.
La Tenebra che le aveva accarezzato i
polsi prese a pulsare con
forza improvvisa, e con un sussulto
schizzò via da lei per andare a
unirsi alla miriade di tentacoli vischiosi
che, simili a una ragnatela,
incombevano palpitando dal soffitto di
pietra del sotterraneo.
Prima che Neferet riuscisse a formulare
un ordine per richiamare a
sé un tentacolo, per chiedere spiegazioni
di quello strano
comportamento, dall’alto esplose un
lampo accecante, luminoso al
punto che lei dovette proteggersi gli
occhi.
La rete di Tenebra afferrò la luce e la
intrappolò con incredibile
rapidità.
Kalona aprì la bocca in un grido
silenzioso.
«Cosa c’è? Chiedo di sapere cosa sta
succedendo!» urlò Neferet.
Il tuo Consorte è tornato, Tsi Sgili.
Neferet fissò il globo di luce
imprigionata e, con un sibilo
tremendo, la Tenebra gettò l’anima di
Kalona nelle orbite vuote
degli occhi, restituendola così al suo
corpo.
Accecato dal dolore, l’immortale alato
si coprì il volto con le
mani, mentre il corpo si contorceva e
ansimava, cercando di
riprendere il controllo della
respirazione.
«Kalona! Mio Consorte!» Neferet reagì
d’istinto, con la rapidità
acquisita negli anni in cui era stata la
guaritrice della Casa della
Notte. Premette i palmi sulle mani di
Kalona e disse: «Allevia il suo
dolore... cancellalo... rendi la sua agonia
simile al rosso sole che
tramonta all’orizzonte, lasciando il cielo
alla notte».
I brividi che scuotevano il corpo di
Kalona iniziarono quasi
immediatamente ad attenuarsi.
L’immortale alato trasse un profondo
respiro. Anche se gli tremavano le mani,
afferrò strette quelle di
Neferet e se le tolse dal viso. Poi aprì
gli occhi. Erano dell’intenso
colore ambrato di un buon whisky,
limpidi e presenti. Era di nuovo
se stesso.
«Sei tornato da me!» Per un attimo
Neferet si sentì così sollevata
vedendolo sveglio e lucido da mettersi
quasi a piangere. «Hai
portato a termine la tua missione.»
Allontanò i tentacoli che si
ostinavano ad avvilupparsi intorno al
corpo di Kalona, fissandoli
corrucciata perché parevano riluttanti a
lasciare la presa sul suo
amante.
«Portami via dalla terra... Al cielo.
Devo vedere il cielo», disse
Kalona con voce roca.
«Ma sì, certo, amore mio.» Neferet
sollevò una mano e la porta si
aprì di nuovo. «Guerriero! Il mio
Consorte si è svegliato. Aiutalo a
raggiungere la cima del castello!»
Il Figlio di Erebo che qualche minuto
prima l’aveva seccata
obbedì all’ordine senza fare domande,
ma Neferet notò che
sembrava sconvolto dalla presenza di
Kalona.
Neferet gli rivolse un ghigno sprezzante.
E il meglio deve ancora
venire. Presto tu e gli altri Guerrieri
prenderete ordini soltanto da
me. Altrimenti morirete, pensò
soddisfatta mentre seguiva i due
uomini fuori delle viscere dell’antica
fortezza di Capri, su per
l’infinità di gradini di pietra che la
condussero alla sommità
dell’edificio.
Era passata mezzanotte. La luna era
sospesa sopra l’orizzonte,
gialla e pesante anche se non ancora
piena.
«Accompagnalo alla panchina e poi
lasciaci soli», ordinò Neferet
indicando la panca di marmo scolpito da
cui si godeva una splendida
vista del Mediterraneo. Ma a lei non
interessavano le bellezze che
aveva intorno. Allontanò il guerriero
con un gesto stizzito, pur
sapendo che il giovane avrebbe
comunicato al Consiglio Supremo
che l’anima del suo Consorte aveva fatto
ritorno nel corpo.
In quel momento non aveva importanza.
Avrebbe potuto
affrontare la questione in seguito.
In quel momento contavano soltanto due
cose: Kalona era
tornato da lei e Zoey Redbird era morta.
CAPITOLO 2
NEFERET
«Dimmi. Raccontami tutto, lentamente e
in modo chiaro, perché
voglio assaporare ogni parola.» Neferet
s’inginocchiò davanti a
Kalona e accarezzò le sue morbide ali
scure, cercando di non tremare
pregustando il tocco di lui, il ritorno
della sua fredda passione, del
suo calore di ghiaccio.
«Cosa vuoi che ti dica?» Kalona, seduto
sulla panchina, teneva il
viso rivolto al cielo, abbracciando la
notte con le ali spiegate, come
se potesse nutrirsi di quella scura
immensità.
La domanda colse Neferet di sorpresa. Il
desiderio passò di colpo
e la sua mano smise di accarezzarlo.
«Vorrei che mi raccontassi i particolari
della nostra vittoria in
modo da poterla rivivere e assaporare
assieme.» Gli parlò con
lentezza, pensando che forse il suo
cervello era ancora un po’
disorientato.
«La nostra vittoria?» sbottò Kalona.
Neferet strinse le palpebre. «Certo. Tu
sei il mio Consorte, quindi
la tua vittoria è mia, proprio come la
mia è anche tua.»
«La tua gentilezza è quasi divina. Sei
diventata una dea durante la
mia assenza?»
Neferet lo studiò con attenzione.
Continuava a non guardarla. Il
tono di voce era quasi piatto. Che fosse
insolenza? Rispose alla
domanda con un’alzata di spalle. «Cos’è
successo nell’Aldilà? Com’è
morta Zoey?»
Non appena gli occhi d’ambra
dell’immortale la fissarono, la
vampira capì e, con un gesto infantile, si
coprì le orecchie e prese a
scuotere la testa mentre lui pronunciava
le parole che le trafissero
l’anima come un colpo di spada:
«Zoey Redbird non è morta».
Neferet si alzò e s’impose di abbassare
le mani, quindi si allontanò
da Kalona, tenendo gli occhi fissi sul
liquido zaffiro del mare di
notte. Prese dei respiri lenti, tentando di
controllare le emozioni che
minacciavano di travolgerla. Quando
infine fu certa che non
avrebbe urlato furiosa contro il cielo,
replicò: «Perché? Perché non
hai portato a termine la tua missione?»
«La missione era tua, Neferet. Non è mai
stata mia. Sei stata tu a
costringermi a tornare in un regno da cui
ero stato bandito. Ciò che
è accaduto era prevedibile: gli amici di
Zoey le hanno fatto scudo e,
col loro aiuto, lei è riuscita a guarire la
sua anima in pezzi e a
ritrovare se stessa.»
«Perché non hai impedito che
succedesse?» La voce di Neferet era
gelida. Non lo guardava nemmeno.
«Nyx», sussurrò Kalona, in tono basso e
rispettoso, neanche fosse
una preghiera.
Neferet fu accecata dalla gelosia. «Cosa
c’entra la Dea?» chiese
quasi con disprezzo.
«È intervenuta.»
«Come? Ti aspetti che creda che Nyx si
sia davvero intromessa
nella scelta di un mortale?»
«No, non si è intromessa, è intervenuta.
E solo dopo che Zoey si
era già curata da sé. Per questo Nyx le
ha dato la sua benedizione,
che l’ha aiutata a salvare il suo
Guerriero.»
«Zoey è viva.» La voce di Neferet era
piatta, fredda, inerte.
«Sì.»
«Allora sei in debito con me e la tua
anima immortale continuerà
a essere sottomessa al mio volere.»
Fece per allontanarsi da lui,
dirigendosi verso le scale.
«Dove stai andando? Cos’accadrà
adesso?»
Disgustata dalla debolezza che aveva
colto nella voce
dell’immortale, Neferet si girò verso di
lui, orgogliosa, con le braccia
alzate, di modo che i tentacoli che le
pulsavano intorno potessero
accarezzarle la pelle.
«Cos’accadrà adesso? Molto semplice:
mi assicurerò che Zoey
torni in Oklahoma e lì porterò a termine
il compito in cui tu hai
fallito. A modo mio.»
«Quanto a me?» domandò l’immortale.
«Tornerai a Tulsa anche tu, da solo. Non
possiamo farci vedere in
pubblico. Non ricordi, amore mio, che
ora tu sei un assassino? La
morte di Heath Luck è stata opera tua.»
«Opera nostra», replicò Kalona.
Lei gli rivolse un sorriso viscido. «Non
secondo il Consiglio
Supremo. Ascoltami bene: ho bisogno
che recuperi in fretta le forze.
Domani, all’imbrunire, dovrò riferire al
Consiglio che la tua anima
ha fatto ritorno e che mi hai confessato
di avere ucciso il ragazzo
umano perché ritenevi che lui costituisse
una minaccia per la mia
incolumità. Dirò che, siccome lo hai
fatto per proteggermi, ho deciso
di essere clemente nell’assegnarti una
punizione: ti ho fatto dare
cento frustate e ti ho bandito dal mio
fianco per un secolo.»
Kalona faticava a rimanere seduto e
Neferet fu felice di vedere nei
suoi occhi d’ambra un lampo di rabbia.
«Intendi restare lontana da
me per un secolo?»
«Ovviamente no. Dopo che le ferite
saranno guarite, ti concederò
di tornare al mio fianco. E da quel
momento torneremo... vicini
come un tempo, solo lontani da occhi
indiscreti.»
«E per quanto ti aspetti che mi aggiri
nell’ombra fingendo di
guarire da ferite inesistenti?» Kalona
inarcò le sopracciglia: sebbene
fosse debole e sconfitto, sembrava non
aver perso la sua arroganza.
«Mi aspetto che tu non mi stia più
accanto finché le ferite non
saranno guarite. Per davvero.» Con un
gesto rapido e preciso,
Neferet si morse un polso, creando
subito un cerchio di sangue. Poi
iniziò a camminare in circolo col
braccio sollevato, mentre vischiosi
tentacoli di Tenebra le scivolavano
avidi intorno al polso, attirati dal
sangue come sanguisughe. Neferet
strinse i denti, obbligandosi a non
arretrare neanche nel momento in cui i
fili taglienti presero a colpirla
come coltellate. Quando finalmente
sembrarono essersi nutriti
abbastanza, lei si rivolse dolcemente ai
tentacoli. «Avete avuto la
vostra ricompensa, ora eseguite i miei
ordini.» Spostò lo sguardo sul
suo amante immortale. «Frustatelo con
forza. Cento volte.» Poi
scagliò la Tenebra contro Kalona.
L’immortale ebbe appena il tempo di
spiegare le ali e sollevarsi un
poco dalla terrazza del castello, che i
tentacoli affilati come rasoi si
avvolsero intorno all’attaccatura delle
ali, nel punto più sensibile.
Invece di volare via, Kalona si ritrovò
in trappola, inchiodato contro
l’antica balaustra di pietra mentre la
Tenebra, lenta e metodica,
cominciava a incidergli la schiena nuda.
Neferet restò a guardare finché la
splendida testa orgogliosa di lui
non si chinò sconfitta e il suo corpo
prese a contorcersi sotto ogni
colpo.
«Non lasciategli segni permanenti. Ho
tutte le intenzioni di
godermi di nuovo la bellezza della sua
pelle», disse prima di dare le
spalle all’immortale e allontanarsi con
aria risoluta dalla sommità
insanguinata del castello.
«A quanto pare devo fare tutto da sola, e
di cose da fare ce ne
sono così tante... così tante...» mormorò
alla Tenebra che le si
agitava intorno alle caviglie.
Tra le ombre nelle ombre, le sembrò di
intravedere la sagoma di
un immenso toro che la osservava
compiaciuta.
Neferet sorrise.
CAPITOLO 3
ZOEY
Per la milionesima volta, pensai che la
sala del trono di Sgiach
fosse davvero incredibile. E lo era pure
lei: detta anche «Grande
Collezionista di Teste», era un’antica
regina vampira strapotente e,
cavolo, tanto tempo prima aveva persino
osato sfidare – con
successo – il Consiglio Supremo dei
Vampiri.
Il suo castello però non era una
disgustosa versione medievale di
un campeggio coi bagni all’aperto.
Certo, si trattava di una fortezza,
ma era quello che qui in Scozia
definivano posh, ossia molto
raffinata e snob. Tutte le finestre davano
sul mare, e la vista,
soprattutto quella che si godeva dalla
sala del trono, era talmente
splendida che sembrava uscita da un
televisore full HD.
«È bellissimo qui.» Okay, parlare da
sola, per di più poco dopo
essere be’, sì, tipo impazzita
nell’Aldilà, poteva non essere proprio
una grande idea. Sospirai e mi strinsi
nelle spalle. «Che cavolo, Nala
non c’è, Stark è praticamente fuori
combattimento, Afrodite sta
facendo cose cui preferisco non pensare
assieme a Dario, Sgiach è in
giro a fare magie o ad allenarsi con
Seoras a prendere a calci nel
sedere i cattivi in stile supereroe... non è
che mi siano rimaste molte
altre persone con cui parlare.»
«Stavo solo controllando le e-mail.
Niente a che vedere con magie
e calci nel sedere.»
Immagino che avrebbe dovuto farmi
sobbalzare. Insomma,
sembrava che la regina si fosse
materializzata dal nulla accanto a me,
ma suppongo che essere stata una pazza
a pezzi nell’altro mondo mi
avesse dato una soglia di sopportazione
delle stranezze-chemettono-paura davvero molto alta.
Inoltre sentivo uno strano
legame con quella regina vampira. Sì,
Sgiach metteva soggezione e
aveva dei poteri incredibili ma, nella
settimana trascorsa da quando
Stark e io eravamo tornati, lei era stata
una presenza fissa al mio
fianco. Mentre Afrodite e Dario si
dedicavano a schifosissimi
sbaciucchiamenti e camminavano sulla
spiaggia mano nella mano, e
Stark dormiva, dormiva e dormiva,
Sgiach e io avevamo passato
parecchio tempo insieme. A volte
parlando, a volte no. Da diversi
giorni avevo deciso che lei era la donna
più favolosa che avessi mai
incontrato, tra vampire e non.
«Stai scherzando, giusto? Sei un’antica
guerriera vampira che vive
in un castello su un’isola dove nessuno
può arrivare se tu non glielo
permetti, e stavi controllando le e-mail?
A me sembra una magia.»
Sgiach rise. «Spesso la scienza sembra
ancora più misteriosa della
magia, o almeno è quello che ho sempre
pensato. Il che mi ricorda...
stavo riflettendo sulla stranezza degli
effetti della luce del sole sul tuo
Guardiano. È davvero insolito che ne
venga colpito in modo così
serio e debilitante.»
«Non vale solo per Stark. Cioè, per lui
adesso è persino peggio
perché, be’, perché è ferito.»
M’interruppi, inciampando nelle parole
e non volendo ammettere quanto fosse
dura vedere il mio Guerriero
e Guardiano così malridotto. «Questo
non è normale per lui. Di
solito di giorno riesce a rimanere
sveglio, anche se non sopporta la
luce diretta del sole. È lo stesso per tutti
i vampiri e i novizi rossi. Il sole li
stende.»
«Be’, giovane regina, il fatto che il tuo
Guardiano non sia in grado
di proteggerti durante il giorno potrebbe
essere uno svantaggio
notevole.»
Alzai le spalle, anche se le sue parole
mi avevano fatto correre
lungo la schiena un brivido che
somigliava in modo preoccupante a
un brutto presentimento. «Sì, be’, però
ultimamente ho imparato a
badare a me stessa. Penso di saper
gestire da sola qualche ora al
giorno», replicai con un’asprezza che
stupì anche me.
Gli occhi verde ambra di Sgiach
dimostravano che mi aveva
capita alla perfezione. «Non lasciare
che ciò t’indurisca.»
«Cosa?»
«La lotta contro la Tenebra.»
«Ma non devo essere dura per
combattere?» Mi ricordai di come
avevo infilzato Kalona contro il muro di
un’arena nell’Aldilà usando
la sua stessa lancia, e mi si annodò lo
stomaco.
Lei scosse la testa e la luce calante colpì
le sfumature argentee dei
suoi capelli, facendoli scintillare come
un misto di oro e cannella.
«No, devi essere forte. Devi essere
saggia. Devi conoscere te stessa e
fidarti soltanto di chi se lo merita. Se
permetti alla lotta contro la
Tenebra di renderti dura e insensibile,
perderai la giusta prospettiva
sulla realtà.»
Fissai le acque grigio azzurro intorno
all’isola di Skye, che il sole
del tramonto aveva tinto di un delicato
rosa corallo. Era tutto così
bello e pieno di pace e assolutamente
normale. Da lì era difficile
immaginare che nel mondo si
aggirassero male, Tenebra e morte.
Eppure là fuori la Tenebra c’era
eccome, e probabilmente ce n’era
molta più di prima: Kalona non mi
aveva uccisa, il che avrebbe fatto
uscire di testa Neferet.
Presto avrei di nuovo dovuto affrontare
lei, Kalona e tutte le
orribili scempiate che si tiravano dietro.
Cavolo, solo pensarci mi
faceva sentire stanchissima.
Mi allontanai dalla finestra, raddrizzai
le spalle e affrontai Sgiach.
«E se non volessi più combattere? Se
volessi rimanere qui, almeno
per un po’? Stark non si è ancora ripreso
e, se vuole davvero stare
meglio, avrà bisogno di molto riposo.
Riguardo a Kalona, ho già
mandato un messaggio al Consiglio
Supremo: ora sanno che è stato
lui a uccidere Heath, e che Neferet si è
alleata con la Tenebra. Tocca
al Consiglio Supremo occuparsi di lei.
Cavolo, tocca agli adulti
occuparsi di lei e dello schifoso e
malvagio casino che ha messo in
piedi.»
Sgiach non commentò, quindi presi fiato
e continuai a blaterare:
«Sono solo una ragazzina. Ho diciassette
anni. Appena. Sono negata
in geometria. Faccio schifo in spagnolo.
Non posso ancora
nemmeno votare. Combattere contro il
male non è una mia
responsabilità. Prendere il diploma e, si
spera, Trasformarmi, questo
sì. La mia anima è andata in pezzi e il
mio ragazzo è stato ucciso.
Non merito una pausa? Almeno una
piccola?»
Stupendomi molto, Sgiach sorrise e
disse: «Sì, Zoey, credo proprio
di sì».
«Intendi dire che posso restare qui?»
«Tutto il tempo che vuoi. So cosa
significa sentirsi schiacciati dal
mondo. Qui, come hai sottolineato tu, il
mondo può entrare solo su
mio ordine. E, in linea di massima, io gli
ordino di tenersi a
distanza.»
«E la lotta contro la Tenebra e tutto il
resto?»
«Saranno ancora lì quando tornerai.»
«Wow. Sul serio?»
«Sul serio. Rimani sulla mia isola finché
la tua anima non sarà
davvero guarita e riposata, e finché la
coscienza non ti dirà che è il
momento di tornare al tuo mondo e alla
tua vita là fuori.»
Ignorai la fitta al cuore che mi fece
provare la parola coscienza. «E
può rimanere anche Stark, giusto?»
«Ma certo. Una regina deve sempre
avere al fianco il suo
Guardiano.»
«Restando in argomento... da quanto
tempo Seoras è il tuo
Guardiano?» domandai in fretta, felice
di allontanare il discorso dai
rimorsi di coscienza e dalle lotte contro
il male.
Lo sguardo della regina si addolcì e il
suo sorriso si fece più caldo
e addirittura più bello. «Seoras è
diventato il mio Guardiano per
Giuramento più di cinquecento anni fa.»
«Cazzarola! Cinquecento anni? Ma tu
quanti anni hai?»
Sgiach rise. «Dopo un certo punto, non
credi che l’età sia
irrilevante?»
«Aye, e non è educato chiedere l’età a
una fanciulla.»
Mi sarei accorta che Seoras era entrato
nella stanza anche se non
avesse detto niente. Quando c’era lui, il
volto di Sgiach si
trasformava. Era come se il Guardiano
accendesse un interruttore
dentro di lei che la faceva splendere di
una luce calda e morbida. E,
quando Seoras rispose al suo sguardo,
per un breve istante non
sembrò più così burbero e provato da
mille battaglie e piuttosto-cheparlare-con-te-ti-prendo-a-calci-neldidietro.
La regina rise e sfiorò il braccio del suo
Guardiano con un’intimità
che le invidiai: chissà se Stark e io
avremmo mai avuto almeno un
briciolo di quanto condividevano quei
due. E sarebbe stato anche un
sacco carino se pure lui dopo
cinquecento anni insieme mi avesse
chiamata «fanciulla».
Heath mi avrebbe chiamata fanciulla.
Be’, più probabilmente
ragazza. O magari solo Zo... per sempre
solo la sua Zo.
Ma Heath era morto e non mi avrebbe
più chiamata in nessun
modo.
«Ti sta aspettando, giovane regina.»
Sconvolta, fissai Seoras. «Heath?»
Lo sguardo del Guerriero era saggio e
comprensivo, la voce
gentile. «Aye, probabilmente il tuo
Heath ti aspetta da qualche parte
nel futuro, ma io parlo del tuo
Guardiano.»
«Stark! Oh, bene, è sveglio.» Mi sentivo
in colpa da morire. Non
era mia intenzione pensare sempre a
Heath, ma era difficile evitarlo.
Lui era stato parte della mia vita fin da
quando avevo nove anni, ed
era morto soltanto da qualche settimana.
Mi diedi una scossa
mentale, feci un rapido inchino a Sgiach
e andai verso la porta.
«Non è in camera vostra, il giovane è
vicino al boschetto. Chiede
di raggiungerlo lì», spiegò Seoras.
«È fuori?» Ero sorpresa: da quando era
tornato dall’Aldilà, Stark si
era sentito troppo stanco e
scombussolato per fare qualcosa di più
che mangiare, dormire e giocare al
computer con Seoras, che
peraltro era buffissimo da vedere perché
sembrava una specie di
sfida Braveheart contro Call of Duty.
«Aye, ha finito di preoccuparsi del
trucco e adesso si comporta di
nuovo da Guardiano.» Strinsi i pugni e
guardai il vecchio Guerriero
con le palpebre strette. «È quasi morto.
L’hai fatto a fettine. Ha
combattuto nell’Aldilà. Cavolo, dagli un
attimo di tregua.»
«Aye, wumman, ma non è morto sul
serio, no?»
Alzai gli occhi al cielo. «Allora è al
boschetto?»
«Aye.»
«Okay.» La voce di Sgiach mi raggiunse
mentre camminavo in
fretta in corridoio: «Portati quella bella
sciarpa che hai comprato in
paese. Fa freddo, stasera».
La trovai una raccomandazione molto
strana: insomma, sì, a Skye
faceva molto freddo (e di solito era
anche umido), ma novizi e
vampiri non soffrivano i cambiamenti di
temperatura come gli
umani. Comunque, quando una regina
guerriera ti dice di fare una
cosa, normalmente è meglio obbedire.
Quindi deviai verso
l’immensa stanza che dividevo con Stark
e presi la sciarpa che avevo
appoggiato in fondo al letto a
baldacchino. Era di cachemire color
crema con dei fili d’oro, e pensai che
probabilmente stava meglio lì
su un fondo rosso vivo che intorno al
mio collo.
Mi fermai un attimo a osservare il letto
che nelle ultime settimane
avevo diviso con Stark. Mi ero
rannicchiata contro di lui, gli avevo
tenuto la mano e appoggiato la testa
sulla spalla mentre lo guardavo
dormire. Ma questo era tutto. Non aveva
nemmeno provato a
convincermi a fare sesso con lui.
Cacchio! Sta proprio male!
Mi feci mentalmente piccola piccola,
contando le volte in cui
Stark aveva sofferto a causa mia: era
stato quasi ucciso da una freccia
diretta verso di me; era stato fatto a
fettine e poi aveva distrutto una
parte di sé per raggiungermi nell’Aldilà;
era stato ferito a morte da
Kalona perché credeva che quello fosse
l’unico modo di entrare in
contatto con ciò che dentro di me era
andato in pezzi.
Però l’ho anche salvato, ricordai a me
stessa. Stark aveva visto
giusto: il fatto che Kalona lo stesse
massacrando mi aveva dato la
forza di rimettermi in sesto e, per
questo, Nyx aveva costretto
Kalona a soffiare nel corpo di Stark un
frammento d’immortalità,
restituendogli la vita e pagando il debito
che aveva con me per
avere ucciso Heath.
Attraversai il castello con le sue
splendide decorazioni, facendo
cenni di saluto ai Guerrieri che
s’inchinavano con rispetto. Allungai il
passo: cosa era venuto in mente a Stark
per trascinarsi fuori dopo
tutto quello che aveva passato?
Diavolo, io non lo sapevo proprio cosa
gli era venuto in mente.
Lui era così diverso da quando eravamo
tornati.
Be’, sarebbe strano se non lo fosse, mi
sgridai, sentendomi una
carogna sleale: il mio Guerriero aveva
fatto un viaggio nell’Aldilà,
era morto, era stato resuscitato da un
immortale e poi risbattuto in
un corpo debole e ferito.
Ma, anche prima di quel momento,
prima che rientrassimo nel
mondo reale, tra noi era successo
qualcosa. Per noi era cambiato
qualcosa. O almeno a me pareva così.
Nell’Aldilà il nostro rapporto
era stato profondo, strettissimo. Quando
aveva bevuto da me era
stata un’esperienza incredibile. Era stato
molto più del sesso. Già, era
stato davvero bello. Bellissimo. Il mio
sangue l’aveva guarito, gli
aveva dato forza e, non so come, ciò
aveva pure rimesso a posto
quello che in me era ancora spezzato,
facendo sì che mi tornassero i
tatuaggi.
E questa nuova vicinanza a Stark aveva
reso sopportabile la
perdita di Heath.
Ma allora perché mi sentivo così
depressa? Cosa c’era in me che
non andava?
Cacchio. Non sapevo neanche questo.
Una mamma l’avrebbe saputo. Pensai
alla mia mamma e provai
un inatteso e terribile senso di
solitudine. Certo, lei aveva fatto un
immenso casino e fondamentalmente
preferito il suo nuovo marito a
me, ma era sempre mia mamma. Mi
manca, ammise una vocina
nella mia testa. Poi mi diedi una scossa.
No. Io una «mamma» ce
l’avevo ancora.
«È la nonna che mi manca.» E poi,
ovviamente, mi sentii in colpa
perché, dopo essere tornata, non le
avevo ancora telefonato. Okay,
certo, sapevo che la nonna avrebbe
percepito il ritorno della mia
anima, e dunque sapeva già che era sana
e salva. Però avrei dovuto
chiamarla.
Sentendomi davvero delusa di me stessa
e triste, mi mordicchiai il
labbro e mi sistemai meglio la sciarpa,
per proteggermi dal vento
gelido che soffiava sul ponte sopra il
fossato. I Guerrieri che
accendevano le torce s’inchinarono per
salutarmi, e io risposi
cercando di non guardare quelle
schifezze di teschi impalati tra una
luce e l’altra. Sul serio. Teschi. Di
persone vere. D’accordo, erano
vecchi e rinsecchiti, ma erano disgustosi
comunque.
Tenendo gli occhi puntati da un’altra
parte, seguii il sentiero che
attraversava la zona paludosa, per poi
girare a sinistra verso il Bosco
Sacro, che sembrava estendersi
all’infinito. Sapevo dov’era perché,
nelle ultime settimane, mentre Stark
recuperava le forze, quel luogo
aveva esercitato una particolare
attrazione su di me, al punto che,
quando non stavo con la regina o con
Afrodite o non tenevo
d’occhio Stark, facevo lunghe
passeggiate al suo interno.
Mi ricordava l’Aldilà, cosa che riusciva
a confortarmi e allo stesso
tempo a mettermi addosso una paura
incredibile.
Tuttavia ero venuta spesso nel Bosco
Sacro o, come diceva Seoras,
nel Craobh, ma sempre di giorno. Mai
dopo il tramonto. Mai di
notte.
Le torce lungo il sentiero illuminavano
appena i margini del
bosco, creando ombre guizzanti tra i
rami degli alberi senza tempo.
Il sottobosco sembrava diverso adesso,
senza i raggi del sole che
riscaldavano l’intrico di rami. La pelle
iniziò a pizzicarmi, come se i
miei sensi fossero in massima allerta.
Non riuscivo a staccare lo sguardo dalle
ombre: erano forse più
scure del normale? C’era forse qualcosa
là fuori, in agguato, qualcosa
di... non del tutto giusto? Rabbrividii.
Subito dopo, con la coda
dell’occhio colsi un movimento in fondo
alla strada. Avevo il cuore
a mille, mi aspettavo che da un momento
all’altro comparissero ali e
gelo, male e follia...
Invece ciò che vidi mi fece battere il
cuore a mille per altri motivi.
Stark era davanti a due alberi intrecciati
assieme a formarne uno
solo, i rami decorati con strisce di stoffa
annodate, alcune di colori
brillanti, altre consumate, scolorite e
sbrindellate: la versione mortale
dell’albero dei desideri che si trovava
davanti al boschetto di Nyx
nell’Aldilà, ma il fatto che questo fosse
nel mondo «reale» non lo
rendeva meno straordinario. Soprattutto
perché il ragazzo che
fissava i rami in alto indossava kilt e
plaid coi colori della terra del
clan MacUallis nel tradizionale modo
dei Guerrieri, completo di dirk
e sporran – il pugnale e il borsello di
pelo – oltre a tutto un
armamentario sexy (come l’avrebbe
definito Damien) in cuoio con
borchie di metallo.
L’osservai come se non lo vedessi da
anni. Stark sembrava forte e
in salute, oltre che assolutamente
splendido. Mi stavo giusto
domandando cosa i ragazzi scozzesi
indossassero – o meglio non
indossassero – sotto il kilt, quando lui si
voltò verso di me e mi
sorrise. «Riesco ad ascoltare i tuoi
pensieri.»
Le guance mi si scaldarono di botto,
soprattutto visto che Stark
aveva davvero la capacità di percepire
le mie emozioni. «In teoria
dovresti ascoltare solo se io sono in
pericolo.»
«Allora non pensare così ad alta voce!»
replicò con una punta
d’ironia. «Comunque hai ragione. Non
avrei dovuto ascoltare perché
le sensazioni che mi arrivavano da te
erano l’opposto di quello che
definisco pericolo.»
«Ma sentilo, come se la tira», lo sgridai,
senza però riuscire a non
sorridere a mia volta.
«Già, però ti piaccio così.» Mi tese la
mano. Era così calda, forte e
sicura. Lui aveva ancora delle brutte
occhiaie, ma non era più pallido
in modo inquietante.
«Sei di nuovo te stesso!»
«Sì, mi ci è voluto un po’. Era strano,
non riuscivo mai a riposare
come avrei dovuto, ma oggi è come se
fosse scattato qualcosa e
finalmente mi fossi ricaricato del tutto.»
«Sono felice. Ero così preoccupata.»
Solo dopo averlo detto mi
resi conto di quanto fosse vero. «E mi
sei anche mancato tanto!»
Mi strinse la mano e mi tirò più vicino.
Le prese in giro da
sbruffone erano evaporate
completamente. «Lo so. Ti sentivo
distante e spaventata. Che succede?»
Avrei tanto voluto dirgli che si
sbagliava, che gli avevo solo lasciato un
po’ di spazio per riprendersi,
ma alla fine decisi di essere sincera con
lui. «Sei stato ferito tantissimo per colpa
mia.»
«Non per colpa tua, Zy. Sono stato ferito
per colpa della Tenebra,
che cerca di distruggere quanti di noi
combattono per la Luce.»
«Sì, be’, però vorrei che la Tenebra se
la prendesse con qualcun
altro e ti lasciasse in pace almeno per un
po’.»
Mi diede un colpetto con la spalla.
«Sapevo in cosa mi stavo
andando a cacciare quando ti ho fatto il
mio Giuramento. Mi stava
bene allora e mi sta bene adesso. E mi
starà bene anche tra
cinquant’anni. E sai, Zy, quando dici che
la Tenebra ‘se la prende
con me’ non mi fai sentire un Guardiano
degno di questo nome.»
«Senti, sto parlando sul serio. Vuoi
sapere cos’ho che non va,
ecco: mi sono preoccupata che stavolta
tu fossi stato ferito in modo
troppo grave...» Esitai, sforzandomi di
ricacciare indietro delle
lacrime inattese. «Tanto grave da non
poter guarire. E a quel punto
mi avresti lasciata anche tu.»
Tra noi, la presenza di Heath era così
tangibile che quasi mi
aspettavo di vederlo uscire dal bosco
dicendo: Ehi, Zo, sono qui.
Piantala di piangere che poi ti viene la
candela. E ovviamente quel
pensiero mi rese ancora più difficile non
scoppiare in singhiozzi.
«Ascoltami, Zoey. Io sono il tuo
Guardiano. Tu sei la mia regina,
che è più di una Somma Sacerdotessa,
perciò il legame tra noi è più
forte di quello che si crea tramite il
Giuramento di Guerriero.»
Sbattei le palpebre con forza. «Questo è
un bene, perché sembra
che qualche robaccia continui a cercare
di strapparmi a tutti quelli
che amo.»
«Niente mi porterà mai via da te, Zy.
L’ho giurato.» Sorrise, e nei
suoi occhi c’era così tanta sicurezza e
fiducia e amore che il respiro
mi si bloccò in gola. «Non ti libererai
mai di me, mo ban-rìgh.»
«Bene, perché sono proprio stanca di
tutta questa storia
dell’andarsene», replicai sottovoce
appoggiandogli la testa sulla
spalla.
Mi strinse tra le braccia e mi diede un
bacio sulla fronte. «Già,
anch’io.»
«Credo che la verità sia che sono stanca.
Punto. Ho bisogno di
ricaricare le batterie.» Alzai lo sguardo
verso di lui. «Per te sarebbe
okay se rimanessimo un po’ qui? È che
io... io non ho voglia di
andare via e tornare a... a...» Esitai, non
sapendo bene come
descrivere ciò che provavo.
«A tutto quello che ci aspetta, alle cose
buone e a quelle cattive.
So cosa vuoi dire. Sgiach è d’accordo?»
ribatté il mio Guardiano.
«Ha detto che possiamo restare finché
me lo consente la
coscienza. E in questo momento la
coscienza me lo consente
eccome», risposi con un sorriso un po’
ironico.
«Per me va bene. Non ho fretta di
tornare a tutti quei casini con
Neferet.»
«Allora restiamo un po’?»
Stark mi strinse forte. «Restiamo finché
tu non decidi di andare.»
Chiusi gli occhi e mi abbandonai nel suo
abbraccio con la
sensazione che mi fosse stato tolto un
enorme peso dalle spalle.
Quando mi chiese se avrei fatto una cosa
con lui, la risposta mi
venne facile e spontanea: «Come no,
tutto».
Ridacchiò. «Questa risposta mi fa venire
voglia di cambiare la
domanda.»
«Non quel tutto.» Gli diedi una piccola
spinta anche se provavo
un gran sollievo vedendo che Stark si
stava decisamente
comportando di nuovo da Stark.
«No?» Il suo sguardo si spostò dai miei
occhi alle labbra e di colpo
sembrò meno sbruffone e più
appassionato. Si chinò a baciarmi, a
lungo e con passione, togliendomi il
fiato. «Sei proprio sicura che
non intendevi quel tutto?» chiese, la
voce più bassa e roca del solito.
«No. Sì.»
Sogghignò. «Quale delle due?»
«Non lo so. Quando mi baci così non
riesco a pensare.»
«Allora dovrò farlo più spesso.»
«Okay», replicai sentendomi la testa
vuota e le gambe
stranamente molli.
«Dopo, però. Adesso voglio farti vedere
che razza di Guardiano
forte sono e mi limito a farti la domanda
che volevo fare in origine.»
Frugò nella borsa che portava a tracolla
e ne trasse una striscia lunga
e sottile del tartan dei MacUallis,
sollevandola in modo che si
agitasse dolcemente nel vento. «Zoey
Redbird, vuoi legare con me i
tuoi desideri e i tuoi sogni per il futuro
in un nodo da appendere
all’Hanging tree?»
Esitai appena un secondo, giusto il
tempo di riprendermi dalla
fitta di dolore causata dalla mancanza di
Heath, dalla
consapevolezza che con lui non ci
sarebbe più stato nessun sogno
futuro, poi ricacciai indietro le lacrime e
risposi:
«Sì, Stark, legherò con te i miei desideri
e i miei sogni per il
futuro».
CAPITOLO 4
ZOEY
«Cosa dovrei fare con la mia sciarpa di
cachemire?»
«Strapparne una striscia», ripeté Stark.
«Sei sicuro?»
«Sì, le istruzioni me le ha date
direttamente Seoras. Assieme a un
sacco di commenti da saputello sulle
tremende lacune della mia
istruzione e qualcos’altro sul non saper
distinguere il culo
dall’orecchio o dal gomito, e pure sul
fatto che sarei un ‘fanny’,
anche se non ho idea di cosa diavolo
significhi.»
«Fanny? Come un nome da donna?»
«Mi sa di no...» Scuotemmo entrambi la
testa, a muto commento
delle stranezze di Seoras.
«Comunque lui dice che dobbiamo usare
un pezzo di stoffa preso
da qualcosa di molto speciale per noi.»
Stark sorrise e diede uno
strattone alla mia sciarpa luccicante,
costosa e bellissima. «E questa ti piace
un sacco, vero?»
«Già, abbastanza da non volerla
strappare.»
Stark rise, si tolse il dirk dal fodero e
me lo tese. «Bene, allora è
perfetta per formare un nodo col mio
tartan. Creerà un legame
molto forte tra noi.»
«Sicuro, quel plaid non ti è costato
ottanta euro, che è più di
cento dollari. Credo», brontolai
allungando la mano verso il dirk.
Invece di lasciarmelo prendere, Stark
esitò e incrociò il mio
sguardo. «Hai ragione. Non mi è costato
soldi. Mi è costato sangue.»
M’ingobbii per la vergogna. «Scusami.
Mi dispiace, non volevo
mettermi a piagnucolare per una stupida
sciarpa. Ah, cavolo!
Comincio a sembrare Afrodite.»
Stark si puntò il dirk al cuore. «Se ti
trasformi in Afrodite mi
accoltello.»
«Se mi trasformo in Afrodite, prima
accoltella me.» Allungai la
mano verso il pugnale e stavolta me lo
lasciò.
«D’accordo.» Sorrise.
«D’accordo», ripetei, quindi feci un
buco nel bordo frangiato della
mia sciarpa nuova e con un gesto rapido
ne strappai un pezzo lungo
e stretto. «E adesso?»
«Scegli un ramo. Secondo Seoras
dobbiamo prendere ognuno il
nostro pezzo di stoffa e annodarli
assieme. Così i desideri che
esprimiamo saranno legati.»
«Veramente? È superomantico.»
«Già, lo so. Mi fa desiderare di averlo
inventato io. Solo per te.» Si
allungò per seguire con un dito la mia
guancia.
«Sei il miglior Guardiano del mondo.»
E lo pensavo davvero.
Lui scosse la testa, il volto tirato. «Non
è vero. Non lo dire.»
Come aveva appena fatto lui con me,
segui con un dito la linea
della sua guancia. «Per me sì, Stark. Per
me sei il miglior Guardiano
del mondo.»
Si rilassò un po’. «Per te, cercherò di
esserlo.»
Spostai lo sguardo da lui al vecchio
albero. «Quello.» Indicai un
ramo basso che si biforcava, creando
con foglie e rametti la forma
perfetta di un cuore. «Quello è il punto
che fa per noi.»
Raggiungemmo assieme la pianta poi,
come aveva spiegato il
Guardiano di Sgiach, Stark e io
annodammo la striscia coi colori
della terra del tartan MacUallis al pezzo
crema e oro della mia
sciarpa. Le nostre dita si sfiorarono
mentre stringevamo il nodo.
«Il mio desiderio per noi è di essere
sempre forti, proprio come
questo nodo», esordì Stark.
«Il mio desiderio è di essere sempre
assieme, proprio come la
stoffa di questo nodo», aggiunsi.
Suggellammo i nostri desideri con un
bacio che mi lasciò senza
fiato. Mi stavo chinando verso Stark per
baciarlo ancora, quando lui
mi prese la mano e disse: «Ti va se ti
faccio vedere una cosa?»
«Okay, certo», risposi, pensando che in
quel momento avrei detto
di sì a qualunque cosa.
Iniziò a dirigersi nel bosco, ma dovette
accorgersi che io esitavo,
perché mi strinse la mano e mi sorrise.
«Tranquilla, qui non c’è
niente che possa farti del male e, anche
se ci fosse, ti proteggerei io.
Te l’assicuro.»
«Lo so. Scusami.» Deglutii, cercando di
ricacciare giù il piccolo
groppo di paura che mi si era formato in
gola, ed entrammo nel
bosco.
«Ormai sei tornata, Zy. Sei tornata sul
serio. E sei al sicuro.»
«Ma non ricorda l’Aldilà anche a te?»
Avevo parlato talmente
piano che Stark dovette chinarsi per
sentire.
«Sì, ma in un modo positivo.»
«Anche a me, in linea generale. Qui
percepisco delle cose che mi
fanno pensare a Nyx e al suo regno.»
«Io credo abbia a che vedere col fatto
che questo posto è
vecchissimo, e che è stato separato dal
mondo per un sacco di
tempo. Okay, ci siamo. Seoras me ne
aveva parlato, e poco prima
che arrivassi mi è sembrato di averlo
visto. Eccolo.» Restai senza
fiato: davanti a noi, leggermente
spostato sulla destra, c’era un
albero che brillava. Sul serio. Dalle
linee grinzose della spessa
corteccia splendeva una delicata luce
blu, come se la pianta avesse
avuto delle vene luminose.
«Incredibile! Cos’è?»
«Ci sarà senz’altro una spiegazione
scientifica, probabilmente è
una speciale pianta fosforescente o
chissà che, ma preferisco pensare
a una magia, una magia scozzese»,
rispose Stark.
Sorrisi e diedi un piccolo strattone al
suo plaid. «Anche a me piace
di più chiamarla magia. E, per restare in
argomento di cose scozzesi,
sai che mi piaci proprio vestito così?»
Abbassò lo sguardo sul suo kilt. «Già.
Strano come una specie di
grossa gonna di lana riesca a conferire
un’aria tanto virile.»
Ridacchiai. «Mi piacerebbe proprio
sentirti dire a Seoras e agli altri
Guerrieri che indossano ’una specie di
grossa gonna di lana’.»
«Ah, no! Sono appena stato nell’Aldilà e
non ho nessuna fretta di
tornarci!» Poi ci pensò su un attimo e
aggiunse: «Quindi ti piaccio
vestito così, eh?»
Incrociai le braccia e gli girai intorno,
squadrandolo dalla testa ai
piedi. I colori del tartan dei MacUallis
mi ricordavano sempre la
terra e, per quanto strano possa
sembrare, a essere più precisi mi
ricordavano l’Oklahoma: marrone
ruggine del terreno rossiccio
unito alla più delicata tonalità delle
foglie e a un grigio che faceva
pensare alla corteccia degli alberi. Stark
l’indossava alla vecchia
maniera, come gli aveva insegnato
Seoras: metri di stoffa piegati a
mano avvolti intorno al corpo e fermati
con cinture e splendide
spille antiche (anche se non penso che i
Guerrieri le chiamassero
«spille»). Una parte del plaid gli
copriva le spalle, ed era un bene
perché escludendo quelle specie di
cinture di cuoio incrociate sul
petto, portava soltanto una T-shirt senza
maniche.
Si schiarì la voce, nervoso, e fece un
mezzo sorriso che lo fece
sembrare un ragazzino. «Allora, mia
regina? Ho superato
l’ispezione?»
«Oh, sì. E a pieni voti, anche!»
Che buffo, anche se era un Guardiano
grande, grosso e
pericoloso, si sentì sollevato. «Mi fa
piacere. E guarda quant’è utile
tutta questa stoffa.» Mi prese per mano e
mi portò più vicino
all’albero luccicante, quindi si sedette
allargando sul muschio parte
del suo plaid. «Vieni, Zy, siediti.»
«Volentieri», replicai rannicchiandomi
accanto a lui.
Stark mi prese tra le braccia e mi coprì
col plaid, in modo che mi
ritrovassi a fare la parte del prosciutto
in un caldo, accogliente e
amorevole panino di Guerriero e tartan.
Restammo così per quello che sembrò
parecchio tempo, senza
parlare, preferendo sprofondare in un
bellissimo silenzio complice.
Stare abbracciata a Stark mi faceva
sentire bene e al sicuro. E,
quando le sue mani cominciarono a
muoversi, seguendo i miei
tatuaggi prima sul viso e poi sul collo,
anche questo mi fece sentire
bene.
«Sono felice che siamo tornati», disse
piano Stark.
«È stato merito tuo. Per come mi hai
fatto sentire nell’Aldilà»,
mormorai.
Sorrise e mi baciò la fronte. «Vuoi dire
spaventata e fuori di
testa?»
«No. Mi hai fatto sentire di nuovo viva»,
replicai sfiorandogli il
volto.
Le sue labbra si spostarono dalla mia
fronte alla bocca. Mi baciò a
lungo, poi disse: «È bello saperlo,
perché tutta la storia di Heath e
dell’averti quasi persa mi ha fatto capire
una cosa di cui non mi ero
ancora reso conto del tutto. Zoey, io non
posso vivere senza di te.
Magari sarò soltanto il tuo Guardiano e
tu avrai un altro consorte o
persino un compagno, ma chiunque altro
entri a fare parte della tua
vita non cambierà quello che sono per
te. Non m’incazzerò più e
non sarò più egoista e non ti lascerò
mai. Per nessun motivo.
Affronterò la questione degli altri
ragazzi e questo non cambierà
quanto c’è tra noi. Te lo giuro». A quel
punto sospirò e appoggiò la
fronte contro la mia.
«Grazie. Anche se suona un po’ come se
mi stessi cedendo ad altri
ragazzi», gli dissi.
Si tirò indietro, mi guardò aggrottando la
fronte e sbottò: «Zy,
questa è un’emerita stronzata».
«Be’, hai appena detto che ti sta
benissimo se io sto con...»
«No!» Mi scosse leggermente. «Non ho
detto che mi sta benissimo
che tu stia con altri. Ho detto che non
lascerei che questo
distruggesse ciò che abbiamo.»
«E cos’è che abbiamo?»
«Noi. Per sempre.» Gli strinsi le braccia
intorno alle spalle. «Stark,
a me questo basta. Faresti una cosa con
me?»
«Come no, tutto», replicò copiando la
mia risposta e facendo
sorridere entrambi.
«Baciami ancora come prima in modo
che non possa pensare.»
«Senz’altro.» Il bacio di Stark cominciò
lento e dolce, ma non
rimase così a lungo. E, mentre si faceva
più profondo, le sue mani
iniziarono a esplorare il mio corpo.
Quando incontrò l’orlo della
mia maglietta esitò, e in quel breve
istante io presi la mia decisione.
Volevo Stark. Volevo tutto di lui. Mi
staccai quanto bastava per
guardarlo negli occhi. Avevamo
entrambi il fiato corto e lui si chinò
automaticamente verso di me, come se
non sopportasse di non
starmi appiccicato.
«Aspetta.» Gli appoggiai le mani sul
petto.
«Scusami. Non volevo esagerare.»
«No, non è questo. Non stavi
esagerando. È solo che volevo...
be’...» Esitai, cercando di far funzionare
il cervello in quella nebbia di desiderio
che provavo per lui. «Ah, cavolo.
Meglio se te lo faccio
vedere cosa voglio.» Prima di poter fare
la timida o di sentirmi in
imbarazzo, mi alzai.
Stark mi fissava incuriosito ma, quando
mi levai la maglietta e i
jeans, la curiosità sparì e i suoi occhi
sembrarono diventare neri di
passione. Tornai a sdraiarmi nella
sicurezza del suo abbraccio,
gustando la ruvidezza del plaid contro la
pelle nuda e liscia.
«Sei bellissima», disse Stark, seguendo
col dito il tatuaggio che mi
girava intorno ai fianchi. Quel tocco mi
fece tremare. «Hai paura?»
chiese, tirandomi più vicino.
«Non sto tremando di paura. Ma dalla
voglia che ho di te»,
spiegai tra un bacio e l’altro.
«Sei sicura?»
«Più che sicura. Stark, io ti amo.»
«Anch’io ti amo, Zoey.»
Allora Stark mi prese tra le braccia e le
sue mani e le sue labbra
cancellarono il mondo, facendomi
pensare soltanto a lui, desiderare
soltanto lui. Le sue carezze cacciarono
tra le nebbie del passato
l’orribile ricordo di Loren e dello
sbaglio che avevo fatto dandomi a
lui. E, allo stesso tempo, Stark alleviò il
dolore lasciato in me dalla
perdita di Heath. Avrei sempre sentito la
mancanza di Heath ma,
mentre facevo l’amore con Stark, capii
che, dato che lui era umano,
a un certo punto avrei comunque dovuto
dirgli addio.
Stark era il mio futuro, il mio Guerriero,
il mio Guardiano, il mio
amore.
Lui si tolse di dosso il plaid e si sdraiò
nudo accanto a me, quindi
si chinò e mi sfiorò il collo con la
lingua. Poi fu il turno dei denti, un tocco
rapido e interrogativo.
«Sì», dissi, stupita dal tono roco e poco
familiare della mia voce.
Feci anch’io una domanda senza parole,
sfiorandogli la pelle coi
denti.
«Oh, Dea, sì! Fallo, Zoey. Fallo.»
Non riuscii ad aspettare ancora. Gli
graffiai la pelle nello stesso
istante in cui lui mi mordeva
delicatamente il collo, e il sapore caldo
e dolce del suo sangue riempì il mio
corpo dei nostri sentimenti
condivisi. Il legame tra noi era come
fuoco, che bruciava e si
consumava con un’intensità quasi
dolorosa. Quasi insopportabile da
tanto era piacevole. Ci aggrappammo
l’uno all’altra, bocche sulla
pelle, corpo contro corpo. Riuscivo a
sentire soltanto Stark. Udivo
soltanto i nostri cuori che battevano
all’unisono. Non avrei saputo
dire dove finivo io e iniziava lui. Non
avrei saputo dire se il piacere
che provavamo fosse mio o suo. Dopo,
sdraiata tra le sue braccia, le
nostre gambe intrecciate, i corpi ancora
lucidi di sudore, inviai una
preghiera silenziosa alla mia Dea:
Grazie, Nyx, di avermi dato Stark.
Grazie di aver fatto sì che mi ami.
Restammo nel boschetto per ore. In
seguito avrei ricordato quella
sera come una delle più felici della mia
vita. Nel caos del futuro, il
ricordo dell’abbraccio di Stark, la
condivisione di sogni e carezze, e
quell’attimo di appagamento totale e
assoluto sarebbero stati
qualcosa da tenere caro, come la calda
luce di una candela nel buio
della notte.
Molto più tardi, tornammo lentamente al
castello. Tenevamo le
dita intrecciate e le nostre braccia si
sfioravano con grande intimità.
Ero così presa da lui che, quando
attraversammo il ponte, non notai
nemmeno le teste impalate sulle picche.
A dire il vero, non mi ero
accorta più o meno di niente finché la
voce di Afrodite non ruppe
l’incantesimo.
«Ma per favore! Perché non vi mettete
un cartello in fronte e
stampate dei manifesti?»
Ancora sognante, sollevai la testa dalla
spalla di Stark e vidi
Afrodite all’ingresso del castello in una
zona illuminata dalle torce,
che pestava il piede con aria scocciata.
«Mia cara, lasciali in pace. Hanno
pagato a caro prezzo la loro
felicità.» La voce profonda di Dario
provenne dalle ombre accanto a
lei.
Afrodite inarcò un sopracciglio con aria
di scherno. «Non direi che
quello che ha appena dato a Stark fosse
un pezzo di felicità.»
«Guarda, in questo momento le tue
volgarità non mi sfiorano
neanche», replicai.
«Però sfiorano me», intervenne Stark.
«Non dovresti passare il
tempo a strappare le ali ai gabbiani o le
chele ai granchi?»
Afrodite si comportò come se Stark non
avesse aperto bocca e si
rivolse a me. «È vero?»
«Cosa è vero? Che sei una gran
rompiscatole?» replicai.
Stark sbuffò. «Questo è vero senz’altro.»
«Se è vero, allora glielo devi dire. Non
ho intenzione di ascoltare i
suoi piagnistei.» Afrodite mi sventolò
l’iPhone davanti alla faccia.
«Cavolo, ti comporti da pazza totale
persino per i tuoi livelli. Ti
serve una terapia d’urto a base di
shopping? Cosa. È. Vero?»
domandai lentamente, scandendo le
parole come se fosse una
straniera che sta imparando la lingua.
«È vero quello che mi ha appena detto la
regina-di-tutto-quelloche-sta-a-Skye, cioè che tu domani non
parti con noi? Che rimani
qui?»
«Oh. Sì, è vero.» Strusciai il piede,
chiedendomi come mai mi
sentissi in colpa.
«Grandioso. Non c’è altro da dire.
Allora, come dicevo prima,
glielo spieghi tu.»
«A chi?»
«A Jack. Tieni. Scoppierà a piangere a
singhiozzoni e si rovinerà il
trucco, cosa che lo farà piagnucolare
ancora di più. E io non voglio
avere niente a che fare con quel pianto
gay. Proprio niente.»
Afrodite toccò lo schermo del suo
telefono. Che stava suonando
quando me lo passò.
Quando rispose, Jack era dolce ma un
po’ sulla difensiva.
«Afrodite, se stai per dire qualche altra
cattiveria sul Rituale, allora
credo che faresti meglio a tacere. E poi
non ti ascolterei comunque
perché sono impegnato a sfidare la
gravità. Perciò ti saluto.»
«Uh, ciao, Jack», feci.
Riuscii quasi a vedere il lampo del suo
sorriso attraverso il
telefono. «Zoey! Ciao! Oooh, è così
fantastico che tu non sia morta e
nemmeno, cioè, semimorta. Ehi,
Afrodite ti ha spiegato cos’abbiamo
intenzione di fare domani quando torni?
Ohmiadea, sarà fighissimo!»
«No, Jack, Afrodite non me l’ha
spiegato perché...»
«Perfetto, te lo spiego io. Allora, faremo
un Rito di
Festeggiamento speciale per le Figlie e i
Figli Oscuri, perché il fatto
che tu non sia più a pezzi è davvero
favoloso.»
«Jack, io devo...»
«No, no, no, tu non devi fare niente. Ho
già pensato a tutto io.
Ho persino deciso il rinfresco, be’,
naturalmente con l’aiuto di
Damien, ovvio...» Sospirai e attesi che
prendesse fiato.
«Visto, cosa ti avevo detto?» intervenne
sottovoce Afrodite. «Si
metterà a frignare quando farai
scoppiare la sua piccola bolla rosa.»
«... e la parte che preferisco è quando tu
entri nel cerchio e io
inizio a cantare Defying Gravity. Sai,
come ha fatto Kurt di Glee,
solo che io a quella nota alta ci arrivo.
Allora, cosa ne pensi?» Chiusi
gli occhi, presi un bel respiro e dissi:
«Penso che sei davvero un buon
amico».
«Oooh! Grazie!»
«Ma dobbiamo spostare il Rituale.»
«Spostarlo? E perché?» Già aveva
cominciato a tremargli la voce.
«Perché...» esitai. Cacchio. Aveva
ragione Afrodite: probabilmente
si sarebbe davvero messo a piangere.
Stark mi tolse di mano il telefono e mise
in vivavoce. «Ehi, Jack,
ciao», esordì.
«Ciao, Stark!»
«Senti, mi potresti fare un piacere?»
«Ohmiadea! Ma certo!»
«Sai, io sono ancora un po’ fuori fase
per tutta la storia dell’Aldilà.
Afrodite e Dario rientrano domani, ma
Zoey resta qui a Skye con me
finché non mi rimetto in forze. Quindi
potresti far sapere tu agli altri
che non torniamo a Tulsa ancora per un
paio di settimane?»
Trattenni il fiato aspettandomi le
lacrime, invece Jack si comportò
in modo davvero adulto e maturo.
«Assolutamente. Non
preoccuparti di niente. Lo spiego io a
Lenobia e a Damien e agli altri.
E, Zy, tranquilla. Possiamo spostare tutto
senza problemi. Così avrò
anche più tempo per provare la mia
canzone e preparare delle
decorazioni con gli origami a forma di
spade. Pensavo di appenderli
con una lenza da pesca, di quelle
trasparenti, così, sai, sembrerà che
stiano davvero sfidando la gravità.»
Sorrisi e mimai a Stark un grazie.
«Sembra perfetto, Jack. Non
avrò niente di cui preoccuparmi sapendo
che ti occupi tu delle
decorazioni e della musica.»
L’allegra risata di Jack gorgogliò fuori
dell’iPhone. «Sarà un
Rituale splendido! Aspetta e vedrai.
Stark, tu pensa solo a rimetterti.
Oh, Afrodite, non dovresti presumere
che io scoppi a piangere al
primo sospetto di un cambiamento di
piani per una festa.»
Afrodite lanciò un’occhiataccia al
telefono. «Come diavolo facevi
a sapere che era quello che pensavo?»
«Sono gay. Le cose le so.»
«Se lo dici tu. Adesso però di’ ciao,
Jack, o questa telefonata mi
costerà miliardi», saltò su Afrodite
«Ciao, Jack!» ribatté lui mentre Afrodite
prendeva il telefonino a
Stark e interrompeva la comunicazione.
«È andata molto meglio di quanto
pensassi», dissi.
«Già, ‘la ragazza’ l’ha presa bene.
Chissà come la prenderà l’altra,
dato che è peggio di Miss Jack
all’ennesima potenza.»
«Oh, senti, Afrodite, Damien non è un
gay tutto moine, anche se
non c’è niente di male a esserlo.
Comunque vorrei proprio che tu
fossi più carina con loro due.»
«Ma per favore! Non sto parlando dei
tuoi gay. Sto parlando di
Neferet.»
«Neferet! Cos’hai saputo di lei?»
domandai con voce tagliente.
Odiavo persino pronunciare il suo nome.
«Niente, ed è proprio questo che mi
preoccupa. Ma senti, Zy, non
perderci il sonno. Dopotutto, tu resti qui
a Skye, con una vagonata
di ragazzoni grandi e grossi, oltre a
Stark, a proteggerti, mentre il
resto di noi semplici mortali continua
fino alla nausea con l’epica
battaglia del bene contro il male, della
Luce contro la Tenebra, bla
bla bla...» Afrodite si voltò e salì a
grandi passi la scalinata che
portava al castello.
«Afrodite una semplice mortale?
Credevo che il suo livello di
rottura di scatole andasse ben oltre il
‘semplice’», commentò Stark.
«Guarda che ho sentito!» gridò Afrodite
senza girarsi del tutto.
«Oh, Zy, per tua informazione, ho
un’emergenza bagagli, come se di
emergenze non ne avessi già abbastanza,
quindi ti confisco la valigia
che ti sei comprata l’altro giorno. Vado
a preparare le mie cose. A
dopo, villici.» E sbatté il pesante
portone di legno, cosa peraltro
davvero notevole.
«Assolutamente splendida», commentò
Dario con un sorriso pieno
di orgoglio mentre saliva i gradini a due
a due e seguiva la sua
ragazza.
«Riesco a pensare a un sacco di
aggettivi con la S adatti ad
Afrodite, ma splendida non è
nell’elenco», brontolò Stark.
«Mi vengono in mente ’stordita’ e
’sgarbata’», dissi.
«A me invece viene in mente
’stallatico’», riprese Stark.
«Stallatico?»
«Trovo che sia piena di merda, ma
definirla stronza è troppo
facile, quindi un sinonimo di letame che
inizia con la S per il
momento è il meglio cui sia riuscito a
pensare», spiegò.
«Mamma mia!» commentai. Poi lo presi
sottobraccio. «Stai solo
cercando di distrarmi dalla questione
Neferet, vero?»
«E funziona?»
«Mica tanto.»
Il braccio di Stark mi scivolò intorno ai
fianchi. «Allora dovrò
migliorare le mie tattiche di
distrazione.»
Raggiungemmo l’ingresso del castello e
lasciai che Stark mi
divertisse con la sua lista di parole con
la S che si adattavano ad
Afrodite più di «splendida», cercando
di recuperare la sensazione di
gioia soddisfatta che avevo appena
provato. Continuavo a ripetermi
che Neferet era in tutto un altro mondo, e
che gli adulti di quel
mondo potevano tenerla a bada. Mentre
Stark mi apriva il portone,
qualcosa attirò il mio sguardo verso
l’alto e vidi la bandiera che
sventolava orgogliosa sul piccolo regno
di Sgiach. Mi fermai a
studiare la bellezza del possente toro
nero con la sagoma della Dea
dipinta sul corpo e, in quel momento,
dall’acqua che fiancheggiava il
castello si levò un filo di nebbia che
andò ad alterare la scena,
trasformando il toro nero in un bianco
spettrale e nascondendo
completamente l’immagine della Dea.
Mi venne un brivido di paura.
«Cosa c’è?» Stark scattò subito al mio
fianco.
Sbattei le palpebre. La nebbia si
dissolse e la bandiera tornò come
prima.
«Niente. Sono solo un po’ paranoica»,
mi affrettai a replicare.
«Ehi, ci sono io qui. Non devi essere
paranoica; non devi
preoccuparti. Ti so proteggere.»
Stark mi abbracciò stretta, sbarrando la
strada al mondo esterno e
a quello che stava cercando di dirmi lo
stomaco.
CAPITOLO 5
STEVIE RAE
«Non è da te. Lo sai?»
Stevie Rae alzò gli occhi verso
Kramisha. «Sto soltanto seduta qui
a farmi i fatti miei.» S’interruppe per
lasciare che venisse capito bene
l’implicito: a differenza di te. «Com’è
che non sarebbe da me?»
«Tesoro, ti sei scelta l’angolo più buio e
sinistro dell’universo e,
per migliorare la situazione, hai persino
spento le candele. E te ne
stai qui avvilita a rimuginare talmente
forte che quasi posso sentire i
tuoi pensieri.»
«Non puoi sentire i miei pensieri.»
Il tono brusco di Stevie Rae fece
sgranare gli occhi a Kramisha.
«Ovvio che non posso, tesoro, non c’è
bisogno che t’incavoli. Ho
detto quasi. Mica sono Sookie
Stackhouse. E comunque anche se lo
fossi non ti leggerei nel cervello.
Sarebbe da cafoni e mia mamma
non mi ha cresciuta così.»
Kramisha si sedette accanto a Stevie
Rae sulla panchina di legno.
«Tanto per restare in argomento... sono
l’unica a pensare che quel
lupo mannaro sia più figo di Bill ed Eric
messi assieme?»
«Kramisha, non mi rovinare la terza
stagione di True Blood. Non
ho ancora finito di vedere i DVD della
seconda.»
«Be’, ti sto solo avvisando di prepararti
a una strafigaggine a
quattro zampe.»
«Dico sul serio. Non osare raccontarmi
altro!»
«Okay, okay, ma un giorno dobbiamo
assolutamente riparlare di
tutta la storia lupo-mostro-ragazzofigaccione.»
«Ascolta, questa panca è di legno,
quindi è parte della terra. Il che
significa che posso trovare il sistema di
farti un mazzo tanto se mi
rovini True Blood.»
«Tesoro, vuoi rilassarti per favore?
Quella questione l’ho già
archiviata. C’è un’altra cosa di cui
dobbiamo discutere prima di
andare ad annoiarci alla riunione del
Consiglio.»
«È uno dei nostri compiti. Io sono una
Somma Sacerdotessa. Tu
sei un Poeta Laureato. Noi dobbiamo
andare alle riunioni del
Consiglio.» Stevie Rae sbuffò.
«Cavolaccio schifoso, non vedo l’ora
che torni Zoey.»
«Già, già, questo lo capisco. Invece non
capisco cosa ti ha
incasinato il cervello al punto da non
sembrare nemmeno più tu.»
«Be’, il mio ragazzo ha perso quella sua
testaccia di cavolo ed è
sparito dalla faccia della terra. La mia
migliore amica è quasi morta
nell’Aldilà. I novizi rossi – gli altri –
sono ancora là fuori a fare dio solo sa
cosa, che tradotto sono quasi certa
significhi mangiare le
persone. E, tanto per non farsi mancare
niente, si presume che io sia
una Somma Sacerdotessa, anche se non
sono nemmeno sicura di
sapere cosa voglia dire. Secondo me ce
n’è abbastanza da incasinare
il cervello di chiunque.»
«Sì, certo, ma non è abbastanza da
ispirarmi in continuazione
quelle strane poesie che sono tutte sullo
stesso argomento da
mettere i brividi. Riguardano te e delle
bestie, tesoro, e voglio sapere
perché.»
«Kramisha, non so di cosa stai
parlando.»
Stevie Rae fece per alzarsi, ma
Kramisha frugò nella sua immensa
borsetta ed estrasse un foglietto viola
con sopra scritto qualcosa nella
sua inconfondibile calligrafia.
Con un altro sospirone, Stevie Rae si
risedette e allungò una
mano.
«D’accordo. Fammi vedere.»
«Le ho scritte tutt’e due su questo foglio.
La vecchia e la nuova.
Qualcosa mi dice che ti potrebbe servire
una rinfrescatina alla
memoria.»
Stevie Rae non commentò. Spostò lo
sguardo sulla prima poesia e
la lesse con attenzione. Non che le
servisse una rinfrescata alla
memoria: ogni verso le era rimasto
impresso a fuoco nella mente.
La Rossa entra nella Luce,
pronta alla sua parte
nell’apocalittica battaglia.
La Tenebra si cela sotto forme diverse,
guarda oltre aspetto, colore, menzogne
e tempeste emozionali.
Alléati con lui; paga col tuo cuore,
anche se fiducia non si può dare
senza aver prima diviso la Tenebra.
Guarda con l’anima e non con gli occhi,
perché per danzare con le bestie
devi penetrare oltre il loro
travestimento.
Stevie Rae s’impose di non piangere, ma
si sentiva il cuore ferito e
lacerato. La poesia diceva la verità.
Aveva visto Rephaim con
l’anima, non con gli occhi. Aveva diviso
la Tenebra, fidandosi di lui
e accettandolo e, per essersi alleata con
una bestia, aveva pagato col
suo cuore. Stava ancora pagando col suo
cuore.
Riluttante, Stevie Rae guardò la seconda
poesia, quella nuova.
Ricordando a se stessa di non reagire, di
non lasciare che il suo viso
facesse trapelare qualcosa, iniziò a
leggere.
Le bestie possono essere belle,
i sogni diventare desideri,
e la realtà cambiare grazie alla ragione.
Fidati della tua verità
uomo... mostro... mistero... magia...
Ascolta col cuore, guarda senza
disprezzo.
L’amore non perderà.
Fidati della sua verità,
la sua promessa è prova assoluta,
la verifica è il tempo.
La fiducia libera se c’è il coraggio di
cambiare.
Stevie Rae si sentiva la bocca asciutta.
«Mi spiace, non ti posso
aiutare. Non so di cosa parlino questi
versi.» Tentò di restituire il
foglietto a Kramisha, ma la poetessa
teneva le mani incrociate sul
petto.
«Stevie Rae, come bugiarda non vali una
cicca.»
«Non mi sembra un’ideona dare della
bugiarda alla tua Somma
Sacerdotessa», ribatté Stevie Rae con
un’ombra di cattiveria Kramisha
scosse la testa.
«Cosa ti sta succedendo? Qualsiasi cosa
sia ti sta lacerando dentro.
Fossi in te, mi racconterei tutto.
Cercherei un aiuto per capire come
stanno le cose.»
«Quello che non riesco a capire è ’sta
roba delle poesie! Sono
metafore e simbolismi e predizioni
strane e confuse.»
«Che grandissima balla! Siamo sempre
riusciti a interpretarle, le
mie poesie. Zoey ce l’ha fatta. Tu e io ce
l’abbiamo fatta, almeno
quanto bastava a comunicare con Zy
nell’Aldilà. Ed è servito. L’ha
detto Stark che è servito.» Kramisha
indicò la prima poesia. «Una
parte di questa si è realizzata. Hai
incontrato le bestie. Quei due tori.
Da quel momento sei diventata un’altra.
Adesso ti porto una nuova
poesia sulle bestie. Lo so che riguardano
tutte te. E so pure che c’è
qualcosa che non vuoi dirmi in
proposito.»
«Senti, Kramisha, fatti i fatti tuoi, okay?
Ho chiuso con ’sta menata
delle bestie!» Stevie Rae si alzò, lasciò
il suo angoletto buio e andò
dritta a sbattere contro Dragone
Lankford.
«Ehi, piano, di che si tratta? Ho sentito
bene? Parlavi di bestie?»
domandò il professore mentre la
sorreggeva.
«Proprio così.» Kramisha indicò la
pagina del blocchetto viola che
aveva in mano Stevie Rae. «Ho scritto
due poesie, una il giorno in
cui Stevie Rae si era andata a
impegolare con quei due tori, e la
seconda poco fa. Lei però non pensa che
siano importanti.»
«Non ho detto che non sono importanti.
È solo che voglio badare
ai fatti miei da sola, senza sentirmi
pressare da tutti i ficcanaso
dell’intero universo.»
«Mi consideri un ficcanaso?» domandò
Dragone.
Stevie Rae si costrinse a incrociare lo
sguardo del maestro di
scherma. «No, no di certo.»
«E sei d’accordo con me che le poesie
di Kramisha sono
importanti.»
«Be’... sì.»
«Allora non puoi ignorarle e basta.»
Dragone posò la mano sulla
spalla di Stevie Rae. «So cosa significa
voler tenere privata la propria
vita, ma ora sei una Somma
Sacerdotessa, ci sono cose più
importanti della privacy.»
«Questo lo so, ma posso occuparmi
della situazione da sola.»
«Così come ti sei ’occupata’ dei tori?»
commentò Kramisha. «Se ne
sono andati, giusto? Allora vuol dire che
me ne sono occupata
benissimo.»
«Mi ricordo come stavi dopo lo scontro
col toro. Eri gravemente
ferita. Se tu avessi compreso la poesia
di Kramisha, probabilmente il
prezzo che avresti pagato non sarebbe
stato così alto. E poi c’è il
fatto che è comparso un Raven Mocker,
che potrebbe addirittura
essere quel mostro di Rephaim. Lui è
ancora là fuori ed è un pericolo
per tutti noi. Perciò, giovane
sacerdotessa, devi capire che un
avvertimento diretto a te non può essere
mantenuto privato in
quanto coinvolge la vita di altri.»
Stevie Rae fissò Dragone negli occhi,
cercando di decifrare la sua
espressione: era di sospetto e rabbia o
rifletteva soltanto il dolore
che l’avvolgeva dalla morte della
moglie?
Mentre lei esitava, Dragone riprese:
«Una bestia ha ucciso
Anastasia. Non possiamo permettere che
altri innocenti siano toccati
da queste creature di Tenebra, se
riusciamo a evitarlo. Stevie Rae, lo
sai che sto dicendo la verità».
«Io... io, sì, lo so», balbettò, cercando di
riordinare i pensieri.
Rephaim ha ucciso Anastasia la sera in
cui Dario gli ha sparato.
Nessuno potrà mai dimenticarselo... io
non lo dimenticherò mai,
soprattutto adesso che le cose sono
cambiate. Non lo vedo da
settimane. Il nostro Imprinting esiste
ancora, lo sento, eppure non
ho ricevuto nessuna sensazione da lui.
E fu proprio quel vuoto, quella
mancanza di emozioni a far
decidere Stevie Rae. «Okay, ha ragione.
Ho bisogno di aiuto con
questa storia.» Porse le poesie al
professore. Forse è così che deve
andare. Se Dragone scoprirà il mio
segreto, sarà tutto distrutto,
Rephaim, il nostro Imprinting e il mio
cuore... Ma almeno sarà
finita.
Mentre leggeva la nuova poesia,
l’espressione di Dragone si fece
sempre più cupa. Quando infine il
vampiro alzò lo sguardo dal
foglietto, non c’erano dubbi su quanto
fosse preoccupato.
«Il secondo toro che hai evocato, quello
nero che ha fatto sparire
il cattivo... che tipo di legame avevi con
lui?»
«Non so se si possa definirlo un legame,
ma ho pensato che fosse
molto bello. Era nero, però in lui non
c’era traccia di Tenebra. Era
incredibile... bello come il cielo di
notte, bello come la terra.»
«La terra... Se il toro ti ricorda il tuo
elemento, forse vuol dire che
hai una sorta di legame con lui.»
«Ma noi sappiamo che è buono. Non c’è
dubbio su questo. La
poesia non può parlare di lui»,
intervenne Kramisha.
«E allora?» Stevie Rae non riusciva a
nascondere l’irritazione.
Kramisha sembrava un dannatissimo
cane: non voleva proprio
mollare l’osso.
«Allora le poesie, e soprattutto l’ultima,
parlano di fidarsi della
verità. Che lui è buono e che ti puoi
fidare lo sappiamo già, quindi
perché dovrebbe servirti una poesia per
spiegartelo?»
«Kramisha, ho già cercato di dirtelo
prima: non ne ho la minima
idea.»
«Tesoro, io penso solo che non parlino
del toro nero», insistette la
poetessa.
«E di cos’altro potrebbero parlare? Io
di altre bestie non ne
conosco», disse in fretta Stevie Rae,
come se la velocità potesse far
sparire la bugia.
«Hai detto che Dallas ha un’insolita
nuova affinità, e che
sembrava impazzito. È così?» chiese
Dragone.
«Più o meno», replicò Stevie Rae.
«Il riferimento alla bestia potrebbe
riguardare simbolicamente
Dallas. La poesia potrebbe voler dire
che devi fidarti dell’umanità
che ancora c’è in lui», continuò
Dragone.
«Ah, non lo so... L’ultima volta che l’ho
visto era incasinato e
fuori di testa. Insomma, diceva delle
cose stranissime sul Raven
Mocker che aveva visto», replicò Stevie
Rae.
«La Riunione del Consiglio sta per
iniziare!» li avvisò Lenobia.
Mentre si dirigevano verso la Camera
del Consiglio, Dragone
sollevò il foglietto. «Vi spiace se lo
tengo io? Solo il tempo di copiare le
poesie e poi ve lo rendo. Vorrei poterle
studiare meglio.»
«A me sta bene», rispose Stevie Rae.
«Be’, Dragone, sono felice che ci sia
anche il suo cervello a
lavorarci sopra», fece Kramisha.
«Pure io», aggiunse Stevie Rae,
cercando di fare in modo di
sembrare sincera.
Dragone si fermò un attimo. «Lo
mostrerò soltanto a quei vampiri
che penso ci possano aiutare a scoprire
il significato di queste parole.
Capisco benissimo il tuo desiderio di
privacy.»
«Domani ne parlerò con Zoey», disse
Stevie Rae.
Dragone aggrottò la fronte. «Sono
convinto che tu debba
condividere con lei la poesia, ma
purtroppo domani non rientrerà
alla Casa della Notte.»
«Come? Perché no?»
«Pare che Stark non sia in condizioni di
poter viaggiare, perciò
Sgiach ha dato loro il permesso di
rimanere a Skye finché lo
desiderano.»
«Gliel’ha detto Zoey?» Stevie Rae non
riusciva a credere che la sua
migliore amica avesse chiamato
Dragone e non lei. Cos’aveva in
testa Zy?
«No, lei e Stark hanno parlato con
Jack.»
«Oh, il Rituale di Festeggiamento.»
Stevie Rae annuì. Zy non le
aveva tenuto nascosto niente: Jack era
così gasato per il Rituale da
autoproclamarsi addetto alla musica, al
cibo e alle decorazioni,
quindi era più che probabile che le
avesse telefonato con una serie di
domande fondamentali tipo: Qual è il tuo
colore preferito? oppure
Doritos o patatine Ruffles?
«Il ragazzino è ossessionato. Scommetto
che ha perso la testa
quando ha scoperto che domani Zoey
non torna a casa.»
«A dire il vero sta sfruttando il tempo in
più per provare la
canzone. E per preparare le
decorazioni», spiegò Dragone.
«Che la Dea ci aiuti», commentò
Kramisha. «Se solo prova ad
appendere arcobaleni e unicorni e a
farci indossare boa di struzzo –
di nuovo –, stavolta mi sente!»
«Origami a forma di spada», disse
Dragone.
«Mi scusi?» Stevie Rae era certa di
avere capito male.
Dragone ridacchiò. «Jack è venuto in
palestra a prendere in
prestito una claymore per avere un
campione da copiare. In onore
di Stark, ha intenzione di appendere
origami a forma di spada a una
lenza da pesca. Dice che saranno perfetti
con la canzone.»
«Già, perché sfideranno la gravità!»
Stevie Rae non riuscì a non
sogghignare. Le piaceva proprio Jack.
Quel ragazzo era troppo
carino per descriverlo a parole.
«Spero almeno che non le faccia con la
carta rosa. Non sarebbe
adatto per niente.»
Erano arrivati alla Camera del
Consiglio e, prima di entrare nella
stanza già piena, Stevie Rae udì Dragone
dire: «Non rosa. Viola. L’ho
visto con una montagna di carta di quel
colore».
Stevie Rae stava ancora sorridendo
quando Lenobia dichiarò
aperta la riunione. Nei giorni successivi,
avrebbe ricordato quel
sorriso, desiderando di potersi
aggrappare all’immagine di Jack che
realizzava spade di carta viola cantando
Defying Gravity, sempre
pronto a vedere il lato bello della vita,
sempre dolce, sempre felice
e, cosa più importante, sempre al sicuro.
CAPITOLO 6
JACK
«Duc, bella ragazza, cosa c’è? Perché
sei così schizzata oggi?» Jack
tolse la pila di carta da origami viola da
sotto il sedere della labrador bionda e la
spostò fuori della sua portata, sullo
sgabello di legno che
usava come tavolino.
La cagnolona sbuffò, scodinzolò e si
avvicinò ancora di più al
ragazzo.
Lui sospirò e la guardò con tanto affetto
ma anche un po’
esasperato. «Non devi starmi sempre
attaccata. Va tutto bene. Sto
soltanto preparando le decorazioni.»
«Oggi è particolarmente appiccicosa»,
commentò Damien
sedendosi a gambe incrociate sull’erba.
Jack smise di dedicarsi alla spada di
carta che aveva appena
realizzato e accarezzò la testa morbida
di Duchessa. «Secondo te
riesce a percepire che S-T-A-R-K non si
sente al cento per cento?
Pensi che sappia che domani non
tornerà?»
«Be’, forse. È molto intelligente. Ma a
mio parere è più
preoccupata di vederti salire là sopra
che del fatto che Stark sia
stanco e in ritardo sui tempi.»
Jack agitò le dita in direzione della
scala da due metri e mezzo
pronta poco lontano. «Ah, ma non c’è
niente di cui tu e Duc
dobbiate preoccuparvi. Quella scala è
sicurissima. Ha persino un
fermo che la tiene aperta.»
«Non lo so. È così alta...» Damien
lanciò un’occhiata circospetta
agli ultimi pioli.
«Ma no, non è così terribile. E poi non
devo salire fino in cima.
Questo povero albero ha i rami che
vanno verso il basso. Sì,
insomma, da quando lui è saltato fuori
da sotto le radici.» Jack
pronunciò l’ultima frase in un sussurro
degno di un attore sul palco.
Damien si schiarì la voce e diede alla
grande quercia sotto cui
erano seduti la stessa occhiata
circospetta che aveva riservato alla
scala. «Okay, non ti arrabbiare, ma devo
proprio parlarti della tua
idea di scegliere questo posto per il
Rituale di Festeggiamento di
Zoey.»
Jack sollevò una mano col palmo rivolto
all’esterno, nel segnale
universale di stop. «Lo so già che
qualcuno avrà dei problemi con
questa location, ma ho deciso che i pro
battono i contro.» Damien
gli prese la mano e la tenne tra le sue.
«Tesoro, tu hai sempre le migliori
intenzioni. Ma penso che
stavolta dovresti prendere in
considerazione la possibilità di essere
l’unico a trovare qualcosa di positivo in
questo posto. La
professoressa Nolan e Loren Blake sono
stati uccisi qui. Kalona si è
liberato spaccando questo albero. A me
non sembra tanto adatto a
dei festeggiamenti.»
Jack coprì la mano libera di Damien con
la propria. «È un luogo
di potere, giusto?»
«Esatto.»
«E il potere non è né negativo né
positivo. Assume queste
caratteristiche solo quando delle forze
esterne prendono il
sopravvento e l’influenzano. Giusto?»
Damien esitò, rifletté e poi, un po’
riluttante, annuì. «Sì,
immagino che sia di nuovo esatto.»
«Be’, io sento che il potere che c’è in
questo luogo, in quest’albero
spezzato e nella zona vicino al confine
est del parco, è stato usato
male. Ha bisogno di un’occasione per
tornare a essere uno
strumento della Luce e del bene. Devo
farlo. Qualcosa dentro di me
mi dice che devo essere qui, a preparare
il Rituale per il ritorno di
Zoey, anche se lei e Stark arriveranno
con un po’ di ritardo.»
Damien sospirò. «Sai che non ti
chiederei mai d’ignorare le tue
sensazioni.»
«Allora mi sosterrai? Anche se dicono
tutti che il tuo ragazzo è
matto da legare?»
Damien gli sorrise. «Non dicono che sei
matto da legare. Dicono
che il tuo impegno nel decorare e
organizzare ha offuscato il tuo
metro di giudizio.»
Jack ridacchiò. «Scommetto che non
hanno detto impegno e
neanche offuscato.»
«I loro termini erano sinonimi, ma di
livello inferiore.»
«Ecco il mio Damien: il mago delle
parole!»
«Ed ecco il mio Jack: il genio
dell’ottimismo.» Damien lo baciò
delicatamente sulle labbra. «Fai quello
che devi fare. So che Zoey
l’apprezzerà molto quando tornerà a
casa.» S’interruppe, fece un
sorriso triste e aggiunse: «Tesoro, lo sai
vero che Zoey potrebbe stare
via ancora per un bel po’? So cosa ti ha
detto Stark e con Zy non ho
ancora parlato, ma Afrodite dice che non
è più la stessa. Che in
realtà non rimane a Skye per Stark. Ci
rimane perché vuole stare
lontana dal mondo».
«Scusami, Damien, ma proprio non
riesco a crederci», ribatté
deciso Jack.
«Nemmeno io, ma il fatto è che Zoey non
rientra con Afrodite e
Dario e non ha nemmeno detto quando
avrebbe intenzione di
tornare. E c’è anche tutta la faccenda di
Heath. Sai bene quanto me
che, quando Zoey tornerà a Tulsa, dovrà
affrontare il fatto che
Heath non c’è, che non ci sarà più.»
«Che cosa orribile, vero?» Ai due
ragazzi bastò uno sguardo per
comprendersi. «Dev’essere tremendo
perdere qualcuno che si ama
così tanto. Deve aver cambiato Zoey.»
«Di sicuro, però, lei è sempre la nostra
Zy. Ho la sensazione che
tornerà a casa prima di quanto credi»,
disse Jack.
Damien sospirò. «Speriamo che tu abbia
ragione.»
«Ehi, devi ammettere che ho ragione un
sacco di volte. E avrò
ragione anche su Zoey che torna presto.
So che andrà così.»
«Okay, d’accordo, ti credo. Soprattutto
perché adoro questo tuo
atteggiamento positivo.»
Jack gli sorrise e gli diede un rapido
bacio. «Grazie!»
«E, in ogni caso, che Zy torni tra una
settimana o tra un mese,
continuo a non essere convinto al cento
per cento che sia una buona
idea appendere delle spade di carta
all’esterno non sapendo quando
serviranno. E se domani piove?»
«Oh, ma non ho intenzione di appenderle
tutte, sciocco! Sto
soltanto facendo una prova per essere
certo che le piegature siano
perfette.»
«È per questo che ti sei portato la
claymore? Sembra così affilata e,
be’, pericolosa appoggiata al tavolino in
quel modo. La punta non
dovrebbe essere rivolta verso il basso?»
L’elsa della spada era posta
sul terreno e la lama era rivolta verso
l’alto, illuminata dalla luce
guizzante delle lampade a olio che di
sera illuminavano la scuola.
«Be’, Dragone mi ha dato istruzioni
molto precise. E ho ascoltato
quasi tutto, anche se continuavo a
distrarmi vedendo la sua aria
triste. Sai, non mi sembra che si stia
riprendendo.» Jack pronunciò
l’ultima parte della frase sottovoce,
quasi non volesse farsi sentire da
Duchessa.
Damien sospirò e intrecciò le dita a
quelle di Jack. «Non sembra
neanche a me.»
«Già, lui mi spiegava di non infilare la
punta della spada nel
terreno perché se no va via il filo o
qualcosa di simile, e io riuscivo a
pensare soltanto a quanto fossero
profonde le sue occhiaie.»
«Tesoro, non credo che riesca a dormire
molto», commentò triste
Damien.
«Forse non avrei dovuto disturbarlo
chiedendo in prestito una
spada, ma volevo usare una cosa vera e
non solo una foto per creare
i miei origami.»
«Non credo che tu l’abbia disturbato. La
morte di Anastasia è una
cosa che deve elaborare col tempo. Mi
dispiace dirlo, ma noi non
possiamo fare niente per cambiare la
situazione. E in ogni caso hai
avuto un’ottima idea. Il tuo origami è
molto realistico.»
Jack si agitò compiaciuto. «Oooh! Lo
pensi sul serio?»
Damien gli mise un braccio intorno alle
spalle e lo strinse a sé.
«Assolutamente. Hai un vero dono per le
decorazioni.»
Jack si rannicchiò contro di lui. «Grazie.
Sei il miglior fidanzato
dell’universo.»
Damien rise. «Non è difficile stando con
te. Ehi, ti serve aiuto per
piegare le spade?»
A quel punto fu Jack a ridere. «No,
grazie. Sei negato persino a
fare pacchetti, quindi posso immaginare
che l’origami non sia uno
dei tuoi molti talenti. Però mi puoi
aiutare con qualcos’altro.»
Jack guardò Duchessa con intenzione,
quindi si avvicinò a Damien
per mormorargli all’orecchio: «Potresti
portare Duc a fare una
passeggiata. Non mi si stacca di dosso e
continua a incasinarmi i fogli
di carta».
«Okay, nessun problema. Stavo per fare
una corsetta. Sai com’è il
detto: un gay cicciottello non è né felice
né bello. Duc può fare
qualche giro assieme a me. Dopo di che
sarà troppo stanca per starti
addosso.»
«È una gran figata che tu faccia
jogging.»
«Lo dici adesso, aspetta di vedermi
tornare tutto rosso e sudato»,
replicò Damien alzandosi e prendendo il
guinzaglio di Duchessa
nell’erba.
«Però ci sono delle volte in cui mi piaci
rosso e sudato», ribatté
Jack con un sorriso.
«Allora forse dopo non mi faccio la
doccia», disse Damien.
«Allora forse è proprio una buona
idea», convenne Jack.
«O forse potresti fare la doccia con
me.»
Il sorriso di Jack diventò ancora più
grande. «Ah, questa sì che è
proprio una buona idea.»
«Sfacciato», fece Damien prima di
baciarlo.
«Linguista», replicò Jack.
Duchessa s’intromise scodinzolando tra
i due, sbuffando e dando
leccatine a entrambi.
«Ma sì, bella ragazza! Anche noi ti
vogliamo bene!» disse Jack.
«Dai, vieni con me. Andiamo a correre
un po’, per tenerci belli e
in forma per Jack.» Damien tirò il
guinzaglio del grosso cane, che lo
seguì con evidente esitazione.
«Va tutto bene, Duc. Ti riporta qui
presto», disse Jack.
«Sì, bionda, torniamo subito da Jack.»
«Ehi, vi voglio bene, ragazzi!» gridò
Jack mentre si allontanavano.
Damien si voltò, sollevò una zampa di
Duchessa e la mosse in
segno di saluto, quindi strillò: «Anche
noi!» Dopo di che
corricchiarono via, con Duchessa che
abbaiava eccitata mentre
Damien fingeva d’inseguirla.
«Loro sono il meglio in assoluto»,
commentò Jack sottovoce e si
rimise al lavoro sull’ultima spada, la
quinta. Una per ciascun
elemento. Ora le appendo, così faccio
una prova.
Mentre tagliava la lenza da pesca, Jack
continuava a guardare in
su, cercando il punto giusto dove
appendere le decorazioni. Non ci
mise molto. Il massiccio tronco della
quercia era stato spezzato in
due e piegato tanto che i grossi rami
sfioravano quasi il terreno.
Prima che Kalona uscisse dalla terra,
non sarebbe stato possibile
raggiungere i rami più bassi senza una
scala di almeno sei metri,
invece adesso quella di due e mezzo era
più che sufficiente.
«Là. Ecco dove dovrebbe stare la
prima.» Proprio sopra al punto
in cui Jack aveva sistemato il tavolino
da lavoro si allungava un
grande ramo che faceva pensare a un
braccio. «È perfetto.» Trascinò
la scala più vicino e sollevò la spada di
carta tenendola per la lenza
che aveva fissato all’elsa. «Oh, ooops!
Me ne stavo dimenticando.
Mi devo esercitare!» esclamò,
fermandosi a sfiorare i tasti del suo
iPhone dock portatile.
Something has changed within me
Something is not the same
I’m through with playing by the rules
Of someone else’s game...
La voce di Rachel iniziò la canzone,
limpida e forte. Jack aspettò
con un piede sul piolo più basso della
scala e, quando fu il turno di
Kurt, cantò anche lui, seguendo il tono
tenorile nota dopo nota.
Too late for second-guessing
Too late to go back to sleep...
Jack salì sulla scala cantando con Kurt,
fingendo di salire i gradini
del Radio City Music Hall, dove il cast
di Glee aveva fatto tappa nel
tour musicale della primavera
precedente.
Arrivò all’ultimo piolo, si fermò, e
iniziò il primo ritornello con
Rachel e Kurt mentre si allungava per
far passare il filo da pesca tra i
rami spogli della quercia.
It’s time to trust my instincts
Close my eyes: and leap!
Stava canticchiando l’ultima parte di
Rachel, in attesa che
riprendesse Kurt, quando un movimento
alla base dell’albero
spezzato attirò la sua attenzione. Jack
rimase senza fiato: era sicuro
di aver visto l’immagine di una donna
bellissima. All’inizio si trattava
solo di una sagoma scura e indistinta ma,
mentre Kurt cantava di un
amore che aveva capito di avere perso,
la figura era diventata più
chiara, grande e definita.
«Nyx?» mormorò intimidito Jack.
Quasi si fosse sollevato un velo,
all’improvviso la donna fu
completamente visibile. Sollevò la testa
e sorrise a Jack, splendida e
malvagia allo stesso tempo.
«Sì, piccolo Jack, puoi chiamarmi Nyx.»
«Neferet! Che ci fa qui?» La domanda
gli uscì di bocca prima che
potesse riflettere.
«A dire il vero, in questo momento sono
qui perché ci sei tu.»
«I-io?»
«Sì. Vedi, ho bisogno del tuo aiuto. So
quanto ti piace aiutare gli
altri ed è per questo che sono venuta da
te, Jack. Faresti una cosa
per me? Ti posso assicurare che ne
varrà la pena.»
«Ne varrà la pena? Cosa intende?»
domandò Jack.
«Intendo dire che, se fai una cosuccia
per me, io poi farò una
cosuccia per te. Sono stata lontana dai
novizi della Casa della Notte
per troppo tempo. È possibile che abbia
perso contatto con ciò che
fa loro battere il cuore e tu potresti
aiutarmi, guidarmi. In cambio ti
darei un premio. Pensa ai tuoi sogni, a
quello che vorresti fare nella
lunga vita che ti aspetta dopo la
Trasformazione. Io potrei fare in
modo che quei sogni diventino realtà.»
Jack sorrise e allargò le braccia. «Ma i
miei desideri si sono già
realizzati. Sono qui, in questo bel posto,
con tanti amici che sono
diventati la mia famiglia. Cosa si
potrebbe volere di più?»
L’espressione di Neferet s’indurì, e la
sua voce si fece pietra. «Cosa
potresti volere di più? Che ne diresti del
controllo assoluto su
‘questo bel posto’? La bellezza non
dura. Amicizia e famiglia si
deteriorano. L’unica cosa che dura in
eterno è il potere.»
«No, è l’amore che dura in eterno»,
replicò Jack dal profondo del
cuore.
Neferet rise di gusto. «Non essere così
infantile. Io ti sto offrendo
molto più dell’amore.»
Jack guardò Neferet con attenzione.
Probabilmente, in fondo al
cuore lo aveva sempre saputo, ma solo
ora riuscì a comprenderlo in
modo razionale: lei aveva accolto in sé
il male, nel modo più totale
e assoluto. Ormai in lei non c’è più
niente della Luce o di me. La
voce nella mente di Jack era dolce e
amorevole, e gli diede il
coraggio di ricacciare giù il groppo che
gli si era formato in gola e
guardare Neferet dritto in quei gelidi
occhi di smeraldo. «Non vorrei
sembrarle maleducato, Neferet, ma
quello che lei mi offre non
m’interessa. Non la posso aiutare. Lei e
io, be’, non stiamo dalla
stessa parte.» Detto questo, iniziò a
scendere dalla scala.
«Resta dove sei!»
Jack non riusciva a spiegarsi come fosse
possibile, eppure Neferet
aveva preso il controllo del suo corpo:
all’improvviso, lui si sentiva
come se fosse stato circondato da
un’invisibile gabbia di ghiaccio che
gli impediva di muoversi.
«Impudente che non sei altro! Pensi
davvero di potermi sfidare?»
Kiss me goodbye
I’m defying gravity...
«Sì», replicò Jack mentre intorno a lui la
voce di Kurt lo incitava a
sfidare la gravità. «Perché io sto dalla
parte di Nyx, non dalla sua.
Perciò, Neferet, mi lasci andare e basta,
tanto io non l’aiuterò.»
«È qui che ti sbagli, mio giovane
innocente che non sono riuscita a
corrompere. Hai appena dimostrato di
potermi aiutare moltissimo.»
Neferet sollevò le mani. «Come ho
promesso, eccolo qui.»
Jack non capiva a chi si stesse
rivolgendo Neferet, ma le sue
parole gli fecero venire la pelle d’oca.
Impotente, la vide allontanarsi
dall’ombra dell’albero e scivolare via
da lui per raggiungere il
sentiero che l’avrebbe condotta
all’edificio principale della Casa della
Notte.
Con uno strano distacco, il ragazzo si
accorse che i movimenti di
lei erano più da rettile che da umano.
Per un istante, credette che se
ne stesse davvero andando, credette di
essere salvo.
Ma, quando la vampira raggiunse il
vialetto, si voltò a guardarlo,
scosse la testa e rise piano. «Me l’hai
reso anche troppo facile,
ragazzino, col tuo onorevole rifiuto della
mia offerta.» Poi fece un
gesto in direzione della spada, come se
stesse lanciando qualcosa, e
Jack fu certo di aver scorto un’ombra
scura avvolgersi intorno
all’elsa. La spada girò e girò e girò, fino
a che la punta non fu rivolta verso di lui.
«Ecco il tuo sacrificio. Lui è quello che
non ho potuto corrompere.
Prendilo, e il mio debito col tuo padrone
sarà pagato, ma aspetta
fino a che l’orologio non batterà dodici
colpi. Trattienilo fino ad
allora.» Detto ciò, Neferet entrò
nell’edificio.
La mezzanotte sembrava non arrivare
mai e, per non pensare alle
invisibili catene di ghiaccio che lo
trattenevano, Jack si rifugiò nella
musica, felice che il suo iPhone
continuasse a suonare Defying
Gravity. Gli era di conforto ascoltare
Kurt e Rachel che gli
insegnavano come superare la paura.
Quando l’orologio cominciò a scandire i
colpi, Jack ormai sapeva
cosa sarebbe successo. Sapeva di non
poterlo impedire, che il suo
destino non poteva essere cambiato. Al
posto di un inutile tentativo
di combattere, di rimpianti dell’ultimo
minuto, di lacrime prive di
senso, Jack chiuse gli occhi, prese un
profondo respiro e, con gioia, si
unì a Rachel e a Kurt nel ritornello:
I’d sooner buy
Defying gravity
Kiss me goodbye
I’m defying gravity
I think I’ll try
Defying gravity
And you won’t bring me down!
La melodiosa voce di Jack risuonava tra
i rami della quercia
spezzata, quando la magia di Neferet
scagliò il ragazzo giù dalla
scala. Cadde sulla claymore ma,
nell’istante in cui la lama gli
trafiggeva il collo, prima che il dolore e
la morte e la Tenebra
potessero sfiorarlo, il suo spirito
esplose fuori del corpo.
Jack aprì gli occhi e scoprì di essere in
un prato meraviglioso, ai
piedi di un albero che pareva la copia
esatta di quello spezzato da
Kalona, solo che questo era intatto e
verde, e aveva accanto una
donna che indossava delle scintillanti
vesti d’argento. Era così
stupenda che Jack avrebbe potuto
rimanere a fissarla per sempre.
La riconobbe subito. L’avrebbe
riconosciuta sempre.
«Salve, Nyx», esordì.
La Dea sorrise. «Salve, Jack.»
«Sono morto, giusto?» Il sorriso di Nyx
non si affievolì.
«Sì, mio splendido figlio, amorevole e
incorruttibile.»
Jack esitò, poi disse: «Non sembra tanto
male, questa storia
dell’essere morti».
«Scoprirai che non lo è.»
«Mi mancherà Damien.»
«Starai di nuovo con lui. Alcune anime
si ritrovano e per le vostre
sarà così. Hai la mia parola.»
«Mi sono comportato come dovevo,
prima?»
«Sei stato perfetto, figlio mio.» Poi Nyx,
Dea della Notte, spalancò
le braccia e strinse Jack a sé. Al contatto
con lei, le ultime tracce di
sofferenza mortale, di tristezza e di
senso di perdita si dissolsero
dallo spirito del novizio, lasciandoci
amore, sempre e soltanto
amore. E allora Jack conobbe la gioia
assoluta.
CAPITOLO 7
REPHAIM
L’istante prima che suo padre
comparisse, la consistenza dell’aria
cambiò.
Lui aveva capito subito che Kalona era
tornato dall’Aldilà,
nell’attimo stesso in cui era accaduto.
Come avrebbe potuto non
accorgersene? Si trovava assieme a
Stevie Rae, quando lei aveva
avvertito che Zoey era di nuovo
completa, proprio come lui aveva
percepito il ritorno del padre.
Stevie Rae... erano passati meno di
quindici giorni dall’ultima
volta in cui era stato con lei, dall’ultima
volta in cui le aveva parlato, l’aveva
sfiorata, ma sembrava fosse trascorsa
un’eternità.
Anche se Rephaim fosse vissuto un altro
secolo, non avrebbe
potuto dimenticare quanto era successo
tra loro. Era lui il ragazzo
umano che avevano guardato insieme
nella fontana. La cosa non
aveva molto senso a livello razionale,
ma ciò non la rendeva meno
reale: Rephaim aveva toccato Stevie
Rae e immaginato, per un
brevissimo istante, come avrebbe potuto
essere.
Avrebbe potuto amarla.
Avrebbe potuto proteggerla.
Avrebbe potuto scegliere la Luce invece
della Tenebra.
Ma ciò che avrebbe potuto essere non
era la realtà, non si
sarebbe mai realizzato.
Lui era nato da odio e lussuria, dolore e
Tenebra. Era un mostro.
Non umano. Non immortale. Non bestia.
Mostro.
I mostri non sognano. I mostri non
desiderano altro che sangue e
distruzione. I mostri non conoscono
amore o felicità: non possono,
perché non sono stati creati per quello
scopo.
Ma allora com’era possibile che
sentisse la mancanza della Rossa?
Perché, da quanto Stevie Rae se n’era
andata, provava quel
terribile vuoto nell’anima? Perché senza
di lei non si sentiva del tutto
vivo?
E perché desiderava tanto essere
migliore, più forte, più saggio e
buono, realmente buono per lei?
Che fosse impazzito?
Rephaim camminava avanti e indietro
sulla balconata del
Gilcrease Museum. Era passata
mezzanotte e il parco era tranquillo
ma, una volta terminate le grandi pulizie
dopo la tempesta di
ghiaccio, durante il giorno quel posto si
faceva sempre più affollato.
Dovrò cercare un altro nascondiglio, più
sicuro. Farei bene ad
andarmene da Tulsa e a crearmi una
roccaforte in una zona
disabitata di questo immenso Paese.
Sapeva che era quella la cosa
più saggia da fare, la cosa più logica,
tuttavia c’era qualcosa che lo
obbligava a restare.
Rephaim cercava di convincersi che la
ragione fosse molto
semplice: presto suo padre sarebbe
tornato a Tulsa, e quindi doveva
aspettarlo, perché gli desse uno scopo e
una guida. Ma, nel più
profondo del cuore, sapeva che la verità
era un’altra: non voleva
andarsene perché lì c’era Stevie Rae e,
anche se non poteva
permettersi di contattarla, lei era
comunque vicina, raggiungibile, se
solo avesse osato farlo.
Poi, mentre lui era ancora immerso in
quel calderone di sensi di
colpa e recriminazioni, l’aria intorno si
fece pesante, densa di un
potere immortale che Rephaim
conosceva fin troppo bene.
All’improvviso si sentì strattonare da
una forza invisibile, come se
l’energia che aleggiava nella notte gli si
fosse attaccata addosso e lo
stesse usando per issarsi sulla terrazza.
Rephaim si preparò, fisicamente e
mentalmente, accettando quel
legame, senza preoccuparsi che fosse
doloroso e spossante e che lo
riempisse di una soffocante ondata di
claustrofobia.
Sopra di lui, il cielo si scurì e il vento
crebbe d’intensità.
Il Raven Mocker rimase fermo al suo
posto.
Quando il magnifico immortale alato,
suo padre, Kalona,
Guerriero deposto di Nyx, piombò giù
dai cieli e atterrò davanti a
lui, Rephaim cadde automaticamente in
ginocchio, in un devoto
inchino.
«Mi ha stupito apprendere che eri
rimasto qui. Perché non mi hai
seguito in Italia?» esordì Kalona senza
dare al figlio il permesso di
rialzarsi.
Rephaim rispose, a testa china: «Ero
ferito a morte. Mi sono
appena ripreso. Ho pensato fosse più
saggio aspettarti qui».
«Ferito? Ah, sì, ricordo. Un colpo di
pistola. Ti puoi alzare,
Rephaim.»
«Grazie, padre.» Non appena ebbe
modo di guardare Kalona, il
Raven Mocker trasalì. Per fortuna che il
suo volto non tradiva
facilmente le emozioni! Sembrava che il
padre fosse stato malato: la
sua pelle color bronzo aveva una
sfumatura giallastra. Intorno ai
suoi inusuali occhi ambra si notavano
cerchi scuri. Pareva addirittura
smagrito. «Padre, stai bene?»
«Ma certo che sto bene; sono
immortale!» replicò brusco. Poi
sospirò e, con un gesto stanco, si passò
una mano sul viso. «Lei mi ha
trattenuto sottoterra. Già ero ferito, ed
essere bloccato in
quell’elemento ha reso impossibile la
mia guarigione e poi, quando
sono stato liberato, è stato comunque un
processo lento.»
«Quindi Neferet ti ha imprigionato»,
concluse Rephaim in tono
piatto.
«Sì, ma non le sarebbe stato tanto facile
se Zoey Redbird non
avesse aggredito il mio spirito»,
commentò amareggiato.
«Tuttavia la novizia è viva», disse
Rephaim.
«Sì, è viva!» tuonò Kalona. Ma, rapida
com’era scoppiata, la
rabbia si esaurì, lasciandolo ancora più
stanco. L’immortale sospirò,
fissò la notte e, in un tono più tranquillo,
ripeté: «Sì, Zoey è ancora
viva, anche se credo che l’esperienza
nell’Aldilà l’abbia cambiata per
sempre. Succede a chiunque trascorra
del tempo nel regno di Nyx».
«Dunque Nyx ti ha consentito di entrare
nell’Aldilà?» Per quanto
ci avesse provato, Rephaim non era
riuscito a trattenersi dal
chiederlo.
Si preparò alla sfuriata di suo padre,
invece Kalona rispose con
voce incredibilmente bassa, quasi
gentile. «Sì. E l’ho anche vista. Per
un breve attimo. È merito della Dea se
quel maledetto Stark ancora
respira e cammina sulla terra.»
«Stark ha seguito Zoey nell’Aldilà ed è
ancora vivo?»
«È vivo, anche se non dovrebbe.»
Mentre parlava, Kalona si
massaggiò distrattamente il petto,
appena sopra il cuore. «Sospetto
che quei tori impiccioni abbiano a che
vedere col fatto che sia
sopravvissuto.»
«Il toro nero e il toro bianco? Luce e
Tenebra?» Rephaim sentì in
fondo alla gola il sapore amaro della
paura al ricordo del manto
lucido e spaventoso del toro bianco,
l’infinita malvagità nei suoi
occhi e il dolore insopportabile che gli
aveva procurato.
«Cosa c’è? Perché hai
quell’espressione?» domandò Kalona
con
sguardo indagatore.
«Si sono manifestati qui a Tulsa poco
più di una settimana fa.»
«Cosa li ha portati qui?» Rephaim esitò,
col cuore che gli batteva
dolorosamente nel petto. Cosa poteva
ammettere? Cosa poteva
dire?
«Rephaim, parla!»
«È stata la Rossa, la giovane Somma
Sacerdotessa. Ha invocato i
tori. È stato quello bianco a dare le
conoscenze necessarie a Stark per
raggiungere l’Aldilà.»
«Come fai a saperlo?» La voce di
Kalona era di morte.
«Sono stato testimone di parte
dell’invocazione. Ero ferito in
modo così grave che non pensavo di
potermi riprendere, credevo
addirittura che non avrei mai più volato.
Quando si è manifestato, il
toro bianco mi ha dato forza e mi ha
attirato nel suo cerchio. È stato
lì che ho osservato la Rossa ottenere le
informazioni.»
«Eri guarito, ma non hai catturato la
Rossa? Non l’hai fermata
prima che tornasse alla Casa della Notte
e aiutasse Stark?»
«Non ho potuto. Si è manifestato anche
il toro nero e la Luce ha
scacciato la Tenebra, proteggendo la
Rossa. Da allora, sono rimasto
qui a recuperare le forze e, quando ho
percepito che eri tornato in
questo regno, ti ho aspettato», rispose
sincero, sostenendo lo
sguardo del padre.
Kalona annuì lentamente. «È un bene che
tu mi abbia atteso. C’è
ancora molto da fare a Tulsa. Presto
questa Casa della Notte
apparterrà alla Tsi Sgili.»
«È tornata anche Neferet? Il Consiglio
Supremo non l’ha
trattenuta?»
Kalona rise. «Il Consiglio Supremo è
formato da sciocche ingenue.
La Tsi Sgili ha dato la colpa a me degli
ultimi eventi e mi ha punito
frustandomi pubblicamente, per poi
bandirmi dal suo fianco. Il
Consiglio si è placato.»
Sconvolto, Rephaim scosse la testa.
Kalona aveva parlato con
tono leggero, quasi divertito, ma non
riusciva a nascondere quanto
fosse ancora debole e ferito. «Padre,
non capisco. Ti ha frustato? Hai
consentito a Neferet di...»
Con una rapidità incredibile, Kalona
strinse una mano intorno al
collo del figlio e lo sollevò da terra
come se non pesasse più di una
singola penna nera.
«Non commettere l’errore di credere
che, siccome sono stato
ferito, io sia anche diventato debole.» I
suoi occhi d’ambra
splendevano di una luce rabbiosa.
«Non lo farò. Padre, non intendevo
mancarti di rispetto.» La voce
di Rephaim era poco più di un sibilo
strozzato.
Non appena Kalona lo lasciò andare, lui
gli crollò ai piedi,
stravolto.
L’immortale spalancò le braccia, come
se volesse sfidare i cieli.
«Mi tiene ancora prigioniero!» gridò.
Quelle parole si fecero strada nella
confusione che Rephaim aveva
in testa e lui, che si stava ancora
massaggiando la gola, alzò lo
sguardo verso Kalona: il viso
dell’immortale era sconvolto dalla
sofferenza, e i suoi occhi erano spiritati.
Con lentezza, Rephaim si
alzò e gli si avvicinò, cauto. «Cos’ha
fatto?»
Kalona riabbassò le braccia lungo i
fianchi, ma lo sguardo rimase
rivolto al cielo. «Le ho giurato che avrei
eliminato Zoey Redbird. La
novizia è ancora viva. Ho infranto il
giuramento.»
A Rephaim si gelò il sangue nelle vene.
«E questo prevedeva una
punizione.» Non aveva formulato la
frase in tono interrogativo, ma
Kalona annuì. «È così.»
«Dunque cosa devi a Neferet?»
«Finché rimango immortale, lei avrà il
controllo assoluto del mio
spirito.»
«Per tutti gli dei e le dee, allora siamo
perduti entrambi!» esclamò
Rephaim.
La rabbia negli occhi di Kalona fu
sostituita da un bagliore
d’intesa. «Neferet è immortale da meno
di un respiro di questo
mondo. Io lo sono da tempo
incalcolabile. Se ho imparato una
lezione nel corso dei secoli è che non
esiste niente che non possa
essere spezzato. Niente. Né il cuore più
forte né l’anima più pura... e
neppure il giuramento più costrittivo.»
«Sai come spezzare il vincolo che le
permette di comandarti?»
«No, ma so che, se le offrirò ciò che più
desidera, sarà distratta, e
quindi io avrò più possibilità di
scoprirlo.» Rephaim si azzardò a
replicare: «Padre, quando s’infrange un
giuramento ci sono sempre
delle conseguenze. Non correrai il
rischio di sollevare altri
problemi?»
«Non riesco a immaginare una
conseguenza che non sarei felice di
subire per liberarmi del controllo di
Neferet.»
La rabbia gelida e letale nella voce di
Kalona seccò la gola a
Rephaim: quando suo padre era così
furioso, lui non aveva altra
scelta se non dirsi d’accordo, aiutarlo a
ottenere qualunque cosa
volesse e restare al suo fianco in
silenzio e senza obiettare. Ormai ci
era abituato.
Ciò cui Rephaim non era abituato era
provare risentimento per
quel modo di agire.
Cercò di scrollarsi via di dosso quella
sensazione e disse ciò che
suo padre si aspettava: «Cosa desidera
Neferet e come facciamo a
ottenerlo?»
L’espressione di Kalona si rilassò un
po’. «La Tsi Sgili desidera
soprattutto soggiogare gli umani. E noi
le offriremo questa
possibilità, aiutandola a iniziare una
guerra tra vampiri e umani, una
guerra che lei userà come scusa per
distruggere il Consiglio Supremo.
Sparito quello, la società dei vampiri
sarà nel caos e Neferet,
sfruttando il suo nuovo titolo di Nyx
incarnata, ne avrà il comando.»
«Ma i vampiri ormai sono troppo
razionali, troppo civili per
combattere contro gli umani. Io penso
che si ritirerebbero lontano
dalla società piuttosto di scatenare una
guerra.»
«Questo è vero per la maggior parte di
loro, ma dimentichi la
nuova razza assetata di sangue creata
dalla Tsi Sgili. Quelli non
sembrano avere i medesimi scrupoli.»
«I novizi rossi», fece Rephaim.
«Ah, ma non sono solo novizi. Ho
saputo che si è Trasformato un
altro ragazzo. E poi c’è la nuova Somma
Sacerdotessa, la Rossa. Non
sono sicuro che sia votata alla Luce
quanto la sua amica Zoey.»
Rephaim si sentì come se fosse stato
colpito da un pugno in pieno
stomaco. «La Rossa ha evocato il toro
nero, la manifestazione della
Luce. Non credo possa venire
allontanata dalla via della Dea.»
«Però hai detto che ha evocato anche il
toro della Tenebra.»
«È vero ma, da quanto ho potuto vedere,
non si è appellata alla
Tenebra in modo intenzionale.»
Kalona rise. «Neferet mi ha detto che
Stevie Rae era molto diversa
quand’era appena risorta. La Rossa
godeva della Tenebra!»
«Poi però si è Trasformata, come Stark.
Adesso sono entrambi
devoti a Nyx.»
«No, Stark è devoto a Zoey Redbird. E
non credo che la Rossa
abbia stretto un legame simile.»
Rephaim face bene attenzione a
restare zitto.
«Più ci penso, più l’idea mi piace. Se la
Rossa passasse dalla nostra
parte, Neferet aumenterebbe il suo
potere e Zoey perderebbe
qualcuno che le è molto vicino. Sì, mi
soddisfa. Molto.»
Rephaim stava cercando di controllare il
misto di panico, ansia e
caos che aveva invaso la sua mente, per
riuscire a formulare una
risposta che distogliesse Kalona da
Stevie Rae, quando l’aria intorno
a loro s’increspò e mutò. Comparvero
ombre nelle ombre che per
un momento si agitarono estatiche. Lo
sguardo interrogativo del
Raven Mocker si spostò dalla Tenebra
in agguato negli angoli della
terrazza a suo padre.
Kalona annuì e sorrise torvo. «La Tsi
Sgili ha pagato il suo debito:
ha sacrificato la vita di un innocente che
non poteva essere
corrotto.»
Rephaim sentiva il sangue pulsargli
nelle vene e, per un istante,
provò una paura violenta e incredibile
per Stevie Rae. Poi capì: No,
Neferet non può avere sacrificato Stevie
Rae perché lei una volta è
stata corrotta dalla Tenebra. Per ora, per
questo pericolo, lei è salva.
Era così sollevato di saperla al sicuro
che si azzardò a domandare:
«Chi ha ucciso Neferet?»
«E che differenza potrà mai fare per te
chi ha sacrificato la Tsi
Sgili?» Il Raven Mocker cercò di
rimediare a quell’errore di
distrazione. «Sono solo curioso.»
«Percepisco un cambiamento in te, figlio
mio.»
Rephaim incrociò con fermezza lo
sguardo del padre. «Sono quasi
morto. È stata un’esperienza che mi ha
dato da pensare. Devi
ricordarti che divido con te solamente
una parte della tua
immortalità.»
Kalona annuì. «A volte dimentico che la
tua umanità
t’indebolisce.»
«Mortalità, non umanità. Io non sono
umano», replicò amaro.
Kalona lo studiò. «Come sei riuscito a
sopravvivere alle ferite?»
Rephaim distolse lo sguardo e rispose il
più sinceramente
possibile. «Non sono del tutto certo di
come o perché sia
sopravvissuto. Gran parte di quei
momenti rimangono come sfocati
per me.» Non capirò mai perché Stevie
Rae mi abbia salvato.
«Il come non è importante. Il perché è
ovvio: sei sopravvissuto
per servirmi, come hai fatto per tutta la
vita.»
«Sì, padre», replicò Rephaim in modo
automatico. Poi, per
nascondere la disperazione che persino
lui era riuscito a cogliere
nella propria voce, aggiunse: «E,
proprio perché il mio unico scopo è
servirti, devo dirti che tu e io non
possiamo rimanere qui».
Kalona inarcò un sopracciglio. «Cosa
stai dicendo?»
«Questo luogo... Sono presenti troppi
umani da quando il
ghiaccio è scomparso. Non è sicuro
restare qui. Forse sarebbe più
saggio se tu e io lasciassimo Tulsa per
un po’.»
«Ma noi non possiamo lasciare Tulsa! Ti
ho già spiegato che devo
distrarre la Tsi Sgili in modo da potermi
liberare delle catene che mi
legano a lei. E questo potrà essere fatto
meglio qui, usando la Rossa
e i suoi novizi. Però hai ragione, questo
luogo non è adatto a noi.»
«Allora non è meglio lasciare la città
finché non avremo trovato
una sistemazione migliore?»
«Perché continui a insistere quando ti ho
chiarito che dobbiamo
rimanere?»
Rephaim prese fiato e replicò soltanto:
«Mi sono stancato della
città».
«E allora attingi alle riserve di forza che
hai in te come retaggio
del mio sangue!» ordinò Kalona,
chiaramente seccato. «Resteremo a
Tulsa per il tempo che servirà a
raggiungere l’obiettivo che mi sono
posto. Ha già pensato Neferet a dove
dovrei stare. Lei richiede che
le sia vicino, ma sa pure che nessuno
deve vedermi, almeno per il
momento, perciò ha acquistato un
edificio apposta per noi, e stasera
ci trasferiremo lì. Presto inizieremo a
dare la caccia ai novizi rossi e
alla loro Somma Sacerdotessa.» Lo
sguardo di Kalona si spostò sulle
ali del figlio. «Sei di nuovo in grado di
volare?»
«Sì, padre.»
«Allora basta con le chiacchiere insulse.
Lanciamoci nel cielo e
cominciamo la salita verso il nostro
futuro e la nostra libertà.»
L’immortale spalancò le ali immense e
volò via dal tetto della
grande villa deserta.
Rephaim esitava, tentando di pensare, di
respirare, di capire come
avrebbe dovuto agire. Da un angolo
della terrazza, sbucò il piccolo
spirito biondo che non gli aveva dato
pace dal momento in cui era
giunto lì, mezzo morto e sanguinante.
«Non puoi lasciare che tuo padre le
faccia del male. Questo lo sai,
vero?»
«Per l’ultima volta, spettro: vattene»,
replicò Rephaim allargando
le ali e preparandosi a seguire Kalona.
«Tu devi aiutare Stevie Rae.»
«E perché dovrei? Io sono un mostro...
lei non può essere niente
per me.»
La bambina sorrise. «Troppo tardi, lei
significa già qualcosa per te.
E poi c’è un altro motivo per cui devi
aiutarla.»
«E quale sarebbe?» domandò in tono
stanco Rephaim.
«È ovvio: tu non sei del tutto mostro.
Una parte di te è umana e
questo significa che un giorno morirai.
E, quando succederà, porterai
per sempre con te soltanto una cosa.»
«Che sarebbe?»
Il sorriso di lei era radioso. «L’amore,
sciocco! L’unica cosa che
puoi portare con te è l’amore. Quindi,
vedi, devi salvarla, altrimenti
lo rimpiangerai per sempre.»
Rephaim fissò la ragazzina. «Grazie»,
disse sottovoce un attimo
prima di lanciarsi nel buio.
CAPITOLO 8
STEVIE RAE
«Io penso che dovreste dare a Zoey un
po’ di tregua. Dopo quello
che ha passato, le serve di sicuro una
vacanza», disse Stevie Rae.
«Sempre ammesso che non ci sia sotto
dell’altro», replicò Erik.
«E questo cosa vorrebbe dire?»
«Corre voce che non abbia intenzione di
tornare. Per niente.»
«È una cavolata immane.»
«Le hai parlato?» chiese Erik.
«No, e tu?» ribatté Stevie Rae.
«No.»
«In verità, Erik solleva una questione
importante», intervenne
Lenobia. «Nessuno ha parlato con Zoey.
Jack ha detto che non
sarebbe rientrata, mentre Afrodite e
Dario, con cui ho parlato ieri,
saranno di nuovo qui molto presto. Zoey
non chiama e non
risponde al telefono.»
«Zoey è stanca. Stark non si è ancora
ripreso del tutto. Non è
questo che ha riferito Jack?»
«Sì, ma la verità è che, da quando è
tornata dall’Aldilà, nessuno
l’ha sentita direttamente», rispose
Dragone Lankford.
«Okay, parliamoci chiaro: perché è un
problema per voi? Vi
comportate come se Zy fosse un
ragazzino cattivo che bigia scuola e
non una Somma Sacerdotessa
strapotente.»
«Be’, da un lato siamo preoccupati
proprio per questo: il potere
conferisce non poche responsabilità, tu
questo lo sai benissimo. È poi
c’è la questione di Neferet e Kalona»,
disse Lenobia.
«Qui devo intervenire», s’intromise
Pentasilea. «Come avrete visto
dall’ultimo messaggio del Consiglio
Supremo, non si parla più di
Neferet e Kalona. Dopo che lo spirito
del suo Consorte è rientrato
nel corpo, Neferet ha rotto con lui, l’ha
fatto frustare pubblicamente
e l’ha bandito dal proprio fianco e dalla
società dei vampiri per un
secolo. Neferet l’ha punito per aver
ucciso il ragazzo umano, crimine
di cui anche il Consiglio Supremo ha
ritenuto responsabile soltanto
Kalona.»
«Sì, questo lo sappiamo, ma...» iniziò
Lenobia.
«Di cosa state parlando?» l’interruppe
Stevie Rae con la sensazione
che stesse per scoppiarle la testa.
«Si direbbe che noi non siamo nella loro
mailing list», commentò
Kramisha, che sembrava scioccata
almeno quanto Stevie Rae.
Mentre l’orologio all’esterno iniziava a
battere la mezzanotte,
Neferet fece il suo ingresso dalla porta
segreta della Camera del
Consiglio di Tulsa, di solito riservata
alla Somma Sacerdotessa.
«Noto di essere tornata appena in tempo.
Qualcuno vorrebbe per
favore spiegarmi come mai abbiamo
cominciato a consentire ai
novizi di presenziare alle riunioni del
nostro Consiglio?» domandò
con voce simile a una frusta, piena di
sicurezza e autocontrollo.
Stevie Rae ricacciò indietro la paura e,
quandò finalmente si sentì
pronta a parlare, rispose in tono fermo e
deciso: «Kramisha non è
solo una novizia. È un Poeta Laureato e
una Profetessa. Se a questo
aggiunge il fatto che è stata invitata da
me, Somma Sacerdotessa dei
vampiri rossi, vedrà che ha tutto il
diritto di partecipare alla
riunione. E come mai lei non è in galera
per l’omicidio di Heath?»
La risata di Neferet era crudele.
«Galera? Che impudenza! Io sono
una Somma Sacerdotessa, e per giunta
mi sono guadagnata il titolo e
non l’ho ottenuto solo per mancanza di
alternative.»
«Tuttavia non hai ancora risposto
riguardo al tuo coinvolgimento
nell’uccisione dell’umano», ribatté
Dragone. «E nemmeno io ho
ricevuto comunicazioni dal Consiglio
Supremo dei Vampiri. Mi
piacerebbe proprio che mi spiegassi
come mai sei qui e perché non
sei stata ritenuta responsabile del
comportamento del tuo Consorte.»
Stevie Rae si aspettava che Neferet
esplodesse di fronte
all’interrogatorio di Dragone, invece la
sua espressione si addolcì e i
suoi occhi verdi si riempirono di
compassione. «Suppongo che il
Consiglio Supremo abbia aspettato a
scriverti perché consapevole del
fatto che sei ancora in lutto per la
perdita della tua compagna.»
Il volto di Dragone impallidì, ma i suoi
occhi azzurri si fecero più
duri. «Io non ho perso Anastasia. Mi è
stata portata via. Uccisa da un
mostro creato dal tuo Consorte che agiva
ai suoi ordini.»
«Capisco che il dolore possa influire
sulla tua valutazione dei fatti,
ma devi sapere che Rephaim e gli altri
Raven Mocker non avevano
l’ordine di fare del male a qualcuno. Al
contrario, era stato
comandato loro di proteggere i vampiri
e i novizi della Casa della
Notte e, quando Zoey e i suoi amici
hanno dato fuoco alle scuderie
e rubato i nostri cavalli, loro l’hanno
visto come un’aggressione.
Hanno agito per il bene della scuola.»
Stevie Rae e Lenobia si scambiarono
una rapida occhiata: nessuna
delle due voleva far conoscere a Neferet
i dettagli della fuga di
Zoey, perciò la vampira rossa tenne la
bocca chiusa, evitando di
svelare il ruolo avuto da Lenobia nella
«fuga» di Zoey.
«Hanno ucciso la mia compagna», ripeté
Dragone, attirando su di
sé l’attenzione di tutti.
«E questo mi rattristerà in eterno.
Anastasia era una mia buona
amica», disse Neferet.
«È stata lei a dare la caccia a Zoey, a
Dario e al resto del gruppo.
Lei ci ha minacciati. Lei ha ordinato a
Stark di tirare una freccia
contro Zoey. Come giustifica tutto
questo?» domandò Stevie Rae.
Il bel viso di Neferet parve raggrinzirsi
e lei si appoggiò al tavolo,
singhiozzando sommessamente. «Lo so...
lo so. Sono stata debole.
Mi sono lasciata ammaliare
dall’immortale alato. Lui ha detto che
Zoey doveva essere eliminata e, dato
che ero convinta che fosse
Erebo incarnato, io gli ho creduto.»
«Che montagna di stronzate!» saltò su
Stevie Rae.
Lo sguardo di smeraldo di Neferet la
trapassò. «Non ti è mai
importato di qualcuno che poi si è
rivelato un mostro?»
Stevie Rae si sentì sbiancare. «Nella
mia vita, alla fine i mostri si
sono sempre rivelati per quello che
sono.»
«Giovane Sacerdotessa, non hai risposto
alla mia domanda.»
Stevie Rae sollevò il mento. «No, non
mi è mai importato di
qualcuno senza sapere fin dall’inizio chi
fosse. E, se si sta riferendo a Dallas,
sapevo che poteva avere dei problemi,
ma non mi sarei mai
aspettata che andasse fuori di testa e
passasse dalla parte della
Tenebra.» Il sorriso di Neferet era
viscido. «Sì, ho saputo di Dallas.
Che cosa triste, davvero triste...»
«Neferet, io devo ancora capire la
decisione del Consiglio
Supremo. In quanto Signore delle Spade
e capo dei Figli di Erebo di
questa Casa della Notte, ho il diritto di
venire informato su
qualunque cosa possa compromettere la
sicurezza della nostra
scuola, che sia in lutto o meno», riprese
Dragone, pallido ma
determinato.
«Hai assolutamente ragione, Signore
delle Spade. In realtà è molto
semplice: quando l’anima
dell’immortale è tornata al suo corpo,
lui
mi ha confessato di avere ucciso il
ragazzo umano perché pensava
che il suo odio per me rappresentasse un
pericolo.» Neferet scosse la
testa. «Chissà come, il povero ragazzo si
era convinto che la morte
della professoressa Nolan e di Loren
Blake fosse colpa mia.
Giustiziando Heath, Kalona pensava di
proteggermi. È stato lontano
da questo mondo troppo a lungo e non
riusciva davvero a capire
che quell’umano non poteva certo
costituire una minaccia per me.
Quando l’ha ucciso, ha semplicemente
agito da Guerriero, disposto a
tutto pur di proteggere la sua Somma
Sacerdotessa, ed è per questo
che il Consiglio Supremo e io siamo
stati così indulgenti nello
stabilire la sua punizione. Come alcuni
di voi già sanno, Kalona ha
ricevuto cento frustate e poi è stato
bandito dalla società vampira e
dal mio fianco per un intero secolo.»
Seguì un lungo momento di silenzio, poi
Pentasilea disse:
«Sembrerebbe che questo tremendo
disastro sia stato frutto di una
serie di tragici equivoci, ma non c’è
dubbio che abbiamo pagato tutti
più che a sufficienza per quanto è
accaduto nel passato. Ciò che
importa ora è che la scuola ricominci e
che noi andiamo avanti con
la nostra vita».
«M’inchino alla tua saggezza e alla tua
esperienza, Pentasilea»,
replicò Neferet piegando la testa in
segno di rispetto. Poi si voltò ad
affrontare Dragone. «Questo è stato
davvero un periodo difficile per
molti di noi, ma sei stato tu, Signore
delle Spade, a pagare il prezzo
più alto. Perciò è a te che mi devo
rivolgere per chiedere
l’assoluzione dai miei errori, personali
e professionali. Ti sarebbe
possibile guidare la Casa della Notte in
una nuova era, creando una
fenice dalle ceneri della nostra infinita
tristezza?»
Stevie Rae avrebbe voluto urlare a
Dragone che Neferet li stava
soltanto prendendo in giro, che quanto
accaduto alla Casa della
Notte non era stato un tragico errore. Ma
non ebbe il cuore di farlo,
perché in quel momento Dragone chinò
la testa, sconfitto. «Vorrei
che tutti noi andassimo avanti con la
nostra vita, perché altrimenti
temo che non sopravviverò alla perdita
della mia compagna.»
Lenobia parve sul punto d’intervenire
ma, quando Dragone iniziò
a singhiozzare, rimase in silenzio e gli si
avvicinò per confortarlo.
Questo significa che tocca a me oppormi
a Neferet, pensò Stevie
Rae. Un’occhiata a Kramisha, che
fissava Neferet con un’aria da che-
cazzo-stai-dicendo, la indusse a
correggersi: Okay, questo significa
che tocca a me e a Kramisha opporci a
Neferet. Raddrizzò le spalle e
si preparò al confronto epico che era
certa ci sarebbe stato non
appena avesse chiamato col loro nome
le stronzate della Somma
Sacerdotessa.
In quel momento, uno strano rumore
provenne dalla finestra
aperta. Era un suono orribile, triste, che
fece venire la pelle d’oca a
Stevie Rae.
«Cos’è stato?» chiese, la testa rivolta
all’esterno, come tutti gli
altri.
«Non ho mai sentito niente di simile...
mette i brividi», commentò
Kramisha.
«È un animale. E sta soffrendo.»
Dragone riacquistò subito il
controllo di sé, cambiò espressione e
tornò a essere un Guerriero,
non un marito col cuore a pezzi. Si alzò
e raggiunse la finestra.
«Un gatto?» chiese Pentasilea con aria
angosciata.
«Da qui non riesco a vedere. Viene dal
lato est del parco», replicò
Dragone lasciando la finestra per
puntare deciso verso la porta.
«Oh, Dea! Credo di avere riconosciuto
quel suono. È l’ululato di
un cane, e l’unico nel campus è
Duchessa, la labrador di Stark. Che
gli sia successo qualcosa?» Tragica e
spezzata, la voce di Neferet
richiamò l’attenzione di tutti, mentre lei
si portava alla gola la mano
sottile, atterrita al pensiero che potesse
essere accaduto qualcosa a
Stark.
Stevie Rae avrebbe voluto prenderla a
schiaffi: Neferet si sarebbe
meritata un accidenti di Oscar per la
migliore stronza protagonista.
Adesso basta! Non avrebbe lasciato che
la passasse liscia con tutte
quelle balle.
Ma Stevie Rae non ebbe la possibilità di
affrontare Neferet.
Nell’attimo in cui Dragone aprì la porta
che dava in corridoio,
furono travolti dalle grida dei novizi,
che correvano piangendo
verso la Camera del Consiglio. E, al di
sopra di quella cacofonia di
rumori, al di sopra persino del terribile
ululato di Duchessa, si
cominciò a distinguere distintamente un
pianto diverso da tutti gli
altri, il pianto disperato di chi deve far
fronte a una perdita
tremenda.
Un pianto che Stevie Rae riconobbe
all’istante. «Oh, no. È
Damien», disse precipitandosi in
corridoio e, non appena uscì nel
parco, andò a sbattere contro Drew
Partain con tanta forza che
caddero entrambi. «Ma per la
miseriaccia, Drew! Levati dai...»
«Jack è morto!» gridò Drew, aiutandola
ad alzarsi. «Là, vicino
all’albero spezzato accanto alla
recinzione. È orribile, davvero
orribile. Corri, Damien ha bisogno di
te!»
Quando capì appieno il significato di
quelle parole, Stevie Rae fu
assalita da una violenta ondata di
nausea, ma poi fu scossa da
un’orda di vampiri e di novizi che la
trascinò via insieme con Drew.
Arrivata alla quercia, la vampira ebbe
un tremendo senso di déjà
vu. Il sangue. C’era così tanto sangue in
giro! Proprio come la sera in
cui, in quello stesso punto, la freccia di
Stark le si era conficcata nel petto.
Solo che stavolta non si trattava di lei.
Stavolta si trattava del
caro, dolcissimo Jack, che era morto per
davvero, quindi era
diecimila volte più terribile. Per un
secondo, la scena sembrò non
avere senso, perché nessuno si muoveva,
nessuno parlava. Non
c’erano suoni, a parte l’ululato di
Duchessa e i singhiozzi sconnessi di
Damien. Jack giaceva a faccia in giù
sull’erba zuppa di sangue, con la
punta di una spada che gli spuntava dalla
nuca. La lama l’aveva
attraversato con tale impeto da
staccargli quasi la testa dal collo.
«Oh, Dea! Cos’è successo qui?» Fu
Neferet a scongelare tutti i
presenti. Corse da Jack e gli posò
delicatamente una mano sul corpo
insanguinato. «Il novizio è morto»,
sentenziò.
Nel sentire la voce della Somma
Sacerdotessa, Damien impallidì e
alzò lo sguardo su Stevie Rae. I suoi
occhi erano pieni di sofferenza e
di orrore e forse, solo forse, anche di
una traccia di follia.
In quel momento, la vampira rossa capì
che doveva intervenire:
Damien non era in condizione di
affrontare Neferet da solo. «Credo
che dovrebbe lasciarlo in pace», disse
frapponendosi tra Neferet e
Jack.
«Io sono la Somma Sacerdotessa di
questa Casa della Notte.
Spetta a me affrontare questa tragedia.
Per il bene di Damien, devi
farti da parte e lasciare che siano gli
adulti a sistemare le cose»,
ribatté Neferet.
Il suo ragionamento non faceva una
piega eppure, nel profondo
di quegli occhi di smeraldo, Stevie Rae
vide agitarsi un’ombra che le
fece accapponare la pelle.
Tuttavia non sapeva proprio cosa fare:
si sentiva addosso gli occhi
di tutti, che come lei avevano trovato
più che sensato il discorso di
Neferet. In fondo, Stevie Rae era Somma
Sacerdotessa da troppo
poco tempo per sapere come affrontare
un evento terribile come
quello... Cavolaccio, in realtà era
Somma Sacerdotessa soltanto
perché nessun’altra novizia rossa si era
ancora Trasformata. E quindi
che diritto aveva d’intervenire come
«Somma Sacerdotessa» di
Damien?
Neferet approfittò del silenzio della
vampira rossa e si accovacciò
accanto a Damien, prendendogli la mano
e obbligandolo a
guardarla. «Damien, so che sei
sconvolto, ma devi riprendere il
controllo di te stesso e spiegarci com’è
andata.»
Damien sbatté le palpebre, confuso,
tuttavia, non appena mise a
fuoco l’immagine di Neferet, tirò via la
mano di scatto e ricominciò
a singhiozzare, scuotendo frenetico la
testa. «No! No! No!»
A quel punto, Stevie Rae ne aveva
proprio avuto abbastanza.
Non le importava se l’intero universo
non riusciva a vedere oltre le
stronzate di Neferet. Non le avrebbe
consentito di terrorizzare il
povero Damien.
«Com’è andata? Lei ha il coraggio di
chiedere com’è andata?
Come se fosse una coincidenza che Jack
sia stato ucciso nello stesso
momento in cui è ricomparsa qui a
scuola?» Prese una mano di
Damien. «Con le sue belle parole sarà
anche riuscita a fare fesso un
Consiglio Supremo cieco quanto una
talpa, così come potrà pure
convincere qualcuna delle brave
persone che sono qui a credere che
stia ancora dalla nostra parte, ma
Damien, Zoey, Shaunee, Erin, Stark
e io non ci crederemo mai che sta dalla
parte dei buoni. Quindi
perché non ce lo spiega lei com’è
andata?»
Neferet scosse la testa, rattristata. «Mi
dispiace per te, Stevie Rae.
Una volta eri una novizia così dolce e
piena di amore. Non so cosa
ti sia successo.»
Stevie Rae si sentì travolgere da una
rabbia così intensa da farla
tremare. «Lei sa meglio di chiunque
altro sulla terra cosa mi è
successo.» Non riuscì a frenarsi. Era
talmente furiosa che si avvicinò a
Neferet con una voglia matta di metterle
le mani intorno al collo e
stringere, stringere, stringere finché non
avesse smesso di respirare,
finché non avesse più costituito un
pericolo per i suoi amici.
Ma Damien la trattenne. «Non è stata lei.
Ho visto com’è successo
e non è stata lei.» Stevie Rae esitò.
«Cosa vuoi dire?»
«Ero laggiù, appena fuori della porta del
maneggio. Duchessa non
mi lasciava fare jogging. Continuava a
tirarmi per tornare qui e alla
fine l’ho accontentata... Mi aveva fatto
preoccupare, e stavo
cercando di capire perché avesse tanta
fretta di raggiungere Jack. E
quindi... ho visto.» Riprese a
singhiozzare. «... ho visto Jack che
cadeva dalla scala e precipitava sulla
spada. Non c’era nessuno con
lui. Proprio nessuno.»
Stevie Rae abbracciò Damien e,
all’istante, altre due paia di
braccia si unirono a loro: Shaunee ed
Erin, appena arrivate sul posto,
tennero stretti entrambi.
«Neferet era con noi nella Camera del
Consiglio quando si è
verificato questo terribile incidente. Non
può essere responsabile di
questa morte», sentenziò solennemente
Dragone, sfiorando con
delicatezza i capelli di Jack.
Stevie Rae non ce la faceva proprio a
guardare quel povero corpo
senza vita, perciò tenne lo sguardo fisso
su Neferet. Ecco perché solo
lei notò il lampo compiaciuto che le
passò sul viso, subito sostituito
da un’esperta espressione triste e
preoccupata.
L’ha ucciso lei. Non so come e non lo
posso dimostrare in questo
momento, ma l’ha fatto. Zoey mi
crederebbe. Mi aiuterebbe a
trovare il modo di smascherare Neferet.
Zoey deve tornare.
CAPITOLO 9
ZOEY
Ecco, Stark e io l’avevamo fatto.
«Non mi sento diversa. Insomma, a parte
sentirmi più vicina a
Stark e un po’ dolorante in posti
innominabili», dissi all’albero. Poi
raggiunsi un piccolo torrente che
gorgogliava allegro nel boschetto e
guardai in basso. Il sole stava per
tramontare, ma nel cielo c’era
ancora abbastanza luce da permettermi
di vedere il mio riflesso. Mi
osservai. Sembravo, be’, me. «Okay,
tecnicamente l’avevo già fatto
una volta, però era stata una cosa del
tutto diversa.» Sospirai. Loren
Blake era stato un immenso errore.
James Stark era un’altra storia.
«Allora, non dovrei sembrare diversa
adesso che ho un vero
legame?» Guardai la mia immagine con
le palpebre strette. Non
sembravo più grande? Più esperta? Più
saggia?
A dire il vero, no. E quelle palpebre
strizzate mi facevano soltanto
sembrare miope. «E, con ogni
probabilità, Afrodite direbbe che mi
fanno pure venire le rughe.»
Ripensai alla sera prima, quando avevo
salutato lei e Dario. Come
prevedibile, Afrodite era stata
sarcastica e molto più che stronza
commentando il fatto che non rientravo a
Tulsa assieme a lei, ma il
nostro abbraccio era stato forte e
sincero, e sapevo che avrei sentito
la sua mancanza. Anzi, la sentivo già. E
anche quella di Stevie Rae,
Damien, Jack e delle gemelle.
«E di Nala», dissi al mio riflesso.
Ma mi mancavano abbastanza da farmi
tornare nel mondo reale?
Da farmi affrontare tutto ciò che mi
aspettava, riprendere la scuola e
probabilmente combattere la Tenebra e
Neferet?
«No, non abbastanza.» Dirlo ad alta
voce lo rese più vero e,
all’improvviso, la sensazione di vuoto si
affievolì, sostituita dalla
serenità che mi trasmetteva l’isola di
Sgiach. «Qui è magico. Se
potessi farmi mandare la mia gatta, giuro
che ci resterei per sempre.»
La risata di Sgiach fu delicata e
musicale. «Come mai tendiamo a
sentire la mancanza dei nostri animali da
compagnia più di quella
delle persone?»
«Credo sia perché con loro non
possiamo usare Skype. Cioè, so
che posso tornare al castello e parlare
con Stevie Rae, ma ho
provato qualcosa col video e il
computer con Nala e lei sembrava
confusa e ancora più brontolona del
solito, il che è tutto dire!»
«Se i gatti capissero la tecnologia e
avessero il pollice opponibile,
dominerebbero il mondo», replicò la
regina.
Risi. «Non farti sentire da Nala. Lei già
lo domina, il suo mondo.»
«Hai ragione. Anche Mab è convinta di
governare il suo.»
Mab era la gigantesca miciona bianca e
nera di Sgiach. Avevo
cominciato a farci amicizia e penso
dovesse avere tipo un migliaio di
anni, visto che era quasi sempre semi
incosciente e più o meno
immobile ai piedi del letto della regina.
Stark e io avevamo iniziato a
chiamarla Gatta Morta, ovviamente mai
in presenza di Sgiach.
«Per mondo intendi la tua camera da
letto?»
«Esatto», confermò Sgiach con un
sorriso. Si sedette su un grande
masso coperto di muschio poco lontano
dal ruscello e fece un cenno
per invitarmi a prendere posto accanto a
lei.
La raggiunsi, chiedendomi per
l’ennesima volta se i miei
movimenti sarebbero mai stati aggraziati
e regali quanto i suoi. Ne
dubitavo fortemente.
«Se vuoi, puoi far mandare qui la tua
Nala. I famigli dei vampiri
viaggiano come animali da compagnia.
Basterà mostrare la sua
tessera delle vaccinazioni per farla
arrivare a Skye.»
«Wow, sul serio?»
«Sul serio. Be’, ciò significa che
dovresti impegnarti a rimanere qui
almeno per qualche mese. Ai gatti non
piace molto viaggiare, e
dover sopportare la differenza di fuso
orario è un grande peso per
loro.»
«Più rimango qui, meno avrò voglia di
andarmene, anche se so
che probabilmente è irresponsabile da
parte mia nascondermi così
dal mondo reale. Insomma, non è che
Skye non sia reale e tutto il
resto. E so di aver affrontato un sacco di
cose brutte negli ultimi
tempi, quindi va bene se mi prendo una
pausa. Ma io vado ancora a
scuola. Immagino di doverci proprio
tornare. Prima o poi.»
«Ti sentiresti così anche se fosse la
scuola a venire da te?»
«Cosa vuoi dire?»
«Da quando sei entrata nella mia vita, ho
cominciato a riflettere
sul mondo, o meglio su quanto io me ne
sia separata. Sì, ho Internet,
ho la TV satellitare, ma non ho
apprendisti Guerrieri né giovani
Guardiani. O almeno non ne avevo
finché non siete arrivati tu e
Stark. Ho scoperto che mi mancavano
l’energia e lo stimolo che
danno le menti giovani.» Sgiach distolse
lo sguardo da me per fissare
il fitto del bosco. «Il vostro arrivo ha
risvegliato qualcosa che stava
dormendo. Percepisco un cambiamento
nel mondo, più grande
dell’influenza della scienza moderna o
della tecnologia. Non posso
ignorarlo e lasciare che la mia isola
sprofondi di nuovo nel sonno,
magari finendo per separarsi del tutto
dalla realtà esterna e dai suoi
problemi, magari finendo addirittura per
perdersi tra le nebbie del
tempo, come Avalon e le amazzoni. Ho
deciso di aprirmi al mondo,
affrontando le sfide che ciò potrebbe
portare.» La regina incrociò di
nuovo il mio sguardo. «Scelgo di
lasciare che la mia isola si risvegli. È
ora che la Casa della Notte di Skye
accetti sangue nuovo.»
«Hai intenzione di togliere l’incantesimo
protettivo?»
«No. Finché vivrò e, mi auguro, finché
vivrà colei che mi
succederà e chi succederà a lei, Skye
continuerà a essere protetta e
separata dal mondo moderno. Ma ho
pensato che potrei emettere
un bando per Guerrieri. Un tempo, a
Skye venivano addestrati i
migliori e i più brillanti tra i Figli di
Erebo.»
«Ma poi hai rotto col Consiglio
Supremo dei Vampiri, giusto?»
«Giusto. Forse potrei iniziare,
lentamente, a riparare quella
frattura, soprattutto ora che tra i miei
apprendisti c’è una giovane
Somma Sacerdotessa.»
Provai un brivido di eccitazione. «Io?
Parli di me?»
«Sì, certo. Tu e il tuo Guardiano avete
un legame con quest’isola.»
«Wow, sono davvero onorata. Grazie,
grazie tante.» Il cervello mi
girava come un matto! Se Skye fosse
diventata una Casa della Notte
attiva, restare lì non sarebbe stato come
nascondersi da tutti. Sarebbe
stato piuttosto come avessi cambiato
scuola. Pensai a Damien e al
resto del gruppo, e mi chiesi se
avrebbero preso in considerazione
l’idea di trasferirsi lì anche loro.
«Ci potrebbe essere un posto per dei
novizi che non sono
Guerrieri?» chiesi.
«Ne potremmo parlare.» Sgiach esitò,
poi aggiunse: «Lo sai, vero,
che quest’isola è ricca di tradizioni
magiche che vanno ben oltre
l’addestramento dei Guerrieri e dei
Guardiani?»
«No. Cioè, sì. Perché è ovvio che tu sia
magica, e
fondamentalmente tu sei l’isola.»
«Mi trovo qui da così tanto tempo che
molti mi vedono come
l’isola, ma io sono una custode della sua
magia, non la sua
proprietaria.»
«Cosa vorrebbe dire?»
«Scoprilo da te, giovane regina. Tu hai
un’affinità con ciascuno dei
cinque elementi. Entra in contatto con
loro e prova a scoprire cos’ha
da insegnarti l’isola.» Intuendo che
esitavo, Sgiach mi spronò: «Prova
con l’aria, il primo elemento. Chiamala
a te e osserva».
«Okay, va bene. Cominciamo.» Mi alzai
e raggiunsi una zona
priva di rocce. Presi tre profondi respiri
purificatori e, d’istinto, mi voltai verso
est. «Aria, vieni a me.» Ormai ero
abituata ad avvertire
la presenza dell’elemento. Ero abituata
alla brezza che si agitava
come un cucciolo esuberante, ma tutta
l’esperienza con le mie
affinità non mi aveva preparata a ciò che
accadde. L’aria non si
limitò a rispondere: mi avvolse e mi
vorticò intorno con forza,
dandomi la sensazione che fosse quasi
tangibile, il che è proprio un
po’ strano dato che l’aria non lo è
affatto. Non la si vede, eppure è
ovunque. Poi restai senza fiato perché
mi resi conto che l’aria era
davvero diventata tangibile! Intorno a
me, nel vento impetuoso che
si era sollevato al mio richiamo,
fluttuavano degli esseri stupendi,
luminosi ed eterei. E, mentre li guardavo
a bocca aperta, quelli
cambiavano forma, sembrando ora delle
donne incantevoli, ora
delle farfalle, per poi mutare in
splendide foglie d’autunno e quindi
in coloratissimi colibrì che andarono a
posarsi sul mio palmo aperto.
«Cosa sono?» chiesi sottovoce.
«Spiriti dell’aria. Un tempo erano
ovunque, ma hanno
abbandonato il mondo moderno.
Preferiscono i boschi antichi e lo
stile di vita di una volta. E in quest’isola
ci sono entrambi.» Sgiach
sorrise e aprì una mano per accogliere
uno spiritello che assunse la
forma di una minuscola fata con ali da
libellula e prese a danzarle tra
le dita. «È bello vedere che rispondono
al tuo richiamo. Non capita
spesso di osservarne così tanti riuniti in
un unico luogo, neppure qui
nel boschetto. Prova un altro elemento.»
Stavolta non mi feci pregare, mi girai
verso sud e gridai: «Fuoco,
vieni a me!»
Simili a splendenti fuochi d’artificio,
tutt’intorno esplosero degli
spiritelli che mi fecero il solletico col
delizioso calore delle loro
fiamme. «Mi ricordano le stelline che si
accendono per la festa del
Quattro luglio!»
Sgiach sorrise. «Vedo di rado gli spiriti
del fuoco. Sono molto più
vicina ad acqua e aria... il fuoco non si
manifesta quasi mai per me.»
«Vergognatevi! Dovreste farvi vedere da
Sgiach. Lei è dei buoni!»
li sgridai.
Subito, gli spiritelli che mi
circondavano presero a svolazzare
all’impazzata, angosciati.
«Oh, no! Di’ loro che li stavi prendendo
in giro. La fiamma è
terribilmente sensibile e imprevedibile.
Non vorrei che provocassero
qualche incidente», esclamò Sgiach.
«Ehi, ragazzi, scusate! Stavo solo
scherzando. Va tutto bene, sul
serio.» Quando gli spiriti del fuoco
smisero di agitarsi tanto, tirai un
sospiro di sollievo. Guardai Sgiach. «Ci
sono rischi se chiamo gli altri
elementi?»
«No, nessuno. Basta che tu stia attenta a
quello che dici. La tua
affinità è potente, persino quando non ti
trovi in un luogo denso di
antica magia come questo bosco.»
«D’accordo.» Presi altri tre respiri
purificatori, poi mi voltai in
senso orario in direzione ovest. «Acqua,
vieni a me.» E mi ritrovai
immersa nell’elemento. Spiritelli freschi
e lisci mi scivolarono sulla
pelle, luccicanti di un’acquosa
iridescenza. Giocavano spensierati,
facendomi venire in mente sirene e
delfini, meduse e cavallucci
marini. «Questo è davvero fighissimo!»
«Gli spiriti dell’acqua sono
particolarmente forti a Skye», spiegò
Sgiach accarezzando una piccola
creatura a forma di stella marina
che le nuotava intorno.
Mi voltai verso nord. «Terra, vieni a
me!» Il bosco prese vita. Gli
alberi splendevano di gioia, e dai loro
vecchi tronchi nodosi
emersero degli esseri delle foreste che
mi ricordarono cose che
potevano trovarsi a Rivendell con gli
elfi di Tolkien, o magari
persino nella giungla in 3D di Avatar.
Spostai l’attenzione al centro del mio
cerchio improvvisato e
chiamai l’elemento finale: «Spirito,
vieni a me anche tu».
Stavolta fu Sgiach a rimanere senza
fiato. «Non avevo mai visto
tutti assieme i cinque gruppi di spiritelli.
È magnifico.»
«Oh mia Dea! È incredibile!» Intorno a
me, l’aria già brulicante di
esseri diafani si era colmata di una tale
luminosità da far subito
pensare a Nyx e alla brillantezza del suo
sorriso.
«Vuoi approfondire questa esperienza?»
mi chiese Sgiach.
«Certo», risposi senza esitazioni.
«Allora dammi la mano.» Circondata
dagli antichi spiritelli
elementali, mi avvicinai a Sgiach
tendendole la destra.
«Ti fidi di me?» domandò dopo aver
rivolto il mio palmo verso
l’alto.
«Sì», replicai.
«Bene. Farà male solo per un istante.»
Con un gesto talmente
rapido da risultare invisibile, passò
l’unghia dura e tagliente
dell’indice destro sul mio palmo.
Non arretrai. Non mi mossi, inspirai
solo un bel po’ d’aria di
botto. In ogni caso aveva ragione: fece
male solo per un istante.
Sgiach mi prese la mano e raccolse le
gocce di sangue nel proprio
palmo; poi, pronunciando alcune parole
che non compresi, formò
un cerchio scarlatto intorno a noi e, non
appena fu completo, la
ferita mi si rimarginò all’istante.
A quel punto accadde una cosa davvero
incredibile.
Ogni spiritello toccato dal mio sangue
per un attimo divenne di
carne. Non si trattava più di eteree
rappresentazioni degli elementi,
di semplici tracce di aria, fuoco, acqua,
terra e spirito. Ciò che il mio sangue
toccava, diventava realtà: fate e
uccellini, sirene e ninfe della
foresta che vivevano, respiravano.
E che danzavano e festeggiavano. Le
loro risate dipinsero di gioia
e di magia il cielo del crepuscolo.
«È la magia antica. Hai sfiorato cose
che dormivano da secoli.
Nessuno era mai riuscito a risvegliare le
fate. Nessun altro ne aveva
la capacità», disse Sgiach, poi con
lentezza e regalità chinò la testa
verso di me in segno di rispetto.
Travolta dalla meraviglia dei cinque
elementi, presi la mano della
regina di Skye. «Posso condividere tutto
questo con altri novizi? Se li
lascerai venire qui, potrò insegnare alla
nuova generazione come
arrivare alla vecchia magia?»
Lei mi sorrise tra lacrime che mi
auguravo fossero di gioia. «Sì,
Zoey. Perché, se non puoi colmare tu la
distanza tra il mondo antico
e quello moderno, non so chi altri
potrebbe riuscirci. Ora, però,
goditi questo momento. La realtà creata
dal tuo sangue svanirà
presto. Danza con loro, giovane regina.
Di’ loro che c’è la speranza
che il mondo di oggi non abbia
completamente dimenticato il
passato.»
Le sue parole mi spronarono e, seguendo
il suono di campane,
cornamuse e cembanelle comparso
all’improvviso, iniziai a ballare
con le creature cui il mio sangue aveva
ridato la vita.
Ripensandoci, avrei dovuto prestare
maggiore attenzione alla
sagoma di corna acuminate che colsi con
la coda dell’occhio mentre
piroettavo e saltavo a braccetto con le
fate. Avrei dovuto notare il
colore del manto del toro e il lampo che
gli scintillava negli occhi.
Avrei dovuto accennare alla sua
presenza con Sgiach. Se fossi stata
più saggia, si sarebbero potute evitare, o
quantomeno prevedere,
molte cose.
Ma, quella sera, danzai in tutta
innocenza, felice di scoprire la
novità di un’antica magia, ignara che
questa mia leggerezza avrebbe
avuto conseguenze ben più gravi di una
stanchezza infinita e del
bisogno di una bella cena e di otto ore
filate di sonno.
«Avevi ragione. Non è durato molto»,
commentai a corto di fiato
lasciandomi cadere accanto a Sgiach sul
sasso coperto di muschio.
«Non possiamo fare qualcosa perché
rimangano di più? Sembravano
così contenti di essere reali!»
«Le fate sono esseri sfuggenti. Sono
fedeli soltanto al loro
elemento, o a chi lo domina.»
Sbattei le palpebre, stupita. «Vuoi dire
che sarebbero leali a me?»
«Credo che lo siano, anche se non te lo
posso assicurare; essendo
la regina di quest’isola, sono legata ad
aria e vento, tuttavia non ho
nessuna affinità con gli elementi.»
«Ah. Quindi io posso chiamarli anche se
vado via da Skye?»
«E perché mai dovresti volerlo fare?»
Risi: in effetti, perché mai
avrei dovuto voler lasciare quell’isola
magica e mistica?
«Aye, wummen, lo sapevo che seguendo
il chiacchiericcio avrei
trovato voi due!» Seoras ci raggiunse e
si sedette al fianco della sua
regina.
Lei sfiorò per un attimo il suo
avambraccio muscoloso, un
semplice tocco pieno di vita e di amore,
di fiducia e d’intimità.
«Benvenuto, mio Guardiano. Le hai
portato arco e frecce?»
«Aye, certo che glieli ho portati»,
rispose il Guerriero
mostrandomi un arco di legno scuro con
intagli complessi e una
faretra di cuoio piena di frecce
dall’impennatura rossa.
«Bene. Zoey, oggi hai imparato molto.
Anche al tuo Guardiano
serve una lezione riguardo al credere
nella magia e nei doni della
Dea.» Sgiach prese arco e frecce e me li
tese. «Portali a Stark. È
rimasto senza per troppo tempo.»
«Pensi davvero che sia una buona
idea?» chiesi guardandoli con
sospetto.
«Quello che penso è che il tuo Stark non
sarà realmente completo
se non accetterà i doni della Dea.»
«Nell’Aldilà aveva una claymore. Non
potrebbe essere la sua
arma anche qui?» Sgiach si limitò a
fissarmi, con tracce della magia
che avevamo appena sperimentato
ancora riflesse negli occhi verdi.
Sospirai.
E, seppur riluttante, allungai la mano per
prendere l’arco. «Non si
sente tanto a suo agio con questo», dissi.
«Aye, ma dovrebbe», intervenne Seoras.
«Non lo diresti se sapessi cosa ci sta
dietro», ribattei.
«Se intendi che non può mancare il
bersaglio allora, aye, lo so, e
anche del senso di colpa che avverte per
la morte del suo mentore»,
replicò Seoras.
«Allora ti ha raccontato tutto.»
«Sì.»
«E sei ancora convinto che dovrebbe
riprendere a usare l’arco?»
«Non si tratta di una semplice
convinzione, piuttosto del fatto
che, dopo secoli di esperienza, Seoras
ormai sa cosa succede quando
i doni della Dea fatti a un Guardiano
vengono ignorati», spiegò
Sgiach.
«E che succede?»
«La stessa cosa che capita quando una
Somma Sacerdotessa cerca
di allontanarsi dalla via che la Dea ha
posto davanti a lei», rispose
Seoras.
«Come Neferet», mormorai.
«Aye, come la Somma Sacerdotessa
caduta che ha corrotto la
vostra Casa della Notte e provocato la
morte del tuo Consorte.»
«Anche se, in tutta sincerità, devi sapere
che non si verifica sempre
una scelta così netta tra bene e male
quando un Guardiano, o un
Guerriero, ignora i doni della Dea e si
allontana dal suo sentiero. A
volte, questo significa soltanto che la
sua vita non è piena e risulta
quanto più banale e terrena possibile per
un vampiro», aggiunse
Sgiach.
«Ma, se si tratta di un Guerriero con dei
doni potenti, oppure se
ha affrontato la Tenebra ed è stato
toccato dalla lotta contro il
male... allora, be’, quel Guerriero non
può svanire così facilmente
nell’oblio», disse Seoras.
«E per Stark valgono entrambe le cose»,
commentai.
«Proprio così. Zoey, fidati di me. Per il
tuo Guardiano è meglio
seguire la strada decisa per lui dalla
Dea piuttosto che lasciare che
venga di nuovo preso dalle ombre», fece
Sgiach.
«Capisco il vostro punto di vista, ma
convincerlo a usare di nuovo
l’arco non sarà facile.»
«Ach, be’, adesso tu puoi fare appello
alla magia antica mentre sei
qui sulla nostra isola, no?» Spostai lo
sguardo da Seoras a Sgiach.
Avevano ragione. Me lo sentivo dentro.
Stark non poteva
nascondersi ai doni che gli aveva
concesso Nyx più di quanto io
potessi negare il mio legame coi cinque
elementi. «Okay, lo
convincerò. Ma... dov’è?»
«Il giovane è irrequieto. L’ho visto
incamminarsi verso la
spiaggia», rispose Seoras.
Mi si strinse il cuore. Il giorno prima
avevamo deciso che
saremmo rimasti a Skye per un tempo
imprecisato e, dopo quanto
era appena successo con Sgiach, non
sopportavo neanche l’idea di
andarmene. «Ma sembrava che gli
andasse bene restare», dissi
pensando ad alta voce.
«Il suo problema non è tanto dove è ma
chi è», ribatté Seoras.
«Eh?» feci con grande sfoggio
d’intelligenza.
«Zoey, Seoras vuole dire che il morale
del tuo Guardiano
migliorerà decisamente quando tornerà a
essere un Guerriero
completo», mi tradusse Sgiach.
«E un Guerriero completo usa tutti i suoi
doni», sentenziò Seoras
con un tono che non ammetteva repliche.
«Va’ da lui e aiutalo a tornare
completo», aggiunse Sgiach.
«Ma come faccio?»
«Ach, wumman, usa quel cervello che ti
ha dato la Dea e prova
un po’ a capirlo da sola.»
Con una leggera spinta e un gesto che
m’indicava la direzione, la
regina e il suo Guardiano mi mandarono
via dal boschetto. Sospirai,
mi grattai mentalmente la testa e mi
diressi verso la costa
chiedendomi che diavolo di parola fosse
ach.
CAPITOLO 10
ZOEY
Pensai a Stark durante tutto il tragitto,
lungo la scivolosa scalinata
di pietra che girava intorno al castello e
sulle rocce da cui si accedeva alla
spiaggia, prendendomi solo un momento
per ammirare
l’imponente e minacciosa scogliera su
cui si ergeva la dimora di
Sgiach, che dominava l’isola.
Il sole era ormai tramontato, ma per
fortuna c’erano diverse file
di torce a illuminare la zona.
Stark era solo. Mi dava le spalle,
perciò, mentre mi avvicinavo,
potei osservarlo che si allenava con la
claymore in una mano e un
grande scudo di cuoio nell’altra,
menando affondi e parate contro
un nemico insidioso ma invisibile.
Camminai in silenzio, piano piano,
per godermi lo spettacolo.
Che di colpo fosse diventato più alto? E
più muscoloso? Così «in
assetto da Guerriero», aveva un aspetto
forte e molto ma molto
pericoloso. Ricordavo bene la
sensazione del suo corpo contro il
mio la notte precedente, e come
avevamo dormito assieme stretti
stretti... e lo stomaco mi si annodò un
po’, in modo insolito.
Lo amo e mi fa sentire al sicuro.
Potrei rimanere qui con lui, lontana dal
resto del mondo, per
sempre.
Proprio mentre formulavo quel pensiero,
sulla schiena mi passò
un brivido. E, in quel momento, Stark
abbassò la guardia e si voltò,
preoccupato. Io però lo tranquillizzai
sorridendo e salutandolo con
una mano, solo che, quando lui vide
l’arco, il suo sorriso di
benvenuto si affievolì, tuttavia mi
accolse comunque con un bacio.
«Ehi, sei sexy da matti quando fai ’sta
cosa con la spada», esordii.
«Si chiama ’allenamento’, Zy. E non è
previsto che io sembri sexy,
ma pericoloso.»
«Oh, ma lo sembri eccome. Ero
praticamente spaventata a
morte!» esclamai col mio migliore finto
accento da bellezza del Sud,
appoggiandomi il dorso della mano sulla
fronte come se fossi sul
punto di svenire.
«Signora, con accenti e inflessioni non
ve la cavate molto bene»,
replicò lui con un falso accento, a
differenza del mio, davvero
ottimo. Poi mi prese la mano e se la
portò al cuore. «Ma, se volete,
Miss Zoey, posso provare a insegnarvi.»
Okay, lo so che è stupido, ma quella
recita da gentiluomo del Sud
mi fece sciogliere. Poi, una volta
diradata la nebbia di desiderio che
provavo per lui, mi venne un’idea per
cominciare a farlo sentire di
nuovo a proprio agio con arco e frecce.
«Naaa, per gli accenti sono
senza speranza, però c’è un’altra cosa
che mi potresti insegnare.»
«Aye, wumman, di cosucce da insegnarti
ne conosco un sacco»,
replicò con aria da maniaco ma un tono
identico a quello di Seoras.
Gli assestai un pugno. «Non fare lo
scemo. Sto parlando di
questo: ho sempre pensato che tirare con
l’arco fosse una figata ma
in realtà non ne so niente. Mi potresti
insegnare? Per favore?»
Stark fece un passo indietro, guardando
l’arma con circospezione.
«Zoey, lo sai che è meglio che io non lo
usi.»
«No. È meglio che tu non lo usi contro
qualcosa di vivo. Sì, be’, a
meno che tu non voglia davvero
ucciderlo... Ma comunque io non ti
sto chiedendo di usarlo: ti sto chiedendo
d’insegnare a me.»
«E perché di punto in bianco vorresti
imparare?»
«Be’, mi sembra logico. Noi resteremo
qui, giusto?»
«Giusto.»
«E qui si addestrano Guerrieri da, tipo,
milioni di anni. Giusto?»
«Giusto, di nuovo.» Gli sorrisi,
cercando di alleggerire la
situazione. «Mi piace da matti quando
ammetti che ho ragione. Di
nuovo. Comunque, dato che siamo qui,
vorrei imparare un po’ delle
cose che sanno fare i Guerrieri. E quella
è senz’altro troppo pesante
per me.» Indicai la claymore. «Per di
più, l’arco è davvero molto
bello.»
«Sarà anche bello, ma rimane lo stesso
un’arma. Un’arma
pericolosa e mortale, soprattutto se a
impugnarla sono io.»
«Solo se miri per uccidere», ribattei.
«A volte si possono fare degli errori»,
replicò sotto il peso dei
ricordi.
Gli appoggiai una mano sul braccio.
«Adesso sei più grande. Più
esperto. Non faresti più gli stessi errori.
Dai, fammi vedere come
funziona.»
«Non abbiamo un bersaglio.»
«Ma sì che l’abbiamo.» Diedi un
colpetto col piede allo scudo di
cuoio che Stark aveva appoggiato a terra
quando l’avevo raggiunto.
«Mettilo tra un paio di sassi un po’ più
in là sulla spiaggia. Cercherò
di centrarlo... dopo che tu sarai tornato
qui, ovviamente.»
«Ovviamente.»
Con un sospiro rassegnato e tristissimo,
Stark posizionò lo scudo
tra un paio di grossi massi a pochi metri
da noi, quindi tornò
indietro. Svogliato, prese l’arco e mise
ai nostri piedi la faretra.
«Devi tenerlo così. E la freccia va qui»,
disse appoggiandola contro
il lato dell’arco, la punta rivolta verso il
basso. «S’incocca in questo
modo. Con queste frecce, è facile capire
come si fa, perché le penne
nere devono essere tutte girate verso il
basso, mentre l’unica rossa va
verso l’alto... così.» Intanto che parlava,
Stark cominciò a rilassarsi e a
riprendere confidenza con l’arma: era
chiaro che quei movimenti li
avrebbe potuti fare anche a occhi chiusi.
«Rimani ben salda sulle
gambe, i piedi devono rimanere in asse
con le anche... così.»
Approfittai della dimostrazione pratica
per guardargli le gambe,
ringraziando una volta di più che avesse
iniziato a portare il kilt.
«Poi sollevi l’arco e, tenendo la freccia
tra indice e medio, tendi la
corda tirandola verso di te. Prendi bene
la mira, ma alla fine punta
un pochino più in basso: ti aiuterà a
compensare l’effetto della
distanza e del vento. Quando sei pronta,
lascia partire la freccia.
Ricordati di piegare il braccio sinistro,
altrimenti ti ritroverai con un gran
livido.» Mi tese l’arco. «Dai, prova.»
«Fammi vedere», replicai.
«Zoey, non penso che dovrei.»
«Ma scusa, il bersaglio è uno scudo di
cuoio. Non è vivo e non ha
intorno niente di neanche vagamente
vivo. Basta che miri al centro
dello scudo, così vedo come si fa.»
Esitò. Gli appoggiai la mano sul
petto e lo baciai, però, per quanto
cercasse di abbandonarsi a me,
Stark rimase comunque teso. «Ehi, devi
avere fiducia in te stesso,
almeno quanta ne ho io», dissi
sottovoce. «Sei il mio Guerriero, il
mio Guardiano. Devi tirare con l’arco
perché è il dono che ti ha
fatto la Dea. So che l’userai con
saggezza. Ti conosco: tu sei buono,
hai lottato per essere buono e hai vinto.»
«Ma, Zy, io non sono completamente
buono. Nell’Aldilà ho visto
la parte cattiva di me. Era lì, reale,
proprio davanti a me», replicò
con aria frustrata.
«E l’hai sconfitta.»
«Per sempre? Non credo. Non credo che
sia possibile.»
«Guarda che nessuno è completamente
buono. Neanch’io. Voglio
dire, se uno bravo lasciasse in giro il
compito di geometria, ti
assicuro che una sbirciatina la darei.»
Fece un sorriso teso. «Tu ci
scherzi, ma per me è diverso. Penso lo
sia per tutti i novizi rossi e
anche per Stevie Rae. Una volta
conosciuta la Tenebra, quella vera,
sulla tua anima ci sarà sempre
un’ombra.»
«No. Non un’ombra. È solo
un’esperienza diversa. Tu e gli altri
novizi rossi avete provato qualcosa che
noi non conosciamo. Questo
non vi rende parte dell’ombra della
Tenebra, vi rende esperti in
materia. E può essere un’ottima cosa, se
usate questa conoscenza
superiore per combattere per il bene. E
tu lo fai.»
«A volte ho paura che possa essere
molto più di così», disse
lentamente, fissandomi negli occhi come
se cercasse una verità
nascosta.
«Che vuoi dire?»
«La Tenebra è territoriale, possessiva.
Una volta che ti ha
assaggiato, non molla la presa tanto
facilmente.»
«La Tenebra non può fare niente se si
sceglie la via della Dea
come hai fatto tu. Non può sconfiggere la
Luce.»
«Ma non sono neanche convinto che la
Luce potrà mai
sconfiggere la Tenebra. Vedi, Zy, c’è un
equilibrio in queste cose.»
«Ciò non significa che non si possa
scegliere da che parte stare. Tu
hai scelto. Fidati di te stesso. Io mi fido.
Completamente», ripetei.
Stark continuò a tenere gli occhi fissi nei
miei come si aggrappasse
a un salvagente. «Finché tu mi vedrai
buono, finché crederai in me,
posso avere fiducia in me stesso, perché
mi fido di te, Zoey. E ti
amo.»
«Anch’io ti amo, Guardiano.» Mi baciò
e poi, con un movimento
allo stesso tempo rapido, aggraziato e
letale, Stark tirò indietro
l’arco e fece volare la freccia. Che andò
a conficcarsi al centro del
bersaglio.
«Wow, è stato incredibile. Tu sei
incredibile», commentai.
Lui tirò un lungo respiro di sollievo, che
sembrò scacciare via la
tensione. Poi sorrise, nel suo solito
fighissimo modo da sbruffone.
«Visto, Zy? Bersaglio centrato alla
perfezione.»
«Per forza hai fatto centro, scemo. Non
puoi sbagliare!»
«Sì, hai ragione. Ed è solo un
bersaglio.»
«Allora, m’insegni o no? E stavolta non
essere così veloce. Va’
piano. Fammi vedere.»
«Sì, sì, certo. Okay, guarda.» Mirò e
scoccò la freccia più
lentamente, dandomi il tempo di seguire
i suoi movimenti.
E la seconda freccia spaccò in due la
prima.
«Oh, ooops. Me n’ero dimenticato. Una
volta buttavo via un
sacco di frecce spaccandole così.»
«Dammi, adesso tocca a me. Scommetto
che non avrò lo stesso
problema.» Cercai d’imitare i
movimenti di Stark, ma tirai troppo
corto e la freccia finì di piatto sulle
rocce lisce e bagnate.
«Cavolo, è decisamente più difficile di
quello che sembra», dissi.
«Guarda, ti faccio vedere. È la
posizione che è sbagliata.» Venne
dietro di me, mettendo le braccia sopra
le mie e sfiorandomi la
schiena. «Vediti come un’antica regina
guerriera. Sta’ dritta e
orgogliosa. Spalle indietro! Mento
alto!» Obbedii e, stretta tra le sue
braccia, mi sentii trasformare in una
donna potente e maestosa.
Le sue mani guidarono le mie per tirare
la corda. «Resta ferma,
forte... concentrati sul bersaglio»,
mormorò.
Insieme, prendemmo la mira e, mentre
lasciavamo partire la
freccia, percepii la scossa che
attraversò il suo corpo e il mio,
guidando il dardo di nuovo al centro
dello scudo, spezzando i due
precedenti.
Mi voltai e sorrisi al mio Guardiano.
«Ciò che hai tu è magico,
speciale. Lo devi sfruttare, Stark, devi
proprio farlo.»
«Mi è mancato molto», ammise, in un
mormorio talmente basso
che faticai a udirlo. «Non mi sento a
posto del tutto se non sono in
contatto col mio arco.»
«È perché il tuo arco ti permette di
restare in contatto con Nyx. È
stata lei a farti questo dono.»
«Forse qui posso ricominciare. Questo
posto... ha qualcosa di
speciale. È come se sentissi di
appartenere a quest’isola, come se noi
appartenessimo a quest’isola.»
«Lo sento anch’io. E mi sembra passata
un’eternità dall’ultima
volta in cui ho provato questa
sensazione di sicurezza e questa
gioia.» Lo abbracciai. «Sgiach mi ha
appena detto di voler riaprire le
porte ai giovani Guerrieri, e anche ad
altri novizi con doni speciali.»
Gli sorrisi. «Sai, tipo quelli che hanno
affinità particolari.»
«Oh, intendi affinità con gli elementi?»
«Già, proprio quelle.» Lo strinsi forte.
«Voglio rimanere qui. Sul
serio.» Stark mi accarezzò i capelli e mi
diede un bacio sulla testa. «Lo so, Zy, e
sono con te. Sarò sempre con te.»
«Magari qui potremo liberarci della
Tenebra che Neferet e Kalona
hanno cercato di portare nel mondo»,
aggiunsi.
«Lo spero, Zy. Lo spero proprio.»
«Pensi che potrebbe essere sufficiente
avere un piccolo pezzo di
mondo libero dalla Tenebra? Rifugiarci
qui significa sempre seguire il
sentiero della Dea?»
«Be’, non sono un esperto, però secondo
me devi cercare di fare
del tuo meglio per essere fedele a Nyx.
Non mi pare che quello che
stai facendo sia un grande problema.»
«Capisco perché Sgiach non lascia
questo posto», commentai.
«Anch’io, Zy.» Stark mi strinse forte e
sentii che tutto ciò che
dentro di me era ferito e si era spezzato
cominciava a scaldarsi e,
lentamente, a guarire.
STARK
Mentre stringeva tra le braccia la sua
Zoey, Stark ripensò a
quant’era andato vicino a perderla, e fu
invaso da un terrore tale da
fargli venire mal di stomaco. Ce l’ho
fatta. L’ho raggiunta nell’Aldilà
e sono riuscito a convincerla a tornare
da me. Adesso è al sicuro e
farò in modo che sia sempre così.
«Mamma mia come pensi forte! Riesco a
sentire le rotelline che ti
girano nella testa.» Raggomitolata con
lui nel letto, Zoey gli strofinò
il viso sul collo per poi baciargli la
guancia.
«Veramente dovrei essere io quello con
le super capacità
psichiche.» Lo disse in tono scherzoso
ma, intanto, Stark scivolò nel
cervello di lei, senza addentrarsi al
punto di farla incavolare
spiandone i pensieri, solo quanto
bastava ad assicurarsi che lei si
sentisse davvero felice e al sicuro.
«Vuoi sapere una cosa?» gli chiese in
tono un po’ esitante.
Stark si sollevò appoggiandosi sul
gomito. «Zy, stai scherzando? Io
voglio sapere tutto.»
«Piantala, sono seria.»
«Anch’io!» Lei gli lanciò
un’occhiataccia e lui la baciò sulla
fronte.
«Okay, d’accordo. Sono serio. Cosa?»
«Io... mmm, mi piace davvero tanto
quando mi tocchi.» Le
sopracciglia di Stark schizzarono
all’insù e lui dovette mettercela
tutta per non farle un sorrisone.
«Be’, è una cosa buona. Direi che è una
cosa molto buona.»
Zoey si mordicchiò il labbro. «A te
piace?»
A quel punto Stark non poté non ridere.
«Stai scherzando, vero?»
«No. Sono serissima. Insomma, io come
faccio a saperlo? Non
sono esattamente esperta... non come
te.» Aveva le guance in
fiamme: doveva sentirsi a disagio da
matti.
Accidenti, Stark non intendeva affatto
metterla in imbarazzo o
farla sentire strana per quello che stava
succedendo tra loro.
«Ehi... stare con te è molto più che
grandioso. E, Zoey, guarda che
ti sbagli. Sei più esperta tu di me
riguardo all’amore.» Le prese il viso tra
le mani e, quando lei fece per parlare, le
posò un dito sulle
labbra. «No, lasciami finire. Sì, io ho
già fatto sesso, ma non ero mai
stato innamorato. Tu sei il mio primo
amore, e sarai anche l’ultimo.»
Lei gli sorrise con tanta passione e
fiducia che Stark pensò gli stesse
per uscire il cuore dal petto. C’era
soltanto Zoey per lui, e sarebbe
stato così per sempre.
«Vorresti fare di nuovo l’amore con
me?» mormorò lei.
Per tutta risposta, Stark la tenne ancora
più stretta e le diede un
bacio lungo e lento. Il suo ultimo
pensiero prima che tutto andasse a
catafascio fu: Non sono mai stato così
felice in vita mia...
CAPITOLO 11
KALONA
Neferet si stava avvicinando, perciò
Kalona si preparò
psicologicamente, controllando la
propria espressione e
nascondendo l’odio che aveva iniziato a
provare per lei con un
cauto atteggiamento di premurosa attesa.
Avrebbe aspettato il momento
opportuno: se c’era una cosa che
l’immortale aveva imparato benissimo
era non sottovalutare la forza
della pazienza.
«Sta arrivando Neferet», disse a
Rephaim.
Suo figlio era davanti a una delle grandi
portefinestre che si
aprivano sul terrazzo dell’attico
acquistato dalla Tsi Sgili, all’ultimo
piano del lussuosissimo Mayo Building,
un perfetto connubio tra le
esigenze estetiche di lei e la necessità di
lui di avere libero accesso al tetto.
«Lei ha un Imprinting con te?»
La domanda di Rephaim interruppe i
pensieri di Kalona. «Un
Imprinting? Tra Neferet e me? Che
strana domanda da farmi.»
Rephaim spostò lo sguardo dal
panorama di Tulsa a suo padre.
«Riesci a percepire che sta arrivando.
Immagino che lei abbia
assaggiato il tuo sangue e che quindi
abbiate stabilito l’Imprinting.»
«Nessuno assaggia il sangue di un
immortale.»
L’ascensore annunciò con uno
scampanellio l’arrivo di Neferet,
che percorse a passi lunghi e decisi lo
scintillante pavimento di
marmo. Si muoveva con grazia, come se
stesse scivolando sul
pavimento, coi gesti lenti e armoniosi
che i mortali avrebbero
considerato tipici dei vampiri. Ma
Kalona sapeva come stavano le
cose: i suoi movimenti erano cambiati,
si erano evoluti... lei era
cambiata, si era trasformata in un essere
molto superiore a un
vampiro.
Kalona le fece un rispettoso inchino.
«Mia regina.»
Il sorriso di Neferet era pericolosamente
bello. Con un gesto
sinuoso, da serpente, gli mise un braccio
intorno alle spalle,
esercitando una pressione maggiore del
necessario. Obbediente,
Kalona si chinò, in modo che lei potesse
posare le labbra sulle sue.
Svuotò la mente, lasciando che fosse
solo il corpo a rispondere,
rendendo il bacio più profondo e
consentendo alla lingua di lei di
scivolare nella sua bocca.
Nello stesso modo brusco in cui l’aveva
cominciato, Neferet mise
fine all’abbraccio. Guardando oltre le
spalle di Kalona, disse:
«Rephaim, credevo fossi morto».
«Ero ferito, non morto. Sono guarito e
ho aspettato il ritorno di
mio padre.»
Kalona pensò che, sebbene le parole del
figlio fossero rispettose e
corrette, nel tono c’era qualcosa di
scortese. Ma era sempre stato
difficile comprendere i modi di
Rephaim, dato che il suo viso di
bestia tendeva a mascherare qualsiasi
emozione umana. Sempre
ammesso che ne provasse.
«Ho saputo che alcuni novizi della Casa
della Notte di Tulsa ti
hanno visto.»
«Ho risposto al richiamo della Tenebra.
Che ci fossero dei novizi
per me era irrilevante», replicò
Rephaim.
«Non solo dei novizi... c’era anche
Stevie Rae. Anche lei ti ha
visto.»
«Come ho appena detto, per me quegli
esseri sono irrilevanti.»
«Comunque è stato un errore da parte tua
far sapere che sei qui, e
io non tollero errori», sbottò Neferet.
Non appena gli occhi della Tsi Sgili
assunsero un colore rossastro,
Kalona si sentì montare una gran rabbia:
era già abbastanza brutto
avere quel legame di servitù con
Neferet, ma che addirittura il suo
figlio prediletto potesse venire
rimproverato e castigato da lei era
intollerabile.
«A dire il vero, mia regina, il fatto che
sappiano che Rephaim è
rimasto a Tulsa potrebbe giocare a
nostro favore. Si presume che io
sia stato bandito dal tuo fianco, perciò
non posso essere visto qui. Se
alla Casa della Notte dovessero arrivare
voci relative a un essere
alato, penserebbero subito che si tratti di
lui.»
Neferet inarcò un sopracciglio ambrato.
«Hai ragione, mio amore,
soprattutto quando voi due mi riporterete
i novizi rossi ancora feroci
e pericolosi.»
«Come desideri, mia regina», disse
mieloso Kalona.
«Voglio che Zoey ritorni a Tulsa»,
replicò Neferet, cambiando
bruscamente argomento. «Quegli idioti
alla Casa della Notte mi
hanno detto che si rifiuta di andarsene da
Skye. Lì è fuori della mia
portata... e io non posso proprio
permetterglielo.»
«La morte dell’innocente dovrebbe farla
tornare», intervenne
Rephaim.
Neferet strinse le palpebre. «E tu come
fai a sapere di quella
morte?»
«L’abbiamo percepita. La Tenebra ne ha
molto goduto», rispose
Kalona.
«È delizioso che tu l’abbia percepita. La
morte di quel ridicolo
ragazzetto è stata un vero piacere. Anche
se mi preoccupa che possa
avere l’effetto opposto su Zoey: invece
di farla tornare di corsa dal
suo debole e piagnucolante gruppo di
amici, potrebbe costituire una
ragione in più per restarsene nascosta su
quell’isola.»
«Forse dovresti colpire qualcuno più
vicino a Zoey. Per lei la
Rossa è come una sorella», propose
Kalona.
«Vero, e adesso anche quella maledetta
Afrodite le è molto
vicina», disse Neferet, picchiettandosi
un dito sul mento mentre
rifletteva.
Uno strano rumore spostò l’attenzione di
Kalona su Rephaim.
«Figlio mio, hai qualcosa da
aggiungere?»
«Zoey si nasconde a Skye. È convinta
che là non possiate
raggiungerla. Ma è vero?» chiese
Rephaim.
«Sì, purtroppo è così. Nessuno può
violare i confini del regno di
Sgiach», replicò Neferet, in tono duro e
irritato.
«Come si presumeva che nessuno fosse
in grado di violare i
confini del regno di Nyx?» riprese
Rephaim.
Neferet lo trafisse con un’occhiata di
smeraldo. «Come osi essere
impertinente?»
«Spiegati, Rephaim», intervenne
Kalona.
«Padre, tu hai appena violato un confine
che pareva altrettanto
invalicabile. Usa il legame che hai con
Zoey. Raggiungila attraverso i
sogni. Falle capire che da te non può
nascondersi. Questo, unito alla
morte del suo amico e al ritorno di
Neferet alla sua Casa della
Notte, dovrebbe bastare a spingere la
giovane Somma Sacerdotessa
a lasciare il suo rifugio.»
«Lei non è una Somma Sacerdotessa. È
una novizia! E la Casa della
Notte di Tulsa è mia, non sua!» strillò
Neferet, quasi isterica. «No. Ne
ho abbastanza del legame di tuo padre
con lei. Non è servito a farla
morire, quindi voglio che venga tagliato
di netto. Se Zoey dev’essere
attirata lontano da Sgiach, lo farò usando
Stevie Rae o Afrodite... o
magari entrambe. Hanno bisogno di una
lezione per imparare a
portarmi rispetto.»
«Come desideri, mia regina», disse
Kalona con un’occhiata d’intesa
al figlio.
Rephaim incrociò il suo sguardo, esitò,
poi anche lui chinò la testa
e sottovoce disse: «Come desideri...»
«Bene, allora questo è tutto. Rephaim, i
giornali e i notiziari
dicono che vicino alla Will Rogers High
sono stati trovati dei
cadaveri di gente con la gola squarciata.
Secondo i media, è opera di
una banda. Credo che, seguendo quella
’banda’, troveremo i nostri
novizi rossi. Fallo. Con discrezione.»
Rephaim non replicò, ma chinò
la testa in segno di assenso.
«E adesso vado nell’altra stanza a
crogiolarmi in quella splendida
vasca da bagno di marmo. Kalona,
amore mio, ti raggiungerò presto
nel nostro letto.»
«Mia regina, non desideri che cerchi i
novizi rossi con Rephaim?»
«Non stasera. Stasera ho bisogno di un
servizio più personale.
Siamo stati separati per troppo tempo.»
Fece scorrere un’unghia
rossa sul petto di Kalona, che dovette
farsi forza per non allontanarsi
di scatto.
Lei però dovette intuire qualcosa,
perché si rivolse all’immortale
in tono freddo e duro. «Forse
t’infastidisco?»
«No di certo. Come potresti mai
infastidirmi? Sarò pronto per te,
come sempre.»
«Resterai nel mio letto, aspettando di
darmi piacere.» Con un
sorriso crudele, Neferet girò sui tacchi e
scivolò nell’immensa camera
che occupava metà del sontuoso attico,
chiudendo la doppia porta
della stanza da bagno con un gesto
drammatico e un rumore che per
Kalona somigliarono molto a quelli di
un secondino che sbarra la
porta di una prigione.
Lui e Rephaim rimasero silenziosi e
immobili per quasi un minuto.
Quando infine l’immortale parlò, aveva
la voce roca per la rabbia
repressa. «Non c’è prezzo troppo grande
per spezzare il dominio che
ha su di me.» Kalona si passò la mano
sul petto, quasi potesse
cancellare ogni traccia del tocco di lei.
«Ti tratta come un servo.»
«Ma non durerà a lungo, no di certo»,
sbottò cupo.
«Al momento, però, è così. Ti ordina
persino di stare lontano da
Zoey, e tu sei stato legato per secoli alla
fanciulla cherokee che
condivide la sua anima!»
«No. La Tsi Sgili può credere di
comandare ogni mia mossa
tuttavia, anche se si considera una dea,
non è onnisciente. Non sa
tutto. Non vede tutto.» Kalona
continuava a muovere le ali, agitato.
«Figlio mio, credo che tu abbia ragione.
Zoey potrebbe essere spinta
a lasciare l’antica isola di Skye, se
capisse di non poter sfuggire al
legame con me neppure lì.»
«Sembra logico. La ragazza si nasconde
per evitarti. Dimostrale
che i tuoi poteri sono troppo grandi
perché possa riuscirci, che la Tsi
Sgili approvi oppure no.»
«Non mi serve la sua approvazione.»
«Appunto», convenne Rephaim.
«Figlio mio, vola nella notte e rintraccia
i novizi della Tsi Sgili.
Questo la tranquillizzerà. Tuttavia
desidero che tu cerchi pure Stevie
Rae. Tienila sotto controllo. Guarda
dove va e cosa fa, ma non la
catturare. Non ancora. Sono convinto
che i suoi poteri siano legati
alla Tenebra e che possa esserci utile,
prima però dobbiamo minare
la sua amicizia con Zoey e la sua fedeltà
alla Casa della Notte. Deve
pur avere un punto debole. Se la
osserviamo abbastanza a lungo, lo
scopriremo.» Kalona s’interruppe, poi
ridacchiò, anche se il suono
non fu affatto allegro. «Le debolezze
possono essere così allettanti.»
«Allettanti, padre?»
Kalona fissò il figlio, stupito dalla sua
strana espressione. «Sì,
allettanti. Forse sei stato separato dal
mondo per così tanto tempo
da non ricordare la potenza anche di
un’unica debolezza umana.»
«Padre, io... io non sono umano. Per me
è difficile capirti...»
«Ma certo... certo, limitati a osservare
la Rossa. Io rifletterò su
cosa fare con lei. E, mentre aspetto il
prossimo ordine, mi muoverò
nel regno dei sogni e darò a Zoey, oltre
che a Neferet, una lezione
su come si gioca a nascondino.»
«Sì, padre.» Rephaim aprì la
portafinestra, raggiunse la balaustra e
spalancò le grandi ali d’ebano. Poi,
silenzioso e aggraziato, si lasciò
cadere e si librò nella notte di Tulsa.
Per un attimo, l’immortale lo invidiò,
desiderando di potersi
lanciare anche lui dal tetto di
quell’edificio maestoso e planare nel
cielo nero, come un predatore in caccia.
Invece no. La caccia cui si sarebbe
dedicato quella sera era diversa.
Non l’avrebbe portato tra le nuvole ma,
a suo modo, sarebbe
comunque stata appagante.
Il terrore poteva essere appagante.
L’ultima volta che aveva visto Zoey, il
suo spirito immortale era
stato strappato all’Aldilà e restituito al
corpo. In quell’occasione, era stato lui a
provare terrore, per non essere riuscito
a ucciderla. A quel
punto la Tenebra, in virtù del giuramento
di Neferet, che lui aveva
accettato, era stata in grado di
controllarlo, di ghermirgli l’anima.
Kalona rabbrividì. Aveva avuto a che
fare con la Tenebra per
molto tempo, ma non le aveva mai
concesso il controllo sulla
propria anima immortale.
L’esperienza non era stata piacevole.
Non tanto per il dolore, che
comunque era stato quasi insopportabile,
e neppure per il senso
d’impotenza che aveva provato quando i
tentacoli neri l’avevano
ricoperto. No, il suo terrore era stato
provocato dal rifiuto di Nyx.
Mi perdonerai mai? le aveva chiesto.
La risposta della Dea l’aveva ferito in
modo molto più profondo
della claymore da Guardiano di Stark:
Se mai sarai degno di
perdono, potrai chiedermelo. Ma non
prima di allora. Ma il colpo
più terribile era stato un altro. Pagherai
a questa mia figlia il debito
che hai con lei, poi tornerai nel mondo e
alle conseguenze che là ti
aspettano, sapendo, mio deposto
Guerriero, che al tuo spirito, oltre
che al tuo corpo, è proibito l’ingresso
nel mio regno.
Poi Nyx l’aveva abbandonato nelle
grinfie della Tenebra.
Era stato peggio della prima volta.
Quand’era caduto, era stato
per propria scelta, e Nyx non era stata
fredda e indifferente. Quella
seconda volta era stato diverso. Il
terrore provocato dalla cacciata
definitiva l’avrebbe ossessionato per
l’eternità, proprio come l’ultima
visione agrodolce che aveva avuto della
sua Dea.
«No. Non intendo pensarci. Ho scelto la
mia strada molto tempo
fa. Nyx non è più la mia Dea da secoli e
non vorrei mai più tornare
a essere il suo Guerriero, a essere
sempre secondo a Erebo.» Kalona
parlava rivolto al cielo, lo sguardo fisso
nella direzione in cui era
andato suo figlio, quindi chiuse la porta
alla gelida notte di gennaio
e, assieme a essa, di nuovo, chiuse il
cuore a Nyx.
Con rinnovata risolutezza, l’immortale
attraversò l’attico a grandi
passi, superando l’angolo bar di legno
luccicante e il salotto di
velluto, per raggiungere la sontuosa
camera da letto. Diede
un’occhiata alle porte della stanza da
bagno, da cui giungeva lo
scroscio dell’acqua che riempiva la
vasca dove Neferet amava tanto
rilassarsi. Il profumo dell’olio da bagno
– un misto di garofano e
gelsomino a fioritura notturna realizzato
appositamente per lei alla
Casa della Notte di Parigi – arrivava
fino a Kalona, intrufolandosi
sotto la porta e rendendo l’aria
soffocante.
Disgustato, l’immortale si voltò e tornò
sui propri passi, aprì il
finestrone che portava al tetto e inspirò a
fondo l’aria fredda e
pulita.
Quando si fosse degnata di cercarlo,
Neferet l’avrebbe trovato là,
sotto le stelle, e l’avrebbe punito per
non essere rimasto a letto
come aveva ordinato, in attesa di darle
piacere neanche fosse la sua
puttana.
Kalona grugnì.
Non era passato molto da quando,
attirata dal suo potere, lei era
rimasta vittima del suo fascino
immortale. Per un brevissimo istante,
si chiese se avrebbe deciso di tenerla in
schiavitù, una volta
cancellato il controllo che lei aveva
sulla sua anima.
L’idea gli diede piacere. Più tardi. Ci
avrebbe pensato più tardi.
Ormai aveva poco tempo e molto da fare
prima di soddisfare
Neferet.
L’immortale andò alla massiccia
balaustra di pietra, allargò le
immense ali scure ma, invece di
lanciarsi giù per assaporare l’aria
della notte, si distese a terra,
avvolgendosi tra le piume nere come in
un bozzolo.
Ignorò il freddo della pietra sotto di lui,
concentrandosi soltanto
sulla forza del cielo senza fine e
sull’antica magia che fluttuava libera e
allettante nella notte. Chiuse gli occhi e
lentamente... lentamente...
fece lunghi respiri profondi. E, mentre
espirava, si liberò anche di
ogni pensiero riguardante Neferet.
Quindi trascinò nei polmoni, nel
corpo e nello spirito, il potere invisibile
che colmava la notte e su cui aveva
autorità grazie al sangue immortale. Poi
attirò a sé pensieri su
Zoey.
I suoi occhi... del colore dell’onice.
La sua bocca voluttuosa.
I lineamenti ereditati dalla nonna
cherokee che gli ricordavano
tanto l’altra fanciulla che con lei
divideva l’anima e il cui corpo un
tempo l’aveva catturato e confortato.
«Trova Zoey Redbird.» Il fatto che
Kalona tenesse bassa la voce
non la rese meno imperiosa quando –
grazie al potere conferitogli
dal proprio sangue e dalla notte – evocò
una forza così antica da far
sembrare giovane il mondo. «Porta il
mio spirito da lei. Segui il
nostro legame. Se è nel regno dei sogni,
non potrà nascondersi. I
nostri spiriti si conoscono troppo bene.
Va’, ora!»
Ciò non aveva niente a che vedere con
quanto gli era accaduto
quando la Tenebra, per ordine di
Neferet, gli aveva rubato l’anima.
Stavolta si trattava di una sensazione
piacevole, familiare, simile
all’ebrezza che provava durante il volo.
Non seguì gli appiccicosi
tentacoli della Tenebra, ma la vorticosa
energia nascosta tra le
pieghe delle correnti del cielo.
Lo spirito di Kalona si mosse rapido e
deciso verso est, a una
velocità inconcepibile dalla mente
mortale.
Una volta giunto sull’isola di Skye,
Kalona esitò, stupito che
l’incantesimo di protezione gettato da
Sgiach così tanto tempo prima
riuscisse a fermare persino lui. Doveva
essere una vampira davvero
potente, era un peccato che non avesse
risposto lei alla sua chiamata
invece di Neferet.
Poi non sprecò altro tempo in pensieri
inutili e il suo spirito
abbatté la barriera di Sgiach e si lasciò
scendere, lento e risoluto,
verso il castello della regina.
L’impronta della Dea era ovunque e gli
fece tremare l’anima di un
dolore che trascendeva il mondo fisico.
Il boschetto non lo fermò.
Non gli impedì di passare.
Semplicemente gli causò un ricordo che
era sofferenza pura.
È così simile al bosco di Nyx che non
rivedrò mai più...
Kalona si allontanò dalla verdeggiante
dimostrazione della
benevolenza di Nyx e lasciò che il
proprio spirito venisse trascinato
verso il castello di Sgiach. Lì avrebbe
trovato Zoey. Se stava
dormendo, avrebbe seguito il loro
legame per entrare nel mistico
mondo dei sogni.
Guardò con ammirazione le teste
mozzate e l’evidente abilità
guerriera degli abitanti di quel luogo
antico. Attraversando la spessa
pietra grigia tipica dell’isola, Kalona
rifletté su quanto avrebbe
preferito vivere lì invece che nella
gabbia dorata dell’attico di Tulsa.
Doveva portare a termine il suo compito
e costringere Zoey a
tornare alla Casa della Notte. Era come
una complessa partita a
scacchi, in cui lei non era altro che una
regina da catturare per poter
essere di nuovo libero.
Usando la vista dell’anima – la capacità
di rendere visibili gli strati
di realtà che si sollevavano e si
spostavano, si agitavano e
s’impennavano tutto intorno al mondo
mortale –, Kalona si
concentrò sul regno dei sogni, quel
fantastico piano di esistenza che
non era né corporeo né spirituale, e tirò
i fili del legame che stava
seguendo, sapendo che, quando il caos
di colori provocato dai
movimenti delle diverse realtà si
sarebbe dissolto, lui si sarebbe
riunito a Zoey.
Kalona era rilassato e sicuro di sé,
quindi assolutamente
impreparato a ciò che accadde dopo.
Avvertì uno strattone insolito,
come se il suo spirito si fosse frantumato
in milioni di granelli di
sabbia spinti a forza nello stretto imbuto
di una clessidra.
A poco a poco, i suoi sensi
cominciarono a stabilizzarsi. Il primo a
riattivarsi fu la vista, permettendogli di
scorgere qualcosa che per
poco non gli fece perdere la
concentrazione.
Zoey gli sorrideva con un’espressione
piena di calore e fiducia.
Dalla consistenza della realtà che lo
circondava, Kalona capì
subito di non essere entrato nel mondo
dei sogni. Fissò a sua volta
Zoey, senza nemmeno osare respirare.
Poi gli tornò il senso del tatto e capì che
lei era tra le sue braccia,
che il suo corpo nudo, caldo e flessuoso
era premuto contro il suo.
Zoey gli sfiorava il viso, le dita che
indugiavano sulle labbra.
Automaticamente, i fianchi di lui si
sollevarono verso di lei, che
emise un piccolo gemito di piacere,
chiudendo gli occhi, in attesa del
suo bacio.
Appena prima che lui sprofondasse in
lei, a Kalona tornò l’udito.
«Anch’io ti amo, Stark», gli disse Zoey,
quindi iniziò a fare l’amore
con lui.
Il piacere fu così inatteso, lo shock così
intenso, che il contatto si
spezzò e Kalona si ritrovò sul pavimento
della terrazza. Si alzò e
andò ad appoggiarsi contro la balaustra.
Il suo cuore batteva
all’impazzata. Scosse la testa, incredulo.
«Stark.» Kalona pronunciò
quel nome rivolto alla notte, ragionando
ad alta voce. «Il legame
che ho seguito non era affatto con Zoey.
Era con Stark.» Si sentì uno
stupido per non averlo capito prima.
«Nell’Aldilà gli ho donato un
frammento della mia anima immortale,
quindi ora ho accesso al
Guardiano e Guerriero per Giuramento
di Zoey Redbird!» Kalona
allargò le ali, piegò la testa all’indietro
e fece risuonare nella notte
una risata trionfante.
«Cosa c’è di tanto divertente e perché
non sei ancora nel mio
letto?» domandò seccata Neferet, nuda
sulla porta della camera.
«Era una risata di gioia. Sono qui perché
desidero prenderti sul
tetto, con sopra di noi soltanto il cielo.»
Raggiunse Neferet a grandi
passi, la sollevò e la portò alla
balaustra. Poi chiuse gli occhi,
immaginando che avesse i capelli e gli
occhi scuri, mentre la faceva
gridare di piacere, ancora e ancora.
STARK
La prima volta successe talmente in
fretta che Stark non era
nemmeno sicuro che fosse accaduto
davvero.
Ma avrebbe dovuto dare retta all’istinto.
Lo stomaco gli diceva
che c’era qualcosa di sbagliato, di molto
sbagliato, anche se era
durato solo pochi attimi.
Si trovava a letto con Zoey. Parlavano,
ridevano e
fondamentalmente si stavano godendo un
po’ di tempo da soli. Il
castello era uno spettacolo, Sgiach,
Seoras e gli altri Guerrieri erano
grandiosi, ma Stark era un solitario. Lì a
Skye, per quanto strafigo
fosse quel posto, c’era sempre intorno
qualcuno. Il fatto che fosse
fuori del mondo «reale» non significava
che non ci fosse niente da
fare. Anzi, le sue giornate erano molto
piene: allenamenti,
manutenzione del castello, commerci
con la gente del posto e cose
simili. Per non parlare del fatto che era
stato affiancato a Seoras, il
che voleva dire che in pratica era lo
schiavetto – nonché vittima
preferita per le battutacce – del vecchio
Guardiano.
Poi c’erano i garrons, piccoli e forti
cavalli da lavoro tipici delle
highlands. Lui non era mai stato un patito
di cavalli, ma quelli erano
incredibili, anche se sembravano
produrre una quantità di sterco del
tutto sproporzionata alle loro
dimensioni. Stark lo sapeva benissimo,
dato che aveva passato la maggior parte
della serata a spalarlo e,
quando aveva fatto un paio di commenti
che sì, certo, potevano
essere sembrati lamentele, Seoras e un
altro vecchio Guerriero con
l’accento irlandese, la testa rasata e la
barba rossa avevano
cominciato a chiamarlo Ach, povera
piccola Mary con le sue dolci e
tenere manine da fanciulla.
Non c’era bisogno di dire che era
davvero contento di essere da
solo con Zoey. Lei aveva un odore così
buono e lo faceva sentire
così bene che doveva continuare a
ricordare a se stesso che non
stava sognando. Non erano più
nell’Aldilà. Era tutto reale, e Zoey
era sua.
Era successo in mezzo a baci intensi,
profondi che gli avevano
fatto pensare di essere sul punto di
esplodere. Le aveva appena
detto che l’amava e Zy aveva alzato il
viso verso di lui sorridendo.
D’improvviso gli era cambiato qualcosa
dentro. Si era sentito più
pesante, ma stranamente anche più forte.
E poi c’era stato un
insolito senso di stupore che gli aveva
percorso le terminazioni
nervose. A quel punto, lei l’aveva
baciato e, come accadeva sempre
quando Zy lo baciava, gli era diventato
difficile pensare, ma aveva
intuito comunque che c’era qualcosa che
non andava.
Si era sentito sconvolto.
Il che era stranissimo: insomma, era da
un bel po’ che lui e Zoey
erano andati oltre i baci, eppure era
come se una parte in lui – che
però non faceva esattamente parte di lui
– fosse stupita da matti per
quanto stava succedendo.
Poi aveva iniziato a fare l’amore con lei
e la sorpresa iniziale era
diventata ancora più intensa, bruciante,
per poi sparire del tutto,
tanto in fretta com’era comparsa,
lasciandolo libero di godersi la sua
Zy che si scoglieva tra le sue braccia in
un modo che gli riempiva il
cuore, la testa, il corpo e l’anima. Alla
fine c’era soltanto lei.
Dopo, Stark cercò di ricordare cosa gli
fosse sembrato tanto
insolito, cosa lo avesse disturbato tanto.
Ma a quel punto stava
sorgendo il sole e lui scivolò in un
sonno esausto e felice, e la
questione non parve più così importante.
In fondo, perché avrebbe dovuto
preoccuparsi? Zoey era lì, ben
protetta dalle sue braccia.
CAPITOLO 12
REPHAIM
Il Raven Mocker si lasciò cadere
dall’ultimo piano del Mayo
Building e, reso quasi invisibile dal
piumaggio scuro, si librò sopra la
città.
Come se gli umani guardassero mai in
alto... povere creature
incapaci di volare. Che strano: anche se
Stevie Rae non sapeva
volare, non l’aveva mai inclusa in quella
patetica orda di senza-ali.
Stevie Rae... Il volo si fece esitante. La
velocità diminuì. No. Non
pensare a lei adesso. Prima devo
allontanarmi per bene ed essere
sicuro che i miei pensieri siano davvero
soltanto miei. Mio padre
non deve sospettare che qualcosa non
va. E Neferet non lo dovrà
mai sapere, mai e poi mai.
Rephaim chiuse la mente a tutto tranne
che al cielo buio e
disegnò nell’aria dei cerchi ampi e lenti,
per accertarsi che Kalona
non avesse cambiato idea e sfidato
Neferet per unirsi a lui. Quando
capì di avere la notte tutta per sé, si
diresse a nordest seguendo una
rotta che l’avrebbe portato prima al
vecchio scalo abbandonato di
Tulsa e poi alla Will Rogers High, sulla
scena dei crimini commessi
dalla banda che di recente tormentava
quella zona della città.
Lui però pensava che avesse ragione
Neferet: di sicuro quelle
aggressioni erano opera dei suoi novizi
rossi. Ma era l’unica cosa su
cui era d’accordo con lei.
Rephaim volò rapido e silenzioso fino al
vecchio scalo ferroviario
abbandonato, quindi aguzzò la vista per
individuare anche un
minimo movimento che potesse tradire
la presenza di qualche
vampiro o novizio, rosso o blu che
fosse. Studiò l’edificio con uno
strano misto di aspettativa e riluttanza.
Cosa avrebbe fatto se Stevie
Rae avesse ripreso possesso del
seminterrato e della labirintica serie
di tunnel sottostanti?
Sarebbe riuscito a rimanere silenzioso e
invisibile nel cielo della
notte, o le avrebbe rivelato la sua
presenza?
Prima di poter formulare una risposta,
capì che non avrebbe
dovuto prendere nessuna decisione
perché Stevie Rae non era allo
scalo ferroviario. L’avrebbe saputo se
lei fosse stata nelle vicinanze.
Quella consapevolezza calò su di lui
come un sudario e, con un
lungo sospiro, Rephaim scese sul tetto
dell’edificio abbandonato.
Finalmente solo, ripiegò le ali sulla
schiena e si mise a camminare
avanti e indietro, riflettendo sulla
tremenda valanga di eventi che gli
era crollata addosso quel giorno.
La Tsi Sgili stava intessendo una rete
che poteva distruggere il
mondo di Rephaim. Suo padre aveva
intenzione di usare Stevie Rae
per riottenere il controllo del proprio
spirito. Mio padre userebbe
chiunque per vincere la sua guerra
contro Neferet.
Rephaim respinse quel pensiero, come
avrebbe fatto prima che
Stevie Rae entrasse nella sua vita.
Scoppiò in una risata amara.
«Entrata nella mia vita? Più che altro si
è intrufolata nella mia
anima e nel mio corpo.» Smise di
camminare, ricordando ciò che
aveva provato quando la splendida,
innocente energia della terra
era scivolata in lui, guarendolo. Scosse
la testa. «Non fa per me. Il
mio posto non è con lei; è impossibile. Il
mio posto è dove sono
sempre stato, al fianco di mio padre,
nella Tenebra.» Si guardò le
mani appoggiate sulla grata di metallo
arrugginito. Non era né
uomo né vampiro, né immortale né
umano. Era un mostro.
Ma questo significava che poteva
starsene a guardare senza fare
niente mentre Stevie Rae veniva usata da
suo padre e sfruttata dalla
Tsi Sgili? O peggio, sarebbe riuscito a
prendere parte alla sua cattura?
Lei non mi tradirebbe. Neanche se la
catturassi, Stevie Rae non
svelerebbe il nostro legame.
Continuando a fissarsi le mani, Rephaim
si rese conto di dove si
trovava, di quale fosse la grata cui si era
appoggiato, e fece un salto
indietro. Era lì che i novizi rossi votati
alla Tenebra li avevano
intrappolati, era lì che Stevie Rae aveva
quasi perso la vita, che era
stata ferita a morte... Era lì che lui le
aveva permesso di bere il suo
sangue... di creare un Imprinting.
«Per tutti gli dei, se solo potessi tornare
indietro!» urlò verso il
cielo.
L’eco delle sue parole risuonò nell’aria,
come se la notte lo stesse
prendendo in giro.
Rephaim abbassò le spalle e chinò la
testa, mentre le dita
sfioravano la superficie della rozza
grata di ferro. «Cosa devo fare?»
sussurrò.
Non ottenne risposta, e d’altronde non
l’aspettava.
Quindi staccò la mano da quel ferro
implacabile e cercò di
riprendersi. «Farò quello che ho sempre
fatto. Eseguirò gli ordini di
mio padre. Se in questo modo riuscirò
anche a proteggere almeno in
parte Stevie Rae, bene. Se non ci
riuscirò, bene lo stesso. La mia
strada è stata decisa nel momento in cui
sono stato concepito, non
posso allontanarmene adesso.» Le
parole risuonarono gelide come la
sera di gennaio, ma il suo cuore era
caldissimo, quasi ciò che aveva
detto gli avesse fatto ribollire il sangue.
Senza ulteriori esitazioni, Rephaim
lasciò il tetto dello scalo
ferroviario e proseguì verso est,
volando fino alla Will Rogers High,
che si trovava su una collinetta, in una
zona piuttosto isolata.
L’edificio principale era ampio e
rettangolare, di mattoni chiari che
alla luce della luna parevano sabbia. Il
Raven Mocker fu attirato
dalla parte centrale della struttura, da
cui s’innalzava la prima di due
grandi torri quadrate. Fu lì che atterrò,
assumendo immediatamente
una posizione di difesa.
Ne sentiva l’odore. Il tanfo dei novizi
rossi era ovunque. Con
movimenti furtivi, Rephaim si appostò in
modo da poter osservare
lo spazio davanti all’edificio: alberi,
grandi e piccoli, un vasto prato
e nient’altro.
Rephaim attese. Non ci volle molto.
Sapeva che sarebbe andata
così. Mancava davvero poco all’alba,
perciò s’immaginava di vederli
tornare. Quello che però non si
aspettava era di vederli avvicinarsi al
portone della scuola, puzzando di sangue
fresco e capitanati da
Dallas, che si era appena Trasformato, e
da Nicole, che gli stava
appiccicata addosso.
Era evidente che il grosso e insulso
Kurtis si considerava una specie
di guardia del corpo perché, mentre
Dallas appoggiava la mano su
una delle porte d’acciaio color ruggine,
lui si posizionò a lato dei
gradini, guardandosi in giro con la
pistola in pugno, convinto di
sapere cosa farsene.
Rephaim scosse la testa disgustato:
erano così sicuri di sé. Kurtis
non guardò in alto. Né i novizi né Dallas
guardarono in alto, ignari
di essere osservati da una creatura ben
diversa da quella che avevano
catturato: non avevano idea di quanto
fossero vulnerabili a un suo
attacco.
Ma Rephaim non si mosse, limitandosi
ad aspettare.
Nicole si strusciò ancora di più contro
Dallas. «Oh, sì, piccolo! Fa’
la tua magia.» Si udì uno sfrigolio,
quindi Dallas spinse il portone,
che si aprì senza nemmeno far scattare
l’allarme.
«Andiamo. Manca poco all’alba e c’è
una cosetta di cui ti devi
occupare prima che sorga il sole.» Gli
altri novizi scoppiarono a
ridere, mentre Nicole gli strofinava la
mano sul davanti dei calzoni.
«Allora andiamo in quei tunnel nel
seminterrato così posso darmi da
fare.» Dallas attese che fossero entrati
tutti, poi li seguì chiudendo la porta.
Dopo un istante, Rephaim udì un altro
sfrigolio e tutto tornò
silenzioso. Poco dopo, la guardia della
sicurezza passò in auto
davanti all’edificio. Neppure l’uomo
alzò gli occhi, perciò non vide
l’enorme Raven Mocker accovacciato in
cima alla torre della scuola.
Quando la guardia si allontanò, Rephaim
si librò nella notte,
cercando di riordinare i pensieri. Dallas
era a capo dei novizi rossi
cattivi.
Controllava la magia moderna di questo
mondo che, in qualche
maniera, gli consentiva di entrare negli
edifici.
La Will Rogers High era il luogo in cui
avevano deciso di fare il
nido.
Stevie Rae avrebbe voluto saperlo.
Avrebbe dovuto saperlo. Lei si
sentiva ancora responsabile per loro,
anche se avevano cercato di
ucciderla. E riguardo a Dallas? Chissà
se provava ancora qualcosa per
lui.
Anche solo il ricordo di lei tra le
braccia di Dallas lo faceva
arrabbiare. Ma Stevie Rae aveva scelto
lui, non Dallas. In modo
chiaro e assoluto.
Non che adesso facesse qualche
differenza.
Fu in quel momento che Rephaim si rese
conto di non essersi
diretto verso il Mayo Building. Stava
volando più a sud, sopra la
sagoma buia dell’abbazia delle suore
benedettine, e si stava
avvicinando silenzioso a Utica Square e
al campus protetto dal muro
di pietra. Esitò.
I vampiri avrebbero guardato in alto.
Rephaim battè freneticamente le ali e
puntò verso l’alto, su e
ancora più su. Poi, troppo lontano per
essere scorto con facilità,
fiancheggiò il campus, tuffandosi senza
il minimo rumore dietro il
muro est, in una chiazza d’ombra tra due
lampioni.
Prima di raggiungere il muro udì uno
strano ululato. Si trattava di
un suono così disperato e struggente da
spezzare il cuore persino a
lui. Cos’è che si lamenta in un modo
così terribile?
Lo capì quasi subito: il cane. Il cane di
Stark. Durante una delle
sue chiacchierate non stop, Stevie Rae
gli aveva raccontato che un
suo amico, un ragazzo che si chiamava
Jack, era più o meno
diventato padrone del cane quando Stark
era diventato un novizio
rosso. L’animale si era affezionato molto
a Jack, e Stevie Rae
pensava fosse una buona cosa, dato che
il ragazzo era davvero
dolcissimo. Ricordando quel discorso, i
tasselli del puzzle andarono
al proprio posto. Quando raggiunse il
muro di cinta della scuola e
udì il pianto che accompagnava
quell’ululato tremendo, Rephaim
sapeva cosa apettarsi dall’altro lato del
muro.
Eppure sbirciò comunque. Non poté
evitarlo. Voleva vedere
Stevie Rae... solo vederla. Dopotutto,
non poteva fare altro che
guardare: Rephaim non poteva certo
andare da lei, ora che era
circondata dai vampiri della Casa della
Notte.
Aveva indovinato: l’innocente il cui
sangue aveva ripagato il
debito di Neferet con la Tenebra era
Jack, l’amico di Stevie Rae.
In ginocchio sotto l’albero che Kalona
aveva spezzato quand’era
fuggito dalla sua prigione sotterranea, un
ragazzo singhiozzava
ripetendo in continuazione «Jack!»
Accanto a lui, un cane ululava in
mezzo all’erba. Il corpo non c’era più,
ma il sangue sì. Rephaim si
chiese se qualcuno si sarebbe accorto
che ce n’era molto meno del
dovuto. La Tenebra aveva bevuto
avidamente l’offerta di Neferet.
Il maestro di scherma, Dragone
Lankford, cercava di confortare il
ragazzo posandogli una mano sulla
spalla. I tre erano soli. Stevie Rae
non c’era. Rephaim tentò di convincersi
che fosse meglio così: era
davvero un bene che lei non fosse lì,
magari non aveva nemmeno
visto il cadavere, ma poi fu travolto da
un’ondata di sentimenti:
tristezza, preoccupazione e soprattutto
dolore. Quindi Stevie Rae
raggiunse di corsa il terzetto, tenendo tra
le braccia un grosso gatto
color grano. Era così bello vederla che
Rephaim quasi si dimenticò di
respirare.
«Duchessa, ora devi smetterla.» La voce
di lei, con quel suo forte
accento dell’Oklahoma, rinfrancò il
Raven Mocker come una pioggia
di primavera nel deserto. La osservò
accovacciarsi accanto alla grossa
cagnolona, depositandole il gatto tra le
zampe. Il felino iniziò
immediatamente a strusciarsi contro il
cane, come se cercasse di
consolarlo. Con grande stupore di
Rephaim, la labrador si calmò e
prese a leccare il gatto.
«Brava ragazza. Lasciati aiutare da
Cameron.» Stevie Rae alzò lo
sguardo verso il maestro di scherma, che
assentì in modo quasi
impercettibile. Allora lei rivolse la
propria attenzione al novizio
singhiozzante. Frugando nella tasca dei
jeans, prese un pacchetto di
fazzoletti di carta e glieli tese. «Damien,
tesoro, è ora che smetta
anche tu. Finirai per sentirti male.»
Damien prese un Kleenex e se lo
passò sul viso poi, con voce tremante,
disse: «Non... non me ne
importa».
Stevie Rae gli sfiorò la guancia. «Lo so
che non te ne importa, ma
il tuo gatto ha bisogno di te, e anche
Duchessa. E poi... Jack sarebbe
sconvolto di vederti conciato così.»
«Jack non mi vedrà mai più.» La voce di
Damien era così
angosciata che a Rephaim sembrò di
sentire l’eco del cuore che
andava in pezzi.
«Non ci credo neanche ma neanche... E,
se ci pensi un attimo,
vedrai che non ci credi nemmeno tu»,
replicò decisa Stevie Rae.
Damien la guardò con occhi spiritati.
«Stevie Rae, in questo
momento io non riesco proprio a
pensare...»
«Parte della tristezza passerà»,
intervenne Dragone, con un tono
da cuore spezzato uguale a quello di
Damien. «Quanto basta da
permetterti di ricominciare a riflettere.»
«Giusto. Dai ascolto a Dragone. Presto
ritroverai dentro di te il
filo che ti lega alla Dea. Seguilo.
Ricordati che c’è un Aldilà che
possiamo condividere tutti. Jack adesso
è lì, e un giorno lo
incontrerai di nuovo.» Lo sguardo di
Damien si spostò da Stevie Rae
al Signore delle Spade. «Lei c’è
riuscito? Questo le rende più facile
sopportare la perdita di Anastasia?»
«Niente può rendere le cose più facili.
In questo momento sono
ancora alla ricerca del filo che porta
alla nostra Dea.»
Rephaim provò uno shock tremendo
rendendosi conto di essere
stato lui a causare la sofferenza del
maestro di scherma. Lui aveva
ucciso la professoressa d’Incantesimi e
rituali, Anastasia Lankford,
così, a sangue freddo, senza provare
nessuna emozione tranne, forse,
un po’ d’irritazione per aver impiegato
fin troppo tempo ad avere la
meglio sulla vampira e squarciarle la
gola.
L’ho ammazzata senza pensare a niente e
a nessuno, spinto dalla
necessità di seguire mio padre, di
obbedire ai suoi ordini. Sono un
mostro.
Il Raven Mocker non riusciva a staccare
gli occhi dal Signore delle
Spade, avvolto nel proprio dolore come
in un mantello. Riusciva
quasi letteralmente a vedere il vuoto che
la perdita della compagna
aveva creato nella sua vita. E, per la
prima volta in un’esistenza
plurisecolare, lui provò rimorso per le
proprie azioni.
Gli sembrava di non essersi mosso, di
non aver fatto rumore,
eppure lo sguardo di Stevie Rae lo
scovò. Lentamente, lui spostò
l’attenzione da Dragone alla vampira e
le emozioni di lei lo
travolsero come se gliele avesse
scagliate contro di proposito.
Prima di tutto, Rephaim percepì quanto
lei fosse stupita di
vederlo, cosa che lo fece arrossire e
sentire quasi in imbarazzo. Poi
provò una tristezza profonda, tagliente,
dolorosa. Lui cercò di farle
arrivare il dispiacere che sentiva,
sperando che la vampira riuscisse a
capire quanto gli mancava e quanto
rimorso provasse per essere
stato causa di tutta quella sofferenza.
La rabbia lo colpì con tanta forza che
Rephaim rischiò di perdere
l’appiglio sul muro.
«Damien, voglio che tu e Duchessa
veniate con me. Dovete
andarvene tutti e due da questo posto.
Qui sono successe delle cose
brutte. E non è ancora finita. C’è
qualcuno in agguato. Lo sento.
Andiamocene. Subito.» Mentre parlava,
Stevie Rae non aveva mai
staccato gli occhi da quelli di Rephaim.
La reazione del maestro di scherma fu
rapidissima. Scrutò in giro e
Rephaim s’immobilizzò, desiderando
che le ombre e la notte lo
nascondessero. «Cos’è? Cosa c’è?»
domandò Dragone.
«Tenebra», affermò Stevie Rae in tono
tagliente, come se avesse
voluto lanciare un coltello nel cuore di
Rephaim. «Tenebra corrotta
e che non si può redimere.» Poi gli voltò
le spalle con gesto
sprezzante. «Lo stomaco mi dice che non
è niente che meriti che lei
impugni di nuovo la spada, ma è
comunque meglio se ce ne
andiamo.»
«Sono d’accordo», convenne Dragone,
seppur riluttante.
Lui sarà una forza con cui dovrò fare i
conti in futuro, rifletté
Rephaim. E Stevie Rae? La sua Stevie
Rae? Cosa sarebbe stata lei?
Potrebbe davvero odiarmi? Potrebbe
respingermi per sempre? Provò
ad analizzare i sentimenti di lei mentre
la osservava prendere per
mano Damien e farlo alzare, per poi
accompagnare novizio, cane,
gatto e Dragone verso i dormitori.
Senza dubbio percepiva rabbia e dolore,
e quei sentimenti li
comprendeva benissimo. Ma l’odio? Lo
odiava sul serio? Rephaim
non ne era sicuro, ma in fondo al cuore
sentiva che se lo sarebbe
meritato eccome, il suo odio. Certo, non
era stato lui a uccidere
Jack, ma era legato alle forze che
l’avevano fatto.
Sono figlio di mio padre. Non so essere
altro. Non ho alternative.
Quando Stevie Rae se ne fu andata,
Rephaim si lanciò nel cielo il
più rapidamente possibile, girò intorno
al campus e tornò verso il
tetto del Mayo Building.
Mi merito il suo odio... mi merito il suo
odio... mi merito il suo
odio...
La litania gli risuonava nella mente a
tempo col battito delle ali.
La sua disperazione e il suo dispiacere
si unirono all’eco della
tristezza e della rabbia di Stevie Rae.
L’umidità della notte si mischiò
alle lacrime, mentre il viso di Rephaim
veniva inondato dalla luce
della luna e dal senso di perdita.
CAPITOLO 13
STEVIE RAE
«Oh, merda! Mi stai dicendo che
nessuno ha avvertito Zoey?»
saltò su Afrodite.
Stevie Rae la prese per il gomito e, con
una stretta che
tecnicamente poteva anche essere
considerata più forte del
necessario, la trascinò fuori della stanza
di Damien.
Davanti alla porta, entrambe si
voltarono verso il letto, dove
Damien dormiva raggomitolato assieme
a Duchessa e a Cameron,
tutti e tre stravolti dal dolore e dalla
stanchezza.
In silenzio, Stevie Rae si richiuse
delicatamente la porta alle spalle.
«E tieni bassa quella cavolo di voce»,
mormorò.
«Okay, okay, non ti scaldare! Jack è
morto e nessuno ha avvertito
Zoey?»
«No. Non è che abbia avuto tanto tempo.
Damien era isterico.
Duchessa era isterica. A scuola c’è un
delirio. Io sono l’unica Somma
Sacerdotessa dell’accidenti che,
apparentemente, non è chiusa in
stanza a pregare o quello che è, quindi
sono stata un po’ presa a
gestire l’uragano di merda che si è
scatenato qui fuori, oltre al fatto
che è appena morto un ragazzo davvero
buono e simpatico.»
«Sì, lo capisco, e dispiace anche a me,
ma Zoey deve tornare
subito qui. Se tu eri troppo impegnata,
avresti dovuto farle
telefonare da uno dei prof. Prima lo sa,
prima prenota un cavolo di
aereo.» Dario arrivò di corsa e prese la
mano di Afrodite.
«È stata Neferet, vero? Quella stronza
ha ucciso Jack», gli chiese
subito lei.
«Non è possibile», replicarono in stereo
Dario e Stevie Rae, che
lanciò ad Afrodite un’occhiata da te
l’avevo detto.
Dario invece le spiegò tutto per bene.
«Quando Jack è caduto
dalla scala, Neferet si trovava davvero
alla riunione del Consiglio.
Non solo Damien ha visto Jack cadere,
c’è anche un altro testimone
che conferma l’orario: Drew Partain
stava attraversando il parco,
quando ha sentito Jack che cantava. Ha
detto che a un certo punto
non lo ha sentito più, ma pensava fosse
solo perché, proprio in quel
momento, la campana del tempio di Nyx
ha cominciato a battere la
mezzanotte.»
«In realtà è stato allora che Jack è
morto», aggiunse Stevie Rae in
tono piatto e duro, l’unico che era
riuscita a trovare per fare in
modo che la voce non le tremasse come
stava facendo lei.
«Sì, l’orario è quello», confermò Dario.
«E voi siete sicuri che in quel momento
Neferet fosse alla
riunione?» chiese ancora Afrodite.
«La campana ha suonato proprio mentre
lei parlava», spiegò
Stevie Rae.
«Io continuo a non credere neanche per
un istante che non ci sia
lei dietro questa morte», ribatté
Afrodite.
«Guarda, Afrodite, che non sto dicendo
che non sono d’accordo
con te. Neferet è più viscida della merda
di gallina su un tetto di
lamiera, ma i fatti sono fatti: era proprio
davanti a tutti noi quando
Jack è caduto da quella scala.»
«Okay, zucca campagnola, invece di
stressarmi con le tue analogie
da vecchia fattoria ia-ia-oh, perché non
mi spieghi la faccenda della
spada? Come diavolo ha potuto
tagliargli la testa ’per caso’?»
domandò disegnando nell’aria le
virgolette.
«Dragone ha spiegato a Jack che le
spade vanno appoggiate con
l’elsa in giù e la punta in su. Quando il
ragazzo è caduto sulla lama,
l’elsa si è conficcata nel terreno,
impalandolo. Tecnicamente,
potrebbe essere stato un incidente.»
Afrodite si passò sul viso una
mano tremante. «È orribile. Davvero
orribile. Ma non è stato un
incidente.»
«Penso che nessuno di noi creda che
Neferet non c’entri con la
morte di Jack, il problema è che non lo
possiamo dimostrare. Già
una volta il Consiglio Supremo si è
pronunciato a favore di Neferet
e, in pratica, contro di noi. Se andiamo
da loro con altre
supposizioni, riusciremo soltanto a
screditarci ulteriormente», disse
Dario.
«Questo l’ho capito anch’io, ma mi fa
incazzare da matti»,
commentò Afrodite.
«Ci fa arrabbiare tutti. E molto anche»,
aggiunse Stevie Rae.
Cogliendo un tono insolitamente acido
nella voce di Stevie Rae,
Afrodite la fissò inarcando un
sopracciglio. «Già, quindi vediamo di
usare un po’ d’incazzatura per buttare
fuori di qui a calci quella
vacca una volta per tutte.»
«Qual è la tua idea?» chiese Stevie Rae.
«Per prima cosa, costringere Zoey a
muovere il culo e tornare qui.
Neferet la odia, quindi si scaglierà
contro di lei. Lo fa sempre. Solo
che stavolta noi saremo pronti e attenti,
e ci procureremo delle
prove che nemmeno il Consiglio
Supremo potrà ignorare.» Senza
aspettare una replica, Afrodite prese
l’iPhone dalla Clutch Coach
metallizzata, digitò il PIN e disse:
«Chiamo Zoey».
«Stavo per farlo io!» ribatté Stevie Rae.
Afrodite alzò gli occhi al soffitto. «Se lo
dici tu. Comunque, sei
decisamente troppo lenta. E sei anche
troppo gentile. A Zy serve una
bella dose di ’datti una svegliata e fa’
quello che devi’. Io sono la
ragazza giusta per dargliela.»
S’interruppe, ascoltò e alzò di nuovo gli
occhi al soffitto. «C’è quel suo
disgustoso messaggio della segreteria
che sembra preso da Disney Channel:
Ciao, ragazzi! Lasciatemi un
messaggio e passate una giornata super»,
spiegò Afrodite imitando
un tono iperspumeggiante. Prese un bel
respiro e aspettò il bip.
Stevie Rae le tolse il telefonino di mano,
affrettandosi a parlare
lei. «Zy, sono io, non Afrodite. Ho
bisogno che mi chiami appena
puoi. È importante.» Chiuse la chiamata
e affrontò Afrodite. «Okay,
vediamo di chiarire una cosa: solo
perché cerco di comportarmi da
essere umano decente non significa che
sono troppo gentile. Quello
che è successo a Jack è già abbastanza
brutto. Venirlo a sapere da un
messaggio in segreteria è peggio che
pessimo. E poi non credo sia
una buona idea far sclerare così Zoey,
soprattutto visto che è passato
così poco da quando la sua anima è
andata in pezzi.»
Afrodite si riprese l’iPhone. «Senti, non
abbiamo il tempo di
camminare sulle uova per non urtare i
sentimenti di Zoey: lei deve
mettersi nei panni di una Somma
Sacerdotessa e affrontare i
problemi.» Stevie Rae fece un passo
deciso verso Afrodite, cosa che
d’istinto spinse Dario ad avvicinarsi.
«No, senti tu: Zoey non deve mettersi nei
panni di una Somma
Sacerdotessa perché lo è e basta. Però
ha appena perso qualcuno che
amava. È chiaro che tu non ci arrivi a
capire una cosa del genere, ma
fare attenzione ai suoi sentimenti in
questo momento non significa
trattarla da bambinetta. Significa essere
suoi amici. Può capitare a
tutti, qualche volta, di aver bisogno di un
po’ di protezione da parte
degli amici.» Guardò Dario, scuotendo
la testa. «No, questo non vuol
dire che devi proteggere Afrodite da me.
Cacchio, Dario, cos’hai nel
cervello?»
Il Guerriero sostenne il suo sguardo.
«Per un attimo, nei tuoi occhi
c’è stato un lampo rosso.»
Stevie Rae stette bene attenta a non
cambiare espressione. «Sì, be’,
non mi stupisce affatto. Vedere Neferet
che se ne andava senza
pagare per quello che è successo a Jack
è stato piuttosto duro per
me. Ti saresti sentito così anche tu se
fossi stato presente.»
«Immagino di sì, ma nei miei occhi non
si sarebbe accesa una luce
rossa», replicò Dario.
«Prova un po’ a morire e a tornare da
non-morto e poi ne
riparliamo», saltò su Stevie Rae. Si
rivolse ad Afrodite. «Ci sono delle
cose che devo fare intanto che Damien
dorme. Potreste tenerlo
d’occhio tu e Dario? Non credo neanche
minimamente che Neferet
se ne stia chiusa in camera a pregare
Nyx per tutta la notte come
vorrebbe farci credere.»
«Tranquilla, ci pensiamo noi», replicò
Afrodite.
«Se si sveglia, sii gentile», aggiunse
Stevie Rae.
«Ma quanto sei stordita! Certo che sarò
gentile.»
«Bene. Io torno presto, se vi serve una
pausa chiamate le gemelle
e vi daranno il cambio loro.»
«Se lo dici tu. Ciao.»
«Ciao.» Stevie Rae corse via,
sentendosi addosso lo sguardo
interrogativo di Dario. Devo smettere di
lasciare che Dario mi faccia
sentire in colpa! Non ho fatto niente di
male. Che problema c’è se i
miei occhi diventano rossi e luminosi
quando sono incazzata? Non
ha niente a che fare con l’Imprinting con
Rephaim. L’ho lasciato.
Stasera l’ho ignorato. Certo, devo
assolutamente chiedergli cosa
diavolo sa della morte di Jack, ma non
perché ne ho voglia. Solo
perché devo. Era così presa dal
raccontarsi quell’enorme bugia, che
per poco non andò a sbattere contro
Erik.
«Ehi, oh, Stevie Rae. Damien sta bene?»
«Secondo te? Il suo ragazzo, che amava
tanto, è appena morto in
un modo orribile. No che non sta bene!
Però dorme. Finalmente.»
«Guarda che non devi comportarti così.
Sono preoccupato sul
serio per lui, ed ero molto affezionato
anche a Jack.»
Stevie Rae squadrò Erik. Aveva un
aspetto di merda, fatto più che
insolito per uno che ci teneva tanto a
essere il più figo della
compagnia. Ed era evidente che avesse
pianto. Allora si ricordò che
era stato compagno di stanza di Jack, e
che lo aveva sempre difeso
quando quello stronzo di Thor gli aveva
dato addosso solo perché
era gay. Gli sfiorò un braccio. «Scusami.
È solo che anch’io sono
sconvolta per questa storia. Non volevo
trattarti male. Okay,
ricominciamo daccapo.» Prese un bel
respiro e fece un sorriso triste.
«Adesso Damien sta dormendo, ma non
sta bene. Avrà bisogno di
amici come te quando si sveglia. Grazie
di aver chiesto di lui e di
essere qui per aiutarlo.»
Erik annuì e le strinse la mano. «Grazie
a te. Lo so che non ti
piaccio molto dopo tutto quello che è
successo tra Zoey e me, ma
sono davvero amico di Damien. Fammi
sapere se posso rendermi
utile.» S’interruppe, guardò a destra e a
sinistra come ad accertarsi
che fossero soli, poi abbassò la voce.
«C’entra Neferet con la morte
di Jack, vero?»
Stevie Rae sgranò gli occhi. «Cosa te lo
fa credere?»
«So che non è quella che sembra. L’ho
vista com’è realmente, e
non è per niente bella.»
«Già, hai ragione. La vera Neferet non è
bella. Ma c’eri anche tu
alla riunione.»
«Però continuo a essere convinto che ci
sia lei dietro tutto
questo.» Non era una domanda, ma
Stevie Rae annuì lo stesso.
«Lo sapevo. Questa Casa della Notte fa
schifo. Ho fatto bene ad
accettare l’offerta di Los Angeles.»
Stevie Rae scosse la testa. «Allora è
così? È questo che fai quando succede
qualcosa di terribile? Scappi?»
«Che può fare un solo vampiro contro
Neferet? Il Consiglio
Supremo l’ha reintegrata; loro stanno
dalla sua parte.»
«Un solo vampiro non può fare molto,
ma un bel gruppo sì.»
«Dei novizi e un paio di vampiri?
Contro una potente Somma
Sacerdotessa e il Consiglio Supremo? È
una follia.»
«No, la follia è farsi da parte e lasciare
vincere i cattivi.»
«Ehi, ho tutta la vita davanti. Una bella
vita, con una grandiosa
carriera di attore, che mi porterà
successo, soldi e tutto il resto.
Come puoi criticarmi perché non mi
voglio immischiare in questo
casino di Neferet?»
«Sai una cosa, Erik? Ho soltanto una
cosa da dirti: il male vince
solo se i buoni non fanno niente», ribatté
Stevie Rae.
«Be’, tecnicamente sto facendo
qualcosa. Me ne vado. Ehi, ci hai
mai pensato? E se tutti i buoni se ne
andassero, magari il male si
scoccerebbe di giocare da solo e se ne
tornebbe a casa pure lui.»
«Sai, una volta pensavo che tu fossi il
ragazzo più figo che avessi
mai incontrato», replicò la ragazza in
tono triste.
Negli occhi di Erik passò un lampo
divertito e le rivolse uno dei
suoi sorrisi a cento watt. «E adesso ne
sei più che certa?»
«Naaa. Adesso sono più che certa che
sei solo un debole egoista
che ha ottenuto tutto quello che voleva
solo e unicamente grazie al
suo aspetto. E questo non è figo per
niente.» Davanti alla sua
espressione esterrefatta, Stevie Rae
scosse la testa e iniziò ad
allontanarsi. Senza nemmeno voltarsi,
aggiunse: «Magari un giorno
troverai qualcosa di cui t’importa
abbastanza da decidere
d’impegnarti sul serio».
«Certo, e magari un giorno tu e Zoey
scoprirete che non è
compito vostro salvare il mondo!» le
gridò lui.
Stevie Rae non si sprecò neanche a
ribattere. Erik era un babbo.
Alla Casa della Notte di Tulsa
sarebbero stati tutti meglio senza il suo
stupido culo. Il gioco si stava facendo
davvero duro, e questo
significava che i duri dovevano
cominciare a giocare sul serio... e le
femminucce dovevano levarsi dai piedi.
Come diceva John Wayne,
era ora di radunare le truppe. Stevie Rae
corse verso il Maggiolino di
Zoey.
«E che cavolo, sarà anche una roba
strana da matti, però tra le
mie truppe è incluso un Raven Mocker.
Comunque lui non deve
proprio mobilitarsi, ho solo bisogno che
mi dia qualche
informazione. Di nuovo.» Di proposito,
evitò di pensare a ciò che
era successo tra lei e Rephaim l’ultima
volta che aveva avuto «solo
bisogno che le desse qualche
informazione».
«Ehi, Stevie Rae, tu e io dobbiamo...»
Senza smettere di correre
verso l’auto, Stevie Rae sollevò una
mano e interruppe Kramisha.
«Non ora. Non ho tempo.»
«Sto solo dicendo che...»
«No!» urlò Stevie Rae, vomitandole
addosso la propria
frustrazione. «Qualunque cosa tu mi
debba dire può aspettare. Non
voglio fare l’antipatica, ma devo fare
delle cose e ho esattamente
due ore e cinque minuti prima che sorga
il sole.» Quindi lasciò
Kramisha piantata nel terreno come un
paracarro e corse per i pochi
metri che la separavano dal Maggiolino.
Accese il motore, inserì la
marcia e si allontanò sgommando dal
parcheggio degli studenti.
Le ci vollero esattamente sette minuti
per raggiungere il parco del
Gilcrease. Non entrò con l’auto perché,
una volta riparati i danni
causati dalla tempesta di ghiaccio e
ripristinata la corrente, il cancello
elettrico aveva ripreso a funzionare ed
era ben chiuso, quindi
parcheggiò dietro un albero sul bordo
della strada. Avvolgendosi in
modo automatico nel potere che filtrava
dalla terra, andò dritta alla
villa.
La porta non fu un problema, dato che
per il momento nessuno si
era preoccupato di richiuderla con dei
lucchetti e, mentre saliva sul
tetto, Stevie Rae notò solo dei
cambiamenti minimi dall’ultima volta
che era stata lì. «Rephaim?» La voce
della ragazza risuonò strana e
troppo forte nella notte fredda e vuota.
La porta del ripostiglio in cui lui aveva
fatto il proprio nido era
spalancata, ma il Raven Mocker non
c’era.
La vampira uscì sulla balconata. Vuota
anche quella. Quel posto
era completamente deserto, e comunque
lei aveva capito che il
Raven Mocker non c’era appena messo
piede nel parco. Se fosse
stato lì, se ne sarebbe accorta subito,
così come si era accorta della
sua presenza quando l’aveva visto alla
Casa della Notte. Finché fosse
rimasto il loro Imprinting, loro due
sarebbero stati legati.
«Rephaim, dove sei adesso?» domandò
al cielo silenzioso. Poi i
pensieri di Stevie Rae rallentarono e si
riposizionarono in ordine,
fornendole una risposta che in realtà
aveva sempre avuto. Le era
bastato togliere di mezzo orgoglio,
sofferenza e rabbia ed eccola lì:
Finché fosse rimasto il loro Imprinting,
loro due sarebbero stati
legati. Non doveva cercarlo lei. Sarebbe
stato Rephaim a trovarla.
Stevie Rae si sedette in mezzo alla
terrazza rivolta a nord, trasse
un respiro lungo e profondo ed espirò
lentamente, cercando
d’interiorizzare tutti i profumi della terra
che la circondava. Sentiva
la fredda umidità dei rami spogli, la
compattezza del terreno gelato,
l’intensità dell’arenaria tipica
dell’Oklahoma che punteggiava i prati.
Traendo energia dall’elemento, Stevie
Rae disse: «Trova Rephaim.
Digli di venire da me. Digli che ho
bisogno di lui». Quindi assieme al
fiato espirò anche il potere della terra.
Se avesse avuto gli occhi
aperti, Stevie Rae avrebbe visto la
verde luminosità che si librava
intorno a lei. E avrebbe visto pure che,
quando si allontanò veloce
per eseguire i suoi ordini, era seguita da
vicino da una luce scarlatta.
CAPITOLO 14
REPHAIM
Stava volando intorno al Mayo Building,
senza la minima voglia
di atterrare e affrontare di nuovo Kalona
e Neferet, quando percepì
il richiamo di Stevie Rae. Capì subito
che era lei, non appena
l’energia della terra si sollevò in cielo
sfruttando le correnti d’aria per cercare
lui.
Ti sta chiamando...
A Rephaim non servivano ulteriori
inviti. Per quanto fosse
arrabbiata con lui, per quanto lo
odiasse, lo stava chiamando. E, se
chiamava, lui rispondeva. In fondo al
cuore sapeva che, qualunque
cosa fosse successa, lui avrebbe sempre
risposto al suo richiamo.
Ricordava le ultime parole che gli aveva
detto Stevie Rae:
Quando deciderai che il tuo cuore conta
per te quanto conta per
me, vieni di nuovo a cercarmi.
Dovrebbe essere facile: basta che
segui il cuore...
Rephaim spense quella parte di cervello
che gli diceva che non
poteva stare con lei, che non poteva
importargliene. Non si
vedevano da tanto, e per lui ogni giorno
era durato un’eternità.
Come aveva potuto pensare di rimanere
lontano da lei? Era il suo
stesso sangue a gridare di voler stare
con lei. Persino affrontare la sua rabbia
era meglio di niente. E poi doveva
incontrarla. Doveva
trovare il modo di avvisarla riguardo a
Neferet. E anche riguardo a
mio padre.
«No!» urlò nel vento. Non poteva tradire
suo padre. Ma non
posso tradire nemmeno Stevie Rae,
rifletté sconvolto. Troverò un
equilibrio. Troverò un modo. Devo.
Incerto su cosa fare, Rephaim
s’impose di non pensare e si concentrò
sul nastro di luce verde che lo
avrebbe condotto da Stevie Rae, come
se fosse un cavo di
salvataggio.
STEVIE RAE
Stevie Rae era così concentrata che
percepì subito il suo arrivo.
Mentre Rephaim planava sull’erba, lei
si alzò, decisa a trattarlo con
freddezza. Lui era il nemico, non se ne
doveva scordare. Ma,
nell’attimo in cui atterrò, lui, trafelato,
esordì: «Ti ho sentito
chiamare. Eccomi».
Non ci volle altro. Bastò il suono
familiare della sua splendida
voce. Stevie Rae gli corse tra le braccia
e nascose il viso tra le penne
sulla sua spalla. «Ohsssantocielo quanto
mi sei mancato!»
«Anche tu mi sei mancata», ribatté
stringendola forte.
Rimasero lì, tremanti, l’uno tra le
braccia dell’altra, per quello che
sembrò un tempo lunghissimo. Stevie
Rae assorbì l’odore di lui,
quell’incredibile mix di sangue mortale
e immortale che gli pulsava
nelle vene, che li legava in un Imprinting
e, per questo, pulsava
anche nelle vene di lei.
Poi, quasi di colpo, come se a tutti e due
fosse venuto in mente
nello stesso momento che non avrebbero
dovuto abbracciarsi, Stevie
Rae e Rephaim si staccarono e fecero un
passo indietro.
«Allora, be’... stai bene?» gli chiese.
Lui annuì. «Sì. E tu? Sei al sicuro? Non
sei rimasta ferita oggi
quando Jack è stato ucciso?»
«Come lo sai che Jack è stato ucciso?»
Il tono della ragazza era
brusco.
«Ho percepito la tua tristezza. Sono
venuto alla Casa della Notte
per accertarmi che stessi bene. È stato
allora che ti ho vista coi tuoi
amici. Io... io ho sentito che quel ragazzo
piangeva per Jack.» Esitò
un attimo, cercando di scegliere le
parole con attenzione e sincerità.
«Questo e la tua tristezza mi hanno detto
che era morto.»
«Sai qualcosa sulla sua morte?»
«Può darsi. Che tipo di persona era
Jack?»
«Jack era buono e dolce, il migliore di
tutti noi. Che cosa sai,
Rephaim?»
«So perché è morto.»
«Dimmelo.»
«Neferet era in debito di una vita con la
Tenebra perché lei aveva
intrappolato l’anima immortale di mio
padre. Per ripagare quel
debito, doveva sacrificare qualcuno che
fosse innocente e
incorruttibile.»
«Jack era proprio così; l’ha ucciso lei. È
frustrante da matti, perché
invece sembra che non sia stata Neferet!
Quando Jack è morto, lei
stava parlando al Consiglio della
scuola, ed era proprio di fronte a
me.»
«La Tsi Sgili l’ha consegnato alla
Tenebra. Non era necessario che
fosse presente. Doveva soltanto
marchiarlo come suo sacrificio e poi
lasciare che fossero i tentacoli di
Tenebra a commettere l’omicidio
vero e proprio.»
«Come faccio a dimostrare la sua
responsabilità?»
«Non puoi. Ciò che è fatto è fatto. Ha
pagato il suo debito.»
«Cacchio! Sono così furiosa che potrei
sputare chiodi! Neferet
continua a farla franca con tutte le sue
orrende stronzate. Continua a
vincere. E non capisco perché. Rephaim,
non è giusto. Proprio non è
giusto.» Stevie Rae sbatté con forza le
palpebre, ricacciando indietro
le lacrime. Quando Rephaim le sfiorò la
spalla, lei si appoggiò alla
sua mano, abbandonandosi a lui.
«Tutta quella rabbia. Tutta quella
frustrazione... e tristezza.
L’avevo già provata prima, stasera, e ho
pensato...» Il Raven Mocker
esitò.
«Cosa? Cos’è che hai pensato?» gli
domandò lei sottovoce.
I loro sguardi s’incontrarono ancora.
«Ho pensato che mi odiassi.
Che fossi così arrabbiata con me. E ti ho
sentita, prima: hai detto al
Signore delle Spade che là fuori era in
agguato un essere corrotto e
che non si poteva redimere. E guardavi
dritto verso di me.» Stevie
Rae annuì. «Sì, lo so, ma dovevo trovare
un modo per allontanare di
là Dragone e Damien, ti avrebbero visto
anche loro.»
«Quindi non parlavi di me?» Stevie Rae
sospirò. «Ero proprio
arrabbiata, e spaventata e sconvolta.
Non pensavo a quello che
dicevo... Non ce l’avevo con te,
Rephaim, ma devo sapere cosa sta
succedendo con Kalona e Neferet.»
Rephaim si voltò e raggiunse
lentamente la balaustra della terrazza.
Lei lo seguì e si fermò accanto a lui, per
osservare assieme la notte
silenziosa.
«È quasi l’alba», disse il Raven
Mocker.
Stevie Rae si strinse nelle spalle. «Ci
vuole ancora mezz’ora prima
che sorga il sole. E solo una decina di
minuti per rientrare a scuola.»
«Dovresti andartene e non correre
rischi. Il sole ti può provocare
danni troppo gravi, anche se in te scorre
il mio sangue.»
«Lo so. Me ne andrò presto.» Stevie Rae
sospirò. «Allora, non hai
intenzione di dirmi cosa sta combinando
il tuo paparino, giusto?»
«Cosa penseresti di me sapendo che ho
tradito mio padre?»
«Rephaim, lui non è buono. Non si
merita la tua protezione.»
«Ma è sempre mio padre!»
A Stevie Rae Rephaim sembrava
esausto. Avrebbe voluto
prendergli una mano e dirgli che sarebbe
andato tutto bene. Però
non poteva. Come diavolo poteva
andare tutto bene se lui restava
da una parte e lei dall’altra? «Io con
questo non posso combattere.
Devi scendere a patti da solo con quello
che Kalona è o non è. Però
devi anche capire che io ho il dovere di
proteggere la mia gente, e
so che lui è ancora con Neferet,
qualunque cosa dica lei in
proposito.»
«Mio padre è legato a lei!» sbottò
Rephaim.
«Che vuoi dire?»
«Lui non ha ucciso Zoey, quindi non ha
portato a termine quanto
le aveva giurato, e adesso la Tsi Sgili ha
il controllo della sua anima
immortale.»
«Oh, splendido! Quindi Kalona è
un’arma carica in mano a
Neferet.»
Rephaim scosse la testa. «Dovrebbe
essere così, ma mio padre non
è bravo a servire gli altri. È molto
indispettito e a disagio per la
situazione. Ritengo che la tua analogia
sarebbe più precisa dicendo
che mio padre è un’arma inceppata in
mano a Neferet.»
«Dovrai essere più chiaro di così.
Fammi un esempio che mi faccia
capire bene cosa intendi.» Stevie Rae
cercò di nascondere l’emozione
ma, dal modo in cui gli occhi di lui si
staccarono dai suoi, capì di non
esserci riuscita.
«Non lo tradirò.»
«Okay, d’accordo. Fin qui ci arrivo. Ma
questo significa che
proprio non mi puoi aiutare?» Rephaim
rimase in silenzio tanto a
lungo che lei pensò che non le avrebbe
risposto. Stava già cercando
di formulare mentalmente un’altra
domanda, quando, infine, lui
disse: «Io ti voglio aiutare, e lo farò
fintanto che ciò non implica
tradire mio padre».
«Somiglia un sacco al primo accordo
che abbiamo fatto tu e io, e
in fondo non è andata tanto male, ti
pare?» gli chiese con un sorriso.
«No, non è andata tanto male.»
«E poi, non siamo tutti
fondamentalmente contro Neferet?»
«Io sì», confermò lui deciso.
«E tuo padre?»
«Vuole liberarsi del controllo che ha su
di lui.»
«Be’, in pratica è quasi come stare dalla
nostra parte.»
«Stevie Rae, io non posso stare dalla tua
parte. Te lo devi
ricordare.»
«Quindi combatteresti contro di me?» La
ragazza non abbassò lo
sguardo.
«Non potrei mai farti del male.»
«Be’, allora...»
«No. Non poterti fare del male è diverso
dal lottare per te.»
«Tu lotteresti per me. L’hai già fatto.»
Rephaim le prese la mano,
stringendola come se in quel modo lei
potesse comprenderlo meglio.
«Io non ho mai affrontato mio padre per
te.»
«Rephaim, te lo ricordi il ragazzo che
abbiamo visto nella
fontana?» Lui non disse niente,
limitandosi ad annuire.
«Lo sai che è dentro di te, vero?»
Rephaim annuì di nuovo, ma
con lentezza e un po’ di esitazione.
«Quel ragazzo dentro di te è il figlio
della tua mamma. Non di
Kalona. Non la devi dimenticare, tua
mamma. E non devi
dimenticare neanche quel ragazzo e
quello per cui lui
combatterebbe. Okay?» Prima che
Rephaim potesse replicare, il
cellulare di Stevie Rae suonò al ritmo di
Only Prettier di Miranda
Lambert. La vampira lasciò la mano di
Rephaim e si frugò in tasca
dicendo: «È Zy! Le devo parlare. Lei
non sa ancora di Jack».
Rephaim la bloccò prima che lei potesse
rispondere. «È necessario
che Zoey torni a Tulsa. È un modo per
consentirci di combattere
Neferet. La Tsi Sgili odia Zoey e la sua
presenza qui sarebbe una
distrazione.»
«Una distrazione da cosa?» chiese
Stevie Rae un secondo prima di
attaccarsi il cellulare all’orecchio:
«Pronto, Zoey? Scusa, resta in linea.
Devo dirti una cosa importante ma mi
serve un attimo».
La voce di Zoey le arrivò come se la sua
amica stesse parlando dal
fondo di un pozzo. «Nessun problema,
però non resto in linea.
Richiamami tu, okay? Sto in roaming
selvaggio.»
«Ti richiamo tra due scodinzolate di un
gatto morto», ribatté
Stevie Rae.
«Lo sai che è un modo di dire
schifoso?» Stevie Rae sorrise. «Oh, sì,
davvero schifosissimo!»
«Okay, a tra poco.» La comunicazione
s’interruppe e Stevie Rae
guardò Rephaim. «Allora, spiegami di
Neferet.»
«Mio padre desidera trovare il modo di
recidere il legame che lo
vincola a lei, e per farlo ha bisogno che
sia distratta. L’ossessione di
Neferet per Zoey servirà benissimo allo
scopo, così come la sua
intenzione di usare i novizi rossi cattivi
nella guerra contro gli
umani.» Stevie Rae inarcò le
sopracciglia. «Non c’è nessuna guerra
tra
vampiri e umani.»
«Se accadrà ciò che si augura Neferet,
ci sarà.»
«Okay, d’accordo, allora dobbiamo
assicurarci che non succeda. Si
direbbe che Zy debba proprio tornare a
casa.»
«Vogliono usare anche te», sbottò
Rephaim.
«Eh? Chi? Me? Per cosa?»
«Neferet e mio padre. Non sono sicuri
che tu abbia scelto la via
della Dea in modo definitivo. Pensano
che potresti lasciarti
convincere a passare dalla parte della
Tenebra.»
«Rephaim, quanto a questo non c’è la
minima possibilità. Io non
sono certo perfetta e ho i miei problemi
ma, quando ho riacquistato
l’umanità, ho scelto Nyx e la Luce. Non
rinnegherò quella scelta.»
«Non l’ho mai pensato, Stevie Rae, ma
loro non ti conoscono
quanto me.»
«E Neferet e Kalona non dovranno
neanche mai scoprire di noi
due, giusto?»
«Sarebbe un grosso guaio se
accadesse.»
«Un grosso guaio per te o per me?»
«Per entrambi.» Stevie Rae sospirò.
«Okay, allora farò attenzione.»
Gli sfiorò un braccio. «E anche tu devi
stare attento.» Rephaim annuì.
«Dovresti rientrare. Chiama Zoey
mentre sei in macchina. L’alba è
troppo vicina.»
«Sì, sì, lo so», ribatté lei, ma nessuno
dei due si mosse.
«Anch’io devo andare», aggiunse lui
quasi per autoconvincersi.
«Aspetta, non stai più qui?»
«No. La tempesta è passata e adesso qui
intorno girano troppi
umani.»
«Be’, e allora dove stai?»
«Stevie Rae, non te lo posso dire!»
«Perché stai col tuo paparino, vero?»
Dato che lui non replicava,
continuò lei: «Ehi, guarda che l’avevo
capito subito che quella storia
delle cento frustate e dell’esilio era una
baggianata».
«L’ha fatto frustare davvero. I tentacoli
di Tenebra gli hanno
inciso la carne per cento volte.» Stevie
Rae rabbrividì, ricordandosi
com’era stato terribile essere anche solo
sfiorata da quei cosi. «Be’, è
una punizione che non augurerei a
nessuno.» Incrociò lo sguardo di
Rephaim. «Ma la parte riguardo
all’essere stato allontanato da
Neferet per un secolo è una balla,
giusto?» Rephaim annuì in modo
quasi impercettibile.
«E tu non mi dirai dove abiti perché sta
lì anche Kalona?» Altro
leggero cenno del capo.
Stevie Rae sospirò di nuovo. «Quindi,
se ho bisogno di vederti,
devo venirti a cercare per vecchi palazzi
da brividi?»
«No! Devi rimanere al sicuro e in luoghi
pubblici. Stevie Rae, se
hai bisogno di me vieni qui e chiamami
come hai fatto stasera.
Promettimi che non andrai in giro a
cercarmi», disse, scuotendole
dolcemente il braccio.
«Okay, okay, te lo prometto. Ma ’sta
storia dell’essere
preoccupato non vale solo per te.
Rephaim, lo so che è tuo padre,
ma si è anche cacciato in un gran bel
casino. Voglio solo che non ti
trascini giù con lui. Perciò stai attento,
’kay?»
«Va bene. Stevie Rae, stanotte ho visto i
novizi rossi cattivi.
Hanno fatto il nido alla Will Rogers
High. C’è anche Dallas con
loro.»
«Ti prego, Rephaim, non lo dire a
Kalona e a Neferet.»
«Perché così puoi essere ancora gentile
con loro e dargli un’altra
occasione per ucciderti?» le gridò
contro lui.
«No! Solo perché cerco di essere gentile
non significa che sia
stupida o debole. Cacchio, ma che
c’avete tu e Afrodite? Mica ho
intenzione di precipitarmi a parlare con
loro da sola. E neanche di
provare a ragionarci. Mi hanno già
dimostrato che non funziona.
Qualunque cosa decida di fare sarà
quantomeno assieme a Lenobia,
Dragone e Zy. Fondamentalmente non
voglio che si uniscano a
Neferet, quindi non voglio che lei sappia
di loro.»
«È troppo tardi. È stata Neferet a
mettermi sulle loro tracce. Stevie
Rae, ti sto chiedendo di tenerti lontana
da quei novizi rossi. Per te
sono solo una disgrazia.»
«Farò attenzione. Te l’ho già detto. Però
sono una Somma
Sacerdotessa e i novizi rossi sono una
mia responsabilità.»
«Non quelli che hanno scelto la Tenebra.
E Dallas non è più un
novizio. Nemmeno lui è una tua
responsabilità.» Stevie Rae sorrise,
maliziosa. «Sei geloso di Dallas?»
«Non essere ridicola. Semplicemente
non voglio che ti venga fatto
di nuovo del male. Smetti di cambiare
argomento.»
«Ehi, Dallas non è più il mio ragazzo»,
sentenziò lei.
«Lo so.»
«Ne sei sicuro?»
«Ma sì, certo.» Rephaim si scosse e aprì
le ali, lasciando Stevie Rae
senza fiato. «Chiama la tua Zoey intanto
che torni a scuola. Ci
rivediamo presto.»
«Non ti cacciare nei guai, ’kay?» Lui si
voltò e le prese il viso tra le
mani.
Stevie Rae chiuse gli occhi, traendo
fiducia e forza da quel
contatto. Che però sparì troppo presto.
Perché lui sparì troppo
presto. La giovane vampira riaprì le
palpebre giusto in tempo per
vedere le ali maestose battere nel vento
della sera, sollevando il suo
Raven Mocker sempre più in alto, fino a
farlo scomparire nella
lievissima luminosità che s’intravedeva
a est.
Rephaim aveva ragione. L’alba era
troppo vicina per prendersela
comoda. Stevie Rae richiamò Zoey
mentre tornava di corsa al
Maggiolino. «Ehi, Zy, sono io. Devo
dirti una cosa brutta, perciò fatti
forza...»
CAPITOLO 15
ZOEY
«Zy? Ci sei ancora? Stai bene? Di’
qualcosa...»
La voce di Stevie Rae era così
preoccupata che mi costrinse ad
asciugarmi naso e lacrime su una manica
della camicia e a
riacquistare un po’ di autocontrollo.
«Sono qui. Però non... non sto
bene», replicai con un piccolo
singhiozzo.
«Lo so, lo so. È terribile.»
«E non è possibile che ci sia stato un
errore? È sicuro che Jack sia
proprio morto?» In fondo al cuore,
sapevo che era ridicolo
incrociare le dita e chiudere gli occhi
mentre glielo chiedevo, ma
dovevo almeno tentare con quella
stupidaggine da bambina. Ti
prego, ti prego, fa’ che non sia vero...
«È proprio morto, Zy, non ci sono
errori», confermò Stevie Rae,
anche lei tra le lacrime.
«È così difficile da credere, e poi non è
giusto! Jack era il ragazzo
più dolce del mondo. Non si meritava
quello che gli è successo!»
Arrabbiarmi mi faceva sentire meglio,
molto più che mettermi a
piangere e tirare su col naso.
«No, non se lo meritava. Io... io voglio
credere che adesso sia con
Nyx e che lei se ne stia prendendo cura
nel migliore dei modi.
Insomma, tu ci sei stata nell’Aldilà... è
vero che è un posto
meraviglioso?» chiese Stevie Rae con
un tremito nella voce.
La sua domanda mi strinse il cuore. «So
che non ne abbiamo mai
parlato, ma... cioè, tu non ci sei andata
prima... sì, hai capito,
quando sei...»
«No!» saltò su come se volesse
impedirmi di continuare. «Non
ricordo molto di quel periodo, ma so
che di sicuro non ero in un bel
posto. E non vedevo Nyx.»
Quando le parole mi vennero alle labbra
da sole, capii che era la
Dea a ispirarmi. «Stevie Rae, Nyx era
con te quando sei morta. Tu sei
sua figlia. Devi ricordartelo sempre.
Non so perché tu e gli altri
ragazzi siate morti e poi resuscitati, ma
ti posso assicurare al cento
per cento che lei non ti ha mai
abbandonata. Semplicemente hai
preso una strada diversa rispetto a Jack.
Lui adesso è nell’Aldilà
assieme alla Dea, ed è più felice di
quanto sia mai stato in vita sua.
Per noi che restiamo qui è difficile
capirlo, ma l’ho visto con Heath:
per qualche motivo, era arrivato il suo
momento e lui doveva stare
là con Nyx. E adesso anche Jack deve
stare là, è il suo posto. Il cuore
mi dice che sono entrambi sereni e in
pace.»
«Me l’assicuri?»
«Certo. Noi qui dobbiamo essere forti
per loro, e sono convinta
che prima o poi li rivedremo.»
«Se lo dici tu, Zy, ci credo. Sai, devi
proprio tornare a casa. Non
sono solo io ad aver bisogno che la mia
Somma Sacerdotessa mi dica
che andrà tutto bene.»
«Damien sta di schifo, eh?»
«Già, sono preoccupata per lui e anche
per le gemelle e tutti gli
altri. Cacchio, Zy, sono preoccupata
persino per Dragone! È come se
il mondo stesse sprofondando nella
tristezza.» Non sapevo cosa dire.
No, non è vero. Lo sapevo benissimo,
avrei voluto strillare: Se il
mondo sta sprofondando nella tristezza,
perché dovrei volerci
tornare? Ma era sbagliato e da debole.
Perciò, pur se non proprio
convintissima, dissi: «Supereremo
questo momento, vedrai».
«Sì, ce la faremo. Okay, senti, tu e io
insieme dovremmo ben
riuscire a trovare il modo di
smascherare Neferet davanti al
Consiglio Supremo e chiudere la
questione una volta per tutte.»
«Io non riesco ancora a credere che si
siano bevute tutte le
cavolate che ha raccontato.»
«Nemmeno io. Immagino che il punto
fosse che si trattava della
parola di una Somma Sacerdotessa
contro quella di un ragazzo
umano morto. E Heath ha perso.»
«Neferet non è più una Somma
Sacerdotessa! Cavolo quanto mi
dà sui nervi! E adesso non è più soltanto
per Heath, ma anche per
Jack. Stevie Rae, lei pagherà per quello
che ha fatto. Ci penserò io.»
«Deve essere fermata.»
«Sì, giusto.» Sapevo che avevamo
ragione, che dovevamo lottare
per toglierla di mezzo, ma anche solo il
pensiero mi terrorizzava.
Persino io mi accorgevo di quanto
suonasse stanca la mia voce. Ero
esausta, stufa fino alla nausea di
combattere contro il male
impersonato da Neferet. Sembrava che,
per ogni passo avanti che
facevo, in qualche modo alla fine
venissi sempre spinta indietro di
due.
«Ehi, non sei sola in tutto questo.»
«Grazie, Stevie Rae, lo so. La cosa però
non riguarda me:
dobbiamo fare ciò che è giusto per
Heath, Jack, Anastasia e chiunque
altro Neferet e la sua orda malvagia
decidano di falciare la prossima
volta.»
«Già, è vero, ma ultimamente il male se
l’è presa davvero un po’
troppo con te.»
«Sì, però sono ancora in piedi. Un bel
po’ di altre persone, invece,
no.» Mi asciugai di nuovo il viso con la
manica, desiderando da
matti un Kleenex. «A proposito di male
e morte e tutto il resto: hai
visto Kalona? Di sicuro Neferet non si è
sognata neanche di farlo
frustare e bandirlo. Kalona c’è dentro
fino al collo, il che significa
che, se lei è a Tulsa, dev’esserci per
forza pure lui.»
«Be’, corre voce che l’abbia fatto
frustare davvero», replicò Stevie
Rae.
Sbuffai. «Ti pareva: si presume che lui
sia il suo Consorte, quindi
lei lo fa frustare. Wow. Avevo più o
meno capito che il dolore gli
piaceva, ma che abbia accettato una
cosa simile stupisce persino me.»
«Be’, mmm, in realtà sembra che non
avesse proprio accettato.»
«Naaa, ti prego! Neferet è spaventosa,
ma non può comandare a
bacchetta un immortale.»
«Si direbbe che in questo caso sia così.
Lei può controllarlo, perché
lui ha fallito nella sua schifosa missione
di distruggerti.»
Avevo capito che Stevie Rae aveva
cercato di usare un tono
scherzoso, perciò accennai a una risatina
per farle piacere, ma credo
sapessimo entrambe che l’aspetto
divertente non riusciva in nessun
modo a nascondere l’orrore della
faccenda.
«Be’, sai, a Kalona non piacerà per
niente che Neferet faccia la
prepotente con lui! Cavolo, era ora che
lui si beccasse una
megapunizione», commentai.
«Come hai ragione! Probabilmente
adesso Kalona si nasconde
sotto la gonna di Neferet, anzi proprio in
mezzo alle sue gambe!»
aggiunse Stevie Rae.
«Uh che schifo!» Questo mi fece ridere
per davvero. Per un attimo
eravamo tornate le migliori amiche
dell’universo, che si
scompisciavano per ogni stupidaggine.
Purtroppo durò poco.
Sospirai e dissi: «Allora, durante tutto
questo ascoltare voci che
corrono non ti è capitato di vedere sul
serio Kalona, giusto?»
«No, però tengo gli occhi aperti.»
«Bene, perché beccare quel bastardo
con Neferet dopo che lei ha
raccontato al Consiglio Supremo di
averlo scacciato per cent’anni
sarebbe un deciso passo avanti nel
dimostrare che non è quella che
sembra. Oh, e intanto che tieni gli occhi
aperti, vedi di puntarli verso
l’alto: ovunque sta Kalona, prima o poi
arrivano anche quei suoi
orrendi corvacci. Non ci credo per
niente che siano spariti tutti di
colpo.»
«Okay. Tranquilla, ho capito.»
«E Stark mi ha detto che a Tulsa è stato
davvero avvistato un
Raven Mocker. È così?»
«Sì, una notte ne è stato visto uno, poi
basta.» La voce di Stevie
Rae era strana, tutta tesa, come se
avesse dei problemi a parlare.
Diavolo, chi poteva criticarla? In
pratica l’avevo mollata a gestire la
mia Casa della Notte tutta da sola.
Soltanto pensare a cos’aveva
passato con Jack e Damien mi fece
venire la nausea. «Ehi, fa’
attenzione, ’kay? Non sopporterei che ti
succedesse qualcosa», le
dissi.
«Non ti preoccupare. Starò attenta.»
«Brava. Allora, qui al tramonto mancano
poco più di due ore.
Non appena Stark si sveglia, prepariamo
le nostre cose e prendiamo
il primo aereo verso casa», mi udii dire,
anche se lo stomaco mi si
annodò in modo violento.
«Oh, Zy! Sono così contenta! Oltre ad
avere bisogno di te qui, mi
sei mancata tanto.» Sorrisi. «Mi sei
mancata anche tu. E sarà bello
essere di nuovo a casa», mentii.
«Allora mandami un SMS per dirmi a
che ora arrivate. Se non
sono nella mia bara, mi trovate in
aeroporto.»
«Stevie Rae, tu non dormi in una bara.»
«Potrei anche farlo, dato che quando
sorge il sole crollo stecchita.»
«Già, per Stark è uguale.»
«Ehi, come sta il tuo ragazzo? Si sente
meglio?»
«È di nuovo in forma... In ottima forma,
a dire il vero.»
Come al solito, il radar da amica del
cuore di Stevie Rae lesse tra
le righe. «Oh, senti senti. Non è che
avete...»
«E se ti dicessi che abbiamo...» Mi
sentii le guance diventare
bollenti.
«Non potrei che commentare con un
tipico, oklahomico
yupppiiii!»
«Be’, allora yupppiiii.»
«Dettagli. Voglio tutti i dettagli», replicò
subito prima di fare uno
sbadiglio gigantesco.
«Li avrai. È quasi l’alba da te?»
«In realtà è passata da un pochino.
Scusa, Zy, ma mi sto
spegnendo in fretta.»
«Non ti preoccupare. Dormi, Stevie
Rae, tanto ci vediamo
presto.»
«Ciao ciao», disse tra uno sbadiglio e
l’altro.
Conclusi la telefonata e tornai a
guardare Stark che dormiva come
un sasso nel nostro letto a baldacchino.
Che fossi innamorata persa
di lui non c’erano dubbi, ma in quel
momento avrei proprio tanto
tanto tanto voluto poterlo scuotere per
farlo svegliare come un
ragazzo normale. Però sapevo che era
del tutto inutile persino
tentare di farlo alzare un po’ prima. Quel
giorno era stato
insolitamente limpido, cioè super
luminoso e senza nemmeno una
nuvoletta piccola così. Non era
pensabile che Stark riuscisse a
comunicare con me in modo decente
ancora per... altre due ore e
mezzo, secondo il mio orologio. Be’,
almeno avevo il tempo di fare
i bagagli e trovare la regina per darle la
notizia: stavo per
andarmene da quel posto in cui mi
sentivo così a mio agio, così a
casa, quel posto che lei aveva deciso di
riportare nel mondo reale,
più o meno, solo perché io ero entrata
nella sua vita. E adesso stavo
per lasciarmi tutto alle spalle perché...
Finalmente il cervello fece ordine nel
caos blaterante dei miei
pensieri e tutte le tessere andarono al
proprio posto.
«Perché questa non è casa mia. La mia
casa è a Tulsa. Appartengo
a quel posto.» Rivolsi un sorriso triste
al mio Guardiano
addormentato. «Apparteniamo a quel
posto.» Percepii che ciò che
avevo detto era giusto, pur essendo
consapevole di tutto quello che
mi aspettava là. E di tutto quello che
stavo perdendo dove mi
trovavo in quel momento.
«È ora di tornare a casa», sentenziai.
«Dite qualcosa. Qualunque cosa. Per
favore.» Mi ero appena
sfogata con Sgiach e Seoras.
Naturalmente raccontare dell’orribile
fine di Jack mi aveva fatta frignare e
tirare su col naso. Di nuovo. E
poi avevo biascicato che dovevo tornare
a casa e comportarmi da
vera Somma Sacerdotessa, anche se non
ero sicura al cento per cento
di cosa significasse, mentre entrambi mi
fissavano in silenzio con
espressioni allo stesso tempo sagge e
imperscrutabili.
«È sempre molto difficile sopportare la
morte di un amico, ma lo
è ancora di più se si verifica troppo
presto... quando si è ancora
troppo giovani. Mi dispiace tanto per la
tua perdita», disse Sgiach.
«Grazie. Ancora non mi sembra vero.»
«Aye, lass, ci arriverai», commentò con
gentilezza Seoras. «Però
dovresti ricordare che una regina deve
mettere da parte il dolore se
vuole compiere il suo dovere: se la
mente è piena di sofferenza, non
sarà mai lucida.»
«Non credo di essere abbastanza grande
per affrontare tutto
questo», ribattei.
«Non lo si è mai, bambina», sentenziò
Sgiach. «Prima di lasciarci,
vorrei che considerassi una cosa:
quando mi hai chiesto se potevi
rimanere a Skye, ti ho risposto che
potevi farlo finché la coscienza
non ti avesse detto di andare. Adesso è
la tua coscienza a dirti che è
arrivato il momento di lasciare
quest’isola, o sono le macchinazioni
di altri a...»
«Okay, aspetta. Probabilmente Neferet è
convinta di avermi
indotto lei a tornare, ma la verità è che
devo rientrare a Tulsa
perché quella è casa mia. Adoro questo
posto. Per un sacco di motivi
stare qui è giustissimo, talmente giusto
che mi sarebbe molto facile
rimanere. Ma, come hai detto tu, la via
della Dea non è facile. Fare
la cosa giusta non è facile. Se rimanessi
qui e dimenticassi la mia casa, non
starei soltanto ignorando la mia
coscienza, le starei voltando le
spalle.»
Sgiach annuì con aria compiaciuta.
«Dunque è un luogo di potere
che ti spinge a tornare, non la
manipolazione di Neferet, anche se lei
non lo sa. Crederà che sia bastata una
semplice morte a piegarti al
suo volere.»
«Quella di Jack non è una semplice
morte», replicai rabbiosa.
«No, wumman, per te non è semplice,
ma una creatura della
Tenebra uccide in fretta e con facilità,
senza pensare ad altro che al
proprio profitto», aggiunse Seoras.
«E, per questo motivo, Neferet non
capirà che torni a Tulsa
perché hai scelto di seguire la via della
Luce e di Nyx. E ti
sottovaluterà», concluse Sgiach.
«Grazie. Me ne ricorderò.» Incrociai lo
sguardo limpido e deciso
della regina. «Se tu, Seoras o qualunque
altro Guardiano volete
venire con me, potete farlo. Con voi al
mio fianco, Neferet non avrà
scampo.»
La replica di Sgiach fu immediata: «Se
lasciassi la mia isola, il
Consiglio Supremo dovrebbe reagire di
conseguenza. Abbiamo
coesistito per secoli in modo pacifico
perché ho deciso di estraniarmi
dalle questioni politiche e dalle
limitazioni della società vampira. Se
entrassi a fare parte del mondo moderno,
loro non sarebbero più in
grado di continuare a fingere che io non
esista».
«E se fosse un bene? Insomma, a me
sembra ora che al Consiglio
Supremo venga data una bella scossa, e
anche alla società vampira.
Hanno creduto a Neferet, hanno lasciato
che la passasse liscia dopo
avere ucciso della gente... degli
innocenti.» La mia voce risuonò forte
e tagliente, e per un attimo pensai di
sembrare quasi una vera regina.
«Lassie, questa non è la nostra
battaglia», disse Seoras.
«Perché no? Perché combattere il male
non è la vostra battaglia?»
aggredii il Guardiano di Sgiach.
«Cosa ti fa pensare che qui non
combattiamo il male?» mi rispose
Sgiach. «Da quando sei arrivata
sull’isola, sei stata sfiorata dall’antica
magia. Dimmi sinceramente: avevi mai
provato qualcosa di simile là
fuori nel tuo mondo?» Scossi piano la
testa. «No, mai.»
«Quello che facciamo noi è lottare per
mantenere vive le antiche
consuetudini. E non lo si può fare a
Tulsa», spiegò Seoras.
«Come puoi esserne sicuro?» chiesi.
«Perché là non è rimasta traccia della
magia antica!» gridò Sgiach,
frustrata. Si voltò e raggiunse l’immenso
finestrone rivolto a ovest,
verso il sole che tramontava nell’acqua
grigio azzurra. Aveva la
schiena rigida per la tensione, la voce
piena di tristezza. «Là fuori, in quel tuo
mondo, la mistica, splendida magia d’un
tempo, in cui il
toro nero veniva venerato assieme alla
Dea, in cui l’equilibrio tra le
energie maschili e femminili veniva
rispettato, e persino le rocce e gli
alberi avevano un’anima, un nome, è
stata distrutta dalla civiltà,
dall’intolleranza e dall’oblio. Le
persone di oggi, vampiri e umani
allo stesso modo, credono che la terra
sia solo un oggetto, che ci sia
qualcosa di sbagliato o di malvagio o di
barbaro nell’ascoltare la
voce delle anime del mondo, e così il
cuore e la nobiltà di un intero
modo di vivere sono inariditi e
avvizziti...»
«Per trovare rifugio qui», continuò
Seoras quando la voce di
Sgiach si spense. Poi la raggiunse e le
sfiorò una spalla, le fece
scivolare le dita sul braccio e le prese
la mano.
Il corpo di Sgiach reagì a quel contatto
in modo quasi automatico,
come se quel semplice gesto gli avesse
trasmesso una nuova forza.
Quando si girò verso di me, la regina
era di nuovo lei, era tornata
nobile, forte e calma. «Noi siamo
l’ultimo baluardo: per secoli è
stato mio compito proteggere la magia di
questo luogo. Qui la terra
è ancora sacra. Venerando il toro nero e
rispettando la sua
controparte, il toro bianco, viene
mantenuto l’antico equilibrio.
Siamo gli unici a ricordare.»
«Ricordare?»
«Aye, a ricordare un’epoca in cui
l’onore significava di più della
gloria personale, e la lealtà era
considerata la miglior virtù», disse in
tono solenne Seoras.
«Ma io un po’ di questo a Tulsa lo vedo.
Anche lì esistono onore
e lealtà, e gran parte del popolo di mia
nonna, i cherokee, rispetta
ancora la terra.»
«Questo può essere vero fino a un certo
punto. Prova a pensare al
nostro bosco, a come ti sei sentita al suo
interno. A come ti parla
quest’isola. So che la puoi sentire. Lo
vedo. Avevi mai provato
qualcosa di realmente simile al di fuori
di Skye?» intervenne Sgiach.
«Sì. Il boschetto dell’Aldilà somiglia
moltissimo a quello di fronte
al castello.» Poi capii cosa stavo
dicendo e, di colpo, le parole di
Sgiach assunsero un significato nuovo.
«Allora è di questo che si
tratta? Qui hai davvero un pezzo della
magia di Nyx.»
«In un certo senso. In verità, quello che
ho è persino più antico
della Dea. Vedi, Zoey, la presenza di
Nyx non è stata dimenticata
dal mondo. Non ancora. La sua
controparte maschile invece sì, e
questo mi spaventa, perché significa che
è scomparso anche
l’equilibrio tra bene e male, tra Luce e
Tenebra.»
«Aye, noi sappiamo che è così», la
corresse con dolcezza Seoras.
«Kalona. Sono sicura che lui c’entri
parecchio nella scomparsa
dell’equilibrio», dissi. «Un tempo è
stato Guerriero di Nyx e, non so
come, da quando è comparso qui si sono
incasinate un sacco di cose,
perché lui non appartiene a questo
mondo.» Saperlo non mi faceva
sentire male o dispiaciuta per
l’immortale, ma cominciavo a capire
l’atmosfera di disperazione che tante
volte avevo percepito intorno
a lui. Era una conoscenza in più. E dalla
conoscenza deriva il potere.
«Vedi perché è importante che io non
lasci la mia isola?» fece
Sgiach.
«Sì», ammisi riluttante. «Però sono
ancora convinta che potreste
sbagliarvi sul fatto che nel resto del
mondo non sia rimasta traccia
della magia antica. In fondo a Tulsa si è
materializzato il toro nero.»
«Aye, ma solo dopo che era apparso
quello bianco», ribatté
Seoras.
«Zoey, vorrei tanto poter credere che il
mondo esterno non abbia
completamente distrutto la magia di un
tempo, e per questo voglio
darti una cosa.» Sgiach districò una
catenina d’argento dalla massa di
collane tintinnanti che portava al collo,
se la fece passare sopra la
testa e la tenne sollevata proprio davanti
a me.
C’era appesa una pietra color latte
perfettamente rotonda, liscia e
morbida, che mi faceva venire in mente
una caramellina al cocco Life
Saver, e che scintillava per effetto delle
torce appena accese dai
Guerrieri. E allora la riconobbi. «È un
pezzo del marmo di Skye!»
«Sì, ma non è un frammento qualunque.
Si chiama ‘pietra del
veggente’. È stata trovata oltre cinque
secoli fa da un Guerriero che
scalava il Cuillin Ridge durante la sua
ricerca sciamanica», spiegò
Sgiach.
«Un Guerriero impegnato in una ricerca
sciamanica? Non succede
tanto spesso», commentai.
Sgiach sorrise e il suo sguardo passò dal
ciondolo di marmo a
Seoras. «Solo una volta ogni
cinquecento anni.»
«Aye, giusto», disse lui ricambiando il
sorriso con un’intimità che
mi fece venire voglia di distogliere lo
sguardo.
«Secondo me, una volta ogni
cinquecento anni è più che
sufficiente perché un poveraccio di
Guerriero debba fare tutta quella
menata dello sciamano.»
Udendo quella voce, il mio stomaco
sobbalzò di piacere: Stark
era sotto la porta ad arco, arruffato e con
le palpebre strette per
difendersi dalla fioca luce del
crepuscolo che entrava dal finestrone.
Indossava jeans e maglietta e somigliava
così tanto allo Stark di
sempre da farmi provare una gran
nostalgia di casa, la prima vera
fitta da quando ero rientrata nel mio
corpo. Sto per tornare a casa.
Sorrisi e corsi incontro al mio
Guardiano. Con un rapido gesto,
Sgiach fece richiudere i pesanti tendoni,
in modo che Stark potesse
avvicinarsi e prendermi tra le braccia.
«Ehi, pensavo ti ci volesse ancora
un’oretta prima di svegliarti»,
esordii abbracciandolo stretto.
«Eri sconvolta, e questo mi ha svegliato.
E poi stavo facendo dei
sogni stranissimi», mi mormorò
all’orecchio.
Mi staccai da lui in modo da poterlo
guardare negli occhi. «Jack è
morto.» Stark scosse la testa, poi si
fermò, mi sfiorò la guancia ed
emise un lungo sospiro. «Ecco cos’ho
percepito. La tua tristezza. Zy,
mi dispiace tanto. Cosa diavolo è
successo?»
«Ufficialmente un incidente. In realtà è
stata Neferet, ma nessuno
lo può dimostrare.»
«Quando partiamo per Tulsa?»
«Stasera. Possiamo fare in modo che
lasciate l’isola non appena
avrete preparato i bagagli», rispose
Sgiach.
«Allora, cosa dicevate di questa
pietra?» chiese Stark prendendomi
per mano.
La regina la sollevò di nuovo. Era
davvero una pietra stupenda e
la stavo ancora ammirando, quando
ruotò dolcemente sulla catenina
e il mio sguardo venne attirato dal
cerchio perfetto che si trovava
proprio nel centro e all’improvviso, il
mondo intorno a me si
restrinse e si scolorì, per riprendere
forma nel foro del marmo.
La stanza era scomparsa!
Lottando contro nausea e capogiri,
guardai attraverso la pietra del
veggente e scorsi quello che sembrava
un mondo sottomarino: figure
fluttuavano e si spostavano rapide, tutte
nelle sfumature del turchese
e del topazio, di cristallo e zaffiro. Mi
parve di vedere ali e pinne, e
lunghe cascate di capelli ondeggianti.
Sirene? Oppure sono scimmie
di mare? Ho perso completamente la
testa, fu il mio ultimo pensiero
prima di finire lunga distesa per terra,
vinta dalle vertigini.
«Zoey! Guardami! Parla!» Stark,
stravolto, era chino sopra di me,
mi aveva afferrata per le spalle e al
momento mi scuoteva a gran
forza.
«Ehi, basta», dissi debolmente,
cercando senza riuscirci di
levarmelo di dosso.
«Lasciala respirare. Si riprenderà
subito», intervenne la voce
ipercalma di Sgiach.
«È svenuta. Non è normale», replicò il
mio Guardiano, che per
fortuna aveva smesso di frullarmi il
cervello.
«Sono cosciente e sono qui. Aiutami a
mettermi seduta», dissi.
Sulla fronte corrucciata di Stark si
leggeva benissimo che avrebbe
preferito evitarlo, ma obbedì comunque.
«Tieni, bevi.» Sgiach mi mise sotto il
naso un calice di vino
ampiamente corretto con sangue, a
giudicare dall’odore. Non me lo
feci ripetere due volte. «È normale per
una Somma Sacerdotessa
svenire la prima volta in cui usa il
potere della pietra del veggente,
soprattutto se è impreparata».
Sentendomi molto meglio dopo il vino al
sangue (lo so, dirlo fa
schifo ma è buonissimo), la guardai
inarcando le sopracciglia. «E non
potevate prepararmi?»
«Aye, ma la pietra del veggente non
funziona con tutte le Somme
Sacerdotesse e, se non avesse funzionato
con te, avremmo potuto
urtare i tuoi sentimenti», replicò Seoras.
Mi massaggiai il fondoschiena. «Credo
che avrei preferito essere
ferita nei sentimenti che nel sedere.
Okay, cosa diavolo ho visto?»
«Cosa sembrava?» s’informò Sgiach.
«Una strana boccia per pesci
sottomarina che stava tutta in quel
buchino.» Indicai la pietra, facendo bene
attenzione a non fissarla di
nuovo.
Sgiach sorrise. «Sì, e dove avevi già
visto degli esseri simili?» Sbattei le
palpebre. «Il boschetto! Erano spiritelli
dell’acqua.»
«Proprio così», assentì Sgiach.
«Quindi è una specie di cercamagia?»
chiese Stark dando
un’occhiata sbieca al ciondolo.
«Sì, a patto che venga usato da una
Somma Sacerdotessa col
giusto tipo di potere.» Sgiach sollevò la
catenella e me la mise al
collo.
La pietra del veggente mi si posò sul
seno, calda come se fosse
viva. La sfiorai, intimorita. «Può
davvero trovare la magia?»
«Unicamente di un tipo», rispose Sgiach.
«La magia dell’acqua?» domandai,
confusa.
«Non è l’elemento che conta. È la magia
in sé», intervenne Seoras.
Prima che potessi dare voce all’enorme
punto di domanda che mi
si era disegnato in faccia, Sgiach spiegò:
«Le pietre dei veggenti sono
in sintonia soltanto con la magia più
antica, il genere che protegge la
mia isola. Te la sto donando in modo che
tu possa davvero trovare
le tracce rimaste nel mondo, ammesso
che ce ne siano».
«E se dovesse trovarla, come ci si deve
comportare?» chiese Stark.
«Ti rallegri o scappi, a seconda di
cos’hai scoperto», ribatté Sgiach
con un sorriso divertito.
«Ricorda, wumman, che è stata l’antica
magia a inviare il tuo
Guerriero nell’Aldilà, e a farlo
diventare il tuo Guardiano», aggiunse
Seoras. «È una forza molto potente, che
non è stata annacquata dalla
civiltà.»
Chiusi la mano intorno alla pietra,
ricordando quando Seoras,
quasi in trance, incombeva su Stark,
tagliuzzandolo talmente tanto
che il suo sangue si era riversato sugli
antichi nodi incisi nel Seòl ne
Gigh, il Seggio dello Spirito.
D’improvviso mi accorsi che stavo
tremando.
Poi la mano forte e calda di Stark coprì
la mia.
«Non ti preoccupare, Zy. Ci sarò io con
te. Che ci sia da rallegrarsi
o da scappare, saremo insieme. Io ti
proteggerò sempre.»
E, almeno per quell’attimo, mi sentii al
sicuro.
CAPITOLO 16
STEVIE RAE
«Sta davvero tornando a casa?»
La voce di Damien era così tremante e
sottile che si sentiva a
malapena. Il ragazzo aveva lo sguardo
fisso e vacuo, non si capiva se
fosse perché il cocktail di farmaci e
sangue che gli avevano preparato
i vampiri in infermeria stava
funzionando o se fosse semplicemente
ancora sotto shock.
«Zy è salita sul primo aereo che ha
trovato e dovrebbe essere qui
fra, tipo, tre ore. Se vuoi, puoi venire
anche tu con me all’aeroporto
a prendere lei e Stark.» Stevie Rae,
seduta sul bordo del letto, fece
una carezza a Duchessa, acciambellata
accanto a Damien.
Per tutta risposta, lui si limitò a fissare
la parete che aveva di
fronte.
Stevie Rae accarezzò di nuovo la
cagnolona che, in cambio, agitò
debolmente la coda un paio di volte.
«Sei proprio bravissima, e
anche di più», le disse.
Duchessa aprì gli occhioni, ma la coda
non si agitò più e non
emise neppure i soliti gioiosi sbuffi
canini.
La vampira la guardò aggrottando la
fronte. Sembrava magra?
«Scusa Damien, tesoro, Duc ha mangiato
di recente?» Il novizio
sbatté le palpebre con aria confusa,
spostando lo sguardo da lei al
cane raggomitolato contro di lui. Dopo
un attimo, sembrò
finalmente aver messo a fuoco la
situazione, ma non ebbe il tempo
di replicare, perché al suo posto lo fece
Neferet, che si era
materializzata nella stanza senza che lei
se ne accorgesse.
«Stevie Rae, in questo momento Damien
è in uno stato emotivo
molto delicato: non dovresti
preoccuparlo con questioni da poco
come dar da mangiare a un cane, né
proporgli di fare da autista a un
novizio.» Si chinò su Damien.
Stevie Rae si alzò di scatto e arretrò il
più possibile: avrebbe
potuto giurare che da sotto il lungo abito
di seta di Neferet, una
specie di ombra aveva cominciato a
scivolare verso di lei.
Con la stessa rapidità della vampira
rossa, anche Duchessa si
allontanò dalle gambe di Damien per
accucciarsi imbronciata in
fondo al letto, vicino al gatto che
continuava a dormire.
«Da quando andare a prendere un amico
all’aeroporto è un
lavoro da autista? E, credetemi, io di
domestici me ne intendo»,
sbottò Afrodite, comparsa chissà come
sulla soglia.
Be’, prendetemi a schiaffi e datemi una
svegliata! Sono così fuori
da non sentire più niente? pensò Stevie
Rae.
«Afrodite, ho qualcosa da dirti che
riguarda anche gli altri presenti
in questa stanza», esordì Neferet in tono
regale e da supercapo.
La ragazza appoggiò la mano su un
fianco sottile e replicò: «Ah,
sì? Cosa?»
«Ho deciso che il funerale di Jack
seguirà il rito dei vampiri
Trasformati. La sua pira funebre verrà
accesa stasera, non appena
Zoey rientrerà alla Casa della Notte.»
«Aspetta Zoey? Perché?» chiese Stevie
Rae.
«Perché era una buona amica di Jack,
ovviamente. Ma soprattutto
perché, quando Kalona mi aveva
traviata e qui regnava una grande
confusione, Zoey ha svolto per lui la
funzione di Somma
Sacerdotessa. Ora, per fortuna, quel
deplorevole periodo è finito,
ma è comunque giusto che sia lei ad
accendere la pira di Jack.»
Stevie Rae pensò che era davvero
terribile che i bellissimi occhi di
smeraldo di Neferet potessero sembrare
così innocenti anche mentre
lei in realtà stava intessendo una trama
di menzogne e d’inganni.
Aveva una voglia matta di strillarle che
conosceva il suo segreto, che
era lei a controllare Kalona, ancora
adesso, non il contrario. Non era
mai stata sotto l’influenza
dell’immortale. Neferet sapeva fin
dall’inizio chi e cosa fosse Kalona, e in
quel momento stava soltanto
sparando balle a raffica.
Ma anche Stevie Rae aveva un terribile
segreto, che le bloccò in
gola le parole.
Afrodite inspirò profondamente, come
quando si preparava a fare
il culo a qualcuno, ma in quel momento
Damien attirò su di sé
l’attenzione di tutti prendendosi la testa
tra le mani e singhiozzando
da spezzare il cuore: «Io... io proprio
non... non capisco come possa
essersene andato!»
Stevie Rae girò intorno a Neferet e
prese Damien tra le braccia.
Fu felice di vedere che Afrodite
raggiungeva l’altro lato del letto e gli
appoggiava una mano sulla spalla. Le
due ragazze fissarono Neferet
con le palpebre strette, lanciandole
occhiate di sfiducia e disgusto.
Il volto della vampira rimase triste ma
impassibile, come se il
dolore di Damien non la toccasse
minimamente. «Damien, ti lascio
all’affetto delle tue amiche. L’aereo di
Zoey atterra al Tulsa
International alle 21.58. Ho predisposto
la pira funebre per
mezzanotte esatta, dato che è un’ora
propizia. Ci vediamo là.»
Neferet uscì dalla stanza chiudendosi la
porta alle spalle con un clic
quasi impercettibile.
«Viscida stronza bugiarda. Perché sta
facendo la gentile?» sbottò a
mezza voce Afrodite.
«Deve avere in mente qualcosa»,
replicò Stevie Rae mentre
Damien le piangeva contro la spalla.
«Non ce la posso fare.» All’improvviso,
Damien si allontanò da
entrambe scuotendo la testa. I singhiozzi
erano cessati, ma sulle
guance continuavano a scendergli degli
enormi lacrimoni.
Duchessa strisciò fino a lui e gli si
sdraiò sul petto, il naso puntato
vicino alla sua guancia, mentre Cammy
gli si acciambellò contro il
fianco. Damien mise un braccio intorno
alla cagnolona bionda e
l’altro intorno al gatto. «Non posso dire
addio a Jack e nello stesso
tempo affrontare la questione Neferet.»
Spostò lo sguardo da Stevie
Rae ad Afrodite. «Capisco perché
l’anima di Zoey è andata in pezzi.»
Afrodite puntò il dito sul viso di
Damien. «No, no, e poi no! Non
ho intenzione di rivivere quello stress. Il
fatto che Jack sia morto è
brutto. Davvero pessimo. Ma tu devi
farti forza.»
«Per noi», aggiunse Stevie Rae con un
tono decisamente più
gentile e dando ad Afrodite la solita
occhiata da fa’-la-brava! «Devi
farti forza per tutti i tuoi amici. Abbiamo
quasi perso Zoey. Abbiamo
perso Jack e Heath. Proprio non
sopporteremmo di perdere anche
te.»
«Io non posso più lottare contro di lei.
Non mi è rimasto un cuore
per farlo», replicò Damien.
«Tu ce l’hai ancora il cuore. Solo che è
spezzato», lo consolò
Stevie Rae.
«Ma si aggiusterà», intervenne Afrodite
non senza dolcezza.
Gli occhi di Damien erano lucidi di
pianto quando la guardò.
«Come fai a saperlo? Il tuo cuore non si
è mai spezzato. E neanche il
tuo. Non lasciate che vi si spezzi il
cuore: fa troppo male.» Stevie Rae
deglutì a fatica. Non glielo poteva dire,
non lo poteva dire a
nessuno ma, più le importava di
Rephaim, più sentiva il suo cuore
andare in pezzi. Ogni giorno.
«Zoey ce la sta facendo, e lei ha perso il
suo Heath. Se ce la fa lei,
puoi riuscirci anche tu, Damien»,
intervenne Afrodite.
«E sta davvero tornando a casa?»
richiese lui.
«Sì», risposero in coro Afrodite e
Stevie Rae.
«Okay. Bene. Andrà meglio con qui
Zoey», sentenziò il novizio.
«Ehi, Duchessa e Cammy, credo che sia
proprio arrivato il
momento della pappa», saltò su
Afrodite. Con gran stupore di Stevie
Rae, la ragazza si azzardò addirittura a
fare una carezza sulla testa
del cane. «Però qui non vedo cibo per
lei e Cammy ha solo quelle
orrende crocchette. A dire il vero,
Malefica neanche guarda qualcosa
che non sembri freschissimo. Che ne
diresti se facessi portare su a
Dario un po’ di cibo per loro? A meno
che tu non preferisca stare
solo. In quel caso, posso portare via
Cammy e Duchessa e dare loro
da mangiare.»
Damien sgranò gli occhi. «No! Non
portarli via! Voglio che
restino qui con me.»
«Okay, okay, tranquillo. Dario può
andare a prendere la pappa di
Duchessa», intervenne Stevie Rae
chiedendosi a cosa cavolo stesse
pensando Afrodite. Era impossibile che
Damien volesse stare senza
quei due animali.
«Il cibo e le cose di Duchessa sono in
camera di Jack», spiegò
Damien, concludendo con un singhiozzo.
«Ti fa piacere se ti portiamo qui tutto?»
chiese Stevie Rae
prendendogli la mano.
«Sì», mormorò. Poi sobbalzò e divenne
ancora più pallido di
quanto non fosse già. «E non lasciate che
buttino via la roba di Jack!
Devo vederla! Devo controllarla!»
«Su questo ti ho preceduto. Ci mancava
solo che quei vampiri
mettessero le loro manacce sui
fighissimi vestiti di Jack. Ho delegato
alle gemelle la responsabilità
d’inscatolare tutte le sue cose e di
portarle fuori di nascosto», disse
ipercompiaciuta Afrodite.
Damien, dimenticandosi per un istante
che il suo mondo era
immerso nella tragedia, quasi sorrise.
«Tu sei riuscita a far fare
qualcosa alle gemelle?»
«Eccome.»
«Quanto ti è costato?» chiese Stevie
Rae.
Afrodite le lanciò un’occhiataccia. «Due
camicette della nuova
collezione di Hale Bob.»
«Non credevo che fosse già uscita!»
fece Damien.
«Allora, A: sono felice che tu lo
conosca e B: le collezioni escono
sempre prima se sei schifosamente ricco
e tua mamma ‘conosce’
qualcuno.»
«Chi è Hale Bob?» domandò Stevie
Rae.
«Oh, cazzo, ma dove vivi?» commentò
Afrodite. «Vieni con me,
dai. Puoi aiutarmi a trasportare le cose
del cane.»
«Con questo vuoi dire che le porterò
solo io, giusto?»
«Giusto.» Afrodite si chinò e, come se
fosse una cosa che faceva
tutti i giorni, baciò sulla testa Damien.
«Torno subito coi rifornimenti
per le bestiacce. Oh, vuoi che porti
Malefica? Lei...»
«No!» sbottarono insieme Damien e
Stevie Rae, con stereofonici
toni orripilati.
Afrodite sollevò il mento, indignata.
«Assolutamente tipico che
nessuno tranne me capisca quella
magnifica creatura.» Stevie Rae
baciò Damien su una guancia.
«Torno presto», disse. Poi, non appena
fu in corridoio, guardò
malissimo Afrodite. «Scusa, ma come
hai potuto anche solo pensare
di portargli via quei due animali?»
Afrodite alzò gli occhi al soffitto e si
esibì in un gran colpo di
ciuffo. «Non l’ho mai pensato, scema.
Sapevo che la cosa l’avrebbe
sconvolto al punto di scuoterlo almeno
un po’ dal suo stato di
super-depresso-non-pensante, ed è
successo. Dario e io porteremo
cibo al suo piccolo zoo e, per puro caso,
faremo tappa anche in sala
da pranzo a prendere qualcosa per noi,
che però basti anche per lui
e, visto che Damien è troppo ’signora’
per cacciarci fuori a pedate o
farci mangiare da soli... voilà! Ecco che
il ragazzo avrà qualcosa nello
stomaco prima di affrontare l’orrendo
spettacolo della pira funebre.»
«Neferet ha in mente qualcosa di
veramente terribile», fece Stevie
Rae.
«Puoi contarci», convenne Afrodite.
«Be’, almeno succederà davanti a tutti
perciò non potrà, tipo,
uccidere Zoey.»
Afrodite inarcò un sopracciglio con aria
di disprezzo. «Neferet ha
liberato Kalona davanti a tutti, ha ucciso
Shekinah e cercato di
ordinare a Stark di tirare una freccia
prima contro di te e poi contro
Zy. Zucca campagnola, vedi di darti una
svegliatina.»
«Be’, nel mio caso c’erano delle
circostanze attenuanti, e Neferet
non ha ordinato a Stark di centrare Zy
davanti a tutta la scuola,
eravamo presenti solo noi e un gruppetto
di suore. E ovviamente
adesso dice che è stato Kalona a farle
fare entrambe le cose. Per di
più, è sempre la nostra parola contro la
sua e nessuno dà ascolto ai
ragazzini. E neanche alle suore, se è per
questo.»
«Quindi mi stai dicendo che dubiti del
fatto che Neferet possa fare
i suoi porci comodi pur sembrando
innocente come un bebè?»
Afrodite s’interruppe per fare una
smorfia. «Dea, io i marmocchi
proprio non li sopporto! Puah, con tutto
quel vomitare e mangiare e
cagare... E poi ti fanno venire una...»
«E allora? Guarda che non mi sogno
neanche di parlare di
gravidanza e bambini con te.»
«Scema, stavo solo facendo un’analogia:
tra qualche ora ci
ritroveremo nella merda fino alle
orecchie, quindi prepara Zy
mentre io cerco di sostenere Damien in
modo che non si sciolga in
una pozzanghera di lacrime,
disperazione e schifosissimo
soffiamento
di naso.»
«Guarda che non puoi continuare a
fingere che non te ne freghi di
Damien. Non dopo che ti ho vista dargli
un bacio sulla testa.»
«Cosa che negherò per il resto della mia
lunga e fantastica vita»,
ribatté Afrodite.
«Ma ci riuscirai mai a essere un po’
meno ossessionata da te
stessa?» Kramisha spuntò fuori
all’improvviso dall’ombra a lato della
veranda del dormitorio femminile.
«Ohssantocielo! Bisogna che mi faccia
controllare gli occhi. Non
vedo un cacchio finché non me lo ritrovo
davanti», fece Stevie Rae,
che si era fermata di colpo.
«Non sei tu. È solo che Kramisha è nera.
Le ombre sono nere.
Ecco perché non l’abbiamo vista»,
replicò impassibile Afrodite.
Kramisha raddrizzò le spalle e la guardò
con sufficienza. «No, tu
non hai...»
«Oh, ti prego, risparmiami!» Afrodite la
superò con aria disinvolta
raggiungendo il portone del dormitorio.
«Pregiudizi, oppressione,
l’uomo bianco, bla, bla, bla... e
sbadiglio finale. Qui la principale
minoranza sono io, quindi non ci
provare neanche a menarmela con
‘sta roba.»
Kramisha sbatté le palpebre un paio di
volte, stupefatta quanto
Stevie Rae.
«Mmm, scusa, Afrodite. Tu sembri
Barbie. Come cavolo puoi
essere una minoranza?» commentò
Stevie Rae.
Afrodite s’indicò la fronte. «Umana,
sono un’umana in una scuola
piena di novizi e vampiri, uguale mi-noran-za.» Quindi aprì la porta
e sculettò nel dormitorio.
«Quella ragazza mica è umana, è più un
cane idrofobo, ma non
vorrei che si offendessero i cani», fece
Kramisha.
Stevie Rae sospirò. «Lo so. Hai ragione.
Riesce a non essere gentile
e carina persino quando è gentile. Per i
suoi livelli. Ammesso che
questo abbia senso.»
«Non ne ha, ma ultimamente non è che
quello che dici e fai abbia
molto senso in generale.»
«La sai una cosa? Al momento proprio
non ho bisogno di questo e
non so cosa vuoi dire e comunque non
me ne importa. Ci vediamo,
Kramisha.» Stevie Rae fece per
andarsene, ma la novizia rossa le si
parò davanti mettendosi dietro
l’orecchio una ciocca della parrucca
gialla a caschetto e disse: «Non hai
motivo di usare quel tono odioso
con me».
«Il mio tono non è odioso. Il mio tono è
stanco e scocciato.»
«Naaa. Era odioso e lo sai. E non
dovresti nemmeno mentire.
Non sei per niente brava.»
«Benissimo. Non mentirò.» Stevie Rae
si schiarì la voce, si scosse
come un gatto sotto un acquazzone
primaverile, si disegnò in faccia
un sorrisone falso e ricominciò il tutto
con un tono ipervivace. «Ma
ciao, amica, mi ha fatto davvero piacere
vederti, ma adesso devo
proprio andare!»
Kramisha inarcò le sopracciglia. «Okay,
per prima cosa non dire
‘amica’: sembri la protagonista di quel
vecchio film, Ragazze a
Beverly Hills, quella che la bionda e
Stacey Dash rieducano facendola
diventare popolare. Non. Mi. Piace.
Seconda cosa, non te ne puoi
andare così perché devo darti...»
Stevie Rae si allontanò dal foglietto
viola che la ragazza le stava
tendendo. «Kramisha! Io sono una
persona sola! In questo momento
mi trovo in una gran bella tempesta di
merda, se mi scusi
l’espressione, e davvero non posso
gestire altro. Dovrai tenere per te
le tue poesie prevedi-futuro, almeno
finché Zy non sarà qui ad
aiutarmi a fare in modo che Damien non
si butti dal primo palazzo
un po’ altino che trova.»
Kramisha la guardò con le palpebre
strette. «È un vero peccato
che tu non sia una sola persona.»
«E questo cosa cavolaccio vorrebbe
dire? Ma certo che sono una
sola. Per la miseriaccia schifa, vorrei
tanto che ci fossero più me, così potrei
tenere d’occhio Damien, assicurarmi che
Dragone non scleri
del tutto, andare a prendere Zoey in
orario a quell’accidenti di
aeroporto e scoprire cosa le sta
succedendo, trovare qualcosa da
mangiare e iniziare ad affrontare il fatto
che Neferet sta
architettando qualcosa di proporzioni
allucinanti per il funerale di
Jack. Oh, e magari una delle me
potrebbe anche farsi un bel bagno
con un sacco di schiuma ascoltando il
mio amato Kenny Chesney e
leggere la fine di Titanic: la vera
storia.»
«Vuoi dire il libro che ho letto al corso
di letteratura l’anno
scorso?»
«Già. L’avevamo appena iniziato quando
io sono morta e poi
tornata da non-morta, quindi non sono
più riuscita a finirlo. E, be’,
mi piaceva...»
«Okay, ti aiuto io: la nave affonda. Loro
muoiono. Fine. Adesso,
per favore, possiamo passare a qualcosa
di più importante?» Sollevò
di nuovo il foglietto viola.
«Grazie tante, questo lo sapevo anch’io,
ma non vuol dire che
non sia una bella storia. Tu dici che non
sono brava a raccontare
balle, eh? Okay, la verità è questa: mia
mamma direbbe che in
questo momento ho nel piatto talmente
tanta roba che non ci
starebbe neanche una forchettata di
stress al pollo fritto, quindi
vediamo di lasciare stare le poesie per
un po’.»
Stupendo da matti Stevie Rae, Kramisha
fece un gran passo verso
di lei e l’afferrò per le spalle. Poi,
guardandola dritto negli occhi,
disse: «Tu non sei solo una persona, tu
sei una Somma Sacerdotessa.
Una Somma Sacerdotessa rossa. L’unica
che c’è. Perciò farai meglio
ad abituartici, allo stress. A un sacco di
stress. Soprattutto adesso che Neferet sta
creando dei casini da matti».
«Lo so, ma...»
Kramisha l’interruppe: «Jack è morto.
Non possiamo sapere chi
sarà il prossimo». Poi sbatté un paio di
volte le palpebre, aggrottò la
fronte, si chinò in avanti e inspirò
rumorosamente proprio vicino al
viso di Stevie Rae.
Che si liberò della stretta e fece un
passo indietro. «Mi stai
annusando?»
«Sì. Hai uno strano odore. L’avevo già
sentito. Quand’eri in
infermeria.»
«E allora?»
«E allora mi ricorda qualcosa.»
«Tua mamma?» disse Stevie Rae con
una disinvoltura per niente
sincera.
«Non ci provare neanche. E mentre io ci
rifletto su, tu dove vai?»
«Si presume che io dia una mano ad
Afrodite con la roba da
mangiare per Duchessa e per il gatto di
Damien. Poi devo andare a
recuperare Zy all’aeroporto e farle
sapere che Neferet ha deciso di
farsi da parte e lasciare che sia lei ad
accendere la pira di Jack.»
«Già, l’avevo sentito. A me sembra
strano.»
«Che Zoey accenda il fuoco per Jack?»
«No, che Neferet glielo lasci fare.»
Kramisha si grattò la testa,
facendo ondeggiare la parrucca gialla.
«Allora, le cose stanno così:
per il momento lascia che di Damien si
occupi Afrodite. Tu devi
andare là fuori» – indicò gli alberi che
circondavano il campus della
Casa della Notte – «e fare quella cosa
della comunicazione con la
terra per cui diventi tutta verde e
luminosa. Di nuovo.»
«Kramisha, non ho tempo per quello.»
«Non ho ancora finito. Hai bisogno di
ricaricare le batterie prima
che scoppi il finimondo. Ascolta... non
sono del tutto sicura che
Zoey sarà pronta ad affrontare quello
che potrebbe succedere
stasera.» Invece di mandare al diavolo
Kramisha e il suo
atteggiamento da comandina, Stevie Rae
pensò sul serio a quanto le
stava dicendo. «Potresti avere ragione»,
commentò infine.
«Lei non aveva voglia di tornare. Questo
lo sai, vero?» Stevie Rae
scrollò le spalle. «Be’, tu ce ne avresti
avuta al suo posto? Ne ha
passate un sacco.»
«Credo che non ne avrei avuta neanche
un po’, ed è per questo
che te lo sto dicendo, perché la capisco.
Però Zoey non è l’unica tra
noi ad averne passate un sacco di
recente. E qualcuno se la sta
ancora passando piuttosto male.
Dobbiamo imparare tutti a
risolvere i nostri problemi e ad
affrontare le nostre responsabilità.»
«Ehi, sta tornando, quindi... direi che lo
sta facendo eccome»,
replicò Stevie Rae.
«Non stavo parlando solo di Zoey.»
Kramisha piegò a metà il
foglietto viola e lo tese a Stevie Rae,
che lo prese controvoglia.
Quando la vampira sospirò e iniziò ad
aprirlo, Kramisha scosse la
testa. «Non c’è bisogno che tu lo legga
con me presente.» Stevie Rae
guardò la novizia con un punto di
domanda stampato in faccia.
«Senti, lascia che ti dica una cosa, da
Poeta Laureato a Somma
Sacerdotessa, e vedi di ascoltarmi:
prendi la poesia e va’ sotto un
albero. Leggila lì. Riflettici per bene.
Qualunque cosa tu abbia in
ballo, devi fare un cambiamento. Questo
è il terzo avvertimento che
mi arriva per te. Stevie Rae, piantala
d’ignorare la verità, perché
quello che fai non riguarda solo te. Hai
capito bene?» Stevie Rae
inspirò a fondo. «Sì.»
«Bene. Adesso vai.» Kramisha fece per
entrare nel dormitorio.
«Ehi, glielo spieghi tu ad Afrodite che
ho delle cose da fare e
quindi non la raggiungo?» Kramisha si
voltò appena. «Sì, ma mi devi
una cena al Red Lobster.»
«Affare fatto. Mi piace il Lobster.»
«Ordinerò tutto quello che mi va.»
«Non avevo dubbi», brontolò sottovoce
Stevie Rae, poi fece un
altro sospiro e si diresse verso gli
alberi.
CAPITOLO 17
STEVIE RAE
Stevie Rae non era sicura di aver capito
il significato della poesia,
ma era certa che Kramisha avesse
ragione: doveva smettere
d’ignorare la verità e fare dei
cambiamenti. Il problema però era che
lei non sapeva se fosse ancora in grado
di riconoscerla, la verità,
figuriamoci di agire di conseguenza.
Fissò la poesia. La sua visione
notturna era così buona che non doveva
nemmeno spostarsi
dall’ombra delle vecchie querce che
fiancheggiavano il lato del
campus che dava su Utica Street e la
stradina laterale che portava
all’ingresso della scuola.
«La poesia ermetica è sempre un gran
casino», mormorò
rileggendo i tre versi.
Devi svelare il tuo cuore.
Il manto dei segreti soffoca la libertà:
sta a lui scegliere.
Parlava di Rephaim. E di lei. Di nuovo.
Stevie Rae si lasciò cadere
ai piedi del grande albero, la schiena
appoggiata alla corteccia
ruvida, traendo conforto dalla
sensazione di forza che le trasmetteva
la quercia. Si presume che debba
svelare il mio cuore, ma a chi? E lo
so che tenere i segreti mi soffoca, però
non posso raccontare a
nessuno di Rephaim. Sta a lui scegliere
la libertà? Sì, certo, ma il
paparino lo tiene talmente stretto che per
lui è quasi impossibile...
Che ironia: un antico immortale e un
mostro mezzo corvo,
mezzo immortale, legati da quella che
fondamentalmente era una
versione vecchia scuola dello stesso
rapporto padre-figlio che una
miliardata di altri ragazzi sperimentava
coi loro genitori stronzi.
Kalona aveva sempre trattato Rephaim
come uno schiavo,
facendogli credere un sacco di cavolate
su se stesso per così tanto
tempo che lui ormai non riusciva
neanche più a capire quanto tutto
ciò fosse sbagliato.
Non che il rapporto tra Stevie Rae e il
Raven Mocker fosse meno
incasinato: erano legati dall’Imprinting e
dalla promessa che la
vampira aveva fatto al toro nero.
«Be’, non proprio solo per quella
promessa», mormorò lei tra sé.
Si era sentita attratta da lui anche prima.
«È che... mi piace», confessò alla notte
silenziosa, incespicando sulle parole
come se ci fossero altri testimoni oltre
agli alberi muti. «Vorrei tanto sapere se
è a causa
dell’Imprinting o perché dentro di lui
c’è qualcuno che merita di
essere amato.»
Restò seduta a fissare l’intreccio di rami
spogli simili a una
ragnatela che aveva sopra la testa. Poi,
visto che si stava confidando
con gli alberi, aggiunse: «Il punto è che
io non dovrei rivederlo mai
più». Anche solo l’idea di Dragone che
scopriva la verità su di lei e
sul mostro che aveva ucciso Anastasia
le faceva venire voglia di
vomitare. «Magari la parte di poesia che
parla di libertà significa che,
se smetto di vederlo, Rephaim sceglierà
di andarsene. Magari, se
stiamo lontani, il nostro Imprinting
sparirà.» Bastava il pensiero a
farle tornare la nausea. «In realtà, vorrei
tanto che qualcuno mi
spiegasse cosa devo fare», disse
imbronciata, appoggiando il mento
sulle mani.
Quasi a risponderle, il vento portò fino a
lei il suono di un
pianto. Stevie Rae aggrottò la fronte e si
mise in ascolto: oh, sì, c’era
decisamente qualcuno che singhiozzava.
Non aveva molta voglia di
seguire quel suono – dato che di pianti a
dirotto ultimamente ne
aveva avuti più che a sufficienza –, ma
quello era così disperato, così
triste che era impossibile ignorarlo: non
sarebbe stato giusto. Perciò
Stevie Rae s’incamminò lungo la
stradina che portava all’ingresso
principale della scuola.
Non capì subito chi fosse quella donna
che piangeva fuori del
grande cancello di ferro battuto.
Avvicinandosi, Stevie Rae notò che
era inginocchiata e che aveva
appoggiato al pilastrino di pietra
quella che sembrava una corona funebre
realizzata con garofani rosa
di plastica e foglie verdi. Davanti a lei
era accesa una candela verde
e, mentre continuava a piangere, la
signora stava tirando fuori della
borsetta una foto. Solo quando la donna
la portò alle labbra per
baciarla, Stevie Rae riuscì a vedere il
suo viso.
«Mami!»
Aveva a malapena bisbigliato, ma sua
mamma alzò la testa di
colpo e i suoi occhi trovarono
immediatamente la figlia.
«Stevie Rae? Piccolina?»
Udendo quella voce, il nodo che
stringeva lo stomaco di Stevie
Rae si sciolse e la ragazza corse al
cancello. Senza altri pensieri se non il
desiderio di raggiungere sua madre,
Stevie Rae scavalcò con facilità
il muro di cinta, atterrando dall’altra
parte.
«Stevie Rae?» Trovando impossibile
parlare, la vampira annuì e
basta, mentre le lacrime iniziavano a
scorrerle sulle guance.
«Oh, piccolina, sono così felice di
rivederti un’ultima volta.» Sua
mamma si tamponò il viso col fazzoletto
di stoffa che stringeva in
mano, cercando di smettere di piangere.
«Tesoro, ovunque ti trovi,
spero che tu sia felice», disse fissando il
volto di Stevie Rae come se
cercasse d’imprimerselo nella memoria.
«Mi manchi così tanto!
Volevo venire prima a lasciare la
corona, la candela e questa foto in
cui sei così carina, ma la bufera me l’ha
impedito. E poi, quando
hanno liberato le strade, non riuscivo
comunque a decidermi a
venire perché lasciare tutto questo
avrebbe reso la cosa definitiva.
Saresti stata morta sul serio.»
«Oh, mami! Anche tu mi sei mancata
tanto!» Stevie Rae si gettò
tra le sue braccia, nascose il viso nel
cappotto fru-fru e, inspirando
odore di casa, prese a singhiozzare
ancora di più.
«Su, su, tesoro. Andrà tutto bene. Vedrai.
Andrà tutto a posto.»
Infine, dopo quelle che sembrarono ore,
Stevie Rae riuscì a guardare
sua mamma.
Virginia «Ginny» Johnson le sorrise tra
le lacrime e la baciò, prima
sulla fronte e poi, con delicatezza, sulle
labbra. Quindi mise la mano
in tasca e prese un secondo fazzoletto,
ancora ben stirato e piegato.
«Meno male che non ne ho portato uno
solo.»
«Grazie, mami. Tu sei sempre pronta a
tutto.» Stevie Rae fece un
sorrisone, si asciugò la faccia e soffiò il
naso. «Non è che per caso hai qualcuno
dei tuoi biscotti al cioccolato?»
La mamma aggrottò la fronte. «Ma come
fai a mangiare?»
«Be’, con la bocca, come sempre.»
«Piccolina, so che tu comunichi
attraverso il mondo degli spiriti.»
Mamma Johnson pronunciò le ultime
parole a bassa voce e facendo
gesti approssimativamente mistici.
«Sono felice comunque di rivedere
la mia bambina, anche se devo
ammettere che mi ci vorrà un
momento per abituarmi all’idea che sei
un fantasma e tutto il resto,
soprattutto uno che piange lacrime vere
e che mangia. Non è che
abbia molto senso.»
«Mami, io non sono un fantasma.»
«Sei una specie di apparizione? Se è
così, piccola, per me non ha
importanza. Io ti voglio bene comunque.
Verrò qui in continuazione
se è qui che vuoi stare. Te lo chiedo solo
per saperlo.»
«Mami, io non sono morta. Non più.»
«Piccolina, hai avuto un’esperienza
paranormale?»
«Oh, mami, non hai idea...»
«E non sei morta? Per niente?»
«No, e a dire il vero non so perché.
Sembrava che fossi morta, ma
poi sono tornata e adesso ho questo.»
Stevie Rae indicò il tatuaggio
rosso di foglie e rampicanti che le
incorniciava il viso. «A quanto
sembra, sono la prima Somma
Sacerdotessa Rossa.»
Mamma Johnson aveva smesso di
piangere, ma la spiegazione di
Stevie Rae le fece di nuovo venire le
lacrime agli occhi. «Non sei
morta...» mormorava tra un singhiozzo e
l’altro. «Non sei morta...»
Stevie Rae l’abbracciò di nuovo, forte.
«Mi dispiace tanto di non
essere venuta a dirtelo. Volevo farlo, lo
volevo davvero. È solo
che... be’, all’inizio non ero del tutto in
me. E poi a scuola si è
scatenato l’inferno. Non potevo
andarmene, e come facevo a
telefonarti e basta? Cioè, come si fa a
chiamare casa e dire: ‘Ciao
mami, non riattaccare. Sono proprio io e
non sono più morta’.
Insomma, è che non sapevo come fare.
Mi dispiace tanto», ripeté,
chiudendo gli occhi e aggrappandosi
alla madre con tutta se stessa.
«No, no, va bene così. Va bene. Quello
che conta è che sei qui e
stai bene.» La mamma di Stevie Rae si
staccò dall’abbraccio quanto
bastava per guardare in faccia la figlia
mentre si asciugava gli occhi.
«Perché stai bene, vero?»
«Sì, mami, è tutto okay.»
Mamma Johnson allungò una mano verso
il mento della ragazza,
costringendola a incrociare il suo
sguardo, poi scosse la testa e, nel
suo deciso e familiare tono materno,
disse: «Non è bello mentire alla
mamma».
Non sapendo cosa replicare, Stevie Rae
rimase immobile a fissare
la madre, mentre dentro di lei
cominciava ad andare in pezzi la
barriera di segreti, bugie e desideri.
«Sono qui con te, piccolina. E ti voglio
bene. Dimmi tutto.»
«Mi trovo in una brutta situazione.
Proprio bruttissima», azzardò
Stevie Rae.
La voce della madre era calda e piena di
amore. «Tesoro, non c’è
niente di più brutto del saperti morta.»
Fu questo a far decidere Stevie Rae:
l’amore incondizionato di sua
madre. Prese un bel respiro e confessò:
«Ho un Imprinting con un
mostro. Un essere mezzo immortale e
mezzo corvo. Lui ha fatto
delle cose brutte. Ma brutte tanto. Ha
persino ucciso delle persone».
L’espressione di mamma Johnson non
cambiò di una virgola, e lei
si limitò a stringere con forza le mani
della figlia. «E questo essere è
qui? A Tulsa?» Stevie Rae annuì. «Però
sta nascosto. Alla Casa della
Notte nessuno sa di lui e di me.»
«Nemmeno Zoey?»
«No, soprattutto Zoey. Lei andrebbe
fuori di testa. Cavolo, mami,
tutti quelli che conosco andrebbero fuori
di testa. Lo so che prima o
poi verrò scoperta. Succederà, e io non
so cosa fare. È così orribile.
Mi odieranno tutti. Non capiranno.»
«Non ti odieranno tutti, piccola. Io non ti
odio.»
Stevie Rae sospirò e poi sorrise. «Ma tu
sei la mia mamma.
Volermi bene è un tuo dovere.»
«È un dovere anche degli amici, se sono
veri amici.» Mamma
Johnson s’interruppe per un istante, poi
chiese: «Piccolina, quella
creatura ti ha fatto qualcosa? Ti ha
ricattata? Insomma, io non so
molto delle abitudini dei vampiri, ma lo
sanno tutti che l’Imprinting
è una cosa seria. Ti ha costretta in
qualche modo? Perché, se è così,
possiamo andare a dirlo alla tua scuola.
Loro capiranno e di certo
troveranno il modo per aiutarti a
liberarti di lui».
«No, no. Ho l’Imprinting con Rephaim
perché lui mi ha salvato la
vita.»
«Ti ha riportata qui dal mondo dei
morti?» Stevie Rae scosse la
testa. «Non so con precisione come ho
fatto a tornare da non-morta,
ma ha a che vedere con Neferet.»
«Allora dovrei ringraziarla. Magari
potrei...»
«No, mami! Devi stare lontana dalla
scuola e da Neferet. Lei non
è buona. Finge di esserlo ma è tutto il
contrario.»
«E questo essere che chiami Rephaim?»
«Lui è stato dalla parte della Tenebra
per un sacco di tempo. Suo
padre è molto ma molto cattivo e gli ha
incasinato la testa.»
«Però ti ha salvato la vita?»
«Due volte, e lo rifarebbe. Sono certa
che lo rifarebbe.»
«Senti, piccola, pensaci bene prima di
rispondere a due domande
che ho da farti.»
«Okay.»
«Primo, tu ci vedi del buono in lui?»
«Sì. Assolutamente», rispose Stevie Rae
senza esitazioni.
«Secondo, ti farebbe del male? Sei al
sicuro con lui?»
«Mami, per salvarmi ha affrontato un
mostro così orribile che non
lo riesco nemmeno a descrivere, un
mostro che si è rivoltato contro
di lui e lo ha ferito. Ferito seriamente. E
tutto per evitare che venissi ferita io.
Credo che morirebbe piuttosto di farmi
del male.»
«Allora, da cuore di mamma a cuore di
figlia, ti dirò una verità:
non riesco neanche a immaginare come
possa essere un misto di
uomo e corvo, ma metterò da parte
questa follia perché ti ha salvata
e tu sei legata a lui. E tutto questo,
tesoro mio, significa che, quando
per lui verrà il momento di scegliere tra
le cose cattive del passato e
un futuro diverso con te, se è abbastanza
forte, sceglierà te.»
«Ma i miei amici non l’accetteranno
mai. E la cosa peggiore è che i
vampiri cercheranno di ucciderlo.»
«Senti, se il tuo Rephaim ha fatto le cose
orribili che dici, e io ti
credo, allora qualche conseguenza la
dovrà pagare. Ma questo
riguarda lui, non te. Devi ricordarti una
cosa: le uniche azioni che
puoi controllare sono le tue. Piccola,
devi solo fare quello che è
giusto. Sei sempre stata brava in questo.
Proteggi quelli cui vuoi
bene. Difendi ciò in cui credi. Ecco, non
puoi fare altro. E, se questo
Rephaim sarà al tuo fianco, potresti
stupirti dei risultati che potrai
ottenere.»
Stevie Rae sentì gli occhi riempirsi di
nuovo di lacrime. «Mi aveva
detto che dovevo venire da te. Non ha
mai conosciuto la sua
mamma. Lei è stata violentata da suo
padre ed è morta quando lui è
nato. Però, non molto tempo fa, mi ha
detto che dovevo trovare la
maniera di vederti.»
«Piccola, un mostro non la direbbe una
cosa simile.»
«Lui però non è nemmeno umano!»
Stevie Rae stringeva le mani
di sua madre con tanta forza da avere le
dita intorpidite, ma non
poteva lasciarle. Non l’avrebbe mai
lasciata.
«Stevie Rae, neanche tu sei umana, non
più, e per me non fa la
minima differenza. Questo Rephaim ti ha
salvato la vita. Due volte.
Quindi a me non importa se è metà
rinoceronte e ha un corno che
gli spunta sulla fronte. Ha salvato la mia
bambina e, la prossima
volta che lo vedi, devi dirgli da parte
mia che si merita un
grandissimo abbraccio.» A Stevie Rae
scappò una risatina al pensiero
di vedere sua madre che abbracciava
Rephaim. «Glielo dirò.» Il viso
di mamma Johnson si fece molto serio.
«Sai, prima dirai a tutti la
verità su di lui, meglio sarà. Giusto?»
«Lo so. Ci proverò. In questo periodo
stanno succedendo un sacco
di cose, e non è il momento migliore per
scaricare sugli altri anche
questo.»
«È sempre il momento giusto per dire la
verità», sentenziò la
donna.
«Oh, mami, non so come ho fatto a
cacciarmi in questo delirio!»
«Ma sì che lo sai, piccola. Io non ero
qui, eppure posso dirti che ci
dev’essere qualcosa di quella creatura
che ti ha colpita, qualcosa che
potrebbe finire per aiutarla a
redimersi.»
«Solo se è abbastanza forte. E io non so
se lo è. Per quanto ne so
io, non si è mai opposto a suo padre.»
«Il padre approverebbe che tu stia con
lui?» Stevie Rae sbottò:
«Neanche per sogno!»
«Però lui ti ha salvato la vita due volte e
ha creato un Imprinting
con te. Tesoro, a me sembra proprio che
sia da un po’ ormai che si
oppone a suo padre.»
«No, è successo tutto mentre suo padre
era, come dire, all’estero.
Adesso è tornato, e Rephaim ha
ricominciato a fare tutto quello che
vuole lui.»
«Sul serio? E tu come fai a saperlo?»
«Me l’ha detto oggi quand’è...» Stevie
Rae non terminò la frase,
sgranando gli occhi.
Sua mamma sorrise e assentì. «Visto?»
«Ohsssantocielo! Potresti avere
ragione!»
«Ma certo che ho ragione. Sono la tua
mamma.»
«Ti voglio bene, mami», disse Stevie
Rae.
«Ti voglio bene anch’io, piccolina.»
CAPITOLO 18
REPHAIM
«Non posso credere che tu voglia farlo»,
esclamò Kalona
camminando avanti e indietro sul
terrazzo del Mayo.
«È necessario, è il momento ed è la cosa
giusta da fare!» La voce di
Neferet era un crescendo, quasi lei
stesse per esplodere.
«La cosa giusta da fare? Neanche fossi
una creatura della Luce!»
Rephaim non era riuscito a trattenersi,
né a dare un tono meno
incredulo alla propria voce.
Neferet si voltò verso di lui come una
furia. Sollevò una mano e i
tentacoli di potere tremolarono nell’aria
intorno a lei, per poi
scivolare sotto la sua pelle.
A quella vista, Rephaim ricordò il
dolore terribile provocato dal
tocco dei fili di Tenebra e gli si strinse
lo stomaco. In modo
automatico, arretrò di un passo.
«Mi stai forse contestando, mezzo
corvo?» Neferet sembrava
pronta a scagliare la Tenebra contro di
lui.
«Rephaim non ti sta contestando, e
neppure io. Semplicemente
siamo entrambi stupiti», disse Kalona in
tono calmo e autorevole,
mettendosi tra la Tsi Sgili e il figlio.
«È l’unica cosa che Zoey e i suoi alleati
non si aspettano. Quindi,
anche se mi disgusta, mi sottometterò a
lei... e in questo modo la
renderò del tutto inoffensiva: se oserà
anche solo mormorare
qualcosa contro di me, tutti la vedranno
per la ragazzetta petulante
che è in realtà.»
«Pensavo avresti preferito distruggerla
invece che umiliarla»,
riprese Rephaim.
Neferet sghignazzò e si rivolse a lui
come se fosse un idiota.
«Potrei ucciderla anche stanotte tuttavia,
comunque io orchestri la
cosa, verrei sospettata. Persino quelle
bacucche rimbambite del
Consiglio Supremo si sentirebbero in
dovere di venire qui... a
osservarmi, a interferire coi miei piani.
No, non sono ancora pronta
e, finché non lo sarò, voglio che Zoey
Redbird se ne stia a cuccia al
posto che le compete. È solo una novizia
e, da questo momento in
poi, verrà trattata come tale. Inoltre
intendo occuparmi anche del
suo gruppetto di amici, soprattutto di
quella che si definisce prima
’Somma Sacerdotessa Rossa’. Stevie
Rae? Una Somma Sacerdotessa?
Ho intenzione di rivelare chi è in
realtà.»
«Chi è?» dovette chiedere Rephaim, pur
tenendo la voce bassa e
l’espressione più assente che poteva.
«È una vampira che ha conosciuto, e
persino abbracciato, la
Tenebra.»
«Ma alla fine ha scelto la Luce», replicò
Rephaim, che si accorse di
aver parlato troppo in fretta quando
Neferet strinse le palpebre.
«Il fatto che sia stata toccata dalla
Tenebra l’ha cambiata per
sempre», intervenne Kalona.
Neferet gli rivolse un sorriso dolce.
«Hai proprio ragione, mio
Consorte.»
«L’aver conosciuto la Tenebra non può
avere dato più forza alla
Rossa?» Rephaim non ce la faceva
proprio a non chiedere.
«È ovvio che sia così. La Rossa è una
vampira potente, anche se
giovane e inesperta, per questo è così
utile al nostro scopo», spiegò
Kalona.
«Ritengo che in Stevie Rae ci sia più di
quanto ha mostrato ai suoi
amichetti. L’ho vista mentre si trovava
nella Tenebra. Ci godeva.
Dico che dobbiamo osservarla e
scoprire cosa c’è sotto quell’aspetto
luminoso e innocente», concluse Neferet
in tono sarcastico.
«Come dessssideri», ribatté Rephaim,
disgustato che Neferet
l’avesse fatto arrabbiare al punto di
sibilare come un animale.
Neferet lo fissò. «Percepisco un
cambiamento in te.»
Rephaim s’impose di continuare a
sostenere il suo sguardo. «In
assenza di mio padre, sono stato più
vicino alla morte e alla Tenebra
di quanto non mi fosse mai accaduto. Se
percepisci un cambiamento
in me, può darsi sia per questo.»
«Può darsi», ripeté lentamente Neferet.
«Ma può anche darsi di
no. Come mai ho il sospetto che tu non
sia del tutto felice che tuo
padre e io siamo tornati a Tulsa?»
Rephaim cercò di nascondere alla
Tsi Sgili l’odio e la rabbia che si
agitavano in lui. «Sono il figlio
prediletto di mio padre. Come sempre,
sto al suo fianco. I giorni in
cui è stato lontano da me sono stati i più
bui della mia esistenza.»
«Davvero? Ma che cosa terribile!»
commentò sarcastica Neferet.
Poi, come a chiudere il dialogo con lui,
gli voltò le spalle per
rivolgersi a Kalona. «Le parole del tuo
prediletto mi ricordano una
cosa: dov’è il resto delle creature che
chiami figli? Una manciata di
novizi e di suore non sarà certo riuscita
a ucciderli tutti.» Kalona
strinse i denti e i suoi occhi si accesero
di una luce ambrata.
Accortosi che il padre faticava a
controllare la rabbia, Rephaim si
affrettò a intervenire: «Alcuni miei
fratelli sono sopravvissuti. Li ho
visti fuggire quando tu e mio padre siete
stati banditi».
Le palpebre di Neferet si strinsero a
fessura. «Io non sono più
bandita.»
Non più, ma una manciata di novizi e di
suore una volta c’è
riuscita, pensò Rephaim sostenendo il
suo sguardo senza battere
ciglio.
Di nuovo, fu Kalona a distogliere da lui
l’attenzione della Tsi Sgili.
«Gli altri non sono come Rephaim. A
loro serve aiuto per
nascondersi in una città senza venire
individuati. Devono aver
trovato dei posti sicuri più lontano dalla
civiltà.» Ormai tratteneva a
stento la rabbia.
Rephaim si chiese quanto fosse
diventata cieca Neferet: credeva
davvero di essere così potente da poter
punzecchiare in
continuazione un antico immortale senza
pagarne le conseguenze?
«Be’, adesso siamo tornati. Dovrebbero
essere qui. Sono
un’aberrazione della natura, ma sono
pure molto utili. Durante il
giorno possono stare nell’appartamento,
sempre che stiano lontani
dalla mia camera da letto. Di sera
possono strisciare fuori in attesa
dei miei ordini.»
«Vorrai dire dei miei ordini.» Kalona
non aveva alzato la voce, ma
la forza che vi s’intuiva fece venire i
brividi a Rephaim. «I miei figli
obbediscono solo a me. Sono legati a me
dal sangue, dalla magia e
dal tempo. Soltanto io posso
controllarli.»
«Allora presumo tu possa controllarli
abbastanza da farli venire
qui.»
«Certamente.»
«Bene, richiamali o falli radunare da
Rephaim, come ti pare. Non
posso occuparmi io di tutto.»
«Come desideri», disse Kalona
echeggiando le parole di Rephaim.
«Adesso vado a umiliarmi davanti a una
scuola piena di esseri
inferiori perché tu non hai impedito a
Zoey Redbird di tornare in
questo mondo.» I suoi occhi sembravano
ghiaccio verde. «Ed è per
questo che tu adesso obbedisci solo a
me. Fatti trovare qui quando
torno.» Neferet lasciò il terrazzo. Il suo
lungo mantello sembrava sul
punto di restare incastrato nella porta
che le si stava chiudendo alle
spalle, ma all’ultimo momento
s’increspò e zampettò vicino alla Tsi
Sgili, avvolgendosi attorno alle sue
caviglie come un’appiccicosa
pozza di catrame.
Rephaim affrontò suo padre, l’antico
immortale che serviva
fedelmente da secoli. «Come puoi
permettere che ti parli così? Che ti
usi così? Ha definito i miei fratelli
aberrazioni della natura, ma è lei il vero
mostro!» Sapeva che non si sarebbe
dovuto rivolgere a lui in
quel modo, tuttavia non era riuscito a
trattenersi: vedere
l’orgoglioso e potente Kalona
comandato a bacchetta come un
servitore gli era insopportabile.
Rephaim aveva già visto scatenarsi l’ira
di suo padre, perciò
sapeva cos’aspettarsi quando lui si
avvicinò. Kalona spalancò le
grandi ali, ma il colpo non arrivò.
Lo sguardo dell’immortale era pieno di
disperazione, non di
rabbia. «Non anche tu. Da lei mi aspetto
disprezzo e slealtà: ha
tradito una dea per liberarmi. Ma tu...
non avrei mai creduto che
potessi rivoltarti contro di me.»
«Padre, no! Non l’ho fatto!» disse
Rephaim, allontanando dalla
mente ogni pensiero relativo a Stevie
Rae. «Solo non riesco a
sopportare il modo in cui ti tratta.»
«Ecco perché devo scoprire un sistema
per spezzare quel
maledetto giuramento.» Kalona sbuffò,
frustrato, e si accostò alla
balaustra di pietra, fissando la notte. «Se
solo Nyx si fosse tenuta
fuori dal combattimento con Stark... Lui
sarebbe rimasto morto e,
nel profondo dell’anima, so che Zoey
non avrebbe trovato la forza
di tornare in questo regno e al suo
corpo, non dopo aver perso
anche lui.»
Rephaim raggiunse il padre. «Morto?
Nell’Aldilà hai ucciso Stark?»
«Sì, certo. Lui e io abbiamo lottato e,
ovviamente, io l’ho ucciso.
Non aveva la minima possibilità di
sconfiggermi, anche se era
riuscito a diventare un Guardiano e a
impugnare la grande
claymore.»
Rephaim era incredulo. «Nyx ha
resuscitato Stark? Ma la Dea non
interferisce con le decisioni umane. E
quella di difendere Zoey contro
di te era stata una decisione di Stark.»
«Non è stata Nyx a resuscitare Stark.
Sono stato io.»
«Tu?» Rephaim era sconvolto.
Kalona annuì e continuò a fissare il
cielo, evitando d’incrociare lo
sguardo del figlio. «Ho ucciso Stark.
Pensavo che, a quel punto, Zoey
si sarebbe tirata indietro, preferendo
rimanere nell’Aldilà insieme
con l’anima del suo Guerriero e del suo
Consorte. O magari che il
suo spirito sarebbe rimasto per sempre
in pezzi e lei si sarebbe
trasformata in un Caoinic Shi, uno
spettro sempre in movimento.
Anche se non desideravo si verificasse
quest’ultima possibilità. Io non
la odio quanto Neferet.» Il suo tono era
così teso da sembrare che lui
si stesse strappando a forza dalla gola
ogni parola.
A Rephaim pareva che il padre si
rivolgesse più a se stesso che
non a lui perciò, quando si zittì, restò
pazientemente in silenzio,
aspettando che continuasse.
«Zoey è più forte di quanto non avessi
previsto», disse infine
Kalona rivolto alla notte. «Invece di
tirarsi indietro o di andare
definitivamente in pezzi, ha attaccato.»
Al ricordo, l’immortale
ridacchiò. «Mi ha infilzato con la mia
stessa lancia e poi mi ha
ordinato di ridare la vita a Stark, come
pagamento per il debito che
avevo contratto con lei quando avevo
ucciso quel suo ragazzo.
Ovviamente mi sono rifiutato.»
«Ma, padre, il debito di una vita è una
cosa potente!» sbottò
Rephaim.
«Vero, ma io sono un immortale potente.
Le conseguenze che
ricadono sui mortali non mi riguardano.»
Simili a un vento gelido, i pensieri di
Rephaim presero a
bisbigliargli nella testa: Forse si
sbaglia. Forse quello che gli sta
succedendo è parte delle conseguenze
che pensava di non dover
pagare perché è troppo potente. Ma lui
non era tanto ingenuo da
contraddire Kalona, perciò si limitò a
chiedere: «Quindi ti sei
rifiutato di obbedire a Zoey... e poi
cos’è successo?»
«È arrivata Nyx, ecco cos’è successo»,
replicò con amarezza
Kalona. «Potevo opporre un rifiuto a una
Somma Sacerdotessa
bambina, ma di certo non alla Dea. Non
potrei mai rifiutare
qualcosa alla Dea. Ho soffiato in Stark
un frammento della mia
immortalità. Lui ha ripreso a vivere e
Zoey è tornata al suo corpo,
riuscendo a salvare dall’Aldilà anche il
suo Guerriero. E adesso sono
sotto il controllo di una Tsi Sgili
completamente pazza, almeno
secondo il mio parere.» A quel punto,
Kalona guardò Rephaim. «Se
non spezzo questo legame, potrebbe
trascinarmi con sé nella sua
follia. Erano secoli che non percepivo
un rapporto così stretto con la
Tenebra quanto quello che ha lei. È
qualcosa di molto potente, oltre
che affascinante e pericoloso.»
«Dovresti uccidere Zoey.» Rephaim lo
disse lentamente, esitando,
odiandosi per ogni sillaba pronunciata,
perché sapeva quanto dolore
avrebbe provocato a Stevie Rae la
morte della sua amica.
«Naturalmente ci ho già pensato...»
Rephaim trattenne il fiato.
«Però sono giunto alla conclusione che
uccidere Zoey Redbird
sarebbe un palese affronto a Nyx. È da
moltissimo tempo che non
servo la Dea. Ho fatto cose che lei
considererebbe... imperdonabili.
Ma non ho mai tolto la vita a una
sacerdotessa al suo servizio.»
«Temi Nyx?»
«Solo uno sciocco non teme una dea.
Persino Neferet si tiene al
riparo dall’ira di Nyx non uccidendo
Zoey, anche se la Tsi Sgili non
lo ammetterebbe neanche con se stessa.»
«Neferet è così gonfia di Tenebra che
non pensa più in modo
razionale.»
«Vero, ma ciò non significa che non sia
furba. Per esempio, sono
convinto che possa avere ragione
riguardo alla Rossa: potrebbe
essere usata da noi o magari addirittura
allontanata dalla strada che
ha scelto.» Kalona si strinse nelle
spalle. «Oppure potrebbe
continuare a rimanere al fianco di Zoey
e venire distrutta quando
Neferet l’attaccherà.»
«Padre, io non credo che Stevie Rae stia
semplicemente al fianco
di Zoey. Penso stia anche con Nyx. Mi
pare logico presumere che la
prima Somma Sacerdotessa Rossa di
Nyx sia speciale agli occhi della
Dea. Per questo non sarebbe meglio non
coinvolgere neppure lei,
oltre a Zoey?»
Kalona assentì con aria solenne. «Figlio
mio, credo tu abbia
ragione. Se la Rossa non si allontanerà
dalla via della Dea, io non la
toccherò. E, se Neferet distruggerà
Stevie Rae, sarà lei a incorrere
nell’ira della Dea.»
Rephaim mantenne un ferreo controllo su
tono di voce ed
espressione. «È una decisione saggia,
padre.»
«Ovviamente ci sono altri modi per
ostacolare una Somma
Sacerdotessa senza ucciderla.»
«Cos’hai intenzione di fare per
ostacolare la Rossa?»
«Nulla, almeno finché Neferet non sarà
riuscita ad allontanarla
dalla strada che ha scelto. A quel punto,
deciderò se guidare i suoi
poteri o farmi da parte quando Neferet
la distruggerà.» Kalona
accantonò il problema con un gesto della
mano. «Pensiamo
piuttosto a Zoey. Se si opponesse
pubblicamente a Neferet, la Tsi
Sgili sarebbe distratta. E tu e io
potremmo concentrarci su come
spezzare il mio legame con lei.»
«Ma, come ha detto Neferet, se dopo
stasera Zoey dicesse
qualcosa contro di lei, verrebbe
rimproverata e screditata. Zoey è
abbastanza saggia da capirlo. Non si
scontrerà apertamente con
Neferet.»
Kalona sorrise. «Ah, ma che
succederebbe se il suo Guerriero, il
suo Guardiano, l’unica persona sulla
terra di cui si fida nel modo più
assoluto, iniziasse a mormorarle che non
dovrebbe consentire alla Tsi
Sgili di passarla liscia per tutte le sue
malefatte? Che deve
ottemperare al proprio ruolo di Somma
Sacerdotessa e opporsi a lei,
quali che siano le possibili
conseguenze?»
«Stark non lo farebbe mai.»
«Il mio spirito può entrare nel corpo di
Stark.»
Rephaim restò senza fiato. «Come?»
Kalona si strinse nelle ampie spalle.
«Non so. Non avevo mai
sperimentato una cosa simile.»
«Dunque è un legame più forte
dell’entrare nel regno dei sogni
per trovare uno spirito addormentato?»
«Molto di più. Stark era completamente
sveglio e io ho seguito
una scia che pensavo mi avrebbe portato
da A-ya nel regno dei
sogni, se Zoey fosse stata addormentata.
Invece mi ha portato da
Stark. Dentro Stark. Credo abbia
percepito qualcosa, ma non ritengo
sapesse che ero io.» Kalona inclinò la
testa, pensieroso. «È possibile
che la mia capacità di unire il mio
spirito al suo sia il risultato della
scheggia d’immortalità che ho infuso in
lui.»
... la scheggia d’immortalità che ho
infuso in lui. Le parole del
padre si agitavano nella mente di
Rephaim. Doveva esserci qualcosa,
qualcosa che sfuggiva a entrambi.
«Avevi già condiviso con qualcuno
la tua immortalità?»
«No di certo. La mia immortalità non è
un potere che
condividerei con altri di mia spontanea
volontà.»
E, all’improvviso, l’idea che si
nascondeva in un angolo del
cervello di Rephaim gli divenne chiara:
non c’era da stupirsi se
Kalona era sembrato diverso da quando
era tornato dall’Aldilà!
Adesso tutto aveva senso. «Padre! Quali
erano i termini esatti del
giuramento che hai fatto a Neferet?»
Kalona lo guardò perplesso, ma recitò
comunque la formula: «Se
avessi fallito nel tentativo di distruggere
Zoey Redbird, Somma
Sacerdotessa novizia di Nyx, Neferet
avrebbe avuto il controllo
assoluto del mio spirito fintanto che io
fossi stato un immortale».
Rephaim fu attraversato da un brivido di
eccitazione. «E come fai
a sapere che Neferet ha realmente il
controllo assoluto del tuo
spirito?»
«Non ho distrutto Zoey, ecco come
faccio a saperlo.»
«No, padre. Se hai condiviso la tua
immortalità con Stark, tu non
sei più completamente immortale,
proprio come Stark non è più del
tutto mortale. Le condizioni perché il
giuramento sia valido non
esistono, e non sono mai esistite.
Dunque tu non sei legato a
Neferet.»
«Non sono legato a Neferet?»
L’espressione di Kalona passò
dall’incredulità allo sconcerto e, infine,
alla gioia.
«Non credo che tu lo sia», affermò
Rephaim.
«C’è soltanto un modo per esserne
sicuri», ribatté Kalona.
Rephaim annuì. «Devi disobbedirle
apertamente.»
«Questo, figlio mio, sarà un vero
piacere.»
Osservando il padre spalancare le
braccia all’indietro e gridare di
gioia verso il cielo, Rephaim capì che
quella sera sarebbe cambiato
tutto e che, qualunque cosa fosse
accaduta, doveva trovare il modo
di assicurarsi che Stevie Rae ne uscisse
sana e salva.
CAPITOLO 19
ZOEY
«Hai proprio un’aria stanca.» Sfiorai il
viso di Stark come se potessi
cancellare quelle brutte occhiaie. «Mi
pareva che avessi dormito per
quasi tutto il viaggio.»
Stark mi baciò il palmo della mano e si
esibì in un misero
tentativo del suo tipico sorrisetto
sbruffone. «Sto da dio. È solo il jet lag.»
«Come puoi avere il jet lag ancora
prima che abbiano tirato su il
portellone del jet?» Accennai col mento
alla hostess vampira
impegnata a fare qualunque cosa sia che
dev’essere fatta per poter
aprire un aereo dopo l’atterraggio.
Si udì un sibilo e l’indicatore luminoso
delle cinture di sicurezza
prese a fare uno scocciante ding! ding!
«Ecco, il portellone è aperto. Adesso
posso avere il jet lag»,
sentenziò Stark slacciandosi la cintura.
Sapendo che stava solo facendo lo
scemo, gli afferrai il polso
costringendolo a rimanere seduto. «Lo
vedo che qualcosa non va.»
Stark sospirò. «Ho soltanto ricominciato
a fare brutti sogni, tutto
qui. E, quando mi sveglio, non riesco
neanche a ricordarmeli. Non
so perché, ma questa per me è la cosa
peggiore. Probabilmente è
uno strano effetto collaterale dell’essere
stato nell’Aldilà.»
«Grandioso. Soffri di PTSD. Lo sapevo.
Ehi, mi pare di aver letto
in una delle newsletter della Casa della
Notte che Dragone è uno dei
consulenti psicologici della scuola.
Forse dovresti andare da lui e...»
«No!» m’interruppe, poi, vedendo che lo
guardavo male, mi
baciò sul naso. «Smettila di
preoccuparti. Sto bene. Non ho bisogno
di parlare a Dragone dei miei brutti
sogni. E poi non ho idea di che
diavolo sia ‘sto PTSD ma mi suona un
po’ troppo come Patologia
Trasmissibile Sessualmente, il che lo
rende piuttosto equivoco.»
Non potei non ridacchiare. «Equivoco?
Sembri Seoras.»
«Aye, wumman, allora taci e alza le
chiappe dal sedile!»
Scossi la testa. «Non mi chiamare
wumman! E poi mette i brividi
che tu riesca a imitare così bene
quell’accento.» Però aveva ragione
sul fatto che dovessimo scendere
dall’aereo, quindi mi alzai e
aspettai che prendesse il mio bagaglio a
mano. Mentre scendevamo
la scaletta, aggiunsi: «E PTSD sta per
Post Traumatic Stress Disorder,
cioè disturbo post-traumatico da stress».
«Come lo sai?»
«Ho inserito in Google i tuoi sintomi ed
è saltato fuori questo.»
«Cos’è che hai fatto?» chiese a voce
talmente alta che una donna
col golfino ricamato ci diede
un’occhiataccia.
«Sstt.» Lo presi sottobraccio per
potergli parlare senza far voltare
tutti a bocca aperta. «Senti, ti comporti
in modo strano: sei stanco,
distratto, irascibile... e dimentichi le
cose. L’ho messo in Google ed è
uscito PTSD. Probabilmente ti serve un
aiuto.»
Mi guardò con scritto in faccia tu-seipazza. «Zy, io ti amo. Ti
proteggerò e ti starò accanto per il resto
della mia vita. Ma devi
piantarla di cercare in rete roba medica.
Soprattutto roba che
riguarda me.»
«È solo che mi piace essere informata.»
«Ti piace metterti strizza da sola
leggendo di malattie spaventose.»
«E allora?» Mi sorrise, e stavolta
sembrò sbruffone e molto figo.
«Allora lo ammetti.»
«Non necessariamente», replicai
dandogli una gomitata.
Non riuscii ad aggiungere altro, perché
in quel momento fui
travolta da una specie di minitornado
dell’Oklahoma, che mi
abbracciava e piangeva e parlava tutto
allo stesso tempo.
«Zoey! Ohsssantocielo! Che bello
vederti! Mi sei mancata da
matti. Stai bene? È terribile la storia di
Jack, vero?»
«Oh, Stevie Rae, anche tu mi sei
mancata!» Ed eccomi a
piagnucolare insieme con lei,
restandocene lì ad abbracciarci come se
in qualche modo il contatto fisico
potesse aggiustare tutte le cose
sbagliate del nostro mondo.
Stark ci osservava sorridendo e, mentre
prendeva il pacchetto di
Kleenex che si teneva sempre in tasca da
quando eravamo tornati
dall’Aldilà, pensai che forse – solo
forse – il contatto fisico unito ad
amore e affetto poteva quasi migliorare
le cose nel nostro mondo.
«Forza», dissi a Stevie Rae mentre
prendevamo i fazzoletti di Stark
e tutti e tre attraversavamo tenendoci
sottobraccio l’immensa porta
girevole che ci catapultò nella fredda
sera di Tulsa. «Andiamo a casa,
e per strada mi puoi raccontare tutto
della gigantesca e puzzolente
montagna di cacca che mi aspetta.»
«Modera il linguaggio, u-we-tsi-a-ge-utsa.»
«Nonna!» Mi sganciai da Stevie Rae e
da Stark e corsi tra le sue
braccia. La strinsi forte, lasciandomi
avvolgere dall’affetto e dal
profumo di lavanda. «Oh, nonna, sono
così felice che tu sia qui!»
«U-we-tsi-a-ge-u-tsa, figlia, fatti
guardare.» La nonna mi allontanò,
tenendomi le mani sulle spalle, per
studiare il mio viso. «È vero, stai
di nuovo bene e sei tornata in te.» Poi
chiuse gli occhi e mormorò:
«Grazie di questo, Grande Madre».
Dopo di che ricominciammo ad
abbracciarci e a ridere.
«Come facevi a sapere che stavo
tornando?» le chiesi in una pausa
tra un abbraccio e l’altro.
«Gliel’hanno detto i suoi super sensi?»
s’informò Stevie Rae
facendosi avanti per salutare la nonna.
Lei sorrise, serafica. «No. Qualcosa di
molto più mondano. O
forse farei meglio a dire qualcuno di
molto più mondano, anche se
non sono certa sia l’aggettivo adatto a
questo prode Guerriero.»
«Stark? Hai chiamato mia nonna?» Mi
fece un sorriso da
ragazzaccio e ribatté: «Certo, mi piace
avere una scusa per telefonare
a un’altra bella donna che si chiama
Redbird».
«Vieni qui, adulatore», disse la nonna.
Scossi la testa mentre Stark
l’abbracciava con infinita cautela, quasi
avesse paura che potesse rompersi. Ha
telefonato a mia nonna e le
ha detto a che ora atterrava l’aereo.
Quando Stark incrociò il mio sguardo,
gli mimai un grazie con le
labbra, e il suo sorriso divenne ancora
più grande.
Poi la nonna fu di nuovo al mio fianco,
tenendomi per mano.
«Ehi, che ne dite se Stevie Rae e io
andiamo a prendere la macchina
mentre voi parlate un po’?» propose
Stark.
Ebbi appena il tempo di annuire che i
due erano già spariti,
lasciando la nonna e me su una panchina.
Ci sedemmo e per un
secondo restammo in silenzio, tenendoci
per mano. Non mi resi
conto di stare piangendo finché lei non
mi asciugò delicatamente le
lacrime.
«Lo sapevo che saresti tornata», esordì.
«Mi dispiace di averti fatta
preoccupare. Mi dispiace di non...»
«Sstt, non c’è bisogno di scusarsi. Hai
fatto del tuo meglio, e per
me è sempre abbastanza.»
«Sono stata debole, nonna. Sono ancora
debole», confessai con
sincerità.
Mi sfiorò dolcemente una guancia. «No,
gioia, tu sei giovane,
tutto qui. Mi dispiace per il tuo Heath.
Sentirò la mancanza di quel
giovanotto.»
«Anch’io», dissi, sbattendo le palpebre
come una forsennata per
non ricominciare a piangere.
«Ma ho la sensazione che voi due vi
ritroverete. Magari in questa
vita, magari nella prossima.»
Annuii. «È quello che ha detto anche lui,
prima di passare nel
regno successivo dell’Aldilà.»
Il sorriso della nonna era sereno.
«L’Aldilà... so che le circostanze
erano terribili, ma ti è stato fatto un
grande dono consentendoti di
andarci e di tornare.»
Le sue parole mi fecero pensare,
pensare sul serio. Da quand’ero
tornata nel mondo reale, mi ero sentita
stanca, triste e confusa e poi,
finalmente, grazie a Stark mi ero sentita
contenta e innamorata. «Ma
non mi sono sentita riconoscente. Non
avevo capito che grande
dono mi era stato fatto.» Avrei voluto
darmi una martellata in
fronte. «Nonna, sono una Somma
Sacerdotessa di schifo.»
La nonna rise. «Oh, Zoeybird, se fosse
vero, non ti metteresti in
dubbio né ti rimprovereresti per i tuoi
errori.» Sbuffai. «Non credo
sia previsto che le Somme Sacerdotesse
facciano errori.»
«Ma certo, invece. Altrimenti come
farebbero a imparare e
crescere?»
Ero sul punto di ribattere che avevo fatto
abbastanza errori da
essere cresciuta tipo qualche centinaio
di metri, però sapevo che non
era quello che intendeva. Quindi
sospirai. «Ho un sacco di difetti.»
«Ci vuole una donna saggia per
ammetterlo.» La tristezza fece
svanire il suo sorriso. «È una delle
differenze principali tra te e tua
madre.»
«Mia madre... Ultimamente ho pensato
spesso a lei.»
«Anch’io. È da diversi giorni che Linda
è molto vicina alla mia
mente.» Guardai la nonna aggrottando la
fronte. Di solito quando
qualcuno era «vicino alla sua mente»
significava che le stava
succedendo qualcosa. «L’hai sentita?»
«No, ma sono convinta che la sentirò
presto. Mandale pensieri
positivi, u-we-tsi-a-ge-u-tsa.»
«Lo farò.» In quel momento, il mio
Maggiolino si avvicinò
scoppiettando, familiare e fighissimo
tutto azzurro acquamarina con
le cromature scintillanti.
«È meglio che rientri a scuola,
Zoeybird. Ci sarà bisogno di te
stasera», sentenziò la nonna col suo tono
più serio.
Ci alzammo e ci abbracciammo ancora.
Dovetti farmi forza per
lasciarla andare. «Nonna, stanotte ti
fermi a Tulsa?»
«Oh, no, gioia. Ho troppe cose da fare.
Domani a Tahlequah ci
sarà un grande powwow e io ho
preparato dei deliziosi sacchetti di
lavanda. Ci ho ricamato sopra degli
uccellini rossi con le perline.» Mi
sorrise.
Le feci un sorrisone e l’abbracciai
un’altra volta. «Ne tieni uno per
me?»
«Sempre. Ti voglio bene, u-we-tsi-a-geu-tsa.»
«Anch’io ti voglio bene», replicai.
Stark saltò fuori dal Maggiolino e prese
sottobraccio la nonna, per
aiutarla ad attraversare la strada
affollata che separava il terminal
dell’aeroporto dal parcheggio. Quindi
tornò da me corricchiando.
Quando mi aprì la portiera, gli
appoggiai le mani sul petto e gli tirai
la maglia in modo da farlo chinare e
baciarlo. «Sei il miglior
Guerriero del mondo», dissi, labbra
contro labbra.
«Aye», replicò, gli occhi che
luccicavano.
Infilandomi sul sedile posteriore, nello
specchietto incrociai lo
sguardo di Stevie Rae che stava al
volante. «Siete stati gentili a darmi
qualche minuto assieme alla nonna.»
«Nessun problema, Zy. Lo sai che le
voglio bene.»
«Già, anch’io.» Poi raddrizzai le spalle
e, sentendomi piena di
forza, continuai: «Okay. D’accordo.
Raccontami tutte le scempiate in
cui andrò a impantanarmi quando
rientrerò a scuola».
«Trattieni i cavalli perché è un casino
colossale», esordì Stevie Rae
mettendo la freccia per immettersi sulla
strada.
«Ma se a te nemmeno piacciono i
cavalli», ribattei.
«Esatto», disse lei, il che proprio non
aveva senso ma mi fece
ridere. E già, scempiate colossali o no,
ero proprio contenta di essere
a casa.
«Ancora non riesco a credere che le
vampire del Consiglio
Supremo siano state così ingenue», dissi
all’incirca per la milionesima
volta mentre Stevie Rae mi aiutava a
scegliere cosa indossare per
accendere la pira funebre di Jack.
Rabbrividii.
Senza bussare, Afrodite entrò
volteggiando nella stanza. Diede
un’occhiata al maglioncino a collo alto
nero e ai jeans dello stesso
colore che tenevo in mano e sbottò: «Oh,
ma che cazzo! Non puoi
metterti quella roba. Devi accendere la
pira funebre di un gay. Ma lo
sai come si sentirebbe mortificato Jack
se ti vedesse vestita in quel
modo, per non parlare di Damien?
Cos’è, Anita Blake ha messo in
svendita il suo guardaroba?»
«Chi è Anita Blake?» chiese Stevie Rae.
«Un’ammazzavampiri inventata da una
ragazza umana che ha un
senso della moda peggio che tragico.»
Afrodite indossava un vestito
aderentissimo color zaffiro un po’
luccicante, ma non tanto da
sembrare uno di quei modelli da ballo
della scuola scartati da
David’s Bridal, lo stilista degli abiti da
cerimonia. A dire il vero, lei era
splendida e assolutamente di classe,
come al solito.
Probabilmente perché Victoria, la sua
personal shopper del super
scicchissimo Miss Jackson’s di Utica
Square, aveva messo via per lei
quell’accidenti di abito non appena era
arrivato in negozio e poi
l’aveva addebitato direttamente sulla
carta platino della sua
mammina. Sigh. Chissà perché, un po’
mi faceva male al cuore.
Comunque, Afrodite raggiunse a grandi
passi il mio armadio,
l’aprì e, dopo un’occhiata piena di
disgusto al mio guardaroba, prese
il vestito che mi aveva dato lei la sera
del mio primo Rituale delle
Figlie Oscure. Era nero e a maniche
lunghe ma, a differenza di jeans
e maglione, mi donava. Intorno alla
profonda scollatura rotonda,
sulle maniche morbide e sull’orlo era
anche decorato con delle
perline di vetro che scintillavano a ogni
movimento e si accordavano
alla perfezione con la tripla luna, il
ciondolo di Capo delle Figlie
Oscure, che portavo al collo.
«Questo vestito non è legato a ricordi
tanto belli...» commentai.
«Sì, okay, però ti sta bene. È adatto e,
cosa più importante, a Jack
piacerebbe da pazzi. Per di più, secondo
mia madre, i ricordi
cambiano come le persone, soprattutto
se circola abbastanza alcol.»
«Senti, Afrodite, non dirmi che stasera
hai intenzione di bere
perché questo no che non sarebbe
adatto», intervenne Stevie Rae.
«No, zucca campagnola. Almeno non
subito.» Mi lanciò il vestito.
«Adesso mettilo e spicciati. Le gemelle
e Dario portano qui Damien,
così possiamo andare alla pira tutti
insieme in un’aperta
dimostrazione di solidarietà tra sfigati e
tutto il resto... Il che è
davvero una buona idea», aggiunse in
fretta quando vide che Stevie
Rae stava per interromperla. «Oh... ciao,
Stark. Sai Zoey, è bello
vedere te e il tuo ragazzo ipocondriaco
di nuovo nel mondo reale.»
«D’accordo. Metto questo.» M’infilai in
bagno, ma sporsi la testa
dalla porta e fissai gli occhi azzurri di
Afrodite. «Oh... e Stark è prima il mio
Guardiano e Guerriero e poi il mio
ragazzo. E non è proprio
per niente ipocondriaco. E tu lo sai. Hai
visto cosa gli è successo.»
«Uuuu», mi prese in giro Afrodite
sottovoce.
Ignorai la cafonaggine e tenni la porta
aperta, in modo da poter
continuare a parlare mentre mi vestivo.
Quando vidi la pietra del
veggente, mi bloccai e decisi di
nasconderla sotto il vestito: quella
sera non mi sognavo neanche di
rispondere a domande su Skye e
Sgiach. Mi pettinai in fretta e dissi:
«Ehi, ragazze, pensate che Neferet mi
lasci accendere la pira perché si aspetta
che faccia un disastro?»
Cavolo, me lo aspettavo io di fare un
disastro, figuriamoci lei!
«Naaa, io credo che il suo piano sia
molto più nefando del
lasciarti ingrippare col discorso, nel
caso in cui ti mettessi a piangere perché
volevi bene a Jack», ribatté Stevie Rae.
«Nef cosa?» chiese Shaunee entrando
pure lei in camera mia senza
neanche un ciao.
«Ando chi?» aggiunse Erin. «Che storia
è, gemella? Cercano di
adeguarsi al vocabolario di Damien?»
«Sembrerebbe proprio», convenne
Shaunee.
«A me le parole piacciono e voi potete
anche succhiarvi un
limone», le rimbeccò Stevie Rae.
Afrodite si mise a ridere, ma soffocò la
cosa con un colpo di tosse
quando uscii dal bagno guardandole
male. «Ci stiamo preparando
per un funerale. Trovo che dovremmo
mostrare un po’ più di
rispetto per Jack, visto che era nostro
amico.»
Le gemelle sembrarono subito pentite,
mi raggiunsero e mi
abbracciarono mormorando un: «Ciao,
siamo felici che sei tornata».
«Zy ha ragione sull’essere più serie, e
non solo perché è il funerale
di Jack ed è una cosa terribile. Lo
sappiamo tutti che proprio non è
possibile che di colpo Neferet abbia
deciso di fare la cosa giusta e
mostrare rispetto per Zoey e i suoi
poteri», riprese Stevie Rae.
«Dobbiamo stare in guardia. Restatemi
vicine e tenetevi pronte.
Immagino che, in caso di bisogno, non
avremo molto tempo per
creare un cerchio protettivo», dissi.
«Perché non ne crei uno subito?»
propose Afrodite.
«Pensavo di farlo, ma ho guardato le
regole sui funerali dei
vampiri e di solito la Somma
Sacerdotessa non crea cerchi. Il suo
compito... sì, be’, intendo il mio compito
stasera è di presenziare con
rispetto per la perdita di un amico
vampiro e aiutare il suo spirito a
raggiungere l’Aldilà di Nyx. Non è
previsto un cerchio, solo
preghiere a Nyx e cose simili.»
«In questo, Zy, dovresti essere brava,
visto che dall’Aldilà ci sei
appena tornata», commentò Stevie Rae.
«Spero solo di rendere giustizia a Jack.»
Le lacrime cominciavano a
pungermi gli occhi e sbattei con forza le
palpebre per ricacciarle
indietro. Ai miei amici mancava solo
che quella sera fossi un disastro
piagnucoloso.
«Quindi nessuno ha idea di cosa stia
tramando Neferet?»
domandai.
Ci fu un gran scuotere di teste, e
Afrodite disse: «Tutto quello cui
riesco a pensare è che in qualche modo
voglia provare a umiliarti,
ma non capisco come possa succedere,
se tu rimani calma e ti
concentri sul perché siamo tutti qui
stasera».
«Per Jack», saltò su Shaunee.
«Per salutarlo», aggiunse Erin con la
voce un po’ tremante.
«Be’, questo è molto bello, però io
credo che i funerali in realtà
siano più per chi resta, come Damien»,
intervenne Stevie Rae.
Le sorrisi con gratitudine. «È un
pensiero profondo, Stevie Rae.
Me ne ricorderò.»
Lei si schiarì la gola. «Lo so perché
oggi ho visto mami, e lei stava
facendo una specie di minifunerale per
me. Era il suo modo di dirmi
addio.»
Per un attimo restai sconvolta, mentre le
gemelle esplodevano in
uno stereofonico: «Oh mia Dea che cosa
terribile!»
«È venuta qui?» chiese Afrodite. Mi
stupii di quanto fosse dolce la
sua voce.
Stevie Rae annuì. «Era davanti al
cancello dell’ingresso principale
per lasciare una corona di fiori per me,
ma in realtà stava facendo
quello che proverà a fare stasera anche
Damien: cercava di dirmi
addio.»
«Le hai parlato, vero? Insomma, lo sa
che non sei più morta,
giusto?» chiesi.
Stevie Rae sorrise anche se i suoi occhi
rimasero super tristi. «Sì,
ma mi ha fatto sentire una persona
orribile: sarei dovuta andare da
lei subito. Era così brutto vederla
piangere tanto.»
Raggiunsi la mia migliore amica e
l’abbracciai. «Be’, almeno
adesso lo sa.»
«E almeno hai una mamma cui importa
abbastanza di te da
piangere», commentò Afrodite.
Incrociai il suo sguardo, capendo
benissimo quello che diceva.
«Già, è proprio vero.»
«Ragaaazze, su, anche le vostre mamme
piangerebbero se vi
succedesse qualcosa», disse Stevie Rae.
«La mia in pubblico lo farebbe
perché è quello che ci si aspetta da lei, e
perché sarebbe così
imbottita di farmaci che potrebbe
inventarsi una lacrima
praticamente per qualunque cosa»,
replicò in tono piatto Afrodite.
«Immagino che piangerebbe pure la mia,
però sarebbe tutta un:
Come ha potuto farmi una cosa simile!
Ecco, adesso andrà dritta
all’inferno ed è stata tutta colpa sua.»
M’interruppi e aggiunsi: «Mia
nonna direbbe che è un peccato che
mamma non capisca che non
c’è sempre una sola risposta giusta per
tutto». Sorrisi alle mie amiche.
«E, riguardo all’Aldilà, lo so perché ci
sono stata ed è meraviglioso.
Davvero meraviglioso.»
«E Jack è lì, vero? Al sicuro nell’altro
mondo assieme alla Dea?»
domandò Damien, appoggiato allo
stipite della porta che le gemelle
avevano lasciato aperta.
Aveva un aspetto orribile, anche se
sfoggiava un impeccabile
completo Armani. Era così pallido che
dava l’impressione di potergli
vedere sotto la pelle, e le occhiaie erano
così scure da sembrare
lividi.
Andai da lui e lo abbracciai: pareva
così magro e fragile e per
niente Damien. «Sì. Lui è con Nyx. Su
questo ti do la mia parola in
quanto sua Somma Sacerdotessa.» Lo
strinsi forte e mormorai:
«Quanto mi dispiace, Damien!» Lui
rispose all’abbraccio e poi, con
sforzo, fece un passo indietro. Non stava
piangendo. Piuttosto,
appariva spossato, svuotato e disperato.
«Sono pronto ad andare e
sono davvero felice che tu sia qui.»
«Lo sono anch’io. Vorrei tanto esserci
stata prima. Magari avrei
potuto...» Sentii riaffacciarsi le lacrime.
«No, non avresti potuto.» Afrodite fu
subito al mio fianco. Di
nuovo, la sua voce era addolcita dalla
comprensione e la faceva
sembrare molto più grande dei suoi
diciannove anni. «Non hai
potuto impedire la morte di Heath. Non
saresti stata in grado di
evitare quella di Jack.» Incrociai per un
attimo lo sguardo di Stark e
nei suoi occhi vidi riflesso ciò che stavo
pensando io: che la sua
morte, invece, l’avevo impedita. Anche
se aveva gli incubi e non era
ancora al cento per cento, perlomeno lui
era vivo.
«Sul serio, Zy, piantala. Anzi, tutti voi,
non iniziate con la menata
dei sensi di colpa. L’unica responsabile
della morte di Jack è Neferet.
E lo sappiamo benissimo, anche se gli
altri non l’hanno capito»,
sentenziò Afrodite.
«Al momento, questo non lo posso
affrontare», disse Damien, e
per un attimo pensai fosse sul punto di
svenire. «Dobbiamo opporci
a Neferet già stasera?»
«No. Non ho in mente nulla di simile»,
risposi subito.
«Ma non possiamo controllare quello
che farà lei», riprese
Afrodite.
«Stark e io resteremo vicini. E, anche
tutte voi, vedete di stare
accanto a Zoey e a Damien. Non saremo
noi a iniziare tuttavia, se
Neferet dovesse tentare di far del male a
qualcuno, ci troverà
pronti», sentenziò Dario.
«L’ho vista davanti al Consiglio. Non
penso farà qualcosa di tanto
ovvio come attaccare Zy», disse Stevie
Rae.
«Qualunque cosa abbia in testa, ci
troverà pronti», affermò Stark
echeggiando le parole di Dario.
«Io non sarò pronto. Io non credo sarò
mai più in grado di
combattere. Contro niente», fece
Damien.
Lo presi per mano. «Be’, stasera non
dovrai farlo. Se ci fosse una
battaglia da combattere, ci penseranno i
tuoi amici. Adesso andiamo
a prenderci cura di Jack.»
Damien trasse un profondo respiro,
annuì e uscimmo tutti dalla
mia stanza. Feci strada al gruppo giù
dalla scala e attraverso la sala
comune, che era completamente vuota.
Inviai mentalmente una
preghierina alla Dea: Ti prego, fa’ che
siano tutti già là fuori. Ti
prego, fa’ che Damien capisca quanto
era amato Jack.
Seguimmo il sentiero che girava intorno
alla facciata della scuola.
Sapevo dove dovevamo andare.
Ricordavo anche troppo bene che
la pira di Anastasia era stata posta al
centro del parco, proprio
davanti al tempio di Nyx.
Mentre camminavamo in silenzio, sentii
uno strano suono
provenire da una panchina sotto un
grande albero. Mi girai e vidi
che là c’era seduto Erik, da solo. Teneva
il viso tra le mani e il
rumore che avevo sentito era il suo
pianto.
CAPITOLO 20
ZOEY
Stavo quasi per non fermarmi, poi mi
ricordai che, prima di
Trasformarsi, Erik era stato compagno
di stanza di Jack. E capii che
dovevo mettere da parte quanto era
successo tra lui e me: quella
sera ero la Somma Sacerdotessa di Jack,
ed ero più che certa che lui
non avrebbe voluto che lasciassi lì Erik
da solo a piangere.
Inoltre mi tornò in mente la notte in cui
era stato Erik a trovarmi
in lacrime dopo il mio primo e
disastroso Rituale delle Figlie Oscure.
In quell’occasione, era stato dolce e
gentile e mi aveva fatto pensare
che magari sarei anche riuscita a gestire
la follia che era scoppiata in
quella scuola.
Gli dovevo un favore.
Strinsi la mano a Damien e feci fermare
tutti. «Tesoro, comincia
ad andare alla pira insieme con Stark e
gli altri. Devo fermarmi a fare
una cosa, ci metto un attimo. E poi, da
quanto ho capito leggendo
dei funerali dei vampiri, dato che Jack
era il tuo Compagno, hai
bisogno di passare un po’ di tempo in
meditazione prima che la pira
venga accesa.» Quantomeno speravo
fosse quello di cui aveva
bisogno.
«Hai assolutamente ragione, Zoey
Redbird», esordì una vampira
sbucata fuori dall’ombra.
Io e i miei amici la fissammo con aria
interrogativa.
«Oh, sì, dovrei presentarmi.» Mi offrì
l’avambraccio nel
tradizionale saluto dei vampiri. «Sono
Beverly...» S’interruppe, si
schiarì la voce e ricominciò: «Sono la
professoressa Missal, la nuova
insegnante d’Incantesimi e Rituali».
«Oh, sono felice di conoscerla.»
Ricambiai il saluto stringendole
l’avambraccio. Certo, era una vampira
fatta e finita con tutti i
tatuaggi del caso – un piacevole disegno
che mi faceva venire in
mente le note musicali – ma posso
assicurare che sembrava più
giovane di Stevie Rae. «Mmm,
professoressa Missal, potrebbe
accompagnare alla pira Damien e gli
altri? Io devo fare una cosa.»
«Certo. Sarà tutto pronto per te.» Si
voltò verso Damien e gli
parlò in tono gentile: «Per favore,
seguimi».
Damien sussurrò un debolissimo
«Okay», gli occhi fissi e
inespressivi. Però si mosse per seguire
la nuova prof.
Stark indugiò ancora per un attimo. Il
suo sguardo si spostò verso
la zona in ombra e la panchina su cui era
seduto Erik. Poi tornò su di
me.
«Ti prego, gli devo parlare. Fidati di
me, okay?» dissi.
Il suo viso si rilassò. «Nessun problema,
mo ban-rìgh. Quando
avrai finito, mi troverai ad aspettarti»,
disse nel suo ottimo accento
scozzese.
«Grazie.» Cercai di fargli capire con gli
occhi quanto amavo e
apprezzavo la sua lealtà e la sua fiducia.
Lui sorrise e raggiunse il gruppo. Cioè,
a parte Afrodite. E Dario,
che le stava dietro come un’ombra.
«Be’?» chiesi.
Afrodite alzò gli occhi al cielo. «Pensi
davvero che ti lasceremo
sola? Ma quanto sei ingenua? Roba da
pazzi! Neferet è riuscita a
tagliare la testa a Jack senza nemmeno
essere presente. Quindi Dario
e io non ti molliamo qui a confortare
Erik l’Odioso.»
Guardai Dario, ma lui scosse la testa.
«Mi dispiace, Zoey, Afrodite
ha ragione.»
«Potreste almeno restarvene qui a
distanza senza ascoltare?» chiesi
esasperata.
«Cosa credi, che mi vada di sentire le
stronzate piagnucolose di
Erik? Nessun problema. Vai tranquilla
ma spicciati. Nessuno merita di
aspettare per colpa di uno stronzo
odioso.»
Non mi sprecai nemmeno a sospirare
mentre li lasciavo per
raggiungere Erik, che peraltro neanche si
era accorto della mia
presenza. Gli stavo davanti, ma lui
piangeva tenendosi il viso tra le
mani. Piangeva sul serio. Sapendo che
era un grande attore, mi
schiarii la voce preparandomi a essere
un po’ sarcastica o
quantomeno passiva-aggressiva.
Ma, quando alzò lo sguardo verso di me,
cambiò tutto. Aveva gli
occhi gonfi e rossi e le guance bagnate
di lacrime. Tirava persino su
col naso. Sbatté le palpebre un paio di
volte, quasi facesse fatica a
mettermi a fuoco. «Oh, uh, Zoey», disse,
sforzandosi di riacquistare il
controllo. Si mise a sedere più dritto e
si asciugò il naso nella manica.
«Mmm, ciao. Sei tornata.»
«Già, sono atterrata da poco. Devo
andare ad accendere la pira di
Jack. Vieni con me?»
Erik scoppiò in singhiozzi.
Era una scena orribile e proprio non
sapevo cosa fare.
E giuro di aver sentito Afrodite sbuffare
in lontananza.
Mi sedetti accanto a Erik e, in modo un
po’ goffo, gli diedi
qualche pacchetta sulle spalle. «Ehi, lo
so che è terribile. Eravate
grandi amici.» Erik fece segno di sì con
la testa. Capii che ce la stava
mettendo tutta per riprendere il
controllo, quindi rimasi seduta
biascicando qualcosa mentre lui
continuava a tirare su col naso e ad
asciugarsi il viso sulla manica (okay, lo
so, fa schifo).
«È proprio una tragedia. Jack era così
dolce e carino e giovane...
Non doveva succedergli una cosa
simile. Mancherà un sacco a tutti.»
«È stata Neferet. Non so come e, che
cazzo, non so nemmeno
perché, ma è stata lei», sentenziò
sottovoce, guardandosi in giro
come se avesse paura che qualcuno lo
sentisse.
«Già.» I nostri sguardi s’incrociarono.
«Hai intenzione di fare qualcosa in
proposito?» chiese.
Non esitai un istante. «Assolutamente
tutto quello che è in mio
potere.»
Quasi sorrise. «Bene, per me è
sufficiente.» Si asciugò di nuovo il
viso e si passò una mano tra i capelli.
«Stavo per andarmene, sai?»
«Eh?» replicai col solito sfoggio di
astuzia.
«Sì, stavo per trasferirmi alla Casa della
Notte di Los Angeles. Mi
volevano a Hollywood. Si presumeva
che dovessi diventare il futuro
Brad Pitt.»
«Si presumeva? Cos’è successo, hanno
cambiato idea?» chiesi
confusa.
«No.» Con lentezza, Erik sollevò la
mano destra e mi mostrò il
palmo.
Sbattei più volte le palpebre, senza
capire bene cosa stessi
guardando.
«Sì, è proprio quello che pensi», fece
lui.
«È il labirinto di Nyx.» Ovvio che
avessi riconosciuto il tatuaggio
color zaffiro, ma era come se il mio
cervello facesse fatica a mettersi
in sincrono con gli occhi.
Non capii finché, alle mie spalle, non
sentii la voce di Afrodite:
«Oh, cazzo! Erik è un Rintracciatore».
Erik la fissò. «Contenta, adesso? Dai,
forza, ridi. Sai benissimo cosa
significa: per quattro anni, non posso
lasciare la Casa della Notte di
Tulsa, devo rimanere qui a seguire una
cazzo di essenza ed essere lo
stronzo che sarà presente quando ogni
ragazzo nei prossimi quattro
anni verrà Segnato e scoprirà che la sua
vita è cambiata per sempre.»
Ci fu un momento di silenzio, poi
Afrodite riprese: «Cos’è che ti
disturba esattamente? Il fatto che quello
di Rintracciatore sia un
compito duro? Oppure che in quattro
anni Hollywood troverà di
certo un altro ‘futuro Brad Pitt’?»
Girai sui tacchi e l’affrontai. «Lui è stato
compagno di stanza di
Jack! Hai dimenticato cosa vuol dire
perdere il proprio compagno di
stanza?» L’espressione di Afrodite si
addolcì.
Scossi la testa. «No. Adesso tu e Dario
ve ne andate. Io vi seguo
tra poco.»
Dato che Afrodite esitava ancora, mi
rivolsi direttamente al suo
Guerriero. «In quanto tua Somma
Sacerdotessa, ti do un ordine:
voglio rimanere sola con Erik. Porta con
te Afrodite e andate alla
pira di Jack.»
Dario scattò subito. Mi fece un inchino
solenne, quindi prese
Afrodite per il gomito e la trascinò via.
Letteralmente. Feci un gran
sospiro e mi sedetti di nuovo accanto a
Erik. «Scusa, mi dispiace.
Afrodite ha buone intenzioni ma, come
direbbe Stevie Rae, a volte
non è molto gentile.»
Erik sbuffò. «Non venirlo a spiegare a
me. Lei e io uscivamo
insieme, te lo ricordi?»
«Me lo ricordo», replicai sottovoce. Poi
aggiunsi: «Anche tu e io
uscivamo insieme».
«Già. Pensavo di amarti.»
«Anch’io pensavo di amarti.» Mi fissò
dritto negli occhi. «Ci
sbagliavamo?» Lo guardai. Cioè, lo
guardai davvero. Dea, era
sempre supersexy in quel modo da
Superman/Clark Kent. Alto e
bruno, con occhi azzurri e splendidi
muscoli. Ma non era solo
questo. Certo, era arrogante e
prepotente, ma sapevo che dentro di
lui c’era un bravo ragazzo. Solo che non
ero io la ragazza giusta per
lui.
«Sì, ci sbagliavamo, però va bene così.
Ultimamente mi è stato
ricordato che è okay non essere perfetti,
soprattutto se dai casini che
si combinano s’impara qualcosa.
Quindi... che ne dici d’imparare dai
nostri? Io credo che potremmo essere
comunque ottimi amici.»
Le sue labbra favolose si piegarono
all’insù. «E io credo che
potresti avere ragione.»
«E poi non ho abbastanza amici maschi
belli e sinceri», aggiunsi
dandogli una spallata.
«E io sono un maschio bello e sincero.
Cioè, un maschio sincero
che, come dici tu, è anche bello.»
«Già, proprio così», convenni. Poi gli
tesi una mano. «Amici?»
«Amici.» Erik mi prese la mano e poi,
con un sorriso disinvolto, si
lasciò cadere con grazia in ginocchio.
«Mia signora, saremo amici per
sempre.»
«Okay», dissi un po’ a corto di fiato
perché, be’, per quanto
amassi Stark, Erik era davvero strafigo,
oltre che un attore grandioso.
Mi fece l’inchino e mi baciò la mano.
Non in un modo viscido da
voglio-infilarmi-sotto-le-tue-mutande,
ma da vero gentiluomo di una
volta. Sempre con un ginocchio a terra,
mi guardò e riprese: «Stasera
devi dire qualcosa che ci dia speranza e
che aiuti Damien, perché in
questo momento un sacco di noi si sta
semplicemente facendo
portare dalla corrente chiedendosi cosa
diavolo succede... e Damien
non se la passa bene. Neanche un po’».
Mi si strinse il cuore. «Lo so.»
«Bene. Comunque vadano le cose, Zoey,
ho fiducia in te.»
Sospirai. Di nuovo.
Lui sorrise e si alzò, tirando in piedi
anche me. «Quindi, per
favore, lascia che ti accompagni a
questo funerale.»
Presi Erik sottobraccio e mi avviai
verso un futuro che non potevo
neanche immaginare.
Lo spettacolo era maestoso, triste e
incredibile allo stesso tempo.
A differenza dell’ultima volta in cui alla
Casa della Notte era stata
accesa una pira funebre, era presente
tutta la scuola. Novizi e
vampiri creavano un immenso cerchio
intorno a una struttura simile
a una panca costruita proprio al centro
del parco. Si vedeva ancora
l’erba bruciacchiata a indicare che, non
molto tempo prima, in
quello stesso punto il corpo di Anastasia
Lankford era stato
consumato dal fuoco della Dea. Solo che
allora la scuola non era
stata presente per mostrarle rispetto.
Allora, in troppi si trovavano
sotto il controllo di Kalona o
semplicemente avevano una paura
tremenda. Quella sera era diverso.
L’influenza dell’immortale era
scomparsa e Jack stava ricevendo un
addio degno di un Guerriero.
Ancora prima di guardare la pira, i miei
occhi trovarono Dragone
Lankford, in piedi dietro Jack, all’ombra
della quercia più vicina. Ma
l’ombra non nascondeva il suo dolore.
Vedevo benissimo le lacrime
scendergli silenziose sul viso incavato.
Dea, aiuta Dragone. È così un
brav’uomo. Aiutalo a trovare la pace, fu
la mia prima preghiera di
quella sera.
Poi guardai Jack.
E tra le lacrime mi spuntò un sorriso.
Come tradizione nei funerali
dei vampiri, era stato avvolto dalla testa
ai piedi in un sudario, solo
che quello di Jack era viola.
Extralucido. Extravivace. Extraviola.
«Allora l’ha fatto», esclamò Erik con
voce strozzata. «Sapevo che il
viola era il suo colore preferito, quindi
sono andato da The Dolphin
in Utica Square e ho comprato delle
lenzuola di raso. Un sacco. Poi
ho detto a Sapphire in infermeria di
usarle per avvolgerci Jack, ma
non ero sicuro che l’avrebbe fatto
davvero.»
Mi voltai verso Erik, mi misi in punta di
piedi e gli diedi un bacio
sulla guancia. «Grazie. Jack apprezzerà
infinitamente il tuo gesto. Eri
proprio suo amico. Un amico vero.»
Lui annuì e sorrise, ma non replicò
perché aveva ricominciato a
piangere.
Prima di fare anch’io lo stesso e di
singhiozzare così forte da non
poter essere scambiata per una Somma
Sacerdotessa neanche per
sbaglio, spostai lo sguardo su Damien.
Era in ginocchio a capo della
pira di Jack, con Duchessa al fianco e il
suo micio, Cammy,
raggomitolato e triste tra le ginocchia.
Stark era vicino alla
cagnolona e l’accarezzava mormorando
qualche parola di conforto
per lei e per Damien. Dietro di lui c’era
Stevie Rae, aria distrutta e
pianto a dirotto. Afrodite e Dario erano
accanto a Damien e, alla
loro sinistra, c’erano le gemelle. E,
tutt’intorno alla pira funebre,
l’intera scuola si era disposta in un
cerchio silenzioso e pieno di
rispetto. Molti novizi e vampiri, inclusi
Lenobia e la maggior parte
dei professori, tenevano in mano delle
candele viola. Sembrava che,
a parte Stark, nessuno parlasse, ma
udivo moltissimi singhiozzi.
Neferet non si vedeva.
«Puoi farcela», mormorò Erik.
«Non so come...» Mi ci volle una fatica
immensa per pronunciare
quell’unica frasetta.
«Come fai sempre: con l’aiuto di Nyx»,
ribatté.
«Ti prego, Nyx, aiutami. Io da sola non
sono capace», dissi ad alta
voce.
Poi arrivò la professoressa Missal, che
mi spinse avanti. Quindi,
con quelli che speravo fossero i passi
decisi e sicuri di una vera
Somma Sacerdotessa, mi diressi verso
Damien.
Fu Stark a vedermi per primo. Quando
incrociai il suo sguardo,
non lessi la minima traccia di gelosia o
di rabbia, anche se sapevo
che Erik mi stava seguendo a poca
distanza. Il mio Guerriero, il mio
Guardiano, il mio amore, fece un passo
di lato e mi fece un inchino
formale. «Ben trovata, Somma
Sacerdotessa.» La sua voce risuonò
per il campus.
Si voltarono tutti verso di me e sembrò
che, come una persona
sola, l’intera Casa della Notte
s’inchinasse, riconoscendomi come
propria Somma Sacerdotessa.
Questo mi diede una sensazione mai
provata prima. Professori,
vampiri centenari e giovani novizi mi
guardavano, credendo in me,
fidandosi di me. Era allo stesso tempo
terrificante e fantastico.
All’improvviso, nella mente mi risuonò
la voce della Dea: Non
dimenticare mai questa sensazione. Una
vera Somma Sacerdotessa è
umile oltre che orgogliosa, e non
dimentica mai la responsabilità che
comporta il fatto di essere un capo.
Mi fermai davanti a Damien e
m’inchinai, pugno chiuso sul cuore.
«Ben trovato, Damien.» Poi, senza
preoccuparmi di non seguire le
regole di comportamento per i funerali
vampiri che avevo letto in
aereo, presi le mani del mio amico e lo
feci alzare. Quindi lo
abbracciai, ripetendo: «Ben trovato,
Damien».
Singhiozzò una volta. Era rigido e si
muoveva con lentezza, come
se avesse paura di andare in un miliardo
di pezzi, ma rispose al mio
abbraccio con forza. Prima di staccarmi
da lui, chiusi gli occhi e
mormorai: «Aria, vieni dal tuo Damien.
Colmalo di leggerezza e di
speranza, e aiutalo a superare questa
notte». L’aria rispose all’istante,
sollevandomi i capelli e avvolgendosi
intorno a noi due.
Damien inspirò e, quando buttò fuori il
fiato, si liberò anche di
parte della terribile tensione.
Mi allontanai di un passo e fissai i suoi
occhi tristi. «Ti voglio
bene, Damien.»
«Anch’io ti voglio bene, Zoey. Continua
pure.» Indicò con la testa
il corpo di Jack avvolto nel raso viola.
«Fa’ quello che devi. So che
Jack non è più lì.» S’interruppe per
ricacciare indietro un singhiozzo,
quindi riprese: «Però sarebbe contento
di sapere che sei tu a farlo».
Invece di scoppiare in lacrime e
sciogliermi in un ammasso
umidiccio come avrei voluto, mi voltai
ad affrontare la pira e la Casa
della Notte. Presi due respiri profondi
poi, al terzo, mormorai:
«Spirito, vieni a me. Rendi la mia voce
forte abbastanza da essere
ascoltata da tutti». L’elemento con cui
avevo maggiore affinità mi
colmò dandomi forza e, quando iniziai a
parlare, la mia voce era
come un raggio luminoso della Dea, che
echeggiava in suono e
spirito per tutta la scuola:
«Jack non è qui. Razionalmente lo
sappiamo tutti. Damien me
l’ha appena detto, ma voglio che stasera
tutti voi ne siate davvero
convinti». Con gli sguardi dei presenti
fissi su di me, pronunciai in
modo lento e chiaro le parole che la Dea
m’ispirava: «Io ci sono
stata nell’Aldilà e vi posso assicurare
che è bello, incredibile e reale
come desidera credere il vostro cuore.
Ora Jack è lì. Non prova
dolore. Non è triste né preoccupato e
non ha paura. È insieme a
Nyx, nei suoi campi e nei suoi boschi».
M’interruppi e sorrisi
nonostante il velo di lacrime.
«Probabilmente in questo momento sta
giocando allegro e spensierato in quei
campi e in quei boschi.» Udii
la risatina stupita di Damien, seguita da
quella di altri novizi.
«Sta incontrando degli amici, come il
mio Heath, e secondo me
sta anche decorando tutto il decorabile.»
Afrodite nascose la risata
sbuffando, ed Erik sogghignò.
«Adesso noi non possiamo stare con lui,
ed è duro da accettare, lo
so.» Guardai Damien. «Ma possiamo
essere certi che lo rivedremo, in
questa vita o nella prossima. E, quando
succederà, non importerà chi
saremo o dove saremo, vi posso
assicurare che una cosa nel nostro
spirito, nella nostra essenza, rimarrà la
stessa: l’amore. Il nostro
amore non muore mai e durerà in eterno.
E questa è una promessa
che so venire direttamente dalla Dea.»
Stark mi tese un lungo bastone con in
cima qualcosa di
appiccicoso.
Lo presi ma, prima di avvicinarmi alla
pira, incrociai lo sguardo di
Shaunee.
«Mi aiuti?» le chiesi.
Lei si asciugò le lacrime, si rivolse a
sud, sollevò le braccia e, con
voce colma d’amore e di senso di
perdita, disse: «Fuoco! Vieni a
me!» Le sue mani presero a splendere e,
assieme a me, Shaunee
raggiunse la gigantesca pila di legna su
cui giaceva il corpo di Jack.
«Jack Swift, eri un ragazzo dolce e
speciale. Ti ho sempre voluto
bene come a un fratello. Fino alla
prossima volta in cui
c’incontreremo... ben trovato, ben
lasciato e ben trovato ancora.»
Quando posai l’estremità della mia
torcia sulla pira, Shaunee vi
scagliò contro il suo elemento,
accendendola subito di una
soprannaturale luminosità gialla e viola.
Mi voltai verso la gemella per
ringraziare lei e il suo elemento,
quando la voce di Neferet si fece strada
nella notte:
«Zoey Redbird! Somma Sacerdotessa
novizia! Ti chiedo di essere
testimone!»
CAPITOLO 21
ZOEY
Non feci fatica a trovarla: Neferet era
alla mia sinistra, sulla
scalinata che porta al tempio di Nyx.
Mentre tutti si voltavano
mormorando a guardarla, Stark si mise
al mio fianco, in modo che
gli sarebbe bastato un passo per
piazzarsi tra Neferet e me. Anche
Stevie Rae all’improvviso mi comparve
accanto e, con la coda
dell’occhio, riuscii a vedere pure le
gemelle e persino Damien. Ero
circondata dai miei amici, che mi
facevano capire senza parole che
mi proteggevano.
Quando Neferet avanzò, pensai:
Dev’essere impazzita del tutto
per chiedermi di celebrare un funerale e
poi attaccarmi davanti
all’intera scuola. Ma pazza o no, era
malvagia e pericolosa, e veniva
dritto verso di me. E io non mi sognavo
neanche di scappare.
Perciò le sue parole successive mi
sconvolsero quasi quanto i suoi
gesti. «Ascoltami, Zoey Redbird,
Somma Sacerdotessa novizia, e sii
testimone. Ho fatto torto a Nyx, a te e a
questa Casa della Notte.»
La sua voce era forte, chiara e
bellissima, e risuonava nell’aria
come una musica. E, seguendo il ritmo
che stava definendo, Neferet
iniziò a spogliarsi.
Avrebbe potuto essere imbarazzante o
erotico, invece fu
semplicemente bello.
«Ho mentito a voi e alla mia Dea.» E
via la blusa, che svolazzò
dietro di lei come un petalo che cade da
una rosa. «Ho ingannato
voi e la mia Dea riguardo alle mie
intenzioni.» Slacciò la gonna di
seta nera, che le si arricciò intorno ai
piedi, e se ne liberò come se
uscisse da una pozza di acqua scura.
Poi, completamente nuda, si
mosse nella mia direzione. Le fiamme
gialle e porpora della pira di
Jack guizzavano sulla sua pelle, dando
l’impressione che anche lei
stesse bruciando senza, però, venire
consumata. Quando mi
raggiunse, si lasciò cadere in ginocchio,
piegò la testa all’indietro e
spalancò le braccia, dicendo: «Ma la
cosa peggiore è che ho
consentito a un uomo di sedurmi e di
allontanarmi dalla via della
Dea. E, ora, qui, spogliata di tutto
davanti a te, davanti alla nostra
Casa della Notte e davanti a Nyx, chiedo
perdono per le mie cattive
azioni, perché so di non poter continuare
a vivere in questa terribile
menzogna». Abbassò la testa e le
braccia, quindi mi fece un
profondo e rispettoso inchino formale.
Nell’assoluto silenzio che seguì le sue
parole, nella mia mente si
scatenò un tornado di pensieri
contrapposti: Sta fingendo – vorrei
che non fosse così –, è a causa sua che
Heath e Jack sono morti –, è
una manipolatrice pazzesca. Cercando di
capire cosa avrei dovuto
rispondere e cosa avrei dovuto fare, mi
guardai intorno in cerca di
suggerimenti. Le gemelle e Damien,
stravolti, fissavano Neferet a
bocca aperta. Anche Afrodite stava
osservando Neferet, ma con
un’espressione di totale disgusto. Stevie
Rae e Stark, invece,
guardavano me. In modo quasi
impercettibile, senza parlare, Stark
scosse la testa: No. Mentre Stevie Rae
mimò due parole: Tutte balle.
Quando spostai lo sguardo sul cerchio
creato dalla Casa della
Notte, faticavo a respirare. Alcuni mi
fissavano con aria
interrogativa, in attesa, ma la maggior
parte teneva gli occhi su
Neferet con evidente soggezione e
singhiozzava con quello che
senza dubbio era un misto di gioia e di
sollievo.
In quel momento, un pensiero si
cristallizzò nella mia mente,
facendosi strada fra tutti gli altri come
un pugnale affilato: Se non
accetto le sue scuse, la scuola mi si
rivolterà contro. Sembrerei una
ragazzina vendicativa, ed è esattamente
quello che vuole Neferet.
Non avevo scelta. Potevo soltanto agire
di conseguenza e sperare
che i miei amici si fidassero abbastanza
di me da sapere che ero in
grado di riconoscere la verità dagli
imbrogli.
«Stark, dammi la camicia», dissi in
fretta.
Lui non esitò. Se la sbottonò e me la
tese.
Assicurandomi che nella mia voce ci
fosse l’intensità dello spirito,
esordii: «Neferet, quanto a me, la
perdono. Non ho mai voluto
essere sua nemica».
Alzò verso di me gli occhi verdi,
assolutamente sinceri. «Zoey,
io...» cominciò.
L’interruppi subito, coprendo il dolce
suono della sua voce. «Però
posso parlare solo per me stessa. Il
perdono della Dea dovrà cercarlo
da lei: Nyx conosce il suo cuore e la sua
anima, quindi è là che
troverà la sua risposta.»
«Quella già ce l’ho, e mi riempie di
gioia cuore e anima. Grazie,
Zoey Redbird, e grazie, Casa della
Notte.»
Intorno al cerchio si propagò un coro di:
«Grazie alla Dea!» e
«Benedetta sia!» Mi costrinsi a
sorridere mentre mi chinavo per
metterle sulle spalle la camicia di Stark.
«Si alzi, per favore. Non
dovrebbe stare in ginocchio davanti a
me.»
Neferet si sollevò con grazia e indossò
la camicia, abbottonandola
con cura. Poi si rivolse a Damien. «Ben
trovato, Damien. Posso avere
il tuo permesso per inviare alla Dea la
mia preghiera personale per
lo spirito di Jack?»
Damien non parlò, limitandosi ad
annuire. Il suo viso era una
maschera di dolore e tristezza, al punto
che non riuscii nemmeno a
capire se lui credeva alla messinscena
di Neferet oppure no.
Lei, intanto, continuò a recitare la
propria parte alla perfezione.
«Grazie.» Si avvicinò alla pira, piegò la
testa all’indietro e sollevò le braccia. A
differenza di me, non parlò a voce alta,
ma bisbigliò in
modo che nessuno potesse udire. Aveva
un’espressione serena e
sincera, e mi chiesi come fosse
possibile che una persona così marcia
dentro potesse avere una parte esteriore
così stupenda.
Forse fu perché la fissavo così
intensamente, nel tentativo di
scovare una crepa nella sua armatura,
che vidi ciò che accadde dopo.
L’espressione di Neferet cambiò e fu
evidente, almeno per me,
che aveva scorto qualcosa nel cielo
sopra di noi.
Poi lo udii. Era un suono quasi
familiare. Non lo riconobbi subito,
anche se mi fece venire la pelle d’oca, e
comunque non alzai lo
sguardo. Continuai a osservare Neferet,
che sembrava allo stesso
tempo seccata e preoccupata. Non
cambiò posizione e non
interruppe la «preghiera», ma i suoi
occhi presero a guardare in tutte
le direzioni, come se lei volesse
accertarsi che nessun altro si fosse
accorto di quanto aveva visto lei.
Chiusi le palpebre di colpo, sperando
sembrasse che stessi
pregando, meditando, cercando la
concentrazione... insomma, tutto
tranne che fissare lei. Lasciai passare un
paio di secondi, poi riaprii
lentamente gli occhi.
Neferet non stava guardando me, proprio
per niente. Fissava
Stevie Rae, che però non se ne rendeva
conto. Perché anche lei era
troppo occupata a guardare verso l’alto
a bocca aperta. Solo che la
sua espressione non era né seccata né
preoccupata: era raggiante,
come se stesse osservando qualcosa che
la riempiva di felicità. E di
amore.
Confusa, tornai a osservare Neferet, che
sgranò gli occhi, come se
avesse capito una cosa importante; dopo
di che sul suo viso si
disegnò un’espressione di estremo
piacere: quello che aveva
scoperto l’aveva resa davvero
strafelice.
Non riuscii a staccare gli occhi da
Neferet ma, con gesto
automatico, strinsi la mano di Stark,
quasi sapessi che il mio mondo
stava per esplodere e, in quel momento,
la voce di Dragone
Lankford risuonò simile a un richiamo
che cambiò tutto: «Raven
Mocker sopra di noi! Professori, portate
al coperto i novizi!
Guerrieri, a me!»
A quel punto, il tempo prese a scorrere a
velocità supersonica.
Stark mi spinse dietro di sé, guardò in
alto e imprecò: non aveva
arco e frecce. «Vai nel tempio di Nyx!»
mi gridò per superare il
frastuono che stava esplodendo intorno a
noi.
Era scoppiato il delirio più totale:
ragazzi che urlavano, professori
che chiamavano a raccolta gli studenti
cercando di rassicurarli, Figli
di Erebo che estraevano le armi, pronti
alla lotta. Si muovevano
tutti, tranne Neferet e Stevie Rae.
Neferet era ancora accanto alla pira
accesa di Jack, sempre intenta
a osservare la mia amica, sorridendo.
Stevie Rae sembrava avere
messo radici. Guardava in alto e
scuoteva la testa, singhiozzando.
«No, aspetta», dissi a Stark. «Non me ne
posso andare. Stevie Rae
è...»
«Scendi dal cielo, orrida bestia!» Il
grido di Neferet m’interruppe.
Lei aveva sollevato le braccia, le dita
tese come se stesse cercando di
afferrare qualcosa nell’aria.
«Non li vedi?» mi chiese Stark in tono
pressante guardando il
cielo.
«Cosa? Cosa dovrei vedere?»
«Tentacoli di Tenebra, neri e
appiccicosi.» Fece una smorfia piena
di orrore. «E Neferet li sta manovrando.
Ci ha raccontato soltanto
balle. Non c’è dubbio: è ancora alleata
con la Tenebra.» Non ci fu
tempo di aggiungere altro perché, con un
grido terribile, dal cielo
cadde un enorme Raven Mocker, che
precipitò in mezzo al campus.
Lo riconobbi subito. Era Rephaim, il
figlio prediletto di Kalona.
«Uccidetelo!» ordinò Neferet.
Per Dragone Lankford, quell’ordine era
superfluo. Si stava già
muovendo, con la spada sguainata che
scintillava alla luce delle
fiamme, calando sul Raven Mocker
come un dio vendicatore.
«No! Non fategli del male!» Stevie Rae
si lanciò tra Dragone e il
mostro caduto dal cielo. Aveva le
braccia alzate, palmi all’esterno, e
splendeva di una luminosità verde, come
se all’improvviso sul suo
corpo fosse spuntato del muschio
iridescente.
Dragone andò a sbattere contro quella
barriera verde e rimbalzò
via, neanche fosse stato una gigantesca
palla di gomma. Fu
spaventoso e splendido allo stesso
tempo.
«Ah, cavolo», mormorai andando verso
Stevie Rae. Avevo una
brutta sensazione riguardo a quanto
stava succedendo, proprio
brutta brutta.
Stark non provò a fermarmi, ma disse:
«Resta vicino a me e fuori
portata di quell’uccellaccio».
«Stevie Rae, perché proteggi questo
mostro? Sei forse in combutta
con lui?» Neferet era accanto a Dragone,
che si era rimesso in piedi e
tremava, contenendo a stento l’istinto
che gli gridava di precipitarsi
di nuovo contro Stevie Rae. Dal tono,
Neferet pareva sconcertata,
ma i suoi occhi lanciavano lampi che la
facevano sembrare un gatto
che avesse intrappolato il topo Stevie
Rae.
Stevie Rae ignorò Neferet, guardò
Dragone e spiegò: «Non è qui
per fare del male a qualcuno.
Gliel’assicuro».
«Rossa, liberami», disse il Raven
Mocker quando finalmente
raggiunsi Dragone e Neferet. Anche lui
era di nuovo in piedi, fatto
che mi stupì, perché avrei detto che la
caduta l’avrebbe ucciso. In
realtà l’unica ferita era uno squarcio
sanguinante in un bicipite
dall’aspetto così umano da risultare
inquietante. Cercava di
allontanarsi da Stevie Rae, ma intorno a
loro si era formata una
strana bolla verde che gli impediva di
proseguire.
«Non serve, Rephaim. Non ho più
intenzione di mentire e di
fingere.» Stevie Rae guardò Neferet e la
folla di novizi e professori
che aveva smesso di scappare e adesso
la fissava atterrita. «Non sono
un’attrice così brava, Rephaim. Non ho
mai neanche voluto esserlo,
un’attrice così brava.»
«Non farlo!» La voce del Raven Mocker
mi sconvolse. Non perché
sembrava umana. Sapevo che, quando
non era così arrabbiato da
sibilare, parlava come un ragazzo vero.
Quello che mi sconvolse fu il
tono. Sembrava impaurito e molto, molto
triste.
«Ormai è fatta», replicò Stevie Rae.
E in quel momento, finalmente, ritrovai
la voce anch’io. «Stevie
Rae, cosa cavolo sta succedendo?»
«Mi dispiace, Zy. Te lo volevo dire.
Davvero davvero. È solo che
non sapevo come.» Con lo sguardo,
Stevie Rae m’implorava di
capirla.
«Non sapevi come dirmi cosa?» Poi
compresi: l’odore del sangue
del Raven Mocker. Travolta dall’orrore,
mi ricordai di averlo già
sentito su Stevie Rae. All’improvviso
seppi di cosa stava parlando,
cosa stava cercando di dirmi.
«Hai un Imprinting con quella creatura.»
Io stavo pensando quelle
stesse parole, ma fu Neferet a
pronunciarle ad alta voce.
«Oh, Dea, no, Stevie Rae», dissi, le
labbra gelate e intorpidite.
Incredula, continuavo a scuotere la testa,
come se quel gesto potesse
far sparire l’incubo che avevo di fronte.
«Come?» Quella domanda sembrò
strappata a forza a Dragone.
«Non è stata colpa sua. Sono io il
responsabile», intervenne il
Raven Mocker.
«Non osare rivolgermi la parola,
mostro!» ribatté Dragone.
Lo sguardo rossastro del Raven Mocker
si spostò dal Signore delle
Spade a me. «Zoey Redbird, non
biasimarla.»
«Perché parli con me?» gli strillai
contro. «Stevie Rae, come hai
potuto lasciare che succedesse?» chiesi,
poi mi tappai la bocca,
accorgendomi di colpo di quanto fossi
sembrata mia madre.
«Cazzo, Stevie Rae, sapevo che c’era
qualcosa che non andava,
ma non avevo idea che fossi arrivata a
questo punto», saltò su
Afrodite, mettendosi accanto a me.
«Avrei dovuto dire qualcosa», aggiunse
Kramisha, immobile vicino
alle gemelle. «Sapevo che le poesie su
di te e una bestia erano un
brutto segnale. È che non avevo capito
che erano da prendere alla
lettera.»
«A causa del legame tra questi due, la
Tenebra ha corrotto la
scuola. È senz’altro questa creatura la
responsabile della morte di
Jack», sentenziò Neferet con aria
solenne.
«Sono solo un mucchio di cretinate!»
ribatté Stevie Rae. «È stata lei
a uccidere Jack. Lo ha sacrificato alla
Tenebra per ottenere il
controllo dell’anima di Kalona. Lei lo
sa. Io lo so. E lo sa anche
Rephaim. Per questo stava là sopra:
voleva essere certo che stasera
lei non facesse niente di troppo
terribile.» Osservai Stevie Rae
opporsi a Neferet e riconobbi in lei la
stessa forza e la stessa
disperazione che avevo provato anch’io
quando mi ero messa
contro Neferet, soprattutto quando mi
ero ritrovata a sfidarla da
sola mentre un’intera scuola piena di
vampiri e di novizi neanche
immaginava che lei potesse essere meno
che perfetta.
«Il mostro l’ha cambiata completamente.
Dovrebbero venire
eliminati entrambi. Subito», riprese
Neferet rivolta alla folla che stava
tornando a riunirsi.
Mi si rovesciò lo stomaco e, con una
sicurezza che provavo
soltanto quando venivo influenzata dalla
Dea, seppi di dover
intervenire. «Okay, adesso basta.» Mi
avvicinai a Stevie Rae.
«Immagino che tu sappia quanto sembra
brutta la cosa.»
«Sì, lo so.»
«E hai davvero un Imprinting con lui?»
«Sì», disse, decisa.
«Ti ha aggredita o qualcosa di simile?»
chiesi, cercando di dare un
senso alla situazione.
«No, Zy, al contrario. Mi ha salvato la
vita. Due volte.»
«Ma certo! Sei in combutta col mostro e
alleata con la Tenebra!»
Neferet si voltò verso i novizi e i
vampiri che osservavano la scena.
La luminosità verde che circondava
Stevie Rae s’intensificò come
la sua voce. «Rephaim mi ha salvata
dalla Tenebra. È stato grazie a
lui che sono sopravvissuta dopo che per
sbaglio avevo evocato il
toro bianco. E, anche se la maggior parte
delle persone qui riunite
non può vedere quello che lei sta
facendo, Neferet, non dimentichi
che io lo vedo benissimo. Li vedo, i
tentacoli di Tenebra che
obbediscono ai suoi ordini.»
«Sembri avere grande familiarità con
l’argomento», replicò
Neferet.
«Per forza. Prima del sacrificio di
Afrodite, io ero piena di
Tenebra. La riconoscerò sempre,
proprio come sceglierò sempre la
Luce.»
«Sul serio?» Il sorriso di Neferet era
ipercompiaciuto. «Ed è questo
che hai fatto quando hai stabilito un
Imprinting con questo mostro?
Hai scelto la Luce? I Raven Mocker
sono stati creati da rabbia,
violenza e odio. Vivono per la morte e
la distruzione. Quello che
abbiamo davanti ha ucciso Anastasia
Lankford. Come può tutto ciò
essere scambiato per la Luce e la via
della Dea?»
«Era sbagliato.» Rephaim non si era
rivolto a Neferet, guardava
dritto Stevie Rae. «Ciò che io ero prima
di conoscerti era sbagliato.
Poi tu mi hai trovato e mi hai trascinato
fuori da un luogo oscuro.»
Trattenni il fiato mentre il Raven
Mocker, con un gesto lento e
delicato, sfiorava una guancia della mia
migliore amica per asciugarle
una lacrima. «Tu mi hai dimostrato
gentilezza, e per un po’ ho
intravisto la felicità. Per me è
sufficiente. Lasciami andare, Stevie Rae,
mia Rossa. Consenti loro di avere la
vendetta che cercano. Forse
Nyx avrà pietà del mio spirito e mi
permetterà di entrare nel suo
regno, dove un giorno ti rivedrò.»
Stevie Rae scosse la testa. «No, non
posso. Se io sono tua, allora
anche tu sei mio. Non ho intenzione di
abbandonarti senza
combattere.»
«Questo significa che per lui
combatteresti contro i tuoi amici?» le
gridai con la sensazione che stesse
andando tutto fuori controllo.
Con calma, Stevie Rae mi guardò. Lessi
la risposta nei suoi occhi
prima ancora che, con voce triste ma
decisa, dicesse: «Se devo, lo
farò». E poi pronunciò l’unica frase che
finalmente diede senso a quel
casino pazzesco e che per me cambiò
tutto. «Zoey, quando io ero
piena di Tenebra, tu avresti lottato
contro chiunque per difendermi,
anche se non eri sicura che sarei mai più
tornata me stessa. Vedi, Zy,
lui si è già Trasformato. Ha voltato le
spalle alla Tenebra. Come
potrei non fare quanto hai fatto tu?»
«Quel mostro ha ucciso la mia
compagna!» urlò Dragone.
«Per questo, oltre che per un’infinità di
altri crimini, deve morire»,
sentenziò Neferet. «Stevie Rae, se
decidi di stare dalla parte del
mostro, allora scegli di essere contro la
Casa della Notte e meriti di
morire con lui.»
Dovevo intervenire. «Okay, no.
Aspettate. A volte le cose non
sono bianche o nere, e non esiste
un’unica risposta giusta. Dragone,
so che per lei è terribile, ma proviamo a
prendere un respiro
profondo e a fermarci un attimo. Non
può pensare sul serio di
uccidere Stevie Rae.»
«Se sta dalla parte della Tenebra, merita
lo stesso destino del
mostro», fece Neferet.
«Ma per favore! Ha appena ammesso
anche lei di essere stata con
la Tenebra e Zoey l’ha perdonata»,
s’intromise Afrodite. «Non sto
dicendo che mi sta bene questa strana
cosa tra il ragazzo-corvo e
Stevie Rae, ma come può essere giusto
perdonare lei e non questi
due?»
«Perché io non sono più sotto l’influsso
della Tenebra,
personificata dal padre di questo
essere», replicò viscida Neferet.
«Non sono più sua alleata. Chiedete al
mostro se può affermare la
stessa cosa.»
Guardò il Raven Mocker. «Rephaim,
potresti giurare di non essere
più figlio di tuo padre? Di non essere
più legato a lui?»
Stavolta, Rephaim rispose direttamente
a Neferet. «Solo mio
padre può esentarmi dall’essere al suo
servizio.»
Il viso di Neferet era l’immagine del
compiacimento. «E hai
chiesto a Kalona di esentarti?» Rephaim
spostò lo sguardo su Stevie
Rae. «No. Ti prego di capirmi.»
«Ti capisco. Ti assicuro che è così», gli
rispose lei. Poi strillò a
Neferet: «Non ha chiesto a Kalona di
esentarlo perché non vuole
tradire suo padre!»
«I motivi per cui si sceglie la Tenebra
non sono importanti»,
affermò Neferet.
«A dire il vero, io penso di sì», ribattei.
«E un’altra cosa: stiamo
parlando di Kalona come se lui fosse
qui. Ma non doveva essere
stato bandito dal suo fianco?»
Neferet spostò su di me gli occhi di
ghiaccio. «L’immortale non è
più al mio fianco.»
«Però sembrerebbe che sia a Tulsa pure
lui. Se è stato bandito, che
ci fa qui? Uh... Re-Rephaim»,
m’impappinai sul suo nome. Era così
strano parlare a quell’essere spaventoso
come se fosse un ragazzo
normale. «Tuo padre è a Tulsa?»
«Io... io non posso parlare di mio
padre», rispose esitante il Raven
Mocker.
«Non ti sto chiedendo di dire qualcosa
di male su di lui e
nemmeno di rivelarmi dove sia di
preciso», chiarii.
Con gli occhi colmi di sofferenza, lui mi
rispose: «Mi dispiace.
Non posso».
«Visto? Non dirà niente contro Kalona;
non si opporrà mai a
Kalona», gridò Neferet. «E, dato che il
Raven Mocker è qui, anche il
padre deve già essere a Tulsa o sta per
arrivarci. Perciò, quando
attaccherà questa scuola, e lo farà, lui
sarà di nuovo al suo fianco a
combattere contro di noi.»
Rephaim spostò lo sguardo scarlatto su
Stevie Rae. La voce piena
di disperazione, disse: «Non ti farò mai
del male, ma lui è mio padre
e io...»
Neferet non gli lasciò finire la frase.
«Dragone Lankford, in quanto
Somma Sacerdotessa di questa Casa
della Notte, ti ordino di
proteggerla. Uccidi questo orribile
Raven Mocker e chiunque stia
dalla sua parte.» Sollevò la mano e
piegò il polso verso Stevie Rae.
La bolla verde luccicante che
circondava lei e il Raven Mocker
tremolò, e Stevie Rae gemette, diventò
pallida come gesso e si portò
la mano allo stomaco come se stesse per
vomitare.
«Stevie Rae?» Feci per andare da lei,
ma Stark mi afferrò per un
braccio, trattenendomi. «Neferet sta
usando la Tenebra. Non puoi
metterti tra lei e Stevie Rae, ti
ucciderebbe.»
«La Tenebra?» La voce di Neferet era
gonfia di potere. «Io non sto
usando la Tenebra. Sto mettendo in atto
la giusta vendetta di una
dea. Soltanto questo può farmi spezzare
la barriera che ho davanti.
Dragone, adesso! Mostra a questa
creatura le conseguenze dell’agire
contro la mia Casa della Notte!» Stevie
Rae cadde in ginocchio e la
luminosità verde sparì. Rephaim era
chino su di lei, con la schiena
completamente esposta e vulnerabile
alla spada di Dragone.
Sollevai la mano che non stringeva
Stark, ma cosa potevo fare?
Attaccare Dragone? Salvare il Raven
Mocker che gli aveva ucciso la
compagna? Ero bloccata. Non avrei
lasciato che il maestro di
scherma facesse del male a Stevie Rae,
però lui non stava
aggredendo lei: aggrediva il nostro
nemico, un nemico con cui la
mia migliore amica aveva stabilito un
Imprinting. Era come guardare
uno di quei film splatter e aspettare
l’inizio di una disgustosa
carneficina con tagliamento di gole e
smembramenti vari, solo che
quello era vero.
Poi si udì un grande sibilo, come una
burrasca controllata, e dal
cielo scese Kalona, atterrando tra suo
figlio e Dragone. In mano
stringeva una terribile lancia nera,
quella che aveva fatto
materializzare nell’Aldilà, e l’usò per
deviare il colpo del Signore
delle Spade con tale forza da farlo
cadere in ginocchio.
I Figli di Erebo scattarono in azione.
Oltre una decina corsero a
difendere il loro maestro. Kalona era un
rapidissimo movimento
sfocato e mortale, ma persino lui
faticava a tenere a bada così tanti
Guerrieri tutti in una volta. «Rephaim!
Figlio! A me! Difendimi!»
CAPITOLO 22
STEVIE RAE
«Non puoi uccidere nessuno!» gridò
Stevie Rae mentre Rephaim
afferrava la spada di un Figlio di Erebo
caduto.
Lui la guardò e mormorò: «Obbliga
Kalona ad andare contro i
desideri di Neferet. È l’unico modo per
far finire tutto questo». Poi
corse a difendere il padre.
Obbliga Kalona ad andare contro i
desideri di Neferet? Di cosa
cavolo parla Rephaim? Kalona non è
sotto il suo controllo? Stevie
Rae tentò di rimettersi in piedi, ma quei
terribili tentacoli neri non
avevano soltanto distrutto il suo scudo
di terra, l’avevano anche
svuotata. Si sentiva debole, con la testa
che girava e una gran voglia
di dare di stomaco.
Poi Zoey le si accovacciò accanto,
mentre Stark si frapponeva tra
le ragazze e il sanguinoso scontro tra i
Figli di Erebo e Kalona,
sfoderando una spada gigantesca.
Stevie Rae afferrò il polso di Zoey.
«Non lasciare che Stark faccia
del male a Rephaim! Ti prego, ti prego.
Fidati di me.» Zoey annuì,
poi avvertì il suo Guerriero di non
colpire Rephaim.
«Lo colpisco eccome se ti aggredisce!»
ribatté lui, ora spalleggiato
anche da Dario, che lo aveva raggiunto
con la spada sguainata.
«Non lo farà», gli assicurò Stevie Rae.
«Io non ci scommetterei», intervenne
Afrodite. «Zucca
campagnola, stavolta hai combinato un
casino da delirio.»
«Detesto essere d’accordo con
Afrodite», disse Erin.
«Lo detesto da pazzi, ma ha ragione lei»,
convenne Shaunee.
Damien, l’aria distrutta, s’inginocchiò
accanto a Stevie Rae.
«Possiamo pensarci dopo a sgridarla.
Adesso sarebbe meglio trovare
il modo di tirarla fuori da questo
disastro», commentò.
Gli occhi della vampira rossa si
riempirono di lacrime. «Tu non
capisci! Io non voglio tirarmene fuori, e
l’unico disastro qui è che voi
ragaaazzi abbiate scoperto di Rephaim
così, senza che avessi il tempo
di dirvelo io.»
Damien la fissò per un lunghissimo
istante prima di ribattere: «Oh,
capisco. E capisco sul serio perché,
anche se il mio Compagno non
c’è più, in questi mesi ho imparato un
sacco sull’amore».
Prima che Stevie Rae potesse
aggiungere altro, il grido di dolore
di un Figlio di Erebo attirò l’attenzione
di tutti: Kalona l’aveva
appena ferito alla coscia e il giovane era
crollato. Ma non aveva
ancora toccato terra che già un altro lo
trascinava via e un terzo ne
prendeva il posto, chiudendo la breccia
nel cerchio mortale attorno
ai due esseri alati.
Rephaim e il padre combattevano
schiena contro schiena, e Stevie
Rae avrebbe voluto raggomitolarsi su se
stessa e morire pur di non
assistere al feroce assalto dei Guerrieri.
Perfettamente in sintonia,
Kalona e il Raven Mocker
completavano l’uno i movimenti
dell’altro. Una parte di Stevie Rae
riusciva a cogliere la bellezza della
danza fatale che si stava svolgendo tra
loro e i Guerrieri: in quel
combattimento c’erano una grazia e una
simmetria da mettere i
brividi. Ma nella sua mente c’era spazio
per un unico pensiero:
Scappa, Rephaim! Vola via! Vattene da
qui! Salvati!
Un Guerriero fece un affondo contro
Rephaim, che parò il colpo
solo all’ultimo momento. Spaventata,
sconvolta e quasi del tutto
sopraffatta dalla terribile incertezza
riguardo al futuro di entrambi,
Stevie Rae impiegò più tempo del
dovuto per rendersi realmente
conto di ciò che stava facendo il suo
Raven Mocker. O meglio, di ciò
che I stava facendo. E quando capì, la
ragazza provò il dolce fremito
della speranza. Senza staccare gli occhi
dallo scontro, afferrò la mano
della sua migliore amica.
«Zoey, guarda Rephaim: non sta
attaccando. Non sta facendo
male a nessuno. Si sta solo difendendo.»
Lei si fermò a osservare, quindi disse:
«Hai ragione. Stevie Rae, hai
ragione! Non sta attaccando».
Stevie Rae era così orgogliosa di
Rephaim! Sentiva un dolore al
petto, come se il cuore le battesse
troppo forte per poter rimanere
chiuso nella gabbia toracica. I Guerrieri
continuavano ad attaccare,
rapidi e mortali, e Kalona restituiva ogni
colpo, ferendoli e persino
uccidendoli. Rephaim si limitava a
difendersi: bloccava affondi,
faceva finte e allunghi, senza mai colpire
i Guerrieri che stavano
cercando di ammazzarlo.
«È vero. Il Raven Mocker si sta
unicamente difendendo»,
convenne Dario.
«Pressateli! Uccideteli!» gridava
Neferet. Pareva gonfia di potere e
si crogiolava nella violenza e nella
distruzione.
Perché nessun altro oltre a Stevie Rae
vedeva l’orribile Tenebra
che pulsava e strisciava eccitata intorno
a lei, avvolgendosi sulle
gambe, accarezzandole il corpo,
nutrendosi del suo potere come a
propria volta Neferet si nutriva di morte
e distruzione? Capitanati da
Dragone Lankford, desideroso di
vendetta, i Figli di Erebo
raddoppiarono l’attacco.
«Devo fermarli. Prima che la cosa
precipiti e lui non possa evitare
di uccidere qualcuno. Devo fermarli»,
disse Stevie Rae.
«Non c’è modo di fermarli. Credo che
Neferet progettasse fin
dall’inizio qualcosa di simile.
Probabilmente Kalona è qui perché
gliel’ha ordinato lei», intervenne Zoey.
«Forse Kalona, ma non Rephaim. Lui è
venuto per assicurarsi che
stessi bene e io non lo abbandonerò»,
sentenziò decisa Stevie Rae.
Continuando a osservare lo scontro,
immaginò di essere un
albero, una gigantesca e fortissima
quercia, e che le sue gambe
affondassero nel terreno, come radici
talmente profonde da non
poter essere raggiunte dai vischiosi
tentacoli di Tenebra di Neferet.
Poi immaginò di trarre energia dallo
spirito della terra, ricca, fertile e
possente e, finalmente rinvigorita
dall’elemento, Stevie Rae si alzò.
Quando sollevò una mano per
allontanare quella che Zoey le aveva
teso per aiutarla, la vampira si accorse
che splendeva di un verde
delicato e familiare. Iniziò a camminare
verso Rephaim.
«Ehi, dove credi di andare?» chiese
Stark, che le si parò davanti
insieme con Dario.
«A danzare con le bestie in modo da
penetrare oltre il loro
travestimento», rispose Stevie Rae,
citando la poesia di Kramisha.
«Okay, sei fuori del tutto? Tieni qui il
culo e sta’ lontana da quel
casino!» esclamò Afrodite.
Stevie Rae la ignorò e affrontò i due
Guerrieri. «Ho un Imprinting
con lui. Ho preso la mia decisione. Se
volete lottare con me, sono
pronta, io devo andare da Rephaim.»
«Stevie Rae, nessuno vuole lottare con
te», disse Zoey. Poi, rivolta
a Stark e a Dario, aggiunse: «Lasciatela
andare».
«Zy, mi serve il tuo aiuto. Se ti fidi di
me, seguimi e dammi una
mano con lo spirito», riprese la vampira
rossa.
«No! Non ti puoi immischiare», esclamò
Stark.
Zoey gli sorrise. «Ma ci siamo già
immischiati con Kalona, e
abbiamo vinto. Te lo ricordi?»
Stark sbuffò. «Già, però io sono morto.»
«Non preoccuparti, Guardiano, ti
salverò ancora se serve.» Zoey
tornò a rivolgersi a Stevie Rae. «Hai
detto che Rephaim ti ha salvato
la vita?»
«Due volte. E per farlo ha dovuto
resistere alla Tenebra. Dentro di
lui c’è del buono, te l’assicuro. Ti
prego, Zy, ti prego, fidati di me.»
«Io mi fido di te. Mi fiderò sempre.
Stark, io vado con Stevie
Rae», disse Zoey.
«Anch’io. Se ti servisse l’aria, sarà lì
per te. Io nell’amore continuo
a credere», intervenne Damien, che
finalmente aveva smesso di
piangere.
«A me quel passero troppo cresciuto non
piace per niente, ma di
sicuro l’aria non andrà senza il fuoco»,
aggiunse Shaunee.
«Né senza l’acqua, gemella», concluse
Erin.
«Ragaaazzi, grazie. Non so dirvi quanto
ciò significa per me», disse
Stevie Rae.
«Oh, che cazzo! Andiamo a salvare il
disgustoso corvaccio, così la
zucca campagnola potrà vivere per
sempre infelice e scontenta»,
intervenne Afrodite.
«Sì, facciamolo, però dovresti proprio
togliere quell’in e quella s
dalla frase», la rimbeccò Stevie Rae
mettendosi alla testa del cerchio
creato intorno a lei. Sempre incanalando
il potere della terra, la
ragazza cercò di avvicinarsi a Rephaim
quanto più poteva.
«No! Sta’ lontana!» strillò il Raven
Mocker vedendola.
«Col cavolo che sto lontana!» Stevie
Rae guardò Damien. «In
marcia cowboy, chiama l’aria.»
Damien si voltò verso est. «Aria, ho
bisogno di te. Vieni!» Il vento
prese a turbinargli intorno, sollevando i
capelli di tutti.
Poi fu il turno di Shaunee, che si voltò
verso sud. «Fuoco, vieni a
bruciare per me, piccolino!»
Mentre l’aria si faceva insolitamente
calda, Erin guardò a ovest.
«Acqua, vieni a unirti al cerchio!» Il
profumo di una pioggia di
primavera sfiorò i loro visi.
Allora Stevie Rae si rivolse a nord.
«Terra, tu sei già con me. Ti
prego, unisciti al cerchio.» La
sensazione di essere un tutt’uno col
terreno s’intensificò e Stevie Rae capì
di splendere come un faro di
una luce verde muschio.
Fu il turno di Zy. «Spirito, per favore,
completa il nostro cerchio.»
Ci fu una magnifica sensazione di
benessere cui Stevie Rae si
aggrappò staccandosi dal gruppo come
se fosse stata la punta della
loro lancia. Forte del proprio elemento,
sollevò le braccia, incanalò
l’energia saggia e senza tempo degli
alberi e disse: «Terra, crea una
barriera che metta fine a questa lotta.
Per favore».
«Aiutala, aria», disse Damien.
«Dalle la carica, fuoco», aggiunse
Shaunee.
«Sostienila, acqua», fece Erin.
«Ricolmala, spirito», concluse Zoey.
Stevie Rae sentì scorrere nel proprio
corpo l’energia della terra,
che dai piedi risalì fino alle mani e,
all’improvviso, simili a
rampicanti, sottili viticci verdi
spuntarono dal terreno creando una
barriera intorno a Rephaim e a Kalona,
interrompendo il
combattimento.
Si voltarono tutti a guardare la Somma
Sacerdotessa Rossa, che
sentenziò: «Ecco, così va meglio.
Adesso possiamo risolvere la
questione».
«Dunque, Zoey, tu e il tuo cerchio avete
deciso di allearvi con la
Tenebra», intervenne Neferet.
Prima che la novizia potesse rispondere,
Stevie Rae sbottò:
«Neferet, questo vuol dire avere più
pigne in testa di uno scoiattolo.
Zy è appena tornata da un giretto
nell’Aldilà in compagnia di Nyx,
dove peraltro è riuscita a prendere a
calci in culo Kalona e a
riportare indietro con lei sano e salvo
anche il suo Guerriero, cosa
che nessun’altra Somma Sacerdotessa
era mai stata in grado di fare.
Non mi sembra il candidato ideale per
un’alleanza con la Tenebra».
Neferet aprì la bocca per parlare, ma
Stevie Rae glielo impedì. «No!
Ho ancora una cosa da dirle: non
m’importa di quanta gente riesce a
imbrogliare, voglio che sappia che io
non le crederò mai. Lei non è
affatto cambiata, è sempre la solita
bugiarda e non è una brava
persona, neanche un po’. Ho visto il toro
bianco e conosco la
Tenebra con cui sta giocando. Cacchio,
Neferet, la vedo quella roba
nera che le striscia intorno anche in
questo momento! Quindi. Si.
Tolga. Dai. Piedi.»
Ora che aveva rimesso al suo posto
Neferet, si girò per rivolgersi
a Kalona, ma le parole le si seccarono
sulle labbra.
L’immortale alato pareva un dio
vendicatore, con la lancia nera
che grondava sangue e il petto pieno di
macchie scarlatte. Gli occhi
d’ambra scintillavano mentre la fissava
con un’espressione che era un
misto di divertimento e disprezzo.
Come ho potuto anche solo pensare di
potermi opporre a lui? È
troppo forte, e io sono niente di niente...
gridò la mente di Stevie
Rae.
«Spirito, dalle coraggio», mormorò la
voce di Zoey, trasportata
fino a lei dal vento evocato da Damien.
Per un attimo, la vampira rossa incrociò
lo sguardo della sua
migliore amica, che le sorrise.
«Continua. Finisci quello che hai
iniziato. Puoi farcela.»
Stevie Rae si sentì travolgere da
un’immensa ondata di gratitudine
e, quando tornò a guardare Kalona,
trasse altra energia dalle radici
che immaginava la collegassero al suo
elemento e, con quella fonte
di potere unita al sostegno dei suoi
amici, finì ciò che aveva iniziato.
«Okay, lo sanno tutti che una volta eri il
Guerriero di Nyx, e che
sei qui perché qualcosa ha incasinato la
faccenda... o meglio, sei qui
perché tu hai incasinato la faccenda.
Sarai pure diventato tutto
cattivo e cose così, ma una volta dovevi
pur conoscere l’onore, la
lealtà e magari persino l’amore. Quindi
ho qualcosa da dirti su tuo
figlio, e voglio che tu mi ascolti. Non so
come o perché sia successo,
ma io lo amo, e credo che lui ami me.»
«Sì, Stevie Rae, ti amo», confermò
Rephaim in tono chiaro e
distinto in modo che la sua voce
arrivasse a tutti i presenti.
Lei si concesse un momento per
sorridergli, piena di orgoglio e
felicità e, soprattutto, amore. Poi tornò a
concentrarsi su Kalona. «Sì,
è strano. No, non sarà mai una relazione
normale, e la Dea sa che
dovremo affrontare un sacco di problemi
coi miei amici, ma io
voglio dare a Rephaim una vita in cui
conoscerà dolcezza, pace e
felicità. Solo che non lo posso fare se
prima non fai tu una cosa:
Kalona, lo devi liberare. Devi
permettergli di scegliere se stare con te
o cambiare il suo destino. Io qui mi sono
messa in guai grossi, però
credo con tutta me stessa che da qualche
parte dentro di te ci sia
ancora almeno un pezzettino di
Guerriero di Nyx e che quel Kalona,
quello che proteggeva la nostra Dea,
farebbe la cosa giusta. Perciò ti
prego di essere di nuovo quel Kalona,
anche se solo per un
secondo.» Calò il silenzio.
Mentre Kalona fissava Stevie Rae senza
battere ciglio, Neferet
s’intromise, sdegnosa e arrogante come
sempre. «Basta con questa
stupida farsa. Mi occuperò della
barriera d’erba. Dragone, soddisfa la
tua sete di vendetta sul Raven Mocker.
Quanto a te, Kalona, ti
ordino di starmi lontano. Tu sei stato
bandito dal mio fianco per un
secolo, non te lo dimenticare.»
Stevie Rae si preparò. Prevedeva
qualcosa di terribile, ma di
sicuro non si sarebbe tirata indietro,
anche se ciò significava
affrontare di nuovo la Tenebra e i
viscidi tentacoli neri che ormai
sembravano stare sempre vicino a
Neferet.
Ma, proprio quando provò la prima fitta
di dolore e di gelo,
unita alla sofferenza che la Tenebra
provocava nel cuore della terra,
l’immortale alato sollevò leggermente
una mano. «Alt! Sono alleato
della Tenebra da tempo immemorabile.
Obbedisci al mio comando.
Questa non è la tua battaglia. Vattene!»
«No!» esclamò Neferet, mentre i
tentacoli vischiosi, invisibili a
quasi tutti i presenti, cominciavano a
scivolare via per essere
riassorbiti dall’ombra da cui
provenivano. «Stupida creatura! Cosa
stai facendo? Ho ordinato a te di
andartene. Sei tu che devi obbedire
ai miei ordini! Qui sono io la Somma
Sacerdotessa!»
«Io non sono sotto il tuo controllo! E non
lo sono mai stato.»
Kalona sorrise, trionfante. Il suo aspetto
era così magnifico che per
un momento, guardandolo, Stevie Rae
rimase senza fiato.
Neferet si riprese in fretta. «Non so di
cosa tu stia parlando. Ero io
sotto il tuo controllo.»
Kalona osservò i novizi che lo fissavano
con gli occhi sgranati e i
vampiri che si erano armati per
aggredirlo o che erano incerti se
fuggire o adorarlo. «Ah, figli di Nyx,
molti di voi, come me, hanno
smesso di ascoltare la nostra Dea. Ma
quando imparerete?»
Quindi si rivolse a Rephaim. «È vero
che hai un Imprinting con la
Rossa?»
«Sì, padre.»
«E che le hai salvato la vita? Più di una
volta?»
«Come lei ha salvato la mia. È stata lei
a guarirmi dopo la caduta.
E, quando ho affrontato il toro bianco
per liberarla, è stata lei a
curare la terribile ferita che mi ha
inflitto la Tenebra.» Lo sguardo di
Rephaim incrociò quello di Stevie Rae.
«Per ripagarmi di averla
sottratta alla Tenebra, mi ha sfiorato col
potere della Luce che le
appartiene, quello della terra.»
«Non l’ho fatto per ripagarti. L’ho fatto
perché non sopportavo di
vederti soffrire», ribatté la vampira
rossa.
Lentamente, come se gli costasse
un’enorme fatica, Kalona sollevò
una mano e la posò sulla spalla del
figlio. «Sai che non potrà mai
amarti come una donna ama un uomo?
Desidererai per sempre
qualcosa che lei non ti può dare.»
«Padre, ciò che mi dà è più di quanto
abbia mai avuto.» Per un
attimo, il volto di Kalona si contorse in
una smorfia di dolore. «Io ti
ho dato amore in quanto mio figlio, il
mio figlio prediletto.»
Rephaim esitò ma, quando alla fine si
decise, rispose con estrema
onestà, nonostante l’immenso dolore che
gli costava fare
quell’ammissione. «Forse in un altro
mondo, in un’altra vita, questo
avrebbe potuto anche essere vero. In
questa, mi hai dato potere,
disciplina e rabbia. Ma non amore. Mai
amore.»
«Allora, in questo mondo, in questa vita,
ti darò un’altra cosa: la
possibilità di scegliere. Scegli,
Rephaim. Scegli tra il padre che hai
servito e seguito fedelmente per secoli e
il potere che tutto questo ti
ha dato, e l’amore di questa Somma
Sacerdotessa vampira, che non
sarà mai completamente tua, perché
proverà sempre orrore per il
mostro che c’è in te.»
Negli occhi di Rephaim, Stevie Rae
lesse una domanda cui rispose
ancor prima che lui potesse pronunciarla
ad alta voce: «Quando ti
guardo, io non vedo un mostro, né fuori
né dentro. Quindi non
provo orrore per te. Io ti amo,
Rephaim». Chiuse un attimo gli occhi,
attraversata da un brivido di disagio. Lui
era buono, lei ne era
convinta, ma preferirla a suo padre gli
avrebbe cambiato per sempre
il corso dell’esistenza. E, dato che era in
parte immortale, quel «per
sempre» poteva essere inteso in senso
letterale. Magari non poteva...
magari non voleva... magari...
«Padre...» Non appena udì la voce di
Rephaim, Stevie Rae riaprì
gli occhi.
«Io scelgo Stevie Rae e la via della
Dea.» Sul volto di Kalona si
disegnò una smorfia di dolore. «Allora
così sia. Da questo momento
in poi, tu non sei più mio figlio. Ti
offrirei la benedizione di Nyx, ma
lei non mi ascolta più. Perciò ti offro
invece un avvertimento: se la
ami con tutto te stesso, quando ti
renderai conto che lei non ti ama
allo stesso modo – e non lo farà, perché
non può – questo ucciderà
tutto ciò che hai dentro.» L’immortale
spiegò le immense ali, sollevò
le braccia e sentenziò: «Rephaim è
libero! Così ho detto. Così sia!»
In seguito, Stevie Rae avrebbe ripensato
a quel momento e al
modo in cui l’aria intorno a Rephaim
aveva tremolato quando lui
era stato liberato dal vincolo che lo
legava al padre. In quell’istante,
però, non riuscì a fare altro che fissare a
occhi sgranati Rephaim
mentre la sfumatura scarlatta scompariva
dalle sue iridi, lasciando
soltanto i grandi occhi scuri da umano
che la fissavano dalla testa di
un enorme corvo.
Ali ancora spiegate, corpo ancora
ingigantito dal potere e, come
voleva credere Stevie Rae, dalla
sofferenza che doveva provare per
la perdita del figlio, Kalona spostò lo
sguardo d’ambra su Neferet.
Non disse nemmeno una parola. Si
lanciò nel cielo della notte,
lasciandosi dietro la scia di una risata di
scherno, oltre a un’altra
cosa: dall’aria, un’unica penna bianca
volteggiò atterrando ai piedi
di Stevie Rae. Questo la sconvolse al
punto che la barriera che aveva
eretto intorno a Rephaim svanì. Ma
stava fissando la penna con tale
intensità da non accorgersi di avere
perso la concentrazione.
Era china a raccogliere la piuma,
quando Neferet urlò: «Dragone,
adesso che l’immortale se n’è andato,
uccidi suo figlio. Non mi faccio
imbrogliare da questa farsa».
Stevie Rae gemette quando la Tenebra
spezzò il suo contatto con
la terra, indebolendola. Non riuscì
neppure a gridare vedendo
Dragone lanciarsi contro Rephaim.
CAPITOLO 23
REPHAIM
Rephaim non ebbe neanche il tempo di
capire cosa fosse successo,
quando Neferet ordinò a Dragone di
ucciderlo. Era troppo
concentrato su Stevie Rae che fissava
qualcosa di bianco nell’erba.
Poi si scatenò il caos. La luminosità
verde che lo circondava sparì.
Stevie Rae diventò pallida come uno
spettro e ondeggiò come se
avesse i capogiri. E, all’improvviso,
ecco che Zoey, l’amica di Stevie
Rae, gli stava davanti, piazzata tra lui e i
Figli di Erebo in cerca di
vendetta.
«No. Noi non aggrediamo chi sceglie la
strada della Dea.» I
Guerrieri si fermarono, incerti, mentre
Stark e Dario si precipitavano
a fianco di Zoey. Entrambi avevano la
spada sguainata, ma
l’espressione sul loro viso non lasciava
dubbi: era evidente che
nessuno dei due voleva colpire i
confratelli.
È colpa mia. È colpa mia se stanno
combattendo tra loro. Mentre
correva da Stevie Rae, i pensieri di
Rephaim erano un misto di dubbi
e disgusto per se stesso.
«Vuoi davvero opporti ai nostri Figli di
Erebo?» domandò
incredula Neferet a Zoey.
«Vuole che i nostri Guerrieri uccidano
qualcuno al servizio della
Dea?» ribatté lei.
«Quindi adesso saresti capace di
leggere nel cuore degli altri?
Neppure le vere Somme Sacerdotesse
possono vantare una simile
capacità divina», replicò Neferet in tono
saggio e compiaciuto.
Prima che lei si materializzasse,
Rephaim percepì un cambiamento
nell’aria, come se stesse per scoppiare
un temporale e l’atmosfera
fosse carica di elettricità. In mezzo
all’ondata di energia, di luce e di suoni,
comparve la Dea della Notte, Nyx.
«No, Neferet, Zoey non può vantare una
simile capacità divina,
ma io sì.»
Al suono della sua voce celestiale, ogni
tentacolo di Tenebra
strisciò via a gran velocità.
Accanto a Rephaim, Stevie Rae espirò
di botto, neanche avesse
trattenuto il fiato fino a quel momento, e
cadde in ginocchio,
mentre tutt’intorno a loro si udivano
mormorii intimiditi: «È Nyx!»
«È la Dea!»
«Oh, benedetta sia!» E l’attenzione del
Raven Mocker fu tutta per
lei.
Era davvero la notte personificata. I
capelli splendevano di una
luminescenza argentata, come la luna
piena in ottobre. Gli occhi
erano come il cielo della luna nuova,
neri e sconfinati. Il resto del
suo corpo era semitrasparente. A
Rephaim sembrò di vedere della
seta scura che si agitava come mossa da
un leggero vento e una
sagoma femminile, e forse persino una
mezzaluna tatuata sulla
fronte liscia, ma più cercava di metterla
a fuoco, più l’immagine
della Dea diventava diafana e
incandescente. Fu in quel momento
che si accorse di essere l’unico rimasto
in piedi. Tutti gli altri si erano
inginocchiati, quindi lo fece anche lui.
Comprese subito di non doversi
preoccupare per essersi mosso in
ritardo. L’attenzione di Nyx era altrove.
Stava fluttuando sopra
Damien, che non ne aveva idea, dato che
stava in ginocchio con la
testa china e gli occhi chiusi.
«Damien, figlio mio, guardami.»
Lui sollevò la testa e sgranò gli occhi
per lo stupore. «Oh, Nyx! Sei
proprio tu! Pensavo di essermelo solo
immaginato.»
«Forse in un certo senso è così. Voglio
tu sappia che il tuo Jack è
con me, ed è uno degli spiriti più puri e
gioiosi che siano mai entrati
nel mio regno.»
Gli occhi di Damien si riempirono di
lacrime che gli scivolarono
sulle guance. «Grazie. Grazie di
avermelo detto. Mi aiuterà a cercare
di vivere facendo a meno di lui.»
«Figlio mio, non c’è bisogno di fare a
meno di Jack. Ricordalo, e
rallegrati del breve ma bellissimo amore
che avete condiviso. In
questo modo non si dimentica e non si fa
a meno di qualcuno, si
guarisce la ferita della nostalgia.»
Tra le lacrime, Damien sorrise. «Me ne
ricorderò. Me ne ricorderò
per sempre, come sempre sceglierò la
tua via, Nyx. Ti do la mia
parola.»
La Dea si voltò e i suoi occhi scuri
osservarono gli altri presenti,
per fermarsi infine su Zoey.
«Ben trovata, mia Dea», disse subito lei,
sconvolgendo il Raven
Mocker per il tono familiare che aveva
usato.
Non avrebbe dovuto essere più
rispettosa, più timorosa, nel
rivolgersi alla Dea?
«Ben trovata, Zoey Redbird!» La Dea
ricambiò il sorriso della
Somma Sacerdotessa novizia e per un
attimo lui pensò che
somigliava a una dolce e bellissima
ragazzina, una ragazzina che
all’improvviso gli fu familiare.
Riconoscendola, Rephaim trasalì: il
fantasma nella villa Gilcrease! Il
fantasma era la Dea!
Poi Nyx iniziò a parlare, rivolgendosi a
tutti, e il suo volto mutò
in quello di un essere etereo così
luminoso e stupendo che era
difficile fissarlo e impossibile pensare a
qualcosa che non fossero le
sue parole, che parevano una sinfonia.
«Qui stasera sono accadute
molte cose. Sono state compiute scelte
che alterano uno spirito,
quindi significa che, per alcuni di voi, si
sono aperte nuove strade.
Per altri, si è consolidata una decisione
presa tanto tempo fa. E,
tuttavia, la vita di qualcuno si trova
sull’orlo del baratro.» Lo
sguardo della Dea indugiò su Neferet,
che chinò immediatamente la
testa. «Tu, figlia mia, sei cambiata. Non
sei più quella di un tempo. E
in verità, posso ancora chiamarti
figlia?»
«Nyx! Grande Dea! Come potrei non
essere tua figlia?»
Parlando con la Dea, Neferet non
sollevò la testa, perciò i folti
capelli ramati le coprivano
completamente il viso, nascondendo la
sua espressione.
«Stasera hai chiesto perdono. Zoey ti ha
dato una risposta. Io te
ne darò un’altra: il perdono è un dono
speciale, che bisogna
meritarsi.»
«Nyx, ti chiedo umilmente di dividere
con me questo dono
speciale», replicò Neferet.
«Quando ti meriterai il dono, lo
riceverai.» Bruscamente, la Dea
lasciò Neferet per dedicarsi al Signore
delle Spade, che la salutò con
rispetto portandosi il pugno chiuso sul
cuore. «La tua Anastasia è
libera dal dolore e dal rimpianto. Farai
anche tu la stessa scelta di
Damien, imparando a gioire nel ricordo
dell’amore avuto e
continuerai con la tua vita oppure
deciderai di distruggere ciò che lei
tanto amava in te, ossia la tua capacità
di essere allo stesso tempo
forte e compassionevole?» Tutti
osservarono Dragone, in attesa di
una risposta che non arrivò.
«Rephaim», disse la Dea.
Il Raven Mocker fissò Nyx dritto in
volto per un istante, poi chinò
la testa pieno di vergogna, pronunciando
le prime parole che gli
affollarono la mente: «Ti prego, non
guardarmi!»
Stevie Rae gli prese la mano. «Non ti
preoccupare. Non è qui per
punirti.»
«E tu come lo sai, giovane Somma
Sacerdotessa?»
La stretta di Stevie Rae sulla mano di lui
si fece spasmodica, ma la
voce della ragazza non tremò. «Perché tu
puoi vedere nel suo cuore,
e io so cosa troverai.»
«Stevie Rae, cosa pensi ci sia nel cuore
del Raven Mocker?»
«Bontà. E non credo sia più un Raven
Mocker. Suo padre l’ha
liberato, quindi penso sia un nuovo tipo
di... be’, di ragazzo come
non ce ne sono mai stati prima.»
Inciampò nelle parole ma riuscì
comunque a terminare la frase.
«Vedo che sei legata a lui», fu
l’enigmatica risposta della Dea.
«Sì», affermò decisa Stevie Rae.
«Anche se il vostro legame implica la
divisione di questa Casa
della Notte e forse persino di questo
mondo?»
«Mia mamma pota sempre le rose alla
grande e da piccola
pensavo che fosse un male e che magari
rischiava anche di ucciderle.
Quando gliel’ho chiesto, lei mi ha
spiegato che a volte bisogna
tagliare via delle parti vecchie per fare
spazio al nuovo. Magari è ora
di tagliare via qualche parte vecchia»,
rispose Stevie Rae.
Le sue parole stupirono così tanto
Rephaim che questi spostò lo
sguardo dal terreno alla ragazza. Lei gli
sorrise e, in quel momento,
lui desiderò più di ogni altra cosa di
poter ricambiare quel sorriso e
stringerla tra le braccia come un ragazzo
normale, perché nei suoi
occhi vedeva calore e amore e felicità, e
neppure la minima traccia
di rimpianto o rifiuto.
Stevie Rae gli diede la forza di guardare
la Dea e incrociare il suo
sguardo infinito.
Ciò che vide gli risultò familiare, perché
rispecchiava lo stesso
calore e amore e gioia che aveva visto
negli occhi di Stevie Rae.
Rephaim lasciò la mano di Stevie Rae
per portarsi il pugno sul
cuore nell’antico saluto formale. «Ben
trovata, Dea Nyx.»
«Ben trovato, Rephaim. Tu sei l’unico
figlio di Kalona ad avere
abbandonato la rabbia e il dolore del tuo
concepimento, e l’odio
che ha caratterizzato la tua lunga vita,
per cercare la Luce.»
«Gli altri non avevano Stevie Rae»,
replicò.
«È vero, lei ha influenzato la tua
decisione, ma tu ti sei dovuto
aprire a lei per seguire la Luce invece
della Tenebra.»
«Non è sempre stata questa la mia
scelta. In passato ho fatto cose
terribili. Questi Guerrieri hanno ragione
a volermi morto.»
«Provi rimorso per il tuo passato?»
«Sì.»
«Scegli un nuovo futuro in cui t’impegni
a seguire la mia strada?»
«Sì.»
«Rephaim, figlio del Guerriero
immortale deposto Kalona, io ti
accetto al mio servizio e ti perdono per i
peccati che hai commesso.»
«Grazie, Nyx.» La voce di Rephaim era
roca per l’emozione di
doversi rivolgere alla Dea, alla sua Dea.
«Mi ringrazierai anche se ti dico che,
benché io ti accetti e ti
perdoni, ci sono delle conseguenze da
pagare per le tue scelte del
passato?»
«Qualunque cosa succeda, io ti
ringrazierò per l’eternità. Questo
lo giuro», replicò senza esitare.
«Speriamo che tu possa avere molti anni
in cui tenere fede a
questo giuramento. Ecco dunque ciò che
ho deciso.» Nyx sollevò le
braccia, come per tenere la luna tra i
palmi delle mani, e a Rephaim
parve che raccogliesse luminosità
addirittura dalle stelle. «Poiché hai
risvegliato l’umanità che c’è in te, ogni
sera dal tramonto all’alba, io
ti faccio questo dono: la forma che
realmente meriti.» La Dea scagliò
verso di lui la luce che si era radunata
tra le sue mani.
Rephaim sussultò, sconvolto da un
dolore così terribile da farlo
urlare e crollare a terra.
Mentre giaceva lì, paralizzato, soltanto
la voce della Dea riusciva
a raggiungerlo: «Per espiare le tue
colpe, di giorno perderai la tua
vera forma e tornerai a quella del corvo,
che non conosce altro che
gli spregevoli desideri di una bestia.
Valuta bene come usare la tua
umanità. Impara dal passato e tieni a
bada la bestia. Così ho detto.
Così avvenga!» Poi la Dea spalancò le
braccia per accogliere tutti e
sentenziò gioiosa: «Lascio il resto di voi
col mio amore, se decidete
di accettarlo, e il desiderio che per
sempre benedetti siate».
Nyx scomparve in un’esplosione di luce,
talmente accecante da
lasciare Rephaim ancora più confuso.
Almeno il dolore era
diminuito, però il suo corpo sembrava
strano, poco familiare,
intorpidito... Abbassò lo sguardo verso
di sé e rimase così sconvolto
che per un momento non riuscì a capire.
Perché sono dentro un
ragazzo? Ma la domanda trovò risposta
nei singhiozzi di Stevie Rae,
che piangeva e rideva allo stesso tempo.
«Cos’è successo?» chiese Rephaim,
ancora senza capire.
Stevie Rae non sembrava in grado di
parlare perché continuava a
piangere lacrime di gioia.
Anche la Somma Sacerdotessa novizia,
Zoey Redbird, gli sorrideva
e gli tendeva la mano, per aiutarlo ad
alzarsi. «La nostra Dea ti ha
fatto diventare un ragazzo», spiegò.
Quando capì che era la verità, quasi
ricadde in ginocchio. «Sono
umano. Completamente umano.»
Rephaim osservò il fisico forte di
un giovane e alto guerriero cherokee.
«Sì, ma soltanto di sera. Di giorno sarai
completamente corvo»,
disse Zoey.
Rephaim però l’udì a malapena, perché
guardava Stevie Rae, che
fece un passo verso di lui ma poi si
fermò, esitante, mentre si
asciugava il viso.
«È... è brutto? Non vado bene?» sbottò
lui.
La vampira lo guardò dritto negli occhi.
«No. Sei perfetto.
Assolutamente perfetto. Sei il ragazzo
che abbiamo visto nella
fontana.»
«Vorresti... posso...» Rephaim non
riusciva a finire una frase,
troppo emozionato per trovare le parole
giuste, quindi preferì agire,
colmando lo spazio che lo separava da
Stevie Rae con due passi
lunghi e del tutto umani. Senza esitare, la
prese tra le braccia e fece
quello che quasi non si era consentito
neppure in sogno: si chinò a
baciarla con le proprie labbra.
Assaporò le sue lacrime e la sua risata,
e finalmente scoprì cosa significava
essere davvero felici.
Perciò fu con riluttanza che si staccò da
lei dicendo: «Aspetta,
devo fare una cosa».
Fu facile individuare Dragone Lankford.
Gli si avvicinò con
lentezza, senza movimenti bruschi, ma i
Guerrieri al suo fianco si
mossero comunque, evidentemente
pronti a combattere di nuovo
per il loro maestro.
Rephaim si fermò davanti al Signore
delle Spade, sostenendo il
suo sguardo carico di dolore e rabbia.
Annuì per indicare che capiva.
«Ti ho provocato una grandissima
perdita. Non ho scuse per ciò che
ero. Posso soltanto dire che sbagliavo.
Non ti chiedo di perdonarmi
come ha fatto la Dea.» Appoggiò a terra
un ginocchio. «Ciò che
chiedo è che tu mi consenta di ripagare
il debito di una vita che ho
con te servendoti. Se mi accetti, finché
avrò respiro, con le mie
azioni e il mio onore io tenterò di fare
ammenda per la perdita della
tua compagna.»
Dragone non replicò. Rimase a fissare
Rephaim mentre sul viso gli
passavano emozioni contrastanti: odio,
disperazione, rabbia e
tristezza. Che infine andarono a formare
una maschera di fredda
determinazione. «Alzati, mostro. Non
posso accettare il tuo
giuramento. Non sopporto di guardarti.
Non ti consentirò di
servirmi.»
«Dragone, ci pensi bene», intervenne
Zoey Redbird. «So che è
dura, so cosa significa perdere qualcuno
che si ama, ma deve
decidere come continuare a vivere, e
sembrerebbe che stia
scegliendo la Tenebra invece della
Luce.»
Lo sguardo di Dragone era crudele, la
voce gelida quando rispose
alla giovane Somma Sacerdotessa.
«Dici di sapere cosa significa
perdere un amore? Per quanto tempo hai
amato quel ragazzo
umano? Meno di dieci anni! Anastasia è
stata la mia compagna per
più di un secolo.»
Zoey sobbalzò, come se quelle parole
l’avessero ferita a livello
fisico, e Stark le fu subito accanto,
guardando preoccupato il Signore
delle Spade.
«Ed è per questo che una bambina non
può essere a capo di una
Casa della Notte. Così come non può
essere una vera Somma
Sacerdotessa, per quanto indulgente sia
la Dea», sentenziò Neferet
spostandosi accanto a Dragone e
sfiorandogli il braccio con rispetto.
«Aspetti un attimo, odiosa. Non ricordo
che Nyx abbia detto che
la perdonava. Ha parlato di se e di doni,
ma, correggetemi se
sbaglio, non c’è stato nessun: Ciao
Neferet, guarda che sei
perdonata», saltò su Afrodite.
«Tu non fai parte di questa scuola! Tu
non sei più una novizia!» le
strillò contro Neferet.
«No, lei è una Profetessa, ricorda? L’ha
detto anche il Consiglio
Supremo», ribatté Zoey in tono calmo e
saggio.
Invece di rispondere a Zoey, Neferet si
rivolse alla folla di vampiri
e novizi. «Vedete come distorcono le
parole della Dea persino pochi
minuti dopo che lei ci è apparsa?»
Rephaim sapeva che quella vampira era
malvagia, sapeva che non
era più al servizio di Nyx, ma persino
lui dovette riconoscere che
sembrava intensa e bellissima. Così
come riconobbe i tentacoli di
Tenebra che erano ricomparsi e avevano
ricominciato a scivolare
verso di lei, colmandola e alimentando
il suo bisogno di potere.
«Nessuno sta distorcendo niente»,
replicò Zoey. «Nyx ha
perdonato Rephaim e l’ha fatto diventare
umano. Ha anche
ricordato a Dragone che doveva fare una
scelta riguardo al proprio
futuro. E ha fatto sapere a lei che il
perdono è un regalo che la Dea
concede a chi se lo merita. Tutto qui.
Stiamo dicendo soltanto
questo, nient’altro.»
«Dragone Lankford, in quanto Signore
delle Spade e maestro dei
Figli di Erebo di questa Casa della
Notte, accetti questo...» Neferet
s’interruppe, guardando Rephaim con
disprezzo. «... questa
aberrazione come uno dei tuoi?»
«No. Non posso accettarlo.»
«Allora non lo posso accettare nemmeno
io. Rephaim, non ti sarà
consentito di rimanere in questa Casa
della Notte. Vattene,
immonda creatura, e vai a fare ammenda
per il tuo passato altrove.»
Il ragazzo non si mosse. Attese che
Neferet lo guardasse poi, con
calma e in modo molto chiaro, disse: «Io
ti vedo per quella che sei».
«Vattene!» strillò lei.
Rephaim si alzò e iniziò ad allontanarsi
dal Signore delle Spade e
dal suo gruppo di Guerrieri, ma Stevie
Rae gli prese la mano e lo
fermò. «Dove vai tu, vado anch’io.»
Lui scosse la testa. «Non voglio che tu
venga scacciata dalla tua
casa a causa mia.»
Un po’ timida, Stevie Rae gli sfiorò il
viso. «Ma non capisci che
per me casa è dove sei tu?»
Rephaim le prese la mano poi, non
fidandosi a parlare, annuì e
sorrise. Sorridere... che sensazione
incredibilmente piacevole!
Stevie Rae si rivolse ai presenti. «Io
vado con lui. Ho intenzione
d’iniziare una nuova Casa della Notte
nei tunnel sotto lo scalo
ferroviario. Là non è bello come qui,
però è un casino più
amichevole.»
«Non puoi creare una Casa della Notte
senza l’approvazione del
Consiglio Supremo», la rimbeccò
Neferet.
I mormorii sconvolti della folla
ricordarono a Rephaim la brezza
d’estate che si perde tra l’erba delle
antiche praterie, un suono
infinito e inutile.
La voce di Zoey Redbird si levò alta e
forte: «Se sarete guidati da
una regina vampira e accettate di tenervi
fuori dalla politica
vampira, il Consiglio Supremo vi
lascerà in pace». Sorrise a Stevie
Rae. «Guarda caso, io sono appena stata
più o meno nominata
regina. Che ne diresti se venissi con te e
Rephaim? Sceglierò sempre
l’amichevole rispetto al lussuoso, senza
dubbio.»
«Vengo anch’io», intervenne Damien
dando un’ultima occhiata
alla pira che si stava consumando.
«Scelgo un nuovo inizio.»
«Pure noi veniamo», affermò Shaunee.
«Come no, gemella. E poi la nostra
stanza qui era comunque
troppo piccola», le fece eco Erin.
«Ma torniamo a prendere la nostra
roba», aggiunse Shaunee.
«Oh, cavolo, certo!» convenne Erin.
«Merda. Lo sapevo da quando questa
serata è andata fuori
controllo. Lo sapevo e basta. È uno
schifo paragonabile al fatto che a
Tulsa non ci sia una boutique di
Nordstrom, ma potete stare certi
che io qui non ci rimango», disse
Afrodite.
E, mentre Afrodite si appoggiava al suo
Guerriero e sospirava da
vera diva, tutti i novizi rossi si
avvicinarono a Rephaim e a Stevie
Rae, piazzandosi proprio accanto a
Zoey, Stark e al resto del cerchio.
Il resto dei loro amici.
«Questo significa che non posso essere
il Poeta Laureato di tutti i
vampiri?» s’informò Kramisha unendosi
al gruppo.
«Naa! Quella è una cosa che non ti può
togliere nessuno a parte
Nyx», affermò Zoey.
«Bene. Visto che è appena stata qui e
non mi ha licenziata,
immagino che sia okay», commentò
Kramisha.
«Se ve ne andate non siete niente!
Nessuno di voi!» gridò Neferet.
«Be’, Neferet, le cose stanno così: a
volte non essere niente
assieme ai tuoi amici vuol dire essere
tutto!» replicò Zoey.
«Quello che dici non ha neanche senso»,
ribatté Neferet.
«Non ne ha per te.» Rephaim mise un
braccio intorno alle spalle
di Stevie Rae.
«Andiamo a casa», disse lei cingendo il
fianco completamente,
assolutamente umano di Rephaim.
«Mi sembra un’ottima cosa», commentò
Zoey prendendo Stark
per mano.
«A me sembra invece che avremo da
pulire per una barcata di
tempo», brontolò Kramisha mentre si
allontanavano.
«Il Consiglio Supremo dei Vampiri
verrà a conoscenza di tutto
questo», gridò Neferet.
Zoey si fermò quanto bastava a replicare
senza nemmeno voltarsi
del tutto: «Sì, bene, tanto non è difficile
contattarci. Abbiamo
Internet e tutto il resto. E poi un po’ di
noi torneranno per seguire le
lezioni. Questa è ancora la nostra
scuola, anche se non è più la
nostra casa».
«Oh, grandioso. Siamo un caso da
servizi sociali, con tanto di
mezzi di trasporto convenzionati», fece
Afrodite.
Rephaim capì di avere un’espressione
più che interrogativa
quando Stevie Rae rise e l’abbracciò.
«Non ti preoccupare. Avremo
tutto il tempo di aggiornarti sulle cose
moderne. Per adesso basta
che tu sappia che siamo insieme e che di
solito Afrodite non è tanto
carina e gentile.» Poi si alzò in punta di
piedi e lo baciò, e Rephaim
lasciò che il suo odore e il contatto con
lei coprissero le voci del
passato e il ricordo pressante del vento
sotto le ali...
CAPITOLO 24
NEFERET
Neferet fece appello a tutto il suo
autocontrollo per consentire a
Zoey e al suo patetico gruppo di amici
di lasciare la Casa della
Notte, anche se avrebbe tanto voluto
sguinzagliargli contro la
Tenebra e ridurli in poltiglia.
Perciò, in segreto e con molta
attenzione, inspirò per assorbire i
fili neri che le giravano intorno,
scivolando festanti di ombra in
ombra. Quando si sentì forte e sicura e
nuovamente padrona della
situazione, si rivolse ai suoi seguaci,
quelli rimasti nella sua Casa della Notte.
«Gioite, novizi e vampiri! La comparsa
di Nyx stanotte è stata un
segno della sua benevolenza. La Dea ha
parlato di scelte, di doni e di
strade da seguire. Purtroppo abbiamo
visto che Zoey Redbird e i
suoi amici hanno deciso d’intraprendere
un percorso che li ha
allontanati da noi e, di conseguenza, da
Nyx. Ma noi supereremo
questa prova e continueremo, pregando
la nostra misericordiosa Dea
che quegli incauti decidano di tornare
tra queste mura.» Quindi, con
un movimento quasi impercettibile,
puntò le lunghe unghie rosse in
direzione dei vampiri e dei novizi
ancora dubbiosi, che la fissavano
incerti.
La Tenebra rispose subito, individuando
i possibili oppositori,
avviluppandosi a loro, confondendo le
menti con fitte di dolore,
insinuando dubbi e paure
apparentemente immotivati.
«Adesso, ritiriamoci tutti nelle nostre
stanze e accendiamo una
candela del colore dell’elemento che
sentiamo più vicino. Sono
convinta che Nyx ascolterà queste
preghiere incanalate dagli
elementi e ci renderà più lieve questo
periodo di sofferenza e di
conflitto.»
«Neferet, e riguardo al corpo del
novizio? Non dovremmo
continuare a vegliarlo?» chiese Dragone
Lankford.
Lei fece molta attenzione a non lasciar
trapelare il disprezzo che
provava. «Fai bene a ricordarmelo,
Signore delle Spade. Quanti di
voi hanno reso omaggio a Jack con le
candele viola dello spirito
possono gettarle nella pira prima di
andarsene. I Figli di Erebo
continueranno a vegliare il corpo del
povero novizio per il resto
della notte.» In questo modo mi libererò
sia dell’energia delle
candele dello spirito sia della
scocciante presenza di tutti questi
Guerrieri, pensò.
«Come desideri, Sacerdotessa», disse
Dragone facendole l’inchino.
Neferet lo degnò a malapena di uno
sguardo. «Ora devo
ritirarmi. Ritengo che il messaggio che
mi ha rivolto Nyx avesse
molti aspetti. Alcuni li ha mormorati
solo al mio cuore, e ora ho
bisogno di tempo per riflettere. Perciò
devo pregare e meditare.»
«Quello che ha detto Nyx ti ha
infastidita?» domandò Lenobia.
Avrei dovuto saperlo che non era
rimasta perché caduta nella mia
trappola. Lei resta qui per mettermi i
bastoni tra le ruote, si disse
Neferet, che aveva già iniziato ad
allontanarsi dagli sguardi indiscreti
della Casa della Notte. Si fermò e, con
la punta delle dita, mandò la
Tenebra in direzione della Signora dei
Cavalli.
Con grande stupore di Neferet, Lenobia
si guardò in giro, come se
fosse realmente in grado di scorgere i
tentacoli.
«Sì, è vero, ciò che ha detto Nyx mi ha
infastidita», replicò brusca
la Somma Sacerdotessa, riportando su di
sé l’attenzione dei presenti.
«Ho capito che la Dea è molto in
pensiero per la nostra Casa della
Notte. L’hai sentita anche tu parlare di
una divisione nel nostro
mondo, e si è verificata. Mi stava
avvertendo. Vorrei solo avere
avuto la possibilità d’impedire che
questo accadesse.»
«Ma ha perdonato Rephaim. Non
avremmo potuto...»
«Certo, la Dea ha perdonato
quell’essere, ma questo significa forse
che dobbiamo sopportare la sua
presenza tra noi?» Con gesto
aggraziato, mosse il braccio verso
Dragone Lankford che se ne stava
tristissimo accanto alla pira del novizio.
«Il nostro Figlio di Erebo ha
fatto la scelta giusta. Purtroppo, troppi
giovani novizi sono stati
traviati da Zoey Redbird e Stevie Rae e
dalle loro parole perverse.
Come ha detto la stessa Nyx, il perdono
è un premio che bisogna
meritarsi. Auguriamoci per il bene di
Zoey che continui a godere
della benevolenza della Dea perché,
dopo le sue azioni di stasera,
temo per lei.»
Neferet accarezzò l’aria, attirando
dall’ombra altri fili di Tenebra,
che con un gesto rapidissimo scagliò
contro la folla, nascondendo un
sorriso soddisfatto quando udì i gemiti e
i sospiri pieni di dolore e
confusione. «Andate! Raggiungete le
vostre stanze, pregate e
riposate. Questa sera siamo stati tutti
messi a dura prova. Ora io vi
lascio e, come ha detto la Dea, vi auguro
che benedetti siate.»
Abbandonò in gran fretta il centro del
parco, lasciandosi colmare
dall’energia della Tenebra, che rinforzò
il suo corpo da poco
immortale e la fece viaggiare sulle ali
incolori della morte, del dolore
e della disperazione.
Ma, prima di raggiungere il Mayo
Building e il lussuoso attico in
cui sapeva, in cui era certa che Kalona
la stesse aspettando, Neferet
percepì un grande cambiamento nei
poteri che la trasportavano.
Fu il freddo a colpirla per primo.
Neferet non era sicura di aver
ordinato a quelle forze di fermarsi o se
invece fosse stato il gelo a
bloccarle; comunque fosse, si ritrovò in
mezzo all’incrocio tra Peoria
e l’Undicesima. La Tsi Sgili si rialzò e
si guardò intorno, cercando di
orientarsi. Il cimitero sulla sinistra attirò
la sua attenzione, e non solo perché
ospitava i resti in decomposizione degli
umani, fatto che la
divertiva. Percepiva che da lì stava
arrivando qualcosa. Con uno
scatto, Neferet afferrò un tentacolo di
Tenebra che si allontanava e
lo costrinse a condurla oltre l’appuntita
recinzione di ferro che
circondava il cimitero.
Di qualunque cosa si trattasse, sentiva
che la chiamava, e Neferet
si mise a correre, guizzando come un
fantasma tra le lapidi e i
monumenti in rovina che gli umani
trovavano così rasserenanti.
Infine giunse alla zona centrale, in cui
quattro ampi sentieri lastricati
convergevano a formare un cerchio dove
sventolava la bandiera
americana e splendeva l’unica luce. A
parte lui.
Ovviamente Neferet lo riconobbe subito.
Le era già capitato
d’intravedere il toro bianco, ma non si
era mai materializzato in
tutto il suo splendore e lei rimase senza
parole davanti a tanta
bellezza. Il mantello era di un bianco
luminoso, come una perla,
perfetta e seducente. Lei si tolse la
camicia che le aveva dato Stark,
denudandosi davanti allo sconvolgente
sguardo nero del toro. Poi si
lasciò cadere in ginocchio.
«Ti sei spogliata per Nyx. Ora ti spogli
per me? Sei così generosa
con tutti, regina delle Tsi Sgili?»
La voce le risuonò nella mente, oscura,
facendola rabbrividire.
«Non mi sono spogliata per lei. E tu lo
sai meglio di chiunque
altro. La Dea e io percorriamo strade
diverse: io non sono più
mortale e non desidero essere
sottomessa a un’altra femmina.»
Il gigantesco toro bianco avanzò,
facendo tremare il terreno sotto
i grandi zoccoli. Il naso non sfiorò
nemmeno la delicata pelle di lei,
limitandosi a inspirare il suo profumo e,
quando espirò, il suo fiato
circondò Neferet, accarezzandole il
corpo e risvegliando i suoi
desideri più segreti.
«Quindi, invece di essere sottomessa a
una dea, preferisci inseguire
un immortale caduto?»
Lo sguardo di Neferet si fissò negli
occhi neri e insondabili del
toro. «Kalona non significa niente per
me. Stavo andando da lui per
vendicarmi del giuramento che ha
infranto. Ne ho il diritto.»
«Lui non ha infranto giuramenti. Non era
vincolato a me. L’anima
di Kalona non è più del tutto
immortale... ne ha data via una parte.
Che stupido.»
«Davvero? Molto interessante...» Alla
notizia, il corpo di Neferet
prese a vibrare di eccitazione.
«Vedo che sei ancora infatuata di lui.»
Neferet sollevò il mento e scosse
all’indietro i lunghi capelli
ramati. «Non sono infatuata di Kalona.
Desidero solo imbrigliare e
sfruttare i suoi poteri.»
«Sei proprio una creatura magnifica, del
tutto priva di cuore.»
La lingua del toro lambì il corpo nudo di
Neferet, che tremò
eccitato per la deliziosa sofferenza. «Da
oltre un secolo non avevo
un seguace tanto fervente.
All’improvviso l’idea sembra
gradevole.»
Neferet rimase in ginocchio davanti a
lui. Con gesto lento e delicato
si allungò a toccarlo. Il manto del toro
era gelido come ghiaccio ma
liscio e scivoloso come acqua.
Il corpo del toro fremette e la sua voce
risuonò nella mente di lei,
entrandole nell’anima e facendole girare
la testa per l’intensità del
suo potere: «Ah! Avevo dimenticato
quanto può essere stupefacente
il contatto fisico quando non è obbligato.
Non mi accade spesso di
essere sorpreso e mi scopro a
desiderare di farti un grande favore, in
cambio».
«Accetterò con gioia qualunque favore
voglia farmi la Tenebra.»
«Sì, credo proprio che ti farò un dono.»
«Che dono?» replicò ansimante Neferet,
cogliendo l’ironia del
fatto che le parole della Tenebra
incarnata rispecchiassero quelle di
Nyx.
«Ti farebbe piacere se creassi per te uno
Strumento che prenda il
posto di Kalona? Potresti comandarlo a
piacimento, usarlo come
arma.»
«Sarebbe potente?» La respirazione
della Tsi Sgili era accelerata.
«Se il sacrificio è degno, lui sarà molto
potente.»
«Sacrificherei qualunque cosa alla
Tenebra. Dimmi cosa desideri
per creare questo essere e io te la darò»,
ribatté Neferet.
«Per creare lo Strumento, devo avere
tutto il sangue di una donna
dagli antichi legami con la terra, che le
siano stati trasmessi da
generazioni e generazioni di matriarche.
Più la donna è forte, pura e
anziana, più lo Strumento sarà perfetto.»
«Umana o vampira?» chiese lei.
«Umana... Sono legate alla terra in modo
più completo, dato che
il loro corpo torna alla terra molto più
rapidamente di quello dei
vampiri.»
Neferet sorrise. «So con esattezza chi
sarebbe il sacrificio perfetto.
Se mi porti da lei stasera, ti darò il suo
sangue.» Il toro piegò le
grandi zampe anteriori, per consentire a
Neferet di salirgli in groppa.
«La tua offerta mi attira, mia spietata Tsi
Sgili. Mostrami il sacrificio.»
«Desideri portarmi tu?»
Anche se lui era in ginocchio, era
comunque difficile salire su
quella schiena liscia, ma poi la Tenebra
venne in aiuto a Neferet e la
sollevò come se non pesasse niente.
«Crea un’immagine mentale del luogo
dove desideri che io ti
porti, il luogo in cui possiamo trovare il
tuo sacrificio, e io ti ci
condurrò.» Neferet si chinò in avanti,
stringendo le braccia intorno
all’immenso collo, quindi iniziò a
visualizzare dei campi di lavanda e
una deliziosa casetta in pietra
dell’Oklahoma con un’accogliente
veranda in legno e ampie finestre...
LINDA HEFFER
Linda odiava ammetterlo, ma sua madre
aveva ragione. «John
Heffer è uno su-li», sbottò, usando il
termine cherokee per
«avvoltoio», che era il modo in cui
Sylvia Redbird aveva definito
John la prima volta in cui si erano
incontrati. «Be’, è anche un
imbecille, bugiardo e traditore... un
imbecille col conto corrente in
rosso e senza libretto di risparmio»,
aggiunse soddisfatta. «Perché
oggi li ho svuotati, un attimo dopo
averlo beccato sdraiato sulla
scrivania del suo ufficio insieme con la
segretaria della parrocchia!»
Serrò le mani sul volante della Dodge
Intrepid e accese i fari
mentre riviveva mentalmente quella
scena terribile. Aveva pensato
che sarebbe stato carino fargli una
sorpresa portandogli in ufficio un
pranzo speciale preparato con le sue
mani. John ultimamente faceva
un sacco di straordinari ma, nonostante
tutte quelle ore di lavoro,
continuava a fare moltissimo
volontariato in chiesa... Linda strinse le
labbra.
Be’, adesso aveva capito cosa faceva in
realtà. O, meglio, chi si
faceva!
Avrebbe dovuto accorgersene. I segnali
c’erano tutti: aveva
smesso di prestarle attenzione, smesso
di tornare a casa, perso cinque
chili e si era persino sbiancato i denti!
Lui avrebbe cercato di convincerla a
tornare a forza di
chiacchiere. Lo sapeva che sarebbe
andata così. Aveva persino
tentato d’impedirle di scappare via dal
suo ufficio, ma non è tanto
facile inseguire qualcuno coi calzoni
calati.
«E la cosa peggiore è che non vorrebbe
farmi tornare perché mi
ama, ma solo perché così non
perderebbe la faccia.» Linda si morse il
labbro e sbatté con forza le palpebre,
rifiutandosi di piangere. «No.
La cosa peggiore è che John non mi ha
mai amata. Voleva soltanto
sembrare il marito perfetto con una
famiglia perfetta, ecco perché gli
servivo. Ma la nostra famiglia non è mai
stata perfetta... e neanche
lontanamente felice.» Aveva ragione mia
madre. E anche Zoey aveva
ragione.
Il pensiero di Zoey fu quello che
finalmente diede libero sfogo
alle lacrime. A Linda mancava
moltissimo: Zoey era la figlia cui si era
sempre sentita più vicina. Sorrise tra le
lacrime, ricordando di
quando loro due si concedevano i
weekend della stupidera,
sistemandosi assieme sul divano a
mangiare schifezze e guardare film
della serie del Signore degli Anelli o di
Harry Potter, e a volte anche
di Guerre Stellari. Da quanto non lo
facevano più? Anni. L’avrebbero
mai rifatto? Linda soffocò un singhiozzo.
Avrebbero potuto anche
adesso che Zoey era alla Casa della
Notte?
E comunque, chissà se Zoey avrebbe
voluto rivederla...
Se John avesse rovinato in modo
irreparabile il suo rapporto con
Zoey, Linda non se lo sarebbe mai
perdonato.
Quello era uno dei motivi per cui era
salita in macchina nel cuore
della notte e si era diretta a casa della
madre. Linda voleva parlarle
di Zoey, di come recuperare il rapporto
con lei. E voleva anche
trovare sostegno nella forza della madre.
Le serviva aiuto per restare
ferma sulle sue posizioni e non lasciarsi
convincere da John a
riconciliarsi con lui.
Ma soprattutto, Linda voleva sua madre.
Non importava che ormai fosse una
donna adulta. Aveva ancora
bisogno di un abbraccio, di sentirsi dire
da Sylvia che sarebbe andato
tutto bene, che aveva preso la decisione
giusta.
Linda era così persa nei suoi pensieri
che quasi non vide la svolta
per la stradina che passava tra i campi
di lavanda. Frenò di colpo,
girò a destra e rallentò. Era da più di un
anno che non andava da
quelle parti, ma non era cambiato niente
e ne fu contenta, perché
quel posto la faceva sentire di nuovo al
sicuro e normale.
In veranda, la luce era accesa, così
come una lampada all’interno.
Linda sorrise, parcheggiò e scese
dall’auto. Probabilmente era quella
lampada anni ’20 a forma di sirena che
sua madre usava per leggere
la sera tardi. Solo che per Sylvia
Redbird non era tardi. Per lei le
quattro del mattino era presto, e quasi
ora di alzarsi.
Linda stava per bussare alla porta,
quando ci vide attaccato un
biglietto profumato alla lavanda, con
sopra l’inconfondibile
calligrafia della madre.
Cara Linda, sentivo che saresti venuta
ma, non sapendo con
certezza quando, mi sono portata avanti
consegnando in anticipo
saponette, sacchettini e altre cose al
pow-wow a Tahlequah. Torno
domani. Come sempre, ti prego di fare
come se fossi a casa tua.
Spero di trovarti qui al mio ritorno. Ti
voglio bene.
Linda sospirò. Cercando di non sentirsi
delusa e scocciata, entrò.
«Non è colpa sua. Sarebbe stata qui se
io non avessi smesso di
passare a trovarla.» Era abituata
all’insolita capacità di sua madre di
sapere quando stava per ricevere visite.
«Sembra che il suo radar
funzioni ancora.»
Per un attimo restò in piedi in mezzo al
soggiorno, cercando di
decidere cosa fare. Forse sarebbe
dovuta tornare a Broken Arrow.
Forse John l’avrebbe lasciata in pace
per un po’, almeno quanto le
bastava a procurarsi un avvocato e fargli
notificare i documenti per il
divorzio.
Ma quella sera aveva concesso ai
ragazzi uno strappo alla regola,
lasciando che andassero a dormire dagli
amici una sera in settimana,
perciò non c’era nessuno a casa. Non
era necessario che rientrasse.
Linda sospirò di nuovo e stavolta sentì il
profumo di sua madre: un
misto di lavanda, vaniglia e salvia.
Odori veri di erbe vere e di
candele fatte a mano, così diversi dai
deodoranti elettrici per
ambienti che John insisteva a usare
invece di «quelle candele che
fanno fumo e quelle vecchie piante tutte
sporche».
Fu il profumo a convincerla. Linda andò
decisa in cucina, verso la
piccola rastrelliera per il vino, e prese
un buon rosso. Aveva
intenzione di bersi tutta la bottiglia e
leggere uno dei romanzi rosa di
sua madre, per poi barcollare fino alla
stanza degli ospiti. E si
sarebbe goduta ogni minuto! L’indomani
Sylvia le avrebbe dato una
tisana per far passare il mal di testa, e
l’avrebbe aiutata a capire
come rimettere in sesto la sua vita. Di
cui John Heffer non avrebbe
più fatto parte e Zoey, invece, sì.
«Heffer... che cognome stupido»,
commentò Linda versandosi un
bicchiere di vino. «Quel cognome è una
delle prime cose di cui mi
libererò!» Stava osservando la libreria,
incerta se scegliere qualcosa di osé di
Kresley Cole o di Gena Showalter,
oppure l’ultimo di Jennifer
Crusie, Maybe This Time. Sì, quello. Fu
il titolo a farla decidere:
forse, anche per lei era venuto il
momento di fare la cosa giusta.
Linda stava per mettersi comoda in
poltrona, quando udì bussare tre
volte alla porta.
A suo parere, era decisamente un’ora
folle per andare a trovare
qualcuno, ma a casa di sua madre non si
sapeva mai cosa aspettarsi,
quindi andò ad aprire.
La vampira sulla soglia era di una
bellezza incredibile, aveva un
che di familiare ed era completamente
nuda.
CAPITOLO 25
NEFERET
«Lei non è Sylvia Redbird.» Neferet
squadrò con disprezzo la
donna scialba che le aveva aperto.
«No, sono sua figlia Linda. In questo
momento mia madre non
c’è», replicò lei guardandosi
nervosamente intorno e, quando vide il
toro bianco, sgranò gli occhi e impallidì
di colpo.
«Oh! Ma è un... un... toro! Ommioddio
ma i campi sono tutti
bruciati! Venga, venga dentro, che è più
sicuro! Le trovo qualcosa da
mettere e poi chiamo la protezione
animali o la polizia o qualcuno.»
Neferet sorrise e si voltò a osservare il
toro, che se ne stava in
mezzo al campo di lavanda più vicino. A
un occhio inesperto,
poteva davvero sembrare che la
vegetazione fosse carbonizzata.
Ma Neferet non era affatto inesperta.
«Il campo non è bruciato, è congelato.
Le piante secche sembrano
scolorite come dal fuoco. Invece sono
ghiacciate», spiegò con lo
stesso tono che usava in classe, a
lezione.
«Io... io non avevo mai visto un toro fare
una cosa simile.»
Neferet guardò Linda inarcando un
sopracciglio. «A lei quello sembra
un toro normale?»
«No», mormorò la mamma di Zoey. Poi
si schiarì la voce e,
nell’evidente tentativo di avere un’aria
seria, affrontò Neferet. «Mi
scusi. Sono un po’ confusa riguardo a
quello che sta succedendo.
Ma... la conosco? Posso aiutarla?»
«Non si preoccupi. Sono Neferet,
Somma Sacerdotessa della Casa
della Notte di Tulsa, e spero davvero
tanto che lei mi possa aiutare.
Prima di tutto, mi dica quando pensa che
rientri sua madre.»
«Oh, ecco perché mi sembrava
familiare. Mia figlia Zoey
frequenta quella scuola.»
«Già, conosco Zoey molto bene.»
Neferet fece un sorriso viscido.
«Quando ha detto che rientra sua
madre?»
«Non prima di domani. Posso darle un
messaggio da parte sua? E
gradirebbe, mmm... un vestito o
qualcosa da mettersi?»
«Nessun messaggio e nessun vestito.» La
maschera di affabilità
cadde di colpo e Neferet sollevò una
mano per afferrare dei
tentacoli di Tenebra nascosti tra le
ombre che la circondavano. Poi li
scagliò contro la donna umana,
ordinando: «Legatela e portatela
fuori». Non sentendo il familiare dolore
delle ferite che
rappresentavano il pagamento per l’uso
dei fili di Tenebra, Neferet
sorrise all’enorme toro e chinò la testa
per ringraziarlo del suo
favore.
«Mi pagherai dopo, mia spietata Tsi
Sgili.» Neferet fremette,
pregustando ciò che sarebbe successo.
I patetici strilli dell’umana disturbarono
le sue fantasie, perciò
aggiunse un nuovo ordine: «E
imbavagliatela! Non posso certo
tollerare questo baccano».
Le grida di Linda s’interruppero
bruscamente com’erano
cominciate. Neferet entrò nel cerchio di
lavanda gelata intorno alla
bestia, ignorando il freddo che avvertiva
in tutto il corpo, e
raggiunse decisa il toro bianco. Gli
sfiorò un corno con un dito prima
di fargli un grazioso inchino. «Ecco il
tuo sacrificio.»
Il toro guardò oltre la sua spalla.
«Questa non è una potente matriarca.
Questa è una patetica
casalinga la cui vita è stata consumata
dalla debolezza.»
«Vero, ma sua madre è una saggia del
popolo cherokee. Nelle sue
vene scorre lo stesso sangue.»
«Diluito.»
«La puoi usare come sacrificio o no?
Può servire per creare il mio
Strumento?»
«Sì, tuttavia il tuo Strumento sarà
perfetto solo quanto il tuo
sacrificio.»
«Ma gli darai un potere che io posso
controllare?»
«Sì.»
«Allora è mio desiderio che tu accetti
questo sacrificio. Non
aspetterò la madre quando posso avere
subito la figlia, e quindi lo
stesso sangue.»
«Come desideri, mia spietata Tsi Sgili.
Mi sono stancato di tutto
questo. Uccidila in fretta e passiamo
oltre.» Neferet non replicò. Si
voltò e raggiunse l’umana. Non si
divincolava neanche. Singhiozzava
soltanto, piano, mentre i tentacoli di
Tenebra le incidevano strisce
rosse sulla bocca, sul viso e sul corpo.
«Mi serve una lama. Subito.» La mano
di Neferet si riempì di gelo
e di dolore, che presero la forma di un
lungo pugnale di ossidiana.
Con un singolo movimento, lei tagliò la
gola di Linda.
Gli occhi della donna si spalancarono e
si rovesciarono, fino a
mostrare soltanto il bianco, mentre il
sangue scivolava fuori del suo
corpo, assieme alla vita.
«Prendetelo tutto. Non sprecate neppure
una goccia.»
All’ordine del toro bianco, i tentacoli di
Tenebra fremettero
intorno alla madre di Zoey, attaccandosi
alla sua gola e a tutte le
altre ferite, quindi iniziarono a
succhiare. Incantata, Neferet vide che
ciascun tentacolo aveva un filo che
tornava al toro, dissolvendosi nel
suo corpo, nutrendolo di sangue umano.
Il toro gemette di piacere.
Quando l’umana fu solo un guscio vuoto
e il toro sospirò
soddisfatto, gonfio di morte, Neferet si
diede alla Tenebra nel modo
più totale e assoluto.
HEATH
«Vai, vai, vai, Neal!» Heath lanciò la
palla al ricevitore con la
maglia dei Golden Hurricane di Tulsa e
sulla schiena il nome
SWEENEY.
Sweeney dribblò un gruppetto di ragazzi
con la divisa viola e
crema dell’Oklahoma University per
andare in touchdown.
Heath sollevò il pugno. «Sììì! Sweeney
potrebbe acchiappare un
moscerino sulla schiena di una mosca!»
«Ti stai divertendo, Heath Luck?»
Sentendo la voce della Dea, Heath smise
di esultare e rivolse a
Nyx un sorriso un po’ colpevole. «Sì,
già, qui è grandioso. Non si
smette mai di giocare, inoltre ho dei
ricevitori fantastici e grande tifo e,
quando mi stufo del football, appena in
fondo alla strada c’è quel
lago... È pieno di spigole da far piangere
di gioia un pescatore
professionista.»
«E le ragazze? Non vedo tifose e
nemmeno pescatrici.»
Il sorriso di Heath si affievolì.
«Ragazze? No. Io ce l’ho già una
ragazza, e non è qui. Ma questo lo sai,
Nyx.»
Il sorriso di Nyx era radioso. «Stavo
solo controllando. Vorresti
sederti a parlare con me un momento?»
«Sì, certo.»
A un gesto di Nyx, lo stadio da college
vecchio stile scomparve e,
all’improvviso, Heath si ritrovò
sull’orlo di un precipizio in cima a
un canyon immenso e talmente profondo
che il fiume che scorreva
sul fondo sembrava una sottile striscia
d’argento. Il sole sorgeva
sull’altro lato del crinale e il cielo era
pieno delle sfumature viola,
rosa e azzurre di una nuova splendida
giornata.
Con la coda dell’occh