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A
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PUBBLICITÀ COMMERCIALE
1
Data di copertina: il mese
Uscita: il 5 di ogni mese ( luglio e agosto numero abbinato)
Diffusione iniziale: 15.000
Unità di misura: colonna
Tariffa colonna B/N: L. 400.000
Validità degli ordini: 1 anno
FORM ATI PREVISTI E TARIFFE B/N:
1) in gabbia 2) al vivo
1) mm 176x240
2) mm 204x270
1) mm 176x 120
2) mm 204x 135
1) mm 116x240
2) mm 132x270
1) mm 56x 240
2) mm 72x 270
bxhm m 132x131
solo al vivo
1 pagina
1.200.000
1.350.000
1/2 pag. oriz.
600.000
650.000
2 colonne
800.000
900.000
1 colonna
400.000
450.000
triangolo
di copertina
1.200.000
SUPPLEMENTI
1 colore di selezione oltre il nero
2 colori di selezione oltre il nero
quadricromia
II di copertina
III di copertina
IV di copertina
posizione di rigore
1 [SCONTI
40% da 6 a 10 colonne
da 11 a 19 colonne
80% da 20 a 29 colonne
25% da 30 a 39 colonne
10% 40 colonne e oltre
40% editoriale’
10%
|
]
3%
6%
9%
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15%
10%
—----------------------------------------------------------------------------------------------- -,
NOTIZIE TECNICHE____________________________________________
Procedimento di stampa:Rotofset
Tempi tecnici per le inserzioni
(prima della data di uscita):
colore
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prenotazioni
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Il materiale per le inserzioni dovrà essere montato identico o proporzionale aquello prescelto, completo di testo composto tipograficamente.
Gli eventuali testi da comporre verranno addebitati al costo. Nell’ eventualità di selezione
plurima, verrà fatturato un maggiore costo di lavorazione, pari a lire 80.000 per ogni foto­
color oltre il primo.
Non si accettano contestazioni per le inserzioni il cui materiale sia stato ritirato prima della
contestazione stessa.
Gli avvisi a colori sono accettati in tutti i formati.
La redazione accetta avvisi di doppia mezza pagina orizzontale, doppia pagina, pagina più
due colonne (purché non siano richieste date o posizione di rigore).
Posizioni per le quali è necessario un preventivo accordo vincolante: II, III, IV di copertina.
Si accettano servizi di Informazione Industriale e Commerciale.
[PREVISIONI SUI LETTORI
Lettori adulti:
50.000
Sesso:
Uomini
Donne
...
Classi di età.
meno di 18 anni
18-25 anni
26 35 anni
36-50 anni
oltre 50 anni
%
65
35
~
0
5
25
30
25
15
Titolo di studio:
Laureati
Diplomati
Licenza media
Licenza elementare
%
30
35
25
10
Classe sociale:
^ ta
Medio alta
Media
Popolare
%
20
35
30
15
Professione:
Liberi professionisti, imprenditori, dirigen
.. studenti,
. , .. scuole,
. . istituzioni,
. . . . . . teaInsegnanti,
tri e compagnie.
Uomini di cultura e d affari,
_________________________________ _
In vigore dal 1°
io gennaio 1983
a le x a k is
7 8 :
Le voci
S
u
d
i
n
o
i
Ne h a n n o scritto: Spirali; Theatron, C inelettura,
Ridotto, Rassegna di cultura, G azzetta del
Popolo, La discussione, Il Popolo.
Ne h a n n o p a rla to a lla radio (Rete 3) e in tanti: chi
bene, chi m e n o bene, m a tutti, c o n sim patia.
Ci h a n n o in vitato a mostre, conve gni, serate
m o n d a n e , prim e teatrali, vacanze. R ingraziam o
tu tti e c h ie d ia m o scusa di a lc u n e nostre
com prensibili assenze.
Le voci più interessanti sono state d a noi ra c c o lte
in m erito a lla g ra fic a e ai «settori» d e lla rivista:
consigli utilissimi, sui q u a li stiam o fa c e n d o
p ro g e tti e in base ai q u a li a b b ia m o g ià preso
co n ta tti.
Il num ero di g iu g n o presentava un grave errore di
stam pa: c e rc a te di prenderlo c o n filosofia, c o m e
a b b ia m o te n ta to di fare noi.
L'articolo ch e è p ia c iu to di più è stato: «C lapton:
u o m o o m ito?» di W alter G atti; Il più letto,
«A uto bio gra fia a ll'o biettivo» di R uggero O rlando;
«Roma c a p u t m undi» di Bepi Azarita ha fa tto
conoscere la rivista agli in nam orati d e llo sport.
Carolyn Carlson risponde a d
a lc u n e d o m a n d e (vedi intervi­
sta a p a g in a 14). Col suo ulti­
m o sp e tta c o lo «chalk work»,
m olto discusso, ha a ffro n ta to
un p u b b lic o c h e la a m a e c h e
sa riconoscere in lei g e n io e
talento.
IL DRAMMA
mensile diretto da
Giorgio Bàrberi Squarotti
Stefano Jacomuzzi
responsabile ai sensi di legge
Roberto Righetto
editore
Cregis s.r.l.
amministrazione e redazione
via Santo Stefano 42, 20125 Bologna
tei. 051/226591
abbonamenti
Lì.Co.Sa. - via Lamarmora 45
50121 Firenze ccp. 344509
registrazione
presso il Tribunale di Roma n. 15230
del 20/10/1973
fotocomposizione
Grafotitoli, piazza Duca D'Aosta
8/B Milano
tipografia
Litodesign, via Raffaello 21
42100 Reggio Emilia
distribuzione per l’Italia
So.DI.P. di Angelo Pattuzzl s.r.l.
prezzo
lire 5.000, arretrato 6.000, estero 8,000
abbonamento
annuo lire 40.000, estero 70.000
teatri 35.000
foto, disegni, testi e ogni materiale
(anche se non pubblicato)
non verranno restituiti.
La collaborazione è gratuita.
M
d
l a
o
l t
o
a
v
o
r
a
r
e
Sono arrivato al «si stampi» anche
per questo numero di
luglio-agosto.
V ivo l’ avventura della rivista e
sono certo che, se io fallissi il
tentativo, qualcosa comunque
resterà o qualcuno proseguirà,
magari altrove, magari con altro
nome (forse, qualcuno più capace
di me) a «proteggere la poesia»
(come ci chiedeva Cimnaghi in un
articolo pubblicato recentemente
su un noto quotidiano).
.C’è m olto da lavorare: la verità e
la bellezza sono, infatti, «gratis et
amore Dei», ma con un «però»:
questo «gratis» richiede lavoro:
non solo un sudore della fronte,
ma del cervello.
Le difficoltà sembrano lievi; in
realtà, sono una persecuzione:
introdursi nel mercato, farsi
conoscere dal pubblico, da critici
e giornalisti, farsi stimare nelle
banche per un prestito o dagli
amici per un avallo, trovare
un’agenzia di pubblicità e così via.
M a penso che, per la rivista, la
difficoltà stia ora nel fatto che
pochi sono educati a un lavoro
culturale serio e sanno, quindi, far
uso, in modo aperto, libero e
saggio dell’intelligenza: si
incontrano m olti polemici e pochi
«poeti» e, nella polemica, chi ha
più pallottole nel portafogli gode a
zittire colui che sarà il perdente.
M i hanno fatto sapere che la
rivista ha già degli amici e mi
dicono di «resistere». Penso che la
rivista vivrà solo se saprò (con chi
m i dà una mano) farla esistere
come parola che crea, parola,
appunto, «poetica», come spazio
aperto a spunti di meraviglia
emergente. A ltra via non vedo e
non interesserebbe nè me nè chi
con me collabora. Qualche nostra
parola può essere eccessivamente
dura, qualche altra troppo
accomodante o di una facilità
rasente il banale. Rileggevo, in
questo giorni, l’epistolario di
M ounier (il fondatore, a soli 27
anni, di «Espiri»); a uno
sconosciuto abbonato, egli scrive:
«Con gli uni e con gli altri
occorre, di volta in volta, usare
violenza e dolcezza: quando lei
vede una delle due, sappia che
l ’altra non è lontana».
Amedeo O rlandini
T
t
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p
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ANNO LIX - NUMERO 4/5
NUOVA SERIE
LUGLIO-AGOSTO 1983
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D
R
A
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S P E T T A C O L O
TEATRO
3
5
9
13
19
38
51
LIRICA
53
59
67
DANZA
22
CINEMA
46
69
MUSICA
36
55
65
INTERVISTA
15
29
MODA
76
LA STORIA
25
73
AVVENTURA
40
M
&
A
F E S T A
vignetta
editoriale
news
il libro
COME UN PRODIGIO
di R. Coppini
INTERVISTA A F. DE BIASE
di V. Buongiorno
FARE TEATRO É SCUOLA
Di R. Canteri
UNA COPPIA SBAGLIATA
PESARO E ROSSINI
TRE REGISTI PER PUCCINI
di G. Nastasi
SCOMPARSA DI UN GENIO
di C. Ferraro
NOSTALGHIA
di B.M. Kot
RECENSIONI
di R. Caglierò e V. Bongiorno
MY ONE AND ONLY
di R. Caglierò
LONG TIME GONE
di W alter Gatti
MA È PECHBLENDA BEAT
di M. Vetrugno
CHARLK WORK DI CAROLYN CARLSON
di A. Bassi
A GIOVANNI MASSIMO LANCELLOTTI
di E. Granzotto
DA MONIQUE
di E. Granzotto
BONAVENTURA TECCHI
di M. Tecchi
VEDI NAPOLI E POI MUORI
di E. Leoni
VIDOCQ
di H. Kresse
C
A
P
I
T
C o n fe d e r a z io n e
d i
A z io n e
P o p o la r e
P residente nazionale:
S e g re ta rio p ro v in c ia le
di R eggio Em ilia:
La C A P IT
lib e r o , d e lla
o p e ra
c o n v a r ie
c u lt u r a , d e lla
La te s s e ra
d i a d e s io n e
La te s s e ra
d à d ir itto
c in e m a to g r a fic h e
in iz ia tiv e
sen. F ra n c o E v a n g e lis ti
F e rd in a n d o N e g ri
n e l s e tto re
d e l te m p o
m u s ic a , d e l t e a t r o , d e llo s p o r t .
c o s ta
a lla
Ita lia n a
L. 1 . 5 0 0
r id u z io n e
p e r l'a n n o
1983.
( 3 0 % ) n e lle s a le
e a llo s t a d io .
Per in fo rm a z io n i e iscrizio n e rivo lg e rsi al T e l. 0 5 2 2 /5 6 0 4 7 7
M
B
c e r a m i c h e d ’a r t e
4
R
K
E
R
42013 CASALGRANDE (RE) ITALY - VIA FIORENTINA, 5
TEL. (0522) 846383-846384 - TELEX 531376 PARKER I
in e w s S
CO LO R AD O DANCE
L E S T IV A L
T endenze d e lla danza a m e ri­
cana
Fra i m o lti festivals am ericani di
danza e balletto i più im p o rta n ­
ti sono TAm erican Dance Festi­
val (N o rth Carolina), il Jacob’s
P illow nel Massachusets ed il
C olorado Dance Festival, g iu n ­
to quest’anno alla quarta edi­
zione. Il C olorado Dance Festi­
val che dura un mese, richiam a
m o lto pubblico e ha il m erito di
dare m o lto spazio alla New
Dance (il balletto postm oder­
no).
I protagonisti d e ll’edizione di
quest’anno sono stati T im M il­
ler, conosciuto soprattutto nel­
l ’ambiente newyorkese per le
sue performances, Laura Dean
(nella foto) e Trisha Brown.
Queste due coreografe, forse le
più ricche di idee tra gli autori
del balletto postm oderno ame­
ricano, hanno portato in C o lo ­
rado i lo ro u ltim i lavori ed
anche alcune opere di p ro d u ­
zione meno recente. È stata
u n ’occasione per fare un b ila n ­
cio sulla danza americana degli
u ltim i dieci anni ed anche per
ELLA
SEMPRE
ELLA
Il 14 lu glio, Ella Fitzgerald ha
cantato a Roma, al Circo Massi­
m o.
T u tto
esaurito.
M o lti
l ’hanno ascoltata «da fu ori».
Ella è stata incantevole, bravis­
sima, deliziosa. Ella dim ostra,
nella sua voce, tutta la forza di
una personalità che non ha
paragoni nella storia del jazz.
Prim a di partire per la tournée
in Europa, Ella aveva cantato a
diecim ila m etri di quota, su un
ju m b o in volo da Chicago a Los
Angels: uno spettacolo unico.
poter intervistare le p ro ta g o n i­
ste di spettacoli che, con un pò
di coraggio organizzativo, p o ­
trem m o vedere ben presto an­
che in Italia.
CARMEN
Presentato al Festival di Spoleto
to, in anteprim a per l ’ Italia,
«Carmen» di Carlos Saura, che
sarà d is trib u ito nella prossima
stagione. La proiezione è avve­
nuta al Teatro N uovo con gran­
de successo. «Carmen» si avvale
della direzione coreografica di
A n to n io Gades, della giovane
ballerina spagnola Laura Del
Sol (vedi foto) e della chitarra
flamenca di Paco De Lucia. Si
tratta di un film ispirato a ll’o ­
pera di Bizet e alla novella di
Merimée.
G R A N P R IX
BRAVA E BELLA
C orinne Flermés (che ha o tte­
nuto mesi fa il Gran Prix eu ro ­
visivo della canzone europea)
inizierà a girare in autunno un
film musicale. È paragonata, da
m o lti, a Edith Piaf e a Juliette
Greco. La sua canzone vincente
è stata «Sì, la vita è un dono».
N A S T R O D ’A R G E N T O
A I F R A T E L L I T A V IA N I
Il 23 lu g lio , a Taorm ina, nel
corso del Festival Cinem atogra-
> n e w s f
SHAKESPEARE
È IL SUO
fico Internazionale, sono stati
assegnati i nastri d ’argento
1983. Regia del m ig lio r film :
Paolo e V itto rio Taviani (La
notte di San Lorenzo); regista
esordiente: Franco Piavoli (Il
pianeta azzurro); m ig lio r p ro ­
duttore: la R A I-T V ; soggetto:
G ianni A m elio (C olpire al cuo­
re;
sceneggiatura:
Taviani,
G iu lia n i e G uerra; attrice p ro ­
tagonista: G iuliana De Sio; at­
tore protagonista: Francesco
N u ti; attore esordiente: Fausto
Rossi (C olpire al cuore); attrice
non protagonista: V irn a Lisi;
attore non protagonista: T ino
Schirinzi (Sciopén); musica:
Angelo B rand uardi; fotografìa:
Ennio G uarnie ri; scenografìa:
G ianni Q uaranta; costumista:
Piero Tosi; regista straniero:
Richard A tte nborou gh; co rto ­
m etraggio: A ld o Bassan; p ro ­
duttore cortom etraggi: F erdi­
nando Zazzera. Una menzione
speciale a Riccardo Fellini.
P A N E Q U O T ID IA N O
Veramente notevole il ciclo di
sette film che la Rete 3 ha
dedicato a O rson Wells. La
carriera di Wells iniziò presto:
la p rim a versione di Re Lear la
fa a nove anni e, a dieci, nel
teatro della W ashington School
di M adison, allestisce alcune
recite shakespearine: il quoti
diano locale gli dedica un a rti­
colo: «Disegnatore, attore, poe­
ta, non ha che dieci anni». Nel
1947 gira Macbeth. Nel 1952,
O tello (prem io Cannes).
Presto, pare, girerà un nuovo
film .
d iffico ltà : gli a ltri cavalli sono
stati costretti a tenere le distan­
ze.
MA
A N C H E L E I R IC O M IN C IA
D A TRE
Teresa De Sio ha lanciato il suo
u ltim o Long Playng «Tre» e lo
porta in giro per l ’ Italia, fin o al
30 settembre. I p iù bei testi
sono in lingua napoletana: ma
nessuna canzone su N apoli. In
una recente intervista, ha d i­
chiarato: «Adesso si rischia di
ricostru ire il ghetto napoletano.
E sulla cartolina invece di m et­
tere Pulcinela e il putip ù, «chia­
mano che so?, Pino Daniele e
me».
N O N BASTAVA
I L L IB R O ?
«G orky Park» sarà presto in
, circolazione. È un film , con la
regia di M ichael Apted. In te r­
p re ti: W illia m F lurt, Lee M a r­
vin, Brian Dennehy, Joanna Pacula.
E V IT A M E R A V IG L IE
DEL TROTTO
Il Prem io Europa 1983 è stato
vinto da Evita B roline (nella
foto), una delle m eraviglie del
tro tto europeo, senza- alcuna
V E N E Z IA E P IA Z Z E T E A
A l Palazzo V endram in Calergi,
a Venezia, m ostra del Piazzetta,
corredata da un gruppo di tele
di artisti che con lu i ebbero
ra p p o rti o contatti di lavoro
(Tiepolo,
Pellegrini,
Ricci).
Piazzetta m uore in grande p o ­
vertà, nonostante il successo, il
29 aprile 1754, «oppresso in
parte da male acuto, in parte da
interno cordoglio».
Roberto Lon ghi definì Piazzetta
un «m istificatore del natura­
lism o caravaggesco», ma, n o ­
nostante critiche e dubbi, que­
sto artista che piacque a Goethe
piace anche oggi. Nella foto,
«La contadina addormentata»
(d ip in to giovanile).
DOCTOR
S E R A P H IC U S
Il 17 e 18 settembre, presso la
sede del Palazzo Vescovile, a
Bagnoregio (Viterbo), si terrà il
trentunesim o congresso di studi
bonaventuriani. I l centro studi
bonaventuriani fu fondato da
Bonaventura Tecchi; l ’attuale
presidente è Pietro P rini. Nel
convegno di settembre, è pre vi­
sta una relazione su Bonaventu­
ra e il dem onio : tema che era
stato bocciato l ’anno scorso.
T O R IN O E C A L D E R
Fino a settembre, nel Palazzo a
Vela di T o rin o , la grande m o ­
stra dedicata ad Alexander Cal­
der (vedi foto): arazzi, tappeti,
d ip in ti, giocattoli, g io ie lli, lito ­
grafie, utensili e i cosiddetti
m obiles (sculture m etalliche che
si m uovono a un soffio). Le
grandi sculture (stabiles) di Cal­
der sono . collocate nel parco
circostante.
Polemica è nata, perché la m o ­
stra è costata m oltissim o. Ma,
via via, il fascino d e ll’esposizio­
ne fa dim enticare gli a ltri p ro ­
blem i. Calder (che è nato a
Filadelfia nel 1898 ed è m o rto a
New York nel 1976) inizia ven­
tenne la sua carriera, sul «N a­
tional police gazette»: pochi
tra tti di penna o m atita ideati
per il giovane satirico.
IN BREVE
UN PO’ D I TUTTO
[s| Torino celebra il centenario della
nascita di Guido Gozzano: fino al 2
ottobre, presso i giardini del Castello
Ducale di Agliè, la mostra «Guido
Gozzano: colloqui con l’immagina­
rio» (dal martedì al venerdì:
10-12.30/15-19; sabato e domenica:
10/19); fino al 30 settembre, esposi­
zione di pittura, scultura, ceramica e
grafica sul tema «Guido Gozzano,
quaranta artisti per un poeta» (tutti i
giorni: 10-12.30/15-19).
IH Si è recentemente conclusa, a Vero­
na, la mostra «L’Africa - cinquanta
carte rare, 1482-1801», organizzata
presso la libreria Antiquaria Perini.
Per ogni informazione, tei. 045/30073.
® Estate teatrale veronese. In agosto,
al «Teatro Romano», sono in pro­
gramma: «la vedova scaltra» (Adriana
Asti) dal 12 al 22; «Balletto del Sene­
gai» dal 24 al 27. Dal 29 agosto allT
settembre: «Balletto delle Filippine».
[3 Dal 28 al 30 settembre, al «Teatro
Romano» di Verona, si terrà il con­
vegno «Il romanzo di Pirandello e
Svevo»; nel corso del convegno, la
prima nazionale di «Un marito» di
Italo Svevo. Per informazioni: tei.
045/93911 1.
m Sempre a Verona, fino a settembre,
la mostra: «Stoffe di Cangrande»
(Museo di Castelvecchio); fino a otto­
bre, la mostra: «Scenografie in Are­
na» (Palazzo della Gran Guardia);
fino a dicembre, «La collezione Baja
di piante e pesci fossili di Bolca»
(Museo di Storia Naturale).
(s] A Reggio Emilia, dal 4 all’8 settem­
bre, la tradizionale «Giareda», festa
della città legata alla Basilica della
Ghiara.
® Il «Città di Piombino» (in giuria:
Guglielmo Petroni, Sauro Albisani,
Carlo Betocchi, Giorgio Cusatelli, Lu­
ciano Erba, Luciano Luisi, Davide
Puccini, Maria Giuseppina Sain, Gio-
vanni Vizzari) è stato assegnato, per la
poesia italiana, a Benito Sablone per
«la ruota incantata» (Bastogi), a Mar­
gherita Guidacci per la traduzione de
«L’arte di perdere» di Elisabeth Bi­
shop (Rusconi). Riconoscimento spe­
ciale a Luca Canali e a Franco Scataglini.
HI Si è conclusa la prima edizione
dell’«Arca d’oro» (concorso canoro
per bambini) promosso dalla Coope­
rativa Nuova Scuola a Reggio Emilia.
Vincitrici: Elena Spallanzani e Lila
Prodi. Sono già aperte le iscrizioni per
la seconda edizione. Tel. 0522/22898.
Agosto a ll’Arena
«Turandot»:
5.11.14;
«Aida»:
3.6.12.24.28.31; «Madama Butter­
fly»: 2.4.7.13.21.26; «Ballo Excel­
sior»: 20.23.25.27.30. Informazioni:
tei. 045 / 23520-38671; prenotazioni:
tei. 045 / 24660 28151; telex 480869
OPERVR I.
« Il dram m a - la festa dello
spettacolo» dice:
«Buone vacanze».
W N IL DRAMMA □ 11
:
$$new si
VILLA MINOZZO (RE)
17 luglio, ore 15,30
21 agosto, ore 15,30
VENNE
M A G G IO
I l «m aggio» dram m atico, un
tempo diffuso in gran parte del
te rrito rio toscano e nella vicina
m ontagna em iliana, vive anco­
ra, ai g io rn i nostri, in una
ventina di località comprese tra
Lucca, Pisa, Massa, M odena e
Reggio Em ilia. Ecco il p ro ­
gram m a:
com pleto
di
luglio-agosto (promosso dalla
P ro-Loco di Castelnuovo Garfagnana, dal Comune di B u ti;
dal Comune di V illa Minozzo,
dalla C om unità M ontana A puane, dal Centro tradizioni
Popolari di Lucca) :
FABBRICHE DI VALLICO
(LU)
10 luglio, ore 16
PAOLA DA BUTI - Compagnia di
Buti (Pi)
24 luglio, ore 16
ARTACE - Compagnia di Sassi-Eglio
(LU)
21 agosto, ore 16
LA GUERRA DI TROIA Compagnia di Gorfigliano (LU)
GRAGNANELLA (LU)
3 lugilio, ore 16
LA PRINCIPESSA RIBELLE Compagnia di Vagli di Sopra-Roggio
(LU)
BALLO DELLA MORESCA Compagnia di Vagli di Sopra-Roggio
(LU) Compagnia di Vallico di Sopra
(LU)
17 luglio, ore 16
FRECCIA NERA - Compagnia di
Gazzano (RE)
24 luglio, ore 16
RE TRIESTE - Compagnia di Piano
di Coreglia-Fabbriche di Vallico (LU)
31 luglio, ore 16
ADEMARO IL FIGLIO DEL
CROCIATO - Compagnia di Filicaia Gragnanella-Casatico (LU)
SELEZIONE DI BRANI DAI MAGGI
DI TRADIZIONE EMILIANA
ANTONA (MS)
23 luglio, ore 21
LA FIGLIA DEL MARE - Compagnia di
Novellano (RE)
30 luglio, ore 21
GIULIETTA E ROMEO Compagnia di Pieve di Compito (LU)
6 agosto, ore 21
BRADAMANTE E RE AMANSORE
DI TURCHIA - Compagnia di
Antona (MS)
7agosto, ore 16
ARTACE - Compagnia di Sassi-Eglio
(LU)
14 agosto, ore 16
I PALADINI DI FRANCIA Compagnia di Gorfigliano (LU)
15 agosto, ore 16
ROSANA - Compagnia di Gallicano
(LU)
GIUNCUGNANO (LU)
10 luglio, ore 16,30
ADEMARO IL FIGLIO DEL
CROCIATO - Compagnia di Filicaia
Gragnanella-Casatico (LU)
21 agosto, ore 16
COSTANTINO - Compagnia di Vagli
di Sopra - Roggio (LU)
COSTABONA (RE)
10 luglio, ore 15,30
VENTURA DEL LEONE Compagnia di Costabona (RE)
FOSDINOVO (MS)
10 luglio, ore 17
ARTACE - Compagnia di Sassi-Eglio
(LU)
ROMANORO (MO)
24 luglio, ore 15,30
IL BEL SECOLO PASSATO Csmpagnia di Frassinoro (MO)
ASTA (RE)
31 luglio, ore 15,30
FIORAVANTE E RIZZIERI Compagnia di Asta (RE)
FRASSINORO (MO)
31 luglio, ore 15,30
ROSANA - Compagnia di Gallicano
(LU)
NOVELLANO (RE)
7agosto, ore 15,30
IL CONTE DI MONTECRISTO Compagnia di Novellano (RE)
GRAGNOLA (MS)
13 agosto, ore 17
BRADAMANTE E RE AMANSORE
DI TURCHIA - Compagnia di
Antona (MS)
GAZZANO (RE)
14 agosto, ore 15,30
FRECCIA NERA - Compagnia di
Gazzano (RE)
COVA (RE)
20 agosto, ore 21
FERMINO - Compagnia di Gova
(RE)
il
A u to ri V a n
W h a t is Dance?
A cura di R. Copeland e M . Cohen
New Y ork, O xford U niversity Press, 1983
Cos’è la danza? Come definirne la
natura e gli attributi? Come si
insinua il processo della significa­
zione nella forma del movimento? I
curatori di questo volume, che
comprende 60 saggi, hanno tentato
di offrire al lettore una serie esau­
riente di articoli sulla teoria e sulla
critica della danza. Il risultato di
questo sforzo è un’operazione mol­
to importante, vista la comune
ritrosia dei critici verso la teoria.
Infatti anche dopo il boom che la
New Dance ha avuto in America
negli ultimi deci anni, molti osser­
vatori la ritengono ancora immune
da questioni più generali, a cui
invece le altre arti vengono regolar­
mente sottoposte da anni.
Il problema teorico della danza
viene avvicinato da diverse angola­
ture. La questione aristotelica dell’i­
mitazione è al centro del saggio di
Selma Cohen, mentre il critico
russo André Levinson traccia lo
sviluppo del dibattito fino a Mallar­
mé, citando lungo il cammino D i­
derot (una danza è una poesia).
Sono molti i saggi importanti: tutti
condividono la convinzione che die­
tro al movimento ci sia sempre una
teoria, anche quando viene celata
da forme artistiche cosiddette spon­
tanee. È dunque possibile pensare
alla danza come ad un linguaggio,
delinearne la psicoanalisi, isolarne
la lettera come avviene con l’incon­
scio? Quali sono le unità minime di
una sintassi del movimento? Sono
queste le domande che ritornano
più frequentemente nel testo, diviso
in sette sezioni: la prima si propone
di definire la danza, ed include fra
gli altri uno scritto di J.-G. Navarre, coreografo del diciottesimo se-
colo, ed un articolo di Nelson
Goodman, filosofo di Harvard,
pubblicato
originariamente
nel
1968. Le sezioni I I e III analizzano
il rapporto della danza con le altre
arti e tentano di definirne ilcampodi
pertinenza artistica. La sezione IV,
la più incessante, si occupa dei
generi (balletto, danza moderna,
danza post-moderna) ed include un
articolo della coreografa Yvonne
Reiner ed uno del musicista Steve
Reich, che da molto tempo si
occupa di balletto e danza moder­
na. Nella sezione V viene analizza­
to direttamente il problema del
linguaggio in rapporto all’identità
della danza (secondo Joseph Margolis, ad esempio, l’arte non è
linguaggio), mentre la sezione VI,
dedicata alla critica, è una raccolta
di critti tra cui vale la pena citare
un meraviglioso pezzo di Cari Van
Vechten (scrittore, critico e fotogra­
fo degli anni 20) su Anna Pavlowa
ed un articolo di Deborah Jowitt,
del Village Voice di New York, su
Martha Graham — un esempio
tipico di critica americana. L ’ulti­
ma sezione, «Danza e Società»,
tratta dei valori non strettamente
estetici della danza, e contiene tra
gli altri form ai famoso saggio di
Roland Barthes sullo strep-tease.
Ogni sezione è preceduta da un’in­
troduzione dei curatori. La biblio­
grafia, divisa per sezioni, è suffi­
cientemente completa e di facile
consultazione.
Roberto Caglierò
Il volume ($ 12.95) può essere richie­
sto direttamente a:
OXFORD UNIVERSITY PRESS
Orders Department
16/00 Polliti Drive
Fair Lawn, NJ 07410
USA
lib r o
L IB R I R IC E V U T I
(a cura di Anita Giaroni)
Liana DE LUCA, Luoghi e tempi,
GENESI editrice, collana «i gheri­
gli»: con la prefazione di Giorgio
Bàrberi Squarotti e con una breve
presentazione di Alberico Sala in
sovracoperta, appare quest’itinera­
rio biografico della De Luca, itine­
rario i cui luoghi, trasposti in
poesia, sono nazioni e città, ma il
cui luogo primo è il mondo inte­
riore della poetessa. «Chi mi darà /
la chiara serenità dei mattini /
quando ero certa di realizzare /
tutti i programmi a scadenze pre­
fisse?».
Elisabetta Granzotto, Le interpre­
tazioni di questo gioco, Seledizioni
editore, collana «Qui poesia con­
temporanea»: nella collana diretta
da Franco Traili e con una nota di
copertina di Carlo Laurenzi, vedo­
no la luce trenta composizioni poe­
tiche, esistenzialiste, musicali e iro­
niche: come un tentativo di
nascondere l’ansia (che pure si
vede). «La bottiglia è vuota / qual­
siasi dichiarazione / facessi a que­
st’ora / sarebbe usata contro di
me».
Gabriella Sobrino, Concertina,
Lalli editore: in copertina, una
figura femminile, opera di Leonida
Repaci, dal titolo «Malinconia».
La prefazione alla raccolta di poe­
sie è di Angela Sacripante, la tradu­
zione al testo inglese è di Giuseppe
Cipolloni. Infatti, la poetessa ha
chiuso in componimenti scritti in
lingua inglese la sua malinconica
e pur sempre tesa domanda del
significato dell’esistenza. «I asked:
shall we find / our way, some day?
/ You pressed my hand. / World
was ours at that time. / Anything
else lost significance».
Dina Luce, Bentrovati tutti, Gar­
zanti editore, collana «i libri del
quadrifoglio». Trentaquattro in­
contri (Oriana Fallaci, Enzo Biagi,
Alberto Bevilacqua, Indro Monta­
nelli, Mario Luzi, Giulio Andreotti, Leone Piccioni, Luciano Luisi,
Gianni Granzotto fra gli altri) di
una donna che, oltre ad essere
popolarissima tra gli ascoltatori
RAI-TV, si è sempre mostrata ricca
in umanità e intelligente nel com­
prendere.
s in te r v is ta i
D a lla «Fenice» d i V e n e z ia
a l T e a tro N a z io n a le d i M ila n o
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Intervista a C arolyn Carlson.
«Chalk werk», ultim o suo
spettacolo, ha suscitato critiche
ed entusiasmi. U n nuovo
problema: Q rapporto
musica-coreografia
La grande danzatrice e coreografa
americana giunge in Italia nel
1980, al Teatro «La Fenice» di
Venezia, per dar vita al «Teatro e
Danza» e lì riesce a creare spetta­
coli di notevole originalità, analiz­
zando, con profonda impronta per-
sonale, ogni istante e ogni aspetto
della vita portata sulla scena in
tutte le sue realtà e contraddizioni.
Bisogna sottolineare che l ’esperien­
za avuta precedentemente in Ame­
rica (e in altre nazioni) le è servita
per offrire al pubblico italiano
un’alternativa valida al modo di
«far danza», proponendo una ge­
stualità nuova e molto rigorosa.
D al 1980 ha lavorato intensamente
al suo primo spettacolo «Undici
Onde» che è andato in scena nel
1981 con grande successo in tutta
§ in te r v is ta i
Europa. I l 16 novembre del 1981,
le nasce un figlio, Aleksi, e, con­
temporaneamente, cura il nuovo
spettacolo «Underwood». Lo stile
più evidente, mai dimenticato, della
Carlson è la continua ricerca dei
suoni della natura che si mischiano
con le sonorità metalliche proprie
della nostra società, giungendo ad
abbinamenti perfetti fra suono e
gesto. Attualmente «Chalk Work»
( l’orso e la luna) (del quale ripor­
tiamo due immagini) è stato dato in
prima a Venezia al Teatro La
Fenice e poi riproposto a Milano al
Teatro Nazionale. In questo lavoro
ritroviamo puntualmente le scelte
coreografiche della Carlson, arric­
chite da una maggior attenzione
per il gesto, che non cade mai nella
staticità ma si modifica con un
perfetto equilibrio.
Quali le differenze fra il primo
lavoro «Underwood» e «Chalk
Work»?
La differenza è già nel titolo:
«Chalk Work» è più aperto e più
astratto di «Underwood» che sugge­
riva immagini troppo forti al pub­
blico. Inoltre, questo lavoro è più
maturo rispetto al primo, ma cioè è
conseguenza logica del tempo.
Quando crea un balletto ha schemi
base prefissati e sempre uguali?
Non ho nessun tipo di struttura
precostituita e, quando lavoro, non
guardo lo schema, ma presto atten­
zione unicamente alla verità e al
messaggio che esce dalla mia idea
originaria.
Nei suoi spettacoli lascia spazio
all’estemporaneità?
Sì, ma è difficile spiegarlo, in
quanto si lascia uno spazio lì al
momento. Tutto ciò, più che ai
passi, è riferito al «tempo» dello
spettacolo. Infatti, ogni rappresen­
tazione ha una sua durata, e all’in­
terno di ogni movimento, ognuno,
su una traccia precisa, ha la possi­
bilità di scegliere il tempo con cui
eseguirlo.
Possiamo quindi riprendere una sua
frase, in cui affermare l’irripetibilità
dello spettacolo?
Sostanzialmente si. Tutte le volte si
è diversi, poiché l’energia, la tensio­
ne sia dei ballerini che mia, nel
momento in cui si apre il sipario,
cambia continuamente. In quell’i­
stante, percepisco la misura della
tensione che devo dare allo spetta­
colo. Soprattutto la danza è irripeti­
bile, é una delle espressioni mag­
giormente legate all’istante.
Ultimamente, per il suo lavoro
«Chalk Work» ha avuto alcune
critiche non positive. Che ne pen­
sa?
Non ho paura delle critiche, e ho
trovato giusto che i critici abbiano
espresso la loro opinione. Ma per
me è stato importante andare in
in te r v is t a
«quando lavoro non guardo lo schema, ma porto attenzione
unicamente alla verità e al messaggio che esce dalla mia idea
originaria»
scena e quindi avere il confronto
con il pubblico. Quindi, da un lato,
è stato difficile, ma, dall’ altro, mi
ha offerto la possibilità di rendermi
conto esattamente di ciò che non
funzionava.
Se dovesse ripetere lo spettacolo fra
un anno come lo rifarebbe?
Tra un anno, forse non mi interes­
serebbe più, forse avrei altre cose
da dire. Questo pezzo è basato
molto sull’intuizione e può essere
che richieda addirittura un anno
per arrivare alla sua forma definiti­
va, perché è un lavoro che occupa
una parte della mia vita, per cui
non posso dire esattamente quando
sarà finito.
Come concilia le proprie personali
esigenze ed esperienze col fatto di
dover creare ogni anno un lavoro
per il teatro?
La Fenice mi lascia abbastanza
libera di gestire il mio lavoro in un
lasso di tempo sufficientemente lun­
go. Di conseguenza, ho lo spazio
per fare tutte e due le cose.
Nei suoi lavori utilizza vari brani di
numerosi compositori. Non ha mai
pensato che fosse più semplice
trovare un musicista che possa
lavorare con lei?
È l’ipotesi migliore, l ’ottimo poter
avere un solo musicista che lavori
all’interno del gruppo. Ma è un’im­
presa ardua trovare compositori
che dedichino tutto il loro tempo
per quattro, cinque mesi di lavoro a
Venezia. Questa esigenza è da
tempo che la sento e. infatti, negli
ultimi mesi ho cercato di unificare il
rapporto musica-coreografia.
«Chalk Work» ha avuto molto
successo a Milano. La coreografìa
incisiva è un esempio del surrea­
lismo della Carlson (che la identifi­
ca in una corrente precisa, dove la
proiezione verso il futuro è sempre
dettata da un’analisi introspettiva).
Non tralascia le ricerche di un
mondo passato arrivando a concre­
tizzare un linguaggio personale che
sottolinea il nostro vivere quotidia­
no.
Adriano Bassi
s c a le a g io r n o - fin e s tr e p e r te tt i
s c a le a c h io c c io la (in f e r r o e d in le g n o )
s c a le r ie n t r a n t i - s c a le d i s ic u re z z a a n tin c e n d io
&
NUOVA DIMES s.r.l.
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Lohengrin
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«D i straordinario impegno la prestazione di
Gabriella Bartolomei, nello sfibrante com pito che
alla recitazione affianca l’urlo, l’invettiva i trasognati
stupori, gli abbandoni (Il Giornale, 17 gennaio 1983,
Guido Piamonte)». «La voce, che qui si serve dello
strumento sbalorditivo di Gabrielle Bartolomei, ha
effetti che lasciano senza fiato. L a Bartolomei si
ascolta come un prodigio e la sua è stata una lezione
di stile per definire la quale nessun aggettivo è
bastante (Corriere della Sera, 17 gennaio 1983,
D uilio Courir)». «La musica è in prim o luogo la voce
straordinaria di Gabriella Bartolomei (Rinascita, 28
gennaio 1983, Luigi Pestalozza)». «Il repertorio di
effetti sulla voce — possibili per la miracolosa
bravura tecnica della protagonista Gabriella
Bartolomei (L a Repubblica, 17 gennaio 1983,
Angelo Foletto)».
A lla Bartolomei, che è in partenza per il Festival di
Avignone dove con la «Piccola Scala» di M ilano
riprenderà il Lohengrin di Salvatore Sciarrino per la
regia (o la scrittura scenica) di Pier Luigi Pieralli,
abbiamo chiesto di parlarci della sua attività, dei
problemi che riguardano oggi il fare teatro. Eppoi
del teatro ufficiale, della notorietà, del suo lavoro
svolto ai margini del «grande giro».
te a tro
So quello che intendi, ma non lo
voglio considerare. In margine?
Bah! Non so immaginarmi cosa
significhi. Da quando ho comincia­
to con il gruppo dell’Ouroborus
(nel 1967, nove persone quasi subi­
to ridotte a tre) ho sempre lavorato,
lavorato, lavorato. In uno spazio
ideale, senza compromessi, uno
spazio in cui potevo riconoscermi e
cercarmi. Cercare e trovare (non
sempre, naturalmente) e riascoltare,
trasmettere quello che si è trovato.
Fino dai primissimi anni il nostro
modo di accostarsi al teatro, che
era poi un modo di vivere, era già
abbastanza chiaro. Lo fu definitiva­
mente con «Morte della Geome­
tria».
Ma torniamo alla tua domanda. La
notorietà, certo sarà piacevole, ma
immagino anche pesante, scomoda.
In ogni caso dovrebbe essere vissu­
ta come un fatto a lato, e questo
credo che sia impossibile.
Ma quando parlo di grande «giro»,
trattandosi di teatro, intendo anche
grande pubblico, verifica diretta.
Non pensi che il tuo lavoro sia
«difficile»?
Per me sé, certo. Ma non nel senso
che intendi, di élite. Certo che il
pubblico contadi nostro lavoro è un
d'are e un ricevere e tu vorresti
comunicare a quanta più gente
possibile quello che hai dentro, i
risultati della tua ricerca. Ma poi
devi andare avanti. Guarda, quan­
do preparo qualcosa, mi piace par­
larne fuori dell’ambiente teatrale,
cosi come ognuno di noi racconta i
problemi della propria vita; ne
parlo con gente che con il teatro
non ha niente a che fare eppure ti
assicuro che c’è un’attenzione im­
mediata ai problemi — soprattutto
quelli legati al «personaggio» —
una partecipazione naturale che mi
rinfranca e mi aiuta.
Tutta la critica paria di te e della
tua «voce» strumento. So che è
impossibile fare delle distinzioni,
ma quando ti prepari tu pensi
prevalentemente a questo tuo mez­
zo straordinario, oppure...
Dipende. Non c’è un caso identico
all’altro. Ma come tu dici è impossi­
bile stabilire delle differenze. Tutto
deve venire dal centro di te. Dall’es­
sere direi se la parola non sembras­
se grande; ma non so trovarne una
più adatta. Sì, dall’essere. In questo
modo le differenze si ricompongo­
no, tutto va a posto da sé. La voce,
il gesto, il corpo, i movimenti, ogni
fatto è assorbito dal tutto come
succede nella realtà.
Permettimi di insistere sulla «vo­
ce». Del resto il vostro gruppo è
stato tra i primissimi a servirsi di
trasduttori. Microfoni e relativa
amplificazione sonora.
Questo è un punto importante,
certo la voce è un fatto a sé, che il
microfono aiuta a leggere, come si
legge il pensiero, ogni minima cosa.
Bada bene che non credo all’amplifìcazione come un mezzo per ingi­
gantire, ma penso piuttosto a un
mezzo che ti avvicini alla cosa. Per
leggere un certo mondo ci vuole il
microscopio, uno strumento che ti
consente di esplorare in profondità,
non in estensione, Quindi non si
tratta di gonfiare, ma di analizzare,
di cogliere dello strumento vocale
ogni aspetto.
A proposito di voce e di vocalità,
mi pare che si debba parlare di
questo Lohengrin che la Piccola
Scala porta a Avignone. Trattando­
si di un’opera, se la classificazione
ti sembra legittima, come hai vissu­
to questa esperienza? Non ti sei
sentita «cantante»?
No, assolutamente no. Non ci sono
Morte della Geometria
te a tro :
Giulia Round Giulia
differenze. Ci sono dei problemi da
risolvere e io mi ci metto davanti
come sempre.
Nessuna memoria operistica quin­
di?
No, pensa, non ho nemmeno
riascoltato il Lohengrin di Wagner.
Del resto un’opera è scritta avanti,
si lavora in tutti i casi su un testo
che preesiste. Con Sciarrino ho
lavorato in modo diverso e difficile
da raccontare.
Sciarrino mi ha proposto questo
Lohengrin, ovvero Elsa. Poi ho
avuto in mano un «collage» del
lavoro di Laforgue che Pier’Alli mi
aveva preparato. L ’ho letto tenendo
conto del mondo di Sciarrino che
sento molto vicino al mio. L ’ho
letto e non mi è piaciuto, per questo
l’ho messo da parte aspettando che
questo materiale troppo denso e
ridondante per il mio gusto si
decantasse, che qualcosa, magari
anche una singola parola, si distin­
guesse dal resto. In questo modo si
facevano luce i primi fermenti. Per
esempio rammento bene come una
specie di tema ricorrente il fruscio,
il mondo del fruscio e la voglia di
interpretarlo di sentire quello che
sta sotto, di afferrarne il segreto.
Allora la musica non era ancora
scritta?
No, no, ancora niente Sciarrino. Si
sapeva che avrebbe dovuto farla.
Intanto io lavoravo intorno a que­
ste idee di suono (in quanto anche
generatrici del gesto, della situazio­
ne scenica e viceversa), un nastro
che avrei proposto a Sciarrino. Lui
mi indirizzò subito a un suo modo
di lavorare, meno affannoso e me­
no drammatico del mio. Lui mi ha
fatto sentire come a ogni suono si
potesse andare più addentro, dilata­
re l’esperienza, costringendomi a
capire il circostante che è testimone
di ogni avvenimento, un testimone
che fa da eco, che a volte spinge
all’azione. Un po' alla volta le idee
si sono formate andando ognuna
ad occupare un posto preciso nel
comune progetto. A questo punto è
intervenuto il musicista.
Un capovolgimento allora?
Sì, io direi di si. Si trattava di
accettare le mie proposte i suoni
che avevo scoperto. Sciarrino ha
lavorato su quasi tutte le mie
indicazioni (sonore, non ancora
musicali) e questo mi ha fatto bene.
C’era un ricordo della mia vita al
quale tenevo molto: il suono delle
campane che aveva riempito la mia
infanzia; un'atmosfera, un modo di
ascoltare e di percepire, un’espe­
rienza vissuta che alla fine dell’ope­
ra diventerà un'aria, l'unica scritta
secondo le regole della notazione
musicale.
Bene, ma parliamo anche del testo
(se non vogliamo dire della «tra­
ma») di questa opera. Si è parlato
molto della intercambiabilità del
personaggio Lohengrin-Elsa. Tu
cosa dici?
Intanto esiste sempre un tuttuno, se
ci si allontana dalle cose, dalla
molteplicità, per vedere l’insieme ci
accorgiamo che il due non esiste.
Trattandosi infine di un amore è
anche giusto che ci sia questa
interezza. L ’unico personaggio di
cui si può accertare l’esistenza è
Elsa, tutti gli altri, Lohengrin com­
preso, passano come apparizioni,
come figure, come immagini del
sogno di Elsa. Forse nemmeno Elsa
esiste e io impersono soltanto que­
sto sogno.
La «trama» conta poco. La cosa
essenziale è che al centro c’è questa
creatura che compie un’esperienza.
Tutta la vicenda è un mezzo perché
questo accada. Un'esperienza com­
piuta nel sonno o nel delirio, che
sono entrambi stati dell'essere. Elsa
conclude con una voce di bambino,
ma non é un ripiegamento è qualco­
sa che va oltre. Il fatto importante
è che lei ha conosciuto, è uscita, ha
superato se stessa. Non per nulla
l’ultima paro la che dice è gioia.
Forse è un caso, ma quando un
lavoro è affrontato e risolto dal
profondo tutto sembra per caso,
come tu vedi accadere nella natura
e nella vita.
Roberto Coppini
IL
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D A N Z A PER G E O R G E
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s c o m p a rs a
g ra n d e
c o re o g ra fo .
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d a n z a i
Stravinski: «Vedere una
coreografia di Balanchine è
ascoltare la musica con gli
occhi»
G eorgi M e lito n o vich
Balam chivadze nasce a
P ie trob urgo nel 1904, fig lio
d i un com positore entra nel
m ondo della danza
casualmente. Dopo essersi
d iplo m ato alla Scuola del
B a lle tto Im p e ria le della sua
città, si iscrive al
C onservatorio per
in tra p re n d e re la ca rrie ra di
pianista. Nel 1924 lascia la
Russia e, cam biato i l nome,
entra nella scuola del
balle tto russo di Serge
D iaghilev a P arigi. N el '33
a rriv a negli S tati U n iti e
fonda, insiem e a L in co ln
K irs te in , una com pagnia
inizialm ente denom inata
School o f A m erican B alle t,
tra sfo rm a ta poi in B a lle t
Society (1945) e finalm e nte
nel famoso New Y o rk C ity
B allet.
Lavora in o ltre per i te a tri
d i B road w ay e di
H o llyw o o d . C oreografo
assai p ro lific o , crea 170
b a lle tti, (quasi tu tti per il
N YCB) 50 dei qu a li sono
considerati tra i la v o ri più
b e lli del nostro secolo. Si
sposa q u a ttro volte sempre
con bellissim e ballerine.
Ciò che lo rende veram ente
grande è il suo essere
m usicista o ltre che
coreografo: non si lim ita a
rappresentare m usiche che
rie n tra n o nel re p e rto rio
classico del b a lle tto (per
esempio T chaikovsky, suo
connazionale) ma è
interessato alla m usica del
suo tem po (la
collaborazione con
S travinsky du re rà m o lti
anni), e non tralascia
neppure le avanguardie
m usicali (Jannis X enakis e
a ltri).
Certo il suo m erito
m aggiore, per il quale
ancora oggi a p iù d i due
mesi dalla sua scomparsa
(N ew Y o rk , 30 a prile) i
m edia am ericani
continuano a ric o rd a rlo , è
non solo quello d i aver
donato a questa nazione
una nuova fo rm a d ’arte ma
di aver fa tto della danza
u n ’arte am ericana.
N on è stato necessariamente
per com m em orare la m orte di
Balanchine che il New York
City Ballet ha rappresentato i
suoi balletti in questa stagione.
Già prim a della sua scomparsa
È uscito un catalogo delle
opere d i B alanchine,
Choreography by Balanchine:
A Catalogue of Works
p u b b lica to dalla Eakins
Press. $ 75. II volum e può
essere richiesto
direttam e nte alla casa
e d itrice (155 E. 42 St., New
Y o rk, N .Y., USA). Questo
la voro contiene una
cronologia, una b ig lio g ra fia
ed enfatizza i d ive rsi aspetti
delle p ro d u zio n i d i
Balanchine.
il cartellone prevedeva una den­
sa serie di appuntam enti con il
grande coreografo («Agon» di
Stravinski, «Concerto Baroc­
co», «Sinfonia in Do» di Bizet,
«D ivertim ento n. 15» di M o ­
zart). Certamente, il m ondo del­
la danza ha perso uno dei suoi
più prestigiosi artefici e gli Stati
U n iti in particolare si trovano
privati di colui che ha fatto
d e ll’Am erica la patria del bal­
letto classico. Balanchine, russo
di nascita, ma newyorkese di
adozione, sosteneva che la Rus­
sia, a differenza d e ll’America,
fosse il paese del balletto r o ­
mantico. D i quest’u ltim o non
aveva dim enticato l ’eleganza,
integrata però con le qualità
che riteneva pro p rie del tempe­
ram ento am ericano: l ’energia,
l ’atleticità, la carica esplosiva.
Con Balanchine nasce dunque
un tip o di balletto rivo lu zio n a ­
rio , che rifiu ta le convenzioni
del diciannovesimo secolo, e li­
m inando gli eccessivi v irtu o -
sismi, abolendo la figura del
p rim o balle rino e rivalutando
così l ’intero corpo di ballo.
È il m ovim ento che determ ina
le em ozioni dello spettatore, e
non la narrazione. 1 corpi dei
b a lle rin i diventano sculture v i­
venti, le im m agini visuali della
musica e non del racconto.
« Il com positore è l ’architetto
del tempo. La musica è il pavi­
mento su cui si danza». Questa
frase di Balanchine, è essenziale
per capire lo sviluppo della sua
arte. È la musica che determ ina
la form a, il testo e il tono della
coreografia, ma ciò non im plica
nè u n ’interpretazione, nè u n ’i l ­
lustrazione dello spartito.
La corrispondenza tra musica e
m ovim ento è totale, tanto che
Stravinski stesso dirà che «vede­
re una coreografia di Balanchi­
ne è ascoltare la musica con gli
occhi»; la sua o riginalità in fa tti
è stata quella di rendere visibile
la musica.
Fondendo la bellezza del m ovi-
mento con l ’arm onia musicale
Balanchine ha creato la storia
del balletto del nostro secolo.
Tutta la coreografia moderna
gli è debitrice; anche coloro che
lo accusavano di freddezza, per
l ’estremo classicismo delle sue
creazioni, sono stati costretti a
fare i conti con le sue innova­
zioni.
Le sue doti di m issionario della
danza e di lavoratore in fa tica b i­
le rim angono vive nella testi­
monianza del New York City
Ballet (che, nelle foto, vediamo
in «Agos» di Stravinski ed «Episodes» di Webern), uno dei
corpi di ballo più famosi del
m ondo, che per cinquanta anni
ha continuato ad evolversi sotto
la direzione del grande mae­
stro.
Carla Ferrare
s ia
s to r ia
T ra p o s tu m i e in e d iti
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L e o p e re p o s tu m e , g li
s c r ì t t i in e d it i, i l f a t ic o s o
l a v o r o d i r is is t e m a z io n e
d e i D i a r i : d i c iò r a c c o n t a
M ic h e l i n a T e c c h i ( n ip o t e
e s t r e t t a c o lla b o r a t r ic e
d e l g r a n d e s c r it t o r e ) , c h e
h a concesso anche d i
p u b b lic a r e le f o t o g r a f ie d i
q u e s to s e r v iz io , p e z z i
u n i c i d e ll’ a lb u m d i
f a m ig lia .
l'ultima fotografia a Bonaventura Tecchi,
davanti al camino a Bagnoregio.
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ila
s to r ia i
Roma, 3 marzo 1965, sera
Da un articolo di Bocelli nel Mon­
do su Leopardi senza meta traggo
questa citazione presa da Walter
Binni: «Se coraggio, vigore intellet­
tuale, coscienza morale non fanno
di per sé poesia, la grande poesia
non sorge che sul coraggio della
verità, sull’intera partecipazione al­
la storia degli uomini e su di una
grande coscienza morale».
Sono le parole che io dico sempre,
che ripeto a tutti i miei amici e che
sono state scritte cento volte su
questi quaderni. Anzi ne sono il
nucleo.
Bonaventura Tecchi, Diario inedito
Quando venne a mancare, il 30
marzo 1968, mio zio Bonaventura
Tecchi era in pieno fervore di
attività, sia come narratore che
come critico e germanista. Lascia­
va così un’ampia messe di studi e di
lavori inediti che — nel corso di
questi ultimi quindici anni — sono
stati in gran parte pubblicati e
hanno permesso di conoscere quasi
compiutamente le opere creative e
le pagine saggistiche di una perso­
nalità non certo di secondo piano
nel panorama della letteratura ita­
liana del Novecento.
È da sottolineare inoltre che i
volumi postumi e gli inediti di
Tecchi rappresentano un’ulteriore
testimonianza della sua presenza
viva nel campo dell’arte e possono
suggerire nuove prospettive per
raggiungere quel che Mario Pomilio
reclama per Tecchi all’inizio del
recente articolo a lui dedicato (Il
Tempo, 1.4.1983): «una giusta col­
locazione critica». Anche Silvana
Marini, autrice di «Tecchiana Bibliografia degli scritti di e su
Bonaventura Tecchi» (Longo Edi­
tore, Ravenna 1980), nella conclu­
sione dell’ampio saggio che precede
la ricchissima bibliografia, afferma
a questo riguardo: «Tecchi rimane
per la critica un problema aperto».
Riferirò dunque sulle sorti e la
situazione attuale delle opere postu­
me e degli inediti di mio zio, senza
accennare ad analisi critiche, che a
una nipote certo non spettano.
Poco prima di mancare, Tecchi
stava apportando le ultime corre­
zioni alle bozze de «Il senso degli
altri», una raccolta di saggi e
meditazioni, dal titolo emblemati­
co, in quanto richiama uno dei temi
più significativi della sua vita di
scrittore e di uomo: il superamento
di ogni forma di egoismo nella
comprensione e nell’amore per gli
altri. Il libro apparve alcuni mesi
dopo la scomparsa dell’autore
(Bompiani, Milano 1968).
Verso la fine del 1967, mio zio
aveva affidato, sempre alle Edizioni
Bompiani, un nuovo romanzo, a lui
particolarmente caro: «La terra ab­
bandonata», che fu pubblicato nel
1970. In quelle pagine, egli affron­
tava un argomento di viva attuali­
tà: lo scontro fra la civiltà contadi­
na in estinzione e la nuova società
tecnologica, problemi e talvolta
drammi che aveva a lungo studiato
ila
da vicino e intimamente sofferto.
Nel 1975 esce, presso l’Editore
Sciascia (Caltanissetta - Roma), un
libro di germanistica: «Svevi mino­
ri», che — come l’autore precisa
nell 'Avvertenza — é da intendere
quale prosecuzione dell’altro: «Svevia, terra di poeti» (Sciascia. 1964),
dedicato ai grandi poeti di quella
regione. Il dattiloscritto di questo
volume era stato consegnato da
Tecchi stesso al direttore della
collana, Arnaldo Bocelli.
Tornando al filone della narrativa,
dobbiamo far presente che mio zio
aveva preparato per le stampe an­
che una raccolta di raffinati e
magici racconti: «Resistenza dei
sogni». Un genere letterario —
quello della novella — in cui egli
era maestro e che qui raggiunge
spesso i suoi toni più alti. Il libro fu
pubblicato nel 1977 dall’Editore
Boni, Bologna.
Quando la morte fermò per sempre
la penna di Bonaventura Tecchi,
l’ultimo romanzo, «Tarda estate»,
era già dattiloscritto con le corre­
zioni autografe dell’autore. L ’opera
aveva ormai raggiunto la sua com­
piutezza e autonomia ed era oppor­
tuno, anzi necessario pubblicarlo
(Bompiani, Milano 1980) per dare
una conclusione all’arco narrativo
di Tecchi, alla sua lunga carriera di
scrittore, che qui ripropone la sua
rara capacità introspettiva, la sua
appassionata ricerca di umanità, la
sua alta tensione morale. Appena
un anno dopo, il romanzo usciva
nella traduzione tedesca (Werner
Classen Verlag, Zùrich und Stut­
tgart 1981).
A ltri studi Tecchi aveva intrapreso
e quasi portato a termine negli
ultimi mesi di sua vita: particolar­
mente un volume su Goethe novel­
liere, che comprende la traduzione
di alcune famose novelle di Goethe
e un ampio saggio critico al riguar­
do. E c’è ancora un altro romanzo:
«Prigionieri in marcia», scritto negli
anni 1953-54-55, che l’autore avrebbe dovuto prendere nuovamen­
te in mano e rivedere.
s to r ia :
20-23 settembre 1954 a Riva del Garda per un premio di germanistica. Con Tecchi. sono:
Diego Valeri, Ladislao Mittner, Stefan Andres
alla fondazione Cini
a Sanremo
nel suo studio, a Roma.
ila
due foto di Tecchi al Premio Campiello, di cui
fu unico presidente fino al 1968. Tra gli altri,
Mario Valeri Manera, Edilio Rusconi, Nicola
Lisi, Michele Prisco.
s to r ia i
Ma anche l’archivio di Tecchi ci
riserva sorprese di vivo interesse. Il
professor Giuliano Manacorda del­
l’università di Roma ha accurata­
mente esaminato con i suoi assi­
stenti una parte del carteggio di
Tecchi e, come primo risultato di
questo lavoro, uscirà nell’autunno
del corrente anno, presso l’Editore
Garzanti, un volume che raccoglie
le lettere indirizzate a Tecchi da
Carlo Emilio Gadda. L ’amicizia di
Gadda e Tecchi risale, come è
noto, agli anni della prigionia a
Cellelager durante la prima guerra
mondiale. Successivamente verran­
no trascritti e studiati altri impor­
tanti nuclei del carteggio di Tecchi.
Il lavoro più complesso e difficile
rimane tuttora quello che si rife­
risce al «Diario» dello scrittore. Egli
desiderava che una scelta attenta di
quelle pagine fosse pubblicata dopo
la sua morte. Si tratta di numerosi
taccuini e quaderni — parecchi
scritti a matita e sbiaditi — com­
prendenti un periodo che va, salvo
rare interruzioni, dal 1918 alla
vigilia della morte. Con grande
impegno e con una non lieve fatica
di anni, il «Diario» è stato trascrit­
to. Abbiamo ora circa 4.000 cartel­
le, sulle quali non sarà facile opera­
re una scelta: ma ci auguriamo di
riuscire ad assolvere in un futuro
non troppo lontano anche questo
arduo compito.
E proprio con una riflessione di
Tecchi, fermata in un foglio del suo
«Diario» inedito, desideriamo con­
cludere le nostre note, poiché tale
pensiero rispecchia con luminosa
chiarezza la personalità dell’uomo e
dell’artista.
Roma, 3 marzo 1965, sera
Da un articolo di Bocelli nel Mondo su
Leopardi senza meta traggo questa citazione presa da Walter Binni: «Se corag­
gio, vigore intellettuale, coscienza morale
non fanno di per sé poesia, la grande
poesia non sorge che sul coraggio della
verità, sull’intera partecipazione alla sto­
ria degli uomini e su di una grande
coscienza morale». Sono le parole che io
dico sempre, che ripeto a tutti i miei amici
e che sono state scritte cento volte su
questi quaderni. Anzi ne sono il nucleo.
Michelina Tecchi
¡ in te r v is ta i
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P R IN C IP E , U N O
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SC U LTO R E, U N UOM O
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E lis a b e t ta G r a n z o tt o p a r l a c o n G io v a n n i
L a n c e llo t t i: i g r a n d i te m i d e lla s to n a , la C h ie s a ,
G io v a n n i P a o lo I I , a n s to c r a z ia e p a p a t o , P a rte e
i l successo.
G iovanni Massimo Lancellotti
scultore. Vous êtes le bustier
des Rois et de même le Roi des
bustiers. Sorride al gioco di
parole, insisto: et aussi prince,
princeps romanus.
Eleganza rilassata, curiosità e
viva intelligenza critica per ogni
aspetto d e ll’esistenza, a u to iro ­
nia, fascino.
Le sue opere, alta espressione
del dolore vissuto in solitudine:
segnali vibrazioni suoni, sono:
al Museo Storico di Roma, al
M e tro p o lita n A rt Muséum di
New York, a ll’ Ishi Bashi M u ­
séum di Tokyo, al Museo del
C inquantenario di Bruxelles, in
varie collezioni private (Parigi,
Londra, Rio de Janeiro, Stoc­
carda, New York, San Fran­
cisco, Canada). I l busto ufficiale
di Pio X I I appartiene ai Musei
Vaticani. Sono andata da lu i a
chiedere di to n i, di im pulsi, di
interpretazioni.
Perché sei conosciuto e q u in d i
hai successo d ire i più a ll’estero
che in Italia?
O ddio, la dom anda è un m o ­
m entino imbarazzante e la r i ­
sposta è che sono fig lio di padre
rom ano e di madre belga, edu­
cato interam ente a ll’italiana,
p u r essendo im m erso c u ltu ra l­
mente nel contesto europeo, in
più con sette lingue a ll’attivo
fin dalla prim a gioventù, non
ho avuto paura di b u tta rm i a
capofitto nel lavoro dovunque e
non ti nascondo che la mia
am bizione in vecchiaia sarà di
poter dire: « H o portato nei
nostri g io rn i un poco d e ll’arte
latina nel m ondo».
H a i com inciato dipingendo?
hai com inciato disegnando? o
hai com inciato direttam ente
con la scultura?
N on sapevo esattamente che
cosa fossero, a q u e ll’epoca, la
scultura e la p ittura, anzi m e­
glio il disegno, im brattavo di
plastilina, fin d a ll’età di tre
anni, tutta la casa. H o disegna­
to sempre. Una volta scelta la
scultura, ovviamente, il colore
10 traducevo in om bre e luci
dosandole al fine di significare
l ’intensità, la magia del colore.
Q uando hai scoperto di avere
talento ?
Avevo dieci anni. Abitavo dalla
nonna nelle Fiandre. Era una
giornata calda, mediterranea, e
venne a trovarci l ’Ambasciatrice
d ’Italia. I genitori l ’accom­
pagnarono a visitare gli edifici e
i monasteri del luogo e così
fin im m o in una chiesa dedicata
alla M adonna, già meta di pre­
ghiera per il santo belga G io ­
vanni Bergmans. Tale chiesa la
conoscevo a m em oria perciò m i
astenni dal seguirli. Invece in c i­
devo in un pezzo di candela la
M adonnina spagnola rivestita
di seta d e ll’altar maggiore. U n i­
co arnese di lavoro la stanghet­
ta d e ll’occhiale, che da ragazzinaccio ne avevo rosicchiata tu t­
ta la celluloide, lasciandone so­
lo la punta metallica. A lla fine,
raggiunto dal gruppo, l ’A m basciatrice m i chiese dove avessi
com prato il lavoretto che avevo
per le mani. «N o» dissi. « L ’ho
fatto io». Ma costei, incredula,
si rivolse a m ia madre: «Dice
che l ’ha fatta lu i, non m i sem­
bra possibile». A l che mia m a­
dre, con gentile severità indaga­
va dove l ’avessi acquistata. Io,
di rim ando : «M am mà, siamo
lo gici; non m i dai mai una lira
(in quel caso, un franco), ma
come vuoi che l ’abbia potuto
com prare?».
Q u in d i, risate.
Scusa, non trovi Elisabetta che
11 giusto sta sulla bocca degli
ingenui? In sostanza, diciam o
così, quella fu la m ia prim a
realizzazione. E fin da allora mi
sono sempre detto: la M adon­
nina non mi abbandonerà. Nel
corso degli anni, ho seguito
anche altre strade, ma sono
sempre tornato alla scultura; la
m ia strada è p ro p rio quella.
Perché vivi solo? H ai scelto di
vivere solo?
N on è stata una scelta. È una
cosa consequenziale, se uno
mette su una fam iglia e ha dei
fig li, deve occuparsene assolu­
tamente. Ora, nel caso in cui
avessi creato una fam iglia mia,
^ in te r v is t a
avrei il sacrosanto dovere di
occuparmene, di sacrificarm i
per i fig li.
Sentiresti prevalente la funzione
d i padre rispetto a qualsiasi
altra funzione.
O ddio, non ho m ai posto que­
sti ragionam enti sulla bilancia.
No. Nel caso avessi avuto dei
fig li, trovo che sarebbe stato
m io dovere p riv ile g ia rli a tutto
il resto. Bisogna sostenere le
p ro p rie responsabilità.
A l b ivio fra la carriera e i
pro b le m i d i attenzione nei con­
fro n ti dei fig li, tu avresti scelto,
q u in d i, l ’attenzione ai fig li?
N on si sa mai, perché ci sono
tanti fa tto ri che ti portano a
conclusioni che in partenza era­
no state scartate, (jla c’est la vie.
So bene come conosci te stesso,
e quali sarebbero le tue scelte in
qualsiasi occasione.
Muchas gracias señora, però
non so: l ’artista che conosce se
stesso credo che ancora deve
nascere.
H a i seguito qualche scuola?
scultori famosi?
Sì, ho avuto dei grandissimi
maestri anche anonim i, vivi nel­
le lo ro opere, fossero p u r m o rti
da m igliaia di anni. Trascorrevo
mezze giornate al Museo Capi­
to lin o e delle Terme e a quello
di Atene, per assorbire i mes­
saggi, che dal m arm o scaturiva­
no, di questi grandi psicologi
che erano i ritra ttis ti rom ani. A
me piace o m eglio m ’interessa
l ’essere um ano che m i possa
arricchire. Questo è il fondo
della questione. È l ’essere um a­
no filtra to d a ll’esperienza di
questi grandi artisti che io am ­
m iro e che conoscerò forse solo
n e ll’aldilà, che sono m o rti m i­
gliaia di anni fa e che sopravvi­
vono nei m arm i. È stata la m ia
ricchezza, la m ia spina dorsale
nel lavoro.
Tu sei completamente alieno
dal messaggio sim bolico fra gli
addetti ai la vori, in fa tti hai l ’a­
spetto diciam o d i persona asso­
lutam ente norm ale.
T rovo che l ’artista deve essere
se stesso, senza la m in im a so­
vrastruttura esteriore, reclam i­
stica e interessata. Che poi l ’im ­
maginativa, la sensibilità lo
p o rtin o , come posso dire, a
delle astrazioni e a delle distra­
zioni (p u rtro p p o l ’artista ne ha
tante nella vita, specie oggi), ciò
è il rovescio della medaglia.
Sì, però, la gente vuole degli
schemi rip e titiv i, vuole essere
rassicurata, un artista veste le
physique d i ròle.
Ma, io allora, dovrei m etterm i,
come posso dire...
Rassicurerebbe di più.
D ’accordo. D ’accordo. Ma io
non sono di quella m entalità:
dovrei adottare le suddette so­
vrastrutture respinte, e, grazie a
Dio, posso dire, col m io m ode­
stissimo lavoro, di non essere
m ai sceso a compromessi.
La camicia sbottonata, la co lla ­
na di corallo, il pendaglio, l ’o ­
recchino a ll’orecchio sinistro, il
capello lungo riccio...
Capello lungo: ci sono pochi
spinaci rim asti, ma il riccio in
fondo c’è, se è per questo...
G li occhiali affum icati, la m an­
tella a ruota nera e, soprattutto,
le ciarle...
Be’ , allora, se è per questo sono
più à la page. H o gli zoccoli
ortopedici del d o tto r Scholl’s
per sostenermi durante le lu n ­
ghe ore di lavoro.
E non va bene. Ecco perché lo
scultore Lancellotti non si fa
conoscere abbastanza.
Se fosse solo questo... La verità
è che in più non sono iscritto a
S.A.S. Nathalie de Groy,
Principessa di Mérode Westerloo
^ in te r v is ta
un p a rtito influente.
Anche questo è il diniego di un
sim bolo.
M a io sono contrario al p o liti­
carne nel lavoro. E poi sono
geloso; la m ia scultura non è
soltanto ciò che si vede; essa si
basa su tu tto un substrato psi­
cologico. Io devo u b b id ire agli
im pulsi che ricevo, im pulsi non
soltanto artistici, ma della psi­
che, del num ero, d e ll’in dividuo
che ho davanti e che sto per
realizzare in pietra in m arm o in
terracotta in cera in bronzo o in
resina sintetica (che dà risultati
stupendi).
G iovanni, fissiamo il concetto
che, m entre la gente ha bisogno
d i essere rassicurata, perché
cerca segnali m entali per ric o ­
noscere l ’in d ivid u o , l ’artista si­
curo di se' non è obbligato a
fo rn irli, non ha bisogno d ’im ­
m ischiarsi in un certo cliché.
Quale artista è sicuro di se
stesso! N on lo è mai, il giorno
che costui ritenesse di avere
realizzato u n ’opera perfetta,
m eglio sarebbe per lu i andarse­
ne a vendere le caldarroste a
piazza Pollarola. La mente del­
l ’artista dice dieci e la sua mano
riesce soltanto a realizzare uno:
c’è sempre lo sprone a m ig lio ­
rare, a soffrire per arrivare alla
perfezione. V o rrei giungere al
nocciolo di tale argom ento: il
m io lavoro deve essere di one­
stà, non farcito di atteggiamenti
esteriori e se io valgo qualcosa,
è per aver raggiunto una q u a li­
tà, non per l ’atteggiamento che
prendo; m i spiego? Questa è
onestà verso me stesso e verso i
lavori che riesco a portare a
termine. Su questo punto sono
draconiano. Preferisco rim ane­
re nella soffitta che andare in
giro iscritto nei p a rtiti XYZ.
N on transigo: peggio per me.
Q u in d i non vuoi portare il cer­
vello a ll’ammasso.
Brava, p ro p rio così ! Il cervello
a ll’ammasso assolutamente no.
C’è a tuo rigua rd o un fenom e­
no tipico d ’inversione. N on il
principe mecenate d e ll’artista
che fa spettacolo; ma un p rin c i­
pe con i calli alle m ani. È un
fenom eno curioso.
Io non farei del classismo. Scu­
sami, ma al posto tuo io m i
interesserei piuttosto di vedere
a quali form e, a quali scuole io
m i ispiri. E ti risponderei: la
scuola classica. Però, un m o ­
mento, sia ben chiaro solo nel
senso in cui m i definivano in
America, cioè contem porary
classical. C ontem porary classi­
cal, perché devi vivere, devi
creare qualcosa anche oggi nel­
l ’arte (sia nel ritra tto come nella
S.A.R. Diane de France,
Duchessa di Württemberg
- Castello d’Altshausen
^ in te r v is t a
composizione); devi dare del
tuo, se hai qualcosa da dire,
naturalmente. Dev’essere con­
tem porary classical.
Aristocrazia e lavoro: cosa ne
dici?
L ’aristocrazia, se p ro p rio vuoi
parlarne (tu sai che sono con­
tra rio a confondere le questioni
n o b ilia ri con quelle artistiche) è
una cultura, una tradizione, una cosa che hai volente o nolen­
te nel sangue, una form a m en­
tis. N o n è un atteggiamento
esteriore che accetti o r ifiu ti.
Per quanto m i riguarda, aborro
il facile populism o reclamistico
ed altrettanto non esalto in tal
sede questioni n o b ilia ri, perché
aristocrazia e lavoro, ripeto, so­
no due questioni tra lo ro ben
distinte. Però, se il suddetto
retaggio è sincero e autentico
qualitativam ente, darà al lavoro
u n ’altra possibilità.
I l tuo Pio X I I opera estremamente significativa è esposto nei
musei vaticani. D opo di lu i non
hai scolpito a ltri papi; perché
non ti sono stati richiesti? p e r­
ché non ti interessavano? cosa
pensi com unque degli u ltim i
pontefici?
N on è che non m i siano piaciuti
gli a ltri papi, perché considero
la m ia statura di uom o come
tanti a ltri non a ll’altezza di p o ­
ter giudicare o m eglio criticare
l ’operare dei papi, un G iovanni
X X III o un Paolo V I e via
discorrendo. Io ho avuto m olta
sim patia e am m irazione anche
per gli altri, ma soprattutto per
Pio X I e Pio X I I ; per l ’attuale,
poi, non ne parliam o, perché,
per il m io modesto parere, que­
st’uom o ha l ’ingenuità la sem­
plicità della fede vera di un
G iovanni X X III: lu i parroco di
un paese diventato poi un Pon­
tefice e, l ’attuale, da Pontefice
Pio XII - Musei Vaticani
diventato parroco del m ondo
sano. Per quel che m i è dato
comprendere, a m m iro la forza
d ’anim o, la preparazione (io
non sono un teologo né specia­
lizzato in cose di questa portata)
di un uom o che, come lo d e fi­
nisce André Frossard, un critico
che ha scritto la sua vita, c’est
un homme qui vient du fro n t,
q u in d i preparato alle tensioni
attuali. G iovanni Paolo II ha
un tale carattere che, in cinque
anni di pontificato, ne dim ostra
ben di più, per le responsabilità
del suo lavoro: lo considero
della forza di un Pio X I per la
fede e viceversa, in quanto a
com battività e per fin i — preci­
so — puram ente sp iritu a li e
non certo di ingrandim ento di
co n fin i te rrito ria li, della forza
del rinascim entale G iu lio II del­
la Rovere. Prova ne sia il suo
in te r v is ti
II Presidente Roland Redmond Metropolitan Museum (New York)
u ltim o viaggio in Polonia.
M o lto bene. D ’accordo.
G iovanni Paolo II affronta con
estrema semplicità anche quel
tipo d ’uom o che critica il Papa,
perché non se ne sta abbastanza
a Roma. Ma lu i è parroco del
m ondo, lu i chiama a sé, unico
uom o, le popolazioni del m o n ­
do sano. N on credo di esagera­
re né di com plicare l ’argom en­
to. Lo dice un p o ’ brutalm ente,
forse, ma il papa ha tanti e tali
esempi nel clero di persone che
anziché aiutarlo gli com plicano
la vita! Il clero olandese: ci
sono le donne che danno la
com unione, nelle chiese o la n ­
desi. Roba da far aggrinzare i
denti. E in Francia. Il clero
francese crede di essere sempre
a ll’avant garde di tu tto : sì, ha
realizzato anche form ule p o s iti­
ve (ad esempio, tra l ’altro, non
si dim entichi della messa ve­
spertina del sabato, quale solu­
zione al problem a del la vora to­
re cattolico praticante), ma ha
fatto anche tante di quelle nouveautés, nouveautés, nouveau-
tés, per carità di Dio... p a rlia ­
m oci senza veli davanti agli
occhi.
D ifficile affrontare il problem a
d i m onsignor Lefevre?
Un fenom eno come m onsignor
Lefevre non poteva fio rire , se
così vogliam o dire, che in un
parterre di spiccato stampo di
clero gallicano e, lì, a Econe,
accorrono da tutte le parti del
m ondo, dal Sud Am erica e da
ogni dove. H o conosciuto dei
giovani che sono usciti da Eco­
ne giustamente, a giusto titolo,
^ in te r v is t a ;
ma che hanno avuto, a dispetto
di alcune lacune, una prepara­
zione m o lto ma m olto seria e
profonda.
Da quanto m i risulta non è
stata una iniziativa b rilla n te a l­
lontanare l ’aristocrazia dalla
curia pontificia.
«A h! questi aristocratici!» sono
i francesi a d irlo al m om ento
del C oncilio Vaticano II. Se
l ’allontanam ento di queste an­
tiche fam iglie fosse stato voluto
nel più oscuro dei secoli m edie­
vali, lo avrei p o tuto capire, per­
ché, a q u e ll’epoca, non sempre
ma spesso, erano b ru ta li mate­
ria listi. Ma Roma non è stata
fatta in un giorno. G li attuali
discendenti di dette antichissime
fam iglie romane è grottesco
considerarli alla stregua e non
esito ad affermare che, negli
u ltim i secoli, sono stati dei v a li­
dissim i sostenitori del papato.
Nel 70, per fare un esempio,
m io nonno, come tanti a ltri, al
p rin c ip io del regno, praticamente ha rinunciato a vivere
con tu tti i p o n ti d ’oro dei Sa­
voia p u r di rim anere fedele al
santo padre in esilio. E così m io
padre: negli u ltim i anni, par­
lando del papa si commuoveva
alle lacrim e e nei suoi testamen­
ti ci rico rd ò il dovere della
fedeltà al padre comune. È
semplicemente a rb itra rio para­
gonare l ’attaccamento al papa
dei romani neri al piatto di pasta
asciutta quotidiana.
N o n era il caso dunque di
sostituire degli specialisti anche
tecnici, per convinzione e voca­
zione, con una incerta nouvelle
vague ?
Questi discendenti hanno il più
delle volte per eredità e soprat­
tu tto per convinzione, una sen­
sib ilità naturalm ente im p licita e
disinteressata di ferm o attacca-
mento alla persona del papa; è
vero, oggi sono stati allontana­
ti: va be’ , i tem pi sono cam bia­
ti, ma la fedeltà, se uno la sente
veramente, non scompare. E
dopo i regni dei Loris C apovil­
la, dei m onsignor Macchi a noi
decisamente contrari e, dicia­
m o lo apertamente, i nostri allonta natori dalle vicinanze del
papa, viene da chiedersi: chi ci
rimpiazza? I l neo-nepotism o
dei m onsignori e relativi racco­
m andati ?
D ’altro lato, questo santo padre
ha una carità talmente m o ndia­
le che siamo convintissim i che
c’è un posticino anche per noi.
Q ualcuno parla ironicam ente
di un papa viaggiante. G iovan­
n i Paolo I I sappiamo tu tti che è
m oralm ente e fisicamente p ro ­
vato, q u in d i per lu i i viaggi
sono un m a rtirio e un vero
apostolato di fede.
Si, parliam o del suo pelle gri­
naggio n e ll’Am erica Latina,
terra di grande miseria, là dove
l ’unico grande baluardo s p iri­
tuale
a ll’invadente
m ateria­
lism o storico è la fede cattolica
del popolo. Se si tiene conto di
quanto certa stampa non tace e
in o ltre in base a testimonianze
dirette di esuli sud-americani
così come risulta da relazioni
diplom atiche, non si può ig n o ­
rare che anche una parte del
clero (ivi compresi alcuni vesco­
vi) locale e anche di provenien­
za europea (Italia, Spagna,
Francia e Olanda) non ha certo
im pedito la penetrazione e il
parziale trio n fo di un ideale
diciam o m arxista in America
del Sud. Risulta q u in d i concre­
tamente pastorale il viaggio del
santo padre, per controbattere,
con la sua presenza fisica, gli
equivoci sulla sua parola e sulla
sua missione creati ad arte dagli
La regina Giovanna di Bulgaria
(Villa Yantra Estoril)
o p p ositori della Chiesa. A i m iei
occhi ne consegue che la figura
di G iovanni Paolo II è sempre
più terrificantem ente isolata, eroica q u in d i, luminosissima.
Ma la tragedia è che questo
uom o non può contare che su
se stesso.
Elisabetta Granzotto
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A
N U O V O
M U S IC A L
B R O A D W A Y
M
Y
N
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C o n T w ig g y , T o m m y T u n e ,
C h a r le s C o le s , B r u c e M c G i l l ,
R o s c o e L e e B r o w n e . M u s ic a
d i G e o r g e G e r s h w in . T e s to
m u s ic a le d i I r a
G e r s h w in .
C o r e o g r a f i a e r e g ia d i
T o m m y T u n e e T h o m m ie
W a ls h .
«My one and only» poteva essere
uno di quei musicals che non
arrivano mai alla grande esperienza
di Broadway. Comperato, venduto,
fallito — rifatto 3 volte — e
invece, dall’uscita all’inizio di mag­
gio è diventato uno degli spettacoli
più acclamati. La musica di Ger­
shwin, che è sinonimo di New
York, sta attraversando un periodo
magico. Uno dei teatri della famosa
strada sta per essere dedicato al
grande compositore: «Porgy and
Bess», altro spettacolo con sua
musica, è uno dei successi della
stagione; e infine «My one and
only». Questo musical è irresistibile
O
N
O
E
N
L
Y
:m u s ic a la
perché mostra idee nuove in una
forma artistica che è diventata, il
più delle volte, noiosa.
Ambientato negli anni 20, narra la
storia di un pilota che vuole essere
il primo a volare sull’Oceano fino a
Parigi. Si innamora invece di un’in­
glese che ha attraversato la Manica
a nuoto; questa ragazza lavora in
una specie di vaudeville acquatico,
sotto la direzione di un impresario
russo che la tiene in pugno grazie
alla conoscenza del suo burrascoso
passato amoroso (interprete di que­
sto personaggio è Bruce McGill, il
motociclista pazzo di «Animai Hose»). Il pilota, impersonato da Tom-
my Tune (vedi foto a fianco),
impara l ’arte del corteggiamento da
Mr. Magix (il famoso ballerino di
tip-tap Charles «Honi» Coles) e
conquista Edith (Twiggy, nella fo­
to) che nel frattempo è finita in
Marocco.
È difficile trovare qualcosa di sba­
gliato in questo lavoro. Tommy
Tune (già regista di «Nine», rifaci­
mento musicale di «8 e mezzo» di
Fellini) balla, canta e recita in
modo eccezionale, oltre ad essere
anche regista e coreografodell’intera
produzione. Twiggy, pur non es­
sendo una cantante sorprendente, è
una maschietta decisamente appro­
priata. In una delle scene più
riuscite i due ballano in una pozza
d’acqua, accompagnando con gli
spruzzi il ritmo dell’orchestra. Tut­
ta la produzione emana energia: dai
costumi meravigliosi di Rita Ryack
(un gruppo di ragazze vestite da
frutti tropicali sono la creazione più
riuscita) ai colori smaglianti delle
scene, alla coreografia (un pezzo
con guanti e bastoni fosforescenti
che ballano nel buio, come in un
cartone animato).
Sulla musica diGershwin («’S Wonderul», «How long has this been
goin’ on?») non è necessario un
commento. Questo musical, che sta
diventando lo spettacolo più impor­
tante della stagione, riuscirà sicura­
mente a soppiantare «42nd Street»
e «Chorus Line», che, pur essendo
in cartellone da più di due anni,
mancano delle idee originali e della
freschezza di «My one and only».
Roberto Caglierò
in te r v is ta ^
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A r c io n e , 2 9
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B ia s e ,
da
due
anni
d ir e t t o r e d e lP E T I . D a o t t a n t a a c e n t o v e n t i s a le
t e a t r a li. G r a n d e a t t e n z io n e a l S u d e a l T e a t r o p e r
i r a g a z z i. I l t e a t r o it a l ia n o r e s is te ?
Via in Arcione è a due passi dalla
fontana di Trevi, la gente urla tra i
banconi del mercato. I l numero 98
è un portoncino basso che dà su un
corridoio buio. Pochi metri e ci si
trova in un cortile immerso nel
verde. Ilpalazzetto che ospita l ’E n­
te Teatrale Italiano con la sua
facciata a specchi convive con le
palazzine basse ristrutturate e ne
rimanda i colori.
Franz De Biase, da due anni
presidente dell’E ti, parla con soddi­
sfazione della nuova sede: «Lavora­
vamo in condizioni impossibili in
un ammezzato del palazzo che
ospita il teatro Quirino, erano loca­
li vecchi, piccolissimi e del tutto
insufficienti.
Un trasferimento era necessario e
allora abbiamo colto l ’occasione
proponendo a tutti gli organismi
che si occupano di teatro in Italia
di trasferirsi insieme con noi. Ades'so il palazzetto è diventato una
specie di casa del teatro, un punto
di riferimento per tutti e accoglie
oltre a ll’Eti, l ’Istituto del Dramma
Italiano, l ’Istituto del Dramma An­
tico, il Centro Italiano dell’Istituto
Internazionale del Teatro e l ’Asso­
ciazione dei Critici Teatrali. La
vicinanza permette ovviamente una
collaborazione particolarmente in­
tensa e proficua».
In che cosa consiste questa collaborazione?
Devo premettere che ognuno ha i
suoi compiti e non interferisce con
quelli degli altri, ma ad esempio
FID I ha una sua commissione di
lettura che ci segnala testi meritevo­
li di essere portati sulla scena. Di
conseguenza, pur nella nostra auto­
nomia siamo lieti di mettere a
disposizione i nostri spazi alle com­
pagnie naturalmente valide che pre­
sentano nel loro cartellone novità di
autori italiani.
Il vostro compito principale è quin­
di quello di allestire adeguati spazi
per le rappresentazioni?
Si, in questi ultimi anni, da quando
nel 78 è stata varata la legge di
riforma delPETI, uno dei punti
fondamentali del nostro program­
ma è stato l’ampliamento delle sale
del nostro circuito. In pochi anni
siamo passati da ottanta a circa
centoventi sale.
Con quale criterio sono stati creati
i nuovi spazi?
Lo sforzo maggiore da parte nostra
è stato rivolto all’apertura del mag­
gior numero di sale nel mezzogior­
no. Purtroppo è cosa nota a tutti
che le compagnie maggiori scendo­
no di rado al sud, arrivano qualche
volta a Napoli, a Bari o a Reggio
raramente vanno in Sicilia o in
Basilicata. Stiamo stipulando ac­
cordi con i consorzi regionali di
produzione e di distribuzione tea­
trali, perché tutti gli spazi possibili
vengano utilizzati nel modo miglio­
re, con l’allestimento di una rete di
sale e con la creazione di una serie
di spazi alternativi cosicché tutte le
compagnie possano trovare una
adeguata sistemazione in tutte le
regioni d’Italia.
È un lavoro difficile che ci sta
impegnando molto, ma credo che
al massimo in altri due anni po­
tremmo registrare questo punto al
nostro attivo.
Come avviene la selezione delle
compagnie a cui vengono concessi
gli spazi?
Ci tengo a sottolineare che per
quanto riguarda le novità italiane
noi non vogliamo assolutamente
erigerci a giudici. La nostra politica
è quella di dare spazio nei limiti del
possibile alla produzione nazionale.
Quindi le compagnie che rispondo­
no a requisiti di efficienza artistica
e organizzativa hanno la possibilità
di trovare spazio nel nostro circui­
to.
Questa politica che risultati ha
dato?
Nel complesso i risultati sono posi­
tivi anche perché questa è una
strada difficile da percorrere. Per
anni il teatro italiano non ha avuto
da parte dei distributori l’attenzione
che meritava, bisogna quindi dare
tempo al pubblico perché cominci
ad apparezzarlo nuovamente. I ri­
sultati sono soddisfacenti, l’unico
neo forse possiamo trovarlo nel
numero delle novità rappresentate.
Infatti non ponendo limiti di giudi­
zio sono state talmente tante le
novità che gli spazi tradizionali
dell’Eti non sono bastati ad ospitar­
le. Molte hanno dovuto essere rap­
presentate in spazi di minor richia­
mo che certo non hanno contribui­
to al successo della messa in scena.
Ma le novità migliori hanno in
alcuni casi raggiunto incassi pari a
quelli di compagnie che rappresen­
tano i classici o comunque opere
affermate con attori di grande ri­
chiamo.
Ad esempio?
Non è il caso di fare classifiche; a
noi bastava, come avevamo detto
all’inizio dell’anno, che almeno cin­
que o sei delle circa 40 opere
rappresentate
riscuotessero
un
discreto successo. E così è avvenu­
to. Potrei citare degli esempi ma
preferisco non farlo.
Ma credo si tratti di nomi con i
quali si va sul sicuro...
Certo, ma per me una commedia
perché possa avere successo deve
contare tra i tanti fattori anche
quello della notorietà dell’artista. Ci
sono tanti testi, anche ottimi, che
vengono rappresentati male e non
trovano consensi. Non basta il
testo, serve una buona regia, una
buona scenografia, un buon com­
plesso di attori. La rappresentazio­
ne è il frutto del lavoro di tante
persone, e intendiamoci, non un
lavoro a strati sovrapposti, ma un
lavoro comune. E le rappresenta­
zioni migliori finiscono per aiutare
quelle che vanno meno bene. Un
po' come nel cinema dove insieme
ai film di richiamo vengono propo­
sti film di minor rilievo che altri­
menti non troverebbero spazio. A l­
cuni dei nostri teatri sono messi a
disposizione a percentuale, e sono
le sale più grandi, quelle di Roma o
di Firenze o di Bologna, come
quelli gestiti da privati mentre inve­
ce per gli altri viene corrisposto un
contributo in rapporto all’impor­
tanza della compagnia e alla diffi­
coltà della piazza cosi da mandare
queste compagnie abbastanza tran­
quille.
Recentemente FETI ha dato atten­
zione anche al teatro per ragazzi...
Le iniziative destinate ai ragazzi
sono state diverse, tra l’altro la
creazione a Roma di un teatro
stabile per ragazzi al Teatro Auro­
ra. Il successo è stato notevole e ci
é stato riconosciuto da tutti. Sono
state quindici le compagnie che si
sono succedute e l’affluenza delle
scolaresche è stata notevole. Ci
sono stati anche dei dibattiti con i
docenti e adesso aderendo alle
richieste che ci sono pervenute da
più parti cercheremo di estendere
questa iniziativa ad altre città.
Il bilancio delle iniziative dell’ETI è
dunque positivo. E quello del teatro
italiano nel suo complesso?
Il teatro italiano esiste, ha superato
brillantemente i momenti più diffici­
li e questo ci fa sperare per il
futuro, perché non dimentichiamo­
lo è andato avanti dal dopo guerra
ad oggi senza una legge ma con
degli aiuti che ogni anno vengono
distribuiti per effetto di una circola­
re ministeriale e con fondi assicura­
ti dalle ormai famose «leggine».
Vittorio Buongiorno
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PO' HE&LIO &LI omENTREI, CoMERENDEREI
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C o n s id e r a z io n i, t i m o r i , s p e ra n z e d i u n l i b r o
U n ’aria rattrappita e senza r i ­
cam bio tentava di fam iliarizzare
con me.
Da quel dì m ’ero accorto che
cercava di convincerm i p u n ta n ­
do sulla sopravvivenza, solo che
a me non interessava per niente
la sopravvivenza: si ripeteva lo
scontro tra chi in buona fede
mostra, insieme ad un piccolo
slancio, ma grosso per lu i, tu tti
i p ro p ri lim iti come una dentie­
ra nuova di zecca e chi punta
verso lim iti non identificati.
Povera aria senza ricam bio : in
un altro frangente m i avrebbe
fatto pena ma ora che fin a lm e n ­
te stava venendo il m io m om en­
to potevo co n fro n ta rm i con gli
a ltri, adesso che scendevo in
lizza dopo anni di attesa non
potevo accettare l ’in vito a r it i­
ra rm i prim a ancora di co m in ­
ciare, come una pensione o ffe r­
ta a chi non ha nemmeno un
giorn o di c o n trib u ti o uno sti­
pendio a patto di non lavora­
re... quando m i vengono a
prendere stavo riem piendo il
m io serbatoio bucato di fascino
secreto dalla nota ditta soppor­
tazione fregature e abbiaterogne made in me. A rriva to a
destinazione m i trovo insieme
ad a ltri m iei colleghi.
Adesso sì che troverò qualche
amico con cui parlare sospiro
in fretta ma non faccio in tem ­
po a chiudere e catalogare il
pensiero che si form ano dei
gruppetti e vedo stringere al­
leanze tornaconti e quasi a m ici­
zie: come se lo ro già si co­
noscessero o m eglio come se si
fossero riconosciuti al volo. In
p iù fioccavano anche sguardi
d a ll’alto in basso per me... in ­
tendiam oci bene: se c’era una
parente affezionatissima che
non m i abbandonava m ai que­
sta era la solitudine ma non ho
$ c o r r is p o n d e n z a
m ai accettato con fervore la
conferma di questa m ia co n d i­
zione come qualsiasi tim b ro di
rinno vo per a ltri cinque anni o
come segno fìsico caratteristico
al posto d e ll’altezza... e trovo il
m odo di ripensare a ll’aria senza
più di quaranta lib r i al giorno,
fondo era consapevole e onesta
non aveva la puzza sotto il naso
il pelo in to rn o al cuore e servitù
incondizionate dalle parti del
cervello.
In seguito veniamo visitati e
ispezionati e anche a me tocca
qualche coccola, ma di quelle
che p ro p rio non si può fare a
meno di dare, allora vi lascio
im m aginare il contenuto p ro ­
teico di soddisfazione che ne
ricavavo. Ce n ’era e avanzava
per sentirsi avvilito però rib a t­
tevo: questa è la fase p re lim in a ­
re ancora, siamo a ll’esame esterno, dovrà p u r venire la ricognizione intim a... e m i r in ­
francavo un p o ’ .
Un u ltim o ritocco e veniamo
ria llin e a ti in buon ordine: che
conquista avere l ’ impressione
di essere trattato alla pari degli
a ltri: perlom eno come il bam ­
b ino che ha il permesso di
prepararsi per la prim a volta la
colazione da solo.
N on riesco ad abbronzarm i con
questa sensazione che avviene la
svolta: ressa davanti agli altri,
in co ntenibilità della m aggio­
ranza di fare esplodere le sue
simpatie, trascuratezza evidente
di prenderm i in considerazione,
di conoscermi non era p ro p rio
il caso: chissà da dove veniva
tutta questa ostilità se l ’esame
era del tutto superficiale e an­
cora non si era entrati nel m e ri­
to. Respingo al volo un pensie­
rin o sull’aria senza ricam bio
che ora scoprivo m o lto più
vicina di prim a e m i sforzo di
apparire disponibile di non
pensare per forza alle com pravendite di scordare etichette
m ostrine alam ari e cordoni ine­
stricabili come segni sostanziali
di giudizio.
Nelle ore successive fornisco il
m io massimo spunto : sempre
risoluto a rifiu ta re l ’evidenza
che non avrebbe concesso asso­
luzioni perché p u rtro p p o le
prove c’erano e si m oltiplica va­
no.
M i costa fatica ma decido per la
dignità non reclamo m i apro
ancora di più come chi respira
con dodici p o lm o n i sette milze
e tre m etri di crasso perché non
ha mai pagato le tasse e l ’ha
fatta franca com prando in m u l­
tip ro p rie tà un piano alto del­
l ’u fficio delle imposte.
M i mantengo pro n to ad andare
verso chi vorrà conoscermi e
sono completamente spalanca­
to ed indifeso quando tu tti
quanti im provvisam ente si g ira­
no d a ll’altra parte: stanno af­
figgendo la graduatoria del
prem io letterario: sì sono un
lib ro e c’ero anche io tra i
partecipanti: sono stato a bb on­
dantemente giudicato senza es­
sere letto. Sento dire in giro che
m i debbo accontentare: escono
più di quaranta lib r i al giorno,
oltre q u in d icim ila novità a ll’an­
no, io ero uno sconosciuto sen­
za certificato di nascita invece la
società m i aveva sottratto ad
una fine prevedibilissim a e co­
mune agli a ltri q u a tto rd icim ila
noveccento novantanove fratelli
lib ri che vengono alla luce sen­
za padrone e senza permesso.
Ora dovevo appunto ringrazia­
re per il m om ento di gloria
concessomi: però non ci riusci­
vo il gran prem io della m o n ­
tagna in gola im pediva di spie­
garm i: a me non im portava
della gloria... volevo d e ll’a ltro :
essere letto fino in fondo... es­
sere capito almeno tanto...
Antonio Ratiglia
c in e m a :
E il tuo ricordo m i riempie di silenzio
N
O
S
T
À
L
G
H
Viaggio alla ricerca di sé
che diventa sofferenza dell’attesa di un altro
commozione di avvertirla negli altri
accorgersi
che tutta la vita
è questa memoria
nostalgia di qualcuno che c’è
I A
Oscurità, nebbie gravide di luce fosca,
nell’ampio dispiegarsi di una cam­
pagna misteriosa. Eppure la conoscia­
mo, c’eravamo già stati, è il luogo di
una memoria sbiadita. Qui si ferma,
arrivata forse da un lungo viaggio, o
dalla curva prossima di questa valle
oscura, una Volkswagen. Ne scende, la
vediamo da lontano, una ragazza
impaziente, dai capelli indispettiti,
biondi, la intuiamo giovane e bella,
dice qualcosa in russo. «Parla italia­
no!» è l’imperativo dell’uomo, che è
indiscutibilmente russo per l’accento.
La donna, italiana invece (e purtroppo
doppiata con una sorta di viscerale
ottusità), lo invita a scendere, per
inoltrarsi nel luogo finalmente raggiun­
to. L’uomo rifiuta. «Sono stanco di
vedere queste bellezze eccessive. Non
voglio più niente solo per me».
È la ragazza sola che entrerà nel
luogo. Un bosco di colonnine dove
cinguettano e frusciano le donne in
preghiera. Riconosciamo, proprio per­
ché appartiene a un ricordo di vita e
non a uno studio astratto di bellezze,
la cripta di san Pietro in Tuscania,
basilica dell’VIII secolo di tale verità e
splendore che nessuno sguardo turisti­
co incapace di intelligenza di fede
potrebbe oscurare.
E così divagando senza accorgermene
ho svelato da subito una parola, un
dirsi limpidissimo della tematica di
Nostàlghia: «L’opera non deve essere
mai separata dalla propria vita, cosi
come il regista deve rispondere moral­
mente delle azioni che avvengono nel
film», afferma Tarkowskij in Tempo di
viaggio.
Li nella cripta, dunque, Tarkovskij
colloca, con il suggerirsi discreto di un
montaggio allusivo, la Madonna del
Parto di Pier della Francesca, quella
stessa che noi, avendo già tentato di
ammazzarla come oggetto già morto e
quindi da museo municipale, pare
vogliamo far viaggiare al Metropolitan
di New York, come vuole il sindaco
socialista di Monterchi. E perché no?
Nessuna appartenenza alla vita. Nes­
suna nostalgia. Nessuna memoria.
Nessuna domanda. «Purtroppo quan­
do qualcuno è distratto o estraneo
all’invocazione, allora non succede
nulla» dice il sagrestano alla ragazza
bionda, che se ne sta nella chiesa come
una straniera. Nostalgia — ma chi lo
capisce? — è nostalgia della Russia,
certo, ma la Russia vuol dire semplice-
mente realtà, vita). «Cosa dovrebbe
succedere?» «Tutto quello che vuoi,
ma bisogna che ti metti in ginocchio».
Eugenia non riesce, non c’è abituata.
«Perché le donne si raccomandano
tanto?» «Io sono un semplice, ma
secondo me una donna serve per fare
dei figli, tirarli su con pazienza e
sacrificio». Quel vecchio dev’essere
uno sciocco, e intanto la parola madre,
madre gioiosa, madre amorosa, madre
beata, madre sacrificata, madre dolo­
rosa, madre ispirata, madre di tutte le
madri vola come gli uccelli liberi e
pieni di tenerezza e letizia che si
diffondono.
Ecco che lo vediamo, finalmente, lui,
Gorciakov, nell’albergo, il volto triste,
una piuma di luce bianca nei capelli,
che lo «segna». La stanza d’albergo,
buia, il letto nero, tra la finestra colma
di una pioggia russa, verde, grigia, di
piombo e di luce, e il vano del bagno,
gocciolante, cosa amica e insieme
lontana. Da li, con naturalezza, entre­
rà il cane, un altro personaggio silen­
zioso e presente.
Eugenia aspettava fuori dalla porta,
con un paio di scuse pronte, per
averlo, esser presa — il telefono
squilla — , ma non c’entra. Tutto
questo non c’entra. Eugenia è li come
compagna di viaggio, per fare l’inter­
prete: ma di cosa? «È impossibile
tradurre l’arte. Voi non capite niente
della Russia» le aveva detto Gorcia­
kov. «Non solo traduco bene, ma
miglioro anche quello che dice la gente
che si serve di me», protesterà Euge­
nia, personaggio disturbante, allusivo e
provocatorio. Nei nostri confronti. Si
prostituirà alla fine, e racconterà di sé
una storia inventata. Dunque essa è un
anticipo dell’occhio annoiato, falso,
affrettato del pubblico in sala, o dei
fiumi di parole arroganti e inintelligenti
di certa critica che verrà poi fatta, ed
è stata fatta, al film; e a lui, Tarkowskij, perché il film è un pezzo di sé.
Che cosa mi viene a raccontare, di
quale nostalgia? Per cosa? Il problema
non è forse quel seno che con isteria la
ragazza propone al silenzioso Gorcia­
kov «noioso fino alle scarpe»?, un seno
che appare orrendo come un pezzo di
carne, il viso di lei stretto da una
smorfia di avido rifiuto. Gorciakov è
silenzioso, intraducibile. Chiaro.
E siamo giunti in un posto ancora
appartenente alla nostra memoria —
non può essere un caso — e alla
Erland Josephson e Domiziana Giordano
memoria di santa Caterina; e di chi
vive là e di chi, viaggiando, sa guarda­
re: i Bagni Vignone, piscina di mura
antiche in un villaggio di pietra, spri­
gionante alti vapori sulfurei, che vela­
no e s’addensano sulle chiacchiere di
insulsi bagnanti. Ecco l’incontro fon­
damentale: il «pazzo», dalle scarpe
bagnate, Domenico. Lo ritengono paz­
zo perché si chiuse per sette anni con
la famiglia, i bambini, in attesa della
fine del mondo. «Li hai sentiti i loro
discorsi, i loro interessi? Tu nella vita
devi essere diversa». «Lo sai perché
loro stanno dentro l’acqua? Vogliono
vivere eternamente». E ancora: «Non
dimenticare mai quello che lui ha detto
a lei». «Lei chi?» «Santa Caterina».
«Allora?» «Tu sei quella che non è. Io
invece Colui che sono». Eugenia non
lo sopporta. Gorciakov vuole mangia­
re con lui: «Non è pazzo. Ha la fede».
È una parola, fede, che tradotta in
russo significa qualcosa... Sustanza di
cose sperate ed argomento delle non
parventi...
Eugenia spazientita dice che il viaggio
è finito, tornerà a Roma. Nella casa di
Domenico esplode, per interrompersi
su di un’immagine quasi di morte,
l’inno alla gioia di Beethoven. «1 + 1
= 1» è scritto sulla parete. Domenico
mostra a Gorciakov che, versando una
goccia d’olio nella mano, e poi un’al­
tra, nasce «una goccia più grande, non
due». Antri acquosi, come in Stalker,
teli tesi per raccogliere la pioggia,
pozzanghere, bottiglie nelle quali conti­
nua a scendere abbondante dal cielo
l’acqua materna divina che domina
nella scrittura tarkowskiana. Bottiglie
incapaci di contenerla, come la buca
nella sabbia nella quale l’agostiniano
bambino pretendeva di far convergere
il mare.
Dall’incontro con Domenico un com­
pito assegnato. «Prima ero egoista»
dice il matto, «volevo salvare la mia
famiglia. Invece bisogna salvare tutti.
Il mondo». «Quando?» «Subito». «Co­
me?» Basta attraversare la piscina con
una candela accesa. Domenico non
può, glielo impediscono, lo vogliono a
tutti i costi «salvare». Gorciakov se ne
va, ma accetta la candela.
Difficile commentare le immagini di
questo film senza assomigliare, da
critico saccente, alla brutalità di Euge­
nia che sta aspettando lui, decisa a
possederlo, impadronitasi del suo letto.
È una lite furibonda che dovrà condur­
re tutta da sola, come ad opporsi a chi,
nella sua vita, le si è proposto in modo
totalmente diverso dagli schemi affetti­
vi di rapporti consumati e mai posse­
duti. «Vorrei dormire dieci giorni per
cancellarti dalla testa. Magari non c’è
niente da cancellare, perché non esi­
sti», gli grida, e allora è proprio vero
che senza saperlo sta parlando con
Dio.
Le gocce di sangue dal naso di lui
colpito sono forse la nostalgia preziosa
del famoso pavimento cosparso di
petali di rose nella villa principesca di
Sorrento, opera del pittore Palizzi che
in «Tempo di viaggio» Tarkovskij non
aveva potuto vedere. Ma di nuovo
qui
la
memoria
non
è
museo-cassaforte-tomba, ma sangue e
vita.
Gorciakov è colmo di memorie, la
moglie e i bambini, la dacia, i campi,
l’infanzia, il cane. Immagini che rag­
giungono i vertici della più alta imma­
ginabile cinematografia, dove il lin­
guaggio filmico è unico nel suo genere
e insieme sembra indicare la purezza
massima e la libertà più sfrenata del
genio creativo secondo una filmicità
assoluta. Un film che non può essere
altro che un film. Niente letteratura,
oppure pieno di poesia e di poesie: le
poesie di Arsenj Tarkovskij, padre di
Andrej, lette fuori campo, da un libro
che vedremo consumato dal fuoco, e
quella di Tonino Guerra, detta dal
pazzo sul Campidoglio prima di farsi
consumare pure lui come una torcia:
«O madre, l’aria è qualcosa di leggero
che ti gira attorno alla testa e diventa
più chiara quando ridi». Film infinita­
mente musicale (Beethoven, canti rus­
si, canti napoletani, suoni, ululati lon­
tani, echi, lamenti, gocce, pioggia),
incredibilmente pittorico (è un ringra­
ziamento alla bravura del fotografo
Giuseppe Lanci): ma è quanto di più
specificamente cinematografico si sia
visto finora.
Non posso più raccontare questo so­
speso confondersi pulito di passato
presente lontananza vicinanza perché
temo di rinchiudere in poche parole
suggestioni con un grado di profondità
e di ampiezza cui lo spettatore italiano
medio sicuramente non è abituato. Né
Tarkowski ela Giordano sul set.
preparato. Ma deve vederlo lo stesso,
questo film. Se la distribuzione glielo
permetterà. Riconoscerà in quel volto
attento della donna bruna — la moglie
— che sente sussurrare: «Maria», e
nella colomba leggera che ella neppure
vede volar via dal balcone, un’icona
vivente dell’annunciazione? E in quel
campo russo-napoletano, il presepio?
E in quel dialogo giocondamente
sbronzo di vodka tra il protagonista
affondato nell’acqua e la bambina
Angela: «Sei contenta?» «Di cosa?»
«Della vita». «Della vita, sé». «Brava»:
ne sentirà la dolcezza? Saprà cogliere
il valore — non una parola va perduta
— di brevi battute come: «Che fretta
c’è?» «C’è sempre da imparare». «Bi­
sogna alimentare il desiderio». «Acqua
fuoco e poi cenere e ossa dentro la
cenere»? Sono parole di Domenico. E
di ognuna rende conto Tarkovskij.
Parole pazze? Difficili da capire? È
questa la cosa terribile, che è invece
così semplice, quanto dice Nostàlghia,
è semplice come attraversare una
piscina vuota con una candela accesa.
Il vento la spegne, ma basta ricomin­
ciare. Anche se non se ne ha voglia.
Un compito semplice, il vivere. Un
film sorridente, dentro la serietà del
dramma. Ricordiamo quel dialogo fuo­
ri campo tra una lei e un lui: «Fagli
sentire la tua presenza». «Io la faccio
sentire sempre, è lui che non se ne
accorge», detto con dolce ironia.
Non se ne accorge, certo, quella
stampa della quale riporto titoli di
recensioni a Nostàlghia quali: «Non ci
resta che la follia». «Ermetico, senti­
mentale». «Macché nostalgia, in parole
povere è solo depressione».
Eppure quasi tutta la critica riconosce
il capolavoro. Riceve come con rico­
noscenza l’inquadratura finale cosi
intensa, profonda e grandiosa, la gran­
de bellezza italiana che contiene la
Russia e l’acqua, dove si rispecchia
Gorciakov pacificato e il cane. E la
neve, che scende tra noi e lui.
Beniamino Maria Kot
filo d r a m m a tic a
Due
d o m a n d e a U m b e rto
B e n e d e tto
p r e s id e n t e d e l X X X I V
F e s t i v a l d ’a r t e d r a m m a t i c a d i P e s a r o
S
a
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p
o
r
e
d
v
v
e
n
t u
r
a
L a f ilo d r a m m a t ic a , d a s e m p lic e b u o n a
b a t t a g lia c o n t r o l ’o s t e r ia , c o m e d ic e v a
B a c c h e lli, è d iv e n t a ta r ic e r c a in t e lle t t u a le ,
le tt e r a r ia , a r t is t ic a d i g r a n d e le v a tu r a . M a
g li a t t o r i d e l c o s id d e tto te a tr o a m a to r ia le
s o n o a n c o r a v o c i c la m a n te s i n d e s e r to .
Lei che ha vissuto e ha operato per
tanti anni nel settore del Teatro
professionistico, quali impressioni
ha tratto da questa presa di con­
tatto con il Teatro amatoriale?
Come in ogni risposta che si rispet­
ta, è bene iniziare anzitutto con una
precisazione. Se è vero che da oltre
quarant’anni agisco e lavoro nel­
l’ambito del teatro professionistico,
non posso dimenticare che le mie
basi, le mie lontanissime radici si
affondano nel teatro filodrammati­
co (mi si perdoni questo termine
che fa un po’ arricciare il naso ai
più giovani e che si tende a rigettare
come un arcaismo di rifiuto).
Correva l’anno di grazia 1929 e io,
ancora ragazzino, mi affacciavo,
esordiente, alla ribalta di un teatri­
no della periferia fiorentina. Era il
battesimo del fuoco scenico anche
per Arnoldo Foà. Opera di parago­
ne delle nostre promettenti qualità
«La serenata al vento» di Carlo
Veneziani. I fondali e le quinte
erano di un ottocento assai dubbio
e incerto, i costumi erano stati
aggiustati alla meglio in famiglia, e
di casa, sottratti per l’occasione
con la complicità delle madri, gli
arredi di scena e buona parte delle
suppellettili. Per dotare di un bran­
do il Colonnello Dagoberto, padre
tiranno nella commedia onesta e
lieta del Veneziani, si fece ricorso
ad un cimelio da bacheca, una
sciabola con la quale si favoleggia­
va mio nonno avesse combattuto, a
fianco di Garibaldi, alla battaglia di
Calatafimi. E mio padre quando si
accorse della temporanea, ma peri­
colosa spoliazione, giustamente mi
scapaccionò, ma il suo fu un inter­
vento puramente formale, perché si
rese conto che l’infrazione, se di
infrazione si poteva parlare, era
stata commessa nel sacro nome
dell’Arte.
Ritrovandomi ora a Pesaro, a
distanza di decenni, in mezzo ai
filodrammatici che nel frattempo
sono diventati amatori, in ossequio
ad un franciosismo già registrato
dal Panzini, per cui anzi il Festival
dovrebbe assumere l’insegna di Fe­
stival del Teatro amatoriale italia-
f ilo d r a m m a t ic a :
no, mi sono reso conto che cin­
quantanni in questo settore non
sono trascorsi invano. Se la passio­
ne, la dedizione, l’ amore per l ’arte
sono rimasti intatti, è la mentalità,
la preparazione e le aspirazioni che
sono profondamente mutate. La
scena non ha più per i nuovi adepti
il fascino del passatempo e dell’im­
piego del tempo libero, i complessi
che si presentano alla Rassegna
non sono più quelle piccole filo­
drammatiche di cui il Bacchelli
parlava come di una risorsa della
cittadinanza nelle sere d’inverno, e
una buona battaglia contro l’oste­
ria. La scena non è più un luogo di
incontro, ed in questo credo che
consista la fondamentale differenza
tra il nostro modo di far teatro e il
loro, ma un luogo di scoperta. Essi
sentono quanto e talora più dei
professionisti, distratti spesso dal­
l’assillo del tempo che deve scandi­
re e condizionare il ritmo della
produzione, la necessità di dissipare
il mistero che ogni opera teatrale
travolge nella sua essenza. La con­
siderazione poi che gli strumenti
utilizzati possano non essere i più
idonei al raggiungimento dell’obiet­
tiva, per inadeguato approfondi­
mento culturale, per carenze inter­
pretative, per ristrettezze di mezzi
tecnici, scenici e finanziari, apre un
discorso, nel quale non possiamo
inoltrarci, anche perché le conclu­
sioni e gli apprezzamenti sono dif­
formi caso per caso. Le lame delle
cesoie, divaricate un tempo al mas­
simo consentito, sono andate sem­
pre più restringendosi fino a segna­
re il minimo d’apertura, attraverso
un lavoro di preparazione e di
meditazione che è sempre più sor­
prendente per un osservatore profa­
no. La chiarezza di visione de «I
giganti della montagna» da parte
del Gruppo di Macerata o la cali­
brata fantasia del De Ghelderode
presentata dagli amatori di Thiene,
la rigorosa osservanza della tradi­
zione in Scarpetta rispettata dai
salernitani o la dinamica, elaborata
inventiva del lucido Beckett offerto­
ci da Tolentino o la finezza dello
studio approntata dal Teatrostudio
di Livorno nell’amorosa ricerca sul
Ruzante, sono il frutto di un cam­
mino che il teatro amatoriale ha
percorso con piena coscienza, an­
che se i mezzi a disposizione sono
quasi sempre scarsi, se il reperi­
mento di una sala per le prove o
per lo spettacolo ha il sapore di
un’avventura, e se nessuno si
preoccupa di aiutare, di inquadrare,
di consigliare le ricerche di questi
veri catecumeni dell’arte teatrale.
Le voci dei dilettanti nel nostro
Paese sono veramente clamantes in
deserto senza un organismo che le
segua e le coordini (non si dimenti­
chi che in molti paesi europei
organismi ministeriali sono preposti
alla organizzazione, alla tutela, allo
sviluppo dell’attività amatoriale),
divise come sono in tre associazioni
di gruppo che si perdono più in
lotte intestine che in proposte con­
cretamente valide.
Unica iniziativa che, ponendosi al
di sopra di ogni preoccupazione di
parte, dia un impulso e un rico­
noscimento all’intensa opera che i
gruppi amatoriali riescano a co­
struire malgrado tutto e spesso
contro tutto, è il Festival Nazionale
d’Arte drammatica di Pesaro che,
da 36 anni, offre una visione pano­
ramica di quanto di meglio si
produce nell’interessante settore e
segna il tempo dell’incremento arti­
stico e culturale di questa appassio-
nante, inarrestabile opera di ricerca
sulla via dell’eccellenza.
La scelta del repertorio di questi
gruppi avviene secondo una precisa
linea culturale o è influenzata da
problemi locali o dalla stessa neces­
sità di soddisfare alle esigenze e
possibilità del gruppo?
A questa domanda non è possibile
dare una risposta univoca. Tot
capita tot sententiae. Ogni gruppo
ha i suoi problemi, i suoi condizio­
namenti, un suo ritratto di famiglia
difficile da controllare dall’esterno.
I professionisti solitamente costi­
tuiscono un cast, in base all’opera
da mettere in scena; gli amatori
hanno già un gruppo che deve
essere soddisfatto nella sua richie­
sta di teatro. In alcuni casi prevale
la figura del direttore o del regista,
che cerca di appagare il suo istinto
di ricercatore e di studioso dei
problemi della creazione scenica; in
altri la forza del gruppo è predomi­
nante e la scelta cade su testi che
consentano di utilizzare al meglio le
risorse del complesso; in altri casi
ancora situazioni ambientali o par­
ticolari ricorrenze suggeriscono la
proposta di opere emblematiche.
La situazione che si presenta indub­
biamente più pericolosa è quella in
cui tutto è affidato all’ambizione
del singolo che sfugge spesso ad
ogni controllo ed ad ogni più
elementare senso di autocritica. Ma
sono casi sporadici che nulla tolgo­
no all’armonia del quadro. Una
Rassegna quella alla quale ho assi­
stito che mi ha profondamente
colpito per l’ampiezza dell’arco dei
problemi affrontati e per la serietà
delle intenzioni che sono state il
motivo dominante della manifesta­
zione.
Umberto Benedetto
a
F
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C a s t e l d ’A z z a n o
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C
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L
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O
R iflettendo sul perché e il per­
come ho scelto anni fa di con­
durre esperienze teatrali nella
scuola d e ll’obbligo, m i si a ffo l­
lano alla mente diversi pensieri
che giustificano oppure m o tiva ­
no la scelta dal punto di vista
pedagogico-didattico. Però io
ho iniziato senza riflettere su
quelle m otivazioni, nei p rim i
anni del m io insegnamento; ho
iniziato a mettere in scena con i
ragazzi racconti e lo ro pensieri
e in tu izio n i, prima di avere in
testa un progetto qualsiasi, e m i
è parso naturalissim o il farlo.
Anche l ’adesione dei ragazzi è
stata naturale e im m ediata. Per­
ché tanta naturalezza? N on ne
conosco una ragione semplice.
C’è u n ’im m agine, che m i viene
spesso alla mente: quella della
madre che, nei p rim i mesi di
vita del suo bam bino, se lo
guarda amorosamente e gli sor­
ride e lo sm orfia in m o d i assai
p a rtico la ri e piacevoli e condu­
ce dinnanzi a lu i una singolare
pantom im a composta delle p iù
varie espressioni del volto.
Questa è la p rim a form a di
teatro cui assistiamo nella vita.
N on solo. Il bam bino, che os­
serva il volto della madre — ed
è dunque uno spettatore — , sta
al gioco e si diverte e si appas­
siona: è uno spettatore c o in v o l­
to emotivamente dallo spettaco­
lo. E ancora: con gusto e sor­
presa degli astanti, lo vedi pre­
sto presto rispondere e cercar di
im itare la madre e far scena.
Diventa insomm a attore, e la
madre ne è il regista, più o
meno abile. Più o meno abile; e
in fa tti si dice ad es. che le m adri
con un grado elevato di cultura
spesso abbiano d iffico ltà a ca­
larsi nella spontaneità di quel
gioco: e così non trovano l ’ a n i­
m o del bam bino, e il bam bino
resta deluso, e l ’attore nato non
entra in scena: cioè a dire non
scopre il m ondo. Perché di
questo si tratta. O lo intravede
di sbieco, minaccioso. O soltan­
to d a ll’alto, indifferente e m u ­
to. O da una qualche altra
im possibile e straviata prospet­
tiva.
A scuola ritro v o tu tti questi
b am bini, con il lo ro sguardo,
d ritto e aperto oppure distorto
e in qualche maniera manche­
vole — ovviamente non soltan­
to in ragione di quella prim a
mimesi materna.
O gni volta che propongo lo ro
di fare teatro, c’è una risp o n ­
denza unanim e e spontanea
perché è come se si risvegliasse
in lo ro il senso e lo stupore di
quella prim a volta con la m a­
dre. I più tim id i, gli im pacciati,
q u e lli scompensati e tu rb a ti e
insom m a i non del tu tto in
ordine, a ll’inizio tirano fu o ri
una certa adiffìdenza, come a
dire: « Il gioco lo conosciamo,
non è per noi. Ne conserviamo
un rico rd o am aro». Poi vi si
buttano dentro con totale im ­
pegno e passione, quasi doves­
sero rifarsi di quelle prim e esperienze m alriuscite, e in gene­
re diventano i m ig lio ri, i più
vivi. Spesso, a quel che si sa, è
così anche per gli a tto ri di
professione: i più grandi sono
tim id i e complessati nella vita.
Ci sono arrivato: fare teatro
nella scuola è ‘naturale’ perché
è un m odo ri riallacciarsi a ll’e­
ducazione materna, prim a e
spontanea. Un m odo di rip re n ­
dere
daccapo,
correggendo
storture, o di continuare un
discorso già bene avviato. Con
tutte le responsabilità che ne
derivano al regista-insegnante.
Poi vengono le altre ragioni,
indagate del resto da u n ’am pia
letteratura esistente al riguardo.
Le ragio ni squisitamente scola­
stiche, che vanno a sottolineare
l ’o p p o rtu n ità della scelta per
educare a ll’ortoepia, alla m e­
morizzazione,
a ll’espressione
corporea, alla musica eccetera.
Le ragioni in te rd iscip lin a ri: fa­
re teatro vuol dire leggere, scri­
vere, parlare, muoversi, co­
struire, calcolare, insom m a: in ­
teressare tutta la personalità del
ragazzo in un contesto finalizza­
to a u n ’educazione globale.
Bene. Questo è vero. Queste
sono le ragio ni che espongo
ogni volta che intraprendo un
discorso sull’argom ento, per
convincere colleghi o genitori,
per propagandare ed estendere
nella scuola questa form a di
sperimentazione. Sono le ra g io ­
ni che contano, scientifiche.
M a quando vedo un gruppo di
ragazzi di una m ia classe salire
em ozionatissimi su un palco
più o meno im provvisato, con
dietro uno scenario fatto in
aula, carta da scena dipinta,
oggetti di cartapesta, case di
cartone, cose da niente; e luci
im provvisate, e un trucco ap­
prossim ativo, e costumi larghi
o tro p p o stretti; quando li vedo
aprire una danza e o ffrire una
battuta, e p o i alla fine scendere
tra gli applausi con la felicità
negli occhi, trasform ati; io a llo ­
ra m i sento un poco rom antico,
e rico rd o l ’im m agine della m a­
dre e del bam bino. Un sim bolo,
forse. Ricordo la prim a scoper­
ta del m ondo, e credo che si sia
ripetuto il m iracolo.
Raffaello Canteri
N o n si s a p e r c h é , m a K e n R u s s e ll e P u c c in i s e m b r a n o
U
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B
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P r o s t it u z io n e , o p p io , k o m
O
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P
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f la k e s , t o m a t o k e t c h u p ,
n o ia , q u a lc h e a c u t o d i t r o p p o : c o s i M a d a m e
B u t t e r f l y d i K e n R u s s e ll a l f e s t iv a l d i S p o le to
M A D A M A BU TTERFLY
Opera in tre atti di Luigi Illica e
Giuseppe Giacosa.
M usica di G iacom o Puccini.
Maestro concertatore e direttore
d’orchestra: John Matheson.
Regia: Ken Russell. Scene:
Richard M acdonald. Costum i:
Ruth M yers. Maestro del C oro:
G . Parker. Spoleto Festival
Orchestra. The Westminster
Choir. Personaggi ed interpreti
principali: Cio-Cio-San:
Catherine La m y; Suzuki:
K u m iko Yoshii; Kate Pinkerton:
Silvia Silveri; Pinkerton: Kristian
Johannsson; Sharpless: Robert
G albraith; G oro: Steven Cole;
Yam adori: Andrea Snarski; D
Bonzo: Gabriele M onici;
Yakusidé: K ent Weaver
Spoleto, Teatro Nuovo.
Si è sempre in grave imbarazzo
quando ci si trova ad affrontare
certe — come dire — letture
d’avanguardia o ritenute tali che
hanno il non piccolo pregio di
disorientare o quanto meno stupire
il povero ascoltatore musicale.
Troppo spesso, infatti, si corre il
rischio di essere tacciati di un
apocalittico bieco conservatorismo
quando si tenta di interpretare il
messaggio che il realizzatore della
messa in scena ha voluto indirizzar­
ci. Tuttavia, rimboccateci le mani­
che, si tenta un approccio, un
avvicinamento e si cerca di capire.
Questo è quanto è capitato a noi,
incauti osservatori, alla rappresen­
tazione di Madama Butterfly, opera
inaugurale del 26° Festival dei Due
Mondi di Spoleto. Una storia, quel­
la di Butterfly, passata — e senza
tanti complimenti — dalle tenere
apprensioni pucciniane alle brutali
evidenze di un Ken Russell spinto
forse sino ad un eccesso non neces­
sario e che, francamente, stentiamo
a comprendere.
Cio-Cio-San è diventata una prosti­
tuta, squallida anzi che no, relegata
in un altrettanto squallido postribo­
lo lassù, sulla collina di Nagasaki.
La circondano colleghe e clienti in
un andirivieni affannoso ed affan­
nante e che contribuirà non poco a
rendere pressoché precario l'ascol­
to delle voci e della partitura. Le
giornate, in quel fio rito asii trascor­
rono uguali e monotone sottolinea­
te però dall’irrefrenabile antipatia
che Goro e Suzuki nutrono uno nei
confronti dell’altra e che li porta a
litigare continuamente. A volte pe­
rò, qualcosa, qualche avvenimento
sembra distrarre i poveri compo­
nenti della brigata: un cliente ubria­
co, un matrimonio, un patetico zio
bonzo appena uscito da una recita
istante di doveroso smarrimento,
trascorre nella più serena indiffe­
renza, ma continua e con rammari­
co nell’esposizione musicale. La
direzione e la concertazione del
maestro John Matheson si sono
diluite in uno spazio rarefatto e
assente che non ha trasferito nessu­
na emozione, non ha offerto nessun
momento significativo. I cantanti,
lasciati un po’ troppo a se stessi,
hanno fornito prove alterne. So­
prattutto i due protagonisti che
sembravano incitati ad una gara
che sapesse dimostrare le loro qua­
lità interpretative. Catherine Lamu
vedi foto, generosa interprete è
stata una Butterfly intensa, a volte,
ma che raramente ha voluto abban­
donarsi a certi malinconici languori
che sottilmente pervadono la psico­
logia del personaggio. Certe dolcez­
ze, ad esempio, sono andate perdu­
te ed anche certi passaggi dramma­
tici sono stati allentati in una
atmosfera di finta disperazione.
Pinkerton era Kristian Johannsson;
dall’acuto facile — un po’ troppo
— costretto a recitare in una parte
che certamente non lo mette a suo
agio. Bene invece il Goro di Steven
Cole che ha saputo disegnare un
personaggio sufficientemente su­
bdolo e giustamente equilibrato.
Tutti gli altri interpreti hanno asse­
condato le direttive del Maestro.
L ’orchestra del Festival di Spoleto
ha eseguito la partitura con corret­
tezza e sufficiente slancio, mentre il
coro distratto dai continui movi­
menti e forse dalla finta naturalezza
di certe situazioni non ha reso
come avrebbe dovuto.
Guido Nastasi
Kabuki. Poi tutto torna normale,
tutto rientra nello squallore quoti­
diano. Solo Butterfly, ormai navi­
gata quindicenne, riesce a trovare
qualche momento d’evasione dalla
routine di tutti i giorni, conceden­
dosi di tanto in tanto una salutare
fumatina d’oppio per rifugiarsi,
tranquilla e serena, nel sogno ame­
ricano: un tripudio di corn flakes,
tornato ketchup e sandwich. Ma il
sogno — ahimè — ben presto si
muterà in realtà e la realtà, crudele
e ineluttabile, verrà alla fine giusta­
mente esorcizzata dai marchi aset­
tici delle motociclette e delle cine­
prese che compaiono su un mondo
annientato ma fiducioso. Lo stupo­
re, però, non si ferma alla messa in
scena che anzi, superato il primo
m u s ic a
L
O
N
G
T
G
I
O
M
E
N
E
30 g iu g n o
C ro sb y, S tili e N a sh al
P a la s p o rt d i M ila n o . W a lte r
G a tti è tra i 15.000: so n o
b ra v i, b ra v is s im i. M a la
speranza è fin ita d a u n pezzo,
tra u n p o ’ f in ir à anche la
n o sta lg ia .
18.45 - I cancelli si aprono. C’è
gente che aspetta dalle 14, ma
dice che ne è valsa la pena. Ci si
spinge, si urla, ci si insulta, poi
finalm ente si passa il cordone
del servizio di sicurezza e si
entra. Il biglietto, 16.000 lire, è
abbastanza norm ale per questi
tempi. Il Palasport si riem pie.
La gente è p ro p rio varia: ci
sono i quarantenni, q ue lli che
possono dire dei tem pi della
protesta «io c’ero» e ci sono i
quindicenni pun k; c’è m olta
erba, ma ci sono anche m olte
camicie marcate G iorgio A rm ani. Ce n ’è p ro p rio per tu tti i
gusti.
Ma la prevista fium ana di gente
non c’è stata. Crosby, Stills &
Nash sono sempre lo ro, ma
forse qualcuno li ha dim entica­
ti. Forse m o lti stasera sono allo
Stadio
Meazza
a
vedere
Inter-Juve, oppure sono rim asti
a casa a sorseggiare Ballantine’s
dim entichi dei sogni di libertà
degli anni 60.
Comunque, i CSN - dipendenti
ci sono tu tti. A lcuni, n e ll’attesa,
si sono messi a cantare i successi
dei tem pi d ’oro del trio , e
anche q u e lli del grande assente,
l ’am ico-nem ico N eil Young,
orm ai da tempo p a rtito per
a ltri lid i. Tra i q u in d icim ila
A
f
f
i
t
t
a
p r ì m
s
f
i
o
r
e
u la :
¡ I n u o v o
d e lla
i
s u p e r t e le f o n o
S IP .
R IS P A R M IA .
Primula segnala la durata
della telefonata e il numero
telefonico composto.
SEGNALA.
Primula funziona anche da
orologio e segnala i numeri
registrati in memoria.
R IC H IA M A .
Primula ha un tasto per
ricomporre i numeri trovati
occupati.
RINTRACCIA.
Primula registra tre numeri
di emergenza a cui
corrispondono tre tasti
colorati.
Gli apparecchi sonodisponibili pressoleAgenzieSIPdi BARI, BOLOGNA,
BOLZANO, CAGLIARI, CATANIA, FIRENZE,GENOVA, MILANO, MODENA,
PALERMO,PESCARA, ROMA, TORINO, TREVISO,VENEZIA.
Per informazioni: SIP187.
p r i m u l a S IP : la r i v o l u z i o n e d e i f i o r i .
.
^ m u s ic a ;
Crosby
presenti l ’atmosfera inizia a sur­
riscaldarsi. È p ro p rio una bella
sera, ma chissà dove è fin ita
l ’aria di speranza che si respira­
va negli anni della protesta.
Erano tem pi in cui un concerto
dava la speranza di poter cam­
biare la vita. Erano tem pi di
lotte e di ideali. Erano tem pi in
cui i Jefferson A irplane canta­
vano «N oi possiamo stare insie­
me» e « V o lo n ta ri per la riv o lu ­
zione». Erano i tem pi di San
Francisco e della West Coast,
delle rivolte universitarie, della
dylaniana «Like a ro llin g stone», di Woodstock. Ora, forse,
è solo tempo di nostalgie. M i
capita di parlare con un p o ’ di
gente. C’è m olta attesa, ma
anche m olta tristezza. O rm ai
nessuno crede al «You can
change thè w orld»* gridato da
CSN. Tristezza e nostalgia, per­
ché la musica di protesta si è
ricordata dellT talia solo nel
1983, quando la protesta ha
lasciato il posto agli e q u ilib ri
della vita, cancellando la spe­
ranza dai v o lti e dalle parole. È
una serata strana. T u tti si aspet­
tano buona musica, buone v i­
brazioni, grandi successi, ma
niente di più. Nessuno chiede
niente e nessuno si chiede nien­
te.
2 1.20 - Band sul palco e ovazio­
ni. Crosby e Nash con Fender,
Stills con Gibson Les Paul che
cambierà più volte con una
Fender Telecaster e una Gibson
d op pio manico. Iniziano subito
con pezzi da antologia: «Love
thè one yo u ’re w ith» e «C hica­
go». La Band che li sostiene è
tra le m ig lio ri. La sezione r itm i­
ca è a live lli veramente stra o rd i­
nari con George chocolat Perry
al basso, Joe Vitale alla batteria
e Efrain T o ro alle percussioni,
^ m u s ic a
tutta gente che è da anni nel
g iro di Stills. Il suono è com ­
patto ed energico, m o lto più
vigoroso e duro che n e ll’in d im enticabile «4 Way Street», ma
rim ane perfetto e senza sbava­
ture o concessioni a ll’hard
rock. M ike Finnegan alle tastie­
re fa un lavoro superlativo con
piano, sinth e m ellotron , m en­
tre Nash ogni tanto si siede al
suo strum ento preferito : il p ia ­
no a coda Steinway.
L ’attacco di «Long tim e gone»
è accolto da una esplosione di
applausi e David Crosby inizia a
prendere contatto con il p u b ­
blico dopo un inizio abbastanza
assente. La sua voce, rabbiosa,
che esplode solo a tra tti, m entre
in a ltri m om enti è contenuta e
sognante, è rimasta quella di
una volta: è il Crosby che da
sempre conosciamo. L ’atmosfe­
ra è incandescente. Stills è il
vero dom inatore musicale della
serata ogni pezzo ha un suo
assolo, graffiarne, lancinante,
mai tro p p o lungo o fracassone
come è sempre stata la caratte­
ristica di questo cowboy del
rock. Nash attacca uno dei suoi
brani più be lli: «Just a song
before go», e subito dopo ci
sono a ltri due in d im e n tica b ili:
«The Leeshore» e «Catedral».
La prim a parte finisce con un
applauso interm inabile. Sem­
bra veramente di essere torn ati
in die tro nel tempo.
Dieci m in u ti di intervallo e il
concerto riprende. I p rim i pezzi
della seconda parte sono acusti­
ci. Stills è l ’unico che riappare
con una chitarra, una M artin,
m entre Nash e Crosby a ffro n ta ­
no tranquillam ente il Palasport
arm ati solo delle lo ro voci.
D apprim a «W histling down thè
wire», p o i «Tim e after tim e» ci
rip o rta n o alle praterie del Te-
xas e ai sogni d ’amore e di pace
dei tem pi che furono. Poi le
prim e note del lo ro capolavoro
bastano a fare alzare tu tti in
piedi. È «Suite: Judy blue
eyes». Stills è virtuoso e aggres­
sivo come mai, inquadrato da
un rifle tto re azzurro che accen­
tua il carattere sanguigno di
questo uomo del Sud. I 15.000
cantano insieme e il finale elet­
trico del pezzo con l ’entrata
veemente di tutta la band m an­
da l ’entusiasmo alle stelle: da
qui alla fine sarà una ovazione
unica. David Crosby sale in
cattedra:
«Alm ost
cut my
hear», inno alla paranoia tratto
da «Deja vù» è interpretato con
forza e dram m aticità dalla sua
voce che mene dal profondo, m en­
tre la Gibson di Stills duetta
con questa voce in m aniera
entusiasmante. Poi ancora « M i­
lita r Madness» di Nash, poi
l ’u ltim o successo di Stills, «War
Games», e poi il gran finale,
con «W ooden Ships» di C ro ­
sby, m itico sogno di un m ondo
Stills
Nash
nuovo. Il concerto dovrebbe
essere fin ito , ma tu tti sanno che
non è vero. In un fragore assor­
dante di applausi, Crosby, Stills
Se Nash rientrano e i bis sono il
trio n fo della nostalgia: «For
what is w orth», «Carry on,
Teach your children». M ai
ascoltato un bis più classico e
strappa-applausi.
O ra il concerto è p ro p rio fin ito .
Dieci m in u ti di applausi, qua l­
che m om ento di sosta e si torna
a casa. Sono le 23.30. La spe­
ranza è fin ita da un pezzo, tra
un p o ’ fin irà anche la nostalgia.
Forse l ’unica cosa che rim ane è
aspettare il prossim o concerto.
Walter Gatti
lì r ic a
P
E
S
A
R
O
D o p o
la b r e v e
n o tiz ia
s u l
D ra m m a
S p e tta c o lo
R
O
S
S
I
N
I
&
F e s ta
d i m a g g io ,
o r a i l c a le n d a r io
c o m p le to
d e l l ’i m p o r t a n t e
m a n ife s ta z io n e
m u s ic a le .
I n u n c re s c e n d o d i p o p o la ­
r it à ch e lo c o llo c a o r m a i a i
p r im i p o s t i n e l p a n o r a m a
e s tiv o d e lle m a n ife s ta z io n i
m u s ic a li, s i è in a u g u ra ta i l
1 0 a g o s to la 4 a e d iz io n e d e l
R o s s in i O p e ra F e s tiv a l d i
P e sa ro . I l p r o g r a m m a d i
q u e s t’a n n o a n c o ra u n a v o lta
a c c u ra to e d i e s tre m o in t e ­
re s s e , s i a r tic o la n e lla p r e ­
s e n ta z io n e d i d u e n u o v i a l­
le s t im e n t i e d i u n a r ip r e s a
( r ip r e s a , q u e s t’u ltim a , d i
p a r tic o la r e r ig u a rd o ). S i i n iz ia , in f a t t i, co n -L a D o n n a
d e l L a g o - r ip r o p o s ta n e llo
s te sso
a lle s tim e n to
del
1 9 8 1 m a c o n u n c a s t in t e r a ­
m e n te rin n o v a to . L ’o p e ra
p r e s e n ta ta la p r im a v o lta a l
S a n C a rlo d i N a p o li i l 2 4
s e tte m b r e 1 8 1 9 , s i a v v a rrà
a n c o ra d e lla d ire z io n e d e l
M a e s tro P o llin i (c h e e s o rd ì
n e l c a m p o lir ic o p r o p r io n e l
F e s tiv a l r o s s in ia n o d i d u e
a n n i fa ) e d e lle scene , d e i
c o s tu m i e d e lla r e g ia d i G ae
A u le n ti. P e r q u a n to r ig u a r ­
d a i l c a st, i n o m i p iù a ffe r ­
m a t i d e l b e lc a n to e d e l b e l­
c a n to ro s s in ia n o , tr o v e r a n ­
n o g iu s ta c o llo c a z io n e in
q u e s t’o p e ra d i in d u b b ia d i f ­
fic o ltà . K a tia R ic c ia r e lli s a ­
rà E le n a ; L u c ia V a le n tin i
T e r r a n i, M a lc o m ; D a lm a c io
G o n z a le s , n e l d o p p io r u o lo
d i U b e r to e d i G ia c o m o ; S a ­
m u e l R a m e y , D o u g la s . Q u e ­
s ta s te s s a e d iz io n e tro v e rà
g iu s to c o m p le ta m e n to in u n a r e g is tr a z io n e d is c o g r a fi­
ca che v e r rà e ffe ttu a ta a
P e s a ro n e llo s te s s o p e r io d o
a c u ra d e lla F o n it C e tra e
ch e v e r r à d is t r ib u it a s u l
m e rc a to in te r n a z io n a le d a l­
la C B S . S o no p r e v is te , o l­
t r e a lla «prim a» d e l 10, r e ­
p lic h e i l 12, 1 4 e 1 6 a g o sto.
S e c o n d a o p e ra in p r o g r a m ­
m a «Il T u rc o in Ita lia » p r o ­
p o s to a d u n a n n o d i d is ta n ­
za d a ll’« Ita lia n a in A lg e ri» a
s o tto lin e a r n e c o sì la c o lm i­
n e m a tr ic e c u ltu r a le e, a llo
s te s s o te m p o , la p r o fo n d a
d iv e r s ità m u s ic a le . L ’o p e ra
v e r rà p r o p o s ta c o n la d ir e ­
z io n e m u s ic a le d i D o n a to
R e n z e tti, le scene d i E m a ­
n u e le L u z z a ti e i c o s tu m i d i
S a n tu z z a C a li. I p r o ta g o n i­
s t i s a ra n n o S a m u e l R a m e y
n e l r u o lo d i S e lim ; L e ila
C u b e r li in q u e llo d i F io r illa
e S o fìa W a d a S t illit a n o ( f i -
C a le n d a r io
9 agosto Orchestra Intemazio­
nale Jeunesses Musica­
les Gioventù Musicale
d’Italia
10 agosto La Donna del Lago
(prima)
12 agosto La Donna del Lago
n a lis ta lo sco rso a n n o d e l
C o n c o rs o d i b e lc a n to ) in
q u e llo d i Z a id e . L a « p rim a ” è
p r e v is ta p e r i l 2 5 a g o s to e le
r e p lic h e s i s u c c e d e ra n n o i l
2 7 , 29, 3 1 e 2 s e tte m b re .
U lt im a p ro p o s ta o p e r is tic a
i l «M osé in E g itto » che v e d rà
a P e s a ro la p r im a r a p p r e ­
s e n ta z io n e t e a tr a le ita lia n a .
L ’o p e ra , r e a liz z a ta p e r la
p r im a v o lta in e p o c a m o ­
d e rn a a L is b o n a n e llo s c o r­
so 1 9 8 1 , v e r r à p r e s e n ta ta
n e lla re v is io n e s u ll’a u to g r a ­
fo o p e ra ta d a C la u d io S c im o n e e v e r r à p r o p o s ta a
P e s a ro
n e ll’e d iz io n e
del
1 8 1 9 che n e c o n t r a d d is tin ­
se la r ip r e s a a l T e a tr o S a n
C a rlo d i N a p o li. In te re s s e
p a r tic o la r e r iv e s to n o c e r ti
passaggi
d e lla
p a r t it u r a
che, p e r l ’o c c a s io n e , v e r r a n ­
n o p r o p o s ti a c o m p le ta ­
m e n to q u a s i t o ta le d i u n a
r e v is io n e c h e s i s ta o p e ra n ­
d o su t u t t a la s c r it t u r a m u ­
s ic a le d e ll’o p e ra ro s s in ia n a .
D i r e t t i d a C la u d io S c im o n e
e s p le n d id a m e n te c o a d iu ­
v a t i d a lla re g ia , le sce n e e i
c o s tu m i d i P ie r L u ig i P iz z i,
p o tr e m o
a s c o lta re
B o r is
M a r tin o v ic h n e l r u o lo d e l
p r o ta g o n is ta ; C e c ilia G a ­
s d ia in q u e llo d i E lc ia ; S im o n e A la im o in q u e llo d e l
F a ra o n e . O ltr e a lla p r im a ,
p r e v is ta p e r i l 9 s e tte m b re ,
s e g u ira n n o r e p lic h e I T I , i l
1 3 e i l 15. A c o m p le ta re i l
c a r te llo n e g ià p r e s tig io s o
p e r la p re s e n z a d i q u e s ti tr e
c a p o la v o ri, r ic o r d ia m o in o l­
t r e i l «D ixit» d i V iv a ld i e lo
« S tab at M a te r» d i R o s s in i
e s e g u iti n e lla s te s s a s e ra ta
(1 ° s e tte m b r e ) c o n la p a r t e ­
c ip a z io n e d i D a n ie la D e s s i,
M a r t in e D u p u y , D in o R a ffa n ti e S a m u e l R am ey. U n a
s e rie d i c o n c e rti e c o n v e r­
s a z io n i c u lt u r a li s u lle o p e re
in p r o g r a m m a e s u lla f ig u r a
d i « S th e n d a l, p r im o b io g r a fo
d i R o s s in i, n e l se c o n d o c e n ­
te n a r io d e lla nascita» c h iu ­
d e ra n n o le m a n ife s ta z io n i
d i q u e s to 4 ° R o s s in i O p e ra
F e s tiv a l.
14
16
18
23
agosto La Donna del Lago
agosto La Donna del Lago
agosto Recital di Teresa Song
agosto The Chamber Orche­
stra of Europe
25 agosto II Turco in Italia
(prima)
26 agosto Coro Filarmonico
di Praga
27 agosto II Turco in Italia
28 agosto The Chamber Orche­
stra of Europe
29 agosto II Turco in Italia
31 agosto II Turco in Italia
1 seti.
Dixit / Stabat
2 sett
II Turco in Italia
8 sett
Coro Filarmonico
di Praga
9 sett
11 sett.
Mosè in Egitto
(prima)
Mosè in Egitto
13 sett
14 sett
Mosè in Egitto
The London
Sinfonietta
15 sett.
Mosè in Egitto
Teatro Rossini
Guido Nastasi
te a trc
S t r e h le r e L e s s in g
V
P
«Minna von Barnhelm» è una delle
più belle commedie della storia
teatrale
tedesca:
Hugo
von
Hofmannsthal la collocava accanto
all’opera di un altro grande, quel
tormentato Kleist il cui acceso
romanticismo aveva trova il modo
di farsi penetrare dal sarcasmo e
dall’ironia nel comporre la sua
unica commedia «La brocca rotta».
Ma per il sapiente Lessing il cam­
mino della commedia deve essere
stato più agevole, una sorta di
superiore spiritualità, equamente abituata a considerare il bene e il
male nella vita e nell’arte, gli ha
aperto la via ad entrambi i termini
di confronto, cosicché, da buon
illuminista, ha colto la virtù saggia
e positiva nel riso come nel pianto,
nella «Minna» come in «Emilia
Galotti». «Minna von Barnhelm» è
una storia per cosi dire singolare,
pur nella usuale banalità dei confini
entro cui i personaggi si muovono.
Una donna innamorata e intelligen­
te di fronte all’amore (e non è
rilievo di poco conto!), un uomo
E
R
E
F
R
E
S
Z
O
I
O
L
N
A
E
S t r e h le r h a s u p e r a t o il d if f ì c ile
c o m p i t o e la M i n n a v o n B a r n h e l m
di
L e s s in g h a g ià a f f r o n t a t o il p u b b lic o .
P o c h e p ic c o le m o d if ic h e e u n ’o p e r a
g ià g r a n d e d iv e r r à p e r f e tt a .
!te a tro
Scenade«LaMinna»
innamorato e cupamente avvolto
nelle tenebre dell’orgoglio: la com­
media appunto non si presenta
come una sconvolgente novità, non
almeno all’apparenza, perché nelle
pieghe dei dialoghi, nel ritmo paca­
to ed equilibrato dello sviluppo
scenico di novità se ne indovinano,
e molte, tanto che, per chi decida di
andare a vedere l’allestimento pre­
parato da Strehler quando la ria­
pertura della stagione riproporrà al
pubblico la commedia, consiglierei
di leggere anche il testo. Non sarà
affatto una fatica o una noia: per
quanto infatti la commedia sia stata
costruita per essere rappresentata e
non solo letta, tuttavia una medita­
ta introduzione personale al mondo
che la Minna propone non è affatto
superflua, essendo poi il testo pia­
cevole e accattivante.
Si va incontro, già nella lettura, ad
una donna affascinante, tale non
tanto (o non solo) in virtù di una
squisita bellezza, ma di una deter­
minazione di carattere, una forza
d’animo superba, sotto la patina di
una settecentesca levità mozartia­
na.
Il nome di Mozart è, appunto,
citato in implicito in tutto lo svilup­
po di una commedia che gioca su
equilibri raffinati e profondi: gli
equivoci che interrompono la linea
direttrice del racconto, che si stac­
cano come aculei dal fiore compo­
sto e compatto della storia sono in
realtà di natura più propriamente
mozartiana, riecheggiano, in invo­
lontaria assonanza, il brillante im­
pasto di figure e suoni delle «Nozze
di Figaro». In fondo non sono
affatto due mondi lontani e, in
qualche frammento di linguaggio, si
ritrovano anzi le stesse categorie di
pensiero, la medesima capacità di
affondare nel cuore dell’uomo si­
mulando una leggerezza impalpabi­
le, da cipria e parrucca imbiancata.
All'incirca nello stesso periodo ope­
rava anche il nostro Goldoni e
maneggiava una materia all’appa­
renza analoga a quella usata dallo
scrittore sassone; ma tra i due
esiste una sostanziale differenza, e
non solo di linguaggio ma molto
più di spirito, anche li dove il punto
di incontro dell’illuminismo e di
una trionfante borghesia che coin­
volge tutta la cultura europea sem­
bra generare una singolare e inne­
gabile analogia di tematiche nei due
autori. Goldoni era in primis uomo
di teatro, commediografo che sag­
giava il sapore e l ’odore del pal­
coscenico con la stessa dimesti­
chezza e consuetudine dell’attore;
Lessing piuttosto si ritrovava nello
studioso che elaborava dalla rifles­
sione il linguaggio di una teatralità
polivalente, ora comica, ora tragica
te a tro :
Giorgio Strehler
o drammatica. E sarebbe infatti
arrivato al meglio di sé nell’inven­
zione singolare di un tempo imma­
ginario e composito, in quel para­
dossale medio evo illuminato che
avrebbe fatto da cornice alla vicen­
da dell’ebreo Nathan in «Nathan il
saggio».
Ma il pur prezioso allestimento di
Giorgio Strehler sconfina proprio
nel territorio della commedia di
Goldoni; ed è la prima pecca di un
lavoro scenicamente impeccabile: i
personaggi ideati da Lessing parla­
no, sulla scena di Strehler, la loro
lingua con accento, per cosi dire,
straniero (senza allusione allo stile
in realtà piacevolissimo della brava
Andrea Jonasson), dicono con
puntigliosa meticolosità quello che
il loro autore ha pensato per loro,
ma implicitamente lo tradiscono. È
il caso, vorremmo dire quasi cla­
moroso, della camerierina Fransziska, interpretata con vigore da
Pamela Villoresi; ma il vigore del­
l’attrice appunto non scusa in nulla
l’impostazione prettamente goldo­
niana data dalla regia. Le movenze
leziose, il lieve accenno al toscaneg­
giare della parlata appena un po’
contadinesca della ragazza, la sua
maliziosa furbizia, che accoglie in­
sieme la donna e la bambina, sono
invenzioni deliziose, senza dubbio e
di effetto accattivante, ma scivola­
no in una dimensione a loro estra­
nea. Non sono che sfumature, ma
spetta proprio ai particolari definire
la sostanza di un intero, tanto più
quando la realizzazione scenica è
contrassegnata da una tale accura­
ta ricerca della perfezione, della
sfumatura appunto. In questo sen­
so è senza dubbio molto più in linea
con il personaggio Andrea Jonas­
son, naturalmente affine, si direbbe,
al rigore e all’acutezza mentale
della bella Minna: elegante, di una
eleganza connaturata, si muove nei
panni della nobildonna sassone con
aristocratica disinvoltura e levità,
eppure sembra così a fondo com­
presa delle ragioni e della ragione
che in lei si incarna, in opposizione
all'ottuso moralismo di Tellheim, il
suo teutonico innamorato.
Meno agevole è in effetti il ruolo di
Sergio Fantoni, costretto in gri­
giore meschino proprio nel farsi
portavoce delle parole e delle con­
vinzioni di un’antica moralità, che
vuole l’uomo superiore, anche in
senso buono, alla donna. Tellheim,
caduto in disgrazia morale e mate­
riale non può sperare di unirsi alla
ricca e nobile Minna Von Barnhelm, a dispetto del loro reciproco
inalterato amore, mentre potrebbe e
vuole dividere la sua angustia con
la Minna povera e abbandonata,
quale l’astuta donna simula di esse­
re per un momento, così da trarre
in inganno e smascherare il farisai­
co orgoglio dell’uomo.
Commedia bifronte, questa «Minna
von Barnhelm» guarda avanti verso
un futuro che scavalca il codice
antico e decadente dell’amore ca­
valleresco, e intanto mette in scena
l’ultimo, stanco frammento di un
codice in estinzione. Nello scontro
di queste due posizioni, uno scon­
tro che avviene singolarmente sul
terreno dell’amc re, si esercita rele­
gante dialettica Cella ragione in una
dinamica volta a volta razionale,
lirica, comica, viva in tutte le sue
componenti. Ma di questa vitalità
l’allestimento di Strehler, dicevamo,
ha reso solo una parte, trasportan­
dola nell’ambito a lui familiare della
commedia goldoniana, una mistura
di teatro dell’arte, di maschere e
individui, anche dove espressamen­
te la maschera non sia comparsa
te a tro
Sergio Fantoni
Andrea Jonasson
sul volto o nell’abito dell’attore.
La ricchezza di elementi introdotti
ed elaborati dal regista è infinita e
meticolosa, va dalla raffinata am­
bientazione, quasi un acquarello
tenue e realistico che introduce alla
locanda dove tutta l ’azione si svol­
ge, alla cura dei movimenti, alla
recitazione perfetta e calibrata. Ma
quel tradimento, insinuato e velato,
quella deroga dal vero mondo lessinghiano sono uno scotto che
l’allestimento di Strehler paga in
freddezza e rigidità, nell’impossibi­
lità latente di far combaciare lo
spirito della commedia con quello
della sua interpretazione scenica. A
disagio pur di fronte a tanta ricer­
catezza d’effetti, ci si sente per cosi
dire allontanati da Lessing e smar­
riti in una dimensione pittorica
inesistente; perché in realtà il lavo­
ro di Strehler viene a somigliare ad
una serie di dipinti dalla connessio­
ne incerta, tanto quanto è certa
l ’eleganza formale che lì accomuna.
Di certo la lunghezza e in qualche
passaggio la lentezza del lavoro
(che del resto nella ripresa della
stagione 1983/84 saranno facil­
mente ovviati dalla mano esperta di
Strehler) non sono che in piccola
parte responsabili della cornice di
fredda estraneità entro cui la storia
di Minna e Tellheim si dipana;
tanta distanza non si risolverà solo
con accorgimenti tecnici, piuttosto
è a monte che si rilevano i segni di
un’interpretazione solo parziale di
quel complesso mondo che conver­
ge nell’opera di Lessing. Di un
autore che è stato anche e soprat­
tutto critico e teorico dell’arte, in
un momento particolare della cultu­
ra europea, non è impresa agevole
rendere appieno lo spirito, quando
in esso convergono, come in questo
caso, linee sottili che partono da
diverse origini, che racchiudono in
un unicum compatto la fitta artico­
lazione del pensiero che teorizza, e
dell’arte che realizza e compie l’o­
pera. Strehler sembra, infatti, aver
captato queste due dimensioni se­
paratamente l’una dall’altra: attrat­
to dalla razionalità lucida di una
sapiente ideologia illuminista, non
l’ha poi amalgamata alla misurata
realtà artistica che Lessing ha inve­
ce espresso con tanta finezza poeti­
ca. Sicché il risultato sulla scena del
Piccolo teatro è improntato ad una
rigorosa ricostruzione estetica del
lavoro, oltre che ad una teorica
esposizione etica, a lato, di quel
nuovo mondo che in Minna assom­
ma i suoi tratti emblematici. I due
elementi convivono come fossero
una fotografia e la didascalia che
ne illustra il contenuto e il significa­
to. Il che, sinceramente, è un
peccato, anche perché le occasioni
di vedere una buona rappresentazio­
ne di un lavoro di Lessing in Italia
non sono davvero molte, e quando
capitano, si vorrebbero cogliere al
meglio.
Marta Morazzoni
v m
u s ic a i
D a N a n c y , i K a s P r o d u c t, d u e fra n c e s i
p o c o r o m a n tic i
M
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Diciam o subito che Kas P ro­
duci è un vero p ro d o tto d ’ele­
zione come ce ne sono pochi in
circolazione, per via di u n ’in ­
consueta liason tra l ’amore per
la fattura artigianale e la capaci­
tà di esprimersi nei te rm in i di
un linguaggio internazionale.
O rganico
rid o tto
a ll’osso
(Spatsz è l ’uom o d e ll’elettronica
e M ona Soyoc voce e occasio­
nalmente piano e chitarra) co­
me vogliono la m oda e l ’econo­
m ia energetica, KaS Product è
una produzione indipendente
(o quasi) che arriva in Italia
dalla Francia e precisamente da
Nancy e rappresenta il p rim o
esempio in materia di rock, ché
di quello si tratta, di un gruppo
francese im postosi fu o ri Parigi.
Il duo inizia a farsi conoscere
agli inizi del 1981 quando due
extended play a u to p ro d o tti co­
m inciano a circolare come og­
getti non identificati tra Francia
e Germania , una Tournée nel
1981 con M arquis de Sade,
gruppo con una forte vocazione
espressionista, ed un secondo
to u r l ’anno dopo con Orchestre
Rouge ed Alan Vega sono le
successive tappe di u n ’attività
vissuta intensamente, che li ha
p o rta ti a m editare uscite in sor­
dina ma ampiamente lodate da
critica e pubblico in Germania
O landa In g h ilte rra U.S.A.
La vicenda per il sintetico duo
inizia nel 1980 quando l ’ospite
internazionale M ona Soyoc (al
m om ento 22 anni spesi in quasi
ogni paese vi prendiate il gusto
di menzionare), americana di
origine argentina, ha il p rim o
in contro ravvicinato con Spatsz
inferm iere in un ospedale psi­
chiatrico innam orato di sinte­
tizzatori e paranoia urbana e
subito è il suono. KaS Product è
esattamente il contrario di q u e l­
lo che ci si potrebbe aspettare
da un gruppo francese: poca
concessione alla civetteria ed
un im pegno di marca decisa­
mente europea. M ona e Spatsz
si collocano in q u e ll’area p ro ­
priam ente elettroeuropea in cui
idealmente trovano posto g ru p ­
pi come D.A.F. Grauzone, Pa­
lais Schaumburg prim a della
rivoluzione, con ciò si vuol dire
unione sincrética di desideri
tecnologici ed estrema co rp o ra ­
lità, bisogni p rim a ri sviluppati
oltre le zone te rm in a li del c o r­
po. In questo l ’uso che fanno
d e ll’elettronica ha più parentele
con le sudorazioni di Alan Vega
che con il rom anticism o m er­
cantile di g rupp i come H um an
League e O .M .D .
Benché non disdegnino le c o l­
laborazioni con a ltri musicisti il
lo ro organico è essenzialmente
composto da nuH’a ltri che da
lo ro e dalle lo ro voglie: « In due
si lavora m eglio, in più essendo
am anti, possiamo decidere di
suonare in qualsiasi ora del
giorn o o della notte». Battito
cardiaco e brusio dei nervi in
tensione sono i p rim i elementi
del gioco ad incastro che è la
m u s ic a
lo ro musica. M ona canta e cuce
le parole sul m uro del suono
che letteralm ente Spatsz erige
alle sue spalle. KaS Product non
assomiglia a nessun gruppo in
particolare p u r avendo conno­
tazioni precise per quanto r i ­
guarda la direzione del suo
lavoro.
C’è da dire d e ll’incredibile qua­
lità della voce di M ona che ha
u n ’esperienza pluriennale come
cantante di jazz e che certamen­
te richiam a da vicino i m odelli
della nuova scena (s’intende che
Siouxie è, bene o male, nelle
orecchie di tu tti) e se pure l ’uso
m o lto d isin ib ito della voce e la
capacità di interpretare perso­
naggi diversi la avvicinano a
Lydia Lunch, il suo lavoro è
m o lto meno in un contesto di
citazione, in un certo senso m e­
no artistico e più genuinamente
pop. Generalmente è M ona che
trova le parole e perlo p p iù ne
trova tante essendo i suoi pezzi
un vero flusso di coscienza con
poco riguardo a significati già
codificati
e
memorizzati,
lasciando sempre aperta l ’even­
tualità di cambiare ogni parola
in qualsiasi m om ento. Spatsz è
l ’uom o-orchestra, capace di una potenza incredibile nel co­
struire un tappeto sonoro arso
e rip e titivo o sognante e glaciale
a seconda dei casi in contrasto
con le m elodie strum entali del­
la voce di Mona, reali m atrici
d e ll’arm onia. A parte i due
m itici E.P. citati a ll’inizio, «Try
out» un L.P. p ro d o tto per la
R.C.A. ed un secondo L.P. «By
Pass» sempre in lingua inglese,
hanno la lo ro da dire per qua n­
to riguarda
la produzione
discografica. «Try out», soprat­
tutto, ha la rara qualità di
essere costruito come fosse una
raccolta di successi. O gni singo­
lo brano ha potenzialmente la
capacità di im porsi come p ro ­
babile hit, passando per la d i­
sperazione lancinante di «So
young but so cold», le passeg­
giate al term ine della notte di
«Sober» e la frenesia di «Never
come back».
C’è da dire che tra i vari stilem i
di volta in volta adottati, sono
p ro p rio i brani come «Never
come back» o «Loony bin»,
brano d ’apertura del lo ro con­
certo torinese, quelli meno con­
vincenti per via di certe voglie
tro p p o legate al rock rifa tto
tecnologicamente e sono invece
le atmosfere notturne e gotiche
di brani come «Tina town» dal
nuovo album o «Sober» con
l ’incedere di b o ttig lie fra n tu m a ­
te come sottofondo naturale al
d e lirio alcoolico p ro p rio di
quel brano, quelle che lasciano
maggiore spazio alla creatività
del gruppo, o ancora a ll’a llu c i­
nata capacità di sdoppiarsi ad
lim itu m in un pezzo come
«Pussy x» vero acme del lo ro
spettacolo dal vivo, dove le ca­
pacità interpretative di M ona
raggiungono il massimo coeffi­
ciente espressivo. «Pussy x» è
un dialogo d ’am ore dove M ona
è al tempo stesso la gatta capar­
biamente in calore, decisa a
tutto e la sua trasognata ed
onirica padroncina unite in
u n ’im proba bile amplesso (la
bam bina ha letto Colette). Per
la prim a volta dal tempo di
Leda ed il Cigno la zoofilia sul
palcoscenico.
La
lo ro
m in i-tournée di due sole date
in Italia a T o rin o e M ila no ha
m ostrato che la lo ro capacità
scenica è perfettamente a p u n ­
to. Rigorosamente vestiti di ne­
ro davanti ad un fondale di
vinile Spatsz ciuffo di lunghezza
spropositata nascosto dietro la
barricata dei suoi m archingegni
elettronici produce uno striden­
te banco sonoro, perfettamente
rip ro d o tto , su cui M ona si
muove a p ro p rio agio. I brani
più convincenti sono q ue lli già
ricordati «Sober», «Pussy x»,
«So young but so cold» dal
p rim o album , il funk in dustria­
le di «Smooth down», «Seldom
often», dal secondo.
M ona sussurra, e inveisce, urla
e seduce cercando il contatto
con un pubblico apparente­
mente in to rp id ito e la reazione
arriva controllata ma inequivo­
cabile, la seduzione è perfetta­
mente riuscita.
Maurizio Vetrugno
lir ic a :
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F ir e n z e , u n o s p e t t a c o lo d i c u i f in a lm e n t e si
p u ò p a r la r b e n e . M a e s t r o c o n c e r t a t o r e : B r u n o
B a r t o le t t i. S c e n e d i M a r i o G a r b u g lia . C o s t u m i d i
A lb e r to V e rs o
IL T A B A R R O
D ram m a in un atto. Libretto di
Giuseppe A dam i. Personaggi e
interpreti principali: Michele:
S U O R A N G E L IC A
D ram m a in un atto. Libretto di
Giovacchino Forzano. Perso­
naggi ed interpreti principali:
H artm ut W elker; Luigi: Giusep­
pe G iacom ini; Giorgetta: M aria
Slatinaru; L a Frugola: Eleonora
Jankovic. Regia: Ermanno 01-
Suor Angelica: Catherine M alfìtano; La zia principessa: Diane
C u rry; Suor Genovieffa: G io­
vanna Santelli. Regia: Franco
Piavoli
G IA N N I S C H IC C H I
Comm edia lirica in un atto. L i­
bretto di Giovacchino Forzano.
Personaggi ed interpreti principa­
li: G ianni Schicchi: Rolando
Panerai; Lauretta: Cecilia G a­
sdia; Rinucci: Alberto Cupido;
Z ita: A nna di Stasio; Simone:
Italo Tajo. Regia: M ario M onicelli
Ecco un bello spettacolo. Uno
spettacolo del quale non si può che
parlar bene: di tutto e di tutti.
Lontani dalle modernistiche inno­
vazioni e ancor più lontani da certe
fantastiche elucubrazioni che tanto
frequentemente si riscontrano oggi
nei teatri lirici, abbiamo assistito ad
una rappresentazione lineare ed
elegante e la presenza dei tre noti
registi non ha fatto altro che ag­
giungere lustro ad uno degli spetta­
coli che certamente vanno conside­
rati tra i migliori della stagione. Nel
Tabarro (vedi foto), una sottile ed
impalpabile atmosfera, nella quale
Olmi ha voluto immergere i perso­
naggi, ha sottolineato tutti i passag­
gi
importanti
della
partitura
riuscendo ad evidenziare le malin­
conie e le sanguigne passioni. La
bravura degli interpreti a comincia­
re dal Luigi di Giuseppe Giacomini,
ha trovato momenti di intensa emo­
zione nella figura di Giorgetta inter­
pretata da Maria Slatinaru e di
contenuta violenza in quella di
Michele interpretato da Hartmut
Welker. Cosi pure la Suor Angelica
realizzata con la regia di Lranco
Piavoli si è avvalsa di una magica
— e mi si perdoni l’ardire —
evanescenza che solo negli inter­
venti della zia principessa e nella
materna preoccupazione di Suor
Angelica tornava a sottolineare la
crudele realtà del momento. Suor
Angelica era Catherine Malfitano
che pur aggrappandosi ad una
recitazione di maniera e forse un
tantino démodé è riuscita a regalar­
ci più di un’emozione. Tuttavia
crediamo non sia particolarmente
centrato, vocalmente parlando il
suo modo di affrontare il dramma
della religiosa. La zia Principessa di
Diane Curry era sufficientemente
aspra ma tradiva in qualche mo­
mento una sottile emozione che
notavamo piacevolmente condivisa
anche dalla direzione musicale. In­
fine un Gianni Schicchi da manuale
con una soluzione scenica partico­
larmente indovinata e che ha certa­
mente fatto piacere ai fiorentini che
hanno potuto cosi immaginarsi una
Lirenze ironica e maliziosa e che
trovava nei protagonisti, interpreti
d’eccezione. Bellissimo lo Schicchi
di Panerai, dolcissima la Lauretta
della Gasdia, eroico e romantico il
Rinuccio di Alberto Cupido, magi­
strale il Simone di Italo Tajo.
Monicelli ha riso della burla ideata
da Gianni Schicchi e noi lo abbia­
mo seguito, docili e affettuosamen­
te compresi, strizzando l’occhio ai
due giovani innamorati.
Ma i registi si sono valsi anche delle
splendide scene di Garbuglia e dei
bei costumi di Verso che hanno
pienamente assecondato le diretti­
ve, eleganti e raffinate. Infine, ma
certamente non da ultimo, il Mae­
stro Bartoletti che ha centrato in
maniera impeccabile la giusta lettu­
ra delle pagine pucciniane eviden­
ziandone man mano le sfumature, i
delicati passaggi, le impennate su­
perbe. Una direzione accortissima
che mai ha lasciato spazio a certe
interpretazioni di maniera e pur­
troppo di routine che accompagna­
no spesso l’esecuzione di questi
capolavori. Dunque una riuscitissi­
ma interpretazione ed un altrettan­
to felice messa in scena che, ci
auguriamo, possa entrare definiti­
vamente nel repertorio del Maggio
fiorentino.
Guido Nastasi
r e c e n s io n i/c in e m a
BENE
B R E A T H L E S S . Interpreti: Ri­
chard Gere, Valerie Kapriski. Sce­
neggiatura di Jim Me Bride e L.M.
K it Carson. Regia di Jim McBride.
Breathless è un rifacimento di Fino
a ll’ultimo respiro, il capolavoro di
Godard. La riluttanza con cui si va
di solito a vedere un film simile
viene subito sciolta dalla freschezza
di questa pellicola che ha il merito
principale di trasportare in perso­
naggio tipicamente «America anni
’ 80» quello che in Godard era la
soffice Parigi degli anni 60. L ’in­
treccio è lo stesso del film francese
ed è abbastanza simile anche lo
stile. Jesse (Richard Gere) si inna­
mora di Monica (Valerie Kapriski)
e parte da Las Vegas per raggiun­
gerla a Los Angeles, capitale po­
stmoderna dove le scene d’amore si
svolgono in piscine assolate appena
uscite da una foto di Hockney. Una
delle cose più belle del film è il
colore, che ricorda certe pellicole
degli anni 60 dalle tonalità intense
ed esasperate. Jesse è un ragazzo
selvaggio, che si nutre letteralmente
di un idealismo da fumetti (il suo
eroe è Silver Surfer, una specie di
Superman californiano).
Ma Jesse, che non è Clark Kent
(piuttosto un incrocio tra Marion
Brando e Gary Cooper) vaga tra le
glorie di Los Angeles rincorrendo
ossessivamente l’amore della ragaz­
za, rubando automobili ed assapo­
rando le rovine della civiltà. L ’ulti­
ma scena è ambientata in uno
squallido rudere, l’ex villa di Erroll
Flynn (l’incendio di Nerone 20
secoli dopo!). Poco prima i 2
protagonisti, in una delle scene più
belle, hanno fatto l’amore dietro
allo schermo di un cinema, dove
veniva proiettato Gun Crazy, un
film noir che narra di una coppia di
criminali che, come Jesse e Moni­
ca, vogliono scappare in Messico.
Monica però è una ragazza che ha
dei progetti: è venuta dalla Francia
per studiare a Los Angeles e sa che
in fondo la follia di Jesse ed il suo
amore per la musica di Jerry Lee
Lewis non potranno far parte del
suo futuro. Per il resto, la sceneg­
giatura ricalca quella del film fran­
cese a cui si ispira.
Valerie Kapriski, una nuova attri­
ce, è abbastanza convincente anche
se è difficile immaginarla in un film
dal tono diverso. Richard Gere è
stato acclamato da tutta la critica e
la sua foto è apparsa sulla coperti­
na di Newsweek, dove viene citato
come figura di una nuova genera­
zione di idoli della seduzione (meno
nevrotici di De Niro, più abbronza­
ti, dei veri duri dal cuore tenero).
Breathless non è un film indimenti­
cabile ma certo è maggiormente
godibile ed intelligente delle ultime
produzioni hollywoodiane.
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D I R IS P A R M IO
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al tuo servizio dove vivi e lavori
; r e c e n s io n i/ c in e m a $
M E N O BENE
P S Y C H O I I . Interpreti: Antho­
ny Perkins, Vera Miles, Meg Tilly,
Claudia Bryar. Sceneggiatura di
Tom Holland. Regia di Richard
Franklin.
C’è stata molta attesa a New York
per il ritorno di Anthony Perkins
nelle vesti di Norman Bates, lo
psicotico di Hithcock (Psycho,
1960). Innanzitutto questo Psycho
I I è un omaggio prolungato al
capolavoro che lo precede e senza il
quale non starebbe davvero in pie­
di. Pieno di citazioni dalla pellicola
originale (che fa da sigla d’inizio),
questo film sembra fatto da un
primo della classe che va troppo
spesso al cinema. Richard Fran­
klin, il regista, è un allievo di
Hitchcock e il produttore, Hilton
Green, era assistente alla regia del
primo film. Le trovate, le inquadra­
ture, lo sviluppo dell’intreccio sono
implacabili nel mimare l’originale, il
risultato però è decisamente inferio­
re. Franklin ricorre spesso alla
parodia, che salva in qualche modo
la storia da un certo virtuosismo
irritante. Ma i riferimenti sono
troppo pesanti. Nei primi 10 minuti
Norman, appena tornato a casa
dopo 22 anni passati in un ospedale
psichiatrico, si trova di fronte al
suo indimenticabile coltello. Tra i
sudori freddi di Perkins si raffredda
anche il suspence: Psycho è stato
troppo bello per poterselo dimenti­
care e tante lame affilate finiscono
per non spaventare più nessuno.
La casa è la stessa palazzina vitto­
riana delforiginale. Entrato in casa,
Norman comincia presto a rispon­
dere alle telefonate della madre, che
come sappiamo era già morta pri­
ma che Hitchcock iniziasse la lavo­
razione dell’altro film. Intanto il
motel è stato trasformato in un
bordello e nella cantina della casa i
ragazzini vanno a fumare la mari­
juana. Norman però ristabilisce la
calma (si fa per dire) e poi si
innamora di una ragazza che non
lo teme (controllato a distanza da
uno psicanalista a cui non consi­
glieremmo nessuno di affidarsi).
Chi non ha visto il film di
Hitchcock non potrà forse gustarne
la paternità; d’altra parte manca
quell’originalità che lo renderebbe
accettabile a chi andava al cinema
già 22 anni fa.
Perkins è molto bravo nella parte
dello psicotico «riciclato»: sembra
quasi che faccia il verso alle indica­
zioni della regia. Vera Miles è di
nuovo la sorella di Marion (ricorda­
te Janet Leigh?) e Martin Balsam
ritorna nei panni del fratello di uno
dei personaggi uccisi da Bates nel­
l’originale. Ce n’è abbastanza per
capire come va a finire. Ma l’intrec­
cio manca della ricchezza datagli
da Hitchcock — invece di un
enorme e minuzioso incastro incon­
triamo una sequenza di misteri
quasi separati. Le scene di violenza
sono girate decisamente male e ci
rivelano tutti gli sbagli della regia: a
volte gli allievi non ce la fanno
davvero a superare i maestri.
COSÌ E COSÌ
B A B Y , I T S Y O U . Interpreti:
Rosanne Arquette, Vincent Spano.
Regia di John Sayles. 1983.
Da un po’ di tempo il cinema
americano, soprattutto quello rivol­
to al consumo interno, si è messo a
riciclare gli anni ’ 50. Due anni fa
Diner, ripetizione sbiadita di Ame­
rican Graffiti, poi quest’anno The
Outsiders, un fumettone lentissimo
firmato da Coppola (dicono che
avesse bisogno di soldi) ed infine
questo Baby, it ’s you, che sta
riscuotendo un discreto successo.
Jill Rosen è una ragazzina perbene:
Albert Capodilupo invece è un
giovane italo-americano che sogna
di diventare Frank Sinatra e Jill
invece sogna di diventare una stella
a Broadway. Le eroine di questo
tipo di films hanno in effetti ambi­
zioni un po’ monotone ma i prota­
gonisti maschili (e questo lo è
davvero) non sono da meno. A l­
bert, che gli amici chiamano Sceic­
co, è una specie di John Travolta
post mortem, risuscitato dal mondo
triste dell’immigrazione. L ’idea na­
turalmente è che sotto questi cli­
chés repressivi (la buona famiglia di
Jill, il marchio di immigrato di
Albert) covano le passioni, l’amore,
la volontà di fare. Sceicco finisce in
Florida a cantare in un locale dove
il juke-box sostituisce l’orchestra,
mentre Jill va all’università dove
(siamo all’inizio degli anni 60)
comincia a fumare l’erba e a conce­
pire in modo diverso le relazioni tra
i sessi. Sceicco, estraneo sia alla
cultura psichedelica che al mondo
universitario di quel periodo, parte
alla ricerca di Jill, che soprattutto
dentro di sè non riuscirà più a
ritrovare.
Il film sembra fatto su misura per
quelli che hanno vissuto quel perio-
; r e c e n s io n i/c in e m a
do — e vogliono forse illudersi che
ora le cose vadano meglio: ed è
proprio sotto questo aspetto che
Baby, it ’s you riveste un ruolo di
revival psicologico e nostalgico di
cui si potrebbe fare volentieri a
meno. Il finale, tra le note di
Strangers in thè night, vorrebbe
essere melanconico ma è soltanto
patetico. Eppure, nella pesantezza
generale, la colonna sonora resta
uno dei pochi elementi scelti con
accuratezza.
Roberto Caglierò
P R E M IO
R EN É
C L A IR
D e m o n io en el J a rd in .
Interpreti: Encarna Paso, Angela
Molina, Ana Belen, Imanol Arias.
Sceneggiatura: José Luis Alcaine.
Regia: Manuel Gutiérrez Aragón.
Secondo anno di vita per il Premio
René Clair che si è svolto a Roma
dal 20 al 26 giugno al cinema
Fiamma. Il premio è una delle tante
iniziative dell’Ente David di Dona­
tello, non vuole essere una rassegna
di film aristocratici e di difficile
comprensione ma piuttosto, pro­
prio nel nome del regista scompar­
so, incoraggiare una cinematogra­
fia che sposi il valore artistico a
una certa facilità di comprensione.
I Film, tutti interessanti, sono stati
scelti da Giacomo Gambetti, e a
parte poche eccezioni rispondono
perfettamente ai requisiti richiesti.
La giuria composta esclusivamente
da registi già famosi ha scelto tra i
quattordici film quello spagnolo di
Manuel Gutierrez Aragon: Diavoli
in giardino. La scelta a nostro
avviso non poteva essere migliore e
premia un film che rivisita gli anni
bui del franchismo in modo grot­
tesco attraverso gli occhi di un
bambino. L ’espediente porta a otti­
mi risultati, noi avevamo pensato
subito al Sentiero dei nidi di ragno
di Calvino o a La mia guerra di
Vittorini, ma qui il periodo storico è
visto ancora più di scorcio, passa
sullo sfondo. Il generale Franco
non è che un uomo che si vede nei
cinegiornali o in una fila di macchi­
ne lanciate sulla strada. Gli occhi
del bambino servono piuttosto a
inquadrare grottescamente le vicen­
de di una famiglia di commercianti
e borsari neri in un paesino spagno­
lo. In breve la storia: si celebrano le
nozze tra Oscar e la bella Ana. La
cerimonia è turbata da una lite tra
Oscar e il fratello minore Juan, il
quale in seguito alla lite abbandona
la casa e la fidanzata incinta.
Angela. Il figlio Juanito nasce men­
tre lui è alla corte del generale
Franco.
Passano dieci anni, Juanito vive
adesso con la nonna e sfrutta a suo
vantaggio i postumi di una suppo­
sta malattia. I suoi capricci sono
soddisfatti, primo fra tutti il riavvi­
cinamento di Angela, la madre, che
vive da sola in una casa in cam­
pagna. Inoltre il bambino chiede
insistentemente di conoscere il pa­
dre che non si è fatto più vivo. Juan
tornerà per trovare altri soldi con
cui pagare i suoi debiti. Ruba con
Ana dalla cassaforte di famiglia, e
questo furto provoca una nuova
lite. Il bambino deve scegliere se
tornare con la madre o restare con
Ana e il padre. Mentre si celebra la
festa del suo onomastico la vicenda
si risolve in modo imprevedibile.
Da segnalare la stupenda interpre­
tazione dell’attice Angela Molina.
Vittorio Buongiorno
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La Napoli degli Angiò e degli
Aragonesi, di Giotto, di Antonello
da Messina e di molti altri testimoni
della cultura e della storia del
Mediterraneo: questa Napoli di Vi­
co e di Croce, capitale del Sud
d’Italia e perciò del Mezzogiorno
forse più Mezzogiorno d’Europa,
ha da tempo gli onori di una serie
di manifestazioni fuori d’Italia.
La Campania è e diventa sempre
più il luogo in cui s’accumulano
tesori e reperti dell’antichità: Pom­
pei, Ercolano, Paestum e così via.In
questa Campania, Napoli è un caso
a sè: diecimila abitanti a chilometro
quadrato, viabilità senza regole,
paesaggio immodificabile. Le ban­
de della Camorra, vecchia o nuova,
il colera, i topi, il terremoto, i
traffici di sigarette e quelli più
marsigliesi e moderni della droga.
Londra, Washington e Parigi fanno
mostre ed esposizioni dedicate a
Napoli. Si parla di Napoli a un
incontro dei ministri della cultura
europei.
Un premio letterario come lo Stre­
ga premia Pomilio proprio per
un’opera per la quale doveva non
esserlo (e Pomilio è a Napoli).
D i che operazione si tratta?
D i un’operazione che, all’estero, è
condotta dagli Istituti di Cultura
italiani. E ministro dei Beni Cultu­
rali era allora Scotti, votato a
Napoli, aiutato dal magnanimo
consigliere Benincasa.
Che Andreotti, in questo periodo di
silenzio, abbia pensato a fare il
mecenate per Napoli, come già
fecero gli Asburgo, i Borboni, la
Chiesa, che pagarono (e non poco)
le molteplici espressioni artistiche e
culturali? Napoli ha tradizioni mo­
narchiche nei cuori: nel 46, il 90%
votò per il re. Ma anche il voto per
la sinistra nel 75 fu un voto che
portò a sindaco un erede dei viceré,
Valenzi, un carismatico più che
uno in perfetta linea col PCI.
Anche Lauro e poi Gava, nella
stessa logica, avevan visto concen­
trarsi in loro la fiducia dei napoleta­
ni.
Napoli sta bene con tutti: Spagnoli,
Francesi, Tedeschi, Inglesi, regine
Giovanne, Papi e banche. L ’unica
condizione è questa: essere illumi­
nati e magnanimi, purché tengano
conto del fatto che Napoli coman­
dava il Sud d’Italia ed era la
cerniera col Sud del mondo.
Adesso, dopo Ciro Cirillo, dopo
che i cutoliani, gli uomini del
«professore» sembra siano stati fatti
fuori, con una mossa che, coinvol­
gendo il conduttore televisivo del
popolare spettacolo «Portobello»,
tutta l’Italia ha avuto modo di
conoscere, dopo che «Cartuccia» è
passato a vita migliore, sembra che
gli illuminati detentori del potere ce
la facciano. Ma i dubbi restano
molti: Napoli è fatta così e gli
illuminati rischiano di fallire. Lo
dirà il prossimo futuro. E queste
grandi manifestazioni culturali, che
sono lontane dal gusto del popolo
per lo spettacolare come lo sono le
nubi, arrivano solo a una minoran­
za, a coloro che sono già impegnati
intellettualisticamente o a coloro
che sono già inquadrati militantescamente in gruppi o partiti. A
tutti piace che Napoli torni a
giocare un ruolo, che torni ad avere
una identità: ma non è certo facen­
do vedere di aver sgominato ciò che
sgominabile non è che si può di
fatto ritrovare l’identità di Napoli,
capitale di un Sud d’Italia e d’Euro­
pa da sempre separato e, diciamolo
pure, cenerentole scamente abban­
donato. Non è possibile, nonostan­
te le pur belle iniziative del Grand
Palais a Parigi, del parco di Bagatelle, della galleria FNAC-Forum
des Halles, dello spettacolo del San
Carlo di Napoli a Versailles. È
necessaria una volontà di rispetto
della realtà, un desiderio di riparare
alle decisioni sbagliate, un impegno
di pazienza, una volontà finanzia­
ria. Da questo punto di vista, il
professor Ventriglia, direttore gene­
rale al Banco di Napoli, che ha
accresciuto anche la propria parte­
cipazione allo ISVEIMER (per esportare dal Sud meno capitali e
investire in loco di più) pare seguire
una giusta linea. Ma staremo a
vedere.
Intanto, mentre gli illuminati col­
piscono per fare il gesto esemplare
e, con l’altra mano, organizzano il
«Mese Napoletano», in giro per
l’Occidente, la regina si mette in
mostra e i suoi uomini sparsi per
l’Italia, per l’Europa e per il mondo
(e non solo con la pizza) possono
farne la rivale di grandi metropoli,
cosi che ritorni ad essere l’agognata
meta: «Vedi Napoli e poi muori».
Eletta Leoni
in v e n z io n e :
L’intimità di un salotto e la teatralità di una
boutique in questo nuovo posto — al primo
piano del 26 via dei Condotti — esclusivamente
dedicato alla couture frapcais
E lis a b e t ta
d
a
M
G
r a n z o t t o
o
n
i q
u
e
D iv a g a z io n i e is t r u z io n i b iz z a r r e
s u lla
g io c h i
fe lic ità
fe m m in ilità
e
a ltr i
I l c o lo re c h e d o n a d i p iù a d
u n a d o n n a s i c h ia m a f e li c i­
tà : illu m in a q u a ls ia s i tip o d i
p e lle c re m e o n o n c re m e ,
s o le o n o n sole, a n n i o n o n
a n n i.
M a la f e lic it à n o n s i o ttie n e
n o n s i c o n q u is ta e sse n d o
a l l’o p p o s to u n a p a r te n z a u n a d is p o s iz io n e u n to c c o
d e llo s p ir it o a t r a s fig u r a r e
l ’e sse n za d e i f a t t i d e lle a z io n i d e i d e s id e ri. T r a s f o r ­
m a te u n a s c o n fitta in u n a
s c a la s c in tilla n t e d i e m o ­
z io n i p e r i l s a lto a g ile e
s ic u ro
s u lla
m o n g o lfie r a
ch e p la n a s o p ra i l g r ig io r e
in v e n z io n e
d e ll’a s fa lto , s u l n e ro d e i
s e n t im e n ti m o r t i e g iù la
z a v o rra d e lla s t u p id it à ! U n
b e l s o rris o !
K a th e r in e M a n s fie ld s c riv e
d i sè: - M i a m o , so n o in c a n ­
tevole». M id d le t o n M u r r y , i l
m a r ito g e lid o , è s e p o lto p e r
o ra d a d u e g e n e ra z io n i d i
o d io ; s i s e rv ì in f a t t i d i t u t t a
la c a p a c ità d is t r u t t iv a in
su o p o te re , t u t t a la s u a n o n
f e lic it à p e r p o r ta r e le i a llo
s b ig o ttim e n to e a lla m o rte .
Q u a n d o Id a B a k e r la v id e
p ic c o la e fr e d d a n e lla b a r a
ro z z a m e n te in ta g lia ta , p r e ­
se u n o s c ia lle s p a g n o lo r a f ­
fin a tis s im o c h e K a th e r in e
aveva c o m p r a to n e lla p r im a
g io v in e z z a ,
lo
posò
sul
legno... t u t t i i b a m b in i s o r ­
r id e n t i n e lle c o r n ic i d ’a r ­
g e n to s is te m a te s u i t a v o li
d e lla N u o v a Z e la n d a s o r r i­
s e ro d a vve ro . P e r e s o rc iz z a ­
re la m o lt e p lic it à d i e le ­
m e n t i f o r m a li c h e i l caso e
le o p e re m e tto n o in a tto
c o n tro d i n o i s i p u ò u s a re la
s o p p o rta z io n e , la b u o n a v o ­
lo n tà , l ’a ltr u is m o , la m a n ­
c a n z a d i m e m o r ia e d a ltr e
s i m i l i cose f a c ili a d ir s i o p ­
p u re im m e r g e r s i s e n z a p e r
q u e s to d is tu r b a r e n e s s u n o ,
p e r lo s p a z io d i u n t r a m o n ­
to, in u n b e l l’e g o is m o n a r c i­
s is ta
e
d is in to s s ic a n te
q u in d i g u a r d a r s i in t u t t i g l i
s p e c c h i a p o r t a ta d i m a n o ,
r in g r a z ia r e i l c ie lo d i p o s s e ­
d e re o c c h i s tu p e n d i o b e lle
g a m b e ( d if f ic ile le d u e cose
in s ie m e ) s illa b a r e p a r o le
in v e n z io n i
2 gemelli ipocriti: vestiti fiorati molto scollati
sotto pudiche giacche nere. Jean-Louis Scherrer
La seduzione eccitante degli anni 50 con questa
gonna portata su un costume da bagno. La
linea pura èsottolineata dall’austerità del
bianco e nero. Jean-Louis Scherrer.
fra n c e s i c o m e p a r t im i, s i l ­
h o u e tte , p lis s é , d e c o lle té ,
lo n g u e tte , c h iffo n , e c o n c e ­
d e r s i u n m it ic o v e s tito f r a n ­
cese d e lla tr a d iz io n e B e lle
Epoque,
t r a d iz io n e
che
sb o cca
su
J e a n -E o u is
S c h e rr e r a llie v o d i D io r ; t i ­
p ic a m e n te f e m m in ile u n p o ’
b u g ia r d a che n a s c o n d e e d
e s a lta : s p a c c h i, in s e r t i, p ie ­
g h e a l p u n to g iu s to .
C ocò C h a n e l f r a g ilis s im a e
b e ffa rd a fu la p r im a a v e s t i­
re la p e r s o n a lità a d e s a lta re
i l c a r a tte r e d i c e rte im p e r ­
fe z io n i, le i im p e r f e tt a i r r e ­
s is t ib ile sb a n c ò la b a r r ie r a
d e lf im p o s s ib ile c o s ì u n a
W a llis S im p s o n se n z a a lc u n
t r a t t o fis ic o p r o p r ia m e n te
■eclatante» m a co n u n a v it a ­
lità
s tr a o r d in a r ia m e n te
••soignee» a v rà p e r d u e b a t ­
t u te d i s p ir it o e u n a r is a t a
n a tu r a le la s to r ia d ’a m o re
p iù ra c c o n ta ta d e l secolo.
U n t r a d im e n t o s u b ito c a m ­
b ia n o m e d iv e n ta e s p e rie n ­
za r iv e la tr ic e fa s c ia to d a u n
fo u r r u r e d i D io r s e m p lic e
s e m p lic e te r a p e u tic o ta n to
da
a u m e n ta re
i g lo b u li
b ia n c h i, a lz a re i l ta s s o d i
a d re n a lin a , d ila ta r e l ’ir id e
c o m e u n a d ro g a re n d e n d o
lo s g u a rd o in v it a n t e e l u m i ­
n o s is s im o .
P ro v a re p e r c re d e re : u s a n ­
do i l lin g u a g g io s in fo n ic o
c o m e sc h e m a :
A lle g ro : te s s u to fa n ta s ia a r ­
ro g a n za .
A d a g io : lin e a rig o ro s a te n e ­
re z z a
S c h e rz o : v e s tito a s o rp re s a
tra s p a re n z e
F in a le : m o rb id e z z a s e ta n a ­
tu ra le z z a .
S
c
t e
h
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t s
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p
r
n
o
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d
u
c
e
Un G ru p p o ch e o p e ra n e i s e tto ri d e lle
te le co m u n ica zio n i, d e ll’ele ttro n ica , d e lla te le m a tica
c o n k n o w -h o w e te c n o lo g ie d ’avanguardia.
G ru p p o S te t: 130.000 u o m in i ch e c o n c o rro n o a llo
s v ilu p p o e c o n o m ic o e so c ia le d e l Paese.
r
u
p
p
o
.p
Il ginnasio-liceo "G. Ungaretti”
non è un fatto isolato,
ma prosegue il tentativo
realizzato, a partire dai 1970,
a Reggio Emilia, .
con la scuola materna autorizzata "Arca di Noè",
con la scuola elementare parificata "F. Taddei",
con la scuola media legalmente riconosciuta
"J. Maritain".
La gestione delle scuole è di una cooperativa
di genitori, di insegnanti e di educatori:
la cooperativa Nuova Scuola;
essa ha quindi approntato
un ciclo completo, che va
dalla scuola materna
alla scuola media superiore,
la prima classe della quale
è legalmente riconosciuta
(e, il prossimo anno, lo saranno anche
le altre classi che saranno istituite).
GINNASIO LICEO CLASSICO "G. UNGARETTI"
VIA CECATI, 26 - TEL 0522/22898 (R.E.)
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