Anno LX - N. 20 - 31ottobre 2012 - Rivista quindicinale - kn 14,00 - EUR 1,89 - Spedizione in abbonamento postale a tariffa intera - Tassa pagata ISSN-0475-6401
Panorama
www.edit.hr/panorama
Turismo: stagione
senza precedenti
Il fondo di opere d’arte di Pola
P
er esporre la collezione di opere d’arte di proprietà cittadina la Municipalità di Pola ha creato
una nuova galleria ubicata in un ambiente di cultura
per eccellenza: il Teatro istriano. La prima mostra di
opere selezionate è stata aperta al terzo piano dello
stabile e resterà aperta fino al maggio del 2013.
Il fondo di opere d’arte cittadino ammonta a ben
400 quadri, sculture ed opere d’arte figurativa che
diventano 600 se si contano uno per uno i 200 fogli
singoli delle mappe grafiche ma ad essere attualmente esposte sono 75 opere realizzate da 57 autori. Nel salutare i presenti il vicesindaco, Fabrizio
Radin, ha confermato che “l’obiettivo finale della Città si chiama Museo dell’arte contemporanea,
istituzione entro la quale dovrebbero trovare collocazione definitiva sia il fondo Motika che quello
cittadino”. A. V.
2 Panorama
In primo piano
Il susseguirsi di arresti nella polizia e le manovre occulte a livello politico
Corruzione? No, molto peggio
di Mario Simonovich
V
uoi evitare d’incappare in una
pattuglia della stradale? Fanno cento euro. Essere certo
che i giocatori d’azzardo non saranno sorpresi nel cuore della notte da
un’irruzione nel tuo locale trasformato in bisca clandestina? La tariffa va
da 200 a 500. Sei un uomo d’affari
che vorrebbe preventivamente dare
un’occhiata alla fedina penale di un
partner di fresco conio? Anche qui
il prezzo è relativamente basso e va
da 100 a 500 euro perché il numero di coloro che dispongono in anticipo dell’informazione è relativamente
ampio. Se però sei un “giocatore di
prima lega” che ha assolutamente bisogno di sapere se la persona che t’interessa o tu stesso avete i telefoni sotto controllo, la tariffa sale in misura
vertiginosa, in quanto a saperlo sono
in pochi, per cui è chiaro che a dartela potrà essere solo uno che occupa una carica di alto livello all’interno delle strutture dell’apparato di polizia. A conti fatti però, se sei pronto
ad esborsare da mille a 20 mila euro,
anche in questo caso sarai a posto.
Un capitolo a parte è rappresentato
dalle “soffiate” che elargite con dovizia agli autotrasportatori, non solo per
metterli in guardia ad evitare i blocchi
stradali atti a controllare le merci trasportate per evitare le sanzioni per i
sovraccarichi, a cui di regola si ricorre
molto più spesso di quanto non si pensi. ma anche per eludere le possibilità
di verifiche all’atto di carichi di particolare pericolosità.
Se qualcuno avesse avuto anche
il minimo dubbio che il più recente
scandalo di cui si occupano da una
decina di giorni a questa parte i media in Croazia fosse, tutto sommato, una questione di poco conto, man
mano che affiorano certi inquietanti particolari, ha ampie possibilità di
ricredersi. La riprova più palese viene dal susseguirsi di arresti all’intarno del corpo di polizia: undici negli
ultimi giorni di ottobre, che vanno
ad aggiungersi ai 26 soggetti “esterni”.
Se Atene piange... con quel che
segue. Se infatti quanto detto fa riferimento eslcusivo alla cosiddetta
criminalità comune, quanto sta accadendo nel chi sapeva/chi non sapeva in riferimento alle intercettazioni (unico, sembra, elemento comune con quanto detto sopra) ha assunto
fin dall’inizio una coloratura politica
tanto miseranda e squalificante nei
confronti di chi ha smosso il meccanismo, quanto pericolosa per l’assetto dello stato e delle sue strutture, di
cui, sembra, né l’uno né l’altro degli
schieramenti sembrano tener conto
nella misura dovuta.
Senza voler puntare con decisione
l’indice accusatore, pare comunque
che nella sua (comprensibile) azione di contrasto della struttura al potere, Karamarko, il leader dell’opposizione, sia vicino a bruciarsi le dita
con la miccia da lui stesso accesa. La
sua asserita volontà di portare avanti
un’azione esclusivamente moralizzatrice cozza infatti con la (palese sembra) dimostrazione che i dati in base a
cui ha formulato la sua accusa erano
di esclusiva pertinenza del presidente della repubblica e del capo di governo. In altri termini, mentre tuona
contro gli illeciti che trovano corpo
anche nella fuga di notizie in merito
alle intercettazioni, si serve di dati di
cui sembra essere venuto in possesso con sistemi palesemente illegittimi, con buona pace del rispetto dei
criteri di legalità. Non solo: il passaggio sembra essere avvenuto addirittura in anticipo, prima che questi finissero sulle scrivanie a cui erano ufficialmente e tassativamente destinati.
In ambedue i casi ci troviamo insomma di fronte a comportamenti che
avendo come fine primario il solo
perseguimento di utili personali e di
gruppo - e che ciò avvenga con l’occhio volto al portafogli o al conseguimento di determinate posizioni politiche è del tutto secondario - di fatto scardinano la stessa struttura dello
stato, con conseguenze che potrebbero essere impensabili. Non dunque
di sola corruzione si tratta ma di atti
molto più lesivi del nostro futuro. ●
Costume
e scostume
Minoranza
e menomazioni
Niente rifinanziamento per la
minoranza in Slovenia e Croazia nel biennio 2013-2015. Idem
per le associazioni degli esuli. Il
no viene dalla proposta di Legge di stabilità inviata dal governo Monti alle Camere, quale effetto diretto dell’austerity e conseguenza indiretta dell’assenza
di una legge di interesse permanente, come rilevato da Silvio Forza. Chi opera da maggior
tempo entro le strutture minoritarie ha ben presenti le ristrettezze con cui ci si è confrontati non
per anni, per decenni. Speravamo fossero tempi definitivamente
tramontati e condizionati anche
dal ristretto raggio d’azione entro cui poteva muoversi l’Italia.
Ogni tanto scopriamo con comprensibile disappunto e delusione che sono invece d’intramontabile attualità. Eppure non ci
vuole molto a capire che quei soldi sono più che ben spesi. Seppur
numericamente ridotta, la minoranza italiana che vive in questo
territorio svolge un’attività ramificata e stratificata tale da potersi
tranquillamente confrontare anche con i popoli di maggioranza
dei due paesi. Un’attività che significa in primo luogo una presenza qualitativa e duratura nel
tempo, che dev’essere tassativamente mantenuta e semmai incrementata qualora si vogliano
evitare perniciose menomazioni.
Le nostre scuole, comunità, enti
ed istituzioni fanno affidamento
su quella che non per caso chiamiamo nazione madre. Sarebbe
davvero miope se da questa non
venisse, e in tempi brevi, una risposta rassicurante.
Panorama 3
Panorama
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PANORAMA
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PANORAMA esce con il concorso finanziario della Repubblica di Croazia e della
Repubblica di Slovenia e viene parzialmente distribuita in convenzione con il sostegno
del Governo italiano nell’ambito della collaborazione tra Unione Italiana (FiumeCapodistria) e l’Università Popolare di
Trieste
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La distribuzione nelle scuole italiane di Croazia e Slovenia avviene all’interno del progetto
“L’EDIT nelle scuole III”, sostenuto dall’Unione Italiana di Fiume, realizzato con il tramite
dell’Università Popolare di Trieste e finanziato dal Governo italiano (Ministero degli Affari
Esteri - Direzione Generale per l’Unione Europea) ai sensi della Legge 193/04, Convenzione
MAE-UPT.
Consiglio di amministrazione: Roberto Battelli (presidente), Fabrizio Radin (vicepresidente), Maria Grazia Frank Franco Palma, Ilaria
Rocchi, Marianna Jelicich Buić.
44Panorama
Panorama
Panorama testi
N. 20 - 31 ottobre 2012
Sommario
IN PRIMO PIANO
Il susseguirsi di arresti nella polizia e le
manovre occulte a livello politico
CORRUZIONE? NO, MOLTO PEGGIO... 3
di Mario Simonovich
ATTUALITÀ
Brdo presso Kranj: la quarta riunione del
Comitato di coordinamento dei ministri
di Italia e Slovenia dedicata a economia,
trasporti, energia e cultura
I PROGETTI DOVREBBERO ANDARE
AVANTI SENZA IL FRENO DELLE
ISTANZE LOCALISTICHE.................... 6
Vittorio Sgarbi a Fiume, standing ovation
IL CONTEMPORANEO
È INFINITAMENTE ESTESO............ 9
di Diana Pirjavec Rameša
Palese la soddisfazione espressa dagli operatori
croati alle tradizionali Giornate dell’ospitalità
2012: UNA STAGIONE TURISTICA
CON I FIOCCHI.................................. 10
di Ardea Velikonja
ANNIVERSARI
Cinquant’anni fa l’inaugurato il Concilio
fortemente voluto da papa Giovanni XXIII
VATICANO II, FINO A CHE PUNTO È
STATO UNA NUOVA PENTECOSTE?......12
di Mario Simonovich
La Marina lascia l’incrociatore che diede
il via alla Rivoluzione d’Ottobre
AURORA, DOPO 115 ANNI SOLO MUSEO... 14
a cura di Ardea Velikonja
Aspetti poco noti della personalità
arrivata ai vertici del potere in URSS
STALIN, L’UOMO DAL BRACCIO
RIGIDO DEL DITTATORE............... 16
a cura di Marin Rogić
SOCIETÀ
Per la prima volta uno scrittore italiano è
ricorso alla magistratura contro un collega
FARE INFORMAZIONE NON È FACILE,
MA NON MERITA LA GALERA............18
di Marino Vocci
LA STORIA OGGI
Le CI in Istria e Dalmazia prediligono
“La civiltà veneziana”
LE SECOLARI VICENDE
DI UNA CITTÀ-MONDO.................. 20
di Fulvio Salimbeni
PSICOLOGIA
L’atteggiamento del singolo individuo è
costellato anche da diversi fattori inconsci
LA RELIGIONE, UNA CARATTERISTICA
UNIVERSALE DELLA SPECIE UMANA... 22
di Denis Stefan
CINEMA E DINTORNI
In “Reality”, Matteo Garrone parte
dal fenomeno del Grande Fratello
UN FILM PER USCIRE DAL GRIGIORE
DELLA VITA DI OGNI GIORNO..........24
di Gianfranco Sodomaco
ARTE
Grazie alle “Giornate della lingua e cultura
italiana” svoltesi nel capoluogo quarnerino
UN OTTOBRE FIUMANO DA
FAVOLA PER LA CREATIVITÀ.......26
di Erna Toncinich
REPORTAGE
Da otto anni Vrbovsko dedica un fine
settimana a questo importante ortaggio
OTTOBRE: IL TEMPO DELLE... ZUCCHE... 28
di Ardea Velikonja
LETTURE
“FOSCA E DINTORNI” (Storiele).... 34
di Ester Barlessi
LIBRI
Alessandro Piperno è il vincitore del
Premio Strega 2012 con “Inseparabili”
UN’OPERA SPLENDENTE ED IRONICA... 39
ITALIANI NEL MONDO
Le modifiche alla legge Tremaglia
IMPORTANTI NOVITÀ NELLA RIFORMA... 40
a cura di Ardea Velikonja
MADE IN ITALY
I locali in cui viene offerta superano le seimila unità
È SAN PAOLO LA CITTÀ “PIÙ PIZZA”... 42
a cura di Ardea Velikonja
MUSICA
Una carrellata sulle opere più famose del mondo
GIANNI SCHICCHI, ASTUTA
FIGURA PUCCINIANA.................... 44
a cura di Ardea Velikonja
SPORT
Sette volte vincitore del Tour, potrebbe
fare la fine di Marion Jones per doping
IL CICLISTA ARMSTRONG RISCHIA
LA DETENZIONE...............................46
di Nevio Tich
TRA STORIA E GUSTO
FINALMENTE LA MODERNA
ESTRAZIONE DELL’OLIO.............. 48
di Sostene Schena
MULTIMEDIA
SETTIMA GENERAZIONE PER
L’IMAC E NUOVI MAC MINI......... 50
a cura di Igor Kramarsich
IN COPERTINA: Lussingrande ha avuto il Fiore azzurro come migliore centro
turistico con meno di mille abitanti
Agenda
Riconoscimento per l’opera d’informazione dei bambini della minoranza
Città di Chiavari: Menzione speciale ad Arcobaleno
I
l mensile per ragazzi delle Scuole elementari italiani della CNI,
pubblicato dalla nostra Casa editrice, “Arcobaleno”, si è guadagnato una Menzione speciale al Premio Nazionale “Città di Chiavari”
per la “meritoria azione di informazione e di intrattenimento svolta a favore dei bambini della minoranza di lingua italiana della Croazia e della Slovenia” (così recita
la motivazione).Visibilmente sod-
disfatta la caporedattrice Tiziana
Dabović (nella foto) ha tra l’altro
detto di essere “particolarmente lieta
che questa menzione arrivi proprio
in coincidenza con il sessantesimo
dell’EDIT, di modo che va a rappresentare un contributo particolare a
questo importante anniversario”.
Il Premio “Città di Chiavari”, nato
da un’idea del prof. Angelo Nobile, è l’unico concorso destinato alla
stampa periodica per ragazzi. La ce-
rimonia di premiazione si svolgerà il
14 novembre a Chiavari.●
Incontro a Capodistria tra rappresentanti della CNI e dell’ARCI italiana
Impegno comune per coltivare la cultura del dialogo
U
na delegazione dell’Associazione Ricreativa e Culturale
Italiana ha fatto visita nel Capodistriano per conoscere la realtà italiana in Istria a Fiume e in Dalmazia.
Come ha detto il suo presidente Paolo Beni “la rete ARCI è impegnata nel rafforzare i contatti con varie
culture, per abbattere le barriere, valorizzando le differenze e far convivere le varie identità, per costruire
dalle fondamenta una casa comune
europea”.
Maurizio Tremul, presidente della GE dell’Unione Italiana, ha illustrato agli ospiti in sintesi l’organizzazione della CNI, il suo sforzo per
mantenere viva la presenza italiana
lungo le coste slovene e croate dopo
la tragedia della II guerra mondiale e
degli avvenimenti immediatamente
successi. “Noi abbiamo fame di collaborazione, ha detto tra l’altro Tremul, di trovare nuovi partner, nuovi
stimoli per portare la cultura italiana
qui da noi ma anche per far conoscere la nostra cultura in Italia”.
All’incontro alla CI di Capodistria hanno partecipato pure Walter
Massa, responsabile dello sviluppo
associativo dell’ARCI, Marianna
Jelicich Buić, dei settori Cultura
e Teatro dell’UI, Igor Tuta, presidente dei circoli culturali sloveni in
Italia, nonché Manuela Rojec, della
CI di Pirano, ed Ondine Gregorich,
della CI di Capodistria.●
Presentato all’IIC di Zagabria il libro di Christian Eccher pubblicato dall’EDIT
La letteratura degli Italiani d’Istria e di Fiume
A
ll’Istituto Italiano di Cultura di
Zagabria nell’ambito della Settimana della lingua italiana nel mondo
è stato presentato il volume di Christian Eccher edito dalla nostra Casa
editrice La letteratura degli Italiani d’Istria e di Fiume dal 1945 ad
oggi. Nel suo saluto l’addetta reggente dell’IIC, Virginia Piombo, ha
rilevato che una delle direzioni in cui
l’Istituto intende procedere è quella
delle iniziative da realizzare in collaborazione con la CNI e le sue isti-
tuzioni, nonché la tutela del gruppo
minoritario italiano.
Christian Eccher è un ricercatore
esterno al mondo minoritario e quindi il suo lavoro è ancora più interessante. A spronare Eccher è stato un
intellettuale di stampo europeo ovvero Predrag Matvejević, all’epoca
professore alla Sapienza di Roma.
Visto che uno dei maggiori editori
italiani non ha pubblicato il libro ritenendo che si tratti di un argomento estraneo al grande pubblico italia-
no, ha detto il professore, l’incombenza è stata assunta dall’Edit. Ora
si fa conto su un adeguato riscontro
in Italia.●
Panorama 5
Attualità
Brdo presso Kranj: la quarta riunione del Comitato di coordinamento dei m
I progetti dovrebbero andare avanti s
di Diana Pirjavec Rameša
L
a quarta riunione del Comitato di coordinamento dei
ministri di Italia e Slovenia a
Brdo, nei pressi di Lubiana, è stata un’occasione per ribadire l’importanza strategica dei rapporti tra i
due paesi e rinnovare l’impegno bilaterale a favore di progetti comuni
in tutti i settori. Come si legge nella
dichiarazione finale della riunione
che si è svolta a metà ottobre firmata dal ministro degli Esteri italiano,
Giulio Terzi, e dall’omologo sloveno, Karl Erjavec, “i due paesi sono
pronti a continuare i progetti avviati nel settore economico, delle infrastrutture, dei trasporti, dell’energia e della cultura”.
All’incontro, celebrato nell’anno
della ricorrenza del ventennale dello stabilimento delle relazioni diplomatiche italo-slovene, ha preso
parte, oltre a Terzi, una folta delegazione del governo italiano, composta dal ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, il sottosegretario
all’Istruzione, Marco Rossi Doria,
il viceministro delle Infrastrutture e
Trasporti, Mario Ciaccia, e il sottosegretario allo Sviluppo economico, Massimo Vari. Da parte slovena hanno partecipato invece il ministro dell’Agricoltura e dell’Ambiente, Franc Bogovič, quello
dell’Istruzione, Ziga Turk, il segretario di Stato allo Sviluppo economico, Uroš Rožič, ed i segretari di
Giulio Terzi: tanti progetti
6 Panorama
Il centro congressi di Brdo presso Kranj
Il ministro dell’Ambiente italiano, Corrado Clini, ha proposto al suo omologo sloveno, Franc Bogovič, l’organizzazione di una riunione trilaterale tra Italia, Slovenia e Croazia, entro pochi mesi, dedicata alle politiche energetiche e
ambientali. Obiettivo della riunione “non è quello di convincere qualcuno sulle bontà dei progetti italiani ma di capire insieme cosa vogliamo fare”, valutando anche i progetti di Slovenia e Croazia, ha aggiunto Clini riferendo che la
proposta di un incontro trilaterale è stata accettata dal collega sloveno Franc Bogovič.
Stato alle Infrastrutture e all’Energia, rispettivamente Ljubo Žnidar e
Igor Salamun.
Roma e Lubiana si sono impegnate in progetti comuni nel settore
dei trasporti, come il collegamento
ferroviario tra Trieste e Divaccia e
le collaborazioni tra i porti del Nord
Adriatico. I due paesi sono interessati inoltre a rafforzare la cooperazione territoriale transfrontaliera,
nonché allo sviluppo di programmi
comuni nel settore dell’energia. A
tale proposito Uroš Rožič ha discusso con Massimo Vari del progetto
South Stream, ritenuto di importanza strategica per entrambi i paesi. In
campo culturale, invece, l’Italia si è
impegnata per il ripristino della cattedra di lingua e letteratura slovena
presso l’Università di Roma “La Sapienza”. Per quanto riguarda l’ambiente, poi, è stato particolarmente ricco il dibattito sui progetti dei
rigassificatori nel Golfo di Trieste.
Comitato di coordinamento dei ministri di Italia e Slovenia
Il ministro dell’Ambiente italiano, Corrado Clini, ha proposto al suo omologo sloveno, Franc
Attualità
inistri di Italia e Slovenia dedicata a economia, trasporti, energia e cultura
enza il freno delle istanze localistiche
Bogovič, l’organizzazione di una
riunione trilaterale tra Italia, Slovenia e Croazia entro pochi mesi dedicata alle politiche energetiche e
ambientali. Parlando alla stampa a
margine della riunione del Comitato
di coordinamento dei ministri, Clini
ha spiegato che la riunione servirà
per “esaminare insieme le politiche
energetiche che i tre paesi vogliono
adottare per affrontare impegni ambientali in ambito europeo. È importante - ha aggiunto Clini - che ci
comprendiamo reciprocamente su
quello che intendiamo fare. L’Italia
ha pubblicato la strategia energetica nazionale che è in consultazione
pubblica e in questo contesto il ruolo che l’Alto Adriatico può avere
nel sistema energetico futuro è molto importante”. Ha poi aggiunto che
Corrado Clini: una trilaterale
“la riunione potrà contribuire ad affrontare tematiche puntuali che riguardano i tre paesi Condividiamo
lo stesso mare in un territorio molto ristretto. È un mare importante
per il trasporto di prodotti petroliferi e installazioni energetiche - ha
sottolineato il ministro - e se riusciremo a tenere la riunione, potremo
guardare diversamente singole problematiche oggetto di contenziosi”,
come i progetti dei rigassificatori
nel golfo di Trieste.
Per quanto riguarda il rigassificatore di Zaule, “la dichiarazione di
impatto ambientale è stata rilasciata tenendo conto delle indicazioni
della Slovenia”, ha ricordato Clini.
È necessario invece completare la
Karl Erjavec con il premier croato Zoran Milanović in occasione di un
recente incontro
valutazione di impatto ambientale sul gasdotto, la pipeline che dovrà portare il gas da Trieste alla rete
italiana. “Ho informato il mio collega Bogovič che sono in corso valutazioni a livello locale, con il comune, la provincia e l’autorità portuale di Trieste - ha spiegato Clini
- ma non abbiamo una previsione
dei tempi entro i quali la procedura potrà essere conclusa”. Riguardo invece al rigassificatore offshore, “la procedura di valutazione di
impatto ambientale è ancora aperta
- ha continuato Clini - anche tenendo conto delle problematiche relative alla definizione della buffer
zone (zona cuscinetto) che potrebbero avere implicazioni sulle acque
di Slovenia e Croazia”.
I rigassificatori sono infrastrutture necessarie per la sicurezza energetica dell’Italia. Lo ha detto il ministro degli Esteri italiano, Giulio
Terzi, durante la conferenza stampa congiunta tenuta a Brdo, con
l’omologo sloveno Karl Erjavec.
“Il tema dei rigassificatori in Italia
è un tema che va affrontato e discusso”, ha detto, aggiungendo che
si tratta di “infrastrutture necessarie per la sicurezza energetica” del
paese. Terzi ha spiegato che l’argo-
mento “va valutato e possibilmente
concordato anche con i paesi vicini, che tra l’altro potrebbero trarre
vantaggi evidenti da soluzioni più
economiche rispetto a quelle prese
in una dimensione nazionale. Ben
venga quindi la riunione proposta
dal ministro Clini con i responsabili di Croazia e Slovenia”.
La Slovenia è il primo partner
commerciale dell’Italia tra i Paesi
della ex-Jugoslavia più l’Albania,
e l’interscambio con Lubiana rappresenta, con un valore di circa 6,5
miliardi di euro nel 2011, il 40 p.c.
dell’interscambio commerciale totale tra l’Italia e tali 8 Paesi. In particolare, l’Italia si è confermata nel
2011 il secondo partner commerciale della Slovenia (dopo la Germania), con una quota di mercato del
15,3 p. c. ed un saldo commerciale positivo di 1,44 miliardi di euro.
Le esportazioni italiane in Slovenia
(quasi 4 miliardi di euro nel 2011)
sono cresciute del 10,1 p. c rispetto
al 2010; anche le importazioni dalla Slovenia (pari a circa 2,5 miliardi di euro) sono cresciute nel 2011
(+15,9 p. c). Inoltre, secondo le ultime stime ICE disponibili, nel primo semestre del 2012 l’Italia è al
primo posto nella classifica dei Pa-
Panorama 7
Attualità
esi fornitori della Slovenia, avendo sopravanzato la Germania. Nel
2011 l’Italia è stato il terzo investitore estero nel Paese (dopo Austria
e Svizzera). La presenza dei grandi
gruppi italiani si concentra nei settori assicurativo (Generali), bancario (Intesa SanPaolo e UniCredit),
energetico (ENI, ENEL e Acegas),
della grande distribuzione organizzata (Eurospin e Autogrill), mentre
numerose piccole e medie imprese
operano nel settore manifatturiero (industria del legno/mobili, metalmeccanico, tessile/moda). Terzi ha sottolineato la “necessità di
“Il ruolo del gas naturale nell’economia italiana, in quella della Slovenia e anche in quella della Croazia, che ormai
è un paese dell’Ue, è molto importante anche ai fini del rispetto dei nostri obblighi ambientali, in particolare la seconda fase del protocollo di Kyoto a partire dal prossimo anno e
l’impegno in vista della conferenza sui cambiamenti climatici di Doha a dicembre;” ha spiegato il ministro Clini.
guardare a questi diversi settori in
un approccio di sistema”. È sempre
più necessario, ha spiegato il mini-
stro Terzi, “cercare di slegarci il più
possibile da quelle che possono essere istanze localistiche”.●
Lo sostiene il segretario di Stato per lo sviluppo economico sloveno, Uroš Rožič
La Slovenia pronta a estendere investimenti in Italia
I
n Italia ci sono ancora molte opportunità per le imprese slovene che sono molto interessate ad
investire anche nell’area centrale e meridionale della Penisola.
È quanto affermato dal segretario
di Stato per lo sviluppo economico sloveno Uroš Rožič in un’intervista eslusiva all’agenzia “Nova”,
al termine dell’incontro bilaterale
con il sottosegretario allo Sviluppo
economico italiano Massimo Vari
a Brdo, nell’ambito della riunione
del Comitato di coordinamento dei
ministeri dei due paesi.
“In Slovenia operano oltre 400
società italiane e noi sloveni siamo
più che interessati a investire non
solo nel nord dell’Italia, ma anche
nel centro e nel sud del paese”, ha
detto Rožič. “Siamo convinti che
gli investimenti da parte slovena
in Italia aumenteranno”. Si è detto
soddisfatto inoltre della cooperazione con Roma nel settore dell’energia. “Siamo felici che ci siano progressi nel progetto South Stream”,
ha affermato il segretario di Stato
sloveno, dicendosi particolarmente
soddisfatto per la decisione di Eni
di accelerare le attività riguardanti il
progetto. “Non si può costruire un
gasdotto se non c’è un mercato per
il gas - ha continuato -. E da quello
che abbiamo appreso oggi tale mercato esisterà e questo incoraggerà
entrambi i paesi a procedere con il
progetto”.
8 Panorama
I piani per la realizzazione del
South Stream prevedono l’inizio dei
lavori nel dicembre di quest’anno e il
completamento nel 2015. Il progetto è portato avanti dal gigante russo
Gazprom, l’italiana Eni, la francese
Edf e la tedesca Wintershall per il
trasporto di metano dall’Asia centrale verso l’Europa centrale e meridionale. La Russia ha siglato finora accordi con Bulgaria, Ungheria,
Grecia, Slovenia, Croazia e Austria
per la costruzione della conduttura.
L’ad di Gazprom, Alexei Miller, ha
firmato il 31 maggio scorso a Portorose con l’AD della società slovena Plinovodi, Marjan Eberlinc, l’accordo per la creazione di una joint
venture per la costruzione della sezione locale del South Stream. Gazprom e Plinovodi hanno ciascuna il
50 per cento della nuova società. La
Slovenia ha siglato il primo accordo con la Russia per la costituzione della joint venture nel marzo del
2011 dovrebbe iniziare a lavorare al
gasdotto nel 2013.
Nel frattempo, però, il governo di Lubiana è alle prese con una
grave crisi economica dovuta alle
ripercussioni di quella europea.
La Slovenia deve quindi approvare quelle che Rožič ha definito “riforme cruciali”, indispensabili per
superare l’attuale momento di difficoltà: “Il governo ha già inviato
al Parlamento tutte le leggi relative alle riforme, ma ci sono ancora
Il segretario di Stato, Uroš Rožić
negoziati in corso con i sindacati”.
Il politico è convinto che “in ogni
caso tutte le riforme saranno approvate al momento opportuno”.
“La riforma delle pensioni potrebbe già essere approvata a gennaio del 2013 - sostiene l’interlocutore -. Per quanto riguarda la riforma del mercato del lavoro ci sono
ancora lotte tra sindacati e imprese,
ma saremo in grado di superarle”.
Rožič ha ricordato inoltre la proposta d’istituire una holding statale per la gestione di tutti gli asset
pubblici, come misura per fronteggiare la crisi, e ha sottolineato infine che “particolarmente importante” nell’ambito delle politiche
economiche è la legge finanziaria
per i prossimi due anni approvata recentemente dal governo. “Anche su questo fronte - ha concluso
il ministro - sono convinto che arriveremo a un consenso entro fine
anno”.●
Attualità
Vittorio Sgarbi a Fiume salutato con una standing ovation
Il contemporaneo è infinitamente esteso
di Diana Pirjavec Rameša
foto di Željko Jerneić
S
garbi critico d’arte rigetta tutta quella serie di accuse che gli
vengono rivolte e che riguardano il fatto di non comprendere e di
non saper apprezzare l’arte contemporanea pur essendo un grande conoscitore della storia dell’arte in genere. La sua breve permanenza a Fiume
in occasione delle “Giornate della cultura e della lingua italiana” promosse
dal Consolato generale d’Italia è servita soprattutto a fare una sintesi dello Sgarbi- pensiero. La sera della conferenza l’aula consiliare del Municipio è risultata troppo piccola per accogliere i tanti fan o semplici curiosi che
avrebbero voluto, alcuni ci sono anche
riusciti, condividere con il professore
una serata all’insegna della polemica
(in fondo Sgarbi è soprattutto questo) ascoltando alcune riflessioni sull’arte
che ad alcuni piacciono mentre da altri
vengono contestate con grade ferocia.
Nel suo libro, presentato a Fiume
dal titolo L’arte è contemporanea.
Ovvero l’arte di vedere l’arte (Bompiani 2012) l’autore illustra alcuni
concetti fondamentali: 1. tutta l’arte
è arte contemporanea; 2. contemporaneo è un dato non ideologico, ma semplicemente cronologico. “È questa la
forza dell’arte in divenire, che va ritenuta contemporanea non in quanto
Vittorio Sgarbi
più o meno sperimentale, più o meno
avanzata, ma solo in quanto concepita elaborata ed espressa nel nostro
tempo. Non c’è altro modo di essere
contemporanei che essere qui ed ora.
Così, insieme alla contemporaneità di
ciò che esiste, c’è la contemporaneità
di ciò che è esistito e continua a vivere” sostiene l’autore.
Vittorio Sgarbi, critico e storico dell’arte, ha curato numerose mostre in Italia e all’estero, ed è autore
di saggi e articoli. Laureato in filosofia
con specializzazione in storia dell’arte all’Università di Bologna e inizia ad
occuparsi di arte, diventando ispetto-
Sgarbi nell’aula consiliare, alla sua destra il console Renato Cianfarani
re della sovrintendenza ai beni storici
e artistici in Veneto. Ha insegnato per
tre anni Storia delle tecniche artistiche
all’Università di Udine. I titoli più rilevanti da lui pubblicati sono “Carpaccio” (1979), “I capolavori della pittura antica” (1984), “La stanza dipinta” (1989), “Davanti all’immagine”
(1990, vincitore del Premio Bancarella), “Onorevoli fantasmi” (1994), “Lezioni private” (1995), “Lezioni private 2” (1996), “Davanti all’immagine”
(2005), “Ragione e passione. Contro l’indifferenza” (2006), “Clausura
a Milano. Da Suor Letizia a Salemi”
(2008) (scritto con Marta Bravi).
Nel 2010 viene nominato Soprintendente della Soprintendenza speciale per il Patrimonio Storico, Artistico
ed Etnoantropologico e per il Polo museale della città di Venezia e dei comuni della Gronda lagunare. La nomina
è stata successivamente annullata dalla
Corte dei Conti. Attualmente Sgarbi ricopre il ruolo di Soprintendente “ad interim” in attesa che il Ministero definisca la procedura per la nuova nomina.
Nel 2011, incaricato dal Ministero per
i Beni e le attività culturali, è curatore del Padiglione Italia e dei Padiglioni
regionali per la 54 Esposizione internazionale d’arte di Venezia organizzata dalla Biennale di Venezia (4 giugno
- 27 novembre 2011). Con i Padiglioni
Panorama 9
Attualità
regionali per la prima volta l’esposizione viene dislocata in terraferma
nelle diverse regioni.
Il critico passa per l’acerrimo denigratore dell’arte contemporanea.
Ma Vittorio Sgarbi all’addebito non
si scompone: da oltre quarant’anni,
pur manifestando interesse prevalentemente per l’arte antica, non smette
di occuparsi della produzione artistica più recente. Lo dice (e lo scrive) ne
“L’arte è contemporanea”.
Per Sgarbi la contemporaneità è
rintracciabile anche in Mantenga e
Piero Della Francesca, giacché nelle
opere di questi due grandi artisti del
passato è possibile specchiare “ciò
che è esistito e continua ancora oggi a
vivere”. E al cospetto di quanto venga divulgato o si voglia far credere,
secondo il critico ogni opera si riconosce per una sua specifica identità e
natura, “ogni opera d’arte è, e basta,
così come la bellezza è. “L’arte - scrive - non ha bisogno di specialisti per
essere capita”. E se tutti siamo legittimati e capaci a dare una lettura di un
quadro o di una scultura, se è più facile interpretare un’opera di Kounellis, Pollock o Manzoni rispetto ad un
affresco di Michelangelo in quanto
quest’ultimo richiede in più una conoscenza storica e letteraria, Sgarbi
- per dare ulteriore accredito al suo
concetto di contemporaneo - non si risparmia nel biasimare chi fa dell’arte
contemporanea non una libera ricerca
estetica, ma merce da spremere, per
massimizzare i profitti che girano intorno a gallerie, collezionisti e grandi
mostre allestite con tanto di spreco di
10 Panorama
denaro pubblico. E sferra colpi bassi contro quel sistema “mafioso” che
porta dentro di sé enormi contraddizioni e, soprattutto, opera con discriminazione, osannando comunicatori
(e, quindi, non-artisti) come i Cattelan e i Koons e lasciando nell’anonimato artisti-artisti che meriterebbero più riconoscimento e notorietà
come i pittori Paolo Giorgi, Roberto Ferri, Lino Frongia o gli scultori
Giuseppe Bergomi, Livio Scarpella
o Giuseppe Ducrot. Ma ritornando
al titolo e all’idea portante del libello, Sgarbi ammette che analizzando
il contemporaneo passato e presente non si fanno antitetici, diventano
elementi di complemento dentro un
unico discorrere per cui non si può
stabilire che un’artista è più attuale
di un altro, “uno è più contemporaneo di un altro. L’arte contemporanea - sentenzia il critico - è in divenire, quindi non ce n’è una, non ce
n’è un aspetto soltanto. Il contemporaneo è infinitamente esteso”. Venduto nelle librerie con due diverse
copertine di cui una riporta un’opera
di Gaetano Pesce e l’altra di Antonio Lòpez Garcìa - il piccolo saggio
si chiude con una conversazione tra
Sgarbi e il massimo estetologo italiano vivente, l’ultracentenario Gillo Dorfles, il quale con ferma lucidità sostiene che oggi i pittori sono
quasi del tutto scomparsi e gli artisti che passavano per avanguardisti
a trent’anni col tempo, non avendo
saputo imprimere alla loro arte altri
elementi di novità, sono diventati la
peggior retroguardia.●
Palese la soddisfazione
2012: una
di Ardea Velikonja
U
na stagione turistica con i
fiocchi. Si potrebbero definire così i primi nove mesi del
2012 in quanto a presenze ma anche
al movimento in genere. Tutto ciò è
ancora più importante considerato
l’aumento dei posti di lavoro che tutta questa mole di attività ha portato
con sé.
Lo ha detto il ministro al Turismo,
Veljko Ostojić, alle tradizionali Giornate del settore che si sono svolte a
Ragusa (Dubrovnik). Questa è stata
anche l’occasione per premiare con il
Fiore azzurro (per la parte costiera) e
il Fiore verde (per la parte continentale) le città, le cittadine, i parchi, i
balconi, le vie, i distributori di benzina e i singoli soggetti che si sono distinti nel corso dell’annata. Ricorderemo che l’azione “Voglio bene alla
Croazia”, portata avanti dall’Ente nazionale da più di dieci anni, ha fatto
migliorare la qualità dell’offerta turistica dalla pulizia, ai parchi, alla cordialità del personale. Infatti da quando è iniziata questa azione tutte le città e i centri più piccoli si sono dati
veramente da fare per aggiudicarsi
l’ambito premio, tanto che di anno
in anno l’Ente ha aggiunto altre categorie.
Quest’anno la più bella città costiera con più di 10.000 abitanti è risultata Ragusa (Dubrovnik), seconda
Zara e terza Umago. Da rilevare che
Lussingrande, la pittoresca cittadina
isolana, è risultata essere la più bella nella categoria delle cittadine fino
a 1000 abitanti. Per quanto riguarda
la parte continentale, ovvero il “Fiore
verde”, la città di Varaždin si è aggiudicata il primo posto nella prima categoria mentre Gospić è risultata prima nella terza categoria. Da alcuni
anni l’Ente turistico ha deciso pure di
premiare i singoli che si sono distinti nel turismo e quest’anno la Regione quarnerina e quella Istriana hanno
fatto man bassa di premi. Il miglior
animatore turistico è risultato essere
Attualità
espressa dagli operatori croati alle tradizionali Giornate dell’ospitalità
stagione turistica con i fiocchi
Branko Vlačić di Rabac, miglior cameriere è stato eletto Miran Sušanj
del ristorante “Johnson” di Draga di
Moschiena. Darinka Jelenić Trošt invece è la miglior governante del personale ai piani dell’albergo “Monte
Mulini” della Maistra di Rovigno e
Ivica Pedišić, della “Jadrolinija”, il
miglior capitano marittimo. Nevenka Šegan di Crikvenica è la più brava ispettrice e Marko Ćavarević di
Umago il miglior autista. Ljubomir
Stojčić di Villa Župan di Crikvenica è il primo tra gli affittacamere in
Croazia. Insomma per Istria e Quarnero i premi sono stati tantissimi.
Ma tornando agli andamenti turistici e alla soddisfazione del ministro
Ostojić, da rilevare che i passi che si
sono fatti già oggi per il prossimo anno
in questo campo sono molto importanti, primo fra tutti quello della diminuzione dell’aliquota IVA per il settore che sarà dal 1.mo gennaio prossimo
del 10 per cento.
Con l’entrata della Croazia
nell’Unione europea, che dovrebbe
avvenire il 1.mo luglio 2013, le sfide
si faranno ancora più grandi. Anche
se quest’anno il paese è risultato il
primo in quanto a pernottamenti nel
Alle Giornate del turismo è intervenuta la nuova direttrice dell’Ufficio
centrale dell’Ente turistico croato Meri Matešić
Mediterraneo, “nel 2013 bisognerà
fare molto di più specie per quanto riguarda la prestagione dato che
le grandi feste ‘cadono’ in date che
non favoriscono le presenze. Quindi solo creando nuove condizioni e
nuove offerte si creeranno i presupposti per un soggiorno in questo periodo”, ha concluso il ministro.
Lussingrande: primo premio per le località con meno di mille abitanti
Nell’ambito del turismo è doveroso nominare anche il “piccolo terremoto” avvenuto in seno all’Ente
nazionale. Scaduto il mandato del
direttore (che da dodici anni risultava essere Niko Bulić, ex ministro al Turismo) c’è stato il regolare concorso al quale ha partecipato
pure Bulić, a detta di parecchi, largamente favorito. A grande sorpresa però, fra i dodici candidati in lizza la commissione ha optato per la
zaratina Meri Matešić, attuale rappresentante dell’Ente turistico della
Croazia a Londra al termine di una
lunga gavetta che l’ha portata dalle agenzie agli alberghi. A elezione
confermata, la prescelta ha immediatamente rilevato di considerare
compito prioritario l’approvazione
del Programma di lavoro in cui si
prevedono tante attività che bisognerà rimboccarsi le maniche e cominciare subito a lavorare, dapprima sul piano del marketing e sulla presenza alle più importanti fiere
del turismo, tanto nel Vecchio continente che oltreoceano. Essenziale, nel contesto, ricorrere alle nuove tecnologie ed ai social network
su cui poggia il futuro. ●
Panorama 11
Anniversari
L’11 ottobre di cinquant’anni fa la cerimonia inaugurale del Concilio
Vaticano II, fino a che punto è stato
llontanati gli altari dalle pareti
e posti e posti al centro del presbiterio, il celebrante si è spostato per volgersi non più al tabernacolo ma ai fedeli che seguono o, si direbbe più opportunamente, partecipano
al rito. Sicuramente è stata questa una
delle espressioni più visibili e recepite del Concilio vaticano II, i cui lavori furono solennemente inaugurati cinquant’anni fa, l’11 ottobre 1962. Pochi
sanno che, di contro a quanto si potrebbe pensare, tale pratica non fu espressamente prevista in alcun documento
conciliare, ma si diffuse in quanto adottata dal Messale romano e qui introdotta dal significato innovativo attribuito
alla celebrazione liturgica, incentrata
sull’attiva partecipazione attiva dei fedeli. Lo stesso, come si vedrà, sarebbe
avvenuto con l’introduzione delle lingue nazionali nei riti, nonostante la posizione privilegiata assegnata in partenza al latino.
Non vi è dubbio che il nuovo papa,
Giovani XXIII, accarezzasse l’idea
da tempo: diede infatti l’annuncio il
25 gennaio 1959, a soli tre mesi dalla sua elezione. Il 16 maggio venne
nominata la commissione antipreparatoria, presieduta dal cardinale Tardini, in dicembre lo stesso pontefice
lasciò intendere che uno dei principali compiti sarebbe stata una riflessione sulla Chiesa nella definizione della
sua identità e natura e quindi nel rapporto con il mondo. L’anno successivo fu nominata la commissione preparatoria presieduta dallo steso Papa,
con il compito di definire da vicino gli
argomenti da trattare alle sessioni plenarie. Il giorno di Natale del 1961 il
Papa indisse ufficialmente il Concilio che inaugurò con grande solennità
l’11 ottobre successivo (la giornata in
cui, in serata, pronunciò anche il celebre riferimento alla luna). Nel discorso d’apertura Gaudet Mater Ecclesia
(Gioisce la Madre Chiesa) definì compito primario dell’assise la spiegazione e approfondimento della dottrina
“secondo quanto è richiesto dai nostri
tempi” perché “altro è (...) il deposito della Fede, cioè le verità che sono
contenute nella nostra veneranda dot-
A
12 Panorama
Il Concilio ecumenico Vaticano II è stato il ventunesimo e ultimo concilio
ecumenico, ovvero una riunione di tutti i vescovi del mondo per discutere di
argomenti riguardanti la vita della Chiesa cattolica. Si svolse in quattro sessioni, dal 1962 al 1965, sotto i pontificati di Giovanni XXIII e Paolo VI
trina, altro è il modo con il quale esse
sono annunziate”.
Dunque un sinodo essenzialmente
pastorale, teso a cogliere “i segni dei
tempi”, con la Chiesa tesa alla ripresa del dialogo con il mondo. In quanto ai profeti di sventura, come chiamava gli esponenti del clero più avversi al concilio, li accusò di non essere
capaci che di “vedere altro che rovine e guai”. Arrivano al punto di comportarsi “come se non avessero nulla da imparare dalla storia” come se
ai tempi dei precedenti concili “tutto
procedesse felicemente” tanto in campo dottrinario che etico. La qualifica
di ecumenico era fuori discussione:
vi parteciparono infatti quasi 2500 fra
cardinali, patriarchi e vescovi provenienti da tutto il mondo che, al termine delle sue quattro sessioni, avevano
all’attivo quattro Costituzioni, tre Dichiarazioni e nove Decreti. Ad essi si
aggiunsero, per la prima volta, in qualità di osservatori, diversi esponenti
delle comunità ortodosse e protestanti. Uno dei primi elementi che si fecero strada furono le realtà ecclesiali
diffuse e consolidate in seguito alle attività missionarie avviate nei decenni precedenti ma rimaste, a livello di
considerazione, ai margini della Chiesa. In quanto alle “diversità interne”,
accanto alle Chiese di rito orientale si
ponevano ora quelle africane e latinoamericane, che chiedevano una maggior considerazione.
La morte di papa Giovanni XXIII,
avvenuta il 3 giugno del 1963, ridiede coraggio all’ala conservatrice tanto da indurla a chiedere la sospensione dei lavori. Il successore, Paolo VI,
fece subito capire che avrebbe continuato sulla strada del predecessore. Si arrivò così al 7 dicembre, giorno dell’ultima seduta pubblica in cui
il Papa spiegò come il concilio avesse rivolto “la mente della Chiesa verso
la direzione antropocentrica della cultura moderna”, senza che però questo
interesse fosse disgiunto “dall’interesse religioso più autentico”. Fra i documenti conciliari il più importante
era la definizione della natura e organizzazione della Chiesa, Lumen Gentium, definita la magna charta del Vaticano. Essa ribadiva la sua struttura
tripartita: sacerdozio, profezia e regalità, attribuite in prevalenza, nell’ordine, ai presbiteri, religiosi e laici. Ogni
suo componente però, in quanto battezzato, doveva vivere tutte e tre le di-
Anniversari
o fortemente voluto da papa Giovanni XXIII
o una nuova Pentecoste?
mensioni. Venne approfondito il ruolo dei vescovi che dovevano lavorare
collegialmente tra loro e in comunione
con il vescovo di Roma. Al laicato cattolico venne data la preminenza nella
dimensione regale, ossia nel rapporto
con il mondo, con lo specifico compito di “ricondurlo a Cristo”.Fu rinsaldato così il ruolo delle organizzazioni
cattoliche esterne alla Chiesa.
Un cenno particolare merita il decreto Unitatis Redintegratio sull’unità
delle confessioni cristiane e la dichiarazione Nostra Aetate sulle religioni
non cristiane in cui fu riconosciuta la
presenza di “semi di verità” anche nelle altre Chiese cristiane e confessioni
religiose: Cristo era la Verità e l’unica
Via per giungere al Padre, ma si riconobbe il ruolo delle altre realtà religiose nel contribuire all’elevazione morale del genere umano. Esplicito anche
il ripudio dell’antisemitismo teologico. Di conseguenza, la Chiesa cattolica fece proprio il principio della libertà
religiosa: all’uomo deve essere garantita ma non imposta la facoltà di credere. Le aspettative furono molte sia fra
il clero che fra i laici - basti ricordare ad esempio lo slancio che sembrò
pervadere la Chiesa in Croazia, che in
questo modo vedeva aprirsi nuovi spazi anche per contrastare uno stato avverso tanto per la sua “multinazionalità
quanto ancor di più per il diktat ideologico, contro cui si era esplicitamente
espresso il concilio - ma in molti casi
la realizzazione si fermò a metà strada.
Se ne rese acutamente conto lo stesso Paolo VI che, rilevando la perdita
di prestigio della Chiesa nella società, in un’omelia del 1972 affermò con
amarezza che sembrava come se da
qualche fesssura “sia entrato il fumo
di Satana nel tempio di Dio. Non ci
si fida più della Chiesa, ci si fida del
primo profano che viene a parlarci
da qualche giornale per rincorrerlo e
chiedere a lui se ha la formula della
vera vita (...) Si credeva che dopo il
Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È
venuta invece una giornata di nuvole,
di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza. Predichiamo l’ecumenismo
e ci distacchiamo sempre di più dagli
altri. Cerchiamo di scavare abissi invece di colmarli”.
Uno dei problemi più scottanti fu
la grossa emorragia di sacerdoti e religiosi che di fatto, in maniera più o
meno marcata, si distanziarono dalla dottrina e in moltisimi casi si arrivò
all’abbandono delle vesti talari. Si sviluppò significativamente il movimento dei preti operai, stimolato, va ricordato dallo stesso Papa, che in questi
modo a sua volta si distanzziò notevolmente da Pio XII e Giovanni XXIII
che erano invece fermamente contrari. Le Chiese sudamericane, come detto, tese all’affermazione delle proprie
particolarità espressero figure di notevole spessore che si avvicinarono alle
idee marxiste. I contrari alle aperture
ebbero invece il loro rappresentante
11 ottobre 1962, iniziano i lavori del Concilio
I padri conciliari in piazza San
Pietro il giorno dell’apertura
più significativo nel vescovo Lefebvre
(1905-1991) il cui allontanamento dal
Vaticano fu tale da incorrere nella scomunica decretata da Giovanni Paolo
II. Significativa nel contesto una dichiarazione del 1985 dell’allora cardinale Joseph Ratzinger sulla “crisi” del
post-concilio. “Nelle sue espressione
ufficiali, nei suoi documenti autentici, il Vaticano II non può essere ritenuto responsabile di questa evoluzione che - al contrario - contraddice radicalmente sia la lettera che lo spirito
dei Padri conciliari”. Spiegava quindi
che “se per ‘restaurazione’ intendiamo la ricerca di un nuovo equilibrio
dopo le esagerazioni di un’apertura indiscriminata al mondo, dopo le interpretazioni troppo positive di un mondo agnostico e ateo; ebbene, allora una
‘restaurazione’ intesa in questo senso è
del tutto auspicabile ed è del resto già
in atto nella Chiesa. In questo senso si
può che dire che è chiusa la prima fase
dopo il Vaticano II”. Da qui la sua convizione che “il tempo vero del Vaticano II non sia ancora venuto, che la sua
recezione autentica non sia ancora cominciata”. ●
M. S.
8 dicembre 1965, la cerimonia di chiusura
Panorama 13
Anniversari
La Marina lascia l’incrociatore che diede il via alla Rivoluzione d’Ottobre
Aurora, dopo 115 anni solo museo
a cura di Ardea Velikonja
L’
ultimo equipaggio della Marina militare russa ha abbandonato definitivamente l’“Aurora”, l’incrociatore che il 25 ottobre
1917 sparò il primo colpo di cannone
dando il segnale d’inizio della Rivoluzione bolscevica, con l’assalto al palazzo d’Inverno. All’alba i 14 marinai
sono scesi e hanno affidato la nave a
un equipaggio civile, riferisce una fonte militare all’agenzia Ria Novosti. Tre
anni fa il comando della Marina federale aveva deciso di togliere all’imbarcazione lo status di nave militare, lasciandole di fatto solo quello di museo, dopo
lo scandalo che l’aveva coinvolta nella
notte tra il 5 e il 6 giugno del 2009: in
quell’occasione, durante il Forum economico internazionale di San Pietroburgo, l’oligarca Mikhail Prokhorov
aveva organizzato a bordo dell’“Aurora” un mega party per vip, con tanto di showgirl per rendere indimenticabile una delle “notti bianche”. Alcuni
uomini d’affari russi, ubriachi, si erano
tuffati nelle acque della Neva ed erano
stati recuperati poco dopo da un motoscafo che li aveva ricondotti a bordo
dell’incrociatore. A sollecitare un’inchiesta erano stati i comunisti di San
Pietroburgo, che avevano definito il ricevimento sull’“Aurora” un “vilipendio mostruoso” di uno dei simboli più
alti della storia della Russia. La procura
del distretto militare locale aveva messo sotto inchiesta alcuni alti ufficiali
per aver autorizzato il party violando lo
statuto della marina. Lo scorso ottobre
l’“Aurora” subì un’altra “profanazione”: il blitz di un gruppo di giovani che
issò una bandiera pirata sull’albero maestro, restandovi a cavalcioni per ore.
L’azione fu rivendicata dal movimento
“Cibo, non bombe”, nell’ambito di una
campagna contro guerra e povertà.
Nel 1908 in soccorso
di Messina disastrata
L’incrociatore, pur essendo ormai
dal 1957 un museo visitato da milioni
di turisti, era restato finora una nave
della Marina russa, con il proprio re-
14 Panorama
golare equipaggio. L’“Aurora”, così
battezzato in onore della fregata che
difese la città di Petropavlovsk-Kamchatski durante la guerra di Crimea
(1853-1856), fu progettato da K.K.
Ratnik, responsabile del cantiere navale di Baltiyskiy. La sua costruzione, iniziata il 23 maggio 1897, fu eseguita a San Pietroburgo e richiese tre
anni di lavoro. Il varo avvenne nella
capitale russa l’11 maggio 1900, ma
l’incrociatore entrò in servizio solo
nel luglio del 1903.
Lungo 127 metri e largo 17,
l’“Aurora” poteva raggiungere la velocità di circa 20 nodi, il suo equipaggio era composto da 550 marinai e 20
ufficiali.
Dopo aver compiuto una crociera nel Mediterraneo e nel Mar Rosso raggiunse il mar Baltico all’ inizio della guerra russo giapponese del
1904-1905 ed entrò a far parte della
seconda divisione di incrociatori della squadra del Pacifico agli ordini del
contrammiraglio O. A. Enkvist. Durante la disastrosa battaglia di Tsushima del 27-28 maggio 1905, dopo
aver scortato un convoglio di navi
da trasporto provenienti da oriente,
fu colpito e danneggiato da un siluro lanciato da una corazzata nemica.
Fu uno delle pochi bastimenti russi
a scampare al fuoco delle navi giapponesi ed a poter riparare nel porto
di Manila nelle Filippine. Al termine
della guerra fu adibito a nave scuola del Corpo dei cadetti della marina e dal 1907 effettuò numerose crociere di addestramento attraverso i
porti della Spagna, Algeria, Tunisia,
Francia, Turchia, Italia, Creta, Grecia, Francia.
Nel 1908 fu una delle prime navi
a portare i soccorsi alla popolazione
di Messina e Reggio Calabria colpite dal terribile terremoto del 1908.
Dall’autunno 1909 all’estate 1910
compì un lungo viaggio attraverso
gli Oceani Pacifico, Atlantico, Indiano e nel Mar Mediterraneo. Nel
novembre 1911 prese parte ai festeggiamenti per l’incoronazione
del re del Siam (attuale Thailandia)
a Bangkok.
L’ammutinamento: comandante
ucciso All’inizio della Prima guerra
mondiale entrò a far parte della seconda brigata della flotta del Baltico.
In quella zona di operazioni portò a
termine numerose missioni come la
sorveglianza dei lavori in immersione sul relitto dell’incrociatore tedesco Magdeburg, la ricognizione delle scogliere navigabili dei golfi di
Finlandia e di Botnia, la ricerca di
passaggi segreti delle scogliere finlandesi.
Nel 1916 fu temporaneamente adibito ad addestramento dei cadetti e
più tardi partecipò alla difesa del golfo di Riga: protetto dal fuoco di sbarramento delle truppe di terra respinse
gli attacchi aerei contro un convoglio
di navi russe.
Nell’autunno 1916 rientrò a S. Pietroburgo per eseguire grandi riparazioni nell’arsenale franco-russo. Durante
l’inverno 1916/1917 furono riattivati
i macchinari per il vapore e montate
nuove caldaie Belleville-Dolgolenko.
Inoltre venne potenziato l’armamento
in dotazione, costituito da 14 cannoni da 152 mm, 4 cannoni da 76 mm,
3 lanciasiluri (2 antisommergibili ed 1
di superficie), e 35 mine da 10 pollici.
Durante la permanenza a Pietrogrado l’incrociatore si trovò al centro degli eventi della Rivoluzione russa del
1917. Essendo a stretto contatto con i
lavoratori, i suoi marinai furono convinti dagli attivisti a parteggiare per la
rivoluzione. L’opera di proselitismo
fu favorita dalla situazione generale in
Russia, che aveva assunto i contorni
della catastrofe a causa della guerra.
L’esercito russo, stanco, esangue, insufficientemente armato, aveva subito
pesanti perdite e passava di sconfitta
in sconfitta. L’economia nazionale era
in declino; c’era la penuria di pane, di
carne, di carburante, tutti beni di primaria necessità. Era divenuta evidente
l’incapacità dei vari governi imperiali
a far fronte alla situazione di crisi.
I rapporti tra gli ufficiali dell’unità
ed i marinai divennero in quel periodo estremamente tesi. Il 12 marzo per
disperdere l’assembramento dei componenti dell’equipaggio, che si erano
Anniversari
radunati per chiedere al comandante la
revoca dell’arresto di tre operai propagandisti, il capitano M. I. Nikolskiy ed
il primo ufficiale P. P. Ogranovich spararono alcuni colpi di pistola ferendo
alcuni di loro. Il 13 marzo i marinai,
spalleggiati dagli operai, si ammutinarono e si impadronirono della nave; il
comandante venne ucciso e l’ufficiale
anziano ferito. Fu eletto subito un Comitato della nave per l’attuazione dei
diritti democratici dei marinai.
A seguito del risultato di un voto
segreto fu auspicato che il governo
della Russia assumesse una forma democratica, ma nella primavera-estate
1917 l’incapacità del governo provvisorio di fronteggiare la perdurante
situazione catastrofica in cui versava
la nazione, spinse un numero sempre
maggiore di marinai a simpatizzare
per il partito bolscevico.
Dopo gli eventi sanguinosi del 1314 marzo i rapporti tra l’equipaggio e
gli ufficiali si normalizzarono: questi
ultimi non si occupavano delle questioni politiche ed il Comitato non creava ostacoli nella gestione dell’unità
per ciò che riguardava il servizio, la
disciplina e la conduzione della nave.
Quando nell’ottobre la situazione
politica nel paese si aggravò di nuovo
ed il conflitto tra il Governo provvisorio ed i rappresentanti dei Comitati dei
lavoratori, dei contadini e dei soldati
giunse ad un punto di rottura: la maggior parte dell’equipaggio passò dalla parte del partito bolscevico. L’equipaggio ristabilì i collegamenti sul ponte Nikolayevskiy ed i marinai presero
parte alla Rivoluzione del 25 ottobre.
Più tardi l’“Aurora”, per minare il
morale dei difensori del Palazzo d’Inverno, sede del Governo Provvisorio,
sparò un colpo d’arma da fuoco dal ca-
stello di prua, che segnò l’inizio della rivoluzione. All’inizio di novembre fece ritorno alla Seconda brigata
incrociatori, ma poco dopo gran parte dell’equipaggio fu congedato a seguito del Decreto governativo di scioglimento della vecchia flotta zarista e
di riorganizzazione della nuova flotta
rossa degli operai e dei contadini. Solo
40 uomini restarono a bordo per la custodia della nave e per le faccende di
routine.
Nel 1918, durante la guerra civile, l’incrociatore fu trasferito a
Kronstadt e posto in riserva. Sei
cannoni furono smontati e spediti
ad Astrakhan per armare le batterie
della flottiglia navale rossa del Volga e del Caspio. Nel 1922 l’unità fu
consegnata al porto di Kronstadt per
un lungo stazionamento, ma quando
cominciò la ricostruzione della forza navale sovietica fu decisa la sua
riattivazione in considerazione del
fatto che i più impegnativi lavori
di ammodernamento erano già stati
eseguiti nel 1916-1917. Dopo i lavori di ripristino e il completamento dell’equipaggio, l’incrociatore fu
associato alla flotta del Baltico come
nave d’addestramento. Tra il 1924
ed il 1930 effettuò numerosi viaggi
con i cadetti delle migliori accademie navali.
Dopo aver ricevuto nel 1924 la
Bandiera Rossa del Comitato Centrale dell’URSS, in occasione del decimo anniversario della rivoluzione fu
insignito dell’Ordine della Bandiera
Rossa per gli alti meriti acquisiti nella formazione dei nuovi ufficiali della
marina sovietica.
La nave fu sottoposta nuovamente a lavori di manutenzione iniziati
nei cantieri navali Marti di Leningra-
do, ma non vennero terminati a causa
della enorme mole di lavoro dei cantieri. L’unità fu riadibita a scuola di
addestramento non navigante per i
cadetti del primo anno dell’Accademia navale di Lelingrado e durante
l’inverno fu utilizzato per il pattugliamento sottomarino.
La nuova guerra
lo salva dalla demolizione
Solo lo scoppio della Seconda guerra mondiale la salvò dalla demolizione. L’“Aurora”, che aveva gettato le
ancore a Oranienbaum (Lomonosov),
partecipò attivamente all’eroica difesa
di Lelingrado, ma il 30 settembre 1941
venne gravemente danneggiata dal
fuoco dell’artiglieria tedesca. I cannoni
superstiti furono smontati, ma fino al
termine della guerra l’incrociatore non
ammainò le sue insegne: pur incapace
di muoversi, semi affondato, continuò
la sua battaglia contro gli invasori.
Recuperato nel 1944 venne di nuovo restaurato tra il 1945-1947. Negli
anni seguenti e fino al 1961 fu adibito
all’addestramento per la scuola navale
Nakhimov. Ulteriori restauri, eseguiti nel periodo 1957-1958, 1966-1968
e 1984-1987 le restituirono l’aspetto
originale del 1917.
Dal 1956 divenne un museo galleggiante (parte del Museo Navale
Centrale) ed una delle principali attrattive turistiche di San Pietroburgo.
Nel 1968 è stata decorata con l’Ordine della Rivoluzione di Ottobre. Dal
luglio 1992 la bandiera navale del
Sant’Andrea, simbolo del potere navale russo, sventolava sul suo pennone fino appunto al giorno in cui l’Aurora è stato abbandonato dalla Marina
militare.●
Panorama 15
Anniversari
Aspetti poco noti della personalità che arrivò ai vertici del potere in URSS dopo
Stalin, l’uomo dal braccio rigido
a cura di Marin Rogić
erso la fine del 19.mo secolo, il
6 dicembre del 1878 in Russia,
nacque un bambino che nel corso della sua vita cambiò radicalmente il
corso della storia mondiale. Battezzato
a Gori con il nome di Josef Vissarionovic Dzugasvili, nella sua prima giovi-
V
Stalin a 24 anni, nel 1902
nezza era un gracile ragazzino, chiamato Soso da parenti e amici, che studiava in seminario ma faceva a botte nelle strade pur avendo un braccio quasi
paralizzato. Poi è diventato un giovane rivoluzionario georgiano con un piede nel mondo della malavita e un indubbio fascino sulle femmine. Tutti lo
chiamavano Koba, simpatico al punto
da ironizzare sui propri difetti fisici auto-nominandosi “Peppino il butterato”
per le varie cicatrici presenti sul viso
che tentava di nascondere attravareso
l’uso massiccio di cipria (un soprannome che non gradì con il passare degli
anni, tanto da diventare impronunciabile per il lasso di tempo che lo ha visto al potere). Una volta che la Russia
è diventata l’Urss, questo ragazzo dalla gioventù turbolenta è diventato Josef
Stalin ossia “acciaio” (forse scelto per
una vicenda galante con una fiamma
che di cognome faceva Stal, oltre che
per l’assonanza con Lenin) interessato
a portare a termine il suo piano politico
e a far sparire ogni traccia imbarazzante del suo passato soprattutto sui suoi
difetti fisici. Quando si parla del ditta-
tore russo si pensa a una figura imponente, massiccia, l’immagine collettiva lo ritraeva come un gigante forte
ed intelligente, capace di ogni impresa, dedito alla cura del fisico, senza difetti, capace da solo di battersi senza
curarsi del numero di nemici che ha
di fronte. Sebbene volesse sembrare
imponente, Stalin era alto solo 1,64
cm, ed aveva parecchie deformazioni fisiche. Un’infezione avvenuta subito dopo la nascita aveva fatto sì che
il secondo ed il terzo dito del piede
destro fossero uniti. Niente di terribi-
Dal monastero all’esilio in Siberia
S
talin nacque a Gori, vicino a
Tbilisi, in Georgia, nel 1879, da
una famiglia povera. Grazie ad una
borsa di studio, ebbe l’opportunità di studiare in un seminario teologico ortodosso di Tbilisi, da dove
fu espulso a causa dell’attività politica per il Partito socialdemocratico russo. Nel 1912 venne chiamato
da Lenin a Pietroburgo per far parte del Comitato centrale del partito, ma nel 1913 fu nuovamente esiliato in Siberia (la prima nel 1902
quando venne accusato di avere organizzato delle agitazioni) dove rimase fino alla caduta dello Zar. Al
rientro a Pietroburgo, insieme a Kamenev e a Murianov, assunse la direzione della “Pravda”, appoggiando il Governo Provvisorio, entrando a farne parte il 9 novembre 1917.
Nel 1922 venne nominato Segreta-
16 Panorama
rio Generale del Comitato centrale
ed assistente di Lenin, il quale morirà due anni dopo. Designò Trotzki
come suo erede e prese da subito le
distanze da Stalin. Grazie ai contrasti che sorsero alla morte di Lenin, all’interno del gruppo dirigente
sovietico, Stalin riuscì a instaurare
un’alleanza con la destra del partito
e ad estromettere Trotzki. Nel 1927
espulse dal partito Trotzki e gli altri avversari politici, l’anno dopo
prese il potere assoluto e cominciò
ad attuare il suo progetto di collettivizzazione forzata dell’agricoltura
e di trasformazione della Russia da
paese agricolo a potenza industriale. Mantenne il potere con il pugno
di ferro, costruendo attorno a sé un
culto della personalità esasperato,
deponendo, o più spesso eliminando
fisicamente, tutti gli avversari. Nel
Stalin a 16 anni, nel 1894
1939 strinse un patto con la Germania di Hitler ma quando nel 1941 la
Germania attaccò l’Unione Sovietica, Stalin rispose e con l’aiuto degli
Stati Uniti portò alla disfatta delle
truppe tedesche nel 1945. Morì nel
1953 colpito da paralisi.●
Anniversari
la rivoluzione di 95 anni fa
del dittatore
le, ma questa piccola malformazione
rimase per lui una cosa di cui vergognarsi, tanto che quando si faceva visitare i piedi dai medici del Cremlino
uno degli uomini più potenti del mondo si sentiva in dovere di nascondere
il viso sotto una coperta. Pochi anni
dopo, compiuti appena cinque anni, la
città venne investita da un’epidemia di
vaiolo che fece vittime soprattutto tra i
più piccoli. In molti persero la vita, la
maltattia portò via con sé i tre figli dei
vicini di casa, ma anche se Stalin sopravvisse la malattia gli segnò per la
vita intera le mani e lasciò molti segni
sulla sua pelle, soprattutto sul volto. A
dieci anni venne investito da un cavallo davanti alla scuola ecclesiastica di
Gori, dove avrebbe studiato, e rischiò
per l’ennesima volta la morte. Le cause di quel incidente non sono mai state
chiarite, forse fu una prova di coraggio oppure un caso, fatto sta che fu riportato a casa tramortito. Anche questa volta si riprese, ma l’incidente gli
causò un danno permanente al braccio
sinistro. Fu soprattutto questa menomazione, in aggiunta al piede e al viso
(oltre alle voci molto diffuse all’epoca
sulla sua illegittimità), che contribuì a
dargli un senso di diversità e d’inferiorità fisica: non avrebbe più potuto incarnare l’ideale del guerriero secondo
il quale era cresciuto. Questi suoi difetti fisici sono per anni rimasti avvolti
nella leggenda, quasi un tabù.
Negli ultimi anni di vita, il leader
responsabile di purghe, deportazioni
e carestie che hanno causato milioni
di vittime, autorizzò con riluttanza la
pubblicazione di uno dei tanti libri di
memorie che lo riguardavano. Si trattava di un testo scritto dalla sorella della
seconda moglie Nadja, un’opera mol-
Con Lenin nel 1919
È morta il 22 novembre 2011
Svetlana Allilueva, l’unica figlia
N
el 2011 è morta negli Stati
Uniti, all’età di 85 anni, Svetlana Allilueva nata Svetlana Losifovna Stalina, l’unica figlia femmina di Stalin. La donna si faceva chiamare Lana Peters, per vivere nel più assoluto anonimato.
Ma chi era? L’infanzia di Svetlana
non fu felice e spensierata. Nikita Chruscev, che negli anni Trenta
frequentava la famiglia di Stalin,
dirà molti anni dopo: “I rapporti
di Svetlana con suo padre erano
complessi. Lui le voleva bene, ma
(…) manifestava la sua tenerezza come può farlo un gatto con il
topo”. A 17 anni, Svetlana s’innamorò di A. Kapler, ma fu un’unione ostacolata dal padre che fece
internare il giovane per dieci anni
nel gulag di Vorkuta in Siberia.
Ancora studentessa sposò un suo
compagno di università, G. Morozov. Da questo matrimonio nacque un figlio, Iosif (1945). Da un
secondo matrimonio, con Ju. Zhdanov (figlio dello stretto collaboratore di Stalin, Andrej Zhdanov)
nacque, invece, Ekaterina (1950).
Ma nemmeno questa unione durò.
Nel 1963 si innamorò di Brajes
Singh, un comunista indiano in
visita nell’URSS, con il quale non
si sposò a causa della burocrazia del regime. Singh morì pochi
anni dopo, nel 1966, e solo a quel
to audace, perché non curandosi dei timori diffusi osava parlare del braccio
rigido del dittatore, un difetto fisico
che lo tormentò per tutta la vita e che,
come tanti altri fatti, era ammantato di
reticenze e ambiguità. A proposito di
questi poco conosciuti aspetti sulla fisicità di Stalin, di recente è uscito un
libro dal titolo “Il giovane Stalin“ di
Simon Sebag (in Italia pubblicato da
Longanesi) che racconta nel dettaglio
i suoi diffetti fisici, sottolinendo come
questi abbiano fortemente influito e
plasmato il carattere di Stalin.
Per concludere e per sfatare un alibi senza senso, sono molti gli storici
che, per rendere più “umane“ le scelte
Svetlana e suo padre nel 1935
punto a Svetlana venne concesso un viaggio in India. Proprio in
quell’occasione venne avvicinata dall’ambasciatore americano a
New Delhi. Le venne offerta protezione, insieme all’asilo politico
negli Stati Uniti. Per gli USA si
trattò di un’operazione di propaganda irripetibile. Partì dall’India
alla volta di New York nell’aprile
del 1967. Nel 1970 sposò William
Peters. Da lui ebbe la sua terza figlia, Olga. Svetlana, diventata ormai Lana Peters, trascorse gli anni
Novanta a Bristol, in Inghilterra,
per poi finire in una casa di riposo,
il “Richland Center”, nel Wisconsin (Stati Uniti), dove visse i suoi
ultimi anni prima di morire per un
tumore al colon, il 22 novembre
2011, a 85 anni.●
fatte nel corso della vita dal dittatore,
danno la colpa del suo carattere e della sua totalitaria follia a questi diffetti e malformazioni fisiche. Certamente avranno in un piccola percentuale,
ma estremamente residua, influenzato
la psiche di Stalin, ma arrivare a dire
che sono la causa di migliaia e migliaia di morti è pura follia. Se passasse
questo concetto (per fortuna non c’è
per ora il pericolo), allora potremmo
dire, seguendo il ragionamento di quegli storici, che le paraolimpiadi tenutesi di recente a Londra non erano un
inno alla vita, un ritrovo di amanti dello sport, ma un covo di pericolosi futuri dittatori!●
Panorama 17
Società
Per la prima volta, in assoluto, uno scrittore italiano è ricorso alla magistratura
Fare informazione non è facile, m
di Marino Vocci
nizio questa mia riflessione chiedendo scusa se questa volta ho scelto di
parlare di noi, di noi giornalisti. Lo
faccio partendo da alcuni fatti che hanno interessato la recente cronaca italiana a livello nazionale, ma anche a quello anche locale ed inerenti un tema importantissimo per questa nostra società e
cioè la libertà di espressione e il diritto,
anzi i limiti di una corretta informazione
Vincenzo Ostuni della casa editrice
Ponte alle Grazie, querelato dallo scrittore-magistrato Gianrico Carofiglio.
“Un libro letterariamente inesistente, scritto con i piedi da uno scribacchino mestierante, senza un’idea, senza un’ombra di ‘responsabilità dello stile’, per dirla con Roland Barthes”. Così
Ostuni si era espresso su Facebook,
all’indomani della sconfitta allo Strega
per il libro che portava in gara, che era
Qualcosa di scritto di Emanuele Trevi, arrivato secondo, davanti a Gianrico Carofiglio, terzo (per la cronaca, ha
vinto Alessandro Piperno, Inseparabili, con Mondadori). Per questo giudizio
che qualcuno ha definito abrasivo, Carofiglio ha fatto causa, civile, anche se
non penale, ad Ostuni, chiedendo un risarcimento di 50 mila euro. Un’azione
legale che secondo il testo dell’appello
di 43 intellettuali italiani “palesa un intento intimidatorio”. Un appello dove
oltre ad esprimere solidarietà a Vincenzo Ostuni, si ricordava che le storie letterarie sono piene di stroncature anche
assai più feroci; eppure questa è in assoluto la prima volta che uno scrittore
italiano ricorre alla magistratura contro un collega per far sanzionare dalla
legge un giudizio critico sfavorevole.
Qualcuno ha ricordato ad esempio che
un tal… Luigi Pirandello fu aspramente criticato da un tal… Benedetto Croce, che della produzione dello scrittore
siciliano salvava solo Liolà e La mosca.
Nell’appello si precisava che “non è
necessario condividere il parere di Ostuni per rendersi conto che la decisione di
Carofiglio costituisce in questo senso un
precedente potenzialmente pericoloso.
Se dovesse passare il principio in base
al quale si può essere condannati per
I
18 Panorama
un’opinione - per quanto severa - sulla
produzione intellettuale di un romanziere, di un artista o di un regista, non soltanto verrebbe meno la libertà di espressione garantita dalla Costituzione, ma
si ucciderebbe all’istante la possibilità
stessa di un dibattito culturale degno di
questo nome. La decisione di Carofiglio
è grave perché, anche a prescindere dalle
possibilità di successo della causa, la sua
azione legale palesa un intento intimidatorio verso tutti coloro che si occupano
di letteratura nel nostro paese. Ed è tanto più grave che essa giunga da un magistrato e parlamentare della Repubblica”.
Negli ultimi mesi un altro caso, che
ha avuto come oggetto sempre la libertà di espressione e la diffamazione a
mezzo stampa, è stato quello del cosidetto “Caso Sallustri” Il Direttore del
quotidiano italiano “Il Giornale” condannato alla galera per un articolo apparso sul suo giornale. Qui è importante
ricordare quanto a tal proposito ha detto il ministro della Giustizia, Paola Severino, che intervenendo ad un convegno della Federazione Nazionale della
Stampa Italiana proprio sul tema della
diffamazione a mezzo stampa e al carcere per i giornalisti e cioè che la: “sanzione detentiva, in questo caso, non è
né riparativa, né risarcitoria, né rieducativa. Bisogna pensare a sanzioni di
tipo diverso, come la pena pecuniaria”.
Ma soprattutto importante, immediata e direi anche efficace in merito al
tema della diffamazione e delle querele
temerarie, è stata la reazione della Federazione Nazionale della Stampa. Che ricordando come nei mesi scorsi, condanne sono state inflitte anche a giornalisti
di altre testate - vedi “Alto Adige” e “Il
Centro” - sottolineava che: “Molti di noi
non condividono nulla di quel che dice
e scrive Sallusti, sono lontani dalla sua
concezione di giornalismo. Ma la sentenza che condanna al carcere il direttore del Giornale è il risultato sconvolgente di una norma orrenda del nostro
codice, incompatibile con le democrazie
avanzate e liberali e con i canoni delle
democrazie europee. La Fnsi si appella
ai colleghi, e particolarmente ai direttori
perché, accanto ai loro editoriali, compaiano spazi bianchi in prima pagina
come segni tangibili di protesta, dandone conto ai lettori, evidenziando la mostruosità di queste norme affinché siano
cancellate al più presto. La Fnsi continua la sua battaglia per la cancellazione immediata di una norma illiberale
che punisce con la galera le opinioni”.
Per questo il giornalismo italiano
chiede da anni una profonda modifica
della legge, che tolga di mezzo lo spettro del carcere e che freni il fenomeno
delle richieste di risarcimento di entità spropositata a scopo intimidatorio.
Al contempo, i giornalisti ribadiscono
la necessità che gli errori professionali vengano sanzionati con la necessaria durezza, a tutela dei diritti dei cittadini coinvolti nelle vicende di cronaca.
Sino ad ora ho scritto di noi che
scriviamo di noi giornalisti quasi a difendere la nostra categoria, che spesso però commette dei gravi errori. Purtroppo ne abbiamo una triste conferma
e una testimonianza concreta in molti casi in cui negli ultimi anni hanno,
dei nostri colleghi senza scrupolo e professionalità, sbattuto colpevolmente e
direi criminalmente dei mostri in prima pagina. Creando spesso dei danni
irreparabili a persone, ripeto persone,
che poi si sono dimostrate completamente estranee ai fatti denunciati, confermando purtroppo che, in alcuni casi
con la penna si può veramente uccidere.
Vorrei concludere con un altro fatto
che come padre mi ha particolarmente colpito e come giornalista profondamente ferito. Soprattutto per lo strazio e gli interrogativi suscitati a Trieste dal suicidio nel mese di settembre di una ragazza di dodici anni, con
le giuste polemiche seguite per il risalto, secondo alcuni eccessivo, dato
alla notizia dal quotidiano “Il Piccolo” (con tanto di locandina per le strade, oltre che di titoli in prima pagina).
Devo dire innanzitutto che ha fatto benissimo l’Associazione di categoria e cioè Assostampa del Friuli Venezia Giulia, ricordare a tutti i colleghi quanto suggerito dall’Oms e dalla “Carta di Trieste” in questi casi.
E così anche per farvi riflettere e soprattutto farvi capire cosa in questi casi
i giornalisti dovrebbero pensare e a qua-
Società
a contro un collega per far sanzionare dalla legge un giudizio critico sfavorevole
ma certamente non merita la galera
li orientamenti e indicazioni dovrebbero attenersi, mi sembra giusto riportavi
proprio quanto hanno scritto gli amici
giornalisti di Assostampa. Hanno innanzitutto voluto ricordare che a partire dal
1996, l’ONU e l’OMS hanno consigliato
alle nazioni di attuare programmi di prevenzione del suicidio con strategie mirate ad ampio raggio e nella lunga e articolata lista delle strategie consigliate dal
titolo “Incoraggiare un’informazione responsabile da parte dei media”. Si legge
quanto segue: “Numerosi studi e ricerche
dimostrano infatti la correlazione tra notizie riportate da Tv e giornali (ma anche
Internet) inerenti il suicidio e l’aumento
di questo fenomeno nel periodo immediatamente successivo e soprattutto tra
le persone giovani. Gli esperti ritengono che non siano le notizie sui suicidi di
per sé a colpire le persone già vulnerabili e per certi versi più ‘predisposte’, bensì alcune modalità di riportare le notizie.
La questione non è dare o non dare
la notizia di un suicidio, bensì come
darla. Il ruolo dei Mass Media nella
prevenzione del suicidio sembra essere quindi non meno determinante di altri fattori sociali, quali la famiglia, la
scuola, le strutture sanitarie e la comunità nel suo insieme. Ricerca ed esperienza sono giunte alla conclusione che
sia possibile ipotizzare un ‘giornalismo
della prevenzione’, e hanno tracciato alcune linee guida in questo senso”.
Quale tipo di informazione può aiutare:
- un’informazione che insista nel
trattare il suicidio come “l’illusione di
una soluzione definitiva” di difficoltà, se
pur complesse, comunque passeggere e
che incoraggi la ricerca di altre, fattibili
e mai estreme soluzioni;
- un’informazione “preventiva”
sul fenomeno del suicidio in generale, che esponga dati statistici, risultati di ricerche, spiegando i fattori di rischio e le modalità di affrontamento e di
prevenzione,trattando il fenomeno come
un problema di salute pubblica;
- un’informazione particolarmente
attenta, nella forma come nei contenuti,
ai sentimenti e alla condizione dei familiari e degli intimi della persona che ha
compiuto il suicidio;
- un’informazione che metta in guardia i cittadini sui fattori o segnali di rischio;
- un’informazione costante e iterata
sulle istituzioni e i servizi che possono
essere di aiuto e sostegno.
Quale tipo di informazione può danneggiare:
1. Un’informazione dell’episodio
del suicidio con: descrizioni dettagliate
del fatto; la pubblicazione di fotografie
o, nel caso della televisione, le riprese
del fatto; la pubblicazione di nome, cognome e indirizzo della persona che ha
compiuto il suicidio o di altri elementi di
identificazione, comprese le iniziali anagrafiche; la pubblicazione della notizia
in prima pagina, con tanto di locandina o come notizia in apertura di un telegiornale; la descrizione particolareggiata del luogo, del tempo, delle modalità (metodo) e dei moventi ipotizzati.
2. Un’informazione che rappresenti
il suicidio come un atto di difesa della
propria dignità da parte di chi lo compie
o addirittura come un gesto eroico o romantico.
3. Un’informazione di stampo sensazionalistico o scandalistico al fine di attirare un maggior numero possibile di lettori o di pubblico.
4. Un’informazione che descriva il
suicidio come unica soluzione possibile
per quella persona.
5. Un’informazione che insista sulla
ricerca dei “colpevoli” ovvero di coloro o di quelle circostanze che avrebbero
spinto la persona a compiere il gesto.
6. Un’informazione che esprima giudizi o analisi affrettate e non pertinenti.
I Mass Media hanno inoltre il potere di influenzare positivamente:
la comprensione del problema del
suicidio attraverso una corretta e consapevole informazione; le opinioni distorte della comunità e dei singoli rispetto al
fenomeno del suicidio (pregiudizi, miti,
credenze false e nocive); la diffusione di
modalità costruttive di risoluzione delle
difficoltà e dei momenti di crisi che potrebbero portare al suicidio;
la diffusione della conoscenza delle forme e delle fonti di aiuto: chi e che
cosa potrebbe aiutare. (Servizi di salute
mentale sul territorio, programmi pub-
blici dedicati, numeri di telefono e ogni
altra informazione del caso).
I Mass Media hanno inoltre il potere di:
- rafforzare nelle persone la sensazione di non avere via di uscita e la convinzione semplicistica e fatalistica che
- per esempio - “Trieste è una città di
suicidi”; rafforzare i sensi di colpa e di
vergogna nelle persone che si trovano a
vivere momenti di particolare difficoltà
o crisi; enfatizzare una determinata visione della vita e del mondo che può indurre le persone a rassegnarsi a un certo tipo di soluzione.
Alcune domande che il giornalista
può farsi:
- Quello che ho scritto va al di là di
quello che serve veramente? (Tutto ciò
che è inutile è dannoso).
- Sto calpestando la dignità di una
persona, che sia viva o meno?
- Se qui davanti alla scrivania ci fossero i familiari di quella persona, scriverei allo stesso modo? (Si sostiene che
nel 99% dei casi la notizia cambia e nel
100% dei casi cambia il titolo).
- Ho dimenticato qualcosa? Ho consultato gli esperti, chi potrebbe saperne
di più?
Per concludere, sempre in merito all’ultimo viaggio della ragazza
triestina, mi sembra giusto riportare a questo riguardo, la nota dal titolo “Il fatto e il silenzio”, pubblicata
nei giorno del tragico fatto sul Primorski dnevnik, il quotidiano triestino in lingua slovena, eccola: “Il quotidiano italiano di Trieste si e’ dilungato ieri sulla notizia della bambina
che non c’e’ più. Il Primorski dnevnik ha saputo del triste evento, il fotografo ha ripreso il luogo del fatto,
ma la penna si e’ fermata quando i
carabinieri hanno comunicato il desiderio della famiglia di non divulgare per rispetto la tragedia. Abbiamo rispettato il desiderio. Ci siamo
chiesti: avremmo messo a conoscenza dell’opinione pubblica (e della sua
curiosita’) una notizia analoga se ci
avesse coinvolto direttamente?La
risposta era scritta nel silenzio”
Complimenti! Un bel modo di
fare informazione e GRAZIE!●
Panorama 19
La storia oggi
Le Comunità degli Italiani in Istria e Dalmazia per le loro conferenze predilig
Le secolari vicende di una citt
di Fulvio Salimbeni
U
no dei temi storici maggiormente richiesti dalle Comunità
degli Italiani in Istria e Dalmazia per le loro conferenze è “La civiltà
veneziana”, il che si spiega con il desiderio di meglio conoscere sia la realtà
d’un mondo di cui per secoli la sponda
orientale dell’Adriatico ha fatto parte,
conservandone innumerevoli e significative testimonianze artistiche, linguistiche e storiche, sia i momenti e gli
aspetti più significativi e rilevanti della
storia di quella che uno storico francese di vaglia come Fernand Braudel ha
definito una “città mondo”, vale a dire
- al culmine della sua potenza, tra Quattro e Cinquecento - il centro principale
dell’economia e del commercio mediterranei ed europei, allorché la sua moneta, il ducato, svolgeva un ruolo analogo a quello odierno del dollaro e la
piazza veneziana era più o meno quello che oggi è Wall Street per la finanza
mondiale. La Serenissima, però, per i
contemporanei era pure il simbolo per
eccellenza delle arti e del buon governo, del che sono testimonianza indiscutibile i riconoscimenti di letterati e intellettuali quali Shakespeare e Montaigne.
Il drammaturgo elisabettiano, infatti,
nel Mercante di Venezia pone in bocca
all’ebreo Shylock l’elogio della giustizia veneziana, pronta a rendere ragione a chiunque, perfino ai giudei, allora
discriminati ovunque, mentre ne La bisbetica domata il protagonista esalta la
cultura e il sapere dominanti a Padova,
soggetta al Serenissimo Dominio, che
ospitava la più prestigiosa università
del tempo, pari alle odierne Cambridge
e Oxford - e d’entrambe queste opere vi
sono splendide trasposizioni cinematografiche, rispettivamente con Al Pacino
e con Richard Burton e Liz Taylor quali protagonisti -, né sostanzialmente diversa era la valutazione che ne dava il
filosofo francese.
Ciò era il risultato d’una vicenda
secolare, delineatasi dal V-VI secolo
in poi, allorché i fuggiaschi da Aquileia, nel 453 espugnata dagli Unni di
Attila, ripararono nella laguna veneta,
dove nell’area realtina esisteva già un
20 Panorama
La sede della Fondazione Giorgio Cini
insediamento abitativo, dando origine a una “Nova Aquileja” che, con il
tempo, ne avrebbe ereditato funzioni
e compiti, divenendo il tramite ideale
tra area adriatico-mediterranea e danubiana per un verso e tra quella padana e balcanica per un altro. Protetta
dal mare dalle incursioni barbariche e
soggetta al dominio, più formale che
reale, dell’impero bizantino, Venezia
crebbe progressivamente, acquisendo una sempre maggior autonomia da
Costantinopoli e gradualmente imponendo il proprio controllo sull’Adriatico, debellando i pirati narentani prima e fronteggiando efficacemente quelli saraceni poi - così come nel
Seicento avrebbe fatto con gli uscocchi -, instaurando rapporti commerciali sempre più intensi con l’opposta
costa adriatica, sicché nel XII secolo
essa era ormai ben più che una potenza regionale: le sue galere la collegavano con Alessandria d’Egitto, Antiochia e Costantinopoli, principali porti del Levante, mentre, più tardi, altre,
oltrepassando lo stretto di Gibilterra,
si sarebbero spinte fin nelle Fiandre e
in Inghilterra, competendo vittoriosamente con Genova, che sarebbe stata
sconfitta nella guerra di fine Trecento.
L’affermazione decisiva, peraltro, era
già avvenuta nel 1204, allorché dirottò la IV crociata su Costantinopoli, per
punire l’imperatore bizantino, che ne
aveva colpito gli interessi, non senza
aver prima fatto tappa a Zara, ribellatasi al suo dominio, sotto il quale venne riportata dalle forze crociate. Se allora il Santo Sepolcro non venne liberato, Venezia comunque dall’impresa
uscì definitivamente confermata come
una potenza di prim’ordine, che, consolidata l’egemonia marittima, a partire dal Trecento venne espandendosi
pure nel retroterra, progressivamente affermando il proprio dominio sul
Veneto, sulla Lombardia orientale e
sul Trentino meridionale, così da avere il pieno controllo dell’Adige, della
parte terminale del Po e della via che
conduceva al Brennero, porta principale ai mercati d’Alemagna. Nel secolo successivo, liquidato il dominio
temporale dei patriarchi d’Aquileia,
la Serenissima incorporò nei domini
di terraferma pure il Friuli, prendendo
il controllo delle vie di comunicazione con l’Austria meridionale. Divenuta uno dei grandi stati italiani, con
proiezioni diplomatiche e mercantili
su tutta l’Europa, la Serenissima coronò il proprio successo sul piano spirituale, trasferendo la sede patriarcale
da Grado a Venezia, e primo patriarca marciano fu san Lorenzo Giustiniani, mentre tre suoi prelati diventavano papi (Gregorio XII, Eugenio IV,
La storia oggi
gono «La civiltà veneziana»
tà-mondo
Paolo II), incrementando ulteriormente il prestigio della città natia. È da allora che inizia pure la fioritura artistica
e culturale veneziana, che irradia pure
nei “domini da mar” il proprio influsso, attestato, ad esempio, dai celebri
quadri del Carpaccio a Capodistria, oltre che in tutta la penisola e nel continente. Un’aristocrazia colta e illuminata incomincia a investire i proventi degli affari nella campagna, attuando bonifiche, migliorie e innovazioni
agrarie, e affidando ai maggiori architetti del tempo, sommo dei quali il Palladio, l’edificazione di sontuose ville,
che molto spesso diventano cenacoli
d’alta cultura, in uno dei quali il Bembo ambientò i celebri dialoghi “Asolani”, in cui affrontava la questione della lingua, dando il primato al fiorentino delle tre “corone” (Dante, Petrarca,
Boccaccio) rispetto al veneziano, che
pure al principiare del Cinquecento,
dato il prestigio acquisito, pareva poter diventare l’idioma nazionale.
Bloccate le sue velleità espansionistiche italiane nelle guerre d’inizio Cinquecento e impegnata a fondo
nel contenere l’espansione ottomana
nell’Egeo, una volta caduta Costantinopoli (1453), la Dominante rimase ad
ogni modo almeno ancora per più d’un
secolo un fattore determinante della
politica europea, imponendosi, però,
come indiscusso epicentro culturale
internazionale. Il XVI secolo, infatti, vede attivi a Venezia e nel dominio
pittori quali Veronese, Tintoretto e Tiziano, impegnati ad affrescare chiese,
palazzi e ville o a ritrarre i grandi del
tempo, nei luoghi di culto risuonando le musiche dei Gabrielli, mentre
nel campo della politica si distinguono pensatori d’alta caratura come Paolo Paruta e il consultore in jure fra Paolo Sarpi, protagonista della vicenda
dell’Interdetto (1605-1607), allorché
la Repubblica sfida papa Paolo VI per
rivendicare e difendere la propria primazia nel temporale di fronte alle interferenze del potere spirituale. A questo riguardo si tenga presente la politica di tolleranza dal senato veneziano
sempre adottata, sia pure per ragioni
di convenienza, nei riguardi dei mer-
I canali e le chiese di Venezia: un patrimonio noto a livello mondiale
canti stranieri professanti altre confessioni cristiane e degli stessi ebrei, pur
confinati nel ghetto, donde il già ricordato elogio di Shylock. L’ateneo patavino, inoltre, poteva vantare i più bei
nomi della cultura umanistica, letteraria e scientifica, del tempo, tra i quali, nel Seicento, lo stesso Galileo Galilei, che durante il soggiorno ivi mise
a punto il cannocchiale e sviluppò le
proprie ricerche astronomiche, senza
scordare, nel Quattrocento, il pedagogista capodistriano Pier Paolo Vergerio il Vecchio, cui, tre secoli dopo,
sarebbe seguito il concittadino Gian
Rinaldo Carli, che per qualche anno
avrebbe tenuto una cattedra di nautica.
Tutto ciò spiega l’attrazione e il fascino che Venezia, anche una volta perso il potere politico e il primato economico, continuò a esercitare sino alla
fine in ambito internazionale, poiché
nessun giovane colto poteva ritenere
completa la propria educazione finché
non avesse soggiornato almeno per
qualche tempo nella capitale marciana. E anche nel Settecento, tramontata definitivamente la potenza marinara
e militare dopo la gloria di Lepanto, la
ventennale resistenza di Creta agli assalti ottomani e le vittorie del Morosini nel Peloponneso nella guerra di fine
Seicento con l’eterno nemico mussulmano, il primato della civiltà veneziana rimase indiscusso, semmai consolidato dalla presenza di Antonio Vivaldi
per la musica, di Carlo Goldoni per il
teatro, di Gian Battista Tiepolo - che
avrebbe operato pure nelle maggiori
corti europee - per la pittura, libretti-
sta di Mozart essendo il veneto Lorenzo da Ponte.
Allorché con il trattato di Campoformido tra Napoleone e l’Austria
(1797) ebbe termine la millenaria
storia della Serenissima Repubblica,
ebbe inizio il mito di Venezia e rimase inalterato, anzi s’accrebbe, il suo richiamo sul piano artistico e culturale,
come attesta il passaggio e il soggiorno in essa di alcuni dei più bei nomi
della cultura europea (Byron, Ruskin,
Wagner), mentre tra Otto e Novecento
sarebbero stati D’Annunzio e il Thomas Mann di Morte a Venezia a rinverdirne il fascino e la leggenda. Nel
XX secolo poi l’avvio delle Biennali
d’arte, l’elaborazione in chiave nazionalista della storia veneziana per giustificare l’imperialismo italiano verso
i Balcani, le intraprese economiche di
Giuseppe Volpi, cui si deve pure l’ideazione della zona industriale di Porto
Marghera per il rilancio della propria
città, la geniale intuizione della Mostra
del Cinema, inaugurata nel 1932, prima nel suo genere a livello mondiale,
ne rilanciarono l’immagine, Dopo il
secondo conflitto mondiale la Fondazione Giorgio Cini con i suoi convegni, mostre e collane editoriali avrebbe posto solide basi scientifiche alla ricostruzione della civiltà veneziana in
tutti i suoi aspetti, momenti e componenti, dando nuova vita e sostanza a
una storia millenaria, di cui per secoli
Istria e Dalmazia sono state parte integrante, moltissimo ricevendo, ma anche molto dando con i propri uomini
di cultura.●
Panorama 21
Psicologia
L’atteggiamento che il singolo individuo professa o re
La religione, una caratteristica
di Denis Stefan
P
er quanto non ci sia un accordo tra gli autori che si occupano
delle religioni e della religiosità dall’aspetto scientifico, è difficile
escluderne un discorso che tenti di
spiegare il motivo per il quale questa forma del “credere in” sia nata
probabilmente con la comparsa della
specie umana, visto che, sia oggi che
nel passato, nessun popolo pare essere privo di credenze in entità soprannaturali ed immateriali, dotate di raziocinio, intelligenza, volontà, emozioni e motivazione e capaci di esercitare la propria influenza sul mondo
materiale e sugli esseri umani stessi.
Vediamo come potrebbe essere andata dal punto di vista evoluzionista. Le
teorie evoluzioniste ci dicono che una
data funzione mentale e dati comportamenti si mantengono qualora abbiano una loro valenza evolutiva, ovvero servono ad un miglior adattamento all’ambiente ed aumentano le
probabilità di sopravvivenza. Può essere così anche con le credenze nel
soprannaturale?
La credenze
non avrebbero
dovuto mai nascere
Va ricordato che gli esseri umani “spendono” tantissimo tempo e
mezzi nelle loro pratiche religiose,
che richiedono sacrifici materiali e
spirituali e visto che la natura impone il risparmio di energie e di mezzi,
si potrebbe pensare che tendenzialmente tali pratiche rappresentino uno
“spreco inutile”, per cui le credenze
religiose non avrebbero dovuto neanche mai nascere, o comunque essere eliminate dalla selezione naturale.
Per capire queste affermazioni basta
pensare ai lussuosi templi delle varie
religioni ed ai riti che richiedono il
digiuno in certi giorni o l’astensione
permanente da certe bevande o cibi
interdetti da varie religioni.
Così evidentemente non è stato, ed allora perché gli esseri umani hanno instaurato una tale forma di
22 Panorama
credenze che richiedono un grande
dispendio di energie? Per spiegarlo
sono sufficienti le ipotesi funzionaliste, che darebbero alla religione una
primaria funzione di aggregazione
sociale, tendente a mantenere le coesione di gruppo e l’ordine morale?
Vanno meglio forse le ipotesi psicologiche che trovano nella religiosità
una serie di benefici individuali? È
probabile che tutto ciò abbia concorso nel mantenimento della religiosità, ma non ne spiega la nascita ed il
mantenimento. Gli evidenti benefici della religione possono presentare anche un’altra faccia, diametralmente opposta alla prima: generare
stress e sofferenza, creare conflitti,
rovinarci la vita, e lascio al lettore di
immaginarsi simili situazioni!
Spiegazioni
in termini darwiniani
Essendo a quanto pare la religiosità una caratteristica universale della specie umana, per un evoluzionista essa richiederebbe una spiegazione in termini di darwiniani. Se ne
possono trovare alcune, una di queste pare essere piuttosto ben accettata da un buon numero di biologi e
di psicologi evoluzionisti. Essa vede
nella religione qualcosa che può non
rappresentare direttamente un vantaggio evolutivo, ma un sottoprodotto di qualcos’altro che lo ha, o lo ha
avuto. Vediamo come potrebbe essere andata.
Gli esseri umani, in misura molto
maggiore di qualunque altra specie,
sopravvivono grazie all’esperienza
accumulata dalle generazioni precedenti che viene trasmessa ai figli per
via verbale. Affinché i figli accettino la trasmissione di queste conoscenze ci vuole un qualche “istinto”
che li renda accomodanti e ricettivi,
chiamato da alcuni “istinto di obbedienza”. Esso porta i bambini, e
spesso anche noi adulti, che tendenziamente siamo “mentalmente pigri”, poco propensi ad analisi approfondite di ciò che ci viene detto, ma
piuttosto tendenti a credere, ad obbedire agli adulti. Tale istinto però
non permette di discernere i consigli
utili da quelli che invece creano una
sorta di “effetto placebo”, accettati
anche questi senza discutere. Si suppone allora che le credenze religiose siano poi sottoposte ad una serie
di cambiamenti casuali e a loro volta
selezionate da culture locali, per cui
Psicologia
espinge è costellato anche da diversi fattori inconsci
universale della specie umana
in luoghi diversi sono nate e si sono
instaurate credenze religiose piuttosto diverse tra loro.
Avevo già soltanto sfiorato alcune delle ipotesi che tentano di spiegare la nascita delle credenze religiose, in base a delle osservazioni sul comportamento umano dalle
quali trasparirebbe una innata tendenza ad essere “dualisti” ovvero di
essere convinti di avere una mente e
convinti che ce l’abbiano anche gli
altri, che comanda il corpo, ma ne è
al contempo separata e che obbedirebbe a delle leggi diverse da quelle “della natura”. Queste convinzioni derivano da dei processi cognitivi
di tipo “intuitivo” che ci sono stati
“dati” dall’evoluzione ed avrebbero dunque anche queste uno scopo
“adattivo” per la specie. Per instaurare queste credenze quindi non sarebbe necessaria una riflessione di
tipo “razionale”, ma comunque ci
vuole necessariamente la presenza di una forma di coscienza, detta autocoscienza, tipica degli esseri
umani e vista da tanti filosofi come
i fondamento di qualunque forma di
conoscenza ulteriore e che consiste
nella consapevolezza dei propri stati e processi che chiamiamo psichici
come gli stati emozionali, le intenzioni, le finalità delle nostre azioni e
quant’altro.
Thomas Lawson. Professore di
religioni comparate alla Western Michigan University sostiene che (cit.):
”La religione è un fenomeno così
diffuso perché la nostra mente è particolarmente attratta da idee intuitive, che tendono a trasmettersi di generazione in generazione molto più
di quanto avvenga con concetti che
richiedono una riflessione approfondita”.
La tendenza al dualismo
Allora l’innata tendenza al dualismo ci renderebbe particolarmente predisposti a creare delle credenze nel soprannaturale, per cui ci possono benissimo esistere degli esseri
immateriali (spiriti puri) che riescono ad agire sulla materia e dotati
di intenzionalità. Essendo la mente
umana in un certo senso programmata a ragionare in maniera intenzionale, poiché si fa prima a prevedere il comportamento di qualcuno o
qualcosa se lo riteniamo dotato di intenzioni, che non a ragionare in termini di cause fisiche o fisiologiche.
Ad esempio se ci troviamo davanti
un lupo, non ci mettiamo a ragionare sulla sua fisiologia che lo porta ad
aggredirci quali prede, ma crediamo
piuttosto che “abbia l’intenzione” di
aggredirci, ed è una buona scorciatoia per reagire in modo adeguato.
Tendiamo inoltre a cercare sempre
cause e scopi (teleologia), ed allora
risulta piuttosto scontato che tendiamo “naturalmente” ad essere “teisti”
e cercare le cause degli avvenimenti nelle intenzioni di qualcuno che se
non c’è nel mondo fisico, allora c’è
nel soprannaturale.
Il filosofo americano Daniel Denett parla di sistemi intenzionali di
ordine via via superiore, e le religioni monoteiste troverebbero nell’unico Dio il sistema intenzionale di ordine più elevato. Un altro meccanismo psicologico che sarebbe coinvolto nella nascita delle religioni
consisterebbe nella tendenza ad innamorarci e formare dei legami affettivi stabili e duraturi, evolutivamente utile allo scopo di dividersi le
fatiche dell’allevare la prole.
La religione potrebbe essere un
prodotto indiretto dei meccanismi
cerebrali che consentono l’innamoramento avendo la fede religiosa alcune caratteristiche che ricordano
l’innamoramento, riscontrabili addirittura a livello di attività cerebrale. Inoltre un fattore di natura psicologica che favorirebbe le credenze
nel soprannaturale sarebbe la consapevolezza di dover morire nel fisico e la difficoltà di accettare che con
il nostro fisico se ne va anche la nostra “persona”, intesa come tutto ciò
di cui ci sentiamo “fatti” (pensieri,
emozioni, ecc.) che esula dal mondo
fisico. Abbiamo fin qui visto una serie di possibili spiegazioni sulla nascita delle credenze religiose, sono
piuttosto plausibili e probabilmente
un po’ tutte riescono a dare un’idea
sufficientemente completa di come
siano potute nascere e svilupparsi delle credenze religiose, che poi
nel corso della storia dell’umanità si
sono evolute in maniere diverse.
Ma come in parecchi altri casi, le
spiegazioni di tipo evoluzionista risultano attraenti quando si spiegano
comportamenti e tendenze a livello
di specie, diventano carenti quando
si vogliono spiegare a livello dell’individuo. Ci potremmo chiedere
“come mai che seppur oggi siano venute a cadere diverse possibili motivazioni della religiosità, essa, anche
in forme nuove e diverse da quelle
tradizionali, rimane tuttavia una costante? Le tendenze innate alla mente sono sufficienti a spiegarlo? Tutto sommato, negli individui possono benissimo coesistere dei sistemi
cognitivi paralleli, uno razionale,
ed uno più spicciolo e meno razionale, per spiegare la realtà, ma è anche possibile che gli individui non si
accontentino delle spiegazioni offerte dall’indagine razionale del mondo
e che a torto, o a ragione, continuino a porsi delle domande teleologiche alle quali la religione può offrire
delle risposte.
Non starò a divagare sugli evidenti paradossi che si accompagnano ad
una visione religiosa del mondo, né
tanto meno dei paradossi etici che
la religione comporta, ma senz’altro
non starò neppure a esaltare delle visioni ideologiche ateistiche secondo
le quali i credenti sono persone ignoranti, retrograde e antisociali e che
trovano nella religione soltanto uno
dei modi di assoggettare le persone,
non escludendo ovviamente che la religione contenga anche marcatamente questo aspetto e che in passato,
come ora, se ne faccia abuso sfruttando la buona fede dei credenti. Ecco
infine qualche consiglio per le letture: R. Dawkins, L’illusione di Dio
(Mondadori), D.C. Dennett, Rompere
l’incantesimo (Cortin), P. Odifreddi,
Perché non possiamo essere cristiani
(Longanesi). ● (3 - fine)
Panorama 23
Cinema e dintorni
Nella sua ultima pellicola Reality, Matteo Garrone autore di «Gomor
Un film per uscire dal grigiore de
di Gianfranco Sodomaco
l regista Matteo Garrone, dopo
“L’imbalsamatore” (2002) e “Primo amore” (2004), ma soprattutto dopo “Gomorra” (2008), Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes, si è imposto come uno dei grandi
del cinema italiano. Difficile definire
il suo stile, anche perché l’uomo ha
bisogno di confrontarsi, con linguaggi diversi, con tematiche sociali nazionali diversificate. Nel suo ultimo
film, Reality, ad esempio, il fenomeno da cui parte è quello del “Grande Fratello”, la trasmissione televisiva che, in modo ingannevole, finge di
raccontare, riprendere, la vita quotidiana di persone fino a quel momento anonime e desiderose, in realtà, di
mettersi in mostra, di apparire sui teleschermi, di diventare, in qualche
modo, dei divi. Questa storia del desiderio compulsivo di “andare in televisione”, fortunatamente, è andata
un po’ in crisi con l’inevitabile “decadenza” del mezzo televisivo dopo
la diffusione delle nuove forme di comunicazione informatica (su cui, in
questa sede, non diciamo nulla); e infatti il bello, l’originalità di “Reality” è proprio quella, spiazzando giustamente lo spettatore, di andare ben
oltre e di toccare un problema ben
più importante, che ci riguarda tutti:
quello di voler realizzare un sogno,
quello di voler cambiare vita, quello di uscire dal grigiore della vita di
ogni giorno... fino alle estreme conseguenze. Sicché Garrone, al di là delle
apparenze, lavora su due piani, quello
esteriore della vicenda della famiglia
del pescivendolo, e piccolo truffatore,
Luciano, della sua famiglia (peraltro,
tratta da una storia realmente accaduta) e di tutto l’ambiente napoletano
(folkloristico è dir poco) che lo circonda: e quello interiore (non facilmente decifrabile all’inizio) del protagonista che, mano a mano la storia
procede (anzi, non procede), entra in
un “suo mondo” fino a...
Tutto parte dal desiderio (è già
un inizio assai significativo) della più piccola delle figlie di Luciano
I
24 Panorama
Cinema e dintorni
rra» parte dal fenomeno del Grande Fratello
ella vita di ogni giorno
che vuole che il padre partecipi ad un
provino locale della ormai tristemente famosa trasmissione televisiva. Il
padre, senza particolare convinzione,
tramite la raccomandazione di un concittadino che ha sfondato nell’universo del reality, asseconda la bambina e
supera la prima selezione. Immediata
la reazione della gente, del “popolo”,
del quartiere dove abita, della piazza dove vende il suo pesce e tutti lo
conoscono, del parentado (una rassegna di piccoli personaggi tipicissimi
di quello che una volta chiamavamo
sottoproletariato urbano, immaginarsi in una città come Napoli che Garrone conosce “alla perfezione”): Luciano e la sua famiglia diventano subito degli “eroi”, dei miti baciati dalla
fortuna con cui, fatalmente, la massa
si identifica. Ma siamo solo agli inizi.
Luciano è chiamato al livello successivo di selezione, a Roma, a Cinecittà.
E qui si convince di aver fatto colpo.
Ma la chiamata definitiva non arriverà (come presumibile) mai e Luciano,
in attesa che parta la nuova edizione
del programma, inizia lentamente “a
dare di testa”, a farne una malattia:
vende la pescheria (perché crede di
aver conquistato tutto e quindi di poter condividere tutto con tutti!), rompe con la moglie (che, almeno lei, è
rimasta con i piedi per terra), passa
le giornate davanti alla televisione e,
convinto già da subito di essere sottoposto a costante vigilanza da parte di
una misteriosa entità televisiva, sente la necessità di redimersi dai propri
peccati (chi non ne ha) regalando ai
“poveri” del quartiere mezzo arredamento di casa.
Siamo dalle parti del finale, durante il quale, sottrattosi al rituale del pellegrinaggio romano che la moglie l’ha
convinto a seguire nella speranza di fargli ritrovare la pace, Luciano si intrufola nella Casa del “Grande Fratello”
televisivo (nella fattispecie sarebbero
gli studios del canale Italia 1, gruppo
berlusconiano Mediaset) e, convinto
di essere arrivato al traguardo, di aver
vinto la gara, si mette a ridere non si
sa quanto istericamente quanto pacificamente, comunque totalmente alie-
nato mentre la macchina da presa lo
riprende dall’alto, sempre più dall’alto finché diventa una specie di stella
nell’immenso buio della notte.
Ripeto, mica semplice la lettura
del film che, con l’”aiuto” di Nanni
Moretti, presidente della Giuria del
Festival di Cannes 2012, per la seconda volta ha vinto il premio della Giuria. Perché difficile? Perché
il mondo che descrive Garrone è un
mondo ambiguo, che spesso fa ridere per i personaggi scelti, per le loro
facce, le loro battute, ecc., ma, nello stesso tempo, ci vuole poco per
accorgerti che stai ridendo amaro,
che dietro a quella superficie anche
piacevole, familiare, v’è una povertà culturale e morale da far paura e meno Garrone non insiste, non
vuol cadere nella banale commedia
all’italiana nel migliore dei casi di
denuncia, più questa povertà emerge: un lavoro geniale e sottilissimo
di ricreazione degli ambienti, di direzione degli attori. Primo fra tutti il
protagonista, Luciano, interpretato,
pensate un po’, da Aniello Arena, un
detenuto condannato da anni per reati di camorra e che da anni partecipa alle attività teatrali della Compagnia della Fortezza di Volterra e diretta da un grande del teatro italiano,
Armando Punzo. Ebbene, non c’è
dubbio che Garrone sfrutta al massimo le particolari capacità teatrali
di Aniello e che Aniello, alla prima
sua esperienza cinematografica, ha
messo tutto se stesso in questo personaggio, non ultima la sua “separatezza” dalla normalità sociale, il suo
vivere rinchiuso in una cella, che in
qualche modo è un suo mondo. Non
sono cose da poco e allora..., allora torna alla memoria (ne abbiamo
parlato poco tempo fa) l’esperienza
che hanno fatto i fratelli Taviani con
i carcerati del carcere romano di Rebibbia portando sullo schermo “Cesare deve morire”, film che ha vinto,
e non è poco, l’Orso d’Oro al Festival di Berlino e che parteciperà agli
Oscar come miglior film straniero.
C’è un filo rosso che lega questi fatti ed è, a mio modo di vede-
re, la superlativa esperienza del neorealismo italiano classico (anni ‘40
e ‘50), che oggi, ovviamente, si aggiorna e si modifica ma che trova
sempre questo bisogno di rimanere
attaccato alla realtà fisica e sociale di una nazione, di una tradizione
storica, di un paese diverso e diversificato, per molti aspetti, ieri come
oggi, disgraziato ma sempre ricco di
storie, facce, costumi, abitudini, dialetti, psicologie, caricature, ecc.
Giunti a questo punto, giusto riportare alcune frasi di Garrone, tratte da un’intervista rilasciata a “la
Repubblica” (19 maggio 2012) in
occasione della presentazione del
film a Cannes: “Volevo un racconto
senza pretese, per ritrovare il piacere di divertirmi, di non angosciarmi,
di non obbligare confronti con ‘Gomorra’. Senza messaggi, politica,
sociologia, una specie di fiaba contemporanea... ‘Reality’ è la storia
vera di un pescivendolo. Che come
spinto da un contagio, da un virus,
da un intero quartiere, ha perso la
testa nel sogno di poter partecipare a quel luogo di magie che possono cambiare la vita che è il ‘Grande
Fratello’... Aniello Arena è un grandissimo attore, entrato in galera a
19 anni con l’ergastolo... Adesso ha
43 anni, è stato tra l’altro protagonista del ‘Marat-Sade’ di Weiss e di
‘I pescecani’ tratti da Brecht. Ma è
stato anche un meraviglioso Pinocchio. Anche nel film, con quella faccia napoletana, tra De Niro e Totò, è
una specie di Pinocchio che non trova fortuna”.●
Panorama 25
Arte
Grazie alle Giornate della lingua e cultura italiana svoltesi nel cap
Un ottobre fiumano da favola per
di Erna Toncinich
n ottobre fiumano da favola
per l’arte e la cultura, un’abbuffata di mostre. Mostre “ad
ogni pie’ sospinto”. C’è stata la personale di Ottavio Missoni, quella di
Ugo Maffi e del Design italiano, allestite in due spazi espositivi della città,
e poi conferenze di illustri personaggi
dell’arte, della cultura e della scienza
italiana: Vittorio Sgarbi, Margherita
Hack, Guido Baldassarri, Sabino Matarrese, la scrittrice Bossi Fedigrotti.
Questi i protagonisti delle Giornate
della lingua e della cultura italiana
(9 - 22 X), iniziativa promossa dal Ministero degli Affari Esteri italiano, dal
Consolato Generale d’Italia a Fiume
congiuntamente all’Unione Italiana,
all’Università degli Studi di Fiume e
dalla Comunità degli Italiani, e ancora altri e numerosi gli artisti da conoscere sia al Museo di Arte Moderna e
Contemporanea che nella piccola galleria Klović e al Museo Civico dove
espongono ben centocinquanta fotografi, tutti attivi a Fiume.
U
Ottavio Missoni,
«il genio del colore»
A definire così Missoni artista è
stato Balthus, uno dei grandi della
pittura contemporanea. Se, infatti, la
Vittorio Sgarbi al cimitero di Cosala ha ammirato alcuni capolavori d’arte delle vecchie tombe
forma linguistica di Missoni si basa
su un’armoniosa disciplina di solide, incisive strutture formali abbinate ad una indubbia chiarezza compositiva, ciò che emerge nelle sue creazioni sempre manifestamente in primo piano è la dimensione coloristica,
il colore, scandito, ritmato, misurato.
Chi non ha ben presenti le creazioni di Ottavio Missoni
26 Panorama
Sapientemente accostato, il colore è
protagonista sovrano, l’essenza della
sua creatività. Dopo Maribor - capitale della Cultura europea 2012 -, Capodistria, Pola e Dubrovnik-Ragusa,
la personale dell’artista, stilista, designer ed ex atleta olimpionico, è approdata a Fiume, alla galleria Kortil.
Gran serata, quella del 9 ottobre scorso, un pubblico quanto mai numeroso è intervenuto alla vernice, curioso
di conoscere il personaggio già tante
volte visto in televisione e ovviamente conoscere l’artista, le sue opere.
Artista e opere raccontate anche da
una pluralità di momenti, da proiezioni video, da installazioni, da bambole viventi e bambole flessibili, ecc.
Personalità artistica dotata di innegabile ricchezza inventiva, impegnata
in una lunga, appassionante opera di
ricerca, di sperimentazioni, Ottavio
Missoni si è guadagnato concordi giudizi molto positivi da parte dei maggiori critici d’arte italiani e stranieri.
Ugo Maffi,
16 quadri per la Croazia
Pittore, grafico, ceramista, orafo
scultore. Anche poeta. Ed altro ancora. Ugo Maffi viene da Lodi, ama
la Croazia, l’ Istria in modo particolare, risiede spesso a Torre-Abriga;
nella prima delle due località ha dipinto un murale in uno dei vani della
rinnovata sede della Comunità degli
Italiani. Questo ex allievo di Oskar
Kokoschka che svaria, con esiti
più che lodevoli, tra tante tecniche
espressive, sempre nell’ambito delle
Giornate della lingua e della cultura
italiana, alla galleria Kortil si è fatto conoscere come pittore-autore di
dodici dei sedici quadri uniti sotto il
titolo Sedici quadri per la Croazia.
In questi dipinti, più espressione che
riproduzione (il critico d’arte croato Tonko Maroević ha definito Maffi pittore neoespressionista), l’artista
lodigiano semplifica e aggrega elementi naturali, li immette in un contesto di ampie zonature, di linee ondulate e di verdi e azzurri illuminati
da roboanti gialli.
Arte
poluogo quarnerino
la creatività
Le inesauste opportunità
offerte dal design
L’utilità è una delle principali fonti della bellezza... Lo ha detto, più di
due secoli or sono Adam Smith. Disegno Italia, terza mostra organizzata
nell’ambito delle Giornate della lingua
e della cultura italiana, curata dall’architetto Lucia Krasovec Lucas e divisa
tra due spazi espositivi, il Piccolo Salone in Corso e la Galleria Garbas in
Cittavecchia, conferma le parole appena citate. Preceduta dalla conferenza Il cerchione e il battistrada tenuta nell’aula consiliare del Municipio
dall’architetto Marco Marzini, “Disegno Italia” ha proposto lavori di giovani designer che hanno progettato oggetti di uso quotidiano con materiali nuovi, creazioni che soddisfano dal punto
di vista estetico e funzionale e atte ad
una produzione meccanica, industriale.
Vittorio Sgarbi,
chi non lo conosce?
Per ragioni indipendenti dalla
mia volontà non ho potuto assistere
all’esposizione che il noto storico e
critico d’arte e notissimo personaggio
televisivo ha tenuto nell’Aula Consiliare del Municipio fiumano.Piena carica, per l’occasione, come una
melograna. In compenso già il giorno dopo il seguitissimo evento Sgarbi
ho acquistato (libreria Edit in Corso,
centodieci kune, 12 euro) e mi sono
I “Sedici quadri per la Croazia” di Ugo Maffi
letta il suo ultimo libro, L’ arte è contemporanea - Ovvero l’arte di vedere l’arte, che è stato poi il tema della sua esposizione. Del suo intervento
in Sala Consiliare non posso pronunciarmi, non essendo stata presente,
del libro però sì.
Si lamenta, Sgarbi, già nelle prime
pagine, di essere “perseguitato dalla
leggenda nefasta e maligna di essere
persona che non ama l’arte contemporanea”. E risponde il saggio Sgarbi:
“In realtà non amo quello che non mi
sembra degno di essere né contemporaneo né antico: le ‘croste’ ci sono fra
gli artisti del nostro tempo come fra
gli artisti del passato. L’arte contemporanea, d’altronde, è abbastanza facile da riconoscere proprio perché è
un avvenimento del nuovo, ossia un
nuovo modo di vedere la realtà...”. E
spiega lo studioso che il suo primo
incontro con l’arte contemporanea
avvenne in casa di un compagno di
scuola, dinanzi ad un quadro di Neri
Pozza, “...ebbi il primo sussulto di chi
avverte di essere di fronte a qualco-
Grande l’interesse di pubblico per tutte le esposizioni
sa che si chiama ‘arte’”. In poco più
di cento paginette, con un linguaggio
accessibile a chiunque, Sgarbi sciorina esempi, fa paragoni, presenta personaggi del mondo della critica d’arte, parla del tramonto dell’arte chiamando in causa due personaggi, un
filosofo, Hegel, e il noto storico e critico d’arte Carlo Giulio Argan secondo i quali “l’arte è morta”. Che sia
proprio così, Sgarbi non ne è proprio
sicuro, “vero è che il suo stato sia disperante”.
Un interessante dialogo tra l’ultranovantenne teorico dell’arte e
pittore triestino Gillo Dorfles sulla contemporaneità dell’arte si conclude con domande “insolite” da
parte di Sgarbi, domande su alcune
pittrici del passato.“Come era Leonor Fini?...”. “...Era una bellissima ragazza, ma poi è invecchiata...”
è la risposta di Dorfles. “E Felicita
Frai?”. “... da giovane era straordinaria, ma poi è invecchiata..., è arrivata a cent’anni... Non solo, ma invecchiando è incattivita”.●
La mostra sul design italiano al Piccolo salone
Panorama 27
Reportage
Da otto anni Vrbovsko dedica un fine settimana a questo importante ortaggio
Ottobre: il tempo delle... zucche
testo e foto di Ardea Velikonja
O
ttobre è il mese in cui maturano i frutti che serviranno
per tutto l’inverno. Noi parliamo delle zucche, quelle belle grandi di colore arancione che si raccolgono in autunno, si lasciano al sole a
completare la maturazione e si conservano fresche, disposte su tavole di
legno. Nel Gorski kotar, il “polmone
del Quarnero” come viene definito, il
clima è ideale per la crescita di questo frutto fiabesco autunnale (non c’è
bambino o persona che non lo associ
Belle, arancioni e succose sono andate a ruba
Tatjana Kušić, direttrice dell’Ente
turistico di Vrbovsko
alla carrozza di Cenerentola) che alcuni decenni fa non veniva neppure
“guardato”. Anche d’estate di primo
mattino c’è la rugiada che “bagna”
quanto basta questa pianta che altro
non chiede che acqua. Finalmente le
sue proprietà nutritive sono state valorizzate con l’organizzazione a Vrbovsko della Festa delle zucche, manifestazione che si è talmente allargata in un decennio da diventare pure
una specie di fiera delle colture biologiche di questo territorio. Cominciata timidamente presso il canyon del
Kamačnik, la “Bundevijada” come
viene chiamata in Gorski kotar, è di-
28 Panorama
ventata l’appuntamento più importante della fine del mese di ottobre
nel Gorski kotar. Migliaia di persone
provenienti sì dal Quarnero ma anche
dall’Istria e dall’interno della Croazia, per due giorni visitano quella che
è l’unica fiera della zucca della regione. Spettacoli fokloristici, di bambini
e tanta musica fanno da cornice alla
manifestazione che quest’anno, visto il grande interesse degli espositori, è stata tenuta nella locale Palestra.
Ben settanta le fattorie a conduzione familiare che si occupano esclusivamente di agricoltura biologica provenienti da tutta la Croazia che han-
no voluto presentare i propri prodotti.
Sugli stand c’era veramente di tutto,
dalla grappa al basilico ai salami e
prosciutti di selvaggina. Lo Zagorje
croato, per esempio, si è presentato con i prodotti per cui è conosciuto
il territorio: le verdure sott’aceto che
non hanno rivali in tutto il paese.
Ma quello che fa sperare bene per
il Gorski kotar, una regione ricca di
flora e fauna ma che non è ancora riuscita a mettersi al passo con il turismo in Croazia, è la crescita delle
fattorie a conduzioni familiare. Tra
questi abbiamo scelto uno stand con
i lamponi, frutto del bosco di cui po-
Le donne della Senjsko hanno preparato ben dieci tipi di dolci
Il fiabesco frutto
autunnale
Panorama 29
La fiera dei prodotti biolo
30 Panorama
ogici
Panorama 31
Leccornie
alla zucca
32 Panorama
Reportage
che persone sanno che si può coltivare. Rafael Brajdić di Brod Moravice,
il paese con meno anime in questa
regione, ci ha spiegato il perché di
questo suo “lavoro”: “Sono andato
in pensione molto presto e avendo la
vecchia casa dei genitori a Brod Moravice sono tornato qua. Non avevo
cosa da fare e visto il terreno mi son
detto ma perché non provo a coltivare lamponi che qui in Gorski kotar crescono ovunque: l’acqua c’è,
l’aria è pulita, non c’è inquinamento
e allora dovrebbe venir fuori un prodotto altamente biologico. Ho piantato 200 piantine e ci sono riuscito.
Annualmente riesco a raccogliere
dai 230 ai 250 chili di lamponi: alcuni li vendo così freschi, gli altri li
confeziona mia moglie e ne fa succo, che va a ruba, marmellate e grappa. E posso dirvi che non c’è persona che passa per Brod Moravice, anche se sono pochi, che non viene ad
acquistare da noi qualcosa”.
E come Rafael Brajdić ce ne
sono tanti altri in questa verde regione. C’è addirittura chi si occupa
di lavanda, nonostante il clima freddo. E tutti hanno solo bisogno di una
leggera spinta per farsi strada. Quindi la “Bundevijada” è anche un mezzo per promuovere i prodotti biologici del Gorski kotar. Ma questa è
anche una festa delle massaie, delle
varie associazioni di donne che con
le loro mani fanno i più svariati dolci
con questo ortaggio. All’edizione di
quest’anno le più laboriose sono state le massaie dell’Associazione donne di Senjsko che si sono date veramente da fare nel loro stand allestito come “la stanza della nonna” con
tutte le suppellettili con davanti un bancone di dieci specie di dolci che
sono andati letteralmente a ruba.
Come ogni anno nel corso della “Bundevijada” sono state premiate la più grande e la più piccola zucca presenti alla manifestazione. La grande siccità di quest’estate
non ha permesso alla maggior parte dei coltivatori di raggiungere misure da record cosicché quest’anno la più grande è stata quella proprio dell’associazione delle donne
“Senjsko” che pesava ben 42 chili. La più piccola è risultata essere
quella raccolta dai bimbi dell’asilo
di Vrbovsko che aveva appena 200
grammi.●
L’idea è venuta dalla Macedonia
N
on ci crederete ma l’idea della Festa della zucca ha origini macedone. Si perché l’ideatore
è Gamni Ramadani, nato in Macedonia e trasferitosi con i genitori nei dintorni di Vrbovsko nel
1971. Da piccolo nel suo paese
natale giocava con le zucche, ortaggio che dato il clima della zona
che è molto secco riusciva male.
Suo padre, per le necessità del bestiame che aveva, piantò le prime zucche che grazie alla rugiada mattutina del Gorski kotar riuscivano benissimo. Poi per anni
la coltura di questa piante venne
lasciata lì, da parte. “Nel Duemila circa io ho ripreso a coltivare la
zucca dato che intorno alla casa
ho tanto terreno. Ho pensato quindi come usarla in modo commerciale dopo aver visto mia moglie
che faceva brodi, succhi, marmellate, confetture varie e tantissimi
dolci. Oggi produco 10 tonnellate di questo ortaggio che è sanissimo, è un cibo dietetico, ha più
carotene che non le carote e può
venir mangiato da tutte le generazioni. Qui devo dire subito che la
produzione è altamente ecologica:
niente conservanti o disserbanti
dato che la zucca è una pianta che
difficilmente viene attaccata dagli
insetti. Non necessita di particolari cure, basta che abbia sempre
acqua a sufficienza. Quello che è
importante è la concimazione e
qui sono severissimo: solo concime naturale. Mi spiego io produco come detto 10 tonnellate di
zucche: il 30 per cento lo scambio
per il concime con gli allevatori
della zona di cavalli e mucche. Il
30 per cento lo vendo, e c’è sempre più interesse, infatti gli acquirenti arrivano da tutte le parti della Croazia e del resto produciamo
marmellate, succhi, ecc. Nel 2001
nella bellissima cornice del canyon del Kamačnik ho deciso di
portare le zucche e i suoi prodotti
e di allestire una specie di mostra.
La tantissima gente che specie al
sabato e la domenica viene a fare
una passeggiata in questo paradiso
Gani Ramadani, il macedone che
ha iniziato la manifestazione oggi
visitata da migliaia di persone
L’ortaggio può venir usato in cucina in mille modi
Il succo di zucca mescolato a
quello di mela è ideale per una
dieta equilibrata
naturale si è dimostrata molto interessate ai prodotti anche perché
sono tutti ecologici. E così l’Ente
turistico di Vrbovsko ha deciso di
includersi e di allestire otto anni fa
la manifestazione ‘Bundevijada’,
ovvero la festa della zucca. Da allora l’interesse è talmente cresciuto che il tutto si svolge nell’arco di
due o tre giorni”. ●
Panorama 33
Letture
L
o scorso maggio sono stati attribuiti i Premi della
XLIV edizione del concorso Istria Nobilissima, che
hanno dato una nuova conferma dei potenziali creativi
del gruppo nazionale italiano nei campi dell’arte e della cultura. Ritenendo che di tali potenziali debba fruire il
maggior numero di lettori, nelle pagine riservate alle letture “Panorama” propone le opere a cui siano stati attribuiti premi o menzioni.
Nella categoria “Letteratura” alla sezione “Prosa in
uno dei dialetti della Comunità nazionale italiana” la
giuria ha assegnato la menzione onorevole ad ESTER
BARLESSI di Pola per la raccolta di racconti dal titolo
“Fosca e dintorni” di cui pubblichiamo la prima parte.
«Fosca e dintorni»
(Storiele)
La bonaman e Barba Nane
Che bel che iera una volta el mio paese! Tuta la gente iera
come una familia. I fioi giogava in strada o in corte e i se divertiva con poco. I veci che gaveva sula punta dei diti el sal dela
vita ne insegnava tuto, del modo de comportarse con creansa, ale tradissioni e ai veci deti. Mia nona iera una gran dona,
una santa e la ricordo con rispeto e teneressa. Tuto quel che so
la me ga insegnà ela co le bele o co le brute. Iera una vita fata
de pice robe ma piena de sodisfassioni. Più volte capitava che
l’ora de pranso te trovava in qualche casa che no iera la tua e
con semplicità le mame o le none zontava in tola un piato in più
e se spartiva el magnar in alegria.
Tuto ne fasseva contenti, l’ano novo per esempio iera per
noi fioi un avenimento importante. No se vedeva l’ora che rivassi la matina del primo per corer a farghe i auguri a parenti
e amici e zà de bonora andavimo a bater ale porte più per ritirar la bonaman, che credevimo che ne spetassi de dirito, che
per far i auguri e ghe la domandavimo sensa tanti complimenti.
Iera uso che le familie gavessi zà pronto un fagotin con drento
do mandarini, un pomo, una grampa de mandole, una de fighi
sechi e qualche caroba. Co i verseva la porta la mularia diseva
in coro: - Semo vegnudi a farve i auguri, bon principio, ne dè
la bonaman?
I te conzava el sacheto zà pronto e via ti in un’altra casa.
Sucedeva qualche volta che qualchedun no sentissi de quela recia e dopo fati i auguri ti te trovassi a mani svode, in questo
caso noi gavevimo la nostra bela formula zà pronta per vendicarse: - Tanti ciodi in te la porta e tanti diavoli che ve porta!
La domenica dopo la messa se fasseva do passi per la piassa. Visin la cesa iera un sental de piera do’ che el vecio Barba Nane stava sempre infagotà a ciapar el sol. El ghe tegniva
che se lo saludassi con rispeto e a mi el me intimoriva vecio
come che el iera e con quei do oci penetranti che me fissava,
cussì che zà de lontan cominciavo a prepararme per saludarlo
e a ogni passo che fassevo me ripetevo pian, “bongiorno barba Nane”. Iero una sgnesola bionda sempre in moto e piena de
morbin ma co ghe rivavo visin lo saludavo con una voseta tremolante, quasi spaurida e lui imancabilmente el me diseva: -
34 Panorama
Bondì! Che bela muleta che ti son! E de chi ti son mare? - No
savevo mai cossa risponderghe e scampavo via.
Un giorno ghe go domandà a mia nona: - Ma perché el me
domanda sempre de chi che son mare? Mi no so cossa dirghe.
E ela: - ‘Sta altra volta co el te disi cussì ti ti ghe rispondi:
“Mare de nissun ma fia de qualchedun!”
Iero tuta contenta de gaver finalmente la risposta giusta e
spetavo la domenica per passarghe davanti e dirghela. No vedevo l’ora. Ma la me xe andà per tresso: la domenica dopo la
banchina iera svoda e la gente in piassa parlando sotovose se
contava che barba Nane iera morto. Che pegola! No go avù la
sodisfassion de darghe la risposta che el meritava! Pecà, perché se solo gavessi parlà con nona una setimana prima barba
Nane saria restà de stuco prima de svolar in ciel, che Dio ghe
brassi l’anima!
La meniga
La Meniga la andava col caro col muss a portar a vender i
fasseti in cità una o do’ volte per setimana e quasi tuti i legni i
iera zà ordinai perché li usava i pek per scaldar el forno e cussì la se becava qualche flica, perché no iera bobane e schei in
casa mancava sempre.
De inverno, povera dona, la tornava a casa dura de fredo,
perché le bore de una volta le iera tremende, le te magnava
naso e rece e le fasseva vegnir le buganze sui diti. La se involtisava tuta in te ‘l sial nero co le franze e la tegniva le redine lasche perché el muss saveva la strada e anche sensa esser guidà
el tornava in corte.
‘Sta povera femina, vedova con sinque fioi, la lavorava
come un samer per sfamarli, de estate l’andava a sesolar a giornada, po’ a spigolar, po’ a lavar mastei e mastei de lissia, po’
dei paroni dele stanzie a netar e in autuno a vendemiar nele vigne dei altri o a ingrumar olive per ciapar qualche litrus de oio
bon, de inverno la se alsava presto per far fassine e fasseti che
la stivava soto la tetoia in corte per prelevarli via via che i ghe
coreva e portarli a vender in cità. Insoma la strussiava tuti i santi giorni per ciò che quei fioi d’un cin de fioi podessi gaver a
mezodì el piato pien ogni giorno che Dio mandava in tera. Ah,
perché ela per i sui fioi la gavaria dà la vita. La voleva anche
Letture
che i andassi a scola, che i savessi almeno leger e scriver, per
quel nissun sacrificio no ghe pesava. E la sera la restava a orbarse fin tardi in cusina visin a la lume a petrolio perché sempre iera o de repessar calse o de giustar la pieta de la cotola dela
Adele che ghe passava a la Lina o de scurtar le braghe de Mate
per darghele a Toni o de tirar fora de la camisa a quadreti de
Berto, che ormai no la iera più per gnente, magari do’ o tre fassoleti de naso che i coreva sempre perché el fio più picio iera un
mocoloso de prima categoria!
Insoma la lavorava solo per lori e per ela no rivava mai spago per gnente e co la tornava a casa ‘sti fiol d’un can iera solo
boni de domandar: - Coss’ ti ga comprà?
Un sabato fredo fredo de febraio la se gaveva alsà presto
che fora ancora no se vedeva. Tirava una bora che scassava tuto
e ela a la luce dela lanterneta, quela che la impicava sul caro co
iera scuro, la stivava i fasseti per portarli a vender in cità. La
pensava, “più bonora che vado prima torno, compro un poco de
spesa in te la botega magnativa de sior Gigi che me xe de strada e rivo a casa giusto per prepararghe el pranso ai fioi”. Ma la
gaveva fato i conti sensa la bora de febraio che co la se meteva...! Bon che febraio durava solo venti oto giorni! Gaveva ragion el proverbio che diseva, riferindose che el iera curto, che
se febraio gavaria avù la forsa de genaio el gavaria fato iassar
la creatura in te la pansa de la mare! Bon, insoma ‘sta povera
Meniga la se involtissa in tel sial tuta, anche la testa, la impica
la lanterna al caro strapien de fasseti, la monta e, gìe Moro, via
ela verso la cità.
Cominciava a farse ciaro ma man man che se alsava el sol
cresseva anche la bora e la dava de quele scuriade che la povera Meniga se sentiva trapassar tuta oltra el sial e le mani gnanche no la le sentiva che quasi quasi la molava anche le redine.
No la vedeva l’ora de consegnar tuti i fasseti, passar in botega
e tornar a casa ché la se insognava el calduss del fogolorer ma
la gaveva de passar ancora del ultimo pek e quel iera proprio
foraman. De tanto infredolida che la iera la gaveva l’impression che Moro caminassi più pian del solito, insoma che no ‘l
rivassi mai in quel benedeto ultimo forno cussì ogni tanto la
ghe caressava i fianchi co la scuria, ma legermente, tanto per
farlo mover. Finalmente i riva, ela la salta zò e la taca scarigar
i fasseti sul marciapìe do’ che el garzon del pek li ingruma per
portarli in corte.
- Meniga - ghe disi el pek dela porta del forno, - vegnì dentro che ve pago.
Dentro iera un bel caldo, el pek iera in maieta bianca manighe curte e vedendola tuta imbacucada el ghe fa: - Fredo ah,
ogi! Scaldeve un pochetin.
- Ehh, magari sior Frane ma no’ posso, devo tornar subito a
casa che la mularia speta la manasa.
- Ben Meniga, eco qua le fliche e spetè un momentin che ve
ofro almeno un bicerin de vermut che cussì ve scaldè.
El vermut iera bon, gialo ciaro e dolse, la Meniga se sluca
el bicerin e la senti un bel calor in te ‘l stomigo, la cior i schei,
la ringrasia, la torna a imbacucarse col sial e via ela de novo sul
caro. “Che bon che xe ‘sto vermut” la pensava per strada, “mi
digo che con due o tre slucheti no se senti gnanche la bora, xe
una roba che iuta contro el fredo”.
In botega de sior Gigi la fa la spesa e zà sula porta, come
per una decision ciapada al ultimo momento, la torna indrio e
la ghe fa al botegher: - Deme anche una fiasca de mezolitro de
vermut che quasi quasi me dimenticavo. Sentada sul caro, dura
de fredo, pena fora de cità la tira fora la fiasca e la fa un sluc,
tanto per scaldarse un fià. Ciò, de novo quela bela sensazion de
calor in te ‘l stomigo, in te i brassi... E zò, daghe un altro sluc e
dopo ancora uno e un altro ancora. La se sentiva come sule nuvole, no la gaveva più i pìe ingelai e no ghe fasseva mal gnanche le buganse, anzi, dei guanti co i diti taiai ghe pareva che la
carne no fussi più cussì viola, o ghe fasseva i oci o i sui diti iera
diventadi rosa, el vermut fasseva proprio ben e via ela un altro
sluc. Le redine ghe sbrissava dele man ma tanto Moro andava
pian pian solo.
- Dai Moro, va più presto che quele povere creature a casa
me speta - e zò un’altra bevuda. Oramai la iera in te le nuvole,
no la gaveva più fredo e i oci ghe se serava ma no la molava la
fiasca. Ogni tanto ghe vegniva de rider e subito dopo ghe ciapava una forte malinconia e el pensier ghe coreva ai fioi. “Povere
mie creature”, la brontolava pian, “voi se tuta la mia vita, cossa
che no farìa mi per voialtri!”
- Dai Moro, fiol d’un can, va più presto che devo rivar a
casa, su movite. - Ma come che el muss slongava el passo la
cominciava a perder l’equilibrio e la dondolava de qua e de la
del caro e alora la tacava a sigar: - Dai, va più pian che casco,
ti vedi che se ti cori son imberlada, cossa ti son insempiado
Moro? Sempia de bestia! - E via un altro sluc. Oramai la fiasca
iera quasi svoda e vardandola controluce con vose impastada
la diseva: - Ma va in malora! No’ xe più vermut! Ma cossa el
se ga spanto?
Rivada proprio in fondo dela fiasca, la la ciapa e la la buta
in graia e po’ zò a rider come mata. Intanto el muss gaveva imbrocado la strada del paese e passando fra le case el se dirigeva
verso la corte dela Meniga. Ela, tuta strenta, co la testa che ghe
picava sul peto e i oci serai la sentiva buligar el stomigo, la stava proprio mal perché tuto quel vermut sul stomigo svodo gaveva fato un bruto efeto. ‘Desso se tratava de smontar del caro.
Le gambe no la tegniva, la testa andava per le sue e el stomigo
fasseva cussì monade che ghe pareva de gaverlo in gola. In poche parole la riva in qualche maniera a strassinarse in casa. La
voleva dir, “poveri fioi, ‘desso i tornerà de scola e devo farghe
qualcossa de magnar”, ma le parole ghe se intornigava torno la
lingua e la rivava solo a tartaiar qualcossa, cussì via ela, drita in
leto, col sial i guanti e anche i stivai e no la riva gnanche pensar, “povere anime mie, bele mie creature che se tuto per mi”,
che zà la ronchisa.
Co i fioi torna de scola i la trova come morta butada in sbiego sul paion e pieni de paura i cori a ciamar la sorela dela Meniga: - Aiuto zia, mama ‘sta mal, la xe butada sul leto vestida e
no la rispondi.
Piena de fifa la dona cori in casa e co la xe in camera sentindo quela spussa de vermut la magna la foia. La la scorla e la
Meniga brontola, “bei mii fioi, bei mii fioi”, ma subito la sera
de novo i oci perché solo cussì sdraiada la senti de star ben, no
la desidera altro e invese sua sorella torna a scorlarla: - Bruta
mussa, ti son imbriaga, sveite che le creature se ga spaurì e le
speta el pranso.
La Meniga versi un oceto, la se sistema un poco meo sul
leto e fra le strasse se perdi anche el pensier de i fioi ché più importante de tuto desso xe poder dormir e prima de sprofondar
de novo in te ‘l sono benedeto, la tartaia: - I fioi! Ma che i vadi
a remengo anche lori!
Sant’Antonio
Giovanin de mestier el iera bandaio, un lavorator che no ve
digo! Ogni matina in bicicleta el andava in cità, do’ che el iera
Panorama 35
Letture
soto paron, e tuti lo voleva a lui co iera de far qualche gorna o
qualche ciaveta per i tubi del spacker per ciò che no el gavessi
tropo tiragio, o lamiere per i teti de lissiere e tetoie, perché el lavorava con perfession e do’ che meteva le mani lui iera sempre
un lavor ben fato. Ma el gaveva un vizio: co iera giorno de paga
el ciapava de quele bale che no se saveva come che el fassessi
a tornar in paese in bicicleta. Però el rivava sempre, anche perché a quei tempi no iera trafico, moto e auti no esisteva, in cità
iera solo do’ auti de piassa, quel de sior Dobran e quel de Bilucaglia, do’ Balille nere.
El viveva solo, no ‘l se gaveva mai sposà, el cusinava, lavava e stirava, el fasseva tuto insoma, e se no ‘l saveva qualcossa
el ghe domandava consilio a una vecia zia.
-
Gnagna - el ghe diseva, - me insegnè come che se fa i
gnochi? - opur: - Me mostrè come che se sopressa el colo de le
camise che no voio andar in cesa mastrussà.
In cesa el andava ogni domenica e qualche volta se mancava
qualche chiericheto el rispondeva anche messa e dopo la cesa
el passava per un bicer in osteria ma mai che el se gavaria imbriagà in paese! Quel sucedeva solo in cità el giorno de paga.
Un giorno el se meti a cusinar una chibla de cafè de cicoria,
el lassa un poco che deponi i fondaci e intanto el va in corte a
spacar do’ legni, co el torna el se bevi do’ scodele de cafè e co
el vol cior la terza el vedi come un gropo in mezo ai fondaci,
el missia un po’ col cuciar e ciò, no ‘l te tira fora un sorso! Ala
sera el ghe la conta a la gnagna e ela: - Mama mia Giovanin! E
cossa ti ga fato?
- Me go slucà meza fiasca de trapa per disinfetarme el stomigo e go lavà co l’asedo la pignata!
El iera devoto a Sant’Antonio de Padova e convinto che
fussi lui el meo santo e el se gaveva messo in testa che ‘sto
Sant’Antonio lo gavaria proteto in tute le ocasioni e più volte sospirando el diseva: - Dio mio ma lo volario veder almeno
una volta!
E la vecia zia ghe diseva per farlo star bon: - Ti lo vedarà co
ti sarà in paradiso Giovanin.
Bon, un dopopranso de giugno, poco prima dela festa del
Santo, iera giorno de paga e zà metà el se la gaveva magnada
un poco in osteria de Piero e un poco in quela de Picol Zvane,
el nostro Giovanin el monta in bicicleta e via lui verso el paese. El iera cussì pien che verso Bosco Rizzi no ‘l ghe la fa a
andar su de rato e volendo smontar el finissi in graia. In qualche maniera el riva sul drito ma ghe toca far un bel toco a pedalin prima de issarse in sela. Pien come un ovo el te imbroca
la strada del paese a forte velocità e do’ o tre muli che giogava
in strada i se buta de parte per scansarse urlando: - Ocio, via,
che riva “celere”.
In cusina el se meti de traverso sula carega co i comi sula
tola e la testa fra le man. Forsi el se indormensa ma fato sta
che co el versi i oci e el varda el muro visavì el vedi un grande Sant’Antonio col gilio in man che lo fissa. Per un momento
el resta come imbambolà po’ de colpo el se alsa e el cori fora
urlando: - Gnagna, vegnì a iutarme che son morto, Sant’Antonio xe a casa mia sul muro, el xe vegnù a ciorme. Vegnì che go
paura. La zia riva corendo, la va dentro per prima, la varda el
muro, po’ la se volta e la ghe fa: - Ma che Sant’Antonio! Mona!
No ti vedi che xe el calendario col Duce!
Sior Gregorio e el Vangelo
Sior Gregorio el fasseva l’infermier in manicomio e co
iera de trasferir qualche mato el montava in Caro Socorso col
36 Panorama
safer e lo compagnava lui in qualche altro ospedal per una visita o altro. Co el se meteva a contarle de quele che capitava
in reparto iera de scoltarlo a boca verta. Per esempio una volta
un malado el iera scampà del manicomio, e daghe tuti a sercarlo, perché i infermieri iera responsabili de quel che sucedeva. In poche parole ghe riva una segnalasion che el xe in una
campagna visin de Grega e che el ghe ga ciolto una sfalza ai
contadini e che con quela i li minacia tuti. Sior Gregorio ciama un giovine infermier, el ciol la camisa de forsa e el ghe disi
al safer dela Croce Rossa de portarlo in ‘sta campagna per imbragar el mato. Co i riva l’omo mola la sfalza e come un gato
el se rampiga su un albero alto alto e Sior Gregorio con le bele
a sercar de convinserlo de vegnir zò. Machè! Gnente de far. El
mato se tegniva strento al tronco e a le rame co i ginoci e co
le mani e ogni tanto el molava un urlo.Tuti i contadini torno a
vardar come che saria andà finir la storia. A un certo momento
Gregorio ghe disi a l’infermier giovine: - Torna in manicomio
e porta qua la Berta -. La Berta iera anche una ricoverada dela
psichiatria, un toco de dona che co ghe ciapava el matìo per
meterghe la camisa de forsa ghe voleva almeno tre infermieri
ma co la gaveva i periodi boni la iera dolse e umile come un
toco de pan. Co ghe becava el futer anche i mati mas’ci gaveva paura de ela.
Fin che tuti spetava che tornassi el giovine co la Berta, sior
Gregorio continuava a dirghe al mato: - Vien zò co le bele perché se no taio l’albero -, e el ghe mostrava una manera che el
se gaveva fato dar ma l’altro de la sima el ghe rispondeva: Cucù!
Co te riva la Berta oramai sior Gregorio iera stufo e imbestialì e el ghe se rivolgi subito disendoghe che la provi convinserlo ela. ‘Sta mata, la se meti soto l’albero e la urla: - Ciò,
vien subito zò che se no mi te taio l’albero! - Come per magìa
el mato se cala e in dò e dò quatro el toca tera do’ che Gregorio presto lo imbraga co la camisa de forsa e lo cariga in vetura.
Per strada el ghe domanda: - Mi te go dito sento volte che se no
ti vegnivi zò te taiavo l’albero e no ti me volevi scoltar, perché
co te lo ga dito la Berta ti te ga calà subito? - E lui: - Perché voi
se un infermier ma la Berta xe mata e so che la lo gavaria taià
per de bon!
Sior Gregorio gaveva sento de queste storiele de contar e
in paese la gente lo scoltava volentieri. El iera un bon diavolo
sposà e con do fie. Co el iera libero del lavor el fasseva el nonsolo in cesa e el pretendeva che piova o sol, fredo o caldo sia
moglie che fie andassi in cesa ogni domenica matina e tuto el
mese de magio al rosario e in giugno a la tredicina sensa contar
tute le altre feste comandade. Le mule iera stufe, le saria andade meo in giro per el paese co le amiche ma no le se insognava
de disubidir.
Un sabato Gregorio ciapa l’ordine de andar compagnar con
l’ambulansa un mato in un’altra cità.
- Mi torno doman dopopranso ma ve racomando de andar a
messa tute tre doman matina che co torno me contarè el Vangelo che ga leto el paroco.
Domenica matina iera una piova che Dio la mandava e le
mule e la mare no se la sentiva de alsarse e andar fora con quel
tempo de lupi cussì le resta in cucio fra le coverte, tanto lui tornava de dopopranso e no el gavaria savù che le gaveva fato scapola dela Messa.
Verso le quatro torna sior Gregorio e serio serio: - Ieri a
Messa?
E lore tute tre insieme: - Sì.
Letture
- Che Vangelo iera?
- Secondo Matteo - disi la molie.
- Secondo Matteo?!
- Ma no mama, secondo Giovanni - la coregi una fia.
Lui se alsa, el spalanca la porta dela cusina su un diluvio de
piova e lampi e con vose teribile el disi: - Fora! Brute vergognose e bugiarde! Prima de vegnir a casa go passà per la cesa.
Ogi no iera Messa, perché don Biagio el xe in leto co la febre!
E voi stanote andè do’ che volè e domenica prossima ve alsarè
ale sei per la prima Messa e per penitensa ‘sta setimana Vespero ogni sera!
E col fredo che fasseva molie e fie quela note ga dovù dormir in lissiera.
El levero
Gino gaveva lassà el paese de giovine e el iera andà in
cità do che el fasseva el safer del federal soto el fassismo. La
sua familia iera fra le più povere del paese e a su’ mare l’aiutava un poco tuti dopo che la iera restà sola con una fia zitela in una caponera de casa. Lui vegniva poco a trovarla e co
el rivava el se fasseva solo che maravea. El gaveva comincià
anche a parlar in cichera e la vecia ghe capiva poco perché la
parlava solo el dialeto del paese che no gaveva tanto de spartir co la lingua.
Qualche volta el te rivava in Balilla, una nera, che el parchegiava in piassa e che subito la iera circondada de un nuvolo de mularia che pareva ciapi de mosche. El vegniva fora
con aria de importansa come se el fussi stà el Duce in persona, el se vardava torno caressandose con le mani i gambai dei stivaloni, po’ el se drissava la bareta de safer e el ghe
diseva con vose cavernosa ai fioi: - Faccio do passi fino da
mia madre, poveri voi se la toccate! - Cussì i muli vardava
de lontan i ferai e i parafanghi mostrandoli col dito, de lontan, perché i gaveva paura co a Gino ghe tremava i mustaci
e li minaciava disendo che se i ghe sgrafava la vetura tuta la
familia gavaria dovù far i conti col federale e de quei tempi tuti saveva che dir el federale o Dominedio iera la stessa roba.
La vecia e la sorela zitelona dopo ogni visita no le fasseva che parlar de lui e a contarghe a tuti che el iera vegnù a trovarle.
Siora Pina, che no gaveva pei sula lingua, la ghe diseva ogni
volta che la vecia fasseva la tiritera de xe rivà Gino, xe rivà
Gino...: - Ah! El xe rivà! E cossa el ve ga portà stavolta siora
Marieta?
- Ma ti sa fia mia, el xe vegnù in premura... giusto un salto
a saludarme...
- Ah! E no el podeva far un salto anche in botega che xe do
passi de qua?
- No el rivava... no el rivava... el doveva corer a cior el federal per portarlo a pranzo... Ti sa fia mia che lavor importante che el fa!
- E, altro che so! Cussì importante che el va a incoconarse
col federal e poco ghe intaressa se voi siora Marieta no gavè
cossa meter in pignata!
- Ma va sul’ostia Pina! Che cativeriosa che ti son! Sa coss’
che te digo? Mi no ghe domando gnente a nissun...
- Sì, xe vero, ma tuti ve porta qualcossa lo stesso...
- Vol dir che son una brava femina! Anca mi ghe dago a tuti
quel che posso...
- E che sarìa?
- Una bona parola fia mia, una benedission de cor che vol
dir tanto!
- Eh... ti capirà ! Bon, bon siora Marieta no ste ciorvela per
mal... iera giusto un parlar...
- Chi mi?! Mai più! Cossa ti ga per pranzo ogi cara Pina?
- Vedarè dopo.
Co la Pina se tirava drio la porta la vecia brontolava, “ostrigheta, ma te par de esser chissà chi fiolduncan!”
Una sera sul tardi, la Balilla del federal se ferma davanti
ala casa dela vecia e vien fora Gino con un fagoto in man e el
cori in casa.
- Mama - el ghe fa -, el federale mi aspetta in vettura, devo
fare presto che dobbiamo essere a Pola per le otto; vi ho portato un levero che ho buttato sotto per strada, vi farete dei boni
gnocchi, e mostratelo a tutto il paese e diccetelo a tutti che avete il levero...
- A Gino mio, creatura mia che Dio te benedissi!
- Ve racomando madre diccetelo a tutti che ve lo ho portato
io con il mio federale. Devo scappare adesso.
Siora Marieta tuta contenta la ciol el cortel e la se meti a
spanzar el levero e finido el lavor la ghe disi ala fia de cior ciodi
e martel e de inciodarlo per le quatro zate sul stipite dela porta
dela cusina che vardava drito in strada e de lassar la porta spalancada che cussì tuti quei che passava gavaria podù mirar el
levero impicà.
Do o tre done passando la matina le te ocia el levero e la vecia gongolante ghe disi che ghe lo ga regalà el suo Gino insieme col federal.
In do e do quatro se ga sparso la vose e tuto el paese fassendo finta de gnente ga comincià a passar de là per cucar el levero
inciodà a fianco dela porta.
La Pina una matina la ghe domanda ala vecia: - Ben siora
Marieta, quando fe ‘sta gnocada?
- Un de ‘sti giorni, ti sa che la selvagina devi riposar prima
de esser cusinada.
Iera estate, e mosche e mosconi ga comincià a svolar torno la carcassa. La fia zitela la stava quasi tuto el giorno con la
sventola del fogoler in man a scassar via quele maledete bestie.
Dopo cinque giorni, co ormai la vecia iera sicura che tuti gaveva oramai visto el levero, la decidi de far i gnochi e la lo dispica dela porta.
Sorpresa! La pansa del levero iera un nido de mosconi e i gnochi tanto sognai per quela volta i xe andai a farse
benedir compagnadi dele maledissioni dela vecia Marieta:
- Ah, diccetelo a tuto il paese, madre, che avete il levero!
Iera meo se lo fassevo subito che ‘pena desso el paese me
ridarà drio!
E con la bile in peto e l’aquolina in boca, la prima volta in
vita sua la Marieta a malincuor, perché se tratava de carne dela
sua carne, la xe ‘sta mentalmente d’accordo con la Pina che
Gino iera proprio un fanfaron, perché solo per farghe un piasser
a lui el levero iera andà a farse friser!
GLOSSARIO
Bobana = abbondanza
Che le lati = che gioiscano
(da allattare)
Chibla = grosso recipiente
Crafen = bombolone
Kimel = cumino
Fiolduncan = figlio di cane
Ludri = ingordi
Papina = sberla
Plafon = soffitto
Poboga = per Dio! (slavo)
Slosso = avariato, sterile si
dice riferendosi a un uovo
Sopa = boccone di pane inzuppato
Traverseta = grembiulino
Panorama 37
Novità in libreria
Flavio Caroli
IL VOLTO DELL’OCCIDENTE
È possibile descrivere lo spirito
della civiltà occidentale, così come si
è evoluto con mutamenti vertiginosi
nel corso del XX secolo, attraverso
venti capolavori dell’arte? L’impresa
è senza dubbio temeraria, e non priva di insidie che potrebbero indurre a
forzature o interpretazioni arbitrarie.
Ma Flavio Caroli, da sempre interessato a indagare i fondamenti prima-
ri del “pensiero in figura”, accetta la
sfida. Ed ecco allora che, dopo aver
tratteggiato i volti dell’uomo e della natura nelle sue molteplici manifestazioni artistiche, delinea un nuovo volto che in qualche modo li racchiude. Un’immagine essenziale e al
tempo stesso complessa, un poliedro a venti facce: venti opere da Van
Gogh a Warhol.
Editore Mondadori
Pagine 240. Prezzo 22,50 euro
Andrea Camilleri
UNA VOCE DI NOTTE
Questa volta l’autore catapulta il
commissario Montalbano nell’omertosa Vigata, costretto a dover fronteggiare il silenzio dei potenti e i sensi di colpa di un’opinione pubblica
38 Panorama
che sa sempre di più rispetto a quanto sembra. Ed ecco che storie parallele che, inizialmente non sembrano
avere nulla in comune, si intrecciano
diventando un’unica strada (tortuosa) sulla quale compiere la propria
indagine che, quando c’è Montalbano di mezzo, si trasforma sempre in
un’indagine anche sui vizi e costumi
della nostra società.
Editore Sellerio
Pagine 244. Prezzo 14,00 euro
Giovanni Fasanella e Antonella
Grippo
INTRIGHI D’ITALIA. 1861-1915
Dalla morte di Cavour alla Grande
guerra: le trame nascoste che non
ci sono sui libri di storia
Nel 1912 Giovanni Giolitti raccomandava “molta prudenza nell’aprire
gli archivi del nostro Risorgimento”,
perché “non è bene sfatare leggende
che sono belle”. Comprensibile, forse, in un Paese ancora giovane e fragile. Purtroppo, per molti aspetti, il
suo monito è stato preso alla lettera
Anthony C. Grayling
IL BUON LIBRO.
UNA BIBBIA LAICA
Un libro di conoscenza, intuizione, ispirazione, saggezza, conforto e
analisi sul mondo, sulle sue tradizioni e culture. Non si tratta di un’antologia, ma di una vera e propria alternativa laica alla Bibbia. Realizzato dal grande filosofo inglese A.
C. Grayling così come fu realizzata la Bibbia giudeo-cristiana: interpolando, parafrasando, ridisponendo e analizzando le grandi tradizioni
secolari degli ultimi tremila anni di
storia umana. Le fonti di questa pubblicazione si estendono dall’antichità classica (sia occidentale che orientale) fino al XIX secolo, racchiudendo centinaia di autori e un migliaio di
testi, di cui Grayling distilla gli insegnamenti, le intuizioni, i consigli, le
storie umane...
Editore Ponte alle Grazie
Pagine 640. Prezzo 29,00 euro
per un secolo intero e l’effetto si è
esteso ben oltre i confini del racconto (epico) dell’Unità d’Italia. Così,
la storiografia ufficiale e, per ricaduta, la divulgazione scolastica hanno
spesso preferito accontentarsi di una
versione edulcorata dei fatti, che nulla spiega di cosa sia poi diventato il
Paese. In questo libro gli autori hanno ricostruito alcuni fra i più interessanti misteri d’Italia, lungo un arco
di sessant’anni dai giorni dell’Unità,
attingendo a documenti inediti, atti
giudiziari mai consultati dagli storici
e preziosi archivi stranieri.
Editore Sperling & Kupfer
Pagine 286. Prezzo 18,50 euro
Aldo Cazzullo
L’ITALIA S’ È RIDESTA
A Parma rubavano tutti, di tutto,
su tutto. Comincia così, mostrando la
miseria di una classe politica inadeguata e la rabbia di una città tradita,
il resoconto di Aldo Cazzullo da una
provincia ricca e all’apparenza sempre uguale a se stessa. Trieste, Bergamo, Napoli, Palermo, Bari, Genova,
Siena, Verona sono le altre tappe del
viaggio attraverso l’Italia, per mostrare il volto noto e rispettabile, quel
che si sa e quel che non si dovrebbe
sapere, di un’Italia che occupa raramente le prime pagine dei giornali.
Editore Mondadori
Pagine 204.Prezzo 15,90 euro
Libri
Alessandro Piperno è il vincitore del Premio Strega 2012 con Inseparabili
Un’opera splendente ed ironica
I
nseparabili. Il fuoco amico dei ricordi, romanzo di Alessandro Piperno edito da Mondadori è il vincitore
del Premio Strega 2012.
Inseparabili. Questo sono sempre stati l’uno per l’altro i fratelli Pontecorvo,
Filippo e Samuel. Come i pappagallini
che non sanno vivere se non sono insieme. Come i buffi e pennuti supereroi ritratti nel primo fumetto che Filippo ha disegnato con la sua matita destinata a diventare famosa. A nulla valgono le differenze: l’indolenza di Filippo
- refrattario a qualsiasi attività non riguardi donne, cibo e fumetti - opposta
alla determinazione di Samuel, brillante
negli studi, impacciato nell’arte amatoria, avviato a un’ambiziosa carriera nel
mondo della finanza. Ma ecco che i loro
destini sembrano invertirsi e qualcosa
per la prima volta si incrina. In un breve volgere di mesi, Filippo diventa molto più che famoso: il suo cartoon di denuncia sull’infanzia violata, acclamato
da pubblico e critica dopo un trionfale
passaggio a Cannes, fa di lui il simbolo, l’icona in cui tutti hanno bisogno di
riconoscersi. Contemporaneamente Samuel vive giorni di crisi, tra un investimento a rischio e un’impasse sentimentale sempre più catastrofica: alla vigilia
delle nozze ha perso la testa per Ludovica, introversa rampolla della Milano
più elegante con un debole per l’autoerotismo. Nemmeno l’eccezionale, incrollabile Rachel, la mame che veglia
su di loro da quando li ha messi al mondo, può fermare la corsa vertiginosa
dei suoi ragazzi lungo il piano inclinato dell’esistenza. Forse, però, potrà difendere fino all’ultimo il segreto impronunciabile che li riguarda tutti...
Alessandro Piperno ritrova la famiglia Pontecorvo - già protagonista di
“Persecuzione” - e chiude il dittico del
“Fuoco amico dei ricordi” con un’opera
del tutto autonoma che, al tempo stesso,
scioglie ogni nodo lasciato in sospeso
dal primo libro. “Inseparabili” è la storia di una famiglia che deve lottare con
l’amore e il rancore, il lutto e la solitudine, fino alla resa dei conti. È il racconto verosimile fino al dettaglio di quanto fortuito e inarrestabile sia il meccanismo che genera un grande successo
mediatico e insieme il ‘referto’ implacabile, scioccante, degli effetti che una
pubblica glorificazione può sortire su
chi ne è oggetto: sui suoi desideri, sul
suo carattere, sulle relazioni con coloro
che ama. È un libro splendente, ironico,
emozionante, percorso da una felicità
narrativa che ricorda l’euforia di “Con
le peggiori intenzioni”, la cui protagonista, Gaia, fa da guest-star in un velenoso cammeo. Un grande romanzo di
oggi, veloce, crudele ma cadenzato dal
passo classico di una Commedia umana
che senza tempo si ripete.
Nato a Roma, dove vive, nel 1972
Alessandro Piperno insegna letteratura francese a Tor Vergata. È redattore
di “Nuovi Argomenti”. Ha pubblicato il
saggio “Proust antiebreo” (Franco An-
geli 2000), “Con le peggiori intenzioni” (Mondadori 2005), “Persecuzione”
(Mondadori 2010).●
La Cità de Buie, in colaborazion con la Region Istriana, l’Unione Italiana,
l’Università Popolare de Trieste e la Region Veneto, publica el
Concorso «Dimela cantando»
per canzoni nove che vegnarà sonade e cantade al Festival dell’Istroveneto 2013.
Cosa bi∫ogna far? Prima de tuto ghe vol scriver la canzòn, parole e musica, e mandarla fina el 15 dicembre 2012 per posta semplice, al indirizo:
Grad Buje - Città di Buie
Festival dell’Istroveneto - Concorso “Dimela cantando”
Istarska/via dell’Istria 2
52460 Buje (Buie)
opur, per quei più moderni, per posta ‘letronica al indirizo gorangriff@
gmail.com.
Quando mandè la canzòn, cusì o colì, dovè scriver:
- titolo dela canzòn
- i dati de chi che ga scrito la canzòn
- la registrazion demo (su cidì o in formato emepitre)
- tre copie dele parole della canzòn
Ste tenti: le canzoni che mandè le pol eser scrite solo in istroveneto!
Tute le canzoni che rivarà per tempo le sarà valutade de una comision che
decidarà quele che vegnarà sonade e cantade al Festival, in ba∫e al valor artistico dela canzòn.
I autori dele canzoni che sarà sjelte i se impegna a firmar, entro trenta giorni, un contrato con l’organi∫ator con el qual i ghe cedi tuti i diriti. Ai autori
comunque ghe resta i diriti previsti dala lege.
Le canzoni sarà sonade e cantade a Buie in maggio del 2013, dal vivo o
sula ba∫e mu∫icale pronta, e le sarà valutade da una ‘po∫ita giuria e dal publico. Le meje, le vinzarà el premio.
Panorama 39
Italiani nel mondo
Commenti alle modifiche alla legge Tremaglia contenute nel testo-Malan
Importanti novità nella riforma
a cura di Ardea Velikonja
I
l testo in discussione nella Commissione Affari Costituzionali del Senato sulla riforma elettorale offre il
fianco a serie riserve per quanto riguarda il sistema di elezione dei candidati,
un tema che quasi ogni giorno riaffiora purtroppo nelle cronache giudiziarie,
ma offre spunti d’interesse per gli italiani all’estero.
È quanto si legge nella nota congiunta con cui i sei deputati e i due senatori eletti all’estero del Pd - Bucchino, Farina, Fedi, Garavini, Micheloni,
Narducci, Porta e Randazzo - commentano le modifiche alla legge Tremaglia contenute nel testo-Malan sulla riforma elettorale.
"Parliamo - continuano gli otto
parlamentari - della proposta trasversale di introdurre nel disegno di legge
la conferma del voto per corrispondenza e l’inversione dell’opzione, che
comporterà per gli italiani all’estero
l’obbligo di prenotazione nel caso vogliano votare per corrispondenza. Da
tempo - ricordano - guardiamo con
favore a queste soluzioni normative,
tanto è vero che i capigruppo del Pd,
sia alla Camera che al Senato, hanno depositato disegni di legge centrati proprio su questa innovazione.
Mettere al centro del sistema la consapevole partecipazione dei cittadini
all’estero, da manifestare con un’inequivocabile manifestazione di volontà, significa rafforzare il rapporto democratico, avere finalmente elenchi
'puliti' e certi di elettori, aumentare il
controllo sul proprio voto evitando irregolarità e brogli sempre possibili,
ridimensionare in modo significati-
L’assemblea il 3 dicembre
stato rinviato al 3 dicembre l’inizio della assemblea plenaria del
Consiglio generale degli Italiani all’Estero, ospitata dalla Farnesina fino a venerdì 7. Inizialmente fissata al 26 novembre, l’assemblea si
svolgerà come stabilito nell’ultimo Comitato di Presidenza e avrà come
momento centrale i due seminari tematici su lingua e cultura e rappresentanza.
Nel comunicare il rinvio dei lavori ai consiglieri, il segretario generale
Elio Carozza dà conto anche della costituzione dei due gruppi di lavoro entrambi di sei membri ciascuno: 2 del Governo, 2 delle Regioni e 2 del
Cgie - che dovranno preparare i due seminari.
Il gruppo che lavorerà al seminario sulla Rappresentanza è composto
da Mario Tommasi e Gian Luigi Ferretti (Cgie); il Ministero degli Esteri
ha designato il Direttore Centrale e Vice Direttore Generale DGIT, Francesco Saverio Nisio che sarà assistito dai capi degli uffici competenti,
il I, con Paola Russo, ed il V, con Marco Giungi e Anna Ruffino. Per le
Regioni sono stati designati Luigi Scaglione (Lucani all’estero) e Bruna
Zuccolin (Friuli Venezia Giulia).
Il gruppo di lavoro che si occuperà del seminario su Lingua e Cultura sarà composto da Norberto Lombardi e Tommaso Conte per il Cgie,
mentre le Regioni saranno rappresentate da Silvia Bartolini (Emilia Romagna) e Nicola Cecchi (Toscana). Mancano i designati ministeriali.●
È
40 Panorama
vo le spese organizzative”. "Di fronte alle polemiche, ricorrenti e talvolta speciose, che investono il voto per
corrispondenza e che di solito sottendono il proposito di cancellarlo - osservano i parlamentari democratici -,
il fatto che si dica nel contesto di una
legge elettorale nazionale che si continua a votare con questo sistema è
certamente un fatto positivo. La preiscrizione non è una limitazione del
diritto, che resta integro, ma è solo
un modo per tutelarlo. Nessuno, poi,
può far finta di non capire che dietro
molte posizioni contrarie al voto per
corrispondenza, in realtà si nasconde
l’intenzione di eliminare la stessa Circoscrizione Estero”.
"Una significativa anticipazione argomentano – si è già avuta con le
modifiche del voto per i Comites che
hanno evidenziato concretamente il
rischio di svuotare, con il pretesto dei
costi insostenibili, lo stesso sistema di
rappresentanza. Non ignoriamo che
per mandare a regime un tale sistema
occorrano un serio impegno organizzativo, assidui contatti con gli elettori perché siano informati e motivati e
risorse adeguate. Su questo - ricordano -, la proposta emendativa del testo
base precisa che il nuovo sistema sarà
applicato a partire dalla tornata elettorale successiva a quella della prossima
primavera”.
"Per quanto ci riguarda - concludono i parlamentari Pd - chiediamo, e vigileremo in tal senso, che tutti coloro
che hanno responsabilità di organizzazione e gestione della delicata materia elettorale facciano presto e bene
la parte che loro compete”.
(aise)
Italiani nel mondo
Per intraprendere un'attività di studio o di lavoro nell'intera area di Alpe Adria
Mobilità transfrontaliera per i giovani
M
obilità transfrontaliera sarà
la parola d'ordine della nuova generazione di cittadini europei
che, grazie ad una formazione trilingue e trilaterale, potranno facilmente intraprendere un'attività di studio
o di lavoro nell'intera area di Alpe
Adria.
In un futuro oramai non molto lontano sarà questa la realtà di
molti giovani della "Classe Alpe
Adria" che vedrà la luce grazie
alla collaborazione tra istituti scolastici e istituzioni pubbliche italiane, austriache e slovene.
Gli istituti scolastici che negli
ultimi anni hanno già collaborato
in numerosi progetti transfrontalieri, faranno ora parte di una rete
educativa che, con il supporto delle istituzioni e del mondo economico, renderà il territorio noto come
triangolo dei tre confini una vera
e propria regione europea. Grazie
al progetto di cooperazione transfrontaliera Interreg IV "ESCOEducare Senza Confini" si sta infatti creando il programma didattico per una classe transfrontaliera,
giocando sulle carte del plurilinguismo e dell'interculturalità. Per
creare questo percorso educativo comune che si concluderà con
un titolo di studio internazionale,
sarà prima necessario instaurare
una rete educativa ed istituzionale
adeguata. Ed è questo che sta succedendo ora: a distanza di quattro
mesi dall'avvio dei lavori, le fondamenta del nuovo percorso educativo stanno diventando sempre
più solide. Sono così state avviate
le numerose attività di formazione
dei docenti nel campo della didattica specialistica che, dopo un'attenta analisi delle condizioni preliminari dei sistemi scolastici presenti nei tre Paesi, porteranno alla
realizzazione di una bozza educativa trilaterale tutta da sperimentare e valutare. In un primo periodo il nuovo curriculo didattico
transfrontaliero comprenderà gli
ambiti di lingue, scienze naturali,
informatica, matematica, scienze
«Senza parole» corso per docenti
S
i svolgerà dal 9 all’11 novembre prossimi, presso la Sede Centrale
della Società Dante Alighieri a Roma, il XXVI Corso D’Aggiornamento per Docenti di Italiano L2/LS.
Il corso dal titolo "Senza parole. Le competenze non verbali nella didattica dell’italiano L2/LS", tratterà il tema delle competenze non verbali
sia in ambito linguistico che in ambito glottodidattico.
Sono previsti interventi di esperti di linguistica e glottodidattica e laboratori didattici, in cui verranno affrontate le strategie didattiche e le
attività legate all’acquisizione della competenza non verbale in percorsi
per l’apprendimento dell’italiano lingua seconda o lingua straniera. Si lavorerà alla programmazione dei corsi e all’elaborazione di materiali didattici destinati ad apprendenti l’italiano L2 o LS.
Il corso si svolgerà durante un fine settimana (dalle 15.00 del venerdì
alle 13.00 della domenica), avrà una durata complessiva di 15 ore ed è riconosciuto dal MIUR come attività formativa.
(aise)
umanistiche, sport ed arte; dopo il
2013 si concretizzerà invece in un
curriculo completo per i primi due
anni della classe transfrontaliera.
Nei prossimi mesi partirà anche
una campagna di informazione e
sensibilizzazione. Nel percorso
educativo si intende infatti coinvolgere non soltanto le scuole che
hanno già aderito all'iniziativa ma
tutto il contesto sociale, culturale
ed economico del triangolo dei tre
confini, nel più ampio contesto di
una Europa delle Regioni.
Il progetto prevede la sistematizzazione in rete dell'intensa colla-
borazione tra le scuole, sia a livello istituzionale che operativo. La
partecipazione della Regione Friuli Venezia Giulia e della direzione
generale per gli Affari internazionali del Ministero dell'Istruzione
assicurerà la dimensione istituzionale del progetto, con l'obiettivo di
contribuire al processo di trasformazione dell'area interessata in un
territorio ricco di scelte formative
e lavorative, per far fronte al previsto incremento di domanda di risorse umane con una formazione
plurilingue e soprattutto interculturale.
(aise)
Panorama 41
Made in Italy
I locali in cui viene offerta superano le seimila unità
È San Paolo la città «più pizza»
a cura di Ardea Velikonja
L
a notizia è sensazionale solo
per chi non ha dimestichezza
con la questione: San Paolo è
la città del mondo che ha più pizzerie, sono oltre seimila. Con questo
primato “in tasca” la città “più italiana” della faccia della terra si sta
preparando nell’organizzazione della prima Fiera della pizza in Brasile,
aperta in egual misura ai professionisti del settore ed ai golosi del prodotto che di regola s’identifica con
Napoli.
Seimila pizzerie solo in questa
citt, come detto, in quanto “le pizzerie funzionanti in tutto il Brasile sono
molte di più, per l’esattezza 25 mila,
per un fatturato che si calcola superiore ai 4 miliardi di euro all’anno, e
che pongono il paese in seconda posizione assoluta, preceduto dai soli
Stati Uniti nel ranking delle nazioni
che consumano più pizze”. È quanto
scrive Oliviero Pluviano su “Gente
d’Italia”, quotidiano delle Americhe
diretto da Mimmo Porpiglia.
Considerate le posizioni dei singoli conglomerati urbani, San Paolo, che conta oltre 6 milioni di oriundi italiani nella sua popolazione che
complessivamente sfiora i 20 milioni di abitanti, risulta superiore a
New York e alla stessa Napoli: le
pizze qui sfornate ogni mese superano infatti i 43 milioni.
La “fabbrica” più antica della città è la “Casteloes”, che ha raggiunto la veneranda età di 83 anni, ma
migliaia di “pizzarias” propongono
il cerchio di pasta con i più disparati ingredienti, fonte della creatività brasiliana e dei prodotti diversi dall’Italia che abbondano in natura. E la pizza al metro, arrivata dalle pizzerie e dai panifici italiani solo
ultimamente, sta prendendo sempre
più campo nella megalopoli brasiliana.
“Ne consumiamo di più degli
stessi italiani che l’hanno inventata” spiega Luis Augusto de Alcantara Machado, dirigente della Fispizza, l’ente che riunisce i “pizza-
42 Panorama
Augusto de Alcantara Machado, boss della Fispizza, l’ente che riunisce
le pizzerie della capitale paulista
ioli” della capitale paulista. Novità
della stagione è la “pizza-cono”, che
è chiusa come un gelato ed ha al suo
interno tutti i ripieni che si vogliono, dalla “mozzarella e pomodoro”
di una Margherita ai Quattro Formaggi, alla Napoletana o alle Quattro Stagioni.
Si può portare alla partita di calcio o in uno shopping center, le due
distrazioni maggiori in una domenica di un paulista, senza correre il rischio di sporcare e di insudiciarsi.
“Il brasiliano ha scoperto nuovi
modi di mangiarla - aggiunge Alcantara Machado - e questo ha creato un filone enorme di nuovi affari.
La pizza di regola si mangia in Brasile a cena, nient’altro che a cena,
ma adesso anche a mezzogiorno è
vista come alternativa al fast food
per la gente che lavora nel cuore
delle metropoli brasiliane”.
Vanno molto le pizze anche come
dolci: la pizza di banana o ai frutti
amazzonici, come i cupuacu, l’acaì
e il taperebà, è di moda.
C’è poi uno specifico “effetto di
ritorno”. “I brasiliani che vengono
in Italia restano delusi dalle pizze
nostrane: quelle brasiliane - aggiunge il boss della Fispizza - hanno più
ripieno. I pizzaioli del Brasile sono
più creativi di quelli italiani: adesso hanno lanciato anche la pizza calda con sopra un gelato al cioccolato
freddissimo”.
San Paolo ha anche un clima che
si presta al consumo di questo tipo di
cibo in qualsiasi stagione. Alta 900
metri sul livello del mare dal quale
dista una settantina di chilometri, ha
in inverno temperature fredde che
arrivano anche a 3 gradi, con l’accompagnamento della “garoa”, una
pioggia sottilissima che è caratteristica del luogo. Ma anche in estate
sono rare le serate afose in cui non
viene voglia di mangiare niente. La
pizza è la favorita dei bambini e dei
grandi: a San Paolo anche le discendenze calabresi e napoletane, le più
diffuse fra i paulisti, fanno gioco”.
(aise)
Made in Italy
La manifestazione chiude in bellezza il calendario espositivo annuale
A Udine Natale arriva il 15 novembre
Udine Fiere è appena finita Casa
Moderna che già scatta il conto
alla rovescia per Natale, che in
Fiera arriva prima con Idea Natale, manifestazione fieristica alla quale spetta di chiudere in bellezza il calendario
espositivo di Udine e Gorizia Fiere e
che da 24 edizioni registra grande attesa e attenzione da parte del pubblico. Il
sipario si alzerà giovedì 15 novembre
con l’apertura degli stand ai visitatori a
partire dalle ore 15.00.
Con la 24.esima edizione di
Idea Natale prenderà il via anche la
14.esima edizione della contestuale
Idea Solidale che, di fatto, è l’unico
appuntamento annuale capace di restituire il giusto risalto promozionale e commerciale all’impegno e al lavoro delle associazioni di volontariato, al mondo del no-profit, alle coo-
A
perative sociali che attraverso questa
vetrina possono non solo far sapere
l’impegno svolto, ma anche vendere
i frutti del proprio lavoro.
Idea Solidale, realizzata con la
collaborazione e il sostegno della
Provincia di Udine e del Centro regionale Servizi per il Volontariato,
concentrerà in Fiera il messaggio e
l’attività di molte realtà attive nel settore del sociale.
Ad Idea Natale parteciperanno
numerosi espositori italiani ed esteri con stand ricchi di proposte tradizionali e innovative per il regalo natalizio. Stand che si trasformeranno
in laboratori della creatività, della
manualità, dell’ascolto e della fantasia per adulti e bambini. Stand che
metteranno in bella mostra tantissimi
prodotti da acquistare, ma che forni-
ranno anche consigli, dimostrazioni,
assistenza e tante occasioni di utile
intrattenimento. Tanti quindi i colori
e profumi che invaderanno piacevolmente gli stand di Idea Natale.
Da sempre punto di riferimento di
particolare attrazione per il pubblico
femminile anche per i corsi di cucina che alternano ricette e segreti per
preparare i dolci tradizionali delle feste, Idea Natale resta l’appuntamento
ideale per la famiglia alla quale sarà
dedicata una particolare offerta per
l’ingresso e una serie di eventi anche
con laboratori.●
Dal 12 al 16 novembre a Veronafiera nell’ambito di Vinitaly 2012
T
XX Concorso Enologico Internazionale
re domande per interpretare il mercato del vino nei più
importanti Paesi di consumo o in
quelli emergenti, tre domande per
capire come cambia l’enologia alla
luce dell’evoluzione del gusto dei
consumatori ma anche dei cambiamenti climatici. Sono sei le domande che Vinitaly proporrà ai giornalisti e agli enologi, tra i più famosi
e qualificati al mondo, chiamati a
far parte della giuria del XX Concorso Enologico Internazionale, in
programma dal 12 al 16 novembre a Verona. Una serie di interviste settimanali che rappresentano
un’occasione di confronto sui vini
e sui mercati e che verranno pubblicate sul sito della manifestazione (www.vinitaly.it), dove tutti potranno commentarle e aggiungere
le proprie esperienze.
Si inizia con un focus sugli Stati Uniti, con le risposte dei giornalisti Antonio Cevola, Charlie Arturaola e Marisa D’Vari, ma nelle prossime settimane diranno la loro an-
che giornalisti ed enologi europei,
asiatici, dell’America latina. Quello
americano è descritto come un mercato in crescita, ma differenziato a
seconda della zona e dell’età di consumo. Un mercato in continua evoluzione, lontano anni luce da quello che era 25 anni fa, ma anche da
quello che sarà lo scenario che vedremo tra dieci anni. Nel sud-ovest,
in Texas “il Moscato e il Malbec
sono molto alla moda - dice Cevola - come pure Chardonnay, Pinot Grigio e Pinot Nero non invecchiati in legno, seguendo l’influenza della gente che arriva per motivi
economici dagli Stati del nord-est e
del Pacifico, ma anche dall’America latina”. “Mai come in questo momento - spiega Charlie Arturaola - i
consumatori sono attenti al rapporto
qualità-prezzo e questo è un vantaggio per i vini italiani in Florida, ma
anche a New York, nel New Jersey
e a Vancouver nel Canada occidentale. Gli importatori stanno aumentando l’offerta di piccole doc, come
pure di vini siciliani, campani, pugliesi, marchigiani, sardi e calabresi
di varietà meno conosciute”. Importante l’educazione al prodotto, soprattutto nei confronti di quella che
è la fascia di consumo maggiormente in crescita, cioè quella dei ‘millennians’ tra i 21 e i 30 anni. Questi
giovani “sono aperti a qualsiasi stile
di vino - dice Marisa D’Vari - e pur
essendo molto sensibili al prezzo si
fanno influenzare dalle scelte degli
amici e dai ‘racconti’ o dagli articoli di esperti letti su Internet, specialmente quelli postati sui social media”.
(aise)
Panorama 43
Musica
Una carrellata sulle opere più famose del mondo atto per atto, per rinfre
Gianni Schicchi, astuta figura p
a cura di Ardea Velikonja
G
ianni Schicchi è un’opera
in un atto di Giacomo Puccini, su libretto di Giovacchino Forzano basato su un episodio del Canto XXX dell’Inferno di
Dante (vv. 22-48) e una commedia
in un atto di Roger Martin du Gard.
Fa parte del “Trittico”.
La trama
Il Trittico
T
rittico è il nome con cui sono conosciute tre opere in un atto musicate da Giacomo Puccini: Il tabarro, su libretto di Giuseppe Adami, Suor Angelica e Gianni Schicchi, entrambe su libretto di Giovacchino Forzano.
Inizialmente Puccini compose solo “Il tabarro” (l’idea originaria gli
fu suggerita dall’ascolto a Parigi, nel 1912, del dramma “La houppelande” di Didier Gold); solo in seguito pensò di accompagnare questo truce dramma con altri due lavori di carattere contrastante, appunto “Suor
Angelica”, scritta tra la fine del 1916 ed i primi mesi del 1917, e “Gianni
Schicchi”, terminato nella primavera del 1918.
Le tre opere furono rappresentate in prima assoluta il 14 dicembre
1918 al Metropolitan di New York con esito sostanzialmente positivo,
anche se solo Gianni Schicchi fu accolto senza riserve. La “prima” fu diretta dal Maestro Roberto Moranzoni.
Oggi l’orientamento della critica è mutato e tutte e tre le opere sono
entrate a pieno titolo nei repertori dei teatri lirici. Raramente, però, vengono eseguite tutte assieme. ●
Il Metropolitan di New York
44 Panorama
Firenze, anno 1299. Buoso Donati è morto e giace nella sua bara
circondato dai parenti che lo vegliano in preghiera. Ma un dubbio
sorge ad interrompere quella triste
serata: che il Donati abbia davvero lasciato tutto in eredità ai frati?
I parenti lasciano che la preghiera
ceda il passo alla curiosità patrimoniale così aprono il testamento che
conferma ogni precedente timore.
Rinuccio vede sfumare il suo progetto di vita con il suo amore Lauretta pertanto propone ai parenti
di chiedere consiglio su come aggirare le imposizioni testamentarie affidandosi al parere del padre
di lei, Gianni Schicchi, uomo di
fama molto astuto ed accorto (C’è
una persona sola che ci può salvare…Avete torto! È fine…Firenze è
come un albero fiorito…). Gianni
giunge alla casa dei Donati (Quale
aspetto sgomento e desolato…) ma
non riceve la migliore accoglienza
visto che la Vecchia Zita fa osservare l’inadeguatezza del posto per
quell’uomo di origini non borghesi
ma plebee.
Gianni si offende ed è pronto a
lasciare la casa non fosse altro per
le implorazioni che riceve dalla figlia affinché resti e trovi una soluzione per farle coronare il suo
sogno d’amore (Oh mio babbino
caro…). Qui scatta la beffa. Il dottor Spinelloccio è venuto ad informarsi sullo stato di salute di Buoso, già morto. Gianni si infila nel
letto e prende il posto del morto,
risponde alle domande del dottore
(Buongiorno Maestro Spinelloccio) e, dopo essersi vestito come
Musica
escare un po’ la memoria
pucciniana
Buoso (Ecco, la cappellina..) chiede subito che sia fatto chiamare il
notaio per dettare il suo testamento. Gianni a questo punto avverte
tutti i parenti presenti che sostituire una persona in testamenti e lasciti è un reato che comporta per
il truffatore ed i complici il taglio
della mano e l’esilio (Addio Firenze, addio cielo divino…).
È il momento di Gianni che, astuto qual è, non spreca tempo a dispensare lasciti per se stesso: si fa lasciare i beni più preziosi del patrimonio
tra cui la casa di Firenze, la mula,
i mulini di Signa. I parenti restano
beffati dal beffatore e nulla possono per disinnescare la truffa pena la
giusta punizione che sarebbe inflitta
loro. Gianni scaccia tutti dalla casa,
ormai divenuta sua per testamento di
Buoso. Torna protagonista sulla scena dopo essersi riappropriato di tutti i suppellettili che i parenti Donati avevano cercato di rubare per toglierli dalle grinfie dell’abile truffatore. Lauretta, adesso, non è più di
famiglia plebea.
Suo padre, Gianni, ha acquisito una fortuna, fortuna maltolta ma
sempre fortuna. Gianni osserva i due
ragazzi amoreggiare e, rivolgendosi
al pubblico, cerca di purificare la propria astuzia spiegando di aver osato
tanto ma solo per il bene dei due fidanzati. E se l’occasione fa l’uomo
ladro è anche vero che il movente rende il sacco meno peso ragion
per cui Gianni reclama l’attenuante
ed invoca un applauso dal pubblico
(Ma con licenza del gran padre Dante, concedetemi voi l’attenuante!).
Non perdetevi il finale dell’opera,
dopo il gran padre Dante.
L’autore
I
l 22 dicembre 1858 Giacomo Puccini nasceva a Lucca, quinto di
nove figli e ultimo discendente di una singolare dinastia che in un
arco temporale di un secolo e mezzo aveva dominato la vita musicale
lucchese. Rimasto orfano di padre trascorse la sua giovinezza tra la casa
di famiglia a Lucca e la casa estiva di Celle; all’età di nove anni entrò
in seminario e iniziò a suonare l’organo nella Cattedrale di Lucca. Ma
Puccini preferiva l’opera. Alla fine del 1880, dopo aver ottenuto il diploma all’Istituto Musicale Pacini di Lucca, proseguì gli studi al Conservatorio di Milano. Il soggiorno milanese fu un periodo importante
per il giovane Puccini che venne in contatto con il mondo musicale del
periodo e il movimento della Scapigliatura (un gruppo di intellettuali
che intendeva ribellarsi alle forme auliche dell’arte e rifarsi alla libera
ispirazione e alla fantasia). Incontrò Pietro Mascagni e condivisero una
stanza per alcuni mesi. Nel 1883 finì i suoi studi, ottenne il diploma con
la composizione Capriccio Sinfonico che rivelò immediatamente il genio del maestro. Il primo aprile dello stesso anno, la rivista “Il Teatro
illustrato” pubblicata dall’editore Sonzogno annunciò un concorso per
artisti esordienti per un’opera inedita in un atto. Puccini compose Le
Villi, ma l’opera non vinse e non venne nemmeno menzionata fra i lavori degni di considerazione. L’opera comunque venne rappresentata il
31 maggio 1884 al teatro Dal Verme di Milano, grazie a una sottoscrizione firmata da amici ed investitori influenti. Il successo, sia di critica
che di pubblico, fu entusiastico. “Il compositore che l’Italia stava aspettando…” scrisse ‘Il Corriere della Sera’ e Marco Sala affermò: “l’opera
di Puccini è un piccolo prezioso capolavoro dall’inizio alla fine”.
Questo primo successo permise a Puccini di firmare il suo primo contratto con un grande editore: Giulio Ricordi. La sua seconda opera Edgar
(La Scala di Milano, aprile 1889) non raggiunse il successo sperato. Ricordi continuò ad avere fede in lui e sostenne Puccini per molti anni per
aiutarlo nella sua affermazione. Con la sua terza opera Manon Lescaut
(Torino, Teatro Regio, febbraio 1893) arrivarono la fama ed il successo.
Puccini aveva 35 anni. Si stabilì a Torre del Lago con Elvira e il figlio Antonio. Qui sulle sponde del lago Massaciuccoli scrisse la maggior parte
delle sue opere: La Bohème (Torino, Teatro Regio, febbraio 1896), Tosca
(Roma, Teatro Costanzi, gennaio 1900) e Madama Butterfly (Brescia, Teatro Grande, maggio 1904). Da quel momento in poi Puccini divenne famoso in tutto il mondo e compì numerosi viaggi per assistere alle rappresentazioni delle sue opere in Europa ed in America: La fanciulla del west
(New York, Metropolitan Opera, dicembre 1910), La Rondine (Montecarlo, marzo 1917), Il Trittico (New York, Metropolitan Opera, dicembre 1918), fino all’ultima grande opera per cui il maestro è rimasto a lungo dubbioso prima di scegliere Turandot dal commediografo veneziano
Carlo Gozzi. Sebbene gravemente malato, Puccini lavorò a Turandot fino
alla fine e purtroppo la lasciò incompiuta. Si sottomise ad un intervento
chirurgico per un cancro alla gola a Bruxells il 24 novembre, e morì pochi giorni dopo il 29 novembre 1924.●
Canto XXX
E l’Aretin che rimase, tremando
mi disse: “Quel folletto è Gianni Schicchi,
e va rabbioso altrui così conciando”. 33
“Oh”, diss’io lui, “se l’altro non ti ficchi
li denti a dosso, non ti sia fatica
a dir chi è, pria che di qui si spicchi”. 36
Ed elli a me: “Quell’è l’anima antica
di Mirra scellerata, che divenne
al padre, fuor del dritto amore, amica. 39
Questa a peccar con esso così venne,
falsificando sé in altrui forma,
come l’altro che là sen va, sostenne, 42
per guadagnar la donna de la torma,
falsificare in sé Buoso Donati,
testando e dando al testamento norma”. 45 ●
Panorama 45
Sport
Sette volte vincitore del Tour de France, potrebbe fare la fine di Marion Jones per
Il ciclista Armstrong rischia la
di Nevio Tich
N
on solo la revoca dei sette Tour
de France vinti tra il 1999 e il
2005, prontamente avvenuta,
ora Lance Armstrong rischia anche la
prigione. Il modo più cruento di calare il sipario sulla favola del corridore
texano che, una volta sconfitto il cancro, ha segnato nel bene e nel male gli
ultimi venti anni del ciclismo mondiale. Tutto nasce dal rapporto dell’USADA, l’agenzia antidoping statunitense,
che lo ha radiato dopo che in un dossier
di oltre mille pagine è stato accusato di
avere messo in piedi insieme alla sua
squadra, la US Postal, “il più grande
sistema di doping al mondo”. Un dossier che si basa su documenti, ricevute, dati scientifici e risultati di test che
dimostrano l’uso costante e prolungato
di sostanze dopanti nonché lo spaccio
di queste ai compagni di squadra. Un
dossier che raccoglie inoltre le testimonianze sotto giuramento di 26 persone,
tra cui 15 corridori.
E proprio una testimonianza sotto giuramento potrebbe inguaiare definitivamente Armstrong, e aprirgli le
porte del carcere. Si tratta di quella rilasciata davanti a un tribunale ameri-
Enormi i danni d’immagine
cano nel 2005, dove Armstrong avrebbe dichiarato il falso: negando sotto
giuramento di avere assunto sostanze
dopanti e di aver conosciuto il famigerato dottor Michele Ferrari (il medico che secondo l’USADA era dietro il sistema doping messo in piedi da
Armstrong e dalla US Postal). Una situazione che ricalca quella di Marion
Jones, anche lei atleta di successo e
Sette i Tour de France vinti, ma poi revocati
46 Panorama
fama mondiale - cinque medaglie alle
Olimpiadi di Sydney 2000, poi revocate - che mentì davanti al Grandjury
riguardo allo scandalo doping del laboratorio Balco e che nel 2008 fu poi
condannata a scontare sei mesi di prigione per falsa testimonianza.
In attesa che l’UCI (Unione ciclistica internazionale) ratifichi le accuse
dell’USADA - contro cui Armstrong
ha rinunciato al ricorso e alla difesa,
sostenendo chel’unica cosa che gli interessava preservare era la sua reputazione - il suo avvocato,Tim Herman,
prova invece a giocare l’ultima carta
a sorpresa. In un’intervista ha infatti
dichiarato che Armstrong sarebbe disponibile a sottoporsi all’esame della
macchina della verità per ripulire la
sua immagine dalle accuse di doping.
Ma a condizione che lo facciano anche i suoi 26 accusatori. Anche qui c’è
un precedente. A inizio anno il ciclista
spagnolo Alberto Contador ha chiesto
di usare come prova a sua discolpa il
test del poligrafo. Un esame di cui non
sono stati resi noti i risultati, ma che
non ha impedito al TAS di squalificarlo comunque per due anni e di revocargli lo scorso febbraio le vittorie al
Tour 2010 e al Giro d’Italia del 2011.
Il presidente della UCI, Pat McQuai
Sport
Reazione a catena
Proseguono anche gli effetti collaterali della vicenda. Dopo Levi Leipheimer, licenziato in tronco dalla
Omega Quick-Step dopo le sue confessioni, anche Matthew White perde il lavoro. L’australiano, alla US
Postal dal 2001 al 2003, era l’attuale
commissario tecnico della nazionale
del suo paese. “Riconosciamo a White - si legge nella nota della federazione australiana - un prezioso contributo
allo sviluppo del ciclismo australiano
e apprezziamo la sua confessione. Ma
le ammissioni fatte costituiscono una
violazione del codice di condotta sul
doping che siamo dati, e quindi siamo
costretti a licenziarlo”.
Lasciata la presidenza
di Livestrong
Lance Armstrong ha presentato
le dimissioni da presidente della Livestrong, la fondazione da lui stesso
creata a sostegno della lotta contro il
cancro. “Ho voluto risparmiare all’organizzazione gli effetti negativi della
GIRO D’ITALIA
Vi ha partecipato
una sola volta,
nel 2009,
classificandosi nono
ANSA-CENTIMETRI
US POSTAL
DISCOVERY
CHANNEL
RADIO
ASTANA SHACK
’09 ’10 ’11
Cross Country del Colorado
Giro di Svizzera
’92 ’93 ’94 ’95 ’96 ’97 ’98 ’99 ’00 ’01 ’02 ’03 ’04 ’05
Giro del Delfinato
GP del Midi Libre
IL RIENTRO
2009: 3˚ al Tour
de France e
1˚ negli Usa; 2010: 2˚ al Tour
Suisse e 23˚ in Francia
COFIDIS
MOTOROLA
GP delle Nazioni
Gp Eddy Merckx
IL MALE
Gli è diagnosticato
nel 1996 un cancro
ai testicoli,
sconfitto nel 1998
Lance Armstrong nasce a Dallas (Texas, USA) il 18 settembre 1971
CARRIERA
Giro del Lussemburgo
Debutto
tra i prof
1992
Freccia Vallone
Tour du Pont
Ma il lavoro di Herman non è finito qui. Ora c’è da difendersi dalla SCA
PromotionsInc, che ha chiesto la riapertura di un vecchio processo intentato contro Armstrong. La SCA è la
compagnia di assicurazioni con cui la
US Postal aveva stipulato un contratto per assicurarsi “contro” le vittorie al
Tour, come è uso comune per tutte le
società sportive che così si garantiscono il pagamento dei bonus e dei premi
promessi ai dipendenti al raggiungimento di determinati risultati. Dopo le
prime voci sul doping di Armstrong, la
SCA aveva chiesto la restituzione del
premio di 5 milioni di dollari pagato
per la vittoria al Tour 2004. Ma alla
fine di un arbitrato legale, nel 2006 accettò di pagare sia il premio di 5 milioni che 2,5 milioni tra interessi e spese
legali sostenute dal corridore. Ora, alla
luce del dossier USADA, la SCA chiede la riapertura del processo e la restituzione di 7,5 milioni.
178 cm
Peso
forma
77 Kg
Classica San Sebastian
Contratto d’assicurazione
Altezza
Gp d'Atlanta
detenzione
Carriera cancellata
Mondiale su strada
Campionato USA
doping e falsa testimonianza
TOUR DE FRANCE
I SECONDI IN CLASSIFICA
Alex
Zulle
Jan
Ullrich
controversia sulla mia carriera ciclistica”, ha spiegato il vincitore di sette Tour, travolto dallo scandalo del doping.
Livestrong è stata fondata nel 1997
ed ha fino ad oggi raccolto 500 milioni
di dollari per sostenere i pazienti malati di cancro. Armstrong, che ha sempre
svolto gratuitamente il ruolo di presidente, ha fatto comunque sapere che
rimarrà nei 15 membri del consiglio
direttivo.
I compiti principali saranno ora
svolti dal vice presidente Jeff Garvey,
presidente-fondatore dell’ente con
Armstrong nel 1997. “Questa organizzazione, la sua missione e i suoi sostenitori mi sono incredibilmente cari –
dice Lance -. Concludo la mia presidenza per risparmiare la fondazione da
eventuali effetti negativi a causa della
controversia che riguarda la mia carriera ciclistica”.
Anche la Nike lo molla
Intanto, la Nike ha annunciato la rescissione del contratto di sponsorizzazione con lo statunitenese: “In ragione
delle prove apparentemente incofutabili - recita una nota - sul fatto che si è
dopato ingannando la Nike per più di
dieci anni, con grande tristezza poniamo fine al rapporto con lui”.
Revocati i sette Tour
de France
L’USADA aveva indubbiamente
ragione: Lance Armstrong, per vincere, ha fatto ricorso al doping. Lo ha
confermato a Ginevra l’UCI che, per
bocca del suo presidente PatMcQuaid,
in un colpo solo, gli ha cancellato tutte
e sette le vittorie conquistate al Tour de
France. Il texano ha dominato la Grande Boucle dal 1999 al 2005, anno in
Jan
Ullrich
Joseba
Beloki
Jan
Ullrich
Andreas
Kloden
Ivan
Basso
cui precedette l’italiano Ivan Basso.
Non è in discussione, invece, la conquista del Mondiale su strada dell’agosto 1993, a Oslo.
Il provvedimento, infatti, parte
dall’1 agosto 1998. Il danno, in termini pratici e d’immagine, è di dimensioni catastrofiche: la corsa a tappe
più prestigiosa del mondo resta con
un buco di ben sette anni nel proprio
albo d’oro, dal momento che quei titoli probabilmente non verranno mai
assegnati. Ma non è tutto: va aggiunto
che, per la credibilità del ciclismo, si
tratta dell’ennesimo colpo da KO.
In ogni caso, l’UCI ha confermato che i podi non verranno modificati,
dopo che la direzione della corsa francese si era già espressa negativamente
al riguardo per bocca del suo direttore
Christian Prudhomme. E questo, per
Basso, rappresenta un’ulteriore delusione. Difficile digerire un secondo
posto per il varesino, sapendo che non
esisterà un primo.
McQuaid ha ricordato che “per
Armstrong nel ciclismo non ci sarà
mai più posto”. È questa l’ultima condanna del numero uno del ciclismo
mondiale. Una vera e propria pugnalata al cuore di chi, in questo sport, ha
continuato a crederci. Nonostante tutto. Sono bastate un paio di settimane
all’organismo mondiale per valutare i
dossier dell’USADA e capire il marchingegno ideato per utilizzare sostanze proibite quanto sofisticate. “Negli
anni in cui si svolsero i fatti - dice McQuaid - i mezzi di controllo a nostra
disposizione erano molto più limitati rispetto a quelli attuali. Nella lotta
al doping sono stati compiuti passi da
gigante e sono dispiaciuto del fatto di
non essere stato capace di prendere i
dopati e buttarli fuori dal mondo del
ciclismo”.●
Panorama 47
Tra storia e gusto
Finalmente la moderna estrazione
di Sostene Schena
I
principi su cui si basa la pratica
estrattiva dell’olio sono sempre
gli stessi del passato, mutarono
invece risparmio di tempo e lavoro,
vennero progressivamente realizzate le macchine utilizzate per la lavorazione del prodotto. Si cercarono
nuovi sistemi per accelerare il processo produttivo, gli schiavi vennero sostituiti dal cavallo, a questi seguì la macchina, nuove forze energetiche ridussero i tempi di lavoro,
l’energia elettrica divenne la forza
motrice principale.
Il consumo crescente dell’olio e
maggiori esportazioni del prodotto
aprono la strada a un’industria olearia sempre più intensa e specializzata. Nella produzione olearia, di importanza fondamentale è la conservazione delle olive che devono essere macinate entro tre/quattro giorni
dal raccolto, prima che avvenga il
processo di fermentazione. Per evitare ciò, esse vengono conservate
su appositi graticci. Il macchinario
per oleificio, è costituito da macchine per la lavorazione delle olive e
macchine per l’estrazione dell’olio.
Tra le prime compaiono i “macelli”,
o “macine”, o “mole,” o “molazze”
di granito che ruotano su un piatto
dove le olive vengono poste per essere macinate, essi sono collegati a
distanza col “maneggio”, un mecca-
nismo che mette in comunicazione i
macelli con la forza motrice; fa parte del gruppo meccanico un argano
che serve per stringere il torchio a
stanga nelle alte pressioni.
I frantoi possono funzionare con
la forza animale e con l’impiego di
uno o più macelli, il peso totale di
ogni apparecchio si aggira sui 25004000 chili e può triturare in un’ora
dai 300 ai 400 chili di olive. Dopo
la frangitura che serve a triturare
le olive, si passa alla gramolatura,
operazione che serve a rimescolare e
amalgamare le olive frantumate e a
effettuare una prima separazione fra
la sansa, parte oleosa e liquido acquoso (amurca). La pressatura si ef-
fettua per pressione; con questo processo che dura circa un’ora, la parte
liquida si libera ulteriormente dalle
sanse; il mosto viene quindi filtrato.
Un altro tipo di estrazione può avvenire per centrifugazione: una centrifuga agisce a una velocità di 6000
giri al minuto consentendo la precipitazione dell’acqua che essendo più
pesante dell’olio viene convogliata in un apposito canale di raccolta.
L’olio raccolto in recipienti, subisce
una chiarificazione; in seguito passa
a successivi travasi.
Altro sistema in uso è il procedimento estrattivo per percolazione: la pasta ottenuta dalla frangitura e dalla gramolatura viene collocata in speciali macchinari dotati di
lamine d’acciaio che trattengono la
parte oleosa lasciando cadere quella acquosa; questo sistema non surriscalda la massa, mantiene inalterate molte caratteristiche aromatiche
ma non permette una totale estrazione dell’olio dalle sanse. Il prodotto ottenuto mediante questi sistemi
di estrazione deve essere esente da
trattamenti chimici.
La classificazione
Secondo il regolamento CEE
2568/91 gli oli di oliva vengono così
classificati:
olio d’oliva vergine: è ottenuto
dalla spremitura delle olive mediante procedimenti meccanici o altri
processi fisici, rispettando tempera-
48 Panorama
Tra storia e gusto
ne dell’olio
ture e norme igieniche tali da garantire la qualità del prodotto; sono vietati altri trattamenti e miscele con oli
diversi da quelli “di oliva vergini”
olio di oliva extravergine: ottenuto da prima spremitura all’esame
organolettico deve risultare assolutamente perfetto con acidità (determinata dall’acido oleico contenuto)
che non deve superare 1 p.c. ogni
100 gr.
olio di oliva vergine; all’esame
organolettico deve risultare perfetto
con acidità (determinata dall’acido
oleico contenuto) che non deve essere superiore del 2 p.c. ogni 100 gr.
olio di oliva vergine corrente:
all’esame organolettico deve risultare di gusto buono, con acidità (determinata dall’acido oleico contenuto)
che non deve eccedere del 3,3 p.c.
ogni 100 gr.
olio di oliva vergine lampante: all’esame organolettico risulta di
gusto imperfetto, difettoso, l’acidità non deve superare il 3,3 p.c. ogni
100 gr.
Oli di Oliva:
Olio di oliva raffinato: ottenuto
dalla raffinazione di oli di oliva vergini, la cui acidità determinata dalla quantità di acido oleico contenuto
non può eccedere dello 0,5 p.c. ogni
100 gr.
Olio di oliva: ottenuto da un taglio di olio di oliva raffinato e di oli
di oliva vergini diversi dall’olio lampante, l’acidità non deve superare
l’1,5 p.c. ogni 100 gr.
Olio di sansa di oliva greggio: ottenuto mediante il trattamento al solvente di sansa di oliva e altre miscele diverse, l’acidità non può eccedere in acidità dell’1 p.c. ogni 100 gr.
Olio di sansa raffinato: ottenuto
dalla raffinazione dell’olio di sansa
di oliva greggio, l’acidità può superare lo 0,5 p.c. ogni 100 gr.
Olio di sansa di oliva: ottenuto da un taglio di olio di sansa raffinato e di oli di oliva vergini diversi
dall’olio lampante, non può eccedere dell’1,5 p.c. ogni 100 gr.
Vengono posti in commercio per
usi alimentari: l’olio extravergine di
oliva, l’olio vergine di oliva, l’olio di
oliva, l’olio di sansa di oliva.
Dall’antico modo di ottenere l’olio di oliva...
...a quello praticato con i sistemi in uso al giorno d’oggi
Esame organolettico
L’esame olfattivo: si effettua roteando l’olio nel bicchiere coperto, poi si scopre e mediante lievi inspirazioni si memorizzano tutte le
sensazioni percepite, riportandole
sull’apposito foglio.
L’esame gustativo: si effettua
introducendo in bocca una minima
quantità di olio, la si distribuisce
dalla lingua in tutta la cavità orale,
si effettuano delle brevi e profonde inspirazioni per percepire le sensazioni retronasali, gusto-olfattive
e tattili quali: il dolce, l’amaro, il
piccante, l’astringenza, si pone attenzione soprattutto alle sensazioni retrolfattive che possono offrire
notevoli riconoscimenti aromatici
quali, l’aroma della foglia d’olivo,
della mandorla, aromi fruttati, erbacei, ecc.
L’esame visivo relativo al colore:
non determina la qualità dell’olio ma
la tipicità, il colore dell’olio dipende infatti dal tipo di olive utilizzate, dalla situazione geografica, dalle condizioni pedoclimatiche. I colori variano anche in base alla presenza di clorofilla, per cui troveremo oli
che vanno da un colore molto verde,
alle varie tonalità di giallo.
L’esame visivo relativo alla fluidità: indica la consistenza dell’olio,
che varia a seconda del tipo di olive
e dell’ambiente pedoclimatico.●
(5 - continua)
Panorama 49
Multimedia
Ultime novità dei desktop più avanzati mai realizzati da Apple e tra i
Settima generazione per l’iMac e nuo
a cura di Igor Kramarsich
T
ra i numerosi annunci Apple
spicca sicuramente il nuovo
iMac, il desktop in assoluto
più venduto negli Stati Uniti, ha fatto
sapere Tim Cook, Ceo della società,
che ora viene proposto in una versione ultrasottile con un design completamente rivisitato. I nuovi processori quad core Intel di terza generazione e la grafica Nvidia unita al disco
ibrido Fusion Drive, fanno dei nuovi
iMac i desktop più avanzati mai realizzati da Apple. Il nuovo iMac racchiude una tecnologia ad alte prestazioni in un case di alluminio e vetro
che occupa fino al 40 p.c. di volume
in meno rispetto al suo predecessore,
e un bordo che misura solo 5 mm di
spessore.
Realizzato con un livello di rifiniture senza precedenti, il nuovo iMac
ha un display interamente riprogettato che riduce il riflesso del 75 p.c. pur
mantenendo colori brillanti e contrasto. Il vetro di copertura inoltre è interamente laminato all’Lcd, mentre un
rivestimento antiriflesso viene applicato utilizzando un processo di ‘plasma deposition’ ad alta precisione.
Ogni display iMac viene calibrato
individualmente tramite un evoluto
spettroradiometro. I processori quad
core Intel i5 di terza generazione si
50 Panorama
possono potenziare a Core i7. Ogni
iMac ha di serie 8 GByte di Ram a
1600 MHz e un hard disk da 1 TByte, la memoria si può espandere a 32
GByte e l’hard disk fino a 3 TByte o
in alternativa si può avere 768 GByte
di memoria flash.
La vera novità è la tecnologia di
archiviazione Fusion Drive che offre le prestazioni delle memorie flash
unite alle capacità di un disco fisso,
combinando 128 Gbyte di memoria
flash con un disco rigido standard da
1 TByte o 3 TByte così da creare un
singolo volume di archiviazione ca-
pace di gestire in maniera intelligente
i file, ottimizzando le prestazioni in
lettura e scrittura. Fusion Drive inoltre sposta in automatico i file e le app
utilizzati più spesso nella memoria
flash permettendo quindi un accesso
più veloce e prestazioni migliori.
Novità anche per il Mac mini che
viene rinnovato con processori dualcore Intel Core i5 e quad-core Intel
Core i7 di terza generazione, fino
a due volte più veloci, e grafica integrata fino al 65 p.c. più scattante.
Mac mini include di serie 4 GByte
di memoria a 1600 MHz espandibili fino a 16 GByte. Pur mantenendo
inalterato il suo design in alluminio,
Mac mini include ora quattro porte
Usb 3.0 oltre alle porte Thunderbolt,
Hdmi, Sdxc, Gigabit Ethernet e FireWire 800.
Sia iMac che Mac mini rispettano requisiti Energy Star 5.2 e hanno ottenuto la certificazione EPEAT
Gold. In particolare iMac consuma
fino al 50 p.c. in meno rispetto alla
generazione precedente quando inattivo, e il display a retroilluminazione
Led è privo di mercurio e realizzato
in vetro privo di arsenico. Mac mini
a sua volta consuma solo 11W quando inattivo.
Mac e Mac mini includono di serie
il sistema operativo OS X Mountain
Lion e grazie ad iCloud, integrato in
Multimedia
più venduti al mondo
uovi Mac mini
iPad Mini, piccolo solo nella forma
Mountain Lion è ancora più facile tenere tutti i contenuti sincronizzati sul
Mac, iPhone, iPad e iPod touch.
iMac è disponibile da novembre
nella versione da 21,5 pollici con processori quad-core Intel Core i5 a 2,7
Ghz con velocità Turbo Boost fino a
3,2GHz e Nvidia GeForce GT 640M
a un prezzo di 1.379 euro e nella versione con processore quad-core Intel
Core i5 a 2,9GHz con velocità Turbo Boost fino a 3,6GHz e Nvidia GeForce GT 650M a un prezzo di 1.579
euro, Iva inclusa.
Nella versione a 27 pollici con
processore quad-core Intel Core i5
a 2,9 GHz con velocità Turbo Boost fino a 3,6 GHz e Nvidia GeForce
GTX 660M iMac costa 1.899, mentre
con processore quad core Intel Core
i5 a 3,2GHz con velocità Turbo Boost fino a 3,6 GHz e Nvidia GeForce GTX 675M viene venduto a 2.079
euro Iva inclusa. La versione a 27
pollici di iMac sarà però disponibile
solo a partire dal mese di dicembre.
Mac mini è disponibile fin da subito nella versione con processore
dual-core Intel Core i5 a 2,5GHz con
velocità Turbo Boost fino a 3,1GHz,
4 GByte di memoria e disco rigido da
500 GByte al prezzo di 649 euro; con
processore quad-core Intel Core i7
a 2,3GHz con velocità Turbo Boost
fino a 3,3GHz, 4 GByte di memoria
e disco rigido da 1 TByte al prezzo di
849 euro e con processore quad-core Intel Core i7 a 2,3GHz con velocità Turbo Boost fino a 3,3GHz, OS
X Server, 4 GByte di memoria e due
dischi rigidi da 1 TByte a 1.049 euro
(prezzi Iva inclusa).●
L’
azienda di Cupertino ha messo al mondo il tablet in versione Mini, ribattezzato proprio
iPad Mini. L’interesse dei media
era, quasi esclusivamente qui, una
versione ridotta della tavoletta che
ha contribuito a rendere la Apple
l’azienda leader nella produzione
di dispositivi mobili hi-tech. Eppure c’è chi grida allo scandalo:
il compianto Steve Jobs avrebbe
permesso una tale frequenza di
aggiornamenti dei prodotti, che si
sarebbe potuta spalmare su (almeno) un altro anno? Probabilmente
no, ma è anche il mercato ad essere cambiato.
L’interesse suscitato dal Nexus
7 ha accellerato la produzione e la
presentazione dell’iPad Mini. Per
una volta la Apple è stata presa di
sorpresa, costretta a rincorrere gli
avversari, invece di dettar legge
e segnare la strada maestra. Ecco
che la sifda si gioca con il vantaggio, in termini di tempo, acquisito
da Asus con il Nexus 7, sperando
che le vendite del Mini siano veicolate dal “nome” che porta. A livello tecnico siamo dinanzi ad un
prodotto di tutto rilievo: display da
7,9 pollici e risoluzione da 1.024
x 780 pixel (la stessa dell’iPad 2);
il processore è Apple A5, la videocamera frontale è FaceTime HD
e quella posteriore (iSight) è da 5
megapixel. C’è il chip LTE, Wi-Fi
e connettore Lightining, compatibile con i nuovi adattatori USB,
HDMI, VGA o slot per schede SD.
Il prezzo? 329 euro per la versione
Wi-Fi con 16 gigabyte di memoria,
429 euro IVA compresa per quella da 32 gigabyte e 529 euro per
quella da 64 gigabyte. Le versioni LTE costeranno rispettivamente
499, 599 e 699 euro. Arriva anche
la quarta generazione di iPad, chiamato iPad Retina. Un ‘altezza di
241,2 mm, una larghezza di 185,7
mm, una profondità di 9,4 mm e un
peso di 652 g (modello Wi-Fi), 662
g (modello Wi-Fi + Cellular). Il display è un multi-touch Retina da
9,7” con risoluzione da 2048x1536
pixel e rivestimento oleorepellente a prova di impronte. Quello che
cambia è il chip-on-system, A6x
dual-core con grafica quad-core.
La disponibilità delle versioni WiFi è prevista dal 2 novembre con
prezzi da 499, 599 e 699 euro IVA
compresa per le versioni da 16, 32
e 64 gigabyte. Due settimane dopo
arriveranno quelli con LTE a 629,
729 e 829 euro.●
Panorama 51
Scienza
Divulgata la classifica dei rumo
a cura di Nerea Bulva
facile distinguere un odore
sgradevole da uno più piacevole; così come è semplice
fare distinzione tra un alimento che
ci piace e uno che ci piace meno; e
lo stesso discorso vale per l’olfatto ed il tatto, che sono sensi che si
“accendono” non appena vengono
a contatto con delle molecole specifiche.
Ma come va inteso, invece, il
discorso con i suoni? Come facciamo a capire se un’onda acustica può provocarci o meno fastidio?
Qual è il rumore più fastidioso di
tutti?
A porsi questa domanda è stato un gruppo di scienziati della
Newcastle University che, probabilmente per stemperare i toni “ufficiali” dei premi Nobel appena assegnati, ha voluto divulgare la “simpatica” classifica dei suoni più odiati al
mondo dall’orecchio umano.
È
La stanza del silenzio da Guinness
C
hi non vorrebbe immergersi nel silenzio più assoluto, anche solo
per pochi minuti? Sarebbe fantastico. Ebbene, esiste un luogo. La
società del Minnesota Orfield Laboratories ha creato una “camera anecoica” (senza eco) al 99,99 p.c. fonoassorbente, tanto da valerle una
menzione nel Guinness dei Primati. Ma come è fatto il “posto più silenzioso al mondo”? La stanza con delle mura molto spesse e delle speciali costruzioni in fibra di vetro, acciaio e 30 centimentri di calcestruzzo,
accende la sensazione di trovarsi completamente isolati dal mondo. Lo
spessore isolante misura 3,3 metri. L’ingresso si trova dietro due grosse
porte corazzate per caveau, mentre il pavimento cede come una sorta di
trampolino, in modo da non produrre alcun suono mentre si entra. Nessuna vibrazione, scricchiolio o fruscio. Se una normale conversazione
misura un volume di circa 60 decibel - e in una stanza da letto è attorno
ai 30 - all’interno del locale “più silenzioso al mondo” c’è una rumorosità di fondo di -9,4dB.
Qui, però, il silenzio non è affatto d’oro. Anzi, diventa quasi insopportabile. E può portare allo squilibrio mentale. Soprattutto se si spengono anche le luci, così da eliminare anche l’ultimo dei rumori. I volontari che entrano nella stanza (dal 2004 il luogo più silenzioso della Terra),
dopo un po’ di tempo si sentono male, ha spiegato al britannico Mail, Steven Orfield, fondatore e presidente della società. “Le persone si orientano normalmente col suono quando si muovono. Tuttavia, questa camera
anecoica è priva di tutte queste informazioni”. L’esperienza extrasensoriale può risultare disorientante e inquietante. “Tanto più è silenziosa la
stanza, quanto più saranno le cose che senti”, sottolinea giustamente Orfield, “come per esempio il proprio battito cardiaco, la respirazione o lo
stomaco che gorgoglia. Insomma, quì si diventa l’unica fonte di rumore.
Nessuna persona è riuscita a resistere per più di tre quarti d’ora”.
La stanza viene usata da diverse società per testare l’acustica dei suoni su prodotti prima di lanciarli sul mercato: valvole cardiache; cellulari,
apparecchi per le auto; lavatrici; moto. Anche la Nasa sottopone i propri
astronauti a dei test dentro queste quattro mura e medici e ricercatori per
studi clinici sulla sordità.●
52 Panorama
Pensate alle unghie sulla lavagna? Sbagliate! Lo studio, pubblicato sul Journal of Neuroscience, conferisce senza alcuna esitazione il primo posto al coltello affilato su una
bottiglia di vetro. Questione di punti
di vista? Niente affatto! Infatti, Sukhbinder Kumar, neuro scienziato a
capo dello studio, ci tiene a precisare che le ragioni della avversione
umana nei confronti di certi rumori
andrebbero ricondotte a particolari
Scienza
ori più insopportabili al mondo!
circuiti neuronali che connettono la
corteccia uditiva all’amigdala.
Il verdetto emesso dallo studio pubblicato sul Journal of Neuroscience non lascerebbe dubbi: in
cima alla classifica c’è un coltello
affilato su una bottiglia di vetro. E
non è neppure questione di gusti,
visto che alla base del rigetto ci sarebbe l’azione dell’amigdala.
Come ha spiegato Sukhbinder
Kumar, neuroscienziato a capo dello studio, le ragioni della avversione
umana nei confronti di certi rumori
andrebbero ricondotte a particolari circuiti neuronali che connettono la corteccia uditiva all’amigdala.
Quest’ultima è un’area del cervello
deputata al controllo delle emozioni
in grado di modulare i segnali provenienti dalla corteccia uditiva. Insomma, una volta che lo stimolo sonoro è stato percepito dal cervello,
spetta all’amigdala il compito di suscitare le reazioni comportamentali.
Reazioni che risultano quasi sempre negative in risposta a rumori
con frequenze comprese fra i 2000
e 5000 Hertz (Hz).
Nulla di sorprendente, visto che
le orecchie umane sono molto sensibili agli stimoli presenti in quel range acustico. Ma gli scienziati hanno
voluto approfondire le radici del disgusto, chiedendo a 13 volontari di
ascoltare un repertorio di 74 suoni
e valutarne la sgradevolezza in base
a una scala da 1 a 5. Nel frattempo,
un dispositivo a risonanza magnetica funzionale (fMri) mappava l’attività all’interno delle loro aree cerebrali. Incrociando i dati, il team di
Kumar ha realizzato che in presenza di rumori considerati sgradevoli
(cioè quelli con punteggio più negativo e compresi tra 2000 e 5000 Hz)
l’attività dell’amigdala era molto
pronunciata.
Ecco spiegato perché alcuni suoni a bassa frequenza, come il gor-
gogliare d’acqua, il rombo del tuono o uno scroscio di applausi siano
molto più piacevoli di un concerto
di unghie che stridono sulla superficie di una lavagna. Eppure, anche
quando si parla di suoni fastidiosi le
sorprese non mancano. In definitiva, la classifica dei rumori più odiati (almeno dai 13 volontari) è così
composta: 1) coltello su una bottiglia, 2) forchetta su vetro, 3) gesso sulla lavagna, 4) righello su una
bottiglia, 5) unghie sulla lavagna, 6)
urlo di una donna, 7) una smerigliatrice angolare, 8) freni stridenti di
una moto, 9) il pianto di un bambino e 10) un trapano elettrico.
Grazie a questi primi risultati, i
neuroscienziati contano di approfondire il ruolo dell’amigdala sul
controllo delle emozioni. In molti
casi, gli studi di Kumar potrebbero fare luce sulle cause di alcuni disturbi (autismo, iperacusia e misofonia) e valutare possibili terapie.●
Panorama 53
Benessere
Le noci, piccoli scrigni pieni
L
a noce è il frutto secco più
consigliato dalla medicina popolare per chi svolge un’attività intellettuale pesante (studenti, insegnanti, ragazzi in crescita e bambini). I cinesi sin dai tempi più remoti
la chiamavano il “frutto del cervello”, certamente a causa della forma
dei suoi gherigli. Rientra a buon diritto fra i frutti secchi oleosi, ricchi
di grassi vegetali e quindi di calorie
(695 calorie per 100 g). Sconsigliata, se non a piccole dosi, a chi svolge
una dieta dimagrante, è l’ideale per
ritemprarsi e darsi una buona carica alla mattina, soprattutto in questi
mesi. Contiene acidi grassi essenziali come quello linoleico e linolenico,
importantissimi per il trofismo delle cellule nervose. È ricca anche di
zinco, potente coadiuvante dell’immunità e degli scambi cellulari, e di
rame, che aiuta a mantenere elastiche
le mucose. Dal punto di vista fitoterapico i preparati a base di noce possiedono proprietà amaro-toniche, digestive, sfiammanti e astringentiintestinali, utili nel trattamento di diarree
e dissenterie. Si sono ottenuti buoni
risultati anche contro le infestazioni
dell’intestino causate da vermi e in
particolare contro la tenia.
54 Panorama
Per via esterna alle
noci sono riconosciute proprietà astringenti, antisettiche e cicatrizzanti, utili quindi nelle più comuni
affezioni della pelle: dermatosi, eczemi, piaghe, ulcere e geloni. Preparati a base di noci si possono utilizzare con ottimi risultati come collutori
nelle affezioni della bocca
e della faringe e come
colliri efficaci nelle congiuntiviti per la
loro azione
astringente
e disinfettante.
P e r
via interna ed
esterna
è inoltre
utile, data
la sua azione astringente, per frenare
la produzione
del latte e per diminuire la sudorazione.
Spesso, in ambito
cosmetico,
viene utilizzato
l’olio estratto dal
mallo delle noci per la
preparazione di creme solari
protettive o addirittura per la preparazione di lozioni fortificanti per i capelli; infatti l’estratto ha la proprietà
di riuscire a penetrare in profondità la
fibra capillare donandole un aspetto
estetico più morbido e ostacolandone la caduta.
A chi serve di più
- Bambini in crescita e adolescenti: una fetta di pane alle noci con un
velo di miele integrale per merenda
fornisce una dose di energia che non
viene subito consumata, come quella degli zuccheri semplici contenuti
nelle merendine, nel miele, nel cioccolato e costituisce anche un buon
sostitutivo per i piccoli inappetenti o
capricciosi, che di fronte alla mensa
scolastica o casalinga fanno le bizze.
- Donne in gravidanza: apporta
acidi grassi essenziali per la formazione del tessuto nervoso fetale, è digeribile e dà anche un buon apporto calorico: l’ideale per chi soffre di
nausee e non riesce a trattenere niente nei primi tre mesi. Per questo in
gravidanza è consigliabile integrarle
nella dieta e consumarle sia nell’insalata, sia da sole. Sono anche uno
spezzafame naturale.
Benessere
di salute
- Anziani: le noci proteggono la
funzionalità cerebrale, per cui sono
consigliate anche agli anziani che non
vogliono “perdere colpi”. La dose
ideale è di tre-quattro noci alla sera,
dopo i pasti, magari al posto del dessert, mescolate con yogurt bianco e
un cucchiaino di miele. Il loro consumo poi contribuisce a ridurre i fattori
di rischio cardiovascolare: contengono grassi “buoni” (mono e polinsaturi) in grande quantità, i quali abbassano i livelli ematici di colesterolo LDL
(quello “cattivo”). Inoltre questi frutti contengono vitamina E, dalle spiccate proprietà antiossidanti, magnesio,
implicato nella regolazione della pressione sanguigna, e arginina, un aminoacido che favorisce la dilatazione dei
vasi sanguigni e riduce le infiammazioni delle arterie, con benefici effetti
sul circolo e sulle scorie che, accumulandosi, favoriscono il sovrappeso.
- Vegetariani: essendo molto ricche di proteine nobili possono tranquillamente sostituire un pasto proteico, come la carne, il pesce o il formaggio. Una bella insalata mista cruda con
insieme circa 1 etto di noci soddisfa
abbondantemente le esigenze dell’organismo in termini di proteine, grassi,
calorie, vitamine e sali minerali.
A tavola
Sì: con il latte
Ottimi i gherigli cotti nel latte, poi
passati nei mixer e conditi con una
spolverata di parmigiano reggiano, per
ottenere una zuppa al sapore inconsueto ma delicato.
Sì: con le verdure
Aggiungete noci, pinoli e uvetta
alle verdure bollite e ripassate al tegame con un filo di olio. Con una fetta
di pane è un piatto unico digeribile e
gustoso.
No: con la panna
È da sfatare il mito, peraltro gradito al palato, delle noci con la panna.
Grassi vegetali e animali rendono difficilmente digeribile l’abbinamento.
No: con le carni
Evitate di farcire con la noce tacchini, faraone, conigli: carne, noci,
uova e condimenti vari in un solo pasto comportano troppo lavoro anche
per un fegato sano.●
Panorama 55
In casa
Rimedi naturali per eliminare i cattivi odori
Z
affate di fumo o di fritto, puzza di chiuso e il delicato “effluvio” proveniente dalla sacca
della palestra: a nessuno piacciono i
cattivi odori che si possono diffondere in casa, ma le soluzioni chimiche
a questo inconveniente potrebbero rivelarsi peggiori del problema.
Molti deodoranti per ambienti - i
cosiddetti “air freshner” ma anche
alcuni tipi di candele profumate, bastoncini d’incenso o diffusori di aromi - contengono sostanze chimiche
dannose per la salute: tra le più pericolose da segnalare troviamo gli
ftalati, che in alcuni studi su roditori hanno mostrato di creare problemi a fegato, reni e allo sviluppo delle ghiandole sessuali; benzene e formaldeide, che sono stati correlati a
tre, esistono comunque valide alternative innocue per l’organismo, ecosostenibili e altrettanto piacevoli.
Aprite la finestra
Arieggiate anche con il termometro
pericolosamente vicino allo zero! Bastano pochi minuti per far “respirare”
la casa (ma non esagerate, o ci rimetterete in spese sul riscaldamento).
Staccate la spina
rischio di danni neurologici e cancro; e composti organici volatili irritanti per naso, occhi e gola che possono causare mal di testa e nausea,
nonché aggravare le condizioni di
salute degli asmatici. Molte di queste sostanze semplicemente coprono
gli odori, ma non li neutralizzano o,
peggio, si depositano temporaneamente nelle nostre cavita nasali alterando la percezione olfattiva.
Come fare, quindi, per avere una
casa profumata ma attenta alla salute
dei suoi abitanti e dell’ambiente? Innanzi tutto, al momento dell’acquisto consultate attentamente l’etichetta: la dicitura “naturale” non implica
che il prodotto sia al 100 p.c. privo di
componenti chimiche dannose. Inol-
56 Panorama
Togliendo dalla corrente i diffusori per aromi ricaverete anche il piacevole effetto collaterale di risparmiare
energia. Create in casa il vostro deodorante per ambienti personalizzato riempiendo una bottiglia spray riciclata con acqua distillata e qualche
goccia di olio essenziale. Il classico
dei classici è l’olio di lavanda. Quel
suo classico colore viola è utilizzato anche in cromoterapia per calmare persone particolarmente ansiose.
Ma di oli ce ne sono per tutti i gusti e
per tutte le stanze: c’è un’essenza per
il soggiorno (fresca e frizzante), una
per la camera da letto (il bergamotto,
ad esempio), una acchiappa odori per
la cucina. Molto consigliato, per forti
odori di frittura, è l’essenza di eucalipto, indicata anche curare i sintomi
da raffreddamento.
Le bucce di arancia, mandarino o
pompelmo lasciate nel locale che intendete profumare sono un’altra valida soluzione che non delude mai.
Pure i classici sacchetti riempiti di lavanda (ma anche, per esempio, timo,
rosmarino, salvia e petali di rosa) diffonderanno un aroma delicato in tutta casa.
In caso di odori pungenti e sgradevoli, un metodo efficace è disseminare nei punti critici piccoli contenitori
di bicarbonato di sodio o aceto; mezzo limone cancella le zaffate sgradevoli di frigoriferi e lavastoviglie,
mentre per neutralizzare le fragranze
di cibo stagnanti basterà immergere
chiodi di garofano e cannella in una
casseruola con acqua tiepida.●
In casa
Piante d’appartamento: depurano l’aria
L’
aria che respiriamo tra le
mura domestiche può arrivare ad essere tre volte
più nociva di quella che inaliamo
per strada: lo sostiene uno studio
dell’Università di Sheffield (Gran
Bretagna). Complice l’uso di forni, cucina a gas, deodoranti e detersivi, i livelli di monossido di
carbonio e altri gas dannosi per la
salute registrati in un appartamento del centro città possono essere
tre volte superiori ai limiti concessi dai governi per l’ambiente
esterno (lo studio è stato condotto
a Sheffield ma potrebbe valere anche per altre città).
Ma una soluzione per riossigenare l’aria delle nostre case c’è: armatevi di pollice verde e circondatevi di
piante. Come quasi tutti sappiamo,
la principale capacità di purificazione dell’aria avviene nel processo
di fotosintesi clorofilliana, dove dei
piccoli fori presenti sulle foglie (detti stomi) assorbono l’anidride carbonica trattenendo il carbonio e rilasciando ossigeno. Bene, alcuni tipi
di piante nel loro nutrirsi d’aria sono
capaci di assorbire anche inquinanti, trattenendoli al posto nostro e migliorando la qualità dell’aria interna
e sono: la palma areca e la sansevieria, che definiamo una pianta per
la camera da letto poiché converte
CO2 in ossigeno di notte.
Se l’anidride carbonica, un inquinante non pericoloso che però può
determinare mal di testa e riduzione
di capacità critica e di giudizio, può
essere assorbita da tutti i tipi di piante ci interessa sapere che altri inquinanti possono essere trattenuti solo
da alcuni tipi di piante. Qui di seguito un accenno sui più importanti.
Partiamo dalla formaldeide, un
composto cancerogeno per l’uomo,
è purtroppo presente in diversi mobili di casa soprattutto in quelli in truciolato, ma la possiamo trovare anche in collanti, vernici o smacchiatori. Aerare l’ambiente soprattutto
in caso di mobili nuovi è sicuramente la prima accortezza da avere, ma
i tipi di piante che possono aiutarci a smaltire tale inquinante sono: il
ficus benjamin, l’aloe, l’epipremnum e la dracena compacta.
Possiamo poi citare il monossido
di carbonio, che è incolore, insapore, inodore e non irritante, può causare morti accidentali senza che le
vittime se ne rendano conto. Viene
prodotto con la combustione di carbone, legno, olio, carburanti, perciò
lo producono stufe a legna, incensi e
il fumo di tabacco. La pianta che si
suggerisce per assorbirlo è la margherita.
Frequente nei centri urbani, perché prodotto dai tubi di scappamento delle automobili, è il benzene.
Entra nei nostri appartamenti tutte
le volte che cambiamo l’aria, perciò è un inquinante inevitabile con
cui dobbiamo convivere. Per difendersi da questa sostanza tossica esistono molte piante, tra cui la drace-
La margherita assorbe il monossido di carbonio
na marginata, la spathiphyllum e
l’edera.
Infine il crisantemo. Questo infatti oltre ad essere molto bello è capace di assorbire la trielina e l’ammoniaca presente in alcuni detergenti che si usano per pulire le superfici
di casa. e che comportano irritazione delle vie respiratorie.
Molte altre sono le varietà con
capacità depurative, è bene dunque
ricordarsi che più piante avremo in
casa e più pulita sarà l’aria che respireremo.●
Il crisantemo assorbe l’ammoniaca. Sansevieria, la pianta per la camera da letto. L’aloe assorbe la formaldeide
Panorama 57
Passatempi
ORIZZONTALI: 1. Compenso di
risarcimento – 9. Spetta a lui gettare
il guanto – 16. Rifiuto russo – 17. Sovraccarico di lavoro – 19. Il sangue degli Dei – 20. Intagliati o inseriti in un
contesto – 22. Ampi locali… per condire – 23. Una... dolce città – 24. Fornisce il fegato per un paté – 25. Lo stato
USA con Dover capitale – 27. Prefisso
per sotto – 29. Il ramo giovane della
vite – 31. Salvador pittore surrealista
– 32. L’Agnese a Madrid – 33. La Terra nelle parole composte – 34. La banca del Vaticano (sigla) – 35. Una ballerina del varietà – 36. Gli esami che
seguono gli scritti – 37. Le prime del
Rigoletto e della Norma – 38. Gli Stati Uniti la festeggiano il 4 luglio – 41.
Il simbolo dell’americio – 42. Capitale con il porto del Pireo – 44. Il nome
di Buazzelli – 45. Cattive, malvagie –
46. È detto anche pan di serpe – 47.
Affetto da microsomia – 48. Duecento grammi in due – 49. Sciocche, stupide – 51. L’eterna ripetente – 52. La
esprimono i contestatori – 54. Risuona nella corrida – 56. Grande vaso di
terracotta – 58. Ispide, pungenti – 59.
Quella Giovine la fondò Mazzini – 61.
L’aeroporto di Cagliari – 62. Non è più
Soluzione del numero precedente
consentito nell’edilizia – 64. Un quadrato con le corde – 65. Si serve a tavola – 66. Consente di acquistare esperienza.
VERTICALI: l. Delfino d’acqua
dolce – 2. Il nome della scrittrice Anaïs
– 3. Ornamento o dignità nell’aspetto
– 4. La scienza del costume – 5. Tu
con me – 6. Il centro dei contribuenti
– 7. Si salvò col filo d’Arianna – 8. Per
estensione il quarto lago della Terra –
9. Una hostess… coi calzoni – 10. Dario premio Nobel – 11. Un… mare lo
divide dal fare – 12. Colpo magistrale
nel tennis – 13. Il conferimento della
carica – 14. Palesarsi attraverso piccoli
indizi – 15. Le hanno mele e pere – 18.
Possedeva una lampada magica – 21.
Forniscono… cloruro di sodio – 23. Il
verso del grillo – 25. Si studia in giurisprudenza – 26. Segnale che mette sul
chi vive – 28. Comune delle Marche in
provincia di Ancona – 29. Ne ha dieci
la piovra – 30. Capo del Massachusetts
– 32. Infiamma il collerico – 33. Seccature, fastidi – 35. Soldati costruttori – 36. Il gattopardo americano – 38.
Perseguitò Frisso ed Elle – 39. Noioso cataplasma – 40. Isola delle Cicladi
– 43. Spropositatamente grande – 46.
La Terra dell’Antartide possedimento della Francia – 48. Leandro la raggiungeva a nuoto – 49. Lo pseudonimo del regista Stefano Vanzina – 50.
Palesano il buon umore – 52. Fu fiorentissima repubblica marinara – 53. Il
nome di Laurel – 55. Isola dell’arcipelago dalmata – 57. Il gatto della miss
– 59. Centouno in lettere – 60. Istituto
Nazionale Trasporti – 61. Le iniziali di
Petrolini – 62. Le estremità dell’alfabeto – 63. Treviso su targa d’auto.
Pinocchio
Airzooka: divertente giocattolo spara... aria!
S
pesso, in estate, è abitudine lanciare gavettoni e sparare con pistole ad acqua. Oggetti che è meglio
non usare nei mesi freddi ma che sono
dannatamente divertenti. Come si può
continuare a fare scherzi senza causare bronco polmonite ed ipotermie assortite al prossimo? La risposta si trova in Airzooka, una pistola capace di
“sparare aria”. Il meccanismo è semplice: all’interno di una tromba in plastica (con manico e mirino) è inserita
una parete di plastica leggermente ela-
58 Panorama
stica. Tirate, mirate, lasciate e un flusso d’aria accelerato colpira il vostro
bersaglio. Del tutto innocua, la “palla
d’aria” potrà arrivare ad una distanza
di 9 m e più ! Il risultato? Molto rumore ed una ventata in faccia. ●
Un congresso tutto... dolce
S
i è svolto ad Umago il primo Congresso internazionale dei pasticceri organizzato dalla Casa giornalisticoeditoriale “Robinson” di Zagabria. Per
tre giorni dodici équipe di pasticceri
provenienti da Croazia, Slovenia e Bosnia si sono dati da fare per aggiudicarsi i primi posti nelle tre categorie: torta
a 3 piani, sculture con zucchero soffiato
e mignon. Delizie quindi non solo per
il palato ma anche per l’occhio. Infatti i giovani pasticceri hanno dato sfogo
alla fantasia. Come rilevato dal direttore della Robinson Stjepan Odobašić i
nostri pasticceri sono pronti per le sfide europee: “Da tempo i turisti hanno
riconosciuto e cercano i dolci autoctoni
e negli ultimi dieci anni molto si è fatto per ‘l’occhio’ per così dire dato che
i gusti sono rimasti sempre quelli fatti
con le ricette delle nonne e quindi naturali”.
Quindi un vero successo la manifestazione di Umago che certamente si terrà anche il prossimo anno sempre in collaborazione con l’Unione cuochi della
Regione Istriana e dell’Associazione di
categoria a livello nazionale. A. V.
Foto ricordo dei premiati
Questa torta della pasticceria di Veglia è
stata premiata per il gusto
I tradizionali dolci istriani
Selena Jurašić della pasticceria vegliota “Casa del padrone”, primo premio dei giornalisti internazionali per l’eleganza
e l’aspetto delle creazioni
L’équipe della pasticceria “Palma” di Sarajevo è risultata esPanorama
59
sere prima in tutto. A sinistra il proprietario
Šaban Ljumić
60 Panorama
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di Ardea Velikonja - EDIT Edizioni italiane