IL PUNTO
Le notizie di LiberaUscita
Giugno 2005 - N° 14
SOMMARIO
NOTIZIE DAL MONDO
175 - Europa - Dibattito su una legge europea per l'eutanasia
176 - Gran Bretagna - Passi avanti per eutanasia e suicidio assistito
177 - Oregon – Il caso singolare di un suicidio fallito
LIBRI, POESIE, TESI
178 - Cosa sognano i pesci rossi – Recensione di Umberto Veronesi
179 - Sulle orme di Endimione – Recensione di Laura Eduati
180 - Il paese delle guglie dorate – Poesia di Graziano Matteoli
181 - Tesi di laurea su eutanasia e testamento biologico
ANCORA SU TERRI
182 /185 – I nostri commenti
186 - L´uso politico della tragedia - di Cathleen Shine
187 -La verità dell´autopsia di Terri - di Vittorio Zucconi
REFERENDUM – IL GIORNO DOPO
188 – Abbiamo perso tutti – di Giampietro Sestini
189 - Il Colle riscatta l'Italia del "sì” - di Massimo Giannini
190 – E la Svizzera legalizza il reimpianto – Lettera ad Augias
191 - E dopo la provetta toccherà all'aborto - di Eugenio Scalfari
192 - Ma i laici non sono nichilisti – di Giampietro Sestini
193 – Cristianismo: la strana Italia dei teocon – di Francesco Merlo
194 – Forza Benedetto!
PER SORRIDERE.....
195 – La vignetta di Staino
LiberaUscita
Associazione per la depenalizzazione dell’eutanasia
Sede: via Genova 24, 00184 Roma
Tel. 0647823807 – 0647885980 – fax 0648931008
Sito web: www.liberauscita.it - email:[email protected]
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175 - EUROPA - DIBATTITO SU UNA LEGGE EUROPEA PER L'EUTANASIA
Da: Euronews dell'8 maggio 2005
Occorre una legge? A Strasburgo, faccia a faccia tra il deputato liberale svizzero Dick
Marty e il parlamentare francese conservatore Jean-Marie Geveaux. Marty è stato
promotore e relatore di un rapporto sull'eutanasia al Consiglio d'Europa. Geveaux ha
presentato numerosi emendamenti. La Francia ha appena approvato una legge che
autorizza al massimo alcune cure palliative, in altri paesi - Belgio e Paesi Bassi per
esempio - certe forme d'eutanasia sono state legalizzate dal 2002, come spiega Dick
Marty: "Nei casi in cui il paziente è in fin di vita, se soffre terribilmente e altre cure non
hanno permesso di dare sollievo al dolore, se ha fatto una richiesta in modo cosciente e il
medico di conseguenza procede a un atto che mette fine alla sua vita, allora non è
penalmente perseguibile. Occorre specificare che la procedura è rigorosa, il medico non
può decidere da solo, deve discuterne in equipe e tutte le decisioni sono soggette a
verifica". Jean-Marie Geveaux: "Il punto di partenza in Francia è stato il caso Humbert, che
ha molto commosso l'opinione pubblica. E' a partire da quel caso che all'assemblea
nazionale è emersa la volontà di lavorare a un testo di legge. C'era il rischio di legiferare
sulla scia dell'emozione. Noi allora abbiamo messo in piedi una struttura, una commissione
dove tutte le tendenze politiche fossero rappresentate e poi abbiamo consultato coloro che
lavorano sul campo". "A tutte le audizioni ci hanno raccomandato: Non depenalizzate
l'eutanasia! E di questo abbiamo tenuto conto durante le nostre riflessioni - continua JeanMarie Geveaux - Siamo giunti a un testo che dà dei diritti nuovi ai malati, perché si eviti
l'accanimento terapeutico, perché ci siano cure palliative e un'assistenza". "Infine, è
particolarmente importante operare nella trasparenza una volta che la decisione è stata
presa collegialmente. Trasparenza della decisione significa annotarla nella cartella
sanitaria del paziente, affinché i medici poi siano tutelati", conclude Jean-Marie Geveaux.
"E' quanto chiedeva la risoluzione che avevo presentato", ribatte Dick Marty. Dopo un
dibattito particolarmente emotivo, il rapporto, presentato al Consiglio d'Europa dal deputato
svizzero, è stato bocciato. La bozza di risoluzione proponeva la promozione delle cure
palliative, faceva appello a evitare l'accanimento terapeutico e, soprattutto, per uscire dal
vuoto legislativo, invitava gli stati membri a definire i diritti dei malati e le responsabilità
verso di loro. Jean-Marie Geveaux: "Nel testo c'erano contraddizioni proprio sul principio
dell'eutanasia. Lei stesso in commissione ha parlato di eutanasia passiva, sostenendo che
la legge francese l'ammette. Invece è del tutto falso. La legge francese ha voluto
esprimersi chiaramente in materia. Non si parla proprio di ammettere l'eutanasia e, d'altro
canto, nessuno ce l'ha mai chiesto. Né i medici, né tantomeno i giuristi". Dick Marty:
"Penso che parliamo della stessa cosa usando parole diverse. Lo stesso vostro ministro,
Douste Blazy, in un'intervista a Le Monde dell'anno scorso ha detto: "In Francia ogni anno
vengono staccate 150.000 spine" e questa è l'eutanasia passiva, in quanto atto medico
che accelera o provoca la morte. Questa pratica è ampiamente accettata, nella maggior
parte dei paesi occidentali, dai medici, dalla Chiesa. Ciò che non è accettato è l'eutanasia
attiva, diretta... cioè un atto deliberato che provoca la morte". Jean-Marie Geveaux: "Salvo
che in Francia non si può più parlare d'eutanasia quando la decisione è presa
collegialmente e iscritta nella cartella sanitaria" Vincent Humbert, diventato tetraplegico,
muto e cieco in seguito a un incidente stradale, aveva chiesto di morire rivolgendosi perfino
al presidente Jacques Chirac. E' morto nel settembre 2003 a 23 anni. Sua madre e il
medico di rianimazione che gli avevano iniettato sostanze tossiche sono finiti sotto
processo per avvelenamento. Dick Marty: "Pensa che quel medico sia un assassino? Solo
perché la legge lo considera tale? In quel caso penso che avremmo potuto fare un passo
avanti". Jean-Marie Geveaux: "I tempi manifestamente non sono ancora maturi. La
legislazione francese è evoluta, si è capito che bisognava avanzare in questo campo
anche se non ha risolto tutti i casi, come quelli di Humbert". Dick Marty: "Ciò che non
capisco è come si possa continuare a considerare la madre o il medico come degli
assassini. Mossi da grande compassione hanno messo fine ai suoi giorni, su richiesta... il
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giovane Humbert era lucido. Penso che potremmo lavorare al livello di diritto penale,
inserendo una sorta di clausola eccezionale per l'eutanasia, o un'eccezione etica." JeanMarie Geveaux: "Se ogni volta che si presenta una situazione diversa occorre fare una
legge non la finiremo più. Sono d'accordo per intervenire a livello penale per evitare
conseguenze alle persone che prendono le decisioni previste dalla legge; non sono
d'accordo nello spingermi più lontano, per quanto riguarda la Francia, verso il
riconoscimento dell'eutanasia". In Svizzera il suicidio assistito è permesso. Ma è pensabile
un'armonizzazione delle norme europee per evitare che i malati incurabili si spostino alla
ricerca della legislazione che faccia meglio al loro caso? Dick Marty: "C'è già, con
l'assistenza al suicidio, una certa forma di 'turismo' che preoccupa un po' le autorità
svizzere. Ci sono stati per esempio dei malati gravi venuti dalla Gran Bretagna con
l'intenzione di morire in Svizzera perché da noi ci sono due associazioni - che immagino
lavorino in modo serio - che aiutano queste persone a scegliere un modo di lasciare il
mondo terreno senza grosse difficoltà. Ma penso che il nostro continente non sia pronto
per una soluzione unica: ci sono storie, culture, sensibilità religiose talmente diverse! I
nostri colleghi tedeschi, per esempio, non amano parlare di queste cose, la storia in loro ha
creato una tale sensibilità che ci sono ferite ancora aperte. Gli olandesi e i belgi, invece,
hanno una storia tutta diversa. Jean-Marie Geveaux: "Neanch'io penso che in Europa
siamo pronti a una tale armonizzazione, tenuto conto della storia e delle mentalità. Se
prendiamo l'Italia, il Portogallo o altri paesi come questi, penso che non sono pronti ad
un'evoluzione ora verso una legislazione comune, ma non è detto che le cose rimangano
così per sempre".
176 - GRAN BRETAGNA - PASSI AVANTI PER EUTANASIA E SUICIDIO ASSISTITO
da: Centro Maderna
Il dibattito sull’eutanasia in Gran Bretagna è destinato ad animarsi durante la prossima
legislatura. Un rapporto pubblicato da una Commissione della Camera dei Lords ha
approvato un progetto di legge che rafforza il diritto al suicidio assistito. Da un anno la
Commissione sta studiando il progetto che ammette il suicidio e l’eutanasia per i malati in
fase terminale ma coscienti, per i quali la sofferenza diventi insopportabile. La prossima
legge dovrebbe quindi autorizzare gli inglesi a redigere un testamento in vita, precisando
quale trattamento medico vorrebbe fosse loro riservato nel momento in cui divenissero
incapaci di esprimersi. Il testo prevede inoltre che le persone anziane handicappate
possano nominare un tutore per decidere ed agire in caso di loro incapacità.
177 - OREGON – IL CASO SINGOLARE DI UN SUICIDIO FALLITO
Scrive D. Colburn su " The Oregonian" del 4/3/2005:
" Nell’Oregon, lo scorso mese, un suicidio assistito non è riuscito. Il paziente di 41 anni,
malato di tumore, prese la dose di medicina prescritta da un medico in accordo con la
legge dell’Oregon, perse conoscenza e tre giorni dopo si risvegliò, senza conseguenze
patologiche, cosciente, vigile e …sorpreso. Morì due settimane dopo di morte naturale.
Durante i primi sei anni della legge dell’Oregon, 171 persone hanno usufruito del suicidio
assistito, circa uno su 1000 morti. Il settimo rapporto annuale, con data 2004, dovrebbe
uscire fra poco.
Uno dei redattori della legge, rappresentante del movimento per le scelte di fine vita, ha
detto che questa è la prima vera complicazione su più di 200 casi. La famiglia del paziente
ha dichiarato che tutto si è svolto regolarmente, seguendo le istruzioni, alla presenza di
familiari e due volontari della Compassion in Dying of Oregon, un’associazione che aiuta
chi vuole ricorrere al suicidio assistito. Il Dipartimento Oregon dei Servizi umani sta
investigando sulle cause del fallimento. La vedova ha detto che le condizioni del marito
erano drammatiche e che lei continua a sostenere la legge dell’Oregon, nonostante il
fallimento. Il rappresentante del movimento Compassion & Choices ha detto: " Nessuna
procedura medica è garantita al 100%".
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Questa la spiegazione di D. Humphry ad un lettore in data 8/3/2005:
" Nel mio libro Final Exit (pubblicato anche in Italia con il titolo <Uscita di sicurezza> - ndr)
ho sempre avvertito che i barbiturici presi per bocca a volte non fanno effetto. Non si sa
perché. Per questo io consiglio anche il sacchetto di plastica. Solo l’iniezione di barbiturici
è letale al 100%.
I redattori della legge dell’Oregon ignorarono questa avvertenza e misero in ridicolo il
sacchetto di plastica. Il fallimento venuto alla luce adesso mostra che la legge dell’Oregon
dovrebbe essere rafforzata e migliorata. Intanto, per prima cosa, il medico, che ha
prescritto il farmaco, dovrebbe essere obbligato a restare accanto al malato quando lo
ingerisce, invece abitualmente non è presente. Secondo, come in Olanda, quando il
paziente ha scelto di bere i barbiturici, un medico dovrebbe avere la possibilità di fare
un’iniezione letale, se il paziente non muore entro quattro ore. In un mondo realmente
compassionevole, se noi permettiamo una morte anticipata medicalmente assistita su
richiesta di un malato terminale e senza speranza, poi bisogna agire in modo efficiente. La
legge dell’Oregon, così com’è, permette ai medici di schivare la responsabilità del controllo
finale sulla morte del paziente. Non è buona abbastanza."
Scrive D.Reinhard su " The Oregonian" del 10/3/2005:
"Qualcuno, però, dubita che si tratti della prima e unica complicazione, sono stati riportati
altri casi di gravi problemi dopo aver assunto il farmaco, ma le autorità e i rappresentanti
dell’associazione negano. In effetti un sostenitore del suicidio assistito alla Yale University
School of Medicine ha trovato che il rapporto 2000 dell’Oregon non era credibile, perché
non includeva nessuna complicazione e questo non si accordava con l’esperienza
olandese. In 21 su 114 casi olandesi, che comportavano per scelta personale il suicidio
assistito, i medici sono dovuti intervenire con una iniezione letale, quando le cose si
mettevano male. Visionando il rapporto dell’Oregon, S. Nuland ha scritto sul New England
Journal of Medicine: <E’ possibile che malati così debilitati e terminali riescano con
successo a porre fine alla loro vita, senza aiuto medico? Una persona che abbia
esperienza del processo della morte, può credere una tale cosa?>
Insomma il monitoraggio statale sarebbe superficiale per poter esaltare i risultati della
legge." (Traduzione di Maria di Chio)
Commento: Se le cose stanno così, cosa succede veramente in Svizzera, nella sede di
Dignitas? (mdc)
178 - COSA SOGNANO I PESCI ROSSI – RECENSIONE DI UMBERTO VERONESI
Da: la Repubblica del 26.4.2005
Quando Marco Venturino mi ha consegnato mesi fa le prime bozze di “Cosa sognano i
pesci rossi” (esce oggi da Mondadori, pagg. 248, euro 16,50) e io, incuriosito, ne ho scorso
le prime pagine, ho provato immediatamente un coinvolgimento intensissimo, quasi fisico,
e non sono riuscito a nascondere il mio stupore.
«Tu hai scritto un libro così? » E´ stato il mio primo commento.
Marco è Direttore della Divisione di Anestesia e Rianimazione presso l´Istituto Europeo di
Oncologia, di cui sono Direttore Scientifico. Credo di avere un rapporto strettissimo con
tutti i miei Direttori, che ho scelto personalmente e con cui ho un rapporto, oltre di
collaborazione, anche di scambio e affinità intellettuale. Ma Marco, evidentemente, non lo
conoscevo abbastanza a fondo.
Schivo e inappuntabile dal punto di vista professionale, non lasciava dubbi sulle sue qualità
di grande medico; non pensavo, tuttavia, di scoprire in lui anche le capacità di un grande
scrittore che riesce a mettere a nudo l´umanità più segreta e sconvolgente, a volte quasi
imbarazzante, della storia.
Inoltre non sospettavo che fosse anche lui così intensamente eroso, dentro, dai drammi
che ha espresso nel suo libro, in modo così autentico, appunto, da fare male. Dico
«anche» lui perché nelle sue pagine ho ritrovato le tre grandi ossessioni della mia vita: il
rapporto dell´uomo con la malattia, il dolore e la morte; il rapporto fra potenza e impotenza
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della medicina; il rapporto fra medico e paziente. Quando la sera dello stesso giorno ho
ripreso in mano lo scritto per leggerlo attentamente, ho però concluso che, a ben pensarci,
Marco è sicuramente, fra i medici intorno a me, quello che, per la sua specializzazione, è il
miglior candidato a scrivere un libro ribelle, che accusa, che interroga, che incalza la
coscienza con domande senza risposta.
Perché lui, per i suoi pazienti, nella maggior parte dei casi, di risposte non ne ha. Il suo
lavoro si svolge continuamente in un altalena fra la vita e la morte perché, come lui stesso
ha spiegato, «Quella di noi rianimatori è una medicina estrema, sei continuamente di fronte
a casi limite». La storia di “Cosa sognano i pesci rossi” è la storia di uno di questi.
Un uomo nel pieno dell´età e della carriera si trova di colpo travolto nella tragedia di un
cancro inoperabile e metastatico. Un intervento chirurgico inutile e sbagliato lo trasforma in
un «prigioniero del suo corpo», in un «numero» (il 7, quello del suo letto), in un «pesce
rosso» che, a causa di una tracheotomia, non emette alcun suono e che vive, «come in
una vasca di un acquario troppo piccolo, l´unico esistere che gli compete». Accanto lui si
dibatte fra i dubbi materiali, esistenziali, professionali ed etici un medico anestesista, la
«faccia verde», che intercala i suoi pensieri e la sua voce di narratore a quella, inesistente,
del suo malato. Tra i due uomini, coetanei, si intreccia una relazione travagliata, che a
volte si trasforma in una non-relazione, sulla quale si innesta e incombe il terzo
personaggio impalpabile del libro, la malattia. Ecco dunque la prima delle tre ossessioni:
l´uomo e la malattia.
Leggendo il libro di Marco noi, medici e non, malati e non, riusciamo a sentire su di noi
l´angoscia del malato grave e terminale. E ci accorgiamo che questa angoscia non deriva
tanto, o non soltanto, dalla paura della fine (la presa di coscienza che tutto deve finire, per
usare le parole di Pierluigi, il protagonista malato), quanto dalla perdita di dignità causata
dal dolore e dall´aggressività delle cure. E´ il dolore che annulla la persona e che riduce
l´uomo a «cosa». Per questo bisogna usare ogni mezzo per evitarlo.
E qui arriviamo alla seconda ossessione: la potenza e impotenza della medicina.
Il libro ci fa quasi urlare alla scienza la grande domanda: Qual è il limite della cura? Se la
medicina non può guarire deve davvero ugualmente curare per dimostrare le sue
capacità? E se sì, fino a che punto e a quali costi «umani», per non diventare accanimento
terapeutico e farci ripiombare nel dramma del dolore?
Paradossalmente il grande sviluppo dei mezzi tecnici e tecnologici delle scienze
biomediche hanno allargato in molti casi il divario fra possibilità di cura e possibilità di
guarigione, mettendo i medici di fronte a dilemmi sempre più complessi che riguardano non
solo la malattia del paziente, ma la vita e la sua fine. Ed ecco la terza ossessione e il tema
centrale di “Cosa sognano i pesci rossi”: la professione del medico e il rapporto medicopaziente.
In questo senso, il libro è innanzitutto una critica cruda ad un sistema ospedaliero dove
appare chiaro che l´obiettivo primario non è il malato, ma la carriera e la notorietà dei
medici, con quella dose innegabile di narcisismo che, purtroppo, molti di essi esprimono.
In secondo luogo è una critica feroce a una cultura e un sistema sociale che premia la
medicina vincente, quella che si basa sulle statistiche e i numeri del benessere e alle
logiche di profitto del «mercato della salute».
Una cultura a cui spesso il medico si adegua, come quando dice – racconta Luca, la
«faccia verde» - «L´intervento è riuscito ma il paziente è morto».
In terzo luogo è una critica ad un medico moderno che ha dimenticato l´esistenza di una
medicina dei gesti (le parole prima di tutti ma anche gli sguardi e le carezze, come ho
scritto in un mio libro), di una dimensione soggettiva sempre presente nella malattia, ogni
malattia, anche la più grave, che va compresa e anch´essa curata. Un medico che non sa
più vedere la differenza fra curare la malattia e curare il malato e tra curare il dolore e
curare la sofferenza. Ci sono malattie che provocano un dolore terribile, ma che si può
dominare e annullare con le medicine. Ma la sofferenza, quella profonda, psicologica ed
esistenziale, si lenisce solo con la «compassione», nel senso greco del termine (soffrire
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insieme), e con l´empatia, che significa immedesimazione nei bisogni e nelle paure di chi ci
sta di fronte.
Non è un compito facile per il medico. Bisogna non solo aver voglia di comunicare, ma
anche saperlo fare. Bisogna saper esplorare chi ci sta dolorosamente di fronte, prima di
mettere in atto qualsiasi terapia. Di ogni malato bisogna saper capire la sensibilità, la
storia, il passato, il carattere. Io dico sempre che la medicina è un insieme di tre elementi:
arte scienza e magia.
La scienza è il pensiero razionale ed innovativo. L´arte è il saper fare: la tecnologia, la
tecnica. Il terzo componente è la magia intesa come capacità di influenzare il paziente.
Solo il medico che assolve a questi tre compiti contemporaneamente può veramente
curare un malato, tutti i malati, anche i «pesci rossi».
179 - SULLE ORME DI ENDIMIONE – RECENSIONE DI LAURA EDUATI
Da: Eutanasia, l'ultimo tabù della modernità - Liberazione
L'eutanasia tocca l'«ultimo grande tabù della società occidentale», la morte. E per questo
suscita un surplus di pensieri e emozioni sul reale significato del trapasso, della sofferenza
e del ruolo della società.
Ad affermarlo è Alessandra Sannella, docente di sociologia presso l'Università La
Sapienza di Roma e ricercatrice per la Commissione Europea sui temi di bioetica. Sannella
ha scritto un libro, Sulle orme di Endimione (Franco Angeli ed. 2003), dedicato ai genitori di
Eluana Englaro, la ragazza che dal 1992 "vive" in stato vegetativo permanente in seguito
ad un incidente di macchina a Lecco.
Secondo la mitologia greca, Endimione, bellissimo semi-dio, fu condannato a dormire un
sonno perenne dalla dea Selene che lo voleva così visitare e amare nottetempo senza che
se ne accorgesse. Il libro è stato uno dei primi, in Italia, a indagare sociologicamente la fine
della vita e la "dolce morte". Sannella ha iniziato intervistando 500 persone. Ha scoperto
che il 78% è assolutamente favorevole a una legge che regolamenti l'eutanasia. «Ma
questo non significa che di fatto sia favorevole alla dolce morte», precisa. Ha anche
indagato sui casi di eutanasia "sommersa", quella praticata in ospedale dai medici, e di cui
si parla poco. L'esempio più tipico: se il medico presume che un paziente comatoso possa
cadere in stato vegetativo permanente (come Terri Schiavo), allora chiede ai genitori se
vogliono o meno interrompere la rianimazione, vista come accanimento terapeutico.
Oppure, ed è il caso dei malati di cancro allo stadio terminale il medico ad un certo punto
interrompe le cure e lascia che il paziente muoia. Ciò accade molto più spesso di quanto si
creda.
Per Sannella il caso di Eluana non è inscrivibile nell'eutanasia, visto che mancano i due
requisiti fondamentali: la volontà del paziente e la malattia allo stadio terminale. Eppure, ci
dice, «è una vera follia ciò che sta succedendo a Eluana: non è attaccata a delle
macchine, ma viene alimentata con un sondino naso-gastrico che le fornisce idratazione,
cibo e farmaci. Lei non sente, non vede, non ha sensazioni emotive. Un trattamento di
questo tipo costa dai 250 ai 500 euro al giorno. E visto che questo tipo di pazienti vegeta
quieto al riparo dai normali traumi della vita, vivono a lungo». Il papà di Eluana, Beppino,
chiede da anni di farla morire. La Corte di Cassazione di Milano non ammette che quello di
Eluana sia accanimento terapeutico. «Lo è», incalza la sociologa». «Perché senza quel
sondino coi medicinali lei morirebbe. Ed è anche invasivo, la sua dignità è stata
massacrata: viene toccata, guardata e maneggiata da chiunque, senza che se ne
accorga». Nel palcoscenico della morte entra anche il dolore, quello fisico.
«Nella società postmoderna da una parte c'è il rifiuto del dolore fisico e della sofferenza,
dall'altra la convinzione che la sofferenza si può evitare perché non bisogna espiare
nessuna colpa - al contrario di ciò che pensano i cattolici. E poi bisogna tener conto del
fatto che in questo caso la tecnologia medica, se da una parte ci aiuta magari a vivere più
a lungo, dall'altra inficia il corso della natura e danneggia non solo l'individuo ma la società
cui fa riferimento: prima di tutto la famiglia, che si trova ad affrontare un surplus di
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sofferenza psicologica spesso insostenibile, e poi il welfare, perché mantenere i costi di
migliaia di malati in stato vegetativo permanente costa moltissimo». In effetti, non è un
caso che il numero di pazienti in stato vegetativo permanente sia molto più alto nelle
regioni settentrionali, nel nord Europa. L'impatto della medicina ha sconvolto
le concezioni secolari della morte. «La società di oggi ci induce a vivere il nostro corpo
come uno strumento che possiamo aggiustare con i pezzi di ricambio a comando». «E poi,
quando le speranze sono vane, parliamo di miracolo, un concetto caro a credenti e laici
insieme».
Fino a pochi decenni fa vigeva ancora un'ottica medievale, «nella quale la persona
imparava a morire nello stesso tempo in cui imparava a vivere, certa che dopo il trapasso
avrebbe trovato l'aldilà. Oggi, invece, la morte è diventata la fine dell'esistenza, con tutto il
carico di tragedia che questo comporta». Sannella spiega che si è spostata la dinamica
che contrapponeva la morte alla nascita: «oggi invece pensiamo che l'opposto della morte
sia la vita». Ecco perché la sacralità dalla nascita è passata alla vita, ed ecco perché il tabù
dell'aborto è stato infranto più facilmente.
«La nostra società è più debole rispetto alla morte. Per ridargli significato si affida ad altre
culture - prevalentemente quelle orientali - perché rielaborare i nostri riferimenti tradizionali
è pressoché impossibile, visto che li abbiamo massacrati. Il buddismo ci propone soluzioni
in sintonia con l'edonismo e il narcisismo occidentale: ci dice, infatti, che non risorgeremo
ma vivremo altre vite attraverso la reincarnazione: una visione che affascina noi occidentali
paurosi della morte tout court». Sannella inoltre vede nelle difficoltà della legislazione
italiana di depenalizzare l'eutanasia un riflesso dell'etica cattolica: «in verità il nostro
Codice penale punisce l'eutanasia come istigazione al suicidio in base all'art. 599.
Insomma, come fosse un omicidio. Il tentato suicidio, invece, non va punito perché la mano
di Dio ha fatto sì che non morissi». Ma l'eutanasia non è un concetto del terzo millennio.
Ne parlavano già filosofi come Tommaso Moro e Giambattista Vico nel 1600. Entrambi
erano a favore. Ma la questione della "dolce morte" si rimette in discussione nel mondo
contemporaneo perché preferiamo eliminare la sofferenza e la morte con la tecnologia
invece che con un sorso di cianuro.
Chiacchierando con Sannella giungiamo al tema dell'elaborazione del lutto, il dolore postmortem. «Il concetto-chiave oggi è che la sofferenza e il lutto vadano evitati: non facciamo
partecipare i bambini ai funerali, ad esempio». Ma l'origine di questo atteggiamento
potrebbe essere filosofico: «Feuerbach diceva che la cosa più importante è il genere
umano, non l'individuo. Di conseguenza quando muore una persona soffre solo il cerchio in
cui viveva, il resto della comunità invece non ne è minimamente affetta. I tempi sociali del
dolore, poi, sono ristretti: i modelli standardizzati di produzione ci impongono a tornare al
lavoro subito anche se abbiamo sofferto un lutto terribile».
Probabilmente è per questo che l'eutanasia è stata depenalizzata nei Paesi di etica
protestante come l'Olanda dove l'individuo è centrale rispetto alla collettività: il diritto alla
"dolce morte" è visto come una faccenda personale, lo Stato ne è fuori. Finora i Paesi che
non perseguono l'eutanasia sono, oltre ai Paesi Bassi, il Belgio e la Svezia. In Germania il
suicidio assistito di un malato capace di intendere e volere non è considerato reato, eppure
manca ancora il via all'eutanasia attiva volontaria - far morire una persona che lo chieda al
di là del quadro clinico. In Cina una legge del 1998 autorizza i medici a praticare
l'eutanasia sui malati terminali. Poi c'è il testamento biologico, in cui si anticipano le proprie
volontà nel caso di malattia incurabile o gravissima: lo approvano gli stati canadesi di
Manitoba e Ontario e la Danimarca. In Italia l'eutanasia in base all'art. 575 del codice
penale è equiparabile all'omicidio volontario; anche il suicidio assistito è punito.
Ultimamente si stanno discutendo varie proposte di legge sulla depenalizzazione, una di
queste del deputato di Rifondazione Comunista Giuliano Pisapia. E' molto probabile che
verrà approvato il testamento biologico, ma per l''eutanasia attiva occorrerà, forse,
attendere.
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180 - IL PAESE DELLE GUGLIE DORATE – POSIA DI GRAZIANO MATTEOLI
orizzonti luminosi,
come strade di luce compaiono
tra i colori di un tramonto rosato...
così passa il tempo,
portando con sè le speranze ed i sogni...
immagini perse nel vuoto scivolano
come ombre furtive tra i vicoli dei ricordi...
e poi il buio, nemico storico della mia anima,
sempre più astuto e sottile nel tendermi
le sue trappole dorate...
riaffiorano così le mie solitudini,
avvolte da entusiasmi fasulli
covati nei sorrisi di un ragazzino,
e inutilmente dimenticati oltre gli orizzonti
della cupidigia e dell'indifferenza...
rifiuto oggi la tua anima,
cosciente di tornare facile preda del buio,
lasciandomi alle spalle quei bagliori di luce intensa
che hanno dato nuova vita ai miei desideri...
lascio la mano al destino,
precludendomi l'ingresso trionfale
nel paese delle guglie dorate,
la dove la luce delle stelle si fonde
con quella dell'amore, innalzando castelli di cristallo
e giardini profumati dai venti salmastri...
ci incontreremo ancora,
forse al di là del tempo e dei sogni,
ma la vita è fatta di attimi fuggenti
e non giocherò più con quel destino.
sì, lui, il destino, che ogni volta si prende gioco di me
trascinandomi nell'indifferenza del fare quotidiano,
rubandomi quegli attimi di felicità
che raramente mi concede sogghignando...
181 - TESI DI LAUREA
Presso la nostra sede di via Genova a Roma sono consultabili le seguenti tesi di laurea sul
tema eutanasia e testamento biologico:
- "Eutanasia: origine di un problema aperto", di Beppe Maltese;
- "Il testamento biologico nel diritto italiano e comparato", di Rosa Squillaro;
- "Medicina legale ed eutanasia", di Marco Bornacin.
Su richiesta, le tesi possono essere trasmesse via email.
182 - ANCORA SU TERRI – SCRIVE MARIA DI CHIO
Domenica 17 aprile 2005
Caro Guido, sto seguendo con molto interesse i suoi interventi, con l'ammirazione che
sempre provo per chi raggiunge certezze in questioni estremamente complesse e delicate.
Io, purtroppo, non ci riesco, mi pongo sempre molte domande e dubbi. Premetto: non
sono cattolica praticante, mi sono laureata in lettere classiche con una tesi in storia delle
religioni di argomento greco. Ho approfondito, a suo tempo, quegli studi e il risultato fu che
mi staccai dalla pratica religiosa, ritenendo che, fra tutte le religioni, il cristianesimo fosse
una delle meno convincenti e accettabile per la ragione. Non ho cambiato idea. Le dico
questo perché non vorrei che lei mi giudicasse una bigotta, succube dei dettami della
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chiesa cattolica, cosa che succede sempre quando, per esempio, ci si dichiara favorevoli a
limiti etici della libertà individuale o si crede che scientificamente un embrione sia una vita
umana, unica e irripetibile, fin dal momento della fecondazione. Sono una persona
razionale, laica e mi auguro animata da spirito liberale. O per lo meno questo mi sforzo di
essere. Da dieci anni mi occupo di bioetica e mi batto per il diritto all'eutanasia, che
considero fondamentalmente un diritto di libera scelta. Finita la premessa.
Veniamo al punto: ho letto l'intervista di Oriana Fallaci e l'ho trovata molto interessante e
tale, per l'esposizione di fatti riguardanti la vicenda di Terri, che prima conoscevo solo in
modo sporadico, da fornire alcune risposte ad interrogativi che mi ponevo. Naturalmente io
non penso che la Fallaci abbia mentito dandoci quelle notizie sul matrimonio di Terri, sul
marito, sul conflitto che da sempre ha diviso genitori e marito. Semplicemente ci ha
mostrato il punto di vista dei genitori, le ragioni sostenute dai genitori invece di quelle del
marito, che d'altronde conosciamo bene, dato che i nostri mezzi d'informazione ci hanno
fornito soprattutto quelle. Erano domande che mi ponevo: perché tale asprezza nel
conflitto? perché il marito non lasciava che i genitori si prendessero cura della figlia?
perché non aveva chiesto il divorzio, come hanno invece fatto i genitori, dal momento che
si era formato una nuova famiglia? che peso aveva nella questione il milione di dollari, a
suo tempo vinti in una causa di malpractice, e intestati alla moglie? chi eredita? Tutte
domande legittime, perché Terri non ha lasciato un testamento biologico e la sua presunta
volontà di non voler vivere così, si basa appunto su una testimonianza del marito e di due
persone a lui legate. Ha letto l'opinione di Gabriella, che pure non credo conoscesse questi
particolari? Non avrei mai osato esprimermi con la sua cruda franchezza, anche perché,
naturalmente mi pongo dei dubbi, questa volta a favore del marito, ma, istintivamente,
come ho scritto sul Punto, da figlia e poi moglie e poi madre, mi sento dalla parte dei
genitori. Ritengo che il rifiuto di terapie mediche e la richiesta di poter avere un suicidio
assistito siano fondamentalmente l'espressione di un diritto alla libera scelta su qualcosa
che ci appartiene: la nostra salute, la nostra vita, la nostra morte, ripeto "nostre", non su
quelle di altri. Il problema è tutto qui: per Terri, il giudice Greer e tutti gli altri, che non
hanno voluto contraddire la sua sentenza, compresa la Suprema Corte, che si è sempre
rifiutata di prendere posizione in una questione che ritiene di competenza dei singoli Stati,
ha ritenuto che la testimonianza del marito, rappresentante legale di Terri, fosse attendibile
e ha ordinato la rimozione del sondino "perché questa era la volontà di Terri, anche se non
c'era documento scritto". Ineccepibile, se fosse così, ma anche i giudici possono sbagliare,
e che la situazione non fosse chiara, lo dimostra anche il lungo iter giudiziario. Ora, in una
situazione così dubbia, il risultato voluto dai giudici è stato appunto quello di schierarsi
dalla parte di un uomo sano, che dalla morte della moglie aveva tutto da guadagnare,
invece che difendere una persona malata, incapace di esprimersi, ma capace ancora di
avere un grande valore affettivo, un significato di dedizione e speranza per la sua famiglia
di origine. La sua vita non era inutile, né priva di dignità, come si dice, applicando un
giudizio di qualità della vita che non può essere altro che strettamente soggettivo,
personale, se non vogliamo andare incontro alle conseguenze che lei, con la sua capacità
di ragionamento, potrà dedurre facilmente. Se poi, veramente, Terri non poteva provare
dolore, sofferenza (ho qualche dubbio, nonostante le perentorie affermazioni mediche, sia
perché la storia della medicina mostra quante certezze sono state col tempo sfatate, sia
perché il cervello è in grandissima parte ancora sconosciuto), tanto che si poteva
tranquillamente lasciarla morire di fame e di sete, allora a quale vita di sofferenza la si
voleva sottrarre? Caro Guido, lei avrà avuto sicuramente esperienza di neonati: dormono,
stanno svegli, piangono, vengono nutriti, lavati, puliti, portati in braccio,vedono ma non
guardano, rispondono agli stimoli fisici, ma non intenzionalmente, non hanno capacità di
relazionarsi con gli altri se non attraverso, appunto, reazioni a stimoli interni ed esterni, non
parlano e non capiscono le nostre parole, ma........Certo, lei mi dirà: che razza di paragone!
Il neonato ben presto diventerà un soggetto cosciente, attivo, capace di relazionarsi, Terri,
no, era incurabile. Verissimo, e con questo? Solo se lei l'avesse veramente voluto, sarebbe
10
stato giusto sottrarla all'amore dei suoi genitori. E così torniamo al cuore della questione.
La legge ha deciso in un senso, ma chi voleva che ancora la legge si interrogasse " con
occhi freschi (proprio così in inglese) ", non in generale, per tutti i casi simili, ma per quel
caso lì, quello di Terri, di lei sola, non aveva tutti i torti e non va disprezzato come bigotto e
reazionario.
Certo la Fallaci si esprime con una veemenza, un'amplificazione dei sentimenti e degli
atteggiamenti, un'aggressività che possono dare fastidio, ma il suo ragionamento è basato
su fatti e valutazioni che sono intrinsechi alla situazione. Anche per il testamento biologico,
e glelo dico con cognizione di causa, avendo collaborato attivamente alla bozza della
proposta di legge, le obiezioni riportate dalla Fallaci, al di là del linguaggio colorito, sono
importanti e presenti nelle analisi dei limiti di questo documento fatte dagli esperti.
Purtroppo neppure il testamento biologico può risolvere tutti i problemi, ciò non toglie che è
uno strumento utile e che dobbiamo arrivare al suo riconoscimento legale.
Mi scuso per il lungo intervento, avrei ancora molte cose da dire sulle sue interessanti
riflessioni non riguardanti la Fallaci, ma non si deve abusare della pazienza altrui.
Cordialmente
Maria Di Chio
183 - ANCORA SU TERRI – SCRIVE ANTONIO SCAGLIONE
Domenica 17 aprile 2005
Cara Maria,
sento di dover intervenire, anche se in modo un pò schematico, ma spero non superficiale,
sulle tue considerazioni riguardo alla presa di posizione della Fallaci e sulle valutazioni che
ne ha fatto Guido, ma non solo lui.
In primo luogo mi piace di sottolineare che condivido la tua esigenza di farsi domande ed
esercitare, anche su questa questione, il dubbio. Il dubbio è infatti, secondo me, il vero ed
unico "dogma" a cui si deve attenere chi vuole esercitare il pensiero laico. Ma è proprio
questa posizione intellettuale che non riconosco più, da tempo, alla Fallaci, la quale mi
sembra che, in ogni materia che tratta, sia protesa ad esprimere e rappresentare solo e
pregiudizialmente la sua verità e con "ragionamenti" o affermazioni così apodittiche da non
lasciare spazio ad alcun dibattito, analisi o approfondimento. E' per questo che quando
leggo qualcosa di suo ho lo stesso fastidio di quando leggo qualche documento della santa
inquisizione. Con la sola differenza, almeno per quanto mi riguarda, che in quel caso il
fastidio è superato almeno dall' interesse storico.
Per entrare nel merito della questione Schiavo forse qualche dubbio può essere sciolto
leggendo oggi, anche sulla stampa nazionale, resoconti nei quali viene riportato che,
secondo un'indagine, diffusa in questi giorni alla stampa USA, dei giudici del Dipartimento
dei Bambini e delle Famiglie della Florida (sollecitata da diverse denunce presentate a
seguito della battaglia legale fra i genitori ed il marito di Terri) è risultato che Terri Schiavo
non ha subito abusi, né di carattere fisico, né di carattere finanziario e che pertanto non vi
è stato uso economico nella vicenda, né da parte del marito, né da parte dei genitori.
Sugli obiettivi e tentativi di sfruttamento politico e/o mediatico bisognerebbe fare tutt'altro
discorso.
Non dimentichiamo poi che in casa abbiamo il caso di Luana Englaro, nel quale non vi
sono mariti presunti sfruttatori, però.......Neanche su questo desidero e non mi interessa un
parere della Fallaci.
Quello che comunque ritengo che dovrebbe essere chiaro è che non bisogna cadere
nell'equivoco che da qualche parte si è voluto ingenerare: il caso di Terri, secondo me, non
è un caso di eutanasia, ma più che altro un caso di accanimento terapeutico.
Per concludere, e sono sicuro che in questo saremo tutti noi certamente d'accordo, la
Fallaci scelga pure di morire come preferisce, da laico non ho nulla da dire o da suggerirgli,
ma non pretenda in nessun modo di influire sulle mie scelte o peggio di farle condizionare
11
da norme o regole coercitive adottate ed imposte da uno Stato che tende sempre più ad
ispirarsi a principi confessionali.
Infine, con l'occasione, esprimo la mia soddisfazione per la notizia che viene dal Belgio
secondo cui è stato messo a disposizione dei medici un kit utilizzabile per consentire
l'attuazione, certamente responsabile, ma meno problematica possibile della "dolce morte".
Cari saluti
Tonino Scaglione
184 - ANCORA SU TERRI – SCRIVE URBANO CIPRIANI
Domenica 17 aprile 2005
Grazie di potervi leggere. E ora pensiamo a Eluana Englaro. Che dobbiamo essere più
indietro della Florida di Bush Jr e dell'America di Bush Mj? Andiamo avanti con fiducia e
determinazione.
Buon 25 Aprile. Urbano (e Paola).
185 - ANCORA SU TERRI – SCRIVE GUIDO MASELLI
Domenica 17 aprile 2005
Gentile Maria, la ringrazio per l'interesse col quale segue i miei interventi, che peraltro si
prefiggono il fine di suscitare interesse e salutare discussione. Apprezzo anche la sua
"ammirazione" per chi raggiunge certezze. Colgo, o credo di cogliere, una vena polemica
ma elegante e gradevole. Ben venga, è il sale di ogni franco scambio di opinioni.
Le garantisco però che sono persona affatto diversa da chi ha certezze granitiche e
soprattutto immodificabili.
Riguardo all'articolo della Fallaci, il giudizio da me espresso, e qua devo ammettere di
essere stato generico, la mia indignazione era dovuta ad alcune affermazioni che
nascevano dal caso Schiavo per estendersi su argomenti di carattere generale come
eutanasia, testamento biologico.
Sul caso di Terri, non ho certezza alcuna, né, lo confesso, interesse particolare. Si tratta di
un fatto di cronaca, con ridondanza mediatica, che poco a che vedere con l'eutanasia,
intesa come applicazione dell'espressione manifesta della volontà individuale. Si tratta, a
mio avviso, di uno di quei contesti per i quali difficilmente si potrà legiferare. Se il marito sia
o no un poco di buono non mi appassiona. Le decisioni dei giudici americani possono
essere condivise o meno, ma credo, in tutta sincerità che le informazioni che abbiamo
sull'intera faccenda poco consentano di farsi un quadro preciso, vista e considerata che la
lente deformante dell'apparato mediatico, come di consueto, privilegia il sensazionalismo.
Penso ancora che quando entrano in gioco fenomeni di massa, intesi come attenzione
delle masse, l'aspetto morboso e un po' cinico che trasuda proprio da questo interesse,
prevalga sulla razionalità. Tutto sommato è così rassicurante osservare una tragedia,
consolandosi col fatto di starne al di fuori!
Ciò che non posso perdonare alla Fallaci è la confusa visione (non posso pensare che sia
involontaria senza fare torto alla sua intelligenza), del testamento biologico. Nella
fattispecie laddove lo descrive come un'autocondanna a morte, come se il soggetto non
potesse più modificare la sua volontà finché sorretto dalla coscienza. Spero ne convenga.
Il salto logico (?) poi col quale afferma che "bisogna essere belli, sani.....per non essere
gettati dalla rupe Tarpea" è demagogia della peggior specie.
Sul fatto che la dignità della vita può essere giudicata tale solamente da colui che tale vita
conduce, beh sfonda una porta aperta. Credo proprio che sia questo il principio cardine di
coloro i quali (quorum ego nel mio piccolo) si battono per il testamento biologico e per
l'eutanasia.
Cordialmente, Guido Maselli
186 - L´USO POLITICO DELLA TRAGEDIA - DI CATHLEEN SHINE
Da: la Repubblica del 1 aprile 2005
12
Dopo essere stata tenuta in vita per quindici anni in stato vegetativo grazie a un tubo che
l´alimentava, Terri Schiavo se ne è andata e la sua tragica, indecente celebrità mediatica –
così per lo meno ci auguriamo – ha ormai avuto fine. Dopo le ultime inquietanti elezioni
americane di novembre per un certo periodo avevo evitato i notiziari, limitandomi soltanto a
qualche breve e sporadica sessione di atroci misfatti economici, politici e internazionali su
vari giornali e riviste.
Per poi battere in ritirata quanto più velocemente possibile e tornare ai garbati intrighi dei
romanzi di Anthony Trollope. In questo modo per mesi interi sono riuscita a sottrarmi alla
voce del presidente Bush e alla faccia di Michael Jackson. Ma non mi è stato possibile
eludere quell´altro volto pallido e bianco.
La copertura mediatica dell´amabile giovane donna dal cervello irrimediabilmente
danneggiato è stata talmente continua e incessante che nessuno ha potuto sottrarsi
all´immagine confusa di quella donna, seduta in poltrona, dall´espressione gentile e vitale,
ma dal cervello e dalle facoltà cognitive privi di vita. Forse ora possiamo lasciare che Terri
Schiavo riposi in pace.
In questo paese c´è stata un´enorme indignazione per questo caso. Una parte di questa
collera era diretta verso i genitori di Terri Schiavo, descritti come fanatici religiosi in cerca
di pubblicità. Forse lo sono stati. Di sicuro si sono illusi, ma chi può biasimarli per aver
proiettato tutte le loro speranze, i loro affetti, i loro ricordi sulla loro bella figlia, una figlia
che di per sé non ricordava nulla, non sentiva nulla e non aveva speranze, ma che tuttavia
viveva e respirava e pareva addirittura sorridere? Perché avrebbero dovuto credere che il
suo cervello era spento? Per loro Terri non era morta.
Vi è poi la politicizzazione della tragedia clinica della Schiavo. Qualcuno ha fatto notare
che mentre non è stato possibile disturbare il presidente Bush dopo che lo tsunami aveva
ucciso così tante persone, egli è balzato fuori dal letto in pigiama per cercare di cambiare
la legge che riguardava il calvario di quest´unica donna. Si è altresì fatto notare che il
Congresso Repubblicano, impegnato a tagliare con l´accetta le risorse mediche destinate a
centinaia di migliaia di americani sofferenti, era ossessionato dall´anima di quest´unica
donna, che era al di là di qualsiasi aiuto possibile. E infine si è sottolineato che il potente
rappresentante Repubblicano al Congresso Tom DeLay aveva definito «barbarica» la
decisione di staccare i tubi che mantenevano in vita Terri Schiavo, pur avendo egli rifiutato,
insieme alla famiglia, di lasciare il suo stesso padre attaccato ai tubi una decina d’anni fa.
Pare che tutta questa irritazione (un sondaggio ha evidenziato che l´80 per cento degli
americani ritiene che il governo avrebbe dovuto starsene fuori da questo caso) abbia
stupito il presidente Bush e gli altri che stanno cercando di sfruttare il doloroso calvario di
Terri Schiavo, ma non avrebbe dovuto. È vero, gli americani non sanno che cosa sia la
privacy. Noi sfiliamo nei reality show, esponendo la nostra decadenza, le nostre debolezze,
le nostre cattive maniere e i nostri rotoli di ciccia. Pur non sapendo bene che cosa sia la
privacy, però, sappiamo molto bene in che occasioni essa è usurpata. Persino un
concorrente di Survivor (reality show a eliminazione, NdT) non vorrebbe essere costretto
da Jeb Bush a partecipare allo show. Né, del resto, nessuno di noi vorrebbe che fosse lui a
prendere per noi le decisioni mediche che ci riguardano. La gran parte di noi, come Tom
DeLay, ha vissuto la straziante esperienza di dover capire che è giunta l´ora di lasciare
andare qualcuno che si ama, di permettergli di morire. La rabbia che proviamo nei confronti
dei nostri politici che si mettono in mostra non vuol soltanto dire ravvisare la loro ipocrisia, il
modo in cui hanno sfruttato una vicenda così tragica, così triste, intima e personale. Hanno
usato impudentemente la tragedia di Terri Schiavo, sì, e questo offende e ferisce. Io credo
che gli americani siano profondamente indignati anche perché il comportamento dei nostri
politici è così arrogante, così sciattamente irrispettoso e irriguardoso nei confronti dei tanti
che sono morti, nei confronti di così tanti di noi che hanno dovuto prendere decisioni
dolorose in merito alla loro morte, e nei confronti di tutti noi che sappiamo che la morte ci
attende, tutti, uno alla volta. In America non vi è senso alcuno della privacy, ma persino noi
13
americani sappiamo che l´unica circostanza in cui possiamo essere sicuri di trovarla è nella
morte.
(Traduzione di Anna Bissanti)
187 - LA VERITÀ DELL´AUTOPSIA DI TERRI - DI VITTORIO ZUCCONI
Da “la Repubblica” del 16.6.2005
WASHINGTON - Il calvario di Terri Schindler Schiavo è forse arrivato alla fine e almeno i
suoi resti potranno riposare, e soprattutto far riposare noi, nella certezza del suo stato
vegetativo irreversibile.
Come i quaranta giudici che avevano esaminato il suo caso avevano già concluso, così la
prova finale dell´autopsia finalmente pubblica ha detto che Terri era in morte cerebrale, che
il suo cervello aveva subito devastazioni «massicce e irreversibili» e persino quelle
sequenze strazianti dei suoi occhi che sembravano seguire il volto della madre erano
un´illusione, puro riflesso. Perché Terri era ormai «cieca», i centri cerebrali della vista
distrutti.
Ora si può sperare, senza illudersi, che il caso di questa disgraziata donna uccisa tre volte,
abbattuta una prima volta quindici anni or sono da un collasso cardiocircolatorio che tagliò
ossigeno al suo cervello, poi biologicamente uccisa per "disidratazione" il 31 marzo scorso
e oggi certificata in morte cerebrale sul tavolo dell´autopsia, si chiuda, risparmiando alla
sua memoria le offese delle speculazioni politiche e del sensazionalismo da tabloid.
L´autopsia condotta dal medical examiner con la consulenza di specialisti e l´ausilio di 270
immagini, campioni e vetrini prelevati dal suo corpo, non porta sospetti di parte, non aveva
tesi da difendere né ideologie da sventolare, ma soltanto constatazioni obbiettive da
condurre.
E il suo esito non conferma soltanto quello che tutti gli altri medici avevano concluso prima
del 31 marzo, che Terri non era più «in alcun modo recuperabile a una vita cosciente»,
come scrive secco il referto, ma che le accuse di sevizie e di maltrattamenti lanciate contro
il marito Michael erano infondate. «Il corpo della signora Schiavo - scrive il referto autoptico
dell´examiner ufficiale, il dottor John Thogmartin - non presenta tracce di lesioni esterne o
interne» né segni di «sostanze tossiche che possano avere provocato la sua crisi cardiaca
o il deterioramento del suo stato».
Rimangono, e rimarranno fino a quando i campioni delle guerre culturali e di religione
intenderanno riesumarla come simbolo, i dubbi su che cosa provocò il collasso nel 1990 di
una giovane sposa di 26 anni e i brividi che in tutti ha provocato il modo della morte, così
apparentemente disumano, per sottrazione della sonda che la alimentava. Chi si rassegnò,
come i giudici di vario ordine e di diverse convinzioni politiche e morali, alla sua fine, potrà
trovare qualche modesta consolazione nel pensiero che l´esistenza di Terri era ormai
incosciente e nessuna speranza di recupero esisteva. Chi la eresse a simbolo di una
battaglia per difendere la vita a ogni costo, nel nome di principi trascendenti, non si
rassegnerà alla logica umana e dunque relativa della legge sopra l´assolutismo della Fede.
Terri Schindler, sposata Schiavo, sarebbe scivolata verso la propria fine biologica, come
scivolano nel silenzio dei media e dei crociati contro la morte migliaia di altre Terri che ogni
giorno, in ogni ospedale del mondo, vengono lasciate per pietà, per mancanza di fondi, per
scelte sussurrate o implicite di parenti e sanitari, se la donna non fosse divenuta un
perfetto emblema per condurre, sinceramente o cinicamente, la "guerra dei valori" che il
revival ideologico-religioso in atto in Occidente sta cavalcando. Quando la resistenza
offerta da Jeb Bush, il governatore della Florida, si esaurì per mancanza di altri strumenti
legali, essendo escluse ipotesi idiota di blitz militari per strapparla all´ospizio dove languiva,
fu il fratello Presidente, George W., a montare sul cavallo della "guerra culturale" e
ottenere dal Congresso una legge d´emergenza per riaprire i ricorsi.
Ieri il presidente ha fatto ripetere dai suoi portavoce «io non cambio idea, rimango con la
famiglia»: quella di allora fu una legge inutile e puramente dimostrativa che Bush firmò con
voluta spettacolarità interrompendo le ferie texane. Ma anche la corte d´appello federale,
14
l´ennesima istanza giudiziaria alla quale arrivò il caso grazie a Bush, diede ragione a
Michael il marito e ai tribunali inferiori, autorizzando la fine. La Corte Suprema, dove pure
cinque dei nove giudici avevano portato Bush alla Casa Bianca nel 2001, rifiutò di
esaminare il caso, segno che non videro nulla che giustificasse il loro intervento.
Ma la guerra tra la legge, dalla parte del marito che chiedeva di porre fine all´alimentazione
forzata di una donna «irreversibilmente» morta nello spirito, e la croce, impugnata dai
genitori di Terri per difendere quello che restava della figlia, non si fermò davanti alle 40
sentenze, come ha calcolato la Associated Press, né davanti alle diagnosi dei neurologi.
Processioni di sacerdoti veri e di bizzarri frati improvvisati, di fedeli sinceri e di speculatori
da talk show serale si raccolsero attorno al cronicario di Pinella County, in Florida, per
strapparsi la loro libbra di Terri e venderla sul mercato dell´audience e delle tirature.
Bambini furono inviati come cresimandi, con ampolle d´acqua per dissetare Terri che
impiegò dieci giorni per morire di disidratazione, nonostante i medici e oggi l´autopsia in
maniera definitiva, spiegassero che lei non sarebbe stata in grado di deglutire e quindi di
reidratarsi.
La disumanità di quell´agonia toccava anche i cuori più duri, induceva a chiedersi perché,
quale senso avesse quella morte biologica, cercando nella malvagità del marito, Michael,
ansioso di risposarsi con la donna che gli aveva nel frattempo dato due figli, la sola
spiegazione logica e mostruosa. Brevi video sequenze di Terri con gli occhi vuoti e una
smorfia simile a un sorriso che sembrava implorare pietà dalla mamma giravano su ogni
teleschermo del mondo, ripetute dai cacciatori di lacrime.
Ora, con il referto del dottor Thogmartin, la scienza ha detto quello che la scienza può dire,
ma neppure la gelida verità di un´autopsia potrà consolare suo padre e sua madre, che in
quelle visite ai resti della figlia trovavano il tepore confortante della routine del parente in
ospedale. Né potrà calmare le ansie di coloro che il barcollare a tentoni della ricerca ai due
estremi dell´esistenza umana, tra embrioni ed eutanasia, si rifugiano, smarriti come tutti
siamo, nel tabernacolo del Mistero.
188 - REFERENDUM: ABBIAMO PERSO TUTTI - DI GIAMPIETRO SESTINI
15.5.2005
Appena chiuse le votazioni e conosciuta l'altissima percentuale di astensioni al
referendum, il cardinale Ruini ha rilasciato un’intervista al TG1 con la quale ha ribadito - se
necessario - le sue posizioni e quelle della Conferenza Episcopale Italiana, che possono
essere così riassunte: le leggi dello Stato sono accettabili se rispettano la morale cattolica.
Cade così, come osservato da Michele Serra, "la pietosa ipocrisia secondo la quale la
Chiesa avrebbe avuto, nelle ultime vicende, un ruolo esclusivamente spirituale". La Chiesa
invece ha svolto nell'occasione una "forte e militante presenza politica, tanto forte da far
varare leggi o far naufragare un referendum".
Ciò detto, occorre anche riconoscere che una percentuale di astensioni così elevata,
intorno ai tre quarti dell'elettorato, non può essere dovuta soltanto al messaggio della
Chiesa cattolica. Evidentemente altre cause hanno concorso, ed avremo modo di
analizzarle in seguito.
Per ora, ci permettiamo di osservare che da questo risultato TUTTI escono sconfitti.
Hanno perso, anzitutto, le persone e le associazioni - noi compresi - che si sono impegnati
per il voto, indipendentemente se SI, NO o scheda bianca.
Hanno perso i sostenitori del SI, in quanto i dieci milioni di voti da loro ricevuti non
serviranno a modificare gli articoli di legge da loro contestati.
Hanno perso i sostenitori del NO, in quanto i voti da loro ricevuti sono un insignificante
minoranza (appena il 10% dei votanti, ossia il 2,5% dell'elettorato).
Hanno perso i Presidenti della Camera e del Senato, Casini e Pera, i quali sono venuti
meno al loro dovere di far rispettare la Costituzione italiana contro l'intromissione di uno
Stato estero e far rispettare il Concordato contro le inadempienze della Chiesa.
15
Hanno perso i promotori dei referendum allorché hanno confidato sulla possibilità di
raggiungere il quorum dopo 10 anni e 17 consultazioni fallite (l'ultimo quorum è stato
raggiunto nel 1995! – vedi tabella allegata).
Ha perso anche la Chiesa cattolica, per aver offeso e coartato la coscienza di molti fedeli e
per aver rispolverato vecchi steccati fra laici e cattolici, le cui conseguenze negative non
tarderanno a manifestarsi.
Ha perso infine la democrazia, per sua natura basata sul voto e quindi su una scelta che
non è stata espressa e non è corretto interpretare.
In proposito vogliamo ricordare risposta di Corrado Augias, nostro socio onorario, alle
lettere di diversi lettori amareggiati e delusi per l'esito del referendum:
"Dedico a tutti i delusi, i furenti, gli sconsolati, gli sconfitti (nel cui ambito, per quel che
conta, mi metto), un prezioso libretto (79 pagine in tutto) di Giulio Giorello appena suscito.
Titolo: "Di nessuna chiesa"; sottotitolo: "La libertà del laico" (Raffaello Cortina ed.). E' un
elogio del relativismo dove si legge tra l'altro questa citazione di John Stuart Mill, autore del
fondamentale saggio "Sulla libertà": <Vi è la massima differenza tra il presumere che
un'opinione è vera perchè, pur esistendo ogni possibilità di discuterla, non è stata
confutata, e presumerne la verità al fine di non permetterne la confutazione>.Parole sante,
si potrebbe dire se, dati i tempi, non si temessero equivoci" (da: la Repubblica del
15.6.2005).
N°
Data di svolgimento dei referendum e loro tema
12/13 giugno 2005
Fecondazione assistita (media quattro quesiti)
15 giugno 2003
1 Articolo 18 - reintegrazione lavoratori (Italia + estero)
2 Servitù coattiva elettrodotti (Italia + estero)
22 maggio 2000
3 Rimborsi elettorali
4 Abolizione della quota proporzionale
5 Consiglio superiore della magistratura
6 Separazione della carriere dei magistrati
7 Incarichi extragiudiziari dei magistrati
8 Licenziamenti
9 Trattenute sindacali
18 aprile 1999
10 Cancellazione del voto di lista al proporzionale
15 giugno 1997
11 Abolizione della Golden Share
12 Obiezione di coscienza
13 Libero accesso dei cacciatori nei fondi altrui
14 Carriere dei magistrati
15 Abolizione dell’ordine dei giornalisti
16 Incarichi extragiudiziari dei magistrati
17 Soppressione del ministero per le Politiche agricole
%
Votanti
%
SI
%
%
NO Astens
25,9
86,3 13,7
74,1
25,5
25,6
86,7 13,3
85,6 14,4
74,5
74,4
32,2
32,4
31,9
32,0
32,0
32,5
32,2
71,1
82,0
70,6
69,0
75,2
33,4
61,8
28,9
18,0
29,4
31,0
24,8
66,6
38,2
67,8
67,6
68,1
68,0
68,0
67,5
67,8
49,6
91,1 8,9
50,4
30,2
30,3
30,2
30,2
30,0
30,2
30,1
74,1
71,7
80,9
83,6
65,5
85,6
66,9
69,8
69,7
69,8
69,8
70,0
69,8
69,9
25,9
28,3
19,1
16,4
34,5
14,4
33,1
189 - IL COLLE RISCATTA L'ITALIA DEL "SÌ” - DI MASSIMO GIANNINI
da: la Repubblica del 25 giugno 2005
(In prima pagina). SOLO dieci giorni dopo il naufragio del referendum contro una legge
ideologica e integralista sulla fecondazione assistita, è Carlo Azeglio Ciampi a offrire una
scialuppa di salvataggio all'Italia laica uscita umiliata da quel non-voto, dettato da
un'oggettiva difficoltà di comprensione di molti, e da una fuga pilatesca dalla ragione e
16
dalle responsabilità di alcuni. Con poche parole, pronunciate davanti al Papa in visita al
Quirinale, il presidente della Repubblica ha ristabilito una gerarchia funzionale tra i valori
costituzionali e i principi religiosi. Ha rimarcato il confine tra lo "Stato civile» (nel quale tutti
si possono riconoscere, in nome del pluralismo delle fedi e delle convinzioni) e lo "Stato
etico» (al quale tutti devono aderire, in nome di un pensiero unico imposto dall'alto). "Con
orgoglio- ha detto-affermo come presidente e come cittadino la laicità della Repubblica
italiana... L'articolo 7 della Costituzione italiana recita: "Lo Stato e la Chiesa Cattolica sono,
ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani".
(Seguito a pagina 17). LA NECESSARIA distinzione tra il credo religioso di ciascuno e la
vita della comunità civile regolata dalle leggi della Repubblica - ha proseguito Ciampi ha
consolidato nei decenni una profonda concordia tra Stato e Chiesa... La delimitazione dei
rispettivi ambiti rafforza la capacità delle autorità della Repubblica e delle autorità religiose
di svolgere appieno le rispettive missioni...». Meglio di così non si poteva dire. A Cesare
quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio. Sarebbero affermazioni scontate in
qualunque altra democrazia del mondo. Ma in questo Paese, evidentemente, non lo sono
mai abbastanza. E come accadde a Oscar Luigi Scalfaro nel lontano 1998 (quando, in
un'altra visita di un Pontefice sul Colle, disse a Papa Wojtyla che «la laicità dello Stato è
presupposto di libertà ed eguaglianza per ogni fede religiosa...» e «nella nostra diretta
responsabilità è la scelta politica e l'amministrare la cosa pubblica... ») queste parole
potevano arrivare solo da Ciampi. Il praticante che va a messa tutte le domeniche, ma che
il 13 giugno è andato a votare alle 8 e 30 insieme alla moglie. Proprio mentre su di lui, sui
partiti e sulle istituzioni, sui cattolici adulti e su quelli adolescenti, sugli astensionisti
sistematici e sugli apatici anti-politici, pendevano l'appello di Ruini e la fatwa degli ateidevoti, dei teocon alle vongole, dei "cristianisti" di casa nostra. Tutti mobilitati questi ultimi,
a trasformare un confronto civico su una legge dello Stato in uno scontro di civiltà sulla vita
e sulla morte. In un conflitto simbolico, titanico e quasi definitivo, tra l'élite sbandata e
autoreferenziale dei miscredenti del "politicamente corretto" e la massa spaurita ma
ansiosa di ritrovare, tra le braccia aperte di Madre Chiesa, la "risposta forte" che manca.
Non solo al bisogno di fede, ma anche al deficit di politica.
Ciampi fa piazza pulita di questa nuova forma di manicheismo, che ha sfruttato
mediaticamente Wojtyla e che oggi strumentalizza politicamente Ratzinger. Spazza via
questa malintesa idea di un "neo-illuminismo" occidentale, accidioso e agnostico, che usa
tutto quello che trova, da Galileo e Barsanufio, da Bertrand Russell a Jurgen Habermas,
per snocciolare i suoi anatemi da moderna Ecclesiaste: ogni laico è un relativista, ogni
relativista è un ateo, ogni ateo è un disperato. Senza morale, senza cultura, senza ideali.
"Un pozzo che guarda il cielo», per dirla con le parole di fine Anni 20 di Fernando Pessoa.
"Un ghetto di soggettività» per dirla con le parole dell'agosto 2004 (ancora una volta
strumentalizzate) dell'ex prefetto per la Congregazione della Dottrina della Fede.
Ciampi ridà voce a quell'Italia che dice "non ci sto». A quell'Italia che rifiuta l'inesorabile
logica, binaria e apocalittica, dei nuovi Torquemada folgorati sulla via di Damasco. Che
respinge insieme gli scontri di civiltà e le guerre di religione. Ridà voce a quell'Italia che
non contesta alla Chiesa il diritto di fare la sua parte, con orgoglio e a viso aperto. E anche
di condurre le sue «battaglie di rievangelizzazione», con gli strumenti che ha e con gli
argomenti che vuole.
Ma a quella Chiesa, e ai troppi politicanti che per pavido cinismo o per opportunistica
convenienza ne hanno mutuato i messaggi, ricorda che anche la laicità (e non il laicismo) è
un valore statuale da difendere, perché è il caposaldo della democrazia e l’antidoto contro
tutti gli integralismi. Perché è esattamente quel valore che permette al Pontefice di
professare sul campo (possibilmente senza invaderlo) i suoi richiami: il primato della vita,
la coppia fondata sul matrimonio e sui figli, la scuola privata. E' esattamente quel valore
che consente alla Conferenza episcopale la libera scelta di "svilirsi", giocando sul territorio
in competizione e su un piano di pari dignità con tutte le altre componenti della società
civile: istituzioni, partiti, sindacati, agenzie culturali, confessioni religiose.
17
Allo Stato compete l'onere della decisione politica. Se è il caso, e là dove è possibile,
anche sulla base di quel «bene comune dei cittadini» e di quella "condivisione dei valori
fondamentali» che il capo dello Stato ha voluto rammentare a Benedetto XVI: "il rispetto
della dignità e dei diritti di ogni essere umano, la famiglia, la solidarietà, la pace».
E’ un modo, anche questo, per riscattare quanti hanno vissuto con disagio la disfatta sulla
procreazione. Quando è sembrato che, nella lotta impari tra il sacro e il profano, tra il
drammatico «sulla vita non si vota» e il pragmatico «decide la scienza», si stessero
confrontando il valore vero (strenuamente gridato dagli strani “cristiani rinati" sotto le
insegne vaticane) e un valore zero (timidamente balbettato dai flaccidi laici riuniti sotto le
insegne referendarie). Ed è un modo, anche, per fissare qualche serio paletto in vista delle
discussioni future, in Parlamento e fuori. Sulla stessa fecondazione, dove non sarà inutile
tentare di rivendicare ancora una volta i diritti delle coppie sterili, anche rispetto agli
embrioni. E poi, se serve, anche sull'aborto, dove non è mai inutile riaffermare il diritto alla
salute della donna, anche rispetto al feto.
La laicità non è morta, con il 13 giugno. Lo Stato costituzionale è la casa di tutti, non una
cattedrale per pochi. La sinistra lo sa, perché quello Stato ha concorso a costruirlo. E come
ci ricorda Norberto Bobbio, anche in tempi di identità confuse e rimescolate, ha frecce al
suo arco, da lanciare nel cielo dei valori che ora sembra abusivamente occupato dalla
destra neo-clericale: giustizia, solidarietà, uguaglianza. I diritti non sono la sterile vetrina
del formalismo giuridico keynesiano, sulla quale l’Occidente moderno rispecchia il suo
vuoto interiore. Ma sono la frontiera sulla quale ogni giorno, attraverso un bilanciamento
faticoso ma fruttuoso, si difendono allo stesso tempo la libertà e la democrazia, e si
tutelano allo stesso modo le maggioranze e le minoranze.
Insieme alla Chiesa, se si può. Ma senza la sua benedizione, se si deve.
190 – E LA SVIZZERA LEGALIZZA IL REIMPIANTO
Da: la Repubblica del 21 giugno 2005 - Rubrica: lettere a Corrado Augias
“Il parlamento svizzero (paese cristiano quasi equamente suddiviso tra cattolici e
protestanti) ha votato ieri 16 giugno a favore di una legge che permette le analisi
embrionali pre-impianto allo scopo di fare lo screening di gravi malattie genetiche.
Nel corso del dibattito in aula, un parlamentare svizzero, affetto da una grave malattia
genetica, ha detto: <a nome di coloro che - come me - non vorrebbero essere MAI NATI, vi
prego di togliere il divieto di analisi pre-impianto>.
Giampietro Sestini”
191 - E DOPO LA PROVETTA TOCCHERÀ ALL'ABORTO - DI EUGENIO SCALFARI
Da: la Repubblica del 1 Giugno 2005
SUA Santità Benedetto XVI, nel primo incontro con la Conferenza episcopale italiana
dell'altro ieri, è intervenuto sul referendum della procreazione assistita. È intervenuto, come
si direbbe in gergo calcistico, a gamba tesa, quando l'arbitro fischia il fallo per gioco
pericoloso.
Qui da noi l'arbitro non esiste da tempo, anzi non è mai esistito da quando l'Italia si dette
una Costituzione repubblicana e costituzionalizzò (all'articolo 7) i Patti lateranensi e il
Concordato tra lo Stato e la Chiesa. Il Concordato, stipulato nel 1929 da Mussolini e da Pio
XI, immesso nella nostra Costituzione del 1947 e aggiornato (in peggio) nel 1984, era
considerato fino a qualche tempo fa un testo normativo finalizzato principalmente a
garantire la Chiesa da possibili inframmettenze dello Stato. Non a caso, negli anni seguiti
alla presa di Roma e alla fine del potere temporale del Papa, lo Stato italiano aveva
unilateralmente emanato la cosiddetta legge delle Guarantigie, che mitigava il regime
rigidamente separatista e cavouriano della libera Chiesa in libero Stato.
La Santa Sede aveva incassato i benefici di quella legge senza tuttavia dismettere la sua
profonda ostilità nei confronti del regio inquilino del Quirinale e dei suoi governi massonico18
liberali. I portoni dell'aristocrazia papalina erano rimasti sprangati, il non expedit era ancora
operante impedendo ai cattolici ogni partecipazione alla vita politica del paese.
Passarono gli anni e i decenni. Cadde l'impedimento politico, nacque - subito dopo la
guerra del 1915 - il Partito popolare di Sturzo. Poi, con l'avvento del fascismo, maturò il
clima concordatario che la Santa Sede aveva preparato pagando il prezzo dello
scioglimento del Partito popolare e dell'esilio di Sturzo. Con la nascita della Repubblica e
dei governi democristiani il Concordato diventò un labile confine, in tutto simile alle parole
scritte sulla sabbia; per il pochissimo che esse potevano ancora valere non servirono più a
garantire l'autonomia della Chiesa dallo Stato ma, semmai, qualche brandello di autonomia
dello Stato rispetto al potere dilagante della Chiesa.
L'Italia fu in quegli anni la sede temporale del potere ecclesiastico, penetrato per delega
nei governi, negli enti pubblici, nelle leggi, nella Costituzione materiale.
Senza che ci fosse neppur bisogno d'una indicazione esplicita d'oltre Tevere. Se di tanto in
tanto ci fu qualche marginale resistenza in nome dell'autonomia dei cattolici politicamente
impegnati, essa venne da alcuni di loro, De Gasperi e Moro; ma fu una resistenza
marginale, dovuta a persone di eccezionale carattere e pagata a caro prezzo. Non tale
comunque da modificare lo status sostanziale di uno Stato che era, anche nell'animo dei
suoi governanti, una provincia vaticana.
Per mantenere indenne quella provincia e il potere temporale che ne derivava alla Chiesa,
il Sacro soglio e le sue propaggini diocesane non misero mai sotto la ferula della morale
cristiana (anzi cattolica) le malversazioni e la pubblica corruttela che avveniva sotto gli
occhi di tutti fino ad esser diventata sistema di governo e di sottogoverno.
Il settimo comandamento mosaico (non rubare) fu come cassato dalla tavola dei cosiddetti
valori, ridotto a mera scelta opzionale da parte sia dei privati che dei rappresentanti delle
pubbliche istituzioni.
Non è mistero per nessuno ed anzi è ormai storicamente accertato che l'episcopato italiano
fu cieco e sordo di fronte al sistema della pubblica corruttela del quale era perfettamente
consapevole e spesso direttamente beneficiario come accadde, tanto per ricordare un
macroscopico esempio, in occasione del vero e proprio "sacco di Roma" che durò dagli
anni Cinquanta a tutti i Settanta, nel corso ! dei quali appalti, piani regolatori, aree verdi o di
destinazione estensiva, furono manipolati per favorire ordini religiosi, grandi famiglie
papaline, dignitari della Santa Sede, società immobiliari e palazzinare, dentro una rete di
compiacenze di marca vaticana che spolparono la città come si spolpano le ossa d'un
pollo.
Capisco che si tratta di questioni diverse, unificate però da un relativismo di valori da far
invidia al più relativista dei laici e da un esplodere di "tutte le voglie dell'io" di fronte alle
quali bisognerebbe almeno arrestarsi a riflettere sul gioco a palla tra i concetti del Bene e
del Male.
Dicevo che Benedetto XVI è entrato a gamba tesa nella questione della procreazione
medicalmente assistita. Più ancora di quanto non avesse già fatto il suo predecessore il
quale più e più volte aveva parlato della necessità di preservare la vita, dell'embrione come
persone, dell'aborto come infanticidio, auspicando buone leggi che incorporassero questi
valori; ma non era mai entrato nella loro casistica attuativa lasciando questa bisogna alle
autonome scelte dei cattolici politicamente impegnati.
Lo stesso cardinal Ruini, presidente dell'episcopato italiano, le parole "referendum" e
"astensione" non le aveva mai pronunciate. Allusioni, sì, e sempre più chiare col passar
delle settimane, restando però sul generico e sull'implicito.
L'esplicito l'aveva lasciato ai vari comitati per la vita (quasi che i fautori del "sì" fossero
portatori di morte come i cavalieri dell'Apocalisse) e al giornale della Cei, al laicato cattolico
più integralista e alla nuova categoria dei "laici devoti": i più vocianti e più fondamentalisti in
questa come in altre consimili occasioni.
Interrogato poco prima della sua ascesa al pontificato il cardinale Ratzinger, custode della
fede, a proposito dei "laici devoti" aveva preso le distanze; così pure le aveva prese da
19
quei "cristiani rinati" di ceppo vetero-presbiteriano che negli Stati Uniti sono stati e sono il
nerbo delle truppe scelte sostenitrici della presidenza Bush.
Proprio sulla base di queste caute prese di posizione molti esegeti vaticanisti avevano
preconizzato un Papa diverso sia dal cardinale che era stato fino alla vigilia sia del suo
predecessore. Né era stato sottovalutato l'apporto arrivato in conclave fin dalla seconda
votazione da parte dei cosiddetti "martiniani", al quale Benedetto XVI ha infatti già
promesso maggiore collegialità e più frequenti ricorsi ai sinodi e al Sinodo.
Forse si è perso di vista il fatto che, una volta caduta in conclave l'ipotesi di un Papa
extraeuropeo, tra i papabili in campo era rimasto, oltre che Ratzinger, lo stesso Ruini, con
non poche chance di vittoria per l'ampiezza delle amicizie con episcopati e cardinali poveri
quanto remoti verso i quali la Cei era stata generosamente vicina valendosi dei cospicui
fondi dell'8 per mille.
Sta di fatto che Ruini non affrontò la lotta col suo collega Ratzinger. Ma ora gioca le sue
carte come leader ecclesiale della "provincia" italiana. E infatti le sta giocando. I vescovi
sono passati, in tema referendario, dall'implicito all'esplicito; Ruini ha compiuto lo stesso
salto di qualità.
Infine il Papa ha varcato anche lui il Rubicone concordatario dicendo ai vescovi: "Prego per
voi e vi ringrazio per quanto state facendo per illuminare le coscienze con riferimento alla
prossima consultazione referendaria".
Volete dunque un Papa muto? Domandano perentoriamente i giornali neocon. No,
rispondiamo. Vorremmo un Papa che preghi, predichi il messaggio evangelico e lo diffonda
con tutti i mezzi e la morale che ne deriva ma lasci agli uomini e alle donne, religiosi o non
religiosi, il diritto di decidere in autonomia il loro personale "che fare".
Si obietta: la Chiesa suggerisce ma non impone. Certo. In un tempo nemmeno
lontanissimo la Chiesa suggeriva e anche imponeva. Poi Wojtyla ha chiesto pubblicamente
perdono per quel passato. In tempo non lontanissimo la Chiesa assumeva come verità di
dottrina argomenti che poi si svelarono insostenibili. Galileo lo visse sulla propria pelle.
Giordano Bruno e Campanella la pelle ce la lasciarono.
Poi Wojtyla ha chiesto perdono, almeno per Galileo.
C'è dunque molto relativismo nelle verità dottrinali predicate dalla Chiesa e ciò che sembrò
vero ieri e l'altro ieri viene considerato oggi colpevolmente sbagliato. Esiste dunque la
possibilità che su fratello embrione la Chiesa cambi opinione tra cinquanta o cent'anni. Ma
chi ripagherà coloro che oggi, costretti dall'obbedienza cattolica, anteporranno il suo
magistero al proprio libero convincimento?
E soprattutto chi ripagherà coloro che, a causa di quelle scelte, vedranno calpestati diritti
inviolabili? I massacrati della notte di San Bartolomeo, le streghe bruciate dagli Inquisitori
del Sant'Uffizio e tutte le altre migliaia e migliaia di vittime d'una fede armata e
persecutoria, sono morti da un pezzo.
La richiesta di perdono formulata dopo anni e secoli non può avere risposta perché le
vittime ormai sono cenere. Chi le indennizzerà e chi indennizzerà le possibili vittime del
futuro?
È fin troppo ovvio che il prossimo obiettivo dell'episcopato italiano e delle forze politiche
arruolate al suo fianco sarà la legge sull'aborto. Sulla base di essa infatti le donne possono
decidere e ottenere l'aborto terapeutico non appena si accorgano che il feto che portano
nel ventre è affetto da grave malattia o difetto genetico.
Per quanto riguarda la procreazione assistita, di quell'eventuale difetto ci si potrebbe
accorgere attraverso l'esame preventivo dell'embrione, che però è vietato dalla legge 40. Il
referendum chiede che quello sciagurato articolo sia abolito. Ma se non lo sarà per
mancanza di validità del referendum, si dovrà abolire anche l'aborto terapeutico per
l'evidente contraddizione tra i due testi. Se il fratello embrione merita rispetto, non si
capirebbe infatti perché il feto, suo fratello maggiore, possa esser trattato come
immondizia.
Partirà dunque la campagna contro l'aborto, siatene certi.
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Con virulenza pari o maggiore di quella attualmente in corso. E poi partirà anche quella
contro il divorzio. Adesso smentiscono queste intenzioni. Per ovvie ragioni.
Concentrano la pressione su fratello embrione. Debbo dire: Marco Pannella, che in molte
questioni sostiene tesi da me non condivise, ha dimostrato una stoffa di grande attore nel
recente dibattito con Giuliano Ferrara.
Gli ha detto: "Se l'embrione è nostro fratello, avrà pure un padre. Il padre dell'embrione è
senza ombra di dubbio lo spermatozoo. Chi si masturba fa strage dei padri dell'embrione.
Non si deve dunque vietare e dichiarare punibile chi uccide per suo piacere i padri
dell'embrione?".
Si tratta di una battuta, ma serve per capire dove si può arrivare quando i concetti vengono
usati come clave.
La posizione di quanti sostengono il "sì" nel referendum è molto chiara. Si riassume così:
l'embrione è un progetto di persona e non una persona; ha diritto a un suo status; la legge
deve servire a delineare quello status e i diritti che ne conseguono.
Se quei diritti entrano in conflitto con i diritti di persone già esistenti, cedono il passo a
questi, specie se si tratta dei diritti della donna che col suo corpo consente all'embrione da
lei prodotto insieme all'uomo che le è compagno, di vivere e di svilupparsi.
Quanto al partito della vita e a quello della morte, questa divisione di campo tra black and
white è vergognosamente falsa. Chi vota "sì" al referendum vota per accrescere il numero
dei nascituri sani e liberamente voluti e anche per consentire più ampia e fruttifera ricerca
in favore dei malati di oggi e di domani.
Se questo è un partito di morte lo giudichino i lettori e tutte le persone di retto sentire, non
disposte a portare i cervelli all'ammasso.
192 - MA I LAICI NON SONO NICHILISTI – DI GIAMPIETRO SESTINI
16 giugno 2005
Caro Mauro, grazie per la lettera del segretario CIGS di Siena, da te inviata al gruppo di
LiberaUscita. La lettera contiene alcune riflessioni interessanti, ma permettimi di non
condividerne l'impostazione di fondo, e cioè che il referendum l'abbiano vinto i laici perché
sono "quelli che nel dubbio non credono a nessuno, che non la bevono comunque".
E' esattamente quello che sostiene Papa Ratzinger ed i vari Marcello Pera e Rocco
Buttiglione: i laici sono coloro che riconoscono fondate tutte le tesi ma non credono a
nessuna, coloro che non hanno una propria fede o etica o morale se non l'utilitarismo
personale, insomma dei "relativisti", anzi "nichilisti" senza principi.
Sono invece dell'opinione opposta: i veri laici credono e si battono per una serie di valori
più ricca e variegata di quelli di qualsiasi religione, valori che talvolta possono intrecciarsi
con quelli religiosi - pace, libertà, amore verso il prossimo, ecc. - ma che traggono origine e
convinzione non da dogmi assoluti bensì dalla propria ragione e coscienza.
Per dirla con Eugenio Scalfari: " Il laicismo ha il suo culmine nell'abolizione dell'idea stessa
di peccato. Non c'è peccato se non quello che rafforza le pulsioni contro l'altrui libertà. Non
c'è peccato se non l'egoismo dell' io e del noi contro il tu e il voi. Non c'è peccato se non la
sopraffazione contro l'altro e contro il diverso". Ovviamente, ciò non significa ignorare che
gli embrioni sono in potenza delle persone. I loro diritti vanno dunque tutelati ma non in
misura uguale a quelli di una persona nata, i cui diritti non sono tutelati in misura uguale a
quelli di una persona maggiorenne, e così via per i casi di interdizione, reclusione, etc.
Il vero laico, di fronte ai dubbi sollevati da scienziati e vescovi sulla fecondazione assistita,
si pone anzitutto la domanda se sia giusto - con la sua astensione - impedire ad una
coppia sterile di avere figli, se sia giusto limitare la ricerca scientifica per poter curare
malattie devastanti, se sia giusto obbligare una donna ad impiantare embrioni affetti da
gravi tare, se sia giusto insomma imporre ad altre persone le proprie convinzioni personali,
siano esse religiose o anche scientifiche.
Purtroppo, così come moltissime persone che si professano credenti non vanno a messa e
non osservano i comandamenti, così moltissime persone che si dicono laiche non hanno
21
sentito il dovere morale di recarsi alle urne. Ma non per questo le une e le altre possono
essere classificate come "veri credenti" o "veri laici".
Cordiali saluti
Giampietro Sestini
193 – DI FRANCESCO MERLO
Da "la Repubblica" del 17.6.2005
Pensavamo di esserci liberati dell´anticlericalismo, della volgarità applicata ai simboli
religiosi, del dileggio di chi presume di rappresentare Dio nella politica, ma non avevamo
fatto i conti con la carnevalata degli atei bigotti "neocristianisti", con il Te Deum di Baget
Bozzo, con le processioni e i rosari di ringraziamento, con un estremismo mascherato di
moderatismo, con le celebrazioni di una presunta "rivolta di popolo" contro la
secolarizzazione, con l´esproprio politico di una vittoria che rimane poco intelligibile,
ancorata tanto all´Italia minoritaria di Radio Maria e dei pellegrinaggi a Loreto quanto alla
vecchia sostanza del nostro vizio nazionale, il mai vinto "me ne frego"
Ed è ovvio che adesso l´anticlericalismo sia la tentazione degli sconfitti, che Pannella lo
proclami come valore, perché alla spocchia di chi si pone dentro la politica come il Verbo
sarebbe facile rispondere con le pernacchie, con la disobbedienza, con la battaglia per
rivedere il Concordato, con la contro-arroganza, con la vecchia idea che dal Concilio di
Trento ai nostri giorni qualsiasi miglioramento avvenuto nella Chiesa è da ascriversi al
merito dei suoi nemici, con gli slogan grotteschi di un mondo sepolto: «Con le budella
dell´ultimo Papa / impiccheremo l´ultimo re». Il liberale ma iperlaicista Bertrand Russell nel
1954 profetizzava: «Quando in Occidente prevarrà l´opinione che il cristianesimo è
essenziale alla virtù e alla stabilità sociale, esso riacquisterà i difetti che aveva nel
medioevo».
Insomma, verrebbe voglia di cadere nella trappola anticlericale. E invece bisogna
distinguere i valori dai pregiudizi, smontare questi ultimi, contrapporre valori a valori.
Il referendum è stato perso anche perché la sinistra era distratta dalle dinamiche di
primazia leaderistica, con un profilo rissoso e confuso: a Bologna era più importante
dimostrare il "tradimento" di Cofferati, Prodi si è rifugiato a Creta per studiare le mosse
contro Rutelli, nel Sud anche i preti solitamente eliocentrici questa volta erano tolemaici.
Nel mezzogiorno la battaglia laica per i valori della scienza è stata lasciata alle bandiere
rosse di Rifondazione, che è il gruppo più antiscientifico e più ideologico. I raduni e i
dibattiti sono stati invasi da femministe invecchiate che hanno riproposto linguaggi
stereotipati e irritanti in un patetico revival degli anni settanta. L´embrione, i gameti e gli
ovuli fecondati sono finiti nelle kermesse canore di piazza, con tutto il loro armamentario di
automatismi senza creatività e leggerezza, senza un reale impegno sui valori alti del
pensiero laico, che è materia sofisticata e difficile, continua messa in discussione di se
stessi.
La cultura di sinistra, nei suoi anni postcomunisti, ha sinora prodotto il giustizialismo, il
moralismo, la subordinazione all´etica dell´economia e della politica, lo statalismo e l´
assistenzialismo. Non c´è nulla dei valori fondanti della società contemporanea che
ruotano tutti attorno all´individuo, ai diritti civili, alla nostra identità nazionale che non è data
dall´ecumenismo cattolico ma dal pensiero liberale di Cavour, di Croce, di Einaudi,
dall´iperindividualismo umanistico di Dante e Machiavelli, da un cristianesimo ghibellino
che sa anche vedere nel Papa un intralcio alla propria fede e ai propri progetti temporali: lo
Scettro è lo Scettro e la Tiara è la Tiara. La sinistra è una Pompei di valori ottocenteschi e,
pur con atteggiamento vagamente scientista, ha ancora una formazione da Frattocchie. Ha
detto a Repubblica Umberto Veronesi: «La scienza in Italia ha un deficit culturale molto
radicato» e «noi scienziati non abbiamo nessuna tradizione nell´arte della convinzione e
del reclutamento, non sappiamo usare le parole giuste a formare la pubblica opinione, non
abbiamo chiese, altari, confessionali» e, aggiungiamo noi, sezioni di partito. «La scienza
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non può pretendere il consenso senza dialogo». Dall´altra parte c´era una pur discutibile
concezione della vita e della morte, che ha tagliato il traguardo del referendum sopra un
asino. Per far fronte all´eruzione lavica del conformismo travestito da parola di Dio, alla fine
si sono generosamente spesi l´eterno Pannella, l´indomabile Bonino, e il sempre più bravo
e pacato Fassino.
In questo deserto è stata abbandonata l´Italia cristiana che pensa che la scienza sia un
attributo di Dio e non il faustismo demoniaco che gioca con Frankenstein, un´Italia
secolarizzata che viene accusata dai teocon d´essere "invertebrata" e "scristianizzata" e
che invece è laica e responsabile, né anticlericale né clericale di complemento. Questa
Italia cristiana, che non è andata al voto, non somiglia né a Faust né a Radio Maria ma non
somiglia neppure alla sinistra. Contro la sinistra, si è astenuta. Ma contro la destra oggi
non celebra la propria astensione come una vittoria sui valori laici e sulla secolarizzazione,
vale a dire una vittoria su se stessa, ma la contempla impotente come nella Melanconia di
Dürer, lo scorno per la banalizzazione di Cristo che faceva miracoli scientifici, ridando la
vita ai morti e moltiplicando la ricchezza per i poveri, un Cristo scienziato e quindi
misericordioso. Duemila anni fa Cristo faceva miracoli, duemila anni dopo Cristo fa
scienza. Ma il problema è sempre lo stesso: ridurre la sofferenza degli individui.
Nelle guerre di una volta vinceva l´esercito che si posizionava con il sole alle spalle.
Ebbene, gli attivisti dell´astensione, con il sole alle spalle, sono riusciti ad annettersi anche
quest´Italia cristiana secolarizzata, alla quale i laici e la sinistra non sanno parlare. E si
sono ancorati alla miseria dell´indifferenza, al dato inerziale di chi non si interessa o non
capisce o volta le spalle alla complessità e non vota. I pensatori neoclericali hanno lavorato
indisturbati sulla parte più gaglioffa di noi, spacciandola per finissima scienza teologale,
raffinatissima alchimia aristotelica: la resurrezione di Sant´Agostino contro la provetta. E
ora descrivono un´Italia a loro immagine e somiglianza, un´Italia popolata di milioni di Pera,
di Ferrara e di Socci: di pentiti del dubbio metodologico e di ex sofferenti di incertezza; di
orfani del sole comunista, ancora persi nel buio a mezzogiorno; di spiritati sedotti dalle
ingenuità del catechismo come categorie epistemologiche per schiavardare la
secolarizzazione. Almeno Socci ha il merito di predicare un´etica politica basata sulla
teologia, mentre Pera e Ferrara predicano una teologia basata sulla propria etica politica, e
adesso litigano pure tra di loro. E´ il destino maccheronico degli atei devoti: antea sodali, id
est "culo e camicia", post festum inimicissimi disputatores summa cum scientia "de ciccia
et pugna". Ma tra i falsi valori degli attivisti dell´astensione il più falso di tutti è il
moderatismo. Ed è il valore che bisogna subito strappar loro di mano, in campo aperto,
giorno dopo giorno. Se la moderazione è eleganza, sobrietà e misura, non è certo pratica
da moderati il nominare invano il nome di Dio, peccato di estremismo oltre che violazione
del comandamento, cafonaggine prima ancora che bestemmia. L´idea di legiferare in nome
di Dio non è mai stata idea moderata, come ora dimostrano gli spasmi isterici dei
neoclericali; la presunzione di Buttiglione e La Loggia di rappresentare, nientemeno, il 75
per cento degli italiani; l´idea di reclutare nel Partito Unico del Catechismo tre quarti di
Italia; l´intolleranza vaticana verso i dissidenti come don Gallo a Genova o come padre
Rodolfo Zecchino, sospeso dall´insegnamento dal vescovo di Verona. E sono segnali
orribili la voglia di cacciare Fini dal suo partito e quella di punire Stefania Prestigiacomo,
ridotti ad incarnare una destra moderna ma impossibile.
A questa intolleranza estremista, che nella Chiesa di Benedetto XVI sta assumendo la
rigidità e lo schematismo della "Lettera tedesca" contro la dolcezza dello "Spirito italiano",
va contrapposto il valore moderato della nostra tolleranza caritatevole, della classicità
greca e non di Odino, l´allegro e colorato Olimpo al posto della Walhalla wagneriana così
simile al paradiso mussulmano "all´ombra della spada". La nostra tolleranza è valore laico,
politeistico, prezioso e antico quanto l´insondabilità del mistero della vita. Non c´è
all´orizzonte postreferendario nessun valore moderato, c´è la commedia degli equivoci
dell´etica, la tristezza di vedere clericali e anticlericali di nuovo in lotta, la brutta
convinzione che se nel 1633 ci fosse stato un referendum su Galileo, il popolo italiano,
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chiamato a votare sull´eliocentrismo, avrebbe dato ragione alla chiesa tolemaica e
geocentrica. Una parte, confusa dall´astronomia "onnipotente", si sarebbe astenuta dal
pensare per non dover confliggere con le proprie convinzioni religiose, e un´altra parte si
sarebbe astenuta per dedicarsi ai passatempi. Alla fine i Ruini d´epoca avrebbero
celebrato la vittoria di Dio contro gli eretici, il trionfo dei Ferrara riconvertiti, dei santi Socci
e Pera, con i loro pregiudizi che solo il rinascente anticlericalismo potrebbe trasformare in
valori.
194 - FORZA BENEDETTO!
Lunedì 6 giugno 2005
Ecco i primi pronunciamenti di papa Ratzinger: aborto e fecondazione manomettono la vita
che nasce; gli embrioni hanno gli stessi diritti delle persone; la vita appartiene al Signore; i
divorzi sono troppi; divorzi e unioni omosessuali costituiscono forme di dissoluzione del
matrimonio e di libertà anarchica; la domenica è il giorno del Signore e quindi non si deve
lavorare; è giusta la posizione della CEI di invitare i cattolici a non recarsi alle urne per i
referendum.
Forza Benedetto! Continua così: può darsi che gli italiani s'incazzino.
Anonimo
195 – LA VIGNETTA DI STAINO
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