FILOLOGIA ED ESEGESI NEOTESTAMENTARIA
(ISTITUZIONALE)
PROF. GIUSEPPE VISONÀ
A.A. 2015-16
Università Cattolica del Sacro Cuore - Facoltà di Lettere e Filosofia
Introduzione
Il corso di Filologia ed esegesi neotestamentaria, per la facoltà di Lettere e Filosofia al completo, in
tutti i curricula disponibili, è tenuto dal professor Giuseppe Visonà. Nel primo semestre, per 6 CFU,
esso è istituzionale, ossia spiega i fondamenti ed i contenuti della disciplina, essendo uguale di anno
in anno e non variando, per cui non c’è necessità di controllare l’anno accademico di appartenenza.
A lezione, il professore tratta alcuni argomenti fondanti della materia, che sono prettamente teorici,
ed altri argomenti che sono pratici e si attengono direttamente ai testi del Nuovo Testamento (questi
testi sono forniti nell’originale greco, ma hanno sempre a fronte una traduzione italiana: agli
studenti non classicisti è richiesto solo di evidenziare qualche parola greca ed impararne la
traduzione, mentre per gli studenti classicisti, pur non essendo richiesto di tradurre passi dal greco, è
obbligatorio fare rimando al testo originale). Gli argomenti trattati a lezione di ambito teorico sono:
1) Forme e materiali della trasmissione del testo neotestamentario; 2) Storia delle edizioni del testo
neotestamentario; 3) Autori, contenuti, generi e canone del Nuovo Testamento; 4) Metodi esegetici;
5) Introduzione ai vangeli; 6) Questione sinottica; 7) Vangeli dell’infanzia; 8) Vangelo ed Atti di
Luca; 9) Struttura di Marco; 10) Parabole. Gli argomenti trattati a lezione di ambito pratico,
insomma i testi, sono invece: 1) Papia ed Ireneo sui Vangeli; 2) Avvio dei Vangeli sinottici; 3)
Incipit e finale di Marco; 4) Prologo di Luca; 5) Gesù come figlio di dio; 6) Maledizione del fico; 7)
Gesù respinto da Nazareth; 8) Miracolo della tempesta sedata; 9) Battesimo di Gesù; 10) Varianti
testuali: Gesù impietosito od adirato, Gesù o Gesù Barabba ed ultime parole di Cristo in croce; 11)
Uso cristologico circolare della scrittura; 12) Parabola degli invitati a banchetto; 13) Parabola della
pecorella smarrita; 14) Seconda lettera di Pietro come editoriale del Nuovo Testamento. Tutti questi
punti sono ovviamente inclusi nella presente dispensa, che li chiarisce in modo completo,
dettagliato e pure semplice, ricostituendo la completezza delle lezioni. Rimangono invece da
scaricare dalla piattaforma Blackboard del docente i testi in sé, di cui questa dispensa fornisce i
commenti, che si invita lo studente a scaricare.
Per quanto riguarda la bibliografia da preparare per l’esame, oltre agli appunti del corso, sia teorici
sia pratici (di cui in realtà il professore fornisce brevi riassunti da scaricare in pdf da Blackboard,
ma che qui sono già integrati nella dispensa, dunque è superfluo consultarli), il professore si riserva
alla fine del corso di indicare alcuni saggi teorici tratti da grandi manuali sul Nuovo Testamento,
che cambiano di anno in anno, ma che il professore esplicita sempre nel programma conclusivo che
si trova caricato su Blackboard. Questi saggi non sono inclusi nella presente dispensa e lo studente
deve prepararli autonomamente, scaricando da Blackboard il programma del corso in cui sono
indicati e poi procurandoseli e studiandoli. Si consideri inoltre che se le parti teoriche degli appunti
delle lezioni sono sempre uguali di anno in anno, non cambiando mai (i punti che vanno da Forme e
materiali della trasmissione... a Parabole), le parti pratiche possono subire variazioni di anno in
anno, ma sempre nel novero dei punti sopra elencati (da Papia ed Ireneo...a Seconda lettera di
Pietro), quindi non è necessario prepararsi su tutti quei testi, ma soltanto su quelli che il professore
ha indicato nel programma conclusivo che a fine corso si scarica da Blackboard.
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Forme e materiali della trasmissione del testo neotestamentario
- Nel corso del primo millennio il libro sacro cristiano conosce una serie di mutazioni la cui
tendenza è quella di favorire l’economicità, la praticità e la facilità di diffusione del libro stesso.
Quanto ai materiali, si passa dal papiro, alla pergamena alla carta. Quanto alla forma, si passa dal
rotolo al codice. Quanto alla scrittura, si passa dalla maiuscola alla minuscola. Quanto al processo
di copiatura, si passa dall’iniziativa individuale di alcuni dotti singoli ai centri organizzati di copia, i
cosiddetti scriptoria, presenti nei monasteri e più tardi nei capitoli delle cattedrali o nelle università.
- Per quanto riguarda i testimoni manoscritti greci, vi sono quattro categorie tradizionali: i papiri,
che sono 118 (ma in massima parte contengono solo brevi frammenti); i manoscritti in onciale, che
sono 317 (tra i quali solo il Codex Sinaiticus contiene l’intero NT); i manoscritti in minuscola, che
sono ben 2877 (di cui però solo 58 contengono l’intero NT); i lezionari, che sono ben 2433 (si tratta
di elenchi di lectiones, cioè passi biblici selezionati che vengono letti durante la messa al momento
delle letture). Il totale dei testimoni del NT ammonta dunque a ben 5745, senza contare ancora i
testimoni da scoprire. Per un confronto, si può verificare come, del testo di Omero, esistano 457
papiri, 2 manoscritti in onciale e 188 minuscoli. Rispetto alla classicità, l’ecdotica neotestamentaria
ha dunque problemi di sovrabbondanza, ma i manoscritti sono più antichi, mentre per i classici i
codici sono quasi tutti di età medievale.
- I papiri sono i testimoni più antichi del testo del NT, risalendo per lo più al II e III secolo dC, ma
sono problematici nel testo che trasmettono, assai breve e frammentario, poiché il materiale è molto
fragile e quindi è ridotto in brandelli. Tra di essi vanno menzionati almeno i principali. Il P 52,
conservato alla John Rylands Library di Manchester, contiene alcuni versetti del vangelo di
Giovanni. È il più antico testimone del NT, infatti risale alla prima metà del II secolo (secondo
alcuni, entro le prime due decadi). Dice Metzger che questo frammento ha valore probatorio come
un intero codice, in quanto è come se corrispondesse all’orma trovata sulla sabbia da Robinson
Crusoe quando crede di vivere in un’isola deserta, invero dimostra l’uso del vangelo in Egitto nella
prima metà del II secolo, lontano da Efeso (mentre l’influente scuola di Tubinga nell’Ottocento
sosteneva che il vangelo di Giovanni non fosse stato scritto prima del 160 dC). Un’importante serie
di papiri è racchiusa sotto il nome di Collezione Chester Beatty, conservata al Castello di Dublino,
la quale prende il nome dal celebre magnate irlandese. Il P45 (Chester Beatty I) contiene porzioni di
30 fogli in forma di codice degli originari 220 fogli circa; racchiude i quattro vangeli e gli Atti; è
datato alla prima metà del III secolo. Il P46 (Chester Beatty II) contiene 86 fogli (tutti lievemente
mutili), di cui 30 conservati presso la biblioteca dell’Università del Michigan, degli originari 104
fogli; racchiude 10 epistole di Paolo; risale al 200 circa, ma Turner lo data più genericamente al III
secolo (di recente è stata proposta una datazione all’80 dC, ma gran parte degli studiosi la
respingono). Un’altra importante serie di papiri è racchiusa sotto il nome di Collezione Martin
Bodmer, conservata a Cologny, vicino a Ginevra, la quale prende il nome dal celebre magnate
svizzero. Il P66 (Bodmer II) è un raro codice papiraceo con una parte del vangelo di Giovanni ed è
datato al 200 circa. Il P75 (Bodmer XV) è un raro codice papiraceo con i vangeli di Luca e Giovanni
datato tra il 175 e il 225, considerato il più antico esemplare di Luca; è molto importante poiché la
sua forma testuale è vicina al Codex Vaticanus, che è ritenuto il miglior codice in assoluto.
[...]
Incipit dei Vangeli sinottici
- Fin dai primi capitoli, il testo dei tre Vangeli sinottici va in sintonia, in particolare Mc 1, da cui poi
dipendono Mt 3 e Lc 3, in accordo alla teoria delle due fonti (Matteo e Luca hanno l’incipit due
capitoli dopo rispetto a quello iniziale perché ai capitoli 1 e 2 presentano i cosiddetti vangeli
dell’infanzia, per i quali si veda oltre). Tutti i sinottici si aprono con la figura di Giovanni Battista
che arriva in Galilea, porta per gli uomini un messaggio di preparazione dell’avvento del regno dei
cieli e compie nel fiume Giordano dei battesimi (essendo il battesimo nel mondo ebraico un rito che
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si fa spesso e consiste nell’immersione nell’acqua per essere assolti dai propri errori: si veda oltre).
Il Battista sta insomma preparando Israele all’arrivo di Gesù Cristo e del cristianesimo.
- Tutti e tre gli incipit dei Vangeli citano, in posizioni e proporzioni diverse, un passo del profeta
Isaia, in particolare Is 40, 3, in cui una voce grida nel deserto di prepararsi all’arrivo del signore
(che non è dio, ma Cristo ovviamente). Si tratta dell’unica citazione diretta fatta dal narratore in
ciascuno dei Vangeli, dato che, in sede anaforica di incipit del libro, deve risaltare, anche
stilisticamente. La citazione è fatta dai primissimi versetti dei capitoli 40-55 di Isaia, i quali
vengono chiamati il libretto della consolazione, perché l’autore è diverso dal resto di Isaia, è il
cosiddetto deutero-Isaia, ed in essi il tema è l’annuncio della nascita di una nuova fase della storia
in cui dio riallaccia il rapporto con il suo popolo e rifonda la sua alleanza, in realtà alludendo al
ritorno degli Israeliti dall’esilio babilonese ed alla ricostruzione del tempio: Marco, e dopo di lui
Matteo e Luca, scelgono allora di citare questo preciso passo facendogli però alludere non più al
ritorno postesilico degli ebrei, bensì alla nascita del cristianesimo ed all’avvento di Cristo, e da qui
infatti comincia l’avventura dei Vangeli.
- In Marco, l’inizio è diretto, senza preparazione della scena od indicazioni di tempo, ex abrupto,
poiché, dopo il titolo (v. 1, per cui vedi oltre), attacca immediatamente con la citazione biblica: del
resto, Marco è il vangelo con il lettore “spiazzato”, come dice Daniel Marguerat, nel senso che non
tende a dare risposte, ma soprattutto a suscitare interrogativi, lasciando così il lettore subito alle
prese con questa citazione, apparentemente criptica per chi non conosce l’Antico Testamento, in
particolare Isaia. Matteo e Luca, invece, a differenza di Marco, introducono prima il lettore nel
contesto storico dell’epoca, e poi citano Isaia: in particolare, Matteo è molto sbrigativo e generico,
dicendo solo “in quei giorni”, ma per lo meno tentando di riagganciarsi a qualcosa che in realtà non
c’è, invece Luca è molto preciso, anzi troppo preciso, poiché, in accordo alla prassi degli storici
greci, romani e già prima ebrei, fornisce l’indicazione cronologica inserendo il numero degli anni in
cui sono in carica alcune autorità civili (c’è Tiberio come imperatore romano, c’è Ponzio Pilato
come governatore della Giudea, c’è Erode come tetrarca della Galilea ecc...) e religiose (ci sono
Anna e Caifa come sommi sacerdoti del tempio di Gerusalemme), infatti Luca è l’evangelista
storico, autore anche degli Atti degli Apostoli, che, come dice Daniel Marguerat, si pone verso un
lettore “radicato nella storia”, poiché è l’autore che fornisce il maggior numero di coordinate
spaziali e temporali.
- Eppure ogni sinottico fa un uso diverso della citazione biblica di Isaia 40, 3. Anzitutto Marco, il
quale, prima di citare Isaia, cita anche brevemente Malachia 3, 1 ed Esodo 3, 20, combinandoli tra
di loro, poiché fa venire fuori un messaggero che anticipa la venuta del signore (cioè di Gesù) e ne
prepara la strada (la conversione teologica che il popolo ebraico deve avere, virando verso il
cristianesimo, per accogliere il messia Gesù): il passo di Esodo parla dell’angelo che accompagna e
protegge il popolo ebraico nel deserto durante il suo vagare verso la terra promessa; il passo di
Malachia parla di un messaggero che prepara la venuta del signore, il quale, alla fine del capitolo di
Malachia (Ml 3, 23), si rivela essere il profeta Elia. Marco prende dunque le citazioni di Malachia e
di Esodo e, decontestualizzandole, le usa per parlare del prossimo avvento di Cristo e del
cristianesimo. L’edizione critica Nestle-Aland, peraltro, riporta per Marco la variante “en tàis
prophètai”, al plurale, per dire che non è solo Isaia, ma anche Malachia che viene citato, ma si tratta
chiaramente un copista intelligente che ha corretto il testo, quindi, per lectio difficilior, la variante
corretta è “en tò prophète”, al singolare, anche se in realtà i profeti citati sarebbero due, appunto
Isaia e Malachia. Da Marco, Matteo e Luca riprendono solo la citazione di Isaia e, probabilmente
giudicandola troppo appesantita o troppo contorta, tralasciano di riportare la citazione combinatoria
di Malachia ed Esodo. Matteo, molto semplicemente, cita il passo di Isaia 40, 3 e si ferma a ciò.
Luca invece continua la citazione di Isaia, non fermandosi a 40, 3 e basta, come Marco e Matteo,
bensì comprendendo anche 40, 4-5, cioè allunga la citazione inserendo anche i due versetti
successivi di Isaia: il contenuto di questi versetti è molto suggestivo e spettcolarizzante, per questo
Luca può aver gradito aggiungerli, e spiega che, con la venuta del signore, ogni elemento naturale si
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predispone ad accoglierlo (le valli si riempiono, monti e colli si appianano, le vie storte si
raddrizzano ecc...) e così l’uomo è pronto a vedere la salvezza del di lui messaggio. Il tema centrale
di questa aggiunta lucana è allora l’idea della salvezza, che è cara a Luca, dato che presenta le stesse
parole di Isaia a riguardo (in greco, to sotèrion tou theòu, cioè “la salvezza di dio”) in altri contesti
di salvezza, ovvero all’inizio, nel suo vangelo dell’infanzia (Lc 2, 30-31), al momento della
presentazione del neonato Gesù al tempio, durante il cantico di Simeone, che loda dio salvatore
degli uomini, ed alla fine, al termine dei suoi Atti (At 28, 28), in cui Paolo è agli arresti domiciliari
dopo aver cercato di predicare il vangelo alla sinagoga, così agli ebrei dice che il popolo ha orecchie
ma non ascolta ed occhi ma non vede, quindi faticherà a salvarsi.
- Marco, e da lui Matteo, hanno però un passo ulteriore, assente in Luca, al termine della
presentazione dell’operato di Giovanni Battista e della citazione strategica di Isaia, poiché Mc 6, e
da lui Mt 4, forniscono un ulteriore dettaglio sul Battista, spiegando come era vestito e quali erano
le sue abitudini alimentari. Ovviamente, informazioni di questo tipo non c’entrano nulla con tutta
l’ordinata e coerente questione teologica esposta fino ad ora, quindi l’averle poste in quel luogo
deve avere un di più di senso, al di là del determinare il vestiario ed il cibario di Giovanni Battista.
Per spiegare questo passo, allora, bisogna ricorrere alla figura di Elia. Si tratta di un profeta vissuto
ipoteticamente attorno al IX secolo, la cui fama è legata, oltre all’operato di veggenza, anche alla
sua misteriosa fine, in quanto non era morto ma era stato assunto in cielo, rapito dalla potenza del
signore su di un carro di fuoco, come narra 2Re 2, 11. Diversi passi veterotestamentari, poi,
riferiscono che Elia debba tornare nel mondo terreno, dato che non è ancora morto, prima della
venuta del tanto atteso messia: va allora a consolidarsi una tradizione del ritorno di Elia, molto
sentita anche a livello popolare. I passi a riguardo di ciò dell’Antico Testamento sono Siracide 48,
10 “Elia ristabilirà le tribù di Giacobbe e l’alleanza dei tempi futuri” e Malachia 3, 1-24, in
particolare 3, 23 “Ecco, io, dio, invierò il profeta Elia, prima che giunga il giorno grande e terribile
del Signore”. L’evangelista Marco è colui che dà maggior adito alla leggenda del ritorno di Elia:
Mc 6,15 su Gesù afferma che “Altri dicevano: è Elia”; Mc 8, 27-28 riporta Gesù interrogante i
discepoli “‘Chi dice la gente che io sia?’ Ed essi gli risposero: ‘Giovanni il Battista, altri poi Elia ed
altri uno dei profeti’”; Mc 9, 11-13 riporta Gesù interrogato dai discepoli “E lo interrogarono:
‘Perché gli scribi dicono che prima deve venire Elia?’. Egli rispose loro: ‘Sì, prima viene Elia e
ristabilisce ogni cosa; ma come sta scritto del figlio dell’uomo? Che deve soffrire molto ed essere
disprezzato. Orbene, io vi dico che Elia è già venuto, ma hanno fatto di lui quello che hanno voluto,
come sta scritto di lui’”; Mc 15, 35-36 presenta Gesù in croce che grida “Elì, Elì…”, così “Alcuni
dei presenti, udito ciò, dicevano: ecco, chiama Elia! Uno corse a inzuppare di aceto una spugna e,
postala su una canna, gli dava da bere, dicendo: ‘Aspettate, vediamo se viene Elia a toglierlo dalla
croce!’”. Se ne conclude che Elia è una delle tracce per delineare la figura di Gesù. Ma che cosa
c’entra Elia con la figura del Battista, tratteggiata con quello strano vestiario in Mc 1, 6? C’entra
perché se Giovanni Battista ha il compito di annunciare Cristo, ed Elia è una delle tracce che
predice la figura di Cristo, allora, per la proprietà transitiva, il Battista assume i tratti di Elia. Ed è
proprio grazie al vestiario che il Battista diventa Elia, o per lo meno una sua tupologìa (per senso ed
uso del termine, si veda oltre), in quanto Marco lo presenta con le stesse vesti con cui Elia è
presentato in 2Re 1, 8, cioè “peli di cammello e cintura di cuoio”.
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