Presentazione
Essere un mezzosangue – figlio di un’umana e di un vampiro
– non ha certo reso la vita facile a Vladimir Tod: a causa delle
sue strane abitudini, del colorito pallido e degli immancabili
occhiali da sole, Vlad è sempre stato il bersaglio preferito dei
bulli e poco più di un fantasma per le ragazze. Ora però a
proteggerlo c’è Jess, il suo nuovo compagno di banco, e pure in
amore la fortuna è girata: Meredith Brookstone, la ragazza più
carina della scuola, ha accettato di andare al ballo con lui.
Insomma è proprio il momento peggiore per scoprire che un
misterioso cacciatore di vampiri è giunto a Bathory per
ucciderlo. Purtroppo Vlad non ha scelta: deve rifugiarsi in
Siberia, da Vikas, un maestro vampiro che gli insegnerà a
sviluppare le abilità di creatura della notte. E, in effetti,
l’addestramento aiuta Vlad a diventare subito molto potente...
forse addirittura troppo. Al punto che Vikas comincia a nutrire
un atroce sospetto. Perché lui conosce bene la leggenda del
Pravus: un giorno, arriverà un vampiro forte oltre ogni
immaginazione, che non potrà essere ucciso con nessuna arma
conosciuta e che sarà destinato a soggiogare la razza umana... E
se la profezia si riferisse a Vlad?
Heather Brewer è nata a Lapeer, nel Michigan, ma è
cresciuta nella cittadina di Columbiaville. Le creature della notte
l’hanno affascinata sin da quando era una ragazzina: al liceo si
vestiva sempre di nero ed era una gran divoratrice di libri sui
vampiri. Ed è stata questa passione, insieme all’amore per la
narrativa, a spingerla a scrivere i romanzi dedicati a Vladimir
Tod, che, dopo aver venduto milioni di copie negli Stati Uniti,
hanno dato origine a un vero e proprio fenomeno di culto, come
dimostra anche il grande successo del merchandising legato alla
serie. Per saperne di più, visita il sito www.vladtod.com
Agartha 271
Questo è per Jacob,
perché la scuola superiore fa schifo.
1
UN CACCIATORE MERCENARIO
Jasik strinse la foto in mano e studiò la faccia del ragazzo. A
parte la carnagione chiara e gli occhi svegli, nessuno avrebbe
sospettato che quell’adolescente non fosse umano. Ma l’uomo
sapeva qual era la verità.
«Quindi è lui?» Alzò lo sguardo verso l’individuo seduto
dietro la scrivania, che annuì una sola volta.
«Vladimir Tod», confermò questi con voce roca e aspra.
Jasik mise la foto nella tasca della camicia e si schiarì la gola.
«Naturalmente avrò bisogno di un po’ di rifornimenti.»
«Ti darò tutto ciò di cui hai bisogno.» Il suo interlocutore
aveva un’espressione dura sul viso emaciato.
Jasik attraversò la stanza e guardò fuori dalla finestra verso le
strade della città. Nonostante le luci dei lampioni era buio. Le
persone si spostavano come formiche sui marciapiedi, evitando
le piccole pozzanghere di luce. Era quasi impossibile stabilire
quali fossero gli umani e quali i vampiri. Per un attimo si chiese
quali di loro sarebbero schizzati via alla ricerca dell’oscurità se
il sole fosse sorto all’improvviso, inondandoli di luce. «Posso
chiederti come sei venuto a conoscenza dei miei servigi?»
L’uomo dietro la scrivania tossì in un fazzoletto prima di
rispondere. Quando lo allontanò dalle labbra, era macchiato di
rosso brillante. «Non prendiamoci in giro. So da molto tempo
che i tuoi... talenti... possono essere comprati. Scoverai questo
ragazzo o no?»
«I miei talenti costano molto», rispose Jasik con un sorrisetto
stampato in faccia.
«Ti assicuro che non c’è una cifra che non sia disposto a
pagare», replicò l’altro piegandosi in avanti e sfogliando il
libretto degli assegni. «Non devi far altro che dirmi il numero di
zeri.»
Jasik raggiunse la scrivania e diede un’occhiata alla cifra che
l’uomo aveva scribacchiato. L’inchiostro non si era ancora
asciugato quando lui disse: «Altri tre e l’affare è fatto».
2
LA FAME
Vlad serrò gli occhi più forte che poté. Era sveglio, e la cosa
non lo rendeva particolarmente felice. I fine settimana,
soprattutto le mattine d’estate, erano fatti per dormire...
specialmente quando avevi passato le notti gironzolando fino a
tardi alla luce della luna piena perché i tuoi geni vampireschi
non ti permettevano di andare a dormire prima di aver avuto la
loro dose di atmosfera notturna. Tra l’altro restavano solo pochi
giorni prima che la gioia dell’estate finisse, lasciando il posto al
terrore della scuola.
Qualcosa che ronzava gli passò davanti alla faccia, si fermò,
poi si spostò di nuovo verso il suo orecchio destro. Vlad aprì un
occhio e lanciò uno sguardo furioso alla mosca che si librava
sopra di lui. Allora era colpa sua se si era svegliato.
L’insetto continuò a svolazzare per poi posarsi sulla punta del
suo naso. Vlad lo scacciò e, quando quello trovò rifugio sul suo
cuscino, cercò di schiacciarlo, ma lo mancò. Una sommessa
imprecazione risuonò per la camera. Cosa avevano le mosche
contro il sonno?
Sbattendo le alucce, la fastidiosa creaturina schizzò
attraverso la stanza, atterrando proprio al centro della fronte di
Henry.
Dopo un attimo di esitazione, Vlad strisciò fino al sacco a
pelo dell’amico. Alzò lentamente la mano, dando alla mosca
un’ultima possibilità di muoversi e sussurrò: «Non credere che
non lo farò».
Quella rispose cominciando a pulirsi il disgustoso musino.
Vlad era quasi sicuro che, se avesse potuto parlare, gli avrebbe
fatto una bella risata in faccia.
Abbassò la mano velocemente e con forza. Il rumore che il
suo palmo fece quando colpì la fronte di Henry fu subito coperto
dal grido del ragazzo che si mise seduto, tenendosi la fronte.
«Che cavolo, amico!»
Vlad esibì un ghigno vittorioso e disse: «C’era una mosca».
Henry si massaggiò la fronte, ringhiando disgustato: «Be’,
almeno l’hai ammazzata?»
«Sì, penso di sì.»
L’insetto ronzò nell’orecchio di Vlad e infilò la porta.
Il giovane imprecò di nuovo ma fu interrotto dall’amico:
«Sento odore di bacon».
Le narici di Vlad si tesero all’istante. Non che per lui il bacon
rappresentasse un’attrattiva. A fargli venire l’acquolina in bocca
era piuttosto l’idea di una tazza fumante di 0 positivo e dei
dolcetti alla cannella, specialità di sua zia Nelly. Uno dei più
grandi vantaggi di vivere con lei – che non era legata a Vlad da
nessun reale vincolo di parentela, ma che, prima della morte dei
suoi genitori, era stata la migliore amica della madre – era che
sapeva preparare dei pasticcini alla cannella così dolci e
deliziosi da fare concorrenza a Cinnabon. Certo bisognava stare
alla larga dal suo polpettone.
Guidati dal profumo del cibo, i ragazzi corsero fuori dalla
stanza e giù per le scale; quando arrivarono in cucina erano
ansimanti e affamati.
«Cibo», grugnì Henry adocchiando il piatto di bacon
croccante che lo aspettava sul tavolo.
«Cibo», gli fece eco Vlad tirando fuori una sacca di sangue
dal frigorifero e dirigendosi verso il microonde con la sua tazza
preferita in mano.
Zia Nelly si voltò dalla sua postazione ai fornelli e rise. «Mi
sembra di capire che siate affamati.»
Il suono che giunse in risposta non poteva essere identificato
né con un sì, né con un no. Henry era impegnato a masticare
varie fette di bacon contemporaneamente, mentre Vlad, la testa
rovesciata all’indietro, trangugiava il suo 0 positivo caldo. Il
liquido scivolò facilmente giù per la gola – caldo era sempre
meglio – e, quando la sua sete si fu placata, il ragazzo schioccò
le labbra soddisfatto e prese un dolcetto alla cannella.
Sangue e glassa: la risposta dei vampiri al caffè e alle
ciambelle.
«Deb mi ha accennato che in ospedale c’è un intero freezer di
sangue che sta per scadere. Con l’appetito che hai ultimamente,
Vladimir, farò meglio a rubarne il più possibile.» Nelly mise
dell’altro bacon sul vassoio e poggiò un piatto di uova davanti a
Henry. Poi indirizzò al nipote uno sguardo di pura
disapprovazione. «Ti sei sporcato la maglietta.»
Il ragazzo abbassò lo sguardo sulle due macchie tonde, grosse
come monete da dieci centesimi, che erano comparse sulla sua
T-shirt, e sorrise mortificato. «Scusami, stavo proprio morendo
di fame.»
L’espressione della donna si addolcì. «Cerca solo di stare più
attento la prossima volta. A differenza di quanto si dice in giro,
fare il bucato non è tra i miei passatempi preferiti.»
Henry deglutì e prese la brocca di succo d’arancia. «Hai già
avuto l’orario?»
Vlad annuì e sospirò con un’aria sconfortata. «Per il primo
quadrimestre ho Mrs Bell come insegnante di inglese.»
L’amico lo guardò con un’espressione solidale. «A quanto
pare non sei il solo. Ce l’ho anch’io e, da quello che mi ha detto
ieri mia madre, anche Joss.»
«A proposito, quando dovrebbe arrivare tuo cugino?» Vlad si
ficcò in bocca quasi tutto il dolcetto e masticò. A dire il vero era
un po’ nervoso all’idea che il ragazzo si trasferisse in città. C’era
pur sempre una minima possibilità che Joss si sarebbe
intromesso fra loro o, peggio, che lui e il nuovo arrivato non
sarebbero riusciti ad andare d’accordo.
«Domenica. Anzi, ti avverto subito, sarà difficile vederci
quel giorno. Mia madre si è messa in testa di fare una specie di
riunione di famiglia», disse Henry alzando gli occhi al cielo.
«Che palle.»
«Vladimir!» esclamò Nelly indispettita.
«Voglio dire, com’è affettuoso da parte della tua figura
materna insistere affinché vi godiate un po’ di tempo insieme.
Gliene dovresti essere grato», disse il vampiro in tono pomposo.
Un secondo dopo, lui e Henry scoppiarono a ridere come
pazzi.
«Va bene, spiritosone. Vado a prendere la posta. Henry,
tienilo d’occhio mentre non ci sono. È un combinaguai», tagliò
corto Nelly, scuotendo la testa divertita.
«Zia!» esclamò il nipote fingendosi offeso.
La donna sorrise dolcemente. «Voglio dire, è un ragazzo
fantastico che illumina le mie giornate e rende la mia vita degna
di essere vissuta.»
Una volta che fu uscita dalla porta di casa, Vlad si accorse del
luccichio malizioso nello sguardo dell’amico. «Che c’è?»
Il sorriso dell’altro ragazzo si allargò. «Hai già chiamato
Meredith?»
«A dire il vero, due volte», rispose lui, alzando le spalle
impettito.
Henry lo fissò per un attimo, e la sorpresa nel suo sguardo
cedette il passo al sospetto. «Ci hai parlato?»
Parlato? Vlad non aveva ancora trovato un modo per
rimuovere il nodo che gli si era piazzato in gola da quando
Meredith aveva cercato di baciarlo dopo il ballo per la Festa
della Libertà e lui si era tirato indietro, balbettando come un
idiota. Parlarle era l’ultimo dei suoi problemi. Innanzitutto
doveva capire come fare a respirare quando lei era nei paraggi.
Vlad tese lentamente la mano e afferrò la tazza, trangugiando
una bella sorsata prima di appoggiarla di nuovo sul tavolo.
Quando ebbe finito, guardò Henry negli occhi e sospirò. «No, ho
riattaccato tutte e due le volte. Però penso che una volta abbia
sentito il mio respiro.»
«Questo sì che è un bel passo in avanti», commentò Henry
con un sospiro. «Sai che lei ha il dispositivo per identificare chi
chiama?»
Vlad spalancò gli occhi. Eccolo di nuovo, quel nodo in gola.
«Davvero?»
«Già, ma, amico, senti questa... Ieri sera Greg mi ha detto una
cosa interessante a proposito delle ragazze degli ultimi due
anni», buttò lì con espressione maliziosa.
Il vampiro si appoggiò al bancone e cercò di ostentare
indifferenza. «Interessante? Cioè?»
Henry si fece più vicino. «Lui dice che, se uno riesce a farsi
invitare a una delle feste dei più grandi, alcune delle ragazze
hanno pietà dei più piccoli e...»
Nelly tornò in cucina. In una mano aveva un mucchio di
buste, nell’altra una scatoletta marrone. Lanciò un’occhiata alle
loro espressioni raggelate e alzò un sopracciglio. «Di che cosa
stavate parlando?»
«Niente!» risposero all’unisono con voce tremante.
«C’è qualcosa di Otis?» chiese Vlad occhieggiando la posta
speranzoso.
«Tuo zio ha scritto almeno una volta al giorno da quando è
partito da Bathory. Pensi davvero che possa essersi dimenticato
di te adesso?» chiese estraendo una spessa busta di pergamena
dal mucchio e allungandogliela con un sorriso.
Il ragazzo sospirò sollevato. Aveva conosciuto suo zio solo
l’anno prima, dopo un orribile malinteso. All’epoca non aveva
idea che Otis fosse il fratello di suo padre, anzi lo credeva un
supplente pazzo, pronto a svelare il suo segreto e forse anche a
ucciderlo. Si era trattato solo di un banale errore, chiunque
avrebbe potuto commetterlo. Invece Otis lo aveva protetto da
D’Ablo, il presidente del Consiglio di Elysia, che sembrava
deciso a trovare Vlad e punirlo per il solo fatto di esistere.
A quanto pareva, i vampiri non facevano i salti di gioia
all’idea che i loro simili avessero figli con gli umani.
Da quando lo zio aveva lasciato la città per scappare da
Elysia e dagli altri vampiri, lui e il nipote si erano scambiati
molte lettere, nelle quali Otis gli aveva insegnato a leggere la
lingua dei vampiri, meglio nota come «codice di Elysia», e lo
aveva esortato ad allenarsi quotidianamente con la telepatia. Il
ragazzo gliene era grato.
Naturalmente negli ultimi tempi l’uomo lo aveva anche
incoraggiato a cimentarsi nel controllo mentale. Vlad era senza
dubbio affascinato dall’idea, ma non riusciva a fare a meno di
chiedersi cosa sarebbe accaduto se qualcuno lo avesse scoperto.
La capacità di controllare i pensieri e le azioni della gente
difficilmente poteva essere attribuita alla normale tempesta
ormonale cui ogni adolescente è soggetto.
D’altronde era impossibile negare che durante i compiti in
classe quella facoltà gli sarebbe potuta tornare parecchio utile.
Eppure, piuttosto che confessare i suoi timori, Vlad aveva
scritto allo zio ribadendo di non essere in grado di esercitare
nessun controllo sulle menti altrui, nella segreta speranza che
l’uomo avrebbe accettato di trovarsi di fronte a una causa persa e
sarebbe passato a insegnargli qualche facoltà più discreta. Come
l’animorfismo... o conquistare le donne con uno sguardo.
Il vampiro strappò la busta e, dopo aver strizzato le palpebre
davanti alla grafia sbilenca dello zio, iniziò a leggere.
Carissimo Vlad,
spero che tu stia bene. Per rispondere alle tue ultime
domande: 1) No, non mi è giunta voce di un ulteriore
interessamento di Elysia nei tuoi confronti né in quelli di tuo
padre. Comunque devi tenere a mente che io non godo più del
privilegio di ricevere informazioni riguardanti le azioni del
Consiglio di Stokerton. Le mie conoscenze sono frutto di voci,
pertanto non sono da ritenersi del tutto affidabili. 2) Tua zia fa
bene a essere «iperprotettiva» e a insistere affinché tu non vada
da nessuna parte da solo. Sarai anche una temibile creatura
della notte, Vladimir, ma sei comunque un ragazzino e, secondo
la legge, sei sotto la sua tutela. Senza contare che è possibile
che Elysia decida di vendicarsi per l’uccisione del suo
presidente, anche se si è trattato solo di autodifesa. 3) Mi
dispiace, Vladimir, ma la voce secondo cui i vampiri sono in
grado di soggiogare le donne con uno sguardo non solo è
completamente falsa, ma anche ridicola. Hai provato a chiedere
semplicemente a Meredith se le piaci? Per esperienza posso
dirti che l’approccio diretto è quello che funziona meglio.
Chiamare una ragazza e respirarle nel telefono non ha mai
procurato un appuntamento a nessuno. Qualunque cosa tu
decida, ricordati di comportarti da gentiluomo.
Come promesso, ti allego ulteriori istruzioni su come
sviluppare al meglio le tue capacità telepatiche. Mi sorprende
che tu non abbia avuto successo in questo campo, ma dobbiamo
ricordare che sei unico nel tuo genere e, probabilmente, per te
le cose saranno diverse. Quando viene creato un vampiro, le sue
capacità si sviluppano secondo un ordine naturale prestabilito,
ma tu... tu sei nato così, quindi – per via del DNA umano di tua
madre – non ci è dato sapere quali caratteristiche vampiresche
di tuo padre tu abbia ereditato e quali no. Pertanto dovremo
fare i conti con ciascuna delle tue facoltà man mano che si
presentano.
Segui le istruzioni allegate ed esercitati, esercitati, esercitati!
In qualità di tuo ex insegnante, devo però insistere affinché tu
non usi la telepatia per migliorare i tuoi voti. E, sì, lo verrò a
sapere. Fidati.
Per quanto riguarda i problemi che, a quanto pare, stai
avendo con il controllo delle menti, dammi il tempo di buttar giù
qualche informazione a proposito di questa capacità, potrebbe
tornarti utile. Insieme troveremo un modo per renderti le cose
più semplici. Tuo padre era un vero maestro in quest’arte e devo
ammettere che il fatto che tu potresti non esserlo mi sorprende.
Ma, per favore, ricordati che non ne sono deluso.
Sei sempre nei miei pensieri. Prenditi cura di te stesso, stai
attento a ciò che ti circonda e continua a studiare il codice di
Elysia. So che la lingua dei vampiri è difficile da leggere, ma è
importante che memorizzi il Compendium Conscientiae.
Secondo il detto coniato dallo straordinario filoso umano,
George Santayana: «Chi non ricorda il passato è condannato a
ripeterlo».
La settimana prossima sarò a Londra. Ti allego l’indirizzo al
quale potrai spedire le tue lettere. Ti scriverò ogni volta che mi
sarà possibile. Ti prego di salutarmi affettuosamente Nelly.
Tuo per l’eternità,
OTIS
Vlad passò un dito sulla frase di commiato dello zio: Tuo per
l’eternità. Era la stessa frase che suo padre riportava in ogni
appunto, su ogni libro, in ogni biglietto di auguri che avesse mai
regalato al figlio. Il ragazzo sentì l’ombra oscura del dolore
addensarsi di nuovo su di lui. La morte di una persona amata era
proprio strana. Non importavano le lacrime versate o il tempo
trascorso, anche il minimo ricordo – un profumo, un oggetto,
una parola – aveva la capacità di riportarti al momento in cui
l’avevi persa e, prima di rendertene conto, ti trovavi sopraffatto
dalla tristezza, benché avessi fatto di tutto per scrollartela di
dosso.
Era piuttosto sconfortante apprendere che il suo
combattimento all’ultimo sangue con D’Ablo avesse suscitato lo
sdegno della società dei vampiri, sebbene fosse stato il loro
presidente a iniziare, e lui si fosse limitato a fargli un buco nello
stomaco per evitare di essere ucciso a mani nude. Ma in qualche
modo avrebbe affrontato la cosa. Dopotutto, grazie a Otis,
Elysia pensava che lui fosse un umano, non un mezzo vampiro.
Tra l’altro suo zio gli aveva assicurato che, essendo in possesso
di un Lucis – la più pericolosa arma contro i vampiri –, Elysia
sarebbe stata ansiosa di negare l’idea che lui fosse in grado di far
loro del male, cosa che li avrebbe dissuasi dal dargli la caccia.
Per Vlad era frustrante scoprire che Otis non avesse nessun
saggio consiglio per gestire la situazione che si era creata con la
ragazza che gli piaceva. Pensò di chiederlo a Nelly, ma l’ultima
cosa che gli serviva era una conversazione di due ore
sull’adolescenza di sua zia.
Vlad sospirò. Era una situazione disperata. Come avrebbe
potuto far capire a Meredith che non aveva idea del perché non
l’avesse baciata dopo il ballo della Festa della Libertà e che
l’unico motivo per cui non aveva risposto alle sue telefonate
durante l’estate era che lei gli avrebbe chiesto di spiegarle la sua
reazione? Come avrebbe potuto farlo se neppure lui aveva la più
pallida idea del perché avesse agito in quel modo?
«Che ti ha detto?» chiese Henry occhieggiando la pergamena
da sopra la sua spalla.
Lui piegò la lettera e la rimise nella busta, poi prese le
istruzioni. «Dice che saluta Nelly e che ha allegato qualche
consiglio sulla telepatia.»
Sua zia sorrise tutta allegra e arrossì, poi lanciò un’occhiata
all’orologio e sospirò. Scosse la testa e prese la borsa. Mentre
usciva, gridò dietro di sé: «Sono in ritardo. Oggi pomeriggio
dovrò sostituire Deb in ospedale. Potete pensare voi alla cena?»
La porta si chiuse prima che potessero rispondere.
Henry fece un breve cenno del capo in direzione del foglio
che conteneva le istruzioni di Otis. «Vuoi fare una prova?
Muoio dalla voglia di sapere se piaccio a Melissa Hart.»
Vlad piegò gli appunti e li infilò nella tasca posteriore dei
jeans. «Prima voglio studiarli per qualche giorno. Magari
possiamo provare questo fine settimana.»
L’amico sbuffò. «Ma dai! Lo sai che sono impegnato. Joss,
ricordi?»
«Prima voglio leggerli.»
«E allora leggili. Poi potremmo andare al centro commerciale
a Stokerton. Melissa parteciperà a quella ’sfilata di fine
estate/inizio autunno’ che fanno tutti gli anni, e tu...»
«Henry, ho detto no», ribatté Vlad in tono serio.
L’altro annuì lentamente e afferrò il bicchiere di succo
d’arancia.
Servo o no, il vampiro odiava dare a Henry degli ordini diretti
e lo faceva solo quando l’amico diventava troppo insistente a
proposito di qualcosa che lui non era pronto a fare o di cui non
voleva parlare... o se desiderava tantissimo una Pepsi e non
aveva proprio voglia di andare in cucina a prendersene una. A
parte quello, il loro rapporto vampiro/servo umano funzionava
alla perfezione. Era sorprendente quanto Henry avesse preso
bene la notizia che, con quell’unico morso, era diventato il suo
servo.
Ma in fondo, forse, l’aveva presa così bene solo perché lui gli
aveva detto di farlo.
Quel pensiero lo fece rabbrividire. Non gli piaceva l’idea di
controllare le azioni dell’amico. Anzi, a dire il vero, lo faceva
sentire molto a disagio. Ma a volte Henry era così insistente!
Vlad girò la scatola e, vedendoci il suo nome sopra, l’aprì.
Sulle labbra gli fiorì un sorriso e istintivamente si voltò verso
l’altro ragazzo. «Vuoi giocare a Race to Armageddon 2?»
«Non ci credo!»
«Sulla confezione c’è scritto che c’è il doppio dell’azione e il
triplo del sangue.»
Scambiandosi dei sorrisi soddisfatti, i due schizzarono in
soggiorno.
Un paio d’ore, un sacchetto di Doritos, sette Pepsi e quattro
sacche di sangue dopo, posarono i controller e si stiracchiarono.
Gli occhi di Henry erano spalancati, pieni di ammirato disgusto.
«Questo sì che è terrificante. Mi piace tantissimo!»
«Infatti. È proprio figo che adesso gli androidi possano
volare.» Vlad si scolò la Pepsi e appoggiò la lattina vuota sul
tavolino. Il suo stomaco emise un sonoro borbottio.
«E il re alieno con sei teste? Che novità. Sarà difficile batterlo
stavolta.»
«Hanno aggiunto veramente un sacco di sangue. A questo
proposito...»
Il giovane vampiro andò a prendere un’altra sacca di sangue
dal frigorifero. Mentre tornava in soggiorno, lasciò che i denti
gli si allungassero: la fame li stava spingendo in fuori. Diede un
morso alla sacca e la scolò, poi fece un rutto e si asciugò
l’eccesso di sangue dagli angoli della bocca.
«Sei un maiale», disse l’altro ridacchiando.
«Scusami», rispose lui con un sorriso.
Henry si morse il labbro e per un attimo sembrò assorto nei
suoi pensieri. Quando parlò il suo tono era pacato e serio. «Pensi
che inizierai mai a mordere le persone?»
Vlad scosse la testa. «Assolutamente no. Neanche tra un
milione di anni», asserì osservando l’amico con la coda
dell’occhio. Poi si girò a guardarlo dritto in faccia. «Pensi
davvero che potrei farlo?»
«Be’, hai morso me.»
«Amico, avevamo otto anni. Senza contare che eri stato tu a
chiedermelo.»
L’altro fece finta di non averlo sentito. «Ma poco fa, prima di
mordere quella sacca, i tuoi occhi hanno cambiato colore: sono
diventati di quello strano viola iridescente, proprio come quando
ti capita di toccare un simbolo», disse indicando il disegno sulla
copertina dell’Enciclopedia Vampirica e scrollando le spalle.
«Sto solo dicendo che non dovresti escluderlo. Voglio dire, che
succederebbe se le sacche di sangue e le merende che ti prepara
Nelly non ti bastassero più?»
Vlad scosse il capo e strinse le labbra, seguendo il profilo del
tatuaggio che aveva nella parte interna del polso sinistro. Ci fu
un attimo di silenzio prima che parlasse. «Se bastavano a mio
padre, basteranno anche a me. Inizierò a mordere le persone
quando sarò più bravo di te con i videogiochi.»
Henry rise e prese il controller. «Quindi non accadrà mai.»
3
BATHORY HIGH
Vlad ficcò due penne nella tasca anteriore dello zaino e lo
chiuse. Henry aveva cercato di convincerlo per tutta l’estate a
comprarne uno nuovo, nella fattispecie uno a forma di bara che
avevano visto al centro commerciale di Stokerton, ma lui
preferiva il suo vecchio.
Non che quella sorta di scherzo tra loro gli desse fastidio –
anzi, a dire il vero, trovava davvero divertente che lui e Henry
facessero cenno in maniera così evidente alla sua natura
vampiresca, senza che nessuno a Bathory ci facesse caso – ma
lui e il suo zaino avevano affrontato insieme gli ultimi due anni.
E quell’oggetto era finito sul palo della bandiera quasi tante
volte quante il suo proprietario era stato sbattuto contro un
armadietto. In un certo senso, erano amici. Come con Henry.
Con l’unica eccezione che non poteva legarsi l’altro ragazzo
alla schiena e costringerlo a portargli i libri.
Vlad attaccò una nuova spilletta allo zaino e se lo mise in
spalla. Quando l’aveva vista al negozio era scoppiato in una
risata isterica e sapeva che avrebbe fatto impazzire anche il suo
compagno. C’era scritto: ATTENTI, MORDO.
La voce di zia Nelly arrivò fino al piano di sopra. «Farai
meglio a sbrigarti o arriverai in ritardo il primo giorno!»
Il vampiro fece per infilarsi il piccolo cilindro nero nella tasca
posteriore dei jeans, ma poi si fermò e posò il Lucis sul
cassettone. Sapeva che Otis e la zia avrebbero dato di matto se
avessero scoperto che stava uscendo senza portare con sé l’arma
contro i vampiri anche solo per un giorno, ma Vlad ignorava
quale effetto potesse avere sugli umani e l’idea di portarla in
classe lo innervosiva un po’. Un oggetto come quello sarebbe
stato fuori posto in una scuola.
Scese le scale a due a due e, una volta arrivato giù, rivolse un
sorriso alla zia.
La donna ricambiò allungandogli una sacca di sangue che lui
ingurgitò con grande piacere. Il liquido, caldo e denso, discese
con facilità giù per la gola. La vera colazione dei campioni.
Una volta finito, il ragazzo restituì alla zia il contenitore di
plastica; aveva appena sfiorato il pomello della porta con la
punta delle dita quando lei chiese: «Hai ricordato di mettere la
protezione solare?»
«Perché me lo chiedi? Credi che io sia troppo abbronzato?»
ridacchiò lui sforzandosi di non alzare gli occhi al cielo.
Nelly scosse la testa mentre il nipote usciva dalla porta.
Henry lo stava aspettando sul marciapiede dall’altro lato
della strada. Accanto a lui c’era un bel ragazzo con la pelle
dorata e, osservando la somiglianza dei tratti del viso, Vlad non
stentò a capire che i due dovevano essere parenti.
«Ehi», li salutò facendo un cenno a Henry.
L’amico gli sorrise e indicò il nuovo arrivato con un cenno
del capo. «Ehi. Questo è mio cugino Joss.»
Il nuovo arrivato sorrise a sua volta, ma rimase in silenzio.
Oddio, a quanto pareva era il classico tipo bello e poco loquace.
S’incamminarono insieme verso la scuola, percorrendo i
vialetti tra le case e condividendo i loro timori per il primo
giorno da liceali. Vlad sentiva il cuore battere contro le costole,
facendo eco alle sue paure. Era appena riuscito a prendere
abbastanza fiato da controllare il battito impazzito nel suo petto,
quando, girando l’angolo, si ritrovò ai piedi delle scale del
Bathory High.
Il vecchio edificio, che un tempo era stato una chiesa
cattolica, costituiva una discreta fonte di pettegolezzo in una
cittadina piccola come Bathory. A quanto sembrava, il luogo di
culto era stato abbandonato a metà dell’Ottocento in seguito a
qualche orribile vicenda di cui nessuno in città – compreso il
bibliotecario, che sapeva tutto sulla storia locale ed era sempre
più che felice di condividere le sue conoscenze con chiunque –
amava parlare. Quasi un secolo dopo quei fatti, un ricco uomo
d’affari aveva comprato la proprietà e l’aveva trasformata nella
Bathory Preparatory Academy. Vent’anni più tardi, la scuola era
diventata un’istituzione pubblica e alla fine si era trasformata in
ciò che il giovane vampiro stava occhieggiando mentre si
avvicinava con lo zaino in spalla.
«Henry!» strillò Carrie Anderson agitando la mano piena di
entusiasmo.
Lui rispose con un sorriso timido. «Torno subito, ragazzi»,
disse. Un istante dopo fu inghiottito dalla folla, travolto da quel
tipo di popolarità che Vlad poteva solo osservare da lontano.
Con un sospiro, il vampiro si girò verso Joss. «Henry mi ha
detto che ti sei trasferito dalla California», esordì cercando di
fare conversazione.
«A me ha detto che sei una schiappa ai videogiochi», replicò
l’altro.
Dopo un attimo proruppero entrambi in una fragorosa risata.
«Tuo cugino è davvero un tipo divertente», commentò Vlad
senza smettere di sorridere.
«Anche popolare, a quanto sembra», aggiunse Joss in tono
vagamente sprezzante.
«Pensavo che tutti i McMillan fossero popolari...»
«Non io, amico. Non è roba per me.» Il ragazzo scosse la
testa, lanciando un’occhiata incerta alla folla. «Io preferisco
avere un gruppo selezionato di amici, preferibilmente persone
che non ti stanno intorno solo per la famiglia da cui vieni o per il
tuo conto in banca.»
Il volto di Vlad s’illuminò: lui e Joss sarebbero andati molto
d’accordo.
Henry fece un cenno con la mano e, prima di sparire a sua
volta tra la folla, il nuovo arrivato si sistemò la cartella in spalla
e sorrise al vampiro. «Be’... ci vediamo.»
«Sì, ci vediamo», rispose Vlad seguendolo con lo sguardo,
per poi girarsi nuovamente a osservare la minacciosa facciata
della scuola.
Ma non rimase in contemplazione per molto.
Mentre delle mani lo afferravano per la maglietta e lo
trascinavano verso un lato isolato dell’edificio, i suoi occhi si
spalancarono per la paura.
Bill Jensen e Tom Gaiber. Che fortuna.
Lo odiavano fin dalla prima elementare senza alcun motivo
particolare, almeno a quanto ne sapeva lui.
I due bulli lo scaraventarono insieme contro il muro della
scuola, le labbra increspate in un ghigno malvagio.
«Buon primo giorno di liceo, darkettone», ringhiò Tom.
Vlad ebbe un sussulto involontario quando la sua testa andò a
sbattere contro la pietra. Si sforzò di ostentare indifferenza, ma i
suoi occhi lo tradirono vagando intorno in cerca di aiuto. Presto
avrebbero ridotto la sua faccia come un hamburger. Dov’era
Henry quando aveva bisogno di lui?
Bill gli si fece ancora più vicino. L’alito gli puzzava di tonno
e maionese andati a male. «Che c’è, darkettone? Il gatto ti ha
mangiato la lingua?»
Varie risposte argute si affollarono nella mente del vampiro
ma alla fine decise di tenere la bocca chiusa e non emettere il
minimo suono.
A volte la miglior difesa contro gente come quella era il
silenzio.
D’altro canto, se accettavi passivamente di farti comandare a
bacchetta, facevi la figura del codardo. Raddrizzando le spalle,
Vlad cercò di opporsi a Bill, ma Tom lo afferrò per il colletto e
una fitta di dolore gli attraversò la schiena mentre veniva di
nuovo spinto con violenza contro il muro.
«Lascialo andare.»
Il ragazzo girò la testa verso il marciapiede. A quanto pareva
Joss si era allontanato dal gruppo di Henry e adesso stava
fissando Tom e Bill con freddezza. Aveva la testa leggermente
piegata e un sopracciglio alzato, come se il fatto che qualcuno
potesse ignorare un suo ordine fosse del tutto inconcepibile.
A quanto pareva, il cugino del suo migliore amico era
simpatico, ma non troppo sveglio. Vlad stava per dirgli di
darsela a gambe, quando Tom, ignorando il nuovo arrivato, alzò
gli occhi al cielo e lo spinse più forte contro il muro. La spina
dorsale entrò in contatto con una pietra appuntita. Lui non riuscì
a trattenere una smorfia di dolore e lottò per divincolarsi, ma
Tom lo teneva bloccato. «Quest’anno ti tocca questo,
darkettone. Abbiamo dei bei progetti per te.»
«Ti ho detto di lasciarlo andare.» Joss aveva appoggiato la
cartella sul marciapiede e stava guardando Tom senza un
briciolo di paura negli occhi.
I due bulli lasciarono andare Vlad e si girarono verso di lui.
Corri, pensò il vampiro, corri e salvati la pelle. Ascoltami.
Tom e Bill si scambiarono uno sguardo perplesso, incapaci di
decidere se Joss fosse o no una preda facile. Alla fine, dopo un
ultimo, risoluto spintone ai suoi danni da parte di Tom, si
avviarono verso l’ingresso della scuola senza aggiungere una
parola.
Vlad non poté fare a meno di domandarsi che cosa nel nuovo
ragazzo li avesse spinti ad abbandonare il campo in tutta fretta.
Di qualsiasi cosa si trattasse, lui doveva esserne sprovvisto.
Prese lo zaino e si strofinò il livido sulla nuca con aria pensosa.
Non sapeva con esattezza che emozione gli provocasse l’essere
stato soccorso, ma era comunque meglio che essere picchiato, o
almeno così pensava. «Grazie.»
«Figurati», disse. «Quei tizi sono dei primitivi senza
cervello.»
«Li conoscevi già?»
«Non serve. L’ho capito dalle fronti basse e dal
monosopracciglio. Vuoi che gli spezzi le braccia per te?» chiese
con un ghigno complice.
«Non sarebbe male. A quel punto gli diventerebbe più
difficile darmi il tormento. Cosa potrebbero fare, venirmi a
sbattere contro finché non diventa troppo noioso?» scherzò Vlad
in risposta.
In quel momento, alle spalle del suo nuovo amico, il vampiro
scorse Meredith Brookstone che attraversava il vialetto. Il suo
vestito rosa frusciava all’altezza delle ginocchia a ogni passo. La
vide rivolgergli un sorriso e arrossire leggermente. Joss seguì lo
sguardo di Vlad e, quando si accorse di chi fosse l’oggetto delle
sue attenzioni, sorrise anche lui.
Oh oh.
«Fa un po’ paura, vero?» intervenne Henry, affiancandosi a
loro.
Vlad annuì, guardando l’edificio che si stagliava minaccioso
di fronte a loro. C’era stato centinaia di volte prima di allora, ma
quello che alla luce della luna sembrava accogliente appariva
davvero inquietante sotto quella del sole.
Il vampiro seguì l’amico e suo cugino su per le scale. Entrare
a scuola dalla porta anteriore gli provocava una strana
sensazione. Tenne la testa bassa e cercò di non alzare lo sguardo
verso il campanile.
Un cartello sulla porta indirizzava le matricole verso la
palestra. Dopo aver sistemato lo zaino sulla spalla in una
posizione più comoda, Vlad prese un respiro profondo ed entrò.
Ai lati dell’atrio si ergevano tredici grandi pilastri di pietra
sormontati da archi. Sopra, al secondo piano, s’intravedeva un
gruppo di archi più piccoli che culminavano in una struttura in
ferro battuto.
Il ragazzo alzò lo sguardo verso il soffitto. Una volta doveva
essere stato decorato da affreschi – probabilmente raffiguranti
uomini avvolti in tuniche svolazzanti con aureole d’oro intorno
alla testa – ma tutto quello che rimaneva adesso erano macchie
di colore sbiadite, nient’altro che figure indistinte. Diverse
pietre scure disegnavano poi delle enormi croci proprio sopra la
sua testa.
«C’è un fondo di verità nella storia dell’odio di voi vampiri
nei confronti delle croci?» chiese Henry in un sussurro appena
udibile.
Vlad si lasciò sfuggire un sorriso. Non aveva mai preso
seriamente in considerazione l’eventualità di finire in fiamme al
primo contatto con quel simbolo religioso. A dire il vero non era
mai stato interessato alla religione in generale.
«Immagino di no», rispose.
Proprio in quell’istante un uomo grande e grosso che
ricordava un leprecauno gigante alzò le braccia e parlò a voce
alta, in tono brusco e a tratti incomprensibile. «Matricole, dovete
passare sotto il terzo arco alla mia destra e poi percorrere tutto il
corridoio fino alla palestra. Muovetevi. Tutti gli altri vadano in
classe. Sì, Stevenson, anche tu!»
Vlad sentì qualcuno dargli una vigorosa pacca sulla schiena e
quando si girò vide Greg, il fratello maggiore di Henry, che lo
fissava allegro.
«Non fare caso a Mr Hunjo, fa sempre così. Sai dove devi
andare?» chiese il ragazzo.
Lui annuì e si guardò intorno cercando Henry e Joss che, a
quanto pareva, erano scomparsi. «Ehi, che fine hanno fatto tuo
fratello e tuo cugino?»
«Probabilmente sono andati in palestra. Venite a cercarmi
durante l’intervallo, okay? Vi farò vedere un po’ di cose e mi
accerterò che i più grandi sappiano che vi devono lasciare in
pace», rispose l’altro dandogli di nuovo un colpetto sulla
schiena, prima di sparire tra la folla.
Il vampiro lo osservò finché la lana nera e la pelle rossa della
sua giacca sportiva non furono sparite. Negli ultimi due anni
Greg era stato il primo lanciatore dei Bathory Bats e
sicuramente, quando sarebbe ricominciata la stagione del
baseball in primavera, avrebbe ottenuto di nuovo quel ruolo. Era
il ragazzo più figo del mondo e l’unica persona, a parte Henry,
che avesse mai fatto desiderare a Vlad di avere un fratello. Così
come accadeva con il suo migliore amico, anche Greg si trovava
spesso attorniato da gente che voleva stare in sua compagnia. In
teoria, ciò avrebbe dovuto renderlo odioso, ma non era così. Al
Bathory High era lui a stabilire cosa fosse figo e cosa no.
Vlad passò sotto l’arco e seguì il flusso di matricole verso la
palestra che, fatta eccezione per le travi di legno che solcavano il
soffitto, era identica a quella delle scuole medie. Lungo il muro
erano stati allineati tre tavoli. Il giovane vampiro passò dall’uno
all’altro insieme con gli altri studenti e, quando ebbe terminato il
giro, si trovò in mano una mappa, una guida della scuola e un
numero di armadietto: il 131. Lo trovò, insieme con Henry che
sembrava ricomparso dal nulla, in fondo al corridoio.
«Ciao, vicino. Quant’è figo che i nostri armadietti siano l’uno
accanto all’altro?»
«Proprio figo.» Vlad tirò fuori dallo zaino un lucchetto rosso
e lo appese alla maniglia del suo armadietto aperto. Prese un
quaderno e una penna dallo zaino e poi lo ficcò dentro; stava per
richiudere lo sportellino quando un lampo rosa catturò la sua
attenzione, provocandogli un giramento di testa.
Meredith era davanti a un armadietto aperto e, prima di
appendere con cura il suo zaino rosa all’interno, si sistemò
dietro l’orecchio una ciocca di capelli color cioccolata. Vlad
sentì il suo cuore gonfiarsi fino a diventare grosso come un
pallone. A dire il vero gli sembrava fosse diventato così grande
che aveva paura che il petto potesse esplodergli in quel preciso
istante.
«Hai intenzione di salutarla o pensi di rimanertene lì a
sbavarti sulle scarpe?» domandò Henry.
Lui si limitò a lanciargli un’occhiataccia senza dire una
parola. Il problema era che non sapeva se un semplice saluto
sarebbe bastato. Pensò che delle scuse potessero essere più
appropriate, ma per cosa doveva scusarsi di preciso? Per non
aver baciato la ragazza più carina della scuola quando lei
gentilmente era andata con lui all’ultimo ballo dell’anno? Certo
che sì. Ma in qualche modo dubitava che un «mi spiace se non
abbiamo pomiciato» avrebbe fatto venire voglia a Meredith di
andare di nuovo a una festa con lui nell’immediato futuro.
Raccolte le forze, il vampiro le lanciò alcuni sguardi furtivi
da dietro la porta del suo armadietto, poi prese qualche respiro
profondo e la chiuse.
«Ciao, Meredith», la salutò.
La ragazza si strinse una cartellina al petto e si girò verso di
lui. «Ciao.»
«Hai lezione adesso, no?» Oh. Mio. Dio. Che diavolo aveva
detto? Avrebbe fatto meglio a tacere. «Cioè, hai matematica,
vero?» riprovò.
Lei gli rivolse uno sguardo interrogativo. «Ho inglese.
Perché?»
La saliva svanì dalla bocca di Vlad quando si rese conto che
stavano andando alla stessa lezione. «Solo... per sapere»,
balbettò cominciando a desiderare di poter strisciare
nell’armadietto per nascondersi. Sfortunatamente entrarci
sarebbe stato impossibile.
Meredith schiuse le sue meravigliose labbra rosa ma, prima
che potesse dare seguito alla loro imbarazzante conversazione,
l’armadietto accanto al suo si chiuse, svelando una Melissa Hart
biondissima e dall’aspetto molto più adulto rispetto all’anno
precedente. Le due ragazze cominciarono a chiacchierare tra
loro e ben presto superarono Vlad e Henry senza degnarli di una
sola occhiata... anche quando quest’ultimo sussurrò un timido:
«Ciao, Melissa».
Non appena la ragazza se ne fu andata, Henry diede di gomito
a Vlad e con fare ammiccante commentò: «Qualcuno ha bevuto
un bel po’ di latte quest’estate».
Joss, che nel frattempo li aveva raggiunti, alzò gli occhi al
cielo.
Il giovane vampiro continuò a guardare Meredith,
chiedendosi cosa avesse appena cercato di dirle e come
facessero le ragazze carine a trasformare un adolescente in un
idiota balbettante. Dopo essersi perso per qualche minuto nei
suoi pensieri, mordicchiandosi il labbro inferiore, disse: «Ehi,
Joss, oggi pomeriggio Henry ha deciso di piantarmi per
partecipare a una riunione del Consiglio studentesco. Vuoi
venire a casa mia più tardi?»
«Qualunque cosa per sfuggire al club di ricamo di zia
Matilda», rispose l’altro con entusiasmo.
Mentre i tre entravano in classe, la campanella suonò e Mrs
Bell alzò lo sguardo dal libro. Vlad si era aspettato denti storti,
capelli blu e sopracciglia disegnate con la matita. Invece fu
accolto da denti dritti, capelli castano ramato e sopracciglia
disegnate con la matita. Alcune cose non cambiavano mai.
«Prendete posto», li esortò l’insegnante.
Il vampiro si avviò in fondo alla classe e si sedette; Henry
scelse il banco accanto al suo, mentre Joss prese posto davanti al
cugino.
Mrs Bell si alzò e chiuse il libro. «La campanella che segna
l’inizio della lezione e della giornata scolastica suona alle otto in
punto, mi aspetto che per quell’ora voi siate al vostro posto. Non
uno o tre minuti dopo. Alle otto. Per oggi vi darò solo un
avvertimento, ma, la prossima volta che troverò qualcuno a
bighellonare, scatteranno le punizioni», concluse lanciando uno
sguardo tagliente a Vlad, Henry e Joss.
Il vampiro guardò l’amico e a stento riuscì a trattenersi dallo
scoppiare a ridere: era seduto dritto come un fuso, le braccia
conserte sul banco, e sbatteva gli occhioni in direzione di Mrs
Bell. Joss si girò verso il cugino e si lasciò sfuggire un ghigno
divertito.
Mrs Bell non sembrò notarlo, invece si voltò verso la lavagna
e iniziò a scrivere cose cui Vlad non prestò la minima
attenzione. Era troppo impegnato a guardare Meredith che
sgattaiolava in classe senza farsi notare dall’insegnante. La
ragazza osservò l’aula, fece un educato cenno di saluto e si
sedette nelle file davanti.
Benché fosse davvero felice di vederla, Vlad scivolò sulla sua
sedia.
Non aveva idea del perché stesse cercando di evitarla. Non si
erano certo dichiarati amore eterno o qualche stupidaggine del
genere. Era stato solo un appuntamento al termine del quale si
erano quasi scambiati un bacio. Eppure, da quel momento in poi,
lui aveva sentito un peso enorme sulle spalle. Senso di colpa. Ne
era quasi sicuro.
Henry stava annotando qualcosa sul quaderno aperto.
All’inizio Vlad pensò che fosse un biglietto – magari un
commento spiritoso su Mrs Bell, o forse qualche informazione
cruciale su Meredith –, ma poi si rese conto che tutti stavano
scrivendo... tutti tranne lui.
L’insegnante ringhiò. O forse no. Considerata l’espressione
sul suo viso, avrebbe anche potuto trattarsi di un sorriso, ma
Vlad ne dubitava. Le persone come Mrs Bell non sorridevano,
piuttosto digrignavano i denti davanti a ignari passanti.
«Vladimir Tod, ti suggerisco di prestare attenzione e di
copiare i compiti per questa settimana», lo ammonì la donna.
Per fortuna, il resto della lezione d’inglese passò in fretta, ma
quando la campanella suonò il vampiro era ormai convinto che
quello sarebbe stato un anno terribile.
Lui, Henry e Joss si separarono per la seconda e la terza ora,
incontrandosi solo per delle brevi pause vicino agli armadietti
riempite da fugaci conversazioni su quanto facesse schifo
biologia, su come arte fosse accettabile, o sul fatto che Mr Kareb
fosse abbastanza forte per essere un insegnante di storia e che
Mrs Bell avrebbe reso quell’anno scolastico il più lungo di tutti i
tempi.
Quando arrivò l’ora della pausa pranzo, corsero in mensa e si
guardarono intorno alla ricerca di Greg. Lo trovarono seduto in
fondo alla sala in compagnia di altri ragazzi popolari. Dopo che
Henry e Joss ebbero preso i loro vassoi con il pasto caldo, Vlad,
con il pranzo al sacco in mano, li seguì al tavolo di Greg, dove
quest’ultimo li presentò ai suoi amici.
«Ehi, ragazzi, questi sono mio fratello, Henry, e mio cugino,
Joss. Lui è Vlad. Considerateli off limits. L’unico che può
chiuderli nell’armadietto sono io», li avvisò dando uno
scherzoso pugno sul braccio al fratello e sorridendo a Vlad.
«Come sta andando il primo giorno?»
Il vampiro fece spallucce. «Bene, credo.» Aveva sempre
invidiato a Henry la sua fantastica famiglia. Anche se a volte
rompevano un po’, i suoi genitori erano attenti e generosi.
Matilda, la madre, preparava dei biscotti o qualche altro dolce
tutte le volte in cui sapeva che Vlad sarebbe stato loro ospite; e il
padre, Peter, aveva l’abitudine di regalare anche a lui un po’ di
contanti quando dava la paghetta ai figli. Passare del tempo con
Greg, poi, era un vero spasso. Non riusciva proprio a capire
perché il suo amico si rifugiasse sempre a casa sua e di Nelly con
tutta quella gente figa intorno. D’altro canto, lui stesso non
riusciva a passare troppo tempo a casa di Henry: stare con i suoi
genitori gli ricordava quanto gli mancassero i propri.
Mentre era immerso nei suoi pensieri, un ragazzo seduto al
lato opposto del tavolo prese una delle sue tortine e, prima che
lui avesse modo di fermarlo, l’addentò facendo scoppiare le
capsule all’interno. Vlad lo vide assumere un colore verdastro e
cercò con lo sguardo il suo migliore amico, che lo fissò a bocca
aperta. Nessuno, a parte lui e Nelly, era a conoscenza del suo
segreto e ora un liceale aveva scoperto il metodo con cui
introduceva a scuola il sangue necessario ad alimentarsi. Il
vampiro guardò di nuovo il ragazzo: aveva gli occhi spalancati e
sembrava stesse per gridare.
Invece vomitò.
Vlad e Henry si guardarono di nuovo negli occhi, incapaci di
proferire parola.
«Nuova regola per tutti, signori. State alla larga dal pranzo di
Vlad. Sua zia non sa cucinare», disse a un tratto Greg, rompendo
il silenzio.
In men che non si dica, tutti i commensali scoppiarono a
ridere.
Il vampiro tirò un sospiro di sollievo e, dopo che il gruppo si
fu spostato a un altro tavolo, finì in tutta calma il suo panino con
marmellata di fragole mista a sangue.
Dopo il pranzo e altre tre ore passate a prendere appunti,
conoscere gente nuova, perdersi per i corridoi e scoprire che
aveva solo una lezione insieme con Meredith ma tre con Henry e
cinque con Joss, Vlad raggiunse il suo armadietto trionfante ma
esausto. Era sopravvissuto quasi indenne al suo primo giorno da
matricola.
Recuperò lo zaino e lanciò un’occhiata al corridoio in cerca
di Henry. Sfortunatamente delle spalle fasciate da una giacca di
pelle gli ostruirono la visuale.
Bill si girò e, sebbene Vlad avesse fatto del proprio meglio
per rimpicciolire fin quasi a scomparire all’interno
dell’armadietto, lo avvistò. Dopo aver richiamato l’attenzione di
Tom con un colpetto sulla spalla, i due inchiodarono il
compagno con i loro sguardi minacciosi.
Portavano entrambi la stessa giacca di pelle, probabilmente
nel tentativo di sembrare tosti agli occhi dei bulli più grandi, che
di certo non avrebbero esitato a dare una lezione a quelle due
teste calde del primo anno. Con panico crescente, il vampiro li
vide avvicinarsi. Il suo armadietto fu richiuso con violenza da
Bill e lui non poté che osservare la cinghia del proprio zaino
incastrata nella porta, come un serpente che, dopo essere
sgusciato in uno spazio angusto, vi è rimasto bloccato. Poi il suo
sguardo si spostò su Tom, il quale stava facendo scrocchiare
rumorosamente le dita della mano.
«Ehi, darkettone. Prima non siamo riusciti a finire la nostra
chiacchierata», lo apostrofò il bullo.
Era morto. Benché avesse avuto la fortuna di sfuggire
all’agguato di quella mattina e fosse sopravvissuto a buona parte
del suo primo giorno da matricola, adesso stava per morire.
Riusciva già a vedere l’incisione sulla sua lapide: QUI GIACE
VLADIMIR TOD, PICCHIATO A MORTE DA DUE
ENERGUMENI.
«Ehi, Vlad. Che succede?» Joss era appoggiato
all’armadietto accanto al suo, la fronte aggrottata.
Lui gli lanciò un’occhiata. Chi era quel ragazzo? Una guardia
del corpo? Una specie di pedinatore con la vocazione dell’eroe?
L’idea che qualcuno fosse sempre pronto a coprirti non era
affatto malvagia, ma... aver sempre bisogno d’aiuto lo
imbarazzava un po’ e lo faceva sentire un perdente in ambasce.
Vlad avrebbe voluto dire a Joss di correre, di scappare via di
lì finché era in tempo, perché stavano per picchiarlo a sangue e
temeva che chiunque fosse in qualche modo associato a lui
potesse subire la stessa sorte. Invece, il ragazzo fece spostare
Bill e aprì di nuovo il suo armadietto. «Togliti di mezzo,
scimmione», disse in tono gelido e, con orrore del vampiro,
dopo aver dato una leggera spinta al bullo aggiunse: «Non starai
ancora dando fastidio a Vlad, vero? Non dopo la nostra
chiacchierata di stamattina».
«Matricola, il tuo amico sta per entrare nel programma di
donazione reni: se non vuoi fargli compagnia, ti suggerisco di
girare alla larga.»
Vlad aggrottò la fronte, domandandosi come avrebbero agito.
Se avevano intenzione di prenderlo a pugni nei reni, era
abbastanza sicuro che dopo gli organi non sarebbero più stati
funzionanti. E poi perché Bill aveva chiamato Joss «matricola»?
In fondo frequentavano tutti e quattro il primo anno.
Bill si girò fino a trovarsi di nuovo di fronte alla sua vittima
designata, e alzò il pugno. Il vampiro si tenne pronto a schivare
il colpo, ma bastò un attimo perché Joss bloccasse il pugno del
suo aggressore e, torcendogli la mano dietro la schiena, lo
costringesse a girarsi su se stesso. Poi, senza mollare la presa, lo
spinse contro l’armadietto in modo che la sua guancia aderisse
perfettamente al metallo. «Adesso voglio che ascolti con
attenzione quello che ho da dirti. Lascia in pace Vlad. O la
prossima volta ti spezzo il braccio. Capito?» sibilò liberando
l’altro ragazzo proprio mentre Mrs Bell girava l’angolo. La
professoressa lanciò a tutti uno sguardo di disapprovazione, ma
Vlad era abbastanza sicuro che non avesse assistito allo sfoggio
di prontezza di riflessi appena messo in atto dal nuovo arrivato.
Approfittando della presenza dell’insegnante, Tom afferrò
Bill per una manica e lo trascinò in tutta fretta lungo il corridoio,
per poi uscire dalla porta principale senza proferire una sola
parola.
Era successo di nuovo. Proprio come quella mattina. Ancora
una volta si era comportato come un perdente in ambasce. Non
importava che i bulli avessero dovuto battere in ritirata. Per
l’ennesima volta qualcuno era accorso in suo aiuto perché lui
non era stato capace di difendersi da solo.
I suoi pensieri corsero per un attimo alla lettera di Otis e alla
storia del controllo della mente.
«Grazie, sono in debito con te», mormorò prendendo lo zaino
e richiudendo l’armadietto.
Joss fece spallucce, come se non avesse fatto poi chissà che.
«Prima hai detto che sarei potuto venire a casa tua. Ho appena
ricevuto Race to Armageddon per PS2 e...»
Vlad gli rivolse un ghigno sornione, e l’irritazione per essere
stato salvato si dissolse di colpo. «Amico, io ho Race to
Armageddon 2.»
«E che differenza c’è?»
«Ma in quale caverna vive la tua famiglia?» disse scuotendo
la testa e incamminandosi verso l’uscita, facendo cenno a Joss di
seguirlo.
Tre ore dopo erano stravaccati sul divano del soggiorno di
Vlad, circondati da buste di patatine e lattine di Pepsi vuote. Il
suo ospite aveva gli occhi spalancati per la sorpresa. «Questo è il
gioco più truculento che abbia mai visto.»
Il vampiro sorrise. Anche se Henry sarebbe sempre rimasto il
suo migliore amico, ogni tanto era bello passare del tempo con
qualcun altro. Joss, ad esempio, era proprio forte. Cosa più
importante, era un ragazzo normale che, proprio come lui, aveva
delle debolezze. Henry era fantastico, ma Vlad era un po’ stanco
di essere messo sempre in ombra.
E, a dirla tutta, non era male riuscire a vincere a un
videogioco una volta tanto.
«Vladimir, il tuo nuovo amico si ferma a cena?» chiese Nelly
facendo capolino dalla cucina.
Il ragazzo guardò Joss, che arrossì e annuì. «Devo chiamare
zia Matilda, ma, sì... mi piacerebbe.»
Nelly gli passò il telefono e lui andò nell’altra stanza.
Quando Vlad lo sentì bofonchiare qualcosa, si girò verso la
zia. «Fammi indovinare... di nuovo spaghetti?»
Lei sorrise.
Gli spaghetti erano il piatto in cui era più facile nascondere il
sangue quando avevano ospiti. A meno che l’ospite in questione
non fosse Henry. Il giovane vampiro detestava quei cosi
appiccicaticci, ma il sangue mischiato al pomodoro – con
appena un pizzico di origano – era abbastanza saporito, perciò
non gli dava poi così fastidio.
«Ha detto che posso rimanere, ma poi devo tornare subito a
casa», annunciò Joss rientrando in soggiorno con un’espressione
felice e sollevata.
Sapendo che ci sarebbe voluto un po’ prima che la cena fosse
pronta, Vlad condusse il ragazzo al piano di sopra, fermandosi
sulle scale per una breve grattatina dietro le orecchie ad Amonet.
Quando passarono accanto alla biblioteca, il suo ospite rimase a
bocca aperta. «Wow, hai una raccolta di libri enorme.»
Il vampiro gli rivolse uno sguardo sorpreso, non conosceva
molti ragazzi della sua età appassionati di lettura. «Lì ci sono i
miei preferiti», disse indicando gli scaffali più vicini alla sua
camera.
Joss sfiorò il dorso dei volumi. Teoria e pratica della
telepatia, Vlad Tepes: storia, miti e leggende del nostro mondo,
Vampiri: realtà o fantasia? «Che ne pensi? Secondo te i vampiri
esistono davvero o sono solo figure fantastiche che incarnano le
paure della gente?» chiese a un tratto, esitando con il dito sul
tomo dedicato alle creature della notte.
All’inizio Vlad restò in silenzio ma, quando notò che il
giovane era rimasto immobile a fissarlo, comprese che avrebbe
dovuto rispondere alla sua domanda. Grazie ai molti anni
trascorsi fingendo di essere umano, le parole vennero fuori con
estrema naturalezza. «Nessuno crede ai vampiri, ma quel libro
presenta delle argomentazioni molto valide e, a mio parere, tutto
è possibile», disse in tono serio incontrando lo sguardo
dell’altro, che annuì.
Ritenendo la discussione chiusa, il vampiro aprì la porta della
sua camera e, prima di invitare l’amico a entrare, diede una
veloce occhiata in giro. La stanza era cosparsa di panni sporchi,
ma Vlad si limitò a gettarli dietro la porta e a sedersi sul letto.
«Da dove ti sei trasferito?» chiese a Joss, che passava in
rassegna l’ambiente con un curioso sguardo d’approvazione
stampato in volto.
«Santa Carla. Prima ho vissuto in Romania e, prima ancora, a
New Orleans, Parigi e San Francisco.»
«Hai girato un bel po’ di posti.»
Gli occhi del ragazzo per un attimo si velarono di tristezza.
«È per via del lavoro di mio padre. Io lo odio. Sarebbe bello
poter restare in un posto una volta tanto», mormorò, poi scosse
la testa e un istante dopo il sorriso tornò a illuminargli il volto.
«Ehi, hai mai visto che succede quando butti una Mentos nella
Coca-Cola light?»
Vlad ricambiò il sorriso. Le cose sarebbero state più
interessanti con Joss intorno.
4
ASSASSINO PSICOPATICO CON MOTOSEGA
VENUTO DALL’INFERNO
«Che mi dici di lei?»
Vlad sospirò. Se Henry non smetteva di chiedergli cosa
pensava ogni adolescente di sesso femminile che incrociavano,
non sarebbero mai riusciti ad arrivare al cinema in tempo.
Normalmente non gli avrebbe dato fastidio – anche lui era
curioso e, nel corso delle precedenti due ore, era stato disposto a
entrare nelle menti delle ragazze carine – ma il timore di
perdersi l’epico spargimento di sangue di Assassino psicopatico
con motosega venuto dall’inferno gli aveva fatto venire un tic
nervoso all’occhio. Era dal primo giorno di scuola, sei settimane
prima, che aspettava di vedere quel film. Un solo minuto in più
d’attesa, e il suo cervello sarebbe esploso.
Con l’occhio che ancora tremava, osservò la bionda statuaria
che aspettava fuori dal cinema: i piccoli piedi delicati erano
costretti in un paio di scarpe con il tacco alto e le lunghe gambe
muscolose svettavano fino a una minuscola striscia di cotone
che, in teoria, avrebbe dovuto fungere da gonna. Vlad prese un
respiro profondo e si concentrò su di lei, facendosi
delicatamente strada nella sua mente.
La bionda assunse un’espressione corrucciata. Quei tacchi le
stavano distruggendo i piedi, ma non importava. L’essenziale
era che fosse carina per Brad. E quella snob di Brenda Carlton
poteva scommetterci: se avesse osato sedersi un’altra volta
vicino a lui, le avrebbe strappato i capelli. Ma che fine aveva
fatto Brad? Oooh, c’era quel ragazzo carino. Henry qualcosa.
Come si chiamava? Andava al Bathory e aveva un fratello più
grande. McMillan! Cavolo, era proprio un figo. E chi diavolo
era il tipo pallido e ossuto vicino a lui? Santo cielo, perché non
prendeva un po’ di sole e... faceva un bell’abbonamento in
palestra?
Vlad uscì dalla sua mente sbuffando, poi lanciò un’occhiata a
Henry, che aveva un’espressione impaziente stampata sulla
faccia. «E allora? Che sta pensando?»
«Pensa che io sia figo», rispose il vampiro con un breve
cenno del capo in direzione della ragazza.
Anche Henry la guardò. «Wow.»
«Il film inizia tra dieci minuti. Faremmo meglio a metterci in
coda», tagliò corto Vlad dando un’occhiata nervosa all’orologio
sul muro.
Henry intanto aveva puntato una brunetta tutta curve che
stava uscendo da un negozio di biancheria intima. «Ancora
una», supplicò.
«Okay, ma poi basta. Ho bisogno di un po’ di spargimenti di
sangue dopo tutto questo», grugnì il vampiro.
L’amico ridacchiò. «Ti farà venire fame. Ti succede sempre
con i film truculenti, e mia madre non verrà a prenderci prima di
due ore. Ci hai pensato?»
«Non m’importa. Sono settimane che muoio dalla voglia di
vederlo, quindi andiamo.»
«Solo un’altra e poi andiamo. Lo giuro», insistette l’altro
occhieggiando la brunetta che si era fermata per cercare
qualcosa nella borsa. «Senza contare che Otis ti ha detto di
esercitarti con la telepatia. Lo faccio per aiutarti.»
Con un sospiro impaziente, Vlad guardò la ragazza e cercò di
penetrare nella sua mente. L’ondata di sangue che gli giunse al
cervello lo colse alla sprovvista.
Dove diavolo erano le chiavi? Se non si sbrigava, avrebbe
fatto tardi per la ceretta dall’estetista che stava dall’altra parte
della città. Vediamo: aveva comprato una maglia, delle scarpe e
un reggiseno. Adesso doveva solo prendere gli assorb...
Il vampiro uscì dalla sua testa il più rapidamente possibile,
abbassò lo sguardo e trascinò l’amico verso l’entrata del cinema
del centro commerciale di Stokerton.
Henry fissò in rapida successione prima lui e poi la ragazza,
infine chiese: «Che c’è? A cosa stava pensando?»
Vlad rabbrividì, cercando di rimuovere l’ultima informazione
che aveva captato. «Fidati, è meglio se non te lo dico.»
«Henry!» Un gridolino familiare risuonò lungo il corridoio,
in prossimità dei ristoranti. Stephanie Brawn, sua sorella
(qualunque fosse il suo nome... Vlad cominciava a pensare che
potesse essere semplicemente «sorella di Stephanie»), Carrie
Anderson e alcuni dei più popolari tra i suoi compagni di scuola
se ne stavano lì, in gruppo. Le ragazze salutarono Henry con un
tono stucchevole che fece venire la nausea a Vlad, mentre i
ragazzi si limitarono a rivolgergli un breve cenno del capo. Lui
spostò il peso da un piede all’altro. Che diavolo si aspettavano?
Di certo il suo migliore amico non lo avrebbe mollato così. Non
dopo aver progettato insieme di andare a vedere il film più
truculento mai realizzato, non dopo avergli fatto leggere la
mente delle ragazze per tutta la giornata, non dopo...
«Torno subito, Vlad», disse Henry dandogli una pacca sulla
spalla e, prima che lui avesse il tempo di replicare, l’amico fu
risucchiato nel crescente vortice della sua popolarità, mente lui
se ne stava lì a bocca aperta. La chiuse quasi immediatamente e
infilò i pollici nei passanti dei pantaloni, guardandosi intorno nel
tentativo di apparire figo e indifferente. Non sapeva se stesse
funzionando, ma era sicuro di una cosa: il suo amico avrebbe
dovuto offrirgli un bel po’ di schifezze da mangiare... sempre
che fossero riusciti a entrare al cinema.
Dall’altra parte del corridoio, un tipo pallido e magro porse
un volantino a un dark che passava di lì e che Vlad riconobbe
come uno dei ragazzi che aveva visto intrattenersi sui gradini del
Bathory High. Fu quasi sul punto di salutarlo, ma poi si rese
conto di quanto sarebbe apparso stupido quel gesto: non lo
conosceva davvero, lo aveva solo visto dal suo nascondiglio
segreto nella torre del campanile.
I due chiacchierarono per qualche minuto di un nuovo locale,
poi il dark che lui conosceva ma non conosceva entrò nella sala
numero 5.
Almeno qualcuno avrebbe visto Assassino psicopatico con
motosega venuto dall’inferno.
Il vampiro lanciò un’altra occhiata al suo migliore amico, che
sembrava intento a condividere un segreto con la sorella di
Stephanie. Gli sguardi che gli altri ragazzi popolari stavano
rivolgendo a Henry erano brillanti e pieni di approvazione... era
così irritante. Ma dopotutto si trattava di Henry: bello,
simpatico, ottimi voti, anima della festa, abbronzato e perfetto
sotto ogni punto di vista. Vlad si morse il labbro inferiore tutto
assorto nei suoi pensieri e, dopo aver controllato l’ora per
l’ennesima volta, si lasciò sfuggire un gemito. Stavano per
perdersi il miglior film di tutti i tempi. E solo perché Henry
doveva perdere tempo con delle persone che non gli sarebbero
mai state davvero amiche.
Il vampiro l’osservò mentre continuava a parlare con la
ragazza e si concentrò. Non molto. Solo un po’. Poi,
improvvisamente, si ritrovò a galleggiare tra i pensieri di Henry.
L’amico finì di sussurrarle che gli era piaciuto un sacco
assaggiare il suo lucidalabbra alla fragola il giorno prima e si
allontanò, assicurandosi di fare l’occhiolino a Stephanie che era
avvampata per la gelosia mentre lui flirtava con la sorella
minore. Non aveva idea di come si chiamasse la ragazza...
sapeva solo che non si faceva troppi problemi quando si trattava
di baciare qualcuno e che non parlava molto, il che, a pensarci
bene, doveva essere piuttosto difficile da fare quando uno non
faceva altro che pomiciare.
Vlad alzò gli occhi al cielo. Henry pensava ad altro a parte le
ragazze? Prese un respiro profondo e si concentrò, proprio come
aveva letto nelle istruzioni di Otis.
L’amico si mise un dito nel naso e ne estrasse una caccola che
lanciò sul pavimento del corridoio.
Le ragazze fecero un salto all’indietro disgustate. I ragazzi
risero, prima di mormorare un saluto collettivo e andar via,
lasciandolo a domandarsi con espressione perplessa perché si
fosse messo le dita nel naso di fronte a tutti i suoi amici.
Poi scorse Vlad e il suo stupore fu sostituito da
un’espressione di atterrita consapevolezza.
Il ghigno svanì dal volto del vampiro. «Henry...» cercò di
dire.
«Sta’ zitto», si limitò a rispondere l’amico passandogli
davanti e incamminandosi lungo il corridoio.
Abbattuto dal senso di colpa, Vlad lo seguì mestamente, ma
dopo qualche istante ricominciò a ridacchiare tra sé. La volta
successiva in cui Henry lo avesse scaricato, avrebbe sempre
potuto fargli ballare la macarena.
Dopo aver speso gli ultimi soldi che avevano per due
biglietti, un sacchetto extralarge di popcorn, Milk Duds, Sour
Skittles, uvetta ricoperta di cioccolato, vermi gommosi e due
sode giganti, i ragazzi raccolsero le loro provviste e si diressero
verso la sala numero 9, dove stava per iniziare il film più
truculento di tutti i tempi. Una volta entrati, il buio era tale che,
mentre saliva le scale, il vampiro per poco non perse di vista
l’amico, ma poi sentì il rumore dei popcorn che scricchiolavano
sotto le sue scarpe e pensò che avrebbe dovuto fare come Hänsel
e Gretel. Dopo un attimo, i suoi occhi si abituarono all’oscurità,
e il suo sguardo si posò su un paio di gambe lunghe e tornite che
si inerpicavano sulle scale davanti a lui. Sulla parte posteriore di
una delle ginocchia, Vlad riuscì appena a distinguere una vena
blu che pulsava leggermente ogni qual volta la donna saliva un
gradino. Senza alcun preavviso, i suoi canini schizzarono fuori
dalle gengive. Il vampiro chiuse la bocca e si sforzò di
distogliere l’attenzione dalle belle vene della signora. Fissò il
pavimento, gli altri spettatori, qualunque cosa non gli scatenasse
orribili ondate di fame e, quando raggiunse il sedile accanto a
quello di Henry, la sete di sangue sembrò essersi leggermente
placata.
Stavano iniziando i trailer. Vlad prese i Milk Duds e rise alla
vista dell’amico che era quasi un tutt’uno con il sacchetto di
popcorn. I suoi occhi erano fissi sullo schermo e aveva
ingurgitato così tanto cibo che le sue guance sembravano quelle
di uno scoiattolo che faceva provviste per l’inverno.
Sullo schermo, un ragazzo con i capelli lunghi correva tra gli
alberi gridando spaventato. Ci furono un momento di silenzio e
poi uno strillo fortissimo, seguito da un’enorme quantità di
sangue che andava a finire contro la telecamera. Henry rimase a
bocca aperta. Lo stomaco di Vlad, invece, cominciò a
gorgogliare.
Due ore dopo, i ragazzi uscirono dal cinema con delle
espressioni esterrefatte stampate in volto.
«È stato bellissimo! Per una volta la pubblicità aveva
ragione: era davvero il film più truculento mai prodotto»,
commentò Henry gettando il sacchetto di popcorn.
Il vampiro bevve l’ultimo sorso di soda e mise il bicchiere
vuoto in cima al bidone straripante. «Se Nelly dovesse
chiedertelo, ricordati solo di dirle che abbiamo visto Bambino
spia 009: la morte ritorna domani e per sempre.»
Ad attenderli, fuori dalla porta del cinema, trovarono Greg.
«Era ora! Pensavo che Bambino spia 009 finisse più di mezz’ora
fa.»
«Infatti. Ma noi abbiamo visto Assassino psicopatico con
motosega venuto dall’inferno», rispose Vlad con un sorriso
complice.
Greg gli rivolse un cenno di approvazione. «L’ho visto
venerdì scorso. Avete presente la scena con le cesoie?
Pazzesca.»
«Pensavo ci venisse a prendere mamma», intervenne Henry.
«Pensavi male.»
I tre fecero un giro largo allontanandosi dalla siepe che
costeggiava il muro e s’incamminarono verso la macchina di
Greg. Vlad lanciò un’occhiata alla vegetazione alle sue spalle,
pensando ancora alla sanguinolenta scena delle cesoie, e
rabbrividì.
Non riusciva a immaginare cosa si potesse provare a essere
braccato e sventrato. Braccato, quello sì. Ma sventrato? Il
pensiero lo fece raggelare.
5
UN KILLER IN LIBERTÀ
L’assassino di vampiri aprì la chiusura della vecchia valigetta
di legno e passò le dita sulla morbida imbottitura interna di
velluto. Prese i suoi strumenti a uno a uno e li poggiò
delicatamente sul panno di cotone che aveva steso a terra per la
sua ispezione. Era quasi ora di dare inizio alla caccia. Doveva
accertarsi di essere pronto.
Sollevò il pesante crocifisso d’argento prima di sistemarlo sul
panno. Proseguì con tre bottiglie di plasma, il rosario, la piccola
accetta che gli era stata regalata dal nonno e il paletto di legno,
uno strumento bellissimo, ricavato dalla cenere e dotato di una
punta di argento purissimo. Si chiese, per l’ennesima volta,
quanti non morti il suo pro-prozio avesse abbattuto con
quell’arma. Il killer pensava sempre al suo avo quando apriva la
valigetta, dopotutto il kit era stato inventato proprio da lui, il
professor Ernst Blomberg, e poi tramandato ai membri della
famiglia dalla metà del XIX secolo. Era un’usanza di vecchia
data, così come lo era tenere la propria attività di assassino
segreta al resto della famiglia, fatta eccezione per coloro che
l’avevano svolta in precedenza o l’avrebbero svolta in futuro.
Naturalmente c’erano centinaia di famiglie di assassini, ma solo
uno per generazione poteva unirsi alla Società degli
Ammazzavampiri e riconoscere i tratti del suo successore tra i
propri familiari.
Ripensando al giorno in cui aveva scoperto di essere il
successivo in linea dinastica, l’assassino si rese conto che
avrebbe dovuto essere felicissimo di aver preso parte a un’antica
e venerata tradizione. Ma né l’onore, né la notorietà all’interno
della ristretta cerchia della Società lo avevano convinto ad
arrendersi al suo destino: a farlo era stata Cecile. La cara, bella
Cecile, con i riccioli biondi che le incorniciavano il delicato viso
lentigginoso e i grandi occhi verdi che brillavano come
smeraldi.
Era accaduto durante una notte stranamente buia e silenziosa,
ed era stato proprio a causa della mancanza dei consueti rumori
domestici che si era svegliato.
Dal fondo del corridoio aveva sentito un flebile lamento. Era
Cecile, la sua adorata sorellina, che probabilmente stava avendo
un incubo. Come avrebbe fatto ogni bravo fratello, aveva
attraversato il corridoio per controllare quale fosse il problema.
Ciò che aveva visto non aveva mai smesso di tormentarlo. Era
stato quello il motivo per il quale aveva accettato l’incarico che
ogni attimo di ogni giorno lo spingeva a dare la caccia a quei
mostri e a togliere loro la vita.
Ricordava di aver girato lentamente il pomello della porta,
che si era aperta. Un vampiro con i denti ancora sporchi del suo
sangue incombeva su una Cecile pallida ed esanime. I ricordi di
ciò che era avvenuto in seguito erano ancora annebbiati, ma non
aveva dimenticato che era stato proprio nel giorno del funerale
di sua sorella che aveva prestato giuramento come
ammazzavampiri, e ancora adesso, appena prima di sferrare il
colpo mortale in ogni scontro, mormorava le parole: «Per te,
Cecile».
Guardò i suoi strumenti. Erano tutti in perfetto ordine.
Mancava solo un po’ d’acqua santa, ma per il resto era pronto. Si
rigirò il paletto tra le mani e sorrise al ricordo fugace di un
vecchio film in cui l’ammazzavampiri non era altro che uno
sciocco imbambolato con un sacco pieno di pezzetti di legno.
Che cosa ridicola. A un vero assassino serviva solo un paletto
per annientare la sua vittima. Un paletto e una buona mira. Il
cuore era un organo piccolo e per di più nascosto dalle costole.
Se non colpivi nel punto esatto, finivi con il ritrovarti davanti un
vampiro molto arrabbiato. Eventualità tutt’altro che auspicabile.
Con un sospiro ripensò a una delle sue prime uccisioni. Era
andata bene, aveva pugnalato la vittima senza tante
complicazioni. Ma quando si era girato per raccogliere i suoi
strumenti aveva sentito un rumore, un sibilo. Si era voltato di
nuovo verso il mostro e il sibilo era diventato più forte. Qualcosa
era andato storto.
La creatura si era messa seduta.
A quanto pareva, aveva mancato il cuore e colpito un
polmone. Era stato un errore da pivello, la prima e l’unica volta
in cui non aveva centrato il bersaglio. La lezione gli era servita:
perforare gli organi respiratori poteva rallentare un vampiro
molto antico, ma non era sufficiente a ucciderlo.
Più la sua prima vittima si sforzava per rimettersi in piedi, più
lo strano fischio cresceva di volume. Era come lottare con un
piccolo motore. Aveva pugnalato di nuovo la belva e, per
sicurezza, ne aveva bruciato il cadavere.
Una volta ridestatosi da quei ricordi, depose il paletto nella
valigetta di radica e passò in rassegna gli altri strumenti,
lucidandoli a uno a uno prima di riporli nuovamente. Quegli
attrezzi erano i suoi compagni, i suoi commilitoni. Aveva
portato quella valigetta con sé fin dall’età di dieci anni e un
giorno l’avrebbe passata a un altro membro della sua famiglia,
forse a un nipote, a una nipote, o magari a uno dei suoi figli. Non
si poteva dire. Solo un assassino poteva identificarne un altro, e
lui non aveva ancora individuato chi, tra i suoi più giovani
consanguinei, sarebbe stato in grado di succedergli.
Premette le dita sulla radice del naso e chiuse gli occhi,
reprimendo uno sbadiglio. Fuori il sole stava appena facendo
capolino all’orizzonte. Doveva riposare e poi, dopo un’altra
veloce ricognizione a Bathory, avrebbe iniziato la caccia al
vampiro che era stato incaricato di uccidere.
6
HALLOWEEN
Vlad si mise il cappuccio nero in testa e rimirò il suo riflesso
nello specchio. L’unico costume che avrebbe potuto superare
quello dell’anno precedente era quello che rappresentava ciò di
cui tutti – sia umani sia vampiri – avevano paura.
La Morte.
Dopo aver lanciato un’occhiata all’orologio, si prese un
attimo per rileggere l’ultima lettera di Otis.
Carissimo Vladimir,
ti chiedo scusa. Dal momento che ti scrivo mentre sono in
attesa di imbarcarmi su un volo per Parigi, questa lettera sarà
breve. Te ne invierò presto un’altra, ma adesso ho i minuti
contati. Mi è dispiaciuto sapere che i tuoi tentativi di influire sui
processi mentali delle persone non hanno avuto grande
successo, ma non posso fare a meno di chiedermi se stai davvero
facendo del tuo meglio. Comprendo che controllare qualcuno a
te vicino possa risultarti difficile, ma il processo dovrebbe
essere più semplice con degli estranei. Per favore, continua a
esercitarti e, più avanti, vedremo se potrò offrirti altro aiuto.
Ti prego di riferire a Nelly che sono stato molto contento di
ricevere la sua ultima lettera e che mi spiace non avere il tempo
di risponderle adesso, ma lo farò presto. Lo prometto.
Stammi bene.
Tuo per l’eternità,
OTIS
Vlad prese la falce di plastica e scese al piano di sotto, dove
Nelly stava riempiendo una grossa ciotola di occhi gommosi e
affilati denti di zucchero. Il giovane vampiro guardò il contenuto
e gemette. «Devi proprio dare via tutti i denti? Non puoi tenerne
qualcuno da parte per me?»
«Tu di denti ne hai abbastanza», rispose la zia ridacchiando e
aggiungendo un’altra manciata di dolciumi nella ciotola.
Il campanello suonò e Vlad aprì a un Henry vestito da zombie
– completo di braccio mancante e pelle putrefatta – e a Joss, che
indossava dei pantaloni, una camicia e una giacca sbottonata. Il
vampiro alzò un sopracciglio. «Amico, pensavo che ti saresti
mascherato.»
«Te l’avevo detto! Forza, digli che cosa dovresti essere»,
esclamò Henry dopo aver assestato un colpo sulla nuca al
cugino.
«Sono un antropologo», replicò il ragazzo con l’aria di chi ha
appena detto la cosa più ovvia del mondo, rivolgendo a Henry
uno sguardo colmo di disprezzo.
Vlad si girò verso il suo migliore amico, che alzò gli occhi al
cielo. «Non potresti dire che sei un serial killer o qualcosa del
genere? Come faccio a convincere Melissa a ballare con me se
mio cugino è vestito da antropologo?»
«Magari anche lei pensa che gli antropologi siano fighi»,
rispose l’altro con una scrollata di spalle.
«Presumo che quest’anno a mezzanotte non avremo
sorprese», intervenne in quel momento Nelly con il classico
tono da genitore che usava tutte le volte in cui doveva dargli
qualche raccomandazione.
«No, perché?» chiese Vlad aggrottando la fronte.
La zia sorrise. «Bene. A casa per le undici, Vladimir.»
Il ragazzo alzò gli occhi al cielo, ma non osò contraddirla. Si
limitò a condurre Henry e Joss fuori della porta e lungo il
vialetto. Erano a metà strada verso casa di Matthew, quando il
giovane vampiro notò tre ragazzi in giro a fare dolcetto o
scherzetto che correvano nervosamente sull’altro marciapiede.
Dopo un attimo d’incertezza, riconobbe quello in centro e fu
sopraffatto dal senso di colpa per averlo terrorizzato l’anno
precedente nel tentativo di impressionare il suo migliore amico e
di racimolare qualche caramella gommosa.
«Tutto okay?» chiese Henry dandogli di gomito.
«Sì, sto bene», rispose lui sistemandosi il cappuccio sulla
testa.
Alla fine della strada le macchine si stavano fermando
davanti a una casa ornata di vistose decorazioni. A quanto
sembrava, la madre di Matthew aveva deciso di superare se
stessa. In veranda c’era un gruppo di ragazze, al centro del quale
spiccava un diavoletto rosso tutto luccicante, completo di corna
coperte di brillantini. Meredith si spostò i capelli dal viso con
uno dei denti del suo forcone di plastica e Vlad sentì il cuore
accelerare i battiti, come se volesse uscirgli dal petto da un
momento all’altro.
«Meredith è proprio carina stasera», commentò Henry con un
sorrisetto.
Lo era, era molto carina. Irresistibile, a dire il vero. Ma ciò
non significava che lui avesse idea di cosa dirle.
Sfortunatamente, anche Joss sembrava essersi accorto di
quanto la ragazza stesse bene nel suo costume da diavolo.
«Wow...» sospirò.
Sia Vlad sia Henry si voltarono per lanciargli uno sguardo
ammonitore, ma lui non se ne accorse o decise di ignorarli,
perché avanzò e salì i gradini che portavano in veranda. Stava
sorridendo a Meredith, che a sua volta sorrise a Henry, quando
quest’ultimo afferrò il cugino per la manica e lo trascinò in casa.
Il giovane vampiro si affrettò dietro di loro.
Forse l’anno successivo poteva risparmiare a tutti un bel po’
di problemi e andare vestito da uomo invisibile.
I genitori di Matthew avevano organizzato quasi tutta la festa
nel loro seminterrato appena ristrutturato: era una grande stanza
con due divani, un tavolo da biliardo e un tiro al bersaglio. Suo
padre aveva installato un’attrezzatura da deejay e, per fortuna,
quando i ragazzi scesero le scale stava mettendo su quella che
doveva essere la raccolta di CD di Matthew.
Dei festoni neri e arancioni lunghi e intrecciati pendevano dal
soffitto. Palloncini dello stesso colore fluttuavano ovunque,
rimbalzando contro il soffitto a ogni colpo di basso. Qualcuno
dei presenti stava ballando, ma la maggior parte gironzolava
ridacchiando intorno al tavolo del punch. Ogni due secondi
qualcuno agitava freneticamente la mano e gridava il nome di
Henry. Vlad si chiese quanto ci sarebbe voluto prima che
l’amico lo abbandonasse ma, a onor del vero, il ragazzo rimase
con lui e Joss per tutta l’ora successiva.
Purtroppo la popolarità somigliava molto alla forza di
gravità. Era inutile combatterla. Così si disse il vampiro quando
il suo migliore amico mormorò che sarebbe tornato subito – una
frase in codice per dire «ci vediamo dopo la festa» – e sparì tra la
folla che cresceva di minuto in minuto. Non ci volle molto
perché anche Joss sparisse, lasciando Vlad da solo in una stanza
in cui erano stipate all’incirca trenta persone.
A volte era difficile capire se Henry aveva continuato a
stargli vicino in tutti quegli anni, nonostante le loro differenze,
perché lo apprezzava davvero o perché provava nei suoi
confronti una sorta di legame di sangue, una connessione che
derivava dalla sua condizione di servo nei confronti del
vampiro. Vlad non amava riflettere su quel particolare, perché,
se Henry non era davvero suo amico, se tutto quello che avevano
passato insieme era dovuto solo alla forma di controllo che la
sua natura vampiresca gli consentiva di esercitare, allora non
voleva saperlo.
Eppure... non poteva evitare di pensarci di tanto in tanto.
Finì il suo punch, desiderando che quel liquido rosso fosse
qualcosa di più che acqua zuccherata e sciroppo, e si fece largo
tra la folla finché non raggiunse le scale e uscì nella fresca quiete
della sera. Le risate, le chiacchiere, i rumori gli avrebbero fatto
venire mal di testa se non si fosse concesso una piccola tregua.
Sollevato, scese dalla veranda e s’incamminò lungo il fianco
della casa.
Un ragazzino goffo e scheletrico con una vecchia macchina
fotografica 35 mm appesa al collo era seduto su un tavolo da
picnic nel cortile posteriore. Vlad pensò di sgusciare di nuovo
verso la parte anteriore dell’abitazione, ma quel tipo sembrava
davvero triste e lui sapeva cosa volesse dire tentare a ogni costo
di essere accettato, così gli si avvicinò e gli fece un sorriso. «Ehi,
Eddie.»
«Ciao, Vlad», rispose il ragazzo con voce flebile e gentile,
alzando appena la testa per guardarlo.
Se a Bathory c’era qualcuno meno popolare di Vladimir Tod,
quello era Eddie Poe. I suoi non erano messi male
economicamente, eppure insistevano nel comprare i vestiti del
figlio al mercatino dell’usato e, a quanto sembrava, non
riuscivano a prestare abbastanza attenzione a lui da accorgersi
che avrebbe dovuto portare abiti di due taglie più grandi rispetto
a quelli che aveva addosso in quel momento. Gli occhiali di
Eddie erano rotti da quando Vlad lo conosceva, e lui se ne stava
sempre a coccolare quello che doveva essere l’oggetto che gli
stava più a cuore, la sua macchina fotografica. Il vampiro la
indicò con un cenno del capo. «Hai fatto qualche bella foto
stasera?»
«Non sono ancora entrato. È stata mia madre a farmi venire.
Io volevo restare a casa», rispose quello alzando le spalle.
Vlad annuì, pieno di comprensione. Non era difficile capire il
suo punto di vista. Era dura tentare di essere socievole con
persone che preferivano fingere che tu non esistessi, soprattutto
se era Halloween e i tuoi genitori non ti avevano neppure
comprato un costume.
Il vampiro si sfilò la cappa e appoggiò la falce di plastica sul
tavolo. «Mio Dio, fa un caldo terribile con questo affare
addosso!» esclamò rivolto a Eddie. «Ehi, ti andrebbe di
mettertelo per un po’? E magari potresti tenermi d’occhio la
falce.»
Una scintilla si accese nello sguardo del ragazzo, ma fu
subito rimpiazzata dal sospetto. «Credo di sì. Ma... perché sei
così gentile con me?»
Vlad sorrise. Si aspettava quella reazione guardinga. Quasi
tutti a scuola non facevano che tormentarlo, quindi era legittimo
da parte sua sospettare che ogni atto di generosità nei suoi
confronti celasse in realtà qualche scherzetto crudele. «Gentile
con te? Ti stavo solo chiedendo un favore. Stavo per squagliare
sotto quel costume.»
Al vampiro sembrò di scorgere delle lacrime luccicare negli
occhi del compagno mentre indossava la cappa.
Quando ebbe finito prese la falce e s’incamminò tutto fiero
verso la casa. Prima di entrare, però, si voltò verso il suo
benefattore. «Grazie», mormorò.
«Nessun problema», rispose Vlad sedendosi sulla panchina.
Aspettò che Eddie andasse via, ma sembrava che fosse
rimasto impietrito. Non gli staccava gli occhi di dosso.
Lui alzò un sopracciglio, perplesso. «Eddie? C’è qualcosa
che non va?»
A giudicare dall’espressione terrorizzata sul suo volto,
avrebbe anche potuto fare a meno di chiedere. C’era qualcosa
che non andava. Che non andava affatto, a giudicare dal modo in
cui il petto del ragazzo si alzava e si abbassava al ritmo
forsennato del suo respiro.
Vlad stava per domandare quale fosse il problema, quando
Eddie sussurrò le tre parole che avevano popolato i suoi incubi
per molti anni: «C-cosa sei tu?»
Lui si limitò a scrollare le spalle, cercando a tutti i costi di
mantenere un tono neutro, benché fosse in preda al panico più
totale. Si passò la punta della lingua sui denti. Niente. I canini
non lo avevano tradito. Ciò era piuttosto confortante, ma non
abbastanza da calmare il battito del suo cuore. «Che vuoi dire?»
chiese titubante.
L’altro ragazzo lanciò un’occhiata alla casa, come se stesse
cercando di valutare quanto breve fosse la distanza tra lui e la
salvezza. «T-tu n-non sei umano, vero?» ripeté infine.
Il vampiro si sforzò di ridere, ma il suono che emise risultò
falso persino alle sue stesse orecchie. «Non umano? Santo cielo,
Eddie, cosa diavolo hanno messo in quel punch?»
Le mani del suo compagno di scuola si strinsero
convulsamente intorno alla macchina fotografica, ma lui rimase
fermo. «Sei una specie di mostro, non è vero? La mia mamma
dice che i mostri non esistono, ma io ne ho visto uno l’anno
scorso e adesso... ne sto vedendo un altro, giusto?»
Dentro il petto di Vlad, il cuore non faceva che sbattere
contro le costole. Tra le due opzioni, battere in ritirata o restare e
affrontare la situazione, la prima era quasi sul punto di
prevalere. Quasi. «Non so di cosa tu stia parlando», disse
ostentando una calma che non provava.
«I tuoi occhi. Sono diventati viola per un istante. Questo non
è normale, gli umani non possono farlo.» Eddie rabbrividì,
cercando il fiato per pronunciare le parole successive. «E quindi
che cosa sei?»
Oh, no.
Come mai i suoi occhi avevano lampeggiato senza alcun
motivo apparente? Abbassò lo sguardo verso il polso e si ricordò
di esserselo grattato con l’altra mano. Ottimo. Adesso doveva
anche stare attento a non toccare il tatuaggio? Sfiorare il
marchio – il suo nome nel codice di Elysia – non gli aveva mai
prodotto quel cambiamento negli occhi prima di allora, a dire il
vero nulla di strano era accaduto dal giorno in cui Otis aveva
bevuto il suo sangue e infuso in lui la sua essenza, imprimendo
quel simbolo nella tenera carne del nipote. Che stava
succedendo adesso?
«Posso dirti ciò che non sono, Eddie. Non sono per nulla
divertito. Dovresti fare attenzione alle accuse che rivolgi alla
gente», disse Vlad guardandolo negli occhi e sperando che il suo
tono sincero bastasse a convincerlo che non era un mostro.
Invece il ragazzino spalancò di nuovo gli occhi per la paura.
«Perché? Cosa vuoi farmi?»
«Niente, Eddie.» Il vampiro scosse la testa. Il suo cuore si era
stancato di battere furiosamente all’interno del costato e,
sconfitto, gli era precipitato nello stomaco. «Senti, penso che
dovresti discutere con tua madre l’eventualità di oscurare il
canale di fantascienza. Sono solo un ragazzino, come te. E
adesso lasciami in pace, okay?»
Una luna piena d’argento splendeva su di loro e, quando Vlad
si appoggiò allo schienale della panchina, si accorse che era
circondata da un centinaio di stelle splendenti. Udì i passi di
Eddie che entrava in casa ed emise un sospiro di sollievo. Poteva
sentire la musica che proveniva dall’interno, ma il suono era
abbastanza attenuato dalla distanza da poter essere ignorato.
Cercò di allontanare i pensieri concentrandosi solo sulla luna e
sulle stelle. Una fresca brezza gli accarezzò le guance e lui
chiuse gli occhi.
Che cosa avrebbe dovuto fare con Eddie? Non voleva
raccontarlo a Nelly od Otis, si preoccupavano già abbastanza.
Poteva sperare solo che l’indomani, al risveglio, il suo
compagno di scuola si convincesse che la vista doveva avergli
giocato un brutto scherzo nella notte più spettrale dell’anno.
Dopotutto
non
era
insolito
lasciarsi
trascinare
dall’immaginazione in quel periodo, con tutte le storie che si
sentivano su lupi mannari, fantasmi e vampiri.
Vlad deglutì nervosamente.
«Bene, bene, bene. Guarda un po’ cosa abbiamo qui, Tom.»
Alla prima parola di Bill, il ragazzo aprì gli occhi e si rimise
dritto, ma il bullo lo spinse all’indietro sulla panchina con la sua
manona aperta.
Bastò una frazione di secondo perché il testone del bullo
oscurasse la luce della luna: aveva un ghigno stampato in volto e
nel suo sguardo c’era una luce maligna.
Un attimo dopo anche un Tom dall’aspetto sinistro si unì a
loro. «Adesso le prendi, darkettone.»
Prima che il vampiro potesse battere ciglio, Bill lo fece alzare
dalla panchina, tenendolo sospeso. Lui lottò calciando l’aria e,
insieme con una miriade di imprecazioni, dalla sua bocca uscì
anche un soffocato: «Lasciami andare, idiota». Per tutta risposta
Bill lo scosse e lo sguardo del vampiro vagò verso la casa.
Quante possibilità c’erano che i genitori di Matthew uscissero e
si accorgessero di cosa stava accadendo? Purtroppo all’interno
la festa era al suo culmine e sembrava che nessuno si fosse
accorto che lui era nei guai. In guai molto seri.
Prima che potesse rendersi conto di cosa stava per accadere,
sentì il poderoso pugno di Bill abbattersi contro la sua mascella.
Non gli fece male – non molto –, ma il suo viso si fece caldo e
la mascella cominciò a formicolare per qualcosa che, se non
fosse stato per la crescente rabbia che provava, lui avrebbe
riconosciuto come dolore. Divincolandosi dalla presa del bullo,
Vlad cadde a terra e cercò di rimettersi in piedi, ma Tom gli si
avvicinò sferrandogli un calcio allo stomaco.
Quello sì che fece male.
Per un attimo non riuscì a respirare.
Quando finalmente l’aria cominciò di nuovo a fluire
attraverso i suoi polmoni tossì forte e, ancora una volta, provò ad
alzarsi. Ce l’aveva quasi fatta quando Bill gli assestò un pugno
nell’occhio. Dietro di lui – o da qualche altra parte, Vlad non
riusciva a capire da dove venisse la voce – Tom sibilò: «Questo
è quello che ti meriti, darkettone!»
Il giovane vampiro si premette la mano sull’occhio, mentre
nella sua bocca i denti fuoriuscivano dalle gengive ferendogli la
lingua già sanguinante. Sentì lo stomaco brontolare. Aveva la
gola secca, riarsa da una sete quasi incontrollabile. Tenne le
labbra serrate e, con l’occhio buono, lanciò un’occhiata feroce ai
suoi aggressori. Era quasi certo che sarebbe riuscito a sfuggire a
Tom e ad arrivare sul vialetto, ma poi? Quegli idioti si
prendevano a pugni tra loro per gioco e riuscivano a correre più
veloce di quanto non ci si sarebbe aspettato da due tipi di quella
stazza. Gli serviva un piano. E gli serviva in fretta.
L’occhio pulsava contro la mano e il battito del suo cuore era
così veloce da sembrare un’unica, lunghissima pulsazione.
Tentò di muovere un passo verso sinistra e i suoi aggressori
fecero altrettanto. Spazientito, si morse le labbra lottando per
tenere nascosti i canini. «Qual è il vostro problema?» urlò.
Intanto diversi ragazzi erano usciti dalla casa e adesso
stavano assistendo alla scena con grande interesse. Qualcuno li
incitava, spingendoli a picchiarsi, ma la maggior parte osservava
in un silenzio attonito. Nessuno chiamò un adulto o si fece
avanti per aiutarlo. Dov’erano finiti Henry e Joss?
Tom gli si avvicinò e lui riuscì a resistere alla tentazione di
farsi indietro. «Sei tu», rispose quello sprezzante alla sua
domanda.
Delle mani lo afferrarono per le spalle e gli assestarono uno
spintone, poi i due bulli presero a lanciarselo avanti e indietro
come se fosse una pallina da pingpong umana. Be’, mezza
umana. Alla fine il ragazzo riuscì a sgusciare via e si mise a
correre in direzione del capannello di gente, ma Bill lo acciuffò
per il colletto e lo gettò a terra. Tom gli fu subito addosso e un
calcio lo colpì in pieno petto, facendo riaffiorare il ricordo di ciò
che aveva provato quando D’Ablo gli aveva rotto una costola.
Invano, Vlad scalciò e cercò di liberarsi: il piede di Bill lo teneva
bloccato. Con un feroce ghigno stampato in faccia, Tom alzò un
piede sul suo viso.
In un attimo il vampiro si rimise in piedi, spintonò il suo
aggressore con tutta la forza di cui disponeva e si lanciò verso la
folla.
Tom toccò terra con un tonfo a parecchi metri di distanza e
imprecò ad alta voce.
Vlad girò la testa verso il punto in cui il ragazzo giaceva e
alzò un sopracciglio, sorpreso da quanto fosse riuscito a farlo
arrivare lontano con un solo spintone.
Henry si fece largo tra la gente e lanciò un’occhiata sorpresa
a Tom prima di rivolgere la propria attenzione sull’amico. Non
disse nulla, si limitò a domandargli con lo sguardo se stava bene.
Vlad annuì, togliendosi l’erba dai jeans.
La mamma di Matthew schizzò fuori dalla porta posteriore e,
anche se ormai serviva a poco ed era troppo tardi, chiese: «Che
diavolo sta succedendo laggiù?»
Senza dire una parola, Bill aiutò il compagno ad alzarsi e
insieme corsero via, con Tom che si teneva il braccio destro con
il sinistro.
Vlad li guardò allontanarsi e un tenue sorriso gli affiorò sulle
labbra.
Henry lo tirò per una manica e cercò di trascinarlo verso casa,
ma era troppo tardi: la mamma di Matthew aveva già adocchiato
la sua faccia tumefatta e ferita. Lo portò dentro e, dopo aver
avvolto un po’ di ghiaccio in uno strofinaccio, glielo allungò.
Poi, con suo grande sgomento, prese il telefono. «Ciao, Nelly.
Sono Karen, la mamma di Matthew.»
«Che è successo?» chiese Henry scivolando sul divano
accanto all’amico.
«Si stavano comportando da gentiluomini come al solito. Ma
sono riuscito a cavarmela», sussurrò il vampiro in risposta.
L’amico sgranò gli occhi e non fu necessario leggergli nel
pensiero per sapere che stava per chiedere come avesse fatto ad
atterrare Tom in quel modo. Prima che potesse farlo, però, Mike
Brennan si sedette accanto a lui dall’altro lato del divano. «Non
ho mai visto nessuno capace di atterrare quel tizio: è un muro
umano», commentò ammirato.
Il vampiro lanciò un’occhiata interrogativa al suo migliore
amico e vide che era perplesso almeno quanto lui. Mike
ridacchiò.
Da quel momento in poi varie persone sorrisero a Vlad, come
se si fossero improvvisamente rese conto del suo valore. Il
ragazzo si scostò il ghiaccio dall’occhio, sfiorando le ferite con
la punta delle dita. A parte il fastidio per essere stato picchiato
da due dei più grandi idioti nella storia dell’umanità, era davvero
un bel momento. Si guardò intorno. Meredith non c’era.
E neppure Joss.
Si era appena voltato verso Henry per chiedergli se avesse
visto il cugino, quando la porta si aprì e una Nelly furente,
ancora in pantofole, entrò in casa. Istintivamente l’amico si fece
piccolo piccolo sul divano. Il vampiro avrebbe voluto fare
altrettanto, ma era inutile rimandare l’inevitabile. Si alzò e
restituì lo strofinaccio alla mamma di Matthew.
«In macchina. Adesso!» urlò la zia.
Vlad sospirò e, con le spalle chine, si alzò per seguirla.
Gli sportelli si erano appena chiusi quando lei ricominciò a
sbraitare, facendolo rabbrividire a ogni sillaba: «Vladimir, sono
così delusa da te. Una rissa? Cosa farai dopo? Morderai la
gente?»
Il giovane cercò di non spalancare ulteriormente gli occhi, ma
dovette fallire miseramente, perché la voce della zia si alzò di
un’altra ottava. «Non hai morso nessuno, vero?»
«No», rispose lui lanciando uno sguardo speranzoso alla
maniglia della portiera e trattenendo a stento un sospiro. Era
tutto inutile, non aveva più nessuna via di scampo. «Non lo farei
mai, Nelly. Ti comporti come se non avessi passato gli ultimi
quattordici anni a nascondere la mia natura. Non sono uno
stupido, ho il buon senso di non mordere le persone, anche
quando se lo meriterebbero.»
La zia sembrò valutare quelle parole per un attimo, poi, con
voce notevolmente più calma, riprese: «Non voglio che tu faccia
a botte».
Dopo un attimo di silenzio lanciò un’occhiata al nipote, come
se si aspettasse una risposta. Ma non la ottenne.
La donna mise in moto e la tensione nella sua voce si allentò
un po’, ma non abbastanza da permettere a Vlad di rilassarsi.
«Devi stare più attento. Ti saresti potuto fare male. Loro si
sarebbero potuti fare male! E se avessi perso il controllo? Lì,
davanti a tutte quelle persone!»
«Io sto attento», replicò il vampiro evitando di fare cenno a
Tom. Ancora non capiva come fosse riuscito a farlo volare a
quel modo. Si appoggiò al sedile e guardò fuori dal finestrino,
desiderando di essere a casa e che quella serata si concludesse in
fretta.
«Immagino già quanto in fretta gli abitanti di Bathory
prenderebbero torce e forconi per cercare di allontanarti dalla
città», continuò Nelly fermando la macchina nel loro vialetto,
poi si girò verso di lui asciugandosi una lacrima dalla guancia.
La fitta al petto che Vlad avvertì in quel momento si rivelò
ben peggiore del dolore all’occhio. Non era stato solo picchiato,
ma una persona cui non sarebbe dovuto importare nulla della sua
natura gli aveva appena ricordato quanto fosse strano, diverso.
«E se avessero provato...» La voce della zia si ruppe. «Non
potrei sopportarlo. Ho perso i tuoi genitori, Vladimir. Non posso
perdere anche te.»
«Non succederà. È stata solo una rissa. Il mio segreto è
salvo», rispose il vampiro abbassando la testa.
I suoi pensieri corsero a Eddie e un’ondata di nausea lo assalì.
Nelly rimase in silenzio per un attimo, poi sospirò sollevata.
Aprì la porta e mormorò sovrappensiero: «Ho intenzione di
metterti in punizione».
Il ragazzo aggrottò la fronte. Era quasi certo che la zia non
l’avrebbe fatto ma, per sicurezza, si affrettò a prometterle che si
sarebbe comportato bene per le settimane successive. Tra l’altro
gli dispiaceva davvero darle tante preoccupazioni. Anche se era
stato piuttosto divertente guardare Bill e Tom che se la davano a
gambe come due mocciosi spaventati. Se lo erano meritati,
dopotutto erano stati loro a fare i prepotenti con uno più piccolo.
Vlad aprì la portiera e, girando la testa in modo che Nelly non
potesse vederlo, fece un sorriso trionfante.
7
UN INVITO INASPETTATO
Meredith si stiracchiò portando le braccia sopra la testa e le
sue belle labbra rosa si schiusero in uno sbadiglio. Dall’altro lato
del bar Vlad sospirò distogliendo lo sguardo dalla ragazza.
Seduti al tavolo di fronte a lui, Henry e Joss stavano discutendo
di quello che era ormai diventato il loro argomento preferito.
«Ti sto dicendo che non è possibile che la sorella di Stephanie
baci meglio di lei», disse Joss scuotendo la testa con un sorriso
sornione.
Il vampiro rubò un sorso del latte al cioccolato del suo
migliore amico e rimase in silenzio, cercando di non pensare al
fatto che lui era l’unico ragazzo al Bathory High che Stephanie e
sua sorella non avessero baciato. Non che lui ci tenesse.
Il suo sguardo si posò di nuovo su Meredith.
Henry rise. «Dai retta a me, Joss! Stephanie bacia alla grande,
ma sua sorella...»
Vlad scosse la testa. Erano ormai due settimane che i cugini
comparavano i dati, per la precisione dal giorno in cui Joss,
invece di restare in punizione, aveva pomiciato con Stephanie
dietro la scuola. Era disgustoso.
«Va bene, allora spiegami perché sarebbe meglio.»
«Per via della lingua», rispose Henry ridacchiando, subito
seguito dai ragazzi più grandi seduti al tavolo, che si affrettarono
a dargli il cinque.
Vlad rivolse un’altra occhiata di soppiatto a Meredith. Lei se
ne accorse, gli sorrise e alzò le dita in un piccolo cenno di saluto.
Lui sentì le guance andargli a fuoco e distolse lo sguardo,
impegnandosi in un’attenta osservazione del tavolo.
Nessun’altra aveva il potere di lasciarlo così, senza parole.
Azzardò un’ulteriore fugace sbirciata e di nuovo i loro occhi
s’incontrarono. Poi, dopo aver raccolto il coraggio, alzò la mano
dal tavolo e ricambiò il saluto.
Purtroppo non poteva essere certo che lei lo avesse visto,
perché intanto Melissa Hart le si era seduta accanto, catturando
la sua attenzione.
La discussione su chi baciasse meglio andò avanti per tutta
l’ultima parte della giornata, fornendogli la perfetta scusa per
restare in silenzio. Ciò che desiderava davvero in quel momento
era trovare un modo per scusarsi con Meredith – se mai ne
avesse avuto il coraggio – e concentrarsi su Eddie per scoprire se
la sua opinione su di lui fosse cambiata dopo la festa di
Halloween. A quel pensiero il vampiro non poté trattenere un
brivido.
Quando anche l’ultima campanella fu suonata e Vlad uscì
dalla scuola fiancheggiato da Henry e Joss, il sole accecante lo
costrinse a chiudere gli occhi mentre si sistemava lo zaino in
spalla. «Oggi è il giorno giusto. Chiamo Meredith», esordì.
«Senza offesa, amico, ma hai farfugliato la stessa cosa ogni
venerdì da quando è cominciata la scuola... e poi non hai mai
fatto nulla», gli ricordò Henry.
Il vampiro si morse il labbro inferiore con aria pensosa. «Be’,
oggi è diverso.»
Entrambi i cugini gli lanciarono un’occhiata colma di
scetticismo.
Lui sospirò. Probabilmente avevano ragione: quel giorno non
era diverso da tutti gli altri, a parte il fatto che era venerdì,
probabilmente il miglior giorno della settimana insieme con il
sabato. Senza contare che non aveva ancora la più vaga idea di
cosa avrebbe detto alla ragazza. Ma, in fondo, era l’intenzione
che contava.
Dopo una veloce camminata verso casa, Vlad salì i gradini
d’ingresso, entrò e lasciò cadere lo zaino accanto alle scale con
un tonfo. «Zia Nelly? Sei in casa?»
«Sono qui, caro», rispose lei dalla cucina.
Era accanto al bancone, intenta a tritare delle erbe per poi
gettarle nella pentola sul fornello. Quando il nipote entrò nella
stanza, si asciugò le mani con uno strofinaccio e gli porse una
spessa busta di pergamena. «Questa è arrivata poco fa.»
Vlad rimase a fissarla per un po’, prima che le sue labbra si
schiudessero in un sorriso. Proprio quello di cui aveva bisogno
per tirarsi su di morale. Senza esitazioni aprì la lettera e si
sedette al tavolo per leggerla.
Carissimo Vladimir,
è con gioia ed entusiasmo che mi accingo a scriverti. Forse
ho una soluzione per i tuoi problemi con il controllo mentale,
ma prima consentimi di esprimere la mia gioia per il tuo recente
successo con la telepatia! A quanto pare la tua capacità di
leggere il pensiero si sta sviluppando magnificamente. Non
potrei esserne più orgoglioso. Sappi, però, che entrare nelle
menti delle giovani signore non è il modo giusto per
comprendere la loro natura.
E adesso passiamo al motivo per cui ti ho scritto.
Ho già parlato con Nelly e lei ha acconsentito che a
dicembre, quando partirò per la Russia – per la Siberia, a
essere precisi – tu ti unisca a me. Andremo a far visita a un
vecchio amico mio e di tuo padre, il suo nome è Vikas. Ti ricordi
quando ti ho parlato del vampiro più vecchio che conosco? Si
tratta di lui. Gli ho chiesto di farti da tutore privato durante la
nostra settimana di permanenza lì. Se non riesce lui a insegnarti
come influenzare i pensieri e le azioni di coloro che ti stanno
intorno, allora non può farlo nessuno. So che mi renderai
orgoglioso, Vladimir. E, sebbene non ci sia più, sono certo che
anche tuo padre sarebbe fiero di te.
Quando saremo in Siberia, avrò anche altro di cui
occuparmi; questioni che riguardano te e quanto è accaduto la
primavera scorsa a Elysia. Ti darò ulteriori dettagli quando ci
vedremo. Allegata a questa missiva, troverai una lista di ciò che
dovrai mettere in valigia per il viaggio. Non vedo l’ora di
vederti!
Tuo per l’eternità,
OTIS
Vlad rilesse la frase di chiusura e poi alzò lo sguardo verso
Nelly. «Quando hai parlato con Otis?»
La donna gettò un’occhiata al calendario. «Oh, direi che è
stato più o meno una settimana fa.»
Il ragazzo la guardò incredulo. «Perché non mi hai detto che
aveva chiamato?»
«Non eri a casa, tesoro. E non ti ho detto che aveva chiamato
perché sapevo che ti sarebbe dispiaciuto esserti perso la sua
telefonata.»
Vlad era perplesso: per la seconda volta in tre mesi Otis
aveva chiamato quando lui era a scuola. «Quindi posso andare
con lui durante le vacanze?»
«Credo che prima sarà necessario fare un po’ di compere, ma,
sì, puoi andare», rispose Nelly.
Il vampiro s’infilò la lettera in tasca e, mentre prendeva una
sacca di A negativo dal frigo, si concesse un sorriso.
Vlad socchiuse gli occhi, proteggendoli con una mano dalla
luce dei lampioni. Otis era in bilico sul cornicione di un edificio
molto alto e guardava in basso, verso di lui, con gli occhi
sgranati e colmi di panico. Del sangue fuoriusciva da una ferita
sulla sua fronte e lui lo asciugò con una manica, macchiandosi di
rosso il volto pallido.
«Vladimir, corri! Corri e non guardarti indietro!» urlò.
Ma il giovane vampiro non avrebbe voltato le spalle a un
membro della propria famiglia. Si concentrò intensamente sul
proprio corpo e gli ordinò di sollevarsi, riuscendo a schizzare
più in alto e più veloce di quanto avesse mai fatto. Atterrò
agilmente sul tetto dell’edificio e tentò di allontanare Otis dal
baratro, ma lui scosse la testa e, tra le lacrime, implorò: «Ti
prego, vai, Vlad. Non hai idea di cosa è capace».
Il ragazzo gettò uno sguardo dall’altra parte del tetto e nella
penombra intravide una figura. Istintivamente strinse la spalla
dello zio. «Questa non è la tua battaglia, Otis. È la mia.»
Un attimo dopo fu colpito al fianco e cadde a terra. Le
ginocchia picchiarono contro il tetto con uno schiocco sonoro.
Vlad imprecò ad alta voce e, quando alzò lo sguardo verso lo
zio, si accorse che i suoi occhi erano spalancati per il terrore.
Guardò di nuovo l’ombra, ma la vista gli si appannò, tingendosi
del colore del sangue.
Ansimò e la scena davanti a lui si dissolse.
Seduto sul letto, la fronte bagnata da rivoli di sudore freddo,
Vlad diede un calcio alle lenzuola attorcigliate ai suoi piedi.
Scacciò l’incubo dai suoi pensieri e diede un’occhiata
all’orologio. Erano le due di mattina e fuori era ancora buio
pesto. Attento a non fare rumore, indossò i vestiti e prese le
scarpe e la lozione solare – nel caso in cui fosse rimasto fuori più
a lungo del previsto –, poi si mise il Lucis nella tasca posteriore
dei pantaloni e sgusciò fuori dalla sua camera. Quando arrivò al
piano di sotto, si fermò in cucina per prendere uno spuntino e poi
uscì senza svegliare né Nelly né Amonet, la sua gatta nera
cicciotta e pelosa.
A volte era necessario restare da solo a riflettere, e la propria
casa non era il posto giusto per farlo.
Non sapeva cosa lo zio avesse in serbo per lui in Siberia né se
sarebbe andato d’accordo o no con un vampiro che non aveva
mai incontrato prima. Fatta eccezione per Otis e suo padre, non
aveva avuto molta fortuna in tal senso. E se non fosse piaciuto a
Vikas? O, peggio, se Vikas non fosse piaciuto a lui? Sarebbe
stato davvero difficile imparare ad affinare i suoi poteri da un
tizio con cui non riusciva neppure a condividere una stanza.
Vlad emise un sospiro nervoso e attraversò la strada. La luna
piena brillava in cielo: era dorata, come se qualcuno l’avesse
immersa nel miele. La strada verso il Bathory High era sgombra
e ben illuminata. Bisognava godere delle piccole cose, come
diceva sempre zia Nelly.
Dopo aver raggiunto il retro dell’edificio ed essersi accertato
che nessuno le stesse seguendo, si fermò ad ascoltare i discorsi
dei dark riuniti sulle scale dell’entrata. La voce di una ragazza
spiccava su tutte le altre. «Te lo dico io, Sprat, è infestato. È per
questo che hanno chiuso la vecchia chiesa. Quel prete andò fuori
di testa a metà del XIX secolo e iniziò a uccidere le persone che
andavano a confessarsi. Fece fuori tre intere famiglie, compresi i
bambini, prima che lo catturassero. Alcuni dicono addirittura
che bevesse il loro sangue nel calice della comunione.»
Il vampiro soffocò una risatina. Aveva già sentito quella
storia dal fratello maggiore di Henry, Greg. Era solo un altro
espediente che i ragazzi più grandi utilizzavano per terrorizzare
le matricole. Di solito, il racconto era accompagnato dall’entrata
in scena di un ragazzo vestito come un prete vampiro che
sbucava fuori dalle tenebre. Greg gli aveva assicurato che si
trattava solo di quello: un po’ di paura, qualche risata e poi la
vita sarebbe andata avanti. Tutti i ragazzi del primo anno
dovevano pagare uno scotto, e quello era solo uno dei molti
metodi a disposizione.
Vlad continuò a osservare il gruppetto di dark da dietro
l’angolo. Se solo avessero saputo che tra di loro c’era chi
davvero si nutriva di sangue...
«Se non mi credi, aspetta e guarda», sbuffò la ragazza irritata.
Il vampiro si guardò intorno per essere sicuro che nessuno
potesse vederlo e si concentrò finché il suo corpo non si staccò
da terra. Levitare: forse non era figo come avere la patente e una
macchina tutta per sé, ma quasi.
Per un attimo ebbe la tentazione di atterrare in mezzo al
piccolo manipolo di studenti, i canini bene in mostra, e chiedere
loro con voce roca e spettrale da quanto tempo non si
confessavano. A dispetto del divertimento che avrebbe potuto
trarre dalle loro reazioni, scelse di rinunciare al suo intento e
fluttuò verso l’alto per quattro piani, fino ad arrivare al
campanile abbandonato del Bathory High, nel quale entrò
attraverso uno degli archi aperti.
La luce della luna filtrava dalle grandi aperture,
illuminandogli il cammino e consentendogli di localizzare con
facilità il suo accendino e le candele. Ne infilò tre nel candelabro
ricoperto di cera e le accese prima di lasciarsi cadere sulla
vecchia sedia da ufficio di suo padre. Non era stato facile
portarla lì. Trasportarla dalla vecchia casa fino alla scuola era
stato piuttosto semplice, ma levitare per quattro piani
trascinandosela dietro si era rivelato a dir poco impegnativo.
Alla fine, dopo aver imprecato un sacco, si era munito di un
cacciavite e aveva diviso la sedia in cinque parti, portandole di
sopra una alla volta per poi riassemblarle.
Era stata dura, ma ne era valsa la pena. Dopotutto, ogni
autentico demone succhiasangue aveva bisogno del suo
nascondiglio. E, se Dracula poteva avere una bara, lui avrebbe
avuto almeno una sedia comoda.
Addossate alla parete alla sua sinistra c’erano diverse
mensole colme di libri che aveva portato lì per occupare il
tempo. Si trattava perlopiù di vecchi classici, come Alice nel
Paese delle Meraviglie, che lo aveva terrorizzato da piccolo e lo
inquietava tuttora. Del resto chi non sarebbe stato spaventato a
morte dalla storia di una ragazzina che finiva in uno strano
mondo infestato da animali parlanti e da una regina assetata di
sangue?
Be’, se non altro lui e la tiranna avevano qualcosa in comune.
Molti dei libri, invece, erano di più recente pubblicazione e
qualcuno di essi era stato vietato sia a scuola sia nella biblioteca
della città. Vlad non riusciva a comprendere quale logica ci
fosse dietro la scelta di mettere al bando certi testi. C’era
davvero da sorprendersi se i ragazzi finivano con il fare
esattamente quello che gli era stato proibito? A volte gli adulti
potevano essere davvero stupidi. Se avessero cominciato a
vietare di fare i compiti, le A sospirate da tanti genitori
avrebbero cominciato a piovere dal cielo.
Il vampiro scosse la testa. A cosa andava a pensare?
In cima allo scaffale più vicino c’era un diario di pelle su cui
era incisa la scritta CRONACHE DI TOMAS TOD: era il diario
di suo padre. Da quando lo aveva ritrovato, l’anno prima, lo
aveva letto più di cento volte e adesso poteva citarne interi passi
a memoria. Sotto quel prezioso volume c’era il diario nel quale il
ragazzo – emulando nel suo piccolo il genitore – aveva raccolto
speranze e pensieri. Il quaderno che Vlad aveva utilizzato a
quello scopo era ormai quasi del tutto pieno di annotazioni e
consumato agli angoli, ma lui non aveva ancora risparmiato
abbastanza per comprarne uno nuovo, magari rivestito in pelle.
Accanto ai due diari c’era una fotografia incorniciata. «Ciao,
papà», sussurrò il vampiro salutando l’immagine al suo interno.
Poi estrasse la merenda da uno stropicciato sacchetto
marrone che aveva portato con sé e frugò all’interno in cerca del
cucchiaio che aveva preso in cucina. Infine lasciò che i suoi
canini si allungassero all’odore del sangue, senza far nulla per
ricacciarli all’interno delle gengive. A volte era necessario
lasciare che le cose seguissero il loro naturale corso.
Tolse la pellicola dal contenitore di plastica e si ficcò una
bella cucchiaiata di sangue viscoso in bocca. Il profumo delle
rose tardive del pluripremiato giardino di Mrs Kipling dall’altra
parte della strada filtrò attraverso le grandi aperture ad arco.
Vlad si rilassò sulla sedia e finì la merenda senza che i suoi
pensieri riuscissero ad allontanarsi da ciò che Otis gli aveva
detto l’ultima volta che avevano parlato delle sue scappatelle
notturne: D’Ablo aveva molti amici ed era opportuno che lui
non abbassasse la guardia.
E lui non lo aveva fatto. Aveva passato tutta l’estate a
guardarsi le spalle e ad assicurarsi che nessun’altra creatura dai
canini affilati lo seguisse. Era stata una faticaccia ma, fino a quel
momento, non aveva incontrato nessun vampiro in cerca di
vendetta in giro per Bathory. Forse lo zio stava diventando un
tantino paranoico, pensò passando distrattamente un dito dentro
il contenitore di plastica e leccandolo per pulirlo.
Sul pavimento, accanto alla vecchia sedia di suo padre, c’era
il libro che Otis gli aveva chiesto con una certa insistenza di
leggere, il Compendium Conscientiae, che il ragazzo chiamava
affettuosamente Enciclopedia Vampirica. Si trattava di un
volume molto spesso, sulla cui copertina spiccavano uno strano
simbolo e due lucchetti che sarebbe stato impossibile aprire con
una semplice chiave. Vlad prese il tomo e vi poggiò sopra la
mano. Il simbolo sul libro, così come il tatuaggio sulla parte
interna del suo polso – due linee dritte con tre linee oblique in
mezzo, tutte racchiuse in quelle che sembravano parentesi –, si
illuminò e le sicure cedettero all’istante. Il giovane lo aprì nel
punto in cui, a circa un terzo del libro, era stato appiccicato un
foglietto e, con un po’ d’incertezza, prese a leggere il paragrafo
da esso contrassegnato.
Una moltitudine di Consigli vampireschi protegge e
salvaguarda Elysia, vincolando la nostra confraternita al
rispetto di ciascuna delle trecentotredici leggi. Ogni Consiglio è
composto da un presidente, un vicepresidente, un segretario, un
responsabile degli affari accademici, un deputato al controllo
delle emergenze, un coordinatore degli eventi e un tesoriere. Il
primo Consiglio risale al Paleolitico, ed è grazie a esso che le
prime leggi furono emanate, stabilendo l’ordine sociale
all’interno di Elysia.
Il ragazzo sospirò. Persino la storia dei vampiri era noiosa.
Scorse varie pagine fino a un altro foglietto e passò il dito su una
parola che ricorreva di frequente nel libro. Otis gli aveva detto
più volte di non curarsene ma, sfortunatamente, era troppo tardi.
Vlad era già turbato da quella parola.
Pravus.
L’anno passato, mentre era appollaiato a origliare una
conversazione tra lo zio e D’Ablo, aveva sentito quest’ultimo
riferirsi a lui proprio con quell’appellativo. All’epoca non vi
aveva prestato molta attenzione, ma gli svariati riferimenti al
Pravus all’interno del volume avevano fatto sì che la sua fantasia
iniziasse a vagare. Si era buttato anima e corpo nello studio e
riusciva a leggere il codice di Elysia senza troppa difficoltà
ormai, eppure il significato di quella parola e dei passi in cui
compariva continuava a eluderlo. Quasi come se lui non dovesse
leggerli.
A un tratto la voce della ragazza dark che aveva visto davanti
alla scuola giunse fino al campanile. «Kristoff! Andrew non
voleva.»
«Oh, voleva eccome. E può andarsene a quel paese!»
A tali parole, Vlad drizzò le orecchie. A quanto pareva,
Andrew era stato designato per interpretare il prete vampiro
quell’anno. Lentamente si avvicinò al cornicione per dare
un’occhiata a cosa stava succedendo di sotto.
I dark avevano abbandonato il loro solito posto sui gradini.
Adesso un tipo alto con i capelli argentati incombeva sul più
piccolo del gruppo, un ragazzo con dei guanti a rete e i capelli
sparati sulla testa, che si afflosciavano leggermente sulle punte.
Vlad si piegò in avanti per vedere meglio. La ragazza era in
piedi accanto agli altri due, le mani giunte in una posa
supplichevole, mentre un quarto dark stava appoggiato al palo
della luce e assisteva alla scena con aria disinteressata.
«Mi dispiace, Kristoff. Non pensavo che l’avresti presa così
sul personale», disse uno di loro alzandosi da terra.
«Non sono disposto a sopportare le tue stronzate, Andrew!
Conserva i tuoi stupidi scherzi per Sprat», replicò il giovane con
i capelli argentati indietreggiando di un passo e infilando le mani
nelle tasche del suo trench.
Vlad ridacchiò e tornò dentro. Kristoff, eh? Quella sì che era
bella. Quando lui e «Kristoff» erano in seconda media, il suo
nome era David e i suoi capelli erano biondi.
Il vampiro chiuse gli occhi e poi li riaprì, soffocando uno
sbadiglio. Quindi aprì di nuovo il libro e continuò la sua lettura.
Tutti a Elysia sono vincolati al rispetto delle stesse leggi. I
crimini vengono denunciati al Consiglio più vicino e i sospettati
restano in prigione fino al processo, durante il quale vengono
esaminate le prove e agli imputati viene offerta la possibilità di
difendersi. Se un membro è riconosciuto colpevole, può essere
sottoposto a qualunque tipo di condanna il Consiglio in carica
giudichi opportuna.
Le forme di punizione più comuni sono le frustate – eseguite
con una cinghia di pelle –, l’esilio o qualche forma di servizio a
beneficio della comunità. Le condanne a morte possono essere
molto brutali: smembramento, esposizione prolungata alla luce
del sole, privazione del sangue da parte di un altro vampiro. Il
tipo di esecuzione è scelto dal Consiglio stesso.
Dopo il processo si tiene un banchetto durante il quale viene
eseguita la condanna del prigioniero, mentre consiglieri e
testimoni celebrano la gloria di Elysia consumando una gran
quantità del miglior sangue umano a disposizione, seguita da
fette di pan di Spagna. Questa tradizione risale all’invenzione
del pan di Spagna, il dolce preferito dell’allora presidente del
Consiglio, Peter Plogojowitz.
Annoiato dai suoi studi, Vlad tirò fuori la lettera di Otis dalla
tasca e la lesse per l’ennesima volta insieme con la lista allegata,
che si concludeva con una piccola nota scribacchiata in tutta
fretta.
Ti prego, Vladimir, fai attenzione. Ho saputo dai miei
contatti che un killer di vampiri potrebbe essere diretto a
Bathory. Sii cauto e non dire niente a Nelly, non sopporterei di
allarmarla (e metterla a parte di altre informazioni su Elysia
sarebbe un crimine). Non girare mai da solo, porta sempre con
te il tuo servo.
O.
Il ragazzo lesse la nota varie volte. Alla terza rilettura, il peso
delle parole dello zio lo colpì in petto come un pugno,
togliendogli il fiato.
Qualcuno gli dava la caccia.
Il suo sguardo passò in rassegna l’intero campanile, poi il
vampiro soffiò sulla candela e rimase seduto nell’oscurità finché
i suoi occhi non si abituarono alla fioca luce della luna.
Suo zio avrebbe potuto fare cenno all’esistenza dei cacciatori
di vampiri prima di andar via. O magari avrebbe potuto
parlargliene all’inizio della lettera. Non gli sembrava certo che
un post scriptum fosse il posto più adatto per menzionare un
idiota armato di paletto che odiava le creature della notte.
Quell’informazione era di cruciale importanza per lui, l’unico
vampiro di Bathory.
Fino all’avvertimento di Otis, Vlad aveva creduto che gli
ammazzavampiri esistessero solo nei film o alla televisione.
Dopotutto chi avrebbe creduto all’esistenza di un tizio che va in
giro di notte con un paletto e un crocifisso? A quel punto tanto
valeva dire che anche mannari e uomini neri erano reali. L’idea
che potesse esistere una persona che dava la caccia ai suoi simili
e li uccideva, qualunque fosse il motivo, gli mandò lo stomaco
in subbuglio. La cosa migliore che potesse fare era stare per
conto suo o insieme con gente conosciuta. Anche se il cacciatore
era diretto a Bathory, non voleva dire che lo avrebbe trovato. E
se lo avesse fatto...
Il ragazzo rabbrividì.
Piegò il foglio di pergamena, lo mise di nuovo nella busta e
sperò che Otis tornasse in città prima che l’assassino potesse
causargli qualche problema.
Poi depose un lieve bacio sulla punta delle proprie dita e
sfiorò la fotografia di suo padre. Infine, dopo aver lanciato una
fugace occhiata alla stanza buia, uscì sul cornicione e fluttuò
verso terra. Fu tentato dall’idea di tornare a casa passando dalla
cima di un albero all’altra – onde evitare di imbattersi in
qualcuno desideroso di ficcargli un paletto di frassino nel cuore
– ma era troppo stanco. L’ultima cosa di cui aveva bisogno era
cadere di sotto. Sebbene le sue ferite si rimarginassero a una
velocità incredibile, graffi e contusioni facevano comunque
male. Anche la costola che D’Ablo gli aveva rotto l’anno
precedente gli aveva causato non pochi fastidi: sei giorni di
dolore quasi ininterrotto.
Gli erano sembrati un’eternità.
Vlad atterrò, si strofinò gli occhi con il palmo delle mani e
sbadigliò. Gli sembrò di cogliere uno scintillio con la coda
dell’occhio, ma quando guardò meglio non vide altro che il cielo
limpido. La sensazione di essere spiato gli fece provare un
brivido lungo la spina dorsale, come se le dita di una mano
fredda e scheletrica lo stessero sfiorando. Lasciò ricadere le
braccia lungo i fianchi e si guardò intorno, ma non dovette
sforzarsi molto per scorgere, dall’altra parte della strada, una
figura avvolta nell’ombra. Lo stava fissando.
Il cacciatore di vampiri.
Il giovane dovette imporsi di rimanere immobile e di non
schizzare via urlando in preda al panico. Era molto probabile
che il tizio fosse semplicemente uscito a fare una passeggiata
notturna e si stesse chiedendo cosa ci faceva un ragazzino della
sua età fuori dalla scuola alle due di mattina. Una cosa del tutto
normale. Niente di cui preoccuparsi.
Ma solo per sicurezza...
Si concentrò e penetrò nella sua mente. All’improvviso era
dall’altra parte della strada, e stava guardando un adolescente
che quasi certamente non era ciò che sembrava. Sì... è proprio
lui. E quando avrò il suo sangue...
Vlad sentì uno strano scricchiolio risuonare nella sua testa e
uscì dai pensieri dell’uomo. Guardò di nuovo verso il
marciapiede di fronte, ma l’assassino era sparito.
Senza indugiare oltre, svoltò l’angolo di corsa e si diresse
verso casa maledicendosi per non aver controllato se nel suo
libro ci fosse un capitolo dedicato agli ammazzavampiri e a
come difendersi da loro. Il suo passo aveva un ritmo talmente
sostenuto che per un attimo ebbe la sensazione di volare; dopo
una breve sbirciata ai suoi piedi – giusto per accertarsi che non
fosse così – si concentrò sulle familiari abitazioni del suo
quartiere. C’era quasi. Superò l’albero all’angolo...
... e finì addosso a una persona, facendola cadere a terra.
Joss alzò lo sguardo verso di lui. «Vai di fretta?»
Il vampiro lo aiutò ad alzarsi e scosse la testa. «Più o meno.
Se Nelly mi becca fuori così tardi, finirò in punizione per il resto
della mia vita. Ma tu che ci fai qui? Mi hai fatto morire di
paura.»
«Stavo catturando degli insetti», rispose il ragazzo indicando
lo zaino che era finito a terra.
Vlad lo guardò incuriosito. «Per metterli nello zaino?»
L’altro rise. «Più o meno. Da grande vorrei fare
l’entomologo. Mi piace catturare gli insetti e osservarli per
qualche giorno, imparando qualcosa dal loro comportamento.
Ho un bel po’ di contenitori là dentro. Quando ho finito, però, li
libero.»
«Quindi non sei un assassino, eh?» chiese Vlad sforzandosi
di sorridere, sollevato di essersi imbattuto in Joss e non
nell’inquietante tizio al di là della strada che stava pensando al
suo sangue.
L’amico lo fissò senza dire niente.
«Sei un ragazzo strano, Joss.» Aveva sperato di metterlo a
suo agio con quella battuta, ma sembrava aver sortito
esattamente l’effetto contrario. «Ma non strano come me.
Almeno tu hai degli hobby interessanti, io non faccio altro che
leggere», aggiunse infine dandogli una pacca sulla spalla.
Questa volta il tentativo andò a buon fine e sulla faccia di
Joss comparve un sorriso. «Be’, anch’io leggo. Quindi chi è il
più strano?»
Vlad ci pensò per un attimo, poi fissò l’altro con aria
complice.
«Henry», dissero all’unisono.
«E invece tu cosa ci fai in giro nel bel mezzo della notte?»
chiese Joss mettendosi lo zaino in spalla.
«Forse sono un tipo notturno», rispose il vampiro con fare
disinvolto.
Dopo un attimo l’amico sorrise. «Anch’io.»
8
SEGRETI SVELATI
Vlad bussò piano alla porta della zia. «Nelly, io sto
andando.»
«Okay, scendo subito.» Le sue parole, lente e pesanti,
indicavano che non era ancora del tutto sveglia.
Il vampiro uscì dalla stanza, ma rimase in ascolto fuori dalla
porta finché non la sentì alzarsi dal letto. Di solito, quando Nelly
tornava dal turno di notte, gli dispiaceva svegliarla prima di
uscire di casa. Ma, dopo quanto era successo ai suoi genitori, la
parte superstiziosa di lui lo costringeva ad accertarsi che in casa
nessuno stesse dormendo quando lui andava a scuola.
Una volta giunto al piano di sotto, posò lo zaino sul tavolo
della cucina, accanto alla protezione solare; poi prese una sacca
di sangue dal frigorifero e, stiracchiandosi, lanciò un’occhiata al
telefono.
Stava lì a prendersi gioco di lui, a sottolineare quanto fosse
ridicolo, per qualcuno che l’anno prima aveva avuto abbastanza
fegato da affrontare un vampiro assassino, farsi venire la
tremarella all’idea di chiamare Meredith per dirle che gli
dispiaceva non averla baciata quando lei aveva mostrato di
volerlo. Be’... magari si sbagliava, ma Vlad non riusciva
davvero a immaginare nessun altro motivo per cui avrebbe
dovuto protendersi verso di lui con gli occhi chiusi e le labbra
strette in quel modo. Si fermò a pensare per un istante e, prima di
concedersi il tempo di riflettere su ciò che stava facendo, alzò la
cornetta e compose il numero.
Riiiiing...
Sentì il cuore perdere un battito prima di andare a schiantarsi
contro gli altri organi interni, quasi stesse cercando di ridestarlo
da quello stato di momentanea follia.
Riiiiing...
Il cuore sembrò quietarsi. Forse lei non era in casa. Avrebbe
potuto riprovare più tardi. Magari...
«Pronto?»
Il cuore andò a sbattere con forza contro il petto,
ricordandogli chi, tra loro, avesse avuto ragione. «Ciao, sono...»
«Vlad?» Il tono di Meredith suonava più curioso che
arrabbiato, e lui non avrebbe potuto esserne più lieto.
«Sì. Ti ho chiamato solo per...» Aggrottò la fronte. Perché
aveva chiamato? Che altro motivo c’era, a parte sentire la sua
voce? Doveva avere una motivazione. «... Per chiederti...»
«Chiedermi cosa?»
Il vampiro buttò giù il nodo che gli si era formato in gola
prima che la vocina nella sua testa potesse dirgli di non andare
avanti. «Volevo chiederti se avevi già un appuntamento per il
Ballo della Neve.»
La ragazza rimase in silenzio per un attimo. «Vlad, mi stai
chiedendo di uscire?»
Lui si schiarì la voce. Due volte. Poi bofonchiò qualcosa di
incomprensibile e tossì.
«È solo che... be’, ho già un appuntamento per il Ballo della
Neve», rispose lei abbassando la voce finché non fu solo un
sussurro. «Sai, quando non mi hai richiamato dopo il ballo della
Festa della Libertà, non ero sicura che tu fossi ancora interessato
a uscire con me. Perciò l’ho chiesto a qualcun altro.»
Vlad entrò nel panico. «Te lo stavo chiedendo per conto di...
un amico.»
«Oh, scusami. Pensavo che...»
Lui si sforzò di ridere. «Io? Andare a un ballo? Che
sciocchezza, ho fin troppe cose da fare. Comunque, immagino
che ci vedremo in giro.»
«Sì... ci vediamo.»
Meredith aveva appena finito di pronunciare quelle parole,
che Vlad aveva già rimesso a posto la cornetta.
Qualcosa in lui si sgonfiò, insieme con la speranza di avere
un’altra possibilità con la ragazza dei suoi sogni. Avvertì un
dolore nel bel mezzo del costato e, per un attimo, si chiese se il
suo cuore non fosse andato in pezzi. Quando poggiò la mano sul
torace, però, sentì che batteva ancora, lentamente – come se
quello che aveva dovuto sopportare in quei minuti fosse stato
troppo –, ma batteva ancora.
Avvilito, morse la sacca succhiandone il contenuto fino a
svuotarla, poi la gettò nel contenitore dei rifiuti speciali sotto il
lavello e, una volta recuperato lo zaino, si diresse verso la porta
d’ingresso.
Era strano che Henry fosse andato a scuola senza di lui per
via di una riunione mattutina del Consiglio studentesco, ma era
ben più strano sapere che qualcun altro avrebbe preso il posto
del suo miglior amico quella mattina.
Attraverso la finestra, Vlad scorse una figura aggirarsi per la
veranda. Sorrise e aprì la porta, uscendo alla luce del sole. Se
non fosse stato per Joss, le sue giornate nelle ultime due
settimane sarebbero state piuttosto solitarie. «Ehi!» lo salutò.
«Ehi, Vlad. Sei pronto?»
«Come sempre», rispose lui con poca convinzione.
Percorsero la solita strada fra le case fino al Bathory High e,
una volta giunti a destinazione, Vlad alzò lo sguardo verso la
scuola e gemette. «Perché non può essere venerdì?»
«Perché è martedì», rispose l’altro in tono scherzoso.
Stephanie Brawn li superò e sorrise.
Naturalmente il sorriso non era rivolto al vampiro, ma era pur
sempre un sorriso.
«Ehi, Joss. Vuoi una copia del giornalino scolastico?» chiese
la ragazza con un tono così stucchevole che Vlad fu sul punto di
vomitare. Non aveva mai capito quanto odiasse Stephanie...
finché non l’aveva sentita parlare.
«Certo», rispose il suo amico.
«Ci becchiamo più tardi, Joss», si limitò a bofonchiare lui,
incamminandosi su per le scale prima che la loro compagna di
scuola avesse il tempo di riaprire nuovamente bocca.
Secondo il servizio meteo quel giorno avrebbe nevicato,
ragion per cui Vlad non riusciva a capire cosa ci facessero tutti
quei ragazzi lì fuori e davvero non aveva idea del perché fossero
così interessati al giornale scolastico. Di solito nessuno leggeva
quella robaccia. Be’, a parte gli atleti e le cheerleader, la cui
unica ragione d’interesse era la presenza di articoli a loro
dedicati.
Dopo aver percorso l’intera scalinata, il vampiro si girò per
dare un’altra occhiata allo spiazzo antistante l’edificio. Gli
studenti, radunati in piccoli gruppi, confabulavano tra loro,
anche se era impossibile capire l’oggetto delle loro discussioni.
Rabbrividendo, Vlad si affrettò a entrare a scuola e si diresse
al proprio armadietto. Anche all’interno l’attenzione dei
compagni era rivolta al giornale. Quando finalmente intravide
Henry, il giovane si accorse di avere un nodo allo stomaco.
«Qual è la grande notizia?» chiese all’amico dandosi
un’occhiata intorno.
L’altro ragazzo era pallido e i suoi occhi sembravano enormi.
Scuotendo la testa gli allungò una copia del giornale, affinché
anche lui potesse vederla, e disse: «A quanto pare, sei tu».
Sulla prima pagina c’era una sfocata foto in bianco e nero di
qualcuno che fluttuava a mezz’aria, proprio di fronte al
campanile della scuola.
Il cuore del vampiro si fermò. Poi iniziò a battere a una
velocità tre volte superiore al normale. «Chi l’ha fatta?»
domandò.
Henry indicò l’articolo che accompagnava la foto. «A quanto
pare c’è qualcuno che ti segue come un’ombra.»
Vlad rilassò il braccio facendo scivolare lo zaino a terra, si
appoggiò con la schiena contro l’armadietto e lesse il titolo ad
alta voce: «’Un mostro a Bathory? Dal nostro corrispondente del
primo anno, Eddie Poe’».
Imprecò e, mentre dava una rapida occhiata al pezzo, si rese
conto che Eddie era un problema più grosso di quanto avesse
immaginato. Il ragazzino blaterava di mostri, «bestie inumane
con gli occhi viola», che stavano invadendo la città.
A quanto pareva non aveva dimenticato ciò che era accaduto
la notte di Halloween.
Secondo la teoria di Henry, il novello giornalista d’assalto
doveva averlo pedinato, avvicinandosi abbastanza da scattargli
una foto mentre scendeva dal campanile della scuola senza che
lui si accorgesse di nulla. Alla faccia dei poteri extrasensoriali!
A che serviva essere per metà un vampiro se non riusciva a
rendersi conto che un tizio goffo e imbranato lo stava seguendo?
Vlad terminò l’articolo e non riuscì a trattenere l’ennesima
imprecazione. I denti premevano a più non posso per uscire
dalle gengive e lui chiuse la bocca per nasconderli.
Ci mancava solo quello.
Esaminò di nuovo la foto. Era sgranata, grigia e scura. A dire
il vero, se non avesse saputo di essere in grado di fluttuare,
avrebbe anche potuto non capire chi fosse il soggetto dello
scatto. Poteva trattarsi di un ramo. Un ramo pallido e di
bell’aspetto.
«Penso che io e Eddie dovremmo farci una chiacchierata»,
grugnì piegando il giornale.
Henry annuì. «Sono d’accordo. È in biblioteca.»
Vlad alzò un sopracciglio prima di aprire l’armadietto. «Si sta
nascondendo? Credevo sarebbe andato a festeggiare per essere
riuscito a rovinarmi la vita, o che stesse scambiando aneddoti
con Bill e Tom, visto che adesso sembra siano tutti dalla stessa
parte.»
«La tua vita non è rovinata. Nessuno gli crede, pensano sia
uno scherzo. Voglio dire, se a dare la notizia fosse stato qualcun
altro dello staff del giornale, forse lo avrebbero preso in
considerazione. Ma Eddie?» L’amico si sforzò di ridere. «Quel
ragazzino ha paura della sua ombra. Probabilmente dorme
ancora con la luce accesa.»
«E se invece qualcuno gli credesse? Basterebbe poco per far
saltare la mia copertura. Nelly andrebbe fuori di testa e Otis si
infurierebbe. Per non parlare di quello che potrebbero fare gli
abitanti di Bathory se scoprissero che mi cibo del sangue di
persone innocenti», mormorò il vampiro.
«Ehi, per quanto ne sai, quel sangue potrebbe appartenere a
un serial killer. Tua zia non ha modo di risalire all’identità dei
donatori che provvedono alla tua cena.»
Vlad scosse il capo: da quando aveva letto l’articolo la
tensione non era ancora calata. «Il punto non è questo. E se...»
«Amico, andrà tutto bene. Fidati di me, okay?» lo interruppe
Henry guardandolo dritto negli occhi.
All’improvviso Vlad si sentì rincuorato. Qualunque cosa
fosse successa, non era solo. Rivolse un cenno del capo al
compagno di scuola e i suoi muscoli si rilassarono. Quando tolse
la mano dall’armadietto, notò che il metallo era ammaccato.
Entrambi i ragazzi rimasero a fissarlo per un attimo, poi Henry si
schiarì la voce e chiese: «Vuoi ancora parlare con Eddie?»
«Certo che sì.» Il giovane chiuse l’armadietto chiedendosi
come avesse fatto a procurare quel danno allo sportello, e si girò
per dirigersi in biblioteca.
In quel momento, però, una voce profonda risuonò a tutto
volume dall’altoparlante: «Edgar Poe è pregato di presentarsi
immediatamente nell’ufficio del preside! Muoviti, giovanotto».
Lui e Henry ebbero giusto il tempo di scambiarsi un’occhiata,
prima di schizzare tra la folla verso l’ufficio del preside. Già dal
corridoio era possibile udire Hardwick sgridare severamente il
ragazzo. Si trattava perlopiù di grida confuse, ma ogni tanto si
distingueva qualche parola di senso compiuto strillata a pieni
polmoni: «... irresponsabile... mai in tutta la mia vita... sei
fortunato che io non... comportamento infantile... chiamare i
tuoi genitori... idee ridicole... farmi perdere tempo... due
settimane di punizione... dovrai scusarti, giovanotto!»
Dopo un attimo di silenzio, la porta si aprì e Eddie si fece
lentamente largo nel corridoio, gli occhi risolutamente puntati
sul pavimento.
La rabbia che era montata nel petto del vampiro si attenuò –
non del tutto, ma in parte –, cedendo il passo alla pietà.
Le guance del piccolo fotografo erano rosso fuoco. Aveva
l’aria umiliata e sconfitta. Strinse la macchina fotografica che
portava intorno al collo con entrambe le mani e lasciò che la
porta dell’ufficio si richiudesse da sola alle sue spalle.
I canini di Vlad si ritirarono. Non c’era niente che potesse
fare o dire che a Eddie non fosse già stato fatto o detto. Certo,
era ancora furioso all’idea di essere stato esposto in quel modo,
ma ce l’aveva più con se stesso che con il compagno: aveva
commesso una grossa imprudenza. L’altro aveva solo cercato un
modo per sentirsi speciale, per essere notato e apprezzato dagli
altri.
Accorgendosi che c’era qualcuno che lo guardava, Eddie alzò
gli occhi. Nell’attimo in cui notò il vampiro, l’imbarazzo sul suo
volto svanì, rimpiazzato dalla determinazione.
Solo allora Vlad si rese conto che sarebbe stato inutile
sbattergli in faccia che aveva fatto la figura del matto o che la
gente di Bathory avrebbe giudicato il suo articolo credibile
come quelli del Weekly World News. Non sarebbe servito
nemmeno ricordargli che lui lo aveva trattato con gentilezza fin
dai tempi dell’asilo. Quel ragazzo era deciso ad andare a scavare
nel suo segreto per poi rivelare a tutti che creatura mostruosa
fosse.
Non fu nemmeno necessario leggergli nel pensiero per
capirlo. La verità era tutta lì, nello sguardo determinato di Eddie,
che si limitò a rivolgergli un breve cenno del capo, prima di
proseguire lungo il corridoio.
Il vampiro lo osservò allontanarsi, poi si girò verso Henry.
«Ho un problema», disse.
L’amico sospirò, guardando anche lui nella stessa direzione.
«Sì, e il suo nome è Eddie Poe.»
9
FIOCCHI DI NEVE E RICORDI
Vlad aprì il libro per la ventitreesima volta e lo richiuse. La
musica pompava a ritmo continuo, facendo tremare la fiamma
della sua candela. Come avrebbe potuto concentrarsi sullo
studio quando vari piani più giù, nella palestra del Bathory High,
Meredith stava volteggiando all’annuale Ballo della Neve con il
suo bellissimo, affascinante e simpaticissimo accompagnatore?
E lui, che era stato così stupido da farsi anche solo sfiorare dal
pensiero di chiederle di uscire, era rimasto solo, senza uno
straccio di appuntamento, mentre i suoi due migliori amici si
stavano dando da fare con le loro ragazze. La situazione era
talmente patetica che il vampiro aveva colto la sola opportunità
che gli rimaneva – a parte andare al ballo da solo – e si era
rifugiato sul campanile per deprimersi in santa pace.
Aveva tutto il diritto di farlo. Henry aveva ottenuto un
appuntamento con una graziosa biondina del terzo anno, la cui
sorella gemella aveva una cotta mostruosa per suo fratello Greg.
Joss era stato ancora più fortunato del cugino, assicurandosi un
appuntamento con la più bella ragazza della città.
Non che se lo meritasse. Non che esistesse qualcuno al
mondo abbastanza meritevole da uscire con Meredith
Brookstone.
Dopo aver scoperto che Joss l’avrebbe portata al ballo, per
qualche secondo Vlad li aveva odiati profondamente entrambi.
Poi era stato colto dal senso di colpa e dal disprezzo nei
confronti di se stesso: era stato uno stupido. Avrebbe dovuto
invitare Meredith settimane prima ma, dopo il loro ultimo
appuntamento, non credeva che lei gli avrebbe mai risposto di sì.
Aveva cercato di non lasciar trapelare i suoi sentimenti, ma,
tutte le volte che Joss gli chiedeva se riusciva a credere che la
ragazza lo avesse invitato a uscire, gridava No! nella propria
testa. L’amico sembrava così inconsapevole dei suoi sentimenti
che un giorno, a pranzo, Vlad era sbottato che, no, non riusciva a
credere che lei gli avesse chiesto davvero di uscire, perché quale
persona sana di mente poteva pensare che gli antropologi
fossero fighi?
Joss gli aveva tenuto il muso per tutto il giorno, ma lui non
aveva affatto di intenzione di scusarsi. In fondo era stato lui a
infrangere il comandamento più grande dell’amicizia: non
uscirai con la persona per cui il tuo migliore amico ha una cotta.
Una cosa era certa: se il nome di Meredith fosse saltato fuori
nella successiva discussione su chi baciasse meglio, avrebbe
perso il suo nuovo migliore amico una volta per tutte.
Si appoggiò allo schienale della sedia e ascoltò la musica che
filtrava attraverso le finestre ad arco. Il fiato formava delle
nuvolette di nebbia davanti alle labbra; nel campanile si gelava,
ma lui non era dell’umore adatto per starsene seduto a casa a
guardare Nelly che preparava i dolci per le feste. Senza contare
che l’idea di essere probabilmente l’unico, oltre a Eddie Poe, a
perdersi il ballo lo aveva precipitato nel più nero sconforto.
Perciò – ammazzavampiri in circolazione o no – armato del suo
Lucis, era arrivato fin lì, guardandosi alle spalle in prossimità di
ogni siepe e cespuglio.
Quel pomeriggio aveva preparato le valigie per il suo grande
viaggio ma, non avendo più ricevuto nessuna notizia da Otis,
Vlad non sapeva se tutte le sue fatiche si sarebbero rivelate
inutili. Quindi, piuttosto che stare a casa e passeggiare
nervosamente, aveva preferito andare a origliare all’addiaccio.
Fino a quel momento non era servito a calmarlo molto.
Il vampiro avvicinò le mani al candelabro per riscaldarsi e le
fibbie sul dorso dei suoi guanti senza dita brillarono nella luce
fioca. Dietro di lui, il ritratto del padre osservava la scena con un
sorriso. A un tratto la fiammella guizzò, spegnendosi dopo una
breve esplosione di luce. Era come se il suo rifugio gli stesse
suggerendo di smetterla di tenere il muso e andarsene a casa.
«Okay, ho afferrato il messaggio», sussurrò il giovane
all’indirizzo di qualsiasi fantasma potesse celarsi nell’ombra,
prima di saltare giù da uno degli archi e librarsi piano fino a un
albero vicino al parcheggio. Poi si diresse verso il sentiero
asfaltato. Non sarebbe stato prudente lasciare delle impronte
nella neve che sembravano spuntare dal nulla o, peggio ancora,
che provenivano dal campanile. Erano le piccole disattenzioni
come quella che ti mettevano nei guai.
La neve crepitò sotto le sue scarpe, mentre faceva il giro
dell’edificio per raggiungere lo spiazzo davanti alla scuola.
Aveva freddo, ma ciò non bastava a mettere freno alla sua
curiosità.
Dietro le porte dell’edificio s’intravedevano due coppie e
Vlad non stentò a riconoscere Henry, anche se la sua faccia era
orribilmente appiccicata a quella della bionda del terzo anno. Le
loro bocche sembravano ventose: per quanto tentassero di
liberarsi, erano in trappola. Eppure sembravano contenti di
trovarsi in quella situazione.
Era anche possibile che stessero cercando di staccarsi le
labbra a morsi. Il vampiro si chiese per un attimo se un pizzico
della sua natura non fosse passato all’amico quando l’aveva
morso.
L’altra coppia non era impegnata in un bacio, ma i due erano
vicinissimi. La ragazza guardò dietro di sé, verso Vlad, e disse
qualcosa al suo accompagnatore, che s’incamminò in direzione
della palestra. Poi Meredith aprì il portone e uscì.
I piedi del giovane vampiro erano attaccati al marciapiede,
ma la colpa non era della neve né del ghiaccio.
La ragazza si sistemò lo scialle di seta sulle spalle
bianchissime e, rabbrividendo appena, accennò un sorriso.
«Ciao, Vlad.»
Lui si schiarì la voce guardando prima a terra e poi verso il
portone, ovunque tranne che nei suoi magnifici occhi. «Ehi»,
mormorò.
Meredith incrociò le braccia. Aveva davvero sfidato il freddo
solo per dirgli ciao? Il vampiro intuiva che avrebbe dovuto dire
qualcosa, ma non sapeva cosa. Si era quasi deciso a fare qualche
accenno al tempo o alla scuola, quando lei schiuse le sue perfette
labbra rosa e disse: «Posso farti una domanda?»
Vlad sorrise. «Lo hai appena fatto.»
«Sì, ma volevo dire...» La giovane si morse il labbro e lanciò
uno sguardo alla porta. Henry e la bionda erano ancora incollati.
«Non importa.»
La vista di Meredith che si girava per andarsene diede a Vlad
l’iniezione di coraggio di cui aveva un disperato bisogno. «No,
cosa c’è?»
Le guance di lei si tinsero di rosso, ma era impossibile capire
se dipendesse dall’imbarazzo o dal freddo intenso. «Non ti
piaccio? Voglio dire, è dalla Festa della Libertà dell’anno scorso
che m’ignori. E non mi hai nemmeno chiesto di venire con te al
Ballo della Neve. Ho fatto qualcosa di male? Voglio dire... a
parte chiedere a Joss di venire al ballo con me per farti
ingelosire?» domandò con sguardo supplichevole mentre un
brivido le scuoteva nuovamente il corpo.
Il vampiro sgranò gli occhi. Aveva cercato di farlo ingelosire.
Quindi era stato per quello che aveva chiesto al suo amico di
farle da cavaliere. Be’, aveva funzionato eccome.
Seguendo l’istinto, Vlad si sfilò la giacca e la porse alla
ragazza, che la indossò. Il freddo improvviso lo fece
rabbrividire, ma non riusciva a smettere di sorridere; la vista
della pelle liscia di lei che spariva all’interno di un suo
indumento sarebbe stata sufficiente a scaldarlo per qualche
minuto. «Non hai fatto niente di male», rispose infine.
Meredith aveva i capelli tirati indietro. Dei ricciolini
spuntavano qua e là, fermati da fiocchi di neve realizzati in
strass. Veri fiocchi di neve si unirono a essi, depositandosi sulla
parte posteriore dei suoi folti capelli color cioccolato. Vlad sentì
il cuore sgusciare su per il petto, fino a fermarsi in gola.
«E allora qual è il problema?» insistette lei abbassando lo
sguardo.
Il vampiro cercò di deglutire, ma il suo cuore rifiutò di
spostarsi anche solo di un millimetro. «Non lo so.»
La giovane lo guardò negli occhi, i suoi sembravano velati di
lacrime. «Sei sicuro di non saperlo? O, come dice Chelsea
Whitaker, non credi che io sia abbastanza carina per uscire con
te? Perché tu mi piaci. Mi piaci veramente un sacco.»
Vlad aggrottò la fronte, confuso. Perché mai Chelsea
Whitaker pensava di sapere qualcosa di lui quando i loro
rapporti si limitavano agli sgradevoli commenti della ragazza
sul suo conto e a stupidi scherzi che finivano con il costargli
sempre una punizione? La verità era che non sarebbe mai
riuscito a comprendere cosa passava per la testa delle sue
coetanee.
Meredith doveva aver frainteso la sua espressione vuota e
sorpresa, perché all’improvviso si girò e cominciò a correre su
per le scale, verso il portone. Ancora cinque gradini e avrebbe
superato la soglia, gettandosi di nuovo tra le braccia di Joss.
«Mi piaci anche tu», gridò Vlad tutto d’un fiato.
Lei si fermò e si voltò.
«Non so, è tutto così nuovo per me. Sei la prima ragazza cui
abbia mai chiesto di uscire. Probabilmente non conoscevo le
regole bene come avrei dovuto», disse il vampiro passandosi la
lingua sugli incisivi. Com’era possibile che lui le piacesse? Era
un mostro, per di più pericoloso. Nelly diceva sempre che le
donne erano attratte dai tipi pericolosi. Era quella la ragione?
Era possibile che, a livello inconscio, Meredith avvertisse che
lui rappresentava un pericolo e fosse intrigata proprio da quello?
O magari non si trattava di nulla del genere. «Forse è stata una
mossa intelligente chiedere a Joss e non a me di portarti al ballo.
Ma una cosa è sicura... Chelsea si sbaglia. Tu sei la ragazza più
carina che io abbia mai visto.»
Dopo un attimo di silenzio, lei piegò il dito facendogli cenno
di avvicinarsi e Vlad salì su per le scale così in fretta che per
poco non cadde. Due volte.
La ragazza rise e gli tolse un fiocco di neve dalla guancia in
fiamme.
Le dita di lei sulla sua pelle sarebbero bastate a fargli definire
quella serata ben spesa, ma poi Meredith si avvicinò e disse:
«Sei dolce».
Vlad stava per rispondere che anche lei era dolce e che
pensava davvero che fosse carina, che avrebbe voluto tanto
accompagnarla al Ballo della Neve, ma la paura di un suo rifiuto
era stata troppa. Invece non ci fu tempo per dire nulla prima che
lei premesse le labbra sulle sue.
Quel momento, la cui durata non doveva aver superato i due
secondi, si estese all’infinito nella mente dell’adolescente. Il suo
cuore doveva aver continuato il proprio percorso verso nord per
poi fuoriuscire da un orecchio: Vlad era sicuro che adesso stesse
fluttuando vari metri sopra le loro teste. Come d’incanto, il
freddo sembrava svanito. Meredith Brookstone lo aveva baciato
e il mondo aveva ripreso a girare nel verso giusto.
La ragazza salì gli ultimi gradini e aprì la porta. Prima che
quella si richiudesse cigolando, Vlad si accorse che lei gli stava
sorridendo. Si portò la mano alla bocca, sfiorandosi le labbra
con la punta delle dita. La parola che sussurrò prese la forma di
una nuvoletta grigia nell’aria fredda: «Grazie».
Dopo aver trascorso svariati minuti di fronte al liceo a fissare
il portone pieno di gioia, il giovane decise d’incamminarsi verso
casa. Era a metà strada quando si rese conto che Meredith non
gli aveva restituito la giacca.
Rabbrividendo, affrettò il passo e socchiuse gli occhi per
proteggerli dalla neve che continuava a cadere. Giunto a
destinazione, aveva le dita intorpidite e le braccia mezze
congelate. Le labbra, invece, erano ancora calde per il bacio
ricevuto.
Stava attraversando la strada, quando notò che un uomo
all’angolo stava fissando la sua casa.
Il cuore ebbe un nuovo guizzo e questa volta si ancorò alle
costole in cerca di un sostegno.
Il cacciatore di vampiri.
Vlad prese a correre verso casa. In un istante estrasse il Lucis
dalla tasca dei jeans e mise il pollice sull’estremità: non sapeva
se sarebbe servito contro un umano, ma era tutto quello che
aveva. Doveva tornare dentro, sia per proteggere Nelly da un
potenziale pazzo, sia per riscaldarsi ed escogitare un piano.
Magari avrebbero potuto nascondersi a Stokerton per un po’. O
magari no, considerato che l’aver trapassato da parte a parte il
suo presidente l’anno precedente lo aveva reso piuttosto
impopolare agli occhi di Elysia. Aprì il cancelletto e corse verso
l’abitazione, subito fermato da una figura scura che gli si parò
davanti sul vialetto d’ingresso. Il ragazzo imprecò sottovoce e
puntò il Lucis contro l’assassino, ma una mano decisa gli bloccò
il polso costringendolo ad allontanare l’arma. Alzò lo sguardo
per vedere in faccia il suo aggressore e spalancò gli occhi per la
sorpresa.
«Sono felice che tu abbia deciso di prendere delle
precauzioni, Vladimir. È bello rivederti.» L’intero volto di Otis
era animato da un sorriso. Gli occhi, le labbra, le guance, persino
il mento sembravano attraversati da una luce. L’uomo si fece
avanti e strinse l’ancora incredulo nipote in un forte abbraccio.
Quando si separarono, al giovane parve di cogliere un pizzico di
sollievo nei suoi occhi... poi lo zio guardò le sue labbra e
ridacchiò.
Vlad si sfregò la bocca con il dorso della mano. Se Meredith
gli aveva lasciato qualche traccia di lucidalabbra con i
brillantini, era contento che a notarlo fosse stato Otis e non
Nelly. L’ultima cosa che gli serviva era essere punito per aver
pomiciato con una ragazza – non che lui e Meredith avessero
pomiciato – quando teoricamente sarebbe dovuto essere da Eat,
l’unico ristorante di Bathory. A dire il vero, il locale si chiamava
Aunt Polly’s Dining Emporium, ma sull’edificio non c’era
nessuna insegna che ne indicasse il nome, solo un neon rosso e
blu che formava la parola EAT.
Il ragazzo tirò un sospiro di sollievo. Alla fine non c’era
nessun assassino. Almeno per ora. «Zio Otis, avresti potuto
lasciarmi un biglietto o chiamarmi. Non pensavo che saresti
venuto.»
L’uomo alzò un sopracciglio con un’espressione perplessa.
«Non hai ricevuto la lettera in cui ti invitavo a venire in Siberia
con me?»
Vlad fece spallucce. «Be’, sì... un mese fa. Dove sei stato
dopo? Avevo delle domande da farti sulle mie capacità.»
«Non hai letto il libro sulla storia dei vampiri che ti ha
lasciato tuo padre?»
«Certo che sì, ma nessun libro ha tutte le risposte. Senza
contare che mi sei mancato. Che fine avevi fatto?»
Otis sorrise di nuovo. Gli mise una mano sulla spalla e la
strinse. «Anche tu mi sei mancato. Riguardo a dove sono stato...
be’, credo sarebbe meglio parlarne al coperto.»
Mentre si giravano per entrare, Vlad ebbe la sensazione che
qualcosa stesse premendo per entrare nella sua testa. Lanciò
un’occhiata all’uomo e fece scudo ai propri pensieri. Otis
aggrottò le sopracciglia prima di seguirlo su per le scale. Il
ragazzo stava per domandargli perché avesse cercato di
insinuarsi nella sua mente, quando Nelly – un sorriso sorpreso
stampato sul volto lievemente arrossato – aprì la porta con in
mano un vassoio di biscotti fumanti. «Otis?»
Vlad lanciò un’occhiata allo zio, i cui occhi scintillarono alla
vista della donna. «Come stai, Nelly? Sembri...»
«Intirizzita? Perché ho freddo.»
Il giovane vampiro superò la zia urtandola lievemente e andò
a sedersi sulle scale, dove si tolse le scarpe in attesa che i due
adulti finissero di bisbigliare tra loro.
«Dov’è la tua giacca?» chiese Nelly dopo avergli lanciato
un’occhiata.
Prima che lui potesse rispondere, Otis entrò in casa
togliendole il vassoio di mano. «Biscotti con gocce di
cioccolato, i miei preferiti. Non avresti qualcosa di caldo da bere
con cui accompagnarli?»
Qualche minuto più tardi, i tre erano seduti intorno al tavolo
della sala da pranzo a sorseggiare il contenuto di alcune tazze di
porcellana. Quelle di Vlad e Otis erano piene di sangue
riscaldato al microonde, ma lo zio toccò appena il suo, troppo
concentrato su Nelly, cosa che diede vagamente la nausea al
nipote.
«Quindi cos’hai fatto mentre giravi il mondo in lungo e in
largo?» chiese il giovane quando la donna si alzò per
sparecchiare la tavola.
Il luccichio felice nello sguardo di Otis svanì e fu subito
chiaro che i suoi pensieri, in quel momento, erano tutt’altro che
gradevoli. «Scappavo, Vladimir. Scappavo e cercavo di capire
alcune cose.»
Il ragazzo cercò di mandar giù il nodo alla gola causato
dall’improvviso senso di colpa. «Da chi stavi scappando?
Elysia? È perché hai aiutato me l’anno scorso?»
«In parte sì. D’Ablo aveva molti seguaci e io, aiutandoti, ho
infranto parecchie regole. La punizione, se dovessero
prendermi, sarebbe una morte dolorosissima. Ma ci sono anche
altri motivi. Cose ben più oscure di cui non parlerò. Posso solo
dirti che dovremmo goderci il nostro tempo insieme, Vladimir.
Le cose belle di rado durano.» Lo zio gettò un’occhiata
preoccupata alla finestra, quasi avesse paura che qualcuno
potesse udirli. Istintivamente anche il ragazzo guardò fuori, ma
non vide niente. Forse ciò che Otis stava cercando erano solo i
fantasmi che tormentavano i suoi pensieri.
«Zio, ho bisogno di sapere qualcosa di più sull’assassino»,
disse Vlad in un sussurro.
Gli occhi dell’uomo, però, rimasero fissi sulla finestra. A un
tratto si alzò e con passo deciso attraversò in tutta fretta la
stanza. Dopo aver scrutato con attenzione la strada, sospirò
stancamente e appoggiò la fronte contro il vetro. «Neve. Solo
neve.»
Il ragazzo si avvicinò con passi cauti e gli mise una mano
sulla spalla. «Forse dovresti riposarti un po’.»
Senza guardarlo, Otis scosse la testa con riluttanza. «No, va’
tu a riposare. Ne avrai bisogno, partiamo alle quattro di
mattina.»
Vlad aprì la bocca per protestare – lo zio sembrava davvero
esausto – ma qualcosa nello sguardo dell’uomo gli suggerì di
tacere. Fece un cenno di assenso e si avviò lentamente su per le
scale. Quell’incontro non era andato come aveva sperato.
Una volta in camera, si stese sul letto e sprofondò in uno stato
di dormiveglia fin quando una palla di pelo non saltò sulla sua
fronte. Con un grugnito, spostò Amonet dalla faccia e si mise
seduto sul letto. Le cifre in azzurro della sua sveglia segnavano
le 01.31. Si sfregò gli occhi e il suo stomaco cominciò a
borbottare: era l’ora dello spuntino notturno. Scivolò fuori dalla
porta e si diresse al piano inferiore per recuperare del cibo.
La luce in soggiorno era accesa. Fece capolino dall’angolo,
sperando di trovare lo zio che dormiva sul divano, o sveglio e
pronto a rispondere alle sue domande sull’assassino. Quello che
vide lo lasciò interdetto.
Otis era seduto in poltrona e aveva un’aria triste ed esausta.
Nelly, che era in piedi dietro di lui, gli poggiò una mano sulla
spalla. Lui la coprì con la sua e la strinse, poi, stancamente, si
sorrisero guardandosi negli occhi e Vlad, alzando lo sguardo,
non poté fare a meno di sorridere a sua volta. Non aveva mai
visto un’intesa così immediata tra due persone. Eccetto che...
Il sorriso del ragazzo svanì e gli occhi gli si velarono di
lacrime.
Eccetto che tra i suoi genitori.
La scena davanti a lui cambiò. Aveva otto anni ed era rimasto
in piedi ben oltre l’orario in cui sarebbe dovuto andare a letto.
Era sgattaiolato in corridoio verso lo studio del padre e aveva
spiato i suoi genitori che si scambiavano sguardi innamorati e si
tenevano per mano. La mamma si trovava alle spalle del papà,
che era seduto sulla sua poltrona preferita.
Era stata l’ultima volta che li aveva visti vivi.
La mattina seguente si era alzato presto, aveva spento la loro
sveglia in modo che potessero continuare a dormire, ed era
andato a scuola. Quel pomeriggio li aveva trovati morti.
Vlad si asciugò le lacrime. Nelly aveva messo una coperta
sulle ginocchia di Otis che, nonostante la sua determinazione a
rimanere sveglio, aveva cominciato a cedere alla stanchezza.
All’improvviso il giovane vampiro non aveva più fame.
Tornò al piano di sopra e, prima di raggomitolarsi sotto le
coperte, guardò la foto dei suoi genitori nella cornice sul
cassettone. La mamma e il papà gli stavano sorridendo, ma
quella sera i loro sorrisi sembravano forzati, quasi stessero
cercando di nascondere il dolore per averlo perso. Cercò di
scacciare l’immagine dei loro resti carbonizzati, ma quel ricordo
da incubo gli invase la mente come una folata di cenere e fumo.
Il ragazzo abbracciò il cuscino, fissò la foto e pianse finché
non sopraggiunse il sonno.
10
SIBERIA
Dopo ventisei ore di volo, che li condussero da Stokerton a
New York, poi a Parigi e infine a Mosca, Vlad era distrutto.
Sembrava che il mondo intero fosse in viaggio con lui e Otis:
tutti gli aeroporti erano fastidiosamente affollati.
Il giovane vampiro aveva cercato di riposare su ogni aereo
ma, a quanto pareva, gli assistenti di volo erano come cani da
caccia in grado di fiutare una persona che dormiva a un
chilometro di distanza. Ben presto si era convinto che esistesse
un regolamento secondo il quale, se un passeggero nelle
vicinanze cominciava ad avere un po’ di sete, loro dovessero per
contratto offrirgli una bevanda... o dei salatini... o uno di quegli
stupidi cuscinetti che bastavano appena a tapparsi un orecchio,
ma che erano inutili se uno desiderava appoggiare la testa al
finestrino.
Otis, al contrario, non ebbe nessun problema a dormire per
tutto il viaggio da Mosca a Novosibirsk, durante il quale ronfò
nell’orecchio del nipote per quasi un’ora, prima che quello lo
scuotesse leggermente. A quel punto sbuffò e si girò dal lato
opposto, russando in direzione della signora seduta sull’altro
lato del corridoio, che inalberò un’espressione furiosa.
Vlad guardò fuori dal finestrino ma non riuscì a vedere altro
che nuvole. Il suo corpo fremeva di energia. Presto uno dei
vampiri più anziani e talentuosi in circolazione – almeno così
diceva lo zio – gli avrebbe insegnato tutti i segreti della telepatia
e l’eccitazione gli rendeva ogni minuto più difficile stare fermo.
Sospirò e assestò un nuovo colpetto al suo compagno di viaggio.
Questa volta Otis si sfregò gli occhi e si rimise dritto. «Devo
essermi assopito. Tu sei riuscito a dormire?»
Come un cane richiamato da un fischio, una hostess filiforme
dai capelli castani sfiorò la sua spalla e Vlad si trovò ad alzare
gli occhi al cielo prima che lei potesse dire: «Gradisce qualcosa
da bere?»
Otis le fece educatamente cenno di no e si girò verso il nipote,
che chiese: «Perché andiamo in Siberia? Non fa freddo laggiù?»
«In questo periodo dell’anno sì, abbastanza. Ma d’estate è un
posto piuttosto caldo e davvero bello», rispose l’uomo con un
sorriso. I suoi occhi s’illuminarono e Vlad si sorprese a
desiderare che il giorno in cui sarebbero potuti stare davvero
insieme arrivasse presto. Lui, lo zio e Nelly sarebbero potuti
diventare una vera famiglia. Si chiese se quel momento sarebbe
mai arrivato.
Come se gli avesse letto nella mente – il che era piuttosto
probabile – Otis riprese: «Mi spiace se non ci siamo visti per
tanto tempo. Purtroppo, avevo dei buoni motivi per mantenere le
distanze».
«Non fa niente, so che hai da fare. E le lettere hanno aiutato.»
«Davvero?» chiese lo zio speranzoso.
Vlad annuì. «Voglio dire, sarebbe forte usare la telepatia per
prendere una B in inglese, ma...»
«Oh, le storie che potrei raccontarti su tuo padre e sui
problemi che leggere i pensieri altrui ci ha causato...»
«Raccontamele!»
Con sua grande sorpresa, Otis arrossì. «Quando sarai più
grande. Molto più grande. Diciamo solo che ci siamo beccati un
sacco di ceffoni.»
Il ragazzo scosse la testa divertito. «E Vikas che tipo è?»
«È gentile, affettuoso, amichevole, ma cocciuto», spiegò lo
zio scuotendo la testa con aria divertita. «Incredibilmente
cocciuto. E molto in gamba. Il più bravo insegnante che io abbia
mai incontrato.»
«Pensi che gli piacerò?» chiese Vlad mordicchiandosi il
labbro, nervoso.
Otis incontrò i suoi occhi e sorrise ancora. «Vladimir, è
praticamente impossibile che tu non gli piaccia. Adorava Tomas
e tu gli somigli moltissimo.»
Il giovane sospirò e, sollevato, si lasciò scivolare sul sedile.
Avrebbe voluto chiedergli com’era vivere insieme con altri
vampiri e farsi spiegare la ragione per cui non riusciva a leggere
i passaggi dedicati al Pravus nella sua Enciclopedia Vampirica,
o perché non gli aveva parlato prima dell’esistenza degli
ammazzavampiri, ma discutere davanti agli altri passeggeri
della sua vera natura lo metteva un po’ a disagio.
Si mise comodo e riprese a fissare le nuvole grigie che
correvano sotto di loro, poi – con sua grande sorpresa – Otis lo
svegliò: si era addormentato senza neppure rendersene conto.
Una volta scesi dall’aereo, dopo una lunga fila alla dogana, si
fecero largo tra la folla fino ad arrivare all’uscita, dove un taxi li
stava aspettando. Lo zio disse qualcosa in russo e allungò al
conducente un biglietto tutto colorato su cui spiccava il numero
500. L’uomo glielo restituì borbottando qualcosa in tono
sorpreso, ma Otis gli fece cenno di andare e mise le loro valigie
nel bagagliaio.
Non ci volle molto perché l’auto si fermasse davanti a un
piccolo edificio appena fuori Novosibirsk. Lo zio diede al
tassista un altro biglietto con la scritta 500 e quello mormorò
qualcosa che doveva significare «grazie» in russo.
Smontarono dal taxi e Vlad tirò su il colletto del suo nuovo
giubbotto e si calò il berretto sulle orecchie; sapeva che in
Siberia faceva freddo, ma nessuna ricerca al computer poteva
prepararlo a quel tipo di gelo.
La porta della palazzina si aprì e ne uscì un individuo con
indosso dei pantaloni di lana. Aveva la testa coperta da un
cappuccio e, sebbene la parte inferiore del volto fosse nascosta
da una pesante sciarpa, il giovane vampiro fu certo che non
stesse sorridendo. Lo sconosciuto disse qualcosa in russo a Otis,
il quale rispose in un tono amichevole, che però non tardò a farsi
minaccioso. L’uomo si zittì e indirizzò un’occhiata a Vlad, poi
annuì e li condusse sul retro, dove trovarono una slitta trainata
da nove cani. Il ragazzo ascoltò per alcuni minuti la discussione
tra suo zio e lo sconosciuto, poi si avvicinò al grosso cane in
prima fila e tese la mano guantata. Gli occhi azzurro ghiaccio
dell’animale scintillarono mentre si piegava docilmente al tocco
del giovane vampiro.
«Sono degli animali bellissimi, vero? La famiglia di Dmitri
alleva husky da anni», spiegò Otis avvicinandosi a sua volta ad
accarezzare il cane.
Vlad guardò di nuovo lo sconosciuto, che li stava osservando
di sottecchi mentre s’infilava dei biglietti colorati nella tasca del
cappotto. «Gli hai dato dei soldi?»
«Ventimila rubli per noleggiare i cani e la slitta.»
Il ragazzo smise di accarezzare l’husky e spalancò gli occhi.
«Sembra un sacco.»
«Sono più o meno settecento dollari. Un buon prezzo,
considerando cosa sto per chiedere a questi poveri animali»,
rispose Otis assicurandosi che le bestie fossero ben legate.
«Perché, cosa vuoi che facciano?» Il vento si era alzato,
penetrando, come un coltello caldo nel burro, attraverso gli strati
di vestiti che Vlad aveva indossato. Il vampiro rabbrividì e batté
i denti.
«Dovranno condurci al villaggio nascosto di Elysia», spiegò
lo zio che, dopo aver passato in rassegna le imbracature dei cani,
era intento a legare i loro bagagli a un’asse della slitta. Quando
ebbe finito, fece cenno al nipote di accomodarsi sul sedile di
legno davanti a lui.
Il ragazzo si sistemò sulla slitta tirandosi sulle gambe una
coperta di lana, mentre Otis – che intanto lo aveva raggiunto a
bordo – si sistemava i guanti. Sembrava che il freddo non lo
infastidisse affatto.
«Ma io pensavo che Elysia fosse a Stokerton», obiettò Vlad
tirandosi la coperta fino al naso.
«Ti ricordi cosa ti ho detto in passato? Elysia è ovunque la
nostra razza si riunisca per formare una comunità. Noi siamo
diretti al villaggio nascosto di Elysia, sede del Consiglio
siberiano.» Lo zio gridò qualcosa ai cani, ma lui non riuscì a
sentire nulla. Il vento aveva ripreso a soffiare forte, e gli
fischiava nelle orecchie mentre la slitta procedeva a tutta
velocità su quell’incredibile distesa di neve. Un silenzio
confortevole piombò tra lui e Otis mentre attraversavano foreste
e montagne.
A un tratto il cielo si fece nero sopra di loro e cominciarono a
spuntare le prime stelle. Vlad non riusciva quasi più a sentire le
dita dei piedi.
Dopo quella che sembrò un’eternità, si fermarono e
avanzarono a piedi verso la cima di una collina. Lì furono accolti
da due tipi avvolti in strati e strati di pelliccia. Dopo aver
scambiato qualche parola con loro, Otis si avvicinò al nipote.
«Vieni, questi uomini si occuperanno dei cani. Il villaggio si
trova ai piedi della collina, nella vallata sottostante.»
«Quando potrò incontrare il tuo amico?» chiese il ragazzo
sforzandosi di ricordare il nome riportato nella lettera.
«Vikas?» Le labbra di Otis si piegarono in un sorrisetto e i
suoi occhi si posarono su qualcosa alle spalle del nipote. «Stai
per farlo.»
Con il respiro accelerato per l’emozione, il giovane si voltò a
guardare.
Un uomo alto, con le spalle larghe, avanzò dal limitare della
foresta. Indossava un lungo soprabito di pelliccia grigio e bianco
e un paio di stivali neri alti. I capelli, castani e ondulati,
sfioravano il colletto. Quando sorrise a Vlad, i suoi occhi
azzurro ghiaccio brillarono.
Lo zio si fece avanti e lo abbracciò. «Vikas. È bello rivederti,
amico mio.»
«Il piacere è reciproco», disse l’altro dandogli un’affettuosa
pacca sulla spalla. Poi si voltò verso Vlad. «Quindi lui è il figlio
di Tomas?»
Per un attimo il ragazzo pensò di cogliere una scintilla
d’interesse. Dopo essersi tolto i guanti di pelle, Vikas gli strinse
la mano: la sua presa era ruvida, la pelle fredda. «Sarà un grande
onore essere il tuo insegnante. Tomas è il mio più caro amico...
insieme con Otis, naturalmente.»
Vlad sorrise sollevato. Si era quasi aspettato che l’uomo lo
avrebbe snobbato perché era solo per metà vampiro, ma i suoi
occhi suggerivano che aveva un animo gentile e sembrava essere
stato molto legato a suo padre. «È un piacere conoscerti, lo zio
dice che sei il vampiro più vecchio che lui abbia mai
conosciuto.»
L’altro gli rivolse un sorriso affettuoso. «È la verità,
giovanotto, ma dimentica che sono anche il più bello, il più
affascinante e...»
«Modesto. Dimentichi modesto», intervenne Otis ironico.
L’uomo scoppiò a ridere, poi, rivolgendosi al giovane
vampiro, chiese: «Come ti chiami, ragazzo?»
«Vlad.»
Vikas annuì, lo sguardo improvvisamente preoccupato. «Un
bel nome russo.»
«Be’, a dire il vero, è Vladimir», specificò l’adolescente con
una scrollata di spalle.
«Resta comunque un nome russo bello e forte. Vuol dire
’dominare con la pace’», spiegò il suo futuro insegnante con un
sorriso che questa volta risultò forzato. «Sarai affamato dopo il
viaggio. Seguimi, mentre mangiamo mi racconterai che ha
combinato Tomas negli ultimi quindici anni», aggiunse infine
dando al ragazzo una bella pacca sulla spalla e incamminandosi
verso una grande casa di legno situata nella vallata sottostante.
Zio e nipote si scambiarono un’occhiata e lo seguirono.
11
VIKAS
Sembrava che nella casa di legno si stesse svolgendo una
festa. Vikas si avvicinò a un’ampia porta. Con grande sorpresa,
Vlad si accorse che, al posto di un tradizionale pomello, sul
legno era stato intagliato un intricato simbolo. L’uomo lo toccò,
facendo sì che s’illuminasse del consueto bagliore azzurrato.
Il ragazzo avrebbe voluto poter vedere se anche gli occhi
dell’altro vampiro cambiavano colore quando toccava un
simbolo, ma era impossibile dirlo dalla posizione in cui si
trovava.
La porta si aprì e Vikas entrò, seguito da Otis. Delle voci si
levarono per salutarli, ma, quando Vlad fece il suo ingresso alle
spalle dello zio, tutti gli sguardi si spostarono su di lui e nella
sala scese un silenzio inquietante.
Il loro ospite fece cenno agli altri di continuare il loro
banchetto e, quasi all’istante, il vociare riprese. Nonostante ciò,
la sensazione strana e sgradevole di sentirsi osservato continuò a
tormentare il ragazzo.
A un capo della lunga tavola al centro della stanza, c’era una
sedia con un alto schienale. Lungo i lati erano invece disposte
panche di legno e piccole sedie semicircolari. Vikas si
accomodò a capotavola, facendo segno ai nuovi arrivati di
prendere posto al suo fianco. Quando tutti furono seduti, l’uomo
si rivolse di nuovo a Vlad. «Ti piace la carne?» chiese.
Lui si guardò intorno in evidente imbarazzo, le gambe che
fremevano per la tensione. Se i commensali erano suoi simili, di
certo non si comportavano come tali. Un uomo corpulento aveva
appena afferrato una coscia di pollo mentre, di fronte a lui, una
donna masticava distrattamente una fetta di prosciutto. La sola
idea di mangiare della carne, soprattutto cotta, diede la nausea al
giovane vampiro, che scosse la testa. «Non molto.»
«Ti nutri solo di sangue? Sei stato cresciuto bene»,
commentò Vikas con un leggero sorriso, poggiandogli una mano
ruvida sulla spalla.
In quel momento, un ragazzo poco più grande di Vlad si
avvicinò al tavolo e gli mise tra le mani un calice di peltro. Era
pieno fino all’orlo di quello che, dall’aspetto e dall’odore,
sembrava sangue. Poi riempì anche i bicchieri di Otis e del
padrone di casa, che lo ringraziò. «Spasibo, Tristian.»
Prima di portarsi il bicchiere alle labbra, il giovane lanciò
un’occhiata a suo zio, aspettando un suo cenno d’assenso. Il
liquido era caldo e speziato. Era chiaramente sangue – 0
positivo, non c’era nessun dubbio – ma il suo odore intenso
aveva una nota diversa, quasi piccante, che gli fece pensare alla
presenza di qualche spezia: zenzero, o forse curry.
Otis non aveva ancora bevuto un sorso, si limitava a fissare il
calice come se pensasse che avrebbe trovato al suo interno le
parole giuste per informare l’amico che il fratello era morto.
Quando alzò lo sguardo, sembrava che tutto il suo coraggio
fosse svanito. «Ti sono grato per aver accettato di istruire Vlad.
Significa moltissimo per noi. So che Tomas ti sarebbe molto
grato se fosse qui e potesse vederlo.»
«Per me sarà un onore fargli da tutore e insegnargli le usanze
di Elysia, proprio come ho fatto con suo padre e con te.»
Il ragazzo, a quelle parole, sorrise e vuotò il suo bicchiere per
poi porgerlo a Tristian, che lo riempì senza esitazione.
«Dimmi, Vladimir, che cosa te ne pare della Russia finora?»
domandò il suo istitutore.
Lui cercò di pensare a qualcosa di gentile da dire. Non fu
difficile, dopotutto la campagna che aveva visto durante il suo
viaggio in slitta era mozzafiato, ma definire quel Paese
bellissimo gli sembrava comunque forzato e poco sincero. Si
schiarì la voce e il secondo pensiero che attraversò la sua mente
gli sfuggì di bocca: «Fa davvero freddo qui».
Sentì ancora una volta gli occhi dei presenti su di sé e, un
attimo dopo, tutti – Vikas compreso – proruppero in una
fragorosa risata.
Vlad si sorprese a sospirare di sollievo.
La strana sensazione di essere osservato diminuì... ma solo in
parte.
«È vero, la nostra madre Russia sa essere una donna gelida,
ma la sua bellezza non ha eguali e la sua lealtà è fuori
discussione. La Siberia è uno dei luoghi più incontaminati di
tutta la Terra.»
Mangiarono e bevvero per più di un’ora, e Otis riuscì anche a
convincere il nipote ad assaggiare il filetto alla Stroganov. Non
gli piacque per niente e sputò subito carne e salsa nel tovagliolo,
ma se non altro poteva dire di averlo provato.
Alla vista della sua faccia disgustata, Vikas domandò che gli
fosse versato un altro calice di sangue. Poi chiese: «E dimmi,
Mahlyenki Dyavol, come sta il mio caro amico Tomas? La sua
compagnia mi è mancata moltissimo».
Il giovane vampiro rimase in silenzio nell’udire quello strano
nome e istintivamente il suo sguardo corse a cercare quello di
Otis. Gli occhi dell’uomo erano lucidi, ma era giunto il
momento di dire la verità, così, facendosi coraggio, rispose: «Mi
spiace dover essere io a comunicartelo, Vikas, ma... i miei
genitori sono morti quattro anni fa in un incendio».
Tra i commensali piombò un silenzio attonito. Facce
incredule si voltarono verso il ragazzo e un vampiro posò la sua
coscia di pollo nel piatto, mentre tutti i calici di sangue
tornavano pian piano al loro posto sulla tavola.
Vikas si lasciò andare sulla sedia e, con un’espressione
devastata e incredula negli occhi, guardò Otis. «Ma è vero?
Tomas è morto?»
Quando quegli annuì, l’uomo abbassò gli occhi. Per un
attimo sembrò che la festa fosse finita, ma poi il padrone di casa
levò di nuovo il calice e gridò: «Al nostro compagno caduto!»
Tutti i presenti lo imitarono e Vlad non riuscì a nascondere la
propria commozione. Non aveva idea che suo padre fosse stato
tanto amato.
che fosse mai stato in Siberia.
All’altro capo del tavolo, un gruppo di vampiri iniziò a
cantare con un forte accento russo. Oscillavano avanti e indietro
mentre le loro voci si alzavano e si abbassavano. Il giovane
sorrise loro e ascoltò, domandandosi il significato di quella
canzone.
Fu allora che Otis gli si avvicinò e disse: «È un canto in onore
di tuo padre, parla di valore e fratellanza. Tomas era solito
intonarlo tutte le volte che tornava vittorioso da una battuta di
caccia durante il Medioevo. Allora il sangue umano era spesso
contaminato dalla Peste Nera. Molti vampiri sopravvissero a
quei tempi bui grazie alla sua abilità».
Vlad guardò di nuovo Vikas, i cui occhi erano fissi su di lui.
«Tu lo hai visto? Hai visto quell’incendio?» chiese.
Il ragazzo annuì e posò il bicchiere. All’improvviso, non
aveva più fame.
«Domani faremo una cerimonia funebre in onore di tuo
padre, una cosa fortunatamente piuttosto insolita per noi
vampiri.» L’uomo prese la brocca dalle mani di Tristian e gli
riempì il bicchiere prima di restituirglielo. «Ma, adesso, in
questo preciso momento, brinderemo alla sua memoria, e tu,
Mahlyenki Dyavol, mi racconterai i dettagli di quel terribile
evento. Nessun vampiro dovrebbe affrontare da solo una così
tragica perdita. Siamo una famiglia e piangeremo per Tomas
tutti insieme.»
Calde lacrime scesero dagli occhi di Vlad e, quando alzò lo
sguardo verso il suo istitutore, vide che anche lui stava
piangendo. «È stata colpa mia», mormorò infine.
L’uomo scambiò un’occhiata con suo zio, che scosse la testa.
«Raccontami cosa è successo», lo pregò allora Vikas.
Vlad sentì il fiato venir meno ma, quando cominciò a parlare,
le parole vennero fuori con facilità mentre, con gli occhi della
mente, riviveva gli avvenimenti di quel fatidico giorno. «Mi ero
alzato presto ed ero entrato in camera loro per spegnere la
sveglia. Non riuscivano mai a dormire fino a tardi, sai? Perciò
avevo pensato di fare il bravo e prepararmi da solo per la scuola,
in modo che potessero riposare più a lungo. Se non lo avessi
fatto... se non avessi spento la sveglia, non sarebbero stati
sorpresi nel sonno dalle fiamme.»
Otis era impietrito: le sue labbra avevano completamente
perso colore. Vikas indicò il bicchiere e il ragazzo bevve. «Eri lì
quando è cominciato l’incendio?»
«No, ero a scuola. Il preside mandò una ragazza a chiamarmi.
Le chiesi se avessi combinato qualcosa ma mi rispose solo che la
mia casa stava bruciando. Così, senza troppi giri di parole.
Senza un po’ di pietà. Solo ’Casa tua sta bruciando’, come se
fosse una cosa che succede tutti i giorni.» Le lacrime
diminuirono a causa della rabbia improvvisa e lui aggrottò la
fronte e scosse la testa. Dopo un po’, riprese a parlare, ma la
voce era più bassa, quasi temesse che, alzandola, avrebbe
risvegliato qualcosa di oscuro dentro di sé. «Corsi subito a casa
e, quando arrivai, dalle finestre della loro stanza stava uscendo
del fumo. C’erano un camion dei pompieri, macchine della
polizia e un’ambulanza, credo. I miei ricordi sono confusi.
Superai tutti e corsi al piano di sopra. Dovevo trovare mamma e
papà, assicurarmi che stessero bene. Ma quando arrivai in
camera da letto...»
Il ragazzo scoppiò a piangere. Non cercò di trattenersi, non ci
sarebbe riuscito in ogni caso. I suoi genitori erano morti. Non
sarebbero più tornati. E la cosa peggiore era che lui non sapeva
con certezza se a portarglieli via fosse stato un incidente o il
distorto senso di giustizia di qualcuno.
Si asciugò gli occhi con la manica della maglia e continuò,
anche se la voce gli si ruppe varie volte: «Erano già morti.
Quando vidi i loro corpi mi sentii solo come non mi ero mai
sentito prima». Vlad guardò suo zio, il viso affondato tra le
mani. Era la prima volta che raccontava quella storia a qualcuno
che non fosse Henry. «Non ricordo esattamente come, ma mi
ritrovai a casa di Nelly e da allora sono sempre rimasto con lei.»
Vikas rimase in silenzio per un po’ prima di guardarlo negli
occhi e dire: «Non sei solo, Vladimir. Non sei mai solo in questo
mondo. Sei un membro di Elysia e, se Tomas avesse avuto
scelta, ti avrebbe cresciuto in mezzo ai tuoi simili. Le leggi che
hanno contribuito ad allontanare tuo padre... devono essere
cambiate».
Otis si asciugò gli occhi con un fazzoletto di stoffa. Sembrava
avesse un disperato bisogno di cambiare argomento. «Hai
saputo qualcosa dal Consiglio di Stokerton?» chiese a un tratto,
poggiando i gomiti sul tavolo.
Il loro ospite scosse la testa lentamente. «Nient’altro che
menzogne, amico mio. Ripetono che sei un criminale. Come si è
espresso il Consiglio di Londra in merito alla tua situazione?»
«Hanno solo detto che, qualora Stokerton avesse confermato
le accuse, sarei stato considerato un fuggiasco e loro avrebbero
dovuto arrestarmi per aver assistito all’attacco ai danni del
presidente del Consiglio di Stokerton, aiutato e coperto un
fuggiasco e rivelato la mia identità a tre umani», spiegò Otis.
«Il fuggiasco sarebbe Tomas?» domandò Vikas alzando un
sopracciglio. Non sembrava per nulla contento.
«Si rifiutano di credere che sia morto», sospirò lo zio.
Vlad si morse il labbro inferiore tutto pensoso. «E se dicessi
loro quello che ho visto? Sarebbero costretti a crederci.»
Otis strinse le labbra e scosse la testa rivolgendo al nipote uno
sguardo severo. «Non voglio che ti avvicini a nessuno dei
Consigli finché la questione non sarà chiarita.»
«Sto solo cercando di rendermi utile», replicò il ragazzo
scivolando sulla sedia, il calice stretto al petto.
A quelle parole, lo sguardo dell’uomo si addolcì. «Non
preoccuparti, Vlad. Sono in buone mani qui con Vikas, e ho
amici in tutto il mondo disposti ad aiutarmi.»
«Amici vampiri?»
«Certo.»
Il giovane assunse un’espressione perplessa, poi obiettò:
«Aspetta un momento, hai rivelato solo a due umani che sei un
vampiro: Nelly e Henry».
«L’ho rivelato anche a te. Ricordati, Vladimir, che, finché
porti con te il Lucis, tutti a Elysia continueranno a dire che sei
umano, anche se sanno che non è così. Preferiscono sostenere
questa tesi che ammettere di essere incapaci di assicurare un
ragazzino alla giustizia. Temono ciò che sei, ma sono troppo
superbi per fare i conti con la realtà», spiegò Otis riprendendo il
suo bicchiere. «Naturalmente, se mai dovessero trovare un
modo per toglierti il Lucis... saresti in pericolo proprio come
me.»
«Se non di più. Ha ucciso D’Ablo. A dire il vero la sua stessa
esistenza è un abominio secondo le loro ridicole leggi»,
intervenne Vikas.
Vlad alzò un sopracciglio, confuso. «Qui in Siberia le leggi
sono diverse?»
«Qui viviamo come uomini liberi. Andiamo e veniamo come
ci pare e il Consiglio interviene solo quando si verificano
crimini davvero efferati.»
La voce di Otis si fece più aspra. «Magari c’è chi pensa che le
loro leggi non siano ridicole. Avrei potuto impedire a Vlad di
togliere la vita a D’Ablo, ma non l’ho fatto. Sapevo della
relazione di Tomas e Mellina, ma ho mantenuto il loro segreto e
li ho aiutati a fuggire. Ho anche svelato la mia natura agli umani,
non lo nego. Il punto non è se ho fatto o no queste cose, ma se le
ho fatte per una giusta ragione.»
«Gran parte della gente di Elysia è convinta che tu abbia
sbagliato», disse Vikas guardandolo dritto negli occhi.
«E forse hanno ragione. Se è così, affronterò la giustizia»,
asserì l’altro con serenità, come se sopportare le terribili
punizioni di cui Vlad aveva letto nell’Enciclopedia Vampirica
non fosse nulla di eccezionale.
Il nipote lo osservò ammirato.
Il padrone di casa, invece, scosse la testa con un’espressione
disgustata. «La tua visione del mondo è distorta, amico. Tomas
non avrebbe mai voluto che...»
«Tomas è morto credendo in quelle leggi! Era il
vicepresidente del Consiglio di Stokerton. O te ne sei
dimenticato?» tuonò Otis.
Nella sala piombò un silenzio inquietante e Vlad si agitò sulla
sedia, nervoso.
Lo zio chiuse gli occhi per un attimo, riaprendoli solo dopo
essersi calmato, e rivolse all’altro vampiro un cenno di scuse.
Non occorreva la telepatia per comprendere che il racconto sulla
morte dei suoi genitori doveva aver scosso Otis. Altrimenti
perché sarebbe esploso in quel modo?
Dopo un attimo, Vikas riprese la parola, la sua voce era
appena udibile. «Non l’ho dimenticato. E non ho dimenticato
neppure quanto ti opponesti alla sua scelta quando la fece, ma
tutti commettiamo degli errori. Tomas decise di rafforzare delle
leggi ingiuste, io ho scelto di giudicarti per le tue azioni passate
davanti a tuo nipote. E tu hai sempre sostenuto tuo fratello, pur
sapendo che era in errore. Non v’è nulla di criminale in questo.
D’altro canto hai appena rovesciato parte del tuo sangue e vino e
questo, mio caro amico, è un gesto orribile», fece notare con un
sorriso, cui Otis non tardò a rispondere.
Sollevato per l’allentarsi di quella strana e improvvisa
tensione, Vlad si schiarì la voce. «Quindi esistono tre Consigli in
tutto?»
Otis tamponò con uno straccio il sangue e vino che aveva
fatto cadere e, mentre il suo calice veniva riempito, ringraziò
con un cenno del capo Tristian. «Nove, a dire il vero. Stokerton,
Londra, Siberia, Pechino, Parigi, Atene, Edimburgo, Città del
Messico e Il Cairo. E fino a adesso sono ricercato da tutti, tranne
che da quello di Londra e da quello siberiano.»
«Che succederebbe se ti catturassero?» domandò il ragazzo,
non del tutto sicuro di voler conoscere la risposta.
L’Enciclopedia Vampirica elencava una serie di pene davvero
terribili per coloro che infrangevano le leggi di Elysia, e l’idea
che suo zio potesse essere soggetto a una qualsiasi di esse lo
terrorizzava a morte.
Come se avesse intuito a cosa stava pensando, l’uomo scosse
piano la testa.
Vikas fece altrettanto e domandò a Tristian di riempirgli il
bicchiere. «Se non vi spiace, per stasera abbiamo parlato già
abbastanza di morte.»
Otis mise una mano sulla spalla dell’amico e gliela strinse. Si
guardarono negli occhi in silenzio e Vlad ebbe il sospetto che i
due stessero avendo una conversazione che lui non poteva udire.
Dopo un attimo, Vikas rise e rivolse di nuovo il suo sguardo su
di lui. «Tuo padre ti ha mai parlato di me, Vladimir?» chiese.
Il giovane scosse la testa. Suo padre non gli aveva detto
neppure che aveva un fratello e tantomeno che esistevano altri
come loro. La cosa gli dava un po’ fastidio; dopotutto, cosa
avrebbe potuto guadagnare Tomas dal tenere nascosta
l’esistenza di Elysia? Eppure, si disse, il padre era fuggito dalla
sua gente e probabilmente lo aveva fatto per delle ottime
ragioni. «A dire il vero non parlava mai della sua vita prima
d’incontrare mamma. Eravate molto intimi?»
«Ma hai mai parlato di me a questo ragazzo?» domandò
Vikas a Otis con un’occhiata incredula. Lo zio cominciò a
balbettare e l’uomo guardò di nuovo Vlad divertito. «Sì,
eravamo intimi. Io sono diventato un vampiro molti anni prima
di tuo padre e tuo zio, eppure, fin dal giorno in cui ci siamo
conosciuti, tra noi si è instaurata una gran sintonia. È stata
immediata, come se fossimo amici da molto tempo. Colui che
aveva trasformato in vampiro Otis trasformò anche Tomas,
erano fratelli. E io fui ben contento di diventare la loro guida.
Per un periodo abitarono da me. Ne abbiamo combinate di tutti i
colori insieme, non mi sono mai divertito tanto con nessun
altro.»
«Mi dispiace, Vikas. Avrei dovuto parlargli di più di te»,
sussurrò Otis mandando giù un sorso di liquido dolciastro.
«Non c’è bisogno di scusarsi, se c’è un argomento di cui sono
ben lieto di parlare, sono le nostre gesta», replicò l’uomo
avvicinandosi a Vlad. Sembrava che quei ricordi gli avessero
dato nuova energia. «Prima che il ragazzo torni nelle Americhe,
dovremo fare una bella chiacchierata su che razza di
combinaguai fossero suo padre e suo zio», disse facendo
l’occhiolino all’amico, che ricambiò con un sorriso.
Rimasero lì a mangiare, bere e parlare di tempi più felici
ancora per molte ore.
Vlad assistette rapito alla scena che stava avendo luogo
davanti ai suoi occhi. Non riusciva a proferire parola. Poteva
solo annuire di tanto in tanto e meravigliarsi per la cordialità dei
suoi ospiti. Quei vampiri non somigliavano per niente a quelli di
Stokerton, lo avevano accolto come uno di famiglia.
Appena ne ebbe l’occasione, il giovane si avvicinò a suo zio e
domandò: «Qual è il nome con cui Vikas continua a
chiamarmi?»
«Mahlyenki Dyavol», rispose l’uomo con un sorriso.
«Sì, ma cosa significa?»
I due adulti si scambiarono un’occhiata e proruppero in una
fragorosa risata, poi Otis alzò il suo bicchiere verso il nipote e
rispose: «Significa ’Piccolo Diavolo’».
Dopo un altro scoppio di risa, Vikas e Otis si misero a
discutere in privato. Passarono facilmente dall’inglese al russo
e, a un certo punto, al francese. Vlad rimase ad ascoltare, ma non
si prese il disturbo di tentare di capire cosa stessero dicendo.
Non poteva fare a meno di chiedersi perché l’uomo gli avesse
dato quello strano soprannome, ma in quel momento non gli
andava di tornare sull’argomento. I due amici erano chiaramente
felici di essersi ritrovati e non se la sentiva di distrarli con le sue
domande. Prese il calice e, mentre lo faceva, la manica della sua
camicia si alzò, rivelando il simbolo tatuato sull’interno del
polso. Un vampiro magro con i capelli grigi seduto di fronte a
lui, vedendolo, gli rivolse un cenno d’approvazione. Il ragazzo
ricambiò lo sguardo, bevve e si appoggiò allo schienale della
sedia, felice di trovarsi fra i suoi simili.
Quindi quella era Elysia.
Mentre calava la notte, la sala pian piano si svuotò, finché
Vlad non rimase solo con suo zio e il loro ospite.
Otis appoggiò il proprio calice sulla tavola accanto a quello
del nipote. Da quando lo conosceva, il giovane non lo aveva mai
visto così allegro. «Ti sono molto grato per la tua ospitalità,
Vikas. Era da tanto che non mi godevo le gioie di Elysia.»
«Il piacere è tutto mio. Spero che prenderai in considerazione
l’idea di rimanere per sempre. Sono certo che, se ci provassimo,
riusciremmo a chiarire il fraintendimento con il Consiglio di
Stokerton.»
«No, non posso correre un rischio simile, ma grazie per
l’offerta», rispose Otis facendosi serio.
Vlad si stiracchiò e, prima che potesse dire che si sentiva
stanco, Vikas suggerì: «Adesso riposati, Mahlyenki Dyavol.
Domani onoreremo la memoria di tuo padre e dopodomani
inizieremo le lezioni sul controllo della mente e affronteremo le
difficoltà che hai con la telepatia».
Con uno sbadiglio, il ragazzo seguì Tristian in una delle
camere per gli ospiti e si lasciò cadere sul letto. La sua testa
aveva appena toccato il cuscino che gli occhi gli si chiusero e lui
si addormentò placidamente.
12
ONORARE TOMAS TOD
Vlad sistemò a fatica il tronco sulla pila e si tolse alcuni
trucioli di legno dai guanti. Con poco sforzo, Otis ne accatastò
altri due, ciascuno dei quali era grande il doppio di quello con
cui il ragazzo aveva lottato fino a pochi secondi prima. Mentre si
avviava verso la legna tagliata da Vikas per prendere altri due
ceppi, il giovane vampiro lanciò un’occhiata perplessa al
villaggio. «Non c’è molta gente stamattina. Dove sono tutti gli
altri?»
Lo zio aggiunse altri due tronchi alla pila e sorrise. «Gran
parte dei membri del Consiglio siberiano preferisce non alzarsi
durante le ore del giorno perché ritiene sia contrario alla nostra
natura.»
Il ragazzo spostò lo sguardo sull’uomo che li aveva accolti
sotto il suo tetto. Si era tolto la camicia per preparare altra legna
per il fuoco. «Ma Vikas non è il loro presidente?»
«Oh, sì, e lo amano moltissimo», rispose Otis incrociando le
braccia e appoggiandosi alla catasta di tronchi che avevano
preparato. Gli arrivava quasi alla vita.
«E quindi non dovrebbero seguire il suo esempio?» domandò
Vlad alzando un sopracciglio, interdetto.
«Se nel corso della storia i cittadini avessero seguito
l’esempio dei loro capi, la razza umana si sarebbe estinta secoli
fa», replicò lo zio con una buona dose d’ironia.
L’adolescente si fermò un istante a valutare quelle parole, poi
i suoi occhi tornarono a posarsi sul vampiro più anziano, ora
intento a tamponarsi la fronte imperlata di sudore. «Cosa pensa
la gente del fatto che lui si esponga alla luce del sole?»
«Da quanto ho sentito, ritengono che la sua determinazione a
svolgere delle attività nelle ore diurne sia quasi sacrilega.
Eppure ogni mese, quando vanno a Novosibirsk per fare
rifornimenti, fanno sempre in modo di portargli della lozione
solare», spiegò Otis, dandogli una pacca sulla spalla. «Solo
perché non concordano con lui su alcune cose non significa che
lo amino di meno, Vladimir.»
Vikas posò l’ascia e aggiunse gli ultimi ceppi al resto del
mucchio. Dopo averli sistemati con cura in cima, vi poggiò
sopra una mano. «Un buon combustibile per la nostra pira
funebre», commentò.
«Ma una pira funebre di solito non contiene un... un...»
balbettò Vlad.
«Un cadavere? Sì», ammise l’uomo. «Di solito il fuoco viene
appiccato al tramonto e continua a bruciare per tutta la notte. Il
corpo viene sistemato sulla legna poco prima dell’alba. Si
pronuncia qualche parola per dargli l’addio, gli sono tributati
tutti gli onori e i vampiri si ritirano in casa appena il sole
comincia a sorgere. Il cadavere inizia a bruciare all’alba, quando
i raggi del sole lo sfiorano, e il processo va avanti fino a sera,
quando del defunto non resta altro che cenere... e ricordi.»
Il ragazzo si morse piano il labbro inferiore. «Ma mio padre è
sepolto a Bathory.»
«Uno scempio cui un giorno porremo rimedio, Mahlyenki
Dyavol. Seppellire i morti è una barbarie. Non c’è onore. L’idea
di mettere un corpo in una cassa per avere qualcosa cui
attaccarsi quando tutto ciò che quella persona era è ormai
svanito mi dà il voltastomaco. I cimiteri sono per i vivi, non per i
morti», sbottò Vikas distogliendo lo sguardo dalla pira e
chinando il capo. «Perdonami, Vladimir. Non intendevo
insultare le tue usanze.»
Il giovane non disse niente. Non poteva. Per un attimo si era
illuso di far parte di qualcosa, di essere un vampiro come tanti.
Ma l’osservazione del suo istitutore aveva infranto
l’incantesimo: lui era strano per i vampiri proprio come lo era
per gli umani.
A parte ciò, era sorprendente scoprire l’evidente differenza
fra le tradizioni delle due specie. A legarli – a ben pensarci – non
c’era nulla, salvo per il rapporto cacciatore-preda.
Lo stomaco di Vlad brontolò.
Vikas sorrise. «Anch’io ho fame. Ma trattieniti, Mahlyenki
Dyavol. Saremo liberi di mangiare solo al tramonto, dopo il
funerale di tuo padre. È una tradizione. Tomas non può più
assimilare l’essenza della vita e quindi neanche noi
l’assimileremo finché non avremo onorato il suo ricordo.»
Il ragazzo annuì, comprendendo il senso di quell’usanza. Il
sole aveva già iniziato a calare e il cielo stava assumendo varie
sfumature di rosa e oro. Mentre si faceva buio, alle finestre della
casa di legno cominciarono a comparire delle luci. A quanto
pareva gli altri vampiri erano svegli. Il funerale di suo padre
stava per avere inizio.
Vlad lanciò un’occhiata a Otis, seduto sulla panca accanto a
lui con espressione solenne. Lo zio appariva stanco ma fiero,
triste ma grato del fatto che altri stessero condividendo quel
momento con loro. Il nipote capiva i suoi sentimenti, perché
erano gli stessi che anche lui stava provando. La veglia era
durata tutta la notte: ore e ore passate ad alimentare le fiamme in
un silenzio assoluto e totale, sia verbale sia mentale.
L’attenzione di tutti i presenti era consacrata esclusivamente alla
memoria di Tomas Tod.
Alla fine Vikas si era alzato e aveva preso posto al centro
della folla riunita, accanto alla crepitante pira funebre. Tutti
avevano alzato lo sguardo verso di lui, come spinti da un unico
pensiero. Solo allora Vlad aveva percepito la voce dell’uomo
nella sua testa. Era profonda e aveva un forte accento. Suonava
affettuosa e confortante, proprio come la sua vera voce.
«Iniziamo.»
Improvvisamente le membra e la mente del ragazzo si
rilassarono e lui si appoggiò alla panca, osservando stupefatto e
meravigliato la pira che incombeva su di loro.
Una volta che Vikas ebbe ottenuto la loro attenzione, parlò ad
alta voce. «Tomas Tod era molte cose. Un amico, un fratello e...
un padre», disse con un cenno in direzione di Vlad. «Ma, prima
di tutto, era un vampiro. Il migliore che abbia mai conosciuto nei
miei novecentonovantotto anni, a dire il vero.»
L’adolescente dovette trattenersi dallo spalancare la bocca.
Non avrebbe dato a Vikas più di trentacinque anni, non aveva
neppure una ciocca di capelli grigi eppure era lì, ad affermare di
essere ormai prossimo al millennio di vita. Doveva
assolutamente chiedere a suo zio quanto fosse vissuto il più
longevo dei vampiri.
Il capo del Consiglio siberiano gettò un’occhiata al fuoco e
rabbrividì, ricacciando indietro le lacrime che avevano lottato
per scorrere fin dal momento in cui aveva appreso della morte
dell’amico. «Oggi lo onoriamo nella morte, come lui ci ha
onorati in vita. E come Tomas ha accolto suo figlio, Vladimir,
così noi stessi lo accoglieremo come un fratello, un vampiro, un
figlio. Quanto alla sposa di Tomas...»
Gli altri vampiri si agitarono, palesemente a disagio. Uno
fece per alzarsi ma, dopo aver scambiato uno sguardo con Vikas,
si rimise seduto.
«Mellina è stata al fianco di Tomas quando nessuno di noi
poteva farlo, durante il lungo periodo da lui trascorso senza il
conforto di Elysia, e nel momento estremo della sua terribile e
inaspettata dipartita. Alla madre del giovane Vladimir dobbiamo
grande rispetto, per questo stasera la onoriamo come onoriamo
suo marito, il nostro fratello», sentenziò il capo della divisione
siberiana. «Tomas si era appena affacciato alla sua vita da
vampiro il giorno in cui fu portato da me affinché gli facessi da
insegnante. Era dotato di una saggezza insolita per la sua età,
aveva una gran voglia d’imparare e un senso dell’umorismo
incredibile, che più di una volta ha finito con il distoglierci dalle
nostre attività. Fu in quel periodo che lui e Otis si conobbero e,
grazie a loro, io stesso ho imparato a riconoscere il valore
dell’amicizia.» Il sorriso di Vikas si allargò e i suoi occhi
brillarono. «Tomas era un allievo molto dotato, soprattutto
quando si trattava di controllare le menti. Ricordo con piacere il
nostro primo viaggio a Mosca. Ero il suo insegnante solo da due
settimane e, con mia sorpresa, lui riuscì a far danzare diverse
decine di turisti intorno a una fontana. Quando i poliziotti
giunsero a interrompere quella celebrazione improvvisa, lui li
fece unire al grande girotondo. Fu davvero uno spettacolo.»
Nonostante la solennità dell’occasione, molti vampiri
scoppiarono a ridere. Il loro leader si asciugò gli occhi e attese
che l’improvvisa ilarità si placasse prima di riprendere la parola.
«Molti di noi sono rimasti turbati quando hanno scoperto che
Tomas aveva abbandonato Elysia per amore di un’umana, ma
dobbiamo ricordare che il nostro amico non era il genere di
persona che segue le orme degli altri: lui cercava strade nuove e
faceva a modo suo. Era un criminale, sì, ma anche un pioniere,
un grande uomo, una persona che molti di noi dovrebbero
cercare di emulare.»
Vikas guardò i presenti a uno a uno, finché tutti non ebbero
compreso l’importanza di ciò che stava per dire. Anche Vlad
ricacciò indietro le lacrime e si preparò all’ascolto.
«Una parte di me – una parte di noi – è morta con lui.
Dobbiamo fare in modo di non dimenticarlo mai.» L’uomo fissò
le fiamme per un attimo in quella che sembrò una preghiera
silenziosa, poi alzò gli occhi al cielo che cominciava a
rischiararsi e diede sfogo alle lacrime. Uno alla volta, tutti i
vampiri si alzarono in silenzio e, prima di girarsi per fare ritorno
alle loro case, si avvicinarono al fuoco. Otis guardò Vlad e
indicò la pira con un segno del capo. Lui si alzò e lo seguì ma,
quando furono in prossimità delle fiamme, si rese conto di non
sapere cosa fare.
«L’usanza è quella di dire addio, ma nessuno può chiedere a
te di fare una cosa simile, così come non è possibile chiederlo a
me o a Vikas», spiegò lo zio stringendogli una spalla. «Di’ solo
ciò che diresti se fosse qui ad ascoltarti. Lui c’è, sai? Ovunque
andiamo dopo la morte, lui è lì e ti ascolta», aggiunse
sforzandosi di trattenere le lacrime. Poi lui e Vikas si voltarono e
con passo lento si diressero verso la grande casa di legno,
lasciando Vlad da solo.
Il giovane rimase lì per vari minuti. Il sole stava sorgendo
all’orizzonte. Se voleva almeno cercare di non infrangere la
tradizione dei vampiri, avrebbe fatto meglio a pensare in fretta
cosa dire. Ma c’era davvero altro da dire? In fondo parlava alla
foto di suo padre ogni notte da quattro anni.
Facendosi coraggio si schiarì la voce e fissò le fiamme. «Mi
manchi, papà. Otis mi sta insegnando molte cose e tra poco
anche Vikas mi darà una mano. Spero... spero di renderti
orgoglioso. Ci sto provando.» Una volta pronunciate quelle
parole, si girò e fece un passo prima di fermarsi e sussurrare
nell’aria gelata: «E non preoccuparti, papà. Non ti dirò mai
addio. Otis ha ragione, nessuno potrà chiedermi di farlo. Mai».
Poi accelerò il passo e si affrettò a entrare nel grande edificio
di legno. La porta si era appena chiusa dietro di lui quando la
luce del sole colpì la pira.
13
CONTROLLO MENTALE
Vlad aprì la porta e trovò Vikas ad attenderlo. «Vieni avanti,
Vladimir. È arrivato il momento d’imparare qualcosa.»
«Quindi il funerale è finito?» domandò il ragazzo ricacciando
indietro le lacrime.
L’uomo annuì. «Quasi. Continueremo il nostro digiuno fino
al tramonto e poi faremo un banchetto. Solo allora il funerale
sarà ufficialmente concluso. Devo avvertirti che le tue capacità
di leggere e controllare la mente potrebbero essere
compromesse dal digiuno, ma dobbiamo comunque fare qualche
tentativo. Non abbiamo molto tempo prima del tuo ritorno nelle
Americhe.»
«A dire il vero trovo più facile leggere i pensieri altrui
quando sono affamato», ribatté timidamente il giovane vampiro.
Vikas lo fissò per un attimo con aria incredula, poi sospirò.
«Forse questa settimana non sarò il tuo unico insegnante. Sei
pronto per iniziare?»
«Cosa devo fare?» chiese Vlad spostando il peso da un piede
all’altro.
«Vieni con me. Non abbiamo bisogno di distrazioni.»
Attraversarono la sala fino ad arrivare a un’altra stanza e
uscirono dall’edificio. Mentre scendevano i gradini e iniziavano
a solcare la neve diretti a un’altra struttura in legno, Vikas
spiegò: «Stiamo andando in una stanza dove non ci sono
finestre, la luce non può penetrarvi e nemmeno i rumori esterni.
All’inizio potresti trovare la cosa sgradevole, ma cerca di
resistere. L’idea è quella di isolarti dal resto del mondo, in modo
che tu possa entrare in contatto ancor più profondo con i tuoi
poteri».
«Tu verrai con me?» chiese il ragazzo ansioso.
«Sì. Sì, certo», lo rassicurò Vikas.
Davanti a loro comparve una piccola casa di legno. Proprio
come aveva anticipato il suo istitutore, fatta eccezione per la
porta, era priva di aperture. Prendendo un bel respiro per darsi
coraggio, Vlad seguì l’uomo su per le scale ed entrò nella strana
struttura. La luce che filtrava dalla porta tracciava una linea sul
pavimento e il giovane intravide due sgabelli in mezzo alla
stanza. Per il resto, quel luogo era completamente deserto.
Quando Vikas chiuse la porta, Vlad ebbe la sensazione che da
quel momento in poi le tenebre sarebbero state la sua sola
compagnia. Emise una serie di respiri nel tentativo di ritrovare il
controllo di sé e cercò di guardarsi intorno. Era inutile, la stanza
era immersa in un buio pesto. Gli unici suoni udibili erano
quello del suo respiro e il battito lento e regolare del cuore del
suo accompagnatore.
«Ora, Mahlyenki Dyavol, voglio che ti concentri sul tuo
cuore, sul sangue che ti pompa nelle vene, sull’aria che entra ed
esce dai tuoi polmoni. Prova a sentire in te la vita e l’energia
sprigionata dal tuo corpo.»
Lui fece ciò che gli era stato chiesto. All’inizio chiuse gli
occhi, ma, quando si rese conto di che azione ridicola e inutile
fosse quella, li spalancò. Il suo battito cardiaco rallentò un po’:
non era ancora controllato come quello di Vikas, ma la tensione
si stava sciogliendo. Il sangue fluiva nelle sue vene e il suo
respiro era più profondo e stabile.
La voce del maestro era dolce e suadente. «Bene. Molto bene.
Adesso insinuati piano nella mia mente. A cosa sto pensando in
questo momento?»
«Stai pensando...» Vlad ricacciò indietro le lacrime. «Stai
pensando a quanto somiglio a mio padre.»
«Benissimo. Adesso voglio che ti concentri su Otis. Dov’è?
Cosa sta facendo, a cosa sta pensando? Come si sente? Insinuati
con forza, se è necessario, e non innervosirti se non riesci a
raggiungerlo. La distanza rappresenta un problema per molti
vampiri.»
Il ragazzo prese un respiro profondo e si concentrò sul volto
dello zio. Pensò al sangue e a quanto fosse vuoto il suo stomaco,
poi iniziò a spingersi nella mente dell’uomo.
Otis si tolse i guanti con dita tremanti. Non si era reso conto
di quanto sarebbe stato difficile vedere Vlad affrontare i riti
funebri. Per tutta la durata della cerimonia aveva sentito il
dolore che promanava da suo nipote, ma non aveva potuto fare
niente per fermarlo. Adesso Vikas lo stava addestrando e lui non
riusciva a smettere di chiedersi cosa stesse accadendo nella
stanza delle esercitazioni. Comunque fossero andate le cose, non
avrebbero avuto che un piccolo assaggio di quanto potente il
ragazzo sarebbe potuto diventare in futuro. All’interno di quella
camera un vampiro non era soggetto a nessuna distrazione e
aveva modo di sperimentare le meraviglie che la pratica poteva
fare per accrescere i suoi poteri. Molti ne uscivano delusi, con la
convinzione di essere deboli. Lui ricordava di aver lasciato
l’aula pieno di speranza. Aveva dimostrato un’abilità che
andava oltre il suo livello di comprensione e si augurava che
anche per Vlad sarebbe stato così. Non c’era modo di sapere con
certezza come sarebbero andate le cose dal momento che nelle
sue vene scorreva il sangue umano della madre. Forse ne
sarebbe uscito con la consapevolezza di non essere in grado di
sviluppare i propri poteri oltre un livello base. Una delusione per
entrambi.
L’uomo si prese la testa tra le mani.
E se la profezia avesse detto il vero? Se il ragazzo fosse stato
davvero il Pravus?
Improvvisamente Otis sentì la necessità di sedersi e avvertì
un curioso pizzicore nella testa, come se qualcuno ci stesse
frugando dentro...
Vlad uscì dai suoi pensieri boccheggiando.
«Hai visto qualcosa che ti ha sorpreso? Spiegami come fai a
leggere una mente. Vedi delle parole scritte? Le senti?» chiese
Vikas sollecito.
Il suo allievo si schiarì la voce. «No, è come se diventassi
quella persona. La vedo, la sento, provo le sue stesse sensazioni,
penso all’unisono con lei.»
L’istitutore rimase in silenzio per un istante che parve eterno.
Il giovane vampiro stava per chiedergli se qualcosa non andava,
quando finalmente lui disse: «Ieri sera mi hai parlato del tuo
servo, dove si trova?»
«Henry? È a Bathory.» Il ragazzo si sforzò, ma non riuscì a
ricordare di aver menzionato Henry per tutta la serata.
«Perché?»
«Raggiungilo mentalmente.» Il tono di Vikas era calmo, ma
Vlad ebbe l’impressione che si stesse sforzando per apparire
tranquillo.
«Ma è praticamente dall’altra parte del mondo. Non penso di
poter...»
«Provaci. Questa stanza è studiata per ridurre le difficoltà che
normalmente incontreresti cercando di raggiungere una persona
molto lontana. Qui dentro sarai in grado di fare cose che non
potresti mai fare altrove.»
L’allievo rilasciò un lungo sospiro e tentò di rilassarsi, poi si
concentrò sul suo migliore amico, insinuandosi nella sua mente.
Henry guardò Joss. Non aveva idea di che cosa stesse
facendo suo cugino, ma certamente non stava vincendo.
Schiacciò il bottone del turbo, fece a pezzi l’androide del suo
avversario e alzò le braccia in segno di trionfo. Non c’era nessun
dubbio: ai videogiochi Joss era persino peggio di Vlad.
Almeno con Vlad qualche volta doveva sforzarsi.
Il vampiro uscì dalla mente di Henry con un sorriso e ricordò
a se stesso di giocare più spesso contro Joss. Se non altro,
avrebbe fatto bene alla sua autostima.
«Eccellente. Sei davvero dotato, Mahlyenki Dyavol», si
congratulò Vikas. «Adesso passiamo al controllo mentale.
Voglio che t’insinui di nuovo nella mente di Otis, ma questa
volta dovrai suggerirgli un’azione e spingerlo a eseguirla. Prendi
il controllo delicatamente, in modo che lui non se ne renda
conto, e fagli grattare la fronte.»
Vlad mosse nervosamente le gambe, esitando. L’idea di
controllare suo zio gli sembrava strana. Henry era una cosa, ma
quello era Otis.
«C’è qualcosa che non va?»
«No, è solo che io...» rispose schiarendosi la voce e cercando
senza successo lo sguardo del suo istitutore nella stanza buia.
«Se non ti dispiace, preferirei concentrarmi su...»
«Vladimir, questa è una parte fondamentale delle tue lezioni.
Devi imparare a controllare la mente delle altre persone. In
questo modo ti sarà più facile controllare il tuo servo e coloro di
cui t’importa poco o nulla. Le persone a te più vicine, quelle cui
tieni di più, saranno le più difficili. Si tratta di un tipo di blocco
mentale che la maggior parte di noi non riesce a spezzare, ma tu
hai il potenziale per diventare il più grande vampiro che io abbia
mai visto. Più potente persino di tuo padre. A dire il vero, forse
addirittura più potente di me. Ma devi...»
«A me tutto questo non interessa», lo interruppe Vlad con
voce tremante. Non voleva deludere Vikas, ma quella era una
questione su cui non era disposto a cedere. Se controllare Henry
lo faceva sentire solo leggermente in colpa, controllare suo zio
lo avrebbe fatto stare malissimo.
L’insegnante abbassò la voce tanto che il ragazzo dovette
protendersi per sentirlo. «Invece dovrebbe. Ben pochi vampiri
hanno le tue doti. Pensavo che il sangue di tua madre avrebbe
diminuito le tue capacità, ma mi sbagliavo. Potresti diventare
una creatura estremamente dotata, ma devi fidarti di me.»
Il giovane chiuse gli occhi e poi li riaprì. Si erano abituati
all’oscurità, ma lui si era stufato di quel buio. «Mi dispiace, non
posso fare ciò che mi chiedi.»
«Va bene. Se devo essere severo con te, lo sarò. Vedo Otis
nella tua mente. È seduto al tavolo da solo e ha la fronte
appoggiata alla mano sinistra.»
«Fermati. Non lo farò.»
«Solo un colpetto. Un piccolo movimento. Una grattatina.»
«No!» Senza pensare il ragazzo s’introdusse nella mente del
suo maestro.
Vikas incespicò all’indietro, facendo cadere lo sgabello a
terra. Il ragazzo era forte, su quello non c’era dubbio... ma era
stanco, lontano da casa e chiaramente non voleva imparare come
controllare le azioni altrui, soprattutto quando si trattava di suo
zio. Era ora di smetterla per quel giorno.
Vlad uscì dai pensieri di Vikas.
«Per oggi è ora di smetterla.»
Il giovane vampiro non avrebbe voluto spingersi così oltre,
ma non aveva avuto scelta.
L’uomo aprì la porta e nella stanza filtrò la luce, dando loro il
bentornato nel mondo esterno. Avevano appena percorso i
gradini, quando Vikas si fermò. «Non era necessario, Mahlyenki
Dyavol. Non avresti dovuto esercitare su di me il tuo controllo.»
Il ragazzo scosse la testa. Avrebbe dovuto sentirsi in colpa,
ma non era così. «Ma tu non avresti sentito ragioni.»
Dopo un attimo, il suo istruttore gli rivolse un sorriso
affettuoso. «Quindi, forse, adesso puoi comprendere perché è
così importante che tu sviluppi questa capacità.»
Vlad rimase fermo a riflettere per un attimo. Vikas non aveva
tutti i torti.
Giunti in prossimità dell’edificio principale, la porta si aprì,
lasciando uscire Otis. Nel suo sguardo c’era una scintilla
d’impazienza. «Com’è andata?»
«Avevi ragione su di lui. Tuo nipote è enormemente dotato. È
persino riuscito a far sì che io terminassi prima la nostra
lezione», rispose il russo a bassa voce, senza però riuscire a
nascondere del tutto il suo entusiasmo.
Otis rimase a bocca aperta.
Vlad stava per scusarsi ancora, quando i due uomini
scoppiarono a ridere.
«Vieni. Ci riscalderemo accanto al camino fin quando non
inizierà il banchetto», gli disse Vikas salendo i gradini
dell’ingresso e sfiorando il simbolo che avrebbe fatto aprire la
porta.
Il giovane fece per seguirlo, ma suo zio lo fermò,
premendogli una mano sul petto. «Se ti ritrovo ancora nascosto
nei miei pensieri, Vlad, sarò davvero contrariato. Tu stai fuori
dalla mia mente e io sto fuori dalla tua. D’accordo?» sussurrò
chinandosi verso di lui.
Il nipote arrossì pensando a tutte le cose che avrebbe preferito
tenere per sé – come le sue gite notturne al campanile – e annuì.
«D’accordo.»
Una volta dentro casa, Vlad trascorse il resto della giornata
seduto su una grande poltrona imbottita davanti al camino,
ascoltando Otis e Vikas che rievocavano le loro avventure.
Parlavano spesso di Tomas e, di tanto in tanto, uno degli altri
vampiri si univa a loro per condividere un racconto sulle
imprese del padre o su qualcosa di buffo che era successo
mentre erano in sua compagnia. Alla fine dell’ennesima storia,
lo zio ridacchiò. «Avevo detto a Tomas di non terrorizzare
Vikas in quel modo, ma alla fine speravo davvero che lo
facesse.»
Il loro ospite proruppe in una fragorosa risata. «Quell’estate
vi comportaste davvero come vandali, sei fortunato che io non
sia tipo da serbare rancore.»
A un certo punto, il ragazzo si accorse che la sala brulicava di
gente: era come se tutti i vampiri della Siberia si fossero
svegliati e fossero in attività. Stava per chiedere a Otis perché
quel giorno tutti fossero rimasti svegli, quando si rese conto che
la risposta era ovvia: stavano onorando suo padre Tomas. Dal
momento che lui non avrebbe più potuto dormire, anche loro
sarebbero rimasti svegli finché il banchetto non si fosse
concluso.
Quando il sole scomparve all’orizzonte, Vlad aveva quasi
dimenticato la sua fame immensa e pressante.
Quasi.
La porta si aprì e tutti in sala, eccetto Otis, Vikas, Tristian e
lui stesso, si avviarono in tutta fretta verso l’uscita. Di fronte
all’espressione perplessa del giovane vampiro, il padrone di casa
sorrise. «Il banchetto ha inizio.»
«Ma qui dentro c’è un sacco di sangue e di vino. Dove stanno
andando?» domandò l’adolescente perplesso.
Vikas e Otis si scambiarono un’occhiata prima che
quest’ultimo si rivolgesse a lui in tono solenne. «Vanno a
nutrirsi direttamente alla fonte, Vladimir. Noi banchetteremo
qui per riguardo nei tuoi confronti.»
Lo stomaco del ragazzo si attorcigliò. Persone. Si sarebbero
nutriti di persone. L’idea non avrebbe dovuto nausearlo, eppure
era così. Lanciò un’occhiata a Tristian, che stava radunando dei
calici e una brocca di sangue e vino dall’altra parte della stanza.
«E Tristian? Anche lui stanotte si nutrirà di esseri umani?»
«Scusami se non te l’ho detto prima, Mahlyenki Dyavol, ma
Tristian non è un vampiro», spiegò il suo maestro. «È un mio
servo fedele da ormai dieci anni, aveva appena la tua età quando
è arrivato.»
Vlad osservò l’altro giovane mentre serviva loro le prime
portate del banchetto e scosse lentamente la testa. Non aveva
proprio pensato che lui potesse non essere un vampiro, i suoi
modi di fare sembravano così simili ai loro. «E per quanto tempo
sarà il tuo servo?»
«Per tutta la sua vita mortale», rispose Vikas evitando di
guardare Tristian.
Vlad bevve una sorsata di sangue e vino, gustando il
miscuglio dolciastro sulla lingua e godendo del sapore deciso e
della consistenza setosa. Guardò ancora Tristian e il suo
padrone, poi disse: «Henry è un buon servo. Vorrei solo che
fosse un po’ più presente. Non c’è mai quando quei vermi a
scuola mi tormentano».
Vikas sorrise. «Non è compito di un servo proteggere un
vampiro, semmai è il contrario. Devono solo controllarti quando
dormi – se lo fai durante il giorno –, consigliarti possibili fonti di
nutrimento, e fare qualche commissione per te. Niente di più.
Noi vampiri dobbiamo difenderci da soli.»
Il ragazzo sospirò. Fantastico. Non solo era meno al sicuro di
quanto pensasse, ma doveva anche cavarsela da solo quando dei
bulli lo infastidivano. Cercò di immaginare se stesso e Henry al
posto di Vikas e Tristian, ma non ci riuscì. Lui non aveva dubbi
sul fatto che, se mai l’amico avesse deciso di non essere più il
suo servo, gli avrebbe reso la sua libertà all’istante e senza fare
domande... se avesse potuto.
«Otis, se tutto ciò che un vampiro deve fare per creare un
servo è morderlo, perché il mondo non è invaso dai servi?»
chiese a un tratto il giovane incuriosito.
I due adulti si scambiarono un’occhiata prima che suo zio
rispondesse: «La maggior parte degli umani non sopravvive ai
nostri morsi, Vladimir. Spesso li uccidiamo per pietà, in modo
da porre fine immediatamente a quella che per loro sarebbe una
vita di schiavitù».
Vikas serrò la mascella. «Non glissare sulla verità, amico
mio. La maggior parte dei vampiri uccide per piacere, non per
pietà», disse in tono cupo.
«E quindi perché i servi non vengono trasformati in
vampiri?» domandò ancora Vlad, dopo un attimo di riflessione.
Otis riportò lo sguardo sul nipote, come interrompendo una
conversazione silenziosa con Vikas. Quando parlò, la sua voce
era dolce, gentile. «Quando un vampiro ne crea volontariamente
un altro infonde in esso la sua essenza. A volte ciò avviene
tramite uno scambio di sangue, ma esistono anche altri modi. In
ogni caso, come per la questione dei simboli – un argomento che
approfondirai più avanti –, la volontà del vampiro è la chiave di
tutto.»
Il ragazzo annuì. Quello della volontà era un concetto molto
sensato.
Vlad fu risvegliato dal rumore di un pugno che sbatteva su un
tavolo. Si mise seduto nel letto e rimase in ascolto. Dalla porta
filtrò la voce tremante di rabbia di Otis: «Lui non è quello che
dicono i pettegolezzi!»
«E se lo fosse? Se Vladimir Tod fosse davvero il Pravus?»
intervenne Vikas con tono calmo ma fermo.
Seguì un lungo silenzio.
Alla fine lo zio parlò di nuovo, ma questa volta la sua voce
era rotta dal pianto. «Non so cosa dire.»
«E allora lascia che sia io a parlare. Come ha fatto Vladimir a
ottenere il Lucis? Per un ragazzino della sua età, si tratta di un
potere enorme da gestire.»
Otis esalò un lungo sospiro. «Tomas lo rubò al Consiglio di
Stokerton. Immagino che volesse proteggere suo figlio dalla
loro vendetta e, in effetti, si è rivelato molto utile.»
«Vladimir è salvo, per cui – tutto considerato – il furto di
Tomas si è rivelato una scelta saggia.» Vikas riempì il proprio
bicchiere e, dopo qualche sorsata, continuò: «Ti spaventa il fatto
che porti il Lucis con sé?»
«Certo che sì, ma mi spaventa di più ciò che accadrebbe se
dovesse perderlo.» Poi il tono dell’uomo cambiò, come se quelle
parole avessero sorpreso persino lui. «Come hai detto tu, è una
quantità di potere enorme per qualcuno così giovane.»
Le parole del loro ospite si fecero più caute: «Chi avrebbe
potuto immaginare che Dom Augustine Calmet, l’anima più
pura che sia mai entrata a Elysia, amante dell’umanità,
costruttore di un ponte tra i nostri mondi, sarebbe stato il
creatore di uno strumento così mostruoso?»
Vlad sentì lo zio muoversi nervosamente avanti e indietro per
la stanza, come se quella conversazione stesse mettendo a dura
prova la sua pazienza. «Quell’uomo pensava che per i vampiri
fosse giunto il momento di farsi da parte. Secondo lui gli umani
erano destinati a diventare la specie dominante sulla Terra.»
«Che sciocco», commentò Vikas.
«Almeno lui sapeva di chi poteva fidarsi.»
«Metti in dubbio la mia lealtà?»
«Metto solo in dubbio le ragioni che stai adducendo per non
aiutarmi.» Otis fece una pausa. «Vieni a Bathory, proteggi
Vladimir mentre sono via. Puoi fare in modo che sia al sicuro. Il
Consiglio di Stokerton non oserebbe...»
«Perché non fai rimanere il ragazzo qui?»
«Non posso. La sua tutrice non si darebbe pace.»
«Lo stesso sarebbe per me, nel caso dovessi abbandonare il
mio posto per fare da balia a un ragazzino che non ne ha affatto
bisogno.» Sembrava che il padrone di casa si stesse versando
dell’altro vino e sangue, infine sospirò e disse: «Sei
preoccupato, Otis. E a ragion veduta, scappare da Elysia è stato
molto arduo per te. Ha messo a dura prova la tua razionalità».
«E allora non farlo per me. Fallo per Tomas, per nostro
fratello, il nostro amico. Fallo perché la sua memoria non
perisca con suo figlio. Proteggilo, Vikas. Proteggi Vlad.»
L’altro vampiro rispose lentamente, come se volesse
assicurarsi che Otis comprendesse ogni sua parola. «Mi chiedi
troppo, amico mio.»
Ci fu un altro lungo silenzio seguito da passi concitati e dallo
sbattere di una porta. Il rumore fu così forte che Vlad si ritrovò il
cuore in gola. Rabbrividendo, sgusciò fuori dalla propria stanza
e chiuse la porta dietro di sé.
Quando raggiunse il salone, il fuoco stava ancora
scoppiettando nell’enorme camino, inondando la stanza di una
luce dorata. Il giovane si avvicinò alla fonte di calore,
strofinandosi le braccia: aveva la pelle d’oca.
Senza esitare andò a sedersi di fronte al camino, nella
poltrona vicina a quella del suo maestro. Erano soli nella sala,
cosa che allo stesso tempo aveva il potere di agitarlo e
confortarlo.
Le finestre erano coperte da tende pesanti, ma Vlad riusciva a
vedere il lieve bagliore della luna filtrare attraverso di esse.
Vikas gli porse una caraffa di sangue e vino. Lui la accettò e
prese un calice da un tavolo vicino, affinché l’uomo lo
riempisse.
Il presidente del Consiglio siberiano continuava a fissare il
fuoco in silenzio.
Il giovane pensò a come dare inizio alla discussione, ma gli
sembrava solo di girare intorno al problema. Dopo qualche
minuto, si fece coraggio e disse: «Vi ho sentito litigare».
Vikas annuì, ma non disse niente. Non sembrò nemmeno
sorpreso dal suo approccio così diretto.
Il giovane vampiro si schiarì la voce e continuò: «Mi hai
chiamato in uno strano modo».
«Ti dà fastidio essere chiamato Piccolo Diavolo? Mi
dispiace.»
«No, non mi riferivo a quello», rispose Vlad, la testa china.
«Mi hai chiamato Pravus. Cosa significa?»
L’uomo assunse un’espressione cauta; lanciò un’occhiata in
direzione della porta che Otis aveva sbattuto uscendo e poi
incontrò lo sguardo del ragazzo. «Quella del Pravus è una storia
antica. Tuo zio non te l’ha raccontata?»
Vlad scosse il capo e bevve un altro sorso. Il sangue speziato
gli diede una piacevole sensazione di calore.
Il suo istitutore scolò il proprio bicchiere e lo riempì di
nuovo. Infine riprese a parlare in tono risoluto. «Tanto tempo fa,
quando mio nonno era giovane – e bada, Mahlyenki Dyavol, che
mio nonno, l’uomo che ha trasformato in vampiro il mio
creatore, ovvero mio padre, adesso ha più di duemila anni –, fu
scoperta un’antica profezia. Si trattava probabilmente della più
importante mai portata alla luce nel mondo dei vampiri. Parlava
di un esemplare dall’origine unica: nato e non creato.»
Qualcosa di bagnato colò sui jeans di Vlad e il ragazzo
imprecò quando, abbassando lo sguardo, si rese conto di aver
versato parte del contenuto del suo calice.
Vikas gli porse un fazzoletto e, mentre lui tamponava la
macchia e si appoggiava nuovamente allo schienale della
poltrona, riprese a parlare. «La profezia diceva che un giorno
sarebbe arrivato tra noi un vampiro grande e potente. Per crearlo
sarebbero state infrante alcune leggi. Sua madre sarebbe stata
una creatura umana e la luce del sole non gli avrebbe arrecato
nessun danno. Sarebbe stato in grado di manipolare la mente
della maggior parte delle creature viventi e nessun mezzo noto ai
vampiri e agli umani avrebbe potuto ucciderlo. Ferirlo sì, ma
non ucciderlo. Questa creatura è nota come Pravus», terminò
Vikas vuotando il bicchiere. «A Elysia molti ritengono che il
Pravus sia arrivato. E io conosco un solo vampiro che è nato,
Vladimir.»
«Io», mormorò il ragazzo.
«Non tutti credono tu lo sia. A dire il vero, un gruppo ben
nutrito di persone ritiene che la profezia non sia altro che una
favola, ma c’è di più.» L’uomo si alzò e si avvicinò al fuoco,
appoggiando il gomito sulla mensola del camino. «Ciò che sto
per rivelarti turba il sonno di molti dei nostri confratelli,
Mahlyenki Dyavol, qualunque sia la loro opinione su di te.»
Vikas si girò, mettendosi di fronte a Vlad. La sua ombra
tremolava sul muro e la sua voce era roca, come se
quell’argomento avesse il potere di sconvolgere anche un essere
potente come lui. «È stato profetizzato che il Pravus verrà per
dominare su tutti i vampiri e che schiavizzerà l’intera razza
umana.»
Il giovane rimase a bocca aperta per lo sgomento e il maestro
annuì in risposta alla sua silenziosa domanda. Era tutto vero.
Il tatuaggio nella parte interna del polso di Vlad brillò
intensamente e lui scosse la testa, incapace di comprendere
quello che aveva sentito. «Non sono il Pravus. Anche se la
profezia è vera e un giorno arriverà davvero un tizio nato così...
non sono io. Non sono il Pravus.»
«Ne sei davvero sicuro?»
Il vampiro abbassò lo sguardo. A dire il vero non era sicuro di
niente, ma sapeva che non avrebbe mai schiavizzato la razza
umana. Dopotutto, Henry ne faceva parte e lui doveva ancora
batterlo a Race to Armageddon. «Pensi che io sia un mostro
pronto a sottomettere l’umanità e a tiranneggiare sui vampiri?»
«Non un mostro, un mito vivente... e ciò che penso io non è
rilevante.»
Vlad prese quella risposta come un sì e sospirò. «E Otis? Lui
cosa pensa, esattamente?»
«Forse faresti meglio a porre questa domanda direttamente a
tuo zio», si limitò a rispondere l’uomo.
Il ragazzo gli restituì il fazzoletto e si alzò. Si aspettava quasi
che Vikas ritraesse la mano quando le loro dita si toccarono, ma
non lo fece. «Dimmi cosa pensi», insistette.
«Penso che tu sia unico e, nel mondo dei vampiri, questa è
una cosa pericolosa. Ma, soprattutto, credo che tu abbia ben più
potenziale di quanto immagina Otis. Mi piacerebbe che
imparassi a difenderti da solo dai tuoi nemici. Sempre che tu sia
in grado di farlo.»
«Io non ho nemici. Voglio dire, ci sono quei ragazzi a scuola,
ma sto affrontando la cosa», replicò il giovane pensando
all’ammazzavampiri, a Eddie e a Bill e Tom. Ultimamente non
era proprio Mr Popolarità, ma non avrebbe definito nessuno di
loro un nemico. Be’... tranne Bill e Tom.
Vikas scosse la testa, il suo sguardo sembrava di nuovo
profondamente triste. «Alcuni credono che il Pravus sia un dio
che vive tra i vampiri e ritengono che l’unico modo per provarne
l’esistenza sia attentare alla sua vita per vedere se riesce a
venirne fuori incolume. La sua morte rivelerebbe che erano in
errore e che il vero Pravus deve ancora venire. Ma se
sopravvivesse...»
Ci mancava solo quella.
«Vuoi dire che qualche pazzoide potrebbe cercare di
uccidermi solo per vedere se sono questo diavolo di Pravus?»
«Stai attento, Vladimir. E ascolta tuo zio. Agisce per il tuo
bene», si limitò a dire l’uomo avvicinandosi alla porta,
intenzionato a chiudere la discussione e a ritirarsi nei suoi
appartamenti.
Quando ebbe lasciato la stanza, il ragazzo si risedette sulla
sua poltrona e si girò di nuovo verso il fuoco.
Il Pravus. Dunque era di quello che i paragrafi
dell’Enciclopedia Vampirica che non era stato in grado di
tradurre parlavano. La storia di un vampiro nato e non creato
destinato a regnare sui suoi simili, che loro lo volessero o no. Il
suo stomaco sembrò contorcersi in preda alla tensione. E se
qualcuno avesse davvero tentato di ucciderlo per vedere se
riusciva a sopravvivere? Non era sufficiente che un assassino gli
stesse dando la caccia e che Eddie Poe fosse deciso a
smascherarlo, ci voleva anche quella. Prese un respiro profondo
e poi espirò lentamente, cercando di rimanere calmo.
Molto tempo e molti respiri dopo, i suoi occhi cominciarono
a chiuderglisi.
Fu Otis a svegliarlo scuotendolo lievemente. Vlad si
stropicciò gli occhi, certo che avrebbe potuto continuare a
dormire per molte altre ore.
«Perché non vai a letto? Quella poltrona ha l’aria di essere
scomoda», disse lo zio con un sorriso. Il suo volto sembrava
roseo e sano.
Il ragazzo annuì. Fu sul punto di chiedergli se pensava che lui
fosse il vampiro di cui parlavano le profezie, ma poi chiuse la
bocca e si trascinò in camera.
Se Otis pensava che lui fosse il Pravus, non voleva saperlo.
14
ADDESTRAMENTO INTERROTTO
«Concentrati, Mahlyenki Dyavol.» La voce di Vikas
traboccava di entusiasmo, producendo solo una leggera eco nel
buio dell’aula per l’addestramento. Erano lì da più di un’ora e
nessuno dei due sembrava ansioso di andarsene dopo un così
grande successo.
Vlad inspirò profondamente e immaginò fiumi di squisito
sangue scorrere fino alla cima di una cascata per poi riversarsi in
uno stagno cremisi. Il suo stomaco si tese e improvvisamente,
proprio come il suo istitutore gli aveva ripetuto per tutta la
settimana, avvertì il potere dentro di sé. Era lì, al centro di lui, un
nucleo caldo e formicolante di elettricità. Delizioso. Il ragazzo si
arrese a esso, lo lasciò fluire nelle sue vene. Poi si concentrò sul
suo migliore amico e spinse.
Henry sorrise. Non capitava tutti i giorni di gironzolare in
montagna con suo cugino e un gruppo di belle ragazze. Per non
parlare delle due gemelle tutte occhioni innocenti e
atteggiamento malizioso. Il ragazzo mantenne la calma e lanciò
un’occhiata a Joss, alzando la voce in modo che tutti potessero
sentirlo. «Perché non facciamo la pista nera?»
Come previsto, il cugino rimase a bocca aperta. Non si
rendeva conto di quanto fosse importante far colpo sulle ragazze
facendo sfoggio delle proprie qualità... anche se eri stato su quel
tipo di pista solo due volte in tutta la tua vita.
Le gemelle sorrisero a Henry che, dopo aver rivolto loro uno
sguardo intenso, si avviò con andatura disinvoltura verso la
montagna. Se giocava bene le sue carte, ci sarebbero stati un
camino e una coppia di conigliette sexy nel suo immediato
futuro. Così, Henry. Continua così.
Vlad prese controllo della sua mente e sferrò il colpo.
L’amico perse l’equilibrio e cadde a terra nella neve.
Il giovane vampiro si sarebbe trattenuto volentieri nella sua
testa per godersi la risata di Joss e del resto del gruppo, ma era
difficile concentrarsi dal momento che anche lui stava
sghignazzando come un matto. Uscì rapidamente dai pensieri di
Henry e si accorse che la sua ilarità aveva trascinato anche
Vikas. «Te l’avevo detto, leggere e controllare i pensieri altrui è
utile e divertente, vero?»
«Oh, sì. E adesso cosa facciamo?» chiese Vlad entusiasta.
L’istitutore esitò per un attimo. «Forse potremmo passare a
qualcosa di un po’ più produttivo. Come... la vendetta?»
Il ragazzo dapprima restò paralizzato per la sorpresa, poi
mormorò un timido: «Cosa vuoi dire esattamente?»
«Solo che sono certo che nella tua vita tu ti sia imbattuto in
alcune canaglie che meriterebbero una lezione. Sbaglio?»
«No. Ma... che intendi per vendetta?»
Il tono di Vikas si ammorbidì, ma non abbastanza da
nascondere la sua impazienza. «Pensavo solo a uno scherzo
innocente. Naturalmente se non vuoi rendergli pan per focaccia
per tutto quello che ti hanno fatto...»
Vlad pensò a Bill e Tom e a ogni armadietto contro il quale
era stato sbattuto. Si leccò piano le labbra e disse: «Cos’hai in
mente?»
In quel momento un debole colpo alla porta risuonò nella
stanza e il giovane non riuscì a trattenere una nota di disappunto:
la sessione di addestramento era terminata prima che lui avesse
modo di far assaggiare ai suoi persecutori un po’ della loro
stessa medicina.
La porta si aprì e Otis fece il suo ingresso insieme con la luce
del sole. «Sono venuto a rubarti mio nipote per un secondo, se
non hai nulla in contrario», annunciò.
«Fai pure», rispose Vikas.
Dopo aver salutato il maestro, Vlad seguì lo zio all’esterno,
nell’aria gelida. Il candore della neve era accecante e il ragazzo
dovette socchiudere gli occhi mentre, insieme con Otis,
s’inerpicava su una collina. «C’è qualcosa che non va?» chiese.
L’uomo lo guardò con la coda dell’occhio e continuò ad
avanzare finché non raggiunsero la cima. Davanti a loro c’era
una piccola radura in cui la neve era intatta, priva d’impronte.
«Che cosa ti fa pensare che qualcosa non vada?» replicò in tono
stanco.
Il nipote si schiarì la voce. Aveva il vago sospetto di essere
nei guai, ma non sapeva esattamente perché. «Be’, non hai mai
interrotto il mio addestramento prima.»
Otis si girò per guardarlo negli occhi, le labbra strette. «È
solo che non approvo il contenuto delle lezioni di oggi. O
meglio, la piega che stavano per prendere. Concetti come la
vendetta o l’utilizzo degli esseri umani a scopo ludico potranno
anche essere accettabili per alcuni vampiri, Vlad, ma non
dovrebbero esserlo per te.»
Il giovane rimase in silenzio, poi in tono cauto e sospettoso
disse: «Quelle pareti sono abbastanza spesse da non lasciar
passare nessun suono, zio. Come facevi a sapere di cosa stavamo
parlando?»
Otis rallentò il passo e Vlad pensò di cogliere un pizzico di
vergogna nel suo atteggiamento.
«Leggi i miei pensieri? Pensavo che avessimo fatto un
patto!» esclamò il ragazzo, con il respiro e i battiti del cuore
accelerati per la rabbia. «Tu stai fuori dalla mia mente, io sto
fuori dalla tua, ricordi?»
L’uomo guardò di nuovo il nipote e i suoi lineamenti
s’indurirono, così come la sua voce. «Me lo ricordo benissimo.
Credo invece che tu dovresti pensare a quanto possa essere
sgradevole avere qualcuno che gioca con la tua mente la
prossima volta che farai cadere Henry. O peggio. Cosa avevi in
serbo di preciso per Bill e Tom?»
Vlad abbassò lo sguardo, ma solo per un attimo. «Non avrei
fatto loro del male.»
«Se cedi a questo bisogno, a questo desiderio di vendetta,
troverai fin troppo facile passare dagli scherzi innocenti a...» Lo
zio s’interruppe, come se all’improvviso pensasse di aver detto
troppo.
«A voler schiavizzare la razza umana?» domandò il ragazzo,
gelido.
Otis dapprima spalancò gli occhi per la sorpresa, poi s’incupì,
sconfitto. «Ci sono molti passaggi intermedi, ma devi capire che
sono tutti legati tra loro. Credimi, è molto più complesso di quel
che pensi», disse in un sussurro.
Vlad rimase in silenzio per un po’. Praticamente l’uomo
aveva ammesso di credere che lui fosse il Pravus. Come poteva
pensare una cosa del genere? Come poteva credere che suo
nipote fosse un mostro? Sentì un dolore al centro del petto, ma
riuscì a non farlo trapelare dalle sue parole. «Otis, stai facendo
sembrare questa cosa più grave di quello che è. Senza contare
che non puoi entrare nei miei pensieri e pretendere che io stia
fuori dai tuoi. Soprattutto dopo il nostro accordo.»
«Stavo cercando di proteggerti.»
«Da cosa? Pensavo ti fidassi di Vikas come insegnante.»
«È così, solo che...» Lo zio scosse la testa e la sua rabbia
sembrò lentamente sbollire. «Vikas è un insegnante tradizionale.
Il suo curriculum è eccezionale, ma alcuni dei suoi ideali... non
sono esattamente quelli che vorrei instillarti.»
«Non spetterebbe a me scegliere?» replicò il nipote dopo aver
riflettuto un attimo sulle sue parole.
«Sei molto coraggioso per la tua età», rispose Otis con
sincera ammirazione, poi sospirò emettendo una nuvola di
vapore caldo. «Hai ragione, non interferirò più.»
Vlad tirò su il colletto del giaccone e rabbrividì, muovendo i
piedi nella neve fresca. Una cosa era certa: suo zio avrebbe
potuto scegliere un posto più caldo per fargli la predica. «Era per
questo che mi hai chiesto di venire qui?»
«In parte. In realtà, volevo anche farti un regalo», disse
l’altro, cauto. «Ti piacerebbe rivedere tuo padre?»
Improvvisamente il giovane vampiro non aveva più freddo.
Guardò Otis e lo vide annuire, confermandogli che ciò che
aveva detto era possibile. Ma non poteva essere vero, a meno
che i vampiri non avessero anche la facoltà di viaggiare nel
tempo. Se fosse stato così, lui sarebbe tornato al giorno in cui
aveva perso i genitori, li avrebbe fatti uscire di casa prima che
scoppiasse l’incendio e li avrebbe salvati, così che non
dovessero separarsi mai più. Ma... non era possibile, altrimenti
lo zio glielo avrebbe detto prima. «Che cosa hai intenzione...»
«È semplice. Io e Tomas eravamo soliti farlo tutte le volte
che eravamo lontani, per raccontarci gli eventi più importanti.
Sarà necessario che tu mi apra la tua mente. Prometto che non
farò altro che condividere con te i miei ricordi. I tuoi pensieri
sono al sicuro, non ho intenzione di violare più il nostro patto.»
«Intendi dire che potrò vedere mio padre nei tuoi ricordi?»
Quando lo zio annuì, il labbro inferiore di Vlad tremò e lui
dovette prenderlo tra i denti per farlo stare fermo. «Mi
piacerebbe moltissimo», mormorò.
«Respira profondamente e apri la mente», lo esortò Otis.
Il ragazzo fece ciò che gli era stato chiesto, svuotando la
mente come gli aveva suggerito Vikas.
All’inizio non ci fu niente. Solo calma piatta.
E poi...
Un flash. Un volto. Familiare, affettuoso, sorridente. Poi, in
fretta come era venuta, l’immagine sparì di nuovo, come il
fotogramma di una vecchia pellicola 8 mm.
«Apriti, Vlad. Cerca di lasciarti andare.»
Il giovane cercò di regolarizzare il respiro e attese.
Un frammento di pellicola guizzò di nuovo nella sua mente:
questa volta il viso del padre sembrò muoversi. L’immagine
sussultò prima di tornare a fuoco e Vlad fu colto di sorpresa
quando a essa si accompagnò il suono di un mercato affollato.
Tomas lo guardò – o meglio, guardò Otis: stava vedendo quella
scena attraverso gli occhi di suo zio – e scoppiò a ridere. «Forza,
la Peste Nera non è mica la fine del mondo. Stai su!»
Poi, velocemente com’era iniziato, il film finì. Seguì una
serie d’immagini casuali, al termine delle quali vide di nuovo il
volto allegro di suo padre. «Non ci capita mica tutti i giorni di
mangiare vegetariano, Otis», disse.
Dall’altra parte della strada c’era un gruppo di hippie con i
capelli lunghi. Uno strimpellava la chitarra mentre gli altri
cantavano una canzone che parlava di pace e amore. Lo zio
ridacchiò e Tomas si passò la lingua sulle labbra, scoprendo
leggermente i canini. «Sembrano un po’ stopposi, ma sono
sicuro che riusciremo a cavargli una goccia di sangue o due. Che
ne pensi?» domandò, gli occhi scintillanti e gli angoli della
bocca sollevati in un sorriso che al giovane parve familiare.
Era il suo stesso sorriso.
Vlad cercò di parlare, ma non ci riuscì. Quello era solo un
ricordo, solo un’immagine fissata nella mente di Otis. Tenne la
mente aperta e guardò il film saltare di fotogramma sfocato in
fotogramma sfocato, finché non si fermò su un altro ricordo.
Suo padre era in una biblioteca, intento a leggere. Di fronte a
lui, si ergeva una parete di volumi. Vlad lo osservò, notando il
modo in cui si lasciava catturare dalle parole stampate sulla
carta, esattamente come accadeva a lui quando s’immergeva in
un libro davvero interessante. Era sorprendente quanto i loro
modi di fare fossero simili. Aveva sempre saputo di somigliare a
suo padre, ma aveva dimenticato fino a che punto.
«Stai ancora leggendo? Di cosa si tratta stavolta?» La voce di
Otis irruppe nei suoi pensieri, distogliendolo dalle sue
considerazioni.
Tomas alzò lo sguardo, anche la sua concentrazione era stata
turbata. «Solo qualche vecchia storia. Per passare il tempo, sai.
E tu? Pensavo fossi su un aereo diretto in Siberia.»
La risposta dello zio non arrivò mai e la pellicola di
quell’insolito film ricominciò a scorrere, conducendolo altrove
nel tempo.
La pioggia scendeva a catinelle, inzuppandogli i capelli.
«Siamo fratelli, Otis. Lo saremo per sempre», disse con sincerità
rivolto all’uomo alle sue spalle.
L’immagine cominciò a dissolversi e Vlad sentì lo zio tentare
di uscire dalla sua mente, ma lui non era ancora pronto. Non
poteva lasciar andare quei pochi, preziosi istanti di cui era stato
testimone. Aveva bisogno di altre immagini, solo qualcuna in
più...
La pellicola fece un salto all’indietro. Suo padre era di nuovo
nel bel mezzo di un acquazzone. Questa volta, però, sul suo
volto si leggeva solo rabbia. «Non ti sto chiedendo di mentire,
né di mettere da parte i tuoi pregiudizi, Otis. Volevo
semplicemente dirti addio prima di andarmene.»
«Un’umana, Tomas. Capisco il bisogno di essere amato, ma
abbandonare Elysia per un’umana? È una follia.» Lo zio scosse
la testa, allibito. «Dove andrai?»
«È meglio che non te lo dica.»
«Non ti fidi di me?»
Suo padre rimase in silenzio e guardò il fratello negli occhi
un’ultima volta, prima di girarsi. «È meglio così, credimi.»
«Bene, vai se devi. Ma non chiedermi di aiutarti quando le
conseguenze delle tue azioni ti ricadranno addosso.» La voce di
Otis tremò. «Mi sembra di non conoscerti più.»
L’altro vampiro si voltò per incontrare ancora il suo sguardo.
«Siamo fratelli. Lo saremo per sempre.»
Vlad aggrottò la fronte. Il film nella sua mente finì e, quando
aprì gli occhi, si accorse che anche lo zio era turbato. «Io...»
provò a dire.
«Va tutto bene, non potevi saperlo... e io non credevo che
fossi in grado di estorcermi quel ricordo. È stata l’ultima volta
che ho visto tuo padre. Litigammo. Non approvavo la sua
relazione con tua madre e, mi vergogno ad ammetterlo, diventai
ancor più intransigente quando seppi della gravidanza di
Mellina.» Il rimpianto era evidente sul suo viso e, quando
incontrò lo sguardo del nipote, quest’ultimo dovette lottare per
tenere a freno le lacrime. «Perdona un vecchio sciocco, Vlad. A
quell’epoca non avevo idea di quanto avrei rimpianto di essermi
comportato in quel modo durante il nostro ultimo incontro. Non
avevo idea che sarei arrivato ad amare tanto suo figlio.»
Il ragazzo chinò il capo, pensieroso. Nell’ultimo anno,
l’uomo era diventato per lui qualcosa che solo Tomas era stato:
una figura paterna. Una lacrima lo tradì, scivolandogli giù per la
guancia, per poi andarsi a posare sulla neve. «Grazie, Otis. Di
tutto.»
Sembrò che anche lo zio stesse cercando di non piangere, lo
sguardo perso sul villaggio che si stendeva alle pendici della
collina. «Dovresti tornare alle tue lezioni», disse in un sussurro.
«Se non è un problema... preferirei che fossi tu a insegnarmi,
secondo gli ideali che vuoi trasmettermi», rispose timidamente il
giovane vampiro.
Otis gli rivolse un’espressione sorpresa e incerta. «Vuoi che
sia io a istruirti? Non so se sarei un bravo insegnante.»
Vlad ripensò ai travestimenti e ai compiti che gli aveva
assegnato durante il periodo trascorso come supplente nella sua
scuola. «Non sei stato tanto male l’anno scorso», replicò con un
sorriso.
«Cosa vorresti imparare?»
Il ragazzo fece spallucce. A dire il vero era disposto ad
apprendere qualunque cosa Otis fosse disposto a insegnargli.
Quel che più desiderava era far durare quel momento insieme.
Imparare da Vikas era stato fantastico, ma gli mancava suo zio...
in più aveva il velato sospetto che, una volta che quel viaggio
fosse finito, l’uomo se ne sarebbe andato di nuovo in giro per il
mondo, in cerca di qualcuno che li aiutasse a far fronte alla loro
difficile situazione. «Come sei riuscito a fare quella cosa dei
ricordi?» chiese all’improvviso.
«Si tratta solo di un’estensione della condivisione dei
pensieri», affermò l’altro in un tono che suggeriva si trattasse di
una cosa relativamente semplice, ma, quando si accorse
dell’espressione perplessa del nipote, chiese: «Tu e Vikas non
avete ancora conversato telepaticamente?»
Vlad scosse la testa. A quanto pareva, non stava imparando
tanto quanto credeva dal suo istitutore.
«Io e tuo padre lo facevamo spesso. Così spesso, a dire il
vero, che, quando lui abbandonò Elysia, io iniziai a soffrire di
emicrania per colpa del silenzio costante nella mia testa», spiegò
lo zio in un tono allegro che i suoi occhi, pieni di malinconia,
non tardarono a tradire. «Comunicare telepaticamente è
un’azione che richiede fiducia reciproca da parte dei vampiri che
la utilizzano. Presuppone che tu sia disposto a concedere a
un’altra persona libero accesso ai tuoi pensieri. È un delicato
equilibrio tra dare e ricevere: io apro la mia mente a te e tu
t’impegni a fare lo stesso. A quel punto, se ci concentriamo sul
significato delle parole piuttosto che sulle parole in sé, esse si
tradurranno in una conversazione mentale cui nessun altro potrà
avere accesso. Con il tempo, se lo vorrai, dovremmo riuscire a
comunicare a grande distanza. Te la senti di provare?»
«Certo.»
«Aprimi la tua mente.»
Vlad si rilassò, chiuse gli occhi – doveva essere più facile
così, pensò – e si liberò di tutti i pensieri, di tutti i suoi
interrogativi senza risposta, ansioso di sentire la voce dell’uomo
nella propria testa, proprio come l’aveva sentita il padre.
Percepì Otis nella sua mente come un sussurro. «Bene,
adesso concentrati sul significato di ciò che vuoi comunicare e
spingi le parole verso di me, con dolcezza.»
«Così?» Il suono delle sue stesse parole gli fece aprire gli
occhi. Sembravano diverse, non confuse, ma sommesse, come
se fossero confinate in un piccolo spazio.
La risatina di Otis risuonò nel cranio del ragazzo in modo
gradevole. «Proprio così. È un espediente molto utile quando ci
sono degli umani nelle vicinanze e si vogliono discutere
argomenti di natura vampiresca. Bello, eh?»
«Questo è molto più figo che levitare. Non vedo l’ora di
mostrarlo a Henry. Dovrebbe rendere le lezioni di algebra
molto più interessanti», rispose Vlad soddisfatto.
«Henry è un umano. Non ha il potere mentale necessario per
ricevere una comunicazione così chiara. Puoi leggere i suoi
pensieri con facilità e instillargliene alcuni che lo portino a
riflettere su certe cose, ma non potrai mai avere una vera
comunicazione telepatica con un umano. Neppure se si tratta del
tuo servo.»
«Uffa», borbottò il ragazzo deluso.
«Sei proprio uguale a Tomas. Le abilità che ti sono state date
non ti bastano mai, vuoi sempre di più», commentò con affetto
Otis prima di cominciare la sua discesa lungo il fianco della
collina. «Non è detto che sia un brutto modo di essere»,
aggiunse infine.
Vlad si affrettò a raggiungerlo. «C’è qualcos’altro che mi sto
perdendo? Oltre alla telepatia e alla condivisione dei pensieri,
intendo dire.»
Lo zio esitò prima di rispondere: «La verità è che non so cosa
ti aspetta. Come ti ho già detto, sei unico. Nessuno a parte te è
nato vampiro. Noi tutti siamo stati generati attraverso il morso
dei nostri creatori, che in questo modo ci hanno trasmesso
l’essenza di Elysia. Il nostro futuro è abbastanza chiaro, il tuo –
invece – non è ancora stato scritto. Ci sarebbe una lista infinita
di abilità che potresti sviluppare, ma si tratterebbe solo di inutili
speculazioni».
Il ragazzo avrebbe voluto dire che non sarebbero affatto state
inutili, che non aveva idea di cosa lo attendeva ed era abbastanza
sicuro che la pubertà di un vampiro fosse ben più difficile e
spaventosa di quella di un umano, ma lo zio era già molti passi
davanti a lui e aveva la sensazione che, in ogni caso, le sue
argomentazioni sarebbero apparse come una patetica lamentela.
Quando raggiunse Otis davanti all’aula per l’addestramento,
infilò le mani in tasca, imitando la posa dell’uomo. «Quando
torneremo a Bathory, starai con me e Nelly?» domandò.
Il sospiro che seguì fu una risposta esaustiva alla sua
domanda. Sentì il cuore stringersi nel petto e lo sconforto
invaderlo.
«Non posso», si affrettò a spiegare l’uomo. «Non ancora.
Prima devo convincere Elysia che non sono un criminale e che
le mie azioni sono state dettate dalla necessità, e questo
richiederà tempo. Se riuscissi a portare tre Consigli dalla mia
parte, potrei esporre le mie argomentazioni. Ma, finché non li
avrò convinti della bontà delle mie intenzioni, temo che
trasferirsi a Bathory sia fuori discussione. Non posso mettere in
pericolo la vita tua e di Nelly.»
«Ma io ho il Lucis. Potrei proteggerti», obiettò il giovane
vampiro infilando la mano nella tasca dei jeans, pronto a estrarre
l’arma. Prima che potesse farlo, Otis gli afferrò il polso e scosse
la testa, invitandolo alla cautela.
«Non qui, Vlad. Tienilo nascosto.»
Lui annuì lentamente e lo zio lasciò andare la presa.
«Il Lucis può proteggere te dalla cosiddetta ’giustizia’ di
Elysia, Vlad, ma io sono molto conosciuto... così come i
particolari dei miei presunti crimini. Il fatto che tu abbia
quell’arma non impedirebbe comunque loro di distruggere la
città per trovarmi. Bathory è davvero troppo vicina a Stokerton
per rischiare di trasferirmi lì, anche con l’aiuto di un amuleto
Tego. Non sono coraggioso come tuo padre.»
«Un amuleto Tego?» domandò il ragazzo incuriosito.
«Serve a bloccare i tentativi di intrusione di altri vampiri
nella tua mente. Imparerai più avanti di cosa si tratta esattamente
e scoprirai anche come utilizzare il simbolo che ho inciso sul tuo
corpo.»
L’espressione seria di Otis si rilassò in un sorriso. «Ti
attendono cose straordinarie. Una vita intera di scoperte,
esperienze uniche e mondi che non hai neppure osato sognare.
Aspetta di vedere cosa accadrà quando inizierai a nutrirti dalla
fonte...»
«Non lo farò mai», asserì il nipote guardandolo dritto negli
occhi. «Mai.»
L’uomo alzò le spalle, come a dire «forse lo farai o forse no»
e aprì la porta dell’aula. Quell’atteggiamento passivo irritò il
giovane, anche se nemmeno lui sapeva esattamente per quale
motivo.
Una volta all’interno, Vlad ebbe appena il tempo di scorgere
Vikas prima che la porta si chiudesse dietro di sé, sigillandoli di
nuovo nell’oscurità.
15
DOV’È IL CUORE
Vlad si mise seduto sul letto e si stiracchiò. Non aveva
nessuna fretta di mettere i piedi sul pavimento gelato, ma quello
era il suo ultimo giorno in Siberia, a Elysia, e se fosse rimasto a
poltrire non sarebbe mai tornato a casa. Lui e Vikas avevano
trascorso lunghe ore all’interno della stanza buia e silenziosa, e
il ragazzo si era aperto all’idea che il controllo mentale, se usato
per nobili fini, poteva tornargli molto utile. Tra le mura della
stanza delle esercitazioni riusciva a padroneggiare quella
capacità alla perfezione; una volta era riuscito a fare in modo
che Tristian interrompesse le sue faccende e – con gran
divertimento del suo maestro – aveva indotto un vampiro a
mettersi a cantare di punto in bianco. Purtroppo si trattava di
un’attività sfibrante e lui non era ancora in grado di controllare i
pensieri di qualcuno al di fuori di quell’aula.
Quando aveva raccontato a Vikas di essere riuscito a
costringere Henry a mettersi le dita nel naso, l’uomo – dopo aver
smesso di ridere – gli aveva spiegato che un servo era la persona
più facile da controllare per qualsiasi vampiro.
D’altro canto Vlad stava facendo passi da gigante anche nella
telepatia. Lui e Otis facevano lunghe chiacchierate notturne
accanto al focolare, durante le quali lo zio gli raccontava di suo
padre. Il ragazzo stava scoprendo molte cose di un uomo che
non aveva conosciuto poi così bene. E, attraverso quelle storie,
stava imparando di più anche sullo zio.
Cercando di esporsi il meno possibile al gelo della camera, il
vampiro si alzò e si vestì in fretta. Teoricamente, dopo aver
trascorso una settimana in uno dei luoghi più freddi della terra,
avrebbe dovuto essersi abituato a quelle temperature, ma a
quanto pareva non era così. Rabbrividendo prese il giubbotto e
si preparò a uscire.
Quando aprì la porta che conduceva alla sala principale, ad
attenderlo trovò Tristian con in mano un calice di vino e sangue.
Vlad lo salutò grato e sospirò guardando il contenuto. Era
davvero stanco del sangue speziato, non desiderava altro che
una bella tazza calda di 0 positivo accompagnata da un bel po’ di
biscotti al cioccolato appena sfornati.
In quel momento Otis rientrò in casa spazzandosi via la neve
dal cappotto. «Dobbiamo partire in fretta. Sta per scatenarsi una
bufera e Vikas ha detto che, se arriva qui prima che ci
allontaniamo dalla montagna, avremo un lungo inverno
siberiano davanti a noi.»
«Posso finire la colazione prima?» domandò il nipote non
riuscendo a trattenere uno sbadiglio.
Lo zio annuì e lui lanciò un’occhiata al camino. Il fuoco era
spento e la stanza, fatta eccezione per loro, era deserta.
«La maggior parte dei vampiri è andata a dormire e Vikas è
fuori a correre con i lupi, ma ha detto che tornerà in tempo per
salutarci», lo avvisò Otis rompendo il silenzio.
«Sta correndo con i lupi?»
L’uomo fece un cenno con la mano, come se quella fosse la
cosa più ovvia del mondo. «Una delle complicazioni
dell’animorfismo è che uno passa così tanto tempo con un
animale da arrivare a comprenderne processi mentali e desideri.
In più, lui adora andare a caccia di volpi», spiegò porgendo al
ragazzo il giubbotto.
Vlad lo indossò insieme con gli stivali. Animorfismo: era una
cosa di cui il suo libro non parlava. A dire il vero, il tomo si
limitava a ripercorrere la storia e ad analizzare le leggi dei
vampiri, tralasciando tutte le cose divertenti, come se ogni
creatura della notte dovesse saperle automaticamente. Certo, si
disse il ragazzo, lui era un caso a sé.
Trovarono Vikas appena fuori dalla porta. Era trafelato e
l’occhiata che indirizzò al suo amico era piena di tristezza. «Mi
spiace per questa bufera. Non ti vedevo da tanto tempo e mi
avrebbe fatto piacere se fossi rimasto qui più a lungo.»
«Purtroppo non mi è possibile», disse Otis mordicchiandosi il
labbro. «Se non altro, spero vorrai riconsiderare la mia richiesta.
Siamo vecchi amici. Se non posso contare su di te, su chi altro
potrò farlo?»
L’uomo sostenne il suo sguardo, poi annuì e si girò verso
Vlad. «Sei uno dei miei migliori allievi. Continua a esercitarti e
a studiare. Abbi cura di te, Mahlyenki Dyavol. Un giorno
c’incontreremo di nuovo, ne sono sicuro.»
Otis salì sulla slitta e il ragazzo rimase a guardare il suo
maestro che si allontanava, mentre la neve scendeva.
«Ho deciso che mi piace il mio soprannome.»
Lo zio si schiarì la voce e indossò i grandi occhiali da neve,
ma era troppo tardi: Vlad aveva già visto le sue lacrime. «Ti si
addice. Vikas chiamava tuo padre Dyavol, quindi suppongo che
sia un modo per dire che sei una versione in piccolo di Tomas.»
Il giovane prese posto sulla slitta senza però tirar su la
coperta. Il vento soffiava intorno a loro e la temperatura era
scesa tanto da rivaleggiare con quella della sera precedente, ma
lui si sentiva riscaldato dal ricordo di suo padre e dal fatto che
uno sconosciuto avesse visto in lui qualcosa che glielo
ricordava.
La slitta corse giù per la montagna, superando alberi, animali
selvatici e una distesa di neve. Dopo aver restituito i cani a
Dmitri, presero un taxi fino all’aeroporto e s’imbarcarono. Vlad
era stanco e Otis teso, la serenità che sembrava aver riacquistato
durante il soggiorno a Elysia lo stava gradualmente
abbandonando.
Il nipote gli rivolse un sorriso. «Grazie per avermi fatto
conoscere Vikas, è davvero forte.»
«Ti vuole già molto bene. Sono felice che tu abbia gradito la
sua compagnia.»
«Mi ha parlato del Pravus», buttò lì il ragazzo, ansioso di
vedere la reazione dello zio.
«Davvero?» chiese l’uomo, irrigidendosi di colpo.
Nonostante l’intonazione della voce, quella non aveva l’aria di
essere una domanda.
«Già, è pazzesco. Voglio dire, io? Un conquistatore
malvagio? Non penso proprio. Ma mi stavo chiedendo... be’...»
Vlad esitò. Voleva sapere il parere di Otis su quella questione
ma, allo stesso tempo, lo temeva.
«Ti stai chiedendo se penso che tu sia il Pravus», disse lo zio
guardandolo negli occhi.
Il nipote annuì e sostenne il suo sguardo.
Quest’ultimo scosse la testa con un’espressione
estremamente seria. «No, non penso che tu sia il Pravus,
Vladimir. C’è troppo di tuo padre in te. E Tomas era un uomo
buono.»
Il ragazzo guardò Otis negli occhi e non vi vide altro che
sincerità.
«La domanda è... tu credi di esserlo?»
La domanda fu posta in tono tranquillo e Vlad si concesse un
attimo prima di rispondere: «No, non credo. Ma, se lo fossi,
sarebbe tanto importante?»
Una hostess molto carina porse una tazza di caffè a Otis, che
sorrise e ne bevve educatamente un sorso. «Certo che no. Senza
contare che è solo una stupida leggenda.»
Il giovane cercò di stabilire nuovamente un contatto visivo
con lo zio, ma la sua attenzione era rivolta alla tazza di caffè: la
conversazione era finita.
Dopo ore di aerei, bagagli, folla e corse, con Otis che non
trovava più nemmeno le chiavi del suo rottame, riuscirono
finalmente a raggiungere Bathory.
«Felice di essere a casa?» domandò l’uomo una volta
parcheggiata l’auto nel vialetto di casa.
«Abbastanza. Mi sento stanco ma, più di tutto, affamato.»
I due scesero dall’auto e il ragazzo stava per domandare allo
zio se avesse in mente di fermarsi qualche giorno quando, con la
coda dell’occhio, notò un lampo rosa.
Meredith stava avanzando lungo il vialetto con la sua giacca
appoggiata sul braccio. «Ciao, Vlad. Oh, buongiorno, Mr Otis!»
disse con un sorriso raggiante.
«Buongiorno, Meredith. Come stai?» rispose questi
togliendo le valigie dal bagagliaio.
«Non posso lamentarmi. Però lei mi manca come
insegnante.»
Le guance di Vlad andarono in fiamme al ricordo del bacio
che si erano scambiati. Quando pensava a come si era lasciato
sfuggire che lei gli piaceva e a quanto fossero calde le sue labbra
nel gelo di quella sera, non riusciva a parlare. Ancora una volta il
cuore gli si era piazzato in gola, apparentemente deciso a
strozzarlo prima che lui potesse emettere anche solo un suono.
«Te lo garantisco, al Bathory High ci sono insegnanti
migliori di me», replicò Otis prima di toglierle di mano la giacca
e aggiungere: «Grazie infinitamente per aver riportato il
giubbotto di Vladimir. Immagino che lui l’apprezzi molto».
Il ragazzo, grato per essere stato tolto dall’impaccio, riuscì a
fare un cenno con il capo. Era come se tutta la faccia gli stesse
andando in fiamme.
Meredith e lo zio continuarono a scambiarsi convenevoli per
qualche minuto, poi lei si girò e andò via.
«Credo che risulteresti più affascinante se riuscissi a
parlare», lo prese affettuosamente in giro lo zio non appena la
giovane fu sparita dietro l’angolo.
Proprio in quell’istante Nelly uscì in veranda, intabarrata nel
suo cappotto. «Mi stavo chiedendo quando sareste arrivati,
ragazzi. Resti a pranzo, Otis?»
L’uomo porse a Vlad una delle borse e le sorrise: ogni traccia
di tensione sembrava svanita. «Non me la perderei per niente al
mondo», s’affrettò a rispondere.
Arrossendo leggermente, la donna tornò in casa.
Il giovane vampiro scosse il capo e alzò gli occhi al cielo. «Ti
piace, non è vero?» chiese in tono allegro.
Per un attimo l’uomo parve nervoso e il suo sguardo corse
alla porta, come se stesse valutando quanto poteva rivelare al
nipote. Era uno spettacolo commovente, considerato quanto
fosse facile intuire la sua risposta. Alla fine sospirò e si passò
una mano tra i capelli, sconfitto. «Sì», ammise.
Vlad, sorridendo, trascinò una valigia verso la veranda, poi
gli rivolse un’occhiata speranzosa. «Questo significa che ti farai
vedere più spesso.»
«No», replicò l’altro, la voce piena di malinconia.
L’allegria svanì dal volto del ragazzo, lasciando il posto alla
delusione.
«Sai che non potrei mai avere una relazione con Nelly, mi è
proibito. La cosa mi addolora, ma non c’è nulla che io possa
fare. Senza contare che Elysia ha già abbastanza motivi per
mettere una taglia sulla mia testa.»
«È per questo che ti tieni alla larga?» Vlad appoggiò il suo
bagaglio sul pavimento della veranda e si girò verso lo zio con
uno sguardo accusatorio.
«Mi tengo alla larga per cercare aiuto per la mia – la nostra –
situazione. Farei qualunque cosa per proteggerti.»
«Non credi che potresti proteggermi meglio se fossi più
vicino?» lo incalzò il giovane.
La ruga sulla fronte di Otis si fece più profonda. Sembrava
arrabbiato, anche se il nipote non ne comprendeva il motivo.
«Ho dato il mio sangue perché tu stessi bene, Vladimir. E
sarei felice di farlo ancora», disse l’uomo in tono fermo.
Il ragazzo annuì: per il momento la sua curiosità era
soddisfatta. «Riusciremo mai a stare insieme, come una
famiglia?»
«Forse, un giorno», sospirò Otis. «Quando il Consiglio
eleggerà un nuovo presidente le cose potrebbero cambiare.
Purtroppo nessuno era pronto all’evenienza che il vecchio
presidente potesse morire, è una cosa alquanto rara. Potrebbe
volerci un anno, o magari dieci o cento perché il Consiglio
decida. Poi, se tutto va bene, il nuovo presidente potrà occuparsi
della nostra situazione.»
«E fino ad allora?»
«Dovrò fuggire. E tenermi alla larga da te.» L’uomo aggrottò
la fronte preoccupato. «Mi dispiace, Vladimir, ma le cose stanno
così. Almeno per il momento.»
«Perciò sono solo», sussurrò Vlad.
«Non del tutto. Abbiamo ancora le nostre lettere e, se sei
capace di farlo a distanza, possiamo continuare a comunicare
telepaticamente», suggerì suo zio recuperando i bagagli e
dirigendosi verso casa.
Dopo un attimo il ragazzo lo seguì; quando entrò in cucina
Nelly aveva già messo in tavola delle ottime bistecche bollenti
che stillavano sangue, così lui si sedette e prese una sorsata di B
negativo mentre lo zio raccontava i dettagli del loro viaggio.
Be’, non i dettagli. Non esattamente. Omise il fatto che avevano
vissuto con i loro simili e che alcuni vampiri ritenevano Vlad
una specie di bestia demoniaca venuta per regnare su di loro,
cosa di cui il giovane gli fu grato.
Otis parlò con entusiasmo della campagna siberiana e di
quanto gli fosse piaciuto stare lì e il nipote non poté fare a meno
di chiedersi se le sue parole fossero dettate dal bisogno di fargli
capire che teneva a lui. Non ce ne sarebbe stato nessun bisogno.
Sapeva che teneva a lui. Si poteva andare fino in Siberia e
viaggiare su una slitta trainata dai cani nel gelo più assoluto per
cercare protezione e tutoraggio per qualcuno cui non tenevi?
Dopo aver pranzato e salutato con trasporto Nelly, Otis
indossò il suo cappello a cilindro e la accompagnò alla
macchina. Qualche minuto più tardi, la donna partì in direzione
dell’ospedale per l’ennesimo doppio turno e Vlad raggiunse suo
zio all’esterno della casa. «Quando ti rivedrò?»
«Onestamente, non lo so. Ma spero presto», rispose l’uomo
abbracciandolo. «Se sei nei guai, usa la telepatia per chiamarmi.
Se non rispondo, scrivimi. E, caso mai dovessi imbatterti
nell’ammazzavampiri, il mio consiglio è quello di schivare il
paletto e fuggire il più velocemente possibile.»
«Questo è il consiglio migliore che puoi darmi?» domandò il
ragazzo con un sospiro.
Otis ridacchiò. «Purtroppo sì. Il Lucis non ha effetto sugli
umani. Te la caverai, stai solo in guardia. Potrebbe andarsene
senza scoprirti. Gli assassini sono perlopiù pagati poco e si
lasciano distrarre facilmente. Molti di loro sono solo degli
imbranati.» Chiuse lo sportello e, dopo due tentativi di mettere
in moto, uscì dal vialetto e si allontanò lungo la strada.
Il giovane rimase a fissare le luci di posizione dell’auto che
diventavano sempre più piccole. Lo zio gli mancava già.
Era tardo pomeriggio e il sole non era ancora tramontato.
Dall’altra parte della strada Mr Templeton stava spalando la
neve dal marciapiede. Due case più avanti, vari bambini delle
scuole elementari stavano costruendo un fortino, riempiendo
l’aria di risate gioiose. Mr Jenkins, il postino, passò di lì e fece
un cenno a Vlad mentre depositava una piccola pila di lettere
nella cassetta della posta. Il vampiro li osservò tutti con una
curiosità un po’ distante.
Fu allora che scorse un uomo dall’altra parte della strada: lo
stava fissando. Il giovane rimase per qualche istante a
osservarlo, incuriosito. Non si trattava di un insegnante, ne era
quasi certo. E lui conosceva tutti a Bathory, anche solo di vista.
Dunque, perché gli sembrava di conoscerlo?
Lo strano individuo fece un passo in avanti e, arrivato a metà
strada, si mise a correre.
A quel punto Vlad ricordò: era il tipo in cui si era imbattuto
una sera tornando dal suo rifugio sul campanile. Quello che a
suo avviso non poteva che essere il cacciatore di vampiri.
Ogni movimento – fatta eccezione per i suoi e quelli dello
sconosciuto – sembrò rallentare. Il ragazzo socchiuse gli occhi
mentre l’assassino si avvicinava e alzò le braccia, pronto a
bloccare il paletto che, ne era sicuro, il suo aggressore
nascondeva dietro la schiena.
La risata dei bambini in fondo alla strada sembrava una
registrazione distorta e Mr Templeton stava spalando a un
decimo della velocità di prima. Non c’era tempo per correre.
L’aggressore si stava muovendo più velocemente del suono.
Vlad indietreggiò.
Poi l’uomo spalancò la bocca, mostrando dei canini bianchi e
scintillanti.
Il giovane abbassò le braccia confuso. Canini?
Avvertì un intenso dolore al collo quando il vampiro gli diede
un morso proprio in corrispondenza dell’arteria e cominciò a
nutrirsi del suo sangue. Lui rimase a bocca aperta, più sorpreso
che spaventato, e dimenticò di lottare. Attonito continuò a
osservare i suoi vicini che si muovevano a rallentatore. Come
mai non si erano accorti che un vampiro lo stava attaccando? La
risposta era piuttosto ovvia a quel punto: a quanto pareva alcuni
dei suoi simili erano dotati della capacità di muoversi così
velocemente da non essere visti dagli umani. Non che il suo
libro dicesse nulla in proposito. In ogni caso, quel trucco poteva
tornargli comodo la prossima volta in cui Bill e Tom lo avessero
infastidito.
Sempre che ci fosse una prossima volta.
Il vampiro si staccò ed estrasse una provetta di vetro dalla
tasca interna della sua giacca; ci sputò dentro un po’ del sangue
appena succhiato e la chiuse con un tappo di sughero.
Vlad si portò le mani al collo, sentendosi improvvisamente
stordito e privo di forze. Si chiese se quella spossatezza
dipendesse dall’essere stato privato del sangue e cercò di usare
la telepatia per chiamare Otis, ma a stento riuscì a concentrarsi
sul proprio nome. Allora riportò la sua attenzione
sull’aggressore. «Chi sei?»
«Sono Jasik», si presentò l’altro con un sorrisetto.
Il ragazzo era in preda alla confusione. Stava per morire,
maledizione... e a ucciderlo sarebbe stata una creatura della sua
stessa specie.
Incespicò, stordito dalla perdita di sangue, ma cercò in tutti i
modi di non cadere nella neve fresca. «Vuoi... vuoi uccidermi,
Jasik?»
La risata metallica dell’uomo gli riempì le orecchie. «No,
piccoletto, non sono un killer. Esistono delle leggi, lo sai? Sono
solo un ladro», disse mostrandogli la provetta, prima di farla
sparire nella tasca della giacca.
Vlad sentì il sangue tra le dita, la ferita ci stava mettendo un
po’ a rimarginarsi. Qual era l’elemento chimico che le zanzare
usavano per mantenere il sangue delle loro vittime liquido? Lo
aveva letto da poco durante la lezione di scienze.
Anticoagulante. Mr Gaunt sarebbe stato fiero di lui.
«Jasik», ripeté barcollando per poi crollare a terra.
I ricordi successivi erano confusi, pensava addirittura di aver
chiesto al suo aggressore se stava bene. L’unica immagine nitida
era quella delle impronte sulla neve del vampiro che si
allontanava, mentre la sua risata gli risuonava nelle orecchie.
16
IL POTERE CURATIVO DEL SANGUE
A Vlad sembrava che un masso enorme gli fosse piombato
sulla testa. Cercò di sollevarla, ma era attaccata al cuscino. Al
cuscino?
Aprì un occhio e si trovò davanti il viso preoccupato di
Henry; provò ad aprire anche l’altro senza successo, così decise
di rinunciare e li chiuse entrambi. Il suo migliore amico lo
scosse dolcemente. «Ehi, è tutto okay?»
Il ragazzo si leccò le labbra e si sforzò di riaprire l’occhio.
Questa volta si aprì anche l’altro. «Henry?»
Questi annuì, lo sguardo pieno di apprensione. «Ho avuto la
strana sensazione che tu fossi in pericolo, perciò sono venuto qui
e ti ho trovato a faccia in giù nel tuo vialetto, circondato da un
gruppo di vicini. Mr Templeton voleva chiamare il 911, ma
gliel’ho impedito.»
«Come ci sei riuscito? È il vecchietto più cocciuto del
mondo.»
«Gli ho detto che avevi l’influenza e che io avrei dovuto
badare a te mentre Nelly era al lavoro. Gli ho assicurato che
l’avrei chiamata appena fossimo rientrati in casa.»
Vlad si morse il labbro inferiore e guardò l’amico con aria
pensosa. «L’hai chiamata?»
Il giovane scosse la testa. «Nah, volevo parlare con te, prima.
Cos’è successo?»
Il vampiro cercò ancora una volta di sollevare la testa, ma
non ci riuscì. Prese un respiro profondo. Gli sembrava di avere
la pelle in fiamme. Cos’era accaduto? All’inizio la sua memoria
si rifiutò di collaborare, poi gli tornarono in mente dei canini e
un lampo di dolore. Il suo aggressore si chiamava Jasik. Si toccò
il collo. Le ferite del morso si erano già rimarginate e la pelle era
di nuovo intatta.
«Un vampiro mi ha morso», annunciò in tono incredulo.
«Molto divertente», ribatté Heny alzando gli occhi al cielo.
«Dico sul serio.»
L’amico lo guardò per un attimo, prima di annuire. «Hai idea
di chi fosse?»
«Ha detto di chiamarsi Jasik. Non l’avevo mai visto prima
d’oggi», rispose Vlad pensieroso. «Come ti sei sentito quando ti
ho morso?» aggiunse infine.
Henry esitò per un momento, poi disse: «A essere sincero,
come quando ti tagli con la carta. I tuoi denti sono proprio
affilati, quindi credo di aver sussultato al momento del morso.
Quando hai cominciato a succhiare il sangue credo di essermi
sentito leggermente confuso, ma non è stato affatto doloroso.
Perché?»
L’altro ragazzo si sfregò il collo sovrappensiero. «Quando
Otis mi ha dato il marchio, lo scorso anno, non ho sentito quasi
nulla. Solo un lieve stordimento. Perché stavolta ha fatto così
male e mi sento così spossato?»
«Be’, tu hai bevuto solo un po’ del mio sangue, e tuo zio ha
fatto lo stesso con te. Magari questo Jasik ne ha succhiato di
più.» La voce di Henry tremò. «Magari stava cercando di
ucciderti.»
«No, ha detto di essere un ladro, non un killer», spiegò Vlad
sforzandosi ancora una volta di sollevarsi dal letto.
«Non riesci a metterti seduto?» A quanto pareva il suo amico
era piuttosto intuitivo.
«No, ma ho bisogno di sangue», rispose il vampiro.
Con un cenno di assenso, Henry uscì dalla stanza e lui lo sentì
attraversare la biblioteca e scendere le scale. Per un attimo, in
casa regnò il silenzio, poi il giovane corse di nuovo al piano di
sopra e depose sul letto un bel po’ di sacche di sangue. «Ce
n’erano quattro in frigo, le ho portate tutte.»
Vlad si portò una sacca alla bocca e l’addentò. Fu solo allora
che si rese conto che i suoi denti si erano già allungati. Prosciugò
la prima sacca e ne prese un’altra, andando avanti finché non
furono tutte vuote. Eppure qualcosa non andava, tutto quel
sangue avrebbe dovuto farlo sentire meglio, ma non era così.
Chiuse gli occhi e li riaprì. «Mi sento strano», mormorò.
«Be’, questo è perché sei strano.»
«Il cuore mi batte all’impazzata e non riesco a muovermi
senza che mi giri la testa», disse in qualche modo sollevato che
fosse stato proprio Henry a trovarlo nel vialetto. La sua presenza
era rassicurante. «Sono certo di aver bisogno di più sangue.
Dannazione, ma quanto me ne ha succhiato?»
«Chiamo Nelly», annunciò l’altro preoccupato, il cellulare
già in mano.
«No!» si affrettò a dire Vlad in tono allarmato, protendendosi
per sottrargli il telefono. «Non puoi chiamarla, si
preoccuperebbe.»
Henry lo accontentò con un sospiro. «Un altro vampiro ha
appena tentato di fare di te la sua cena. Dobbiamo dirlo a
qualcuno e sono certo che la Croce Rossa non sarebbe in grado
di gestire una situazione del genere.»
«Starò bene», mentì il ragazzo leccando via qualche goccia di
sangue dai fori dell’ultima sacca.
Non sapeva cosa pensare, in quel momento provava solo un
gran senso di colpa per aver morso l’amico anni prima.
Certo, doveva anche ammettere di avere una fame
incredibile.
Henry rimase in silenzio per un attimo, poi si tirò su una
manica e tese un braccio con aria determinata. «Prendine un po’
da me.»
«No», disse Vlad scuotendo la testa.
Una grossa vena blu tracciava una linea deliziosa lungo il
braccio dell’amico e lui fu costretto a distogliere lo sguardo.
«Ehi, a che serve che io sia il tuo servo se non posso aiutarti
quando ne hai bisogno?» chiese il giovane sollecito.
Il vampiro cercò in tutti i modi d’ignorare il profumo del
sangue. Pensò a Tristian e alla scarsa considerazione che Vikas
gli riservava. «Non penso a te in questi termini, lo sai... Non sei
il mio schiavo, sei il mio migliore amico.»
«Lo so. Adesso stai zitto e nutriti prima che cambi idea.
Caspita, non c’è niente di peggio di un padrone sdolcinato!»
«No, Henry», insistette l’altro serrando le labbra.
«Vlad, è dalla terza elementare che voglio dirti una cosa...
Mordimi!» fece l’altro in tono suadente avvicinando il braccio.
Lo sguardo di Vlad tornò di nuovo sulla vena: era calda,
invitante e deliziosa. Un brivido gli attraversò la schiena.
Facendosi forza prese il cellulare dal letto e compose il numero
dell’ospedale. «Ehi, zia Nelly. Puoi tornare in fretta a casa e
portarmi un po’ di sangue? Siamo rimasti senza.»
«Cosa le dirai dell’altro vampiro?» domandò Henry
sistemandosi la camicia.
«Niente. E neanche tu.»
Sul volto dell’amico comparve un’espressione confusa
mentre dalla sua bocca uscivano solo due parole: «Sì, padrone».
17
IN TRAPPOLA
Vlad sentì lo stomaco brontolare per l’ennesima volta e
dovette fare ricorso a tutto il suo autocontrollo per tenere i denti
a posto. Chiaramente il pranzo non era stato sufficiente e la sete
stava di nuovo prendendo il sopravvento. Forse avrebbe dovuto
portarsi dietro qualche spuntino extra da ingurgitare durante la
giornata... o chiedere alla zia di scrivergli un biglietto in cui
diceva che sarebbe dovuto andare a casa per prendere «le sue
medicine» di tanto in tanto. In ogni caso, bisognava fare
qualcosa per tenere a bada la fame... e bisognava farlo in fretta.
Il vampiro aggrottò la fronte irritato mentre Stephanie
Brawn, capo cheerleader e baciatrice di chiunque respirasse,
superava sculettando il suo armadietto e gli rivolgeva un saluto
zuccheroso.
Vlad non rispose – conosceva quella ragazza fin troppo bene
per fidarsi di lei – e ficcò la testa nell’armadietto fingendosi
impegnato a cercare qualcosa. Non sapeva cosa, ma era sicuro
che l’avrebbe trovata solo quando l’attenzione della sua
compagna sarebbe stata attratta da qualcosa di luccicante,
facendo sì che lei si allontanasse.
Purtroppo quel giorno doveva esserci una singolare penuria
di oggetti luccicanti, perché Stephanie non se ne andò. «Hai
visto gli armadietti di quelli dell’ultimo anno? Li stanno
dipingendo di rosso e nero, capisci? Ma, in fondo, credo che
usare i nostri colori sia un modo per dimostrare il loro senso
d’appartenenza alla scuola.»
Il giovane sospirò e tirò fuori la testa dall’armadietto quel
tanto che bastava per rivolgerle uno sguardo accigliato. «Ma noi
due siamo amici? Perché a me non sembra proprio», disse
gelido.
Lei spalancò gli occhioni con quell’atteggiamento falso che
assumeva ogni volta che tentava di fare colpo su un nuovo
insegnante. «Sto solo cercando di stabilire un contatto!»
esclamò.
«Be’, allora non farlo, okay? La mia vita è già abbastanza
complicata senza te che cerchi di diventare mia amica solo
perché hai aderito a un qualche programma di aiuto per le
matricole in difficoltà.»
«Forse intendi dire programma d’aiuto per le matricole
ritardate», replicò lei con un sorrisetto, guardando oltre le spalle
di Vlad, che non ebbe nemmeno il tempo di girarsi per cercare di
capire cosa avesse da sogghignare la cheerleader.
In un attimo Tom lo scaraventò contro l’armadietto e Bill gli
sferrò una serie di pugni dietro la schiena. Il giovane vampiro
gridò per la sorpresa e per una frazione di secondo si domandò
se Joss sarebbe accorso a salvarlo anche questa volta. Poi, però,
Tom lo prese per le spalle e lo trascinò di peso lungo il corridoio,
fermandosi solo per spingerlo oltre una porticina e giù per
diversi gradini.
«Divertitevi, femminucce!» disse il bullo tra le risate generali
prima di chiudere la sua vittima nel locale caldaie.
Quando smise di rotolare, Vlad gemette, si strinse il fianco e
si rimise lentamente in piedi. La schiena gli faceva male nel
punto in cui Bill lo aveva preso a pugni, ma il fianco, forse a
causa della caduta dalle scale, era persino più dolorante. Fece
per salire i gradini e raggiungere la porta, quando una vocetta dal
basso gridò: «Lascia perdere, la chiuderanno a chiave
dall’esterno, come hanno fatto prima».
Vlad girò la maniglia, ma non successe nulla. Passandosi la
punta della lingua sui canini, si girò e scese le scale. Eddie Poe
era seduto a terra, la schiena contro il muro, e tentava di
sistemare la lente della sua macchina fotografica. Il vampiro si
domandò se si fosse danneggiata durante il ruzzolone dell’altro
ragazzo per le scale. «Da quanto tempo sei qui, Eddie?»
«Da stamattina», rispose l’altro atono.
Vlad lanciò una fugace occhiata alla porta. Non voleva
passare tutta la giornata chiuso in uno scantinato spoglio e
rovente come l’inferno, soprattutto se con lui c’era un ragazzo
che minacciava di portare alla luce il suo più intimo e oscuro
segreto.
«Hai provato a battere contro la porta per attirare l’attenzione
di qualcuno?» chiese cercando di ignorare il borbottio del suo
stomaco che, a quanto sembrava, aveva deciso di ricordargli che
era l’ora dello spuntino.
Eddie trasalì al suono della voce di Vlad e un frammento
dell’obiettivo della macchina fotografica cadde a terra,
strappandogli un gemito. «Ci ho provato, è isolata
acusticamente. Sai, per non far sentire il rumore della caldaia
eccetera», rispose mestamente.
Il vampiro si guardò intorno. Là dentro non c’era nulla che
potesse rivelarsi utile ad aprire una via di fuga. La loro unica
speranza era che Mr Brennan, il custode della scuola, dovesse
controllare un indicatore o qualcos’altro e accidentalmente
scoprisse i due ostaggi. Con un sospiro, Vlad si sedette sul
gradino più basso e, rassegnato, si passò una mano tra i capelli,
allontanandoli dagli occhi.
Eddie incrociò brevemente il suo sguardo e tornò a fissare il
pavimento. Non sembrava felice di condividere quello spazio
con un mostro.
Il vampiro cercò di non abbattersi; nemmeno lui era
particolarmente felice di trovarsi in quella situazione ma, se
avesse giocato bene le sue carte, forse – prima che qualcuno li
liberasse – sarebbe riuscito a convincere il compagno di non
trovarsi davanti a una creatura soprannaturale. «Però, il tuo
articolo non era male. Non sapevo che fossi un giornalista»,
buttò lì in tono casuale.
Il compagno di scuola rimase a lungo in silenzio, e Vlad era
ormai pronto a domandargli se fosse stato cacciato dal
giornalino scolastico, quando questi si alzò e si stiracchiò. Una
volta finito, lanciò un’occhiata nervosa alla porta e – prima di
cominciare a parlare con voce talmente bassa che Vlad dovette
protendersi per distinguere le sue parole – abbassò lo sguardo.
«Ho sempre saputo che eri diverso, ma pensavo che fossi un
emarginato, come me.»
Per un attimo i polmoni del vampiro si bloccarono,
impedendo all’aria di entrare e uscire. Non c’era incertezza nella
postura di Eddie, né un pizzico di dubbio nelle sue parole.
Conosceva il suo segreto.
Non aveva idea di cosa dire. Che cosa si poteva dire a
qualcuno che non solo stava facendo ipotesi sul tuo conto, ma ti
aveva anche letto negli occhi la verità sulla tua natura? Vlad si
chiese da quanto tempo fossero lì. Riteneva che la campanella
sarebbe suonata da un momento all’altro ma, senza un orologio,
era difficile stabilirlo. Lo stomaco emise l’ennesimo, rumoroso
brontolio chiedendo di essere soddisfatto, e il ragazzo gemette.
Fantastico. Proprio quello che gli serviva. Essere intrappolato in
una stanza con un umano quando aveva sete di sangue.
Con sua immensa sorpresa, Eddie lo guardò negli occhi per la
prima volta da quando si erano ritrovati insieme nel locale
caldaia. «Non so ancora cosa sei esattamente. Ma ho letto un
sacco di fumetti, perciò so che posso scoprirlo», asserì
raddrizzando le spalle, animato da una nuova sicurezza. «Il fatto
che i tuoi occhi diventassero viola mi ha indotto a pensare che
non fossi umano, poi, quando ti ho seguito a scuola e ti ho visto
levitare fino al campanile... be’, all’inizio ho quasi perso la testa.
Ma sono stato furbo. Mia madre non crede che io lo sia, ma si
sbaglia. Ho aspettato che scendessi e ti ho scattato una foto.
Avrei potuto nominarti nell’articolo, ma in realtà voglio solo
scoprire cosa sei. Pensavo che magari me l’avresti detto tu
stesso dopo aver letto quel che ho scritto.»
«Non c’è niente da dire, Eddie. Non so chi o cosa hai visto,
ma io sono un essere umano proprio come tutti gli altri abitanti
di questa città», replicò scuotendo la testa e, quando guardò di
nuovo l’altro ragazzo, fece in modo di sembrare il più
convincente possibile. «Dovresti stare più attento, amico. Roba
come quella può farti cacciare dal giornale. O peggio», lo
avvertì, sperando che il compagno recepisse la minaccia.
Ebbe la tentazione di provare a usare il controllo mentale, ma
sapeva di non aver bisogno di arrivare a quello con Eddie Poe. Il
ragazzo si tirava sempre indietro quando qualcuno lo affrontava
apertamente. Sempre.
Come previsto, l’aspirante reporter spalancò gli occhi per la
paura. Fece un passo all’indietro e, quando andò a sbattere
contro il muro, scivolò fino a sedersi, stringendosi le ginocchia
al petto con le braccia. Per vari minuti rimase a guardare Vlad,
quasi avesse paura che questi gli saltasse addosso per
succhiargli il sangue.
Come in risposta ai timori del suo compagno di prigionia, i
denti del vampiro fuoriuscirono dalle gengive. Occorsero
parecchi respiri profondi perché lui riuscisse a riprendere il
controllo. Una cosa, però, era certa... se non fosse uscito da lì in
fretta, Eddie sarebbe stato il suo pasto successivo.
Con un respiro profondo, Vlad si concentrò su Henry. Non
sapeva se sarebbe stato in grado di mettersi in contatto con il suo
servo da un posto diverso dall’aula per l’addestramento in
Siberia, ma doveva provarci.
«Henry, sono intrappolato nella stanza della caldaia con
Eddie Poe. Muoviti!»
Gli occhi di quella che minacciava di diventare la sua
successiva preda erano fissi su di lui e lo mettevano a disagio,
ma non disse nulla. Com’era quel detto sul fatto che era meglio
essere considerato uno stupido che aprire la bocca e dissipare
ogni dubbio?
Con un cigolio la porta in cima alle scale si aprì,
sorprendendoli entrambi.
Vlad si concesse un sospiro di sollievo: alla fine era riuscito a
mettersi in contatto con Henry. Si disse che avrebbe dovuto
scrivere a Otis per raccontarglielo. Vikas aveva ragione,
mettersi in contatto con il proprio servo era piuttosto facile.
La luce filtrò nel locale dalla porta aperta e dalla sommità
delle scale giunse inattesa la voce di Meredith: «Vlad? Sei
laggiù?»
Il vampiro spalancò gli occhi e la fame svanì, sostituita dalla
gioia per la consapevolezza che la ragazza non poteva aver
aperto la porta per errore. Era evidente che lo stava cercando.
Si schiarì la voce, solo leggermente deluso per non essere
riuscito a mettersi in contatto con Henry. «Sì.»
Eddie si alzò in piedi e si avvicinò lentamente ai gradini con
la schiena premuta contro il muro e lo sguardo che tradiva tutta
la sua diffidenza nei confronti del compagno di scuola.
Vlad si fece da parte, consentendogli di salire le scale, ma
mantenne un’espressione dura, inviandogli un ultimo, silenzioso
avvertimento.
Il ragazzo, seppur intimidito, si rivolse a lui con voce
insolitamente ferma. «Vale la pena rischiare un’altra punizione,
Vlad. Vale la pena rischiare altre mille punizioni e anche
qualcosa di peggio per scoprire cosa sei», mormorò prima di
incamminarsi su per i gradini e lanciargli un’occhiata piena di
determinazione da sopra la spalla.
«Ciao, Eddie. Stai bene?» domandò Meredith vedendolo.
Il giovane la ignorò, allontanandosi in tutta fretta.
Sforzandosi di soffocare la rabbia che il giornalista in erba gli
aveva provocato, anche Vlad s’incamminò su per le scale.
Richiamò alla mente il bacio che Meredith gli aveva dato fuori
dalla scuola tra la neve e il vento gelido e si chiese se lei sarebbe
stata disposta a concedergliene un altro se fossero rimasti laggiù
per un po’.
«Grazie per aver aperto la porta. Eravamo bloccati dentro»,
disse una volta uscito dalla stanza.
«Ho sentito Bill e Tom che si vantavano per avervi chiusi
quaggiù, perciò sono venuta a controllare. Che cretini!» esclamò
con un impeto che colse il ragazzo alla sprovvista.
Vlad si sorprese a sorridere. Gli piaceva il modo in cui lei
arricciava il naso quando era arrabbiata.
«Perché stai sorridendo?» chiese Meredith quando si accorse
che la stava fissando.
«Niente, sono solo contento di vederti», rispose lui
affrettandosi a distogliere lo sguardo.
Lei s’illuminò e il vampiro spalancò gli occhi, rendendosi
conto di ciò che aveva detto. «Cioè, la porta. Sono contento che
tu abbia aperto la porta», mormorò imbarazzato.
«Oh, non c’è di che», rispose lei, gli occhi che brillavano.
«Già... sei la mia eroina», riuscì a dire il ragazzo, sebbene le
guance minacciassero di andargli a fuoco.
Improvvisamente i suoi problemi respiratori tornarono alla
carica. Meredith era solo a un gradino di distanza da lui e lo
guardava come se fosse l’unico ragazzo del mondo.
Vlad avrebbe tanto voluto essere abbastanza coraggioso da
baciarla.
Avrebbe voluto, ma non lo era.
Invece le sorrise, sperando che quel momento durasse.
«Ehi, Vlad... Meredith», li salutò Henry, un ghigno sornione
stampato in faccia. «Fareste meglio a uscire di lì, Mrs Bell è in
corridoio e sta dando punizioni a tutto spiano.»
La ragazza arrossì e salì le scale. Dopo un secondo, il
vampiro fece altrettanto, del tutto incurante della possibile
punizione.
Tutto sommato, perdere qualche ora dopo la scuola valeva un
momento rubato con la ragazza dei suoi sogni.
18
IL CODICE DELL’AMICIZIA
Vlad stava scendendo le scale del Bathory High al termine di
quel terribile lunedì, quando Joss gli si avvicinò, sfidando le
occhiate gelide che il vampiro gli aveva lanciato dal Ballo della
Neve in poi. Sì, Meredith alla fine aveva baciato lui, ma ciò non
cambiava il fatto che il ragazzo fosse uscito con lei.
Teoricamente loro due erano amici e gli amici dovevano essere
in grado di capire quando ti piaceva qualcuno, anche se non
glielo dicevi espressamente. Dopotutto anche Henry lo aveva
capito senza che lui dicesse nulla. E, se Henry c’era arrivato,
perché Joss no?
Era una giornata di marzo talmente calda che il vampiro si
tolse la giacca e la poggiò sul braccio.
Marzo. Non riusciva a credere di non avere notizie di suo zio
dal giorno in cui erano tornati dal loro viaggio in Siberia, tre
mesi prima. Gli aveva scritto subito dopo l’attacco di Jasik e
aveva continuato a farlo una volta alla settimana mostrandosi
sempre più preoccupato, ma non aveva ottenuto nessuna
risposta. Almeno, in quel lasso di tempo, il suo aggressore non si
era più fatto vivo e dell’assassino contro cui suo zio l’aveva
messo in guardia non v’era traccia. Certo, esisteva sempre la
possibilità che Otis avesse ricevuto un’informazione sbagliata.
E se la storia dell’ammazzavampiri non fosse stata che una
sciocchezza? Se a Bathory non ci fosse stato nessuno, a parte
Jasik il ladro? Eppure Vlad continuava a non allontanarsi troppo
da casa e da scuola e a non andare in giro da solo. E non riusciva
a fare a meno di essere in pena per suo zio.
Lui e Joss fecero la solita strada fra le case dopo aver lasciato
Henry a scuola per l’ennesima riunione del Consiglio
studentesco. Prima che potessero uscire dallo spazio tra le case
di fronte a quella di Nelly, il suo silenzioso compagno si fermò e
gracchiò: «Devo parlarti». Lanciò un’occhiata implorante a
Vlad, che non sembrava affatto disposto a facilitargli il compito.
Insomma, Joss aveva violato il codice dell’amicizia e avrebbe
dovuto affrontare le conseguenze. Intuendo i pensieri del
vampiro, il ragazzo si fece coraggio, prese un profondo respiro e
disse: «Mi sento malissimo per quello che ho fatto. Sapevo che
lei ti piaceva, ma quando mi ha chiesto di andare al ballo non
potevo crederci. È così carina, divertente e intelligente e...»
«Non stai migliorando le cose», grugnì Vlad mentre il suo
pensiero correva alla prima volta che aveva visto Meredith.
Erano in terza elementare e lei era nuova. Stava di fronte alla
classe, timida e spaventata, a rigirarsi un ricciolo tra le dita. Lui
non avrebbe voluto far altro che prenderla per mano e
proteggerla.
«Mi dispiace, va bene? Ho sbagliato di grosso. E ora mi
sembra di aver rovinato la nostra amicizia e mi sento malissimo,
Vlad», buttò fuori Joss guardandolo negli occhi. «Per favore,
deve esserci qualcosa che posso fare per far tornare tutto a
posto.»
Il vampiro si sistemò lo zaino in spalla e serrò la mascella,
ancora furioso. «La prossima volta che pensi mi piaccia
qualcuno, fai attenzione, okay? Hai davvero ferito i miei
sentimenti. Pensavo fossimo amici.»
«Lo siamo!» esclamò il giovane lasciando cadere a terra la
cartella, le guance leggermente arrossate. «A essere sinceri, a
parte Henry, sei l’unico amico che ho... e lui è un mio parente.
Se non sta con me, sua madre lo tiene chiuso in casa per
punizione.»
Vlad gemette, colpito da un profondo senso di colpa. «Non è
questo il motivo per cui Henry sta con te, Joss. Gli piaci
veramente. Sia io sia lui pensiamo che tu sia proprio forte...
quando non esci con le ragazze che ci piacciono.» Sospirò e fece
cadere il suo zaino accanto a quello del compagno. Magari era
stato troppo duro con lui, poteva bastare così. Dopotutto, il
poveretto era colpevole solo di aver accettato un invito a un
ballo. «Senti, non ho confidato neppure a Henry quanto mi
piacesse Meredith. E quando sei andato al ballo con lei... mi è
sembrato come se tu avessi calpestato la nostra amicizia. Non è
facile superare una cosa del genere.»
«Non lo farò mai più. Lo giuro, okay? Possiamo essere di
nuovo amici?» insistette il ragazzo con l’aria sconfitta di chi sta
difendendo una causa persa.
Vlad si passò una mano tra i capelli scostandoseli dagli occhi
e mentalmente si diede un calcio. Una grossa parte di lui avrebbe
voluto conservare per sempre quel risentimento, ma sapeva di
non poterlo fare. Quello era Joss. Per lui era importante quasi
quanto Henry. «Non abbiamo mai smesso di essere amici. Solo
perché sono arrabbiato con te non significa che non lo siamo
più», sospirò infine.
Un lampo di sollievo attraversò lo sguardo del giovane, ma
entrambi rimasero in silenzio finché quest’ultimo non si schiarì
la voce. «Perciò lei ti piace veramente, eh?»
Il vampiro espirò nervosamente. Era come se avesse
trattenuto il fiato fin da quando aveva saputo dei programmi di
Meredith per il Ballo della Neve. «Già.»
«Devi fidarti proprio per aprirmi il tuo cuore in questo
modo», mormorò Joss.
«Be’, sì», ammise l’altro sentendosi improvvisamente più
leggero.
«Anch’io mi fido di te», disse l’amico tutto d’un fiato, la voce
incerta. «A dire il vero, ho un segreto. Un segreto molto grosso.
Mi piacerebbe condividerlo con te. Va bene?»
«Per me va bene. È qualcosa di brutto?» chiese il vampiro
preoccupato.
«No, non proprio. Anzi ne sono davvero fiero. È solo che non
ne parlo molto. In più è legato a un grosso problema che spero tu
possa aiutarmi a risolvere.»
Vlad rimase in attesa per un po’, ma l’altro non accennò a
continuare. «Non posso aiutarti se non me lo dici.»
«Te lo dirò. È solo che... è dura, capisci? Non ne parlo mai
con nessuno e adesso ho bisogno di farlo. E tu... tu conosci
questa città, i suoi abitanti. A giudicare dalla tua raccolta di libri,
credo che tu abbia una mente piuttosto aperta. Sento di potermi
fidare di te, come se finalmente avessi un amico con cui non
sono imparentato», spiegò guardandosi intorno come per
accertarsi che fossero soli. «Il mio tempo è quasi scaduto. Se
non finisco in fretta... potrei trovarmi in guai seri.»
Il vampiro aggrottò la fronte. Qualcosa nel suo stomaco
sussultò, dandogli un leggero senso di vertigine: erano i suoi
nervi. C’era qualcosa di... sbagliato in quella conversazione.
«Amico, che c’è? Va tutto bene?» domandò incerto.
Dall’espressione che l’altro gli rivolse comprese che non
c’era nulla che andasse bene al momento.
Il ragazzo si inumidì le labbra e lanciò di nuovo un’occhiata
nervosa dietro di sé. «Ho bisogno di te.»
Vlad non aveva idea di cosa l’amico volesse dirgli, dal
momento che continuava a divagare, ma i suoi nervi
continuavano a contorcergli le viscere.
Joss si piegò verso di lui, riducendo la sua voce a un sussurro.
«Ascolta, sto seriamente infrangendo il protocollo dicendoti
questa cosa. Al diavolo, ho infranto il protocollo già venendo
qui. Gli incarichi privati sono proibiti. Che diavolo mi diceva la
testa?» Scosse il capo, come se si stesse rimproverando
silenziosamente. «Non posso dirlo a Henry e qui tu sei l’unica
persona di cui mi fido, Vlad. Adesso che il mio contratto di nove
mesi sta per scadere, ho bisogno di aiuto per portare a termine il
mio compito. A dire il vero, non ho neppure iniziato. Di norma
non mi preoccuperei per questo, ma il tizio che mi ha assunto mi
sta minacciando, e sono sicuro che terrà fede alle sue parole se
non faccio ciò che devo.»
Il vampiro annuì come se avesse capito, ma non era così. Non
veramente.
L’amico rimase in silenzio per un attimo, come se stesse
cercando le parole giuste. «Non mi sono trasferito qui per i miei
genitori. Sono venuto qui per conto mio, perché ho una missione
da portare a termine.»
«Quale compito? Di cosa stai parlando?» lo incalzò Vlad,
piegandosi ancora verso di lui.
Joss continuò a guardarlo negli occhi. «Mio padre lavora per
una società che ci fa spostare continuamente in giro per il
mondo, ma il fatto è che i miei genitori non si rendono conto che
in realtà sono io a lavorare per loro. Il lavoro di papà è solo una
copertura. Una copertura di cui né lui né mia madre sono a
conoscenza.»
Il vampiro alzò un sopracciglio perplesso, ma cercò di
comportarsi in maniera disinvolta. «Una copertura per cosa?»
«Per la mia missione. Sono un assassino», asserì il giovane
con espressione neutra. «Un ammazzavampiri.»
No.
Gli occhi di Joss erano limpidi, freddi e onesti. E, per quanto
Vlad ci provasse, in quello sguardo non riusciva a cogliere
neppure un accenno di ironia.
No, no, no. Non Joss.
«Sono stato ingaggiato all’inizio dell’anno scolastico per
dare la caccia a un vampiro che si nasconde a Bathory e per
ucciderlo. È un ingaggio privato, una cosa che la Società degli
Ammazzavampiri scoraggia. Agli assassini è proibito accettare
questo genere di incarichi e per una ragione più che valida: se un
vampiro dovesse minacciare te o la tua famiglia, ti ritroveresti
ad affrontarlo da solo. Ma, quando ho scoperto che questo
vampiro vive sotto copertura proprio nella città di mio cugino,
non ho potuto dire di no. Bisogna proteggere la propria
famiglia.» Le spalle del ragazzo si rilassarono, come se si
fossero finalmente liberate di un grande peso. «È stata dura
convincere i miei che dovevo venire a stare con zia Matilda e zio
Pete per un anno. Di norma è la Società a organizzare i miei
spostamenti. È sempre dura mentire a mamma e papà. Ma si
trattava della vita dei miei cugini e dei loro genitori, non potevo
permettermi di non ammazzare questo mostro.»
I nodi allo stomaco di Vlad si serrarono ulteriormente, finché
non ebbe la sensazione che la parte centrale del suo corpo fosse
un’unica massa solida e pesante. «Ma i vampiri non esistono»,
obiettò.
Il ragazzo si avvicinò ancora di più, come se condividessero
un terribile segreto. In effetti, pensò Vlad, era proprio così. «Oh,
sì che esistono. Lo so. Ne ho uccisi un bel po’.»
Il vampiro cercò di buttare giù il nodo che gli si era formato
in gola: spostò lo sguardo da Joss verso terra e poi riprese a
guardarlo. «C-come? Come li hai uccisi?»
La tranquillità del tono dell’amico era inquietante. «Oh, in
molti modi. Perlopiù conficcando loro un paletto nel cuore.
Qualcuno l’ho trascinato alla luce del sole mentre stava
dormendo. Una volta ne ho decapitato uno. È un lavoro davvero
violento, ma credo nella causa. Se noi assassini non facessimo
qualcosa per fermare... l’invasione...»
Vlad trasalì.
«... il mondo sarebbe pieno di quei mostri.»
Il giovane guardò Joss cercando di trovare nei suoi occhi la
prova che stesse mentendo. Sperava disperatamente di trovarla,
ma non c’era. Il ragazzo che aveva di fronte era responsabile
della morte di molti suoi simili. «Quanti ne hai uccisi?»
«Vediamo...» fece Joss contando sulle dita e riflettendo per
un attimo. «Ventitré, senza contare i due che ho aiutato ad
ammazzare quando ero alle prime armi.»
«Ma non sai niente di loro. Non sai se sono malvagi o no.
Come fai a dire che meritano la morte?»
L’ammazzavampiri si morse le labbra. Quando aprì bocca,
aveva la voce roca come se fosse sul punto di scoppiare a
piangere e stesse cercando di trattenersi. «Lo so eccome. Uno di
loro ha ucciso mia sorella. L’ho visto io. Continuerò a dare la
caccia a quei mostri finché il mondo non ne sarà libero.»
Mostri. Come faceva Joss a chiamare mostri i vampiri,
quando lui li uccideva senza prendersi il disturbo di
comprendere la loro natura?
«Conosci l’identità di quello cui stai dando la caccia?»
domandò Vlad, infilandosi le mani nelle tasche.
Il cacciatore abbassò lo sguardo verso terra. Sembrava
rilassato. Probabilmente non immaginava di stare parlando con
un mostro. «Non ancora. Questo qui è astuto. E... be’, ho avuto
un po’ di distrazioni, un po’ per colpa della durata del contratto,
poi per il fatto che sono stato tanto con te e Henry, per non
parlare di Meredith. Senti, non lo dirai a nessuno, vero?»
Il vampiro pensò d’informare subito suo zio, ma immaginava
che non avrebbe reagito affatto bene se avesse scoperto che uno
dei suoi più intimi amici era un assassino. «Cosa farai se trovi
quel tizio?» chiese deglutendo nervosamente.
«Non è un tizio, è una cosa. Non una persona», sentenziò
l’altro chinandosi a raccogliere la cartella. «Farò quello per cui
sono stato ingaggiato, lo ucciderò.»
Il vampiro sentì una stretta allo stomaco. «Non è
pericoloso?»
Joss gli lanciò un’occhiata che, in qualunque altra situazione,
avrebbe potuto essere confortante. «Rilassati, l’unico che deve
preoccuparsi di cosa accadrà quando lo troverò è quell’essere.»
Per qualche motivo, quelle parole non furono di nessun
conforto per Vlad.
Joss mise la mano nella cartella e tirò fuori una grande
cassetta di legno, la aprì con una chiave d’argento ossidata ed
estrasse un piccolo oggetto metallico che consegnò all’amico.
«Questo è un crocifisso di argento purissimo. I vampiri non
possono avvicinarsi alle croci. E odiano l’argento.»
Per un attimo, il ragazzo fu sul punto di scoppiare a ridere,
ma poi Joss tirò fuori uno spesso paletto di legno lungo circa
trenta centimetri e il suo pugno si serrò convulsamente intorno
alla croce che aveva in mano. Non aveva mai visto nulla di più
spaventoso.
L’ammazzavampiri glielo allungò e lui si trovò a stringere
ancora più forte il crocifisso, prima di porgerglielo e prendere
timidamente l’arma.
«Proprio in mezzo alle costole, dritto al cuore. Ma bisogna
andare in profondità, altrimenti lottano come pazzi», spiegò
Joss.
«L’hai fatto... davvero?» domandò Vlad, la gola serrata.
«Certo che sì. Quelle cose devono essere uccise. Non sai cosa
possono fare quando sono fuori controllo», rispose il ragazzo
accarezzando amorevolmente una bottiglia con l’etichetta
SUCCO D’AGLIO. «Ucciderli è il mio lavoro.... e il mio lavoro
mi piace.»
Quelle ultime cinque parole furono davvero troppo per il
vampiro, che scosse la testa, il cuore che batteva all’impazzata
per la paura. «Joss, ma è una follia! Stiamo parlando di persone.
I vampiri non esistono, per cui tu ammazzi persone.»
Un’ombra passò sul volto del giovane, più scura di quanto
Vlad avesse mai visto. «No, io uccido mostri. Mostri che hanno
preso una bambina piccola dal suo letto mentre il fratello
maggiore guardava dal corridoio, nascondendosi dietro la porta,
troppo spaventato per muoversi o gridare.»
Il vampiro fissò il suo amico incredulo, domandandosi quale
incubo fosse stato costretto a vivere per arrivare a quel punto.
Cercò di calmare la folle corsa del suo cuore, ma non ci riuscì. Si
costrinse dunque a rilassare le spalle e a ostentare una calma che
non provava. Come se non fosse proprio lui il vampiro cui Joss
stava dando la caccia. Frattanto testò il peso del paletto,
cercando di scacciare dalla mente l’immagine di quell’oggetto
conficcato nel suo cuore.
«Bene. Okay, diciamo per un attimo che è tutto vero. Cosa
fai? Ti metti a correre e pianti questo affare nel loro petto?»
«È così che funziona.»
Il vampiro scosse la testa. Per quanto ci provasse, non
riusciva a farsi una ragione di tutta quella storia. «Non dici:
’Ciao, mi chiamo Joss e adesso ti ucciderò’, o una cosa del
genere? Solo un paletto nel cuore, eh?»
Il cacciatore fece spallucce. «È quello che ci vuole. Perché
perdere tempo a parlare? Darebbe solo un vantaggio alla
creatura.»
«E poi che fai? Li lasci lì e speri che siano morti?» domandò
Vlad con una punta di disprezzo. Un killer, il suo amico era un
killer. E la cosa peggiore era che lui non se n’era accorto. Non
sapeva con chi fosse più arrabbiato, se con Joss, perché era un
assassino, o con se stesso, per essere stato così stupido da
stringere un rapporto con lui. Si disse che avrebbe dovuto
ricordarsi di apportare delle modifiche al codice dell’amicizia:
non uscirai con la ragazza per la quale il tuo migliore amico ha
una cotta... e non cercherai di impalare il tuo migliore amico con
un grosso pezzo di legno.
«Ma perché fai tante storie, Vlad? Sì, li lascio lì. Quando il
lavoro è finito, contatto la Società perché diano una pulita e vado
a casa», sbuffò il cacciatore spazientito.
«E cosa succede se li manchi?» chiese il vampiro senza
staccare gli occhi da terra.
In un attimo il giovane gli afferrò un polso e lo girò. Prima
che avesse il tempo di comprendere cosa stava succedendo, Joss
lo aveva costretto in una morsa. Il paletto era nella sua mano
destra. Vlad non si ricordava neppure di averlo lasciato andare,
eppure era lì, a pochi centimetri dal suo petto.
A quel punto il panico ebbe il sopravvento, il colore gli svanì
dalla faccia, enfatizzando il suo naturale pallore. Aveva fatto
troppe domande o l’ammazavampiri doveva aver notato il suo
tatuaggio. Joss doveva essersi reso conto che lui era l’unico
vampiro di Bathory. E adesso stava per ucciderlo.
La punta argentata del paletto luccicò alla luce del sole,
fluttuando a meno di mezzo centimetro dal punto in cui il cuore
di Vlad batteva con forza contro il suo petto. I suoi occhi erano
spalancati e il respiro affannoso. Solo il sussurro dell’altro
ragazzo nel suo orecchio gli confermò che non era morto. Non
ancora.
«Io non li manco mai.» Le parole del cacciatore risuonarono
di fredda determinazione mentre allontanava il paletto e lasciava
andare l’amico. Poi, notando l’espressione terrorizzata di Vlad,
si lasciò sfuggire un sorriso. «Senti, posso capire che tu sia a
disagio. È un grosso colpo da assorbire tutto in una volta. Ma
non preoccuparti, non ti sto chiedendo di uccidere quella cosa
immonda, solo di aiutarmi a trovarla.»
La sensazione di essere stato tradito e il terrore raggiunsero il
culmine e il vampiro spinse l’amico con mani tremanti e ringhiò:
«Che diavolo credevi di fare? Avresti potuto ferirmi!»
«Stavo solo facendo un po’ il buffone. Pensavo che ti saresti
messo a ridere», si schermì l’altro.
«Non è stato divertente. E neppure uccidere le persone lo è»,
replicò Vlad assestandogli una spallata e allontanandosi da solo.
Una volta a casa, sbatté la porta dietro di sé e lanciò lo zaino
dall’altra parte della stanza, mancando di poco la paffuta
Amonet. Sia Nelly sia la gatta lo guardarono, sorprese da quello
scatto di nervi.
«Vladimir? Stai bene?» domandò sua zia.
«Sto bene! Solo lasciatemi stare, sto bene!» strillò lui in
risposta, salendo i gradini a due a due. Poi sbatté anche la porta
della sua stanza e si buttò sul letto, cercando di togliersi dalla
testa l’immagine del paletto.
Con gli occhi velati di pianto, lanciò uno sguardo truce al
leggero luccichio del suo tatuaggio e una lacrima gli sfuggì,
scivolando lungo la guancia. Non si era mai sentito così solo,
così spaventato, così incredibilmente perso e disperato.
Non si era mai sentito così... da quando aveva trovato i suoi
genitori morti quattro anni prima.
19
UN DOVERE FILIALE
Vlad sbatté le palpebre guardando l’orologio: avrebbe voluto
che i numeri cambiassero, che quella giornata finisse, portandosi
via un po’ della tristezza per ciò che era accaduto quattro anni
prima. Quando la mezzanotte fu passata, il ragazzo si chinò e
s’infilò le scarpe da ginnastica, tentando di allacciarle alla meno
peggio.
L’idea di uscire da solo nel bel mezzo della notte –
specialmente se Joss era nei paraggi con il suo paletto di legno –
non lo esaltava, ma non aveva poi molta scelta. Alcune cose
erano più forti anche della paura.
Non che non fosse adeguatamente terrorizzato.
Anche se era quasi certo che Joss ignorasse la sua vera
natura, avrebbe fatto in modo di non invitarlo più a cena da quel
momento in poi. Doveva tagliare fuori uno dei suoi due migliori
amici. Come ci sarebbe riuscito? A dispetto delle sue
convinzioni e del paletto che sembrava pronto a conficcargli nel
cuore, Vlad teneva a lui. Inoltre cambiare atteggiamento
avrebbe potuto insospettire il ragazzo, cosa che, in ultima
analisi, l’avrebbe danneggiato.
Una volta pronto, il giovane prese il Lucis dal cassettone e
sgusciò fuori dalla sua stanza, passando per la biblioteca, e si
accorse che dalla porta della camera di Nelly fuoriusciva una
lama di luce. Aveva appena sceso i primi due gradini della scala,
quando Amonet schizzò fuori dall’oscurità, artigliandogli la
caviglia. «Amonet! Finiscila!» sibilò Vlad stizzito.
Per tutta risposta, prima di precipitarsi al piano inferiore, la
gatta gli rifilò un altro graffio sulla gamba. Il ragazzo si voltò
istintivamente a guardare la porta della camera di sua zia. Era
impossibile che non avesse sentito i passi di quella cicciona di
Amonet rimbombare per le scale in quel modo.
Eppure tutto taceva.
Il giovane vampiro discese silenziosamente le scale e uscì
dalla porta d’ingresso, certo che prima o poi Nelly si sarebbe
accorta delle sue fughe notturne e lo avrebbe messo in punizione
per l’eternità.
All’esterno, la luce della luna aveva colorato l’asfalto di
azzurro e gli alberi di un grigio inquietante e smorto. Faceva
abbastanza caldo da non indossare la giacca ma, quando arrivò
in centro, Vlad rimpianse di non averla portata con sé. C’era
qualcosa di stranamente confortante nel contatto del denim
contro la pelle, e durante quella camminata in direzione del
cimitero il conforto era qualcosa di cui avrebbe avuto bisogno.
Aveva percorso quella strada tre volte dalla morte dei
genitori, una ogni anno. All’inizio aveva provato ad andare
durante il giorno, ma c’era sempre troppa gente per i suoi gusti.
Quindi aveva deciso di rendere omaggio ai suoi pochi minuti
dopo la mezzanotte, in modo da restare solo con loro e poter
piangere indisturbato qualora ne avesse voglia.
Lanciando continue occhiate alle proprie spalle per essere
sicuro che né Eddie Poe, né Joss lo stessero seguendo, si diresse
fino all’estremità della città e si fermò proprio di fronte alle
porte del cimitero. Accanto a ogni lato dell’entrata c’era un
muretto basso di mattoni, e del ferro battuto ritorto formava un
arco sopra il vialetto polveroso che conduceva all’interno. In
cima all’arco delle lettere in grassetto indicavano ciò che partiva
da lì, il VIALE DEL CIMITERO. Vlad non comprendeva il
senso di quel nome: non c’erano altri viali a Bathory e quella
specificazione sembrava inutile. D’altro canto, era certamente
un nome onesto, anche se in qualche modo macabro, per un
posto dove le persone seppellivano i loro morti.
Il vampiro prese un respiro profondo, si scostò i capelli dal
viso con la mano tremante e avanzò.
Niente era peggio di quel dolore. Affrontare D’Ablo l’anno
prima, subire l’attacco di Jasik, essere lontano da Otis, dover
sfuggire a Joss e nascondersi da Eddie erano nulla in confronto.
A metà del viale principale, Vlad si fermò per guardarsi
intorno. Il cimitero era invaso dalle erbacce e dai rami degli
alberi pendevano edera morta e muschio. Alla sua sinistra c’era
una grande lapide a forma di parallelepipedo sulla quale giaceva
la statua di una donna. In mano aveva una specie di corona. La
luce della luna dava l’impressione che fosse viva e, con un
brivido, il ragazzo aspettò con il fiato sospeso che si levasse dal
suo scomodo giaciglio.
Con suo immenso sollievo, non lo fece.
Alla sua destra vide una pietra tombale a forma di libro e,
accanto a essa, un’altra sormontata da una statua a forma di
agnellino, sul cui musetto si era formata una chiazza di muschio
che, nell’oscurità, faceva sembrare l’animale affetto da qualche
strana malattia. Vlad si voltò e scorse la grande quercia ritorta
che segnava il punto in cui erano sepolti i suoi genitori. Avanzò
nel prato, attento a non passare sulle tombe. In parte perché gli
sembrava piuttosto maleducato calpestare i resti di qualcuno –
soprattutto se si trattava di gente che non avevi mai conosciuto –
e in parte, pensò ingoiando il nodo che aveva in gola, perché
aveva visto fin troppi film in cui i morti tornavano in vita.
Erano solo film, e lui lo sapeva. Pura fantasia. Ma aveva
comunque timore che qualcuno... o qualcosa squarciasse la terra
e lo afferrasse per la caviglia.
Fece qualche passo lento e incerto verso l’albero,
guardandosi intorno, e poi la vide: la lapide dei suoi genitori.
Era piccola e semplice. Sugli angoli superiori erano incise
delle foglie d’edera, che incorniciavano l’iscrizione sottostante:
A IMPERITURO RICORDO DI TOMAS E MELLINA TOD.
Sotto c’erano le loro date di nascita, quella del matrimonio e
quella della morte. In fondo c’era una semplice frase, che Nelly
era stata abbastanza coraggiosa da scegliere al suo posto: CI
MANCHERETE.
Vlad s’inginocchiò davanti alla pietra tombale, spazzando via
con la mano le foglie morte e la polvere che si erano accumulate
nell’ultimo anno. Abbassò gli occhi e cercò in tutti i modi di non
pensare all’ultima volta che li aveva visti o al fatto che i loro
corpi fossero vari metri sotto la fredda terra consacrata.
«La gente dice che con il tempo diventerà più facile», disse
ad alta voce, le lacrime che gli solcavano il volto. «Be’, la gente
è stupida. Non diventa mai facile, continuate a mancarmi. A
volte mi chiedo se smetterà mai di fare tanto male.»
Un animaletto corse fuori dagli alberi vicini e si fermò per
rosicchiare qualche trifoglio appena germogliato. Il ragazzo lo
guardò per un attimo, completamente immerso nei suoi pensieri.
Rimase in quella posizione, rimuginando sul giorno in cui aveva
trovato i corpi privi di vita dei suoi e riesaminando ogni
dettaglio di quel periodo orribile della sua vita, finché i piedi non
gli iniziarono a formicolare e dovette sedersi a terra. Dopo un
tempo che sembrò infinito, si alzò e si tolse l’erba e la polvere
dai jeans. Accarezzò affettuosamente la lapide e permise alle
lacrime di scendere copiose sulle sue guance. «Mi dispiace. Mi
dispiace di aver spento la vostra sveglia. Se ci fosse un modo per
tornare indietro, lo farei.»
Le spalle gli tremarono, scosse dai singhiozzi disperati. Dopo
un po’ si asciugò la faccia con la manica e prese qualche respiro,
cercando di reprimere la tristezza. Quando si fu calmato,
sussurrò: «Ma non posso, e devo imparare a convivere con
questa certezza».
Quando uscì dal cimitero, si diresse verso casa sforzandosi di
non pensare più ai suoi genitori. Si concentrò invece su Joss.
Chiaramente doveva fare qualcosa a proposito del suo amico
ammazzavampiri. Evitarlo o confidargli il suo segreto erano
opzioni da non considerare. Gli restavano solo due alternative,
nessuna delle quali molto allettante.
Poteva attaccare Joss per primo e approfittare del vantaggio
per spaventarlo a morte, oppure poteva ingannarlo, fingendo di
aiutarlo nella ricerca del vampiro di Bathory. Qualche dritta
sbagliata avrebbe potuto mandarlo fuori strada, ma l’idea di
tradire un amico gli lasciava in bocca un gusto terribilmente
amaro. Com’era quel detto sul fatto che bisognava tenere vicini i
propri amici e ancora più vicini i propri nemici? Be’, era un
buon consiglio.
E poi c’era Eddie, un altro bel problema.
Vlad avanzò tra gli edifici e sbucò di fronte alla sua vecchia
casa, quella in cui aveva sempre vissuto da quando era piccolo
fino a quando si era trasferito da Nelly. Si guardò indietro,
stupito di essere arrivato fin lì senza essersene reso
minimamente conto.
Al buio, la dimora appariva vuota, desolata e triste. Il ragazzo
si chiese se ci avrebbe vissuto mai più. Legalmente era sua,
anche se Nelly avrebbe detenuto il diritto di proprietà al posto
suo fin quando non avesse compiuto diciotto anni. A volte gli
capitava di sognare a occhi aperti che un giorno l’avrebbe
sistemata per andarci a vivere con la sua famiglia.
In altri momenti desiderava semplicemente che si ripiegasse
su se stessa, accartocciandosi fino a scomparire, salvo poi
ricordare qualche piccolo particolare sui suoi genitori. Allora le
lacrime scorrevano libere, lavando via i pensieri oscuri e
rammentandogli che c’era una ragione se quell’edificio stava
ancora in piedi: era il simbolo della sua famiglia e neppure la
morte avrebbe potuto portarglielo via.
Dall’altra parte della strada un uomo stava avanzando verso
la casa. Si fermò e si girò, come per verificare che non ci fosse
nessuno che lo stava spiando nell’oscurità. Vlad si nascose
dietro un albero e attese qualche secondo prima di lanciare
un’occhiata.
Conosceva quell’uomo, era Jasik, il vampiro che lo aveva
morso.
Lo osservò salire in veranda, aprire la porta ed entrare. Era
appena sparito oltre la soglia, che il giovane si precipitò
dall’altra parte della strada. Il cuore gli picchiava forte contro le
costole, eppure qualcosa di più profondo, di più oscuro, lo
spingeva ad andare avanti. Doveva vedere cosa stesse facendo
l’altro vampiro nella sua vecchia casa, doveva vederlo e basta.
Aveva sperato che il suo primo incontro con Jasik sarebbe
stato anche l’ultimo ma, chiaramente, non era così.
Vlad fece il giro dell’edificio, avanzando di soppiatto, e si
affacciò alla finestra della sala da pranzo: sembrava vuota.
L’intruso doveva essere salito al piano di sopra.
Con mano tremante aprì la porta sul retro e la richiuse dietro
di sé. Tutti i film dell’orrore che aveva visto gli dicevano che era
una pessima idea, ma avanzò comunque in silenzio, cercando di
tenere a freno la propria paura. L’ambiente era interamente
impregnato dall’odore di cenere e fuliggine, anche se l’incendio
che aveva ucciso i suoi si era propagato solo nella loro stanza da
letto. Il ragazzo cercò in tutti i modi di non guardare altro che i
propri piedi, ma fallì miseramente. Sul tavolo c’era la
ventiquattrore di suo padre, coperta da uno strato di ragnatele e
polvere. Tutto in quella casa appariva intatto, nonostante il
passare degli anni. Ogni volta che entrava lì dentro, per Vlad era
come tornare indietro nel tempo.
Avanzò con passo felpato sul pavimento di legno e poi salì le
scale, le orecchie pronte a cogliere qualunque movimento di
Jasik. In fondo al corridoio, nello studio di suo padre, riuscì a
sentire il vampiro che si muoveva. Sembrava che stesse aprendo
e chiudendo i cassetti della scrivania.
Il giovane sgusciò nel corridoio per dare un’occhiata più da
vicino, quando l’intruso uscì dallo studio e si diresse verso la
camera da letto padronale.
Vlad si fermò di colpo e si preparò a scappare, convinto di
essere stato visto ma, con sua grande sorpresa, il vampiro non lo
notò. Dopo un sospiro liberatorio, mosse con cautela qualche
passo lungo il corridoio e si nascose in uno degli angoli più bui,
accanto a un grande orologio a pendolo. La porta della camera
da letto era aperta, per cui riuscì a vedere Jasik che sfrecciava di
qua e di là, lasciando cadere alcune cose che doveva aver portato
con sé all’interno di una cartella di pelle. Lo sentì imprecare ad
alta voce in una lingua sconosciuta e il ragazzo si chiese se
potesse trattarsi del codice di Elysia. Non che avesse
importanza. Quello che contava veramente era perché avesse
imprecato.
Il vampiro continuò ad aggirarsi nervosamente per la stanza,
mugugnando ancora sottovoce in quella strana lingua. Passò le
dita lungo varie parti del muro e poi riprese a tirar fuori
rabbiosamente le sue cose dalla borsa. Quello spettacolo
avrebbe anche potuto risultare divertente se, dalla tasca della
camicia, Vlad non avesse visto far capolino una provetta,
probabilmente la stessa in cui il vampiro aveva sputato il suo
sangue tre mesi prima. Il ragazzo pensò di introdursi nella mente
di Jasik, ma era quasi certo che in quel modo avrebbe rivelato la
sua presenza. Se lui riusciva a percepire quando Otis cercava di
leggergli nel pensiero, sicuramente anche quello strano tipo se
ne sarebbe accorto.
In quel momento l’intruso s’infilò di nuovo la giacca e prese
la sua ventiquattrore. Poi si fermò per un attimo, come se fosse
in ascolto.
Vlad si premette una mano sulla bocca e rimase immobile,
ma il vampiro si voltò verso il corridoio.
Era stato scoperto e sapeva che probabilmente non sarebbe
andato via senza pagare un altro tributo di sangue, eppure non si
mosse, non respirò.
Jasik aveva percorso il corridoio fermandosi vicino al grande
orologio a pendolo, quando dalla sua tasca iniziarono a
provenire le note della Quinta Sinfonia di Beethoven. Il vampiro
prese un cellulare e se lo portò all’orecchio. «Pronto?»
Ci fu una pausa mentre ascoltava.
«Ho il sangue del ragazzo, ma non il Lucis. Sto tornando a
Elysia adesso», disse allontanandosi dal nascondiglio di Vlad e
abbassando la voce. «Non importa. Da quello che ho letto negli
appunti di Tomas, non è neppure a Bathory.»
Un’altra pausa, poi un sospiro. «Pensavo che suo figlio
potesse condurmi fino a esso, ma è chiaro che non ne sa niente,
per cui non c’è bisogno di prolungare ulteriormente la sua vita.»
Jasik mormorò qualcosa che il ragazzo non riuscì a sentire,
poi premette un pulsante e si mise di nuovo il telefono in tasca.
Con la valigetta in mano, scese le scale senza dire una parola.
Vlad rimase all’erta finché non sentì la porta d’ingresso che
sbatteva, poi tirò un profondo sospiro di sollievo.
Si trattava però di un sollievo momentaneo, visto che il
vampiro aveva intenzione di ucciderlo.
Dopo una rapida ricerca nello studio, il ragazzo si fermò sulla
soglia della camera dei suoi genitori. Da quando erano morti non
vi era più entrato, ma, se Jasik aveva lasciato lì qualche tipo di
indizio su chi fosse e cosa volesse fare del suo sangue, quello
non era certo il momento per indugiare nei ricordi, per quanto
dolorosi. Vlad entrò e si sforzò di guardare i resti bruciacchiati
della stanza.
Attraverso le imposte dell’unica finestra la luce della luna
filtrava all’interno. Il chiarore era sufficiente perché il giovane
potesse avere una discreta visuale della camera e dei resti del
letto in cui, un tempo, sua madre e suo padre avevano dormito.
Non notò nulla che sembrasse insolito o fuori posto, ma era
indubbio che stesse succedendo qualcosa, e lui doveva scoprire
di cosa si trattasse. Anche se ciò significava recarsi nel cuore di
Elysia senza la guida e la protezione di Otis.
20
UN NEMICO RIVELATO
Vlad si concentrò sulla parte centrale del proprio corpo e
ordinò ai suoi piedi di staccarsi da terra. Dopo qualche secondo
stava fluttuando davanti alla finestra della stanza di Henry.
Il suo amico era a letto e stava russando a tutto spiano.
Il vampiro diede un colpetto al vetro e lo chiamò.
Lui grugnì e rotolò su un fianco, la mano che penzolava fuori
dal letto.
«Henry, svegliati!» lo chiamò Vlad picchiando forte contro il
telaio della finestra.
Il ragazzo scattò a sedere sul letto e si stropicciò gli occhi.
Dopo essersi guardato intorno per un attimo, vide l’amico fuori
dalla finestra e avanzò barcollando e soffocando uno sbadiglio.
«Ehi... questo film l’ho già visto. Un vampiro fluttua fino alla
finestra, un ragazzo lo invita a entrare e, dopo essersi fatto
succhiare via tutto il sangue, diventa a sua volta una creatura
della notte», disse aprendo la finestra e rivolgendo al coetaneo
uno stanco sorriso di sfida. «Non ci penso proprio a invitarti a
entrare.»
«Amico, spostati», fece l’altro roteando gli occhi.
Henry si fece indietro e si stiracchiò le braccia, soffocando un
altro sbadiglio. «Lo sai, qualcuno di noi dorme quando il sole
tramonta.»
«Già, ma qualcuno di noi è alle prese con oscure trame che
riguardano Elysia... e il suo sangue», disse il vampiro
scavalcando il davanzale della finestra.
«Che vuoi dire?» domandò Henry, improvvisamente serio.
Vlad frugò nel cassettone dell’amico e gli lanciò una
maglietta. «Ti ricordi di quel vampiro che mi ha morso? Ha
sputato un po’ del mio sangue in una provetta che aveva con sé.
E stanotte l’ho beccato nella mia vecchia casa. Mi serve un
passaggio fino a Stokerton, così potrò scoprire perché.»
L’altro lo fissò a bocca aperta.
Il vampiro lo ignorò e gli lanciò un paio di jeans. «Hai
intenzione di aiutarmi o no?»
«Ti sei dimenticato che nessuno di noi due sa guidare un
veicolo a motore?»
Vlad si era inginocchiato per tirare fuori le scarpe di Henry da
sotto il letto e, quando finalmente ci riuscì, le lanciò ai piedi
dell’amico. «Certo che lo so, ma Greg sa guidare.»
«E tu mi hai svegliato perché...»
«Ho bisogno che tu lo tenga occupato mentre io vado a
Elysia.»
«Da solo? Ma sei impazzito? Non dovresti avvicinarti a quel
posto senza Otis.»
«Non ho molta scelta. Forse mio zio non riceve le mie lettere
e, qualunque cosa stia facendo questo tizio, la sta facendo
adesso. Ti prego, sveglia Greg e chiediglielo, okay?» supplicò il
vampiro.
Henry s’infilò la maglietta dalla testa e uscì silenziosamente
in corridoio. Entrò nella stanza del fratello e, dopo una
conversazione sussurrata, questi venne fuori con l’aria intontita,
grattandosi la testa perplesso. «Che succede, Vlad? Henry dice
che hai bisogno di un passaggio a Stokerton o una cosa del
genere.»
Dietro di lui l’amico fece spallucce. Avrebbe dovuto
inventarsi qualcosa da solo.
«Sì, è così. Mi puoi aiutare?» si limitò a dire.
«Be’, non senza un buon motivo. Quindi, vuoi spiegarmi?»
ribatté l’altro incrociando le braccia davanti al petto.
Ancora una volta lo sguardo di Vlad si posò su Henry e,
ancora una volta, questi scosse la testa, incapace di aiutarlo.
Allora disse la prima cosa che gli passò per la mente: «Venti
bigliettoni».
«Un buon motivo. Diciamo trenta e affare fatto», rispose
Greg con un ghigno soddisfatto.
Il vampiro tirò fuori due banconote dal portafogli e gliele
porse.
«Incontriamoci fuori tra dieci minuti. Dammi solo un attimo
per vestirmi. E fate silenzio: se mamma e papà ci beccano,
siamo tutti nei guai», bisbigliò il ragazzo più grande, prima di
uscire dalla stanza.
Qualche minuto dopo erano in macchina diretti a Stokerton.
Greg faceva un sacco di odiose domande sulla ragazza che Vlad
stava andando a incontrare di nascosto, perché – aveva dedotto –
doveva esserci di mezzo una ragazza. Del resto quella era
l’unica cosa che potesse valere trenta bigliettoni e due ore di
macchina. Per la maggior parte del tempo il vampiro lo ignorò,
aiutato da Henry che cercava di distrarre il fratello con qualche
domanda sull’imminente inizio del campionato dei Bathory
Bats.
Quando finalmente arrivarono a Stokerton, Vlad guidò Greg
per la città finché non si fermarono davanti a un palazzo di
tredici piani pieno di uffici che il giovane aveva visto molte
volte in sogno.
«Aspettate qui», disse scendendo dall’auto, ignorando
accuratamente lo sguardo preoccupato del suo migliore amico.
L’ultima volta che erano stati lì, il ragazzo lo aveva visto lottare
all’ultimo sangue con D’Ablo.
Girato l’angolo, il vampiro raggiunse il buco nel muro
accanto al cassonetto della spazzatura e ci scivolò dentro.
Il tunnel era angusto e lurido, proprio come se lo ricordava.
Avanzò strisciando finché non raggiunse il condotto metallico
che portava all’inceneritore, vi s’intrufolò e aprì la grata che
conduceva a una delle celle di detenzione di Elysia. Mentre si
issava all’interno dell’opprimente locale, gli venne in mente
che, se la porta fosse stata chiusa, la sua impresa sarebbe stata
vana, oltre che stupida. Per fortuna non lo era e si aprì
agevolmente.
Procedette lungo il corridoio e, dopo essere rimasto in ascolto
per un attimo, entrò nella sala vuota del Consiglio. La attraversò
e, sforzandosi di ricordare come arrivare ai piani superiori, aprì
l’ennesima porta.
Proprio in quel momento, Jasik attraversò il corridoio ed
entrò in ascensore.
Vlad vide i numeri salire fino al tredici e fermarsi, poi
premette il pulsante e attese che l’ascensore tornasse al piano.
Quando le porte si aprirono, lui entrò nell’abitacolo e – come
aveva fatto suo zio un anno prima – poggiò la mano su un
simbolo inciso nel legno, facendo sì che un pannello si
sollevasse rivelando un’altra pulsantiera. Vlad premette il
tredici e aspettò.
Una volta giunto al piano, uscì e si guardò intorno alla ricerca
dell’altro vampiro. In fondo al corridoio due grandi porte nere di
legno lucido erano aperte e da esse fuoriusciva una luce dorata.
Il giovane si avvicinò, scivolando silenziosamente lungo il
muro, e si mise in ascolto.
«E quindi?» Una pausa, poi un piccolo sussulto. «Eccellente,
Jasik. E il ragazzo?»
«Illeso, come mi avevi detto tu.»
Vlad trattenne il fiato e fece capolino da dietro l’angolo.
L’uomo che lo aveva aggredito era seduto su una poltrona
accanto a una grande scrivania nera. Un altro individuo, in piedi
davanti a una finestra, stringeva la provetta con il suo sangue in
una mano. Nessuno dei due sembrava aver notato la sua
presenza.
L’uomo alla finestra raddrizzò le spalle, ma non smise di
guardare fuori. «Bene, voglio assistere alla sua fine.»
«Pensavo che tu credessi che fosse il Pravus», replicò Jasik
alzando un sopracciglio.
L’altro tacque, prima di rispondere con un tono sommesso,
quasi tranquillo: «È così, ma devo anche portare delle prove a
sostegno della mia tesi e, per farlo, devo ucciderlo».
«E violare la legge più sacra?»
«No, ho altri piani. Non credo mi ridarebbero la presidenza se
uccidessi uno dei nostri simili.»
«Certo che no», rispose Jasik con l’aria di chi si chiedeva se
quello che aveva di fronte fosse o no un criminale. «E che
succede se hai ragione e lui riesce a sopravvivere alla morte?»
L’uomo si girò lentamente facendo gonfiare il suo lungo
cappotto e i suoi guanti neri luccicarono sotto la luce. Indossava
dei pantaloni scuri di pelle, ma sotto il cappotto era a petto nudo.
Vlad rimase a bocca aperta di fronte al grosso buco che faceva
bella mostra di sé all’altezza dello stomaco e dovette mettersi
una mano sulla bocca per soffocare il grido che minacciava di
erompergli dal petto.
D’Ablo fece un sorrisetto compiaciuto al suo scagnozzo e
sollevò la provetta. «Se sopravvive, sarò qui per prostrarmi ai
suoi piedi.»
Il giovane vampiro si ritrasse, la mano ancora premuta sulla
bocca, per evitare di essere visto. D’Ablo era vivo. Com’era
possibile? Ricordava ancora tutto distintamente: il vialetto buio,
la terribile incertezza mentre gli puntava il Lucis e passava il
pollice sul simbolo. Suo zio aveva detto che dovevano solo
attendere che morisse. E Vlad era lì quando la vita lo aveva
abbandonato.
Eppure l’uomo nella stanza accanto era proprio D’Ablo e,
sebbene fosse più piccolo, aveva ancora la terribile ferita allo
stomaco che lui stesso gli aveva inferto l’anno passato.
Il giovane fece nuovamente capolino dall’angolo. L’ex
presidente del Consiglio di Elysia aveva aperto la provetta
contenente il suo sangue ed era intento ad annusarlo, come un
sommelier avrebbe fatto con un vino pregiato. A un tratto la
sollevò, accennando un brindisi e, mentre la inclinava, aprì la
bocca, lasciando che alcune gocce del liquido vermiglio gli
bagnassero la lingua.
D’Ablo assaporò il sangue per qualche istante, poi chiuse gli
occhi e piegò leggermente la testa all’indietro. Vlad vide il suo
pomo di Adamo alzarsi e abbassarsi mentre inghiottiva.
L’ufficio era immerso nella quiete, come se persino l’aria
avesse paura di muoversi. Il cuore del ragazzo batteva a un ritmo
accelerato, pompandogli il sangue negli arti, ma il suo corpo era
comunque intorpidito. Dopo quella che sembrò un’eternità, il
silenzio fu rotto.
All’inizio il suono fu impercettibile, come se un esercito di
ragni stesse arrivando da molto lontano, ma la sua intensità non
tardò ad aumentare. Il buco nello stomaco di D’Ablo cominciò a
muoversi, piegandosi ai bordi sotto lo sguardo attonito e
terrorizzato di Vlad. Una striscia di tessuti attraversò il diametro
del buco, seguita da un’altra e poi da un’altra ancora, formando
una strana rete di carne. Il buco che trapassava D’Ablo da parte a
parte si stava chiudendo, mentre il rumore con cui aveva avuto
inizio il processo si affievoliva.
Avvenne tutto molto velocemente: le strisce di tessuti
lasciarono il posto ai muscoli, che si unirono per formare gli
organi. Gli organi furono coperti dalla pelle. Il rumore di ragni si
spense: il vampiro era di nuovo tutto intero.
Con movimenti cauti e silenziosi Vlad se la svignò lungo il
corridoio, facendo quasi cadere un vaso di fiori nella fretta.
L’oggetto oscillò, ma il ragazzo riuscì a bloccarlo e continuò a
scappare.
Le cose non sarebbero potute andare peggio. Lo zio era
disperso, uno dei suoi migliori amici voleva ucciderlo e quello
non era che l’inizio.
D’Ablo era ancora vivo.
E, a quanto sembrava, continuava a volere lui morto.
Il giovane prese l’ascensore fino al primo piano e barcollò
fuori dalla porta d’ingresso. Aprì la portiera della macchina e
scivolò accanto a Henry.
«Va tutto bene?» chiese il suo migliore amico aggrottando la
fronte.
Vlad scosse la testa una sola volta e poi si girò verso il
finestrino, sperando che l’altro capisse e lasciasse perdere. C’era
una sola persona con cui avrebbe voluto parlare del ritorno di
D’Ablo ma, sfortunatamente, non rispondeva alle sue lettere da
mesi.
Al posto di guida Greg ridacchiò. «Ah, le donne. Ti danno
sempre i segnali sbagliati, Vlad.»
Durante il viaggio di ritorno rimasero tutti in silenzio e, a
parte qualche sguardo preoccupato da parte di Henry, il vampiro
fu lasciato da solo con i suoi pensieri.
Non aveva idea di come D’Ablo fosse sopravvissuto alle
lesioni inferte dal Lucis e si chiedeva come mai Otis non fosse al
corrente del fatto che l’uomo fosse ancora vivo. E che diritto
aveva lui di provare disgusto alla vista di un vampiro che si
nutriva del suo sangue, quando lui stesso pasteggiava a sangue
umano ogni giorno? A volte si sentiva proprio un ipocrita.
Sprofondò nel suo sedile e guardò le luci della città
scomparire. Ben presto non ci fu altro da vedere che stelle
luccicanti e spazi aperti e bui. Quando gli avevano detto che il
suo primo anno alle superiori sarebbe stato difficile, non
avrebbe mai potuto immaginare fino a che punto
quell’affermazione si sarebbe rivelata veritiera. Naturalmente
nessun altro si trovava un mostro ritornato dalla morte alle
calcagna o aveva un assassino come migliore amico.
Vlad sospirò. Cosa avrebbe fatto con Joss? Non poteva dirgli
la verità, non poteva correre il rischio di esporsi, non se il
ragazzo minacciava di avvicinarglisi armato di paletto e succo
d’aglio. E adesso, con D’Ablo che ordiva piani per porre fine
alla sua esistenza... Bathory stava per diventare un posto
davvero difficile in cui vivere.
Forse sarebbe stato fortunato e Joss si sarebbe imbattuto in
D’Ablo prima che quest’ultimo riuscisse a trovare lui.
Quel pensiero gli strappò un sorriso. Poi però si trovò ad
aggrottare la fronte, pensieroso.
Dopotutto non era una cattiva idea.
Se il suo amico cacciatore avesse ucciso D’Ablo, le cose si
sarebbero risolte. Joss avrebbe avuto il suo vampiro e l’ex
presidente del Consiglio di Elysia non gli sarebbe più stato
addosso, ammesso che non resuscitasse anche stavolta. In più il
ragazzo non sarebbe stato costretto a svelare il suo segreto anche
a Joss, e tutti i problemi si sarebbero risolti senza l’intervento di
Otis.
Greg accese la radio. C’erano i Killers, che cantavano un
motivo lento che ripeteva che tutto sarebbe andato bene. Vlad si
appoggiò allo sportello e alzò lo sguardo verso le stelle,
desiderando contro ogni logica che avessero ragione.
21
TU QUOQUE, JOSS?
Vlad ansimò e lanciò a Mr Hunjo uno sguardo implorante
colmo di disperazione, ma l’insegnante di educazione fisica
doveva aver perso ogni capacità di provare compassione per un
ragazzino mezzo morto, sempre che l’avesse mai avuta.
«Muoviti, Tod. Alza quelle ginocchia», grugnì.
Il ragazzo girò l’angolo senza eseguire il comando: se lo
avesse fatto si sarebbe dato una ginocchiata sulla mascella.
Joss lo raggiunse correndo, non era sudato quasi per niente.
«Tutto okay, Vlad?» chiese.
«No... morendo... Hunjo... maledetto...» rispose l’altro
affaticato. Se i paletti e l’aglio erano le due armi principali per
liberarsi di un vampiro, l’ora di educazione fisica doveva essere
la terza.
L’amico gli corse lentamente al fianco finché non si
trovarono a passare di nuovo davanti al loro insegnante, poi
bisbigliò: «Ci penso io». Prima che Vlad potesse anche solo
rendersi conto di cosa stava succedendo, il ragazzo inciampò
sulla pista.
«Che fai? Stai bene?» chiese il vampiro precipitandosi al suo
fianco.
L’altro si limitò a fargli l’occhiolino mentre spostava il peso
sulla gamba sinistra. «Il ginocchio», si lamentò.
Mr Hunjo gridò: «Tod! Accompagna McMillan in
infermeria».
Assecondando l’insegnante, Joss mise un braccio sulla spalla
dell’amico, che lo aiutò ad avanzare zoppicando verso il
vestibolo. Non appena la porta della palestra si chiuse,
l’infortunato lasciò andare il suo accompagnatore e riprese a
camminare normalmente. «Ehi, tu sì che guarisci in fretta»,
commentò Vlad sorridendo.
«Be’, ho salvato tutti e due. Te dalla morte e me stesso dalla
disperazione.»
Il vampiro prese un respiro profondo: era pronto. Aveva
studiato il suo piano per due settimane intere senza trovarvi
nessuna falla. Avrebbe funzionato. «Senti, Joss, posso parlarti
un attimo?»
Il giovane gli tenne la porta del bagno aperta. Sembrava
molto stanco, probabilmente a causa della caccia notturna al
mostro. «Certo, vieni nel mio ufficio», lo esortò.
«Tutto a posto tra di noi? Ho pensato che fuggendo, l’altra
volta, forse ho incrinato la fiducia che riponevi nei miei
confronti.»
«Tutto a posto, Vlad. Non è un problema. Solo non volevo
che pensassi che sono una specie di pazzo che se ne va in giro ad
ammazzare la gente.»
«Non lo penso. Be’, sai, quello che mi hai detto qualche
settimana fa su vampiri e assassini mi aveva convinto che tu
fossi un po’ svitato. Ma dopo ieri sera... più o meno ti credo.»
«Perché? Cos’è successo ieri sera?» chiese il cacciatore
facendosi serio.
Vlad si schiarì la voce e, volutamente, lasciò vagare lo
sguardo. «Credo di aver visto un vampiro.»
«Credi o lo sai? Ne dobbiamo essere sicuri.»
«Ne sono sicuro. Aveva i denti affilati ed era molto pallido»,
disse il ragazzo con aria decisa, il pranzo che pesava sullo
stomaco come una palla di piombo.
«Potrebbe essere un succhiasangue», commentò Joss
pensieroso.
«Mi ha assalito e poi è saltato su una macchina diretto verso
Stokerton», continuò il vampiro.
Un’espressione terribile attraversò il viso dell’amico: uno
strano miscuglio di curiosità, sorpresa e acume. Vlad era pronto
a darsela a gambe, convinto di essere stato smascherato, quando
il cacciatore chiese: «Lui ti ha assalito e tu sei riuscito a
scappare?»
Il vampiro annuì, sperando che il luccichio nello sguardo del
compagno non fosse provocato dal sospetto.
«Sono ammirato. Dopotutto potresti avere quello che ci vuole
per fare l’ammazzavampiri», si complimentò il coetaneo.
La campanella suonò e Vlad, con un sorriso forzato, fece
strada fuori dal bagno e poi lungo il corridoio, fino allo
spogliatoio. «E quindi che farai?»
«Be’, hai detto che si è diretto verso Stokerton. Dirò a mia zia
di portarci lì domani pomeriggio e andremo a caccia.»
Il vampiro lo fissò. Non era sicuro di riuscire a sopportare la
vista di un suo simile che veniva ucciso, neanche se si trattava di
D’Ablo. «Andremo?» chiese allarmato.
«Be’, sì. Voglio dire, tu sai com’è fatto. Senza contare che
voglio mostrarti come si fa. Non mi capita spesso di poter fare
sfoggio delle mie tecniche. Verrò da te stasera dopo cena e
potremo concordare i dettagli», annunciò il cacciatore
facendogli l’occhiolino.
L’altro soffocò l’ondata di nausea che lo invase e annuì senza
dire una parola. Infine aprì la porta dello spogliatoio,
permettendo all’amico di entrarvi zoppicando.
Per il resto della giornata Vlad cercò di togliersi dalla mente
il pensiero che avrebbe guardato un altro vampiro morire.
Quando arrivò a casa quel pomeriggio, non trovò nessuno. Nelly
stava facendo di nuovo gli straordinari in ospedale.
Lasciò lo zaino a terra e salì al piano di sopra. Spulciò tra gli
scaffali della libreria, ma non trovò quasi niente sugli
ammazzavampiri. A quanto pareva solo Bram Stoker aveva
parlato di loro. Il ragazzo sbuffò. Dov’era Buffy quando
serviva?
Entrò in camera sua e si sedette sul letto, le gambe che
fremevano per la tensione. Presto si sarebbe trovato di nuovo
faccia a faccia con D’Ablo.
No, Vlad. Smettila di pensarla in questo modo.
Sarebbe stato Joss ad affrontare l’altro vampiro. Lui sarebbe
rimasto nascosto dietro un cassonetto sperando di non essere
visto.
Forse fare un buco nello stomaco di un suo simile avrebbe
dovuto dargli un po’ di fiducia in se stesso, ma la verità era che
gli avvenimenti dell’anno passato lo avevano terrorizzato.
Uccidere e fare del male a qualcuno non erano cose
divertenti. Anche se la persona cui stavi facendo del male era
assetata del tuo sangue.
Andò in cucina, al piano di sotto, e prese una sacca di sangue
dal frigo. Dopo averla aperta con i denti, versò il liquido dolce e
appiccicoso in una tazza da caffè che infilò nel microonde per
qualche minuto.
Sua zia non sarebbe tornata a casa prima di qualche ora e,
anche se lui non sapeva con precisione a che ora Joss si sarebbe
presentato, era pronto a scommettere che lo avrebbe fatto dopo il
ritorno di Nelly. Perciò, non avendo altro da fare che i compiti di
algebra, si mise davanti alla televisione e brandì il controller
della PlayStation. Avrebbe sfogato le sue recenti frustrazioni sul
minaccioso re alieno.
Qualche ora più tardi, dopo aver perso contro il computer
quattro volte, spense il videogioco e si passò nervosamente una
mano tra i capelli.
In quell’istante sua zia varcò la soglia di casa portando un
sacchetto della spesa. «Ciao, tesoro. Com’è andata oggi?»
Vlad si fermò per un attimo a riflettere. Da una parte voleva
raccontare tutto riguardo a Joss e D’Ablo a qualcuno che fosse
in grado di proteggerlo, anche se in minima parte; dall’altra non
voleva coinvolgere la donna. D’Ablo era pericoloso, troppo
pericoloso per la sua tutrice. «Mah, non è successo quasi
niente.»
Fuori dalla finestra, il vampiro scorse Joss che entrava in
veranda. Un attimo dopo suonò il campanello.
«Nelly, vado a fare una passeggiata con Joss. Tornerò più o
meno tra un’ora.»
Prima che lei potesse rispondere, Vlad si era infilato le scarpe
e lui e il compagno stavano già camminando lungo la strada.
Il cacciatore sembrava distante, distratto. Quando i due
ragazzi scambiarono le prime parole erano già in prossimità del
confine di Bathory.
«E quindi dove andiamo?» chiese il vampiro occhieggiando
con aria sospetta lo zaino del compagno.
«A fare una passeggiata. Ho una commissione inaspettata da
sbrigare», tagliò corto Joss con aria un po’ tronfia. «Durante il
mio appuntamento tu non dovrai farti vedere, poi concorderemo
qualche manovra per domani.»
Proseguirono superando la fattoria Barker e si addentrarono
nel bosco per giungere di fronte a una collina in cui gli alberi
cedevano il posto a una radura. Al centro di essa c’era un uomo
vestito di nero.
D’Ablo.
Vlad si sentì raggelare. D’istinto afferrò l’amico per un
braccio, tirandolo al riparo dietro un albero e provò a pensare a
un modo rapido per scappare senza essere visti. Sarebbero potuti
sgusciare via senza dire una parola, ma ciò avrebbe richiesto che
Joss rimanesse in silenzio, senza fare neppure una domanda,
cosa che Vlad non era sicuro di poter ottenere senza l’ausilio del
controllo mentale o di una spiegazione convincente. A meno
che, naturalmente, non desse il via prima del previsto al piano
per la risoluzione di tutti i suoi problemi.
«Ma che stai facendo?» domandò il cacciatore
costringendolo ad abbandonare la presa sul suo braccio.
Il vampiro fece capolino da dietro l’albero guardando D’Ablo
e poi di nuovo Joss. Aveva in gola un nodo enorme, che gli
impediva di parlare. «Hai visto quel tizio laggiù? È il vampiro.»
Il suo compagno alzò gli occhi al cielo e uscì dal
nascondiglio, catturando l’attenzione di D’Ablo. Vlad tentò di
bloccarlo ancora una volta, ma senza successo.
«Amico, senza offesa, ma io sono un assassino. Penso di
saper riconoscere un vampiro. Senza contare che...» tentò di
blandirlo Joss facendo un segno verso l’uomo, che per tutta
risposta annuì. «È lui il tizio che mi ha ingaggiato.»
Vlad guardò di nuovo D’Ablo: sorrideva tranquillo ma, a un
certo punto, le sue labbra s’incresparono appena in un ghigno
truce, così impercettibile da sfuggire agli occhi di Joss.
Il giovane vampiro osservò l’amico che stava lì, ignaro di
tutto, e comprese che, se non avesse fatto qualcosa,
l’ammazzavampiri sarebbe diventato il successivo pasto dell’ex
presidente del Consiglio di Elysia. Prese un respiro profondo e
fece un passo in avanti nella radura, tenendo lo sguardo fisso su
D’Ablo per tutto il tempo.
«Hai ingaggiato un assassino?» chiese ostentando un
coraggio che non provava.
«Non ho avuto scelta. Credimi, ragazzo, sarebbe stato un
piacere prendermi da solo la mia vendetta, ma, vedi, il nostro
ultimo incontro mi ha causato dei danni fisici che mi sono
costati la presidenza del Consiglio. L’anno scorso avrei avuto il
diritto di ucciderti secondo le leggi di Elysia. Quest’anno – visto
che il Consiglio insiste nel dire che sei un vampiro, e in quanto
tale devi essere interrogato e processato – ucciderti sarebbe
illegale e, se voglio recuperare la mia carica, non posso fare
nulla che vada contro il volere del Consiglio. Se lo facessi sarei
condannato a morte e a me piace vivere», spiegò D’Ablo con un
sorriso di sfida. «Il Lucis è la più efficace arma contro i vampiri.
Sono stato fortunato. Se tu l’anno scorso avessi saputo davvero
ciò che è in grado di fare e l’avessi puntato un po’ più in alto,
adesso probabilmente non staremmo qui a parlare. Certo, se non
fosse stato per il tuo sangue, sarei rimasto ferito e menomato per
tutta la vita. Mutilato», aggiunse, lo sguardo per un attimo
turbato. Poi gli angoli della sua bocca si sollevarono
nuovamente e gli occhi brillarono alla luce della luna. «A quanto
pare devo esserti grato, il sangue del Pravus ha un enorme potere
cicatrizzante.»
«Non sono il Pravus», ribatté il giovane con voce incerta.
Ormai persino per lui era difficile credere a quelle parole.
«Oh, io credo che tu lo sia e neppure tu puoi negare che
questa possibilità esista.»
Vlad si sentì mancare. D’Ablo aveva ragione, per quanto lui
volesse negarlo, quell’eventualità c’era.
«Se sono il Pravus, questo vuol dire che sono un vampiro.
Perciò perché non mi porti davanti al Consiglio per farmi
interrogare e processare per i miei crimini? O vuoi catturarmi e
conservare il mio sangue?» chiese il ragazzo con aria trionfante
dopo aver pesato accuratamente le parole.
«No, non voglio catturarti e non posso ucciderti con le mie
mani, ma posso farlo fare a un ammazzavampiri ribelle. È molto
semplice: devo provare che sei il Pravus e l’unico modo per
farlo è ucciderti. Tu hai quello che voglio e farti processare dal
Consiglio non me lo darà», rispose l’altro vampiro sibillino.
«Cosa vuoi?» chiese allora Vlad, fissandolo negli occhi.
D’Ablo fece un passo in avanti e il suo viso fu attraversato da
un sorriso diabolico. «In ultima istanza? Prendere il tuo posto
come Pravus. Purtroppo, per farlo mi occorrono tre oggetti... e,
naturalmente, la tua vita.»
Il ragazzo indietreggiò di un passo senza replicare. Il suo
cuore era diventato spaventosamente silenzioso come se, non
facendo movimenti improvvisi, potesse evitare di essergli
strappato dal petto.
La risata dell’ex presidente del Consiglio di Elysia risuonò
metallica e inquietante. «Se sei il Pravus, come io credo, dovrò
ucciderti per completare un particolare rituale. Prima però dovrò
entrare in possesso delle istruzioni necessarie a svolgerlo nel
modo corretto. Se stasera riuscirai a sopravvivere, tornerò a
prenderti. Non posso permettermi di tenerti prigioniero fin
quando non troverò il passo che sto cercando. Potrebbero volerci
degli anni, anche se spero di riuscirci molto prima. Certo, non è
un metodo sperimentato, ma i testi che ho studiato insistono sul
fatto che, una volta che la cerimonia sarà completa, sarò io a
regnare sui vampiri e a schiavizzare gli esseri umani e tu... tu
marcirai», sentenziò con disprezzo. Poi rimase in silenzio, come
per consentire a Vlad di rendersi conto della gravità della
situazione, e fece un cenno a Joss, che per tutto quel tempo era
rimasto immobile, come se fosse vittima di un sortilegio.
Quando il ragazzo lo ebbe raggiunto, ricominciò a parlare.
«Tra un attimo il nostro caro assassino cercherà di toglierti la
vita. Se sopravvivrai, avremo la prova, al di là di ogni
ragionevole dubbio, che sei il Pravus. Allora gli scettici, i
milioni di vampiri che insistono nel dire che la profezia non è
altro che una favola, finalmente crederanno e, una volta che sarò
il nuovo Pravus, saranno costretti a seguirmi. Obbediranno alla
mia legge, ai miei voleri, senza osare contraddirmi. Niente più
Consigli, pratiche, difficoltà. Dominerò su tutti i vampiri con
pugno di ferro!» esclamò in preda all’esaltazione. «Se morirai,
invece, vorrà dire che mi sbagliavo sul tuo conto. Un peccato,
davvero, ma certo non ne soffrirò. In ogni caso, io cadrei in
piedi.»
Vlad aveva la bocca completamente secca. Anche se quella
notte fosse riuscito a sopravvivere, D’Ablo avrebbe continuato a
dargli la caccia per ucciderlo. Doveva mettere fine a quella
storia. Scappare era fuori discussione, a meno che non fosse
riuscito a correre abbastanza lontano da raggiungere Otis.
Quello, però, avrebbe richiesto un piano di fuga. E non solo da
D’Ablo.
Spostò lo sguardo su Jasik, che era fermo alle spalle
dell’uomo di cui aveva eseguito gli ordini.
Dopo essersi passato la mano sulla tasca, il ragazzo si rilassò:
aveva ancora il Lucis con sé. Sarebbero bastati un tocco e una
buona mira per mettere fine a quella storia, ma gli occorrevano
tempo... e distanza. Sollevò i piedi da terra e fece un passo
all’indietro. «Otis ha detto che tu e mio padre eravate amici.»
«È così, ma Tomas è morto. Quale regalo più grande potrei
fargli che mandare suo figlio da lui?»
«Come sapevi che Joss mi avrebbe portato qui?» domandò
Vlad indietreggiando ancora. Altri due passi e sarebbe stato
abbastanza lontano da fare un bel buco nel petto di D’Ablo,
mandando a rotoli il suo sordido piano. Certo non aveva la più
pallida idea di come avrebbero reagito Jasik e Joss dopo...
«Parli come se instillare un suggerimento nella testa di un
umano fosse complicato», lo schernì il suo nemico. «Non lo è.
Come non è difficile cancellare dalla sua mente il fatto che io e
Jasik apparteniamo alla specie cui lui dà la caccia o tenerlo
buono mentre noi scambiamo due chiacchiere.»
«Allora perché hai aspettato un anno intero? Bathory non è
una metropoli, trovarmi non sarebbe dovuto essere un
problema.» Un altro passo, ancora uno e D’Ablo avrebbe
smesso di sorridere.
«Per quanto tu sia importante, sire», lo apostrofò l’uomo con
una buona dose di sarcasmo, «la mia guarigione non basterà a
riottenere la presidenza. D’altro canto, se portassi al Consiglio
nove mesi di registrazioni che documentino le procedure e la
posizione della Società degli Ammazzavampiri, verrei riaccolto
in fretta e a braccia aperte, te lo assicuro.»
«Quindi ti sei ridotto a fare il leccapiedi?» lo punzecchiò il
giovane.
«Adesso basta. È tempo che affronti il tuo destino, Vladimir
Tod», lo zittì D’Ablo infastidito.
Il ragazzo si mise la mano in tasca e prese il Lucis. Lo tese in
avanti e lo puntò direttamente verso il petto del suo nemico.
«Non così in fretta», sibilò.
L’uomo aprì la bocca e rise. La sua risata era bassa, strana e
raggelante, come se sapesse qualcosa che Vlad ignorava.
Il giovane vampiro passò il pollice sul simbolo all’estremità
del Lucis e aspettò che il consueto raggio bianco e luminoso si
propagasse dall’altra estremità. Ma non successe nulla.
Provò di nuovo, ma il Lucis si rifiutò di rispondere. Era come
se fosse rotto.
La risata di D’Ablo si fece più forte. «Avresti dovuto
ascoltare il consiglio di tuo zio riguardo all’importanza di
portare il Lucis sempre con te, Vladimir. Per quello che ne sai tu,
qualcuno potrebbe essersi introdotto nella tua stanza mentre eri
a lezione di biologia, e potrebbe aver preso il Lucis dal
cassettone. Magari ha anche sostituito il tuo Lucis con un falso.»
A quel punto Jasik ghignò ed estrasse l’arma, quella vera,
dalla sua tasca. Il cuore di Vlad accelerò mentre lui lasciava
cadere a terra l’inoffensiva riproduzione e il panico minacciò di
sopraffarlo. Raggiunse Joss, gli mise una mano sulla spalla e
sussurrò: «Amico, hai ancora quella cassetta nello zaino?»
Ma il compagno non lo stava ascoltando. Aveva gli occhi
fissi sul suo polso.
Il giovane, rendendosi conto che il suo tatuaggio stava
brillando, ritrasse la mano. Aprì e chiuse la bocca, non sapendo
cosa dire per spiegare a Joss la presenza di quello strano segno
luminoso.
«Per tutto questo tempo hai finto di essere mio amico ed eri
uno di loro?» domandò l’ammazzavampiri pieno di sdegno,
allontanandosi di scatto, improvvisamente libero da qualunque
incantesimo lo avesse tenuto fermo e zitto fino a quel momento.
Con gesti decisi aprì la sua cartella e ne estrasse una cassetta di
legno, che dischiuse con grande cura. «Non vorrei farlo. Non hai
idea di quanto sarà difficile spiegare la tua morte a Henry.»
Vlad guardò Joss incredulo: uno dei suoi più cari amici stava
per attentare alla sua vita. Elaborò scuse su scuse tra sé, ma
nessuna sembrava neppure lontanamente sensata. Per cosa
doveva scusarsi poi? Non era lui quello in torto.
Era sul punto di dirlo quando qualcosa richiamò la sua
attenzione. Joss sembrava ignorare la presenza degli altri due
vampiri... quasi gli fosse stato imposto di concentrarsi solo su di
lui.
Alle spalle del cacciatore, Jasik passò il Lucis a D’Ablo.
Quest’ultimo sorrise e se lo infilò in una tasca interna della
giacca. Poi, sottovoce, disse: «E così ho due delle cose che mi
servono. La terza l’avremo in men che non si dica».
Quando la punta di un paletto scintillò alla luce della luna,
Vlad ritrovò la voce. «Henry lo sa.»
«Cosa? Che intendi? Gli hai detto che sono un assassino?»
domandò Joss confuso.
L’altro scosse la testa, continuando a spostare lo sguardo
dall’arma ai due vampiri alle loro spalle. «Sa cosa sono. Lo sa
fin da quando avevamo otto anni. Tiene il segreto per me, e
anche Nelly. Quindi, come vedi, a Bathory nessuno è mai stato
in pericolo per colpa mia. Io bevo il sangue che viene donato
all’ospedale, non mi nutro mai dalla fonte. So che pensi che i
vampiri siano mostri malvagi, ma io non lo sono. Sono diverso.»
«Stai mentendo, Henry mi dice tutto», replicò il giovane
sospettoso.
«Non questo.»
Alle spalle di Joss, D’Ablo sussurrò qualcosa a Jasik, che
annuì. Vlad iniziò a concentrarsi fino a farsi venire il mal di
testa, ma non riuscì a leggere i pensieri di nessuno dei due. Poi,
sforzandosi quanto più poteva, disse mentalmente a Otis:
«Aiutami, zio! D’Ablo è vivo! Mi senti? È vivo e sta cercando di
uccidermi!»
Non ci fu nessuna risposta.
«Se mi uccidi, Henry scoprirà che sei un assassino. Tutta la
tua famiglia lo scoprirà», insistette il giovane vampiro
indietreggiando velocemente.
Joss si avvicinò, deciso a non lasciarlo scappare. Nei suoi
occhi non c’era più neppure un pizzico di bontà. «Sopravvivrò»,
disse gelido. «Ma tu no.»
Senza attendere oltre, il cacciatore scagliò il paletto in avanti.
Il vampiro lo schivò, sfrecciando verso la radura, poi si girò
verso il suo aggressore e lo implorò: «Non devi farlo, Joss.
Pensaci. Chi è il vero mostro qui? È D’Ablo che ha organizzato
tutto. Io e te siamo amici».
Gli occhi dei due ragazzi s’incontrarono per un istante e Vlad
si concentrò, riuscendo a penetrare nella mente dell’altro.
Joss strinse il paletto tra le mani. Amici o no, doveva farlo,
doveva uccidere quel mostro per salvare Cecile. Lei era morta,
certo, ma, ogni volta che toglieva di mezzo un altro vampiro,
sentiva che l’anima di sua sorella diventava più leggera. La
stava liberando dal dolore come non era riuscito a fare negli
ultimi istanti della sua vita.
Un attimo, però... lui voleva bene a Vlad. Come poteva
togliere la vita a qualcuno che aveva difeso dai bulli e che
sapeva cosa voleva dire perdere una persona cara? Non poteva...
non poteva farlo.
Il giovane vampiro abbandonò la sua mente e attese,
sperando che presto sarebbe finito tutto. O almeno che lui e Joss
avrebbero lottato fianco a fianco, affrontando insieme D’Ablo.
L’amico rimase immobile per un attimo, rimuginando sui
pensieri che Vlad gli aveva indotto. Poi, scuotendo la testa,
prese una provetta dalla scatola e ne aprì il tappo. Aveva gli
occhi chiari, freddi. «Sei un succhiasangue. E io non posso
lasciarti vivere.»
Il vampiro guardò la boccetta terrorizzato. Succo d’aglio.
Perfetto.
Si concentrò di nuovo, provando ancora una volta a
manipolare i pensieri del ragazzo.
Un dolore lancinante attraversò la testa del cacciatore, come
se nel suo cervello si stesse svolgendo un tiro alla fune. Nel
tentativo di riprendere il controllo, si concentrò sul messaggio
più immediato che la sua mente gli stava gridando.
UccidiVladUccidiVladUccidiVladUccidiVlad...
Strinse la provetta e rimase immobile, gli occhi puntati sulla
belva. Il mostro che era uguale alla creatura che gli aveva tolto la
sua Cecile.
UccidiVladUccidiVladUccidiVladUccidiVlad...
Mostro? Ma quello era Vlad. Uno dei suoi due unici amici. Se
non altro poteva parlare con lui, magari aiutarlo a respingere
l’attacco di quegli altri bastardi.
Il vampiro uscì di nuovo dalla mente di Joss e guardò
D’Ablo, certo che stesse controllando i pensieri del suo amico.
Si schiarì la voce, non sapendo se la sua abilità nel controllo
mentale
sarebbe
stata
sufficiente
a
dissuadere
l’ammazzavampiri, e spostò di nuovo lo sguardo sulla fiala di
vetro. «E tu mi uccideresti solo perché un tizio ti ha detto di
farlo? Uno che, tra parentesi, è un vampiro.»
L’altro ragazzo si morse le labbra e gli lanciò un’occhiata
furiosa, stringendo la presa sia sulla fiala sia sul paletto. «Lo
faccio perché è la cosa giusta da fare. Non me ne importa niente
di chi è lui. Questo va oltre il senso del dovere. Si tratta di una
questione personale.»
«Sei impazzito», mormorò Vlad attonito.
Joss spostò il braccio all’indietro e lanciò la fiala in aria: il
contenuto scese come una pioggerellina fitta. Il vampiro si
abbassò, ma qualche goccia atterrò comunque sulla sua pelle
nuda, spingendolo ad agitare freneticamente il braccio. Solo
dopo si rese conto che il liquido non stava avendo su di lui
nessun effetto. Si annusò la pelle e tirò un sospiro di sollievo:
non era succo d’aglio.
Per un attimo Joss spalancò gli occhi, inorridito.
Vlad raccolse la fiala da terra, l’etichetta consunta diceva
ACQUA SANTA. Il ragazzo scosse la testa e si lasciò sfuggire
una risatina. Gettò di nuovo la provetta a terra e guardò negli
occhi Joss: il suo amico, il suo nemico. «Ti avverto che non
funzionerà neppure la croce. Sono solo miti, proprio come l’idea
che tutti i vampiri siano malvagi.»
«Ma questo funzionerà eccome», disse il cacciatore,
sollevando il paletto.
Con il cuore che gli batteva all’impazzata, Vlad osò fare un
passo in avanti. «Pensi di sapere molto su di me e su quelli come
me, ma non è così. Pensi che siamo tutti mostri senza cervello e
senza cuore. Be’, non lo siamo. Siamo persone, Joss, con una
famiglia, degli amici, delle idee, una vita! Come tra gli umani,
alcuni di noi sono cattivi», disse lanciando un’occhiata a
D’Ablo. «Ma non siamo tutti così. Io non sono così.»
«Pensi di essere l’unico a essere stato tradito qui? Tu stai
mentendo a tutti! Nessuno a Bathory sa quanto tu sia
pericoloso», sibilò Joss abbassando il paletto, come se avesse
deciso di conficcarglielo sotto le costole.
Fu allora che la rabbia di Vlad esplose. Prima di avere il
tempo di riflettere strappò il paletto dalla mano del suo
compagno di scuola e lo scagliò a terra. «Come puoi essere mio
amico e, un attimo dopo, mio nemico? Non è giusto! Non va
bene! Vampiro o no, sono la stessa persona che ero ieri, lo stesso
cui hai chiesto di accompagnarti qui stanotte. Io non sono
cambiato. Perché tu sì?» Le lacrime minacciarono di scendergli
lungo le guance, ma lui cercò di trattenerle in tutti i modi. «Non
sono un assassino.»
Gli occhi di Joss erano fissi sui suoi e la sua voce tremò
quando disse: «Non avevo mai visto degli occhi viola prima
d’oggi. Neppure in un vampiro. Che genere di mostro sei?»
Vlad rimase immobile per un attimo, preso alla sprovvista dal
tono del coetaneo. Pareva impressionato ma, soprattutto,
spaventato. A quanto sembrava i suoi occhi erano diventati
un’altra volta iridescenti.
Guardò D’Ablo e Jasik, che si erano fatti indietro per godersi
lo spettacolo. Avevano un’aria estremamente compiaciuta.
La rabbia lo abbandonò in un attimo e, quando guardò il suo
amico, lo fece con un’espressione implorante. «Non devi farlo.
Non toglieresti di mezzo un mostro, ti libereresti di un amico. Ti
prego... non lo fare.»
Joss abbassò lo sguardo verso il paletto e una lacrima gli
scese lungo la guancia, per poi cadere al suolo.
«So che è stata dura trasferirsi in continuazione, cercare di
farsi sempre nuovi amici. Be’, uno lo hai trovato: sono io. Noi
due siamo amici.» Vlad sapeva che avrebbe potuto insinuarsi
nella mente dell’altro ragazzo per vedere cosa stava pensando,
ma non voleva. Invece guardò... e aspettò.
«Uccidilo.» La voce di D’Ablo risuonò ferma e roca.
Il giovane vampiro si fece rapidamente indietro,
dimenticandosi di Joss per un attimo. Frattanto Jasik sbucò dal
nulla e lo afferrò per le braccia, bloccandolo.
Vlad si liberò di lui scattando in avanti e si mise a correre
verso gli alberi.
Poi si fermò di colpo.
Vide scorrere nella sua mente immagini di D’Ablo e Jasik
che succhiavano il sangue di Joss fino all’ultima goccia. Ma
quelli non erano i suoi pensieri. Era stato qualcuno a metterglieli
in testa.
Guardò D’Ablo, che annuì. Se fosse scappato, avrebbero
ucciso Joss prima di dedicarsi a lui. Non poteva permettere che
accadesse. Quel ragazzo era suo amico anche se aveva le idee un
po’ confuse in fatto di vampiri.
«Non deve andare così, Vladimir. Non c’è bisogno che il tuo
amico soffra», disse D’Ablo.
Il giovane si passò la lingua sui denti che, senza che lui se ne
accorgesse, erano usciti dalla loro sede. «Otis vendicherà la mia
morte. Non hai idea di ciò che ti attende se muoio.»
«Correrò volentieri questo rischio», replicò l’altro con un
sorriso.
L’aria abbandonò i polmoni di Vlad e lo stomaco gli si
strinse. Dietro di sé gli sembrò di sentire Joss che sussurrava:
«Per te, Cecile».
Poi un colpo fortissimo lo colpì alla schiena. Il tempo rallentò
fin quasi a fermarsi.
Mentre crollava in ginocchio, il vampiro voltò la testa. Il
cacciatore era dietro di lui, turbato, ma trionfante.
Vlad cercò di prendere un respiro profondo, ma l’aria si
rifiutò d’entrare e un liquido caldo sembrò ribollirgli nel torace.
D’Ablo era inginocchiato davanti a lui e lo stava osservando
con interesse. Il ragazzo abbassò lo sguardo con enorme sforzo e
vide uno spuntone argentato scintillare nel bel mezzo del suo
petto. Avvicinò la mano e lo toccò.
Il paletto. Joss lo aveva impalato.
Sbatté le palpebre. Gli occhi gli si chiudevano da soli, ma si
sforzò di riaprirli. I suoi vestiti erano inzuppati di qualcosa il cui
odore gli fece brontolare lo stomaco. L’assurdità della
situazione lo fece quasi ridere, ma poi tossì e un dolore
lancinante gli squarciò il petto. Il suo sguardo si posò su Joss e si
accorse che Jasik gli si stava avvicinando furtivo.
Tossì di nuovo ma, nonostante la sofferenza che stava
provando, non pianse. Aprì le labbra sporche di sangue e riuscì a
sussurrare: «Joss. Dietro...»
Ma l’aria non c’era più. Il suo amico non c’era più. La radura,
i vampiri, gli alberi, il cielo, tutto scomparve in un turbine nero.
Con l’ultimo pensiero semicosciente Vlad desiderò che l’altro
ragazzo riuscisse a sfuggire a Jasik e D’Ablo... e che Otis
vendicasse la sua morte.
Provò di nuovo a respirare, ma invano.
22
L’ALDILÀ
Vlad precipitò nell’oblio oscuro della morte. Morire era una
strana sensazione. All’inizio ebbe l’impressione di precipitare,
ma poi si sentì sollevato da molte mani. Gli sembrò che qualcosa
gli scorresse nel petto e, improvvisamente, l’aria tornò a fluire
nei suoi polmoni. Nel buio della mente, scorse la faccia di Otis.
Era severa, determinata, addolorata.
A un tratto la voce di Vikas invase i suoi pensieri: «Stai
fermo, Mahlyenki Dyavol».
E lui obbedì.
Dopo minuti, ore, giorni – non avrebbe saputo dirlo – delle
luci squarciarono il buio. Rosse e blu. Comparvero in cerchi e
portarono con sé il lamento di una banshee. Allora è così, pensò
Vlad. Sono morto e questo è l’aldilà. Pensò che avrebbero
dovuto esserci arpe, cancelli d’oro e tizi con grandi ali di piume
che svolazzavano qui e là. Invece non c’era nulla di tutto ciò,
solo dolore e oscurità e, di tanto in tanto, quello strano suono
accompagnato dalle luci colorate. Che fregatura.
Ignorando lo strano gorgoglio che proveniva dal suo petto, il
giovane prese un respiro profondo e la faccia di Otis tornò a
occupare il suo campo visivo. Era sul punto di parlare – doveva
avvertirlo di stare in guardia da D’Ablo e Joss – quando
un’ondata nera lo trascinò di nuovo nel limbo di oscurità.
Galleggiò nella foschia in uno stato di semincoscienza per
molto tempo; quando riemerse, sentì la voce di Nelly, le parole
che si perdevano tra i singhiozzi. Avrebbe voluto confortarla,
dirle che gli sarebbe mancata ma, ancora una volta, dalla sua
bocca non uscì nessun suono.
Il tempo ricominciò a scorrere e le nebbie lo avvolsero di
nuovo; alcune voci rimasero a tenergli compagnia, anche se non
riusciva a capire di chi fossero. Dopo quella che gli sembrò
un’eternità, si costrinse ad aprire gli occhi. Sebbene le palpebre,
ancora pesanti per il sonno, facessero di tutto per richiudersi,
riuscì a vedere un letto bianco inamidato e un tubo che dalla sua
mano arrivava fino a un lungo palo argentato. A esso era appesa
una flebo trasparente sulla quale campeggiava, tra le altre,
un’etichetta con la scritta: MORFINA. L’altra mano, invece, era
attaccata a un tubo collegato a una sacca di sangue.
Non c’era da meravigliarsi se aveva fame.
Era vivo! Il cuore gli faceva male, ma batteva. I polmoni gli
bruciavano, ma catturavano e rilasciavano aria. Sentiva dolore
in tutto il corpo... ma non era morto. In qualche modo, era
sopravvissuto.
Avrebbe voluto ringraziare la persona che lo aveva portato lì,
abbracciare qualcuno – chiunque – e dirgli che gli voleva bene,
rivedere Nelly, Otis e Henry. E, se fosse riuscito a uscire in
tempo dall’ospedale, avrebbe portato di nuovo Meredith
Brookstone al Ballo della Libertà e poi le avrebbe dato un bacio
che lei non avrebbe mai dimenticato.
Era vivo. Sorprendentemente, ce l’aveva fatta.
Ed era in ospedale... dove medici e infermiere avrebbero
sicuramente notato la sua sete di sangue e i suoi denti affilati.
Girò la testa, sentendola meno pesante, e guardò l’infermiera
che stava controllando il grafico stampato dal macchinario
sistemato accanto al suo letto. Aveva le labbra secche quando
aprì la bocca per parlare. «Dove sono?»
«Sei all’ospedale di Stokerton», lo informò la donna con aria
sorpresa. «Ti senti male?»
«No. Ho solo tanta sete», rispose il ragazzo leccandosi le
labbra.
Senza dire una parola, l’infermiera uscì dalla stanza. Quando
tornò, pochi istanti dopo, aveva un bicchiere d’acqua. Vlad la
sorseggiò lentamente con una cannuccia. Si schiarì la voce e
chiese: «Mia zia è qui?»
La donna sorrise e gli accarezzò il braccio. «È uscita un
attimo, ma credo che tuo zio sia in sala d’attesa. Vuoi che lo
vada a chiamare?»
«Otis è qui?» domandò il giovane sorpreso.
Senza rispondere né aspettare che lui aggiungesse altro,
l’infermiera scomparve di nuovo, lasciandolo da solo
nell’asettica stanza d’ospedale.
Su un piccolo pannello alla sua sinistra c’erano vari pulsanti.
Vlad ne premette alcuni finché non trovò quello che lo aiutò a
mettersi seduto. Poi sollevò il lenzuolo e con orrore notò che
indossava un terribile camicione azzurro a quadri.
Probabilmente a metterglielo era stato qualcuno del personale
medico, ma non poteva esserne certo. Si accarezzò piano il petto
e constatò di essere avvolto in un mucchio di bende.
Qualcuno nel corridoio stava correndo all’impazzata,
beccandosi un’ammonizione da parte dei medici. A un tratto la
porta della sua stanza si spalancò, rivelando un Otis sollevato.
Quando incontrò lo sguardo del nipote, l’uomo sospirò. «Grazie
al cielo. Pensavo che non ce l’avresti fatta.»
«Allora eravamo in due», ribatté il giovane vampiro con una
smorfia di dolore.
«Come ti senti?» chiese Otis chiudendo la porta e
avvicinandosi al letto.
La prima parola che passò nella mente del ragazzo fu:
sollevato. Sollevato perché, dopo essersi preparato mentalmente
a dirgli addio, stava guardando di nuovo in faccia suo zio. Ingoiò
le lacrime cercando in tutti i modi di mantenere un tono di voce
calmo e, invece di manifestare quel pensiero, si limitò a
rispondere: «Sono stanco ma, tutto sommato, sto bene.
L’infermiera ha detto che Nelly è qui».
Otis annuì e il suo sguardo si posò bramoso sulla sacca di
sangue di Vlad. Aveva gli occhi incavati, come se non si nutrisse
da giorni. «Lei e Henry sono andati a mangiare qualcosa.
Torneranno tra poco.»
L’effetto calmante della morfina abbandonò per un attimo il
ragazzo, che strinse la mano dell’uomo in cerca di conforto.
«Zio, D’Ablo è vivo. Non so come mai, ma ha bevuto il mio
sangue. E... Joss...»
«Sappiamo tutto, Vladimir. Mi spiace solo che non siamo
arrivati in tempo», disse Otis ricambiando la stretta.
«Joss mi ha impalato. È un ammazzavampiri», aggiunse il
ragazzo cercando di non piangere.
«Sappiamo anche questo.»
«Chi altri lo sa oltre a te?»
«Vikas. Quando ho ricevuto la tua lettera sull’attacco di
Jasik, sono salito sul primo aereo diretto qui, ma arrivato in
Francia il Consiglio di Parigi mi ha arrestato. Vikas è riuscito ad
aiutarmi a scappare da Elysia solo qualche giorno fa, dopo aver
ottenuto le prove che D’Ablo era ancora vivo. Eravamo in
macchina a pochi minuti da Bathory quando ho sentito la tua
richiesta d’aiuto telepatica. Abbiamo cercato tutti e due di
metterci in contatto con te, ma D’Ablo deve aver bloccato la tua
mente subito dopo. Sospetto che abbia usato un amuleto Tego,
ma non posso averne la certezza», spiegò Otis lasciandosi
sfuggire una lacrima. «Quando ti ho visto lì, con quel pezzo di
legno conficcato nella schiena e tutto quel sangue... ho pensato
che non sarei mai riuscito a insegnarti e mostrarti tutto ciò che
avrei voluto. Ci sono così tante cose che devo dirti, così tanto
tempo che voglio passare con te.»
Vlad tossì per colpa dello strano prurito che aveva nel petto.
«Non sono mai stato in ospedale prima d’oggi. Non si
accorgeranno che sono... diverso?»
«C’è voluto un po’ per convincere Nelly che dovevano
portarti all’ospedale di Stokerton. Qui abbiamo dei dottori e
anche delle infermiere. Adesso sei affidato alle loro cure, in
modo da non destare sospetti.»
«Perciò quell’infermiera...» mormorò il ragazzo incredulo.
«È una di noi, sì.»
Ci fu un leggero colpo alla porta, che poi si aprì rivelando
Vikas. Portava ancora il soprabito di pelliccia e piccole gocce di
sudore gli imperlavano la fronte. «Fa caldo nel tuo Paese,
Vladimir.»
«Già, forse dovresti toglierti quel soprabito», ribatté il
giovane divertito e, mentre l’uomo se lo sfilava, lanciò
un’occhiata a Otis. «Quando Jasik mi ha morso, mi sono sentito
molto strano: caldo, confuso, pesante; ma non è stato così
quando tu mi hai dato il mio marchio. È successo perché Jasik
stava tentando di uccidermi?»
Uno strano silenzio scese sulla stanza per qualche minuto.
Poi, schiarendosi la voce, suo zio disse: «No, Vladimir. Lui non
stava cercando di ucciderti, questo andrebbe contro la legge di
Elysia. Però, proprio come alcuni vampiri credono che il sangue
del Pravus abbia straordinarie capacità curative, altri ritengono
che bevendolo si possa diventare immuni alla luce del sole.
Probabilmente Jasik ti credeva il Pravus».
Il ragazzo pensò al buco nello stomaco di D’Ablo che si
richiudeva e sospirò rabbrividendo. «Che ne è stato di Joss?»
Vikas e Otis si scambiarono un’occhiata prima che il secondo
dicesse: «Quando siamo arrivati alla radura di Bathory, dopo
averti cercato in città, ti abbiamo trovato a terra, piegato su te
stesso. Joss era accanto a te, con le mani sporche del tuo sangue.
D’Ablo e Jasik erano spariti e quando Vikas ti ha controllato il
polso...»
«Eri molto debole, ma eri ancora vivo. Tuo zio ti ha
esaminato più attentamente mentre io interrogavo il ragazzo.
Non ha detto niente, ma i suoi pensieri mi hanno rivelato ciò che
aveva commesso. Mi sono offerto di distruggerlo, ma Otis non
ha voluto darmi questo piacere. Nelly lo ha portato a casa sua e
ha chiamato un’ambulanza, era molto turbata», intervenne il
russo.
Lo zio annuì con un’espressione seria. «Io e Vikas abbiamo
deciso di prendere tutte le precauzioni che potevamo. Io ti ho
tenuto mentre lui estraeva il paletto, poi mi sono tagliato il polso
e ti ho dato tutto il sangue che potevo.»
Gli occhi di Vlad si riempirono di lacrime di fronte alla
generosità dimostrata dallo zio. Poi scosse la testa. «Ma come ho
fatto a sopravvivere? Voglio dire, favole a parte, un paletto
piantato nel cuore non dovrebbe uccidere praticamente
qualunque essere vivente?»
Ancora una volta i due uomini si scambiarono un’occhiata.
Questa volta, però, nessuno proferì parola.
«Che è successo? Ha mancato il cuore?» li incalzò il ragazzo.
«È possibile che abbia mancato il cuore e ti abbia bucato il
polmone, ma visto che la ferita ti si è richiusa immediatamente
appena ho avvicinato il mio pollice alla tua bocca... non saprei
dire.»
Vlad guardò Vikas: nei suoi occhi non c’era nessun dubbio.
Poi guardò di nuovo lo zio e chiese: «Pensi che io sia il Pravus,
vero?»
Otis impallidì sentendo pronunciare quella parola, ma non
disse niente.
«Otis.» La voce del giovane vampiro si ruppe. «Guardami.»
Dopo un attimo di esitazione, lo zio obbedì.
«Credi che io sia il Pravus?»
«Penso che un giorno tu sarai un grande uomo, Vladimir. E
che le profezie non contano nulla. Sono le nostre azioni a
definire chi siamo», affermò stringendogli la mano con
un’espressione determinata. «Lascia che siano le tue azioni a
parlare al mondo, Vlad.»
Lui annuì, incapace di dire qualcosa.
Vikas strinse la spalla dell’amico e quest’ultimo alzò lo
sguardo e gli fece un cenno di assenso. Poi Otis guardò ancora
una volta il nipote e si schiarì la voce, la paura ancora evidente
nel suo sguardo. «Vado a chiamare Nelly. Vorrà vederti subito.»
«E che ne è stato di D’Ablo?» buttò fuori il giovane prima
che lo zio potesse allontanarsi.
«È tornato a Elysia e si è ripreso la presidenza.»
Le parole disertarono Vlad. Del resto non c’era nulla che lui
potesse dire.
Dopo che Otis fu uscito dalla stanza, Vikas chiuse la porta e
gli si avvicinò. Il suo sguardo era teso e perplesso. «Il ragazzo è
qui. Ti vuole parlare.»
«Joss?» domandò l’adolescente portandosi istintivamente
una mano al petto bendato.
Il russo annuì e disse: «Rimarrò qui per evitare incidenti».
Vlad scosse la testa. Non gli serviva una babysitter o una
guardia del corpo. Nonostante tutto, Joss era suo amico. Eppure
lo sguardo dell’uomo suggeriva che quella sua decisione non era
sindacabile.
«Quando posso vederlo?»
Vikas lo fissò per qualche istante, come se fosse sul punto di
dirgli qualcosa, ma alla fine si limitò ad aprire la porta.
Joss era in corridoio, lo sguardo fisso a terra. Quando entrò
nella stanza lo alzò a stento e ogni suo movimento fu seguito con
attenzione dal russo, che gli si sedette accanto, pronto a
intervenire.
«Perché sei qui, Joss?» chiese Vlad con tono secco.
«Non per scusarmi, se è quello che ti aspetti», controbatté
l’altro.
«Hai cercato di uccidermi e non riesci neppure a farti uscire
di bocca un miserevole ’mi dispiace’? Non pensi che io meriti
almeno questo?»
Joss scosse la testa. A quanto pareva il pavimento non era più
così interessante, perché adesso lo stava guardando dritto negli
occhi. «Le mie scuse non varrebbero nulla, perché non
sarebbero sentite.»
«Non è necessario che tu le senta», disse Vlad, pacato. «Ma
sarebbe comunque bello se tu lo dicessi. Potresti almeno fingere
che t’importi di avermi ridotto in questo stato.»
L’ammazzavampiri sbatté le palpebre. I suoi occhi erano
umidi, ma da essi non uscì nessuna lacrima. «M’importa»,
rispose, il tono strozzato.
«E allora perché? Perché lo hai fatto? Soldi? Divertimento?
Perché sono un mostro?»
«Perché è il mio lavoro, Vlad», sentenziò Joss mentre una
lacrima gli rigava il volto.
«Non sai praticamente niente di noi. Sei terrorizzato da ciò
che non capisci e reagisci con violenza a ciò che ti spaventa. Hai
mai pensato di documentarti sulle persone che stai per uccidere?
Non pensi di dovere loro almeno questo?» Il formicolio nel petto
tornò. Fu sul punto di tossire, ma riuscì a trattenersi.
«E da chi dovrei ottenere queste informazioni? Da uno di
voi? Quello in cui credo si tramanda da secoli di generazione in
generazione.»
«E non ti è venuto in mente di pensare con la tua testa?» sputò
fuori Vlad, mentre i suoi denti minacciavano di uscire dalle
gengive. «Devo ritenermi fortunato perché mi hai mancato e hai
colpito un polmone. Perché sei venuto qui, esattamente? Vuoi
completare il tuo lavoro?»
«Con la tua guardia del corpo qui sarebbe davvero stupido da
parte mia, non trovi?» replicò l’altro indirizzando un’occhiata a
Vikas.
«Devi ammettere che è davvero stupido da parte di un
assassino disarmato entrare in una stanza in cui ci sono due
vampiri», commentò Vlad, suscitando l’ilarità della sua guardia
del corpo.
«Chi dice che sono disarmato?» domandò Joss, torvo.
Vikas smise subito di ridere e, prima che il ferito avesse
modo di fermarlo, era già accanto all’ammazzavampiri.
Nella stanza calò il silenzio.
«Ascoltami», disse Vlad, rompendolo. «Stai attento a
D’Ablo. È ambiguo e malvagio. Per come la vedo io rovina il
buon nome della nostra specie. Sii cauto con lui, prendi tutte le
precauzioni che puoi.»
«Perché mi stai dicendo questo?» domandò il giovane
cacciatore, perplesso.
La voce di Vlad si ruppe e, prima ancora di rendersi conto di
essere scoppiato a piangere, le sue guance erano già bagnate di
lacrime. «Perché siamo amici.»
Senza dire una parola il suo compagno s’incamminò verso la
porta. Le sue dita erano già sulla maniglia quando si volse verso
il vampiro e disse: «Sono venuto per dirti che torno a Santa
Carla».
«Non devi finire il tuo lavoro qui?» chiese Vlad, incerto.
«Non è stata la Società degli Ammazzavampiri a mandarmi
qui, era un contratto privato. Per quanto ne sanno e per quello
che dirò loro... non ci sono creature della notte a Bathory», gli
rammentò Joss prima di uscire dalla stanza. «A proposito, posso
anche aver colpito un polmone, ma non ho mancato il cuore.
Non manco mai.»
Vlad pigiò il bottone sul pannello del letto finché non si
ritrovò disteso, gli occhi ancora velati di lacrime.
Non c’era più nessun dubbio. Non poteva più opporsi a
quell’idea: lui era il Pravus.
«Senti dolore, Piccolo Diavolo?» domandò Vikas
avvicinandosi al suo capezzale.
Lui scosse la testa lentamente.
«Quello per il tradimento di un amico è uno dei dolori più
ardui da affrontare, va oltre il piano fisico. Anch’io l’ho provato,
Vladimir. Forse un giorno condivideremo questi racconti tristi e
troveremo la forza di riderne insieme.»
Il ragazzo lasciò le lacrime libere di fluire. Avrebbe voluto
restare solo a fare i conti con la propria, cocente delusione.
Come se avesse intuito i suoi pensieri, il russo disse:
«Dovresti dormire. Presto tua zia sarà qui, e non puoi riposare se
qualcuno ti riempie di coccole».
Poi spense la luce e abbandonò la stanza, lasciando che Vlad
desse libero sfogo al suo dolore.
Anche se non riusciva a ricordare di essere scivolato
nell’incoscienza, doveva aver dormito per un po’, perché,
quando li riaprì, i suoi occhi erano impastati dal sonno. Se li
stropicciò e si guardò intorno: la stanza era vuota e l’unico
suono era quello del dispositivo che monitorava il suo cuore.
Stava per premere il pulsante per chiamare l’infermiera,
quando la porta della stanza si aprì, rivelando zia Nelly. Il
mascara le era colato sul viso e i suoi occhi erano cerchiati di
nero. Quando vide il nipote corse ad abbracciarlo tra le lacrime.
«Stai bene. Otis aveva detto che sarebbe andato tutto bene,
ma io non riuscivo a credergli. Pensavo... pensavo che ti avrei
perso», disse la donna tra le lacrime.
Vlad cercò di lottare per non scoppiare nuovamente a
piangere, ma alla fine si arrese, il capo appoggiato alla spalla di
Nelly.
Quando finalmente si fu calmato cercò di trovare una
posizione più comoda, ma la zia continuava a stringerlo.
Vikas tenne la porta aperta per Otis che, dopo qualche
minuto, riuscì ad allontanare la donna da Vlad, prendendo il suo
posto di fianco al nipote.
In corridoio, il giovane vampiro scorse Henry: aveva una
benda sulla fronte e un’espressione preoccupata. Gli occhi erano
gonfi e rossi e, quando entrò nella stanza, emise un sospiro
sommesso che allarmò l’amico. Solo quando i loro sguardi
s’incontrarono il giovane sembrò rilassarsi.
Vlad sorrise. Avrebbe voluto dire qualcosa per allentare la
tensione, ma non riuscì a pensare a niente, per cui si limitò ad
alzare le spalle e a chiedere: «Quando posso tornare a casa?»
«I dottori dicono che, nonostante la velocità con cui la ferita
si sta cicatrizzando, ci vorrà almeno un mese», lo informò Otis,
tentando di sovrastare i rumorosi singhiozzi di Nelly.
«Quanto ti tratterrai?» chiese il nipote con aria triste.
«Fino alla fine dell’estate, poi andrò a cercare il passaggio
riferito al rituale che D’Ablo vuole mettere in atto. Se lo
troviamo prima di lui, la tua vita è al sicurò», asserì l’uomo con
una nuova determinazione nello sguardo.
Vlad annuì, sollevato all’idea che Otis si sarebbe trattenuto
ancora per un po’. La tristezza però si rifiutava di abbandonarlo.
Stanco e sopraffatto si stese di nuovo sul letto.
«Non ti sembra di aver dormito abbastanza?» domandò
Henry in tono scherzoso.
Vlad aprì gli occhi. L’amico stava sorridendo e lui, dopo un
attimo, fece altrettanto. «Hai ragione, dormirò quando sarò
morto», proclamò.
«Vladimir! Non è divertente!» esclamò sua zia, gli occhi
spalancati.
«Okay, allora dormirò quando sarò non morto», replicò il
vampiro.
«Troppo tardi», ghignò l’amico cogliendo subito la battuta.
Otis zittì le proteste di Nelly trascinandola fuori dalla stanza
con la promessa di un caffè caldo, e Vikas, dopo aver sorriso a
Vlad e al suo simpatico servo, li seguì.
«Be’, se la storia del paletto in mezzo al cuore è una bufala,
mi chiedo cos’altro lo sia. Ad esempio, che ne è stato della tua
forza sovraumana?» domandò Henry interdetto quando tutti
furono usciti.
«Non perdere la speranza», rispose il vampiro con una
risatina che gli strappò l’ennesimo sussulto di dolore. Poi,
indicando la benda dell’amico chiese: «E a te che è successo?»
«Oh, questo. È stata una cosa stranissima. A un tratto ho
sentito che dovevo trovarti, che se non lo avessi fatto saresti
stato in pericolo. E a un tratto questo tizio è sbucato dal nulla e
mi ha dato un colpo in testa. Mi sono svegliato qualche ora dopo
e ho saputo che eri stato ferito. Tuo zio ha detto che il tipo, Jasik,
voleva liberarsi di me abbastanza a lungo da poterti conficcare
un paletto nel cuore.»
«Porca miseria, Henry.» Vlad scosse la testa sorpreso. A
quanto pareva, D’Ablo e Jasik non avevano tralasciato il
minimo dettaglio.
«Senti, per quanto riguarda Joss...» sospirò il ragazzo
facendosi improvvisamente serio.
«Non voglio parlare di lui», lo interruppe il vampiro. «A dire
il vero, preferirei dimenticarmi di tutta questa storia.»
Henry annuì e nella stanza, per un attimo, calò il silenzio. Poi,
con un gesto normalissimo, il giovane sorrise e disse: «Ehi, hai
visto com’è carina l’infermiera in corridoio?»
23
NON TUTTO IL MALE VIENE PER NUOCERE
Vlad sistemò lo zaino in spalla e seguì Henry attraverso il
portone del Bathory High. Nell’ultima settimana di scuola la
primavera aveva ceduto il posto all’estate, e il personale era
stato costretto ad accendere i ventilatori per far fronte al
repentino innalzamento della temperatura. Sfortunatamente gli
aggeggi, ben lungi dal fornire il tanto agognato sollievo,
producevano un ronzio talmente fastidioso da provocare a tutti
un gran mal di testa. Risultato: centinaia di adolescenti che
studiavano forme algebriche in un bagno di sudore.
Vlad non aveva avuto molta voglia di parlare da quando era
stato dimesso dall’ospedale. Henry gli aveva chiesto
ripetutamente particolari sull’attacco di Joss – scusandosi ogni
singola volta per il comportamento del cugino – ma il giovane
vampiro non si sentiva ancora pronto ad affrontare quella
discussione. L’unica cosa che desiderava era lasciarsi quella
storia alle spalle e tornare alla solita vita, passando del tempo
con il suo migliore amico come era solito fare prima dell’arrivo
dell’altro ragazzo nella loro pittoresca cittadina.
Gli ultimi mesi erano stati duri. Le troppe assenze avevano
rischiato di fargli perdere l’anno e, solo grazie all’intervento di
Nelly e al suo impegno nello studio, la bocciatura era stata
evitata. Adesso, però, i suoi pensieri erano rivolti alle imminenti
vacanze.
Camminando per il corridoio il vampiro si voltò a guardare
l’armadietto di Joss, adesso vuoto. Non vedeva l’altro ragazzo
da quell’ultima volta in ospedale. Quando lui si era rimesso,
l’ammazzavampiri aveva già lasciato Bathory senza rivelare a
nessuno il suo segreto. Per quanto ne sapeva, non aveva discusso
la cosa neppure con il cugino. Joss poteva anche averlo tradito e
quasi ucciso ma, se non altro, manteneva la parola data.
Henry gli strinse la spalla: entrambi avevano perso un amico.
Poi Vlad la vide. Attaccata al suo armadietto c’era una busta
di pergamena con un sigillo di ceralacca rosso che riportava le
iniziali S.A.: Società Ammazzavampiri. La aprì e ne estrasse un
foglio di carta. Sopra, nella grafia di Joss, era riportata un’unica,
breve frase: L’AMICIZIA È FINITA.
Il vampiro rabbrividì e con un sospiro mise via il biglietto.
Come in trance osservò Henry chiudere il suo armadietto e
armeggiare con la serratura. In quell’istante Eddie Poe li superò,
lanciandogli un’occhiata di fuoco. A quanto pareva nemmeno
rischiare la vita serviva a toglierti la stampa di dosso. Vlad
sapeva che prima o poi gli sarebbe toccato fare i conti con
l’aspirante reporter ma, al momento, la sola idea che Joss non
fosse più lì per fargli del male era abbastanza. Meglio di niente,
se non altro. A quel punto voleva solo che il suo primo anno di
superiori terminasse. Non che si aspettasse che il secondo
sarebbe stato tanto meglio, soprattutto se Eddie non la finiva con
la sua ossessione per i mostri... ma, ehi, sognare non costava
nulla.
«Vlad?»
Il ragazzo si girò e, per un attimo, fu incapace di formulare un
qualsiasi pensiero di senso compiuto. Strano come il viso di una
ragazza bastasse a lasciarti senza parole.
Meredith sorrise. «Mi stavo proprio chiedendo se stasera ti
avrei visto alla Festa della Libertà.»
Aveva i capelli legati in una coda di cavallo ornata da un
nastro di seta rosa e Vlad dovette sforzarsi per non allungare la
mano e accarezzarglieli.
«Certo. Vai... vai al ballo con qualcuno?» chiese accennando
un sorriso.
«Questo dipende da te», disse lei arrossendo.
Henry comprese la situazione e si avviò verso la sua classe. Il
vampiro posò lo zaino nell’armadietto e prese i libri per le prime
due ore di lezione. Poi fece un lungo respiro e chiese: «Che ne
dici se ti accompagno in classe e ne parliamo un altro po’?»
«A dire il vero, alla prima ora sono di turno in biblioteca.»
«E allora ti accompagno lì», rispose lui con un sorriso.
Gli occhi di Meredith s’illuminarono e lui le tolse di mano i
libri, incamminandosi lungo il corridoio. Mentre passeggiavano
l’uno di fianco all’altra, le loro mani si trovarono. Il cuore di
Vlad, che era tornato forte e sano, prese a battergli furiosamente
nel petto. Quando arrivarono in biblioteca, strinse leggermente
la mano della ragazza. Lei fece lo stesso e, mentre si separavano,
la punta delle loro dita indugiò per qualche istante, prolungando
il tocco.
«Ti vedrò dopo le lezioni?» sussurrò Meredith nel vestibolo
semideserto.
«Contaci», disse il vampiro raggiante.
La porta si chiuse alle spalle della giovane e Vlad si precipitò
nell’aula d’inglese. Di lì a qualche ora ci sarebbe stata la Festa
della Libertà e, questa volta, avrebbe fatto in modo che Meredith
fosse contenta di esserci andata con lui.
Ringraziamenti
I libri sono opera degli scrittori, è vero, ma vengono
perfezionati da una serie di persone che non ricevono tutti i
riconoscimenti che spettano loro. Vorrei ringraziare la mia
fantastica editor, Maureen Sullivan, perché lavora
instancabilmente per spingermi a migliorare ciò che scrivo e
perché ha sempre osservazioni puntuali da fare e un
atteggiamento positivo. Grazie a tutti quelli che lavorano alla
Dutton, che fanno di tutto per trasformare il mio sogno in realtà.
Uno speciale ringraziamento al mio illustratore di copertine, il
bravissimo Christian Funfhausen, per avermi regalato una
faccina che spacca davvero, la migliore che una scrittrice di libri
sui vampiri possa desiderare. E un pensiero speciale al mio
agente, Michael Bourret. Grazie per offrirmi sempre la tua
spalla, i tuoi occhi, le tue orecchie e la tua intelligenza. Senza
tutti voi sarei solo una tizia con una tastiera e una passione per il
sangue.
Molte, molte grazie alla più fantastica critica che una ragazza
possa avere, Jackie Kessler, che non finisce mai di sorprendermi
con le sue capacità ed è sempre pronta a tirarmi su con la
cioccolata. Grazie anche a mia sorella, Dawn Vanniman, perché
crede in me e perché continua ad amare Seth. E, naturalmente,
grazie a Paul, Jacob, e Alexandria: non so come, ma «voi
ragazzi» siete riusciti a starmi lontani abbastanza perché io
potessi scrivere un altro libro e per questo vi voglio bene.
Grazie anche ai futuri custodi del regno di Brewtopia, alla
mia leale orda di tirapiedi, a tutti i librai e bibliotecari che hanno
fatto conoscere Vlad ai lettori... e a te, che tieni in mano questo
libro, per aver dato una possibilità a Vlad, seguendolo nei suoi
anni di scuola.
Io e lui non avremmo potuto farcela senza di te.
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Heather Brewer – Vladimir Tod 02 – L`apprendista