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La nostra rassegna stampa augura a tutti i propri
lettori un sereno Natale ed un felice Anno Nuovo.
Le pubblicazioni riprenderanno il 17 gennaio 2016
os
tr
a
Milano - Basilica di Sant’Ambrogio
con il patrocinio di
La
n
Rassegna
Stampa
20 dicembre 2015
A cura de: “L’Agenzia Culturale di Milano”
Con sede in Milano, via Locatelli, 4
www.agenziaculturale.it
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Estratti da:
Ciclostilato in proprio
11/12/2015
«Il presepe è pace
e fraternità»
Il Presidente Sergio Mattarella ha inaugurato la mostra delle Natività al Quirinale
È nato in Italia, in piccolo borgo tra le
montagne, un po' lontano da tutto e tutti.
Per mano di un uomo, Francesco,
diventato il santo forse più popolare e
amato di tutta la storia del cristianesimo. E
da Greccio, sulle falde del reatino, piano
piano è diventata nei secoli la più
emblematica rappresentazione planetaria
di un'umanità dolente che si riscatta
grazie alla salvezza portata da Dio tra gli
uomini. Simbolo di identità per i credenti,
messaggio di pace e di fratellanza per tutti.
Il presepe è forse il più innocuo tra i vessilli
della cattolicità, ma certamente dalla
formidabile carica evocativa. Un emblema
nazionale, comunque, tanto che la
Presidenza della Repubblica per la prima
volta ha deciso di allestire la mostra
«Presepi d'Italia. Le tradizioni regionali al
Quirinale», inaugurata ieri dal Presidente
Sergio Mattarella. «Il presepe esprime un
intenso sentimento religioso e trasmette
un messaggio di pace e di fraternità
universale» scrive il Capo dello Stato nel
messaggio di saluto del catalogo della
mostra, dove erano presenti i presidenti
delle regioni. «Proprio la profondità e
l'universalità del suo significato hanno
reso questi simboli dialoganti con le
coscienze, con le fedi, con le culture, con le
tradizioni popolari. E oggi il dialogo tra
credenti e non credenti, il dialogo tra fedi e
culture diverse rappresenta una condizione indispensabile per costruire un
futuro di sviluppo e di pace».
Un'iniziativa pensata mesi fa ma che arriva
a compimento in un momento in cui il
tema della rappresentazione natalizia sale
di nuovo alla ribalta e diventa terreno di
stucchevole polemica politica a seguito di
decisioni discutibili, per nondire altro,
L’Agenzia Culturale di Milano - Rassegna Stampa n. 237 del 20 dicembre 2015
prese in alcune scuole di non realizzare i
presepi o di non insegnare ai bimbi i canti
tradizionali in nome di un presunto
rispetto per le altre fedi. Tralasciando le
reazioni di alcune frange della politica in
"difesa" dei valori della nostra civiltà spesso messi in scena da persone che non
entrano in una chiesa neppure per sbaglio
- il presepe in sé offre una risposta
fattuale alle esasperazioni del concetto
(giusto) di laicità. La rappresentazione
della nascita di Gesù nella mangiatoia di
Betlemme, così come la trasmette la
tradizione del vangeli (compresi quelli
apocrifi), al di là delle numerose varianti
geografiche, culturali e storiche, ha un
denominatore comune indelebile: quella
di un mondo sofferente, emarginato, che
vede in uno come loro la luce. «Pensiamo
che Gesù è stato un rifugiato, è dovuto
fuggire per salvare la vita, con San
Giuseppe e la Madonna ha dovuto
andarsene in Egitto» ha detto Papa
Francesco, più volte riprendendo un
concetto che la Chiesa cattolica ha sempre
tenuto fermo davanti agli occhi del
mondo. Una famiglia che scappa, quella di
Giuseppe e Maria giunta alla fine del
tempo di gravidanza, che non sa dove
ripararsi, e trova nella "periferia" degli
ultimi, dei poveri, degli emarginati il primo
di segno di vicinanza. E l'iconografia, che
cambia di continuo, casa per casa, chiesa
per chiesa, scuola per scuola, non erode
mai questa messaggio, che è di unità e
fratellanza. Non c'è nulla di discriminatorio verso le altre fedi rappresentare
questi valori, tantopiù verso i fedeli delle
altre religioni monoteiste: Gesù era ebreo,
ed era di Palestina.
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10/12/2015
Perché oggi più che mai "non possiamo
non dirci cristiani", come Croce
di Umberto Minopoli
della modernità. Che si sostanzia in un rovesciamento rispetto agli
Ce ne siamo dimenticati. Parlo di quel piccolo libretto che Croce
antichi: la rivoluzione cristiana, scrive Croce, porta il pensiero del-
scrisse di botto, a suo dire, in un'inquieta notte del 1942: "Perché
l'uomo "al centro dell'anima". La centralità della "coscienza mora-
non possiamo non dirci cristiani". Sarebbe un ottimo testo
le", rispetto all'oggettivismo, alle mitologie, all'estraniamento delle
scolastico breve di storia della filosofia. E un'utile lettura, oggi, per
vecchie religioni, è il prodotto umanistico della rivoluzione cri-
alcuni improvvisati "laici". E per lo strabico cotè che, in ossequio al
stiana: il suo frutto più progressivo. La spiritualità cristiana, carbu-
multiculturalismo, si affloscia a concedere valore di provocatorietà
rata dalla centralità della "morale" e dal concetto di "amore" per il
alla esibizione dei simboli cristiani. Simboli religiosi, al pari di altri,
prossimo diventa, scrive Croce, la base di un potente progresso ci-
che andrebbero espulsi dalla sfera pubblica e rintanati in quella
vile e culturale che supera anche le resistenze buie dell'in-
privata. Ma sono veramente, solo, residuali simboli religiosi quelli
tolleranza, delle persecuzioni, delle intransigenze. Croce abbozza,
cristiani nella nostra sfera pubblica? Croce stimola, con il suo
in poche righe, il viaggio europeo che dall'Umanesimo, al Rinasci-
scritto una rappresentazione diversa, laica e civile, dei significato,
mento, dal pensiero scientifico del Settecento all'Illuminismo alla
per noi, del cristianesimo. Che non può non riguardare anche la
riforma luterana e all'idealismo tedesco coronerà l'esito dello
sua simbologia. Il libretto del grande padre liberale del nostro
"spirito" liberale come tributario della originaria "rivoluzione
Novecento è una risposta alle strampalate semplificazioni, al clima
morale" del Cristianesimo: una sorta, per Croce, di rivoluzione
di sincretismo relativista, di banalizzazione, di svalutazione
copernicana che spiega la specificità e le ragioni della
comparata di "tutte" le religioni e delle loro simbologie che episodi
civilizzazione europea. Il Cristianesimo, conclude Croce, in quanto
come quelli di Padova hanno sollevato. Croce era "inquieto" quella
prospettiva e spiegazione della storia civile e culturale europea è in
notte del '42, certamente, per gli esiti della guerra, per la tragedia
qualche modo oltre la Chiesa. E non "scriviamo", dichiara Croce,
italiana e per il ruolo della chiesa cattolica di cui gli interessava ali
"per gradire o sgradire gli uomini di Chiesa" quando rivendichiamo
mentare il distacco dalla dittatura. E la speranza di un arruo-
"l"uso di quel nome, cristiani, che la storia ci dimostra legittimo e
lamento motivato dei cattolici nella ricostruzione liberale dell'Italia
necessario" ma per richiamare l'acquisizione del Dio cristiano
del futuro. Ma lo scritto va oltre. Traccia un affresco della storia
come logica dello Spirito. Che, com'è noto, nel linguaggio idealista
culturale europea. E finisce per caricare la chiesa, implicitamente,
del liberale Croce non è altro che quella costruzione umana che
di una responsabilità più vasta: di incarnare, pur con ritardi e
trascende l'uomo: cultura, costume, stili di vita e di pensiero, storia.
contraddizioni, non tanto una comunità credente ma il corpus
Di quella parte del mondo che ha conosciuto la "rivoluzione
istituzionale di una civiltà, lo "spirito" europeo. È dichiaratamente
morale" del cristianesimo. Croce deve oggettivare il significato del
non strettamente religiosa e laica la inevitabilità del dirsi "cristiani"
Cristo e non lo dice ma l'umanesimo come "rivoluzione dello
che Croce rivendica. Egli traccia una versione civile, laica,
spirito", umanistica e tollerante, e centralità della coscienza
culturale del cristianesimo che lo spoglia dei connotati dei riti, della
umana è la stessa tensione che anima il tormentato cammino del
credenza e dei "dommi". E ne richiede la funzione, universalistica e
giudaismo e la sua storia "europea": una grande cultura dell'uomo,
laica, di origine e lievito dello spirito "liberale" europeo. La pro-
risposta allo spaesamento della diaspora, che fa dire che lo spirito
spettiva "cristiana" è sintetizzata dal filosofo idealista nella "rivo-
europeo è, certamente, giudaico-cristiano. Ecco: mi ricorderei del
luzione morale" rappresentata dal cristianesimo rispetto alle civi-
libretto di Croce e della sua idea civile, laica, culturale del "dirsi
lizzazioni e alle culture che l'avevano preceduto. Anche rispetto al-
cristiani" quando discettiamo della simbologia cattolica nei nostri
la grandezza del pensiero, dell'arte e della cultura dell'ellenismo
luoghi pubblici. Che è un richiamo di umanesimo, di cultura
classico da cui il cristianesimo trae origine. Echeggiando in anti-
dell'amore e della tolleranza. E quando, stancamente e
cipo il Papa di Ratisbona, Croce specifica la "rivoluzione morale"
volgarmente, concediamo ragioni al carattere "offensivo" di un
del Cristianesimo come la più potente rottura filosofica e culturale
crocefisso o di un compassionevole canto di Natale.
L’Agenzia Culturale di Milano - Rassegna Stampa n. 237 del 20 dicembre 2015
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10/12/2015
CHI È OGGI ERODE?
di Camillo Ripamonti (*)
Settecento i bambini morti da inizio anno. Una nuova «strage
degli innocenti » si consuma ormai da mesi davanti a un'Unione
Europea indifferente e sorda al grido di un'umanità che cerca
giustizia. Quest'Europa chiusa in se stessa, sempre più ripiegata
sui propri confini e sulle proprie paure sta rinunciando alla
vocazione di baluardo di civiltà e democrazia. Controlli, divieti,
muri, hotspot, respingimenti alle frontiere... non può essere
questa la soluzione al complesso fenomeno delle migrazioni. È
assurdo pensare di poter fermare chi si mette in cammino in cerca
di salvezza. Bisogna agire, programmare e regolare per
accogliere e integrare in maniera costruttiva ed efficace. Ostinarsi
a discriminare e 'classificare' con una pervicace mancanza di
visione rischia di diventare la nostra condanna.
L'ultima strage di bimbi è avvenuta pressoché simultaneamente
all'apertura del Giubileo della Misericordia. Si tratta di un tragico
ossimoro. Le istituzioni, la società civile aprano gli occhi: non c'è
Giubileo finché c'è ingiustizia. Non c'è misericordia finché
restiamo indifferenti davanti al dolore di chi non può che fuggire.
Nella cappella degli Scrovegni a Padova c'è un celebre affresco di
Giotto che raffigura la strage degli innocenti, episodio raccontato
nel Vangelo di Matteo: Erode, reso cieco dalla paura di perdere il
trono, ordina l'uccisione di tutti i piccoli per eliminare Gesù, il
Messia. A volte viene da pensare se non siamo forse noi gli Erode
di oggi! Un vero e proprio massacro di innocenti, e dei loro fratelli
e sorelle maggiori e delle madri e dei padri, si consuma da mesi
davanti a tutti noi cittadini di un'Europa accecata da sospetto,
paura ed egoismo.
M a come è possibile che ci siamo ridotti a sentire il bisogno di
difenderci anche da bambini che scappano senza sapere da chi e
da che cosa? È così complicato capire quanto sia assurdo e
profondamente sbagliato che una madre, senza avere alternative
percorribili, metta sé e i propri figli in mano a trafficanti che
vendono morte, spacciandola per speranza? «La mistica della
misericordia è una mistica degli occhi aperti, aperti per vedere la
miseria dell'altro, per vedere i bisogni che oggi cambiano molto
velocemente», commentava il cardinal Kasper, presidente
emerito del Pontificio Consiglio per la promozione dell'unità dei
cristiani, alla vigilia dell'apertura dell'Anno Santo. Apriamo gli
occhi, destiamo le coscienze, risvegliamoci dal lungo sonno in
cui siamo deliberatamente caduti per non sentire il richiamo di
un'umanità dolente che chiede giustizia dalle vessazioni, pace
dopo anni di guerre e persecuzioni, diritti e democrazia.
I migranti oggi sono il luogo esistenziale della nostra coscienza,
della nostra memoria, sono baluardo dei nostri valori. Li trattiamo
come nemici da respingere ma in realtà sono la nostra unica
ancora di salvezza. Sono l'antidoto al più cieco egoismo, alla
memoria troppo corta, alla superficialità delle idee, alla
mancanza di visione. Loro più di noi sono vittime del terrorismo,
della paura, di logiche di sopraffazione e abuso. Tracciare una via
insieme e decidere di percorrerla fianco a fianco è l'unica
possibilità che abbiamo per sconfiggere chi ci vuole soggiogati
alla violenza e alla paura.
Musulmani e cristiani sanno bene che Misericordia è il nome del
loro comune Dio; sanno che senza misericordia non c'è salvezza,
sanno declinare da secoli - pur tra errori e orrori della storia
umana - il vero significato di questa parola così bella e complessa,
troppo poco usata prima che papa Francesco le desse nuova
L’Agenzia Culturale di Milano - Rassegna Stampa n. 237 del 20 dicembre 2015
dimora nel lessico quotidiano di ciascuno di noi. Una parola così
bella racchiude in sé una ricchezza etica, politica, antropologica
che di per sé basterebbe applicarla per risolvere molti dei
problemi che affliggono l'umanità. È una parola che dà
significato alla politica prima che alla religione. Facciamo in
modo che a partire da questo Giubileo non resti solo una parola.
Usiamo misericordia per salvare chi fugge da guerre e
persecuzioni. «Ero forestiero e mi avete accolto...». Questa non è
solo un'opera di misericordia, ma è l'indice del senso di umanità
di una società.
(*) Camillo Ripamonti Presidente del Centro Astalli Servizio dei
Gesuiti per i rifugiati in Italia
RIPRODUZIONE RISERVATA.
11/12/2015
Lo sbancato
di MASSIMO GRAMELLINI
Di fronte ai miasmi della finanza tossica che spingono i
risparmiatori più fragili al suicidio, il presidente dell'Abi
non può continuare a dire: chi si sente danneggiato vada
dai carabinieri. Uno va dai carabinieri per difendersi dai
ciarlatani, non dai banchieri, e si spera che le due
categorie non siano sinonimi, almeno per il presidente
dell'Abi. Nell'immaginario collettivo le banche
conservano una dimensione umana che sfugge ai
ragionamenti algidi di una classe dirigente sganciata dal
mondo reale. Il mondo reale è composto da persone
semplici che assomigliano al signor Luigino. Persone che
entrano in banca come in ospedale: con la speranza e la
necessità di fidarsi. I soldi e la salute sono i loro pensieri
fissi e li consegnano a professionisti che ritengono in
grado di prendersene cura. In un rapporto così
sbilanciato il medico dei soldi ha il dovere di mettersi nei
panni del paziente e consigliargli una terapia adeguata.
Non basta trincerarsi dietro le formulette burocratiche e
i contratti scritti in lillipuziano per lavarsene le mani,
dal momento che «il cliente sapeva». Certo che il cliente
Luigino sapeva di correre dei rischi. Ma poiché non
aveva gli strumenti per valutarli e forse neanche per
rendersene conto, andava indirizzato diversamente.
Invece gli hanno fatto firmare delle carte in cui sgravava
la banca da ogni responsabilità. E lui le ha firmate,
perché a un certo punto sprofondi dentro un
meccanismo infernale da cui non sai come uscire se non
immergendoti sempre di più. Eppure il compito di una
banca resta difendere i soldi degli altri. Altrimenti non è
più una banca, ma una banda.
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16/12/2015
Rispetto delle fedi altrui non significa
negare a noi la libertà religiosa
di BRUNO FERRARO (*)
Da quando si è dilatato il fenomeno
dell'immigrazione, con conseguente
massiccio arrivo nel nostro Paese di migliaia
di migranti di fede islamica, si assiste
ciclicamente al riemergere di fondamentalismi che si ritenevano superati dalla
storia. In questa occasione mi sento dunque
obbligato a fare chiarezza, soffermandomi a
parlare del fondamentalismo a sfondo etnicoreligioso, della giusta collocazione dei simboli
religiosi nel quadro della libertà di culto,
facendo tesoro dei principi costituzionali che
mi sembrano (malgrado la Costituzione
risalga al 1948) moderni, lungimiranti e al
passo con i tempi. Afferma dunque l'art. 19
che tutti, senza distinzione, hanno diritto di
professare liberamente la propria fede
religiosa in qualsiasi forma, individuale o
associata, di farne propaganda e di
esercitarne in privato o in pubblico il culto,
purché non si tratti di diritti contrari al buon
costume. Ancor prima l'art. 3 afferma la pari
dignità sociale e l'eguaglianza davanti alla
legge, senza distinzioe di religione, facendo
obbligo alla Repubblica di rimuovere gli
ostacoli che impediscono il raggiungimento
della parità. Qualora si rifletta sul significato
dei richiamati principi, tanti atteggiamenti si
condannano da soli e prese di posizione basate
su un malinteso senso di rispetto per il diritto
al dissenso rivelano l'assoluta fragilità delle
premesse che sono alla loro base. Valga il
vero. "L'Assessore mette un crocifisso e il
Sindaco Pd lo caccia via" (ottobre 2012) per
finire (si fa per dire) ai giorni nostri: "Il
Preside nega il concerto di Natale" (a
Rozzano); "Il Preside non autorizza la visita
del Vescovo" (nel Sassarese); "Il Vescovo di
Padova invita a fare tanti passi indietro per
mantenerci nella pace". Il perché del mio
aperto dissenso, da giurista e non da
credente, è presto detto. Intanto, come ho
ricordato, libertà religiosa e libertà di culto
sono massimamente tutelati dalla
Costituzione, la quale non sceglie affatto di
L’Agenzia Culturale di Milano - Rassegna Stampa n. 237 del 20 dicembre 2015
trasformare in un valore la cosiddetta laicità.
Lo Stato è laico ma i cittadini fanno bene, per
se stessi e per i figli, a coltivare una
formazione religiosa. In secondo luogo,
escludere i simboli religiosi dalle scuole,
violando consuetudini che si perdono nel
tempo, ha il significato di un atto di violenza
nei confronti dei più piccoli che alla festa del
presepe e alla presenza del crocifisso sono da
sempre abituati, al pari dei canti natalizi e
dell'albero di Natale. In questo i bambini sono
andati oltre ogni pregiudizio, a prescindere
dal credo religioso, come pure gli adulti
musulmani interpellati che hanno convenuto
sulla "non offensività" dei simboli cristiani.
In terzo luogo, l'idea dell'integrazione non
presuppone la cancellazione della propria
identità, né questa può costituire una
"provocazione". Se così fosse, dovremmo
bandire la libertà di culto, che è invece
garantita dalla Costituzione. In quarto luogo,
non si capisce il nesso tra pace, amicizia e
fratellanza da una parte ed il bando del
Natale e del crocifisso dall'altra: dobbiamo
allora abolire le feste scolastiche natalizie?
Infine, presepe e crocifisso non sono simboli
che dividono: il primo evoca il ricordo di una
società bucolica fatta di persone semplici e
timorate; il secondo è un clamoroso esempio di
"risarcimento" nei confronti della più illustre
vittima di un errore giudiziario nella storia
(Gesù Cristo).
L'Associazione Genitori (AGE) ha affermato
che «l'inclusione non passa per la
cancellazione della storia, delle tradizioni e
dei simboli fondanti e identitari di un popolo e
di un Paese». Tolleranza e reciproca
conoscenza sì, ma non bollando il
cristianesimo, che ha contrassegnato e
permeato la storia e le manifestazioni
artistiche e letterarie della nostra Italia.
Tuteliamo quindi la libertà di culto e di
religione degli altri, ma senza negare la
stessa a noi medesimi!
(*) Presidente Aggiunto Onorario Corte di
Cassazione
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14/12/2015
La Conferenza sul clima di Parigi ha fruttato un accordo storico per fermare il surriscaldamento
globale. Cosa succederà ora? Non sappiamo se gli obiettivi saranno rispettati, ma il percorso
fissato si preannuncia doloroso, costoso e controverso Dovremo far sparire 7 miliardi di
tonnellate di Co2 dall'atmosfera. E inventare sistemi creativi per non frenare la crescita
La Terra a dieta di energia
di FLAVIO POMPETTI
IL BILANCIO
NEW YORK Stringiamo la cinghia e allacciamo le
cinture: il mondo sta per affrontare dopo la conferenza
sul clima di Parigi la più ambiziosa dieta di energia che
sia mai stata concepita. Non sappiamo ancora se
riusciremo a rispettarla ne se ci darà i risultati auspicati;
sappiamo invece che nella migliore delle ipotesi sarà
dolorosa, costosa e controversa.
A Parigi i rappresentanti di 195 paesi si sono impegnati
a mantenere per la fine del secolo il surriscaldamento
del pianeta entro il limite dei due gradi dall'inizio della
rivoluzione industriale, anzi si è detto che la soglia è
troppo vicina al baratro del disastro ambientale, quindi
sarà meglio contenerla entro un grado e mezzo. È
questo un traguardo ambizioso, e infatti fino ad oggi era
stato avversato da molti dei partecipanti; essere riusciti
a concordarlo è forse il migliore risultato della
conferenza. Negli ultimi 150 anni un intero grado di
temperatura è già stato aggiunto alla media globale;
invertire la marcia in piena corsa, con un numero
sempre più grande di paesi in piena crescita economica,
e che quindi producono e consumano più energia, sarà
molto difficile. Il presidente americano Barack Obama,
che è stato la forza trainante dietro il summit parigino,
ha ottenuto il consenso dopo aver accettato di cancellare
dall'accordo i vincoli legali che avrebbero obbligato i
firmatari alla sua realizzazione, e che avrebbero
costretto ad una verifica parlamentare destinata almeno
negli Usa al fallimento. L'obbligo è stato sostituito da
autocertificazione da parte di ogni stato, con una
verifica quinquennale dei traguardi raggiunti e dei
piani per il futuro. Più che un accordo vincolante, la
carta di Parigi è quindi una presa di coscienza collettiva,
la prima in 25 anni di dibattito. C'è solo da augurarsi che
questo ritardo non ci sarà fatale.
OBIETTIVI
Dovremo far sparire 7 miliardi di tonnellate
dell'anidride carbonica che oggi emettiamo
nell'atmosfera per arrivare ad un punto di equilibrio del
sistema terrestre, nel quale l'uomo smetterà di
contribuire all'effetto serra. Dobbiamo farlo entro il
2050 per contenere il surriscaldamento a 1,5 gradi, o il
2070, se potremo permetterci due gradi di calore
aggiunto. Per arrivare alla meta possiamo sperare in un
miracolo, come l'improvviso arresto del disboscamento
globale (gli alberi assorbono l'anidride, ma l'uomo ha
L’Agenzia Culturale di Milano - Rassegna Stampa n. 237 del 20 dicembre 2015
sempre più bisogno di terra coltivabile per sfamare la
popolazione che cresce). Forse riusciremo a produrre
micro-alghe ad alto contenuto ferroso che arrestino
l'acidificazione degli oceani, oppure a costruire
giganteschi specchi spaziali che deflettano parte dei
raggi solari che colpiscono la Terra.
«Nella migliore delle ipotesi queste conquiste
tecnologiche ci permetterebbero di risolvere il 10% del
problema» ha commentato dopo la firma dell'accordo
Kevin Anderson, vice direttore del britannico Tyndall
Center per la ricerca sul clima. Al momento il metodo
più sicuro, efficace e doloroso per indirizzare il restante
90% è la riduzione delle emissioni. Spegnere la luce,
rallentare la crescita. La grande novità dopo Parigi è che
Cina e India per la prima volta hanno accettato l'idea di
dover essere parte della soluzione, dopo aver preteso
per due decenni di essere esentate da qualsiasi misura
restrittiva. Le loro economie sono cresciute al punto in
cui inquinamento e surriscaldamento sono percepiti
come un problema maggiore rispetto a quello della
povertà. Ma la crescita dei due paesi asiatici, così come
la ripresa dell'economia americana dopo la crisi del
2008, è stata ottenuta con un enorme utilizzo delle
risorse fossili, che sono la prima fonte di emissioni dei
gas serra.
Mentre a Parigi si discuteva di come ridurre il consumo
di petrolio e l'attività delle centrali a carbone, i paesi
produttori di greggio nel Golfo Persico come a
Washington deciso di abolire ogni tetto ai volumi delle
estrazioni, anche di fronte ad una caduta dei prezzi
senza precedenti negli ultimi quindici anni.
Consumare meno energia fossile vuol dire fermare le
macchine o investire sulle fonti rinnovabili, due misure
che alle orecchie dei governanti suonano come una
perdita di profitto o un aumento della spesa, entrambi
impopolari nelle cabine elettorali. E per i paesi meno
ricchi queste scelte sono ancora più onerose. Per questo
avevano chiesto di rendere vincolante il finanziamento
del fondo da 100 miliardi di dollari che li aiutasse nel
passaggio. Un fondo già approvato nel 2009 a
Copenaghen, che in sei anni ha raccolto appena 4
miliardi, e che nel testo di Parigi è finito nel preambolo
senza poi tradursi in disposizioni attuative. Un fondo
che rischia di restare una dichiarazione di intenti, così
come potrebbe accadere alla lotta contro la catastrofe
climatica.
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pagina 6
16/12/2015
Noi genitori e l'età
giusta per Facebook
di MASSIMO RUSSO
Non importa se i nostri figli a otto anni hanno in
tasca telefonini con una potenza di calcolo
superiore di un migliaio di volte a quella della sonda
spaziale Rosetta.
Secondo quanto ha stabilito ieri l'Europa, prima dei
16 non potranno aprire un profilo su Facebook,
avere una casella di posta elettronica, usare
Instagram o Twitter.
Va detto che nel suo bizantinismo e per far contenti
tutti, l'Unione - nella riforma della normativa sui
dati personali - ha previsto comunque che gli Stati
membri possano stabilire età diverse, visto che ad
esempio i polacchi, insoddisfatti, volevano il limite
fosse fissato alla maggiore età. La regola sul
consenso informatico comunque rimane, e ci vorrà
il permesso esplicito dei genitori perché gli
adolescenti possano registrarsi online. Ancora una
volta l'Unione non perde occasione per dimostrare
quanto sia lontana dalle abitudini dei suoi cittadini,
visto che circa il 70% dei tredicenni è iscritto a
Facebook.
Anzi, l'età media di apertura del profilo, secondo un
sondaggio di qualche anno fa, è di dodici anni,
prima ancora di quanto preveda la stessa
piattaforma. Ma la velleità di un legislatore che
ritiene di poter cambiare il mondo a colpi di
Gazzetta ufficiale in fondo interessa poco. La
questione di quale sia l'età giusta per la
cittadinanza digitale invece è un problema vero,
avvertito in tutte le famiglie. E ciò avviene anche se
la giornata dei ragazzi si svolge ormai più in rete che
fuori. Guardate gli adolescenti che abbiamo a casa:
dopo scuola si scambiano i compiti via messenger,
organizzano il tempo libero con i gruppi su
WhatsApp, commentano le foto della gita o il
regalo che sognano di ricevere per Natale su
Instagram e Pinterest, si confidano su Snapchat o
Tumblr, si sfidano ai videogame con coetanei che
stanno dall'altra parte del pianeta e probabilmente
non vedranno mai. Non conoscente nemmeno di
nome alcuni dei servizi elencati? Ecco, è proprio
L’Agenzia Culturale di Milano - Rassegna Stampa n. 237 del 20 dicembre 2015
questo il punto.
Il primo giorno delle elementari, mio padre mi
accompagnò a scuola, mi fece vedere il semaforo
dove attraversare, percorremmo insieme la strada
che dal giorno dopo avrei dovuto fare da solo. Così
avveniva nella città di provincia in cui sono
cresciuto. Oggi molti genitori non sono in grado di
fare altrettanto per la vita digitale dei loro figli.
Vedono pericoli in rete perché loro stessi non la
conoscono, vietano in modo arbitrario e
incomprensibile l'uso dello smartphone che essi
stessi hanno regalato, e così facendo dimenticano
un principio fondamentale: dare responsabilità è il
modo migliore per ricevere in cambio maturità.
Proviamo a farla insieme, invece, questa strada.
Sediamoci a fianco a loro e perdiamo un po' di
tempo a scoprire come è possibile modificare le
impostazioni della privacy delle piattaforme
digitali per tutelare la riservatezza e fare in modo
che foto e commenti rimangano solo tra coetanei,
raccontiamo di quanto sia importante pensare
prima di premere il pulsante pubblica, di come
dietro lo schermo ci siano altre persone, che
meritano e ci devono rispetto, argomentiamo che
forse non tutto va condiviso e che non sempre
bisogna farlo. Internet è una rete di reti, locali e
globali, e questo ai ragazzi non sempre è chiaro.
Credono di parlare solo agli amici, qui e ora, e non si
rendono conto di comunicare nello spazio e nel
tempo, perché il pensiero di un istante può
rimanere online per anni. Recita l'articolo due della
Dichiarazione dei diritti in Internet, approvata dal
Parlamento italiano, che «l'accesso a Internet è
diritto fondamentale della persona e condizione
per il suo pieno sviluppo individuale e sociale».
Come osservava qualche tempo fa Danah Boyd, una
delle più autorevoli studiose in tema di ragazzi e
social network, più che rinforzare o estendere «un
regime di norme che produca restrizioni basate
sull'età», dovremmo fare tutti un passo indietro, e
capire come insegnare ai nostri figli a diventare
«cittadini digitali responsabili».
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PAPA FRANCESCO
ANGELUS
Piazza San Pietro
III Domenica di Avvento, 13 dicembre 2015
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Nel Vangelo di oggi c’è una domanda scandita per tre volte: «Che cosa
dobbiamo fare?» (Lc 3,10.12.14). La rivolgono a Giovanni Battista tre
categorie di persone: primo, la folla in genere; secondo, i pubblicani, ossia
gli esattori delle tasse; e, terzo, alcuni soldati. Ognuno di questi gruppi
interroga il profeta su quello che deve fare per attuare la conversione che egli
sta predicando. La risposta di Giovanni alla domanda della folla è la
condivisione dei beni di prima necessità. Cioè, al primo gruppo, la folla, dice
di condividere i beni di prima necessità, e parla così: «Chi ha due tuniche, ne
dia una a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto» (v. 11). Poi,
al secondo gruppo, agli esattori delle tasse, dice di non esigere nulla di più
della somma dovuta (cfr v. 13). Cosa vuol dire questo? Non fare “tangenti”, è
chiaro il Battista. E al terzo gruppo, ai soldati, domanda di non estorcere
niente a nessuno ma di accontentarsi delle loro paghe (cfr v. 14). Sono le tre
risposte alle tre domande di questi gruppi. Tre risposte per un identico
cammino di conversione, che si manifesta in impegni concreti di giustizia e di
solidarietà. E’ la strada che Gesù indica in tutta la sua predicazione: la
strada dell’amore fattivo per il prossimo.
Da questi ammonimenti di Giovanni Battista comprendiamo quali fossero le
tendenze generali di chi in quell’epoca deteneva il potere, sotto forme
diverse. Le cose non sono cambiate tanto. Tuttavia, nessuna categoria di
persone è esclusa dal percorrere la strada della conversione per ottenere la
salvezza, nemmeno i pubblicani considerati peccatori per definizione:
neppure loro sono esclusi dalla salvezza. Dio non preclude a nessuno la
L’Agenzia Culturale di Milano - Rassegna Stampa n. 237 del 20 dicembre 2015
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possibilità di salvarsi. Egli è – per così dire – ansioso di usare misericordia,
usarla verso tutti, e di accogliere ciascuno nel tenero abbraccio della
riconciliazione e del perdono.
Questa domanda – che cosa dobbiamo fare? – la sentiamo anche nostra. La
liturgia di oggi ci ripete, con le parole di Giovanni, che occorre convertirsi,
bisogna cambiare direzione di marcia e intraprendere la strada della
giustizia, della solidarietà, della sobrietà: sono i valori imprescindibili di
una esistenza pienamente umana e autenticamente cristiana. Convertitevi! È
la sintesi del messaggio del Battista. E la liturgia di questa terza domenica di
Avvento ci aiuta a riscoprire una dimensione particolare della conversione:
la gioia. Chi si converte e si avvicina al Signore, sente la gioia. Il profeta
Sofonia ci dice oggi: «Rallegrati, figlia di Sion!», rivolto a Gerusalemme (Sof
3,14); e l’apostolo Paolo esorta così i cristiani di Filippi: «Siate sempre lieti
nel Signore» (Fil 4,4). Oggi ci vuole coraggio a parlare di gioia, ci vuole
soprattutto fede! Il mondo è assillato da tanti problemi, il futuro gravato da
incognite e timori. Eppure il cristiano è una persona gioiosa, e la sua gioia
non è qualcosa di superficiale ed effimero, ma di profondo e stabile, perché è
un dono del Signore che riempie la vita. La nostra gioia deriva dalla certezza
che «il Signore è vicino» (Fil 4,5): è vicino con la sua tenerezza, con la sua
misericordia, col suo perdono e il suo amore.
La Vergine Maria ci aiuti a rafforzare la nostra fede, perché sappiamo
accogliere il Dio della gioia, il Dio della misericordia, che sempre vuole
abitare in mezzo ai suoi figli. E la nostra Madre ci insegni a condividere le
lacrime con chi piange, per poter condividere anche il sorriso.
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quaderno 3953
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SIAMO SOLI NELL'UNIVERSO?
Giandomenico Mucci S.I.
Qualche anno fa è stato
pubblicato in italiano un
volume di Armin Kreiner,
professore di teologia alla
Ludwig Maximilians Universitât di Monaco di Baviera,
sull'esistenza di forme di vita
intelligente nell'universo. Se si
esclude una segnalazione del
card. Ravasi, non pare che in
Italia il libro abbia avuto un'eco
apprezzabile. Forse perché il
mercato è saturo su un
argomento ciclicamente riproposto dalla stampa e dal cinema
e, quindi, caduto nell'indifferenza da sazietà.
Infatti, è dal 1947 che si parla
di Ufo (Unidentified Flying
Objects), delle cosiddette
«religioni ufolologiche», come
i Raeliani con le loro teorie sugli
'elohîm extraterrestri, dei
rapimenti di esseri umani su
navi spaziali pilotate da strane
creature simili a ectoplasmi. Ed
è subito fiorita una lunga serie di
spettacoli terrificanti cinematografici e televisivi. Quasi non
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c'è stato giornale o rivista che
non abbia dato spazio a
discussioni pseudo-scientifiche
e pseudoteolo-giche, all'olismo
quantistico, alla fantascienza, al
para-normale e agli studi
psicofisici preternormali, a
esperienze eso-teriche e di
morte apparente: «una miscela
imbandita in allettanti contenitori da immettere sulle bancarelle digitali di Internet», come
scrive Ravasi.
Ma non c'è stata soltanto
paccottiglia. Sono ormai molti
anni che, sul piano scientifico,
opera il Seti (Search for
Extraterrestrial Intelligence), il
progetto creato con lo scopo di
captare segnali radio provenienti dal cosmo e indizi di vita
intelligente extraterrestre.
Finora però nessun segnale e
nessun indizio.
La domanda resta e non data
da oggi: siamo soli nell'universo? Kepler e Kant erano
convinti esistesse una pluralità
di mondi abitati. Nel Settecento,
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Swedenborg diceva di aver
raccolto addirittura messaggi
non di provenienza terrestre,
sulla base dei quali fondò una «
religione», tenuta ancora oggi
dalla Swedenborg Foundation
di West Chester in Pennsylvania.
Anche la nostra rivista, poco
dopo il boom giornalistico, si
interessò all'argomento e dall'articolo di un nostro collega di
quegli anni traiamo i dati storici
e le osservazioni teologiche
seguenti.
Gli extraterrestri nella storia
della teologia
Molto prima dell'epoca
moderna, i teologi si erano posti
il problema della possibilità
della vita intelligente fuori della
Terra e lo avevano risolto in
senso negativo. Il geocentrismo
impediva ai teologi medievali di
pensare, e anche soltanto di
immaginare, una vita intelligente fuori del centro dell'universo, del pianeta sul quale era
avvenuta l'Incarnazione.
Con il Rinascimento, si fece
strada l'idea che potessero
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esistere altri mondi abitati da
creature ragionevoli, perché
l'eliocentrismo aveva fatto
crollare la concezione che
faceva della Terra il centro del
sistema cosmico. Il primo che
ebbe tale idea fu Nicola Cusano
(1401-64), filosofo e matematico tedesco, cardinale vescovo
di Bressanone, che ipotizzò
l'impossibilità di escludere
dalle stelle la vita di esseri da
noi differentissimi, ma come
noi aventi vita intellettuale. Per
la prima volta, ciò che era stato
oggetto delle fantasticherie
mitologiche degli antichi, si
imponeva, dopo Copernico e
Galileo, alla considerazione dei
teologi e dei dotti come realtà
possibile.
Sorse allora lo storico conflitto tra lo scienziato pisano e
quanti, nelle sue scoperte, videro un pericolo per la conservazione delle verità rivelate.
«Considerati nell'atmosfera
spirituale del tempo, i timori dei
teologi appaiono comprensibili.
Un modo di pensare formatosi
in secoli di storia non può
cambiare in un momento.
Anche le idee più giuste, prima
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d'inserirsi nel patrimonio
ordinario dell'uomo colto,
hanno bisogno di un periodo di
tirocinio perché vengano
assimilate senza generare
squilibri e reazioni troppo
violente. D'altra parte, lo studio
della Bibbia non era così
sviluppato come oggi e non
erano state ancora affrontate
alcune ardue e delicatissime
questioni di ermeneutica e di
esegesi, risolte solo in epoche
posteriori».
Fu soltanto nel secondo
Ottocento che i teologi ebbero
la certezza che l'ipotesi della
pluralità dei mondi abitati non si
opponeva né alla Rivelazione
né alla fede della Chiesa. Anzi,
in quell'arco di tempo, celebri
predicatori, come il gesuita
Félix e il domenicano Monsabré, si fecero apologisti di
quella ipotesi e la usarono come
correttivo di questo o quel punto
meno chiaro o più problematico
della tradizione teologica: e
l'antica diffidenza si trasformò
in ottimismo perfino esagerato.
E non fu solo entusiasmo di
predicatori. Il padre Angelo
Secchi (1818-78) - gesuita e
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astronomo di professione, autore di importanti osservazioni su
Marte, classificatore delle stelle
secondo il colore e precursore
delle classificazioni spettrali sostenne fermamente che le
regioni celesti non sono deserti
disabitati, ma sedi di creature
dotate di ragione.
Si interessò particolarmente
all'argomento il teologo tedesco
Joseph Pohle. A suo giudizio, la
stessa teologia depone a favore
dell'esistenza di esseri intelligenti nei mondi celesti abitabili.
Per questo motivo, Dio ha
creato per la sua gloria. Ma
questa gli deriva dalle creature
intellettuali, che sono capaci di
conoscerlo come creatore e di
lodarne le opere.
«A questo scopo non basta
l'intelligenza dell'uomo di
quaggiù, perché molti dei
mondi stellari sono del tutto
fuori del suo occhio e dei suoi
strumenti di osservazione.
Anche se in avvenire riuscirà a
perfezionare al massimo i suoi
telescopi, non potrà mai raggiungere le stelle più remote la
cui luce si spegne prima di
arrivare a noi. Una quantità di
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astri gli rimarrà, quindi,
sconosciuta per sempre. Chi
conoscerà allora quei mondi per
renderne gloria al Creatore?».
Inoltre, secondo il Pohle, la
sapienza e l'onnipotenza di Dio
non si esauriscono certo nella
pur immensa varietà delle cose
create sulla Terra. Poiché gli
attributi divini sono infiniti,
ammettono combinazioni infinite. Allora, è bello pensare che
essi si siano espressi magnificamente nell'universo in
moltissime forme di organizzazione e di vita.
Il discorso del teologo di
Breslavia ha un suo valore, ma
si presta ad alcune fondate
obiezioni, una specialmente: se
la gloria del Signore e il fine
dell'universo dipendessero, in
ogni luogo, dall'esistenza di
creature ragionevoli, ne seguirebbe che queste dovrebbero
esistere anche negli abissi degli
oceani e nelle profondità dei
vulcani.
«In realtà, perché il fine della
creazione venga raggiunto, al
Signore basta la gloria che gli
rende l'uomo del nostro pianeta,
quando nelle notti chiare
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contempla la volta stellata del
cielo e pensa che oltre a ciò
ch'egli vede c'è un'infinità di
mondi invisibili perfino ai
telescopi. Dio li ha creati perché
l'uomo potesse nello stesso
tempo paragonare l'immensità
del suo autore con la propria
infinitesimale piccolezza. In
questo atto di umiltà e di amore,
emesso liberamente da una
creatura intelligente, c'è per il
Signore degli spazi una gloria
purissima, il cui valore sfugge
alla capacità limitata delle
nostre facoltà». Esemplare, per
intendere la gloria che anche
una sola creatura umana può
rendere al Signore, è un celebre
passo di Dante: Paradiso ,
XXIII, 25-33.
Gli argomenti teologici non
valgono né ad affermare né a
escludere la presenza di esseri
intelligenti sui corpi celesti.
Ognuno la può ammettere o
negare come meglio gli piace. Il
Magistero della Chiesa non si è
mai pronunciato su questa materia, sia perché la Rivelazione
non la tratta, sia perché i
problemi religiosi e morali
dell'umanità hanno avuto come
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loro teatro la Terra, almeno
finora. Comunque, l'abitabilità
teorica e pratica dei mondi è
oggetto della scienza, non della
teologia.
Tre ipotesi
Se la scienza riuscisse a dimostrare l'esistenza di creature
intelligenti fuori della Terra,
ancorché diverse dagli uomini
per caratteri somatici e qualità
psichiche, esse non apparterrebbero alla famiglia umana,
che, secondo la Scrittura, ha in
Adamo il suo capostipite, a
meno che non si prenda sul serio
la stolta idea di un'emigrazione
degli uomini su qualche mondo
stellare.
A tali creature non si potrebbero, quindi, applicare le dottrine rivelate del peccato originale e della redenzione. Per queste creature, se esistono, Dio potrebbe aver offerto e attuato un
piano di fini e di mezzi, a noi
ignoto, pari alla loro natura
intellettuale. In proposito, la
teologia manualistica ha elaborato tre ipotesi.
Prima ipotesi. Se tali creature,
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dotate di intelletto e di volontà,
sono state adornate altresì di
doni preternaturali (immortalità
del corpo, immunità dalla concupiscenza ecc.) e soprannaturali (grazia santificante),
come i progenitori degli uomini, e se hanno superato un'eventuale prova di obbedienza,
come quei progenitori non fecero, si può pensare che esse vivano in un benessere spirituale e
materiale che gli uomini non
conoscono, non siano soggette
alla malattia e alla morte, e
abbiano raggiunto un livello di
progresso scientifico molto
superiore al nostro.
Seconda ipotesi. Se quelle
creature hanno peccato come i
nostri progenitori, allora o sono
state abbandonate alla loro
colpa, o sono state redente in un
modo che noi non conosciamo,
o sono state redente per i meriti
di Cristo, come noi. Dell'applicazione di questi meriti, esse
avrebbero potuto sapere mediante una rivelazione, individuale o collettiva, da loro accettata per fede come condizione
della salvezza. Se così è
avvenuto, esse hanno le stesse
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nostre difficoltà spirituali,
morali e sociali. Quanto al progresso scientifico, potrebbero
essere superiori o inferiori agli
uomini, a seconda della loro
costituzione somatica e psichica
e delle condizioni, più o meno
favorevoli, del loro ambiente.
Terza ipotesi. Il Signore
potrebbe aver creato gli esseri
intelligenti extraterrestri senza
la destinazione soprannaturale,
in uno stato puramente naturale,
con il solo fine di conoscere e
amare Dio come loro è permesso dall'esercizio delle loro
facoltà.
Gesù e gli extraterrestri
Il volume del Kreiner mette al
centro della discussione una cristologia in prospettiva cosmica.
Così il card. Ravasi riassume la
tesi dell'autore tedesco: «Se
vogliamo accogliere la sfida
lanciata alla teologia cristiana
dall'eventuale esistenza di un'umanità extraterrestre, dobbiamo
rielaborare il concetto classico
di "Incarnazione", liberandolo
dal suo nesso col peccato
umano che verrebbe per questa
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via redento. Dovremmo, invece, impostarlo sulla tesi di san
Bonaventura e Duns Scoto per i
quali l'Incarnazione è la pienezza del rapporto tra Dio e il
mondo, iniziato con la creazione. Detto in altri termini, Dio
entra nell'umanità non tanto per
la contingenza della scelta
peccatrice della creatura libera,
quanto piuttosto per portare a
compimento il suo progetto
creativo globale e il suo legame
con le creature, in particolare
quella umana».
Questa posizione fa dell'Incarnazione non più una precisa
realtà storica irripetibile, ma
una realtà moltiplicabile dovunque nell'universo esistono
creature intelligenti. Non più
l'applicazione dell'evento unico
di Cristo ad altri mondi abitati,
come prevede la seconda ipotesi
che abbiamo sopra presentato,
ma una pluralità indipendente di
epifanie di Dio che annulla la
centralità dell'evento Cristo.
Una bomba per la cristologia
classica.
È corso ai ripariAndreaAguti,
dell'Università di Urbino, con
1a sua introduzione critica al
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saggio del Kreiner nell'edizione
italiana. Riprendiamo la sintesi
che ne ha fatto il card. Ravasi.
L'evento Cristo, «pur essendo
"puntuale", a causa della sua
matrice trascendente, non
avrebbe solo un valore "localistico" ma cosmico, come suggerisce per altro l'apostolo Paolo: "È piaciuto a Dio che abiti in
Cristo tutta la pienezza e che per
mezzo di lui e in vista di lui
siano riconciliate tutte le cose,
avendo pacificato col sangue
della sua croce sia le cose che
stanno sulla terra, sia quelle che
stanno nei cieli" (Colossesi
1,19-20); la tesi è ribadita in
Efesini 1,10 ove Cristo è visto
come l'asse "capitale" che
unifica e salva l'intero essere. Si
avrebbe, quindi, come dicono i
teologi, una cristologia "inclusivista", che coordina nell'evento dell'Incarnazione tutta la
relazione tra Creatore e creazione, la quale può avere modi
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espressivi diversi che le differenti religioni del nostro pianeta e le ipotetiche differenti
umanità extraterrestri riflettono».
Per far meglio intendere
questa ardita opinione, si ricorre
a un parallelo: «La celebrazione
della Messa applica in tempi e
luoghi diversi i frutti di un unico
evento storico salvifico, la
morte e risurrezione di Cristo,
senza moltiplicarlo, e questo è
possibile perché in quell'evento
storicamente "unico" è in azione Dio che è eterno e infinito e
può, quindi, estendersi con la
sua azione in tutto il tempo e lo
spazio». Siamo ancora, con
termini moderni, nell'ambito
della seconda ipotesi, ma non
senza una qualche ambiguità.
Altro è parlare di frutti o meriti,
altro di «modi espressivi», e
passando sotto silenzio il senso
puramente sacramentale della
Messa.
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20 dicembre 2015 - L`Agenzia Culturale