____ N°
28
____________ PRIMAVERA 2005 ___
IL CANTIERE
MUSICALE
Rivista del Conservatorio Niccolò Paganini
Genova - Anno V, Numero 28
Lidia Baldecchi Arcuri
• Il pianismo, la sua storia,
l’arte del suo insegnamento
Il privilegio
di conoscerlo
Maurizio Pollini
• “Chopin, un mistero ...”
A nome mio personale e della Civica Amministrazione desidero partecipare al profondo cordoglio che ha colpito la Chiesa e il mondo della
musica e della cultura genovese per la scomparsa del Maestro Luigi Porro.
• Il “Paganini” in Vaticano
• Weinberger al “Paganini”
• Fortepiano in concerto
• Trasferta tunisina ECUME
• A Genova, le selezioni ESTA
• Nel nome di Faber
• Un “Arsenale” in conservatorio
• IL CANTIERE
RICORDA LUIGI
PORRO
Paolo Miccichè
• Crisi del linguaggio e
prospettive della regia lirica
• La “Fanciulla del West” sui fili
• Piccoli equivoci
Francesco Denini
• Una bottega per gli spazi
del suono
• Al via i tirocini al Carlo Felice
• NOVITÀ LIBRI & DISCHI
Emanuele Canepa
• Un oggetto “semplice”:
la canzone
Genova
ricorderà il
Maestro Luigi
Porro sia come compositore, sia come maestro di cappella
Nell’anno di Genova Capitale Europea della
nella cattedrale di San Lorenzo, sia
Cultura, nel corso delle manifestazioni paganicome insegnante al Conservatorio, sia come
niane del 12 ottobre, gli avevamo doverosadirettore di uno dei complessi polifonici più
mente conferito il Grifo d’Argento. Un piccolo
importanti e noti della città, sia come ricercariconoscimento in segno di sincera gratitudine
tore di spartiti musicali rarissimi.
per la instancabile attività didattica e artistica
Sotto la sua guida il coro polifonico da lui
da lui condotta nella nostra città.
diretto per oltre quarant’anni ottenne prestigiosi
Un riconoscimento che il Maestro aveva partiriconoscimenti nei massimi concorsi internacolarmente gradito, e che lo aveva un po’ rassezionali, tenendo alto nel mondo il nome della
renato nel momento più difficile della sua vita.
nostra città in questo
ambito.
SETTE PAGINE DI
Genova ricorderà il
Maestro Porro per le
APPROFONDIMENTI
elevatissime
doti
SULLA VITA E
umane, morali, artistiche e professioL’OPERA
nali, per l’impegno,
DEL MAESTRO
la dedizione, l’entuLUIGI PORRO siasmo, l’umiltà con
cui seppe affiancare
la missione sacerdotale all’attività didattica e artistica, iniziando all’amore per
la musica e per il
canto diverse generazioni di Genovesi.
Il Maestro Porro
lascia sicuramente
un grande vuoto, ma
anche, ne sono certo,
uno straordinario
patrimonio di umanità di arte e di cultura nel cuore di chi
ha avuto il privilegio
di conoscerlo.
Giuseppe Pericu
Lele Luzzati
Messaggio di cordoglio del Sindaco
di Genova Giuseppe Pericu per la
scomparsa del Maestro Luigi Porro.
Sommario
Lidia Baldecchi Arcuri
siero, al sentire e all’immaginare , potrà finalmente abbandonarsi all’amalgama finale.
Di questo parlano i trattati fin dagl’inizi, pur mai trascurando la ragion
d’essere della musica. Partiamo da Diruta e Sancta Maria per arrivare a Ortmann, Schulz e Kotchevitzky, l’ultimo dei quali introduce l’elemento della
educazione psico - fisica. Ma il discorso viene sviluppato solo negli effetti
e non nelle cause, che tuttora rimangono mistero.
Il Corso viene arricchito dalla proiezione di Video e DVD e dall’ascolto di
esecuzioni del passato e presente, spesso messi a confronto o fermati per
meglio aggiungere o escludere ogni eventuale schema tecnico platealmente
disdetto dalla realtà dei grandi esecutori.
La profonda conoscenza di questo straordinario percorso, mi pare essere
l’unica via per intraprendere una metodologia didattica aperta al futuro, ma
cosciente e rispettosa del passato : una didattica che rispetti le leggi della
meccanica fisica e fisiologica, ma che non escluda individuali divergenze
da esse.
La seconda parte degli incontri prevede la formulazione di una metodologia che gradualmente, cronologicamente e gerarchicamente introduca tutte
le tecniche richieste per l’esecuzione del repertorio pianistico. Potrà sorprendere, che, una buona metodologia avrà risolto più di metà dei problemi
meccanici entro i primi cinque anni - i più importanti anni nella vita strumentale di un allievo. Entro l’ottavo anno di studio saranno, sì, introdotte
nuove tecniche, ma molte saranno solo raddoppi delle tecniche precedentemente apprese. Altri due a quattro anni dedicati alle coordinazioni più complesse contenute nel repertorio pianistico porterà a compimento un lavoro
ben fatto da un insegnante cosciente e coscienzioso, amante della propria
arte dell’insegnare .
Durante gli incontri avvengono libere discussioni su ogni aspetto dell’apprendimento e dei problemi e scelte che confrontano chi a quest’arte si
dedica. Deve essere, ed è un momento di scambio reciproco in cui, alla fine
ci accorgiamo veramente che la musica siamo noi.
Il pianismo, la sua storia,
l’arte del suo insegnamento
Dovendo riassumere i Corsi da me tenuti su questo tema nel passato e nel
presente (cominciai in lontane terre trent’anni fa), debbo confessare che ho
imparato insegnando. Ho dovuto spogliarmi di ogni pregiudizio, personale
od acquisito, ricostruendo attraverso lo studio dei trattati (e di altro !), il
miracoloso percorso di questa particolare disciplina umana. L’evoluzione
della tecnica di tastiera fu dapprima lenta...lentissima, fino ad improvvisamente esplodere in invenzioni sonore tramite continui cambiamenti negli
strumenti, i quali obbligavano gli esecutori a mutamenti di assetto fisico.
Ma non solo, e soprattutto, furono gli stessi compositori a cambiare le loro
visioni dell’universo sonoro ampliando o riducendone le dimensioni, le
caratteristiche timbriche, ed attribuendole tutti i cangianti movimenti del
loro pensiero e del loro spirito. Furono loro ad arrivare alla complessa, ma
allo stesso tempo, semplice organizzazione della materia sonora. Abbiamo
inoltre assistito al collasso di questo sistema, (come fosse il collasso di un
sistema solare), e la conseguente ricerca da parte dei compositori contemporanei di una riorganizzazione della materia sonora, la quale riorganizzazione porterà a nuovi modi di ascoltare, di sentire (forse anche di udire), e
perciò a nuovi schemi mentali, a nuove risposte fisiche.
Non si contano i libri scritti sulla eterna domanda sul significato della
Musica. Perché è da qui che inizia il problema dello strumentista. Io, personalmente, sono arrivata a pensare che il SUONO, mattone di costruzione
della Musica, è il SILENZIO CHE VIVE.
Questo silenzio, dunque, deve essere anche il punto di partenza fisico e psichico dello strumentista, se egli vuole essere interprete del profondo significato della musica : se ne desidera essere degno ed umile voce.
Ma, più il fisico è debole, più comanda ; più è forte, più obbedisce : perciò,
solo quando il fisico si troverà sufficientemente forte per obbedire al pen-
Lidia Baldecchi Arcuri
Maurizio Pollini:
"Chopin, un mistero…"
Maurizio Pollini a Genova, dopo sette anni. Ancora
GOG, ancora successo strepitoso, il 14 marzo
scorso, di fronte alla platea gremita. Dopo Beethoven (nel ‘98), una monografia su Chopin, autore di
cui il celebre pianista milanese è fra gli esegeti che
– fin dagli anni ’60 – ne ha segnato indelebilmente
la storia dell’interpretazione. Incontriamo Pollini sul
palcoscenico del "Carlo Felice", accanto ai due
pianoforti a coda “di fiducia” che s’è fatto portare
(ne sceglierà uno, quello più consono all’acustica).
"Mi ritengo costantemente all’inizio, anche in questo momento. E non si tratta d’umiltà: semmai è la
voglia di realizzare molte cose che me lo fa dire!
Già sette anni che manco da Genova? No, non ci
sono motivi particolari… Indirettamente, dipende
dal fatto che faccio un numero limitato di concerti
e quindi sono costretto spesso a dire di no. E’ un
compromesso che mi permette di preparare i concerti con sufficiente calma interiore, lasciandomi
più libero di studiare. Ad essere sinceri non amo la
classica tournée in cui uno va in un paese e in 20
giorni fa 12 concerti… Un tipo di vita che non mi
piace".
Veniamo a Chopin…
"E’ miracoloso. Naturalmente ha un potere di
comunicazione così straordinario che piace a tutti,
ma è tutt’altro che facile e scontato. Alle spalle c’è
un grandissimo compositore con una sensibilità
incredibile e che nasconde un vero mistero, che
chiede una indagine perpetua".
E’ noto che la sua curiosità intellettuale comporti un work-in-progress… Cosa accade
quando ascolta le sue incisioni giovanili?
"Il “riascoltarsi” è un’operazione delicata. In realtà
PRIMAVERA 2005
bisogna tentare di valutare la registrazione come se
a suonare fosse un altro, col distacco necessario
per vederne difetti e pregi. La concezione dell’opera s’evolve costantemente. Quindi un’esecuzione rimane frutto del momento. Tutte lo sono,
per fortuna".
Forse per Chopin, di più?
"In un certo senso… Pensiamo al problema del
“rubato”. Le testimonianze di Liszt ci dicono che
esisteva nell’esecuzione di Chopin stesso. Ma non
c’è una legge che stabilisce la quantità di rubato
ideale. Ecco il problema dell’interpretazione: queste libertà necessarie per la musica sono sempre
personali. In realtà la personalità dell’interprete si
sovrappone fatalmente a quella del compositore, e
non può che essere altrimenti se vogliamo avere il
risultato di un’esecuzione viva".
Per un interprete lo studio della musica contemporanea a suo avviso arricchisce poi la
capacità di approfondimento dei classici?
"Non direttamente. Ma sono convinto che fare
musica contemporanea possa aiutare, arricchire la
nostra personalità d’una visione più ampia, che non
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rifiuta quell’impatto della creatività di oggi. Senza
la musica d’oggi in realtà c’è un certo pericolo di
diventare mummie… Sia per i musicisti che per il
pubblico!".
Come si trova al Carlo Felice?
"Bene. L’acustica è particolare, ma riuscita. Sto provando per cercare di capirla meglio".
Sui giornali di questi giorni rimbalzano le scintille dei guai scaligeri…
"Non voglio entrare in questa polemica, perché è
un infernale pasticcio. Fanno dispiacere più
cose… Una è che in tutto questo dibattere non si
pensa abbastanza a ciò che viceversa è fondamentale: un futuro di programmazioni più interessanti, un’attività intelligente e aperta, che rinnovi il
teatro e che ne faccia non un mausoleo di bei
ricordi ma un organismo produttivo e interessante.
Un’altra considerazione possibile è su questa ingratitudine da parte dell’orchestra del teatro scaligero
verso Riccado Muti, che ha lavorato tanto, dopo
tanti anni di dedizione… Francamente è un atteggiamento che lascia molto toccati".
Il suo concerto avviene a poche ore dallo sciopero nazionale dei lavoratori dello spettacolo
contro i previsti ulteriori tagli al F.U.S. (Fondo
Unico per lo Spettacolo)…
"Sono per le sovvenzioni statali, e già non ho visto
con piacere la trasformazione degli enti lirici in fondazioni! I privati che danno fondi per gli spettacoli
sono meritevoli e vanno ringraziati. Ma la cultura ha
diritto di essere sovvenzionata perché rappresenta
un bene universale. Si immagini come posso
vedere questi tagli, in tale situazione italiana… Ho
espresso già il mio disaccordo assoluto su questo
governo, e in modo particolare sulla Riforma Costituzionale: un momento pericolosissimo per noi
tutti. Se il governo ha bisogno di far quadrare i
bilanci, tagli altrove, ma non tagli la cultura".
gdm
Il “Paganini” in Vaticano
Si sa, quando si prova l’esperienza televisiva,
è poi difficile tornare alla vita ed all’anonimato di tutti i giorni…ma che a tre mesi di
distanza dal Concerto di Capodanno qualcuno
di noi finisse in mondovisione non l’avevamo
davvero programmato!
Forse non tutti, infatti, sanno che alcuni musicisti (sei coristi ed un violista) del nostro Conservatorio hanno preso parte ad un importante
evento musicale, nell’ambito dell’iniziativa
“La Culturale Universitaria Europea incontra
il Santo Padre”. Il concerto, avvenuto il 5
marzo in Aula Nervi (Città del Vaticano) è
stato trasmesso in Mondovisione dal Centro
Televisivo Vaticano, dalla Televisione della
Conferenza Episcopale Italiana (SAT 2000) e
dalla Radio Vaticana.
Andrea Paoli, violista coinvolto, così descrive
l’esperienza in questa mastodontica orchestra:
“Venerdì pioveva, e l'appuntamento era dall'obelisco, sotto l'acqua. Ho trovato già lì due
violisti toscani, dopo poco un è venuto un’addetto a prenderci e ci ha accompagnato in
Vaticano, in sala Nervi. Bene, prova tutto il
pomeriggio, con orari di inizio trattati elasticamente. Cena (con vaschette precotte tipiche
da catering per grosse quantità) con anche
pollo (carne in venerdì di quaresima??). Sera
in albergo (a nanna). Sveglia al mattino del
sabato alle 7.15 per far colazione con calma e
riuscire a essere in Vaticano per le 9.
Prova tutta la mattina solo orchestra, pausa
pranzo (sempre con le vaschette), appello dei
coristi in Piazza. Erano tantissimi. Ancora un
po' di prova col coro, poi pausetta e poi inizio
della celebrazione. Lunga, ma non pesante
(almeno per me). Poi foto ricordo con i coristi, e si esce (sotto l'acqua). Cena all'Archivio
di Stato, sempre a vaschette. Poi saluti, baci,
abbracci e in albergo. Domenica ritorno.
L’orchestra era composta da più di cento elementi ed il coro da più di duemila. Cosa capissero dal direttore e cosa poi cantassero quelli
posizionati in fondo, Dio solo lo sa. C’erano
un po’ di direttori ausiliari (forse abusivi)
sparsi per la sala che si davano da fare, con
risultati non ben valutabili, ma nel complesso
credo che il risultato sia stato discreto. Sicuramente suonare in mezzo a tanta gente fa un
certo effetto. Una bella esperienza, se me la
riproponessero la rifarei…”.
Per il mese di dicembre è in programma un
altro appuntamento, questa volta in Santa
Maria Maggiore ed in San Pietro, che prevede
anche l’inserimento di un brano sinfonico la
cui direzione sarà affidata al vincitore di un
apposito concorso nazionale, riservato agli
allievi di Direzione d’Orchestra iscritti
all’anno accademico 2004-2005 presso i Conservatori e gli Istituti musicali pareggiati.
Paola Siragna
Il 30 marzo si esibirà sul "Dell’Orto & Lanzini", in occasione
dell’inaugurazione del Festival Organistico Europeo
Il 14 maggio sarà inaugurato il nuovo strumento "Restelli",
copia da Ludwig Dulcken “il giovane” di fine ‘700
Gerhard Weinberger al "Paganini"
Fortepiano in concerto
La rassegna è uno dei fiori all’occhiello della Genova musicale. Giunti al
XXVII° anno di attività, tornano i concerti degli Amici dell’Organo. L’omonima associazione, presieduta dal M° Emilio Traverso (docente presso il
nostro Conservatorio) vara il Festival Organistico Europeo 2005. Un’iniziativa realizzata in collaborazione col Comune di Genova, la Provincia, la
Regione e l’Istituto Diocesano di Musica Sacra.
Anche il "Paganini" è parte in causa. Anzi. Proprio sullo splendido organo
"Dell’Orto & Lanzini" che domina la Sala Concerti del conservatorio (strumento inaugurato lo scorso ottobre con un concerto tenuto da Michael Radulescu) si misurerà l’interprete del primo appuntamento del Festival: mercoledì 30 marzo alle 18, di scena l’organista Gerhard Weinberger, già allievo di
Franz Lehrndorfer, oggi uno dei più accreditati studiosi delle opere organistiche di Bach (di cui sta incidendo l’integrale sui più importanti organi storici
della Turingia e della Sassonia: già pubblicati 16 CD, per l’etichetta CPO).
Nel concerto genovese (occasione
preziosa, ad ingresso libero) Weinberger eseguirà la Fantasia e Fuga
in sol minore BWV 542 ed i Sei
Corali di Bach, il Preludio e Fuga
sul nome B.A.C.H. di Liszt e la
Fantasia e fuga in re minore op.
135b di Reger.
Questo il programma del concerto
inaugurale dello strumento, previsto per sabato 14 maggio alle ore
18 presso la Sala Concerti del conservatorio. Aprono l’esibizione una
Sonata di Boccherini per violoncello e basso continuo (interpreti,
Matteo Ronchini e Pinuccia Schicchi), tre Sonate di Cimarosa
(Tiziana Canfori) e due arie di
Mozart e Bellini (eseguite dalle studentesse Han-Na Oh e Elisabetta
Isola accompagnate da Flavio
Sironi e Federica Di Maio). Restituite anche una Sonata a quattro
mani di J. Tours (Barbara Petrucci e
Dorina Sciaccaluga), una Parthie di
M.T. Agnesi (ancora Barbara
Petrucci), delle Variazioni di
Mozart per violino e pianoforte e
una Sonata di J. Schobert (Donella
Terenzio e Barbara Petrucci).
La stagione proseguirà il 7 aprile
alle 21 presso la Basilica dell’Immacolata con l’organista Jozef
Sluys, il 14 (sempre alle 21) all’Oratorio San Filippo con Fabio Ciofini, il 21 presso l’Abbazia di San
Matteo (Luigi Ferdinando Tagliavini) e infine il 28 nella chiesa di
Sant’Anna, con un recital di
Roberto Antonello.
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PRIMAVERA 2005
Trasferta tunisina,
nel segno di ECUME
Ancora scambi culturali nel nome di
ECUME Echanges
Culturels en Méditerranée. Dopo la
XIV° edizione degli Incontri Internazionali
dei Conservatori di Musica, che Genova ha
ospitato nel novembre scorso, il "Paganini" è
stato nuovamente coinvolto in una bella iniziativa, questa volta in trasferta presso il Teatro Municipale di Tunisi e di Sfax, in Tunisia.
La violinista Donella Terenzio ed il violista
Alessandro Ghe, dal 13 al 19 marzo, hanno
collaborato alla realizzazione di due
momenti concertistici realizzati dall’Ensemble Ecume: un’orchestra d’archi multietnica,
costituita da musicisti provenienti da ogni
parte del Mediterraneo. La manifestazione è
stata realizzata sotto l’egida del Ministero
Tunisino per l’Educazione.
Nella Sala Concerti del "Paganini", il
9 aprile, per accedere alla "Rassegna
Nazionale per Giovani Strumenti ad Arco"
A Genova,
le selezioni
"ESTA"
Anche Genova, fra le sedi della selezione che
porterà alla "Rassegna Nazionale per Giovani
Strumentisti ad Arco" organizzata da "ESTA"
(European String Teachers Association) in collaborazione con il Conservatorio Paganini, il
"Verdi" di Milano, il "B. Marcello" di Venezia,
il "Cherubini" di Firenze, il "Rossini" di
Pesaro e l’Accademia dell’I.P.S. di Bari.
Sabato 9 aprile alle 15.00, presso la Sala Concerti del "Paganini", il momento ligure degli
"Incontri sul Palcoscenico", dove gli strumentisti partecipanti si confronteranno, suddivisi in
sette categorie. I vincitori si misureranno coi
loro colleghi delle selezioni avvenute nelle
altre città, fra il 30 aprile ed il 1° maggio
Giovani compositori cercasi, nel nome di Faber
“Venite in Paradiso, là dove vado anch’io…”
La Fondazione Fabrizio De Andrè bandisce un
progetto dedicato agli studenti di Composizione, volto alla trascrizione musicale degli
arrangiamenti delle canzoni di Fabrizio De
Andrè. Lo scopo di questa interessante iniziativa è l’allestimento di un archivio contenente
tutti gli arrangiamenti originali, con sede
presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Siena, dove è stato costituito il
Centro Studi Fabrizio De Andrè.
Il progetto si avvale della supervisione di Luigi
Viva (già autore di una biografia dedicata a
Fabrizio De Andrè dal titolo “Non per un Dio,
ma nemmeno per gioco”) e della supervisione
di esperti e musicisti che hanno lavorato a
fianco di Fabrizio nella sua lunga carriera:
Mark Erris, Piero Milesi, Mauro Pagani,
Nicola Piovani e Giampiero Reverberi.
I Conservatori coinvolti sono quelli di Genova,
Firenze, Parma, Mantova, Bologna e Verona.
PRIMAVERA 2005
Ogni Conservatorio riceverà una borsa di studio destinata agli studenti.
La Fondazione, fra l’altro, ha già stretto con il
nostro Conservatorio un rapporto di collaborazione, attraverso una serie di borse di studio
nell’ambito di un progetto quadriennale.
Al nostro Istituto sono stati assegnati gli
album: “Volume I”, “Tutti morimmo a stento”,
“Volume III”. Tre album simbolo del cantautore genovese, contenenti successi quali “Via
del Campo”, “Bocca di Rosa”, “La canzone
di Marinella”, “La guerra di Piero” ed altri.
Forse meno noto degli altri due (e forse più
complesso musicalmente), “Tutti morimmo a
stento” è invece una “cantata in si minore per
solo, coro e orchestra” , come recita il sottotitolo del disco, i cui arrangiamenti originali
furono curati, magistralmente, da Giampiero
Reverberi.
A lavorare alle trascrizioni saranno, per il
nostro Conservatorio, le classi dei Prof. Giachino (Composizione) e Leveratto (Jazz).
Un bel progetto, che rende giustizia all’opera
del cantastorie genovese, disponibile fin’ora
solo su canzonieri e traballanti arrangiamenti
pianistici.
Dispiace solo il fatto che l’idea di questo archivio provenga dall’Università di Siena e non
dalla “culla” di Fabrizio, la sua Genova.
Paola Siragna
4
presso la "Sala della Cassa di Risparmio" di
Firenze.
L’ESTA è una struttura internazionale con alle
spalle una storia importante… Negli anni successivi alla seconda guerra mondiale il modo
di suonare degli artisti era ancora molto caratterizzato dalle diverse scuole nazionali. Nel
1972 grazie all’iniziativa della professoressa
austriaca Marianne Kroemer è nata l’ESTA.
Insieme a Max Rostal e Yehudi Menuhin, la
Kroemer ha posto le basi per lo sviluppo dell’associazione, nata con lo scopo di venire
incontro alle esigenze di aggiornamento pedagogico-culturale internazionale dei propri
iscritti.
Attualmente l’ESTA può contare 29 paesi
associati, migliaia d’iscritti tra insegnanti, concertisti, studenti ed amatori ed è un ente riconosciuto dal Consiglio d’Europa. In Italia l’ESTA è nata nel 1976. Il primo presidente fu
Arrigo Pelliccia, già assistente di Carl Flesch.
Fra i presidenti che si sono succeduti, Piero
Farulli, Renato Zanettovich… Oggi a capo dell’ESTA è Bruno Giuranna [foto], già presente
tra i firmatari del primo comitato direttivo.
Il 22 aprile battesimo del nuovo complesso genovese "L’arsenale del corno
inglese", con un concerto in onore di
Antonino Virtuoso.
Un "Arsenale"
in conservatorio
Arsenale, ovvero "deposito". In questo caso
non guerresco ma del sapere. Arsenale ovvero
fucina, dove si costruisce, dove si inventa,
dove si forma un prodotto: strumentisti educati
all’esecuzione, all’interpretazione della musica,
alle discipline artistiche, al palcoscenico.
Fiocco azzurro al "Paganini" con la fondazione
dell’Arsenale del Corno Francese, complesso
di recente fondazione formato da soli cornisti,
il cui numero – secondo le esigenze di programmazione – può raggiungere anche i sedici
elementi.
Il gruppo è costituito da studenti frequentanti i
primi corsi di studio, corsi superiori e diplomati, tutti provenienti dalla classe del prof.
Davide Passarino, titolare della Cattedra di
Corno Francese presso il Conservatorio di Stato
N. Paganini di Genova.
Il complesso non nasce con finalità concertistiche, bensì con scopi prettamente didattici. Il
repertorio spazia da quello tipicamente cornistico (Squilli, Cacce, molto in voga nel secolo
scorso), alle opere scritte da compositori contemporanei appositamente per questo organico, dove vengono proposti e sfruttati degli
effetti timbrici e coloristici estremamente innovativi. L’Arsenale si avvale inoltre delle trascrizioni di brani tratti dal grande repertorio liricosinfonico (Weber, Beethoven, etc).
Prima esibizione del gruppo, venerdì 22 aprile
alle 19 presso il Salone del Conservatorio. Il
concerto sarà inoltre occasione per festeggiare
un grande Maestro, il cornista Antonino Virtuoso, al quale i giovani musicisti dedicheranno le loro esibizioni.
Il Cantiere Musicale ricorda Luigi Porro
Ciao Maestro
Se ne è andato il 1° febbraio, vinto da un
male con cui combatteva da circa due
anni e mezzo. Il "Don", il "Maestro", non
c’è più: Luigi Porro, compositore, didatta,
direttore di coro, sacerdote, si è spento
all’età di ottantadue anni. Porro era stato
insignito recentemente del Grifo d’Argento, in omaggio alla sua instancabile attività d’artista: già docente di conservatorio,
compositore raffinato, insostituibile Maestro di Cappella in San Lorenzo… Ma Porro
soprattutto è stato l’anima plasmante e
portante, per oltre quarant’anni, del “Coro
Polifonico Januensis”, ovvero d’una straordinaria palestra per almeno tre generazioni
di musicisti e musicofili, che ha avuto
numerosi momenti anche di celebrità
internazionale, e che ha contagiato, nell’amore per la musica e per il canto, centinaia
di musicisti.
Nato in una famiglia di fabbri, Luigi Porro
inizia a suonare l’organo e a cantare fin da
bambino. In Seminario si avvicina alla direzione e subito dopo la guerra guida le
parti cantate della liturgia della cattedrale
di Genova. Al principio degli anni ’60
prende in mano un coro dedito al repertorio popolare, il “Campodonico” e lo plasma al punto da portarlo a vincere – dopo
averlo rifondato e ribattezzato “Januensis”
- prestigiose selezioni internazionali, quali
il Concorso di Montreaux, nel 1983, ma
anche il concorso di Tradate, di Stresa, il
premio speciale “Casagrande” a Vittorio
Veneto, il secondo premio (senza un
primo assegnato) al concorso di Arezzo.
Come compositore Luigi Porro ha scritto
moltissime pagine sacre. Artista profondo
e sensibile, che riverberava la propria spiritualità in pagine sacre di grande bellezza,
Don Porro sapeva essere anche un amico
affabile, ironico, sagace, pronto al motto
di spirito da cui si arguiva lo sguardo sempre attento, concreto e saggio, sulle cose
della vita. Adorato dai giovanissimi, Porro
è stato negli anni ’80 docente al conservatorio Paganini. Per sette anni ha cresciuto i
futuri musicisti, insegnando solfeggio e
canto corale. E preparando le voci bianche per i titoli operistici in teatro. gdm
Il caso ha voluto che non siano stati pochi
quei momenti della mia vita che abbiano
avuto il denominatore della sua presenza: da
bambino frequentavo la Cattedrale e lo ascoltavo – e lo ammiravo – mentre suonava l’organo; da studente applaudivo i suoi concerti
corali, al mio matrimonio era lui a sovrintendere la musica del rito.
Infine, nel 2004 che ci ha coinvolto tutti sotto
il segno della cultura, il piacere di condividere la celebrazione del suo instancabile
lavoro (il Grifo d’Argento). Grande professionista, grande persona, carica di un’umanità
che è infrequente poter ritrovare.
Davide Viziano
Abbiamo raccolto alcune testimonianze fra giovani e vecchi amici del sacerdote musicista
« Diciassette volte grazie! »
Caro maestro o più affettuosamente "Ciccio", ti
chiamavo così insieme a qualche altro corista, da
quando eri diventato molto più del maestro del
coro; quel coro che è stato punto d'incontro per
centinaia di ragazzi, dove sono nate amicizie,
amori, ma soprattutto dove, grazie a te abbiamo
imparato a conoscere e ad amare la musica. Eri
severo ma allo stesso tempo paziente e alla fine
della prova ci lasciavi sempre con tanta gioia e
con la voglia di tornare a cantare.
Anche fuori del tuo ruolo sei stato speciale. Non
dimenticherò mai i pomeriggi passati a chiacchierare anche ora che eri malato, davanti a un piatto
di farinata che amavi tanto, le ore passavano
come attimi.
Grazie, grazie di cuore
Monica Arpino
Ho conosciuto don Luigi Porro nel 1972 quando,
giovane studente nell’ambito del direttivo degli
“Incontri Musicali”, mi occupavo dell’organizzazione di concerti per le stagioni musicali dell’associazione. Mi colpirono subito in modo positivo
la sua solida preparazione ed esperienza musicale, proprie del “musico prattico” quale era, e
che si manifestava nelle esecuzioni a capo del
coro Campodonico - poi Januensis - in concomitanza dei diversi concerti inseriti e tenuti nella
nostra programmazione. Ricordo le luminose
conversazioni e scambi di idee sul tema della
5
musica e dei concerti d’organo a Genova (il
periodo fra gli anni ’70-’80 era difficile per questo genere di esecuzioni che, in pratica, erano
state messe al bando). Degli organi antichi
apprezzava la bellezza del suono; inoltre mi riferiva con entusiasmo situazioni ed episodi legati
alle sue esperienze organistiche su alcuni strumenti posti nelle diverse località della Liguria ed
a Genova. In particolar modo riviveva, raccontandole con divertita ironia, le sue prime “performances” organistiche nel servizio liturgico in
qualità di seminarista all’organo Tagliafico –
1904, a due tastiere - allora esistente nella Cappella dei Chierici nella sede del vecchio Seminario. Assiduo frequentatore di manifestazioni concertistiche, riferite ai più diversi generi, stili ed
epoche, era solito tenersi aggiornato su quanto
venisse proposto in campo musicale.
L’amicizia continuò approfondendosi in seguito
nella nostra veste di colleghi docenti di Conservatorio, anche se in sedi e materie diverse. Negli
ultimi anni, invitati dal cardinal Tettamanzi, ci si
trovò fianco a fianco a confrontarci sull’annosa e
mai risolta problematica del restauro-ricostruzione degli organi della Cattedrale genovese.
A chi lo ha conosciuto penso che, senza dubbio,
rimarrà indelebile l’immagine della sua bonomia,
della sua schiettezza e del suo sorriso.
Giancarlo Bertagna
PRIMAVERA 2005
Cosa si può dire di più del nostro Maestro, che
non sia già stato detto? Per quanto mi riguarda,
posso dire che ha nutrito e fatto crescere la mia
grande passione musicale, che mi ha insegnato a
cantare e anche a vivere in un gruppo numeroso
ed eterogeneo, in unità ed umiltà, grazie alla sua
inimitabile capacità di conduzione, nascosta dietro un’ironia e un umorismo da cui non erano
risparmiati neppure lui stesso e la sua attività.
Sento che già mi mancano, e penso mancheranno
a tutti, oltre al suo insegnamento, anche le sue
battute e le sue risate, a volte aperte e a volte trattenute, che sono certa continuerà da lassù a riservare anche al nostro tentativo di portare avanti,
con tutte le buone intenzioni, il suo Coro, che
senza di lui non sarà più lo stesso.
Paola Anna Calabrò
La Lanterna, la luce diventa più fioca nel turbinio
della neve... un mondo di considerazioni strane
mi fanno collegare questo alla vita del coro; un
coro bellissimo. Ne avevo sempre sentito parlare,
per me era un sogno... chissà se il maestro mi
avrebbe accettata. Bisognava conoscerlo, farsi
sentire, provare un po'...
Quando lo incontrai per la prima volta era nel
negozio Ricordi, stava provando un organo e
rideva, avevo deciso immediatamente: mi stava
simpatico e l'amico a fianco mi propose "vieni, ti
presento". Mi guardò mentre suonava e con la sua
caratteristica semplicità mi disse "venga a provare" così la sera del martedì iniziò... la felicità. I
miei, a casa, chiedevano cosa facessi ed io rispondevo che finalmente parlavo e cantavo di musiche
belle e lontane nel tempo.
Questo era ed è il coro: la condivisione.
Questa era la proposta di "Don": stare insieme per
fare musica, senza distinzioni di età, di preparazioni o di bravura, ma col gusto di contribuire
tutti per un prodotto che è sempre risultato eccellente. Questo è il ricordo che resta di tutta una vita
trascorsa al servizio del piacere della musica; una
luce nel mondo musicale genovese, una luce che
Claudio Tempo sottolineò in un memorabile concerto all'Oratorio San Filippo, scrivendo: "Vivaldi
illuminato da un coro"... una luce a Genova... si
potrà mai spegnere una luce così?
Sara Calandra
Si accende un desiderio e si mette in moto un
ordigno e si impara a farlo funzionare, a tenerlo
acceso e vitale sino al raggiungimento della meta.
Sono parole che potrebbero raccontare ogni progetto umano di cui si ha notizia quotidianamente
nel mondo, dalla idealità che lo fa nascere alle
naturali scansioni con cui cresce: le incertezze, le
battute d’arresto, le riprese, gli slanci dell’ultimo
istante.
Ecco, per noi, essere giunti a scrivere queste
parole significa osservare un processo della
natura, una trasformazione in atto da un “prima”
a un “dopo”. “Prima” c’era don Porro, con la sua
progettualità, l’entusiasmo contagioso e il severo
biasimo, l’inesauribile energia del suo operare.
Era un creatore. “Dopo”, per essere più precisi
dalla scorsa estate, la consapevolezza che tutto
ciò che un ingegno superlativo crea può brillare
solo di luce riflessa. Non è apologia, ma con lui si
chiude un capitolo della musica a Genova. A noi
mancherà un padre. Non solo un amico e sebbene
ottantenne neppure un nonno, quale per il timore
di annoiare non sarebbe mai voluto apparire. La
propria assoluta coerenza e un laconico interesse
per il mondano hanno assicurato a lui e alle composizioni, che il suo pudore avrebbe riservato al
privato, un’eterna adolescenza. Come qualcuno
già disse di Schopenhauer: rideva e faceva ridere.
Il Coro
PRIMAVERA 2005
Parafrasando il Salmo 136 potremmo dire che lo
scorso 3 febbraio, nella Cattedrale di S. Lorenzo
“sedimus et flevimus”. Non un popolo che
ricorda la propria terra, ma molte persone riunite
assieme per salutare, con riconoscenza, il loro
“Maestro”: riunite per cantare le Sue musiche e
quelle che più amava …. e sembrava di vederlo
ancora fra noi a dire: “ Attenti, figgieu …”.
Il testo del “Super flumina”, musicato da Don
Porro nel 1956 (quando non conosceva ancora il
mottetto scritto dal grande Palestrina), frullava
nella mia mente misto al senso di gratitudine
verso il Padre Eterno che ci ha dato la possibilità
di conoscere, frequentare, apprezzare, amare il
“Don” come in molti lo chiamavamo.
In quel momento era abbastanza scontato pensare
alla parabola dei talenti: Lui, che di talenti ne
aveva molti era riuscito, con la semplicità e l’umiltà tipica dei grandi, a metterli al servizio di
tutti: della Chiesa, dei suoi coristi, dei giovani che
con Lui hanno appreso le prime nozioni teoriche
e anche di tutti coloro che in qualche modo hanno
avuto la possibilità di frequentarLo, seppur per
breve tempo.
Sarà difficile (per me impossibile), non pensare a
Lui quando si parlerà di musica corale, perché in
molti abbiamo imparato e tenuto fra le mani il
frutto del Suo genio ed in molti abbiamo appreso
sotto la Sua guida le più belle pagine corali scritte
dai compositori del passato.
Mi piace pensare a Lui come di un grande albero
che ha dato i suoi frutti: in tanti ci siamo cibati,
tutti dovremo ricordare e onorare la Sua figura.
Fabrizio Fancello
Mi è difficile parlare di don Porro, perché ciò mi
costringe a parlare di me stesso, cosa che non
amo fare.
Conobbi don Porro quando avevo 16 anni. Alla
Guardia. Il 29 agosto, il giorno della festa grande.
Cantava, per la messa, la Cantoria di Pontedecimo e don Porro (allora non sapevo si chiamasse
così) era all’organo. Il pallino della musica l’avevo sempre avuto, fin da bambino, ma non
avevo mai contemplato la possibilità di farne la
mia professione. Andavo a lezione, ma vivevo la
musica come un hobby. Da grande volevo fare il
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medico. In quel periodo, però, ero affascinato dall’organo. Mi sarebbe piaciuto provare a studiarlo,
ma dove trovare un organo a disposizione? Allora
non esistevano ancora gli strumenti elettronici, o
meglio, qualcosa c’era, ma a prezzi assolutamente proibitivi per le finanze della mia famiglia.
Quel giorno, dunque, mi feci coraggio, mi avvicinai alla consolle e attaccai discorso con don
Porro. Chiesi spiegazioni sullo strumento, gli
dissi della mia voglia di imparare e, infine, gli
chiesi come potevo fare per trovare uno strumento su cui esercitarmi. E il don, che non mi
aveva mai visto prima, mi disse dove e da chi
andare.
Dopo poco tempo, entravo nell’allora “Coro Campodonico”, del quale don Porro era appena diventato direttore. Così il don diventò “il maestro”, o
come spesso lo chiamavamo più familiarmente, o
meistro. E fu davvero un Maestro nella musica
corale: gran parte di quel poco che so, l’ho senz’altro imparato negli anni meravigliosi del Coro, provando e cantando con lui. Specialmente per quanto
riguarda lo spirito con cui avvicinarsi alla musica,
quello che era il suo stile, la gratuita ricerca del
bello, senza alcun secondo fine, perché il bello è
anche buono. E se riesci realizzare qualcosa di
bello, forse hai fatto anche qualcosa di bene.
Qualcuno potrà pensare che tutto questo è retorico,
ma io credo che sia ormai un cliché (e anche abbastanza datato) tacciare di retorica tutto quello che in
fondo è solo buon gusto.
Con il don non avevo grandissima familiarità: lo
vedevo alle prove, durante le trasferte per i concerti.
Ogni tanto andavo da lui, per chiedergli qualche
consiglio musicale o qualche partitura. Egli era
sempre disponibile, in quelle occasioni si lasciava
andare e allora parlavamo a lungo. Di musica, naturalmente. Io lo stimavo moltissimo e credo che il
mio segreto desiderio, inconfessato anche a me
stesso, fosse quello di emularlo.
Quando cominciai a pensare di abbandonare medicina, che nel frattempo avevo quasi completata, a
favore dell’insegnamento e della musica, che nel
frattempo aveva cessato di essere un hobby, andai
ancora da lui, per chiedergli consiglio. Temevo di
sentirmi dire “sei matto!”. Invece mi incoraggiò. Ed
è stata senz’altro una delle scelte della mia vita che
non ho mai rimpianto.
Così, mentre cantavo “con lui” l’ultima volta, il
giorno del suo funerale, mi sono ritrovato a pensare
a quanto egli abbia influito sulla mia esistenza, sulle
mie scelte di vita. E a quanto sia strano, e anche un
po’ triste, accorgersene solo quando egli non c’è
più.
Giuseppe Mario Faveto
La notizia della morte di don Porro mi ha profondamente commosso; anche se non era inaspettata
nessuno si sarebbe immaginato di perderlo così
presto. Per me non era soltanto un musicista incomparabile il cui entusiasmo e la cui gioia di fare la
musica mi hanno sempre affascinato , ma anche
l’uomo e il prete che sapeva comunicare con tutti
di qualsiasi cosa, senza mai compiacersi dei propri
successi e del suo importante ruolo. Aveva sorrisi e
una parola gioiosa per tutti , il suo buonumore era
coinvolgente e bastava una telefonata per avere
subito un consiglio giusto su come affrontare quel
brano o quel passaggio frutto di una immensa esperienza. Posso affermare senza alcun dubbio convenzionale che il mondo corale genovese e non ,
con la sua morte , è divenuto più povero. Voglio
attraverso questo breve ricordo ringraziarlo pubblicamente per essere stato per me un esempio da imitare e una guida in tutto il mio cammino musicale
ed infine per avermi scelto come suo successore al
ruolo di Maestro di Cappella della Cattedrale di
Genova, grazie Maestro!
Gianfranco Giolfo
"Stelutis alpinis" ("Stelle alpine")
Se tu vens cà sù ta' cretis / là che lor mi àn soterat / al è un splàz plen di stelutis: dal miò sanc l'è
stat bagnat. // Par segnàl une crosute / jé scolpide
lì tal cret: fra ches stelis nàs l'arbute, / sòt di lor
jo duar cujèt ...
Sono passati tanti anni. Era, forse, il 1953 quando
conobbi don Porro, e lo conobbi proprio con questo canto: Stelutis alpinis.
Lui, giovane sacerdote appassionatissimo del
coro, faceva cantare le "Guide dell'Immacolata"
(= Associazione Guide Italiane, oggi AGESCI);
io, bambina, partecipavo al coro al seguito delle
mie sorelle più grandi. Ho ricordato con lui tante
volte quei momenti: per lui era stata una delle
tante occasioni di far cantare; per me – anche se
non l'unica – fu certo l'occasione che ha iniziato a
farmi amare i canti di montagna.
Credo che per me don Porro rimarrà sempre
"quello di Stelutis alpinis": eppure tante altre cose
ci hanno unito. Penso alle messe, ai mottetti, agli
improperi e alle lamentazioni di autori rinascimentali che lui dirigeva nella cattedrale di S.
Lorenzo e che io andavo ad ascoltare tutte le volte
che potevo (forse è nato lì il mio interesse per la
musica del Cinquecento-Seicento?); penso alle
attività scoutistiche, all'essere stati colleghi nel
Conservatorio N. Paganini e avere avuto così
nuove occasioni per incontrarci e ricordare tante
cose e tanti amici comuni; penso ancora al dono
che mi ha fatto quando ha accettato di far cantare
il suo coro alla presentazione di un mio libro sulla
musica a Genova.
Non si possono cancellare gli incontri di una vita.
Per questo nel pensare a don Porro sento risuonare nelle mie orecchie tutte queste cose, ma
soprattutto Se tu vens cà sù…
Maria Rosa Moretti
Nel lontano 1980 lo avevo invitato a casa mia, in
quanto si trattava di scegliere un lied che Paolo,
mio figlio, allora undicenne, avrebbe dovuto eseguire come voce bianca nel coro allora "Campodonico". Dopo aver ascoltato alcuni lieder di Schubert si sceglie "Heidenröslein"… Ma il testo cosa
c’entra con il Natale? Ci chiediamo, e Lui, subito
pronto, intanto di tedesco "nu capiscian ninte!"
Alessandra Pani
Don Luigi, Don Porro per tutti i suoi coristi, la
musica come missione. Unione e comunione per
giovani e meno giovani, lo conobbi da bimbo
quando dopo un’audizione sommaria del suo
orecchio attentissimo mi accolse nel Coro Campodonico in preparazione del concerto del Natale
1975 al cinema-teatro Margherita...Una vera
vocazione la sua, seduto dietro all’organo a pedali
che spostava al Quadrivium da una stanza all’altra per provare. Cantava tutte le voci, una per una
le insegnava a noi bimbi che lo imitavamo volentieri imparando istintivamente a cantare insieme,
e a cantar giusto. Le prove erano sempre un’evoluzione, uno sviluppo della propria musicalità,
della propria cultura musicale e umana, i concerti
delle esperienze indimenticabili. Per me il coro
Januensis è sempre stato un riferimento, un luogo
di ritrovo dove ho sempre incontrato degli amanti
della polifonia vocale e del canto, una cultura
tutta genovese e particolarmente ligure quella del
coro Januensis.
L’ultima volta che lo vidi, tre mesi fa era seduto
sul suo lettino, nella penombra della sua stanza,
non voleva disturbare nessuno. Ebbi l’impressione di far visita ad un santo, una suora ad ogni
piano mi indicava il cammino da seguire per ritrovarlo. Disse : " L’unica mia preoccupazione sono
i cartoni di musica che non so dove mettere, spero
solo che non andranno perduti tanti anni di lavoro
e ricerche... ". Modesto ma consapevole della sua
cultura e della sua sensibilità musicale, umile ma
sicuro del suo valore e fiero dei successi dei suoi
coristi, anche se povero di riconoscimenti ufficiali. Un uomo integro, profondamente felice perché era al suo posto, un posto che si era costruito
da solo con la forza della sua passione e il carisma
del suo entusiasmo. Con affetto e stima, un
ricordo sempre vivo del Maestro Porro.
Paolo Pani
"...NUTRE LA MENTE CIÒ CHE LA RALLEGRA"
S.AGOSTINO
Don Porro. Un grande Maestro. Il mio grande
Maestro. A lui devo l’ “imprinting” musicale e
professionale negli anni della formazione artistica: ha aperto il mio cuore alla musica perché lui
stesso aveva la musica nel cuore, facendomi scoprire e amare la musica come ragione di vita e
insegnandomi ad affrontarne lo studio con attitudine professionale, passione ed instancabile
amore.
Sono cresciuta con lui, prima nelle voci bianche e
poi nel Coro Januensis. In quegli anni ci ha guidato in preziose esperienze di collaborazione con
il Teatro dell’Opera, portandoci a contatto con
importanti Direttori d’Orchestra come Zoltan
Pesko e Bruno Bartoletti (Persephone di Strawinskij, Terza di Mahler,) oltre che in numerosi Concerti e Concorsi nazionali ed internazionali.
Promotore e divulgatore entusiasta di molta
musica contemporanea, accostava arditamente nei
suoi programmi di concerto Palestrina a Petrassi,
Kodaly e Bartok a Marenzio, Bach a Poulenc,
Auric, Britten, Fauré ad Arcadelt, etc.: il respirare
queste nuove armonie ha, nel mio caso personale,
suscitato e consolidato una attitudine al repertorio
del Novecento che è poi diventata parte importante nella mia professione di musicista.
Ma il dono più prezioso che ci ha lasciato è stata
la gioia autentica del fare musica e dell’imparare.
Spesso, finite le prove del coro, ci si attardava
nell’esplorazione e nella lettura estemporanea di
nuove partiture come in un gioco infinito e irresistibile, ma di grande rigore didattico e formativo.
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Per chi era pronto a seguirlo, contagiato dalla sua
passione, qualsiasi momento poteva essere occasione di imparare divertendosi: anche durante i
viaggi di trasferta che il Coro affrontava per i
concerti o per i concorsi, poteva capitare di intonare sul pullman qualche fuga a tre o quattro voci
del Clavicembalo ben Temperato di Bach..
Non di rado, armato del suo trascinante entusiasmo, riusciva a farsi accompagnare in viaggi
improvvisi che organizzava nell’arco di una giornata, per raggiungere qualche fornito negozio di
partiture d’oltralpe, nel quale entravamo come si
entra in una pasticceria sopraffina, quasi
seguendo il profumo dei libri negli scaffali per
uscire sazi di musiche nuove e fragranti sottobraccio.
Don Porro non scindeva mai questa prorompente
gioia di “vivere” la musica con una preparazione
estremamente esigente dal punto di vista della
tensione espressiva e delle dinamiche: era capace
di tenere 40 persone sospese su una armonia o su
un semplice unisono per tempi interminabili fino
a quando l’osmosi delle voci traduceva la partitura in un respiro comune dal giusto colore.
Egli riusciva a rendere professionista anche
coloro che la musica non sapevano neanche leggerla, perché chi ha avuto la fortuna di essere suo
discepolo sa come fosse una sua ragione di vita
tirare fuori il meglio da ognuno di noi per tradurre ogni partitura in una vibrante emozione
sonora collettiva.
Grazie Don Porro, Maestro, che quando lo si
chiamava così sorrideva schivo e commentava
sottovoce: ”Musicam docet Amor”, ossia , è l’Amore il Maestro di Musica.
Ljuba Pastorino Moiz
Quindici anni… dal mio piccolo Coro Parrocchiale vengo invitato ad unirmi ad un “faro musicale” della coralità Ligure: il Coro Campodonico… un “mito” cui tutti quelli che amavano
“fare musica” puntavano.
Trentatré anni dopo… chiesa di S. Donato… si
festeggiano gli 80 anni del “Maestro”. Tanti, purtroppo non tutti poiché qualcuno ci ha già
lasciato, ci ritroviamo “giovani di allora”! E giovani di oggi per un grande concerto dove le nostre
voci si mettono al servizio della sua “musica” che
tanto ha coltivato il nostro gusto ed il nostro orecchio. In mezzo la vita e l’opera di questo “piccolo-grande prete”, “Maestro” per tutti noi, che
ha investito la sua vita nel servizio attraverso la
musica. Ha fatto del Coro Campodonico, poi
Coro Januensis, il luogo di incontro di culture,
pensieri, modi di vivere diversi tra loro ma che
condividono la passione ed il piacere, vezzosamente “non professionale” di fare, creare, diffondere la “Musica”.
Ed allora scorrono nella memoria imprese più o
meno riuscite, ma sempre vissute con gioia e
dedizione: Arezzo, Montreaux, Vittorio Veneto,
Tours, Fidenza, Venezia, Firenze… Paura, gioia,
sorrisi, tristezza… tutti sentimenti condivisi con
Lui e per Lui provati e ritrovati nei Suoi sguardi,
nei Suoi gesti, nelle Sue sfuriate, nei Suoi complimenti. Ed in ultimo i ricordi della Sua vita; le
“perle” che ci lanciava alla fine delle prove,
facendoci intravedere una Italia diversa, il Seminario, gli scherzi ai professori, i rapporti con gli
amici, la “passione” che tutto prende, con grande
umanità e con l’indulgenza del “saggio” che benignamente perdona le proprie e le altrui debolezze.
Grazie “Maestro”, la Tua passione, la Tua forza,
il Tuo sorriso ci accompagneranno sempre nella
vita e ci daranno, ne siamo certi, l’impulso di continuare, al meglio delle nostre potenzialità, a cantare e diffondere la “filosofia” che ci hai svelato
con la “TUA MUSICA”.
PRIMAVERA 2005
Giancarlo Pezzi
So che non gli avrebbe fatto piacere che si parlasse tanto di lui. Schivo, modesto, si schermiva
persino di fronte agli applausi del pubblico dopo
un concerto. Non amava mettersi in evidenza, e
nemmeno amava che si eseguissero le sue musiche, preferendo sempre dare spazio ad altri. Era
geniale nella sua musicalità, innata, spontanea.
Chi lo ha conosciuto non può non ricordare la sua
straordinaria predisposizione naturale alla composizione e all’improvvisazione, così come la sua
abilità nella preparazione e nella direzione del
coro. Lui, che aveva una gradevolissima voce da
tenore leggero, riusciva a cantare con eccezionale
facilità tutte le parti corali, in tutti i vari registri,
compreso quello di soprano. Quante volte,
durante le prove, ricorreva a questo espediente
per insegnarci la parte o per sostituire una sezione
corale momentaneamente mancante o per rimediare a qualche errore. Ci preparava con infinita
pazienza, con quel suo fare insieme professionale
e ironico, spesso alleggerendo le inevitabili tensioni con una risata o incoraggiando con una battuta di spirito in dialetto, senza mai prendersi
troppo sul serio, esigente e rigoroso ma al tempo
stesso indulgente.
Tutti sanno quanto amasse il suo coro, la sua creatura, che ha resistito per quarant’anni, tra difficoltà, naturali avvicendamenti e mutamenti. Centinaia di persone tra loro diverse per età, opinioni, credo politico o religioso, che grazie alla
profonda umanità e all’entusiasmo, alla gioia che
riusciva a trasmettere, è riuscito a coinvolgere e a
tenere unite nel tempo, anche da lontano, nel
segno della musica e dei valori dell’amicizia e
della condivisione.
Oggi, con l’animo gonfio di tristezza, vorrei
potermi rivolgere a lui almeno per dirgli ancora
una volta solo grazie. Grazie carissimo Maestro
per il Tuo esempio di vita e di magistero, grazie
per il dono della Tua allegria, grazie per avermi
onorato della Tua amicizia, grazie per avermi
dato il privilegio di condividere le emozioni, la
passione e l’amore per la musica e per il canto,
grazie per i preziosi insegnamenti spirituali,
d’arte e di vita, grazie per i tanti ricordi che
insieme con la Tua immagine e con il Tuo sorriso
resteranno per sempre incancellabili nella mia
memoria e nel mio cuore.
Giulietta Picco
Amore e passione per le vette. Quelle musicali,
s’intende: Bach, Haydn, Mozart, ma accanto a
queste prendevano forma, nei suoi racconti lievi e
gioiosi, le cime impervie e innevate dello Jungfrau e del Pilatus, violate solo dall’ardire di quei
trenini svizzeri che suscitavano sempre la sua
ammirazione, alla stregua del fugato più arduo e
del concertato più vorticoso.
Francesca Pizzimenti
La cultura musicale di Don Porro era molto più
profonda di quel che il suo atteggiamento semplice inducesse a considerare; in ogni situazione
era poi disponibile a mettere la propria preparazione a disposizione di tutti. Non è certo una caso
che abbiano lavorato o collaborato con lui praticamente tutti coloro che a Genova si siano occupati in qualche modo di musica. Un buon carattere naturale ed una acquisita saggezza gli procuravano facili rapporti con chiunque.
Accanto ai numerosi ricordi legati alle personali
collaborazioni, che negli anni del coro Januensis
dettero vita a esecuzioni della Grande Messa di
Mozart, dell’Oratorio di Natale e della Messa in
La bemolle di Schubert, ne affiorano altri curiosi,
come le varie volte in cui lo si vedeva suonare o
improvvisare all’organo e contemporaneamente
conversare tranquillamente con chi gli stava
accanto. L’impressionante riconosceza collettiva
tributatagli nell’occasione della scomparsa è stata
certamente sincera e sentita, dando la misura
della sua importanza nel mondo musicale della
nostra città.
Tre anni fa, gli auguri del Cardinale
Michele Trenti
Con la morte del Don è scomparso per me un
pezzetto di vita, la mia adolescenza che si è protratta per molto a dire il vero: sedici anni, accompagnati da quella musica ; ma direi soprattutto è
scomparso un pezzo di genovesità, quella genovesità che ci aveva resi complici, io, lui e la mia
famiglia.
Spesso a tavola insieme, il dialetto era l'idioma
comune che ci univa; si sa come un accento, un
termine dialettale siano appropriati per indicare
un atteggiamento, un'emozione un modus
vivendi.....ecco con lui in questo senso noi eravamo un tutt'uno e così ci s'intendeva.
Ricordo un particolare divertente raccontato dal
Don: il mottetto di Bach "Ich lasse dich nicht"
percepito in modo distorto da un canonico e
diventato: "L'assu de picche, l'assu de picche…"
…che risate!
Alessandra Varbella
Luigi Porro, Compositore di musica sacra
La sua raffinata sensibilità artistica trae ispirazione sia dal Gregoriano che da
forme musicali più moderne: a volte l’uso di armonie piuttosto ardite e di
cambi di ritmo repentini e inaspettati crea effetti di rara intensità espressiva.
Ad esempio, nella Messa in mi bemolle maggiore, il Sanctus, scritto in 4/4, ha
un’evoluzione ritmica molto interessante: infatti nel Benedictus, di reminiscenza
gregoriana, i soprani ed i contralti si inseguono in figurazioni ritmiche rapide e
variate scritte nel tempo di 5/4, per poi tornare nelle ultime due battute al
tempo originario.
Nelle sue composizioni più brevi, come ad esempio nei Mottetti, è riuscito a
condensare un’alta espressività attraverso una trama armonica fitta di impercettibili dissonanze e ritardi , che genera un sottile ma continuo brivido di tensione interiore.
La sua predilezione per le armonie di Settima in tutte le sue specie si può, ad
esempio, trovare nel “Resurrexi”in re maggiore, dove, l’uso della VII maggiore
usata quasi ossessivamente all’unisono in successione ascendente, rende luminoso il canto dell’esultanza. Nel mirabile “Suscitabo mihi Sacerdotem”, in mi
maggiore, le toccanti progressioni discendenti di settime, arricchite da ritardi
interni, evocano un sentimento introspettivo dal colore quasi Brahmsiano.
Anche nella straordinaria composizione “ O Salutaris Ostia “in do maggiore , il
Tema quasi cullante è dato dal pulsare di settime che si aprono e si contraggono dolcemente in sottili dissonanze, creando un’atmosfera estremamente
intima e struggente, come l’aprirsi di un’ emozione subito richiamata nella propria interiorità.
Questo clima onirico culmina in un’armonia sospesa tra il maggiore ed il
minore di sapore quasi bartokiano : un sereno accordo finale chiude questa
pagina che forse svela il lato più intimista e profondo di Luigi Porro Compositore.
Ljuba Pastorino Moiz
PRIMAVERA 2005
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Luigi Porro: Polifonia di linee musicali e di storie personali.
“Addio Don Luigi Porro, cantore della gioiosità”, titolava un giornale genovese
annunciando alla città la morte del grande Maestro.
Proviamo a riflettere su questa immagine e cerchiamo di tradurla concretamente
per chi (forse i più giovani) non hanno avuto la fortuna di conoscerlo e anche per
coloro (tantissimi, davvero) che hanno invece avuto il piacere di fare questa
esperienza, musicale ed umana.
Ebbi già modo di parlare di lui da queste pagine, in occasione della festa-concerto per il suo ottantesimo compleanno; per questo dirò brevemente della decisiva influenza della sua figura sulla mia formazione di direttore di coro e, naturalmente, della sua innata capacità di tenere insieme un grande gruppo, fatto di
persone di ogni età e provenienza, accomunato dall’amore per il canto corale
(cioè per il canto fatto insieme) a cui solo il “Don” sapeva infondere un tratto
esclusivo. Porro è riuscito a far questo nell’arco di quarant’anni e, se ci soffermiamo per un attimo a pensarci, capiremo che ciò è assolutamente straordinario.
Vorrei perciò, ritornando all’immagine iniziale, sottolineare fortemente quelle
due parole chiave: “canto” e “gioia”, come sintesi della sua vita di uomo, di formatore e didatta, di comunicatore e punto di riferimento di una città, di musicista ed artista. Ora che il tempo ci allontanerà gradatamente dall’evento luttuoso,
ora che Il tempo s’è compiuto, come sembra suggerirci il titolo di una sua bella
e antica composizione, le sue musiche potranno testimoniare con netta rilevanza
tutto quello che le parole non riescono a fare compiutamente.
L’episodio centrale del mottetto, tratto dal famoso salmo 136, che ispirò a Palestrina e Verdi musiche immortali.
Per chi ha conosciuto Don Porro, ancora oggi, le parole di Canfori significano
viva commozione, perché è straordinario vedere come una collega, di pur di
grande sensibilità musicale, che non aveva tuttavia mai avuto modo di conoscerlo personalmente, abbia colto alcuni punti fondamentali della sua musica e
li abbia così bene sintetizzati: il calore e l’intensità, la semplicità nobile di quel
suono a cui tutti avevamo la fiera consapevolezza di partecipare, di quella Polifonia di linee musicali e di storie personali che ognuno, esecutore o ascoltatore
poteva vivere come momento privilegiato ed irrepetibile.
Posso affermare con tranquillità che le diciotto battute del “communio” O salutaris Ostia appartengono di diritto alla sfera dei capolavori senza tempo, avendo
in sé la purezza delle linee mozartiane, la serena rassegnazione di Fauré e la sapiente solidità di scrittura
della tradizione polifonica italiana.
Frammento di O salutaris Ostia
La “meravigliosa” falsa relazione dell’Amen.
Perché così faceva il Maestro, sapendo riconoscere
per istinto i “grandi”, lui che si avvicinò alla grande
musica da autodidatta puro, toccando da bambino un
tasto dell’armonium della sua parrocchia di Nervi e
rimanendone affascinato, per poi scoprire che, toccandone due contemporaneamente, l’emozione era ancora più forte!
Questo disincanto don Porro se lo porterà dietro tutta la vita e molto spesso lo
vediamo riaffiorare nella sua musica, come una magia: durante gli anni del seminario trova un testo (nemmeno lui ne ricorderà poi la provenienza) e lo musica
per una voce bianca solista e organo. Il brano si intitola Ave di grazia piena. La
melodia è davvero dolcissima e l’armonizzazione ricca di chiaroscuri ma ciò che
lascia davvero incantati è l’unico frammento a cappella dell’intera composizione, a tre voci pari: qui ritroviamo l’atmosfera sognante e magica dei fanciulli
del Zauberflöte. È un attimo, ma è molto intenso e resta dentro quando si finisce
di ascoltarlo.
Frammento di Il tempo si è compiuto
Un frammento del brano citato dove, incastonata come una gemma all’interno
del canone di derivazione tematica, si distende come un cantus firmus la linea
del contralto: la modalità conferisce al passaggio un tratto di arcaico fascino ma
la scrittura è fresca e moderna.
Diceva la collega Tiziana Canfori in occasione di una delle prove per la già citata
festa-concerto: “Nel Super Flumina Babylonis che ascolto c’è un’idea nobile e
intensa della voce umana, racchiusa in quel sapiente impasto sonoro che con
tanta passione i suoi cantori stanno intrecciando sopra le teste di tutti noi.” [da Il
Cantiere Musicale, anno II n°16, estate 2002]
Frammento di Ave di grazia piena
Pretendere qui di analizzare per intero l’opera corale di Porro è ovviamente impossibile. Occorre comunque ricordare l’ingente mole di musica liturgica, in particolare di messe, scritte per la Cattedrale di Genova, S. Lorenzo; nonché l’eccezionale
lavoro di elaborazione di brani di tradizione popolare, anche non strettamente connessi con la liturgia e un continuo lavoro di trascrizione e adattamento allo strumento “coro” di tutto quello che gli suggeriva il suo istintivo e illuminato talento
naturale. Vorrei chiudere, tuttavia, parlando brevemente di un brano che il Maestro
portò, fresco di stampa, ad una delle ultime prove che fece nel 2004. Mi colpì
subito e cercai poi di capirne le ragioni: Suscitabo mihi, per coro e organo sarà l’ultimo brano composto da Don Porro ed è un mottetto di grande bellezza. Duplice
riflessione: intanto sulla scelta del testo (“Risveglierò in me il sacerdote fedele…”)
e in secondo luogo sull’utilizzo di un incipit melodico
Frammento di Suscitabo mihi
che ha la stessa matrice del corale luterano che Bach utilizza nella famosa Cantata BWV 4 Christ lag in Todesbanden (Cristo giacque nelle bende della morte).
Se sovrapponiamo i due elementi, testuale e musicale, tutto ciò assume un valore
fortemente simbolico, che si comprende appieno ascoltando tutta la partitura, di
un lirismo mai come qui intriso di composta rassegnazione e intima accettazione
della fine vicina; e neppure la sezione centrale in maggiore, riesce a stemperare
l’evidenza di questi tratti, con le quattro voci “costrette” in un registro medio, in
una intensità che solo intimamente può esplodere, ma che non può trasformarsi
in urlo.
Marco Bettuzzi
Frammento di Super Flumina Babylonis
9
PRIMAVERA 2005
Una eredità preziosa
Da quanti anni conoscevo Don Luigi Porro? Se si intende “di persona”, da
tanti, più di 25.
Ho cantato nel coro Januensis (un tempo Campodonico) fin dal1980; certo,
non con la continuità di altri cantori, che hanno fatto parte della formazione
corale più in vista della città senza praticamente interruzione alcuna. Per chi,
come me, ha intrapreso la carriera di musicista il contatto con il “Don” si è trasformato negli anni in una sorta di collaborazione, di piacevole consuetudine
in occasione di eventi concertistici per i quali il maestro ci chiedeva un aiuto,
un sostegno nei confronti delle voci più giovani. Ma se si intende da quanti
anni lo conoscevo “di fama”, devo dire che non riesco a ricordare un periodo
della mia storia di musicista (comprendendo ovviamente tutto il periodo
degli studi) in cui il nome di Don Porro mi sia stato estraneo.
Uno dei miei ricordi più “antichi”, infatti, è il tradizionale concerto natalizio al
Teatro Margherita, allora teatro principale della città, il cui cartellone recitava:
“Canti di Natale con le Voci Bianche di Don Porro”.
Avevo 13 anni quando ho iniziato a studiare musica, tardi, in verità, ma nella
mia famiglia non vi è mai stata una tradizione in tal senso; fu una mia decisione, presa quasi in sordina, senza minimamente illudermi, allora, di poter
entrare “in conservatorio”, meta irraggiungibile agli occhi di un bambino.
Cominciai a prendere lezioni presso una scuola privata, l’Apostolato Liturgico, che preparava organisti parrocchiali; fu proprio durante la preparazione
di un concerto presso la scuola che arrivò Don Porro per sistemare la lettura
di alcuni brani corali che dovevano essere eseguiti in concerto.
Ricordo la deferenza con cui veniva trattato dal personale della scuola: “C’è
Don Porro, ragazzi, fate una buona figura; state attenti perchè “lui” sente tutti
gli errori; lo sapete che dirige il coro al teatro...”.
E ovviamente agli occhi di noi giovanissimi questa figura di musicista “conosciuto” risultava qualcosa di irraggiungibile, di magico.
Sorrido ora, ripensando a quanto era diverso, disponibile e divertente, ripensando alle risate che ci siamo sempre fatte in compagnia quando mi autoinvitavo a casa sua per cercare uno spartito nell’immensa biblioteca di brani
corali che possedeva, per fargli sentire la registrazione del mio ultimo concerto o semplicemente perché passavo di lì e lo andavo a trovare.
Un personaggio così lontano dall’immagine che di lui mi era stata data negli
anni addietro.
Allora non potevo immaginare che la mia carriera futura sarebbe stata influenzata dagli eventi che si verificarono di lì a poco: più volte il Don mi chiese di
aiutarlo a preparare musicalmente proprio quelle voci bianche che tanto mi
avevano colpito da bambino.
All’epoca avevo appena lasciato la direzione di un vecchio coro, che avevo
seguito per due anni, per formare quello che oggi è l’ensemble I Polifonici
di Genova; l’idea iniziale era quella di un piccolo gruppo da camera, ma fu
proprio ricordando il lavoro fatto con i bambini di Don Porro, così divertente
e costruttivo, che decisi di proseguire quel lavoro di cura delle voci infantili
che il Don aveva fatto per tanti anni (e che poi, purtroppo, aveva poi interrotto) costituendo una sezione di voci bianche.
Dopo anni di esperienza comprendo anche il perché Don Porro lasciò il coro
di voci bianche: insegnare il canto ai bambini e portarli ad un livello musicale
degno di nota è un lavoro tanto entusiasmante quanto faticoso. Il Don era giustamente stanco e, a mia insaputa, aveva spinto me su quella strada, chia-
Don
Pensare che li evito, per quanto s’arrogano l’esclusiva della mistica, come se la Coca Cola
comprasse il marchio del latte o del pane…
Eppure, Don, non ti ho mai messo nel mucchio, e
forse tu stesso – attraverso la musica – hai preso
per tutta la vita la dovuta distanza (tutta non so,
perlomeno quel quarto di secolo che conosco il
tuo viso liscio come di donna, la risata acuta, la
tua disingannata cortesia).
Un quarto di secolo, si fa a tempo a fare un figlio
e vederlo adulto: io sono stato capace solo ad
invecchiare, mentre tu eri vecchio già quando mi
accettasti nel coro. Adesso per caso mi vedi e mi
dici: "oh bene perché non vieni a cantare, tu che
hai una così bella voce?" e dovrei dirti Maestro,
Don, ci ho messo vent’anni di cicche, sopra la
voce, e tanto ho fatto che adesso (finalmente) non
ho più promesse da mancare. Invece sorrido
scrollando le spalle, e ti chiedo come stai, come
PRIMAVERA 2005
mandomi ad affiancarlo nel suo lavoro che, in seguito, ho compreso essere
così prezioso.
Posso dire in tutta tranquillità di aver ereditato e proseguito una tradizione
che, sebbene forse non iniziata da Don Porro, è stata da lui certamente alimentata con quella simpatia che poteva scaturire in ogni momento nel corso
di una prova.
Ho letto qualche articolo che è stato scritto su di lui in queste ultime settimane: dovunque si fa cenno in modo più o meno esplicito alla sua simpatia
e alla sua umanità; si parla di lui come di chi si è sempre occupato di musica
con gioia, divertendosi a praticare la stupenda arte del canto con chi gli stava
intorno.
Nel caso di Don Porro è difficile, credo, separare l’uomo dal musicista:
l’uomo, ancor prima del musicista, sapeva giocare con le persone e le cose
che aveva intorno con lo spirito di un bambino.
A questo punto non posso non raccontare questo simpatico aneddoto.
In occasione di una delle mie visite presso la sua abitazione, il Don mi venne
incontro con un cacciavite in mano. “Che succede, Don, ha bisogno di aiuto
per riparare qualcosa?” Risposta: “Veramente stavo cercando di far funzionare una locomotiva, perché il treno è già in ritardo... vieni un attimo su”.
Dopo un attimo di smarrimento sono andato “su”. Per “su” si intendeva il
secondo piano della casa, grande quanto il primo e comunicante con quest’ultimo tramite una regolare scala interna. Luogo che avevo sempre creduto
destinato all’archivio, a sala da studio o comunque, essendo il Don un prete,
a luogo di meditazione o di preghiera.
La “stanza su” erano state in verità due stanze affiancate da un lungo corridoio; dico erano state in quanto ciò apparve ai miei increduli occhi fu una
situazione da post-cataclisma tellurico! Due stanze di media grandezza, una
volta separate da una tramezza di mattoni, erano diventate un’unica enorme
stanza che mostrava ancora le ferite evidenti delle picconate con cui il Don
aveva barbaramente demolito la tramezza.
“Ma Don, che cosa ha combinato qui?” – “Beh, sai, il plastico non ci stava e
allora ho buttato giù il muro...”.
Nel centro, anzi, in tutta la stanza un ENORME plastico ferroviario sollevato da
terra da una selva di cavalletti faceva bella mostra di sé: montagne, gallerie
(una passava, tra l’altro, attraverso un altro muro, opportunamente semidemolito per la bisogna!), passaggi a livello, casette... Il più grande sogno di un
bambino stava davanti a me, con sette o otto linee ferroviarie indipendenti,
semafori, scambi, con il Don che mi diceva: “Sai, ho la mia tabella di marcia:
i treni devono essere puntuali, c’è il locale delle 7,00, il diretto delle 9,45...”.
Solo chi è bambino dentro può insegnare ai bambini facendoli divertire; e
più volte ho pensato che la cosa possa essere utile anche per insegnare a
molti adulti, non a tutti, purtroppo.
La mia personale storia musicale conta tanti anni di studio con tutto ciò che
ne è scaturito, diplomi, concerti, ma se lo studio della teoria si può e si deve
giustamente fare a scuola, la pratica è veramente vita vissuta.
La mia principale attività si svolge con i bambini, e non passa giorno che io
non debba, per una ragione o per l’altra, ringraziare il Don per l’eredità che
mi ha lasciato: non solo per avermi in qualche modo instradato verso questo lavoro, ma per avermi influenzato nel modo in cui farlo.
La mia speranza è che queste fatiche portino qualcun altro a dire, un giorno,
di aver amato la musica un po’ di più grazie al tempo trascorso a cantare in
coro; allora potrò dire di aver fatto, anch’io, un buon lavoro.
Fabio Macelloni
va la salute. Maledizione, stai che addosso hai un
cancro, e idiota che sono, forse qualcuno me l’aveva già detto, ma un conto è sentirlo distratto, un
conto è vederti, colla morte scritta sul colore del
viso. "Adesso un po’ meglio, sto facendo la chemio. Non lo sai? Che ho un cancro, e m’ha fatto
uno scherzo, e dalla prostata è passato alle ossa.
Ma adesso va meglio, a Natale non riuscivo ad
alzarmi, ma adesso…" e ti alzi, per farmi vedere.
Nel frattempo il coro si compone alla destra del
padre, come ogni anno da sempre, e tu Don, torni
al centro ancora una volta, a guardarci tutti colla
bocca aperta, a guidare colle mani la colonna
sonora d’un rito a cui mi chiedo se davvero ci
credi.
Lo spero, adesso che sei colle valigie già pronte,
spero tu abbia dimenticato le molte cose che hai
visto, che canzonavi da prete. Perché Don, se ti
ricordo durante le prove, il bello era certo cantare, ma soprattutto alla fine riunirsi intorno all’harmonium, e pettegolare e sentire quella risata
10
acuta, cattivo com'eri, ma buono come il pane.
Oggi in chiesa, mentre c’è una tv privata che
filma, e chi parla dei giocatori del Brescia e del
Genoa, spero che tu, Don, sia concentrato su
quella fede che, senza, la tua scelta di vita
sarebbe sfacelo.
Del coro, che guardo (e nei due terzi che vedo
stupito cosa ha fatto il tempo di ingrato, e mi
sembra di esserne esente, naturalmente. Finché
non trovo uno specchio), mi arriva dolce quella
musica sacra che mi ha guidato ogni festa. È Pasqua ancora una volta, e c’è la stessa scaletta di
suoni, gli stessi gesti di un quarto di secolo fa: si
canta, e nella pausa, passa discreto (mentre continua la Messa) il Don con un pacco di buste che
gli spuntano in tasca, e distribuisce il santino
facendo finta di nulla.
Allo stesso posto, nello stesso luogo, a cantare le
stesse cose, fa girare la testa: vederti di schiena
guidare quelle bocche aperte di vecchi uccellini
affamati, vederci sotto il coperchio della stessa
chiesa che di buono ha il profumo di incenso, fa
girare la testa.
Vederti camminare con fatica, perché la stampella la trovi umiliante, perché forse sei vanitoso
come vanitosi sono i preti, perché non vuoi far
vedere che è l’ultima Pasqua, mi fa venire una
calma improvvisa. Tanto che qui, in chiesa,
ospite provvisorio, mi fermerei a riposare per
qualche ora in silenzio, dopo tutto questo trambusto. Mi concentrerei sugli anni, proverei ad
ordinare le date, a ricordare quanto più posso,
Don, a seguire i momenti passati insieme a cantare, di fronte ai tuoi occhi piccoli, ai tuoi gesti
così chiari e così senza scuola.
Ad ogni fine concerto, la cena, o il pullman, talvolta due lire, e i commenti, i rinfreschi dietro le
quinte, e una bella o che sceglievo essere tale,
fra contralti o soprani, un’innamorata da provare
a accostare o con cui litigare. Con in bocca, al
ritorno, ancora il sapore di quell’esercizio d’amore che era cantare insieme.
Idiota, credevo che tutto mi potesse aspettare.
Invece, mi tocca sentire con un nodo in gola
l’Alleluja finale di Haendel, e vederti, Don, che
dirigi colla sedia di dietro e un inginocchiatoio
davanti ma in piedi, colle dita che dici "son quattro!" alle sezioni: le ultime battute, quattro volte
alleluia, poi insieme nell’accordo finale, tenuto
finché c'è fiato. E poi, come sempre gli applausi,
anche se siamo in chiesa.
E’ finita, Don, maledizione, non solo una messa
o un concerto. Non c’è un’altra festa a cui darsi
ritrovo. Questa è la vita, la cosa a cui il tuo vecchio mestiere forse sa dare un nome ed un senso.
Io no, così non mi fermo. Anzi scappo, senza
neppure darti la mano.
Un concerto
per ricordarlo
Un concerto in memoria del Maestro
Porro si terrà sabato 2 aprile alle ore
21 presso la Sala Concerti del Conservatorio Paganini. Di scena il Coro
delle Voci Bianche de "I Polifonici di
Genova" diretti da Fabio Macelloni.
Organista, Silvia Derchi.
In programma lo Stabat Mater di Pergolesi.
Giorgio De Martino [aprile 2004]
movimento. C’è un’articolazione dell’immagine in modalità comunicativa,
ed un legame simbolico nell’utilizzo dei materiali".
Dietro tutto ciò, la sua chiave di lettura di “Norma”…
"E’ un’opera alla fine senza plot, quasi un esperimento a pannelli dove
accadono degli eventi-pretesto. Bellini analizza molto i sentimenti umani
basici. In Norma tutto parla un linguaggio primario e cosmico: foreste,
luna… E’ tutto molto grande, non ci sono piccoli gesti. Sono trattati i sentimenti dell’amore, della violenza guerresca, del risentimento: vengono campionati e trattati da Bellini, senza un vero sviluppo psicologico. Se andiamo
a cercare la storia, per farci trascinare avanti, prendiamo la strada sbagliata".
Oltre alle immagini?
"Poco altro. La scena è realizzata sostanzialmente da una situazione molto
elementare di elementi di proiezione: tulle, che sono “Sceno” e che raccolgono la “Grafia”. Abbiamo sempre una enorme luna-gong dietro, e materia
lunare, e un mantello gigantesco per il rito (“Casta diva”)".
Il suo è un tipo di linguaggio applicabile a tutto il melodramma?
"Sì, in modo più o meno calzante. Ho iniziato a sviluppare questo linguaggio all’aperto, con grandi spazi: nel ‘99 ho fatto una “Madama Butterly” per
l’Arena di Verona con 9 macchine di proiezione. A 130 metri di distanza,
non “racconto” più con gli sguardi e i movimenti dei cantanti, ma solo con
una regia visiva, dove la proiezione è un personaggio, e mi da la possibilità
di comunicare a distanza una parte della drammaturgia. Questa strada mi
sembra inevitabile. Anche se non lo so se sia l’unica. La mia Butterfly dell’Arena conquistò tutti i giovani che la videro. Ma ebbe anche un buon
riscontro nel vecchio pubblico, perché non c’è niente di eversivo: c’è un
adeguamento tecnico visivo, ma non metto i jeans a Rigoletto! Bisogna
saper stabilire un contatto anche con i giovani, bisogna parlare col nuovo
pubblico nella sua stessa lingua. E’ una necessità … Mi chiedo cosa farebbe
oggi un Puccini, uomo straordinario e pieno di curiosità".
Ha dei riferimenti forti?
"C’è un collega illustre che in passato ha portato avanti talvolta questo tipo
di linguaggio, Pier’Alli. A livello dei grandi spazi è un linguaggio di cui
credo avere l’unica paternità. Ma riesco a portarlo avanti solo parzialmente,
perché per accoglierlo davvero ci vuole un cambio di sistema".
Partendo da?
"Ci vogliono nuove tecnologie, che portano poi a nuove professionalità. E
ci vuole anche il coraggio di scommettere: mi chiedo perché, in un
momento di crisi economica delle Fondazioni, non si possa fare almeno
un’opera all’anno nello stadio della propria città. La mia esperienza di teatro in giro per l’Europa è che, usando questa tecnologia, quando proprio una
produzione dal punto di vista economico “non decolla” è perché ha raggiunto la parità tra denari spesi e guadagnati".
gdm
A colloquio con Paolo Miccichè, autore dell’allestimento hi-tech di "Norma"
al teatro Carlo Felice
Crisi del linguaggio e
nuove prospettive della regia lirica
"La mia generazione ha vissuto pesantemente la crisi del linguaggio.
Quando ho cominciato i nostri punti di riferimento potevano essere, a vari
livelli, grandi maestri quali Strehler (che nell’opera rappresentava il latore
di un linguaggio ancora vivo). Noi ci siamo trovati tutti ad essere necessariamente degli epigoni".
Quarantacinque anni, romano, Paolo Miccichè è regista e visual director.
Sua, la Norma hi-tech applaudita in marzo al Carlo Felice: un allestimento
fatto di immagini virtuali in movimento. "Un tempo in una abitazione c’era
pochissimo per l’Entertainment. Poi le persone uscivano, andavano a teatro,
e la loro pellicola psicofisica era estremamente impressionabile. Ora,
quando usciamo riusciamo a stare pochi secondi senza musica, senza sollecitazioni visive. Oggi siamo bombardati, ovunque. Il problema del linguaggio è forte. Questa mia è una strada dove cerco di trovare altre formule di
presentazione, considerando che l’opera è in fondo un pacco di fogli, che
viene rimesso in scena ogni volta".
Ma lei crede ancora nella forza dell’opera…
"Naturalmente, in quanto oggetto drammaturgico teatrale. Ho dei dubbi
invece su come tutti noi la stiamo presentando. Sulla scarsa ricerca de
nuovo pubblico. Trovo conforto leggendo le lettere di Verdi, dove il compositore è spesso occupato a lottare contro le abitudini della routine del suo
tempo. Lo vedo costantemente cercare mezzi nuovi per impressionare il suo
pubblico, nell’esigenza di stabilire un contatto… Quando lavoro non mi
chiedo mai cosa voleva a suo tempo il musicista ma l’esatto opposto: mi
chiedo cosa vorrebbe oggi!".
Quali soluzioni propone?
"Oggi l’opera ha assorbito quello che hanno dato i grandi maestri del
cinema, ovvero una grande consapevolezza drammaturgica, da Visconti a
Strehler. Ma l’opera ha bisogno anche d’altro. La mia strada permette la
possibilità di avere, utilizzando una proiezione su film, non un contesto dato
che costringe a una sua realtà fisica, bensì qualcosa che è in costante mutazione e che cerca di seguire il respiro musicale… Un altro canale, un’altra
polifonia, in questo caso visiva".
Quali strumenti utilizza?
"Ogni proiettore ha due sistemi di rulli che permettono anche di scorrere in
parallelo o ruotare di 360 gradi. Si tratta di mezzi tecnologicamente elaborati, soprattutto nella messa in scena dove bisogna calibrare l’intensità, il
11
PRIMAVERA 2005
Al “Montale” una nuova operina con marionette e cantanti.
E con gli strumentisti del “Paganini” coordinati dal M° Bettuzzi
La Fanciulla del West sui fili
Un gruppo strumentale del "Paganini" ha preso parte a "La Fanciulla del
West" andata in scena all’Auditorium Montale dal 16 al 24 marzo. Lo spettacolo, firmato dalla compagnia genovese "Teatro Appeso a un Filo", è una
produzione firmata dal Conservatorio in collaborazione con "Bludigenova". Coinvolgendo burattini, cantanti e voci recitanti, si è voluto raccontare ad un pubblico di giovanissimi il celeberrimo titolo pucciniano.
La musica di scena – che i giovani strumentisti, coordinati da Marco Bettuzzi, si sono prestati ad eseguire – è firmata da un giovane musicista
laziale, Paolo Vivaldi. Testo e regia sono di Massimo Sgorbani. In scena il
tenore Alessandro Fantoni ed il soprano Antonella Fontana.
Fra l’angusto palco dell’auditorium e la prima fila di poltrone, i “nostri”
musicisti Marco Mascia, Sara Calabria, Alessio Caprari, Pjetri Arven,
Eleonora De Lapi, Nahel Al Halabi, Giampiero Lobello, Valerio Civano,
Cristian Margaria, Matteo Rabolini e Simone Agosto.
Ci siamo fatti raccontare qualcosa in più su questa Fanciulla direttamente
dalle tre artiste che stanno dietro al "Teatro Appeso a un Filo", ovvero Paola
Ratto, Valentina Delli Ponti e Rosa Sgorbani (quest’ultima, per dieci anni
scenografa e marionettista al teatro di Gianni e Cosetta Colla).
"E’ il nostro terzo spettacolo. Siamo una compagnia di marionette costituita circa tre anni fa. Il primo titolo era “Pinto Smalto”, ed anche allora
il testo era di Massimo Sgorbani e la musica di Paolo Vivaldi… E’ nostra
volontà proporre sempre spettacoli che abbiano una forte componente
musicale. La seconda esperienza risale al gennaio 2004: un “Pierino e il
Lupo” dedicato alle scuole materne e al primo ciclo delle elementari, con
cui abbiamo girato molte scuole genovesi e partecipato a festival estivi. La
struttura su cui lavoriamo e dalla quale animiamo le marionette è piutto-
IL SOTTOSCRITTO, ELIA SAVINO, DOCENTE DI
TROMBA PRESSO CODESTO CONSERVATORIO, DESIDERA CON LA PRESENTE PRECISARE CHE NELL’ARTICOLO APPARSO SULLA RIVISTA "IL CANTIERE MUSICALE" A PAGINA 4, IN MERITO ALLA TRASFERTA IN
SIRIA, SONO STATE RIPORTATE VALUTAZIONI DI
CARATTERE POLITICO, ATTRIBUITE ERRONEAMENTE
AL SOTTOSCRITTO, E ASSOLUTAMENTE NON CONDIVISIBILI DALLO STESSO.
QUESTA RETTIFICA, CHE PREGO CODESTA DIREZIONE
DI VOLER INSERIRE NEL PROSSIMO NUMERO DELLA
SUDDETTA RIVISTA, INTENDE TUTELARE IL FELICE
ESITO DELLA TOURNÉE CHE HA AVUTO NEL SUO VOLGERSI IMPLICAZIONI E COINVOLGIMENTI SQUISITAMENTE DIDATTICI ED ARTISTICI.
GENOVA, 8 FEBBRAIO 2005
Prof. Elia Savino
Piccoli
equivoci
"Certo, anche se ospiti di riguardo, si coglie che
quella siriana è una terra piena di tensioni e di
lacerazioni. Ma il fatto arricchisce di valore
l’incontro fra italiani e siriani, nel nome della
musica". E’ stralcio (quello "incriminato") di un
articolo che dava notizia – in termini persino
entusiastici, e non senza motivo – della trasferta
didattica di un gruppo di docenti del "Paganini"
e di professori d’orchestra del teatro Carlo
Felice: Stefano Ammannati, Piero Andreoli, Vladimiro Cainero, Luigi Giachino, Elia Savino e
Giampiero De Santi e Marcella Lamberti.
Insieme alla delegazione, anche la cantante Gloria Scalchi, moglie del M° Savino. Proprio a
quest’ultimo la redazione (nella mia persona)
aveva chiesto un contributo da pubblicare sul
"Cantiere". Non disponibile a scriverne, si era
però reso disponibile a parlarne. Nel rispetto del
lavoro dei docenti e della funzione divulgativa
del giornale, nonostante i tempi "stretti", avevo
PRIMAVERA 2005
sto alta e complessa da trascinare, dunque la utilizziamo soprattutto nelle
piazze e nei teatri (mentre nelle scuola impieghiamo supporti più agevoli).
Lavoriamo con il “ponte” a vista, in modo che i trucchi di noi marionettiste sia sempre esplicito, svelato. “La fanciulla del West” non è necessariamente uno spettacolo per bambini: si parte da un’età di circa sei anni ma
si può arrivare tranquillamente a novantanove!".
All’autore e regista Massimo Sgorbani chiediamo ragguagli sul titolo. Un
titolo di per sé impegnativo! "Nell’esigenza di fare la versione per marionette del cartellone per adulti, ci siamo inventati una formula in cui marionette e attori in carne ed ossa interagiscono. Abbiamo dunque Minnie e
Johnson che recitano e cantano, mentre alcuni altri personaggi dell’opera
pucciniana sono marionette. Il tutto, con musica dal vivo. La difficoltà
maggiore dell’operina è proprio la sua peculiarità d’essere concepita a più
livelli: c’è il canto, gli attori, la musica dal vivo, le intersezioni attoriali che
abbiamo fatto incidere al bolognese Matteo Belli. Con l’aiuto di un bravo
fonico, tutto sembra che avvenga dal vivo, ma in realtà dietro c’è un grosso
lavoro di incastri".
telefonicamente racconto notizie dalla viva voce
di Savino, per poi riproporle non virgolettate o
firmate dal docente di tromba (quindici anni di
lavoro giornalistico mi hanno abituato ad essere
prudente: se ci sono le virgolette deve esserci
anche la tutela reciproca d’un registratore, a
scanso di equivoci) bensì definendole, per correttezza, "sunto della conversazione". Così riassumendo ciò che onestamente ritenevo d’aver
colto, e provando a metterlo – come si diceva un
tempo e come sempre avviene – in "bell’italiano". Fra le altre riflessioni riportate, la frase
che ha verosimilmente turbato Savino, il quale
non ha riconosciuto in quella, una propria affermazione. Nell’ambito di un articolo finanche
celebrativo, la "buona fede" del possibile equivoco mi auguro sia tributata d’ufficio. Ma
ammetto – e me ne rincresce – di aver attribuito
un termine ("lacerazioni") forse non d’uso sufficientemente comune, forse troppo ricercato, da
me scelto nella volontà di cercare un sinonimo
alle considerazioni telefoniche di cui sopra che
credevo (errandomi) d’avere inteso. Perché che
quella siriana sia una terra "lacerata", è affermazione che comporta "valutazioni di carattere
politico (…) assolutamente non condivisibili"
dallo strumentista.
Ed ecco la precisazione, confesso, molto inattesa
(anche perché, oltre al pezzo sul "Cantiere",
avevo ritenuto – e ritengo – talmente bella l’iniziativa che di mia spontanea volontà m’ero adoprato per farle avere l’adeguato risalto sulla
stampa cittadina) ma frutto di uno zelo ineccepibile. Dispiaciuto per questo equivoco piccolo
piccolo, che ha tanto contrariato il Docente di
tromba, lo ringrazio pubblicamente per la precisazione. E mi auguro di cuore che alla prossima
master class siriana abbia tempo e voglia di
prendere carta e penna per raccontare al "Cantiere" la sua nuova esperienza e tutti i "coinvolgimenti squisitamente didattici ed artistici" del
caso.
12
Giorgio De Martino
Comunicazione ai Signori
Docenti ed agli Studenti
IL CANTIERE MUSICALE, RIVISTA DEL CONSERVATORIO PAGANINI, È GIUNTO AL QUINTO ANNO DI
VITA ED AL SUO VENTOTTESIMO NUMERO. COME
NOTO LA RIVISTA, A DIFFUSIONE GRATUITA, VERTE
PRINCIPALMENTE SULLA VITA MUSICALE DEL CONSERVATORIO STESSO, ED HA LA PROPRIA RAGION
D’ESSERE QUALE PORTAVOCE MEDIATICA DELLE
ATTIVITÀ DELL'ISTITUZIONE DIDATTICA E PRODUTTIVA GENOVESE.
IN PROPOSITO, NELL'OTTICA DELL’OTTIMIZZAZIONE
DEL SERVIZIO, CALDEGGIAMO LA COLLABORAZIONE
DI TUTTI I DOCENTI E GLI STUDENTI INVITANDOLI A
SEGNALARE LE PROPRIE INIZIATIVE ARTISTICHE
(POSSIBILMENTE
"PAGANINI" O
GENOVA) O GLI ARGOMENTI ARTISTICI, DIDATTICI, ORGANIZZATIVI, CHE
RITENGANO DI TRATTARE IN RAGIONE DI UN PUBBLICO INTERESSE. PREFERIBILMENTE SAREMMO
FELICI DI RICEVERE INTERVENTI FIRMATI: UN PICATTINENTI AL
COMUNQUE ALLA CITTÀ DI
COLO SFORZO CHE PERÒ SGOMBRA IL CAMPO DA
POSSIBILI FRAINTENDIMENTI NELLA REDAZIONE DEI
TESTI.
E’ POSSIBILE SEGNALARE LE PROPOSTE DI COLLA– E IN SEGUITO INVIARE GLI INTERVENTI – AI SEGUENTI INDIRIZZI MAIL:
[email protected]
[email protected]
BORAZIONE
CORDIALMENTE
Il direttore del
Conservatorio
Il curatore del
Cantiere Musicale
La rivista “Suono Sonda” raccontata dal suo creatore:
Francesco Denini
Microtensioni, relativo a problemi recentissimi tra semiotica dell’udibile e
creazione elettroacustica. Nel terzo numero, sui temi più vivi della teoria
della composizione, abbiamo ospitato di RICCARDO DAPELO Per un
approccio sistemico al fare musicale oggi. Per il quarto numero è in allestimento un secondo intervento, in qualche modo speculare e coordinato al
primo, di ALESSIO AGENO relativo questa volta ai fronti più recenti dei
rapporti fra musica e architettura. Più liberi interventi musicologici sulle
composizioni presentate, sono a firma di: ROBERTA VACCA, MARCO
BERISSO, PAOLO CAIROLI, MASSIMO PASTORELLI, VITTORIO
BAGNOLI, LAURA E. PARODI, RAFFAELLO BISSO, ANDREA
BASEVI GAMBARANA, ALESSANDRO MASTROPIETRO.
Una bottega per gli spazi del suono
Presentare Suono Sonda mentre ne stiamo ancora consolidando le basi è
quasi come aprire al pubblico una bottega artigianale non ancora del tutto
rifinita, al fine di comprendere, insieme ai primi più incoraggianti sostenitori, e qui ai lettori di Cantiere, gli spazi d’azione cui concretamente possiamo intervenire, cercando intanto d’approfondire la conoscenza dei mezzi
tecnico-organizzativi richiesti, e fatti salvi alcuni inaugurali principi di riferimento comunque aperti ad ogni eventuale discussione.
In concreto, Suono Sonda è un semestrale di ricerca musicale – attualmente
al suo terzo numero e in procinto di pubblicarne un quarto – diffuso prevalentemente per abbonamento postale, valevole 2 anni (abbonamento cioè
valevole per 4 numeri, 2 all’anno, distribuiti almeno per
il primo biennio quasi solo per posta) dal formato non
dissimile a quello di molte riviste letterarie, ma con
all’interno un CD di 60’ di musica circa e con una partitura pocket di uno dei brani presentati nel CD. Tale semestrale intende rivolgersi in maniera trasversale ai più
diversi ambiti del gusto musicale, con l’intento d’intercettare in essi quei diversi momenti singolari e possibilmente significativi della creazione e dell’elaborazione
critica in cui all’efficacia e alla persuasione commerciale
accada di preferire lo spirito d’avventura, la voglia d’inventare mondi nuovi, la spinta a descrivere il mondo da
punti di vista sempre diversi e l’ostinato intendimento a
cercare ulteriori modi con cui attraversare gli spazi del
suono.
All’interno della rivista sono presenti interviste di
diverso genere, spazi dove ogni singolo compositore o interprete, tra quelli
ospitati nel CD, possa illustrare liberamente il proprio intervento creativo o
la propria interpretazione, e uno spazio più propriamente saggistico in cui
presentiamo saggi attinenti, a vario titolo, al tema specifico di quel particolare numero della rivista. Ogni numero, infatti, ha un suo titolo, ovvero un
tema inteso a indovinare possibili fili rossi che uniscano interventi tra loro
anche diversi e disparati. E ovviamente, in questo senso, il tema proposto
non implica alcun genere di trattazione esaustiva, ma vuole essere piuttosto
una possibile e in qualche modo ‘porosa’ suggestione argomentante.
Suono Sonda spera d’essere in questo modo, intanto, evidentemente uno
spazio di suono, ovvero un ambito in cui la creazione musicale possa
cogliere quale suo centro lo spazio uditivo tutto, inteso al di qua e al di là di
qualsivoglia concezione dell’opera musicale e della musica stessa. Quindi,
spera di diventare una sonda a tutti gli effetti capace, per quanto è possibile,
di infiltrarsi là dove le creatività vada positivamente alla deriva rispetto a
quelli che sono gli indotti principali del mercato e dove quindi ci sia più
bisogno di preservarla nella sua preziosa fragilità sperimentale e radicale.
Per certi versi, propone il tentativo di riprodurre in vitro l’intero ciclo dell’attività musicale, dall’ascolto, alla partitura, alla riflessione critica. In questo senso, ambirebbe a rivestire il ruolo immaginario di un’arca, ovvero di
un piccolo spazio protetto, in cui il dibattito musicale possa sostenere e confrontare esigenze diverse e contrastanti, incontrare le sue ombre e le sue luci
e trovare un poco di quell’humus culturale pluralista senza il quale anche
l’idea migliore corre il rischio di avvizzire.
I primi tre numeri presentano brani di ALBERTO COLLA, GOFFREDO
PETRASSI, FRANCESCO PENNISI, ANDREA CECCON, ROBERTO
PERATA, CARLA MAGNAN, ALESSANDRA BELLINO, HIDEHIKO
HINOHARA, PIERRE BOULEZ, RICCARDO DAPELO, SIMONA BARBERA, SYLVANO BUSSOTTI, LEONARDO GENSINI, RAFFAELE
CECCONI, PAOLO CAVALLONE, LUCIANO BERIO, ANDREA
VALLE, RICCARDO MOMPOU, ISANG YUN, MAURO CARDI,
NICOLA BAGNOLI, SONIA BO. Mentre il IV numero prevede, se non
intervengono variazioni, brani di MORTON FELDMAN, ANATROFOBIA, ROBERTO TAGLIAMACCO, WENDY MORRISON, PAOLO
BESAGNO, CARLA REBORA, GEORGY KURTAG.
Sul fronte più propriamente musicologico, nei primi tre numeri della rivista
sono presenti saggi tra loro diversi e, pure, collegati: il primo, nel primo
numero, di ALESSIO AGENO e MAURA FRILLI, riguarda i rapporti tra
pitagorismo, architettura e musica in Vitruvio e in Palladio, e s’intitola Il
talismano musicale dell'Architettura. Per lo spazio dei primi tre numeri
abbiamo poi seguito un ampio saggio di ANDREA VALLE, intitolato
Inoltre, la rivista si apre sempre con un incontro (intervista) che cerca tra
l’altro d’avvicinare i temi del singolo numero: nel primo, con la poetessa
Lucetta Frisa e lo psichiatra e scrittore Marco Ercolani, l’intervista riguardava il tema degli stati iniziali e della creazione da un punto di vista ad un
tempo letterario, musicale e psicologico; nel secondo l’incontro è con il
filosofo e musicoterapeuta Luigi Gaggero, anche in relazione all’uscita recente della sua pubblicazione per la
Mimesis Edizioni: Esperienza musicale e musicoterapia;
nel terzo numero, l’intervista, relativa al suo recente libro
Verso il Requiem, è con Ernesto Napolitano.
Quello che, infine, è risultato essere l’aspetto più sorprendente, e di cui ci sentiamo grati, è la coraggiosa
disponibilità di molti straordinari interpreti e strumentisti
che hanno tra l’altro affrontato il progetto nella sua fase di
avvio e quindi, naturalmente, con minori garanzie di buon
esito: MAURO CASTELLANO, ROCCO PARISI, KATSUMI NAGAOKA , CLAUDIO LUGO e L’ORCHESTRA LABORATORIO DEL CONSERVATORIO DI
ALESSANDRIA, VITTORIO CECCANTI, MAURIZIO
BEN OMAR, le VOCI ATROCI, RICCARDO CROCILLA, il QUINTETTO ACHORD e STEFEN NEUGARTEN, LUCA SANZÒ, GIULIO BERNASCONI e L’ENSEMBLE EXNOVO, LORENA PORTALUPI, ALESSANDRA REGGIANI, FABIO DE
ROSA, FRANCESCA DELLEA, DANIELA AIMALE, SIMONA BARBERA, IL QUARTETTO ALKMAN, ESTER FLÜCKIGER, FRANCO
TRABUCCO, PIERO ANDREOLI e L’ENSEMBLE DEGLI OTTONI
DEL CONSERVATORIO DI GENOVA.
E, in particolare, per l’impegno profuso in questo primo biennio (che si concluderà con il IV numero), vorrei già ringraziare, in via del tutto personale,
la redazione che mi ha supportato (e sopportato): l’intelligente, instancabile,
sempre gentile Carla Magnan, i da subito indispensabili Raffaello Bisso e
Laura E. Parodi, la dinamica Simona Barbera, i colti Alessio Ageno e
Andrea Valle, i cordialissimi Bruno Meneghelli e Anna Santeramo, l’attento
Marco Porsia, il solido Guido Caserza e, alla base di tutto il lavoro, l’accortissimo Paolo Valenti.
Gli interessati possono scrivere o telefonare a:
Suono Sonda - via Montallegro 28/d 6 - 16145 Genova - tel. 010 314766,
e-mail: [email protected]; oppure presso la sala di registrazione:
Loud Music via Bobbio 12/6 16137 Genova tel. 010 874443. Ogni singolo
numero si può trovare anche presso Denini. Botteghina della Musica via
Albaro 87r. Ulteriori chiarimenti e informazioni sono forniti dal sito web:
www.suonosonda.org (da cui si spera quanto prima di trarre uno spazio web
complementare, anche con sguardi sul mondo dell’elettroacustica, curati da
Raffaello Bisso e Paolo Besagno).
Francesco Denini
Al via i tirocini al "Carlo Felice"
Diventa operativa la "Convenzione di Tirocinio di Formazione e Orientamento" stipulata fra il "Paganini" e "Carlo Felice". Sei giovani musicisti sono stati coinvolti in quello che ci auguriamo essere il primo d’una
fruttuosa serie di rapporti collaborativi fra teatro e studenti.
Dedicato alla produzione della "Norma" di Bellini, il tirocinio realizzato da Desiré Brogli e Leonardo Ferretti. Prenderanno invece visione
delle fasi operative e artistiche de "La fanciulla del West" di Puccini,
dalle prove musicali alle prove di scena al piano, alle prove di regia e
d’assieme, Cristina Mambilla e Francesca Rota.
Impegnate infine con “Il Corsaro” di Verdi le studentesse Han-Na Oh
ed Ekaterina Gaidanskaia.
13
PRIMAVERA 2005
Novità Libri & Dischi
I complimenti ammirati da Piero Bellugi
al lavoro realizzato dal M° N. Zanardi
Doppio CD dei “Giovani Solisti”
La lettera della grande bacchetta fiorentina (Piero
Bellugi) rappresenta la testimonianza ideale per
tornire della giusta prospettiva la notizia della realizzazione di questo ricchissimo doppio CD, realizzato dal conservatorio Paganini in occasione di
“Genova Capitale Europea della Cultura” in collaborazione con il Rotary Club Genova Nord e con
l’Associazione Amici del Monastero di S.Chiara.
Di scena, sotto lo sguardo vigile del Maestro
Nevio Zanardi, l’Orchestra dei "Giovani Solisti"
ed il "Quartetto di Violoncelli Giorgio Lippi",
entrambe "creature" del noto didatta (e direttore
d’orchestra, e quotato pittore) genovese.
Fiori all’occhiello del conservatorio, le formazioni
strumentali di Zanardi proseguono la loro attività
con ritmi incalzanti… Proprio i "Giovani Solisti"
(insieme al Quartetto Aurea) sono stati protagonisti, l’11 marzo scorso, di una bella serata concertistica presso l’Oratorio di Santa Chiara, dove
hanno eseguito "Le ultime sette parole di Cristo
sulla croce" di Haydn, con una voce recitante
d’eccezione, quella del cardinale Tarcisio Bertone.
Carissimo Nevio,
un grande applauso per te e per i tuoi giovani solisti,
per le splendide esecuzioni nei due CD. In un paese
come il nostro, abbastanza disastrato musicalmente e
dove si fa poco per i giovani la tua opera è preziosa.
Ho ammirato la bravura, l’intonazione, il bel fraseggio dei tuoi ragazzi. Merito del tuo entusiasmo e della
tua dedizione alla musica (finalmente un Vivaldi con
gli "Allegri" veramente pieni di gioia di vivere e di
far musica!). Grazie di cuore per tutto quello che fai
per la musica e per il futuro di questi giovani virtuosi.
Auguri vivissimi per i tuoi ragazzi e un affettuoso
abbraccio da
Piero Bellugi
Primo CD De Vega dedicato al melodramma "per pianoforte"
Un CD multimediale sulla musica antica per "Philarmonia"
Un canto (lirico) interiore: la Bohème di Battarino
Multæ voces: Polifonie gregoriane
"L’opera al pianoforte", uovo di Colombo, novità elementare, qualcosa di
consimile a tanti spartiti che hanno riempito case e (meno di frequente)
sale d’Ottocento e dei primi decenni del Novecento… Eppure, senza dubbio cosa nuova.
Facilmente equivocabili – nulla di così vicino, prima d’averle intese – con
prassi storicamente rodate se non svigorite (fantasie, parafrasi, riduzioni,
ecc.), le trascrizioni di Giacomo Battarino percorrono le opere senza
ridurre, elaborare, interpretare, manipolare le partiture: la forza sta nella
purezza chirurgica (del procedimento e del risultato).
Sulla tastiera, Giacomo Battarino dipana l’opera intera, trovando spazio –
tutto lo spazio necessario – alle linee vocali con perentoria fedeltà all’originale.
Ne emerge uno strano scorrere del melodramma, assolutamente inalterato
eppure peculiare, altro da quanto inteso dalle molte modalità di rivisitazione, altro da quanto ha fino ad oggi esportato la lirica al di là della scena
e della parola modulata.
Così, questa Bohème interamente pianistica eppure a suo modo autentica
ed integra, si segue, si offre in uno spettro di trasfigurazioni possibili: può
essere, per chi come molti ama il titolo e ne conosce magari parecchi allestimenti (e, a memoria, il libretto) uno strano percorso affettivo, il filo
della memoria, depurato da qualsivoglia inquinamento "del mestiere" o
"della passione", da qualunque raffronto vocale…
Sarà dunque una Bohème assoluta, che risponde al canto interiore di colui
che ascolta: partitura riconoscibile fin nel minimo dettaglio (ascoltando,
sembra di leggerla, di averla davanti agli occhi!), eppure frutto di una
mutazione (e d’una sottrazione) che la rende più trascendente e più scabra.
Può essere, ancora, per chi non conosce la partitura nei particolari, una
compagnia discreta, mai invasiva, una Bohème sulla quale si può conversare senza farle torto, arte alta divulgata.
gdm
Il più grande sforzo della ricerca sulla musica della tarda antichità, del
Medioevo e dell’Umanesimo consiste, oggi, nel ripulire questa musica dalle
incrostazioni del tempo e restituire, per quel ch’è possibile, la freschezza di
queste composizioni che risalgono a epoche ormai lontane. Questa raccolta si
ripromette di fornire qualche esempio musicale capace di illustrare il percorso
che dalla tarda antichità portò alla grande fioritura della musica polifonica
medievale. (…)
Diversi studiosi hanno poi formulato un’osservazione di grande peso per il
senso complessivo di questa storia. Si era sempre dato per scontato che il canto
gregoriano fosse eseguito ad una sola voce: che tutti i cantori, cioè, cantassero
la stessa melodia. In realtà si è scoperto che era perfettamente normale cantare
a più voci, fin da epoca antichissima. Già nella Roma papale del secolo VII si
cantava a più voci, cioè alcuni cantori cantavano la voce principiale, altri
accompagnavano con un "controcanto" che non possiamo sapere come venisse
realizzato, ma che possiamo immaginare un po’ come il canto tipico di molte
aree mediterranee (per esempio la Sardigna o la Liguria. (…)
PRIMAVERA 2005
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[dal libretto di sala a firma di Guido Milanese, direttore del complesso Ars Antiqua]
Novità Libri & Dischi
Tiziana Canfori firma un volume dedicato
a Benedetto Marcello
Il genio
"Dilettante di contrappunto"
nella Venezia del ‘700
Un libro concepito, potremmo dire, entro le
mura del conservatorio di Genova. Un libro
importante, che colma un vuoto, che mette a
fuoco un colosso della musica, Benedetto Marcello. Autrice, Tiziana Canfori, clavicembalista,
musicologa, docente al “Paganini”; editore, la
firma più raffinata che Genova può vantare nel
campo, quella di “San Marco dei Giustiniani”.
Senz’altro approfondiremo – nel prossimo
numero del Cantiere – il contenuto di questo
libro che ha pochi giorni di vita (ma chi ha avuto
il privilegio di leggerlo in anteprima ne parla in
termini entusiastici) . Per adesso, ne proponiamo
il gustoso incipit…
luminosità , ammirando la potente luce pulsante
di Sirio, ma riuscendo a provare la soddisfazione
di “intuire” la galassia di Andromeda da una leggera nebulosità appesa nel cielo nero. Per vedere,
in questo caso, bisogna sapere dove cercare, e
bisogna anche utilizzare l’occhio in modo particolare: la messa a fuoco non è diretta, non è centrale, ma si avvale di uno sguardo più generale,
fiorato, periferico. Insomma, più si cerca di isolare l’oggetto, più ci si allontana da lui.
Nell’universo musicale, Benedetto Marcello è
oggi per molti di noi qualcosa di simile: un
Chi ama osservare il cielo notturno sa come guardarlo: sa puntare un telescopio tuffandosi nello
spazio profondo e mettere a fuoco un particolare,
che la lente dello strumento arricchisce di nuove
forme luminose, ma sa anche soprattutto orientarsi a occhio nudo. È solo in questo modo che i
corpi celesti riescono a tracciare una mappa significativa per noi, segnata da costellazioni e punti di
riferimento capaci di regalarci un viaggio nello
spazio e nel tempo. Il provetto osservatore sa
anche valutare gli oggetti celesti al di là della loro
E’ uscito il nuovo libro del cantante e
regista mantovano
Enzo Dara e i suoi
"Personaggi in chiave":
una lezione
(di musica e umanità)
oggetto che sfugge e che potremo cogliere
meglio osservandolo con maggiore affetto e con
la giusta distanza.
Lo dobbiamo cogliere in una dimensione più
complessa di quanto siamo abituati a fare: spesso
ci sembra di conoscerlo (ci appare una stella fin
troppo nota), mentre se tentiamo di dargli una
forma più chiara ci accorgiamo che la sua
essenza, e gran parte della sua produzione, ci
sfuggono.
Il suo inserimento nel Settecento veneziano è
automatico per i musicisti e anche per gran parte
del pubblico, così come in molti scatta l’associazione con la sua opera oggi più nota, Il Teatro
alla moda, ma spingersi oltre non è facile, se non
per l’esperienza degli strumentisti che hanno praticato il repertorio delle Sonate e dei cantanti che
si sono impegnati in qualche aria o duetto.
Verificare questa realtà non ha solo il senso di
una critica alla nostra cultura musicale (bersaglio
fin troppo facile in un Paese che ha nutrito grandissimi musicisti, ma che non ha mai attuato un
progetto organico dell’educazione alla musica),
ma assume un valore particolare proprio introno
a Marcello, personaggio che grazie alla sua sfaccettatura ha creato disagi notevoli a chi ha cercato di inserirlo in un sistema semplice.
Musicista o letterato? Aristocratico o popolare?
Bacchettone o disinvolto? Religioso o libertino?
“Dilettante” o musicista attento e innovatore?
(…)
(da Benedetto Marcello - Un "dilettante di contrappunto" nella Venezia del Settecento, Editore
San Marco dei Giustiniani, Genova)
E’ senza dubbio uno dei "bassi buffi" più noti ed
amati del ‘900: Enzo Dara, cantante-attore, regista,
scrittore (il suo "Anche il buffo nel suo piccolo" è un
vero e proprio gioiello d’ironia e d’arguzia), si è esibito ancora di recente al teatro Carlo Felice, in occasione del "Viaggio a Reims" rossiniano (che l’artista
mantovano aveva cantato già vent’anni fa, con
Abbado e Ronconi).
In occasione della sua breve residenza genovese, nel
corso di un’intervista, aveva parlato fra l’altro della
lunga gavetta, della sua indole di "pigro attivo", dell’importanza formativa di collaborazioni con personaggi del calibro di Bruscantini, Taddei, Ponnelle,
delle molte regie che aveva firmato, anche insieme
all’amico genovese Luzzati… E ci aveva anche confessato la sua passione per il giornalismo (da
ragazzo il M° Dara lavorò al "Resto del Carlino", al
tempo in cui direttore era Spadolini) e per la letteratura, giustamente fiero della sua biblioteca di oltre
ottomila volumi. "Non ho perso il vizio di scrivere:
sto giusto correggendo le bozze di un nuovo libro
dedicato ai grandi incontri che ho avuto durante la
carriera".
Oggi finalmente quel libro è disponibile in libreria.
Si intitola "Personaggi in chiave" ed è pubblicato da
Azzali Editore, Parma. Duecentoventi pagine, quattordici personaggi, decine di splendide fotografie,
per scoprire l’ultimo mezzo secolo di storia dell’interpretazione. Con sapiente dosaggio di spezie aneddotiche e indicazioni vocali, musicali, musicologiche (sempre con una sorridente concretezza), il libro
accoglie ritratti di Del Monaco, Menotti, Siepi,
15
Gavazzeni, Gigli, Grassi, Schippers, Taddei, Callas,
Protti, Pavarotti, Strehler, Abbado, Valentini Terrani.
Un "cast allargato" dell’universo lirico davvero da
capogiro. "Noterete, almeno lo spero, come più che
sulle loro prodezze artistiche, mi soffermi sulle loro
doti umane", scrive Enzo Dara. Proprio così. Un
esempio forse chiarisce meglio d’ogni altra cosa
come Dara ci porga (e con che penna pepata!) questi "Personaggi in chiave". Ecco le prime dieci righe
del primo capitolo, dedicato a Mario Del Monaco:
"Senti caro… io sono Sansone non Sandokan…
questo duello non posso farlo mentre canto, altrimenti addio fiato… e poi non rompere le palle al
ragazzo che ha una bella voce". Questa frase lapidaria segnò il mio primo incontro col tenore pesarese.
Nel febbraio 1963, scritturato dal teatro Bellini di
Catania, mi accingevo a iniziare le prove di Sansone
e Dalila di Saint-Saëns nel ruolo di Abimelecco,
direttore un certo Trik. Dalila Adriana Lazzarini, il
Sommo Sacerdote Piero Francia, Sansone Mario del
Monaco appunto. La frase da lui rivolta al regista
dello spettacolo mi tolse da un bel pasticcio. Questi
i fatti: dai primi giorni di prove, ancora assente il
protagonista, il regista mi aveva mandato in crisi
(…)".
Avvincente. In più, vero. Una lezione (di storia della
musica e d’umanità) per chiunque abbia a che fare –
dalla platea o dal palcoscenico – col mondo del teatro musicale.
gdm
PRIMAVERA 2005
Emanuele Canepa
Un oggetto “semplice”:
la canzone
Nonostante la varietà di forme musicali prodotte
nel corso dei secoli - concerti, musica da camera e
sinfonie, melodrammi e inni patriottici, musica
liturgica, militare e per la danza - l’oggetto meglio
depositato, per numero e profondità, nella memoria musicale ed affettiva di molti – ma si può dire
di tutti - è quel semplice meccanismo che chiamiamo “canzone”, forma estremamente efficace
nel trasmettere e rendere indelebili emozioni, in
grado di evocare “automaticamente” atmosfere di
intere epoche, vicine o lontane nel tempo, fino a
diventare oggetto di studio del costume, delle idee
e degli avvenimenti. Le canzoni, oltre ad esprimere gli stati dell’amore in tutte le sue declinazioni e sfumature, possono ispirare e sostenere la
lotta politica, diffondere idee, supportare nuovi
modi di intendere la realtà. E chiunque ascolti
un’antologia della canzone italiana dovrà riconoscere l’alto livello di questa produzione, almeno
nei suoi esiti più alti, sempre in bilico tra artigianato e arte, spettacolo e mercato.
La canzone, com’è noto a tutti, è una forma breve,
melodicamente ed armonicamente semplice,
legata ad una forte riconoscibilità che sconfina talvolta in smaccata orecchiabilità. Il testo, nella lingua di tutti i giorni, può essere di una banalità
sconcertante oppure avere aspirazioni di raffinatezza. Conta molto la performance vocale ma non
è necessariamente rilevante la potenza vocale;
l’intonazione, invece, dovrebbe essere ineccepibile. E’ auspicabile che il cantante abbia un timbro
di voce originale, tale da renderlo facilmente individuabile, così come ha rilevanza una forte presenza scenica che lo possa trasformare da esecutore in “personaggio”; questo costituisce un
valore aggiunto per i brani che interpreta.
Pur tenendo conto della poetica, e al contempo
veritiera, constatazione di Massimo Mila:
Una canzone riuscita è una cosa fatta di niente, un
batuffolo impalpabile che nel giro d’una rima,
nella lusinga d’una cadenza melodica, cattura
fortunosamente qualsiasi aspetto della vita: un
soffio di primavera, il sorriso d’una ragazza, la
pena d’un disgraziato, l’entusiasmo d’una grande
IL CANTIERE
MUSICALE
presidente onorario
Angelo Guaragna
presidente
Patrizia Conti
[email protected]
direttore
Giorgio De Martino
[email protected]
redazione
Tiziana Canfori, Roberto Iovino,
Fabio Macelloni, Paola Siragna,
Emilio Traverso
Conservatorio Niccolò Paganini
via Albaro, 38 - 16145 Genova
tel. 010.3620747 - fax 010.3620819
[email protected]
[email protected]
PRIMAVERA 2005
idea [M.Mila sull’Espresso del 23/03/1958 n.12]
Non va dimenticato che le canzoni sono un rilevante oggetto di consumo: muovono un vasto
mercato di diritti d’autore, di produzione e vendite
discografiche, di spettacoli; hanno parte importante nelle diffusioni radiotelevisive e nelle stagioni di concerti. Questo aspetto mercantile incide
non poco sulla loro realizzazione.
Un ambito particolarmente interessante della storia della canzone italiana si è sviluppato nei primi
anni Sessanta con l’avvento dei cantautori, artisti
decisamente innovativi e contrapposti al disimpegno canzonettistico degli anni Cinquanta. Le fonti
d’ispirazione furono gli chansonnier francesi, il
jazz, il rock’n’roll e, in proporzione minore, la
musica folklorica italiana, ma anche il cinema riot
statunitense e la letteratura. Quali sono i tratti
distintivi del cantautore? Illuminante è la definizione che Gino Paoli fornì durante il convegno
Generazioni a confronto, tenutosi a Genova nell’ottobre del 2003:
Il cantautore è 100% di testo, 100% di musica;
poi c’è la voce che deve essere aderente a quanto
canta, e la resa scenica. Ma c’è un altro elemento:
il cantautore deve essere ‘contro’.
Quel “contro” una società ormai inadeguata a rappresentare un modello per i giovani, incapace ad
elaborare e trasferire alle nuove generazioni
valori, stili ed esperienze di vita, riguarderà in primis la ricerca di una nuova maniera di vivere e
descrivere i rapporti con l’altro sesso. Questa
tematica, per quanto circoscritta, non impediva al
pubblico più conservatore di sentirsi infastidito
dall’anticonformismo malinconico dei nuovi
autori, così stridente nel contesto spensierato del
boom economico. Del resto, il solo parlare dei
rapporti tra i sessi in termini realistici aveva,
allora, una valenza “politica” che andava oltre
l’argomento privato: era questa la massima “eversione” possibile.
Imprescindibile è il contributo dato alla nascita
della canzone d’autore dalla cosiddetta “scuola
genovese”, definizione di comodo, imprecisa e
rifiutata anche dai diretti interessati, che indica un
ristretto gruppo di giovani nati negli anni Trenta,
che per insondabile casualità vivevano la loro
amicizia intrisa (anche) di musica in un’area circoscritta del centro di Genova. Com’è noto, si
tratta di Gino Paoli, Bruno Lauzi, Umberto Bindi
(l’unico genovese di nascita, che comporrà sui
testi di un altro genovese, Giorgio Calabrese),
Luigi Tenco - e il livornese Piero Ciampi - ai quali
si aggiungeranno, una volta trasferitisi a Milano,
Sergio Endrigo, Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci.
Confermerà il mito della “scuola genovese” Fabrizio De André che traghetterà la produzione cantautorale fino a noi.
Perché proprio Genova? Perché il trasferimento a
Milano per produrre i primi dischi? Al di là delle
molte ed ineludibili fascinazioni che Genova
offre, dal porto al vastissimo centro storico, dalle
riviere alle colline, alcuni fenomeni di tipo pragmatico non vanno sottovalutati: in questa città, ad
esempio, stanziarono, anche dopo la guerra, le
navi militari americane con le loro aggiornatissime orchestrine, e i marinai donavano ai giovani
dischi di jazz e rock’n’roll, e romanzi. Nella zona
dell’angiporto genovese altre orchestrine, spesso
formate da abili professionisti, suonavano nei
night per marinai, nottambuli, entraîneuse e malavitosi; a Genova era nato ed aveva lasciato traccia
quel grande jazzista italiano che fu Natalino Otto.
Ancora, in questa città erano vive le voci di altissimi poeti quali Montale, Caproni, Sbarbaro. E la
Francia, con i suoi chansonnier, era molto vicina.
Facevano poi parte del gruppo due musicisti che
acquisiranno fondamentale importanza per i loro
destini artistici: si tratta dei fratelli Gianfranco e
Algraphy - Genova
Gian Piero Reverberi, il primo all’epoca già autore
di canzoni e di colonne sonore cinematografiche;
il secondo si diplomerà brillantemente al Conservatorio e diverrà arrangiatore e direttore d’orchestra. I Reverberi saranno il collegamento tra
Genova e Milano, dove nel frattempo era nata la
Casa Discografica Ricordi, emanazione della storica casa editrice; lì un giovane e dinamico Nanni
Ricordi si guardava attorno alla ricerca di nuovi
autori, nuovi volti, nuove voci. Il clamoroso successo planetario di Nel blu dipinto di blu (1958, di
Migliacci-Modugno, considerato lo spartiacque
tra il vecchio e il nuovo) aveva insegnato che il
vento stava cambiando: il mercato non avrebbe
più gravitato intorno a strapaesane produzioni sanremesi, delle quali vendere pochi dischi e pochi
spartiti a cantanti e orchestrine, ma intorno a personaggi forti e innovativi, e alla vendita massiccia
di quel nuovo supporto rappresentato dal disco a
45 giri - economico, leggero, facilmente trasportabile in tutto il mondo.
Il piccolo gruppo era portatore di alcune caratteristiche che li contraddistingueva, sebbene ognuno
di loro mantenesse differenze individuali. Era
comune l’inconsapevolezza sia della svolta che
avrebbero rappresentato per la canzone italiana,
sia del peso di quelle prime composizioni nella
loro vita privata e
professionale. Tutti
loro ponevano particolare attenzione ai
testi dei loro brani
come logica conseguenza del diverso
atteggiamento nei
confronti della forma
canzone, intesa non
come prodotto industriale, ma primariamente come genuino
veicolo delle proprie
urgenze d’espressione. Va notato,
però, che ciò che
davvero caratterizza le loro opere è l’equilibrato
amalgama di parole e musica.
Nessuno di loro curava particolarmente la perfezione esecutiva o l’eccezionalità nelle prestazioni
canore e sceniche. Il loro modo di porsi, sul palco
o in televisione, era semplice e sobrio: bastavano
giacca e cravatta o “scandalosissimi” jeans e
maglione.
Nonostante le censure messe in atto e i giudizi
negativi o imbarazzati, essi erano in qualche modo
considerati parte dell’industria discografica, ed
apparivano con discreta frequenza in televisione,
tra i più “vendibili” Celentano, Mina, Cinquetti e
Pavone; relativamente frequenti furono le loro
apparizioni al Festival di Sanremo.
La canzone d’autore finì con l’essere apprezzata
dai più e contribuire ad abbattere un non piccolo
novero di barriere dovute a mentalità passatiste e
bigotte che via via andavano dissolvendosi per
effetto di una graduale evoluzione e sprovincializzazione della società italiana. Ma la storia del
mondo, le ideologie e le mentalità collettive (nonché i gusti dei giovani: si pensi al fenomeno del
beat, si pensi al Sessantotto), mutarono velocemente nello svolgersi del decennio, sotto l’accelerazione di molti ed epocali eventi. La “scuola
genovese” e gli artisti ad essa vicini non seppero o
non vollero cavalcare questo new deal, emanatore
di produzioni molto diverse dalle loro. Essi subiranno negli anni a venire un drastico declino, ma
ciò non impedirà alle loro canzoni di assurgere
all’olimpo dei grandi classici della musica leggera
italiana e internazionale.
Emanuele Canepa
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Il CANTIERE MUSICALE n28