L’OSSERVATORE ROMANO
pagina 4
sabato 8 agosto 2015
Dietrich von Hildebrand
La
malamovida
di MARCELLO FILOTEI
Quasi tutti gli adolescenti, prima
o poi, si lasciano andare a qualche
forma di trasgressione. Se vivono
in stagioni storiche di lotte
politiche magari gridano slogan
rivoluzionari alle manifestazioni,
se sono inghiottiti da quello che
negli anni Ottanta i sociologi
chiamavano il “riflusso nel
privato” sfidano le regole dei
padri. Qualche volta le due cose
coincidono. Nella maggior parte
dei casi cercano solamente di
dimostrare che esistono in quanto
entità autonome. E pare sia anche
un percorso necessario a diventare
adulti consapevoli. Le
preoccupazioni devono intervenire
quando questi comportamenti
oltrepassano il livello dalla sana
affermazione della propria
identità. Le notizie degli ultimi
giorni portano all’attenzione
generale la degenerazione in
condotte illegali e
autolesionistiche di un fenomeno
che circoscritto in opportuni
confini sarebbe di normale
amministrazione. L’uso di
sostanze stupefacenti e l’abuso di
alcol, in particolare, sembrano
diventati il principale interesse in
alcune fasce delle ultime
generazioni. Ovviamente
pretendere il rispetto della legge
all’interno dei locali della movida
notturna, come in qualsiasi altro
luogo, è un dovere delle
istituzioni. Chiudere un occhio
davanti allo spaccio di
stupefacenti o all’abuso di alcolici
da parte di minori, magari per
evitare di danneggiare gli interessi
economici degli esercenti, non
solo è un reato ma anche un
grave passo indietro rispetto alle
responsabilità che una qualsiasi
amministrazione ha il dovere di
assumersi. Senza dimenticare che
esistono anche i diritti dei
cittadini che nelle zone dello
sballo ci vivono e protestano
perché, come denuncia il
«Coordinamento nazionale no
degrado e mala movida», se si ha
poco rispetto per se stessi e per
gli altri «ancor meno si rispettano
luoghi dove l’espressione
dell’istinto si esprime senza freni
con la conseguente devastazione
di interi quartieri». Al tempo
stesso, però, pensare che si possa
affrontare un problema di questa
portata solamente attraverso
misure di ordine pubblico rischia
di spostare l’attenzione sugli
effetti e di far perdere di vista le
cause. Senza scadere nel facile
moralismo sempre in agguato, ci
si può chiedere perché sempre più
giovani cerchino strumenti per
evadere dalle realtà piuttosto che
idee per cambiarla. Se da una
parte abbiamo il dovere di esigere
il rispetto delle regole della
convivenza civile, dall’altro
dovremmo interrogare noi stessi
sui motivi per cui ai nostri ai figli
proprio non piace il mondo che
gli stiamo lasciando.
di CRISTIANA D OBNER
ietrich von Hildebrand, figlio
del celebre scultore Adolf von
Hildebrand, nato nella famosa
villa San Francesco a Firenze,
divenne filosofo e studiò con
Edmund Husserl e Max Scheler. Fu persona
di fede, preghiera e verità, riconobbe
nell’opposizione al delirio di Hitler la sua
particolare missione, da portare avanti a
ogni costo. Una battaglia sferrata senza armi, senza versare sangue, senza vendetta.
Una battaglia pagata in proprio, perdendo
tutto: l’amata patria, la splendida dimora e
la docenza all’Università di Monaco di Baviera, la cerchia dei parenti, degli amici e il
benessere economico.
Dobbiamo ad Alice, nota filosofa, che da
giovane studentessa divenne moglie del maturo vedovo, se l’esule ormai residente negli
Stati Uniti, scrisse le sue memorie che coprono un ampio arco di anni: dal 1921 al
1938 (My Battle against Hitler. Faith, Truth,
and defiance in the Shadow of the Third Reich,
Image, New York, 2015, pagine 339, dollari
28). Afferma con fierezza John Henry Crosby, fondatore del Hildebrad Project, filosofo
e musicista, traduttore e commentatore di
queste memorie: «È un immenso privilegio
presentare al mondo la risplendente testimonianza di un uomo che ha rischiato tutto
per seguire la propria coscienza e resistere
sfidando il tiranno».
Von Hildebrand divenne così per il dittatore nazista il nemico per eccellenza, il primo da incarcerare e mettere a morte una
volta ottenuto il potere politico. Eppure,
l’opposizione si consumava nel campo delle
idee e delle radici spirituali della Germania
e dell’Europa, in nome del Vangelo, proprio
come è esplicitato nel sottotitolo del libro
«Fede, verità e resistenza nell’ombra del
Terzo Reich». Dietrich von Hildebrand non
creò una rete di spionaggio, non assoldò si-
D
La battaglia di Dietrich von
greto del 30 aprile 1937 scrisse: «Questo
dannato Hildebrand è il più grande ostacolo
per il nazionalsocialismo in Austria. Nessuno causa più danno».
A Vienna, ben presto, si circondò di colte
e trasparenti amicizie fra cui Engelbert Dollfuss, il cancelliere austriaco che si oppose
all’Anschluss e con cui si sentiva in profonda
intesa. Piccoli ritratti di illustri amici si susseguono nel corso delle memorie: Otto von
Hildebrand contro il nazismo
Habsburg, Zita von Habsburg, Jacques e
Raïssa Maritain, Balduin Schwarz, Joseph
Ratzinger e molti altri.
Con la fondazione del settimanale «Der
Christliche Ständestaat» von Hildebrand
diffondeva le sue idee e sulla carta realizzava «la battaglia contro l’antipersonalismo e
il totalitarismo». Gli articoli si susseguirono
a getto continuo, una loro selezione si trova
nell’ultima sezione del volume.
Immerso nel turbine del pericolo costante, von Hildebrand resistette a lungo. Anticonservare il silenzio sulle ingiustizie che sa- cipò le SS di sole quattro ore quando dovetrebbe sopravvenute oppure rischiare il cam- te lasciare rapidamente Vienna e fuggire atpo di concentramento».
traversando l’Europa, fidando sempre e solo
Con un rocambolesco viaggio attraverso nella forza che gli veniva da Dio. Approdò
la Cecoslovacchia raggiunse prima l’Italia e infine a New York dove insegnò alla Fordham University.
Il basso continuo
dell’opera è rappreOptò per l’assoluta non violenza
sentato dalla difesa
dell’insegnamento
ma fu messo subito sulla lista nera dai nazisti
della fede cattolica
E considerato il più grave ostacolo
e del popolo ebraiper il nazionalsocialismo in Austria
co. In tempi bui
von Hildebrand fu
una luce che anche
Edith Stein intravvipoi si stabilì a Vienna, dove non si rifugiò de e comprese. Egli sempre osò. Né la pernella tranquillità ma iniziò ad agire, a porta- dita e la confisca delle proprietà, né la mire avanti la sua “missione”, tanto che l’am- naccia di morte poterono intimidirlo e metbasciatore tedesco von Papen lo descrisse a terlo a tacere: «Dio ci chiama a combattere
Hitler come «l’architetto della resistenza in- l’Anticristo senza badare al trionfo che, in
tellettuale in Austria». E in un dispaccio se- fin dei conti, spetta a Dio».
Una luce
nell’oscurità
cari, optò per l’assoluta non violenza. Il nazismo, ai suoi occhi si presentava come la
più grande eresia del XVIII e XIX secolo.
Il crescente pericoloso allarme, intriso di
violenza, sospinse von Hildebrand alla resistenza anti-nazista ben prima che il furore
hitleriano manifestasse apertamente i suoi
orrori. Così si trovò sulla lista nera già nel
1921. E nel 1923 con il Bürgerbräu-Putsch
realizzò che la Baviera «era precipitata nelle
mani di criminali».
Il pensatore, l’amante della Bellezza, non
indietreggiò dinanzi alla percezione della
devastazione che la furia nazionalsocialista
avrebbe scatenato quando ancora in molti
ritenevano fosse un campanello d’allarme
eccessivo. Quando il potere si insediò a Monaco, von Hildebrand non esitò: «Mi fu
chiaro che non avrei potuto insegnare più a
lungo in una nazione nazionalsocialista perché ero convinto che sarei stato costretto a
dei compromessi e che avrei dovuto anche
Difficile attuazione del codice per il reclutamento internazionale di personale sanitario
Meno cure ai più poveri
di CARLO PETRINI
L’espressione “fuga dei cervelli”, entrata
nell’uso comune, allude al fenomeno
dell’emigrazione dei giovani più promettenti
e preparati da Paesi poveri, in via di sviluppo o in fase di decadenza, verso luoghi dove
è più facile trovare buone opportunità di impiego. Il problema assume una gravità particolare in ambito sanitario: la migrazione di
professionisti della salute da Paesi con sistemi sanitari fragili compromette il funzionamento dei sistemi sanitari locali e ostacola il
La migrazione dei medici
per ragioni economiche
sta gravemente pregiudicando
le condizioni della salute pubblica
nelle zone sfavorite
miglioramento delle condizioni della salute
pubblica nelle zone sfavorite. L’O rganizzazione mondiale della sanità (Oms) attribuisce a questo problema una «straordinaria importanza», dal momento che si tratta di un
fenomeno di dimensioni gravi in almeno una
sessantina di Stati, e ha conseguenze particolarmente negative soprattutto nell’Africa subSahariana.
Nel 2010 i 193 Stati membri dell’O ms
adottarono un «Codice globale di condotta
per il reclutamento internazionale di personale sanitario», frutto di un lungo lavoro: fin
dal 2004 l’Assemblea generale dell’Oms aveva adottato una risoluzione in cui si dava
mandato al direttore generale di elaborare,
con la collaborazione di tutti gli Stati membri, un Codice sull’argomento.
Il Codice «fornisce principi etici applicabili al reclutamento internazionale di personale sanitario in modo da rafforzare i sistemi
sanitari dei Paesi in via di sviluppo, dei Paesi
con economie in transizione e dei piccoli
Stati insulari».
Nel documento, dopo aver dichiarato che
«la salute di tutte le popolazioni è fondamentale» e che «i Governi hanno una responsabilità» verso di essa, si riconosce che
«affrontare il problema della carenza, attuale
e prevista, di personale sanitario è fondamentale per proteggere la salute a livello
mondiale». Pertanto, gli Stati dovrebbero
«sforzarsi, nella misura del possibile, di sviluppare una forza lavoro sanitaria sostenibile
e impegnarsi per mettere in atto un’efficace
programmazione, educazione e formazione
del personale sanitario e strategie di trattenimento in loco che riducano la necessità di
reclutare personale sanitario migrante» e
«adottare misure per correggere gli squilibri
nella distribuzione geografica dei lavoratori
del settore sanitario e favorire la loro permanenza nelle aree poco servite».
Viene affrontato anche il tema delle condizioni del personale sanitario migrante: dovrebbero essere garantiti gli stessi diritti e responsabilità giuridiche rispetto al personale
sanitario formato in loco.
Nell’adottare il Codice, gli Stati membri
dell’Oms stabilirono che ogni cinque anni
dovesse essere redatto un rapporto sulla sua
attuazione, focalizzato in particolare su due
aspetti: rilevanza (verifica sull’attualità dei
principi e degli obiettivi espressi nel Codice)
ed efficacia (verifica delle politiche specifiche
attuate dagli Stati e dei risultati ottenuti).
Secondo il primo rapporto quinquennale
(2015), il Codice mantiene la sua attualità e
ha portato risultati. Tuttavia, al bilancio positivo si possono aggiungere alcune considerazioni. Per quanto riguarda la rilevanza, si
deve riconoscere che l’architettura globale
delineata dal Codice è tuttora valida, soprattutto grazie al fatto che sono coniugati principi di etica e requisiti pratici di tipo organizzativo e legale. Per quanto riguarda l’efficacia, si rileva che in numerosi Stati sono
state adottate politiche per gestire il fenomeno della migrazione del personale sanitario.
Tuttavia, per valutare l’efficacia dei provvedimenti sarebbe opportuno che ciascuno Stato
rendesse disponibili dati precisi sul fenomeno della migrazione del personale sanitario
dai e nei propri confini.
Un’altra considerazione scaturisce dal fatto che il Codice non è vincolante. È evidente
che ci si potrebbero attendere risultati diversi
se gli Stati membri fossero obbligati ad affrontare il problema, per esempio tramite
programmi di formazione, incentivi economici, misure giuridiche e sostegno sociale e
professionale.
Inoltre, nessuna disposizione contenuta nel
Codice dovrebbe essere interpretata nel senso
di una limitazione della libertà del personale
sanitario, nel rispetto delle normative nazionali e internazionali che consentono loro di
migrare verso Paesi desiderosi di accoglierli.
Infatti il Codice è finalizzato ad arginare il fenomeno del brain drain, non a ostacolare un
proficuo brain exchange: una migrazione circolare del personale sanitario, con una reciproca
acquisizione di capacità e conoscenze, può
andare a vantaggio sia del Paese di origine,
sia di quello di destinazione.
Si deve anche riconoscere che l’attuazione
del Codice non è facile. Due difficoltà paiono particolarmente incisive: la prima è la necessità di coinvolgere molti attori (i Ministeri
che si occupano di salute, di lavoro, di formazione, di interni e di esteri; le organizzazioni professionali; gli organismi di reclutamento e previdenziali; le organizzazioni internazionali), che spesso è difficile coordinare. La seconda è la necessità di agire su due
fronti: i fattori che attraggono nei Paesi di
destinazione, così quelli che spingono fuori
dai Paesi di provenienza.
Infine, nell’epoca in cui il fenomeno della
globalizzazione riguarda ogni settore, non si
può non associare il Codice alla cosiddetta
“bioetica globale”, che gode di vasti successi
e sulla quale la letteratura è copiosa. Nelle
riviste specializzate, e soprattutto nella manualistica, il fenomeno della migrazione del
personale sanitario, che per l’oms «costituisce una minaccia importante per il funzionamento dei sistemi sanitari», non ha ancora
adeguato spazio.
Scempio
sul Canal Grande
Suscita molte perplessità una
nuova costruzione realizzata a
Venezia. Sul «Corriere della sera»
del 7 agosto Gian Antonio Stella
lo definisce uno «spropositato
catafalco bianco che raddoppia e
stupra l’Hotel Santa Chiara sul
Canal Grande». Il contrasto «col
retro dell’edificio, la poltiglia di
piazzale Roma coi grandi
parcheggi auto, le rotatorie per gli
autobus, gli autonoleggi, le
baracche dei venditori di
maschere e gondolette o la
immensa bara bruna della nuova
Cittadella di giustizia,
effettivamente è ridotto. Piazzale
Roma potrebbe essere un brutto
slargo cittadino del Texas o di
Tijuana ed è vero: il nuovo
parallelepipedo con la scritta
colorata “Vacancy”, lì non
sfigurerebbe affatto». Ma il guaio,
aggiunge, «è che il confronto va
fatto con ciò che il nuovo motel
Santa Chiara ha davanti. Il Canal
Grande. La via d’acqua più bella,
più amata, più narrata, più
sognata, più dipinta e più
fotografata del pianeta. E lì il
pugno nell’occhio del primo
manufatto in cemento e acciaio (il
cristallo e le formelle di vetro
sono state tolte a quanto pare su
consiglio della Soprintendenza), è
davvero traumatico. E certo non
bastano le linee avveniristiche del
ponte di Calatrava, lì accanto, a
dare un senso al grossolano e
incombente scatolone bianco. Il
colore del lutto, in tanti Paesi.
Prova provata di quanti danni
possa fare la spocchia di architetti
decisi a lasciare il loro marchio, la
loro firma, la loro zampata in un
delicato contesto d’arte, d’amore
che altre mani hanno disegnato
nei secoli».
L’OSSERVATORE ROMANO
lunedì-martedì 27-28 luglio 2015
pagina 5
Mario Gonzalez Chavajay,
«Tijo’nem/Teaching» (2004)
Tra pratica clinica e sperimentazione medica
Se i rischi
violano l’etica
di CARLO PETRINI
a terapia che il dottore mi
propone è una pratica consolidata oppure un’innovazione sperimentale? La risposta dovrebbe essere chiara tramite il consenso informato. Nella
realtà talvolta ciò non avviene. Il motivo, a eccezione di eventuali comportamenti fraudolenti del medico, non
risiede nel fatto che il medico voglia
tacere la verità al paziente, ma nel fatto che i confini tra normale pratica terapeutica e sperimentazione sono talvolta sfumati: risulta quindi difficile
tracciare linee nette di separazione.
Per decenni, però, le normative sulla
ricerca clinica sono state basate su una
distinzione tra ricerca e pratica clinica.
Le stesse normative prevedono che la
ricerca, a differenza della pratica, debba essere obbligatoriamente soggetta a
valutazione da parte di un comitato
etico. In genere si afferma che la necessità della valutazione dipenda soprattutto dai rischi che la ricerca comporta. Tuttavia, spesso interventi considerati “non ricerca” comportano rischi rilevanti.
Per questo motivo diversi autori
propongono che per stabilire se occorra una valutazione etica sia opportuno
L
Il cattolicesimo latinoamericano dopo Medellín e Puebla
Bellissimi banchi vuoti
di MARIA BARBAGALLO
o avuto la fortuna di svolgere
la mia missione in America
Latina dagli anni Settanta e
parte degli anni Ottanta del
Novecento, periodo in cui
noi religiosi, donne e uomini, vivevamo sotto l’influsso ecclesiale della Conferenza episcopale di Medellín del 1968 e più tardi di
quella di Puebla del 1979. Durante quel
tempo quasi tutti i Paesi dell’America Latina erano governati da dittature di vario genere o da regimi militari. Non c’era da stare
allegri: l’emergente teologia della liberazione viveva tempi difficili, accusata di fondarsi su analisi marxiste, di produrre sintesi
poco ortodosse e quindi esercitare un influsso pericoloso, che poteva suscitare rivoluzioni e guerriglie destabilizzando uno status quo che faceva comodo a tutti. Noi religiosi eravamo ritenuti seguaci di queste idee
sovversive e perciò sorvegliati e spesso minacciati.
Le due Conferenze episcopali di Medellín e Puebla ebbero invece l’intelligenza di
affrontare le questioni da punti di vista
strettamente pastorali, determinando una
vera svolta nella riflessione teologica ed ecclesiale con ripercussioni indiscutibili
sull’attività del clero e dei religiosi.
Possiamo dire che, in termini generali,
Medellín ebbe davanti agli occhi la drammatica realtà dell’America Latina e dei Caraibi e la mise a confronto con l’evento e i
documenti del concilio Vaticano II (19621965), sviluppando una ricezione conciliare,
nello stesso tempo, fedele e creativa, selettiva e innovativa.
Ascoltare il grido dei poveri, come appello evangelico, compromettersi insieme a loro e agire per trasformare la Chiesa e il
mondo, fu l’ispirazione che animò l’assemblea di Medellín: «Non basta riflettere, ot-
H
Scoprire
come la gente più umile
fosse capace di capire il Vangelo servì
a noi religiosi da esempio
per le nostre stesse comunità
tenere maggiore chiarezza e parlare. È necessario agire. Questa non ha cessato di essere l’ora della parola, ma è diventata, con
drammatica urgenza, l’ora dell’azione» (da
Medellín: quarant’anni di José Oscar Beozzo, San Paolo, Brasile).
Le denunce dell’ingiustizia istituzionalizzata che facevano le due Conferenze episcopali toccarono ovviamente tutte le istituzioni sociali e culturali ed anche quelle religiose. In sostanza, si diceva e si commentava,
nelle varie riunioni organizzate per i religiosi post-Medellín, che anche la vita religiosa
doveva sentirsi interpellata perché, nonostante i nostri fondatori e fondatrici fossero
noti per essersi orientati ai poveri, la nostra
vita si era imborghesita e la prova di questo
era che la grande maggioranza delle nostre
scuole, ospedali, centri di evangelizzazione,
era situata nelle grandi città e spesso serviva
l’utenza benestante con scarsa influenza sulle classi rurali, le periferie emarginate, i poveri in generale.
Tutte noi, congregazioni religiose con case e missioni in America Latina, sentimmo
la pressione di queste conclusioni che ci
mettevano sotto accusa, a volte con ragione,
a volte senza una vera approfondita analisi,
ma l’effetto fu fulminante: moltissime congregazioni religiose femminili e maschili, celebrando i loro capitoli ordinari o straordinari, rinnovando le loro costituzioni, applicando i documenti del concilio Vaticano II,
decisero di rispondere al richiamo di Medellín.
Specialmente le suore o i padri più giovani e meno inclinati alla missione da svolgere
dentro le grandi istituzioni scelsero di dedicarsi alle classi più emarginate, agli indigeni, alle periferie, alle zone rurali. Nonostante alcune ambiguità, nonostante i conflitti e
le divergenze che dividevano la sensibilità
della vita religiosa tradizionale da quella
più progressista, fu impressionante il fatto
che, andando verso “i poveri”, si capì subito
che questi recepivano il messaggio del concilio Vaticano II prima e meglio di molte altre classi più istruite e benestanti.
Il metodo pastorale che suggeriva Medellín, «Vedere — Giudicare — Agire», portò i
religiosi, quasi sempre all’avanguardia missionaria, a realizzare una penetrazione del
Vangelo tra le classi più povere e a scoprire
la ricchezza che la gente povera possedeva,
quella di recepire il messaggio immediatamente e di applicarlo alla loro realtà concreta.
«La Parola di Dio, restituita al popolo
nei circoli biblici, nelle comunità ecclesiali
di base e nel movimento di lettura popolare
della Bibbia, stava nel cuore della rivoluzione provocata da Medellín. A questo contribuì, e molto, la generosa iniziativa della comunità di Taizé in Francia che, dopo il concilio, donò alle chiese dell’America Latina,
soprattutto a quelle cattoliche, un milione
di esemplari del Nuovo Testamento in spagnolo e un altro milione in portoghese, perché venissero distribuiti gratuitamente alle
comunità più povere» (ibidem).
L’esperienza positiva che si ricavava scoprendo come la gente più umile era capace
di capire il Vangelo, servì a noi religiosi da
esempio per le nostre stesse comunità, anche se molto merito lo si doveva alle numerosissime suore che contribuirono a far
comprendere al popolo come vivere concretamente il Vangelo. Ricordo una comunità
di contadine indigene del Guatemala, quasi
tutte analfabete: ascoltavano la proclamazione della Parola di Dio e dopo una pausa
di silenzio ognuna poteva condividere cosa
significavano per lei e per la sua comunità
le parole appena lette. Tutte, indistintamente, intervenivano ricordando esattamente
quello che era stato letto e lo applicavano
con facilità impressionante alla loro situazione. E lo facevano con brevità ed essenzialità. Ricordo che una signora concluse:
«Questo vuol dire che Gesù è qui, in mezzo a noi e conosce e condivide la nostra
storia».
In Brasile le comunità delle zone rurali
potevano contare sulla presenza del sacerdote solo due o tre volte l’anno. Le immense estensioni delle parrocchie disponevano
spesso di un solo sacerdote. Chi manteneva
e coltivava le comunità cristiane erano le
comunità organizzate con leader appositamente preparati per la loro guida.
Una volta mi sono trovata in una zona
rurale un po’ impervia nella zona di Rio de
Janeiro, di domenica: non c’era il prete per
celebrare la Messa, ma c’era riunita la co-
munità cristiana per la celebrazione della
Parola e per ricevere la santa Comunione.
Quel giorno l’organizzazione di tutto toccava al gruppo delle pre-adolescenti. Bambine perfettamente istruite sul da farsi preparavano l’altare, distribuivano le letture,
impegnavano il ministro dell’Eucaristia, distribuivano i libri e intonavano i canti, di
fronte ad una assemblea perfettamente ordinata e silenziosa. Capaci di creare condivisione della Parola di Dio, ottima gestione
del tempo e una serietà commovente. In
un’altra zona invece era un vecchio contadino cristiano che dirigeva il tutto e dopo la
celebrazione dava consigli, organizzava i
corsi per la preparazione al battesimo o al
matrimonio, distribuiva i compiti.
Nel centro della città di Rio vi erano e vi
sono delle belle chiese antiche. Entrando in
una di esse, una volta, in un giorno di festa,
osservai i bellissimi banchi con inginocchiatoi e sedili imbottiti e rivestiti di vera pelle:
Nella favela del Morro do Ceu
la piccola cappella
la domenica straripava di gente
E fuori ve ne era altrettanta
che partecipava dalle finestre
la chiesa quasi deserta. Al contrario, nella
favela del Morro do Ceu la piccola cappella
la domenica straripava di gente e fuori ve
ne era altrettanta che partecipava alla Messa
dalle finestrine. La gente al momento della
proclamazione della Parola di Dio prendeva
la parola e commentava fino a quando il sacerdote invitava a continuare la Messa che
durava oltre un’ora. All’ora del saluto della
pace, la gente si rivolgeva a me sorridendo:
«Da dove viene?», «Da Roma» rispondevo,
«Sia la benvenuta nella nostra comunità» e
tutti mi davano un bacio.
Qualche tempo dopo a Roma, prima del
Natale, la nostra comunità decise di invitare
i vicini di casa per una preparazione spirituale insieme. Vennero varie persone, tutta
gente educata e di un certo livello sociale.
Preparammo una paraliturgia con la lettura
biblica. Il testo era quello, prettamente natalizio, della visita di Maria a santa Elisabetta. Cercammo di creare un po’ di atmosfera e cominciammo a invitare la gente
presente a condividere le loro impressioni
sul Vangelo appena ascoltato. Dopo un
lungo silenzio durante il quale nessuno
prendeva la parola, un signore, medico chirurgo molto bravo, finalmente parlò: «Sa,
suora — disse — io non sono proprio d’accordo che le donne leggano la lettura biblica in Chiesa».
Ci volle molto tempo per riportare il
gruppo al tema principale, perché si creò
una discussione. Infine ritornammo al Vangelo e una signora — colta ed erudita, aveva
studiato dalle suore — disse: «Io veramente
non capisco una cosa: ma quando si va a visitare una persona, come Maria ad Elisabetta, si sta lì sei mesi? A fare che?». Non riuscimmo a dire niente. Era davvero una tragedia. Sì, ha ragione Gesù quando dice: «la
buona novella è annunciata ai poveri… e
beati i poveri di spirito». La buona nuova
del concilio Vaticano II, è stata accolta e
vissuta soprattutto dai “poveri”.
Applicare terapie innovative
su pazienti attuali
a beneficio di quelli futuri
significherebbe trasformare
il malato da fine a mezzo
basarsi sull’entità e la probabilità di rischi, anziché su una teorica distinzione tra ricerca e pratica. Alcuni ricercatori hanno recentemente pubblicato
nella rivista «Bmc Medical Ethics» un
utile strumento a questo proposito.
Lo strumento consiste in una sorta
di questionario elettronico finalizzato
a identificare i possibili rischi per chi
partecipa a una ricerca/pratica e, conseguentemente, a stabilire se sia necessaria una valutazione etica. Lo strumento è composto da venti argomenti
suddivisi in cinque aree, che includono anche rischi che non incidono direttamente sull’integrità della persona,
come, ad esempio, indebiti sfruttamenti commerciali. La proposta è utile, ma
merita alcune considerazioni. Il lettore
è avvertito: dopo le considerazioni,
non troverà la soluzione per poter rispondere alla domanda iniziale. Infatti, una risposta definitiva probabilmente non c’è.
In primo luogo, è evidente che il
dubbio sulla distinzione tra pratica clinica e sperimentazione non si pone
quando non è disponibile alcuna terapia validata oppure, nel caso opposto,
quando l’efficacia della terapia è comprovata da un lungo uso in un’ampia
popolazione. Un esempio del primo
caso sono i diversi trattamenti non
(ancora?) validati utilizzati per cercare
di curare persone colpite dal virus
Ebola. Un esempio del secondo caso
sono gli antibiotici contro specifici
batteri.
Una seconda considerazione riguarda il dovere di informare i pazienti, affinché essi siano consapevoli se il trattamento loro proposto consista in una
pratica consolidata oppure in un’innovazione che si intende sperimentare.
Nel 1982 Paul Appelbaum e alcuni altri autori coniarono l’espressione
“fraintendimento terapeutico”. Essi
notarono che i partecipanti a uno studio con farmaci psichiatrici, pur essendo stati informati della possibilità di
ricevere un placebo, continuavano a
credere che il medico avrebbe somministrato loro un farmaco attivo. Nel
2001, la National Bioethics Advisory
Commission (Nbac) statunitense definì il fraintendimento terapeutico come
«la convinzione che l’obiettivo primario di un trial clinico sia il beneficio
del singolo paziente piuttosto che la
raccolta di informazioni necessarie alla
conoscenza scientifica». La commissione precisò anche che «il fraintendimento non consiste nel credere che i
partecipanti probabilmente riceveranno buone cure mediche durante una
ricerca. Il fraintendimento consiste nel
credere che l’obiettivo del trial clinico
sia la somministrazione di un trattamento e non la conduzione di una ricerca».
Qui nasce una terza considerazione.
Le sperimentazioni cliniche sono finalizzate a produrre conoscenze generalizzabili. Tuttavia, sperimentare su pazienti attuali con il solo fine di mettere
a punto terapie per pazienti futuri costituirebbe una grave violazione dei
fondamentali principi dell’etica: la
persona diverrebbe un mezzo anziché
un fine e sarebbe contraddetto l’imperativo categorico kantiano. È questo
un requisito su cui concordano i più
autorevoli documenti di etica medica,
come, ad esempio, la Dichiarazione di
Helsinki
dell’Associazione
medica
mondiale. Nella Dichiarazione, infatti,
si stabilisce che «sebbene lo scopo primario della ricerca medica sia quello
di generare nuove conoscenze, queste
non possono prevaricare sui diritti e
gli interessi dei singoli soggetti coinvolti nella ricerca».
Cercare di conciliare il beneficio del
singolo paziente attuale con l’interesse
per l’avanzamento delle conoscenze
non è facile. Da decenni l’etica medica
studia l’argomento. A questo proposito è utile anche ricordare che la distinzione tra “sperimentazione terapeutica” e “sperimentazione non-terapeutica” che si trovava nella versione iniziale della Dichiarazione di Helsinki
(1964) fu mantenuta nelle versioni successive fino al 2000: nella versione
adottata nel 2000 la distinzione fu abbandonata e furono inseriti alcuni
“principi aggiuntivi per la ricerca medica associata alle cure mediche”.
Il motivo è evidente: la sperimentazione deve sempre essere volta al beneficio del paziente (e quindi essere terapeutica).
Da ciò scaturisce una quarta considerazione: quando una terapia è innovativa? Anche questo è un tema studiato da decenni. Già nei lavori della
commissione statunitense che elaborò
il Belmont Report (1979), Robert J. Levine proponeva di utilizzare l’espressione “pratica non validata” anziché
“terapia innovativa”: la caratteristica
qualificante, infatti, non è la novità,
bensì la mancanza di validazione (cioè
di dimostrazione della sicurezza e
dell’efficacia).
Alla luce di tutto ciò, il nuovo strumento pubblicato in «Bmc Medical
Ethics» per valutare l’impatto etico
delle “iniziative che generano evidenze” può risultare operativamente utile,
ma occorrono alcune cautele. Due tra
queste paiono particolarmente importanti. La prima: la valutazione etica
deve includere molti aspetti e non è
sufficiente valutare se una pratica sia
rischiosa. La seconda: come afferma
l’Institute of Medicine (Iom), «lo sviluppo e l’applicazione della conoscenza si costruisce in ogni stadio del processo di cura» e le procedure terapeutiche e sperimentali sono inserite
in una cornice che l’Iom definisce
learning healthcare system, dove pratica
consolidata e innovazione si intrecciano.
L’OSSERVATORE ROMANO
mercoledì 8 luglio 2015
pagina 5
Nelle riflessioni del benedettino Massimo Lapponi
L’era delle donne
di LUCETTA SCARAFFIA
pieno di spunti di riflessione nuovi e
interessanti il libro di Massimo
Lapponi, sacerdote benedettino
dell’abbazia di Farfa. Eppure il titolo,
affascinante ma generico, La luce splende nelle
tenebre (Ariccia, Aracne, 2014, pagine 732, 32
euro), e la mole del volume non aiutano a
trovare nell’abbondanza dei pensieri esposti
una linea di lettura. Sarebbe stato meglio
dividerlo in più volumetti, che avrebbero
valorizzato l’originalità di un pensiero che fa
toccare con mano come il punto di vista
cristiano, quando è interpretato con rigore e
libertà, possa essere culturalmente ricco e
rivoluzionario. Due assaggi fra i mille che il
È
volume offre: l’osservazione che il diavolo,
per tentare gli esseri umani e portarli lontani
dal vero bene, deve usare i beni che esistono,
che Dio ha creato, e che quindi sono veri. E
quindi corre il rischio che, attraverso il
contatto con questi beni, la preda gli sfugga.
Lapponi fa l’esempio dei casi di sesso
degradato, che però si aprono pur sempre a
una possibilità di affetto, se non di amore,
che può aprire le porte alla ricerca dell’amore
più grande, quello di Dio. Quindi, anche
l’essere umano che sta seguendo la strada di
tentazione propostagli dal diavolo può, in
realtà, trovare la strada della salvezza. L’altro
pensiero nuovo che Lapponi propone è
relativo alla costruzione dell’identità
femminile, in quella che viene chiamata “l’era
Uomo di teatro e di televisione
giornalista e scrittore
La sua vita è stata
un pellegrinaggio
alla ricerca della verità della fede
delle donne”. Oggi le donne si offendono se
vengono definite attraverso la loro dignità di
spose e di madri: sospettano subito l’inganno
e il tentativo di riportarle a uno stato di
sottomissione. Ma questo non succederebbe
se anche gli uomini fossero definiti dal loro
status di mariti e padri: sono gli uomini —
osserva Lapponi — che, cercando di
impadronirsi del mondo attraverso il potere e
la scienza, hanno scelto di definirsi solo
attraverso i ruoli pubblici e di potere. Non ci
dobbiamo stupire, quindi, se le donne oggi
cercano di fare la stessa cosa. Sono questi
solo due piccoli esempi di pensiero originale
che offre la lettura del libro di Massimo
Lapponi, a chi ha il coraggio di affrontare la
mole un po’ disordinata degli scritti.
È morto Franco Scaglia
Avanti
senza inerzia
di MARIO BENOTTI
crittore, giornalista, autore
di teatro, uomo di televisione e di radio, dirigente
Rai, personalità di spicco
del mondo della cultura,
presidente del Teatro di Roma: è
stato tutto questo Franco Scaglia,
morto il 6 luglio a Roma all’età di
71 anni. Ma è stato soprattutto un
uomo la cui vita si è configurata come un pellegrinaggio alla ricerca
della verità della fede.
Chi scrive conobbe Scaglia alla fine degli anni Ottanta del secolo
scorso, al Gr 1 della Rai. Era impegnato allora nella preparazione e nel
montaggio di un documentario radiofonico per il premio Italia, dove
nulla poteva essere essere lasciato al
caso. In quell’occasione la professionalità, la cura dei dettagli nonché la
capacità di comprendere le persone,
e di scoprire e valorizzare i giovani
talenti si manifestarono in tutta la
loro evidenza. Doti che, del resto,
hanno sempre caratterizzato la sua
vita.
Ligure di Camogli, aveva iniziato
la carriera nel giornalismo. Come
scrittore, i suoi primi lavori furono
realizzati nell’ambito del romanzo
sperimentale. Per quarant’anni ha lavorato alla Rai divenendone dirigente e cercando di portare — riuscendoci — un grande contributo culturale. Sua la rubrica culturale del
Gr 1 Il Circolo Pickwick, fu coautore di Effetto notte, in onda su Rai
Uno, di Casablanca su Rai Due, La
biblioteca ideale e Il giardino di Oz
su Rai Tre.
In qualità di presidente di Rai Cinema promosse la valorizzazione per
la televisione del grande patrimonio
teatrale della Rai producendo uno
dei tanti “cofanetti” che hanno caratterizzato gli anni in piazza Adriana. Il progetto, anche qui riuscitissimo, del “Viaggio” in Terrasanta,
sempre per Rai Cinema, è stato condotto parallelamente ai suoi successi
come scrittore, grazie al ciclo di romanzi sulle avventure di un frate,
Padre Matteo, che impersonava il
suo grande amico archeologo Padre
Michele Piccirillo. Il primo di questi
romanzi Il custode dell’acqua (2006)
gli valse il premio Campiello. L’ultimo libro di questo filone è anche la
sua ultima pubblicazione L’erede del
tempo, del 2014. In mezzo, Nome in
codice Gesù, e Il viaggio di Gesù, con
il racconto del Cristo delle origini,
la vita di allora ricostruita attraverso
le parole degli studiosi in quella che
sarebbe dovuta essere terra di pace
S
Perdita della memoria e nuove frontiere della medicina
Proust
non basterebbe
di CARLO PETRINI
ilosofia, letterati, psicologi, scienziati da sempre si interrogano sulle
potenzialità e sulla fragilità della memoria.
La memoria si perde o forse è
l’accesso a essa che si blocca? Dimenticare è soltanto un fallimento della memoria oppure è anche
un procedimento attivo, in cui si
reprimono o scartano ricordi indesiderati? In anni recenti le neuroscienze hanno ottenuto successi
straordinari. Non è azzardato affermare che una larga parte delle
moderne neuroscienze sono nate
dalla perdita di memoria di
Henry Gustave Molaison.
Il 25 agosto 1953 Henry,
all’epoca ventisettenne, subì la
parziale ablazione bilaterale degli
ippocampi e delle amigdale, come terapia sperimentale contro
una grave forma di epilessia di
cui soffriva. L’intervento fu eseguito dal neurochirurgo William
Beecher
Scoville
all’Hartford
Hospital, in Connecticut. Scoville
utilizzò una tecnica chiamata
“aspirazione”: inserì una cannula
in due fori del diametro di 3,8
centimetri praticati trapanando il
cranio. L’operazione ebbe parzialmente l’effetto auspicato, ma
con
conseguenze
devastanti:
Henry perse la memoria.
Dopo l’intervento il cervello di
Henry
dimenticava
qualsiasi
esperienza entro pochi secondi:
era completamente annullata la
memoria dichiarativa, cioè la capacità di ricordare ogni episodio
biografico. Henry conservò, invece, la memoria non-dichiarativa,
che riguarda capacità apprese
senza consapevolezza: rimase, infatti, autonomo negli atti di rou-
F
tine quotidiana, come radersi,
mangiare, lavarsi i denti.
Il caso H.M. (così l’identità di
Henry fu protetta fino alla morte,
il 2 dicembre 2008) ha consentito
ai neurologi di comprendere che i
diversi tipi di memoria dipendono da diverse aree cerebrali e di
studiare i meccanismi dell’apprendimento.
Generazioni
di
neurologi hanno costruito la loro
carriera studiando il caso.
Suzanne Corkin, professore di
neuroscienze comportamentali al
Massachusetts Institute Of Technology (Mit) e autrice di Prigioniero del presente (Milano,
Adelphi, 2015, pagine 432, euro
30), incontrò per la prima volta
Henry per un’intervista nel 1962:
all’epoca frequentava il Montreal
Neurological Institute come dottoranda. Da allora, e fino alla
morte di Henry, la neuroscienziata ed Henry passarono molta parte delle loro giornate insieme. Per
Henry ogni visita era come un
primo incontro: dopo essersi separati anche solo pochi secondi,
Suzanne e Henry si ripresentava-
Gregory Peck e Ingrid Bergman in una scena del film «Spellbound» (1945)
nozioni apprese a scuola: ricordava la crisi di Wall Street del 1929,
così come Pearl Harbor. I ricordi
erano, però tra loro scollegati,
senza connessioni e senza un
contesto. Due esperienze personali, che Henry ripeteva molto
spesso, erano, invece, memorizzate con dettagli precisi e circostanziati. La prima era il furto, a suo
padre, di una sigaretta Chesterfield, che poi fumò e che lo fece
tossire. La seconda riguardava un
volo di mezz’ora su un aereo monomotore Ryan quando aveva
tredici anni. Le due esperienze,
una negativa e una positiva, avevano suscitato in Henry emozioni
molto forti, coinvolgendo molteplici sensazioni, ed erano localizzate in varie aree del cervello.
Suzanne Corkin mostra come
Henry conservasse la sua personalità, fosse collaborativo nel partecipare
agli studi svolti su di
Suzanne Corkin del Mit racconta
lui, si dichiarasse
contento di poter
i suoi quarantasei anni di incontri
contribuire all’avancon Henry Gustave Molaison
zamento delle conoscenze scientifiche.
vittima nel 1953 di una lobotomia
Henry era anche dotato di una buona
intelligenza,
aveva
no come se non si fossero mai co- capacità di dialogo e senso
dell’umorismo. Per esempio, parnosciuti.
Henry, tuttavia, ricordava le tecipò a uno scherzo che un’assiesperienze anteriori al 1953, rico- stente di Corkin fece a un dottonosceva i suoi genitori e aveva rando: approfittando del fatto
una buona conoscenza lessicale. che Henry riusciva a ricordare un
Era incapace di immagazzinare poco più a lungo informazioni rinuove informazioni, ma ricordava petute ininterrottamente, l’assistente disse a Henry che la persona che sarebbe entrata per somministrargli un test si chiamava
John e gli chiese di dire al momento dell’ingresso: «Oh, ciao,
John», fingendo così di riconoscerlo. Dopo qualche minuto di
esercizio, Henry recitò egregiamente la sua parte e rise di gusto,
con l’assistente, vedendo il volto
di John sbiancarsi per lo stupore.
Henry non era mai triste o depresso. In questo senso l’amnesia
fu per lui non solo una prigione,
ma anche una liberazione.
Il libro è, allo stesso tempo, il
resoconto di uno studio e una
biografia. Fino al caso H.M. si
credeva che la memoria fosse una
capacità
dell’intero
cervello.
Henry ha fornito la prova causale
Salvador Dalì, «La persistenza della memoria» (1931)
che una precisa regione situata in
profondità nei lobi temporali è
cruciale per convertire i ricordi a
breve termine in ricordi durevoli.
Henry ha voluto che il cervello,
dopo la morte, fosse donato al
Mit. Dopo essere stato diviso in
2.401 sottili sezioni, il cervello è
tuttora oggetto di studio.
La narrazione di quarantasei
anni di incontri tra Suzanne e
Henry suscita nel lettore emozione e simpatia. Non si può, però,
dimenticare ciò che avvenne prima: il brutale esperimento di cui
Henry fu vittima. Data la gravità
dell’epilessia e l’impossibilità di
controllarla,
Scoville
ritenne
Henry un buon candidato per
una “terapia” che in seguito
avrebbe definito «un’operazione
francamente sperimentale».
All’epoca i fautori della psicochirurgia erano non solo numerosi, ma anche nomi tra i più prestigiosi della psichiatria accademica. In particolare, dagli anni
trenta fino alla metà degli anni
cinquanta, la lobotomia frontale
era ritenuta la soluzione più adatta per curare gravi malattie psichiatriche: i fautori della lobotomia sostenevano che i rischi fossero giustificati dalla possibilità
di salvare pazienti altrimenti incurabili. Tuttavia, alla luce degli
effetti devastanti di quelle operazioni, è difficile comprendere come si sia arrivati a eseguirle.
Jeanine Meerapfel presidente dell’Accademia delle arti
Da Buenos Aires a Berlino
«Dopo trecento anni, forse era il momento giusto» ama dire Jeanine
Meerapfel, prima donna chiamata a guidare l’Akademie der Künste,
l’Accademia delle Arti di Berlino, ai giornalisti che le chiedono di
commentare la sua elezione, avvenuta il 30 maggio scorso.
L’Accademia è stata fondata nel 1696 dal principe elettore Federico I
di Prussia con l’intento di promuovere la cultura e far dialogare
mondo della politica e mondo degli artisti. Dopo oltre tre secoli, la
mission dell’istituzione non è cambiata. Vice della nuova presidente è
la scrittrice e drammaturga Kathrin Röggla. Nata a Buenos Aires nel
1943, in una famiglia di ebrei tedeschi fuggita in Argentina prima
della seconda guerra mondiale, Jeanine Meerapfel ha studiato nella
scuola di giornalismo della sua città e ha lavorato per vari giornali
argentini prima di trasferirsi a Ulm, in Germania, nel 1964 per
studiare cinema. Per anni critica cinematografica, nel 1981 gira il suo
primo lungometraggio, Malou, che vince il premio Fipresci a
Cannes, seguito da un’altra dozzina di film.
ma che si è trasformata in un luogo
di conflitto infinito.
La traccia del Viaggio di Gesù gli
diede lo spunto per il Giardino di
Dio, con il grande argomento del
Mediterraneo, un’opera sulla storia
«di uomini e di pesci» che fondendo ricordi personali, storia e spiritualità propone — con grande anticipo rispetto a quanto sarebbe poi avvenuto nella cronaca attuale — il
Mediterraneo come culla della civiltà, centro del mondo, sede del mito
e della fantasia, luogo in cui sono
nate e si sono sviluppate le tre grandi religioni monoteiste. Dai Fenici ai
migranti di oggi, Scaglia racconta e
interpreta il movimento di viaggiatori che spostandosi da una costa
all’altra, ha prodotto una fitta rete
di scambi di sapere, cultura e commerci fino, purtroppo, alle guerre
contemporanee.
In questo suo lavoro e in questo
suo costante pellegrinaggio nei luoghi di Terrasanta, Scaglia ebbe grande attenzione per i frati francescani.
Cercava Gesù e, nel suo pellegrinaggio fra gli uomini, lo raccontava
partendo dalla storia e dall’attualità:
i temi che riguardano da vicino il
mondo di oggi, l’importanza dell’altro, la carità, lo sviluppo economico
che troppo spesso viene fatto coincidere con la felicità, la perdita della
pietas che colpisce soprattutto i più
deboli, i labirinti della solitudine sono il tessuto connettivo di Cercando
Gesù, scritto insieme a monsignor
Vincenzo Paglia, con cui aveva già
composto In cerca dell’anima – Dialogo su un’Italia che ha smarrito se
stessa. Scaglia approfondisce, per
combatterlo, il tema dell’inerzia,
partendo allora da un discorso di
Benedetto XVI in cui veniva formulato l’invito a ripensare certi paradigmi economici e finanziari dominanti
negli ultimi anni per andare incontro alle esigenze della solidarietà e
del rispetto della dignità umana.
«Se ciò non accade — scriveva
Scaglia — sopravviene una malattia
che si trasforma presto in una epidemia e che ha un nome semplice e
apparentemente innocuo ma in realtà brutale, l’inerzia appunto, l’epidemia che ha colpito il Belpaese afferrandone le coscienze ancor prima
delle menti».
Sul suo tavolo sono rimasti i manoscritti dei capitoli del lavoro cui
aveva appena messo mano. A noi,
dopo tanti anni di frequentazione,
lascia quel grande vuoto tipico di
chi sa consigliare senza giudicare,
invitando a guardare avanti. Sempre
avanti. Senza inerzia. Proseguendo
il pellegrinaggio.
L’OSSERVATORE ROMANO
pagina 4
venerdì 26 giugno 2015
Quindici anni fa veniva sequenziato il genoma umano
Ossessione da controllo
È morto Silvano Fausti
La liberazione
del giudicare
di SILVIA GUIDI
«Noi diventiamo le parole che ascoltiamo»: è
uno dei tweet con cui Francesco Occhetta ha
ricordato Silvano Fausti — gesuita come lui, suo
maestro e soprattutto amico — dopo la morte,
avvenuta nella mattina del 24 giugno, festa della
nascita di san Giovanni Battista, l’ultimo dei
grandi profeti d’Israele. «Mi aveva fatto
innamorare della Parola» continua Francesco
Occhetta su twitter, e in tanti gli hanno fatto
eco sui social network, la bacheca virtuale del
nostro tempo, tanto iperconnesso e ricco dei
contenuti più disparati quanto povero di voci
davvero originali. Una sorta di salotto letterario
allargato in cui ognuno può lasciare il suo
messaggio, senza filtri o precondizioni, e
soprattutto senza previi attestati di idoneità o di
avvenuta omologazione, come vorrebbero molti
sedicenti maîtres à penser per i quali in teoria
siamo tutti uguali ma forse qualcuno — a causa
di un cursus honorum particolarmente brillante,
delle tante comparsate televisive e dei molti,
moltissimi libri venduti — è un pochino più
uguale degli altri. Ma torniamo alla figura di
padre Silvano Fausti — lui sì, davvero, un padre
e un maestro del pensiero, cristiano e non,
serenamente immune dal rischio di atteggiarsi a
venerata auctoritas grazie a una letizia evangelica
profonda e contagiosa, tenacemente custodita
nel corso degli anni come il bene più prezioso —
senza perdere tempo nelle pastoie della
polemica. In molti hanno sentito il bisogno di
esprimere tutta la loro gratitudine per libri come
Occasione o tentazione? Scuola pratica per
discernere e decidere (l’ultima edizione è del
2005), un “manuale di cammino” che attinge
alle tradizioni più antiche e collaudate del
patrimonio culturale
cristiano per
insegnare la
difficile arte del
discernimento.
Fausti, in
questo libro
come in molti
altri scritti,
con un
linguaggio
semplice e
di CARLO PETRINI
ono trascorsi quindici anni dal
26 giugno 2000, quando Bill
Clinton e Tony Blair annunciarono che, dopo anni di lavoro,
con il Progetto Genoma Umano si era ottenuto il sequenziamento
completo del genoma umano. Una buona dose di enfasi nell’annuncio contribuì
a suscitare nel mondo intero entusiasmo
(e qualche sovraeccitamento). I due politici paragonarono il risultato a «una
svolta che porta l’umanità attraverso una
frontiera in una nuova era», a un «trionfo epocale della scienza e della ragione»,
a una rivoluzione scientifica: come Galileo Galilei trovò «il linguaggio con cui
Dio ha creato l’universo», così ora la genomica permette di conoscere «il linguaggio con cui Dio ha creato la vita».
Sebbene, in realtà, il sequenziamento
non fosse ancora completo — mancava
circa il 10 per cento,
il tasso di errori era
molto elevato e vi
erano oltre 150 mila
“buchi” — l’esaltazione nell’annunciare il risultato conseguito dal Progetto
Genoma Umano fu
anche
motivata
dall’intenzione
di
sminuire lo smacco
subito sei mesi prima: il 10 gennaio
dello stesso anno il
multimiliardario
John Craig Venter,
proprietario
della
Celera Genomics (a
Rockville),
aveva
annunciato di aver
sequenziato,
nei
suoi laboratori, oltre
il 90 per cento del
genoma umano, con tempi e costi assai
più contenuti rispetto al progetto di ricerca scientifica internazionale. Il Progetto Genoma Umano fu proposto nel
1986; fu approvato dal Congresso statunitense nel 1988 per una durata di quindici anni a partire dal 1991, con un costo
stimato di tre miliardi di dollari e il
S
coinvolgimento di diciotto istituti di ricerca nel mondo. Venter annunciò l’avvio della sua ricerca nel 1999 e ottenne il
risultato con un investimento tre volte
inferiore.
Il sequenziamento portò alcune sorprese. Per esempio si appurò che il genoma umano è composto da circa 30 mila geni (mentre le stime precedenti erano
comprese tra 80 mila e 150 mila). In particolare, sollecitò gli interessi verso la
medicina personalizzata. Venter sequenziò il suo proprio genoma e pubblicò la
mappa completa dei suoi 23.224 geni,
venendo a conoscenza — e con lui il
mondo intero — che alcuni polimorfismi
potrebbero renderlo suscettibile al comportamento antisociale, all’alcolismo, alla
coronaropatia, all’ipertensione, all’obesità, all’insulino-resistenza, all’ipertrofia
del cuore sinistro, all’infarto acuto del
miocardio, al deficit di lipasi lipoproteica, all’ipertrigliceridemia, all’ictus e alla
Un paesaggio islandese
malattia di Alzheimer. Al momento, però, Venter gode di ottima salute.
L’evoluzione nelle tecniche è stata travolgente: oggi chiunque, rivolgendosi a
una delle tante ditte commerciali che si
sono lanciate nel business, con un migliaio di dollari può ottenere, in circa
una settimana, il sequenziamento com-
pleto del genoma personale. Giuseppe
Remuzzi, medico e scienziato di fama
internazionale, nel 2014 lo ha fatto. Dopo aver ricevuto una relazione con la descrizione delle 172.115 varianti del suo genoma, di cui 15.459 rare e 83 potenzial-
Il Journal of Medical Ethics
nel 1994 si domandava
se la screeningite
fosse una malattia curabile
Oggi l’epidemia pare dilagante
mente predisponenti per alcune patologie — tra cui osteoartrite, calcolosi della
colecisti, degenerazione maculare — ne
ha tratto un’unica conseguenza: «Saperlo è stato inutile, ma ho cominciato a
muovermi e a controllare quello che
mangio».
Occorre, infatti,
essere consapevoli
delle profonde differenze tra i vari tipi di test genetici.
Mentre i test diagnostici riguardanti
patologie che si trasmettono con il modello
dell’eredità
semplice sono precisi ed efficaci, dai test di analisi genomica globale derivano
risultati assai incerti
e di dubbia utilità
clinica.
Poco prima del
quindicesimo anniversario dell’annuncio del (quasi) completamento del Progetto Genoma, un altro importante evento ha richiamato l’attenzione sull’interesse degli studi sul genoma non solo ai fini della medicina
personalizzata, ma anche per studi di
popolazione: nel numero di maggio di
«Nature Genetics» sono pubblicati quattro studi (che erano già stati anticipati il
27 marzo) effettuati dal gruppo DeCode
Genetics, a Reykjavík, sul genoma della
popolazione islandese.
Alcune caratteristiche rendono la popolazione dell’Islanda particolarmente
adatta per studi di genomica: i 322 mila
abitanti discendono da un unico piccolo
gruppo insediatosi sull’isola circa mille
anni fa; non vi sono stati significativi fenomeni di immigrazione; grazie alla tradizionale passione per le genealogie sono disponibili grandi alberi genealogici
che coprono un intero millennio, e in
particolare un ampio database chiamato
Íslendigabók (libro degli islandesi). Tutto
ciò spinse il Parlamento islandese ad approvare, il 17 dicembre 1988, una legge
che autorizzò la raccolta e l’elaborazione
dei dati sanitari e genetici dell’intera popolazione dell’isola con un meccanismo
di consenso presunto: al cittadino non
viene proposto di esprimere il consenso,
ma gli si dà la possibilità di chiedere di
essere escluso. Inoltre, venne attribuito a
una compagnia privata (Íslensk erfðagreining, legata a DeCode Genetics)
l’onere di sostenere i costi di costruzione
dell’infrastruttura, con annesso il diritto
esclusivo di licenza nella raccolta, nel
trattamento, nell’impiego a scopo di profitto dei dati.
Gli studi ora pubblicati si basano sul
sequenziamento completo del genoma di
2636 islandesi e sul confronto con una
sequenza parziale del genoma di altri
104.220 abitanti dell’isola. Ne è derivata
una grande mole di informazioni non
solo sulle caratteristiche genetiche della
popolazione islandese, ma anche, più in
generale, sul genoma umano. Inclusa la
presunta identificazione di un unico antenato dell’attuale specie umana, risalente e 290 mila anni fa.
Consenso, utilità clinica, proprietà dei
dati, eventuale sfruttamento commerciale, utilizzo dei campioni biologici sono
soltanto alcune delle domande su cui ci
si interroga. Ventuno anni fa il «Journal
of Medical Ethics», analizzando il dilagante utilizzo — e spesso abuso — di
screening di vario tipo, si domandava
anche se la “screeningite” fosse una malattia curabile. Oggi l’epidemia pare dilagante.
Il Quirinale aperto al pubblico
di LOUIS GODART
tanti esempi concreti aiuta il lettore a vedere la
differenza tra piacere apparente e gioia
autentica, fra tristezza positiva e negativa, e
propone esercizi per allenarsi a vivere nel modo
più pieno e consapevole possibile due dei doni
più grandi che Dio ha fatto all’uomo: la libertà
e una ragione che non ha paura di misurarsi con
tutto (ma proprio tutto) quello che entra nel
raggio dell’esperienza. «Conosco Fausti da tanti
anni — scrive un lettore in un forum in Rete su
Occasione o tentazione — a casa ho molti dei suoi
testi e ho ascoltato molte lectiones sui Vangeli,
disponibili gratis su internet. Questo testo è da
leggere e rileggere, da custodire gelosamente tra
le cose più care, da regalare agli amici più veri.
Tratta del discernimento, indispensabile per
entrare nella nostra coscienza e avere una vita
spirituale. I chiarimenti, le introduzioni e le
note a margine sono un distillato di saggezza,
frutto sicuramente di anni e anni di riflessioni».
Padre Fausti era nato nel 1940; per molti anni,
dopo aver studiato filosofia e aver conseguito
un dottorato in fenomenologia del linguaggio
nell’università di Münster in Germania, ha
insegnato teologia. Da trent’anni viveva in una
cascina alla periferia di Milano, Villapizzone,
con una comunità di gesuiti dediti al servizio
della Parola, che aveva collaborato a fondare,
inserita in una comunità più ampia di famiglie;
è stato, con grande discrezione, il direttore
spirituale del cardinale Martini. Tra i suoi libri
più noti, la serie «Una comunità legge» sui
Vangeli, una sorta di guida spirituale a partire
dalla lectio divina della Bibbia. «Se la divisione è
morte, la differenza è vita», ripeteva padre
Fausti. «L’omologazione non è unione che
aumenta la vita, ma confusione che la toglie. Un
omogeneizzato di uomo non è più un uomo.
Che rispetto c’è delle differenze e dei diversi
doni nelle comunità e nella Chiesa? Non c’è il
pericolo di ridurre la sposa di Cristo, bella,
senza rughe e senza macchie, a un frullato
disgustoso?». I funerali saranno sabato 27
giugno nella chiesa di San Martino a
Villapizzone. «Non so tu, ma a me interessa
vivere» diceva spesso Fausti al suo interlocutore
con il suo tipico sorriso franco e luminoso. «E si
vive meglio, molto meglio passando da homo
homini lupus a homo homini Deus».
Per volontà del presidente Sergio Mattarella, il Palazzo del Quirinale, sede
dell’auctoritas da quasi mezzo millennio, apre le sue porte al pubblico per 5
giorni a settimana. I cittadini d’Italia
e del mondo potranno scoprire i tesori
conservati nella residenza che ospitò
trenta Pontefici, quattro sovrani ed
è oggi sede della massima magistratura
dello Stato repubblicano. Finora dodici presidenti hanno soggiornato in
Quirinale.
Gli spazi aperti al pubblico sono
doppi rispetto al passato e comprenderanno tutto il Piano nobile, gli Appartamenti napoleonici con lo studio del
capo dello Stato, la Vasella e le meravigliose collezioni di porcellane, il museo delle Carrozze con la galleria dei
finimenti e il gabinetto storico dove
sono conservate preziose bardature offerte ai Savoia da vari sovrani.
Il pianoterra della Palazzina costruita da Mascarino su ordine di Papa
Gregorio XIII nel 1583 è stato destinato
a diversi spazi museali. Cinque sale sono allestite per consentire al pubblico
di ripercorrere i quasi cinque secoli di
vita del Palazzo del Quirinale attraverso i protagonisti della sua storia.
È stato così deciso di allestire una
sala dedicata ai Papi, una sala ai Savoia, una sala dove è ricostituito l’arredamento dello studio di re Vittorio
Emanuele II, una sala consacrata ai
presidenti della Repubblica. A queste
quattro sale è stata aggiunta una sala
che consentirà di visionare documenti
legati alla storia risorgimentale tra cui
il famoso telegramma di Garibaldi al
sovrano con la parola «Obbedisco» e
alcuni volumi di pregio appartenenti
alla biblioteca del Palazzo.
Grazie alla collaborazione fornita
dai Musei Vaticani, dalla Pontificia
Università Gregoriana, dal Museo e
Galleria Borghese, dal museo di Palazzo Corsini e dal comune di Roma, alcuni prestiti di eccezionale valore arric-
Schegge di storia
chiscono l’ambiente consacrato alla
presenza dei Pontefici nel Palazzo di
Montecavallo.
Il dipinto raffigurante Gregorio XIII
Boncompagni di Bartolomeo Passerotti
evoca il Pontefice che volle per primo
trasferirsi durante i mesi estivi sul colle
Quirinale; il busto di Paolo V Borghese, capolavoro di Gianlorenzo Bernini,
rappresenta il Papa che ha segnato più
di qualunque altro, durante il suo pontificato (1605-1621), la storia del Palazzo con le costruzioni dell’ala orientale
e di quella meridionale; il ritratto di
Urbano VIII Barberini di Guido Ubaldo Abbatini, i busti di Alessandro VII
Chigi realizzato da Bernini e quello di
Clemente XII Corsini di Pietro Bracci,
il dipinto della Cappella Paolina di
Tra gli spazi visitabili
tutto il Piano nobile
gli Appartamenti napoleonici
lo studio del capo dello Stato
E il museo delle Carrozze
Agostino Tassi e il grande dipinto di
Maratta raffigurante la Madonna e il
bambino benedicente completano le
opere esposte nella sala.
L’apertura del Palazzo consentirà ai
cittadini di scoprire antiche pagine di
storia del Quirinale cadute nell’oblio
come il «Corridore dei Papi» recentemente riportato alla luce con le mirabili pitture di Annibale Durante, Simone Lagi e Marco Tullio Montagna.
Sisto V, Paolo V e Urbano volevano
utilizzare l’intensa attività edilizia legata al proprio pontificato come potente
la che Plinio il Giovane chiamava
«L’immensa maestà dell’impero romano». La disastrosa campagna di Russia
e la sconfitta a Waterloo impediranno
all’imperatore di raggiungere Roma. Il
quadro di Palagi, i saloni con le immagini dei dodici Cesari e con i grandi
artisti e pensatori d’Italia e di Francia,
il fregio di Bertel Thorvaldsen con
l’ingresso di Alessandro Magno a Babilonia sono le schegge sopravvissute
al naufragio dell’epopea napoleonica
di cui le stanze del Quirinale serbano
gelosamente la memoria.
veicolo di propaganda e autocelebrazione.
Nel «Corridore» aperto per la prima
volta al pubblico, ecco l’immagine di
San Leo, il paese marchigiano arroccato su uno sperone roccioso, che celebrava simbolicamente l’acquisizione
del Ducato di Urbino da parte del
Barberini; Pesaro e Senigallia a loro
volta legate all’acquisizione del Ducato; Ancona altra città
marchigiana che collega il
Ducato acquisito con gli
Stati della Chiesa; Nettuno, piccolo borgo marittimo sulla costa occidentale dello Stato della Chiesa fortificato da Urbano
VIII; la cittadella di Ferrara, un altro dei forti ammodernati dal Papa; la
chiesa di Santa Anastasia;
il forte Urbano di Castelfranco presso Bologna; la
chiesa di San Lorenzo a
Prima Porta con l’arco romano sulla via Flaminia,
primo simbolico approccio a Roma; due vedute
dell’apertura della Porta
Santa in occasione del
giubileo il 24 dicembre
1624; la Galleria delle
Carte Geografiche in Vaticano voluta da Gregorio
XIII ma restaurata da Urbano VIII; l’armeria vaticana costruita dal Papa
nel 1625.
Le sale napoleoniche
consentiranno ai visitatori
di comprendere i grandi
progetti che Napoleone
aveva per il Palazzo del
Quirinale, del quale voleva fare la reggia del suo
Il «Corridore dei Papi» a Palazzo del Quirinale
impero e ripristinare quel-
L’OSSERVATORE ROMANO
pagina 4
lunedì-martedì 1-2 giugno 2015
Nuovi modelli
di valutazione
prevedono studi sequenziali
in cui ciascuna tappa
può essere modificata
sulla base della precedente
Il metodo adattativo nella sperimentazione dei trattamenti
Medicina personalizzata
di CARLO PETRINI
n nuovo modello di sperimentazione, definito “adattativo”, si sta affacciando nei
centri di ricerca più avanzati.
La diffusione è ancora limitata perché sono necessarie competenze
molto specializzate. La Food and Drug
Administration statunitense ha diffuso le
U
Newton Wells, «Young Boy Taking His Medicine» (XX secolo)
prime linee guida per l’esecuzione di studi
adattativi, ma al momento soltanto in forma di bozza. Le potenzialità, però, si rivelano già assai promettenti, soprattutto per
la terapia di malattie rare.
Lo schema classico finora utilizzato per
verificare se un nuovo trattamento sperimentale sia efficace, pur con molte varianti, non è concettualmente diverso da quello
che adottò sir Austin Bradford Hill nel
1947 per valutare l’efficacia della streptomicina contro la tubercolosi. Egli suddivise
un centinaio di pazienti, ricoverati presso
tre ospedali londinesi, in due gruppi. L’assegnazione ai gruppi avvenne in modo casuale, mediante buste sigillate nelle quali
era indicata la terapia da somministrare. I
pazienti di un gruppo ricevettero streptomicina, mentre gli altri pazienti ricevettero
trattamenti ordinari già in uso. La valutazione delle lastre al torace, per verificare se
le persone fossero guarite, fu effettuata da
due radiologi ignari del trattamento ricevuto dal paziente e del giudizio dato dal collega. I risultati dello studio furono pubblicati il 30 ottobre 1948 nel prestigioso «British Medical Journal».
Da allora, il modello classico della sperimentazione, per valutare se un nuovo trattamento sperimentale sia efficace, percorre
un binario: si coinvolge un numero statisticamente adeguato di pazienti, si misura un
indicatore di efficacia in gruppi di pazienti
che ricevono trattamenti diversi, si analizzano i dati raccolti confrontando i gruppi.
La maggior parte dei farmaci che, nel secolo scorso, hanno contribuito a un aumento
delle aspettative di vita quale mai si era
prima realizzato, sono stati messi a punto
seguendo tale binario.
Le nuove sperimentazioni adattative prevedono un percorso non più su un unico
binario: una serie di scambi permette di
modificare il tragitto lungo il percorso.
Semplificando con non poche approssimazioni, si può dire che sono adattative le
sperimentazioni in cui si utilizzano i dati
accumulati durante lo studio per modificare alcune caratteristiche dello schema dello
studio stesso, In altre parole, le sperimentazioni adattative sono studi sequenziali in
cui ciascuna tappa può essere modificata
sulla base della tappa precedente.
A seconda del tipo di studio gli adattamenti possono essere, per esempio: interruzioni precoci dello studio, aumenti o diminuzioni della numerosità del campione, variazioni nella dose di farmaco somministrato, modifica dei criteri con cui i pazienti
vengono selezionati per essere ammessi allo studio. Gli adattamenti devono essere il
più possibile previsti in anticipo. Dietro
questi concetti, apparentemente semplici,
vi sono, in realtà, elaborazioni molto complesse. Ovviamente gli adattamenti non
devono compromettere la validità e il valo-
Messa di Morricone
In croce
«È una croce che suona,
non mi risulta che
esistano precedenti: i due
corni con due melopee
diverse, poi la tromba che
fa un suono sommesso,
leggero, e la verticalità
dell’orchestra. Alla fine
prende forma la croce e si
creano dodici suoni
diversi, come i multipli di
tre. Ho scritto pensando
alla Trinità». È quanto
rivela Ennio Morricone in
una intervista concessa a
Valerio Cappelli sul
numero del 31 maggio
della «Lettura», l’inserto
del «Corriere della sera».
Il 10 giugno, nella Chiesa
del Gesù a Roma,
continua l’articolo,
«Morricone dirigerà in
prima mondiale la Missa
Papae Francisci. È
l’omaggio a Papa
Francesco di un laico che
ha avuto un’educazione
cattolica, che non va a
messa, che da giovane
stringeva il rosario per i
morti della guerra; è
l’omaggio ai duecento
anni dalla ricostituzione
dell’ordine dei gesuiti,
quello di Francesco, con
un lieve ritardo —
l’anniversario cadeva lo
scorso anno — dovuto a
un problema di salute di
Ennio: tutto superato.
Ma la dedica comprende
anche la compagna di
una vita, Maria, la moglie
del grande compositore».
re dello studio. Per validità si intende la
solidità metodologica e, in particolare, il
fatto che l’inferenza statistica sia corretta e
che sia preservata la coerenza tra le differenti tappe dello studio. Il valore implica
che i risultati siano considerati accettabili
dalla comunità scientifica e utili per l’avanzamento delle conoscenze.
Molte componenti
non sono prevedibili a priori
E questo rende più difficile
per i comitati etici
esprimere ex ante un parere rigoroso
Il modello adattativo può offrire vantaggi sia per il paziente, sia per il ricercatore.
Per esempio, se ci si accorge che alcuni tra
i pazienti, ai quali viene somministrata una
nuova terapia sperimentale, non ricavano
alcun beneficio dal trattamento, è inutile —
anzi, eticamente inaccettabile — proseguire
quel tipo di trattamento. Ciò può accadere, per esempio, in alcune malattie oncologiche, dove uno stesso farmaco è efficace
per alcuni pazienti, ma non per altri. Con
il modello adattativo, quindi, si possono
sviluppare terapie specifiche per piccoli
gruppi di pazienti, a differenza di molti
dei farmaci finora sviluppati, che hanno un
ampio spettro di azione e possono essere
utilizzati su popolazioni eterogenee. Gli
studi adattativi, pertanto, possono essere
considerati uno dei modi con cui la medicina moderna tende a una sempre maggiore personalizzazione.
Tutto ciò merita attenzione per le potenzialità cliniche, ma anche perché ha, sotto
il profilo dell’etica, implicazioni rilevanti,
che è opportuno siano note ai cittadini.
Due tra tali implicazioni possono essere
particolarmente interessanti per i pazienti
e, più in generale, per i cittadini.
La prima è espressa, per esempio, nella
rubrica “punto di vista” del «Journal of
the American Medical Association»: Rieke
Van der Graaf, insieme ad altri esperti, fa
notare che negli studi adattativi «i pazienti
che entrano più tardi nella sperimentazione probabilmente avranno un beneficio
maggiore».
In realtà ciò è insito in qualsiasi progresso della scienza medica: i pazienti successivi beneficiano sempre delle conoscenze ottenute trattando pazienti precedenti. Tuttavia, il problema è più acuto nel caso degli
studi adattativi, perché i pazienti che partecipano alle prime fasi potrebbero non essere sufficientemente consapevoli del fatto
che i pazienti che partecipano alle fasi successive potrebbero essere avvantaggiati.
Questo aspetto è collegato anche al problema, più generale, della validità del consenso informato: poiché negli studi adattativi non tutto è rigidamente programmato
a priori, vi è il rischio che si chieda ai pazienti di esprimere un consenso vago e generico.
Una seconda implicazione riguarda i comitati etici, che hanno la responsabilità di
autorizzare le sperimentazioni. Per la valutazione degli studi classici, pur essendo
sempre possibili imprevisti, i comitati etici
dispongono di precise informazioni sull’intera pianificazione degli studi. Per gli studi
adattativi, invece, molte componenti dello
studio non sono prevedibili a priori. È
quindi più difficile, per i comitati etici,
esprimere a priori un parere rigoroso.
La nuova «Oasis»
di MARIA LAURA CONTE
Un dialogo aperto con l’islam
Venezia, giugno 2004: al primo incontro del comitato scientifico internazionale di «Oasis» sono presenti il
vescovo di Tunisi, Maroun Elias Nimeh Lahham, l’arcivescovo greco- libri e gli account sui social network;
melchita di Aleppo, Jean-Clément l’orizzonte della ricerca si è allargato
Jeanbart, il vescovo di Islamabad, fino a scegliere come sottotitolo «criAnthony Lobo, per citare solo alcuni stiani e musulmani nel mondo globadei numerosi ospiti giunti da Oriente le», a rimarcare la loro rilevanza cule Occidente per rispondere a un in- turale reciproca.
Ma ancora non basta: le circostanvito. Lavoriamo insieme per produrre
una rivista plurilingue che possa es- ze storiche attuali, incalzanti, se da
sere strumento di supporto culturale un lato confermano l’intuizione oriper le comunità dei cristiani che vi- ginaria, dall’altro chiedono un passo
vono in Paesi a maggioranza musul- in più. Lo spiegano drammaticamenmana. Un invito a rispondere a una te le vicende che hanno segnato alcudomanda concreta, espressa dai pa- ni dei presenti a Venezia in
triarchi e vescovi delle Chiese orientali, non esercizio intellettuale astratto. «Quale
soggetto e strumento espressivo — rilevò il cardinale Angelo Scola in quella circostanza — “O asis” può in
qualche modo favorire la nascita di un soggetto comunionale (...) e aiutarci ad affrontare il fenomeno “musulmano”. Nello stesso tempo,
tale strumento potrà educare
i battezzati che vivono in
Paesi tradizionalmente cristiani a incontrare i musulmani e gli uomini delle altre
religioni che, ormai numerosi, vivono in Europa e nelle
Americhe».
Giugno 2015: «Oasis» ha
sede a Venezia e Milano, la
rete del comitato scientifico
si è ampliata e può contare
sulla presenza di alcuni intellettuali musulmani accanto a personalità ecclesiastiche e del mondo accademico. Alla rivista si è affiancata
Devastazioni nella città siriana di Aleppo
una newsletter, una serie di
quell’estate di oltre dieci anni fa e
dei loro Paesi: il Pakistan non riesce
a uscire dalla spirale di odio che colpisce le minoranze non musulmane,
la Tunisia di oggi ha poco in comune con quella di allora, essendosi
aperta alla democrazia, mentre in Siria e Iraq i confini sono saltati per
l’azione di Is. L’Aleppo di Jeanbart è
oggi un campo di macerie di una
guerra senza tregua. E sull’altro versante, quello occidentale, è evidente
come le nostre società, sempre più
plurali e “meticce”, sono attraversate
da tensioni che chiedono di essere
sciolte.
Sollecitata da tutti questi dati,
«Oasis» ha deciso di rinnovare forma e contenuto, che sempre si intrecciano: la rivista punta con più decisione su un tema monografico per
offrire una maggiore unitarietà nella
lettura dei processi storici in atto; indirizza la ricerca comune verso l’elaborazione di un giudizio culturale
più esplicito, osando una lettura sintetica; infine accentua il metodo scelto all’origine di parlare “con” i musulmani e non solo “di” loro, che si è
dimostrato negli anni molto fecondo.
Le nuove scelte si documentano
nel primo numero della nuova edizione (n. 21) che prende in esame la
crisi che investe l’islam e tutte le
realtà che ne sono a contatto. Europa
e Occidente compresi. Il titolo, Islam
al crocevia. Tradizione, riforma, jihad,
viene ben illuminato dall’espressione
emblematica di uno degli autori di
questo numero, Hamadi Redissi, che
osserva: «Tutti parlano in nome
dell’islam, ma non dello stesso islam;
ognuno lo reinventa nel presente».
Da semestrale la rivista può permettersi di accogliere le domande sollevate dalla cronaca, di non schiacciarsi sul presentismo e guardare indietro, alla storia degli ultimi secoli: come l’islam ha avviato una riforma
che, rileggendo la tradizione, l’ha
ammodernata ma anche ideologizzata, ponendo i germi del jihadismo
che oggi si manifesta in uno spaven-
Il 4 giugno
Dopo venti numeri e dieci anni
di vita, la rivista plurilingue
semestrale «Oasis» esce il 4
giugno con copertina, formato
e grafica rinnovati e con un
nuovo editore, Marsilio. Il
nuovo numero sarà presentato
il 5 giugno a Milano
dall’arcivescovo della città, il
cardinale Angelo Scola, che è
anche presidente di «Oasis»,
dal direttore del «Corriere della
Sera» Luciano Fontana, dal
direttore di «Avvenire» Marco
Tarquinio, da Roberto Rho,
caporedattore della
«Repubblica» di Milano, e da
Shahrazad Houshmand,
docente di islamologia alla
Pontificia università
Gregoriana. In questa pagina il
direttore editoriale e della
comunicazione della
Fondazione Oasis riassume per
L’Osservatore Romano le
ragioni dell’operazione.
toso nichilismo. E come ora, nello
sforzo obbligato di rispondere all’incontro con la modernità, questo molteplice islam sia arrivato a un bivio
decisivo, al centro del quale sta la
questione “violenza”.
Nella prima parte della rivista, “Temi”, una sequenza di articoli sviluppa
da angolature diverse il titolo di copertina, con una più spiccata unitarietà rispetto al passato, tracciata da un
breve editoriale in apertura di Martino Diez. Tra gli autori di questo numero di «Oasis» gli egiziani Sherif
Younis e Wael Farouq, l’indiana Aminah Mohammad-Arif, l’iraniana Forough Jahanbakhsh, il marocchino
Hassan Rachik, l’americano David
Cook e il curdo Hamit Bozarslan. Segue la sezione “Classici”, del pensiero
islamico e cristiano: estratti di al-Jâhiz
e al-Ghazâlî, sul tema del dubbio come metodo utile, anche se non sufficiente, per raggiungere la certezza, e
del grande islamologo Louis Gardet,
che riflette sull’atto di fede nell’islam.
Il foto-reportage da Erbil, racconto di
viaggio e di incontri personali, offre
un’ulteriore prospettiva sul tema guida del numero, mettendo a fuoco il
volto delle vittime della deriva violenta dell’islam jihadista, in particolare i
cristiani dell’Iraq. Infine chiude la rivista una rassegna di recensioni di libri e film offerte ai lettori che desiderano approfondire ulteriormente i temi offerti con nuove analisi e
argomentazioni.
La scelta del nuovo formato, più
amico del digitale, ha ricevuto ulteriore impulso da un altro fattore: la
volontà di favorire una diffusione più
capillare nei Paesi del mondo musulmano, in Medio Oriente, Africa e in
Asia, dove la versione su carta arriva
con maggior fatica, e allargare così la
rete di persone con cui attuare uno
scambio effettivo.
L’OSSERVATORE ROMANO
giovedì 21 maggio 2015
pagina 5
Papi
inesistenti
di CARLO PETRINI
e frodi nelle pubblicazioni scientifiche e
l’integrità nella ricerca
sono oggetto di crescente attenzione da parte non soltanto degli ambienti scientifici direttamente coinvolti, ma anche del pubblico. Il fenomeno delle frodi nelle pubblicazioni scientifiche occupa spazi crescenti nella stampa ed è stato recentemente oggetto di una raccolta di articoli pubblicati su «Le Monde».
Molte sono le modalità con cui si
realizzano frodi, e in particolare: plagio, duplicazione di articoli già pubblicati, falsificazione nella paternità delle
pubblicazioni (con esclusioni o introduzioni indebite di autori), falsificazione parziale o completa dei dati e dei risultati della ricerca. Quest’ultima modalità è particolarmente grave.
Ogni anno centinaia di articoli scientifici vengono ritrattati, cioè giudicati
non veritieri, dopo la pubblicazione.
Le ritrattazioni sono frequenti anche
nelle riviste scientifiche più prestigiose
e nelle quali il controllo della qualità
degli articoli proposti per la pubblicazione è (o pare essere) più rigoroso.
Secondo dati (non falsificati!) pubblicati nella rivista «PLoS One», il
14,12 per cento dei ricercatori reputa
che i colleghi abbiano falsificato dati (e
il numero sale al 72 per cento se si considerano scorrettezze minori), ma sol-
L
Audrey Hepburn di fronte alla Bocca della verità
in «Vacanze romane» (1953)
tanto l’1,8 per cento ammette di aver
falsificato dati.
«Le Monde» cita vari casi recenti,
ma il fenomeno delle falsificazioni non
è nuovo nella storia della scienza. Non
pochi casi hanno scosso per anni intere
discipline. Si pensi, per esempio, al caso di Charles Dawson, che nel 1912 sostenne di aver trovato a Piltdown i resti
dell’“anello mancante” tra la scimmia e
l’uomo. L’Eoanthropus dawsoni (dal no-
Le frodi nelle pubblicazioni scientifiche
Se la competizione fra scienziati
genera bufale
non ha resistito alla vergogna e si è suicidato.
Oltre le vere e proprie falsificazioni,
sono possibili “ritocchi” per far propendere i dati verso ciò che l’autore
vuole dimostrare. Anche questo non è
un fenomeno nuovo. Nel 1993 James L.
Mills pubblicò nel «New England
Journal of Medicine» un gustoso articolo intitolato Data torturing.
Complice nella “tortura” dei
dati, mediante aggiustamenti
Ogni anno centinaia di articoli
per allinearli a ciò che il ricercatore intende dimostrare,
vengono ritrattati cioè giudicati
è la statistica. Nel 1954 lo
non veritieri dopo la pubblicazione
scrittore
freelance
Darell
Huff pubblicò l’agile libretto
E le ritrattazioni sono frequenti
How to lie with statistics, poi
anche nelle riviste più prestigiose
tradotto in varie lingue (nel
2003 anche in cinese) e tuttora diffuso. L’edizione inglese
ta continua. Uno dei motivi di ciò è la è stata venduta in oltre mezzo milione
sempre più accesa competizione tra di copie. Anche la comunicazione
scienziati. Le più clamorose falsificazio- scientifica può contribuire alle distorsioni. Ne tratta, per esempio, Tom Jefni hanno avuto esiti tra loro diversi.
Il 17 giugno 2005 Woo Suk Hwang, ferson in un divertente libretto intitolascienziato sudcoreano già acclamato to Attenti alle bufale. Con toni sarcasticome eroe nazionale per suoi preceden- ci, l’autore dà consigli pragmatici ai riti studi, pubblicò in «Science» uno cercatori e ai comunicatori, come, ad
studio con la descrizione della clona- esempio: «esagera il problema», «non
zione di blastocisti umane per ricavar- mettere, ometti», «fai star bene i tuoi
ne cellule staminali.
complici», «pubblicizza la ricerca “giuA parte la violazione di principi di sta”».
etica basilari, lo studio, potenzialmente
Molte istituzioni scientifiche hanno
dirompente per i possibili sviluppi, fu già da tempo reagito al fenomeno delle
presto smascherato: i risultati di nove frodi scientifiche. Il dossier di «Le
delle undici linee cellulari utilizzate Monde» riferisce alcune iniziative in
erano falsi e anche nelle restanti due Francia, ma anche in altre nazioni si
non vi era alcuna clonazione. Hwang si sono prese iniziative, per esempio medimise dai suoi incarichi, ma tuttora è diante la creazione di apposite strutture
coinvolto in controverse ricerche. Per per il controllo del fenomeno.
esempio, collabora con Shoukhrat MiNegli Stati Uniti, per esempio, nel
talipov, uno scienziato russo che da 1992 fu istituito l’Office of Research
tempo opera alla Oregon Health and Integrity. Dieci anni dopo il National
Science University e che è ora impe- Research Council e l’Institute of Medignato in sperimentazioni di “sostituzio- cine adottarono il rapporto «Integrity
ne mitocondriale”, cioè per la creazione in scientific research: creating an envidi embrioni con il Dna di tre “geni- ronment that promotes responsible
tori”.
conduct», che resta tuttora un’opera di
Altri casi hanno avuto ben altra evo- riferimento. Il rapporto statunitense
luzione. Si è dimostrato che l’“acquisi- contiene indicazioni operative sia per i
zione di pluripotenza per stimolazione” singoli scienziati, sia per le istituzioni.
(Stap), presentata dalla rampante ricer- Nell’Unione europea decine di istitucatrice giapponese Haruko Obokata zioni (tra cui varie italiane) hanno
come un’innovativa tecnica per produr- adottato il Codice europeo per l’intere cellule staminali pluripotenti era fal- grità nella ricerca elaborato nel 2011
sa. La rivista «Nature» che il 30 gen- dalla federazione All European Acadenaio 2014 aveva pubblicato la ricerca, mies (Allea) e dall’European Science
ha ritirato l’articolo. Yoshiki Sasai, un Foundation (Esf). Tutti i documenti
noto scienziato coautore della ricerca, sull’integrità nella ricerca sono concorme dello “scopritore”) segnò gli sviluppi della paleoantropologia fino a quando, nel 1953, si scoprì che i resti erano
una contraffazione, ottenuta combinando l’osso mandibolare di un orango
con frammenti di cranio di un uomo
moderno.
In anni recenti, tuttavia, il fenomeno
delle falsificazioni ha avuto una cresci-
Ritratto di Shakespeare in vita
È o non è?
È lui o non è lui? Questo è il problema riguardo
al presunto volto di Shakespeare contenuto in
un libro di botanica di 400 anni fa: potrebbe
essere l’unico ritratto del cigno di Stratfordupon-Avon realizzato quando era in vita. La
scoperta è stata fatta dallo storico Mark Griffiths
mentre stava lavorando alla biografia di John
Gerard, uno dei pionieri della botanica,
contemporaneo di Shakespeare. Il volume fu
pubblicato nel 1598, quando l’autore di Amleto
aveva 34 anni. Mark Hedges, direttore della
rivista Country Life che pubblica il ritratto, ha
affermato che si potrebbe trattare della «scoperta
letteraria del secolo». (gabriele nicolò)
di nell’affermare doveri di onestà, correttezza, obiettività, imparzialità, responsabilità.
Dal 31 maggio al 3 giugno 2015 tali
temi saranno oggetto della quarta conferenza mondiale sull’integrità nella ricerca, che si svolgerà a Rio de Janeiro.
La seconda edizione si concluse il 24
luglio 2010 con l’adozione della Dichiarazione di Singapore sull’integrità
nella ricerca. Nella Dichiarazione si
enunciano quattro principi — onestà in
ogni aspetto della ricerca, responsabilità nella conduzione della ricerca, cortesia professionale ed equità nel lavorare
con altri, buona gestione della ricerca
nell’interesse di terzi — e quattordici
raccomandazioni.
Se si assiste a un incremento sia del
numero di frodi scientifiche, sia delle
iniziative per contrastarle, non si deve
dimenticare che, come si evince anche
dai fatti descritti da «Le Monde», i
due fenomeni sono correlati in molti
modi: l’aumento nel numero di articoli
scientifici ritrattati dipende anche dal
miglioramento negli strumenti per
identificare le frodi.
Occorre considerare anche che il
problema delle frodi scientifiche è stato, negli ultimi anni, alimentato anche
dal proliferare di riviste open access, il
cui contenuto è accessibile online senza
abbonamento: infatti, non paga l’utente, bensì l’autore. Vi sono autorevoli e
rigorose riviste open access, ma molti
editori improvvisati pubblicano riviste
open access finalizzate soltanto al profitto. Il 4 ottobre 2013 John Bohannon,
Dal 31 maggio al 3 giugno
si svolgerà a Rio de Janeiro
la quarta conferenza mondiale
dedicata all’integrità
e alla responsabilità nella ricerca
biologo e giornalista scientifico, descrisse nella prestigiosa rivista «Science» una sua esperienza. Firmandosi
con l’improbabile nome di Ocarrafoo
Cobange, e dichiarando di lavorare
presso il Wassee Institute of Medicine
(in realtà inesistente) ad Asmara,
Bohannon aveva inviato a 304 riviste
open access un articolo con dati inventati, carenze metodologiche ed errori linguistici (creati volontariamente traducendo il testo, con Google, dall’inglese
al francese e poi nuovamente all’inglese). Ebbene: 157 riviste accettarono l’articolo.
Il problema della corsa a pubblicare,
nella quale tutti i ricercatori si affannano, è alimentato anche dalla “tirannia
dell’impact factor. L’impact factor è un
parametro con cui si misura la qualità
delle pubblicazioni scientifiche. È utilizzato per valutare il curriculum (e determinare gli avanzamenti di carriera)
dei ricercatori. La sua validità è, non a
torto, oggetto di critiche.
Il 29 luglio 2008 su «Genome Biology» fu pubblicato un divertente editoriale in cui si propone di misurare l’impact factor di Dio. Ebbene, il risultato è
zero: infatti, Dio ha pubblicato un libro (anzi, una raccolta di libri) anziché
un articolo, ha utilizzato una lingua diversa dall’inglese, non ha avuto peer-review e, soprattutto, l’esperimento non è
ripetibile.
Pubblichiamo quasi integralmente, in una nostra traduzione, un articolo uscito su «Abc» del 18 maggio scorso.
«La difesa del capitalismo fa parte del nucleo della dottrina sociale della Chiesa?» si chiede provocatoriamente lo
scrittore spagnolo, premio Planeta 1997, commentando alcuni recenti attacchi a Papa Francesco. In realtà, continua Prada, da settori neocon e filo-liberali si cerca di far
passare tra i cattolici più distratti la convinzione che le dichiarazioni di Bergoglio su questioni sociali ed economiche
sostengano tesi marxiste, diffondendo anche in questo modo un’immagine falsa del Pontefice.
di JUAN MANUEL
DE
PRADA
u capitalismo e dottrina sociale della Chiesa
Francesco non ha detto nulla che sfidi il
magistero dei suoi predecessori. Nella Rerum novarum Leone XIII già denunciava le
ingiustizie della società capitalista, in cui
«un piccolissimo numero di straricchi ha imposto
all’infinita moltitudine dei proletari un gioco poco
meno che servile». In modo ancora più incisivo, Pio
XI affermava nella Divini redemptoris che il liberalismo
S
Lo scrittore spagnolo
ha aperto la strada al comunismo, poiché l’«economia
liberale» ha lasciato i lavoratori nel più grande «abbandono religioso e morale»; e nella Quadragesimo anno denunciava la concentrazione del denaro in poche
mani e l’emergere di un «imperialismo internazionale
del denaro», propiziato da una «supremazia economica» fondata sulla «bramosia di lucro», e sulla «sfrenata cupidigia del predominio». In modo analogo si
pronunciarono Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI.
I settori neocon e liberaloidi, ignari di dottrina sociale cattolica, pretendono d’ingannare i cattolici distratti contrapponendo a Francesco la figura di Giovanni Paolo II, che presentano indecorosamente come
un paladino del capitalismo. Ma nel magistero di
Giovanni Paolo II troviamo una riflessione molto profonda sulla dignità del lavoro (Laborem exercens),
un’invettiva contro le strutture di peccato su cui poggia un ordine economico assetato di potere e di denaro (Sollicitudo rei socialis), e un avvertimento clamoroso sui pericoli di un capitalismo senza freni (Centesimus annus).
In questa ultima enciclica, Giovanni Paolo II denunciava l’emarginazione dei lavoratori, che in alcuni
casi diventava uno «sfruttamento inumano», dovuto
alle «carenze umane del capitalismo». Giovanni Paolo
II inoltre asseriva qui che è «inaccettabile l’affermazione che la sconfitta del cosiddetto “socialismo reale” lasci il capitalismo come unico modello di organizzazione economica», e arrivava a utilizzare il concetto marxista di “alienazione” — pur dandogli un significato
molto diverso — per riferirsi alla situazione che si genera quando l’economia si organizza «in modo tale da
massimizzare soltanto i suoi frutti e proventi e non ci
si preoccupa che il lavoratore, (…) si realizzi (…) come uomo».
Per concludere affermando che un capitalismo «in
cui la libertà nel settore dell’economia non è inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al
servizio della libertà umana integrale» (ossia un capitalismo come quello che subiamo) non si può considerare un’«economia libera». E ricordava che la Chiesa
deve mostrare sempre una «opzione preferenziale per
i poveri».
È quello che, in campo sociale ed economico, sta
facendo Francesco. Alle tre o quattro lettrici che ancora ci sopportano consigliamo di non lasciarsi abbindolare dal canto delle sirene che cerca di contrapporre
un inesistente Francesco “marxista” a un inesistente
Giovanni Paolo II “paladino del capitalismo”.
Tiratura
09/2014:
Diffusione: n.d.
Lettori: n.d.
60.000
Dati rilevati dagli Enti certificatori o autocertificati
07-MAG-2015
Dir. Resp.: Giovanni Maria Vian
da pag. 4
Tiratura
09/2014:
Diffusione: n.d.
Lettori: n.d.
60.000
Dati rilevati dagli Enti certificatori o autocertificati
22-APR-2015
Dir. Resp.: Giovanni Maria Vian
da pag. 5
Tiratura
09/2014:
Diffusione: n.d.
Lettori: n.d.
60.000
Dati rilevati dagli Enti certificatori o autocertificati
22-APR-2015
Dir. Resp.: Giovanni Maria Vian
da pag. 5
Tiratura
09/2014:
Diffusione: n.d.
Lettori: n.d.
60.000
Dati rilevati dagli Enti certificatori o autocertificati
10-APR-2015
Dir. Resp.: Giovanni Maria Vian
da pag. 4
Tiratura
09/2014:
Diffusione: n.d.
Lettori: n.d.
60.000
Dati rilevati dagli Enti certificatori o autocertificati
04-MAR-2015
Dir. Resp.: Giovanni Maria Vian
da pag. 5
Tiratura
09/2014:
Diffusione: n.d.
Lettori: n.d.
60.000
Dati rilevati dagli Enti certificatori o autocertificati
04-MAR-2015
Dir. Resp.: Giovanni Maria Vian
da pag. 5
Tiratura
09/2014:
Diffusione: n.d.
Lettori: n.d.
60.000
Dati rilevati dagli Enti certificatori o autocertificati
19-FEB-2015
Dir. Resp.: Giovanni Maria Vian
da pag. 4
Tiratura
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L’OSSERVATORE ROMANO
pagina 4
giovedì 27 novembre 2014
La delicata gestione delle priorità nel trattare i pazienti
Giusto
equilibrio
di ATTILIO NICORA
L
di CARLO PETRINI
olto spesso la cura
di malati — in presenza di una quantità definita di operatori sanitari, medicinali e posti di cura — non può
essere rivolta a tutti, e soprattutto
non nello stesso momento: si impone, quindi, una scelta, che prende
oggi il nome di triage e che è
un’operazione ovviamente molto discussa.
Il termine triage deriva dal verbo
francese trier, in uso dal XIV secolo
con il significato di classificare o selezionare. La parola ebbe successo
soprattutto in ambito militare: in
questo contesto, l’origine del significato è attribuita al barone Dominique Jean Larrey, capo-chirurgo
nell’esercito di Napoleone, che codificò uno dei primi sistemi di classificazione dei feriti sulla base della
loro gravità (anziché della nazionalità, come in uso precedentemente).
Una procedura di classificazione
più formale in ambito militare fu
definita dal chirurgo russo Nukolai
Pirogov durante la guerra di Crimea: i soldati feriti venivano suddivisi in base a quattro livelli di gravità.
Negli ultimi decenni il termine
triage si è esteso ampiamente dal
contesto militare a vari ambiti della
medicina per indicare sistemi di
classificazione dei pazienti in base
all’urgenza, specialmente nei dipartimenti di emergenza e nel pronto
soccorso.
Ma i criteri della classificazione,
e il fatto stesso di farla, possono es-
o spunto del discorso
dell’arcivescovo Montini del 12 settembre
1958,
in
occasione
dell’inaugurazione della grande statua dorata della Madonna sopra l’Alpe Motta di
Campodolcino, è certamente interessante, anche nell’attuale contesto storico e culturale europeo.
L’idea era venuta pensando al
fatto che nell’area dell’Alpe Motta, in sostanza nel cuore delle alpi centrali, esistono le sorgenti
dei grandi fiumi che attraversano
l’Europa: il Reno, il Danubio, il
Rodano, i tre grandi fiumi che
hanno anche largamente segnato
la storia del continente.
Lì si pensò di collocare una
statua della Madonna, sotto il titolo di Nostra Signora d’Europa.
L’arcivescovo Montini non solo
s’impegnò a presenziare all’inaugurazione, ma addirittura mandò
un messaggio a don Luigi Re, il
grande patrono dell’iniziativa. Il
messaggio [che pubblichiamo in
questa stessa pagina] è più breve
del discorso che poi fece, ma
ugualmente interessante perché in
un certo modo ne è la sintesi anticipata. Si tratta di una pagina
singolarmente intensa, certamente
segnata da qualche dimensione
retorica, però carica di una grande e lirica passione.
Dopo averlo annunciato, il 12
settembre l’arcivescovo salì effettivamente all’Alpe Motta e vi tenne un discorso più impegnativo,
di cui mi limito a ricordare i tratti fondamentali.
Montini spiega perché si è saliti in alto: afferma che da lì,
dall’alto, dal centro delle alpi, si
possono avere tre visioni che si
dispongono su diversi piani: una
“visione geografica” dei monti e
delle valli, che nella prassi più
consueta sono diventati purtroppo elementi di divisione, così che
un popolo sta da una parte e uno
dall’altra delle montagne, e i fiumi, talvolta, fan da confine invece
M
conosce infatti che il medico possa
far correre un rischio al paziente
che ha in cura per il maggior bene
di altri.
Nel secondo caso, la scelta è decisa collegialmente, non in condizioni di emergenza. In un molto
noto articolo pubblicato in «The
Lancet» un gruppo di autorevoli
bioeticisti individuò, tra i possibili
approcci all’etica dell’allocazione
delle risorse, quattro modelli principali: trattare le persone egualmente;
favorire chi è nelle condizioni peggiori; massimizzare il beneficio
complessivo; privilegiare l’utilità sociale.
Secondo gli autori,
La sfida consiste nel tutelare insieme
ciascun modello ha alcune caratteristiche pola salute di tutti
sitive, ma nessuno è
e il diritto di ogni persona
pienamente soddisfacente. Pertanto, gli aualle cure basilari
tori proposero un moOttimizzando le risorse
dello alternativo, che
essi definirono Complete lives system e che
sere soggetti a critica: già nel «Ti- prevede cinque elementi: priorità ai
me» dell’11 novembre 1974, si legge- giovani; prognosi (in termini di anva che triage è un «concetto ni di vita); massimizzazione del nucrudele che insegna che, quando le mero di vite salvate; lotteria (cioè
risorse sono scarse, bisogna allocar- un criterio casuale); valore strumenle dove producono la maggiore uti- tale (cioè privilegiare coloro che, in
lità». Il triage è quindi esplicita- un tempo successivo, possono promente associato a un approccio uti- durre la maggiore utilità sociale).
litarista.
In sanità pubblica il ricorso a moTuttavia, il triage non è solo que- delli quali quello ora citato, o ad alsto, ma ha caratteristiche diverse a tri analoghi, è frequente. Essi sono
seconda delle circostanze. Per esem- in genere accomunati da un approcpio, è assai diverso il triage che at- cio pragmatico. Sotto il profilo opetua un singolo medico che debba
rativo, tali modelli possono essere
attribuire le priorità tra un gruppo
validi. Sotto il profilo teorico, essi
di pazienti in condizioni di emertendono a focalizzare l’attenzione
genza e il triage applicato da istituzioni o commissioni nella scelta non sulla singola persona, bensì suldelle priorità per l’allocazione delle la collettività, privilegiando l’utilità e
l’efficienza.
risorse.
La sfida è quindi, come già osNel primo caso, il triage determina
una
violazione
dell’etica servavano nel 1995 i vescovi cattolici
ippocratica. Secondo l’etica ippo- statunitensi riuniti nella Conferenza
cratica, infatti, il fatto che ci sia un episcopale, trovare il giusto equilipaziente in più gravi condizioni brio che consenta, nell’allocazione
non autorizza il medico ad delle risorse, «sia di promuovere
abbandonare il paziente, meno gra- l’equità delle cure — cioè, assicurare
ve, che sta curando. Tuttavia, è as- che il diritto di ogni persona alle
sai difficile, o forse impossibile, ap- cure basilari venga rispettato — sia
plicare un’etica strettamente ippo- di promuovere la salute di tutti nelcratica. L’etica medica moderna ri- la comunità».
Il primo stimolo
al cammino verso l’Unione europea
partiva dall’esigenza della pace
E dalla speranza
di un progresso aperto a tutti
che da via di comunicazione; una
“visione storica”, che in qualche
modo aggrava la prospettiva perché la storia europea, considerata
da lì quasi come in una sintesi
unitaria, mostra, soprattutto nei
secoli più recenti, divisioni drammatiche, guerre senza fine, sino
alle immani stragi della prima e
della seconda guerra mondiale;
da queste prime due visioni,
emerge un anelito e un bisogno
di pace che invitano ad aprirsi a
una “visione politica”, la visione
dell’unità del continente.
Montini non entra più di tanto
nel disegno istituzionale, non cita
il trattato di Roma siglato poco
più di un anno prima (marzo
1957), si mantiene a livello molto
alto. Però è interessante la sua visione politica dell’unità dell’Europa: questa unità è a suo giudizio
l’unica vera garanzia della pace. E
in questo riprende il pensiero di
Schuman e le motivazioni dei padri fondatori. Il primo stimolo al
cammino verso una meta, che poi
diventerà l’Unione europea, parti-
Era il 12 settembre 1958
In alto per vedere
l’Europa unita
va proprio dall’esigenza della pace
dopo le tragedie delle guerre. Si
accomunava a questo la speranza
di un progresso aperto a tutti e
meglio condiviso nel continente.
Si alimentava anche del timore del
“grande avversario”, il comunismo
sovietico, e del bisogno di difesa
delle libertà democratiche.
Montini sottolinea soprattutto
la garanzia della pace, sulla quale
mi permetto di citare un passaggio particolarmente interessante
del discorso del 12 settembre: «E
guardate bene e vedete che questa unione che sta delineandosi e
che oscilla, a stagione a stagione,
fra una conclusione che sembra
felice e una delusione che sembra
mortale, è una unione fragile e
precaria, piuttosto prodotta da
forze estrinseche che la vogliono,
che non palpitante di interiore vitalità propria ed autonoma. I
componenti di questa unità non
vogliono cedere nulla della loro
sovranità e quindi andiamo verso
una pace che può essere equivoca, fragile e precaria, ma il giorno
che una circolazione di pensiero,
di sangue e di amicizia, di una
cultura comune, fonderà i diversi
popoli che compongono questa
Europa ancora così mal
compaginata, una unità
spirituale sarà fatta. Abbiamo
bisogno
che
un’anima unica componga l’Europa, perché davvero la
sua unità sia
forte, sia coe-
Adesso siamo nella fase della
delusione che sembra “mortale”.
Però non è detto che questa sia
l’ultima parola sulle potenzialità
dell’Unione europea. Essa è infatti un’unione assai singolare, non
paragonabile a nessuno schema
giuridico; ed è caratterizzata sempre da un elemento di assoluta
importanza: la libertà di adesione. Costituisce uno dei casi rari
nella storia in cui una unità politica — perché l’Unione europea
ormai è anche un’unità politica,
seppur limitata e parziale nelle
sue competenze — avviene non
per eventi violenti o fortuiti, ma
per libero consenso di Stati.
Non bisogna dunque guardare
con pessimismo aprioristico a
questo sforzo ormai più che decennale verso l’unità dell’Europa.
È vero, però, che il passaggio da
competenze prevalentemente di
tipo economico-finanziario o di
mercato a competenze di tipo più
chiaramente politico richiederebbe una forza di convincimento,
una passione politica diffusa,
condivisa e sostenuta da un humus, che abbia radici nella coscienza delle persone e nell’ethos
delle popolazioni europee.
In più c’è un punto che, secondo me, è forse il più delicato, anche se meno apparentemente rilevabile, e cioè quel tanto di identità, per dir così, umanistica, a cui
fa riferimento l’arcivescovo Montini rivolgendosi a coloro che non
hanno un credo religioso. Quel
tipo di «identità umanistica», che
in fondo era di radice classica e
cristiana, anche quando si era capovolta di segno, perché polemicamente si era affermata in contrasto con ritardi, ambiguità e
rente, sia cosciente e sia benefica.
E ci soccorrano a questa convergenza delle aspirazioni umane,
cioè verso l’unità spirituale
dell’Europa, le voci più qualificate di quelli che la amano».
C’è dunque un interessante sviluppo a cerchi via via più aperti
nel suo appello e nel suo auspicio;
e l’intervento finisce con l’invito
alle varie famiglie spirituali a ritrovarsi, ovviamente confidando che
soprattutto quelle che hanno una
radice dichiaratamente religiosa e
specificatamente cristiana possano
dare il loro apporto.
Tornando al sogno
montiniano il cammino della costruzione
Il passaggio da competenze
europea dovrebbe essere abbastanza noto.
di tipo economico-finanziario
Non sono incline a
a organismi politici
pessimismi esasperati
quando si parla delrichiederebbe
l’unità europea, almemaggiore forza di convincimento
no secondo il disegno
umanamente prevedibile, perché sono
convinto che di cammino ne è contro-testimonianze delle confesstato fatto parecchio, più di sioni cristiane, tende sempre più
quanto si potesse immaginare, e a lacerarsi e in qualche modo a
che esso si muove secondo quel scomparire.
L’insidia maggiore è quella
ritmo ben delineato da Montini:
cioè «a stagione a stagio- dell’identità di base, quella dei
ne, fra una conclusione princìpi primi ispiratori, quella
che sembra felice e una dei valori assiomatici presenti nel
delusione che sembra “nascere da europei” prima che
nel “pensare da europei”. La simortale».
tuazione si sta velocemente logorando, con l’aggravante della teorizzazione esasperata di alcune
correnti culturali, le quali arrivano addirittura a sostenere che
proprio questo è l’apporto che
l’Europa dovrà dare al mondo:
un modo di impostare la società
civile dove la garanzia della democrazia sia fondata sulla rinuncia da parte di chicchessia di affermare verità ritenute assolute,
perché di per sé tale affermazione
sarebbe il germe dell’antidemocrazia. Questo rende assai difficoltoso andare avanti in termini
di convinzioni profonde.
Si pone perciò sempre più il
problema dell’identità, dell’anima, di quello che l’arcivescovo
Montini chiamava bisogno per
«questa Europa ancora così mal
compaginata» di un’anima spirituale: «Il giorno in cui una circolazione di pensiero, di sangue, di
amicizia, di una cultura comune
fonderà i diversi popoli una unità
spirituale sarà fatta».
Maria simbolo di speranza
Pubblichiamo il messaggio inviato il 20 maggio 1958
dall’arcivescovo di Milano a don Luigi Re a sostegno del
progetto di innalzare una statua della Madonna.
di GIOVANNI BATTISTA MONTINI
La Madonna in alto: questa è stata l’idea di Dio, che
«fece per Lei grandi cose», e tanto La colmò di doni,
tanto La inserì nel piano della salvezza del mondo,
tanto La associò a Cristo, al «Solo altissimo», da meritarle il titolo di «alta più che creatura».
Innalzare perciò la sua effigie benedetta sopra il
nostro panorama terreno esprime materialmente un
sommo disegno spirituale. È questo un gesto che la
pietà cattolica ha non poche volte ripetuto; a Milano
poi, su la guglia più alta del Duomo, s’è appunto voluto che si librasse, quasi volando, quasi cantando in
ebbrezza di cielo, fatto limpido e propizio alla città e
alla pianura, l’immagine d’oro di Lei.
Questo gesto ora lo ripete l’Opera Casa Alpina di
Motta, portando una grande statua di Maria su la
vetta della vicina montagna, donde la visione delle
Alpi, dei laghi, delle valli e dei piani si allarga in
orizzonte, che pare trascendere ogni ristretto perimetro e offrire l’aspetto vario e vasto d’un mondo senza
confine: è realtà? È sogno? È desiderio dell’occhio
che vuole abbracciare in unità l’immenso cerchio di
regioni e di popoli, che si distendono ai piedi della
montagna, fatta piedestallo alla Vergine?
Il promotore di questa impresa ha il cuore grande,
e ha chiamato questa visione: Europa! Nome superbo, ma ben degno della Regina del cielo e della terra.
Nome solenne, carico di secoli, che hanno lentamente
depositato un manto di storia, dovunque esso si stende, e si chiama civiltà, degno perciò della Regina del-
la pace. Nome antico, ma che oggi risuona come fosse ora scoperto, e che ben si addice a Colei che fu
portatrice nel tempo del Dio eterno.
Nome nostro, nome caro, nome benedetto, dalle
cento favelle, dalle mille città, dalle infinite strade; nome di questo suolo fatidico, arato senza fine per un
pane che ora vogliamo comune; conteso da intermina-
bili guerre, perché finalmente riposasse
placato dal sangue d’ogni nazione: cosparso da sterminate officine, ora non
più frementi di ostile invidia, ma pulsanti al ritmo di fraterna fatica; ornato da
innumerevoli templi che tutti si dicono
cristiani e attendono di ricomporre una
medesima, indefettibile Chiesa cattolica;
tutto disseminato delle nostre case e dei
nostri cimiteri; nome sacro, Europa, nome della madre terra, risplende congiunto a quello della Madre di Cristo, della nostra Madre
celeste.
È un’idea; è un segno, un simbolo; e che sia posto
al vertice dei monti, nel silenzio delle nevi e al canto
dei venti, sotto le stelle e sopra le valli, è bello; e
sembra pieno di poesia e di preghiera; di ricordi del
passato e di speranze dell’avvenire.
29-OTT-2014
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Una luce nell`oscurità