Chi siamo
L&M - i Luoghi e la Memoria - associazione dei ricercatori di storia locale del
Piemonte - è nata il 28 marzo 1998 ed è iscritta al Registro regionale del Volontariato.
L&M ha lo scopo fondamentale di :
-
favorire la ricerca storica locale e valorizzare il patrimonio culturale esistente sul
territorio piemontese.
promuovere l'istituzione di Centri di Documentazione Storica Locali, strutture
pubbliche al servizio della collettività.
L&M svolge una funzione di servizio per tutti coloro che si occupano di ricerca
storica locale (gruppi informali, associazioni formalmente costituite, singoli studiosi)
perciò:
- offre collegamento ed informazione a gruppi, associazioni e singoli
- pubblica una rivista
- sta per aprire un sito internet
- organizza convegni a tema e seminari
- censisce i gruppi, le associazioni e i singoli operanti nel campo della ricerca
storica locale in Piemonte
- promuove tra tutti gli interessati la formulazione di una proposta di legge
regionale istitutiva dei Centri di Documentazione Storica Locali
- promuove il coordinamento di iniziative sul territorio
Per far fronte ai costi delle attività di servizio L&M si basa su contributi della Regione
Piemonte e di eventuali altri enti pubblici, sulle quote associative e su auspicabili
contributi di privati.
Chiunque si occupi di storia locale è invitato ad associarsi, sia come singolo, sia come
rappresentante di un gruppo.
Comitato direttivo di L&M
Diego Robotti - Presidente
Milena Gualteri Tarsia
- Vice-Presidente e Segretaria
Francesco Lucania - Tesoriere
Valeria Calabrese
Feliciano Della Mora
Giampaolo Fassino
Simona Gianoni
Gino Giorda
Silvio Montiferrari
Pietro Ramella
Dario Seglie
tel. 011 7495256
tel. 011 9989225
tel. 011 8191140
tel. 011 6611418
tel. 011 5807843
tel. 011 9874644
tel. 0321 863820
tel. 0124 515187
tel. 011 9340648
tel. 0125 51130
tel. 0121 58050
Redazione della Rivista L&M
Pietro Ramella (coordinatore) - Valeria Calabrese, Feliciano Della Mora,
Leonardo Gambino, Silvio Montiferrari, Diego Robotti.
Rivista di L&M - Associazione dei ricercatori di storia locale del Piemonte
Anno IV, n. 4 - gennaio 2002
gennaio 2002
Sommario
Dal Museo Etnografico all’Ecomuseo, di Pietro Ramella. . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 1
Stoviglie e vasellame popolare nella tradizione, di Gino Giorda . . . . . . . . . . . . . . . . 3
Le case con i solai a pannelli di gesso in Piemonte: influenze sul paesaggio e l’urbanistica,
di Enrica Fiandra; premessa di Gianpaolo Fassino . . . . . . . . . . . . . . . . . . 8
L’Atlante Toponomastico del Piemonte Montano, di Gabriella Chiapusso . . . . . . . . . . . 11
Il laboratorio di toponomastica di L&M, di Lucetta Fontanella . . . . . . . . . . . . . . . 12
Verso il “Museo del Trasporto ferroviario attraverso le Alpi”, di Sergio Sacco . . . . . . . . . 14
I Terrazzamenti: un Convegno del C.A.I., di Bruno Tessa. . . . . . . . . . . . . . . . . . . 16
Di fronte al degrado della montagna, di Silvio Montiferrari . . . . . . . . . . . . . . . . . 16
Mostra-mercato dell’Editoria Canavesana, di Pietro Ramella. . . . . . . . . . . . . . . . . 17
Notizie dalle Associazioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
L’Associazione “Comunicando”, di Maria Teresa Gavazza .
Ancêtres Italiens”, di Marc Margarit . . . . . . . . . . . .
L&M – I Luoghi e la Memoria - Assemblea . . . . . . . .
Recensioni
Ecomuseo, la nuova frontiera, di Feliciano Della Mora . . .
I Piloni di Cavour, di Catterina Maurino . . . . . . . . .
I nostri libri. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
19
19
19
20
. . . . . . . . . . . . . . . 21
. . . . . . . . . . . . . . . 22
. . . . . . . . . . . . . . . 23
Dal Museo Etnografico all’Ecomuseo
N
civiltà contadina, dell’artigianato, delle miniere, dei mezzi di trasporto e delle macchine.
Si tratta del maggior fenomeno di musealizzazione registrato in Italia in un arco di tempo limitato.
Anche il Piemonte è stato coinvolto da questo
fenomeno, con 70 musei operativi, come documentato nello studio “Guida ai Musei
Etnografici Italiani” (Oelschi, Firenze nel
1997). Attualmente il numero dei musei e collezioni etnografiche sul territorio piemontese,
anche a seguito della Legge Regionale 14
marzo 1995, n. 31 dal titolo “Istituzione di
Ecomusei in Piemonte”, è aumentato.
Un problema che ora si pone è quello di qualificare queste collezioni con lo studio e la schedatura dei reperti, allestimenti museali gradevoli e con impostazione didattica, al tempo
stesso evitando i “musei-fotocopia”.
Il passaggio dalla collezione etnografica all’ecomuseo, nel suo significato e valore effettivi, è importante. Costringe gli addetti al la-
ella seconda metà del Novecento dopo la
ricostruzione del nostro Paese dalle ferite
profonde inferte dalla II guerra mondiale, si
assiste a uno sviluppo tumultuoso delle attività industriali, artigianali, edili, agricole e dei
servizi.
La dinamica di questo processo economico,
carente di pianificazione, provoca lo sradicamento di milioni di Italiani, dal Sud al Nord,
dal Nord-Est al Nord-Ovest, dalle campagne
alle città.
Vecchie macchine, strumenti per il lavoro e
oggetti per la vita quotidiana obsoleti, mezzi
di trasporto superati, reperti significativi del
passato vengono abbandonati o distrutti.
La furia innovatrice di un progresso tumultuoso cancella in pochi decenni testimonianze di vita e di lavoro, attestate da secoli.
Per salvare dalla distruzione macchine, strumenti, reperti del passato, nascono con l’impegno di persone sensibili non soltanto alle
forme d’arte d’elite, centinaia di musei della
1
gennaio 2002
- Ecomuseo del Lago d’Orta e Mottarone,
Pettenasco (No)
- Ecomuseo del Biellese
voro a progettare strutture museali con
impostazioni e contenuti innovativi, con
un’ottica più ampia: dall’ambiente geo-fisico
alla storia, dall’arte ai monumenti, dal lavoro
alla vita sociale, dalla cultura alla religione.
In considerazione di queste complesse problematiche; si è ritenuto importante organizzare
un ciclo di incontri seminariali relativi al Museo ed all’Ecomuseo.
Le lezioni, tenute da docenti universitari e da
esperti di museologia e di museografia, si
sono tenute ad Ivrea, presso FO.R.UM., dal
gennaio all’aprile 2001.
I temi generali affrontati sono stati: metodologie di ricerca (archivi-fonti orali), metodologie di allestimento, la conservazione, didattica museale, gestione di un museo, i musei
italiani, l’ecomuseo.
Han preso parte ai seminari 85 allievi, provenienti dalla Provincia di Torino, Valle
d’Aosta, Vercellese, Novarese e Alessandrino.
Nel giugno 2001 è stato presentato il volume
“Ecomuseo, la nuova frontiera”, con testi sui
seminari tenuti e con schede su musei esistenti in Canavese (vedere la recensione, in
questo numero della Rivista L & M).
I seminari e la pubblicazione del volume sono
stati sostenuti da VSSP - Centro Servizi per il
Volontariato - Torino, FO.R.UM. - Formazione Risorse Umane - Ivrea, Associazione Amici
Museo del Canavese - Ivrea.
Contributo per la promozione dei seminari è
stato fornito anche da L & M.
Presentiamo di seguito gli Ecomusei sostenuti
dalla Regione Piemonte e le iniziative ecomuseali che fan parte del Progetto Cultura Materiale della Provincia di Torino:
Provincia di Torino
- Ecomuseo del Rame, Alpette
- Museo Mineralogico, Brosso
- Ecomuseo della lavorazione della canapa,
Carmagnola
- Ecomuseo della Resistenza in Alta Val Sangone, Coazze
- Ecomuseo della Resistenza al Col del Lys,
Rubiana
- Villaggio Leumann, (Stazionetta), Collegno
- MAM, Museo a cielo aperto dell’architettura moderna, Ivrea
- Ecomuseo della castagna, Nomaglio
- Scopriminiera, Prali
- Fucina, Ronco Canavese
- Ecomuseo della Resistenza di Angrogna
- Ecomuseo della pietra di Rorà
- Ecomuseo delle Miniere di Traversella, Traversella.
Pietro Ramella
Bibliografia
RAMELLA P. (a cura di), Ecomuseo, la nuova frontiera,
Ivrea, Bolognino, 2001.
Regione Piemonte
- Ecomuseo della Segale, Valdieri (Cn)
- Ecomuseo della Pastorizia, Demonte (Cn)
- Ecomuseo di Cascina Moglioni, Bosio (Al)
- Ecomuseo di Terrazzamenti e della Vite,
Cortemilia (Cn)
- Ecomuseo del basso Monferrato Astigiano,
Montechiaro (At)
- Ecomuseo dell’Alta Val Sangone, Coazze
(To)
- Ecomuseo C. Romean, Salbertrand (To)
- Ecomuseo del Freidano, Settimo Torinese
- Ecomuseo delle Terre d’Acqua, Vercelli
2
gennaio 2002
Stoviglie e vasellame popolare nella
tradizione
I
Nel 1634 la città di Torino impone un dazio
sulle “pignate di Castellamonte, vernisate,
grandi, mezzane, ordinarie, sulle ”gavie di terra vernisata e ordinaria", sui piccoli vasetti
detti topini, nonché sui “limbes” e sui vasi di
terra. 3
Da sempre, dalla preistoria sino a poche decine di anni fa, le umili suppellettili di terracotta rossa delle nostre colline sono state tra gli
oggetti più utili e più diffusi nelle nostre case:
non avevano particolari pregi estetici, si rompevano facilmente, ma costavano poco e tutti, anche i più poveri, potevano permetterseli.
Per molti aspetti i ciap, per secoli, sono stati
forse gli amici più fedeli e più utili per le nostre madri e sorelle, e le scodelle rosse, piene
di latte appena munto o di frizzante vino dei
nostri colli, hanno allietato le labbra dei piccoli e stimolato le ugole dei grandi. Nelle dure
fatiche dei campi o vicino alle ardenti fornaci
dei vasai, il piceul ha conservato ben fresca
l’acqua anche quando il sole bruciava e nei
ciap, le stoviglie di terracotta, come tutti
sanno, si rompono con molta facilità e non
è facile conservarle per anni o secoli, quindi
abbiamo ben pochi reperti intatti di uso comune; invece i frammenti più o meno minuti
di ceramiche sono molto numerosi e, negli
scavi archeologici, costituiscono sovente uno
degli elementi più validi e sicuri per determinare l’età dei ritrovamenti. Cocci preistorici,
di epoca romana o medioevale sono stati trovati in abbondanza nel Canavese in epoca più
o meno recente e qualche mio amico continua a trovarne con discreta frequenza anche
ai giorni nostri. 1
A tutti quelli che si interessano di storia locale sono ben noti i documenti medioevali eporediesi che nel 1309 impongono un dazio (curaja) sui griletti (grelinetorum), sulle scodelle e
sulle conche (parasidium et tresociorum) e sui
dogli (ollae) che transitavano sul ponte del
Canavese e con grande probabilità arrivavano
proprio da Castellamonte 2.
Castellamonte (To). Le maestranze della premiata ditta Antonietti, fabbrica di ceramiche.
3
gennaio 2002
crotin dei pastori la panna si depositava copiosa nelle gavie, mentre nelle facioire i tomini si
cagliavano scolando il latticello.
In effetti le stoviglie di terracotta hanno aiutato l’uomo in un’ampia varietà di lavori: nei
cataloghi dei nostri artigiani ancora poco più
di cinquant’anni fa erano illustrate una cinquantina di stoviglie di uso comune 4, ma indubbiamente molti altri tipi ne esistevano e
vengono ricordati in pubblicazioni specializzate 5 o, fino a qualche decennio fa, dalla memoria di chi li aveva abitualmente utilizzati.
La terracotta locale più nota e tradizionale è
indubbiamente la pignatta o copat, che oggi
costituisce il marchio DOC per le ceramiche
castellamontesi. Ha il corpo globulare su base
piatta, quattro orecchiette o piccole anse verticali a sezione circolare, contrapposte con un
coperchio convesso munito di pomello. Serve
a cuocere lentamente i cibi nel forno oppure
appoggiata sulla piastra delle stufa. Famosa e
vanto della cucina canavesana è la tofeja, saporita minestra di fagioli cotti molto lentamente nella pignatta con cotiche di maiale arrotolale e ben pepate (quajette) o salamelle,
nota al punto che talora, nei manuali di cucina, la stessa pignatta viene chiamata tofeja .
Questa pentola costituisce ancora oggi la produzione più importante dei nostri bravi artigiani che, in qualche elaborazione, raggiungono livelli di espressione veramente artistici.
In passato altre due pentole venivano pure
chiamate pignatte: si trattava di recipienti
usati soprattutto per cuocere la minestra sulla piastra o nel foro circolare della stufa, a
contatto diretto con la brace, avevano corpo
cilindrico o tronco conico, talora con due sezioni oppure con un anello esterno che consentiva di infilare la stoviglia nei fori della
stufa, in modo da accelerare la cottura . Vicino al bordo superiore due anse verticali contrapposte fungevano da manici. Ovviamente
alluminio e acciaio hanno fatto scomparire
del tutto queste due pentole ed è piuttosto
difficile trovarne ancora qualche esemplare.
Il fojòt, altro recipiente molto usato, è un tegame con corpo bombato, beccuccio versatore e
manico troncoconico, un po’ obliquo . Serve
per gli stufati e in particolare per preparare la
bagna caoda, saporito intingolo tipicamente
piemontese. Dopo la preparazione, per tenere
la salsa ben calda, il fojòt veniva posto, direttamente sul tavolo, sopra un piccolo braciere di
terracotta detto s-cionfetta e tutti i commensali, con una specie di rito, vi intingevano le
verdure preferite: peperoni, finocchi, sedano,
cardi, topinambur. È una versione molto piemontese e più economica, ma non meno allettante, della famosa bourguignonne d’Oltralpe.
La classica casseruola (casarola), per la cottura
della carne, ha corpo cilindrico, un po’ ristretto verso l’alto, base piatta e manico leggermente ingrossato all’estremità .
Il pailet è un padellino a forma troncoconica
rovesciata, con orlo estroflesso e manico allungato e strombato: viene usato in particolare per friggere le uova al burro .
La pitera, detta anche carpionera non è una
stoviglia molto comune: ha corpo ovale,fondo piatto e due anse orizzontali contrapposte.
Il coperchio è bombato con un grande pomello schiacciato alla sommità . Serviva per la
cottura dell’anitra, del tacchino (pito) e del pesce che poi veniva marinato con aceto, cipolle, salvia e altre erbe. Taluni rari esemplari ottocenteschi, oggi rielaborati con maestria dai
nostri artigiani, hanno decorazioni esterne in
rilievo che conferiscono alla stoviglia una certa valenza artistica.
La terracotta più diffusa e comune era certamente il piatto piano o più facilmente fondo,
poiché la minestra era sempre la base di ogni
pasto. Veniva anche chiamato “biellina”, dal
maggior centro di produzione, Ronco biellese.
Data la fragilità se ne trovano ben pochi
esemplari intatti .
Uno degli oggetti più eleganti e caratteristici
era la particolare boraccia da parete che serviva a contenere in particolare l’aceto ed in dialetto è infatti chiamata asilera. Di forma circolare, aveva il lato posteriore piatto, quello
anteriore semisferico, appiattito, talora decorato da filetti ad andamento ondulatorio. Superiormente vi era un beccuccio cilindrico con
orlo rigonfio per il riempimento e due anse
per poter appendere il recipiente al muro.
Anche questo contenitore è stato rielaborato
dai nostri bravi artigiani con risultati di rilievo.
4
gennaio 2002
5
gennaio 2002
Un altro recipiente di forma ricercata ed elegante è la brocca per l’acqua detta piceul. Ha
forma globulare con strozzatura al collo e orlo
doppio, manico ad ansa posto superiormente
e beccuccio versatore troncoconico . Normalmente viene invetriato ma gli esemplari più
classici non sono verniciati poiché la porosità
naturale della terracotta permette l’evaporazione dell’acqua, che si mantiene più fresca.
I duj, dogli o orci, costituivano una produzione di notevole importanza e vi sono documenti nell’Archivio storico comunale che parlano di spedizioni, a dorso di mulo, persino in
Svizzera. Nella seconda metà dell’Ottocento
se ne produrranno anche di ottimo gres, assai
apprezzati per la conservazione ottimale di
prodotti chimici. I dogli hanno generalmente
corpo cilindrico, rastremato verso l’alto e la
base, oppure hanno corpo ovoidale che si restringe sensibilmente verso la base. I primi
hanno una strozzatura verso la bocca, orlo
estroflesso e due anse orizzontali, piene e
contrapposte, con fasce incise e ondulate nella parte superiore del corpo; i secondi hanno
bordo tumido e quattro anse diametralmente
opposte, applicate subito sotto l’orlo. Tutti
questi manufatti sono invetriati e sovente
verniciati all’esterno con color marrone .
Erano usati per la conservazione di molti alimenti, dai peperoni in salamoia ai ben noti
“salam d’la doja” conservati nel grasso, dalla
farina alle uova conservate nell’acqua salata.
Sovente avevano un coperchio, ma talora venivano chiusi con una lastra di pietra.
Un particolare doglio era l’olla (ola), di forma
globulare, con strozzatura al collo e orlo
estroflesso, che poteva essere anche di notevoli dimensioni. Serviva soprattutto per contenere nei negozi e nelle case cereali, farina ed
anche olio e altri liquidi pregiati. Le burnìe,
contenitori cilindrici, con base piatta, bordo
rigonfio e coperchio a buona tenuta, verniciate internamente, servivano in particolare a
conservare le acciughe sotto sale e la mostarda d’uva .
Un’ altra stoviglia universalmente nota e popolare, sempre presente e... circolante nelle
gaie compagnie dei buontemponi e nei gruppi
corali era ed è tuttora la classica scodella di
terra rossa, realizzata con pura argilla delle
cave locali ed invetriata con una vetrina trasparente .
Ovviamente i barattoli (arbarele), ovvero i
contenitori di alimenti e generi vari, erano parecchi e di svariate misure. Il topin, già citato
come “topino” nei dazi dei 1600, aveva corpo
troncoconico con coperchio a incastro e pomello centrale. Dopo la prima cottura veniva
decorato con una “sberlata” o con gocce di
vernice.
Nel secolo XIX, dogli, orci, olle, burnie e topin
vengono anche prodotti in gres e invetriati
per salatura nel forno ad oltre 1100 gradi con
caratteristiche molto vicine al vetro.
Le conche (gavie) hanno corpo troncoconico
rovesciato, su base piatta ed erano di molte
dimensioni . Venivano utilizzate per la schiumatura della panna per fare burro e latticini,
per la preparazione dei cibi, per travasare il
vino, per contenere in via temporanea alimenti, frutta e verdura ed anche per la lavatura di indumenti, verdura, oggetti vari (l’acqua
e i lavelli nelle case sono conquiste molto recenti) e per i laboriosi bucati delle nostre nonne, quando non c’era il mastello classico di legno.
Una stoviglia di uso particolare, che non ha,
forse, un corrispettivo oggetto attuale e di cui
non saprei fornire il termine italiano, è la faciora, recipiente cilindrico, di varia misura,
verniciato, con le pareti laterali bucherellate.
Serviva per preparare i latticini, i tomini, i formaggi freschi, e i buchi laterali permettevano
lo scolo del latticello .
Tutte queste stoviglie sono illustrate nei cataloghi dei fratelli Rolando e di Buscaglione, ma
ve ne sono ancora molte altre: i salvadanai,
regalati abitualmente ai bambini, le botticelle
per il trasporto del vino, vasi e cassette di ogni
dimensione, dal vasetto per i piantini da trapianto ai vasoni per i limoni.
Senza entrare nel vasto campo delle stufe,
vanto specifico di Castellamonte, vorrei ancora ricordare le piccole terrecotte con funzioni
di riscaldamento minimo. Il “fogon”, braciere,
fornelletto, era presente in tutte le case ed era
la stufetta minima ed economica, accessibile
a tutti per cucinare qualcosa rapidamente e
riscaldarsi un po’. Ha forma troncopiramidale
rovesciata, talora con figurazioni a rilievo a
6
gennaio 2002
domestico a Castellamonte, da cui ho tratto
gran parte delle notizie tecniche.
È comunque indubbio che i ciap sono stati per
molti secoli tra gli strumenti più utili all’uomo, facilmente reperibili e fabbricabili e non
privi di una loro dignità funzionale e talora
persino artistica. In ogni caso sono sempre
stati oggetti pacifici e mai, credo, utilizzati
come armi o per scopi offensivi, al massimo
qualche brava massaia infuriata avrà scagliato
qualche piatto contro il marito poco cortese e
prevaricatore.
Ed ora che la mensa dei nonni è stata imbandita, buon appetito a tutti con “salam d’la
doja, carpionà d’ trote, tofeja, pito fricasà, siole
pine, martin sec al vin e na bona scuela d’ vin dij
nos bric”.
foglia di acanto, all’interno vi è una lastra forata per appoggiarvi la brace, sulla parte anteriore un’apertura per la ventilazione ed è sostenuto da quattro piedini . Sulla lastra forata
veniva posta un po’ di brace oppure veniva
acceso un mucchietto di sterpi o di legno a
piccoli pezzi ed il recipiente con il cibo veniva
appoggiato sul bordo superiore. Un fornello
più piccolo e facilmente trasportabile era la
s-cionfetta, specie di piccolo canestro in terracotta atto a contenere la brace: poteva avere
un manico cilindrico orizzontale oppure addirittura un manico sovrapposto come nei canestri e questo era usato soprattutto dai commercianti ambulanti, dai carrettieri e da
coloro che lavoravano all’aperto per avere un
po’ di calore e riscaldarsi almeno le mani .
Ricorderei ancora due terrecotte tipiche con
funzioni di riscaldamento che ho ancora visto
usare nella mia famiglia. Lo scaldapiedi (crus)
era una specie di bottiglia con un lato piatto e
con un foro, chiuso da un tappo, nella parte
superiore . Riempito d’acqua bollente serviva
abbastanza bene a riscaldare i piedi, soprattutto alle donne che passavano lunghe ore a
far maglia e cucire indumenti. Talora veniva
messo direttamente sotto le coperte per scaldare il letto. Per questa specifica funzione si
usava in particolare una specie di tegame,
aperto superiormente, detto “previ”. È questo
uno dei ricordi più vivi della mia infanzia. Il
previ, riempito di brace possibilmente di legno
duro o di tutoli del granoturco (i lovaton) che
duravano di più, veniva posto nella “mugna”
(monaca), sorta d’intelaiatura di legno che teneva sollevate le coperte del letto. La sensazione, quanto mai piacevole, di infilarsi in un
letto caldissimo, dopo essersi rapidamente
spogliato nella stanza più o meno gelida, è
tuttora, dopo settanta e più anni, indimenticabile.
La rassegna delle stoviglie e delle terraglie domestiche non è certamente completa perché
molti oggetti sono scomparsi non solo
dall’uso quotidiano ma anche dai ricordi dei
superstiti; e ringrazio in modo particolare la
signorina Katia Gianotti, brava modellatrice
del laboratorio di Roberto Perino e Silvana
Neri, che ha messo a mia disposizione l’ottima sua ricerca sulla produzione di vasellame
Gino Giorda
BIBLIOGRAFIA e NOTE
Archivio personale dell’Autore
GIORDA, MICHELANGELO, Storia civile, religiosa ed
economica di Castellamonte, Ivrea, 1958
1
GASTALDI B., Iconografia di alcuni oggetti di remota
antichità rinvenuti in Italia, Torino, Memorie
Accademia Scienze, 1889
CRESCI MARRONE G., CULASSO GASTALDI E., Torino
Romana tra Orco e Stura. Per pagos vicosque, Torino,
Edit. Programma, 1988
CAVAGLIÀ G., Contributi sulla romanità nel territorio di
Eporedia, Chivasso, Gruppo Editor. Tipografico,
1996
GROSSIO, PIANA, TINETTI, S. Giovanni Canavese,
Caluso 1971
2
GABOTTO F., Le carte dell’Archivjo vescovile di Ivrea
fino al 1313. Tariffa della “cureja”, Ivrea, 1309,
B.S.S.S., Pinerolo 1900
3
DUBOIN F.A., BORRELLI G.B., Editti antichi e nuovi dei
Sovrani prenci della Real Casa di Savoia,
pagg.1003-08, Torino, Zappata, 1681
VASCHETTI G., DONATO G., Una mensa per i conti
Pastoris, Saluggia 1996
AA.W., Torino nel basso medioevo, catalogo della mostra,
Torino, 1982
4
Catalogo F.Ili Rolando, Castellamonte, circa 1940
Catalogo Ditta G. Buscaglione, Castellamonte, varie
ediz., 1894-1901
GIBELLI L., Memorie di cose prima che scenda il buio,
Ivrea, Priuli e Verlucca, 1987
5
AA.W., Torino nel basso Medioevo cit.
MANNONI T., La ceramica d’uso comune in Liguria,
Albisola, 1970
MORAZZONI, La terraglia italiana, Milano, 1985.
7
gennaio 2002
Le case con i solai a pannelli di gesso
in Piemonte: influenze sul paesaggio e
l’urbanistica
Il testo qui pubblicato è stato presentato durante il convegno “Il paesaggio rurale tradizionale: perché? per
chi? come?” svoltosi al Castello di Moncucco Torinese (AT) il 6 ottobre 2001. Ne è autrice l’architetto
Enrica Fiandra, già funzionario del Ministero per i Beni Culturali, da oltre un trentennio impegnata nello
studio delle tradizioni costruttive del Monferrato, ed in particolare nell’uso del gesso nell’edilizia locale. In
questo intervento Enrica Fiandra apre nuove prospettive di ricerca, mettendo in evidenza come vi sia uno
stretto legame fra sviluppo urbanistico dei centri abitati e presenza di case con solai in gesso. L’area di diffusione di questi ultimi comprende - oltre alle zone del Monferrato casalese ed astigiano - parte della Collina torinese, dell’Alessandrino e del Cuneese. Questa diffusione territorialmente molto ampia comprova la
grande importanza della tradizione costruttiva dei soffitti in gesso sia per comprendere la storia
dell’architettura locale, sia per la storia dello sviluppo urbanistico e più in generale per la storia degli insediamenti umani. Per ulteriori informazioni è possibile contattare il gruppo di ricerca presso il Museo del
Gesso – Castello di Moncucco - Piazza dello Statuto n. 1 - 14024 Moncucco Torinese (AT) - tel.
011.9874701, fax 011.9874328.
(Gianpaolo Fassino)
I
l tipo di solaio di legno con pannelli di gesso
gettato su matrici lignee intagliate in negativo era usato, sistematicamente, per le case
rurali in Piemonte, nelle zone ricche di cave di
gesso, sia all’interno dei paesi, sia nei cascinali
isolati.
Di solito, le case nelle quali si trovano i solai
di gesso sono le più povere; all’esterno non
hanno alcuna particolarità architettonica che
le caratterizzi: sono semplici e modeste nella
composizione della facciata, ricoperta di intonaco di calce e sabbia gialla locale. Le finestre
sono piccole, senza imposte, con gli scuri interni intagliati a motivi molto simili alle decorazioni dei pannelli di gesso.
Le costruzioni più antiche, tra il Seicento e il
Settecento, sono esternamente più eleganti
per la presenza di loggiati sulla facciata.
Il gesso era un materiale economico, spesso
prodotto dai contadini stessi e, per questo, il
più usato. Era impiegato negli spigoli interni
ed esterni delle porte, finestre, armadi e nelle
riquadrature che servivano da guida alla stesura dell’intonaco, nei davanzali di finestre,
nelle mensole esterne poste sotto i cornicioni.
Anche i cardini di ferro per porte, finestre e
imposte erano fissati con il gesso. Questo largo uso del gesso, con sorprendenti risultati di
durata e resistenza, lascia stupefatti se si pensa che la zona in cui fu impiegato, anche
all’esterno degli edifici, ha un clima umido ed
è soggetta al gelo.
Nelle case più ricche, borghesi o patrizie e nei
castelli, i solai di gesso erano impiegati nei
piani superiori destinati alla servitù, specialmente nei casi di costruzioni a tre piani fuori
8
gennaio 2002
terra, mentre al piano terreno vi erano coperture a volta.
Tuttavia molto spesso si trovano abitazioni
nelle quali il solaio a pannelli è impiegato anche a piano terreno.
Le volte sono in genere a padiglione con unghie ai quattro angoli e lunette al centro di
ogni lato, per permettere l’apertura di porte e
finestre. L’interno delle case risulta quindi
particolarmente piacevole per la presenza delle basse volte a padiglione, aggraziate e ricche
di movimento e per i soffitti di gesso bianco,
con le più varie decorazioni a rilievo, spartiti
dai travetti e dalle travi di legno scuro. Gli
ambienti sono arricchiti, inoltre, dai particolari dell’arredamento fisso quali i camini plasmati in gesso, dalle forme fantasiose, le scansie anch’esse di gesso con cornici modellate
che reggono i ripiani, realizzate secondo schemi e mezzi elementari, ricchi di grazia e di
eleganza.
Essendo case contadine, la planimetria è molto semplice e funzionale: il muratore costruisce le camere una dopo l’altra, collegate da
porte interne, con una scala per raggiungere i
piani superiori che riflettono la disposizione
delle camere sottostanti.
La struttura di queste case ne condiziona
l’aspetto: sono tutte uguali e si sviluppano, in
genere, su due piani; al piano terreno troviamo un grande vano che era di solito occupato
dalla cucina e ai piani superiori le camere da
letto.
Quando il solaio a pannelli di gesso viene realizzato nello stesso momento in cui si costruisce la casa, la trave determina la larghezza
della manica, che non è mai di molto superiore
ai 6 metri (2 trabucchi); questo, naturalmente, dipende dall’altezza dell’albero.
Nelle case più ricche le travi sono ricavate da
alberi di diametro maggiore e sono ben squadrate con gli spigoli inferiori lavorati; a volte,
invece, sono appena sbozzate; altre volte,
quasi tonde, conservano la forma dell’albero
semplicemente scortecciato.
La casa viene realizzata della larghezza di un
solo vano corrispondente al soffitto in gesso.
La matrice rappresenta, infatti, la base modulare che, insieme con la lunghezza delle travi,
determina le dimensioni dei vani.
Infatti per raddoppiare la manica, senza aumentare la larghezza del muro centrale, sarebbe stato necessario sfalsare le travi e la posizione della matrice nella manica adiacente
che, come conseguenza, avrebbe mutato la
sequenza dei pannelli. In tal modo due camere affiancate non potevano avere i soffitti con
la scansione dei pannelli in corrispondenza.
Questo inconveniente si sarebbe evitato se il
solaio fosse stato di tavole lignee. In tal caso il
raddoppio della manica sarebbe stato possibile
perché, sfalsando le travi, le tavole, non avendo un modulo da rispettare, avrebbero potuto
ugualmente essere utilizzate senza mutare la
lunghezza del vano.
Il muratore accurato doveva badare che la
lunghezza della trave, all’interno del vano,
fosse un multiplo della larghezza della matrice. Per avere un solaio omogeneo era necessario trovare alberi della stessa grandezza e della
stessa lunghezza.
Il problema di trovare tante piante, di solito
querce, dello stesso tipo di circa 6,50 metri di
lunghezza per i solai di tutte le case del paese
deve aver messo a dura prova i muratori di un
tempo, a tal punto da indurli a risparmiare il
numero delle travi impiegate con la costruzione di campate più larghe. Ciò comportava
naturalmente delle matrici di maggiore lunghezza. Da alcuni esemplari ritrovati si vede
chiaramente che, avendo economizzato sul
materiale con campate più larghe, si è indebolita la struttura dei travetti lignei.
Gli esempi più antichi hanno la matrice di
lunghezza maggiore: in seguito, però, i muratori, constatando che il travetto che la reggeva si incurvava e, di conseguenza, si rompeva
il gesso dei pannelli, hanno reso più equilibrata la struttura.
Esempi di pannelli di solai in gesso.
9
gennaio 2002
Tra la fine Settecento e l’inizio dell’Ottocento i solai sono ben proporzionati in lunghezza e larghezza.
È interessante notare come, dal punto di vista
strutturale, il solaio in gesso sia molto simile
a un solaio in cemento armato; travi e travetti lavorano a trazione, come il ferro, mentre il
gesso serve ad irrigidire la struttura perché è
quello che riceve la compressione.
A sua volta, ogni cassettone lavora allo stesso
modo, le canne o i piccoli legni posti, all’interno, nella parte inferiore sono in trazione,
mentre la parte superiore del gesso è compressa.
Estendendo questo modulo planimetrico a
tutte le case del paese si osserva che questo
tipo di disposizione influenza l’urbanistica.
La manica, stretta e lunga, segue le curve di livello e si mantiene sul crinale in collina; in
pianura diventa rettilinea, ma è sempre semplice, e determina in questo modo il particolare aspetto urbanistico.
Prendendo in esame il caso di Moncucco Torinese, le cui case sono state tutte schedate, si è
constatato che la matrice per la costruzione
dei solai è spesso la stessa. Si deduce che le
case con questa caratteristica sono tutte contemporanee. Infatti i solai non potevano essere fatti dopo la costruzione della casa, perché
- da quanto si è potuto osservare - i travetti
laterali che sorreggono il pannello sono infilati nel muro durante la costruzione.
Se il solaio si rompe, viene rappezzato alla
meglio, ma l’originale è fatto nell’esatto momento in cui si costruisce la casa, e dall’epoca
del soffitto si può risalire alla data di costruzione della casa e viceversa.
Se si hanno più solai con la stessa matrice, significa che il paese ha avuto uno sviluppo
contemporaneo. Pertanto, per le costruzioni
in cui è usata una sola matrice, è possibile far
risalire il soffitto e, di conseguenza, le case, ad
un preciso momento storico.
La pianta di Bagnasco d’Asti è la più significativa dal punto di vista della disposizione di
questi solai che inevitabilmente condizionano l’assetto urbanistico. Le case girano intorno al recinto del castello diruto, in quanto si
posano sui resti delle mura distrutte che riuti-
lizzano come basamento e sono sempre a manica unica.
La manica doppia si trova solo in manufatti
più recenti, risalenti al primo Novecento, e
sono prevalentemente stalle e fienili dove in
luogo dei solai di gesso vi sono travi, spesso di
ferro, con voltine di mattoni legati con gesso
colato.
Il diffuso sistema costruttivo dei solai di gesso, dopo i ritrovamenti di Moncucco e di Bagnasco, lo si può verificare anche altrove. Trovandolo in più comuni e osservando
attentamente la successione delle case a manica semplice ci rendiamo conto di quanto sia
importante, per la lettura dell’urbanistica antica, la conoscenza e lo studio di questi solai.
La ricerca sull’influenza dei solai di gesso sul
tracciato urbanistico è appena iniziata e lo
studio sistematico delle planimetrie dei paesi
in cui è presente il fenomeno - a tutt’oggi 104,
distribuiti in 4 province piemontesi (Alessandria, Asti, Cuneo, Torino) - permetterà di verificare quanto un solo elemento modulare,
come una matrice lignea, possa aver influenzato la tipologia delle case e di conseguenza la
loro posizione nel tracciato urbanistico; nello
stesso tempo si potranno mettere in evidenza
le eccezioni, in alcuni casi già esaminate, ricercandone le ragioni.
Enrica Fiandra
10
gennaio 2002
L’Atlante Toponomastico del Piemonte
Montano
La metodologia di ricerca dell’ATPM è rigorosa e precisa, volta a regolamentare la raccolta
dei dati, la registrazione dei toponimi su carta
topografica, la loro trascrizione su apposite
schede in una grafia normalizzata, l’acquisizione delle informazioni relative al loro significato, alle caratteristiche geomorfologiche
dei luoghi e a numerose altre notizie di carattere accesssorio, nonché la registrazione su
nastro magnetico della lista completa delle
denominazioni.
Al termine di ciascuna inchiesta, i dati raccolti vengono memorizzati ed elaborati mediante un programma predisposto per archiviare e
stampare il contenuto delle schede e fornire
vari tipi di catalogo e di indici. I singoli archivi, che rimangono a disposizione degli studiosi, vengono quindi editi da parte della Regione Piemonte in volumi riguardanti ogni
singolo Comune o, per i Parchi, l’area protetta.
Diciassette sono le monografie già pubblicate:
Gaiola (CN), Aisone (CN), Mombasiglio (CN),
Quassolo (TO), Chianocco (TO), Roccasparvera
(CN), Givoletto (TO), La Cassa (TO), Val della
Torre (TO), Vallo (TO), Varisella (TO), Demonte (CN), Ostana (CN), Pont Canavese
(TO), Parco naturale Alpe Veglia e Alpe Dévero
(VCO), Rittana (CN) e Avigliana (TO).
Numerose le raccolte in corso. Nella provincia
di Alessandria: Morbello, Roccaforte Ligure e Tagliolo Monferrato. Nella provincia di Cuneo:
Boves, Chiusa di Pesio, Moiola, Monterosso Grana, Oncino, Parco Alpi Marittime e Vinadio. Nella provincia di Torino: Balme, Condove, Fenestrelle, Inverso Pinasca, Levone, Luserna San
Giovanni, Massello, Meana di Susa, Novalesa,
Oulx, Perrero, Pragelato, Prali, Reano, Roure, Salza di Pinerolo, San Germano Chisone, Usseaux e
Villar Focchiardo. Nella provincia di Vercelli:
Rimella.
Diverse le inchieste già ultimate, in corso di
revisione redazionale. Nella provincia di Alessandria: Parco naturale Capanne di Marcarolo.
Nella provincia di Cuneo: Briga Alta e Parco
Ideato nel 1970 e presentato da Arturo Genre
al “Colloque International de Linguistique” di
Briançon (19 settembre), il progetto di ricerca
Atlante Toponomastico del Piemonte Montano (siglato ATPM) è stato ufficialmente avviato nel
1983, grazie a una Convenzione stipulata tra
la Regione Piemonte (Assessorato alla Cultura) e l’Università degli Studi di Torino (Dipartimento di Scienze del Linguaggio e Letterature Moderne e Comparate) nel quadro del
più vasto progetto regionale “Alpi & Cultura”.
Scopo dell’ATPM è la raccolta sistematica
dell’intera rete di nomi che gli uomini hanno
dato nei secoli, per distinguerli, ai luoghi,
grandi e piccoli, rientranti nei loro interessi,
ancor oggi in uso o per lo meno vivi nella memoria degli abitanti dei 528 Comuni compresi nelle 47 Comunità Montane della nostra
regione. La ricerca, inquadrata in una prospettiva sincronica, è condotta sul terreno e attinge esclusivamente da fonti orali, escludendo a
priori dai suoi fini immediati e diretti, per ragioni d’urgenza e d’opportunità, sia il confronto con la documentazione storica sia
l’analisi etimologica dei toponimi.
La ricerca sul campo viene avviata (previa richiesta da parte di uno degli Enti locali patrocinatori) e interamente realizzata da raccoglitori locali attraverso un impegno volontario,
sorretto finanziariamente e organizzativamente dalle Comunità Montane, dai singoli
Comuni, dalle Associazioni culturali, dai
Gruppi di ricerca locale o dai Parchi e Riserve
Regionali. L’Assessorato alla Cultura coordina
l’attuazione del Progetto e contribuisce (ai
sensi della L.R. 26/90) agli oneri materiali derivati dall’attuazione delle ricerche e dalla
pubblicazione dei loro risultati; all’Università
spetta invece la responsabilità scientifica (assunta dal 1997, anno della scomparsa del fondatore prof. Arturo Genre, dal prof. Lorenzo
Massobrio) con i supporti metodologici, la
formazione dei ricercatori, la revisione delle
inchieste e la cura della loro edizione.
11
gennaio 2002
Alta Valle Pesio e Tanaro. Nella provincia di
Torino: Bardonecchia, Mezzenile, Pinasca, Pomaretto, Pramollo e Rorà. Nel Verbano-Cusio-Ossola: Falmenta.
In corso di pubblicazione sono attualmente i
volumi dedicati al territorio di Sant’Antonino
di Susa (TO) e di Valloriate (CN); in coda attendono Salbertrand (TO) e Coazze (TO).
Gabriella Chiapusso
Il laboratorio di toponomastica di L&M
sposti sulla mappa Teresiana del 1723. Carla Rita Bertona ci ha informati che la
ricerca è proseguita portando “all’individuazione di oltre trecento toponimi in fase
di informatizzazione e di interpretazione e
all’avvio della ricerca sulla storia dell’agricoltura a Pernate, che è anche la storia sociale del paese”.
2. Mauro Lussiana e Carla Ru hanno iniziato
nel 1986 un rilevamento sul territorio
dell’Alta Val Sangone. Nel 1991l’Atlante toponomastico del Piemonte montano (cfr. in questo numero di L&M il contributo di
Gabriella Chiapusso) suggerisce ai rilevatori l’estensione del territorio, che Lussiana e
Ru, benché lasciati soli nel pesante lavoro,
finiscono di coprire nel 1998. La quantità
dei toponimi rilevati è straordinaria, a testimonianza della cura e dell’attenzione
impiegata nel lavoro da parte dei due esperti conoscitori del territorio. La redazione
dell’ATPM prevede la pubblicazione del
materiale per il dicembre 2002.
3. Gino Giorda segnala un suo progetto di ricerca toponomastica condotto in collaborazione con il Circolo Didattico di Castellamonte e il Consiglio della Biblioteca Civica
‘Carlo Trabucco’ di Castellamonte. Hanno
aderito al progetto 10 classi di scuola elementare (Castellamonte, Sant’Antonio,
Spineto). Il progetto, di cui fornisce dettagliata descrizione, si basa sulla collaborazione delle famiglie degli alunni per la raccolta di materiale a forte rischio di dispersione. I lavori proseguiranno nel corso
dell’attuale anno; i risultati potrebbero
anch’essi confluire nell’ATPM.
4. Ferruccio Pari ha presentato una raccolta di
L&M si è impegnata nei due scorsi anni nella
realizzazione di incontri utili ad una formazione di base (il primo anno, 2000) e più specialistica (questo secondo anno, 2001) nel
campo della ricerca storica locale. I temi toccati sono stati la ricerca in archivio,
l’allestimento di mostre, le fonti orali, la ricerca antroponomastica, toponomastica, la ricerca bibliografica, il problema della trascrizione dei dialetti, e poi, su proposta delle
associazioni che hanno risposto alla nostra richiesta di suggerimenti, ancora la toponomastica, la tutela e valorizzazione dei beni architettonici e culturali, il patrimonio demo etno
antropologico, la casa contadina e la casa alpina.
Dal momento che è nostra intenzione raccogliere gli interventi tematici in un volume,
che ci auguriamo di rapida pubblicazione, vi
proponiamo ora i risultati del Laboratorio di toponomastica che ci ha impegnati per tre incontri in primavera e in autunno.
La nostra finalità era di conoscere, incentivare
e, se possibile, supportare ricerche nel campo
della toponomastica, arginando, se pure in
una delle molteplici tipologie di ricerca,
l’abbandono o la dispersione di materiale prezioso.
Abbiamo censito sei interessanti progetti, in
diverse fasi di realizzazione
1. In un volume a tiratura limitata, realizzato
nel 2000 dal Gruppo dialettale Pernate (Novara) in collaborazione con la Biblioteca di
quartiere Pernate, dal titolo Un zich d’un pais
ciamà Parnà (Qualcosa di un paese chiamato Pernate), compare un interessante elenco di 150 toponimi del territorio di Pernate
tratti dal registro catastale del 1805 e di-
12
gennaio 2002
Questi i progetti che i nostri incontri hanno
permesso di conoscere e sollecitare. Da parte
di tutti, come immaginavamo, c’è la disponibilità a collaborare con l’Atlante toponomastico
del Piemonte montano, cosa che a nostro parere
assicura il miglior utilizzo dei risultati. Proprio per questo abbiamo chiesto a Gabriella
Chiapusso di riassumerci le modalità di una
possibile collaborazione fra l’Atlante e le Associazioni di ricerca storica locale.
toponimi, conclusa da tempo, che riguarda
il territorio di Caprie (Val Susa). Il progetto
e la sua realizzazione si collocano negli
anni ’70, e costituirono il primo spunto di
quello che sarebbe diventato l’Atlante toponomastico del Piemonte montano. Collaborarono alla ricerca Giovan Battista Bronzino e
Giuseppina Maffiodo. La ricerca in questione, che come altre, dice Pari, “intraprese e
non pubblicate si è fermata ed è finita in
uno scaffale”, risultando assai preziosa, potrebbe confluire nel materiale dell’ATPM.
Delle altre, aspettiamo con curiosità qualche notizia.
5. Il Gruppo di ricerca storica di Baldissero Torinese si è proposto, accanto ad altre iniziative, di realizzare una raccolta dei toponimi
del Comune. I criteri seguiti sono quelli
dell’ATPM, nella speranza che il progetto
regionale voglia estendersi al territorio collinare alle spalle di Torino. Una prima parte della ricerca, condotta da Luisa Lamonarca, è terminata; si tratta dei toponimi
della zona di Superga confinante con il Comune di Torino. Per quanto riguarda la
zona della frazione di Rivodora, confinante
con San Mauro, già esiste un rilevamento
condotto da Bruno Fattori; per le zone restanti si sono detti disponibili al rilevamento Paolo Martini, Renata Liboà e Manfredo
Montagnana.
6. Il Gruppo Archeologico Torinese (GAT) intende “affiancare, come aiuto e necessario
complemento ad un’indagine archeologica
sulla collina torinese, alla ricognizione sul
territorio ed alla ricerca delle fonti documentarie, il recupero delle informazioni
che si possono trarre dalla tradizione orale,
e quindi la raccolta e la registrazione dei toponimi utilizzati dai nativi residenti. Inoltre il confronto fra questi toponimi e quelli
reperibili nei catasti e nei numerosi documenti d’archivio, editi e non, presenti nei
comuni collinari potrebbe dare risultati interessanti, permettendo di ricostruire una
mappa dell’insediamento medioevale collinare”. Per non disperdere energie e materiali, e per inserirsi accanto ad analoghe iniziative riguardanti la collina torinese, il GAT
si propone di adottare i criteri dell’ATPM.
Lucetta Fontanella
13
gennaio 2002
Verso il “Museo del Trasporto ferroviario
attraverso le Alpi”
N
chitetti Andrea Bruno ed Ugo Bruno, ha una
superficie totale di 5.000 m2 di cui 2.000 occupati da fabbricati. La caratteristica degli edifici e la loro ubicazione consentono di immaginare un nucleo che, avvalendosi delle tecniche
e degli indirizzi della moderna museologia, sia
capace di offrire diversi livelli di fruizione, con
momenti di visita, di studio, di approfondimento scientifico e tecnologico, di interattività tra i visitatori e le macchine, d’integrazione
mirata tra cultura, storia e turismo.
La palazzina, adibita in origine ad uso ufficio,
al piano terreno, e dormitorio, al primo piano,
verrà completamente ristrutturata. La sua
facciata, a livello di strada, diverrà supporto
di una scocca in vetroresina che riproduce il
profilo di un moderno convoglio ferroviario.
Il prolungamento di questo manufatto verso
una piazzetta di nuova costruzione segnalerà
l’ingresso al Museo. Tale ingresso riprodurrà
la sagoma interna di un vagone ferroviario a
corridoio centrale che verrà percorso dal visitatore, sollecitato da effetti sonori e visivi a simulazione del viaggio e in particolare
dell’attraversamento delle Alpi. Vagone che
diverrà galleria di transito sottolineata da un
pavimento che riproduce la via ferrata, con
traversine e binari realizzati con resine sintetiche e fibre luminose.
Uscendo dal vagone-tunnel si potrà accedere
ai piani superiori dell’edificio oppure raggiungere il fabbricato dell’ex officina, dove sarà
esposta gran parte della collezione: locomotori, vagoni, carrozze, modelli tridimensionali,
simulatori di viaggio.
ell’ambito del suo programma di conoscenza e di valorizzazione delle tradizioni scientifiche e tecnologiche, l‘Amministrazione provinciale di Torino ha puntato
alla realizzazione di un Sistema Ecomuseale
all’interno del quale trovino posto anche percorsi di visita a siti industriali non più in attività e raccolte di oggetti che testimoniano la
vita produttiva e sociale delle comunità locali.
In questo contesto si colloca il progetto per il
“Museo del Trasporto ferroviario attraverso le
Alpi” nell’officina ferroviaria di Bussoleno,
ubicata in prossimità della stazione.
Da anni l’officina di Bussoleno, dopo la dolorosa parentesi della sua chiusura, attendeva
una utilizzazione che non fosse indifferente
all’impegno di generazioni di ferrovieri che in
essa avevano operato, rendendola una struttura efficiente nel settore della manutenzione
dei locomotori.
In considerazione dello storico legame tra la
Valle di Susa, il treno e le comunicazioni transalpine è parso naturale insediare in quelle
strutture ormai dismesse un polo di quel “Sistema Museo” pensato e voluto dall’Associazione Museo Ferroviario Piemontese, per il quale
la Regione Piemonte ha previsto la sede principale a Savigliano.
Il primo tratto ferroviario in Piemonte, da Torino a Moncalieri, è stato inaugurato nel
1848. Susa e Bussoleno sono state collegate a
Torino con una linea ferroviaria fin dal 1854.
Nel 1868 iniziò l’esercizio da Susa a Lanslebourg con l’arditissima “Ferrovia Fell”, che saliva
ai 2.000 metri del Moncenisio. Nel 1871 fu
inaugurato il Traforo del Frejus, che permise
il collegamento ferroviario internazionale Torino-Modane.
La Valle di Susa e Bussoleno sono quindi la
sede ideale per un Museo del Trasporto ferroviario attraverso le Alpi, per captare dal passato la
memoria, i segni e i segnali, gli strumenti e gli
oggetti, e guardare al futuro.
Lo spazio previsto per la realizzazione del
Museo, il cui progetto è stato affidato agli ar-
14
gennaio 2002
Nella palazzina, oltre ai servizi di accoglienza,
troverà posto un Centro di ricerca e studi in
cui il materiale documentario, già in fase di
raccolta, sarà archiviato, schedato e catalogato, attraverso prodotti multimediali e software interattivi. Il visitatore potrà così “navigare” tra le preziose testimonianze di un’epoca
che ha registrato l’evoluzione tecnologica del
trasporto ferroviario.
Il complesso consentirà di organizzare un
vero e proprio centro di produzione culturale,
offrendo la possibilità di ospitare gruppi di
studenti impegnati su specifici progetti didattici, seminari per la formazione di tecnici,
convegni.
Il Museo vuole essere un’istituzione viva, capace di fare cultura con continuità, di sollecitare azioni di promozione del territorio, di valorizzare l’identità locale che si specchia
anche nella professionalità di chi all’impianto
ferroviario di Bussoleno ha dedicato una parte
importante della sua vita.
Secondo le intenzioni dell’Amministrazione
provinciale, il Museo sarà gestito in collaborazione con la “Feralp Team” (Associazione
Amici del Museo del trasporto ferroviario attraverso le Alpi), nata ufficialmente il 14
maggio 1999 con l’intento di contribuire alla
sua organizzazione. I soci sono ormai un centinaio, di cui circa la metà “operativi”, cioè
impegnati in attività funzionali agli scopi
che l’associazione persegue. Essa, oltre a fornire il supporto scientifico per la collezione,
potrà disporre all’interno dell’ex officina di
una zona riservata come laboratorio di
restauro. Attualmente si sta procedendo al ripristino del locomotore a corrente continua
E 626.287, e inizierà tra breve quello della locomotiva a vapore 743.283. Fa parte del sodalizio anche un gruppo di esperti ferromodellisti che sta lavorando per rimettere in
efficienza il plastico ferroviario, eccezionale
per fattura e dimensioni (oltre 40 m2), ceduto
al Museo dagli eredi di un appassionato costruttore e collezionista di modellini funzionanti di treni.
Per gli ex operai, che avevano lottato contro
la chiusura dell’impianto, non è stato facile
accettare la trasformazione in museo. Hanno
poi compreso però che il patrimonio di cono-
scenze, di saper fare in loro possesso, non poteva andare disperso, perciò molti di essi sono
oggi coinvolti nel progetto. L’officina continuerà quindi ad essere viva e, in un passaggio
di testimone importante, consentirà di trasferire le abilità e le conoscenze di chi vi lavorò a
nuovi protagonisti, i quali avranno il compito
di mantenere in vita i mezzi di trazione ed i
rotabili che hanno segnato la storia delle ferrovie e potranno marciare, in un rinnovato
ruolo turistico, sulle strade ferrate di oggi.
Sergio Sacco
15
gennaio 2002
I Terrazzamenti: un Convegno del C.A.I.
Si è tenuto a Finale Ligure il 15-16 settembre
2001 il convegno di studio annuale del Comitato Scientifico L.P.V. (Liguria-Piemonte-Valle d’Aosta) del Club Alpino Italiano,
quest’anno sul tema “Terrazzamenti e deflussi idrici superficiali”.
Gli argomenti svolti hanno dimostrato l’alta
competenza dei relatori, tra cui docenti universitari, ricercatori, responsabili di progetti
già avviati o in fase di studio. Le diapositive
proiettate dai relatori per illustrare concretamente gli argomenti trattati hanno richiamato nella mente dei presenti molti luoghi degni
di essere salvaguardati, conservati e fatti conoscere.
Si sono evidenziati in modo particolare la situazione, gli interventi già fatti e quelli progettati nella zona delle Cinque Terre, seguiti
dall’Unità di ricerca dell’Università di Genova, relatori i professori Terranova e Spotorno.
Si è anche spaziato sull’esperienza dell’Ecomuseo dei Terrazzamenti e della Vite a Cortemilia, diretto dall’architetto Donatella
Murtas; sull’uso dell’acqua nel Biellese nel periodo di transizione tra agricoltura e industria; sui terrazzamenti di montagna in Val
d’Aosta, quale colossale opera di sistemazione
idraulico-forestale e idraulico-agraria del territorio montano, relatore il dottor C. Lyabel,
già dirigente del servizio Tutela Ambientale
della Regione Autonoma Valle d’Aosta.
È stato unanime il coro di lamentele sull’incuria, sull’abbandono, sul degrado di queste
imponenti opere realizzate dall’uomo per coltivare più agevolmente la terra lungo i pendii,
impedendole di franare. Se non si interviene
con opere di manutenzione dei muri e di regolazione delle acque, come è stato fatto in passato, vedremo ben presto innescarsi in queste
zone un pericoloso processo di squilibrio idrogeologico, che sarà impossibile arrestare.
I progetti illustrati concretamente nel convegno sono un esempio di come si può o si deve
intervenire, e si spera che servano anche a stimolare i responsabili del territorio a fare qualcosa prima che sia troppo tardi. Il Convegno
ha inteso essere anche un appello in tal senso.
Bruno Tessa (Coazze)
Nota. Chi intendesse avere maggiori informazioni
sull’attività del Comitato Scientifico L.P.V. del Club
Alpino Italiano, o prenotarsi per ricevere gli Atti del
Convegno relazionato, può rivolgersi alla Presidente
del Comitato, Vanna Vignola, Via Restano, 42 13100 Vercelli. Tel. 0161 214361.
Di fronte al degrado della montagna
Impertèrrito
Fin che può
Fiorisce il melo
Bianco-rosa
Sulla montagna
Devastata
Silvio Montiferrari
16
gennaio 2002
Mostra mercato dell’Editoria Canavesana
A
1996 e da allora si rinnova ogni anno la ribalta
libraria locale. Un evento importante che peraltro si giustifica per un opportuno sostegno
del mondo delle tradizioni, delle radici della
gente e del territorio canavesano».
Prendono parte dalla prima edizione della
Mostra-Mercato dell’Editoria Canavesana
(Quincinetto, 18 - 21 aprile 1996), una cinquantina di soggetti, tra case editrici, associazioni, enti pubblici, scuole.
Per gran parte di queste realtà la Mostra-Mercato di Quincinetto è l’unica occasione per
presentare le loro pubblicazioni ad un ampio
pubblico di persone interessate, non avendo
la possibilità, per motivi economici e di tempo, di partecipare alla grande Fiera Nazionale
del Libro, che ogni anno, nel mese di maggio,
si tiene al Lingotto, a Torino.
La Mostra-Mercato di Quincinetto ogni anno
propone dei temi conduttori, con attività culturali collaterali coerenti:
• Parole e Musica, ricordando Costantino Nigra e Pietro Alessandro Yon (1997)
partire da fine Settecento il Canavese annovera personalità della cultura subalpina quali Tommaso Valperga di Caluso, Carlo
Botta, Bernardino Drovetti, Paolo Emilio Botta, Luigi Palma di Cesnola, Costantino Nigra,
Pier Giovanni Flechia, Giuseppe Giacosa, Guido Gozzano, Giovanni Cena e Giuseppe Frola, autori di studi e di iniziative culturali di rilievo.
Nel secondo Novecento opera un grande promotore di cultura, Adriano Olivetti; ed in
questo ultimo arco di tempo fioriscono numerose ricerche e studi di carattere archeologico, storico, etnografico, artistico e naturalistico, con una buona diffusione.
È però importante far conoscere al grande
pubblico queste opere, sia per evitare che restino relegate in ambienti specialistici e sia
per ricuperare i costi vivi di queste edizioni,
prodotte in basse tirature, perché destinate a
un mercato limitato.
Alla promozione dell’editoria canavesana ha
provveduto, con spirito di servizio, a partire
dal 1996, un funzionario della Banca Commerciale Italiana, Presidente della Comunità
Montana Dora Baltea Canavesana e Sindaco
di Quincinetto: Angelo Canale Clapetto.
Abbiamo chiesto all’amico Canale di raccontarci come è nata l’idea di creare questa iniziativa.
«La Mostra Mercato dell’Editoria Canavesana
- racconta Canale - prende origine dal
“Rëscontr” (Incontro Internazionale di Studi
sulla Lingua e la Letteratura Piemontese), in
occasione della XXVI Festa del Piemonte celebratasi nella Comunità Montana Dora Baltea
Canavesana. Si è tenuta nel maggio 1993,
dopo le precedenti edizioni di Cuneo, Asti ed
Alba (sei edizioni). a Quincinetto, il X
Rëscontr e da allora l’appuntamento sulla “Lingua Piemontese” si ripete nel piccolo paese canavesano con la eccezione dell’edizione del
’96, che - per il 70° anniversario della nascita
della Famija Turinèisa - viene organizzata a
Torino. Ecco quindi l’occasione e il momento
in cui prende avvio la manifestazione culturale legata alla editoria canavesana: è l’anno
17
gennaio 2002
La manifestazione, che gode di un grande successo di pubblico, viene organizzata dalla Comunità Montana Dora Baltea Canavesana
(presieduta ora da Giulio Roffino e dall’Assessore alla Cultura Luca Bringhen), con il patrocinio della Regione Piemonte,Provincia di Torino e Città di Ivrea.
Pietro Ramella
• Editoria locale in Piemonte, con interventi di
personalità del settore di alcune province piemontesi (1997)
• Parole e Spettacolo, con particolare attenzione alle tematiche del Teatro e del Cinema
(1998)
• Luoghi reali, luoghi immaginari, luoghi narrati e luoghi vissuti, luoghi turistici e luoghi letterari. Progetti turistici scaturiti dalla “cultura
dei luoghi”, oltre al folklore, all’enogastronomia, alla via francigena, all’architettura olivettiana,... (1999)
• Segni e simboli della comunicazione, gli strumenti della comunicazione; poesia e musica;
biblioteche del 2000: tradizionali e/o multimediali? segni e simboli, nel tempo e nello
spazio; scenari della comunicazione: dal Libro
al WEB (2000)
• A tavola con i libri, il piacere della lettura e il
piacere della tavola. Alla Mostra-Mercato
dell’Editoria viene abbinata, nella piazza di
fronte al Salone delle Feste e delle Tradizioni,
una esposizione di prodotti tipici enogastronomici del Canavese (2001)
La Mostra-Mercato dell’Editoria Canavesana,
giunta alla 6ª edizione, organizza ogni anno
numerose iniziative culturali collaterali:
- presentazione di novità librarie sul Canavese, a cura degli autori
- concerti di musica classica, bandistica,
jazz, corale
- spettacoli teatrali, per bambini e adulti
- letture di testi e poesie
- mostre di pittura, fotografia
- presentazione di diapositive.
18
Notizie dalle Associazioni
febbraio 2002
L’Associazione “Comunicando”
ra materiale delle classi subalterne, Rosemberg §
Sellier, Torino, 1978), agli studi di storia delle
donne (cfr. Paola Di Cori, Altre storie, CLUEB,
Bologna, 1996), ma anche ad altre scuole storiografiche innovative.
Le tappe principali consistono nella raccolta
consapevole, nella rielaborazione collettiva (a
piccoli gruppi che fanno riferimento ai paesi),
nella socializzazione conclusiva secondo modalità da decidere insieme.
Un gruppo di amici, anzi di amiche, si sono
incontrate, desiderose di uscire dall’isolamento, in cui talvolta sembra di cadere, soprattutto durante l’inverno, quando nei piccoli paesi
cala nebbiosa la sera e tutti si rinchiudono davanti ai televisori.
Alla ricerca di nuove suggestioni, di motivi su
cui riflettere per capire la società che cambia,
animate dalla voglia di stare insieme per non
lasciar morire la creatività che c’è in ognuno
di noi, abbiamo pensato di fondare una nuova
associazione.
A quale scopo? Con quali intenti?
Creare legami di amicizia, di solidarietà,di affetti tra gli abitanti (vecchi e nuovi) dei paesi,
dove la qualità della vita dovrebbe essere migliore che nelle grandi città, ma dove non
sempre è facile incontrarsi e costruire o rafforzare quella rete di rapporti umani che è la ragione prima di vita delle piccole comunità.
Non c’è bisogno di scomodare sociologi od
esperti per dire che i centri di aggregazione
vanno scomparendo, mentre aumenta il bisogno di stare insieme. Uno degli scopi, elencati
nel nostro Statuto, è appunto quello di valorizzare le radici e le tradizioni locali, attraverso ricerche, iniziative, mostre ed ogni altra attività che possa favorire la consapevolezza
della propria identità e la partecipazione consapevole.
Di qui è nato il progetto “
Maria Teresa Gavazza
Ancêtres Italiens
Ricercare i propri antenati
La nostra epoca testimonia un entusiasmo generale per la ricerca degli antenati e per la storia delle nostre famiglie. Affinché questa ricerca possa darci dei buoni risultati è
necessaria una tecnica alla portata di tutti, a
prescindere dall’età e dal livello degli studi.
Passatempo istruttivo, abbisogna soltanto di
un po’ di pazienza e di perseveranza, un pizzico d’ottimismo, tanta curiosità, un po’ di
pignoleria e molta organizzazione.
Ricercare i vostri antenati vi darà molte soddisfazioni: sarà un viaggio nel tempo che vi
farà vivere da vicino non solo le diverse vicende familiari dei vostri antenati (nascite, matrimoni, decessi) ricostruite grazie agli atti
notarili, ma anche approfondire il loro modo
di vivere, la loro storia, gli antichi mestieri,
l’economia di un villaggio o di una regione.
Scoprirete forse l’origine del vostro cognome.
”. Gli abitanti dei paesi aderenti
all’Associazione “COMUNIcando” (Felizzano, Fubine, Lu, Quargnento, Solero) e quanti
altri vorranno aggiungersi, coordinati da
un’equipe composta da studiosi e ricercatori,
si incontreranno con gruppi di giovani interessati al progetto. I partecipanti alla ricerca
in modo attivo racconteranno la loro storia e
quella della loro famiglia, sottolineando in
particolare gli aspetti legati al progetto stesso.
Potranno farlo con diverse modalità o linguaggi (disegni, fonti orali, video, fotografie
ecc.). Tale percorso trova la sua dignità scientifica in tutta la tradizione storiografica che si
ispira principalmente alle fonti orali (cfr. Luisa Passerini, Storia orale, vita quotidiana e cultu-
L’associazione
- organizza corsi per principianti e riunioni
di approfondimento a Parigi e fuori per scambiare le informazioni;
- pubblica in giugno un “Repertorio informatico delle famiglie italiane studiate” ISSN
1168-8505, strumento utilissimo per favorire
gli incontri tra ricercatori i cui antenati provengano dalla stessa provincia o comune;
- ha una biblioteca specializzata con guide,
inventari, carte, etc. oltre a documenti microfilmati.
- invita i soci a depositare i loro lavori riguardanti l’Italia o altri paesi ed a segnalare le ope-
19
Notizie dalle Associazioni
febbraio 2002
Assemblea dei Soci di L&M
re o altri documenti che possano interessare
la biblioteca.
- presta gratuitamente per corrispondenza lo
schedario delle fonti microfilmate in Italia (su
microfiches);
- mette a disposizione del pubblico (anche
:
tramite WEB) le seguenti banche dati:
Bibliografia genealogica tematica e geografica
sull’Italia (4017 ref.) + San Marino + Corsica
+ Ticino Svizzero + Ebrei Italiani + Valdesi
: locadel Piemonte (protestanti);
lizzazione di 59.694 località, frazioni e comuni italiani;
: Italiani in Fran: 50.164
cia dal 1400 al 1830 e viceversa;
Italiani naturalizzati dal 1920-1940 (in cor: notai Italiani e loro archivi dal
so);
1400 al 1990 (nord-est).
Il 24 novembre 2001 si sono riuniti a Torino
nella sala Antico Macello di Po, via Matteo
Pescatore, i Soci della nostra Associazione per
il rinnovo del Comitato Direttivo e per l’elezione del Revisore Contabile per il periodo
2001-2003.
Sono stati eletti Consiglieri:
Robotti Diego, Gualteri Tarsia Milena,
Ramella Pietro, Calabrese Valeria,
Della Mora Feliciano, Fassino Giampaolo,
Montiferrari Silvio, Seglie Dario,
Gianoni Simona, Lucania Francesco,
Giorda Gino.
È stata eletta Revisore Contabile
la Socia Picchetto Carola.
Marc Margarit
Nella seduta del Consiglio Direttivo
del 17 dicembre 2001 sono state votate le cariche sociali:
- Presidente, Diego Robotti
- Vice-Presidente e Segretaria,
Milena Gualteri Tarsia
- Tesoriere, Francesco Lucania
- Rivista L&M, Pietro Ramella
Per contattarci:
Per posta presso la sede:
ANCÊTRES ITALIENS, 3 rue de Turbigo,
F-75001 PARIS
c/o Bibliothèque Généalogique Tel. 01.42.33.58.21
3 rue de Turbigo 75001 Paris (nel cortile a destra)
Métro : Etienne Marcel oppure RER :
Châtelet-Les halles
orario : mercoledì 14-20
Questo il nostro sito Internet:
www.geneaita.org/emi
che raccoglie circa 7700 notizie bibliografiche
sull’Italia, la Corsica, il Canton Ticino
Informazioni sull’associazione:
Marc Margarit
Un particolare ringraziamento è stato
espresso dal Presidente ai vecchi Consiglieri
Lucetta Fontanella, Leonardo Gambino e
Federica Pusineri.
Questi nostri Soci, per motivi professionali,
non si sono più candidati per il rinnovo del
Consiglio Direttivo. Sono però tuttora vicini
ad L&M e collaborano ad attività specifiche
di carattere scientifico.
20
Recensioni
febbraio 2002
vincia di Torino, a cura dell’Assessore alla
Cultura, Walter Giuliano.
Con questo ampio panorama della realtà e di
problemi, unitamente alla illustrazione dei
musei del Canavese, si potrà affrontare l’iniziativa di presentare alla cittadinanza una
raccolta etnografica, frutto di 25 anni di lavoro volontario da parte dei soci dell’“Associazione Amici del Museo del Canavese”, che
vorrà essere anche una iniziativa che coinvolgerà il pubblico, soprattutto quello giovane,
recuperando la memoria ed il modo di essere
di un mondo quasi perduto, ma pieno di valori che possono ancora insegnare qualcosa alle
future generazioni.
A cura di Pietro Ramella
Bolognino Editore, Ivrea 2001
In questa pubblicazione vengono presentate
le sintesi degli interventi effettuati nel seminario tenutosi ad Ivrea nel 2001 da docenti
universitari e da esperti nella ricerca storica,
nell’allestimento e nella gestione museale.
I contenuti di questi interventi hanno consentito ai partecipanti al seminario di mettere
a fuoco tutte le problematiche e di acquisire
tutte le esperienze di chi è intervenuto. Questo servirà quando dovrà essere allestita la
raccolta etnografica di proprietà dell’Associazione Amici del Museo del Canavese nei
Feliciano Della Mora
locali messi a disposizione dal Comune di
Strambino.
Gli argomenti sono stati trattati
secondo i seguenti filoni: metodologia e ricerca, metodologia di allestimento, la conservazione, la realtà italiana.
Nel primo modulo sono stati affrontati i temi della documentazione archivistica e le fonti orali,
trattati da Diego Robotti della Soprintendenza Archivistica per il
Piemonte e la Valle d’Aosta e da
Franco Castelli dell’Istituto Storico della Resistenza della Provincia
di Alessandria.
Nel secondo, è stato affrontato il
problema di come esporre il materiale nello spazio disponibile, sia
quello reale sia quello della rete,
trattato da Pier Paride Vidari del
Politecnico di Milano.
Nel terzo, il tema della conservazione, a cura di Anna Pellegrino
del Politecnico di Torino e della didattica, a cura di Roberto Pellerey
dell’Università di Genova.
Nel quarto, il tema della gestione
di un museo locale, a cura di Enrica Pagella, direttore del Museo. di
Arte Antica di Palazzo Madama di
Torino ed è stato presentato il
Castellamonte. Alzata di caminetto in ceramica smaltata (ditta
progetto dell’ecomuseo della ProAntonio Querio).
21
Recensioni
gennaio 2002
proteggere. Tra le immagini sacre, dipinte sui
piloni, sulle arcate di antiche cascine e sui
muri delle case, le più ricorrenti sono quelle
della Madonna, del Crocifisso, di S. Antonio
abate, S. Antonio da Padova, S. Giuseppe, S.
Grato e della Sacra Famiglia. Fra le pitture
murali, troviamo anche quella della Sindone,
nel centro di Cavour, nei pressi del portone
della ex Pretura.
Ricco di suggestioni, questo libro, che è anche
il risultato di un impegno di molti, ha il
grande merito di condurci a riflettere su un
segno sacro particolarmente importante in
un ambiente, come il nostro, di estrazione e
cultura contadina, che sta via via
scomparendo. Le nicchie vuote, i tempietti
corrosi, spogli o crollati stanno lì a
documentare la fede semplice e profonda dei
nostri
laboriosi
antenati,
delle
cui
consuetudini a volte ci dimentichiamo,
troppo presi dai nostri problemi quotidiani.
La nostra civiltà ha abbandonato molte
paure, ma ha anche perso il contatto
immediato con la natura, nella quale i nostri
avi sapevano cogliere il respiro divino. C’è da
sperare che l’intelligente lavoro del gruppo di
ricerca promuova una riscoperta di questo
patrimonio di devozione semplice e concreta,
affinché venga conservato e non scompaia
nell’indifferenza.
Franca Giambiasi Fornasa, Maria Grazia
Turina Gastaldi, ed. ProCavour, 2000
La storia di una terra si racconta attraverso
quelle piccole, grandi cose che la rendono
unica ed irripetibile: suoni e profumi speciali
si effondono tra borghi, prati e quartieri,
mentre alcuni elementi, toccando il cuore del
paesaggio, rincorrono a ritroso le nostre radici
procurandoci forti emozioni. Questo si prova
sfogliando il libro di Franca Giambiasi
Fornasa e di Maria Grazia Turina Gastaldi,
esperte del Gruppo Ricerca Storica della
ProCavour. Cogliendo l’opportunità di un
concorso, le due autrici hanno deciso di
attrarre l’attenzione dei Cavouresi e dei
turisti su un aspetto fondamentale del
paesaggio della nostra pianura: i segni sacri. II
testo, pubblicato in occasione del Giubileo
dalla Pro Loco, è il risultato di una ricerca con
la collaborazione di Franco Zavattaro,
Pasquale Musso, Franco Morina e di
numerosi altri cavouresi, che hanno offerto il
loro aiuto nel censimento delle varie
costruzioni.
Con la significativa copertina, ideata da
Bruno Fusero, l’opera, di semplice ma
elegante fattura, alterna fotografie ad
informazioni sulla topografia dei luoghi,
sull’ubicazione, la particolare storia e lo stato
di conservazione dei vari piloni. L’ultima di
copertina contiene una cartina che consente
un’immediata rilevazione di tutti i tempietti.
La maggior parte delle costruzioni risale al
XVIII-XIX secolo. Costituiscono - come
rilevano le ricercatrici - dei punti di
riferimento topografico, ma anche una
testimonianza storica e religiosa. Sono stati
censiti 35 piloni, 8 cappelle, 16 nicchie e
numerose immagini sacre. Tra i piloni più
antichi, posti spesso accanto a strade di
proprietà privata, primeggia quello “del
Gasparin", in frazione S. Anna, risalente al
1769, restaurato ed in ottimo stato. Dello
stesso anno è la cappella “d’le Bruere”, in
frazione Cappella del Bosco. Un’attenzione
particolare viene riservata alle immagini sacre
dei consorzi irrigui che, oltre ad alludere al
primordiale
binomio
acqua-vita,
documentano la persistenza della necessità
dell’acqua, bene comune, costoso e da
Chi fosse interessato al prezioso libretto può
rivolgersi direttamente in Pro Loco, v. Roma 3, 10061
Cavour (tel. e fax 0121.68194).
Catterina Maurino
22
I nostri libri
gennaio 2002
Le segnalazioni delle nuove pubblicazioni di storia locale sono un servizio per i
lettori e sono importanti per la diffusione della nostra cultura.
Vi invitiamo a collaborare, inviandocene copia o fornendo notizie al riguardo.
Nella segnalazione si deve indicare:
Cognome e nome dell’autore – Titolo dell’opera – Nome dell’editore – Luogo di
stampa – Anno di edizione
MAGATON E., Il piacere della fiaba, Chivasso,
Gruppo Editoriale Tipografico, 2000
BIELLESE
BESSONE A.S., TRIVERO S.,
I quadri votivi della
comunità di Graglia, DocBi - Centro Studi
Biellesi, 2000
MUSSO G.M.,
Camminando a ritroso, Ivrea,
Bolognino, 2000
(a cura di), Le Sindoni ritrovate:
restauro delle raffigurazioni nel Biellese, Biella,
DocBi - Centro Studi Biellesi, 2000
NATALE V.
PETITTI R., Annibale sulle orme di Ercole, Ivrea,
Cossavella, 2001
PEYRANI BARICCO L.,
La chiesa di S. Vincenzo a
Nole Canavese: l’indagine archeologica, Torino,
1992 (già pubbl. in: Quaderni della
Soprintendenza Archeologica del Piemonte,
11)
(a cura di), Pranzo a corte, Biella
DocBi - Sapori Biellesi, 2001
NOVELLO M.
Studi e ricerche sul Biellese, Biella, DocBi, 2001
Studi e ricerche sull’industria biellese, Biella,
DocBi, 2000
VACHINO G. (a cura di), Le fabbriche e la foresta:
RAMELLA P.,
forme e percorsi del paesaggio biellese, DocBi –
Centro Studi Biellesi, 2000
Ecomuseo in Ivrea e Canavese:
musei, mostre, archeologia, architettura, arte,
etnografia, castelli, parchi, Ivrea, Bolognino,
1998
CANAVESE
RAMELLA P.
(a cura di), Andar per streghe in
Canavese, Val d’Aosta e Piemonte, Ivrea,
Cossavella, 2000
(a cura di), Il castellazzo di
Caluso: idee per il recupero della fortezza, Caluso,
Associazione “Le Purtasse”, 2001
ACTIS CAPORALE A.
Ramella P., Napoleone e il tempo francese in Ivrea
e Canavese, Santhià, Grafica Santhiatese, 2000
Alla scoperta della Paraj Auta, Comune di
Pavone Canavese, 2000
RAMELLA P. (a cura di), Alle radici della
democrazia e delle libertà, in Ivrea e Canavese,
Ivrea, Cossavella, 2001
BELTRAMO S., GIANADA S.,
Cuorgné. Nascita e
sviluppo di un Borgo mercantile. Secoli XI-XVIII,
Cuorgné, Corsac, 2000
(a cura di), Ecomuseo, la nuova
frontiera, Ivrea, Bolognino, 2001
(a cura di), I
confini occidentali del Canavese tra Malone e
Stura: atti della giornata di studi, (31 ottobre
1998), Settimo Torinese, Città di Settimo
Torinese, 2001
RAMELLA P.
BERTOTTO S., PICCHETTO C.
RAMELLA P.,
Eporedia, 100 avanti Cristo: il
territorio, i Salassi, via pubblica, valichi alpini,
Duria Maior, porto, miniere d’oro, agricoltura,
artigianato, commercio, acquedotto, Ivrea,
Cossavella, 2001
CURNIS M. (a cura di), Gli antichi statuti del
Comune di Chiaverano (1251), Ivrea,
Cossavella, 2001
RAMELLA P.,
Fiorano nel Canavese. Dalle origini
al medioevo, Ivrea, Bolognino, 2001
Le poesie
di Costantino Nigra, San Giorgio Canavese,
Lions Club Alto Canavese, 2001
DEMARCHI C., FAVERO R., GIORDA G.,
SARASSO S.,
23
I paesi delle rane, Vercelli, 2000
I nostri libri
gennaio 2002
torinese: Settimo 1955-1999, Roma, Carocci,
1999
CHIERESE
(a cura di), Un
uomo, una città: Secondo Caselle tra storia,
politica e vita, Chieri, Città di Chieri, 1993
BASSIGNANA E., VANETTI G.
BOCCAZZI VAROTTO C.,
Le piccole fiammiferaie:
una tragedia del lavoro dimenticata, Alessandria,
Edizioni dell’Orso, 1999
PINEROLESE E CAVOURESE
Noi di Vanchiglietta, ‘L Borgh dël fum: storia e
memorie di Vanchiglietta, Torino, Graphot,
1999
I piloni di Cavour: testimonianze di fede, arte e
storia nei segni sacri sul territorio di Cavour,
Cavour, Associazione Turistica Pro Loco di
Cavour, 2000
VALLE DI SUSA
PEYRON G.,
Cavour 5 giugno 1561: una data
importante nella storia di Cavour: documenti e
personaggi, Cavour, 1990
JANNON G., SARTI E.,
(a cura di), Castello di Cavour:
assedio, resa, riconquista, 1592-1595: dalle
cronache e dai documenti dell’epoca, Cavour,
1988
SACCO S.,
La Monce dai vagoni
all’acciaio: storia di una fabbrica piemontese del
‘900 da Fortunato Bauchiero a Luigi Lucchini,
Condove, Morra, 1999
PEYRON G.
Moncenisio, già Anonima Bauchiero,
Bussoleno, Edizioni del Graffio, 2000
SACCO S., Carbone Bianco: il ruolo dell’energia
idraulica nell’industrializzazione della Valle di
Susa, Bussoleno, Edizioni del Graffio, 2001
(a cura di), De petroglyphis
Gallaeciae: arte rupestre, archeologia e paesaggio Galizia, Spagna, Pinerolo, CeSMAP, 2000
SEGLIE
D.
Lavoro della pietra, pietra da lavoro
[Videocassetta, durata 40 minuti]. Testi di
Pierluigi Richetto, Sergio Sacco, riprese Carlo
Braccio, Bussoleno, Associazione “Amici del
Museo della Pietra e della Castagna”, 1998
TORINESE
BERTOTTO S., La città solidale: per una storia dei
servizi
sociosanitari
nell’area
metropolitana
Sede di L&M
Presso Istituto di Studi Storici G. Salvemini
Via Vanchiglia, 3 - 10124 TORINO
Segreteria di L&M:
Tel./Fax 011 9989225 – e-mail: [email protected]
c/o Milena Gualteri - Via Presenda, 55 - 10040 LEINÌ (To)
L&M: Codice Fiscale: 97580440010
Le fotografie pubblicate su questo numero della rivista L&M sui prodotti ceramici di
Castellamonte sono di: FOTO CLAUDIO MARINO - Castellamonte.
La rivista L&M è ad uso interno dei Soci.
Bolognino Editore, Ivrea
via Dora Baltea, 4
tel. 0125 641162
e-mail: [email protected]
24
Scarica

Chi siamo - L&M - I luoghi e la memoria