SOMMARIO
n. 106
Anno XVI (nuova serie)
n. 106 luglio-agosto 2010
Bimestrale di cultura cinematografica
Edito
dal Centro Studi Cinematografici
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tel. (06) 63.82.605
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E-mail: [email protected]
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Spedizione in abb. post.
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Filiale di Roma)
Si collabora solo dietro
invito della redazione
Direttore Responsabile: Flavio Vergerio
Direttore Editoriale: Baldo Vallero
Cast e credit a cura di: Simone Emiliani
Segreteria: Cesare Frioni
Redazione:
Marco Lombardi
Alessandro Paesano
Carlo Tagliabue
Giancarlo Zappoli
Hanno collaborato a questo numero:
Veronica Barteri
Elena Bartoni
Maria Cristina Caponi
Luca Caruso
Gianluigi Ceccarelli
Chiara Cecchini
Marianna Dell’Aquila
Silvio Grasselli
Elena Mandolini
Diego Mondella
Fabrizio Moresco
Danila Petacco
Francesca Piano
Valerio Sammarco
Stampa: Tipostampa s.r.l.
Via dei Tipografi, n. 6
Sangiustino (PG)
Nella seguente filmografia vengono
considerati tutti i film usciti a Roma e
Milano, ad eccezione delle riedizioni.
Le date tra parentesi si riferiscono alle
“prime” nelle città considerate.
About Elly ...........................................................................................
Amabili resti .......................................................................................
Appuntamento con l’amore ................................................................
A-Team (The) .....................................................................................
Bella ...................................................................................................
Bella società (La) ...............................................................................
Bright Star .........................................................................................
Brotherood .........................................................................................
Butterfly Zone – Il senso della farfalla ................................................
5 appuntamenti per farla innamorare ................................................
City Island ..........................................................................................
Compleanno (Il) .................................................................................
Copia conforme .................................................................................
Diamond 13 .......................................................................................
18 anni dopo ......................................................................................
Due vite per caso ...............................................................................
Era glaciale 3 (L’) – L’alba dei dinosauri .............................................
Fontana dell’amore (La) ....................................................................
Generazione 1000 euro .....................................................................
Happy Family .....................................................................................
Hole in 3D (The) ................................................................................
Imbroglio del lenzuolo (L’) ..................................................................
Iron Man 2 .........................................................................................
Matrimoni e altri disastri ....................................................................
Mio vicino Totoro (Il) ...........................................................................
Nel paese delle creature selvagge ....................................................
Non è ancora domani (La Pivellina) ..................................................
Nord ...................................................................................................
Padre dei miei figli (Il) ........................................................................
Papessa (La) .....................................................................................
Percy Jackson e gli Dei dell’Olimpo – Il ladro di fulmini .....................
Perdona e dimentica ..........................................................................
14 kilòmetros .....................................................................................
Quattro volte (Le) ...............................................................................
Racconti incantati ..............................................................................
Ragazzi miei ......................................................................................
Regina dei cavalli di carta (La) ..........................................................
Road (The) – La strada .....................................................................
Robin Hood ........................................................................................
Sex and the City 2 .............................................................................
Shadow ..............................................................................................
Simon Konianski ................................................................................
Sono viva ..........................................................................................
Tata Matilda e il grande botto ............................................................
Tempo che ci rimane (Il) ....................................................................
U2 3D ................................................................................................
Ultima estate (L’) ................................................................................
Una soluzione razionale ....................................................................
Valigia sul letto ...................................................................................
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Film
Tutti i film della stagione
NON È ANCORA DOMANI (LA PIVELLINA)
Italia/Austria, 2009
Montaggio: Tizza Covi
Suono: Tizza Covi
Interpreti: Patrizia Gerardi (Patty), Walter Saabel (Walter), Tairo
Caroli (Tairo), Asia Crippa (Asia)
Durata: 100’
Metri: 2750
Regia: Tizza Covi, Rainer Frimmel
Produzione: Rainer Frimmel per Vento Film
Distribuzione: Officine Ubu
Prima: (Roma 14-5-2010; Milano 14-5-2010)
Soggetto e sceneggiatura: Tizza Covi
Direttore della fotografia: Rainer Frimmel
a da poco smesso di piovere, in
un parco della periferia romana.
La cinquantenne Patty, capelli
rosso fuoco, cerca il suo cagnolino Ercole. Trova invece, da sola su un’altalena,
la piccola Asia (Aia, come dirà di chiamarsi lei e come, da quel momento, sarà
chiamata dalla donna), bimba di due anni
con in tasca un biglietto con scritto che
la mamma tornerà, un giorno, a riprenderla.
Patty non può lasciarla lì e, da quel
giorno, “la pivellina” – come la ribattezzerà Walter, marito della donna – entrerà a far parte della vita di questo gruppo di artisti circensi, clown, giocolieri e
animali addestrati, accampati in baracche o roulotte nel quartiere San Basilio
di Roma. In attesa che qualcuno si faccia vivo per venirla a riprendere, con la
paura che qualcun altro possa accusarli
di sequestro di persona (“perché per il
governo e l’opinione pubblica, nomadi
e rom sono tutti uguali”), Patty e Walter
saranno aiutati dal giovane Tairo, tredicenne figlio di un domatore in giro per
lavoro, cresciuto dalla nonna e in qual-
H
che modo allevato anche dai due vicini
di roulotte, con Patty che vigila sul suo
impegno nello studio e Walter che lo
istruisce su come risolvere i problemi
“della strada”, insegnandogli come difendersi e come guadagnarsi il rispetto
dei coetanei.
Adottata senza riserve e con affetto infinito, Asia saprà contraccambiare l’intera “comunità”, divenendone ben presto
mascotte e simbolo. Un bel giorno, però,
un altro biglietto annuncia il ritorno della
mamma: non c’è tempo per le lacrime,
basteranno una torta e un brindisi a sancire l’arrivederci a una nuova, grande, piccola amica.
remiato in moltissimi Festival internazionali (con il Label Europa
Cinemas alla Quinzaine di Cannes 62, come Miglior Film alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro) Non è ancora domani – titolo “italiano”
con cui arriva nelle sale La pivellina – di
Tizza Covi e Rainer Frimmel è uno splendido esempio di quanto, ancora oggi, il cinema possa raccontare la realtà, traducen-
P
dola in poesia. Partendo da una sceneggiatura che prevedeva semplicemente “un
inizio” e “una fine”, i due documentaristi
per il loro primo lavoro di “finzione” ripartono idealmente dagli stessi luoghi e atmosfere di Babooska (doc su una famiglia
di un piccolo circo destinato a sparire) e
concedono ai vari personaggi carta bianca per continuare a portare sullo schermo
la loro umanità prima, strumento con cui
seguire solamente in secondo luogo le fila
di un racconto dal flusso vitale straordinario: perché prima di tutto i vari Patty (Patrizia Gerardi), Walter (Saabel), Tairo (Caroli) e, ovviamente, la piccola Asia (Crippa),
sono esseri umani chiamati a mostrarsi per
quello che sono, al netto di qualsiasi influenza o strumentalizzazione. Ed è proprio questo il più grande miracolo del film,
più grande persino dello splendido sorriso
della bambina protagonista: inseguire la
costruzione di un messaggio dalla morale
altissima senza alcun tipo di calcolo, o facile retorica; sullo schermo rivive la vita,
capace di illuminare il grigiore (non solo
atmosferico) di marane e degrado in cui
troppo frettolosamente l’opinione pubblica
accomuna criminalità ed esistenze ai margini, raccontate da Covi e Frimmel attraverso macchina a mano e zero compassione. Non c’è lirismo; neanche il prevedibile calore con cui troppo spesso al cinema vengono raccontati gli umili e gli emarginati; in Non è ancora domani regnano
vitalità e difficoltà, non sentimentalismi: per
capirlo basterebbe la sequenza più triste
dell’intero film, con Walter che si prepara
per trasformarsi in clown, Patty che si allena a schivare i coltelli e a far roteare i piatti
su esili bastoncini e tutto intorno il vuoto,
nessuno. Al loro spettacolo di quartiere
sarà presente solamente lo spettatore del
film, con lui la piccola Asia. L’applauso di
pochi basterà a rendere un successo quello che in molti avrebbero considerato un
fallimento.
Valerio Sammarco
2
Film
Tutti i film della stagione
PERCY JACKSON E GLI DEI DELL´OLIMPO - IL LADRO DI FULMINI
(Percy Jackson & the Olympians: The Lightning Thief)
Stati Uniti/Canada, 2010
Regia: Chris Columbus
Produzione: Michael Barnathan, Mark Morgan, Guy Oseary,
Mark Radcliffe, Karen Rosenfelt per Fox 2000 Pictures/ 1492
Pictures/ Imprint Entertainment/ Sunswept Entertainment/ TCF
Vancouver Productions
Distribuzione: 20th Century Fox
Prima: (Roma 12-3-2010; Milano 12-3-2010)
Soggetto: tratto dalla serie di romanzi per ragazzi Percy Jackson
and the Olympians di Rick Riordan
Sceneggiatura: Craig Titley
Direttore della fotografia: Stephen Goldblatt
Montaggio: Peter Honess
Musiche: Christophe Beck
Scenografia: Howard Cummings
Costumi: Renée April
Produttore esecutivo: Thomas M. Hammel
Produttore associato: Karen Swallow
Direttore di produzione: Wendy Williams
Casting: Heike Brandstatter, Janet Hirshenson, Jane Jenkins,
Michelle Lewitt, Coreen Mayrs
Aiuti regista: Misha Bukowski, Greg Hale, Rhonda Taylor, Lars
P. Winther
Operatori: Will Arnot, Scott MacDonald
Operatore Steadicam: Will Arnot
Art directors: Ross Dempster, Dan Hermansen, James
Steuart, Greg Venturi
Supervisore art director: Sandi Tanaka
Arredatore: Peter Lando
Effetti speciali trucco: Matthew Aebig, Tracy Lai
Trucco: Beth Boxall, Linda Boykin-Williams, Emanuela Daus,
Victoria Down, Vanessa Giles, Leslie Graham, Stephanie
Pasicov
Acconciature: Melinda Dunn, Sherry Linder-Gygli, Robert A.
Pandini, Christopher Mark Pinhey, Debra Wiebe
Coordinatore effetti speciali: Tony Lazarowich
Supervisori effetti visivi: Alessandro Cioffi (Trixter Film),
Vincent Cirelli (Luma Pictures), Sean Andrew Faden (Method),
Florian Gellinger (RISE Visual Effects Berlin), Björn Mayer
(Pixomondo), Guillaume Rocheron (MPC), Daniel P. Rosen
(Evil Eye Pictures), Sean Schur (Slash FX), Edson Williams
uriosi fulmini tra le nuvole, che
cessano d’improvviso. New York:
dal mare emerge, gigantesco,
Poseidone, che assume fattezze umane,
passeggia per la città e sale infine sull’Empire State Building, ove avviene un
turbolento incontro con il fratello Zeus.
V’è un temporale in arrivo, “ma senza
fulmini” – nota Zeus. Qualcuno glieli ha
trafugati. Di certo non Poseidone, perché
agli dei è proibito rubarsi i poteri a vicenda. Tale divieto non vale tuttavia per i
loro figli: Zeus è convinto che sia stato il
nipote a sottrargli le saette. Pertanto ingiunge a Poseidone una scadenza per la
restituzione: prima della mezzanotte del
21 giugno, solstizio d’estate. “Altrimenti
scoppierà una guerra” – minaccia – e spe-
F
(Iola visual effects), John Heller, Kevin Scott Mack, Kelly Port,
Christopher Townsend
Coordinatori effetti visivi: Shad Davis (Digital Domain),
Gracie Edscer, Sam Haines (MPC), Michael Hertstein (Trixter
Film), Kerstin Kensy (RISE Visual Effects Berlin), Adam
Chazen, Viktorija Ogureckaja (Pixomondo), Sean Stortroen
(Rhythm & Hues), James Cochrane, Katie Godwin, Shandy
Lashley, Michelle Ledesma, Lisa Marra, Mo Mohamoud, James
Purdy, Ozen Sayidof
Supervisore effetti digitali: Darren Hendler (Digital
Domain)
Supervisore costumi: Jana MacDonald
Supervisore animazione: Simone Kraus (Trixter Film),
Pimentel A. Raphael, Daryl Sawchuk, Danny Gordon Taylor
Animazione personaggi: Jason Thielen (Luma-Pictures), Jeff
Lew, P. Kevin Scott, Emil Simeonov, Christopher Walsh
Animazione: Christopher Nagel, Daniel Sappa, Chris Stenner
(Trixter Film), Ami DeLullo (Luma Pictures), John Vassallo,
William R. Wright, Peta Bayley, Dan Blacker, Santiago Colomo,
Frédéric Côté, Aaron Deerfield, Paul Lada, Christian Liliedahl,
Michael Lum, Dave Mah, Thanh Nguyen, Kevin Quaid, Tim
Ranck, Kimberly Sanchez, Ignacio Sastre, Julian Burt, Alex
Hislop, Hyun Chul Jung
Interpreti: Logan Lerman ( Percy Jackson ), Brandon T.
Jackson ( Grover Underwood ), Alexandra Daddario
(Annabeh), Jake Abel (Luke), Sean Bean (Zeus), Pierce
Brosnan (Mr. Brunner / Chirone), Steve Coogan (Hades),
Rosario Dawson (Persefone), Kyle Cornell (giocatore di casino), Melina Kanakaredes (Atena), Catherine Keener (Sally
Jackson), Kevin McKidd (Poseidone), Joe Pantoliano (Gabe
Ugliano), Uma Thurman (Medusa), Maria Olsen (signora
Dodds/Furia ), Julian Richings ( traghettatore ), Bonita
Friedericy (donna isterica), Serinda Swan (Afrodite), Annie
Ilonzeh, Marie Avgeropoulos, Luisa D’Oliveira, Christie Laing,
Marielle Jaffe, Elisa King, Tania Saulnier, Crystal Tisiga, Alexis
Knapp(ragazze di Afrodite), Dimitri Lekkos (Apollo), Dylan
Neal (Hermes), Luke Camilleri (Dioniso), Stefanie von Pfetten
(Demetra)
Durata: 118’
Metri: 3250
dirà il nipote nell’Ade. Poseidone si altera, non vede il figlio da quand’era piccolo e il ragazzo nemmeno sa che suo padre
è un dio.
Cambia la scena, Percy Jackson è in
apnea, seduto sul fondo di una piscina.
Riemerge dopo 7 minuti, ricevendo l’ammirazione dell’amico Grover, che cammina con le stampelle. A Percy piace stare in acqua e sostiene che è in grado di
pensare solo là sotto. Nella vita reale non
riesce a concentrarsi, è dislessico. A
casa, la madre Sally è succube del compagno Gabe, un tipo sporco e volgare.
Percy non si capacita del perché la madre stia ancora con lui, ma lei osserva
che Gabe è stato loro utile in modi che
Percy non può ancora capire: un giorno
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tutto avrà un senso. Percy intanto avverte
una voce, che sostiene: “Tutto sta per
cambiare, Percy”.
Terza sequenza: museo di archeologia, il prof. Brunner, in sedia a rotelle,
tiene una lezione di mitologia, parla dei
12 dei più importanti, dei semidei, degli
eroi, come Perseo, che ha lo stesso nome
di Percy. Notandolo distratto, la sua insegnante di lettere lo prende in disparte.
Ma si trasforma in una Furia, che rivuole la folgore olimpica. Lo salvano Grover e il prof. Brunner. Percy è in pericolo, deve fuggire. Il prof. lo invia al Campo, scortato da Grover, consegnandogli
una penna, quale arma di difesa potentissima, da custodire con cura. Percy e
Grover vanno a casa e con Sally lascia-
Film
no la città. Sally gli racconta del padre,
che è dovuto andare via quando lui era
molto piccolo, perché è stato costretto.
La loro fuga in auto è ostacolata da un
branco di mucche. Grover svela la sua
natura di satiro e, mentre i tre scappano
a piedi, vengono assaliti dal Minotauro.
Percy e Grover riescono a entrare nel
Campo Mezzosangue. Sally non può, viene catturata dal Minotauro e poi si dissolve. Quindi Percy uccide il mostro.
Dopo tre giorni, il ragazzo si risveglia
nell’infermeria del campo: crede sia un
sogno, ma quanto ha vissuto è tutto vero,
la madre è morta. Percy inizia a visitare
il Campo Mezzosangue, metà divino e
metà umano. I miti della Grecia sono
veri, alcuni dei a volte scendono sulla
terra e s’innamorano dei mortali ed hanno dei figli: Percy è uno di questi, un
semidio, come centinaia di altri al mondo, alcuni dei quali conducono vite normali. Nel campo imparano a controllare
i poteri e sono addestrati per diventare
leader, guerrieri ed eroi. Percy è iperattivo e dislessico, ma Grover gli spiega
che il suo cervello è impostato sul greco
antico, e che lui è impulsivo per via dei
suoi riflessi da combattimento: il suo
sangue è speciale, perché è il sangue di
un dio. Al campo Percy rimane incantato da Annabeth, figlia di Atena, dea della saggezza. Poi incontra il prof. Brunner, che è Chirone, un centauro. Percy
scopre di essere figlio di Poseidone, il
dio dei mari. La nascita di un figlio per i
tre dei principali, Zeus, Poseidone e Ade,
è estremamente rara, ed essendo i loro
figli molto potenti, costituiscono una minaccia per gli altri fratelli. Per questo
la madre ha sposato il patrigno: la sua
puzza acre maschera l’odore del sangue
di Percy, celandolo alla minaccia degli
dei. Ora Sally è morta… La vita di Percy è in pericolo, tutti pensano che lui sia
il ladro dei fulmini di Zeus, l’arma più
potente che sia mai stata creata. Se non
verrà restituita, scoppierà una guerra,
che interesserà tutti i mondi. Gli dei saranno costretti a schierarsi, ci saranno
eruzioni, terremoti, incendi, il mondo
sarà sconvolto: la fine della vita. Chirone intende portare Percy sull’Olimpo, da
Zeus, per convincerlo della sua innocenza: qualcuno sta usando il ragazzo per
scatenare una guerra. Percy accetta, ma
prima dev’essere addestrato. Indossa
un’armatura e partecipa cogli altri eroi
e guerrieri alla lotta per la conquista
della bandiera della squadra avversaria.
Luke, figlio di Ermes e capo del campo,
arruola Percy nella squadra azzurra.
Percy indossa l’elmo e la battaglia ha
Tutti i film della stagione
inizio. In riva a un corso d’acqua, Percy
scorge la bandiera rossa, ma proprio
mentre sta per afferrarla, viene sorpreso da Annabeth, che lo ferisce gravemente. Appena sfiorata l’acqua, tuttavia, le
ferite di Percy sono sanate, ottiene il
potere, sconfigge gli avversari e issa in
aria il loro vessillo. La sera al campo si
festeggia, ma dal fuoco si materializza
Ade, in cerca di Percy. Vuole la folgore,
e in cambio gli restituirà la madre, che,
portata via dal Minotauro, è con lui negli inferi. Percy vuole andare a liberarla, ma la folgore non ce l’ha lui... Grover non riesce a fermarlo, pertanto deve
accompagnarlo. Alla loro impresa si unisce Annabeth, offrendo l’esperienza delle centinaia di battaglie da lei vinte. Ma
come si arriva agli inferi? Luke fornisce
indicazioni e aiuto, suo padre Ermes entra ed esce dagli inferi e lui gli ha sottratto alcuni oggetti. Il problema non è
entrarvi, ma riuscire a uscirne. Luke consegna loro un paio di scarpe volanti, e
la mappa per trovare le perle di Persefone, la moglie di Ade, prigioniera laggiù, che riceve degli invitati segreti. Per
loro nasconde delle perle in giro per il
mondo, che permettono di fuggire in fretta dagli inferi. Loro potrebbero usarle
per uscire: basta prenderle, buttarle per
terra, schiacciarle e visualizzare il luogo in cui si vuole essere portati. Al momento ci sono tre perle negli Stati Uniti.
La prima è nell’Emporio del Giardino
della zia Em. Una volta recuperata la
prima, la mappa indicherà il luogo della seconda e così via. Luke consegna loro
anche uno scudo, come protezione speciale.
I tre partono. Raggiungono la prima
tappa, un emporio abbandonato, pieno
di statue. In una fontana, Annabeth recupera delle dracme d’oro, ma la perla
dov’è? In realtà sono capitati nel covo
di Medusa: Annabeth incontra una donna il cui marito è stato da lei trasformato in pietra e Grover riconosce in una
statua lo zio Ferdinand, ucciso da Medusa, che si serve delle statue quale unica compagnia. Medusa racconta che una
volta era corteggiata e desiderata da
molti spasimanti, ma poi, per colpa della maledizione di Atena, si è ritrovata il
capo coperto di serpi. “Dicono che gli
occhi siano una finestra sull’anima… Io
spero che troviate i miei occhi attraenti...”. Percy si avvicina a Medusa senza
guardarla, grazie all’immagine riflessa
sul suo ipod. Medusa sta per sedurlo, ma
lui riesce a tagliarle la testa, da dietro,
in un momento di distrazione. I tre optano per portarsi dietro il capo di Medu4
sa: se le si aprono, gli occhi funzionano
ancora, e potrebbero rivelarsi utili… La
perla era nel suo bracciale. La seconda
si trova a Neshville, nel Partenone, una
copia perfetta dell’originale. Parlando
con Annabeth, Percy scopre che, subito
dopo la loro nascita, Zeus proibì che gli
dei entrassero in contatto con la loro
progenie mortale. Ma, nei momenti difficili, Annabeth sostiene di sentire la voce
della madre Atena, che le da dei consigli. È successo anche a Percy, guidato
dal padre. La perla si trova nella corona
di una statua colossale della dea Atena,
nel Partenone. I ragazzi attendono la
chiusura nascondendosi nei bagni, narcotizzano la squadra delle pulizie e, grazie alle scarpe alate, Percy la recupera.
Appare però l’Idra dalle 5 teste, che sputano fuoco. Percy riesce a tagliarle tutte, ma per ogni testa recisa ne spuntano
altre due. Percy, grazie ai suoi poteri,
riesce a fare esplodere delle condutture
che arrestano la violenza dell’Idra, poi
Grover, scoprendo gli occhi di Medusa,
la trasforma in pietra. Un’immensa nube
temporalesca si spande intanto dall’Europa all’Asia verso gli Stati Uniti: gli dei
sono irritati. La terza perla si trova al
casinò Lotus di Las Vegas, nel quale avvenenti ragazze offrono fiori di loto.
Questi sono come una droga, che intorpidisce i loro sensi e li imprigiona lì dentro. Grazie alla voce del padre, Percy
sfugge all’ipnosi, recupera la perla in
una roulette e i tre riescono a fuggire.
Nel covo dei mangiatori di loto sono rimasti 5 giorni, l’indomani scade l’ultimatum. L’entrata dell’Ade è a Hollywood, dietro l’H dell’enorme scritta. I tre
corrompono il traghettatore infernale
colle dracme d’oro, e lui li accompagna
nel regno dei morti, fluttuando nella “discarica della miseria umana: sogni e
speranze frustrati, desideri che non si
sono mai avverati”. Caronte li lascia
all’entrata della dimora di Ade, dove
vengono accolti dai segugi infernali e da
Persefone, che li introduce al marito Ade,
confinato negli inferi dai fratelli Zeus e
Poseidone. Anche lui è un dannato, per
andarsene da lì ha bisogno di sconfiggere i fratelli e conquistare l’Olimpo, e
perciò gli serve la folgore. Percy, parimenti, vuole riavere sua madre. Ma lo
scambio non può avvenire, perché non
ha la folgore. Tuttavia, appena la madre
riappare e lui corre ad abbracciarla gettando a terra lo scudo consegnatogli da
Luke, Ade scorge, occultata nella cavità
dello scudo, la folgore, simbolo del comando di Zeus, e lo accusa di essere un
ladro. I ragazzi, ignari, capiscono di es-
Film
sere caduti in un tranello di Luke. Ade
sta per darli in pasto alle anime, ma Persefone lo fulmina, perché lui e crudele e
prepotente. Lei attende con ansia il periodo in cui può uscire dagli inferi: una
guerra tra dei la condannerebbe lì giù
per sempre. Pertanto li libera, ma le perle per fuggire sono solo tre. Grover allora si sacrifica e rimane con Persefone. I
tre arrivano sull’Empire, ingresso dell’Olimpo, mentre Zeus e Poseidone si
preparano alla battaglia. Ma subentra
Luke, il ladro di fulmini, che intende ostacolare Percy. Luke desiderava che Ade
avesse la folgore, per fare in modo che
l’Olimpo venisse distrutto. Luke intende
impedire a Percy di restituire la folgore
a Zeus, o almeno non prima di mezzanotte: vuole una guerra tra gli dei per
sete di dominio. “Sono stati al potere fin
troppo a lungo – dice, è il momento che
la nostra generazione prenda il sopravvento”. Sogna un mondo di nuovi eroi. I
due lottano furiosamente, ma Percy riesce a sconfiggerlo. Proprio mentre Luke
sta per fulminarlo, infatti, negando inoltre che sia figlio di Poseidone, Percy ricorre ai suoi poteri e lo sommerge, scagliandolo poi in mare con il tridente del
padre. Corre così all’Olimpo, dove gli
dei stanno discutendo animatamente.
L’ultimatum è scaduto, ma proprio in
quell’istante spunta Percy, che riconsegna la folgore a Zeus e nel cielo riprende a fulminare. Quindi racconta la verità, del furto di Luke, che voleva che gli
dei si distruggessero a vicenda. Zeus nota
che Percy ha agito con saggezza, e ordina che sia fatta pace. Annabeth saluta la
madre Atena, Zeus poi accondiscende
alla liberazione di Grover dagli inferi.
Zeus scioglie la riunione e accorda il
permesso a Poseidone di parlare col figlio. Inizialmente Percy è duro, il padre
lo ha abbandonato quando aveva 7 mesi.
Poseidone spiega però che non è mai tornato per il divieto di Zeus che impediva
agli dei di avere contatti con i loro figli,
per il rischio che diventassero troppo
umani e dimenticassero le loro responsabilità. “Ma ho sempre vegliato su di
te. Solo perché non mi vedevi non vuol
dire che io non ti fossi accanto”. Quando ha avuto e avrà bisogno, è stato e sarà
sempre al suo fianco, nei suoi pensieri e
nei suoi sogni. Così si lasciano.
Percy saluta la madre, che ha cacciato
Gabe, quindi torna al Campo. È l’eroe vincitore che ha salvato il mondo. Lì ritrova
Grover, il suo custode, cui iniziano a spuntare le corna. Ed anche Chirone, che lo
apprezza perché ha saputo seguire l’istinto, mantenendo il sangue freddo, e lo invia
Tutti i film della stagione
quindi ad allenarsi. Percy incontra infine
Annabeth. Pare che i due stiano per baciarsi e invece iniziano a duellare con impeto, in riva al grande lago.
na mitologia a portata di ragazzi,
divulgativa ma abbastanza fedele alla tradizione classica, in un
film nel complesso gradevole. L’azione di
Percy muove dalla ricerca della madre
rapita da Ade. Si affiancano al giovane
eroe il satiro Grover, suo protettore, e la
bella Annabeth. Gli si contrappongono
invece lo zio Ade e, subdolamente, il
perfido Luke, dopo essersi finto suo amico e aver offerto il suo aiuto. Fanno da
contorno oggetti magici e poteri straordinari. Sullo sfondo, la minaccia di una
devastante lotta fra gli dei dell’Olimpo,
causata dalla scomparsa della folgore di
Zeus, che Percy, ragazzo di buoni sentimenti, intende scongiurare. A ben vedere, mitologia e action movie si fondono
perfettamente, con una declinazione
squisitamente americana.
Conclusa la saga di Harry Potter,
s’inaugura quella di Percy Jackson. Anche le sue avventure sono tratte da una
serie di libri (dell’americano Rick Riordan)
e ripropongono la situazione di un ragazzo destinato a grandi cose, che prende
coscienza del suo rango, trovandosi via
via a fronteggiare prove iniziatiche che lo
conducono addirittura alla salvezza dell’universo. Alla regia v’è Chris Columbus,
già regista dei primi due film del Maghetto e produttore del terzo, mentre attori non
noti interpretano i ruoli dei protagonisti,
trovandosi al fianco dei grandi calibri
(Pierce Brosnan e Uma Thurman su tutti), impegnati nelle parti complementari,
in una pellicola che punta molto sull’azione. I fatti si svolgono nel mondo reale,
radicatamente americano, e non solo per
la scelta dei luoghi (il Partenone di
Nashville, l’ingresso dell’Ade a Hollywood, quello dell’Olimpo sull’Empire, un casinò di Las Vegas), ma anche per le ossessioni che lo costellano: le belle donne, la musica pop (con un fulmineo omaggio a Michael Jackson, in quello che sembra tanto un paese dei balocchi di collodiana memoria, cioè il casinò Lotus), gli
oggetti di consumo moderno, come l’ipod
o le Converse, anche se alate...
La trama è ben congegnata, ricca di
dettagli significativi, che permettono lo
svolgimento senza problemi del film, l’agile dipanarsi delle sequenze e delle azioni.
Ogni frase, ogni particolare, ogni oggetto
ha un suo ruolo, che spesso appare chiaro solo qualche scena più avanti la sua
comparsa. È il caso della penna conse-
U
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gnata a Percy dal prof. Brunner, che si rivela una spada potentissima, delle scarpe alate di Ermes, che permetteranno di
recuperare una perla a 10 metri d’altezza,
dello scudo di Luke, nell’ambivalente funzione, per Percy, di schermo a difesa dalle
fiamme dell’Idra, e di ricettacolo della saetta olimpica, la testa di Medusa che tramuta in roccia chi la guarda, le dracme
d’oro che serviranno a corrompere il traghettatore infernale. Come in un grande
videogioco, nulla viene trascurato, ma
messo debitamente da parte, per giovarsene nel momento più opportuno. Ogni
elemento funge da introduzione al seguente: così è l’apertura del film, con un cielo
in tempesta, nel quale d’un tratto si placano i fulmini (sono stati rubati), o Percy che
passa molto tempo in apnea (si scoprirà
che è figlio di Poseidone), la puzza di
Gabe, compagno di Sally, madre di Percy,
che serve a celare l’odore del sangue semidivino del ragazzo, l’iniziale allusione di
Sally, “un giorno tutto avrà un senso”… E,
in effetti, una trama scorrevole, pur se in
fondo semplicistica, procede spedita verso uno scioglimento felice, forte di una
scenografia incantevole ed effetti speciali
a profusione.
Altra tecnica adottata è quella del ribaltamento delle condizioni di vita tra il
mondo reale e l’universo leggendario, a
metà tra l’ipermoderno e una dimensione altra, rarefatta e fuori dal tempo, dove
Percy e i suoi sodali fanno la spola. Percy è dislessico e soffre di problemi d’attenzione, Grover zoppica e ha bisogno
delle stampelle, il prof. Brunner si muove sulla sedia a rotelle. Eppure Percy
assurge a supereroe, il coraggioso Grover saltella sulle sue possenti zampe da
satiro, nell’aspetto da docente un po’ trasandato si nasconde il nerboruto centauro Chirone.
Non mancano i risvolti sentimentali,
come l’amore per la madre, che spinge
Percy a scendere negli inferi e a sfidare
Ade, il dolore per un padre da sempre assente, che però veglia costantemente su
di lui, facendo avvertire talvolta la sua voce
e la sua presenza, l’amicizia fraterna e vigile di Grover, custode di Percy, che per
lui è pronto a dare la vita e si sacrifica,
restando negli inferi, a sua volta ricambiato da Percy, che chiede a Zeus di liberarlo.
E poi il debole per Annabeth, sul cui volto
si posa lo sguardo di Percy appena giunto
al campo e sul cui sorriso il film si conclude, mentre pare che i due accennino a un
bacio, prima di intavolare un nuovo duello.
Ma sono storie di dei.
Luca Caruso
Film
Tutti i film della stagione
ROBIN HOOD
(Robin Hood)
Stati Uniti/Gran Bretagna, 2010
Effetti speciali trucco: Robin Pritchard
Trucco: Nicola Buck, Rita Fekete, Lesley Hamon, Suzanne
Jansen, Melissa Lackersteen, Rebecca Lafford, Laura Lilley,
Clare Ramsey, Claire Matthews
Acconciature: Candice Banks, Amy Byrne, Sophia Knight,
Nikita Rae, Sophie Slotover, Rachael Speke, Tracey Wells
Supervisore effetti speciali: Trevor Wood
Supervisori effetti visivi: Dick Edwards (Invisible Effects),
Michael Kennedy (Hammerhead), John Lockwood, Steve
Street (Prime Focus Features VFX), Edson Williams (Lola
Visual Effects), Richard Stammers
Coordinatori effetti visivi: Joe Carhart, Craig Skerry, Toby
Langley (MPC), Edward Randolph (The Senate VFX), Bastian
Hopfgarten, Paula Nederman,
Supervisore costumi: Annie Crawford
Interpreti: Russell Crowe (Robin Hood), Cate Blanchett (Marion
Lowley), Max von Sydow (Sir Walter Loxley), William Hurt (William),
Mark Strong (Godfrey), Oscar Isaac (principe Giovanni), Danny
Huston (Re Riccardo Cuor di Leone), Eileen Atkins (Eleonora
d’Aquitania), Mark Addy (Fra’ Tuck), Matthew Macfadyen (sceriffo
di Nottingham), Kevin Durand (Little John), Scott Grimes (Will
Scarlet), Alan Doyle (Allan A’Dayle), Douglas Hodge (Ser Robert
Lowley), Léa Seydoux (principessa Isabella), Robert Pugh (barone Baldwin), Gerard McSorley (barone Fitzrobert), Velibor Topic
(Belvedere), Ciaran Flynn (passante), Simon McBurney (Padre
Tancred), John Nicholas (Paul), Thomas Arnold (capitano della
nave reale), Bronson Webb (Jimoen), Denis Menochet (Adhemar),
Jamie Beamish (diacono della chiesa), John Atterbury (tesoriere),
Luke Evans (ladro), Mark Lewis Jones,Pip Carter,Denise Gough
Durata: 131’
Metri: 3600
Regia: Ridley Scott
Produzione: Russell Crowe, Brian Grazer, Ridley Scott per
Universal Pictures/ Imagine Entertainment/ Relativity Media/
Scott Free Productions
Distribuzione: Universal
Prima: (Roma 12-5-2010; Milano 12-5-2010)
Soggetto:Brian Helgeland, Ethan Reiff, Cyrus Voris
Sceneggiatura: Brian Helgeland
Direttore della fotografia: John Mathieson
Montaggio: Pietro Scalia
Musiche: Marc Streitenfeld
Scenografia: Arthur Max
Costumi: Janty Yates
Produttori esecutivi: Michael Costigan, Ryan Kavanaugh,
Charles J.D. Schlissel, James Whitaker
Co-produttore: Nikolas Korda
Direttori di produzione: Nikolas Korda, Hermione Ninnim,
Lena Scanlan
Casting: Jina Jay
Aiuti regista: Matthew Baker, Clare Glass, Barney Hughes, Sid
Karne, Max Keene, Danny McGrath, Roy Shaw, Alexander Witt
Operatori: Roberto W. Contreras D., Paul Edwards, Graham
Hall, Martin Hume, Clive Jackson, Peter Marsden, Julian
Morson, Chris Plevin, Peter Taylor
Operatori Steadicam: Paul Edwards, Julian Morson
Supervisore art director:John King
Art directors: David Allday, Alex Cameron, Anthony CaronDelion, Ray Chan, Marc Homes, Adam O’Neil, Matthew
Robinson, Mike Stallion, Tom Still, Mark Swain, Remo Tozzi,
Karen Wakefield
Arredamento: Sonja Klaus
lla fine della III Crociata (1193),
Re Riccardo e i suoi soldati si
apprestano a rientrare dalla Palestina in Inghilterra, dove lui ha “una madre che non vuole morire e un fratello che lo
vuole morto”. Tra i cavalieri, vi è Robin Longstride, abilissimo nel combattere e nell’imbrogliare al gioco i suoi compagni; a lui il re
chiede se pensa che Dio veda bene questa
Crociata ed egli risponde che gli Inglesi sono
stati senza Dio quando hanno ucciso donne
e bambini. “Sincero, prode e ingenuo: così è
un vero Inglese”, conclude il re. Ma, nelle
foreste di Francia, Riccardo muore in un agguato dei Francesi, organizzato con l’aiuto
di un traditore inglese, Godfrey; muore anche il nobile Robert Loxley, che affida all’amico Robin la sua spada perché la riporti
al padre, sir Walter Loxley. Intanto, l’anziano nobile con la nuora Marian, sposata da
Robert pochi giorni prima della sua partenza, sono oppressi, come tutto il paese, dalla
carestia e dalle tasse che il reggente Giovanni, fratello di Riccardo, impone, interessato
solo a divorziare per sposare la nipote del re
di Francia, nonostante la regina madre cerchi di impedirlo. Marian è molto coraggiosa
A
e combattiva, è come una figlia per il vecchio Walter, ma non può ottenere nessuna
pace. Dopo una traversata difficile, Robin e
i pochi sopravvissuti si presentano alla regina portando l’annuncio della morte di Riccardo; al re Giovanni, Robin si presenta con
il nome di Loxley: il vecchio Walter, quando
Robin gli consegna la spada, decide che egli,
figlio del tagliapietre Longstride, prenda il
nome del suo figlio morto e sposi Marian,
perché così ella potrà salvarsi meglio dai pericoli che incontrerà, alla morte del suocero.
La donna accetta il matrimonio non troppo
volentieri, ma conduce Robin in giro per la
proprietà, per fargli conoscere gli abitanti, che
dimostrano, un grande rispetto per i loro signori, mentre protestano contro gli esattori del
re (in questo caso,lo sceriffo di Nottingham).
Contro il re si sta preparando anche la rivolta
dei nobili del Nord del paese; i Francesi, sempre guidati dal traditore Godfrey, sono ormai pronti a superare la Manica. Il re riesce
ad assumere un atteggiamento combattivo e
a prepararsi contro il pericolo maggiore, lo
sbarco francese; in questo momento di tensione, il vecchio Walter parla a Robin della
Carta dei diritti firmata poco prima dai no6
bili e dal re per ottenere da lui il rispetto di
una serie di principi, su cui basare il rapporto re-nobiltà. Proprio su questo documento
si accende un dibattito tra Giovanni e i rappresentanti dei nobili; intanto, i Francesi
sbarcano e si incendia una battaglia, sulla
spiaggia, con l’impegno di tutti, in particolare di Robin, un vero stratega. Dopo la vittoria, cerimonia di festa e onore per gli eroi:
tra questi, Giovanni, che ribadisce di essere
re per diritto divino, non mette Robin, che
accusa di aver usurpato il titolo e che dichiara fuorilegge, perché legato ai nobili dissenzienti. Vediamo, così, che un nuovo gruppo
d’uomini in arme si organizza una vita nella
foresta: gli “allegri compagni” di Robin
Hood, al cui fianco non manca Marian, che
ha saputo anche lei prendere le armi nei momenti di maggiore pericolo.
n venti film, Scott ha spaziato in diversi generi cinematografici, ma alcune costanti possono riconoscersi: un ottimo impiego di mezzi tecnici grandiosi, per ottenere il massimo di spettacolarità possibile anche in storie non di avventura o non fantascientifiche ( pensiamo a Thel-
I
Film
ma e Louise o a Un’ottima annata); la preferenza per storie, dove i protagonisti hanno
un rapporto di conflittualità con il mondo sociale intorno, che sia un chiarimento da fornire su di sé (Un’ottima annata), che sia un
ruolo sociale subito da cui uscire (Thelma e
Louise), un progetto che non viene capito
nella sua correttezza e nello spirito che lo
anima (quello di Colombo in 1492), l’essere
costretto a riprendere un ruolo combattivo
dal quale si era ormai felicemente usciti (Blade Runner) ...... Gli eroi che Scott preferisce
non sono, di solito, perfetti e questo ce li rende un po’ più veri anche quando rischiano di
essere “indistruttibili” persino nelle vicende
più reali, come quelle ambientate in momenti
storici precisi: stiamo pensando alle avventure del generale Massimo Decio Meridio o
a quelle di Robin Longstride nella Crociata.
Si direbbe che, quando Scott guarda a un
altro evo, una certa volontà di rispettare la
Storia ci sia; realizza sceneggiature che ricreano abbastanza correttamente l’epoca
(come è stato detto da più parti a proposito
di Il gladiatore), ma con la bella leggenda di
Robin Hood, che è perfetta per un esercizio
di analisi strutturale, di storico c’era solo, più
o meno, il fatto di collegarsi all’Alto Medioevo inglese. Alla sceneggiatura è riuscito allora un colpo da maestro: far vedere come
nasce, sul finire della Crociata (storica), un
personaggio da fiaba che ha una possibile
credibilità storica; ecco qua il bravo cavaliere che non ha l’investitura perché non è nobile, ma ha la cavalleria nell’animo; e tutti i
più diversi momenti nella storia sottolineano
questo: il suo coraggio e la sua capacità strategica in battaglia, il non risparmiarsi o proteggersi mai, l’essere fedele anche a un re
di poco valore perché glielo impone la lealtà
verso il principio di sovranità, il mantenere la
promessa all’amico ....
La carta su cui si scontrano re e nobili
è la Magna Charta Libertatum che Giovanni dovette davvero concedere ai nobili per
rispettare le loro libertà, anzitutto quella di
non dover subire, da parte dei nobili, le decisioni di possesso e uso del territorio prese unilateralmente dal re, nonché quella
di non accettare troppe tasse. C’è solo il
fatto che quel documento è del 1215, vari
anni dopo la fine della Terza Crociata. Occorre allora fare attenzione alle battute che
nobili e re si scambiano prima della grande battaglia finale: in discussione è l’atteggiamento di “lealtà” al re che afferma: “Il re
non mercanteggia per la lealtà che ogni
suddito gli deve. Senza la lealtà non può
esservi alcun regno”, i nobili rispondono
che se il re rispetta la Carta, “allora quel
re sarebbe grande, non solo riceverebbe
la lealtà del suo popolo, ma anche il suo
amore”.
Il raccontarci come e perché Robin Hood
diventa Robin Hood ha permesso a Scott di
Tutti i film della stagione
fare un racconto “storico” a modo suo, cioè
prendendo di una situazione storica quel
tanto che basta per non far etichettare il film
come pura e semplice “avventura”, ma permettendosi di divertirsi e divertirci con film
avventurosi, dove c’è ancora e sempre un
“buono” che lotta contro un tiranno per il bene
dei poveri sudditi (popolani e non). Un eroe
che vediamo immerso in un universo di rumore, accanto al quale compare musica
appropriata durante quasi tutta la vicenda; i
dialoghi sono molto pochi e piuttosto brevi,
contano le azioni dei personaggi e, naturalmente, la maestria degli interpreti
Marian, unico vero personaggio femminile, è una figura “moderna”, capace di armarsi anche lei e di difendere quanto può i
popolani del suo feudo; apprezziamo che
non si lasci facilmente incantare da Robin.
Scott ha dato il ruolo del protagonista per
la quarta volta a Russell Crowe (Il gladiatore, American Gangsters, Nessuna verità e
ora questo), ma Robin è quasi speculare al
generale romano: entrambi sono uomini
d’arme coraggiosi, abili e leali verso il re;
sono scelti come eredi da un nobile importante, sono odiati da sovrani che li contrastano (Comodo, re Giovanni), i quali hanno
spirito tirannico e scarseggiano di abilità
militari. E per entrambi gli eroi, “lealtà” è la
parola che governa la loro vita.
Una buona solidità della trama, la bravura degli interpreti, lo spiegamento massiccio di forze tecniche e umane produce
un sicuro gradimento, per cui questo film
non è “l’ennesimo film su Robin Hood!”
Danila Petacco
SONO VIVA
Italia, 2008
Regia: Dino Gentili, Filippo Gentili
Produzione: Christian Lelli, Laura Cafiero per MetaFilm
Distribuzione: Iris Film
Prima: (Roma 28-5-2010; Milano 28-5-2010)
Soggetto e sceneggiatura: Dino Gentili, Filippo Gentili
Direttore della fotografia: Vittorio Omodei Zorini
Montaggio: Paola Freddi
Musiche: Giovanni Venosta
Scenografia: Paola Bizzarri
Costumi: Donatella Cianchetti
Direttore di produzione: Antonella Viscardi
Aiuti regista: Giulia Gianni
Suono: Gianluigi Fulvio
Interpreti: Massimo De Santis (Rocco), Guido Caprino (Adriano Resti), Giorgio
Colangeli (Marco Resti), Marcello Mazzarella (Gianni), Vlad Alexandru Toma (Vlad),
Giovanna Mezzogiorno (Stefania)
Durata: 87’
Metri: 2400
7
Film
occo si è da poco trasferito con
la fidanzata Marta, che vorrebbe
condurre una vita ben oltre le loro
possibilità economiche. Rocco è quindi
costretto a barcamenarsi fra più lavori per
poter arrivare, comunque a stento, alla fine
del mese; quando il suo più caro amico gli
propone un lavoro di una notte come guardiano, il ragazzo si vede costretto ad accettare. Rocco si ritrova così a far da guardiano notturno della villa del ricco Marco
Resti e del corpo della giovane figlia Silvia, morta prematuramente il giorno prima. Rocco resta subito affascinato dalla
bellezza di Silvia. Durante il corso della
notte, conoscerà sia Adriano, il fratellastro della ragazza, che il suo compagno
rumeno Vlad, con cui ha avuto una figlia;
i due fanno strane supposizioni sulla morte di Silvia: è stata forse uccisa dal padre,
perché stanco delle sue irruenze giovanili? Costretto a portare Adriano in ospedale per colpa di un’overdose da eroina, Rocco decide di andare a trovare la barista
Stefania, conosciuta precedentemente, con
cui avrà anche un breve flirt. Arriva la
mattina e Rocco vuole sapere la verità sulla
morte di Silvia, di cui ormai è invaghito.
Dopo la veglia funebre, Marco Resti decide di lasciare tutte le società nelle mani
del figlio Adriano e, inoltre chiede a Vlad
di lasciarle sua nipote in cambio di un
mensile che verrà depositato direttamente
nel suo conto. Rocco, non volendo che finisca in questo modo, porta via la neonata
R
Tutti i film della stagione
per ridarla solo a Vlad, che decide di scappare portandola lontana dal nonno. Infine
Rocco, tornato alla villa scopre finalmente la verità: Silvia si è suicidata. Rocco,
come ultimo volere della defunta, la seppellisce in cima alla collina.
ino e Filippo Gentili, già sceneggiatori di I Viceré, si sono posti
per la prima volta dietro la macchina da presa. Sono viva doveva essere
una rivalsa nel genere noir per il cinema
italiano. La partecipazione amichevole,
come ricordano i titoli di testa, di Giovanna Mezzogiorno contribuisce a ben sperare. Purtroppo il film si rivela un noir semplice, con pochi colpi di scena e ritmo lento che non tiene alta l’attenzione dello spettatore. Dopo un inizio ben scritto che ci
descrive, con pochi dialoghi e molte immagini, le condizioni di vita del protagonista Rocco, man mano la sceneggiatura
perde di fascino, nonostante il piccolo mistero di Silvia: chi era realmente e come è
morta. Come controparte resta una buona prova registica dei Gentili. Un po’ dal
sapore americano, la loro regia è fluida,
ben orchestrata, con diverse dissolvenze
in nero, e con un inizio accattivante: titoli
di testa con l’ultima telefonata di una spaventata Silvia, in fuori campo.
Bella la visione che si delinea del personaggio di Silvia. Quasi mai inquadrata
direttamente, il volto della ragazza ci viene di solito mostrato attraverso specchi,
D
distorsioni di vasi trasparenti e quant’altro;
soltanto nel finale, quando Rocco la seppellisce sulla collina possiamo vederla a
lungo. Infatti, la sua fisionomia viene ricreata attraverso le descrizioni e i racconti
degli uomini che l’hanno amata in vita: eterea, angelica per il padre, espansiva e intensa per il fratellastro, donna e amante
per Vlad. A tale dimostrazione, ogni uomo
trasforma il corpo di Silvia con piccoli o
grandi gesti per meglio enfatizzare il ricordo di lei: il padre la veste per la veglia funebre come una bambina, il fratello le toglie il cerchietto e infine, Vlad che la trucca e le mette gli orecchini.
Sono viva ha il pregio di delineare con
delicatezza, ma anche chiarezza, un problema del nostro tempo: il precariato. Difficile arrivare alla fine del mese e crearsi
una famiglia; bisogna arrangiarsi e cercare più lavori da fare contemporaneamente, mentre una società impone uno status di vita elevato, fatto di lettori dvd, macchine e discoteche. Rocco si incastra alla
perfezione in questa visione di insieme;
visione regalataci egregiamente nei primi minuti del film, per cui diventa probabile e accettabile la sua necessità di fare
per una notte il guardiano notturno per
un cadavere.
Bravi Massimo De Santis, qui Rocco,
Giorgio Colangeli, alias Marco Resti e,
naturalmente Giovanna Mezzogiorno.
Elena Mandolini
DIAMOND 13
(Diamant 13)
Francia/Belgio/Lussemburgo, 2009
Operatori: Chris Renson
Operatore Steadicam:Jo Vermaercke
Arredatore: François Dickes
Effetti speciali trucco: Rob Hillenbrink, Floris Schuller,
Saskia Verreycken
Trucco: Turid Follvick, Claudine Moureaud, Katja ReinertAlexis
Supervisore effetti visivi: Olivier Poujaud
Supervisore costumi: Magdalena Labuze
Interpreti: Gérard Depardieu (Mat), Olivier Marchal (Frank),
Asia Argento (Calhoune), Anne Coesens (Léon), Aïssa Mäiga
(Farida), Catherine Marchal (Z’yeux d’or), Erick Deshors
(Spoke), Frederic Frenay (l’amico), Jean-François Wolff
(Django), Aurélien Recoing (Ladje), Gérald Marti (Moll),
Frédéric Lubansu (Cynthia), Marc Zinga (Ali Baba Mike),
Corentin Lobet (Jesus), Jean-Michel Vovk (Moser)
Durata: 98’
Metri: 2700
Regia: Gilles Béhat
Produzione: Charles Gillibert, Marin Karmitz, Nathanaël
Karmitz, Patrick Quinet, Claude Waringo per MK2 Productions/
Artémis/Samsa Film/ Liaison Cinématographique/ Radio
Télévision Belge Francophone (RTBF)
Distribuzione: Moviemax
Prima: (Roma 5-3-2010; Milano 5-3-2010)
Soggetto:tratto dal romanzo noir L’Etage des morts di Hugues
Pagan
Sceneggiatura: Gilles Behat, Olivier Marchal
Direttore della fotografia: Bernard Malaisy
Montaggio: Thierry Faber
Musiche: Frédéric Vercheval
Scenografia: Frédéric Astich-Barre
Costumi: Nathalie Leborgne, Dominique Combelles
Direttori di produzione: Vincent Canart, Claire Dornoy,
Brigitte Kerger-Santos
Aiuto regista: Frédéric Roullier-Gall
È
sera, la volante del comandante
Mat e dell’agente Leon accorre
sul luogo di uno spaventoso inci-
dente stradale, con diversi cadaveri per
terra. Più tardi, alla stazione di polizia
dove i due lavorano, la 13ma divisione
8
notturna, telefona Frank, che s’identifica
pronunciando in apertura “Diamante 13”
e convocando immediatamente Mat. I due
Film
s’incontrano in un locale. Frank è molto
malato, gli restano pochi mesi di vita. Propone a Mat un lavoro rapido, con in ballo
molti soldi: un funzionario del Consiglio
d’Europa trasporta droga e Frank, che
appartiene all’antidroga, vuole incastrarlo dall’interno del sistema, prima di morire. Come ricompensa da parte della giustizia, v’è un milione di euro, da dividere a
metà con Mat. Un lavoro pulito, insomma.
I due parlano anche di Calhoune, ex di
Mat, e non più innamorata di lui, che ha
fatto carriera in un lampo. Poi Mat viene
chiamato sul luogo di un omicidio e i due
si danno appuntamento all’indomani sera.
V’è stata una rapina in una farmacia e uno
dei ladri tiene in ostaggio una donna, di
fronte Notre Dame. Mat fa secco il delinquente. Una fotografa, intanto, pedina il
comandante.
Mat la incontra in un bar: forse lei ne
è innamorata, ma – sostiene lui – merita
più di uno sbirro. Mat è un bevitore abituale, che vive in un tugurio sporco e malandato. La mattina dopo, viene convocato da Calhoune, della disciplinare – i due
si sono lasciati 5 anni prima. Calhoune gli
mostra un filmato, in cui lui e Frank partecipano a una sparatoria con dei narcotrafficanti. Frank era sotto controllo da
tempo, per la conduzione delle sue indagini in maniera troppo personale. Poi un altro filmato, in cui Frank abbraccia uno dei
principali trafficanti di cocaina. Calhoune accusa Frank di essere da tempo in affari coi narcotrafficanti. Anche Mat sarebbe coinvolto nell’inchiesta, perché quel tale
che ha ucciso nella sparatoria era, in realtà, uno che voleva uscire dal giro, uno
scomodo, e Mat non poteva non saperlo.
Se Mat rivela il piano di Frank, sarà salvo. Mat però non intende difendersi, ritenendo che la disciplinare agisca come vuole. Frank, intanto, si trova al rifornimento, ove avviene il passaggio della droga.
Lì strangola nel bagno il corriere, poi sale
sull’auto che attendeva quest’ultimo. Fa
andare fuori strada il conducente, ma,
quando questo tenta di ucciderlo, lo fredda. Rimane però gravemente ferito, ha dei
proiettili nello stomaco.
Mat, nel frattempo, salva una ragazza
di colore, che vuole suicidarsi lanciandosi
da un pilone. Lei si chiama Farida, ha una
sentenza in sospeso per droga. Mat la tiene un po’ in stato di fermo, poi la lascia
andare. Frank, invece, viene prelevato con
violenza dalla sua auto e ucciso, in mezzo
alla campagna. È Mat che ne ritrova il
cadavere, in centro, a bordo della sua auto.
Accorre la polizia per i controlli e i rilievi,
Leon piange. Viene poi condotta l’autopsia. Mat è sospeso, mentre il caso viene
Tutti i film della stagione
tolto a Calhoune. Si rifà viva Farida e trascorre la notte con Mat. Qualcuno lo pedina; lui s’incontra con la fotografa, cui sono
state recapitate le fotocopie di un diario
scottante, che nasconde qualcosa di enorme. Una sera, Mat viene accerchiato e condotto dal boss della droga, Ladje, che vuole
collabori con lui e gli impone un ultimatum di 48 ore. Rientrato a casa, trova
Calhoune: Frank pare possedesse dei documenti che comprometterebbero molti
pezzi importanti. Funerali di Frank, v’è
tutta l’alta società. I suoi superiori ostacolano Mat, intimandogli di farsi da parte, che la questione è troppo grossa per lui.
Mat si reca nella casa in campagna di
Frank, trova degli indizi, mentre al pianoforte v’è uno spartito dal titolo “Diamant
13” e Mat accenna qualche nota. Grazie
agli indizi, Mat si reca in aeroporto. Scassina un’auto lì parcheggiata, targata Corpo Diplomatico, e vi rinviene, insieme a
un cadavere, una valigia piena di euro e
una piena di droga. Convoca il boss e si
danno appuntamento nella stazione di servizio. In cambio della refurtiva, Mat vuole
il nome di chi ha ucciso Frank. Sfugge a
un agguato, cambia auto dal carrozziere e
infine torna a casa, dove trova Farida. Per
sicurezza, la accompagna in stazione, per
farla sparire e metterla al sicuro. Le da
dei soldi, le raccomanda di fare attenzione, ma degli sgherri la rapiscono. Qualcuno, intanto, ha svaligiato la casa di Leon,
rubando la pistola di ordinanza che Mat
le aveva consegnato da custodire. Leon era
amante di Frank. Gli sgherri consegnano
a Mat un dito mozzato di Farida. Giunto
nel quartiere del boss, la trova ferita. Per
metterla al sicuro, la conduce e la affida a
Django, l’amico dell’auto-demolizione. Va
a ritirare un plico alla posta, che contiene
un cd, la musica “Diamant 13”, che poi
Mat va a suonare all’organo in chiesa.
Spunta un sacerdote armato, che gli consegna il diario autentico, e aggiunge che
ha confessato Frank qualche giorno prima che morisse. Assicura che non era affatto un uomo corrotto: “Aveva a che fare
con la corruzione e ne era disgustato. Era
un uomo onesto, confuso da un mondo troppo sporco e violento. Quanto ai metodi con
cui lo combatteva, chi potrebbe giudicarli, a parte lui stesso?”. Mat lascia il diario
al sacerdote, chiedendogli la cortesia di
farlo pervenire alla persona e all’indirizzo indicato, ma non prima del giorno seguente. Il carrozziere Django e la ragazza
vengono trovati morti. La fotografa consegna a Mat un video con un summit tra
un senatore, i boss, Calhoune, che temono
dell’esistenza del quaderno, dell’azione di
Mat… Mat ora è ricercato, la ragazza è
9
stata uccisa con la sua pistola. Parla del
quaderno al suo superiore, ma quello gli
dice che non avrà successo, poi viene aggredito e arrestato. Contratta: il suo prezzo resta invariato, ma vuole uscire puro
dalla vicenda. Così si accordano. “Ognuno ha il suo prezzo” sentenzia il senatore
corrotto.
Mat attende al porto per la consegna.
Arriva Calhoune: è lei che ha ucciso Frank,
e Django per legittima difesa e la ragazza
per crimine passionale. “Per Ladje? Per i
politici corrotti?” chiede Mat. Lei gli si
offre ancora, ma lui rifiuta, lasciandole i
soldi. Lei prende la rincorsa in auto, sta
per investirlo, ma Leon la uccide. Arrivano quindi il boss e i suoi, mentre Mat da
fuoco all’auto.
Alla fotografa, in redazione, viene recapitato il quaderno originale. Mat e Leon
si ritrovano sulla tomba di Frank. Mat le
consegna una borsa piena di soldi, “da
parte di Frank” – sostiene. Lui ha intenzione di andare lontano. Il film si conclude al porto, dove un suonatore di strada
suona alla fisarmonica “Diamant 13” e
Mat gli da un soldo, prima di andare via,
di spalle.
uro, crudele, eppure animato da
un accento di poesia: Diamant
13, che è l’intestazione francese,
la parola d’ordine per farsi riconoscere da
un vecchio amico, ma soprattutto il titolo
di un malinconico brano musicale, che fa
da colonna sonora nei momenti topici del
film e accompagna gli ultimi passi di Depardieu a conclusione dell’opera. Si tratta
di un polar, un poliziesco alla francese,
criptico, mediocre, nel quale sovrabbondano i particolari macabri, raccapriccianti, in
parallelo con le nefandezze delle quali l’uomo può essere capace nella vita. Mat, protagonista solitario e tormentato, si agita in
un’atmosfera cupa, notturna, tra bar ove
ubriacarsi e locali fumosi, animata da tradimenti, incontri convulsi, inseguimenti,
intrighi, intrecci loschi tra poliziotti corrotti
e malaffare, pedinamenti, con i capi che
ostacolano le sue indagini e lui stesso che
le conduce con metodi violenti e ai limiti
del consentito. È un vizio che hanno quelli
della sua generazione… Come Frank, fraterno amico di gioventù e collega di Mat,
che lo coinvolge per risolvere un affare di
droga, riguardante eminenti autorità cittadine, con la seduzione di un ricco bottino
da spartire tra i due. Frank non ha più nulla da perdere: un tumore lo sta devastando e pare smarrisca il limite, pronto a compiere tutto, divenendo arbitro della vita e
della morte propria e altrui. Ma se la vita
lo condanna, a una morte violenta e alla
D
Film
damnatio memoriae, con l’accusa di essere in affari coi narcotrafficanti che avrebbe
dovuto combattere, la morte e le indagini lo
riabilitano. E, in un totale ribaltamento dei
ruoli, si scopre poi che i tanto compassati
superiori che indagano sono invece più
d’ogni altro invischiati nel malaffare. È quanto emergerà da un quaderno di memorie
infine recapitato alla bella fotoreporter, presenza labile nella scena, ma chiave di volta
del film... È l’unica che si salva dalla generale mattanza e devastazione che investe
Tutti i film della stagione
tutti coloro che entrano in contatto con Mat:
Frank, l’amico Django, Farida, amante di
una notte, Calhoune, la donna fatale (Asia
Argento), sua ex compagna nella vita diventata nemica fino alla morte, pur con qualche ripensamento... Lui sopravvive, ma, in
fondo, è stato sconfitto, come loro ugualmente dannato. Gli appassionati impeti personali si spengono infatti nella rassegnazione innanzi a un sistema di potere e di
corruzione enorme ed invincibile.
I cliché di un film noir ci sono tutti, dai
bassifondi cittadini, all’imperversante violenza, all’ambientazione fumosa, opprimente.
Protagonisti bianchi e neri divengono testimonianza del multiculturalismo francese. Ma
il film è lento, pesante, con una sceneggiatura a tratti oscura e ingarbugliata e, in vari
momenti, perfino noioso. E forse non appare un caso che, nonostante nomi importanti
come Depardieu o Asia Argento, la pellicola, in Italia, sia uscita in pochissime sale.
Luca Caruso
IRON MAN 2
(Iron Man 2)
Stati Uniti, 2010
Regia: Jon Favreau
Produzione: Kevin Feige per Paramount Pictures/ Marvel
Entertainment/ Marvel Studios/ Fairview Entertainment
Distribuzione: Universal
Prima: (Roma 30-4-2010; Milano 30-4-2010)
Soggetto: personaggio tratto dal fumetto creato da Jack Kirby,
Stan Lee, Don Heck e Larry Lieber
Sceneggiatura: Justin Theroux
Direttore della fotografia: Matthew Libatique
Montaggio: Richard Pearson, Dan Lebental
Musiche: John Debney
Scenografia: J. Michael Riva
Costumi: Mary Zophres
Produttori esecutivi: Louis D’Esposito, Susan Downey, Jon
Favreau, Alan Fine, Stan Lee, David Maisel, Denis L. Stewart
Produttore associato: Eric Heffron
Co-produttori: Victoria Alonso, Jeremy Latcham
Direttori di produzione: Gilles Castera, Basil Grillo, Thomas
J. Whelan
Casting: Sarah Finn, Randi Hiller
Aiuti regista: Delphine Bertrand, Chris Castaldi, Vanessa Djian,
Eric Heffron, Gil Kenny, Janek Sirrs, Jonathan Taylor, Jennifer
Truelove
Operatori: Colin Anderson, Peter Berglund, Glenn Brown,
Joseph V. Cicio, Spencer Combs, Graham Hall, Gary Hatfield,
John Joyce, Tommy Maddox-Upshaw, Roger McDonald, Tim
Wooster
Operatore Steadicam: Joseph Arena
Supervisore art director: David F. Klassen
Art directors: Page Buckner, Michael E. Goldman, Suzan
Wexler
Arredamento: Lauri Gaffin
Effetti speciali trucco: Arjen Tuiten
Trucco: David Abbott, Allan A. Apone, Kim Ayers, Kate Biscoe,
John Blake, Jamie Leigh DeVilla, Amy L. Disarro, Silvina Knight,
Mike Mekash, Viola Rock, Keith Sayer, Nicole Sortillon, Rocky
Faulkner
Acconciature: Thom Cammer, Kay Georgiou, Kelly Muldoon,
Tijen Osman, Terrie Velasquez
Coordinatore effetti speciali: Daniel Sudick
Supervisori effetti visivi: Daniel P. Rosen (Evil Eye
Pictures), Stephen Pepper (The Embassy), Alessandro Cioffi
ony Stark, ricchissimo industriale e genio scientifico, ha dichiarato al mondo di essere Iron Man
E, durante la cerimonia inaugurale del
T
(Trixter Film), Ian Dawson (Prologue), Scott Gordon
(Pixomondo), Jake Morrison (GOAT), Edson Williams (Lola
Visual Effects), Andrew Hellen, James Madigan, Janek Sirrs
Coordinatori effetti visivi: Adam Chazen (Pixomondo),
Kathryn Fowler, Darrell Hunt, Bryce Nielsen, Katrissa ‘Kat’
Peterson
Supervisori costumi: Dawn Y. Line, James W. Tyson
Supervisore musiche: Dave Jordan
Supervisori animazione: Rick O’Connor, Marc Chu (ILM),
Paul A. Davies (Double Negative), Simone Kraus (Trixter Film)
Animazione personaggi: Tom Narey, Beth Sleven, Nicole
Herr, David M. Breaux Jr. (Pixomondo), Makoto Koyama (ILM),
Robert Kuczera, Marco La Torre, Daniel Sappa, Chris Stenner
(Trixter Film)
Animazione: Jean-Denis Haas, Marco Foglia, James Bennett,
Joseph Kim, Alexander K. Lee, Stephen King, Chansoo Kim
(ILM), Adam Marisett, Alex Gatsis (Embassy VFX), Aldo Gagliardi, Prothais Nicolas, Samy Fecih (Double Negative), Allen
Holbrook, Stafford Lawrence, Virgil Manning, Jason McDonald,
Colin McEvoy, Travis Tohill, Clare Williams, Wesley Mandell,
Daniele Mieli, Jess Morris, Chris Olsen, Terence P. Reilly, Mike
Safianoff, Beth Sleven, Michael Bomagat, Stephen Casey,
Leslie Fulton,
Suono: Keith Sasser, Christopher T. Silverman
Interpreti: Robert Downey Jr. (Tony Stark), Don Cheadle (colonnello James/ ‘Rhodey’ Rhodes), Scarlett Johansson (Natalie
Rushman/ Natasha Romanoff), Gwyneth Paltrow (Pepper
Potts), Sam Rockwell (Justin Hammer), Mickey Rourke (Ivan
Vanko), Samuel L. Jackson (Nick Fury), Clark Gregg (agente
Coulson), John Slattery (Howard Stark), Jon Favreau (Hogan),
Paul Bettany (voce di Jarvis), Kate Mara (Bethany Cabe), Leslie
Bibb (Christine Everhart), Garry Shandling (senatore Stern),
Christiane Amanpour, Larry Ellison, Adam Goldstein, Stan Lee
(se stessi), Philippe Bergeron (detective Lemieux), James
Bethea, Michael Bruno (addetti alla sicurezza), Luminita Docan
(giornalista russa), François Duhamel (fotografo francese), Tim
Guinee (maggiore Allen), Eric L. Haney (generale Meade),
Yevgeni Lazarev (Anton Vanko), Isaiah Guyman Martin IV (operatore audiovisivo ), Helena Mattsson ( Rebecca ), Anya
Monzikova (Rebeka), Kate Clark, Keith Middlebrook
Durata: 124’
Metri: 3400
grandioso Stark Expo, fa un trionfale ingresso sul palco, accolto da una folla osannante, alla quale illustra i suoi piani e desideri: un mondo in cui regna la pace e in
10
cui, grazie alla tecnologia, tutti gli uomini
possano vivere bene, in salute, godendosi
il divertimento e i piaceri della vita. Dopo
un’uscita da vera star, gli viene consegna-
Film
to un mandato di comparizione per la mattina successiva innanzi alla Commissione
per i servizi armati del Senato a Washington. Lì, il senatore Stern vuole convincerlo a vendere l’arma Iron Man al governo
degli Stati Uniti, ma Tony rifiuta, perché
non può rendere schiavo se stesso. Tony
sostiene di non poter cedere le proprie attrezzature, ma di aver tuttavia privatizzato
la pace nel mondo con grande successo.
Le sue armi, che nessuno potrà avere per i
prossimi 5/10 anni, servono da deterrente
nucleare e l’America può vivere e prosperare in pace. Intanto, qualcuno in Russia
lo segue ininterrottamente in tv, lavorando a dei congegni elettronici in una oscura officina. Si tratta del fisico Ivan Vanko,
figlio di Anton Vanko, dapprima collaboratore del padre di Tony, ma che poi venne
fatto confinare in Siberia, per spionaggio.
Ivan, che, a sua volta, ha contrabbandato
armi in Pakistan, nutre pertanto un profondo odio per il successo ottenuto dagli
Stark al costo della rovina della sua famiglia e cova desiderio di vendetta.
Dopo un acceso diverbio con la sua
segretaria, Virginia Pepper Potts, Tony la
nomina presidente e amministratore delegato delle Stark Industries e quindi suo
successore. Nel Principato di Monaco,
Tony deve partecipare al Gran Premio di
Formula 1. Poco prima, ha un breve incontro con il suo rivale Justin Hammer, un
industriale specializzato in armamenti, che
intende presentare una scoperta allo Stark
Expo. Mentre le autovetture gareggiano al
GP, appare il russo Ivan Vanko, che indossa un’armatura simile a quella di Iron
Man, con reattore Arc, e con una frusta
colpisce le auto in corsa. Pepper e l’autista irrompono nel circuito e raggiungono
Tony mentre affronta Ivan. Tony si fa passare una valigetta, che si rivela l’armatura di Iron Man, e la indossa. Lotta contro
Vanko, stacca la batteria della sua corazza e lo sconfigge. Vanko viene arrestato e i
due s’incontrano in prigione. Tony si complimenta per la tecnologia del rivale, molto simile alla sua, notando che poteva venderla alla Cina, all’Iran, alla Corea del
Nord, oppure al mercato nero. Quello replica che suo padre Anton Vanko è la ragione per cui Tony è vivo, che la famiglia
Stark ha distrutto molte vite, gli predice la
morte e frattanto sorride.
Justin Hammer riesce quindi a far evadere di prigione Vanko (che, in seguito a
un’esplosione e grazie a un sosia, viene
ritenuto morto), proponendogli un affare:
vuole essere il suo benefattore. Lo conduce pertanto nei suoi laboratori, per farlo
lavorare a delle armature militari da presentare allo Stark Expo, battendo la tec-
Tutti i film della stagione
nologia di Tony e al fine di realizzare droni per il governo.
Tony aveva assicurato che nessuno
avrebbe posseduto quella tecnologia per i
20’anni successivi, invece Vanko ne dispone già. Ora il governo vuole mandare
l’esercito da Tony a prelevargliela con la
forza, ritenendo che Iron non lavori più a
protezione del Paese, mentre le persone si
domandano se, a causa del suo comportamento anomalo, sia ancora in grado di
proteggere l’America.
Intanto è il compleanno di Tony, forse
l’ultimo, perché il palladio nel torace, che
è la sua forza, lo sta consumando con la
sua tossicità. Vestito da Iron Man, Tony si
ubriaca. Durante la festa, mentre è completamente brillo, irrompe un altro robot, che
gli ingiunge di svestire l’armatura, poiché
non merita di portarla. I due lottano furiosamente, ma nessuno vince. L’aggressore,
che si rivela il suo amico colonnello Rhodey, intervenuto per placare Iron e responsabilizzarlo, torna quindi alla base militare, dopo aver sottratto un’armatura a Tony.
Questa viene consegnata dall’esercito ad
Hammer, con la richiesta di potenziarla.
Iron, allontanato dalla dirigenza della Stark
da Pepper, che ora è coadiuvata dall’assistente Nathalie Rushman, s’incontra con
l’agente segreto Nick Fury, (e la stessa Nathalie, che si rivela l’agente Natasha Romanoff). Iron confida di aver provato tutte
le alternative al palladio, senza aver trovato quella giusta. Nick gli consegna una cassa con del materiale appartenuto al padre,
Howard Stark, secondo il quale Tony sarebbe stata l’unica persona con i mezzi e la
conoscenza per portare a compimento lo
sviluppo di un’importantissima energia alternativa. Tony vi ritrova un video del genitore, anche lui geniale scienziato, ma con il
11
quale aveva avuto un rapporto tormentato.
Howard, in un video rivolto al figlio, notava tuttavia che era proprio Tony la sua creazione più importante. Grazie a dei vecchi
appunti del padre e a indicazioni da lui criptate, Tony riesce a creare un nuovo elemento come alimentatore, sostituendo così il
velenoso palladio.
Hammer intanto rimprovera Vanko
perché, nonostante gli abbia salvato la vita,
Ivan non gli ha fornito le armature promesse. Per fortuna però lui ha recuperato
un prototipo della Stark. Ivan si rifà invece vivo con Tony, minacciandolo che adesso gli farà subire in 40 minuti quel che suo
padre ha fatto a lui ed alla sua famiglia
più di 40’anni fa, quando li segregò in Siberia, rivelando inoltre la vera storia della famiglia Stark.
Stark Expo. Hammer vive il suo momento di gloria, riconoscendo l’innovazione
sbalorditiva di Iron, ma accusando Tony di
aver tenuto segreta quella tecnologia. Tocca quindi a lui svelare il nuovo volto dell’esercito degli Stati Uniti, il drone Hammer. Durante la sua spettacolare presentazione, irrompe Iron, che, dopo aver scambiato alcune battute con Rhodhey, assoldato nella milizia di Hammer per volere dell’esercito (inconsapevole che Hammer s’è
alleato con Vanko), chiede a quest’ultimo
dove sia il fisico russo. Ma è troppo tardi:
l’intero sistema è stato compromesso e Rhodey e tutto l’esercito di droni è manipolato
da Vanko. La situazione è fuori controllo:
l’esercito insegue Iron, che riesce a fronteggiarlo, mentre i civili fuggono.
Natasha s’insinua nel quartier generale di Hammer, dov’è all’opera Vanko,
frattanto scomparso, e libera Rhodey dal
controllo del russo. Spunta, però, un nuovo
esercito di decine di droni. Iron e Rhodey li
Film
combattono, annientandoli. Hammer viene
arrestato. Incombe infine un drone più potente: Ivan, che sembra imbattibile. Iron e
Rhodey riescono però a distruggerlo. Tutti
i droni, i cui rottami sono disseminati per
l’intera area dell’Expo, erano dotati di
esplosivo: tutta la zona sta per saltare in
aria. Iron salva Pepper e i due volano via,
destinati a ripristinare in azienda le cose
com’erano e, infine, si baciano. Tony parla
con Nick, che ritiene sarà meglio inserirlo
nell’operazione ‘Vendicatori’ solo come
consulente, mentre il film si conclude con
la consegna di un’onorificenza a lui e Rhodey da parte del senatore Stern.
temi forti di quest’ennesimo film
tratto dal mondo Marvel sono il
passato e il futuro. Un passato non
limpido e irrisolto, che s’incarna nelle sembianze di Ivan Vanko, deciso a vendicare il
padre Anton (che muore nelle prime scene) e in quelle di Howard Stark, padre di
Tony, che compare in vari video e che, seppur morto, saprà riscattare il suo rapporto
col figlio, con parole suadenti che gli accarezzano il cuore e con dei progetti che gli
salvano la vita. I nomi di Anton e Howard
figurano, poi, insieme a firma di vecchi progetti sul reattore Arc, in possesso di Ivan e
Tony. Un futuro rutilante e ipertecnologico,
dove gli uomini assumono fattezze di robot
e nel quale si auspica che si possa vivere in
I
Tutti i film della stagione
pace, anche se il punto di vista dal quale
vengono considerati gli scenari geopolitici
mondiali appare troppo statunitense. Denso di frasi patriottiche, il film ripropone infatti il trauma mai superato di una competizione con la Russia, ov’è stato confinato
Anton Vanko e da dove riaffiora più agguerrito e furioso che mai suo figlio Ivan, e delle ‘potenze del male’, detentrici di armi micidiali da utilizzare contro gli States: Iran,
Cina, Corea del Nord. Tony, il superuomo,
il supereroe, si riconcilia quindi con suo
padre e con il suo passato, assicurandosi
così anche il futuro, grazie alla scoperta di
un nuovo elemento. Per via della sua dichiarazione, che lui è Iron Man cioè, attrae,
con non celata vanagloria, tutte le attenzioni del mondo su di sé, della gente, per la
quale è un idolo, e del governo, che intende impossessarsi delle sue conquiste scientifiche. Tycoon che si compiace eccessivamente di se stesso, risultando però molto
simpatico, con un sorriso e una gestualità
da telecamera sempre fissa su di sé, robot
al limite dell’onnipotenza, non regge tuttavia
allo stress e si rivela pur sempre uomo, con
le sue debolezze, la malattia, la sbornia e i
sentimenti, che, alla fine, lo spingono a baciare la sua bella segretaria Virginia Pepper
Potts.
Pellicola di azione ed effetti speciali a
profusione, si fonda su una trama articolata ma, in fondo, scorrevole: il protagonista,
Tony, affiancato da amici fedeli e belle donne in carriera ma pronte ad aiutarlo, l’antagonista invidioso, Hammer, che si allea con
colui che è raffigurato come forza del male,
Vanko, per sconfiggere il rivale, e una serie
di attori secondari che forniranno il loro aiuto
per risolvere al meglio la storia. Il governo
e le compagnie concorrenti, cui non garba
che la pace nel mondo sia mantenuta da
un deterrente che non gli appartiene, tentano di appropriarsi dell’armatura. Il problema, benché venga solo accennato, è tuttavia molto serio: può la pace essere delegata all’esclusivo monopolio delle armi? È
possibile affidare tale monopolio alla volubile discrezionalità di un unico soggetto privato? Tony, l’eroe indiscusso, viene lentamente svuotato da due alter ego, altrettanto motivati, ma di lui meno brillanti e meno
fortunati: Ivan Vanko, alter ego del Tony inventore, e Justin Hammer, alter ego del Tony
imprenditore. Tony entra in crisi e sta per
uscire definitivamente di scena, con il sangue intossicato dal palladio. Riemerge, però,
dalla crisi ancor più smagliante di prima: riconciliato col padre, sbaraglia gli avversari,
riconquista la fiducia degli amici e trova infine l’amore. Non privo di una certa, garbata ironia, il film scorre rapido e si lascia guardare con piacere: gradevole, pur non aggiungendo nulla alla storia del cinema.
Luca Caruso
APPUNTAMENTO CON L’AMORE
(Valentine’s Day)
Stati Uniti, 2010
Acconciature: Alan D’Argento, David Danon, Kelly Muldoon,
Janine Rath, Nicole Venables
Supervisore effetti speciali: Jeremy Hays
Supervisore effetti visivi: Dottie Starling (Wildfire VFX)
Coordinatori effetti visivi: Elbert Irving IV, Katie Miller
(Wildfire VFX)
Supervisore musiche:Julianne Jordan
Interpreti: Jessica Alba (Morley Clarkson), Kathy Bates
(Susan ), Jessica Biel (Kara Monahan ), Bradley Cooper
(Holden), Eric Dane (Sean Jackson), Patrick Dempsey (Dr.
Harrison Copeland), Hector Elizondo (Edgar), Jamie Foxx
(Kelvin Moore), Jennifer Garner (Julia Fitzpatrick), Topher
Grace (Jason), Anne Hathaway (Liz), Carter Jenkins (Alex),
Ashton Kutcher ( Reed Bennett ), Queen Latifah ( Paula
Thomas), Taylor Lautner (Willy), George Lopez (Alphonso),
Shirley MacLaine (Estelle), Emma Roberts (Grace), Julia
Roberts (Kate Hazeltine), Bryce Robinson (Edison), Taylor
Swift (Felicia ), Matthew Walker (Greg Gilkins), Larry Miller
( agente ), Beth Kennedy ( Claudia Smar t ), Katherine
LaNasa (Pamela Copeland), Kristen Schaal ( Ms. Gilroy),
Erin Matthews ( assistente di volo ), Christine Lakin
(Heather), Lauren Reeder (impiegata dell’hotel), Joey Sorge (Amos)
Durata: 117’
Metri: 3220
Regia: Garry Marshall
Produzione: Mike Karz, Wayne Allan Rice, Josie Rosen per
New Line Cinema/ Rice Films/ Karz Entertainment
Distribuzione: Warner Bros. Pictures
Prima: (Roma 12-3-2010; Milano 12-3-2010)
Soggetto e sceneggiatura: Katherine Fugate, Abby Kohn,
Marc Silverstein
Direttore della fotografia: Charles Minsky
Montaggio: Bruce Green
Musiche: John Debney
Scenografia: Albert Brenner
Costumi: Gary Jones
Produttori esecutivi: Samuel J. Brown, Michael Disco, Diana
Pokorny
Produttori associati: Russell Hollander, Mark Kaufman
Direttore di produzione: Diana Pokorny
Casting: Deborah Aquila, Mary Tricia Wood
Aiuti regista: Gregory J. Pawlik Jr., Jeffrey Schwartz, David H.
Venghaus Jr.
Operatori: Michael A. Chavez, Colin Hudson, Georgia Packard
Operatori Steadicam: Jason Ellson, Colin Hudson
Art director:Adrian Gorton
Arredatore: K.C. Fox
Trucco: Nicki Ledermann, Tracey Levy, Tricia Sawyer, Janeen
Schreyer
12
Film
l giorno di San Valentino a Los
Angeles si intrecciano le vite di
varie persone in cerca d’amore.
Un fioraio italoamericano chiede alla
fidanzata di sposarlo. La ragazza accetta,
ma poi lo lascia. A consolarlo ci pensa una
sua amica che, proprio in quel giorno, scopre che il suo compagno è sposato da anni
con un’altra donna. I due finiscono per
mettersi insieme.
Una soldatessa in licenza per vedere il
figlio fa il viaggio in aereo con un uomo
innamorato di un giocatore di football.
Quest’ultimo proprio il giorno di San Valentino, fa outing a una conferenza stampa per vivere la relazione alla luce del sole.
Intanto la sua press agent, single convinta, si lascia conquistare da un giornalista
intervenuto all’evento.
Una segretaria, per arrotondare lo stipendio, lavora come centralinista in una
linea erotica. Il fidanzato saputolo la lascia, ma poi, dopo una discussione con
un uomo anziano che ha perdonato il tradimento della moglie, ci ripensa e ritorna da lei.
Un bambino è follemente innamorato
della sua maestra e, dopo diverse peripezie, riesce a consegnarle un mazzo di fiori. La maestra gli fa capire che dovrebbe
dedicare le sue attenzioni a qualcuno della sua età; allora il bambino regala i fiori
alla sua compagna di giochi.
I
Tutti i film della stagione
Due adolescenti pianificano la loro
“prima volta” il giorno di San Valentino.
Un imprevisto sconvolge i loro piani e i
due comprendono di non essere pronti per
il grande passo.
a crisi è arrivata anche ad Hollywood. Questa è l’unica spiegazione plausibile per giustificare la
presenza di attori di un certo spessore
(Kathy Bates ad esempio) in una pellicola
sciatta, monotona e, ammettiamolo, brutta come Appuntamento con l’amore.
L’idea originale (se così si può definire) mirava a ricreare le atmosfere, il gioco
a incastro del riuscitissimo Love Actually
e ambientarlo negli Stati Uniti il giorno di
San Valentino.
Poi, siccome è meglio abbondare, inserire più attori possibili e un po’ per tutti i
gusti: la star, il belloccio amato dalle teenagers, la diva, le vecchie glorie, le nuove
leve.
Peccato che la stessa premura nel
coinvolgere gli interpreti sia venuta a mancare nella scelta degli sceneggiatori, o più
semplicemente del soggetto iniziale, forse il risultato sarebbe stato differente.
Il regista Garry Marshall, sfortunatamente, si è lasciato prendere un po’ troppo la mano e, nello sviluppare in pellicola,
il concetto di “leggera evasione” ha dimenticato le basi della commedia stessa.
L
La trama, pur con tutti gli incroci del caso,
è inconsistente, ci sono storie molto prolisse e altre risolte in poche battute, alla fine
semplicemente funzionali alla quadratura del
cerchio. Ma i conti non tornano e le forzature
si vedono con troppa facilità. Operazioni di
questo genere richiedono una parvenza di
“giocosa armonia” che in Appuntamento con
l’amore manca completamente. Si percepisce il lavoro a tavolino e la mancanza di
mestiere in ogni fase di realizzazione.
L’Amore, il tema che accomuna il girotondo dei protagonisti, è , ovviamente, stereotipato e inserito in scatolette preconfezionate da cui sbucano adolescenti con gli
ormoni impazziti, ragazze single che hanno paura di rimanere sole, donne tradite,
uomini che si innamorano dell’amica del
cuore. E si potrebbe andare avanti con un
carosello infinito di banalità.
Probabilmente, il vero problema della
pellicola è Pretty Woman, o meglio l’eccessivo peso cinematografico che viene
dato a questa creatura di Marshall, che
puntualmente svetta in cima alle classifiche dei migliori film romantici di tutti i tempi. Se milioni di persone ti confermano che
hai girato un “capolavoro” è difficile rimanere con i piedi per terra e non girarne altri (magari con un decimo del dispiego
energetico). E questi sono i risultati.
Francesca Piano
RAGAZZI MIEI
(The Boys Are Back)
Australia/Gran Bretagna, 2009
Art director: Janie Parker
Arredatore: Glen W. Johnson
Trucco e acconciature: Dorka Nieradzik
Supervisore effetti speciali: Angelo Sahin
Supervisore effetti visivi: Marty Pepper
Supervisori costumi: Elly Kamal, Marco Scotti
Supervisori musiche: Chris Gough, Ian Neil
Suono: Adrian Rhodes
Interpreti: Clive Owen (Joe Warr), Nicholas McAnulty (Artie Warr),
George MacKay (Harry Warr), Emma Booth (Laura), Laura Fraser
(Katy Warr), Julia Blake (Barbara), Chris Gaywood (Tom), Erik
Thomson (Digby), Natasha Little (Flick), Lewis Fitz-Gerald (Tim
Walker), Nakia Pires (Lucy), Emma Lung (Mia), Steven Robertson
(direttore), Georgina Naidu (Paula), Daniel Carter, Adriana Conde,
Chantal Dwarka, Connor Marinos, Elysia Markou, Briana Richards
(bambini della Digby & Paula), Donna Lean (insegnante di Artie),
Luke O’Loughlin (Bree), Kate Cullen Roberts (segretaria scuola), Johnny Frisina (ragazzo pesce9, Cody Faucett (ragazzo
Kangaroo), Susie Collins (PA ufficio giornale), Michael Allen, Andy
Ciencela (uomini sulla spiaggia), Eliza Lovell, Grace Soderman
(donne sulla spiaggia), Anni Finsterer (giornalista tennis), Sanjaya
Patterson (infermiera)
Durata: 104’
Metri: 2850
Regia: Scott Hicks
Produzione: Greg Brenman, Timothy White per Australian Film
Finance Corporation (AFFC)/BBC Films/ Hopscotch
Productions/ Screen Australia/The South Australian Film
Corporation/ Southern Light Films/ Tiger Aspect Productions
Distribuzione: Walt Disney Studios Motion Pictures
Prima: (Roma 25-6-2010; Milano 25-6-2010)
Soggetto: tratto dal romanzo autobiografico The Boys Are Back
in Town di Simon Carr
Sceneggiatura: Allan Cubitt
Direttore della fotografia: Greig Fraser
Montaggio: Scott Gray
Musiche: Hal Lindes
Scenografia: Melinda Doring
Costumi: Emily Seresin
Produttori esecutivi: Peter Bennett-Jones, Clive Owen, David
M. Thompson, Jane Wright
Produttore associato: Jessica Beiler
Line producer: Paul Ranford
Casting: Nikki Barrett, Nina Gold
Aiuti regista: Danielle Blake, Toby Hosking, Scott Lovelock,
Chris Webb
Operatori: Andrew Johnson, Christopher TJ McGuire
Operatore Steadicam: Andrew Johnson
13
Film
oe è un giornalista sportivo di
successo, che dopo essersi trasferito in Australia dall’Inghilterra,
con le spalle un matrimonio fallito e un
figlio abbandonato, Harry, di soli sei anni,
si è risposato con Katy, una bellissima cavallerizza, da cui ha avuto un altro bambino, Artie. Katy, improvvisamente muore in
pochi mesi di cancro e l’uomo si ritrova
da solo a fare il padre a un figlio. Joe, ancora sconvolto dalla inaspettata perdita,
deve far fronte alle quotidiane difficoltà
familiari, cercando inoltre di aiutare il piccolo Artie, di otto anni, a superare il suo
immenso dolore. Insieme partono per un
viaggio senza meta, tra tuffi nella vasca
idromassaggio, folli corse sul cofano della jeep e anche momenti di crisi. Dopo le
iniziali difficoltà nell’organizzazione della casa, senza sapere bene come muoversi, padre e figlio decidono di lasciarsi alle
spalle le convenzioni del mondo degli adulti, optando per una vita basata sulla massima libertà e sregolatezza.
È così che la loro esistenza e la loro
casa si trasformano in un vero e proprio
“paradiso dei porci”, così come lo chiamano loro, in cui è possibile farsi i gavettoni in casa, correre all’impazzata tra i
corridoi, scongelare polli nella vasca, non
buttare mai la spazzatura, ma dove sono
vietate le parolacce e la maleducazione.
Ovviamente, presto in casa regna un vero
e proprio caos e non mancano le critiche
della premurosa suocera; per fortuna, di
tanto in tanto, gli appare la cara moglie,
che lo aiuta con i suoi consigli. Per Joe
non è facile far fronte e gestire tante piccole incombenze quotidiane, a cui non è
mai stato abituato, cercando, allo stesso
tempo, di non perdere il proprio posto di
lavoro. Ogni tanto gli offre il suo aiuto una
donna separata, Laura, che spera inutilmente di conquistarlo.
Ad aggravare la situazione arriva anche Harry, il figlio adolescente nato dal suo
primo matrimonio, che si unisce, con il proprio bagaglio emotivo, per trascorrere insieme al padre le vacanze estive. Padre e
figlio quasi non si conoscono e lo scontro è
immediato. Harry cerca una risposta al suo
abbandono e Joe è costretto a fare i conti
con le sue responsabilità. La situazione si
complica quando Joe per lavoro deve partire e i due ragazzi si trovano a rimanere
soli per due giorni. Le cose non vanno come
previsto e l’uomo deve ritornare di corsa a
casa, ma non trova più Harry, che spaventato è tornato in Inghilterra. Così Joe si vede
costretto a riprendere in mano le redini e a
comportarsi finalmente da genitore. Con
Artie va a riprendersi suo figlio per portarlo con sé una volta per tutte.
J
Tutti i film della stagione
asandosi sul romanzo autobiografico del giornalista inglese Simon
Carr, Scott Hicks regista premio
Oscar per Shine, dirige The Boys are back
in Town, ispirato alla toccante, simpatica e
commovente storia vera di un uomo, che
improvvisamente si ritrova a dover crescere i suoi due figli da solo. Distribuito dalla
Walt Disney Ragazzi miei, oltre al tema del
lutto, affronta il difficile rapporto padre-figlio,
puntando i riflettori sulle difficoltà di un uomo
nel rimettere insieme i pezzi della sua vita
e nell’affrontare compiti che solitamente
sono affidati alle donne. Il regista sceglie
una chiave di lettura leggera per una storia
che non lo è affatto. L’idea infatti è quella di
elaborare il dolore, instaurando con il figlio
un rapporto tra uomini, in una speciale isola esistenziale di disordine e fanciullesca
anarchia. Il gioco e la complicità così hanno il compito di avvicinare Joe ai suoi figli.
C’è anche una donna ad aiutarlo, con cui
potrebbe scoppiare la passione, ma questa è una storia tutta al maschile, in cui uno
dei tanti Peter Pan riesce a volare via dall’
“isola che non c’è”, per poi trovare, attraverso un viaggio fuori e dentro di sé, finalmente la sua dimensione. Le straordinarie
musiche e i magnifici paesaggi australiani,
incorniciati da una splendida fotografia,
sono tra gli elementi che contribuiscono ad
innalzare il livello della pellicola, sorretta tutta da un intenso e credibile Clive Owen e
dal piccolo Nicholas McAnulty, nel ruolo non
facile di Artie, bambino che, apparentemente, sembra indifferente alla morte della
madre, ma che si ritrova invece a dover fare
da spalla anche al padre. Il più grande Har-
B
ry, primo figlio di Joe, si ritroverà in un mondo sconosciuto e lontano anni luce dalla sua
educazione, oltre che a contatto con un padre che l’ha abbandonato per la sua nuova
vita. Sarà questo conflitto, oltre a quelli già
accumulati dall’uomo, a dare una svolta allo
stile di vita di Joe, ma, soprattutto, al suo
modo di essere genitore. Esemplari al riguardo le speculari sequenze a inizio e a
fine film entrambe a bordo di un auto, raffiguranti i vari protagonisti in un momento di
immatura spericolatezza nell’incipit, e di
consapevolezza e maturità nel finale. Che
in alcuni frangenti il film possa essere discutibile a livello pedagogico è probabile,
certamente alcune delle “regole non regole” imposte dal protagonista al figlio sono
opinabili, ma quello che probabilmente interessa il regista è sottolineare invece come,
a volte, l’amore filiale, in questo caso virato
tutto al maschile, possa sopperire a fisiologiche mancanze e fare a volte di più di rigide norme comportamentali o punizioni.
Di sicuro non mancano i luoghi comuni, incarnati soprattutto nella figura della
nonna materna, che si oppone alla condotta del genero o della donna separata, che
si interessa al giornalista, aiutandolo in casa
con il figlio, nella speranza che tra loro nasca qualcosa. Nonostante questo la semplicità narrativa e la pacatezza dei toni del
film ci riconcilia con la nostra parte più infantile e ci rasserena con dolcezza, accompagnandoci in un viaggio emozionante, fatto
di momenti più dolorosi e commoventi e di
altri più divertenti e spassosi.
Veronica Barteri
ABOUT ELLY
(Darbareye Elly)
Iran, 2009
Regia: Asghar Farhadi
Produzione: Asghar Farhadi, Simaye Mehr, Mahmoud Razavi per Dreamlab
Distribuzione: Mediaplex
Prima: (Roma 18-6-2010; Milano 18-6-2010)
Soggetto e sceneggiatura: Asghar Farhadi
Direttore della fotografia: Hossein Jafarian
Montaggio: Hayedeh Safiyari
Musiche: Andrea Bauer
Scenografia: Asghar Farhadi
Costumi: Asghar Farhadi
Direttore di produzione: Mohammad Sadegh Azin
Trucco: Mehrdad Mirkiani
Suono: Hassan Zahedi
Interpreti: Golshifteh Farahani (Sepideh), Taraneh Alidoosti (Elly), Mani Haghighi
(Amir), Shahab Hosseini (Ahmad), Merila Zarei (Shohreh), Peyman Moadi (Peyman),
Rana Azadivar (Nassi), Ahmad Mehranfar (Manouchehr), Saber Abar (Alireza)
Durata: 119’
Metri: 3260
14
Film
na comitiva di amici iraniani si
reca in gita al mare. Sono tutte
coppie sposate con figli, ma tra
loro v’è anche Elly, maestra d’asilo di una
delle bambine, Morvarid, coinvolta dalla
mamma di questa, Sepidè, per farla conoscere all’amico Ahmad, divorziato dalla
moglie tedesca.
Il gruppo intende fermarsi al mare per
due, tre giorni, ma la casa che ha prenotato
dev’essere liberata entro la sera successiva. Sepidè, pur sapendo di questo inconveniente, non ne ha fatto parola con gli amici,
altrimenti non avrebbero intrapreso il viaggio. Alla vecchia signora che li ospita accampa la scusa che sarebbero pure disposti
a dormire nelle auto, ad arrangiarsi, ma
della comitiva fa parte una coppia di sposini in luna di miele... Vengono così destinati
in una vecchia villa in riva al mare. I bambini corrono subito sulla spiaggia, suscitando l’apprensione dei genitori, che frattanto
scaricano i bagagli, puliscono la casa e rattoppano danni e problemi.
Elly, sempre sorridente, appare piuttosto taciturna e forse un po’ imbarazzata.
Tutti parlano di lei, cercando di convincere
Ahmad a restare solo con la ragazza, che,
al telefono con la madre apprensiva, assicura che rientrerà a casa il giorno dopo.
Quindi Elly va con Ahmad a fare la spesa,
in automobile i due chiacchierano un po’.
Frattanto le squilla il cellulare, ma lei non
risponde, affermando: “Lo chiamerò più
tardi con calma”. Nel momento in cui rientrano in casa, l’affittuaria sta consegnando
materassi e coperte e, scorgendo quelli che
le sono stati additati come i ‘novelli sposi’
(Elly e Ahmad), rivolge loro dei fragorosi
auguri. Il gruppo si riunisce per cena. Quando Elly va a prendere il sale in cucina, gli
amici proseguono con Ahmad nell’ironia
sugli ‘sposi’. Lei li sente e si acciglia e quando rientra li trova tutti che ridono. Poi rimangono insieme a giocare.
La mattina dopo, Elly insiste che deve
partire e rientrare a casa. Sepidè s’impunta invece perché resti. Elly vorrebbe, ma
afferma che non può proprio. Mentre le
altre vanno a fare la spesa e Nazi a sbrigare delle faccende in casa, Elly rimane
seduta fuori, con l’incarico di vigilare sui
bambini, scoppiando di gioia nel far volare un aquilone, finalmente spensierata. Ma,
dopo aver riso un po’, si rivolge a quest’ultimo così: “Scendi, avanti, io devo
andare”. L’aquilone però rimane in cielo.
Poco dopo le bambine vanno a chiamare disperate i genitori, che stanno giocando
a pallavolo: Arash sta annegando. Gli uomini riescono a salvarlo e a rianimarlo. Solo
dopo si accorgono che Elly, lasciata a vegliare sui bimbi, è in realtà scomparsa. Inutilmente la cercano a lungo per ogni dove.
Intervengono anche i sommozzatori, ma in-
Tutti i film della stagione
U
vano, sostenendo infine che, appena si calmerà, il mare restituirà il suo cadavere. Arriva quindi la polizia, meravigliandosi che il
gruppo ignori le generalità della ragazza
scomparsa. Nella comitiva insorge intanto il
sospetto che Elly possa essersene andata via,
dato che nessuno l’ha vista entrare in acqua.
Sepidè aveva nascosto la sua borsa, per non
lasciarla allontanare. Tutti, intanto, fissano
ancora il mare e non si capacitano di cosa
possa essere accaduto. La bambina Morvarid narra che aveva chiesto ad Elly di riparare il suo aquilone: lei lo ha fatto e glielo
ha restituito. Quando questo è caduto in acqua, Morvarid ha scorto Arash che stava
annegando, ma Elly era ancora con lei. Dopo
le ricostruzioni, hanno inizio le supposizioni. Forse Elly si è offesa per qualcosa accaduto il giorno prima, o è stata rapita. Aumentano i malumori e i contrasti, tra gli uni
e gli altri e all’interno delle varie coppie.
Bisogna avvisare la famiglia di Elly: Amir
trova il suo cellulare nella borsa della moglie Sepidè e la picchia. La madre di Elly
neanche sapeva che la figlia era al mare e
non riesce a fornire informazioni. Il gruppo
decide così di provare a sentire il numero cui
Elly non ha risposto quand’era in auto con
Ahmad. Quest’ultimo telefona: l’uomo che
risponde, sorpreso per la telefonata, dichiara di essere il fratello di Elly e che raggiungerà presto la comitiva. Sepidè ricorda però
che Elly era figlia unica, rivelando ad Ahmad che in realtà era fidanzata. Colui che
ha risposto al telefono potrebbe essere il suo
uomo: Sepidè aveva nascosto il cellulare
perché gli altri non gli telefonassero. Prima
che questo arrivi, il gruppo discute sbalordendosi: se era fidanzata, perché ha accettato l’invito al mare? Decidono, pertanto, di
far finta di credere che l’uomo sia il fratello
e di dirgli, mentendo, che Elly è stata invitata al mare da Morvarid, per badare a lei,
15
non per conoscere Ahmad. Il gruppo riesce
a fingere, ma il fidanzato, Alì, parlando con
l’affittuaria che accenna alla triste morte
della ‘sposa’ annegata e al povero ‘marito’
che era lì, scopre la verità. Il gruppo è ormai
intenzionato a rivelargli come stanno le cose:
che non erano a conoscenza del fatto che Elly
fosse fidanzata, altrimenti non l’avrebbero
invitata. Sepidè si oppone, svelando infine a
tutti che lei sapeva che Elly era fidanzata,
anche se voleva lasciare l’uomo, infastidita
dalla sua gelosia, non intendeva sposarsi e
non voleva conoscere altri uomini, almeno
finché non avesse chiuso con lui. Sepidè però
aveva insistito, con l’intento di presentarle il
suo amico Ahmad, prima che questo tornasse in Germania. Elly aveva infine accettato,
ma a condizione di rimanere una notte soltanto. Tutti decidono quindi di dire la loro
verità, cioè che non sapevano fosse fidanzata, per non complicare ulteriormente la vicenda. Alì torna infuriato e sferra un pugno
sul naso ad Ahmad. Poi chiede di restare da
solo con chi ha invitato Elly, cioè Sepidè. Quel
che vuole sapere è solo se quando lei l’ha
invitata per conoscere Ahmad, Elly le abbia
detto che era fidanzata, che non poteva andare. Per lui è molto importante. Sepidè nega.
Qui la storia ha fine. Telefona la polizia: è
stato trovato il cadavere di una donna sulla
spiaggia e bisogna identificarlo. Questo compito spetta ad Alì: è Elly. Alì riparte domandandosi: “Ma perché mi hai fatto questo?”,
mentre sullo specchietto retrovisore fissa la
borsa di Elly.
n trionfo d’angoscia: se dapprincipio il film sembra agile, vivace,
ironico, perfino avventuroso, si
blocca poi intorno a una tragedia che annichilisce tutti i personaggi, risucchiandoli in
un vortice che nemmeno immaginano. Elly
è, fin dal titolo, la protagonista sovrana del
U
Film
film, benché compaia solo nella prima mezz’ora (su quasi due ore di pellicola), si veda
pochissimo e parli ancor meno. Dopo la sua
misteriosa scomparsa, permane però per
tutto il film, ‘presente in absentia’, la sua
ombra aleggia in ogni istante. Mentre riaffiorano alla mente la scomparsa nel nulla
di Anna ne L’avventura di Antonioni, o quella
di Olimpia in Le strelle nel fosso di Avati.
Elly è bella, timida, imbarazzata dalla
dinamica uno-molti, in quanto è lei l’unico
elemento esogeno all’interno di un gruppo
consolidato di mariti e mogli tra loro amici
che, per quanto garbati e accoglienti, trattandosi di sentimenti (scopo dell’invito è far
innamorare Elly e il divorziato Ahmad), non
risparmiano battute e fastidiose risatine che
escludono ancor più la ragazza. Lei appare tuttavia sempre sorridente, disponibile
con tutti e desiderosa di rendersi utile, benché sia assalita da un’invincibile tristezza
di fondo. Proprio nell’istante in cui sembra
sciogliersi, e inizia a divertirsi spensieratamente facendo volare un aquilone, avviene la sciagura: Elly si distrae e Arash rischia
di annegare, preludio a quel che sta per
succedere o forse è già avvenuto anche a
lei. Risolta infatti l’emergenza del bambino,
il gruppo si accorge della sua scomparsa.
Di qui in avanti, il film trasmette tutta l’angoscia della tragedia inevitabile: una cupa
atmosfera in cui un cielo plumbeo si riflette
su di un mare in tempesta, correlativo oggettivo dei sentimenti sempre più violenti
che sconquassano il gruppo, in preda contemporaneamente a tristezza e agitazione.
Di Elly sono rimaste solo alcune vestigia: il
suo cellulare, la sua borsa, che alla fine il
fidanzato fisserà attraverso lo specchietto
retrovisore, mentre giace sul sedile posteriore della sua auto. Specchietto che in chiusura richiama la fessura di luce della prima
scena (una cassetta per le offerte? Una
buca della posta?), tramutatasi qualche
istante dopo nella luminosa uscita di una
galleria, sulla strada per il mare. Se prima
però quella fessura è preludio a una gioia
di breve durata, nella conclusione diviene
definitivo epilogo della disgrazia incancellabile. A metà film il dolore diventa invece
silenzio, fatto solo di sguardi, tremolii, respiri, camminate nervose tra corpi abbandonati con dolore alla notte. Quindi ha inizio l’anamnesi, alla scoperta della causa
della scomparsa di Elly e, implicitamente,
dell’identificazione dei colpevoli. Parola per
parola, vengono setacciati tutti i discorsi e i
gesti del giorno precedente, causando litigi
intestini, mentre ciascuno accusa gli altri,
fino alla violenza nervosa. La colpa non è
però di nessuno, o forse è di tutti, per un
motivo o per un altro: di chi ha invitato Elly,
di chi voleva conoscerla, di chi può aver
proferito una battuta che ha urtato la sua
sensibilità, di chi le ha impedito di ripartire,
Tutti i film della stagione
di chi l’ha lasciata sola coi bambini. O è solo
il dolore di una tragedia inspiegabile e senza senso, che esibisce le contraddizioni e
le assurdità della vita senza tuttavia risolverle? Qual è la verità? Quella dei fatti, o
quella che viene artatamente raccontata da
‘imbonitori’ maldestri, inconsapevolmente
precipitati in un turbine che nessuno poteva prevedere, infinitamente più grande di
loro? Dov’è la verità? Non bastano più spiegazioni per trovarla, dato che la sua fonte
scompare e poi muore portandosi per sempre con sé la propria verità. Sepidè ha creduto che tutti i problemi si potessero superare con la furbizia, con delle piccole, innocue bugie… Ma, se la prima volta va bene
(con l’inganno-malinteso della casa in affitto, sottacendo che doveva essere lasciata
libera la sera dopo l’arrivo al mare del gruppo), alla seconda si schianterà con una realtà tragica, ove tutte le sue reticenze vengono una dopo l’altra scoperte, gettando la
comitiva nello sconforto, costretta a mentire, arrampicandosi su scuse improbabili.
“Io voglio sapere solo una cosa... Solo
un sì o un no, così questa storia finirà per
sempre. Quando l’ha invitata per venire a
conoscere il vostro amico, non ha detto ‘Io
sono fidanzata, non posso venire’? L’ha detto o non l’ha detto? È davvero importante
per me: Elly era tutto ciò che avevo” chiede
Alì con struggimento. “No, lei non l’ha detto”,
replica Sepidè. È una bugia mortale, ma ci
sono cose che lui non potrebbe comprendere e che trascinerebbero tutto il gruppo in
guai irreparabili... Chissà quanto dev’esserle costato quel no, che infanga l’onore di
un’amica che conosceva poco, ma che sti-
mava e alla quale era affezionata. Chissà il
dolore provato dal fidanzato, che aveva a lei
consacrato tutta la sua vita.
Un film con dialoghi informali e ben
orchestrati, un montaggio rapido, una fotografia impeccabile e attori assai bravi,
che presentano la tipica gestualità mediorientale, mentre i loro volti, i loro nomi, i
suoni dei rari sottofondi, l’ambientazione
globale ricreano l’atmosfera di un mondo
simile al nostro eppure lontanissimo,
emancipato ma ancora profondamente
avvinto alla tradizione islamica, nella quale la donna è sottomessa all’uomo. Anche
solo un pudico e ritroso assenso a conoscere un ragazzo non impegnato da parte
di una donna in crisi di coppia è pertanto
considerato una gravissima colpa. Nel corso del film, nel tentativo di spiegare un
destino incomprensibile, riaffiorano presagi
e presentimenti: qualcuno aveva sognato
che Elly fosse morta. Giocando a decifrare frasi mimate, la sera prima del dramma, lei aveva indovinato i gladioli, simboli
ferali. Ma forse il senso dell’opera risiede
in un proverbio, citato da Ahmad nell’unico interscambio verbale avuto con Elly: “Un
finale amaro è meglio di un’amarezza senza fine”. Sono le parole pronunciate dalla
sua ex moglie quando lo ha lasciato. Attinte quindi dal suo passato sentimentale e
proiettate su colei che suppone come il suo
futuro d’amore... Elly ribatte: “Questo è
vero”. E di certo parlava, con drammatica
consapevolezza, della sua vita, che senza saperlo di già corteggiava la morte.
Luca Caruso
LA BELLA SOCIETÀ
Italia, 2009
Regia: Gian Paolo Cugno
Produzione: Pietro Innocenzi per Globe Film/GB Produzioni
Distribuzione: Medusa
Prima: (Roma 21-5-2010; Milano 21-5-2010)
Soggetto: Gian Paolo Cugno
Sceneggiatura: Paolo Di Reda, Gian Paolo Cugno, Chiara Giordano
Direttore della fotografia: Giancarlo Ferrando
Montaggio: Ugo De Rossi
Musiche: Paolo Vivaldi
Scenografia: Paolo Innocenzi
Costumi: Stefano Giovani
Direttore di produzione: Angelo Frezza
Aiuti regista: Alessandro Scuderi, Michele Scarpato
Acconciature: Massimo Allinoro
Interpreti: Raoul Bova (Romolo), Maria Grazia Cucinotta (Maria), Enrico Lo Verso
(Nello), Giancarlo Giannini (Antonio Guarrasi), David Coco (Giuseppe), Marco Bocci (Giorgio), Franco Interlenghi (padre di Romolo), Antonella Lualdi (madre di Romolo),
Anna Safroncik (Anna), Marina Pennafina (magistrato), Simona Borioni (Caterina),
Maurizio Nicolosi (commissario)
Durata: 120’
Metri: 3300
16
Film
un racconto, che scorre dalla
metà degli anni ’50 agli anni ’80
del secolo scorso, a comprende
re eventi personali e della storia del nostro Paese presentati secondo l’alternanza dei ricordi, dei flash-back e dei salti
in avanti. La esponiamo in maniera lineare per maggior scorrevolezza e comprensione.
Giorgio e Giuseppe sono due bambini
che crescono senza padre (presumibilmente
prelevato e ucciso dalla mafia) nelle campagne siciliane, allevati solo dalla madre,
Maria, di cui sono gelosissimi. Il destino
porta in quelle zone riarse una troupe cinematografica guidata da Romolo, direttore di produzione di belle speranze, che
resta affascinato da Maria; le fa sostenere
un provino e poi una particina nel film in
lavorazione e ne diviene l’amante, nonostante l’aperta avversione dei due ragazzini che, senza mezzi termini, vogliono cacciarlo via. L’opposizione di Giorgio e Giuseppe non diminuisce neppure quando
Romolo, una volta finito il lavoro di postproduzione a Roma, torna da Maria per
sposarla e portare tutti nella capitale per
iniziare una nuova vita. La soluzione è tragica; mentre i ragazzi giocano con la polvere da sparo destinata alla preparazione
delle cartucce da caccia, qualcosa prende
fuoco ed esplode sul tavolo della cucina:
Romolo muore, viene seppellito e, della sua
scomparsa, tutti tacciono per sempre;
Giorgio perde la vista e la sua crescita da
questo momento sconta l’incubo della menomazione che coinvolge anche Giuseppe
che si sente l’ultimo depositario delle ra-
È
Tutti i film della stagione
dici della famiglia. La stessa Maria presto
muore a causa dei disturbi cardiaci sopravvenuti per le fatiche e le responsabilità
della sua vita.
Altri due personaggi si collegano a
questi: Antonio Guarrasi, il farmacista del
paese, da sempre innamorato di Maria e
mai dichiaratosi e suo figlio Nello, giocatore, biscazziere, nullafacente, capace solo
di dare fondo ai soldi del padre.
Anni dopo, i due fratelli decidono di
partire per Torino per ritrovare l’amico
Nello che da tempo è stato costretto a cambiare aria e tentare un’operazione per ridare, almeno in parte, la vista a Giorgio.
L’intervento riesce, ma i due giovani
restano coinvolti nell’assassinio di un dirigente della Fiat, in quanto la sua segretaria, Caterina, testimone involontaria del
delitto, trova per caso rifugio a casa loro.
Tutti decidono di ritornare di corsa in Sicilia per sfuggire alle Brigate Rosse e lì
avviene ancora una svolta, perchè sono
cominciate delle durissime rivendicazioni
contadine e operaie per migliorare un’esistenza ormai invivibile: Nello resta ucciso
fortuitamente da un poliziotto durante
l’agitazione nelle campagne; Caterina e
Giorgio, ormai innamorati, vogliono andar via per ricostruirsi una vita lontano
da tutto il dolore dei rispettivi passati,
mentre Giuseppe cerca di opporsi in nome
di una fantomatica unità familiare, ma non
ce la fa. Il suo indicare il luogo dove è sepolto Romolo ai suoi vecchi genitori, venuti da Roma per piangere il figlio così
misteriosamente, scomparso è forse il segno di una generale pacificazione.
olto cinema di Tornatore, conterraneo del regista Gian Paolo
Cugno, è presente in questo la
voro quasi in ogni inquadratura a fare da
nume tutelare soprattutto a un desiderio:
quello di presentare la Sicilia dell’entroterra, ripescando sentimenti, gusti e colori
dimenticati nel tempo e considerati come
gli unici capaci di mantenere l’essere umano più forte e migliore di quanto l’evoluzione della società moderna gli abbia permesso di diventare.
La materia però è tanta, troppa; praticamente gli eventi del secondo Novecento italiano: dalla comunità arcaica alle crisi sociali, dai sogni in celluloide alle Brigate Rosse
etc, non manca niente in un racconto ingolfato di temi e situazioni che, trattato senza
alcun approfondimento ideologico né politico, assume presto l’andatura di una soap
opera, dove tutto può accadere senza che
lo spettatore si meravigli. L’ampiezza dell’immagine, volutamente o lontanamente ispirata allo sguardo del maestro Tornatore, qui
si spezzetta senza respiro in un microclima
affastellato, confuso, spesso convulso, a cui
l’esposizione altalenante di passato e presente e un impreciso montaggio certo non
giovano ma compromettono del tutto la forza di una linearità narrativa.
Gli attori fanno quello che possono,
privi, è evidente, di qualsiasi sostegno dietro le spalle; solo Raoul Bova dà una pennellata personale mettendo mano al bagaglio della propria professionalità e dando fondo a tutta la sua umana simpatia.
M
Fabrizio Moresco
FRATELLANZA - BROTHERHOOD
(Broderskab)
Danimarca, 2009
Operatore Steadicam: Malte Udsen
Effetti speciali trucco: Lauge Voigt
Suono: Håkon Garpestad
Interpreti: Thure Lindhardt (Lars), David Dencik (Jimmy), Nicolas
Bro (Michael), Claus Flygare (Ebbe), Hanne Hedelund (madre),
Lars Simonsen (padre), Morten Holst (Patrick), Signe Egholm
Olsen (Karina), Jon Lange (Bo), Anders Heinrichsen (Lasse),
Peter Plaugborg (sergente), Johannes Lassen (Kenneth), Martin
Metz (Jonas), Sophie Louise Lauring (Sygeplejerske), Michael
Grønnemose (Laust), Mads Rømer (Kim)
Durata: 90’
Metri: 2470
Regia: Nicolo Donato
Produzione: Per Holst per Asta Film
Distribuzione: Lucky Red
Prima: (Roma 2-7-2010; Milano 2-7-2010) V.M.: 14
Soggetto e sceneggiatura: Rasmus Birch, Nicolo Donato
Direttore della fotografia: Laust Trier-Mørch
Montaggio: Bodil Kjærhauge
Musiche: Simon Brenting, Jesper Mechlenburg
Scenografia: Thomas Ravn
Costumi: Ole Kofoed
Line producer: Barbara Crone
Aiuto regista: Martin Hem
I
n seguito a uno spiacevole episodio che vede protagonisti alcuni suoi commilitoni, Lars si gio-
ca la promozione a sergente. Deluso da
questo mancato avanzamento professionale, abbandona la carriera militare. Tor-
17
nato nella casa di famiglia, si ritrova senza più un lavoro, mentre i suoi genitori
cercano di persuaderlo a ritornare sui
Film
suoi passi. Nella speranza di far calare il
silenzio sull’imbarazzante incidente e di
farlo reintegrare nell’esercito, la madre
si offre di andare a parlare con i suoi superiori.
Ma, intanto, il figlio inizia a frequentare per caso una piccola formazione di
stampo neo-nazista. Lars, pur non condividendo l’ideologia e i metodi del gruppo
di estrema destra (uso gratuito della forza contro gli immigrati, colpiti mediante
notturni attacchi squadristi), si conquista
la fiducia del carismatico capo Michael,
il quale intuisce subito le potenzialità del
ragazzo. Al contrario del numero due della banda, Jimmy, che invece non vede di
buon occhio il nuovo arrivato. Questo ultimo, grazie alla sua intelligenza e alle
sue capacità oratorie, si fa strada diventando in breve tempo un membro di primo piano.
La sua repentina ascesa al vertice della formazione viene salutata con ostilità
anche dal fratello tossico di Jimmy, Patrick, che crede di meritare più di lui quel
posto di rilievo. Per consentire a Lars di
vivere secondo le regole stabilite dal gruppo e, allo stesso tempo, di apprendere la
dottrina politica che inspira le loro azioni,
Michael lo esorta a trasferirsi nel cottage
di campagna di proprietà del boss Ebbe.
Qui fa amicizia con l’altro inquilino, Jimmy, al quale si presta di dare una mano
per completare i lavori di ristrutturazione
della casa.
Tra i due nasce improvvisamente una
forte attrazione fisica che non riescono
a controllare. Inizialmente sono combattuti tra il rispetto della fede nazista e la
forza dei loro sentimenti, ma, alla fine,
scelgono comunque di portare avanti la
Tutti i film della stagione
loro relazione, seppur in segreto. Un
giorno, però, Patrick li scopre insieme e
per gelosia decide di spifferare tutto al
capo. Il prezzo del tradimento è altissimo per entrambi. Prima Michael, davanti
al branco, costringe Jimmy a dare una
lezione al suo amante, che per poco non
si rivela letale. E, in seguito, lo stesso
Jimmy finisce in coma in un letto di ospedale dopo essere stato accoltellato da un
giovane gay che aveva precedentemente
aggredito.
rudo, teso e a tratti perfino straziante, Brotherhood – Fratellanza ha spiazzato platea e giuria
del IV Festival Internazionale del Film di
Roma come un autentico pugno nello stomaco, tanto da aggiudicarsi a sorpresa il
Marco Aurelio d’Oro per il Miglior Film. Per
mettere subito le cose in chiaro, diciamo,
però, che il clamore suscitato dal tema
“scottante” messo in scena (l’amore gay
fra due nazi) lascia il tempo che trova. Soprattutto se se si considera che il contesto cameratesco in cui si trovano a operare i due protagonisti (e che è proprio
dell’ideologia di cui sono adepti), ai tempi del Terzo Reich fu teatro di documentate relazioni omosessuali fra soldati ed
ufficiali delle SS.
Ciò detto, la rivelazione di questa piccola pellicola nordica, prodotta, tra l’altro,
da quello stesso Per Holst che in passato
ha realizzato film nientemeno con “maestri” come Lars Von Trier e Bille August,
risiede piuttosto nel suo sconosciuto autore: Nicolo Donato. Il danese, ma di chiare origini italiane, è al suo debutto assoluto in un lungometraggio, dopo aver diretto
alcuni corti interessanti, ma anche spot
C
pubblicitari e video musicali. Scritto dal giovane regista (classe 1974) con piglio deciso e maturo, questa storia fatta di passione, cieca e folle violenza, onore e voglia libertà, ha un sostanziale pregio da
dover rimarcare.
Ha infatti saputo intercettare con mirabile fiuto un fenomeno a rischio di pericolosa espansione un po’ in tutta Europa
come quello dell’omofobia, di cui le cronache quotidiane ci riportano sempre più
frequenti episodi di vergognosa inciviltà.
Ma c’è un altro aspetto che colpisce. Ed
è cioè la modalità con cui Donato sceglie
di rivolgersi al pubblico (sempre in cerca
di emozioni pruriginose...): senza patetismi o melensaggini inutili, si limita con
estrema discrezione a fotografare l’inaspettabile nascere di una pulsione tanto
prorompente da non poter essere nascosta. Ma che, anzi, viene vissuta con coraggio e determinazione dall’impavido
Lars.
Quell’attrazione, scoperta quasi per
caso tra le squallide mura di una sperduta baracca di legno non lontana dal
mare, rifugio-prigione di un sentimento
proibito, si rivelerà invece (quasi) fatale
per l’altro amante, il più debole fra i due.
La punizione inflittagli da una delle sue
vittime, nello scioccante epilogo, a qualcuno potrebbe sembrare un tragico
quanto beffardo scherzo della sorte. In
realtà, dimostra che vige sempre “la legge del più forte”. Secondo questa regola
di vita, è infatti Jimmy a dover essere
“sacrificato”. Mentre il suo compagno,
che non a caso era stato nominato come
“l’eletto” (cioè il più idoneo caratterialmente a portare avanti la causa neo-nazista), sopravvive al durissimo scontro
fisico “fratricida”.
Il successo di questa opera prima, oltre a essere dovuto alla sensibilità di sguardo dimostrata dall’esordiente regista e, allo
stesso tempo, all’asprezza realistica delle
immagini, deriva soprattutto dal notevole
sforzo di recitazione degli interpreti. I nomi
di Thure Lindhardt, David Dencik, oppure
di Nicolas Bro o ancora di Morten Nikolaj
Rasmus Holst forse non dicono niente ai
più, eppure sono quelli di giovani promesse del cinema scandinavo e tutte quante
provenienti da importanti esperienze teatrali. Sarà anche per questo se l’ambientazione spesso claustrofobica di alcune
sequenze (per lo più girate in interni) e i
contenuti movimenti di macchina danno
allo spettatore di Brotherhood la sensazione di assistere a un vero e proprio dramma da camera.
Diego Mondella
18
Film
Tutti i film della stagione
RACCONTI INCANTATI
(Bedtime Stories)
Stati Uniti, 2008
Regia: Adam Shankman
Produzione: Jack Giarraputo, Andrew Gunn, Adam Sandler
per Gunn Films/ Happy Madison Productions/ Offspring
Entertainment/ Walt Disney Pictures
Distribuzione: Walt Disney Studios Motion Pictures
Prima: (Roma 27-3-2009; Milano 27-3-2009)
Soggetto e sceneggiatura: Matt Lopez, Tim Herlihy
Direttore della fotografia: Michael Barrett
Montaggio: Michael Tronick, Tom Costain
Musiche: Rupert Gregson-Williams
Scenografia: Linda DeScenna
Costumi: Rita Ryack
Produttori esecutivi: Jennifer Gibgot, Garrett Grant, Ann
Marie Sanderlin, Adam Shankman
Produttori associati: Jimmy Badstibner, Daniel Silverberg
Co-produttore: Kevin Grady
Line producer: Brieann Rich
Direttore di produzione: Garrett Grant
Casting: Roger Mussenden
Aiuti regista: Conte Matal, Daniel Silverberg
Operatori: Frank Buono, David E. Diano, Michael FitzMaurice,
Horace Jordan, David Luckenbach, Brian S. Osmond, David
Richert
Operatore Steadicam: Lawrence Karman
Art director: Christopher Burian-Mohr
Arredamento: Nancy Gilmore
Effetti speciali trucco: Steve Prouty, Roxy D’Alonzo
Trucco: Shutchai Tym Buacharern, Corrina Duran, Bonni
Flowers, Kathleen Freeman, Laura Hill, Loretta James-Demasi,
Katherine James, Tracy Manzo, Elisa Marsh, Bill Myer, Ann
Pala, Thea Samuels, Tatiana Thorpe, Alexis Walker, Raqueli
Dahan
Acconciature: Richard De Alba, Robert Hallowell II, Jacklin
Masteran, Lori McCoy-Bell, Rhonda O’Neal, Thomas Real,
Kim Santantonio, Brad Scott, Tina Sims, Nancy Tong
Supervisore effetti speciali: Casey Allen (Lola VFX)
Coordinatore effetti speciali: Scott R. Fisher
keeter Bronson lavora come tuttofare nell’ elegantissimo Sunny
Vista Nottingham Hotel di Los
Angeles, che era solo Sunny Vista , e molto più familiare, quando lui e sua sorella
Wendy erano bambini e il proprietario era
loro padre, ottimo genitore e ottimo albergatore ma pessimo affarista, tanto che dovette vendere a Barry Nottingham, il quale promise di dare la direzione a Skeeter
maggiorenne. E invece egli è ancora operaio e trattato con alterigia dalla responsabile della reception e da Morgan Kendall, braccio destro del proprietario e fidanzato con Violet, figlia di lui. In un grande ricevimento, Nottingham annuncia che
vuole chiudere questo albergo, anche se è
il più amato dei suoi 23, per aprirne uno
grandioso, che sarà diretto da Kendall (anche se Skeeter potrà continuarvi il suo lavoro). Wendy è preside di una scuola ele-
S
Supervisori effetti visivi: Thomas Schelesny (Tippett Studio), Simon Maddison (Fuel VFX), Chris Wells, Erik Liles
(Hydraulx), Matt Johnson (Cinesite), Anthony ‘Max’ Ivins (Look
Effects), Jonathan Harb (Whiskytree), John Andrew Berton Jr.
Coordinatori effetti visivi: Andy Simonson (Look Effects),
John Polyson (Hydraulx), Claudia Lecaros (Fuel VFX), Scott
M. Adams (Tippett Studio), Lee Chidwick Clare, Johanna
Downie, Jan Meade (Cinesite), Jean Huang, Jen Underdahl,
Kyle Ware
Supervisore effetti digitali: Nicholas Cerniglia
(RotoFactory)
Supervisori costumi: Nanrose Buchman, Jennifer Lax
Supervisori musiche: Brooks Arthur, Michael Dilbeck
Supervisore animazione: Pimentel A. Raphael
Animazione personaggi: Kate Attwooll, Keith Wilson,
Leonardo Martinez, Billy-Vu Lam, Josh Kent, Marco Capparelli
(Hydraulx), Long-Hai Pham, Paul Lee, Rachel Ward, Peter
Clayton, Graham Curtis, Kate Knott (Cinesite)
Animazione: Hans Brekke, Robert Alves, Austin Eddy, Tom
Gibbons (Tippett Studio), Joseph Kim
Interpreti: Adam Sandler (Skeeter Bronson), Keri Russell (Jill),
Guy Pearce (Kendall), Russell Brand (Mickey), Richard Griffiths
(Barry Nottingham), Teresa Palmer (Violet Nottingham), Lucy
Lawless (Aspen), Courtney Box (Wendy), Jonathan Morgan
(Patrick), Laura Ann Kesling (Bobbi), Jonathan Pryce (Marty
Bronson), Nick Swardson (ingegnere), Kathryn Joosten (signora Dixon), Allen Covert (tipo con la ferrari), Carmen Electra
(ragazza attraente), Tim Herlihy (Barry Nottingham giovane),
Thomas Hoffman (Skeeter giovane), Abigail Droeger (Wendy
giovane), Melany Mitchell (signora Dixon giovane), Andrew
Collins (signor Dixon giovane), Aisha Tyler (Donna Hynde),
Blake Clark, Bill Romanowski (ciclisti), Paul Dooley (venditore
di Hot Dog), Johntae Lipscomb (bambino alla festa di compleanno), Julia Lea Wolov, Dana Goodman, Sarah Buxton,
Catherine Kwong, Lindsey Alley
Durata: 100’
Metri: 2750
mentare che deve chiudere, quindi lascia
la città per una settimana, per andare in
cerca di lavoro e, dato che è divorziata,
affida i suoi bambini Patrick e Bobby (è
una bimba) all’amica Jill, che se ne occuperà di giorno, perché di sera lei frequenta una scuola serale; e a Skeeter, per la
notte.
I primi approcci di Skeeter con i nipoti
non sono facili, anche perché essi sono
abituati a una madre apprensiva e igienista; riescono quasi meglio gli approcci con
Pallocchio, un porcellino d’ India. Al momento del racconto serale, Skeeter narra
che in un grande castello il figlio del precedente proprietario è maltrattato a favore di un altro cavaliere senza merito che
sta anche per sposare la figlia del castellano; i bambini creano un lieto fine che
capovolge la situazione e in una grande
festa fanno piovere palline di gomma da
19
masticare sulla gente. Il giorno dopo, sul
furgone di Skeeter fermo in strada piovono palline di gomma da masticare dal rimorchio di un TIR nella strada sopraelevata. Poiché Nottingham scopre che l’idea
di Kendall, accogliere gli ospiti con la
musica dal vivo alla reception, non è nuova, egli decide che entrambi pensino qualche trovata e gliela propongano fra pochi
giorni, per il suo compleanno: chi vince,
sarà il direttore. A sera, nuova storia: nel
Far West, un colono, con il suo cavallo
rosso, Ferrari, sgomina un gruppo di bravacci che vogliono derubare una giovane
ricca signora, la quale lo ringrazia con un
bacio. Il giorno dopo, Skeeter salva Violet
da una folla di paparazzi. Per la sera seguente, ecco Skitacus, che ottiene una vittoria spettacolare nella corsa delle bighe,
guadagna l’interesse della figlia dell’imperatore e la porta a passeggiare sulla
Film
spiaggia. Il giorno dopo, Skeeter è sulla
spiaggia e incontra inaspettatamente Jill.
Infine, la sera prima del confronto finale,
lui e i bimbi creano una storia spaziale,
dove il solito cavaliere bistrattato ha la sua
rivincita. E così, il giorno dopo, è l’idea di
Skeeter, che l’albergo offra agli ospiti situazioni non quotidiane, a vincere. Però,
l’idea della nuova sede, che deve essere
dove ora è la scuola di Wendy, rimane;
mentre Kendall sta per far partire la demolizione e Wendy, con i bambini e i loro
genitori organizza una protesta lì davanti, Nottingham va nell’ufficio della responsabile del dipartimento territoriale, per
ottenere la firma finale e non la ottiene;
vi trova Skeeter, che ha convinto questa
donna, sua vecchia compagna di scuola,
a dargli piuttosto un tratto di costa. Con
una folle corsa in moto, Skeeter e Jill vanno a fermare Kendall e tutto si risolve:
l’impero alberghiero passa a Violet, che
sposa non Kendall ma Mickey, simpatico
cameriere amico di Skeeter; Kendall diventa cameriere nell’albergo ora di Skeeter, il quale si accorge che la donna per lui
non è Violet, protagonista di tutte le sue
storie, ma Jill.
Tutti i film della stagione
keeter ricorda, a un certo punto
del film, le parole del padre: “La
tua capacità di divertirti dipende
solo dalla tua fantasia”: e questo uomobambino ha ancora questa dote.
La decisione interessante a livello di
sceneggiatura è stato alternare le “storie
della buona notte” a momenti della realtà
quotidiana, dai quali vengono tratti gli interpreti dei personaggi e sui quali rifluiscono momenti delle “storie”, creando situazioni anche divertenti.
Il protagonista non è uno sbandato
sognatore e ricorda ai bambini che “nella
realtà non sempre c’è un lieto fine” e tanto
più apprezziamo il suo lasciarsi coinvolgere nell’inventare storie; apprezziamo che,
ancora una volta, lo “stile Disney” renda i
bambini protagonisti non tanto delle singole storie, quanto del loro costruirle (Skeeter ammette che “le hanno intventate loro,
le parti migliori”). È del tutto non originale
ma molto ben usato il fatto che, nelle storie inventate, il protagonista faccia il madornale errore di fare interpretare la “dama”
da Violet: è molto delicato l’istante in cui,
in riva al mare, d’un tratto egli guarda bene
in viso Jill e si accorge della verità: “Sei tu,
S
sei la fanciulla più fatale del reame...”. Jill
e Skeeter si conoscono solo all’inizio della storia e così il film mostra anche il nascere di un amore spontaneo e inaspettato, con vari, piccoli e delicati “segnali”.
Istanti come questo ci convincono a
gradire questa operazione narrativa, che
è anche ben dosata tra momenti Allegri,
momenti avventurosi e momenti teneri.
Scene d’azione ben costruite, anche se nel
ritmo molto “accelerato” che ormai si ha in
qualunque produzione che ne contenga
anche solo poche; una colonna sonora che
sostiene il 90% del film in modo equilibrato. Un animaletto realizzato secondo le più
moderne tecniche di animazione non poteva certo mancare, per commentare con
le sue espressioni simpaticissime i diversi
sentimenti che si creano tra i personaggi:
anche questo fa esattamente parte della
“misura Disney”. Un film che ci ricordasse
come è giusto non che i bambini vengano
privati del tutto della tv, come fa Wendy con
i suoi figli, ma che abbiano le “storie della
buonanotte”, create in base agli spunti
della loro fantasia.
Danila Petacco
SEX AND CITY 2
(Sex and the City 2)
Stati Uniti, 2010
Supervisore art director: Marco Trentini
Art director: Miguel López-Castillo
Arredamento: Lydia Marks, Lee Sandales
Trucco: Judy Chin, Nicki Ledermann, Kyra Panchenko, Kerrie
R. Plant, Björn Rehbein, Nuria Sitja
Acconciature: Frank Barbosa, Christine Fennell, Donna Marie
Fischetto,Mandy Lyons, Silvie Salle, Ryan Trygstad
Supervisore effetti speciali: Fred Buchholz,
Coordinatore effetti speciali: Andy Williams
Supervisore effetti visivi: Dick Edwards (Invisible Effects)
Supervisore musiche: Julia Michels
Interpreti: Sarah Jessica Parker (Carrie Preston), Kristin
Davis ( Charlotte Goldenblatt ), Cynthia Nixon ( Miranda
Hobbes), Kim Cattrall (Samantha Jones), David Eigenberg
(Steve Brady), Evan Handler (Harry Goldenblatt), Jason Lewis
(Jerry ‘Smith’ Jerrod), Willie Garson (Standford Blatch), Mario Cantone (Anthony Marantino), Alexandra Fong, Parker
Fong (Lily York Goldenblatt), Liza Minelli (Se stessa), Max
Ryan (Rikard), Lynn Cohen (Magda), Alice Eve (Erin), Noah
Mills (Nicky), Omid Djalili (signor Safir) Billy Stritch (leader
della Band), Art Malik (Shiekh Khalid), Raza Jaffrey (Butler
Guarau), John Corbett (Aidan Shaw), Chris Noth (Big), David
Alan Basche (David), Viola Harris (Gloria Blatch), Gerry Vichi
(Leo Blatch ), Kamilah Marshall, Shayna Steele, Jordan
Ballard (cantanti), Norm Lewis (Reginald), Manuel Herrera
(Sergio)
Durata: 146’
Metri: 4000
Regia: Michael Patrick King
Produzione: Michael Patrick King, John P. Melfi, Sarah Jessica
Parker, Darren Star per New Line Cinema/ Home Box Office
(HBO)/ HBO Films/ Village Roadshow Pictures
Distribuzione: Warner Bros. Pictures
Prima: (Roma 28-5-2010; Milano 28-5-2010)
Soggetto: personaggi tratti dalla serie tv omonima di Darren
Star
Sceneggiatura: Michael Patrick King
Direttore della fotografia: John Thomas (II)
Montaggio: Michael Berenbaum
Musiche: Aaron Zigman
Scenografia: Jeremy Conway
Costumi: Patricia Field, Paolo Nieddu, Jacqueline Oknaian,
Jessica Replansky, Molly Rogers, Danny Santiago
Produttori esecutivi: Richard Brener, Toby Emmerich,
Marcus Viscidi
Produttori associati: Tiffany Hayzlett Parker, Melinda Relyea
Co-produttore: Eric M. Cyphers
Line producer: Zakaria Alaoui
Direttori di produzione: Kathy Ciric, Nigel Marchant
Casting: Bernard Telsey
Aiuti regista: Mohamed Essaghir Aabach, Tarik Ait Ben Ali,
Yann Mari Faget, Andrew Fiero, Bettiann Fishman, Ahmed
Hatimi, Amine Louadni, Michael McCue, Mohammed Hamza
Regragui, Mike Topoozian, Khalil Zghayou
Operatori: Thomas Lappin, Phil Oetiker, Kyle Rudolph
Operatore Steadicam: Kyle Rudolph
20
Film
arrie, dopo soli due anni di matrimonio, è stanca della monotonia
della vita coniugale. Suo marito Big,
un tempo festaiolo, ora predilige il divano
ai party esclusivi, rendendola insofferente.
Charlotte ha finalmente coronato il sogno di avere dei figli, ma inaspettatamente il
ruolo di madre si rivela più arduo e stressante di quanto immaginava. Le cose non
vanno meglio a Miranda, continuamente azzittita dal suo capo solo perché è una donna,
e a Samantha distrutta dalla menopausa.
L’occasione per una breve fuga dai problemi quotidiani arriva con un viaggio. Samantha, infatti, ha accettato l’invito di uno
sceicco di visionare un albergo a Abu Dhabi
per promuoverlo negli Stati Uniti, facendosi
accompagnare dalle inseparabili amiche.
Le quattro ragazze arrivate a destinazione rimangono sbalordite dal lusso con cui
vengono accolte. Ogni eccesso è consentito
e tutto sembra loro un sogno, fino a quando
non si accorgono che le donne girano in niqab e hanno scarsa libertà. Ovviamente cercano di adeguarsi ai costumi locali dando
meno scandalo possibile, ma allo stesso tempo, godendosi le bellezze locali.
Proprio durante una visita a un famoso mercato, Carrie rincontra Ayden, un suo
vecchio fidanzato. La sorpresa è tale che i
due decidono di andare a cena insieme. La
serata scorre leggera, e fra chiacchiere e
risate, scappa un bacio. Carrie si sente profondamente in colpa nei confronti di Big e
lo chiama per confessargli tutto. Il marito,
profondamente deluso, reagisce chiudendogli il telefono in faccia.
Samantha, intanto, conosce un architetto europeo e inizia ad amoreggiare con lui in
pubblico. In pochissimi minuti viene arrestata
C
Tutti i film della stagione
e portata alla centrale di polizia locale. Dopo
una ramanzina e grazie all’intercessione del
proprietario dell’albergo viene rilasciata.
Lo sceicco ospitante venuto a conoscenza dell’accaduto fa gentilmente sapere alle
ragazze che non sono più le benvenute e che
non pagherà più nulla per il loro soggiorno.
Le quattro amiche, visti anche i prezzi proibitivi, sono costrette a tornare a New York.
Carrie rientrata a casa affronta Big che
inaspettatamente non solo la perdona, ma
le regala un rarissimo diamante nero in
pegno d’amore. Charlotte ritorna dalle sue
bambine e decide di vivere con meno angoscia il suo ruolo di madre non-perfetta. Miranda si licenzia dal lavoro e ne trova subito uno dove il suo contributo viene apprezzato e Samantha rincontra l’architetto conosciuto a Dubai e passa una notte di follia
senza venir arrestata, questa volta.
ex & The City 2 ovvero, Hai voluto la bicicletta e ora pedali. La
bicicletta in questione è Big, il
“cialtrone sentimentale” per cui Carrie, la
protagonista, si è consumata, umiliata fino
all’inverosimile, per sei lunghe stagioni televisive e ben 140 minuti sul grande schermo, nel primo sequel cinematografico della fortunata serie.
Ed ora? Ovviamente, come da copione, la vita matrimoniale tanto agognata le
va stretta. Manca lo “scintillio”, ammette candidamente, che, tradotto, significa l’incertezza di perdere l’oggetto del desiderio o, volendo essere cattivi, la voluptas dolendi.
Roba da far andare in un brodo di giuggiole i misogini. Sì, perché il povero marito,
oltremodo affettuoso, ha il pessimo difetto di
volersi mettere in ciabatte quando torna a
S
casa, mentre lei lo vorrebbe impeccabile in
completo e scarpe di alta sartoria italiana.
E, cosa ben più deprecabile, le propone di
vedere vecchi classici come Accadde una
notte, invece di folleggiare in party esclusivi.
Gli sceneggiatori e il regista questa
volta hanno esagerato. Sono riusciti a trasformare una serie televisiva intelligente,
arguta e divertente nel tripudio della frivolezza. Una frivolezza, francamente, fastidiosa che fa sembrare le quattro protagoniste delle tardone esaltate.
Poteva risultare interessante la trasferta ad Abu Dhabi e il confronto con il concetto di femminilità locale, invece diventa
un mero pretesto per affermare la litania
“in tutto il mondo le donne sono uguali”.
Questo solo perché sotto il niquab alcune
di esse portano l’ultimo capo di una griffe
parigina. Tutto risolto, il problema non c’è.
La Carrie, a cui il pubblico era abituato,
avrebbe sicuramente protestato o, quantomeno, cercato di capire le motivazioni, le esigenze culturali di una scelta così forte. Invece in Sex & the City 2 preferisce flirtare con
un improbabile ex come una novella Sherazade, mentre le tre amiche fanno incetta di
luoghi comuni sull’oriente e sulle americane
in vacanza. Veramente deprimente. Ma mai
quanto le battute di Samantha, poverina, su
cui il film investe per il lato “comico”.
Non ci sono altre spiegazioni: siamo
riusciti a esportare la cinepanettone factory
( perché, pur con un tocco di glamour, di
questo si tratta) in America. Ne saranno
felici per l’illustre paragone le quattro
“ragazze”newyorkesi, dopotutto è sempre
un prodotto made in Italy.
Francesca Piano
SIMON KONIANSKI
(Simon Konianski)
Francia/Belgio/Canada, 2009
Acconciature: Myriam Peirano Fuentes, Christian Geynst,
Frank Van Wolleghem
Supervisore effetti speciali: Jean-François Bachand
Supervisore musiche: Clement Souchier, Jeanne Trellu
Suono: Claude La Haye
Interpreti: Jonathan Zaccaï (Simon), Nassim Ben Abdeloumen
(Hadrien), Abraham Leber (Maurice), Irène Herz (Mala), Judka
Herpstu (Ernest), Marta Domingo (Corazon), Popeck (Ernest),
Ivan Fox (Jorge), David Bass (Tevie), Lise De Henau (Sonia),
Michel Laubier (Dan Salik), Jean Lescot (Rabbi Berger), Stefan
Liberski (Samy Rebenski), Gustavo Miranda (Karl), Mohamed
Ouachen (signor Timour), Lise Roy (dottoressa Lalonde),
Denyse Schwab (signora Hirschfeld), Stanislaw Kyryllov (musicista ucraino), Nicolas Fellner (poliziotto tedesco)
Durata: 100’
Metri: 2750
Regia: Micha Wald
Produzione: Jacques-Henri Bronckart, Olivier Bronckart per
Versus Production/Haut et Court/Forum Films/ Radio
Télévision Belge Francophone (RTBF)
Distribuzione: Fandango
Prima: (Roma 9-4-2010; Milano 9-4-2010)
Soggetto e sceneggiatura: Micha Wald
Direttore della fotografia: Jean-Paul de Zaetijd
Montaggio: Susana Rossberg
Scenografia: Anna Falguères
Costumi: Nadia Chmilewski
Co-produttori: Simon Arnal, Richard Lalonde, Carole Scotta,
Arlette Zylberberg
Direttori di produzione: Gwennaëlle Libert, Julie Pirard
Aiuti regista: Fabrice Couchard, Laurent Scheid
Trucco: Michelle Van Brussel
21
Film
imon Konianski è un trentacinquenne di famiglia ebraica che
vive nella provincia belga, è disoccupato e ha poca voglia di cercarsi un
lavoro. Dopo essere stato lasciato dalla
moglie, una danzatrice ‘goy’ (cioè non
ebrea) con cui ha un figlio di sei anni, Hadrien, è costretto a chiedere ospitalità a
casa del padre Ernest con cui ha un rapporto conflittuale. L’anziano, ex prigioniero nei campi di concentramento polacchi,
non smette di spronare il figlio a scuotersi
dall’apatia e cercarsi un lavoro, mentre intrattiene il nipotino con i racconti della sua
esperienza di deportato. Il bambino segue
appassionato i racconti del nonno come se
si trattasse di una favola, ma la cosa innervosisce Simon. L’uomo non sopporta le
posizioni intransigenti del padre contro i
palestinesi e ha frequenti scontri con lui,
assumendo comportamenti volutamente
provocatori come la difesa dei diritti dei
palestinesi sulla striscia di Gaza. A movimentare ancora di più il quadro familiare,
c’è lo zio Maurice che ha combattuto nella guerra civile spagnola ed è ossessionato dai nazisti; crede di vedere ovunque spie
della famigerata Stasi. Lo zio ha una moglie, Mala, una donna bizzarra e logorroica. A rendere ancora più nervoso Simon ci
si mette anche la ex moglie, che ha allacciato una relazione con un prestante ballerino di colore. La vita di Simon viene,
però, sconvolta dall’improvvisa morte del
padre che aveva nascosto di essere affetto
da un male incurabile. Il giovane resta di
sasso nell’apprendere che il genitore ha
lasciato disposizioni di essere seppellito nel
suo paese ucraino d’origine accanto al mai
dimenticato primo amore, Sara. Gli zii
sono irremovibili: le ultime volontà di Ernest vanno rispettate. Dopo aver scartato
S
Tutti i film della stagione
l’ipotesi troppo costosa di raggiungere
l’Ucraina in aereo, Simon e gli zii decidono di fare il viaggio in macchina. Caricata
sul suo vecchio fuoristrada la bara, Simon
parte con gli zii e porta con sé Hadrien
senza informare la madre. Durante il viaggio, ne succedono di tutti i colori. Tra una
disavventura e l’altra, Simon e gli zii arrivano a Lublino, in Polonia, dove fanno visita ai vecchi amici di Ernest. Poi si recano in un cimitero e si appropriano di una
lapide di una parente defunta per poterla
riciclare. Intanto la ex moglie di Simon è
su tutte le furie, accusa l’uomo di avere
rapito il figlio e lo minaccia: deve riportalo subito a casa, altrimenti chiamerà la
polizia. Simon ha un duro alterco con la
donna al telefono, poi, in evidente stato di
alterazione, litiga con gli zii finendo per
scaricarli giù dall’auto in mezzo al nulla.
Continuando il viaggio insieme al piccolo
Hadrien, Simon finisce davanti ai cancelli
del campo di concentramento di Majdanek. Incuriosito da quel posto inquietante,
il bambino corre dentro e Simon è costretto a inseguirlo. La visita dei cupi caseggiati con le loro celle e le loro docce provocano un brivido lungo la schiena di Simon che continua a essere inseguito dal
fantasma del padre. Il viaggio riprende.
Dopo aver pagato una tassa d’ingresso
piuttosto salata al confine ucraino, Simon
si mette alla ricerca del paese natale del
padre. Ma una notte, preso da un colpo di
sonno, ha un incidente. Lui e suo figlio sono
salvi ma l’auto è distrutta. Un gruppo di
ebrei ubriachi gli offre un passaggio fino
al paese di Ernest. Simon e Hadrien raggiungono il cimitero caricando la bara su
un calesse. Simon seppellisce Ernest accanto a Sara. Ed ecco apparire di nuovo il
fantasma dal padre, che confessa al figlio
22
che quella donna è sempre stata il suo unico vero grande amore anche dopo le nozze
con sua madre. Al cimitero sopraggiungono gli zii che depositano la lapide. Dall’aeroporto di Leopoli, mentre sta per salire sul volo verso casa, Simon telefona alla
ex moglie e fa la pace con lei, ma, mentre
è in tenera conversazione, la scaletta viene allontanata dall’aereo che si prepara a
decollare.
ome non farsi prendere da un
attacco di irrefrenabile simpatia
per lui, il Simon del titolo. Occhialini spaccati a metà e tenuti insieme da un
cerotto, felpa con stampato a grandi caratteri “Baghdad”, aria stralunata e insieme sveglissima, e poi un diluvio di polemiche. Con
gli ebrei di vecchia generazione, le loro tradizioni e le loro idee, atteggiamenti provocatori, perfino rissosi innanzitutto. E giù a battibecchi: con il padre colpevole di ubriacare il
nipotino con i racconti sui campi di concentramento, con lo zio ossessionato dalla Stasi e ebreo integralista, e perfino con la ex
moglie alla vista del suo nuovo amante, un
ballerino nero dal fisico statuario.
Un umorismo fine ed esilarante. Garbo
e simpatia. Ecco in due parole spiegate le
ragioni del fascino di Simon Konianski-Jonathan Zaccai: eh si, ci sembrava giusto scriverlo così, come se fosse tutta una parola,
perché gran parte del merito va proprio all’attore belga che ha saputo cucirsi addosso
i panni non facili di questo buffo ebreo filopalestinese (ma accanto a lui, nei panni del
padre, è doveroso ricordare il grande attore
comico di origini rumeno-polacche Popeck,
una vera celebrità in Francia).
La comicità yiddish, con tutto il carico
di sapido umorismo e brillante intelligenza che si porta dietro, questa volta fa centro. Un tipo di umorismo inconfondibile, tragicomico, leggero eppure ‘pesante’, cioè
carico del ricco bagaglio della tradizione
ebraica. Quest’anno già coniugato dai
Coen nel loro A Seriuos Man.
Ed ecco il giovane regista Micha Wald
giocare la carta della provocazione, la ribellione verso le tradizioni, i costumi, il credo religioso e politico. La sua fertile vena
umoristica investe con grazia anche il tema
delle piaghe morali (e non) ancora aperte
sulla pelle del popolo ebraico. Ma qui, accuratamente, si evitano i sentimentalismi
‘benignani’. E’ forse il punto più alto del film
la scena della visita al campo di concentramento di Majdanek con il figlioletto che corre
via fino farsi perdere di vista, costringendo
il nostro Simon, sulle prime restio, a entrare e a trovarsi faccia a faccia con il luogo
del dolore assoluto per il popolo ebraico.
Un momento di grande cinema anzi, forse
C
Film
grandissimo. Grazia, levità, capacità di tacere senza abusare delle parole, uno sguardo, una panoramica che vale più di mille
parole in un film che vanta scene dai dialoghi serratissimi. Solo l’apparizione del fantasma del padre e nulla più, solo deserto,
vuoto, silenzi agghiaccianti. Il viaggio di Simon assume dunque diversi aspetti: è istruttivo, catartico, iniziatico. In breve, lo aiuta a
capire, molto di sé e degli altri, soprattutto di
chi gli è (o era) vicino e a guardare con occhi diversi la tradizione familiare. E così ecco
il ripensamento verso i ricordi della Shoah,
cui aveva mostrato insofferenza. E per lui,
nell’attonita atmosfera di memoria, ogni cosa
verrà illuminata (il richiamo alla pellicola di
Tutti i film della stagione
Liev Schreiber è forte, dal tema del viaggio
alla ricerca delle radici familiari culturali e religiose, al doppio registro tragico e comico
della cultura yiddish). Al contatto con la ‘Storia’, Simon precipita in un vero abisso extrastorico, dove è avvolto da sentimenti confusi, un’attrazione e un terrore delle contraddizioni di fondo della sua cultura.
E il suo viaggio verso la sepoltura diventa percorso fortemente simbolico.
Micha Wald, classe 1974, regista belga di origini ebreo-polacche al suo secondo lungometraggio dopo Voleurs de chevaux, firma un road movie con cadavere che
richiama in parte Little Miss Sunshine, in
parte il suo cortometraggio Alice et moi (di
cui riprende le disavventure del protagonista e i suoi rapporti conflittuali con la famiglia e l’ebraismo), il tutto condito da un tipo
di comicità che paga il debito ai già ricordati Coen. Tante le trovate irresistibili, (una
scena su tutte: Simon rincorso attorno alla
tavola dallo zio armato di forchetta e coltello che gli urla “nazista” per aver inneggiato
contro Israele e per aver difeso i diritti dei
palestinesi su Gaza), accompagnate da una
colonna sonora perfetta e briosa.
Un piccolo gioiello che sa brillare di
luce propria.
Una cosa rara di questi tempi.
Elena Bartoni
AMABILI RESTI
(The Lovely Bones)
Stati Uniti/Nuova Zelanda/Gran Bretagna, 2009
Supervisore effetti speciali: Phil McLaren
Coordinatore effetti speciali: Connie Brink
Supervisori effetti visivi: Scott E. Anderson (Weta Digital),
Joe Letteri, Christian Rivers
Coordinatore effetti visivi: David Hampton
Supervisori effetti digitali: Matt Aitken (Weta Digital), R.
Christopher White
Supervisore costumi: Kevin Ritter
Supervisore musiche: Nigel Scott
Supervisore animazione: Paul Story
Animazione: Stephen Painter, Michael Aerni, Daniel Zettl
Interpreti: Saoirse Ronan (Susie Salmon), Mark Wahlberg
( Jack Salmon), Rachel Weisz ( Abigail Salmon ), Susan
Sarandon (nonna Lynn), Stanley Tucci (George Harvey),
Michael Imperioli (Len Fenerman), Rose Mclver (Lindsey
Salmon), Christian Thomas Ashdale (Buckley Salmon), Reece
Ritchie (Ray Singh), Carolyn Dando (Ruth Connors), Nikki
SooHoo (Holly), Andrew James Allen (Samuel Heckler), Jake
Abel (Brian Nelson), Amanda Michalka (Clarissa), Thomas
McCarthy (Caden), Stink Fisher (signor Connors), Elewlyn
Lennon (Susie Salmon a 3 anni), Stefania Owen (Flora
Hernandez), Ashley Brimfield (adolescente nel parcheggio),
John Jezior (signor O’Dwyer), Anna George (signora Singh),
Kirit Kapadia (signor Singh), Richard Lambeth, William
Zielenski, Glen Drake (poliziotti), Dan Kern, Greg Wood (medici dell’ospedale), Freya Milner (Jackie Meyer), Katie Jackson
(Leah Fox), Ruby Hudson (Lana Johnson)
Durata: 139’
Metri: 3800
Regia: Peter Jackson
Produzione: Carolynne Cunningham, Peter Jackson, Aimée
Peyronnet, Fran Walsh per DreamWorks SKG/ Film4/ WingNut
Films/ Key Creatives
Distribuzione: Universal
Prima: (Roma 12-2-2010; Milano 12-2-2010) V.M.: 14
Soggetto: tratto dal romanzo omonimo di Alice Sebold
Sceneggiatura: Peter Jackson, Fran Walsh, Philippa Boyens
Direttore della fotografia: Andrew Lesnie
Montaggio: Jabez Olssen
Musiche: Leo Abrahams, Brian Eno
Scenografia: Naomi Shohan
Costumi: Nancy Steiner
Produttori esecutivi: Ken Kamins, Tessa Ross, Steven
Spielberg, James Wilson
Co-produttori: Marc Ashton, Philippa Boyens
Line producer: Anne Bruning
Direttori di produzione: Anne Bruning, Denise Pinckley
Casting: Scot Boland, Victoria Burrows, Jina Jay, Liz Mullane
Aiuti regista: Stephanie Weststrate, Kathleen E. Kearney
Operatore: Kyle Rudolph
Art directors: Jules Cook, Chris Shriver
Arredatori: George DeTitta Jr., Meg Everist
Trucco: Adrienne Bearden, Rick Findlater, Graham Johnston,
Tina LaSpina, Georgia Lockhart-Adams, Catherine Maguire,
Angela Mooar
Acconciature: Diane Dixon, Rick Findlater, Kay Georgiou,
Michelle Johnson, Graham Johnston, Georgia LockhartAdams, Catherine Maguire, Angela Mooar, Johnny Villanueva
a quattordici anni, Susie Salmon.
È appassionata di fotografia e,
come tutte le ragazzine della sua
età, attende con trepidazione il giorno del
primo bacio. Lo stesso pomeriggio del suo
primo approccio romantico con il coetaneo
Ray Singh, il 6 dicembre 1973, Susie viene
assassinata. Sulla strada di ritorno verso
casa, incontra il signor Harvey, loro vicino,
che la convince a entrare in un piccolo rifugio sotterraneo, costruito sotto i campi: la
H
ragazza viene prima violentata, poi uccisa.
Ma la “vita” di Susie non finisce lì: sospesa
tra cielo e terra, in un mondo cangiante e
popolato alla stessa stregua dalle sue fantasie e incubi, incomincia a osservare il passare dei giorni di chi è rimasto sulla terra, piangendola. Il padre – collezionista di barche in
bottiglia – non si dà pace, e continua imperterrito a sperare che sia ancora viva, da qualche parte, cercando contemporaneamente indizi e prove che lo possano ricondurre al col23
pevole. Così facendo, costringe la moglie ad
allontanarsi, mentre, per dare una mano a
casa con gli altri due figli, arriva la suocera,
attempata e sopra le righe, amante dell’alcol e del fumo. L’esistenza del solitario signor Harvey, invece, prosegue come sempre,
tra la cura delle rose in giardino e la costruzione di casette per bambole, fino a quando
la sorella di Susie non inizia a sospettare di
lui: con uno stratagemma la ragazzina si intrufola nella sua abitazione. Nella stanza da
Film
letto, sotto un listello del parquet, trova un
quaderno pieno di annotazioni e schizzi per
la costruzione del rifugio segreto: l’uomo
però torna a casa e, per un pelo, non riesce a
catturarla. Nel particolarissimo limbo di Susie, intanto, si alternano momenti estremamente luminosi ad altri terribilmente oscuri,
contraddistinti dal continuo fluttuare di alcuni oggetti-simbolo che la tengono ancora
legata alla Terra, come il gazebo dove avrebbe dovuto incontrare Ray, o gigantesche navi
racchiuse in bottiglie come quelle che costruiva con il papà: ma soprattutto, oltre alla
compagna di viaggio della prima ora, finirà
per incontrare tutte le altre giovani vittime
del signor Harvey. Che torneranno “libere”,
e unite, solo dopo la sua morte.
aso editoriale di qualche anno fa,
Amabili resti di Alice Sebold arriva sullo schermo per mano di
Peter Jackson il quale, dopo l’incredibile
successo e i fasti raggiunti grazie alla trilogia del Signore degli Anelli e all’ambizioso King Kong, tenta di ricreare – con
alterne fortune – sia l’universo onirico e
fantasy in cui si ritrova imprigionata la
C
Tutti i film della stagione
giovane protagonista (convincente Saoirse Ronan), sia la conseguente successione di eventi terreni che la sua sparizione comporta. In mezzo, la componente thrilling, affidata soprattutto alla straordinaria metamorfosi di Stanley Tucci –
candidato agli Oscar come miglior attore non protagonista – e alla sequenza
forse più riuscita dell’intero film (l’intrusione nella casa del killer da parte della
sorella di Susie), apoteosi di tensione
raggiunta grazie a un efficace utilizzo del
sonoro e di particolari microcamere, altre volte sfruttate per inquadrare il volto
di Mr. Harvey con inquietanti close-up.
Pur mantenendo inalterata la struttura
della narrazione post mortem che caratterizzava il testo di partenza, affidando
in questo modo a una “visione dall’alto”
la testimonianza di uno sviluppo terreno
che, in più di un’occasione, viene utilizzato “esteticamente” per stemperare gli
eccessi di una messa in scena di sicuro
suggestiva, altre volte al limite del pacchiano e del kitsch, Jackson finisce per
costruire il proprio “iperfilm”, costringendo progressivamente lo spettatore a per-
dersi nelle vastità – coloratissime o di una
cupezza disarmante – abitate dallo spirito di Susie. Anche per questo, forse volutamente per non eccedere nel dolore
e nella disperazione, sentimenti ed emozioni finiscono per cedere il passo a inserti poco riusciti (in primis, la caratterizzazione del personaggio della nonna
interpretata da Susan Sarandon), sovraccaricati in più di un’occasione da un
commento sonoro (curato da Brian Eno)
sempre più ingombrante.
Dimenticato sia dai Golden Globe sia
dagli Academy Awards (l’unica nomination ottenuta, come detto, è quella per
Stanley Tucci), Amabili resti ha incassato
poco più di 40 milioni di dollari negli USA
e 1,5 milioni di euro in due settimane di
programmazione in Italia: considerato
quanto la Paramount puntasse su questo
film (facendo slittare al 2010 l’uscita mondiale di Shutter Island per non avere concorrenti “interni” agli Oscar), è probabile
che qualcuno abbia sbagliato un po’ di
calcoli.
Valerio Sammarco
A-TEAM
(The A-Team)
Stati Uniti, 2010
Supervisore effetti speciali: Mike Vézina
Coordinatore effetti speciali: Cam Waldbauer
Supervisori effetti visivi: Bill Westenhofer (Rhythm & Hues),
Chris Wells (Hydraulx), Erik Nordby (MPC), Allan Magled (Soho
VFX), Gord Dunick, Chris Harvey, Bill Kent, Kelly Port, James
E. Price, Guy Williams,
Coordinatori effetti visivi: Eric A. Kohler (Hydraulx),
Charlyn Go (Rhythm & Hues), Kim Doyle, Denise Gayle,
Stephanie Greenquist, Dana Jurcic, Adam Lagattuta, Nick
Ocean, Abbigail Ponek, Aashima Taneja
Supervisore costumi: Dan Bronson
Interpreti: Liam Neeson (colonello John “Hannibal” Smith),
Bradley Cooper ( tenente Templeton Peck ), Jessica Biel
(Charissa Sosa), Quinton ‘Rampage’ Jackson (Sergente Bosco ‘P.E.’ Baracus), Sharlto Copley (Murdock), Patrick Wilson
(Lynch), Gerald McRaney (generale Russell Morrison), Henry
Czerny (McCready), Yul Vazquez (generale Javier Tuco), Brian
Bloom ( Pike ), Maury Sterling ( Gammons ), Terry Chen
(Ravech), Omari Hardwickl (Chopshop Jay), David Hugghins
(Oskar Shunt), Jacob Blair (agente Blair), Rad Daly (agente
Daly), Kyle Riefsnyder (agente Kyle), Andrew Coghlan (guardia), James O’Sullivan (corriere), C. Ernst Harth (guardia del
crematorio), Stefan Arngrim (Howard), William ‘Big Sleeps’
Stewart, Marc-Anthony Massiah (detenuti), Kwesi Ameyaw,
Rob Conway (agenti alla dogana), Gardiner Millar (guardiano
della prigione), Anita Brown (guardia attraente), Alex Madison
(moglie del generale Tuco ), Benny Hernandez ( rapitore
messicano), Christian Tessier
Durata: 121’
Metri: 3300
Regia: Joe Carnahan
Produzione: Stephen J. Cannell, Jules Daly, Tony Scott, Spike
Seldin, Iain Smith, Alex Young per Twentieth Century Fox Film
Corporation/ Stephen J. Cannell Productions/ Top Cow
Productions/ Scott Free Productions; in associazione con Dune
Enter tainment/ Ingenious Film Partners/ Big Screen
Productions/ Phoenix Film Partners
Distribuzione: 20th Century Fox
Prima: (Roma 18-6-2010; Milano 18-6-2010)
Soggetto: personaggi tratti dall’omonima serie TV creati da
Frank Lupo e Stephen J. Cannell
Sceneggiatura: Joe Carnahan, Brian Bloom, Skip Woods
Direttore della fotografia: Mauro Fiore
Montaggio: Roger Barton, Jim May
Musiche: Alan Silvestri
Scenografia: Charles Wood II
Costumi: Betsy Heimann
Produttori esecutivi: Ross Fanger, Ridley Scott, Marc
Silvestri
Produttore associato: Lee Cleary
Direttori di produzione: Stewart Bethune, Ross Fanger
Aiuti regista: David Arnold, Chad Belair, Ashley Bell, Jim
Bredner, Mark Bunting, Lee Cleary, chris Lamb, Phil Neilson,
Michael Pohorly, Ian Robinson, Megan M. Shank
Operatori: Klemens Becker, David Crone
Supervisione art director: Helen Jarvis
Art directors: Michael Diner, Dan Hermansen
Arredatore: Elizabeth Wilcox
Trucco: Noriko Watanabe
Acconciature: Lori McCoy-Bell, Adina Shore, Noriko Watanabe
24
Film
n un luogo non ben precisato del
Messico, un uomo rischia di essere sbranato da una muta di cani
affamati. A chilometri di distanza, un giovane attraente in punto di morte sbeffeggia il suo nemico. Il destino di questi due
esseri umani sta per incrociarsi. Infatti, il
primo riesce a non essere azzannato dalle
belve e si precipita immediatamente in soccorso del secondo. Durante una corsa folle lungo il deserto, il fuggitivo s’imbatte in
un gigante di colore e nel suo furgone metallizzato. Segue un breve dialogo, in cui i
due uomini scoprono di appartenere allo
stesso battaglione delle forze armate. La
notizia sprona l’omaccione ad aiutare lo
straniero e il suo amico in pericolo. Grazie agli sforzi congiunti dei due militari, il
bel giovane evita così di essere bruciato
sul rogo. Ma, gli avversari sono alle calcagne del trio e non danno alcun segno di
cedere, anzi. A questo punto, entra in scena un quarto personaggio dall’aria a dir
poco stralunata: un ufficiale in congedo,
oltre che un grande pilota di aerei. È merito suo se i combattenti portano fino in
fondo la loro missione, senza rimetterci la
pelle. Da quel giorno memorabile, sono
trascorsi circa otto anni e ottanta incarichi strettamente top-secret. Pertanto, quello che a prima vista poteva sembrare un
gruppo mal assortito si è invece cementato alla grande e i nomi dei suoi membri
sono diventati illustri. A capo di quest’unità
speciale, denominata “A-Team”, vi è il colonnello John “Hannibal” Smith, esperto
stratega di piani ben congegnati fin nei
minimi particolari. Hannibal è direttamente spalleggiato dal tenente Templeton “Faceman” Peck, dal capitano “Howling
Mad” Murdock e, per ultimo, dal sergente
Bosco “P.E.” Baracus. Per quello che dovrebbe essere il loro ottantunesimo incarico, vengono assoldati direttamente dalla
CIA, attraverso l’agente segreto nome in
codice Lynch. Si tratta di un compito di
altissima responsabilità, quale quello di
recuperare delle matrici in grado di far
stampare milioni e milioni di dollari americani. Sullo sfondo, il ritiro delle truppe
statunitensi dal Medio Oriente. L’A-Team
accetta su due piedi una funzione tanto importante, sebbene resti da convincere il
generale Morrison che vorrebbe affidare
la missione a Pike e alla sua “Black Forrest”. Hannibal, tuttavia, riesce, alla fine,
a spuntarla sul vecchio generale Morrison,
suo compagno di lunga data. L’unico a
remare contro l’A-Team rimane il capitano Clarissa Sosa, che Faceman conosce
molto bene, essendo stato legato a lei per
un biennio. In fin dei conti, però, la donna
non è assolutamente un problema per la
I
Tutti i film della stagione
riuscita dell’operazione, la quale si risolve con una netta vittoria a vantaggio del
quartetto. Eppure, proprio durante i festeggiamenti, la Black Forrest irrompe violentemente nella gloria dell’A-Team rubando
le matrici e cagionando la morte del generale Morrison. Hannibal, Faceman, Murdock e P.E. Baracus vengono arrestati, in
quanto giudicati colpevoli di associazione
a delinquere insieme agli uomini di Pike e
ognuno di loro è spedito in una prigione
federale di massima sicurezza. Ma, la leggenda dell’A-Team non è ancora destinata a cadere nel più completo oblio. Ecco
rispuntare l’agente Lynch, che aiuta il colonnello John Smith a evadere dal bagno
penale; a sua volta, Hannibal escogita un
disegno di fuga per gli altri militi alle sue
dipendenze. Il patto stretto con la CIA prevede che, se l’A-Team riuscirà a riafferrare le matrici sottratte con l’inganno da
Pike, tutti i membri di quella forza speciale avranno di nuovo la fedina penale linda
e pinta. In seguito a un’accurata indagine, Pike viene scovato nella capitale dello
stato tedesco in compagnia di un emiro
arabo, con quale sta per concludere la vendita delle matrici. Per l’A-Team recuperare il maltolto si rivela un gioco da ragazzi
con qualche conseguenza. Hannibal e i
suoi ragazzi rimangono a bocca aperta allorché scoprono la vera identità dell’affarista orientale: l’emiro non è altri che il
generale Morrison, fintosi morto pur di
lucrare su quelle lastre talmente appetitose. In realtà, l’ufficiale superiore avrebbe
dovuto spartirsi la torta anche con Pike e
Lynch, in seguito estromesso dall’affare e
per questo motivo desideroso di pareggiare finalmente i conti. Non appena l’incaricato della CIA viene a sapere che Morrison è in mano all’A-Team, invia un aereo
da caccia a fare terra bruciata. Fortunatamente, i nostri eroi rimangono incolumi
dopo quella scorreria alle loro spalle, mentre l’unico a soccombere è il generale. Il
passo successivo dell’A-Team consiste nel
mettere i bastoni fra le ruote all’ex capo
della Black Forrest e nello sbugiardare
Lynch di fronte all’opinione pubblica. Affinché ciò avvenga, Hannibal, Faceman,
Murdock e P.E. necessitano dell’aiuto
esterno di Clarissa Sosa, ora degradata a
semplice tenente. Diversamente dal solito,
questa volta tocca a Peck architettare uno
schema senza precedenti a bordo di un
mercantile. Il piano dell’ufficiale gentiluomo si articola in tre fasi: distrarre l’avversario, portarlo allo scoperto e colpirlo proprio dove è più vulnerabile. Pike muore per
mano di P. E e Lynch viene bloccato e trattenuto dall’esercito: sarà la CIA a decidere come disporre di lui in futuro. Intanto
25
l’A-Team si accorge con inquietudine che
le cose non vanno esattamente come dovrebbero andare, dal momento che tutti i
membri sono incriminati per il reato di
evasione dal carcere. Un attimo prima di
salire sul blindato che li dovrebbe condurre di nuovo in gattabuia, Clarissa bacia
appassionatamente il suo ex amante e, senza dare nell’occhio, gli consegna un piccolo passpartout. Basta gingillarsi un po’
con quell’arnese e i ragazzi riescono a
sganciarsi le manette e a squagliarsela.
Dichiarato fuorilegge, l’A-Team deciderà
con cognizione di causa di schierarsi a favore di chiunque al mondo abbia bisogno
di assistenza e protezione.
cinefili risponderanno a The ATeam con violento disgusto, mentre gli accaniti fan della serie televisiva avranno due opzioni morali: stracciarsi le vesta e gridare alla profanazione, oppure accogliere con benevolenza l’adattamento cinematografico. Bisogna premettere che, al vecchio pregiudizio del rispetto
per la lettera, gli sceneggiatori Skip Woods, Joe Carnahan e Brian Bloom hanno
sostituito l’idea contraria del rispetto totale
nei confronti dello spirito dell’opera. Quindi, a dispetto delle critiche mosse dagli
estremisti, la pellicola di Carnahan è abbastanza fedele all’universo di A-Team, riprendendo il tono tra l’avventuroso e l’ironico tipico del telefilm. La lunga requisitoria contro alcune sequenze sfacciatamente violente cade rapidamente nel vuoto, altrimenti
ciò vorrebbe dire concentrarsi su pressoché il 99% della massa della produzione
commerciale hollywoodiana. E di sesso - a
essere sinceri - non se ne vede mai molto,
sebbene vi sia un’attrice come Jessica Biel,
inserita nella classifica delle donne più belle dell’intero pianeta. Si sa poi quanto l’atto
del disapprovare sia da sempre una mossa poco opportuna per far fuggire gli spettatori dal cinema. Nell’insieme, comunque,
A-Team riesce con pochi sforzi a “infinocchiare” sia il grosso pubblico sia la critica,
lasciando entrambe le schiere (estremamente lontane le une dalle altre) abbastanza soddisfatte. La regressione che colpisce
di fronte a queste immagini sensazionali e
al contempo prive di sottigliezze meriterebbe il nome di “alibi”, ma in fondo è l’esatta
verità. Non lo si può affatto negare.
Una riflessione ad ampio raggio potrebbe portare alla conclusione che la crisi del cinema è anche e soprattutto una
crisi di coraggio. Sarebbe utile domandarsi dove mai sia finita la “virilità” della settima arte, se i produttori non fanno altro che
scovare in soffitta qualche vecchia gloria
da rispolverare e immettere sul mercato?
I
Film
Questa volta si è trattato – senza alcun
imbarazzo – di ripescare nei palinsesti della tv analogica dei mitici anni ’80. Ma, il
fenomeno non sembra cessare, visto che
gli studios si accingono a realizzare in
Tutti i film della stagione
grande quantità i remake di alcuni classici
dell’horror. Un esempio: Predators di Nimród Antal, con tanto di guest star del calibro di Adrien Brody. Scommettere sui ricordi nostalgici del pubblico equivale a vin-
cere facile, anche perché non c’è neanche la necessità di concepire una strategia promozionale chissà quanto efficace.
Maria Cristina Caponi
NEL PAESE DELLE CREATURE SELVAGGIE
(Where the Wild Things Are)
Stati Uniti/Germania, 2009
Supervisori effetti visivi: John Dietz (Rising Sun Pictures),
Robert Duncan, Ben Gibbs, Daniel Jeannette, Marc Kolbe,
Chris Watts, Timothy Webber (Framestore), Peter Webb (Iloura)
Coordinatori effetti visivi: Eoin Hegan, Jon Keene
(Framestore), Brent Armfield, Daniel Booty, Michael Currell,
Cara Tallulha Davies, Lucinda Glenn, Richard Thwaites, Tom
Wild, Eric Withee
Supervisore costumi: Sarah Jameson
Supervisore musiche: Ren Klyce
Supervisore animazione: Mike Eames
Animazione personaggi: Arslan Elver, James Farrington
(Framestore), Laurent Laban
Animazione: Sarath Madhavan, Nick Tripodi (Iloura), Andrew
Myles Thompson, Samy Fecih, Brad Silby (Framestore), Eric
Bates (Rising Sun Pictures), Nicolas Seck, Adam Trowse,
Rosie Ashforth, Terence Bannon, David Beer, Dan Blacker,
Ferran Casas, Andrea Castagnoli, Simon Clarke, Mike Ford,
Stuart M. Ellis, Aldo Gagliardi, Daniel Gerhardt, Jordi Girones,
Tim Kings-Lynne, Lina Kouznetsova, Laurent Laban, Jeremy
Lazare, Michael Loek, Ambre Maurin, Mariano Mendiburu,
Andres Puente, In-Ah Roediger, Liam Russell, Allison Rutland,
Alfonso Sicilia, Ricardo Silva, Elwaleed Suliman, Jonathan
Symmonds, Arda Uysal, Jardel Yvon
Interpreti: Max Records (Max), Pepita Emmerichs (Claire),
Max Pfeifer, Madeleine Greaves, Joshua Jay, Ryan Corr (amici di Claire), Catherine Keener (Connie, madre di Max), Steve
Mouzakis (insegnante), Mark Ruffalo (RobVoci: James
Gandolfini (Carol), Paul Dano (Alexander), Catherine O’Hara
(Judith), Forest Whitaker (Ira), Michael Berry jr. (il toro), Chris
Cooper (Douglas), Lauren Ambrose (KW), Spike Jonze (Bob/
Terry)
Durata: 99’
Metri: 2760
Regia: Spike Jonze
Produzione: John B. Carls, Gary Goetzman, Tom Hanks,
Vincent Landay, Maurice Sendak per Warner Bros. Pictures/
Legendary Pictures/ Village Roadshow Pictures/ KLG Film
Invest/ Playtone/ Wild Things Productions
Distribuzione: Warner Bros. Pictures
Prima: (Roma 30-10-2009; Milano 30-10-2009)
Soggetto: tratto dal libro per ragazzi Nel paese dei mostri selvaggi di Maurice Sendak
Sceneggiatura: Spike Jonze, Dave Eggers
Direttore della fotografia: Lance Acord
Montaggio: Eric Zumbrunnen, James Haygood
Musiche: Carter Burwell, Karen O.
Scenografia: K.K. Barrett
Costumi: Casey Storm
Produttori esecutivi: Bruce Berman, Jon Jashni, Thomas Tull
Produttore associato:Natalie Farrey, Catherine Keener, Scott
Mednick, Emma Wilcockson
Direttore di produzione: Catherine Bishop
Casting: Justine Baddeley, Kim Davis
Aiuti regista: Debbie Antoniou, Miranda Colman, John
Mahaffie, Thomas Patrick Smith, Joshua Watkins
Operatori: Chris Blauvelt, Chris Child, Mark Goellnicht, Simon
Harding, Andrew Jerram, Juan Gabriel Perez Arjona
Operatori steadicam: Mark Goellnicht, Simon Harding,
Jacques Jouffret
Supervisione art director: Jeffrey Thorp, William Hawkins,
Christopher Tandon, Lucinda Thomson
Art directors: Sonny Gerasimowicz,
Arredamento: Simon McCutcheon
Effetti speciali trucco: Kellie Griffin
Supervisore effetti speciali: Peter Stubbs
Coordinatore effetti speciali: Laia Alomar
l piccolo Max, solo e pieno di immaginazione, vive con la sorella più
grande Claire e la madre Connie,
sempre alla ricerca dell’uomo giusto. Una
sera, Max si traveste da lupo e comincia a
comportarsi da animaletto per attirare l’attenzione della madre, mentre questa è a
cena con uno spasimante. Quando la madre, esasperata, lo redarguisce, Max scappa di casa e si allontana su una barchetta
che trova sulla riva di un lago. Il viaggio
lo conduce su un’isola che scopre essere
abitata da sei gigantesche creature fantastiche, strane e litigiose, Carol, Ira, Judith, Alexander, Douglas, KK e il Toro. Per
evitare di essere mangiato, Max racconta
loro di essere un re potentissimo e di aver
il potere di riappacificare le controversie,
I
diventando così la loro guida. Il ragazzino
dà poi il via alla costruzione di un fortino,
alla cui edificazione partecipano anche due
amici di KK, Bob e Terry. L’arrivo dei due
porta di nuovo nervosismo nel gruppo,
cosicché Max propone ai due gruppo di
combattere per scaricare la tensione. Ben
presto, però, Carol, che guida il gruppo,
capisce che Max non né un re e non ha
nessun potere speciale. Rabbioso, Carol
prima ferisce Douglas, poi insegue Max
nella foresta per ucciderlo e mangiarlo.
Con l’aiuto di KK, Max trova il coraggio
di fronteggiare la collera distruttiva di
Carol e gli rivela come questa stia minando la convivenza con le altre creature.
Quando Max decide di far ritorno a casa,
Carol farà in tempo solo a salutarlo da
26
lontano, dopo aver capito l’importanza
della tranquillità e del volersi bene. Di
nuovo con la madre e la sorella, Max è felice a casa sua.
ei paese anglosassoni, Nel paese delle creature selvagge è un
libro tanto famoso da essere diventato nel giro di pochi anni dalla sua pubblicazione già un vero e proprio classico.
Pensato e illustrato dallo scrittore americano di origine polacca Maurice Sendak, racconta con pochissime parole e con l’ausilio
di immagini straordinarie e complesse, il
viaggio fantastico del piccolo Max. Dopo un
cortometraggio animato negli anni ’70, l’idea
di portare il racconto sullo schermo era stata
accarezzata e poi accantonata dalla Disney.
N
Film
Anni dopo, nel 2000, è lo stesso Sendak a
proporre al regista Spike Jonze di realizzare il film, prodotto dalla Universal. Il progetto sembra naufragare di nuovo e la casa di
produzione ritira il proprio appoggio, lasciando ai fan solo il ricordo di un brevissimo teaser. Finalmente, nel 2007, la Warner Bros.
entra nella partita e lascia praticamente
carta bianca a Jonze. Circondandosi di un
cast tecnico di valore veramente eccelso, il
regista di Essere John Malkovich e Adaptation – Il ladro di orchidee, riesce nell’impresa trasferire sullo schermo le immaginarie creature pensate da Sendak, adattando le poche pagine del libro per una
durata standard di un’ora e mezza (anche
se, nonostante il lavoro di sceneggiatura
con il giovane ma estremamente promettente Dave Eggers, la durata risulta un po’
eccessiva e, in alcuni momenti, il ritmo ten-
Tutti i film della stagione
de a cedere. Più che un film per i bambini o
con i bambini, Nel paese delle creature selvagge è il realtà un’opera sui bambini, sull’infanzia e sulle paure a esse collegate. Il
bellissimo incipit ci mostra la frustrazione e
il dolore di Max, nella scuola, nei giochi con
i compagni, nell’indifferenze della sorella e
della madre, fino al climax che porta al capriccio durante la cena con il nuovo compagno della madre e la fuga di Max verso
la fantasia. Le gigantesche creature (che la
computer graphics ha reso più accattivanti
e simili alla tenerezza di un Totoro di Miyazaki che non alla brutalità del disegno originale) non sono altro che la proiezione
spaventosa delle paure e della collera che
Max, fragile e crudele come solo i bambini
sanno essere, vede intorno a sé e che soprattutto sente montare dentro di sé senza
riuscire a controllarla. L’ansia del controllo
lo spinge a autoproclamarsi sovrano di tutte le cose di fronte al gruppo di creature
selvagge, mentre Carol, pur con il suo carisma e con la sua autorità, non riesce a controllare la rabbia senza essere doloroso in
ogni sua manifestazione, arrivando addirittura a ferire il suo amico Douglas. Il piccolo
attore protagonista Max Records si guadagna il diritto di sedersi accanto a un altro
bambino ribelle come l’Antoine Doinel di
Jean Pierre Léaud: nel loro sguardo gli stessi lampi di ironia e disperazione. La regia
personalissima di Spike Jonze fa il resto,
cogliendo perfettamente lo spirito del libro
e delle sue immagini. Ottima la scelta di
affidare il doppiaggio italiano di Carol (in
originale con la voce di James Gandolfini)
a Pierfrancesco Favino.
Chiara Cecchini
THE ROAD
(The Road)
Stati Uniti, 2009
Acconciature: Enzo Angileri, Nancy Keslar, Geordie
Sheffer
Supervisore effetti speciali: Thomas Kittle,
Coordinatore effetti speciali: David Fletcher
Supervisori effetti visivi: Glenn Allen (Brainstorm Digital),
Paul Graff (Crazy Horse Effects), Noel Hooper (Invisible
Pictures), Mark O. Forker
Coordinatori effetti visivi: Lily Kerrigan (Crazy Horse
Effects), Brice Liesveld (brainstorm Digital), Adica Manis
(DIVE)
Supervisori effetti digitali: Joseph DiValerio (Space
Monkey), Fred Pienkos (Eden FX)
Supervisore costumi: Michele Dunn
Interpreti: Viggo Mortensen (L’uomo), Kodi Smit-McPhee (il
ragazzo), Robert Duvall (l’anziano), Guy Pearce (veterano),
Molly Parker (moglie del veterano), Michael K (ladro), Garret
Dillahunt (membro della gang), Charlize Theron (La donna),
Bob Jennings, Jack Erdie (uomini barbuti), Agnes Herrman
(donna dell’arciere), Buddy Sosthand (arciere), David August
Lindauer ( uomo sul materasso ), Jeremy Ambler, Chaz
Moneypenny (uomini in cella), Kacey Byrne-Houser (donna in
cella), Aaron Bernard, Paul Hodge, Nick Pasqual (militanti),
Brenna Roth ( membro della gang della strada ), Mark
Tierno,Gina Preciado, Mary Rawson, Jarrod Di Giorgi,Kirk
Brown
Durata: 112’
Metri: 3050
Regia: John Hillcoat
Produzione: Paula Mae Schwartz, Steve Schwartz, Nick
Wechsler per Dimension Films/ 2929 Productions/ Nick
Wechsler Productions/ Chockstone Pictures
Distribuzione: VIDEA-CDE
Prima: (Roma 28-5-2010; Milano 28-5-2010) V.M.: 14
Soggetto: tratto dal romanzo Premio Pulitzeer 2006 La strada
di Cormac McCarthy
Sceneggiatura: Joe Penhall
Direttore della fotografia: Javier Aguirresarobe
Montaggio: Jon Gregory
Musiche: Nick Cave, Warren Ellis
Scenografia: Chris Kennedy
Costumi: Margot Wilson
Produttori esecutivi: Marc Butan, Mark Cuban, Rudd
Simmons, Todd Wagner
Co-produttore: Mike Upton
Direttori di produzione: Buddy Enright, Mike Upton
Casting: Francine Maisler
Aiuti regista: Vernon Davidson, John Nelson, Karen
Radzikowski
Operatori: Eric Alan Edwards, Dan Kneece, Matías Mesa
Operatori Steadicam: Dan Kneece, Matías Mesa
Art director: Gershon Ginsburg
Arredatore: Robert Greenfield
Trucco: Toni G, Deborah Patino, Justin, Stafford Rachel Geary,
Sherri Simmons
ull’America si è abbattuta un’immane catastrofe di cui non se ne
conoscono le cause. Il risultato è
che non c’è più da mangiare, manca l’elettricità, le piante e gli animali sono tutti
morti e, infine, è sempre inverno perché
il sole si è oscurato. Le città e i paesi sono
rasi al suolo, deserti e i sopravvissuti va-
S
gano per le terre desolate in cerca di rifiuti, oppure sono costretti al cannibalismo.
Un uomo, rimasto solo con il figlio (la
moglie si è suicidata), si sposta a piedi in
direzione dell’oceano, nella speranza di
trovare la salvezza. Lui e il ragazzino si
portano dietro in un carrello del super-
27
mercato tutto ciò che è rimasto loro: cibo,
vestiti, coperte e utensili vari. Lungo il faticoso cammino verso il sud, si nascondono nei boschi e in qualsiasi posto possa metterli al riparo dalle insidie degli
sciacalli che si aggirano indisturbati per
le strade.
Dopo averne incontrato e ucciso uno,
Film
padre e figlio fanno una terribile scoperta. Un enorme casa è infatti abitata da
una banda di cannibali che tengono le
loro vittime imprigionate in uno scantinato. I due riescono fortunatamente a
scappare. Andando avanti, trovano un
rifugio sotterraneo pieno di cibo in scatola, dove decidono di fermarsi. Ma la
loro permanenza dura poco. L’uomo, che
non lo ritiene abbastanza sicuro, decide
di abbandonarlo. Non prima, però, di
aver portato via con se una buona quantità di provviste.
Sulla strada, grazie all’interessamento del bambino, soccorrono un anziano
vagabondo di nome Ely che racconta loro
la sua storia. Giunti finalmente sulla costa, vengono derubati da un ladro di colore, che il padre, per vendetta, costringe
a spogliarsi. Durante, poi, la perlustrazione di un villaggio fantasma l’uomo viene ferito da una freccia lanciata da uno
sconosciuto.
Il colpo non fa che minare il suo già
precario stato di salute: stremato dalla fatica, muore sulla spiaggia davanti al figlio.
Questo ultimo viene avvicinato da un uomo
misterioso che si dimostra pronto ad aiutarlo e ad accoglierlo nella sua famiglia
(moglie, due bambini e un cane).
Il ragazzino, inizialmente diffidente,
sceglie alla fine di proseguire il viaggio
assieme a loro.
a nostra terra, avvelenata dalla
mano assassina dell’uomo, ogni
giorno di più è in uno stato agonizzante. Eppure nessuno sembra volersene accorgere. Dai governanti agli economisti, dai dirigenti delle multinazionali
ai media, la parola d’ordine è “non parlar-
L
Tutti i film della stagione
ne”. Se poi viviamo in tempi di crisi come
questi, a maggior ragione, è preferibile
non allarmare la gente con messaggi pessimistici sul destino del pianeta e del genere umano (già troppo preoccupato di
far quadrare i conti alla fine del mese... ).
Della serie: “non deprimere è meglio che
curare”.
Anche The Road è rimasto vittima di
questo ipocrita processo di mistificazione
della realtà, tanto da rischiare di non uscire nelle sale. Bisogna riconoscerlo, è senza dubbio cupa e scoraggiante la prospettiva immaginata dal romanzo omonimo di
Cormac McCarthy (Premio Pulitzer nel
2007) e poi trasposta sul grande schermo
da John Hillcoat: un mondo al buio, pieno
di cenere e popolato da predatori senza
scrupoli. Se pensassimo, però, con attenzione a quello che ci aspetta in un futuro
non troppo lontano (se non proviamo tutti
a salvare veramente la Terra), allora ci accorgeremmo che quella visione apocalittica non appartiene solo alla fantascienza,
ma ha fondamenta possibili.
Tuttavia il film – girato soprattutto in
esterni e in condizioni climatiche proibitive da un australiano che ha alle spalle una
fortunata carriera di regista e montatore di
video musicali – non mostra solamente il
lato peggiore dell’umanità. Malgrado la non
meglio specificata calamità abbia trasformato gli individui in bestie pronte a cibarsi
dei propri simili (una metafora estrema
della rapacità non priva di ironia), esistono ancora un po’ di dignità e di integrità
morale da dover difendere e per cui valga
la pena di lottare.
«Devi portare il fuoco» – ripete più volte il padre al figlio. È questo elemento il
simbolo della forza interiore, della resi-
stenza, ma anche della rinascita. Quello
stesso fuoco che ha annientato ogni forma di vita può essere infatti il punto di
partenza di una futura genia. Il racconto,
apparentemente senza speranza dello
scrittore americano, “grida” con voce straziante l’insopprimibile volontà di vivere, di
restare uniti, di amare. The Road è soprattutto una storia d’amore tra un padre
e un figlio, spiritualmente feconda e toccante quanto quella de Il Petroliere di P.T.
Anderson.
Mentre si trascinano come due sfollati
di guerra in cerca di viveri tra l’immondizia, i due protagonisti riescono comunque
ad apprezzare quel poco che il destino ha
deciso di riservare loro: come una lattina
di Coca Cola, rinvenuta in un centro commerciale abbandonato, oppure l’acqua
sorgiva di una cascata. Piccoli momenti di
sopravvivenza quotidiana che, aggiunti ai
piacevoli flashback della moglie scomparsa (Charlize Theron), danno all’uomo la
spinta per andare avanti nella sua missione di proteggere il bambino. Un compito
che gli è stato affidato da Dio.
Da parte sua, il ragazzino, con la sua
ingenuità e bontà, la sua compassione e il
suo senso di meraviglia, rappresenta l’alba di un ipotetico domani, l’apertura e la
possibilità di un dialogo con gli altri, negata invece dal padre che vede tutti come
nemici. Pur contro il volere paterno, il bambino si mostra solidale prima con un suo
coetaneo apparsogli quasi fosse un fantasma in una casa in rovina, e poi con un
vecchio moribondo (Robert Duvall), a cui
offre anche da mangiare.
Se di Viggo Mortensen, indurito nei
tratti dalle asperità del tempo, non possiamo che confermare ancora una volta le
ammirevoli doti di attore “a tutto tondo” (è
uno dei pochi in possesso di una presenza scenica capace di “riscrivere” il proprio
personaggio), c’è da rimanere impressionati dall’“eroica” interpretazione del tredicenne australiano Kodi Smit-McPhee.
Il film di Hillcoat, come spesso accade negli adattamenti di opere letterarie,
potrebbe deludere i fan del libro, un capolavoro di asciuttezza e potenza drammaturgica. Mancano infatti momenti di
tensione da vero thriller e, forse, alcune
lungaggini di troppo si potevano evitare.
Rimane comunque un’eccellente lavoro
compiuto sull’immagine dal direttore della fotografia Javier Aguirresarobe, a cui
va il merito di averci restituito visivamente quei paesaggi grigi, funerei e privi di
orizzonte scolpiti sulla pagina da McCarthy.
Diego Mondella
28
Film
Tutti i film della stagione
LA FONTANA DELL’AMORE
(When in Rome)
Stati Uniti, 2009
Regia: Mark Steven Johnson
Produzione: Rikki Lea Bestall, Gary Foster, Mark Steven
Johnson, Andrew Panay, Ezra Swerdlow per Touchstone
Pictures/ Krasnoff Foster Productions
Distribuzione: Walt Disney Studios Motion Pictures
Prima: (Roma 11-6-2010; Milano 11-6-2010)
Soggetto e sceneggiatura: David Diamond, David Weissman
Direttore della fotografia: John Bailey
Montaggio: Ryan Folsey, Andrew Marcus
Musiche: Christopher Young
Scenografia: Kirk M. Petruccelli
Costumi: Sarah Edwards
Produttore associato: Joseph E. Iberti
Co-produttori: Enzo Sisti, Kim H. Winther
Direttore di produzione: Joseph E. Iberti
Casting: Kathleen Chopin
Aiuti regista: Noreen R. Cheleden, Michael DeCasper, Mark
Robert Ellis, Filippo Fassetta, Luca Padrini, Kim H. Winther,
Heather Wusterbarth
Operatori: Manuel Billeter, Jon Delgado, Peter Ramos, Roberto Ruzzolini, Michael Tsimperopoulos
Operatori Steadicam: Stephen Consentino, Michael
Tsimperopoulos
Art directors: John Kasarda, Stefano Maria Ortolani
Arredamento: Diane Lederman
eth è una giovane e ambiziosa
ragazza americana che lavora
come curatrice del museo Guggenheim, ma è sfortunata in amore. Per lei
il lavoro viene prima di ogni cosa e questo
inevitabilmente influisce negativamente
sulle sue relazioni sentimentali, destinate
tutte a concludersi in breve tempo. Beth
riceve l’invito per le nozze di sua sorella,
che si sposerà con Umberto, un ragazzo
italiano conosciuto da poco tempo, in una
chiesa a Roma. Dopo una cerimonia disastrosa, durante la quale riesce suo malgrado ad attirare su di sé l’attenzione di tutti,
conosce Nick, un ragazzo dall’aria simpatica e affascinante, con cui sembra scoccare una scintilla. Durante la serata, tuttavia, lo sorprende in atteggiamenti intimi
con la cugina dello sposo. Sconsolata, la
ragazza decide di annegare i propri dispiaceri nell’alcool e nella Fontana dell’Amore, dove i turisti, desiderosi di trovare l’anima gemelle lanciano una monetina, sperando in un incantesimo della dea dell’amore. Ingenuamente Beth decide di
prendere alcune monete e una fiche da gioco dal fondo della fontana e le porta via
con sé a New York. Al suo ritorno in città,
si ritrova inseguita da una folla di corteggiatori. In realtà sono i rispettivi proprietari delle monete, che per una sorta di strano incantesimo si sono innamorati di lei.
B
Trucco: Lori Hicks, Paula Kelly, Sandra Linn Koepper, Stacey
Panepinto, Nicole Wodowski
Acconciature: Francesca Paris
Supervisori effetti visivi: Eric J. Robertson, Glenn Allen
(Brainstorm Digital), Thomas J. Smith
Coordinatore effetti visivi: Bryan Wengroff (Brainstorm
Digital)
Supervisore effetti digitali: Joe Henke (CIS Hollywood)
Supervisore costumi: Amy Andrews
Supervisore musiche: Dave Jordan
Interpreti: Kristen Bell (Beth), Josh Duhamel (Nick), Anjelica
Huston (Celeste), Will Arnett (Antonio), Danny de Vito (Al),
Jon Heder (Lance), Dax Shepard (Gale), Alexis Dziena (Joan),
Kate Micucci (Stacy), Peggy Lipton (Priscilla), Luca Calvani
(Umberto), Keir O’Donnell (prete), Bobby Moynihan (Puck),
Kristen Schaal (Ilona), Judith Malina (nonna di Umberto), Lee
Pace (Brady Sacks), Natalie Joy Johnson (segretaria), Brian
Golub (segretario), Charlie Sanders, Eugene Cordero (giocatori di poker), Pasquale Esposito, Bob Dwyer (poliziotti), Francesco De Vito (tassista), Carlo Giuliano, Tommaso Matelli (invitati del matrimonio ), Ebony Jo-Ann ( cliente ), Quisha
Saunders (Kim), Alexa Havins (Lacy), Erin Miller, Valentina
Roma, Eric Zuckerman
Durata: 91’
Metri: 2430
Ben cinque sono gli spasimanti, uno più
tenace dell’altro: uno stravagante industriale titolare di una fabbrica di salsicce,
un pittore costantemente in preda all’ispirazione amorosa, un modello superficiale
tutto muscoli e niente cervello, un irresistibile prestigiatore e Nick, l’affascinante
reporter che sembrava già aver conquistato
il cuore della ragazza al matrimonio della
sorella. Tuttavia Beth è consapevole che
quell’amore non è reale, ma frutto solo di
un incantesimo e decide di restituire le
monete ai rispettivi proprietari, perché così
possa tutto rientrare nella normalità. La
sua presentazione al museo ottiene consensi e approvazioni, grazie soprattutto all’aiuto di Nick. L’amore tra i due, anche
dopo la restituzione, sembra sincero e reale, tanto che decidono di sposarsi. Tuttavia, poco prima del fatidico “sì”, riesce
ancora un’ultima fiche. Beth fugge disperata dalla chiesa, credendo che di nuovo
la vita si stia prendendo gioco di lei. In
realtà quella fiche non è mai stata lanciata da Nick e i due possono convolare finalmente a nozze.
ark Steven Johnson, regista noto
ai più per le sue trasposizioni cinematografiche di fumetti come
Daredevil e Ghost Rider, si cimenta per la
prima volta con una commedia “italoameri-
M
29
cana” all’insegna del romanticismo, La fontana dell’amore (in originale When in
Rome). Johnson infatti afferma che il suo
desiderio era tornare alla commedia, con
la quale aveva iniziato la sua carriera scrivendo Due irresistibili brontoloni e di essersi
preoccupato, durante la realizzazione del
film, più della comicità che non dell’aspetto
romantico. In verità, nella pellicola romanticismo e comicità si fondono; tuttavia, nonostante alcune scene riescano a strappare
qualche sorriso, soprattutto il corteggiamento di Danny DeVito, che cerca di sedurre la
protagonista offrendole una confezione di
wurstel in un prezioso pacchetto di Tiffany,
il tutto è talmente superficiale da scivolare
via senza lasciare nulla. Peccato che questo tipo di pellicole, per quanto possano
essere un diversivo, difficilmente riescono
a stupire per l’originalità, in particolare quando cercano di far leva su una trama di per
sé esile. A questo si aggiunge uno scenario quasi inventato, una Roma ricostruita più
artefatta che mai. La città eterna, una delle
location più apprezzate per girare film, diventa qui più che altro un mero pretesto e a
farne le spese non è tanto una città dalle
fontane inventate (quella del titolo, con annessa superstizione, è davvero agghiacciante) o in generale un’Italia da barzelletta, ma l’idea stessa di commedia romantica. I romani, nel film, si muovono in vetture
Film
microscopiche, rompono vasi durante i ricevimenti di nozze per avere una previsione di quanto durerà il legame, ballano la
tarantella e, soprattutto, fanno l’amore in
cucina, mentre la sposa prepara gli gnocchi. Non si spiega l’esigenza di una rappresentazione così caricaturale, a tratti perfino grottesca, di un tradizionale matrimonio
all’italiana. Per non parlare della protagonista che cerca di imitare la Ekberg di La dolce vita, che sa quasi di insulto.
I personaggi che affollano il set, alcuni
dei quali interpretati da attori di pregio,
Tutti i film della stagione
come la grande Anjelica Huston, qui nei
panni di una gallerista e il già citato simpaticissimo DeVito, non hanno lo spazio
adeguato per lasciare il segno, costretti
come sono tra corse continue e folli inseguimenti. Né del resto, Kristen Bell e Josh
Duhamell, rispettivamente nei ruoli di Beth
e Nick, fanno poco e niente per conquistarsi la simpatia del pubblico, compromettendo la positiva riuscita della commedia.
Il finale del film si chiude su un mistero da
risolvere: se non è Nick l’uomo che ha lanciato la fiche nella fontana e quindi non è
sotto l’influsso di un incantesimo, ma è
davvero innamorato di Beth, chi sarà mai
l’altro spasimante? Ecco che dal nulla
spunta il prete, che finalmente, oltre che
dal vizio del gioco d’azzardo viene liberato anche dalla sua magica tentazione amorosa. Quando l’enigma viene sciolto, l’amore trionfa su tutto e tutti. Per fortuna ai titoli
di coda il balletto dei personaggi ci ricorda
come il tutto non sia da prendere troppo
sul serio.
Veronica Barteri
TATA MATILDA E IL GRANDE BOTTO
(Nanny McPhee and the Big Bang)
Gran Bretagna/Francia/Stati Uniti, 2010
Trucco: Peter King, Paula Price
Acconciature: Paula Price, Luca Saccuman
Supervisori effetti speciali: James David III, Mark Holt,
Supervisori effetti visivi: Christian Manz (Framestore),
Adam McInnes
Coordinatori effetti visivi: Sukh Gill (Framestore), Claire
Galpin, Pete Hartless
Supervisore costumi: Jenny Hawkins
Animazione personaggi: Alfonso Sicilia
Animazione:Ricardo Silva, Viola Baier, Terence Bannon, Ferran
Casas, Emma Ewing, Mike Ford, Aldo Gagliardi, Jordi Girones,
Liam Russell, Jonathan Symmmonds
Interpreti: Emma Thompson ( Tata Matilda ), Maggie
Gyllenhaal ( signora Green ), Maggie Smith ( signora
Docherty), Rhys Ifans (zio Phil), Asa Butterfield (Norman
Green), Lil Woods (Megsie Green), Eros Vlahos (Cyril Gray),
Oscar Steer (Vincent Green), Rosie Taylor-Ritson (Celia
Gray), Bill Bailey (MacReadie), Daniel Mays (Blenkinsop),
Nonso Anozie (sergente Jeffreys), Sinead Matthews (signorina Topsey), Katy Brand (signorina Turvey), Sam Kelly (signor Docherty) Ralph Fiennes (Lord Gray), Ewan McGregor
(signor Green)
Durata: 109’
Metri: 3000
Regia: Susanna White
Produzione: Tim Bevan, Lindsay Doran, Eric Fellner per
Universal Pictures/Studio Canal/Relativity Media/Working Title
Films/Three Strange Angels
Distribuzione: Universal
Prima: (Roma 4-6-2010; Milano 4-6-2010)
Soggetto: tratto dalla serie di libri per bambini Tata Matilda di
Christianna Brand
Sceneggiatura: Emma Thompson
Direttore della fotografia: Mike Eley
Montaggio: Sim Evan-Jones
Musiche: James Newton Howard
Scenografia: Simon Elliott
Costumi: Jacqueline Durran
Produttori esecutivi: Liza Chasin, Debra Hayward, Emma
Thompson
Co-produttore: David Brown
Direttore di produzione: Simon Fraser
Casting: Lucy Bevan
Aiuti regista: Heidi Gower, Daniel Gill, Christian Rigg
Operatori: Ian Adrian, Philip Sindall
Operatori Steadicam: John Hembrough, Vince McGahon,
Julian Morson, Roger Tooley
Art directors: Suzanne Austin, Bill Crutcher, Nick Dent, Gary Jopling
R
ory Green è partito per la seconda guerra mondiale, lasciando
sua moglie Isabel a badare alla
fattoria di famiglia. Isabel ha ben chiara la
sua mansione dI perfetta padrona di casa
e, per svolgere in pieno il suo ruolo, si fa
aiutare dai tre figli: Norman, Megsie e il
piccolo Vincent. Ma, la vita in campagna è
piuttosto complicata, soprattutto se bisogna
pure tenere a bada quello scocciatore dello
zio Phil, il quale vorrebbe a tutti i costi vendere la masseria per saldare i suoi debiti.
Per la giovane donna, i guai non finiscono
qui: ai suoi bambini si aggiungono i nipotini Cyril e Celia, ossia due eccentrici e altezzosi ragazzini di città. Tra i pargoli Green e i loro cuginetti forestieri è odio a prima vista. Senza contare che Isabel presta
servizio ogni giorno nella bottega della vec-
chia signora Docherty con qualche problemino di memoria, legato all’età avanzata.
E, proprio quando meno se lo aspetterebbe,
a Isabel giunge dal cielo la manna insperata sotto forma di Tata Matilda. Inizialmente, la bambinaia non sembra esser accettata dalla scatenata combriccola formata da
quei cinque mocciosi e la motivazione più
importante è dovuta al suo aspetto estetico
decisamente poco gradevole. Del resto,
come dargli torto dal momento che la governante presenta un dentone, a dir poco,
sporgente, porri pelosi sul volto, un naso a
patata e una corporatura non proprio degna di un physique du role. Fedele compagno di viaggio della nurse è una taccola con
cui lei ha un rapporto di odio-amore, dovuto al fatto che l’uccello emette brutti rumori in fase digestiva. Eppure, poco a poco, i
30
bimbi accettano la sua presenza costante,
meravigliati di come riesca a imporre la propria volontà per mezzo di un grande bastone magico che sprigiona scintille di magia.
Nel frattempo, però, la situazione economica della famiglia Green non naviga in buone acque, tanto che è necessario vendere
alcuni maialini da latte al buon fattore MacReadie al fine di trovare il denaro per saldare l’ultima rata del trattore. Altrimenti,
senza simile veicolo sarà impossibile portare a termine il raccolto. Appena lo viene
a sapere quell’uomo privo di scrupoli che è
lo zio Phil, immediatamente escogita un piano per portare l’acqua al suo mulino; in
altre parole, egli vorrebbe che Isabel dichiari bancarotta e si convinca a cedere la fattoria. Così, in piena notte, lo zio Phil apre
un buco nella stalla in modo che i suini scap-
Film
pino, gettando l’intera famiglia nella disperazione. Dopo un iniziale sconforto, Norman, Megsie, Vincent si rimboccano le maniche, mettendosi sulle tracce dei maialini
fuggiaschi. Dal canto loro, Cyril e Celia,
per la prima volta nella loro vita, scendono
dal loro piedistallo e aiutano i parenti contadini nella caccia. Grazie al lavoro di squadra, i cinque bambini riacciuffano gli animali, appena in tempo per l’arrivo di MacReadie. L’affare riesce pertanto ad andare a buon fine, sotto lo sguardo raggiante
della nutrice e quello pieno d’ira dello zio
Phil. Non passa molto tempo che un’altra
nube squarcia in due la bella tranquillità
dei Green. Infatti, giunge dall’esercito un
telegramma in cui viene annunciata la morte
in battaglia di Rory. Mentre Norman si dimostra piuttosto scettico riguardo alla notizia, la madre è in preda alla disperazione
e medita di rinunciare alla tenuta agricola.
Su consiglio di Cyril, Norman chiede a Tata
Matilda di accompagnare lui e il cugino
nella capitale britannica. Qui, entrambi
potranno chiedere maggiori informazioni al
padre di Cyril che – a quanto sembra – è un
pezzo grosso all’interno del dipartimento
della difesa. Peccato che oltre a essere una
personalità di spicco, quest’ultimo abbia anche una fama di uomo freddo e insensibile.
Eppure, lo zio londinese si lascia convincere e, durante la ricerca, fa ben due scoperte: la prima è che Rory è solo scomparso e
non deceduto in guerra, la seconda ha a che
fare con il telegramma. A quanto pare, nessuna missiva è mai partita da quell’ufficio
e – quindi – il dispaccio è da ritenersi un
falso. Non c’è ulteriore tempo da perdere
allora per Norman: bisogna correre a casa
e avvertire la madre del tranello prima che
sia troppo tardi. Intanto, alla fattoria, l’atto di vendita non viene firmato da Isabel
poiché la donna è improvvisamente distolta da una bomba nemica caduta a pochi metri da casa. Megsie da vero maschiaccio si
arma di coraggio e riesce quasi a disinnescare la bomba, recidendo sia il filo rosso
sia quello azzurro. Ma è impedita a tagliare pure il cavo verde, giacché questo si trova sepolto sotto una spessa pellicola di stucco. Sarà necessario l’intervento della taccola, che con il suo becco apre uno spiraglio e porta allo scoperto l’ultimo filo elettrico. Scampato il pericolo dell’ordigno, lo
zio Phil si consegna di sua spontanea volontà alla giustizia. Ora che non c’è più bisogno di lei, Tata Matilda abbandona la
famiglia Green senza dispensare ulteriori
lacrime e addii. Per chi parte, c’è qualcuno
che fa ritorno al focolare e quel qualcuno
non è altro che Rory, lieto di poter abbracciare dopo tanto tempo l’amata moglie e gli
adorati pargoli.
Tutti i film della stagione
ra la primavera del 2006 quando
Tata Matilda “fece il gran botto”
nelle sale cinematografiche internazionali e nazionali. A distanza di circa quattro anni dal suo esordio, quella sorta di parente alla lontana alla ben più graziosa Mary
Poppins ritorna sul grande schermo. La formula è più o meno la stessa; d’altronde,
come si dice, squadra che vince non si cambia. In verità le cose non stanno proprio così,
in quanto in Tata Matilda e il grande botto –
tranne i meccanismi di fondo – è proprio il
cast tecnico a essere sostituito. Questa volta è Susanne White che dirige con ottimo
mestiere le regole del gioco, una volta ricevuto il passaggio da testimone da parte del
regista Kirk Jones. Mutamenti ai vertici pure
per quanto riguarda il team artistico. Fatta
eccezione per l’impareggiabile Emma Thompson negli scuri panni della bambinaia, Colin Firth e Angela Lansbury vengono rimpiazzati con Maggie Gyllenhaal, Maggie Smith
e Ralph Fiennes. Piccola comparsata anche
per l’irlandese Ewan McGregor nel ruolo
dell’assente padre di famiglia. Tutti loro si dimostrano attori bravissimi, riuscendo con
poco sforzo a caratterizzare i loro tipi-caratteri. Encomio a parte per i piccoli interpreti,
che non sfigurerebbero di certo in uno di quei
classici film disneyani per famiglie tanto in
voga nel decennio ’60-’70.
Per quanto riguarda la trama, i mutamenti sono stati influenzati innanzitutto dal
E
fattore tempo, poiché la nuova vicenda non
è ambientata in epoca vittoriana, ma al tempo del secondo conflitto mondiale. Per il
resto, valgono sempre le cinque lezioni di
Tata Matilda: amicizia, fratellanza, fiducia
nel prossimo, eroismo e via dicendo di questo passo. Anche l’armamentario assolutamente grottesco della governante non cambia di un millimetro. A ogni modo, qualora
per la seconda volta lo spettatore provi un
certo interesse per le avventure inspirate
ai racconti di Christianna Brand, è più merito delle facezie che del tentativo degli autori di imbastire la solita storiella, facendola
passare per qualcosa di nuovo. Nel complesso è possibile osservare l’assunzione
di moduli trash o, comunque sia, politicamente scorretti (si veda, a tal proposito, un
aprifila come Shrek), frutto di una divertente intuizione di fondo. Pertanto, c’è di che
sgranare gli occhi e sganasciarsi dalle risate se in campo entrano dei maialini che
si danno al nuoto sincronizzato e ad altre
cose del genere, o se un uccellino non si
limita a cinguettare, emettendo una specie
di musica-rutto. Il massimo grado della stravaganza si raggiunge, tuttavia, nell’istante
in cui quella gran dama del cinema hollywoodiano che è Maggie Smith si mette a proprio agio sullo sterco di vacca. Impossibile
trattenersi per i piccini come per i grandi.
Maria Cristina Caponi
L’ULTIMA ESTATE
Italia, 2009
Regia: Eleonora Giorgi
Produzione: Eleonora Giorgi, Massimo Ciavarro per Dharma 3
Distribuzione: Dharma 3
Prima: (Roma 11-12-2009)
Soggetto e sceneggiatura: Eleonora Giorgi
Direttore della fotografia: Blasco Giurato
Montaggio: Antonio Siciliano
Musiche: Andrea Ambrogio, Tommaso Casigliani
Scenografia: Massimo Galluzzi
Costumi: Isabelle Caillaud
Direttore di produzione: Mauro Sangiorgi
Aiuto regista: Michele Banzato
Operatore: Fabio Lanciotti
Acconciature: Massimo Allinoro
Suono: Gilberto Martinelli
Interpreti: Francesca Ferrazza (Ilaria), Gabriele Penteriani (Paolo), Michela Carpente (Valentina), Roberto Farnesi (Massimo, padre di Paolo), Daniela Poggi (Ornella,
madre di Ilaria), Francesca Ferrazzo (Nina), Simone Ascani (Cicciobombo), Alessandro D’Ambrosi (subwoofer), Manuele Pica (Er Campana), Daniele Formica (padre di Ilaria), Elisa Lisitano (Giada), Emanuele Aiello (Lollo), Emanuele Barresi
(Christian), Lorena Miller (Piera), Alessandro Zappaterra (Trucco), Gianni Ansaldi
(avvocato), Paolo Giommarelli (Marcello)
Durata: 95’
Metri: 2500
31
Film
oma. Tre uomini tentano di rapinare un bancomat, ma vengono
sorpresi da una gazzella dei carabinieri. Dopo un inseguimento e una sparatoria, uno dei carabinieri perde la vita.
Dopo qualche tempo, Massimo, uno dei tre
rapinatori ingiustamente accusato dell’omicidio del carabiniere, è in carcere in attesa
di giudizio e riceve le visite del figlio diciottenne Paolo. Il ragazzo è originario di Lampedusa dove vive la madre ma ha seguito il
padre a Roma. Paolo gestisce un’officina
abusiva insieme a due amici, Nina e Ciccio
fratello e sorella. I tre si procurano pezzi di
ricambio di motorini e miniauto con ripetuti furti. Una notte, dentro una miniauto
rubata, trovano una ragazza, Ilaria, che si
era addormentata all’interno del veicolo. La
giovane si fa liberare promettendo di non
denunciarli. Ilaria è una ragazza bella, ricca e viziata, abita in un quartiere elegante
con la madre con cui ha un rapporto conflittuale e soffre per la recente morte del
padre. Le sue amicizie sono del giro dei giovani, ricchi, arroganti, viziati, come il suo
ragazzo Lallo. Colpito da Ilaria, Paolo la
rintraccia e i due iniziano a frequentarsi.
Ilaria lascia Lallo e, in breve, si innamora,
ricambiata, di Paolo. Si forma così un’allegra compagnia composta dagli amici di
Paolo e dall’amica del cuore di Ilaria, Valentina. Tra quest’ultima e Ciccio nasce un
tenero sentimento. Tutti insieme partono per
Lampedusa, dove si stabiliscono a casa della mamma di Paolo. Il ragazzo è felice insieme a Ilaria. Ma, nel frattempo, Massimo, in
prigione, scopre che Ilaria, la ragazza di cui
si è innamorato suo figlio, è figlia del colonnello dei carabinieri ucciso durante il tentativo di rapina. Massimo è in attesa dell’udienza in tribunale dove cercherà di ribadire la
sua innocenza. A sparare al colonnello dei
carabinieri è stato il suo compagno Marcello. Intanto a Lampedusa i ragazzi trascorrono giorni felici lavorando nel ristorante della madre di Paolo. Ma l’estate finisce e il
gruppo torna a Roma. Il giorno del processo, in aula, Ilaria scopre che Paolo è figlio
dell’uomo accusato dell’omicidio di suo
padre. La ragazza va via sconvolta. Ma in
tribunale improvvisamente la deposizione di
un brigadiere inchioda il vero colpevole dell’uccisione del colonnello. Massimo viene
scagionato. Subito dopo, l’avvocato informa la madre di Ilaria che però non dice nulla
alla figlia. Ma, poco dopo, la ragazza viene
a sapere la verità e dice alla madre di non
volerla vedere più. Intanto Paolo, ignaro del
fatto che il padre è stato scagionato, parte
per Lampedusa. Sull’isola viene raggiunto
dai suoi amici e da Ilaria e viene informato
che il padre è libero. Ilaria e Paolo sono di
nuovo insieme felici.
R
Tutti i film della stagione
ioventù ‘mocciana’ senza gli abusati lucchetti tra Parioli e Lampedusa. Ecco L’ultima estate, seconda prova dietro la macchina da presa di
Eleonora Giorgi dopo Uomini & donne,
amori e bugie del 2003.
Il film, presentato al Giffoni Film Festival
2009, è stato prodotto dalla “Dharma 3”, la
casa di produzione di Eleonora Giorgi e
Massimo Ciavarro. E proprio con Lampedusa la coppia ha un rapporto speciale. Sulla
bellissima isola siciliana la coppia ha portato una rassegna cinematografica tutta particolare, “Vento del Nord”, un piccolo festival
che ha l’obiettivo di portare il cinema del nord
del mondo nel punto più a sud del continente Europa (nell’isola peraltro il cinema arriva
ben poco essendo dotato di una sola sala
funzionante molto poco negli ultimi anni).
Il film è una favola sull’adolescenza, intesa come scoperta, età delle scelte e dei
desideri spesso in contrasto, età del rapporto sofferto con i genitori, sospeso tra
voglia di distacco e paura del nuovo. Peccato che il rapporto coi genitori sia semplificato e schematizzato a colpi di luoghi comuni. Ed ecco i nostri due giovani innamorati: Paolo, figlio del proletario Massimo,
implicato in una rapina finita male e seguita da sparatoria e di una madre dolce, ma
lontana e Ilaria, che incarna il cliché della
ragazza bene dei quartieri alti, con un padre morto tragicamente e una madre snob
che sogna ottusamente di imporre le pro-
G
prie scelte alla figlia. I Romeo e Giulietta di
oggi vengono da mondi distanti ma non
troppo: hanno le stesse abitudini, gli stessi
sogni, gli stessi desideri.
Una storia d’amore con finale al Sapore di mare più di venticinque anni dopo,
con la ex coppia Giorgi-Ciavarro che, in
veste rispettivamente di regista e produttore, non resiste alla tentazione di girare
parte del film nell’amata Lampedusa. I volti? Freschi e piacevoli quelli dei due giovanissimi protagonisti Francesca Ferrazza e
Gabriele Penteriani, noti e più o meno illustri quelli dei “grandi”, da Roberto Farnesi
nei panni del padre incarcerato ingiustamente, più belloccio che credibile nei panni di un povero diavolo che cerca di sbarcare il lunario con colpi finiti male nei bancomat, all’algida Daniela Poggi nei panni
della madre ‘pariolina’ con puzza sotto il
naso, che sogna per la figlia un fidanzamento d’interesse con il vacuo, viziato e
vizioso Lallo (e d’altronde con quel nome!).
Certo, in questi ultimi anni, in cui i giovani al cinema hanno imperversato a colpi di Notti prima degli esami, Albekiare,
Piccoli grandi amori (per non parlare del
filone ‘mocciano’ degli Scusa ma...) questo film ha il merito di mettere in scena adolescenti più carini, più freschi e forse meno
‘mocciosi’ di altri, ma ... quelle ‘macchinette’ non gliele leva proprio nessuno?
Elena Bartoni
U2 3D
(U2 3D)
Stati Uniti, 2007
Regia: Catherine Owens, Mark Pellington
Produzione: John Modell, Catherine Owens, Jon Shapiro, Peter Shapiro per 3ality
Digital Entertainment
Distribuzione: DIGIMA
Prima: (Roma 28-5-2010; Milano 28-5-2010)
Direttore della fotografia: Peter Anderson, Tom Krueger
Montaggio: Olivier Wicki
Musiche: U2
Produttori esecutivi: David Chipon, Sandy Climan, David Modell, Michael Peyser
Line producer: Douglas Yellin
Direttore di produzione: Jennifer Lynn Sireci, John Vidas
Operatori: Davis Matthew, Joel Bilhartz, Brent Sponhaur, Rich Volp (Spyder Cam),
John Brooks, Paul C. Babin, Leo J. Napolitano, D.J. Roller, Mehran Salamati, Reed
Smoot, Jeff Zachary
Operatori steadicam: Rusty Geller, Jeff Zachary
Trucco e acconciature: Alexandra Carter
Supervisori effetti visivi: Jeremy Nicolaides (Sassoon Film Design), Peter
Anderson, Johnathan R. Banta, David E. Franks
Coordinatori effetti visivi: Alexandra Gunter, Dawn Brooks Macleod
Interpreti: Bono, Adam Clayton, Larry Mullen Jr., The Edge, U2
Durata: 85’
Metri: 2330
32
Film
tralci dei concerti tenuti dal gruppo U2 a Città del Messico, San
Paolo, Santiago e Buenos Aires
durante il tour “Vertigo” del 2005 rivivono sul grande schermo grazie ai registi
Catherine Ownes e Mark Pelligton. La
band irlandese, capitanata dall’eclettico
Bono Vox, esegue con grande maestria uno
dopo l’altro alcuni dei suoi più grandi successi: brani che hanno fatto la storia della
musica rock dagli anni ’80 fino ai giorni
nostri. Si parte innanzitutto con il celeberrimo pezzo Beautiful day per poi gettarsi
a capofitto nel passato, non appena i musicisti The Edge, Adam Clayton e Larry
Mullan intonano le note di One oppure
With or without you. Sotto il profilo dell’impegno attivo, Bono integra nella sua
performance live un messaggio contro la
guerra e le differenze razziali. La sua opinione pacifista si può manifestare in un
gesto simbolico come indossare una bandana su cui sono dipinti i simboli delle tre
S
Tutti i film della stagione
principali religioni monoteistiche o nelle
parole di speranza impresse sui grandi
monitor alle sue spalle. Quando si dice che
l’arte avvicina i giovani a una presa di posizione all’interno della vita civile...
ra dai tempi del documentario in
bianco e nero Rattle and Hum
che Bono e i suoi soci non si cimentavano con il dispositivo cinematografico. Quelli che si aspettavano un ritorno in
grande stile saranno esauditi nelle loro preghiere: per circa un’ora e mezza si può assistere a uno spettacolo di ottima fattura.
Ma, dietro a U2 3D c’è anche qualcos’altro.
Infatti, la cartina tornasole di come ormai la
settima arte si stia via via convertendo alle
nuove tecnologie è rappresentata – persino – da questo film avente come protagonisti gli U2. Capace da sempre di elaborare
un prodotto interessante e innovativo sul
piano melodico, il gruppo rock nato a Dublino più di 20 anni fa è stato in grado di
E
battere sul tempo tutti i suoi possibili rivali
musicisti nel fruire di un simile miglioramento rispetto alla qualità della percezione visiva. Peraltro, senza nulla togliere agli usuali
standard legati all’impatto acustico, anzi.
Appoggiando semplicemente la testa sullo
schienale della poltrona di velluto rosso, lo
spettatore nel buio della sala si lascia piacevolmente irretire dal ritmo travolgente e
dal gioco screziato seppur enigmatico di luci
e ombre, che trasforma lo scenario in uno
scorrere di fondali. Per un momento, il 3D
può aggirare la realtà, dando l’impressione
che ognuno di noi sia tra quella folla che
canta a squarciagola New Year’s day, Sunday Bloody Sunday, The fly, etc. Così non
resta altra scelta se non quella di lasciarsi
sedurre da Bono che, da grande animale
da palcoscenico, conosce la vertigine del
sentimento e sa molto bene come trasmettere il suo entusiasmo.
Maria Cristina Caponi
LA PAPESSA
(Die Päpstin)
Germania/Gran Bretagna/Italia/Spagna, 2009
Art directors: Hucky Hornberger, Uwe Szielasko
Arredamento: Johannes Wild
Trucco: Nezha Aouis, Karadag Canel, Abounouom Mariam Lee,
Michele Orlia, Valeska Schitthelm, Hasso von Hugo
Acconciature: Valeska Schitthelm
Supervisori effetti speciali: Gerd Feuchter, Jens Schmiedel
Supervisore effetti visivi: Dominik Trimborn (ARRI)
Supervisore musiche: Pia Hoffmann
Interpreti: Johanna Wokalek (Johanna), David Wenham
(Gerold), John Goodman (Papa Sergio), Iain Glen (prete del
villaggio), Edward Petherbridge (Esclulapio), Anatole Taubman
(Anastasio), Lotte Flack (Johanna a 10-14 anni), Tigerlily
Hutchinson (Johanna a 6-9 anni), Jördis Triebel (Gudrun), Gerald
Alexander Held (Imperatore Lothar), Oliver Cotton (Arsenius),
Nicholas Woodeson (Arighis), Claudia Michelsen (Richild), Oliver
Nägele (vescovo Fulgenzio), Christian Redl (abate di Fulda),
Marc Bischoff (Odo), Suzanne Bertish (vescovo Arnaldo), Tom
Strauss (Banjamin), Ian Gelder (Ajo), Jan-Hendrik Kiefer
(Johannes a 13-19 anni), Sandro Lohmann (Matthias a 12 anni)
Durata: 148’
Metri: 4060
Regia: Sönke Wortmann
Produzione: Oliver Berben, Martin Moszkowicz per Constantin
Film/ ARD Degeto Film/ Dune Films/ Ikiru Films/Medusa Film/
UFA International Film & TV Production GmbH/ Universum
Film (UFA)
Distribuzione: Medusa
Prima: (Roma 4-6-2010; Milano 4-6-2010)
Soggetto: tratto dal romanzo omonimo di Donna Woolfolk Cross
Sceneggiatura: Heinrich Hadding, Sönke Wortmann
Direttore della fotografia: Tom Fährmann
Montaggio: Hans Funck
Musiche: Marcel Barsotti
Scenografia: Bernd Lepel
Costumi: Esther Walz
Co-produttori: Faruk Alatan, Doris J. Heinze, Edmon Roch,
Norbert Sauer, Herman Weigel
Line producer: Silvia Tollmann
Direttori di produzione: Ahmed Abounouom, Silvia Tollmann
Casting: Anja Dihrberg, Toby Whale
Aiuti regista: Tatjana Bartel, Frank Kusche
Operatori Steadicam: Markus Eckert, Erwin Lanzensberger
ranconia, 814 d.C.. Nella famiglia
del prete di un villaggio nasce
Johanna che dimostra presto
una intelligenza straordinaria e un gran desiderio di apprendere. La bambina riesce a
farsi notare dal vescovo della regione che
decide di farle seguire la scuola presso la
Cattedrale, peraltro vietata alla femmine e
dove Johnanna trova l’ostilità e la maldicenza di allievi e maestri. Johanna è contemporaneamente accolta nel castello del Conte
Gerold che le fa un po’ da tutore e quando lei
F
diventa più grande se ne scopre innamorato
(e ricambiato), suscitando la gelosia e la riprovazione della moglie e della comunità.
Intanto scoppia la guerra contro gli invasori normanni, Gerold è costretto a partire, Johanna si taglia i capelli, indossa abiti
maschili, si finge frate e si rifugia nel monastero di Fulda: per lunghi anni si specializza negli studi delle erbe e degli antichi
scritti di medicina, diventando uno stimato
e brillante medico. La giovane è però costretta un giorno a fuggire di nuovo quando
33
la sua identità sta per essere scoperta e giunge a Roma quando il Papa Sergio è in fin di
vita per la cattiva alimentazione dei tempi e
la smodata passione per il vino. Johanna
entra nelle attenzioni della corte di Roma,
cura il papa con l’aiuto di pozioni e di una
dieta ferrea, raccoglie l’ammirazione di tanti ma anche l’odio di coloro, Anastasio in
testa, che tramano per costituire subito un
nuovo pontificato.
A questo punto, gli avvenimenti corrono
più della storia stessa: l’erede di Carlo Ma-
Film
gno si avvicina a Roma con il suo esercito
di Franchi tra le cui file c’è il Conte Gerold che, non appena giunto, riprende il
suo amore con Johanna; il papa muore e
la parte del clero più illuminata nomina
Johanna come suo successore; lei accetta
anche se presto si accorge di essere incinta di Gerold.
Proprio quando la sua gravidanza non
può più essere nascosta, la fazione di Anastasio prepara la congiura che attira Gerold in un’imboscata e lo uccide; Johanna
per il dolore abortisce e muore durante una
parata.
La storia della papessa, in parte tenuta
nascosta per la vergogna, in parte dissimulata e distrutta negli archivi è ripescata e
Tutti i film della stagione
divulgata da chi aveva conosciuto Johanna
e da lei aveva avuto aiuto e comprensione.
l film è tratto da un best-seller che racconta un episodio molto probabilmente leggendario, anche se i supporti
veritieri presentati hanno sempre alimentato la fantasia dei cronachisti di allora e di tutti coloro che successivamente si sono interessati alla vicenda secondo un’ottica più o
meno storiografica. Non poteva il cinema non
occuparsi di una storia che adotta la soluzione del travestimento come via di fuga dal
vero e, proprio il raggiungimento del vero,
grazie all’uso di un’immagine travestita.
Il primo tentativo di trasposizione cinematografica del 1971 con Liv Ullmann
I
scontentò un po’ tutti; questo secondo avvicinamento è sicuramente migliore nonostante le traversie organizzative che hanno visto il cambio in corsa di regia (da
Schlondorff a Wortmann) e polemiche di
ogni genere, alcune anche finite in tribunale come il contenzioso tra la produzione e Goodmann (il Papa Sergio).
Tutto è trattato con grande onestà e credibilità cosicchè l’affresco che ne risulta non
sfrutta i vari elementi “facili” a disposizione
come un revanchismo femminista ante litteram, o un anticlericalismo che sembrerebbe servito su un piatto d’argento; la costruzione preferisce invece sottolineare soprattutto due cose: le possibilità prodigiosamente a disposizione di tutti di inserirsi
nel cammino tracciato dalla macchina inarrestabile della storia e il fascino invincibile
del sapere per la cui realizzazione il destino è capace di fornire le strade più assurde
e lontane ma tutte confluenti poi in un’unica, umana, umanissima determinazione.
La cura dell’ambientazione è notevole,
ricca di genti, soluzione scenografiche, ricostruzioni in teatro e costumi. Un alveo di ottimo livello professionale capace di accogliere in pieno il percorso che Johanna Wokalek costruisce per la sua Johanna, dalle primitive campagne del medioevo centroeuropeo all’oro e alla porpora del trono di Pietro.
Una bella prova d’attrice, negli slanci, nella
passione, nella consapevolezza intellettuale con cui difende, oltre ogni limite, l’affermazione e il diritto non di un uomo né di una
donna, ma di un essere umano.
Fabrizio Moresco
THE HOLE IN 3D
(The Hole)
Stati Uniti, 2009
Operatori: Norbert Kaluza, Eric Leach, Michael Wale
Operatori Steadicam: Norbert Kaluza, BJ McDonnell
Art director: Tyler Bishop Harron
Arredatore: Victoria Söderholm
Coordinatore effetti visivi: Karina Di Cunto
Supervisore effetti digitali: Helena Packer (Whodoo Efx)
Supervisore musiche: Richard Walters
Suono: Daryl Powell
Interpreti: Chris Massoglia (Dane Thompson), Teri Polo
(Susan), Haley Bennett (Julie Campbell), Nathan Gamble
(Lucas Thompson), Dick Miller (tipo che consegna le pizze),
Jessica Just (ragazza della piscina), Chord Overstreet (adolescente), Chelsea Ricketts (Whitney), Merritt Patterson (giovane ragazza), Peter Shinkoda (giovane poliziotto), Ali Cobrin
(Tiffany), Paul Hooson (Jester), Billy Hendrickson (fantasma),
Misha Bugaev, Douglas Chapman, Stephanie Wilcox, Bruce
Dern, Quinn Lord, John DeSantis, Dylan Garrett
Durata: 98’
Metri: 2700
Regia: Joe Dante
Produzione: Claudio Fäh, David Lancaster, Michel Litvak, Vicki
Sotheran per Bold Films/BenderSpink/The Hole
Distribuzione: Medusa
Prima: (Roma 11-6-2010; Milano 11-6-2010)
Soggetto e sceneggiatura: Mark L. Smith
Direttore della fotografia: Theo van de Sande
Montaggio: Marshall Harvey
Musiche: Javier Navarrete
Scenografia: Brentan Harron
Costumi: Kate Main
Produttori esecutivi: Chris Bender, J.C. Spink, Gary Michael
Walters
Produttore associato:Garrick Dion
Co-produttori: Neal Flaherty, Jonathan Oakes, Jon Silk
Direttore di produzione: Donald Munro
Casting: Sean Cossey, Sari Knight, Nancy Nayor
Aiuti regista: Karin Behrenz, Warren Hanna, Marshall Harvey,
Carl Mason
34
Film
a telecamera zooma a uscire dalla ‘o’ del titolo e quindi dà spaventose e oscure voragini, poi
esce dal tubo di scarico dell’auto con la
quale Susan e i suoi due figli, Dane e Lucas Thompson, arrivano da Brooklyn nella loro nuova casa di Beanson Ville, nella
provincia americana. Dane, il più grande
dei due, appare ribelle e inquieto, tratta
male il piccolo Lucas, ma la madre lo esorta: “Sii migliore delle cose brutte che hai
visto. Adesso ci meritiamo un po’ di felicità”. I tre hanno cambiato diverse case, per
fuggire a un uomo violento, il padre dei
ragazzi, alcolista, in carcere ogniqualvolta che quest’ultimo scopre la nuova residenza della famiglia.
Scorgendo però la bella vicina di casa,
la coetanea Julie, Dane inizia ad apprezzare il trasloco e ritrae la ragazza nei suoi
schizzi, scrutandola dalla finestra. Mentre
arrabbiato insegue Lucas, che lo ha indicato a Julie nascosto dietro alla finestra, i
due arrivano nello scantinato, ove trovano una botola, serrata con numerosi lucchetti. Cosa nasconderà? I tubi del gas, o
un tesoro, un tunnel, una galleria senza
fine, una catacomba? Trovano le chiavi in
un barattolo e la aprono: si spalanca loro
un buco enorme senza fondo. La notte iniziano i presagi: Lucas ha paura e va a dormire nella stanza di Dane; a casa di Julie
manca la luce, la ragazza si spaventa e
cade dal letto.
La mattina successiva, Julie esce con
Dane. Lucas, rimasto solo a casa, trova
sdraiato sul suo letto il pupazzo di un
clown, rimanendone terrorizzato. Julie va
nel bagno del locale ove sta mangiando un
hamburger con Dane e sente una bambina
piangere. Le luci si spengono, la bambina
avanza verso di lei, poi nel bagno entra
un’amica e tutto torna normale. Lucas
scende in cantina: v’è il clown che gli fa
l’occhiolino, poi lo insegue e lo aggredisce, ma lui riesce a sfuggirgli. Rientrato a
casa, Dane non gli crede. Così i due fratelli ridiscendono nello scantinato e trovano una bambina che piange sangue e
dice: “Io non voglio morire”. La bambina
gira per casa, poi rientra nella botola.
Cosa cela quel buco? Un varco per i defunti? Un tunnel gravitazionale, cioè il
passaggio tra due punti dell’universo?
Frattanto i lucchetti sono scomparsi. Saliti in casa, i ragazzi trovano la madre con il
collega dott. Trevis Newman; Dane appare particolarmente risentito, per via dei
brutti ricordi legati al padre.
La mattina dopo, la botola si presenta
nuovamente aperta, benché la sera precedente i giovani vi avessero messo un armadio sopra, dal quale adesso cade un cin-
L
Tutti i film della stagione
turone. I ragazzi decidono così di inchiodarla e di andare a far visita al vecchio
proprietario della casa, Carl Crepacuore,
uscito di testa, che vive ormai in solitudine in una vecchia fabbrica di guanti. Carl
è seduto in una stanza con centinaia di lampadine accese. Appena sente che la botola
è stata aperta, si dispera: “L’Oscurità vi
ha visti, non dovevate farlo. Verrà a prendere tutti noi. Darà la caccia a tutti noi e
ci ucciderà”. Susan deve assentarsi per due
giorni. I chiodi della botola si schiodano.
Mentre Carl dipinge con furia sul taccuino da disegno che Dane ha dimenticato da
lui, le lampade esplodono tutte, e, dal buio,
l’uomo si profonde in un urlo di orrore.
Accortosi di averlo perso, Dane va da
Carl a recuperare il blocco da disegno, lo
ritrova e tenta di decifrare i nuovi schizzi
che vi sono disegnati. Vedendolo molto
accigliato, July invita lui e Lucas a fare
una nuotata nella sua piscina. Mentre è
sott’acqua, Dane scorge un’ombra inquietante all’esterno e delle orme per terra (è
il padre). Lucas avverte il tintinnare dei
sonagli del clown, che cerca poi di farlo
annegare, ma Dane lo salva. Mentre il
bambino dorme, Dane scorge sul suo braccio una mano rossa impressa, simile a quella che v’è disegnata sul suo blocchetto per
mano di Carl… Dane sente qualcuno fischiare, sul tavolo in cucina c’è una lettera dal carcere: “Ciao ragazzo”… Il padre
ha scoperto dove risiedono. Dane corre a
svegliare Lucas: v’è qualcuno in casa. Lucas incontra un agente, con un’enorme ferita alla nuca, che gli consegna una Polaroid che ritrae due bambine, con al petto
un ciondolo uguale a quello che porta Julie e che le è stato regalato dalla sua migliore amica… La bambina già apparsa
prima (che è una delle due della foto) ricompare da Julie dicendo: “La mia collana si è rotta. Salvami Julie”. È Annie, la
migliore amica di Julie, morta anni prima
cadendo da una giostra, senza che Julie
fosse riuscita ad aiutarla. Con la bimba
era morto anche l’agente che la stava soccorrendo. Julie, che vive con questo senso
di colpa, corre al parco giochi ormai abbandonato. Si arrampica su un’altissima
giostra, dove trova Annie, che non è cresciuta, al contrario di lei. Annie si lancia,
ma stavolta Julie l’afferra e la salva: adesso non ha più paura e può così riconciliarsi con il suo passato. Alla scena assiste anche Dane.
Lucas è rimasto solo a casa. Sente
Dane chiamarlo dallo scantinato, ma in
realtà è il clown. Solo con lui, Lucas lo
affronta e, dopo la lotta, fa in modo che si
sfracelli contro le pale di una ventola. Arrivano Dane e Julie e comprendono che la
35
botola da’ vita alle loro paure, come se li
conoscesse. Julie chiede a Dane che paure abbia. Lui risponde: “Nessuna”. Frattanto Dane cerca ancora di ricomporre
come un puzzle gli schizzi del suo blocco.
Alla fine ne ottiene il ritratto di un uomo
pesante che trascina un bambino e capisce che Lucas è in pericolo. Il piccolo, infatti, è stato rapito dal padre nella botola.
Dane si lancia in essa, notando a Julie:
“Ora sappiamo di cosa ho paura”. Laggiù è tutto buio e il padre appare come un
mostro gigantesco, un violento energumeno. Dane entra nella casa dove Lucas è
prigioniero e tutto è enorme e deformato. I
due fratelli s’imboscano dentro l’armadio,
come facevano quando il padre li voleva
picchiare. Adesso l’uomo ha rapito Lucas
per far accorrere Dane, tormentato dal ricordo di quella volta in cui fece nascondere il fratellino nell’armadio al posto suo,
non sapendo che il padre lo avrebbe aggredito, spezzandogli un braccio. Entra del
fumo, quindi il padre spalanca l’armadio
e minaccia Dane col suo cinturone. Dane
si fa coraggio: “Non ho paura di te”. Ma
il padre ribatte: “Non saremmo qui se fosse la verità”. Alla sua violenza cieca, il figlio contrappone la forza del ragionamento, riuscendo a smontare il genitore. “Le
tue paure si sgretolano – osserva il padre.
Cosa farai quando saranno sparite?”. “Io
non sono come te” replica Dane e l’uomo
precipita nel vuoto.
Dane e Lucas riemergono, ritrovando
Julie. Frattanto rincasa Susan che, scorgendo la botola, la apre, trovandovi un’intercapedine per le tubature del gas. I quattro se ne vanno felici a giocare una partita
a basket, ma quando Susan accenna a una
sua paura, la botola è di già pronta a riaprirsi.
n viaggio nei recessi della coscienza, ove si annidano traumi, ricordi
di morte e paure inconfessabili. Un
film ad alta tensione, nel quale l’epopea
delle avventure adolescenziali sconfina
nell’horror psicoanalitico, con la lotta contro la parte buia e rimossa del sé, simbolizzata dalla più evidente contrapposizione tra luce e oscurità. Un tuffo nell’indistinto
delle nebbie e della notte, dove affondano
le azioni e le colpe che i protagonisti non
hanno perdonato a se stessi e tutti quei
timori che forniscono alla Paura un appiglio per risucchiarli dentro di sé.
Il regista Joe Dante presenta da subito le sue carte: una casa nuova, dei ragazzi curiosi che la esplorano (il loro passato è oscuro e tormentato, mentre vivono un presente in fuga), una botola serrata con molti lucchetti, ma le cui chiavi
U
Film
stanno lì nei pressi e che quindi dev’essere aperta. Immediatamente quella voragine inquieta: non ha fondo, qualsiasi
cosa vi si lanci dentro è come se sparisse, senza tonfi e senza più tornare. E da
lì si materializzano paure che tormentano: per Lucas è un clown dal ghigno beffardo, per Julie il fantasma della sua amichetta del cuore morta tragicamente sotto i suoi occhi. Dane mostra più resistenze ad ammettere le sue paure e, per questo, sarà trascinato fin nell’epicentro di
quel mondo minaccioso dalla proiezione
mostruosa di un padre violento, pronto a
fustigarlo col suo cinturone. L’unico modo
per superare le paure è affrontarle. Così
Julie trova il coraggio di correre a salvare
l’amica Annie, riconciliandosi con la sua
memoria, mentre Lucas è costretto a lottare con il pupazzo. Dane, che del padre
conserva un ricordo feroce e il timore di
diventare come lui, trova la forza di fronteggiarlo e capendo che è solo una sua
paura riesce a farlo svanire. Riassunta
così, sembra una lieta storiella, la lotta
per vincere i turbamenti infantili e diven-
Tutti i film della stagione
tare finalmente grandi. Ma il film riesce a
trasmettere un’angoscia e un terrore veramente palpabili, per via dei presagi,
delle intuizioni, dei suoi effetti speciali, della musica di sottofondo… Nei momenti in
cui Julie è assalita dalle sue paure, ad
esempio, in casa come nel bagno del locale, rimane al buio, un buio denso di presenze e di afflizioni. D’una fortissima rilevanza simbolica è poi la scena in cui Carl,
che vive circondato di luce per paura dell’Oscurità, capisce che questa è irrefrenabile e le lampadine esplodono a una a
una quando essa viene a prelevarlo. E poi
il ghigno malefico del clown e il suo occhiolino e, al contrario, il volto mestissimo della bimba cadavere, con indosso un
abitino bianco di purezza che si lorda del
sangue che cola dai suoi occhi. Ma anche la presenza del padre violento, che
Dane inizia a intuire dall’ombra e dagli
oggetti che gli appartengono, come il cinturone o la lettera, o il segno della sua
mano sul braccio di Lucas, arto che anni
prima gli aveva spezzato quando, stanco
delle sue punizioni violente, Dane lo fece
nascondere nell’armadio al suo posto,
non immaginando di certo che la furia cieca del genitore si sarebbe scatenata anche contro un bambino.
I sentimenti sempre più forti dell’amore filiale di Susan per Dane e Lucas, una
riscoperta profonda fratellanza tra i due
ragazzi (Dane non esita a lanciarsi nella
botola per salvare Lucas), la dolce amicizia con la bella Julie (che rende a Dane
gradito il trasloco, lo fa apparire esitante
innanzi all’idea di andarsene dalla nuova
casa e quasi geloso del ciondolo a forma
di cuore che la ragazza indossa) aiutano i
protagonisti ad affrontare se stessi e il proprio passato, li sostengono nella lotta con
le loro angosce, poiché facendosi vicendevolmente coraggio sono quasi costretti
a ritrovare se stessi per non perdere quanto hanno di più caro, ossia gli altri. Ma il
passato comunque riaffiora: da una botola che contiene ogni cosa e il suo contrario e simbolizza il lato oscuro di ciascuno
di noi.
Luca Caruso
L’IMBROGLIO NEL LENZUOLO
Italia/Spagna, 2009
Art director: Marc’Antonio Brandolini
Arredamento: Enzo Forletta
Trucco: Lorella De Rossi, Virna Vento
Acconciature: Mirella De Rossi, Anna De Santis, Virna Vento
Supervisore effetti speciali: Renato Agostini
Supervisore effetti visivi: Fabrizio Storaro
Coordinatore effetti visivi: Giulio Cuomo
Suono: Gilberto Martinelli
Interpreti: Maria Grazia Cucinotta ( Marianna ), Anne
Parillaud (Beatrice), Primo Reggiani (Federico), Geraldine
Chaplin (Alma), Ernesto Mahieux (Gennarino Pecoraro),
Giselda Volodi (Elena), Miguel Ángel Silvestre (Giocondo),
Ralph Palka (console Burke), Nathalie Caldonazzo (Elisa
de Valory), Mimosa Campironi (Virginia), Miriana Comiato
(Celestina), Riccardo Floris (Marcello), Piero Cardano (Pietro), Modesta Maryam Aiello (Laura), Angélica Aragón (Teresa), Pietro Ragusa (Don Antonio), Maria Del Monte (madre di Giocondo)
Durata: 100’
Metri: 2750
Regia: Alfonso Arau
Produzione: Maria Grazia Cucinotta, Giulio Violati per Seven
Dreams Production/ Aquelarre Servicios Cinematograficos/
Radiotelevisione Italiana (RAI)
Distribuzione: 01 Distribution
Prima: (Roma 18-6-2010; Milano 18-6-2010)
Soggetto: tratto dal romanzo omonimo di Francesco Costa
Sceneggiatura: Giovanna Cucinotta, Chiara Clini, Romina
Naedozi, Francesco Costa
Direttore della fotografia: Vittorio Storaro
Montaggio: Paolo Benassi
Musiche: Maria Entraigues, Ruy Folguera
Scenografia: Giantito Burchiellaro
Costumi: Stefano De Nardis, Claudio Manzi
Produttore esecutivo: Riccardo Neri
Produttore associato: Luis Ángel Bellaba
Direttore di produzione: Gianluca Passone
Casting: Michela Forbicioni
Aiuti regista: Luigi Spoletini, Marco Martelli
Operatore: Roberto Gentili
icilia, 1905. Federico studia controvoglia alla facoltà di medicina.
La madre Alma cerca di fare di tutto per invogliarlo, ma senza risultati.
Una volta, addirittura, sviene in aula mentre
il professore sta praticando un’autopsia assieme ad altri studenti. La sua grande passione è invece il cinematografo. Ogni sera
S
infatti accorre assieme a molti altri spettatori per assistere agli spettacoli di questa nuova invenzione. Decide, così, di abbandonare
gli studi con grande dolore di Alma che, per
sbarcare il lunario, suona il pianoforte durante le proiezioni di pellicole mute che si
svolgono nel teatro di Don Gennarino Pecoraro, libidinoso produttore di origine parte36
nopea. La donna deve riavere dei soldi dall’impresario, ma, malgrado le insistenti richieste, l’uomo ritarda il pagamento. Ed è
così che Federico va da lui per riscuotere il
denaro per conto della madre. In quell’occasione, Don Gennarino confida al ragazzo
che è stanco di proiettare le pellicole degli
altri e vorrebbe produrre il suo primo film. A
Film
quel punto Federico lo convince ad affidargli l’incarico di scrivere una nuova storia e
dirigerla. Secondo le richieste del produttore, ci deve essere una bella donna con un
seno enorme. Secondo Elena, la sorella puritana e bigotta di Don Gennarino, la vicenda deve essere invece edificante.
Il giovane, nel frattempo, ha una relazione con Beatrice, una scrittrice e giornalista torinese che si è trasferita in Sicilia in
una villa sulle rive di un piccolo lago, per
scrivere una storia a puntate sul quotidiano locale “L’Osservatore del Sud”. Per lei
lavora Marianna, una donna dalla bellezza
selvaggia, povera e analfabeta che si guadagna da vivere togliendo il malocchio e
curando i paesani con erbe e pozioni. Appena la vede, Federico ha l’idea per il suo
film. La filma di nascosto mentre si sta facendo il bagno nel lago e poi ci costruisce
attorno la storia intitolata La casta Susanna. Al cinema il film spopola. Il ragazzo è
diventato celebre, mentre per Marianna
cominciano i guai. Il pubblico del tempo non
sa ancora distinguere la verità dalla finzione. Per tutto il paese il suo nome è associato a quello di Susanna ed è trattata come
una svergognata. Inoltre, le viene tolto anche l’affidamento della figlia. Una sera
però, durante una serata di gala, mentre si
sta proiettando il film, Marianna arriva all’improvviso.
embra essere tornato indietro nel
tempo il cinema con L’imbroglio
nel lenzuolo. Ciò sicuramente è
evidente a livello puramente narrativo. La
vicenda è infatti ambientata agli inizi del
secolo, nel 1905, quando le prime proiezioni pubbliche cominciavano ad appassionare gli spettatori. Ma un’operazione del
S
Tutti i film della stagione
genere è significativa anche a livello formale. Il film di Arau infatti non vuole discostarsi dalla sua origine letteraria (il romanzo di Francesco Costa da cui la pellicola è
tratta) ma, anzi, esibirne il rapporto. Dalla
parola allo schermo, quindi, dove Arau
sembra quasi una reincarnazione di quel
calligrafismo anni ’40. Soldati, Poggioli,
Castellani e anche Visconti sono però lontanissimi anche perché L’imbroglio nel lenzuolo non oltrepassa mai la sua compiaciuta esteriorità, ovattata dalla ‘bella’ fotografia di Vittorio Storaro che costruisce
delle immagini da ‘ammirarÈ autonomamente, dove emergono i décor degli interni (la villa della giornalista nei pressi del
lago, la sala cinematografica, le tende) o
degli esterni fotografate come cartoline (il
mare), come per dare vigore ai paesaggi
siciliani. Evidentemente l’intento di Maria
Grazia Cucinotta produttrice, dopo Viola di
mare di Donatella Maiorca, è quello di voler rappresentare il passato, la memoria
della propria regione, mettendone in evidenza la componente arcaica e gli elementi tradizionali. Quasi uno spot per la Sicilia
Film Commission. Ed è così forse che si
spiega il suo personaggio della veggente
analfabeta Marianna, che sembra uscire
fuori dall’iconografia di un dipinto. Arau non
gli riesce mai a darle consistenza fisica,
neanche quando si va a fare il bagno nuda,
s’incontra col fidanzato, oppure nel momento in cui, disperata, le viene sottratta
la figlia. Il cineasta messicano si limita a
una contemplazione di maniera, segno di
un o sguardo che si alimenta della sua inconsistenza, che poteva andare parzialmente bene per Come l’acqua per il cioccolato, ma mostrava già la sua inutilità in Il
profumo del mosto selvatico fino a sfiora-
re il ridicolo in L’imbroglio nel lenzuolo. Nel
modo in cui sono costruiti certi momenti
(dallo svenimento di Federico, ai raptus
sessuali di Don Gennarino), si potrebbe
avere quasi il sospetto che lo scopo del
cineasta è quello di ricreare quella dimensione di quei quadri filmati del cinema pionieristico. Il problema però è la durata. Lì
avevano senso perché il tempo era limitatissimo. Qui vengono inseriti in un contesto dove il ‘cinema nel cinema’ diventa solo
un’involontaria caricatura con la riproduzione della scena degli spettatori che scappano all’arrivo del treno, come era accaduto con il pubblico di fine ‘800 davanti a
quello dei fratelli Lumière nella stazione di
La Ciotat. La credenza popolare, incapace di distinguere il vero dal falso, la realtà
dalla finzione in cui la figura di Marianna
viene associata alla donna di facili costumi della casta Susanna, viene poi restituita in maniera quasi comica. Ciò andrebbe
pure bene, ma non in un film che si prende maledettamente sul serio, che racconta una storia di passioni peggio di una telenovela sudamericana e dove fa rabbia
vedere l’energia di Anne Parillaud di Nikita persa in questa figura così imbalsamata da non riuscire quasi a muoversi. Più
che ‘l’imbroglio del lenzuolo’ questo è l’imbroglio del cinema. Ma non si tratta di quei
seducenti inganni visivi che ipnotizzano.
Questo è solo un bruttissimo film dove dietro lo schermo non resta nulla e sopra le
immagini vengono consumate e dissolte
all’istante, come quella della povera Geraldine Chaplin, che accompagna col pianoforte i film muti. Se è un omaggio al padre, c’è da rabbrividire ulteriormente.
Simone Emiliani
NORD
(Nord)
Norvegia, 2009
Regia: Rune Denstad Langlo
Produzione: Sigve Endresen, Brede Hovland per Motlys
Distribuzione: Sacher Film
Prima: (Roma 26-2-2010; Milano 26-2-2010)
Soggetto e sceneggiatura: Erlend Loe
Direttore della fotografia: Philip Øgaard
Montaggio: Zaklina Stojcevska
Musiche: Ola Kvernberg
Scenografia: Hege Pålsrud
Costumi: Emina Mahmuljin
Direttore di produzione: Gudrun Austli
Casting: Celine Engebrigtsen
Aiuti regista: Daniel Malmén
Art director: Hege Pålsrud
Supervisore effetti visivi: Martin Thorkildsen
Effetti: Dan Erik Heggelund
Suono: Oscar Lovnér
Interpreti: Anders Baasmo Christiansen (Jomar Henriksen),
Kyrre Hellum (Lasse), Marte Aunemo (Lotte), Mads Sjøgård
Pettersen (Ulrik), Lars Olsen (Ailo), Astrid Solhaug (Mari), Even
Vesterhus (Thomas), Ragnhild Vannebo (Rigmor), Celine
Engebrigtsen (dottoressa), Ole Dalen (Sir Trøndelag)
Durata: 78’
Metri: 2150
37
Film
reddi monti della Norvegia. Il giovane e tormentato Jomar passa
giorni tutti uguali rintanato
nella capanna da custode di una stazione
sciistica in quota. Tra alcol, sigarette e psicofarmaci, Jomar trascorre le sue ore nel
rimpianto e nel rimorso. Lasciato dalla moglie, che ha iniziato un nuova vita altrove
portando con sé il figlioletto, Jomar non ha
saputo reagire allo shock, ha smesso la sua
carriera di sciatore professionista e ha iniziato una disperata discesa nelle crisi di panico e nell’angoscia. Né i moniti perentori
degli psichiatri, né le sollecitazioni dell’amico Lasse valgono a spingere il ragazzo fuori dalla sua patologica inerzia.
Una sera come tante, però, mentre
Jomar si prepara la cena con gli occhi
ossessivamente fissi sul teleschermo, un
banale incidente ai fornelli genera un incendio. Il ragazzo fa appena in tempo a
uscire dalla baracca che in pochi minuti
viene distrutta dalle fiamme. Con un sacco a pelo, una tanica d’alcol e una di
benzina Jomar sale sulla motoslitta e
parte apparentemente senza una meta. È
l’inizio del viaggio che Jomar conduce
da solo, verso Nord, deciso a riconquistare la compagna e riabbracciare il figlio. Dopo un intero giorno sulle nevi,
Jomar, quasi completamente accecato
dai riflessi solari sul ghiaccio, trova rifugio presso una casupola sperduta ai
margini della foresta. Là vivono Lotte,
la bambina che decide di offrirgli il suo
aiuto, e la nonna di lei, sospettosa e restia a dare ospitalità a Jomar. Dopo una
breve convalescenza passata con gli occhi bendati, chiuso in un ripostiglio, il
ragazzo riprende il suo viaggio. Esaurite le poche provviste e finiti gli incontri
fortunati, Jomar prosegue il viaggio dormendo in baracche deserte, rubando salumi e alcolici nelle case lungo il tragitto. Poi, in un salto più azzardato degli
altri, Jomar rompe la motoslitta. Pochi
minuti dopo incontra uno strano ragazzo che lo invita a fermarsi da lui. I due
bevono, mangiano e scherzano insieme.
Il mattino seguente, riposato e rifocillato, Jomar riparte sugli sci regalatigli dal
nuovo amico. In pochi attimi, senza quasi
avere il tempo di rendersene conto, Jomar si ritrova immobile davanti un tank
che gli punta il suo grosso cannone contro: si tratta di un’esercitazione militare
e Jomar ne approfitta per mangiare e
bere ancora una volta. Vengono finalmente gli alti crinali, le lunghe discese,
le vaste vallate imbiancate dalla neve.
Nel bel mezzo d’un lago ghiacciato sta
una capanna, dalla quale esce una corda legata a una motoslitta. Jomar entra.
F
Tutti i film della stagione
Dentro è accampato un vecchio vestito
del costume tradizionale. Il vecchio sembra scontroso, ma poi invita il ragazzo a
restare e così Jomar si ferma per qualche giorno con lui, deciso a scoprire il
mistero che si cela dietro quella corda
che lega il vecchio alla motoslitta. Qualche giorno più tardi, all’alba, il ghiaccio cede inghiottendo il pesante mezzo
cingolato, che, a sua volta, rapidamente
e in silenzio, trascina giù con sé anche il
vecchio, ancora addormentato.
È l’ultimo tratto. Pochi chilometri più
in là Jomar si avvicina a una casa abitata,
si toglie gli sci, e si siede in silenzio accanto a un bambino. Il viaggio è finito.
ome il protagonista Jomar, così
il trentaduenne Rune Denstad
Langlo – regista norvegese al
suo terzo lungometraggio per il cinema
– sembra compiere lungo il film un’ascesa, una risalita di senso attraverso il sentiero della sottrazione, dell’ascesi, della
rinuncia. Jomar fa la sua prima comparsa sullo schermo oppresso e ammaliato
da mille dipendenze: i farmaci, il fumo,
l’alcol, la spaventosa, rassicurante ipnotica psichedelia televisiva. Il caso sembra consigliare una drastica rottura, l’ini-
C
zio di una rigenerazione. Alla sua meta
Jomar arriva senza pastiglie, senza alcol, senza sigarette e sui suoi odiati,
amati sci. In modo simile, il regista sceglie un inizio essenziale dal quale prende origine una narrazione scarna e tesa,
forte del suo rigore quasi ingenuo. Poche parole, un tappeto musicale funzionale ed efficace, la messa in sequenza
di azioni sintetiche ed elementari. Uno
stile laconico che con perfetta coerenza
produce un finale in levare, muto, icastico, discreto. Il film – passato con successo a Berlino a New York (Tribeca) e
infine a Torino, ottenendo premi e applausi, e uscito infine in Italia grazie alla distribuzione di Nanni Moretti– allude molto più di quanto lo spettatore distratto riesca a cogliere; nasconde, rimanda, tace
ed elide concentrandosi sul senso dell’attimo, riuscendo con grande leggerezza a toccare temi e concetti grandi e complessi, costruendo il pieno attraverso il
vuoto, usando gli strumenti del cinema
con saggia concretezza. Rune Denstad
Langlo non è un esordiente, eppure unisce l’umiltà e la discrezione del grande
autore alla fresca vitalità del neofita.
Silvio Grasselli
IL COMPLEANNO
Italia, 2009
Regia: Marco Filiberti
Produzione: Caroline Locardi, Agnes Trincal, Gianluca Leurini per Zen Zero
Distribuzione: Zen Zero
Prima: (Roma 28-5-2010; Milano 28-5-2010)
Soggetto e sceneggiatura: Marco Filiberti
Direttore della fotografia: Roberta Allegrini
Montaggio: Valentina Girodo
Musiche: Andrea Chenna
Scenografia: Livia Borgognoni, Ezio Frigerio
Costumi: Eva Coen, Isabelle Caillaud
Direttore di produzione: Gianluca Leurini
Casting: Michela Forbicioni
Aiuti regista: Luigi Spoletini, Alessandra Fortuna
Trucco: Ermanno Spera
Supervisore effetti visivi: Stefano Marinoni
Coordinatore effetti visivi: Federica Nisi
Suono: Marco Grillo
Interpreti: Massimo Poggio (Matteo), Michela Cescon (Shary), Hristo Jivkov
(Leonard), Alessandro Gassman (Diego), Maria de Medeiros (Francesca), Piera
Degli Esposti (Giuliana), Thyago Alves (David), Eleonora Mazzoni (Flaminia), Paolo
Giovannucci (Massino), Maria Luisa De Crescenzo (Aurora), Federica Sbrenna
(Vanessa), Marianna De Rossi (Chicca), Daniele De Angelis (Orazio), Marco Roscini
(Lucio), Marco Casu (Fabio)
Durata: 106’
Metri: 2900
38
Film
ue coppie, Matteo e Francesca,
Diego e Shary, assistono a una rappresentazione del Tristano e Isotta
di Wagner. Qui incontrano Leonard, il fratello minore di Shary. Questa ultima, vedendo il ragazzo ancora provato per la morte
della sua compagna, pensa di ospitarlo nella casa al mare che i quattro amici hanno
affittato per l’estate.
Matteo, quarantenne psicanalista, colto
e dal carattere riflessivo, è sposato con Francesca, con la quale ha una bambina di 5 anni.
Diego, invece, il suo migliore amico, è un
eterno ragazzo immaturo e superficiale. È
diventato avvocato soltanto per fare contento il padre e, nonostante abbia una relazione
con l’americana Shary, dalla quale ha avuto
anche un figlio, David, gioca a fare il dongiovanni.
David, cresciuto negli Stati Uniti per studiare al college, è un bellissimo ragazzo e
ha posato anche per alcuni servizi fotografici. Dopo 5 anni, torna in Italia per passare
l’estate con la famiglia. Il suo arrivo provoca un profondo turbamento in Matteo, che
presto scopre di essere attratto dal giovane.
Inizia a comportarsi in modo strano mostrandosi nervoso e sfuggente. Per distrarsi da
questa ossessione, prova a dedicarsi al lavoro, seguendo la paziente Giuliana.
Soltanto Leonard sembra intuire ciò che
sta accadendo. Dopo aver tentato invano di
portare con sé il nipote, riparte. David, che
ha fatto amicizia con un alcune ragazze sulla spiaggia, sceglie invece di rimanere. Tuttavia le attenzioni che gli dedicano le sue
coetanee non sembrano interessarlo. Nel frattempo, i rapporti tra lo psicanalista e sua
moglie peggiorano e anche tra Shary e Diego riaffiorano vecchie tensioni.
Tutto è pronto per la festa del loro figlio.
Mentre Francesca è assente, Matteo e David si lasciano andare al richiamo della passione. Quando la donna rientra a casa e li
sorprende al letto insieme, fugge via sconvolta. Mentre esce viene investita da un auto
e muore sul colpo. Di fronte a questa disgra-
D
Tutti i film della stagione
zia, il gruppo di amici si chiude in un silenzio di dolore.
opo aver partecipato con successo a numerosi festival internazionali, tra cui la Mostra del Cinema
di Venezia 2009 (“Controcampo Italiano”) ed
essere stato venduto in molti paesi, l’opera
seconda di Marco Filiberti trova un esiguo
spazio anche nel panorama distributivo italiano. Non ci stupiamo, però, se un’opera così
piccola (soltanto perché firmata da un autore poco conosciuto), ma estremamente ambiziosa, finisca poi per rimanere inosservata. La colpa è di un calendario folle che, settimana dopo settimana, diventa sempre più
fitto e sempre meno di qualità, inghiottendo
spesso e volentieri i film più deboli, che sono
anche quelli di maggior valore.
Il Compleanno (girato tra le dune di Sabaudia e ottimamente fotografato da Roberta Allegrini) è un raffinato e coraggioso tentativo di mescolare melodramma e tragedia,
sullo sfondo di un complicato intreccio familiare dal sapore viscontiano, fatto di verità
inconfessabili, di sentimenti devastanti, di
desideri implosi e forieri di sventura. Proprio
come nel libretto dell’opera Tristano e Isotta,
che uno dei quattro protagonisti, Matteo,
commenta all’inizio, mentre è assorto ad
ascoltare la musica rombante quasi come
fosse preso da un rapimento mistico.
Quell’emozione così forte provata a teatro, metafora di un amore assoluto e maledetto, non fa che presagire l’incontro altrettanto travolgente con la “bellezza pura” fatta
persona, nel cui nome (David, interpretato
dal modello brasiliano Thyago Alves), è già
contenuto un’ideale di perfezione estetica.
Quel corpo di scultorea armonia, che giunge come una tempesta, ha il potere di risvegliare impulsi fino ad allora sconosciuti o
soltanto repressi nel subconscio?
A questo punto, qualcuno potrebbe anche chiedersi con un po’ di scetticismo riguardo alla verosimiglianza della storia:
come è possibile che tutto questo accada
D
a uno psicanalista, figura simbolo per antonomasia di rigore, razionalità e autocontrollo? Non è un caso che il regista abbia
scelto appunto come protagonista uno studioso delle pulsioni umane, proprio per mostrare al pubblico come le variabili imperscrutabili della vita agiscono sul nostro
sentire, rivelando a volte lati oscuri dell’identità.
Filiberti dimostra in fase di sceneggiatura una cura meticolosa nella definizione psicologica di tutte le forze messe in campo,
offrendo un variegato panorama di ritratti
maschili e femminili. La scelta del cast si rivela poi molto brillante: da Massimo Poggio
ad Alessandro Gassman, da Maria de Medeiros a Michela Cescon, ogni attore è capace di donare al suo personaggio fascino,
sensibilità e spessore. Ed anche gli altri, con
il loro vissuto doloroso, apportano senso e
verità allo svolgimento della storia, fungendo così da elementi di raccordo.
Le sofferenti parole, per esempio, di una
delle pazienti dello psichiatra, Giuliana (una
intensa e granitica Piera Degli Esposti, che
nel film confessa il suo problematico rapporto con la figlia) hanno il sapore di una rivelazione. Ma anche i ricordi della cognata malata di depressione evocati da Leonard (Christo Jivkov aggiunge a questa figura un interessante margine di ambiguità) fanno breccia nel cuore e nella mente del medico,
squarciando finalmente un velo di pudore,
dietro cui forse non era più possibile nascondersi.
Questi due episodi citati ci parlano di Il
Compleanno come di un racconto corale, di
una partitura musicale polifonica, in cui l’amore può avere innumerevoli declinazioni e non
esclusivamente quella omosessuale - come
si potrebbe erroneamente dedurre. E dove
l’imprevedibilità del desiderio può avere un
effetto disarmante. Del resto, lo diceva Jean
Cocteau: «L’amore arriva di soppiatto, come
un ladro».
Diego Mondella
LE QUATTRO VOLTE
Italia/Svizzera/Germania, 2010
Regia: Michelangelo Frammartino
Produzione: Giovanni Davide Maderna, Gabriella Manfrè,
Gregorio Paonessa per Invisibile Film/Ventura Film/Vivo Film/
Essential Filmproduktion; in collaborazione con Caravan Pass/
Altamarea Film
Distribuzione: Cinecittà Luce
Prima: (Roma 28-5-2010; Milano 28-5-2010)
Soggetto e sceneggiatura: Michelangelo Frammartino
Direttore della fotografia: Andrea Locatelli
Montaggio: Benni Atria, Maurizio Grillo
Scenografia: Matthew Broussard
Costumi: Gabriella Maiolo
Organizzatore generale: Marco Serrecchia
Suono: Paolo Benvenuti, Simone Olivero
Interpreti: Giuseppe Fuda, Bruno Timpano, Nazareno Timpano
Durata: 88’
Metri: 2460
39
Film
n carbonaio batte ritmicamente
sopra le pareti del camino di terra e paglia che cova la fiamma.
Nero. Le capre al pascolo. Il pastore è vecchio e malato. Una tosse impietosa lo scuote fin quasi a soffocarlo. Ogni sera, prima
del sonno, il vecchio tira fuori una bustina
di lurida polvere, la versa in un bicchier
d’acqua, mescola e beve. Ogni giorno, il
vecchio porta una bottiglia di latte alla perpetua che, in cambio, gli consegna un pizzico della polvere raccolta dal pavimento
della chiesa del paese, benedetta da un rito
a metà tra pietà popolare e credenza pagana. Accanto alla stalla delle capre, intorno
alla casetta del vecchio, un carretto a motore s’inerpica per gli scoscesi vicoli del paese: è la distribuzione del carbone. Una
mattina, mentre pascola il gregge, il vecchio perde, senza accorgersene, la polvere
benedetta. Giunta la sera, disperato per la
scoperta, il pastore cerca la perpetua ma
ormai la chiesa è deserta. Sono gli ultimi
giorni della Quaresima. La mattina dopo,
davanti alla povera abitazione del vecchio
sfila tutto il paese, riunito per la processione in costume della Passione di Cristo. Il
carretto dei carbonai è fermo in pendenza
davanti alla stalla. Dopo aver spaventato e
rincorso donne e bambini, il cane del vecchio sfila il fermo di sotto alle ruote del furgoncino che finisce per schiantarsi contro
il recinto della stalla del pastore. Le capre
sono libere. Invadono i vicoli all’intorno,
entrano in casa del vecchio e si sparpagliano ovunque, fin quasi a salire sul letto dell’uomo, misteriosamente addormentato.
Alla fine delle celebrazioni liturgiche, la
scoperta del cadavere. Il becchino batte
sulle pareti del loculo dove il vecchio pastore è appena stato sepolto. Nero. Al vecchio sopravvivono le capre e alla morte succede la nascita. I capretti giocano, riparati,
nella stalla. Ma, alla fine dell’estate, è tempo per le prime uscite al pascolo. Uno dei
piccoli si attarda in esplorazioni solitarie
perdendo il gregge. La notte e la pioggia lo
sorprendono da solo sotto la chioma d’un
albero imponente.
L’obiettivo fermo sulla gigantesca
pianta attende impassibile il passare delle
stagioni. Alla pioggia segue la neve, poi di
nuovo i colori si accendono e si rischiarano fino a che l’albero non viene abbattuto.
Ridotto a liscio palo, il tronco viene issato
nella piazza del paese dove sarà il centro
della festa accogliendo sulla sua cima gli
addobbi della “cuccagna”.
Dopo essere stato scalato e conquistato, il tronco ricade a terra. Ricompaiono i
carbonai col loro motocarro. In pochi, rapidi colpi i due fanno a pezzi i resti della
pianta e li portano di nuovo verso la fore-
U
Tutti i film della stagione
sta. Per la seconda volta la macchina torna
nel recinto dove si fa il carbone. Sulla terra
brulla gli uomini dispongono la legna in
cerchio, ammonticchiandola con sapiente
esattezza. Coprono la legna con la paglia e
poi col terriccio umido. In cima, resta aperto un camino. Dopo giorni di combustione,
dal cumulo smontato esce nero carbone. Il
legno trasmutato torna sul motocarro che
sale da principio le scoscese vie del paese.
ichelangelo Frammartino ha rappresentato i patri colori a Cannes
(Quinzaine) con il suo secondo lungometraggio. Le quattro volte sono
le quattro vite del mondo: la vita umana,
quella animale, la vegetale e la minerale.
Lo stile implicito ed ellittico, rigoroso fin quasi all’ascetismo delle forme, fa correre la
mente al cinema di Vittorio De Seta. È lo
stesso Frammartino a dichiarare la paternità d’elezione. Eppure dietro le sovrapponibilità apparenti, le somiglianze superficiali,
si nascondono sostanziali differenze d’ispirazione. Frammartino dimostra, prima di
tutto, d’esser mosso da un’ansia narrativa
del tutto aliena, rispetto all’orizzonte cinematografico di De Seta: allo sguardo d’attesa e relazione del maestro si sostituisce
nell’allievo l’urgenza di ordinare il mondo
dentro uno schema prestabilito di racconto. A Frammartino non manca acume e ironia, sapienza tecnica e consapevolezza linguistica; più di tutto le sue immagini brilla-
M
no d’un ritmo cadenzato e musicalmente
perfetto. Ma lo sguardo impersonale della
m.d.p. evita di scegliersi un posto nel mondo che osserva, evitando così anche di stabilire ed esplicitare la sua relazione con gli
oggetti che filma. Il regista scopre la vita
segreta del piccolo villaggio con l’occhio
ultraterreno e impersonale d’un Creatore
astratto che segue da lontano e con ironico
distacco le piccole vicende delle sue piccole creature. Anche quando la m. d. p. si avvicina ai corpi degli armenti, agli occhi degli animali, alle mani piagate del vecchio
pastore o ai tronchi rugosi degli alberi del
bosco, la prossimità non diventa mai intimità, movimento affettivo, ma segna piuttosto
curiosità crudele e impersonale per il cerchio della vita che si rinnova consumandosi prima dentro la morte.
Il montaggio necessario al racconto
non è compiuto dentro, ma fuori dall’immagine, fuori dal film. Se anche le inquadrature “tagliate” da Frammartino mostrano e dimostrano la presenza del cinema,
la sequenza dei singoli “pezzi” denuncia
l’assenza del film.
L’orrore e la meraviglia sono intorbiditi e
rotti dalla tensione che punta alla chiusura
del cerchio narrativo. Uun po’ come succede in viaggio, quando, invece di aprirsi allo
stupore della scoperta ci si lascia distrarre
dalla preoccupazione del ritorno a casa.
Silvio Grasselli
UNA SOLUZIONE RAZIONALE
(Det enda rationella)
Svezia, 2009
Regia: Jörgen Bergmark
Produzione: Helena Danielsson per Hepp Film/ Blind Spot Pictures Oy/ARTE/Lucky
Red/Pandora Filmproduktion/ Sveriges Television (SVT)/ Yleisradio (YLE)/ Zweites
Deutsches Fernsehen (ZDF)
Distribuzione: Lucky Red
Prima: (Roma 9-9-2009; Milano 9-9-2009)
Soggetto e sceneggiatura: Jens Jonsson
Direttore della fotografia: Anders Bohman
Montaggio: Mattias Morheden
Musiche: Nathan Larson
Scenografia: Peter Bävman
Costumi: Paola Billberg
Co-produttori: Karl Baumgartner, Jörgen Bergmark, Raimond Goebel, Jens Jonsson,
Tero Kaukomaa
Aiuto regista: Sofie Palage
Trucco: Evalena Jönsson
Suono: Andreas Hildebrandt
Interpreti: Rolf Lassgård (Erland), Pernilla August (Karin), Stina Ekblad (May), Claes
Ljungmark (Sven-Erik), Magnus Roosman (prete)
Durata: 104’
Metri: 2850
40
Film
n una cittadina scandinava, Erland,
cinquantenne ancora prestante, lavora nella cartiera insieme all’amico Sven-Erik. Nel tempo libero, tiene con
sua moglie May un gruppo di discussione
serale sulle dinamiche matrimoniali presso la locale Chiesa Pentecostale. I due sembrano una coppia molto affiatata, che dispensa consigli e costituisce un modello per
gli altri. Sven-Erik, al contrario, è depresso ed esce da un tentativo di suicidio, nonostante ami la moglie, che considera la
sua unica fonte di felicità. Erland e May,
per risollevare l’amico, organizzano per lui
una festa di compleanno a sorpresa. Qui
Erland conosce Karin, la moglie di SvenErik e tra i due nasce una forte attrazione.
In un primo momento, cercano di resistere
alla passione, ma ben presto i buoni propositi vengono meno. Tra i due nasce una
relazione che è difficile riuscire a mantenere segreta per i principi in cui crede Erland. L’uomo, dunque, elabora una “soluzione razionale” per risolvere la questione: le coppie devono sedersi attorno a un
tavolo per esaminare con calma la situazione. Decidono così di andare a vivere tutti
insieme a casa di Erland e May, stabilendo un decalogo per la loro nuova vita in
comune. I due coniugi traditi accettano
l’esperimento che li metterà a dura prova,
I
Tutti i film della stagione
nella speranza che tutto torni come prima,
ma le difficoltà minacciano di farli sprofondare in un abisso, perché è impossibile
sottomere i sentimenti alla ragione. May
rivela la propria gelosia in un crescendo
di manifestazioni e confessioni al marito e
decide di abbandonare la casa. Sven-Erik,
dopo aver tentato un vano suicidio nella
cartiera, riscopre il gusto di vivere fuori
dalla dipendenza affettiva degli altri e si
allontana, sollevato, a bordo della sua barca nel lago.
l suo primo lungometraggio, Jorgen Bergmark, di cui ricordiamo
la collaborazione in Kitchen Stories di Bent Hamer, realizza una pellicola
dai toni vagamente bergmaniani, analizzando i comportamenti umani e di coppia, osservandoli come cavie da laboratorio. Un
film di recitazione, di stampo teatrale, in cui
la scena è racchiusa tra quattro mura e claustrofobicamente i personaggi soffrono, amano, discutono, mettendo a nudo le proprie
emozioni. Nonostante non manchino elementi surreali, il film che inizia con leggerezza, assume un crescendo tragico per poi
sciogliersi in un finale agrodolce. Le domande che Bergmark pone non vengono soddisfatte; sappiamo che non è possibile trovare “una soluzione razionale” ai problemi
A
di cuore, ma che fine faranno i due adulteri
che rimangono da soli sotto lo stesso tetto?
In realtà, la leggerezza con cui si cerca razionalmente di trovare un’uscita da una situazione che coinvolge i sentimenti, non solo
di due persone innamorate, ma di due coppie sposate, permette un andamento scorrevole di un dramma altrimenti insostenibile.
La “soluzione razionale” perde di fronte alle ragioni del cuore, come dice Pascal,
e la lotta tra ciò che è “giusto” e ciò che
istintivamente non lo è risulta impari: anzi,
la razionalità sembra in certi casi più crudele e destabilizzante di qualsiasi moto
incontrollato dell’animo.
L’aggressività dei personaggi sembra
esprimersi solo attraverso le corse dei due
uomini rivali sui go-kart, in cui non è chiaro se per caso, o per intenzione, è permesso di vincere sempre al perdente SvenErik. Il film si avvale di numerosi primi piani e le inquadrature di tipo introspettivo permettono ai personaggi di passare con veridicità da espressioni d’incredulità, all’infelicità e alla chiusura. Il tocco bergmaniano si avverte anche nella scelta delle due
intense attrici Pernilla August e Stina Ekblad, entrambe interpreti del capolavoro
del maestro svedese Fanny e Alexander.
Veronica Barteri
IL TEMPO CHE CI RIMANE
(The Time That Remains)
Francia/Palestina, 2009
Regia: Elia Suleiman
Produzione: Michael Gentile, Elia Suleiman per The Film/Nazira
Films/ France 3 Cinéma/ Artemis Films/ Radio Télévision Belge
Francophone (RTBF)/ BIM Distribuzione/ Belgacom TV/
Corniche Pictures; con la partecipazione di MBC Group/ France
3 (FR 3)/ Canal+/TPS Star
Distribuzione: BIM
Prima: (Roma 4-6-2010; Milano 4-6-2010)
Soggetto e sceneggiatura: Elia Suleiman
Direttore della fotografia: Marc-André Batigne
Montaggio: Véronique Lange
Scenografia: Sharif Waked
Costumi: Judy Shrewsbury
Produttore esecutivo: Hani Farsi
Produttori associati: Joslyn Barnes, Danny Glover, Maya
Sanbar
Co-produttore: Avi Kleinberger
S ritorna a casa per rivedere la madre che sta per morire. All’aeroporto monta su un taxi israeliano.
In lontananza nuvole nerissime gravide di
pioggia si gonfiano minacciose. E.S. si abbandona al ricordo. E rivede l’occupazione
di Nazareth da parte delle forze armate israeliane.
E
Direttori di produzione: Ehab Assal, Jacques Royer
Casting: Juna Suleiman
Aiuti regista: Kira Bik, Jerome Borenstein, Robyn Glaser,
Avichai Henig, Enas I. Muthaffar
Operatore: Ehab Assal
Arredatore: Maha Assal
Supervisore musiche: Matthieu Sibony
Suono: Christian Monheim
Interpreti: Elia Suleiman (E.S.), Saleh Bakri (Fuad), Samar Qudha
Tanus (la madre 1970-80), Shafika Bajjali (la madre oggi), Tarek
Qubti (vicino di casa), Zuhair Abu Hanna (E.S. bambino), Ayman
Espanioli (E.S. adolescente), Bilal Zidani (Jubran), Leila
Mouammar (Thuraya), Yasmine Haj (Nadia), Amer Hlehel (Anis),
Nina Jarjoura (Rose), Georges Khlefi (sindaco), Ziyad Bakri
(Jamal), Lotuf Neusser (Abu Elias), Ali Suliman (fidanzato di Eliza)
Durata: 105’
Metri: 2880
Attraverso la storia di Fuad, membro
della resistenza palestinese, dalla creazione dello stato d’Israele nel 1948 ai giorni
nostri, si traccia la ricerca dell’identità di
suo figlio.
Quattro episodi, dal 1948 ad oggi, per
raccontare, più che un’autobiografia, una
serie di ricordi quotidiani, di situazioni e
41
momenti rimasti nella memoria di E.S. E proprio dal 1948, data in cui viene fondato Israele, la storia della famiglia del regista va di
pari passo con quella di un popolo senza più
una terra. L’esistenza stessa di questo sconvolgimento politico porta E.S. a chiedersi: è
lui a portare la Palestina con sé o è la Palestina a estendersi al resto del mondo?
Film
I
n Palestina la vita è qualcosa che
fatica ad affermarsi, frammentata,
continuamente negata. Un vero racconto – quello fluido e senza sussulti di
una “banale” vita terrena” - fatica a dipanarsi, costellato da mille impedimenti e
dalla prevaricazione. Una frammentazione ricorrente nel cinema di Elia Suleiman.
Qui come in Intervento divino (dove il regista riprende il proprio simbolico nome E.S.)
lo sguardo di insieme è dato dall’unione di
tanti piccoli frammenti che richiamano inevitabilmente una vita ordinaria, andata inevitabilmente in frantumi. Una peculiarità stilistica che il regista incarna sullo schermo,
facendo, ancora una volta, di se stesso il
muto e attonito protagonista di un mondo
senza logica né giustizia. Il merito (ormai
acclarato) di Suleiman è tutto qui, e scusate se è poco: nella trasposizione e rilettura tragicomica del conflitto palestinese,
tramite gli stilemi raggelati cari a Tati o a
Keaton, numi tutelari frequentemente evocati dai critici, sia per elogiare il regista che
Tutti i film della stagione
per criticarlo al momento di stigmatizzare
l’andatura lenta e ripetitiva dei suoi film.
Una lentezza che in realtà – al di là dell’indubbia ripetitività di certe situazioni – è
semplicemente il tributo da pagare a stilemi cinematografici non più attuali, per qualcuno vetusti, certo estranei ai tempi comici (e non) di oggi. Tralasciando simili punti
di vista, che probabilmente non salverebbero nemmeno Hollywood Party di Edwards, la fusione tra comicità e tragedia resta
qualcosa di molto arduo da realizzare, specie se l’intento è di mantenere una sostanziale leggerezza. Una scelta che Roberto
Benigni ha finito per pagare a posteriori,
autocondannandosi alla ripetizione meccanica di un tessuto narrativo dicotomico
che ha finito per trascendere la natura di
quanto stesse effettivamente raccontando
(e che, al di là delle più nobili intenzioni,
non gli è mai veramente appartenuto). Non
è un appunto che si può muovere a Suleiman, che infatti non prescinde mai dalla
propria persona e dalle proprie memorie
al momento di costruire il proprio, personale film. Che finisce per assomigliargli in
tutto, compresi gli eccessi (quelli antisionisti di Intervento divino sono famigerati…);
ma, a tratti, diventa irresistibile, impossibile non parteggiare per lui. I suoi espedienti, dal lirismo che descrive il contesto familiare, al surrealismo anarcoide delle tragedie belliche, sono gli unici possibili per descrivere l’insensatezza di un contesto,
dove chi ha scelto di restare, gli arabi palestinesi reali padroni della propria terra,
ha firmato una sorta di condanna a vita
anziché a morte: un inferno sceso in terra,
popolato di creature devitalizzate, disposte registicamente nello spazio diegetico
dell’inquadratura al pari di pedine affrante
o arbusti seccati. E si tratta, che lo si voglia o no, di un’intuizione formidabile, vero
cinema inteso come rappresentazione
astratta di una tragedia più che mai concreta.
Gianluigi Ceccarelli
BRIGHT STAR
(Bright Star)
Gran Bretagna/Australia/Francia, 2009
Supervisore trucco: Emma Sheldrick
Trucco: Fulvia Bartoli, Jane Logan, Laura Schiavo
Supervisore effetti speciali: Mark Holt
Supervisori effetti visivi: Phil Stuart-Jones (FSM), Paddy
Eason, Hugh Macdonald (CIS London)
Coordinatore effetti visivi: Naomi Mitchell
Interpreti: Abbie Cornish (Fanny Brawne), Ben Whishaw
(John Keats), Kerry Fox (signora Brawne), Paul Schneider
( Charles Armitage Brown ), Edie Mar tin ( Margaret
‘Toots’Brawne), Thomas Sangster (Samuel), Claudie Blakley
( Maria Dilke ), Gerard Monaco (Charles Dilke ), Antonia
Campbell-Hughes (Abigail O’Donaghue), Samuel Roukin
(John Reynolds), Samuel Barnett (Joseph Severn), Jonarthan
Aris ( Leigh Hunt ), Olly Alexander ( Tom Keats ), Alfred
Harmsworth (Charles Dilke Jr.), Theresa Watson (Charlotte),
Vincent Franklin (dottor Bree), Sebastian Armesto (signor
Haslam), Eileen Davies (signora Bentley), Adrian Schiller
( signor Taylor ), Amanda Hale, Lucinda Raikes ( sorelle
Reynolds),Roger Ashton-Griffiths (negoziante), Sally Reeve
(padrona di casa)
Durata: 119’
Metri: 3300
Regia: Jane Campion
Produzione: Jan Chapman, Caroline Hewitt, Mark L. Rosen
per Pathé Renn Productions/Screen Australia/BBC Films/UK
Film Council/New South Wales Film & Television Office/
Hopscotch Productions/Jan Chapman Pictures/Australian Film
Finance Corporation (AFFC)
Distribuzione: 01 Distribution
Prima: (Roma 11-6-2010; Milano 11-6-2010)
Soggetto e sceneggiatura: Jane Campion
Direttore della fotografia: Greig Fraser
Montaggio: Alexandre de Franceschi
Musiche: Mark Bradshaw
Scenografia: Janet Patterson
Costumi: Janet Patterson
Produttori esecutivi: François Ivernel, Christine Langan,
Cameron McCracken, David M. Thompson
Line producer: Emma Mager
Casting: Nina Gold
Aiuti regista: Michael Elliott, Zoe Liang, Candy Marlowe, Paola Morabito, Luca Padrini, Alessandro Trapani, Anthony Wilcox
Art director: Christian Huband
Arredamento: Charlotte Watts
ampstead Village, Londra 1818.
La giovane studentessa di moda
Fanny Brawne è vicina di casa
del poeta John Keats. I due giovani imparano gradualmente a conoscersi e ad apprezzarsi. Fanny lo aiuta a prendersi cura
del giovanissimo fratello malato di tisi,
John ricambia dandole lezioni di poesia.
Rimasta profondamente addolorata per
H
l’improvvisa e prematura morte del fratello del giovane poeta, Fanny lo invita a trascorrere il Natale a casa sua. Keats vive in
disagiate condizioni economiche, le sue
poesie vendono poco e non conquistano la
critica come accade al suo poemetto “Endimione”, apprezzato invece da Fanny.
Quando la famiglia Brawne si trasferisce
nella casa accanto al giovane poeta, il rap42
porto tra Fanny e John diviene sempre più
stretto. Durante una passeggiata nei boschi, i due si scambiano il primo bacio.
Charles Brown, l’amico con cui Keats condivide l’appartamento, lo mette il guardia
da quella relazione. Ma il giovane poeta si
sente rinato e sente rifiorire la sua vena
creativa. Durante la forzata lontananza per
l’estate, John e Fanny si scambiano un’in-
Film
tensa corrispondenza d’amore. Fanny è
felice e innamorata. Ma, al ritorno del signor Brown, la giovane piomba nella disperazione nell’apprendere che Keats si è
fermato a Londra. Il poeta ritorna dalla
capitale inglese ammalato di tubercolosi e
viene isolato in casa: la separazione forzata tra i due è un’altra dura prova da affrontare. Le condizioni del poeta non migliorano e gli viene consigliato di trasferirsi a Roma, dove forse il clima più favorevole lo aiuterà a ristabilirsi. Fanny sta
malissimo e chiede alla madre il permesso
di far vivere nella loro casa il poeta almeno fino alla sua partenza. Poi chiede alla
madre di superare le sue ritrosie nei confronti del signor Keats considerato di condizioni economiche disagiate e non degno
di sposare una signorina di una classe più
agiata. Durante l’ultima cena del poeta in
casa Brawne, la madre di Fanny a sorpresa chiede a John di sposare la figlia al suo
ritorno dall’Italia. L’addio tra John e Fanny è struggente. Pochi mesi dopo, il 23 febbraio 1821, giunge la notizia che il poeta
si è spento a Roma a soli 26 anni. Charles
Brown legge una struggente lettera di John
a una disperata Fanny. La ragazza, pur non
essendo stata sposata con il poeta, indosserà il lutto per tre anni.
erotismo sussurrato, suggerito,
evocato, un erotismo fatto di parole quasi sospirate, gesti lenti e
delicati, sguardi pieni di desiderio, senza
esibizione di corpi, senza amplessi, senza gemiti e sudore, la passione esplode
violenta tra due corpi abbigliati pesantemente: anche solo per il semplice sfiorarsi
di due palmi di mano, o per l’atto di tendere l’orecchio vicino a un muro accarezzando una parete che separa due letti. L’erotismo nella sua forma più assoluta, quando
si accompagna all’amore. Ancora una volta, Jane Campion compie la magia e racconta per immagini il sentimento più alto
con grazia ineguagliabile. Le parole del suo
film sono poesia, le immagini sono come
quadri, tele impressioniste composte da inquadrature memorabili illuminate da perfetti equilibri cromatici (grandioso il lavoro
del direttore della fotografia Greig Fraser).
Una passione dal furore romantico,
raccontata però in modo modernissimo
come avviene sempre con i film dalla
Campion. Il punto di vista è, ancora una
volta, quello femminile, come è accaduto
spesso nel cinema della regista neozelandese, dove il sentimento amoroso è
letto in soggettiva dagli occhi delle sue
eroine. Fanny Brawne è proprio come Isabel Archer di Ritratto di signora: un’eroina in lotta contro le convenzioni sociali,
’
L
Tutti i film della stagione
una giovane donna alla ricerca del vero
sentimento.
Fanny studia moda, ricama, cuce, taglia, con gusto e passione, John compone versi memorabili. Il ricamo e la poesia.
Due estremi, due talenti opposti ma complementari che aprono e chiudono il film.
La scena iniziale è un primo piano su un
ago che ricama la stoffa, il finale del film è
affidato alle sole parole incantatrici della
poesia di Keats, mentre sullo schermo nero
scorrono i titoli di coda.
In mezzo, solo quell’amore, assoluto e
totalizzante, breve e struggente. Fanny incontra Keats subito dopo la pubblicazione
del poemetto “Endimione” e lo perde subito dopo avergli ispirato le liriche che lo faranno ammirare dal mondo, “Ode on a
Grecian Urn”, “Ode on Melancholy”, “Ode
to a Nightingale”. La Campion sceglie di
raccontare proprio questo: l’immenso potenziale creativo del sentimento amoroso.
Ed è proprio il punto di vista femminile
ad aiutare la regista a tenersi lontana dalle insidie di un comune ‘biopic’. Questo “ritratto di giovane signora” è una “ballata”
alla maniera del poeta inglese, di cui la
regista sceglie di raccontare gli ultimi tre
anni della brevissima e difficile vita.
La ventata di aria fresca che, sollevando la bianca tenda della sua camera, investe Fanny stesa sul letto, nella sequenza immediatamente successiva al primo
bacio con il poeta, è chiaramente rivelatrice. Le farfalle di cui Fanny riempie la sua
stanza sono un’immagine forte, simbolo di
anelito alla libertà ma anche simbolo della
scoperta della follia segreta che abita
ognuno di noi. Lontana dal suo amore, la
giovane ne legge le lettere ispirate (“Vorrei quasi che fossimo farfalle e vivessimo
appena tre giorni d’estate, tre giorni così
43
con te li colmerei di tali delizie che cinquant’anni comuni non potrebbero mai
contenere”) e dà libero sfogo alla sua piccola follia: riempie la sua cameretta di farfalle e le tiene prigioniere per goderne la
fugace bellezza e il fascino quasi impalpabile. È un’altra donna prigioniera dei suoi
pesanti costumi (come già tante figure femminili del cinema della regista neozelandese, da Ada di Lezioni di piano a Isabel
di Ritratto di signora: come dimenticare i
loro strettissimi corpetti, le loro lunghe,
pesanti e fruscianti vesti, i loro cappellini?)
che sogna di essere libera come una farfalla. Ada era muta e l’impossibilità del linguaggio la rendeva sensibile alla scoperta del vero lessico amoroso, Isabel era
metaforicamente cieca nei confronti di quel
mondo che era tanto ansiosa di scoprire,
ma finiva per restare prigioniera della sua
stessa cecità, non vedendo i pericoli nascosti dietro i sussurri fatali di un uomo che
diventerà un marito-mostro, Fanny, infine,
è come sorda ai richiami del sentimento
fino a che i versi di un giovane poeta non
le insegneranno a ‘sentire’ il suono dell’amore.
Tutte sentono qualcosa che è precluso all’‘Io razionale’.
L’amore che non riguarda la parte razionale dell’Io, che spesso non sa fornire
alcuna spiegazione delle sue scelte perché non conosce le forze che le determinano: questo è il terreno su cui la regista
ha tessuto la trama dei suoi film più riusciti. È vero. L’amore è rivelatore, aiuta a svelare quello che possiamo definire ‘l’abisso
folle’ che ci abita. L’abisso che desidera,
che vuole ardentemente espressioni che
sappiano raggiungere le nostre regioni più
lontane, per assaporare come spesso il
piacere si intrecci col dolore e la luce con
Film
il buio. Quando incontriamo qualcuno che nel
suo volto riflette questi abissi e che, come in
uno specchio, ce li rinvia, è la discesa negli
abissi del cuore, dell’irrazionale. Amiamo l’altro perché tramite lui scopriamo noi stessi
come l’altro tramite noi scopre sé stesso.
Amiamo quindi solo chi riflette i nostri abissi, una verità che il cinema della Campion
ha altrove tradotto in immagini vivide e potentissime. E così, John scopre i suoi abissi
e riesce a tradurli in poesia mentre Fanny
riconosce la parte più nascosta di sé, ben
celata sotto le sue pesanti vesti e suoi improbabili cappellini. Tramite l’altro, ognuno dei
due riconosce le proprie imperscrutabili profondità. E riesce a volare. Anche se per pochi attimi di una breve stagione.
Tutti i film della stagione
La vita del poeta è breve come quella
della farfalla di cui scriveva a Fanny, la sua
storia è quella di un poeta che ha avuto,
per citare ancora l’universo della regista,
un ‘angelo alla sua tavola’ per troppo poco
tempo ed è morto senza aver visto riconosciuto il suo talento poetico.
Il film è una partitura perfetta che traduce in immagini la profondità di un sentimento assoluto, mantenendo un equilibrio perfetto tra ricostruzione storica e
suggestioni metaforiche e simboliche. La
poesia, la musica, la natura, tutto sembra volersi armonizzare alla coppia, anche i volti dei due protagonisti, altra scelta azzeccata dalla Campion, Abbie Cornish e Ben Whishaw (già “cantore” dei
versi di Bob Dylan in Io non sono qui di
Todd Haynes).
Un film che è come la “fulgida stella”
del suo titolo (Bright Star è il titolo di un
poema d’amore per la Brawne che Keats
scrisse all’interno della sua copia delle
opere di Shakespeare) e che sembra essere destinato a restare una stella scintillante nella non sempre luminosa galassia
cinematografica degli ultimi anni. Raro,
come l’amore che racconta. “Una cosa
bella è una gioia per sempre”, scriveva
Keats. Vale nella poesia, nella vita, e nel
cinema. Teniamoci stretto un film così, soprattutto di questi tempi.
Elena Bartoni
CITY ISLAND
(City Island)
Stati Uniti, 2009
Arredatore: Kelley Burney
Trucco: Jorjee Douglas, Joseph Farulla
Acconciature: Pamela May
Coordinatore effetti speciali: Phillip Beck
Supervisore costumi: Sonja Cizmazia
Interpreti: Andy Garcia (Vince Rizzo), Julianna Margulies
(Joyce Rizzo), Steven Strait (Tony Nardella), Dominik GarcíaLorido (Vivian Rizzo), Ezra Miller (Vince Jr.), Emily Mortimer
(Molly), Alan Arkin (Michael Malakov), Jee Young Han (assistente casting), Sharon Angela (Tanya), George Aloi (attore
all’audizione), Vernon Campbell (voce del buttafuori), Lora
Chio, Jennifer Larkin (giovani attrici), Joseph Cintron (guardia della prigione), Curtiss Cook (Matt Curniff), Yevgeniy
Dekhtyar, Steven J. Klaszky, Benjamin Mathes ( attori ),
Marshall Efron (uomo con il cane), Hope Glendon-Ross
(Cheryl Plinoff), Adam (Goombah), Cerrone May (agente),
Chris Miskiewicz (ubriaco), Louis Mustillo (proprietario dello
strip club), Brad Naprixas (studente di recitazione), Carrie
Baker Reynolds (Denise), Rocco Parente, Larrabee John
Farrer, Paul Diomede
Durata: 100’
Metri: 2750
Regia: Raymond De Felitta
Produzione: Raymond De Felitta, Andy Garcia, Zachary Matz,
Lauren Versel per CineSon Enter tainment/ Medici
Entertainment/ Lucky Monkey Pictures/ Gremi Film Production/
Filmsmith Productions
Distribuzione: Mikado
Prima: (Roma 25-6-2010; Milano 25-6-2010)
Soggetto e sceneggiatura: Raymond De Felitta
Direttore della fotografia: Vanja Cernjul
Montaggio: David Leonard
Musiche: Jan A.P. Kaczmarek
Scenografia: Franckie Diago
Costumi: Tere Duncan
Produttori esecutivi: Maria Teresa Arida, Milutin G. Gatsby,
Grzegorz Hajdarowicz, Michael Roban, Lucia Seabra
Line producer: Ged Dickerson
Direttori di produzione: Ged Dickersin, Andrew Saxe
Casting: Sheila Jaffe, Meredith Tucker
Aiuti regista: John Greenway, Eric Henriquez
Operatori: Petr Hlinomaz, Christopher LaVasseur
Operatore Steadicam:Sandy Hays
Art director:Sorangel Fersobe
ince Rizzo di professione guardia
carceraria vive con la sua famiglia in una piccola isola felice, City Island, a pochi passi da New York.
Ma, la vita di Vince è tutt’altro che appagante. Sin da quando era giovane, l’uomo
ha represso nel suo intimo la smania di
calcare le assi del palcoscenico; sennonché, ora che ha spento cinquanta candeline sulla torta, ha deciso di seguire un corso di tecnica teatrale. Durante una lezione, il maestro Michael Malakov abbina
Vince all’estroversa Molly, in modo che,
per la prossima volta, entrambi inscenino
- sotto gli occhi attenti dei loro colleghi di
corso - un duetto sui loro più intimi segre-
V
ti. Vince non sembra granché convinto del
compito assegnatoli e si mostra diffidente
ad aprire il suo cuore a una sconosciuta.
Sono sufficienti un paio di drink e il protagonista confida alla partner artistica di
essersi imbattuto per caso in quello che
crede essere suo figlio. Si tratta di Tony
Nardella: un nuovo detenuto colto in flagrante dalla polizia mentre cercava di rubare un’autovettura. Così, Vince parla a
Molly di una sua vecchia storia d’amore
terminata venti anni prima a causa di una
grave incompatibilità di carattere con la
precedente compagna. Da questo rapporto, però, era nato un bambino che il secondino non aveva mai riconosciuto legal44
mente, pur passando alla madre ogni anno
una quota in denaro per il mantenimento
del fanciullo. Poi, Vince aveva conosciuto
sua moglie Joyce e insieme avevano messo al mondo Vivian e il piccolo Vince Jr. In
tutti quegli anni, trascorsi accanto a Joyce,
l’uomo ha sempre cercato disperatamente
di far tacere il grande rimorso provato nei
confronti di un figlio mai conosciuto. Affinché il ricordo fosse totalmente cancellato, il signor Rizzo non ha mai fatto il benché minimo cenno dell’accaduto alla signora Rizzo, alla quale - peraltro - racconta di andare a giocare a poker ogni sera
che si reca in teatro. Essendo divenuti
molto intimi, Molly esorta il suo nuovo
Film
amico a entrare in contatto con il figlio ritrovato. La guardia carceraria accetta il
consiglio della donna e fa esattamente
quanto gli è stato appena detto: porta Tony
nella sua abitazione, in mezzo ai membri
della famiglia Rizzo, per tutto il tempo che
ancora gli resta da scontare. Già a tavola,
il carcerato riesce a farsi un pensiero delle tensioni e dei piccoli drammi quotidiani
che animano l’esistenza di Vince, Joyce,
Vivian e Vince Jr.. Nei giorni seguenti, il
giovane ladruncolo scoprirà molto di più
su quell’insolita famiglia fuori dagli schemi. A quanto pare, di ognuno di loro si potrebbe rilevare una notizia estremamente
segreta, che nessuno conosce. Non c’è che
l’imbarazzo della scelta: Vivian si paga la
retta universitaria grazie alla mancia racimolata facendo la lap dance, per Vince
Jr. vale il motto “grasso è bello” e, infine,
Joyce fuma solo nei momenti in cui si accorge di non essere osservata. Anche Tony
si lascia contagiare dalla voglia di omettere la realtà, nel momento esatto in cui
prova a sedurre una Joyce oltremodo convinta che il suo matrimonio stia naufragando per via di (inesistenti) adulteri commessi dal marito. Il corteggiamento di Tony
non va a buon fine, giacché, per devozione
verso un essere umano che l’ha accolto a
braccia aperte, il galeotto ci ripensa e si
comporta da perfetto gentiluomo. Nel frattempo, Vince si è preso una giornata di
vacanza dal lavoro per recarsi al provino
di un nuovo film diretto da Martin.
corsese con Robert De Niro come
protagonista. Sulle prime l’improvvisato attore si dimostra alquanto
goffo e impacciato, soprattutto quando, per
far colpo sui produttori, imita il ghigno sardonico di Marlon Brando all’epoca di Il padrino. Licenziato dal colloquio con gli agenti, Vince viene di nuovo richiamato nella sala
audizioni in modo che possa offrire un piccolo assaggio d’improvvisazione. La seconda prova cancella subito dalla mente dello
staff la prima, pessima impressione, cosicché Rizzo è invitato a presentarsi il giorno
dopo per discorrere direttamente con l’autore in persona. Appena uscito da lì, Vince
invita Molly a festeggiare quanto gli è appena accaduto. Dopo aver profetizzato all’amico un futuro da star di Hollywood, la
giovane svela all’uomo che le sta di fronte
di aver abbandonato il suo sposo e i suoi
tre figli alcuni mesi prima. Così, da un giorno all’altro, quella che era una brava massaia americana aveva deciso di inseguire
un sogno per troppo tempo tenuto a marcire nel cassetto: impersonare ogni sera un
nuovo ruolo. Una volta asciugatasi le lacrime, Molly propone al confidente di ac-
S
Tutti i film della stagione
compagnarlo fino alla villa di lui per spiegare a Joyce quanto sia importante quell’opportunità che gli Studios stanno sventolando sotto il naso di Vince. Non appena Vince
gira la chiave nella toppa della serratura ed
entra in casa, però, si trova di fronte una moglie arciconvinta che Molly sia solo la squallida amante del suo compagno di vita. Sarà
piuttosto difficile dissuaderla da quell’idea
malsana. A quel punto ognuno dei familiari
cerca di discolparsi davanti agli altri, ma più
parlano, più si approfondiscono i fatti e più
vengono a galla le responsabilità, comprese quelle di Vince nei confronti di Tony.
L’aspetto da melodramma nazional-popolare sembra essere oramai indistinguibile dalla commedia, finché non viene decretato uno
stato di pace generale e ciascuno ottiene il
perdono delle colpe commesse con gran
sollievo. Lo stesso vale anche per Molly che
fa i bagagli e ritorna nel suo paese con il
primo autobus disponibile.
Il celebre incipit del romanzo Anna Karenina di Tolstoj recita più o meno così, a
seconda delle traduzioni: “Tutte le famiglie
felici sono simili tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”. In casa Rizzo sono
molte le cose che vanno fuori posto: fattori
irrinunciabili per la perfetta creazione di una
commedia di successo, ha pensato bene lo
sceneggiatore. Un tour de force di situazioni
al limite del grottesco, con una leggera brezza drammatica solo vagamente avvertita
nell’aria. Ma, il diavolo fa le pentole e non i
coperchi, così come lo sceneggiatore di City
Island non si esime dal combinare un tiro
mancino al regista del film senza rifletterci
troppo. E pensare che tra l’altro, sono la stessa persona! Infatti, questa raccolta di materiale aneddotico assemblata da Raymond
De Felitta avanza come una linea retta fra
idee standard e lo fa nel modo più beffardo
che esista: ovvero esaurendo tutte le potenzialità in una trama che ammicca agli spettatori ben oltre il limite consentito. Non si può
proprio dire che il lungometraggio presentato al Tribeca Film Festival del 2009 sia proprio un campione d’onestà, come il trailerbandiera invece vorrebbe promettere. Sacrosanta, comunque, la reazione di tutti coloro
che vedranno soddisfatto il desiderio di divertirsi al cinema per circa due ore; ma, poi
il film del regista americano ricadrà banalmente nel dimenticatoio non appena il pubblico uscirà dalla sala. Per questo motivo, la
parola “fallimento” sembra adatta a comprendere la natura disastrosa di City Island, dove
un nucleo inizialmente sul punto di sgretolarsi cambia fino a diventare una sorta di famiglia stile “Mulino bianco”.
Senza il contributo di un buon cast di
attori, inoltre, l’opera di De Felitta sarebbe
andata ancor meno lontana. Il personaggio di Vince Rizzo è irreprensibilmente
nelle corde di Andy Garcia e, per toccare
con mano il suo istrionismo, basta gustarsi la scena del provino sostenuto dal protagonista. Se la cava egregiamente anche
l’attore premio Oscar Alan Arkik, nel piccolo ruolo dell’insegnante di recitazione.
Maria Cristina Caponi
COPIA CONFORME
(Copie conforme)
Francia/Italia, 2008
Regia: Abbas Kiarostami
Produzione: Angelo Barbagallo, Charles Gillibert, Marin Karmitz, Nathanaël Karmitz,
Abbas Kiarostami per MK2 Productions/ BiBi Film/ Abbas Kiarostami Productions;
in associazione con France 3/Canal+
Distribuzione: BIM
Prima: (Roma 21-5-2010; Milano 21-5-2010)
Soggetto e sceneggiatura: Abbas Kiarostami, Massoumeh Lahidji
Direttore della fotografia: Luca Bigazzi
Montaggio: Bahman Kiarostami
Scenografia: Giancarlo Basili, Ludovica Ferrario
Produttori esecutivi: Claire Dornoy, Marin Karmitz
Line producer: Gaetano Daniele
Direttore di produzione: Ivana Kastratovic
Art director: Ludovica Ferrario
Trucco: Fabienne Robineau
Supervisore effetti visivi: Rodolfo Migliari
Interpreti: Juliette Binoche (Elle, gallerista francese), William Shimell (James Miller),
Jean-Claude Carrière (uomo in piazza), Agathe Natanson (donna in piazza), Gianna
Giachetti (proprietaria del caffè), Adrian Moore (figlio), Angelo Barbagallo (interprete), Andrea Laurenzi (guida), Filippo Troiano (sposo), Manuela Balsimelli (sposa)
Durata: 106’
Metri: 2900
45
Film
o scrittore e critico d’arte inglese
James Miller, in Toscana per la presentazione del suo ultimo volume
dal titolo Copia Conforme, si interroga sul
rapporto tra originale e copia e, durante il
suo discorso, estremamente logico e filosofico, arriva a ipotizzare che gli esseri umani
possano essere delle mere copie del Dna dei
loro antenati. Nel mezzo della conferenza, arriva con suo figlio un’antiquaria francese residente ad Arezzo da cinque anni – dove ha
messo in piedi un negozio di statue originali
e non –, la quale resta affascinata dallo scrittore e decide di incontrarlo. I due, una volta
conosciutisi, decidono di fare una gita insieme e partono la domenica per Lucignano,
un paesino della toscana dove la donna ha
intenzione di mostrare “una sorpresa” allo
scrittore.
Arrivati al paese, incontrano diverse
coppie di novelli sposi e l’antiquaria spiega a James che sono in molti ad andarsi a
sposare lì, perché c’è un albero d’oro e si
dice che porti fortuna a chi si unisce in
matrimonio. La sorpresa è un pezzo di affresco raffigurante una testa di donna, che
per anni è stato creduto originale di epoca
romana e, quando si è scoperto che era una
copia, il museo ha deciso di conservarlo
lo stesso per l’affetto che si era creato nei
confronti di questa opera.
James si domanda allora che differenza faccia se quella è una copia. Per anni,
gli abitanti di Lucignano hanno guardato
a quell’opera come fosse l’originale e, secondo lui, è proprio il modo in cui si guarda una cosa che le conferisce valore. Non
tanto l’opera in sé. Inoltre, anche l’originale non lo è del tutto: in effetti, è una copia dell’essere umano che vi è raffigurato.
La discussione continua in un bar, dove
la barista crede che i due siano marito e
moglie. Sembra che entrambi stiano al gioco e cominciano a comportarsi come tali.
Parlano del passato trascorso insieme, di ciò
che è successo a colazione tre mattine prima, dei giorni spesi proprio a Lucignano
L
Tutti i film della stagione
quindici anni prima per la luna di miele. In
breve, cominciano a comportarsi come una
vera coppia che ha condiviso ricordi e amarezze, le cui strade hanno fatalmente finito
per dividersi. In una progressiva ambiguità,
la finzione della coppia si rivela così una
copia conforme della vita coniugale, nella
logica della filosofia di vita che fa da sfondo
al libro e che essi accettano, secondo cui le
cose sono come le facciamo apparire ai nostri occhi. Tuttavia, quando la giornata volge al termine e lo scrittore deve andare alla
stazione per lasciare la Toscana, appare chiaro come di fronte alla realtà le persone sono
comunque vincolate a dei dati di fatto.
bbas Kiarostami torna al cinema.
Quello “vero”, narrativo, di finzione dopo Dieci e il radicalismo sperimentale (a tratti indigeribile) di Shirin. Ed è,
inevitabilmente, di finzione che il regista iraniano, esule volontario alla prima regia fuori
dal suo paese, tratta in quest’ultimo Copia
A
conforme. O meglio, di come il realismo della finzione sia a tratti più reale della realtà
stessa, parafrasando le parole dello scrittore protagonista (il tenore William Shimell, al
suo convincente esordio). I paradossi di una
simile affermazione, sublimati dalla “macchina di finzione” per eccellenza che è il mezzo
cinematografico, permeano ancora il cinema di Kiarostami vent’anni dopo Close-up,
pur non possedendone la stessa granitica
forza espressiva. Molto, in Copia conforme,
risente infatti di un calligrafismo e di un’aura
estetizzante, dalla fotografia del pur bravo
Luca Bigazzi, ai dialoghi venati di intellettualismo cui Kiarostami sembra spesso rifugiarsi, perennemente impegnato a costruire (fortunatamente, senza svelarlo) un teorema,
conscio probabilmente della difficoltà di giocare in trasferta sul piano della pura emotività. Inevitabilmente, il gioco raffinatissimo di
inganno, perpetrato ai danni dello spettatore consapevole, poggia interamente sul versante della recitazione, senza scomodare ulteriori aspetti della messa in scena, a tratti
mostrandosi come una pura prova di attori
davanti alla cinepresa, che, muta, sembra
rievocare vaghe atmosfere di Viaggio in Italia nella crisi di una coppia che forse coppia
non è: cosa essa sia non è dato sapere, perché è il mezzo stesso – il cinema – a non
poter fornire risposte precise in questo senso, qui come in altri migliori film di Kiarostami. Che vincola le immagini all’intellettualismo e ai suoi bravi attori (mal doppiati in italiano), concede qualche cartolina di troppo
alla Toscana Film Commission e diluisce,
forse troppo, l’assunto di quanto vorrebbe
narrare; ma a settant’anni splendidamente
portati, si conferma una mente ancora viva
e tutta’altro che paga di cose da dire.
Gianluigi Ceccarelli
14 KILÓMETROS
(14 Kilómetros)
Spagna, 2007
Regia: Gerardo Olivares
Produzione: José María Morales perExplora Films/Wanda Visión S.A.
Distribuzione: Bolero Film
Prima: (Roma 28-5-2010; Milano 28-5-2010)
Soggetto e sceneggiatura: Gerardo Olivares
Direttore della fotografia: Magoo Moro
Montaggio: Raquel Torres
Musiche: Santi Vega
Co-produttore: Óscar Portillo
Direttore di produzione: Miguel Morales
Aiuti regista: Antonio Díaz, Javier Magdalena
Effetti: Kinema Digital
Suono: Carlos De Hita
Interpreti: Mahamadou Alzouma (Mukela), Aminata Kanta (Violeta), Adoum Moussa
(Buba)
Durata: 95’
Metri: 2605
46
Film
ioleta è una ragazza che vive in
un villaggio del Mali, sul fiume
Niger, dalle parti di Timboctou.
Costretta dalla sua famiglia a sposare un
vecchio che aveva abusato di lei già in
passato in cambio di dieci mucche e cento chili di sale, la giovane decide di scappare dal suo paese alla ricerca di una vita
migliore. Aiutata economicamente da
un’amica, Violeta intraprende un viaggio
molto difficile attraverso l’Africa, durante il quale conoscerà i due fratelli nigeriani, Buba e Mukela. Buba è un giovane
meccanico che sogna di fare il calciatore, mentre Mukela è un ragazzo ambizioso convinto che in Europa nessuno “muore di fame”. I tre diventano, loro malgrado, compagni di viaggio e si ritrovano ad
attraversare insieme il deserto del Sahara fino al Marocco con mezzi di fortuna.
A un certo punto, si ritrovano però da soli,
ancora nel deserto del Ténéré e, sbagliando direzione, incominciano a girare in
tondo. Sfiniti all’ombra di un salice, vengono trovati da una tribù di Tuareg che
riescono a soccorrere Buba e Violeta, ma
non Mukela che verrà seppellito sotto la
sabbia del Sahara. Ormai innamorati
l’uno dell’altro, Buba e Violeta ricominciano il loro viaggio, ma ad un posto di
blocco Violeta viene fermata e fatta scendere nonostante il tentativo di salvarla da
parte del ragazzo. Da quel momento Buba
riprende il viaggio a piedi e riesce ad arrivare tra Algeria e Marocco, dove però
viene rimandato indietro, sbattuto dalle
V
Tutti i film della stagione
guardie di frontiera da un posto all’altro.
Ostinato e coraggioso, Buba riesce lo
stesso ad arrivare a Tangeri, ma qui viene arrestato e un’altra volta espulso.
Giunto al villaggio di mare di Asillah in
Marocco qui ritrova Violeta in un bordello e con lei si imbarca su uno scafo che
nel buio della notte attraverserà i quattordici chilometri di mare dello Stretto di
Gibilterra. Ma, arrivati a Tarifa, nel Sud
della Spagna, i due ragazzi vengono intercettati dalla polizia locale che però li
lascia andare nonostante loro abbiano alzato le mani per arrendersi e farsi arrestare.
al Mali al Marocco per attraversare quei quattordici chilometri
che separano l’Africa dall’Europa e per lasciarsi alle spalle una vita fatta
di povertà e miseria. Un viaggio della disperazione verso il continente dove “nessuno muore di fame”. È questo il senso di
14 Kilòmetros, il film del documentarista
spagnolo Gerardo Olivares, già conosciuto per il lungometraggio di finzione Il grande match, da cui riprende alcuni spunti,
come il tema del calcio e la location nigeriana.
A metà tra il genere documentarista
e quello naturalistico, 14 kilòmetros sembra più una sorta di diario di viaggio di
tre ragazzi alla ricerca di un sogno che
un vero e proprio film documentario sul
dramma dell’immigrazione clandestina e
dei viaggi della disperazione che ogni
D
giorno riempiono le cronache dei nostri
giornali. Se, all’inizio, le storie di Buba e
Violeta (interpretati da Mahamadou Alzouma e Aminata Kanta) si incrociano
solo sullo schermo grazie nel montaggio alternato, il racconto del loro viaggio
viene invece sviluppato (e in alcuni casi
riempito) con una serie di splendide sequenze e inquadrature che dimostrano
un certo gusto del regista per le riprese
aeree e per i dettagli (come i primo piani
degli attori). Al di là della storia, già molto spesso trattata e su cui, in questo film,
manca lo sguardo duro della sua feroce
attualità, 14 kilòmetros va quindi apprezzato per la capacità di valorizzare le location attraverso la fotografia: dai colori
degli abiti tipici del Mali a quello della
sabbia del Sahara, dal tramonto sul fiume Niger alle scene di vita quotidiana dei
villaggi africani.
Come nella sequenza dell’incontro con
la tribù di Tuareg, ogni inquadratura sembra voler mostrare ciò da cui i due giovani
protagonisti sono costretti a scappare: la
poesia e la bellezza di una terra che però
altro non può offrire. Ma è proprio la netta
contraddizione tra la poesia racchiusa in
ogni inquadratura e il dramma della storia
(che comunque fa sperare nel lieto fine) a
rendere 14 kilòmetros un film che può piacere forse di più agli amanti della natura e
dei viaggi che non a quelli del cinema impegnato.
Marianna Dell’Aquila
BUTTERFLY ZONE-IL SENSO DELLA FARFALLA
Italia, 2009
Regia: Luciano Capponi
Produzione: Giuseppe Franco per Play Phoenix Production
Distribuzione: Borgo dello spettacolo
Prima: (Roma 2-7-2010; Milano 2-7-2010)
Soggetto e sceneggiatura: Luciano Capponi
Direttore della fotografia: Giulio Pietromarchi
Montaggio: Maria Cristina Sansone
Musiche: Luciano Capponi
Scenografia: Elisa Zanola
Costumi: Elisa Dina
Produttore esecutivo: Marco Gallo
Organizzatore generale: Fabrizio Prada
Direttore di produzione: Antonello Palermo
Casting: Michbela Forbicioni
Aiuti regista: Ilaria Mancini
Operatori: Stefano Salemme
Trucco: Enrico Iacoponi
Acconciature: Aurora Gambelli
Effetti speciali: GHOST SFX S.r.l.
Effetti digitali: ELM Italia, Mag Special Effects
Supervisore effetti speciali: Franco Galiano
Supervisore effetti visivi: Paolo Zeccara
Coordinatore effetti visivi: Giulio Cuomo
Suono: Umberto Montesanti, Roberto Sestito
Interpreti: Pietro Ragusa (Vladimiro Chenier), Francesco
Martino (Amilcare), Francesco Salvi (professor Chenier, padre di Vladimiro), Barbara Bouchet (signora con i baffi), Cosimo
Fusco ( Erminio Zecca ), Giorgio Colangeli ( Eriberto di
Monsaio), Vincent Riotta (accompagnatore Aldilà), Damir
Todorovic (Nicolaj Savicevich), Armando De Razza (Arnaldo
Confalonieri), Sergio Nicolaj (ubriaco), Patrizio Oliva (senatore), Alessandra Rambaldi (Lidia De Carolis), Melanie Gerren
(Malika Sharif), Sara Armentano (Baby), Max Bertolani (servo del senatore), Daniele Aldrovandi (commercialista), Cristiano Callegaro (prete), Ivo Americo Sette (Ugo), Luciano Capponi (signor Carlo), Angela Mililli (Enrica)
Durata: 115’
Metri: 2750
47
Film
ladimiro ha perso di recente suo
padre, il Prof. Chenier. Tornato
nella tenuta di campagna per organizzare il funerale e decidere se vendere
o meno la proprietà, Vladimiro scopre che
il padre aveva realizzato una partita di vino
con l’uva del proprio orto, contaminata
anni prima da una strana luce aliena. Con
il ritrovato amico d’infanzia Amilcare, inizia a bere quel delizioso vino con un esito
inaspettato: chi lo beve può entrare nell’aldilà per un arco di tempo ben preciso.
Le conseguenze non tarderanno ad arrivare; i due, infatti, riportano accidentalmente nell’aldiquà l’assassino Nicolaj. Per
complicare ulteriormente la situazione,
Erminio Zecca, Capo del Dipartimento di
Sicurezza, decide di monitorare gli strani
flussi di energia creati dai viaggi di Vladimiro e Amilcare; quando, nella stessa zona,
iniziano anche strani omicidi con tanto di
segni rituali, decide di inviare l’agente Lidia de Carolis sul posto. La donna, all’inizio incredula, infine inizia a credere allo
strampalato racconto di Vladimiro e Amilcare, che rivelano anche l’identità dell’assassino. Per cercare di fermarlo, si ritrovano tutti e tre bloccati nell’aldilà; ma almeno con l’inganno sono riusciti a bloccare anche il killer dall’altra parte, impedendo ulteriori omicidi. I tre incappano in
una Donna coi baffi e in un Uomo, suo
compare in affari. I due portano i tre viventi in uno strano albergo, dove affrontano ognuno le proprie paure o debolezze:
su tutti c’è Vladimiro che si riappacifica
V
Tutti i film della stagione
col padre. Purtroppo, tornati nell’aldiquà,
i tre affrontano la sensitiva e killer Malika,
inviata da Zecca per terminare il lavoro.
Nello scontro muoiono sia lei che Vladimiro. Mentre Amilcare ritorna alla sua vita
e Lidia dal figlio, che ha appena superato
un grave incidente d’auto, Vladimiro passerà la sua eternità accanto alla sorella
maggiore, morta quando era piccolo.
utterfly Zone – Il senso della farfalla è il primo lungometraggio del
regista Luciano Capponi, con cui
si è aggiudicato il Premio Méliès come
miglior film fantasy nell’edizione del 2009.
Nel film si mescolano i tipici elementi del
genere: mistero, magia, lotta fra il bene e
il male e irrealtà.
Tanto di cappello al coraggio di affrontare un genere a totale appannaggio degli
angloamericani, ma il film crolla proprio sul
senso di irreale che pervade la storia. Scrivere un fantasy non significa mettere insieme più elementi magici e fantastici per
creare situazioni assurde, tenendo a mente come giustificazione che tanto è il genere stesso che ci permette diverse licenze poetiche. Guardando Butterfly Zone, si
ha l’idea che vi siano troppi elementi, che
poi arrivano forzatamente alla conclusione. E cosa ancor più rilevante, manca una
solida idea di base: il vino dell’aldilà può
dare il giusto avvio, ma poi serve qualcosa di molto potente per mandare avanti un
lungometraggio. Persino alcuni dialoghi risultano letteralmente assurdi, con sequen-
B
ze troppo surreali, ingiustificabili e personaggi che sembrano tanto caratteristi privi
di logica. Come termine di paragone ci si
potrebbe soffermare su Harry Potter o il
Signore degli anelli, o ripensare a La storia Infinita: sceneggiature ben scritte, con
dialoghi privi di hobbit, fate, o quant’altro,
che parlano in maniera sconclusionata e
senza logica, con sequenze concatenate
da causa ed effetto. Un pò commedia, un
po’ dramma, un po’ trhiller, Capponi gioca
nei dialoghi per alternare momenti di suspence a quelli più satirici, senza mai amalgamarli alla perfezione. La regia, invece,
punta sui giochi fra colori e sfumature in
seppia: l’aldilà è sbiadito, quasi incolore,
mentre l’aldiquà è saturo di sapori e sfumature. Apprezzabile metafora, che tanto
ricorda le scelte stilistiche di Tim Burton.
Gli attori giocano bene le loro carte.
Pietro Ragusa e Francesco Martino, in alcune scene non riescono a entrare nel
mood, ma comunque portano a casa una
buona prova. La sorpresa è Francesco
Salvi: bravo, decisamente. C’è persino la
bella Barbara Bouchet qui in veste di cattiva baffuta.
Per alcuni Butterfly zone sarà la conferma che gli italiani ancora non sono in grado di girare fantasy, per altri l’inizio di una
strada da provare e riprovare a percorrere.
Per curiosità, e perché no, con l’intento di
aiutare chi vuole far altro nel cinema italiano, si potrebbe comunque vederlo.
Elena Mandolini
BELLA
(Bella)
Stati Uniti/Messico, 2006
Operatore Steadicam: George Bianchini
Art director: Justin Kemler
Arredamento: Susan Ogu
Trucco: Carla Antonino, Toy Van Lierop
Acconciature: Robert Chiu, Fabian Garcia
Interpreti: Eduardo Verástegui (José), Tammy Blanchard
(Nina), Manny Perez (Manny), Ali Landry (Celia), Angélica
Aragón (madre), Jaime Tirelli (padre), Ramon Rodriguez
(Eduardo), Lukas Behnken (Johannes), Peter Bucossi (automobilista arrabbiato), David Castro (David), Michael Chin (commesso), Dominic Colon (Pepito), Hudson Cooper (padre sulla
spiaggia), Tawny Cypress (Frannie), Ewa Da Cruz (Veronica),
Sara Dawson ( Helen ), Doug DeBeech (Pieter), Alexa
Gerasimovich (Lucinda), Herb Lovelle (senzatetto), Michael
Mosley (Kevin), Wade Mylius (J.J. Janze), Stan Newman (uomo
d’affari al telefono), Sophie Nyweide (Bella), Melinda Peinado
(infermiera), Alfondo Ramírez (Leonardo), Armando Riesco
(Francisco), Jamie Schofield (presentatrice), James Stanek
(Henri), Marilyn Torres (Carla), Kola Ogundiran
Durata: 91’
Metri: 2500
Regia: Alejandro Gomez Monteverde
Produzione: Alejandro Gomez Monteverde, Jason Jones,
Denise Pinckley, Leo Severino, Eduardo Verástegui, Sean
Wolfington per Metanoia Films/ Bella Production/ Burnside
Entertainment/ Mpower Pictures/The One Media
Distribuzione: Microcinema. In collaborazione con ACEC
Prima: (Roma 26-1-2010; Milano 26-1-2010)
Soggetto e sceneggiatura: Leo Severino, Patrick Million,
Alejandro G. Monteverde
Direttore della fotografia: Andrew Cadelago
Montaggio: Joseph Gutowski, Fernando Villena
Musiche: Stephan Altman
Scenografia: Richard Lassalle
Costumi: Eden Miller
Produttori esecutivi: Fred Foote, Stephen McEveety, Ana
Wolfington, J. Eustace Wolfington, Sean Wolfington
Produttori associati: Dan Genetti, Matthew Malek, Glen
Trotiner
Casting: Beth Bowling, Kim Miscia
Aiuti regista: Glen Trotiner, Eddie Micallef, Chris DeAngelis
Operatore: Dennis A. Livesey
48
Film
osé è giovane, bello e felice. In
una ridente mattina di primavera, sale sulla sua cabriolet e mette in moto: pochi chilometri lo separano
dalla consacrazione come calciatore di
successo. Un imprevisto, però, interrompe
la sua ascesa trionfale.
New York. È passato del tempo, José è
cambiato: barbuto e coi capelli lunghi, armeggia tra pentole e fornelli in mezzo a una
cucina fumosa. Ora è il capo cuoco nel ristorante di Manny, suo fratello. In una mattina come tante al suo ristorante, arriva
anche Nina, cameriera ritardataria incallita. Manny le fa una scenata, minaccia di
licenziarla; José la difende, assicura al fratello che se caccia Nina lui la seguirà. Pochi attimi più tardi, Nina e José passeggiano insieme per le strade della città. Il cuoco
cerca di consolare la ragazza, di conquistarne la fiducia, di farle accettare il suo
aiuto. Nina è sola, incinta e adesso non ha
neppure più un lavoro. José è calmo e rassicurante, ascolta la giovane, offre soluzioni ai suoi problemi; poi, sfruttando l’inattesa libertà, propone a Nina una gita al mare.
In treno la ragazza confida la sua incertezza e la volontà di abortire. I due fanno sosta presso la casa dei genitori di José. La
sua famiglia – ricchi migranti messicani accoglie con calore Nina, offrendole ogni
attenzione e uno sfarzoso pranzo tradizionale. Nel garage della villetta è José a confessarsi: quella mattina di primavera la sua
auto investì una bambina, uccidendola.
Dopo il carcere, lui, giovane promessa del
calcio internazionale, lasciò aspirazioni e
velleità per condurre una vita di servizio.
J
Tutti i film della stagione
Nina e José passano la notte in spiaggia senza che la vicinanza e l’intimità li
faccia scivolare oltre una tenera amicizia.
Su quella stessa spiaggia, i due si ritrovano anni più tardi. Insieme a loro c’è Bella,
nata grazie alla presenza di José, da lui
cresciuta fino a quel momento.
lejandro G. Monteverde viene
dal Messico. Ha studiato cinema
in Texas e da lì ha costruito la
sua carriera di filmmaker. Nel 2004, Monteverde incontra a Los Angeles un altro
messicano, l’attore e musicista Eduardo
Verástegui, una delle stelle dello show business latinoamericano. I due decidono un
cambio di rotta esistenzial-professionale
e, insieme ad altri tre produttori, fondano
la Metanoia Films, una casa di produzioni cinematografiche votata alla realizzazione di progetti che promuovano “impegno, intrattenimento e ispirazione”. Bella
è il primo esperimento di questa serie per
il momento solo immaginata. Finito nel
2006, uscito sul mercato europeo due
anni più tardi, il film ha raggiunto gli schermi patri solo nel 2010, approdando alle
sale grazie all’intervento dell’Acec (Associazione Cattolica Esercenti Cinema) che
l’ha scelto come titolo apripista del nuovo
accordo con Microcinema Digital Network
per la distribuzione digitale nelle sale cinematografiche.
Premiato e ignorato in egual misura
nella vasta arena dei festival e dei mercati
internazionali, una volta giunto in Italia,
Bella ha originato una ricezione, una lettura e una presentazione scioccamente
A
ideologica, essendo stato ridotto a “film
antiaborista”. Di aborto, in realtà, nel film
si parla poco e niente; di cose come la “gravidanza responsabile”, la “scelta per la vita”
e via enumerando, non si parla neppure
per un attimo. Si racconta invece – e forse
secondo una via più interessante - la dolorosa vicenda di un giovane colpevole
“solo” della propria incoscienza, per questo, forse, sbattuto dal “destino” con brutalità davanti alla responsabilità di esistere.
Meglio ancora. Invece di centrare la narrazione sul dramma esistenziale di un
uomo immaturo, Monteverde mette in scena il peso della testimonianza di un uomo
passato attraverso il deserto della propria
pochezza e felicemente sopravvissuto, facendo germogliare nella vita altrui la propria esperienza.
La regia è candida, quasi ingenua; i
tratti stilistici assai discreti, il tono legiero, i
dialoghi ridotti all’essenziale e volutamente elementari, in grado così di eludere lo
stereotipo. La logica non è quella puritana
e veterotestamentaria del medio cinema
statunitense; la vita di Bella non è sfacciatamente o allusivamente “scambiata”, pesata accanto a quella della piccola uccisa
dalla macchina del protagonista. La morte
resta morte, le colpe si pagano, l’incontro
di un uomo e di una donna in riva al mare
non deve necessariamente concludersi
con un amplesso. È la speranza invece a
dominare i destini dei personaggi. Come
dire che una scelta è sempre possibile,
quel che conta è scegliere.
Silvio Grasselli
LA REGINA DEI CASTELLI DI CARTA
(Luftslottet som sprängdes
Svezia, 2009
Regia: Daniel Alfredson
Produzione: Søren Stærmose per Nordisk Film/ Sveriges
Television (SVT)/ Yellow Bird Films/ ZDF Enterprises
Distribuzione: BIM
Prima: (Roma 28-5-2010; Milano 28-5-2010)
Soggetto: tratto dal romanzo omonimo di Stieg Larsson
Sceneggiatura: Ulf Rydberg
Direttore della fotografia: Peter Mokrosinski
Montaggio: Håkan Karlsson
Musiche: Jacob Groth
Scenografia: Jan Olof Ågren, Maria Håård
Costumi: Cilla Rörby
Produttori esecutivi: Klaus Bassiner, Gunnar Carlsson, Anni
Faurbye Fernandez, Wolfgang Feindt, Lone Korslund, Peter
Nadermann, Ole Søndberg, Mikael Wallen
Produttore associato: Jenny Gilbertsson
Line producer: Susann Billberg-Rydholm
Direttore di produzione: Tobias Åström
Casting: Tusse Lande
Aiuti regista: Lisa Eriksdotter, Kerstin Sundberg
Art directors: Jan Olof Ågren, Maria Håård
Effetti speciali trucco: Love Larson
Supervisore effetti speciali: Johan Harnesk
Interpreti: Michael Nyqvist (Mikael Blomkvist), Noomi Rapace (Lisbeth Salander), Annika Hallin (Annika Gannini), Per
Oscarsson (Holger Palmgren), Lena Endre (Erika Berger),
Peter Andersson (Nils Bjurman), Jacob Ericksson (Christer
Malm), Sofia Ledarp (Malin Eriksson), Johan Kylén (Jan
Bublanski), Tanja Lorentzon (Sonja Modig), Mirja Turestedt
( Monica Figuerola ), Anders Ahlbom Rosendahl ( Peter
Teleborian ), Magnus Krepper ( Hans Faste ), Michalis
Koutsogiannakis ( Dragon Armanskij ), Niklas Hjulström
(Richard Ekström), Hans Alfredson (Evert Gullberg), Tekla
Granlund (Jenny)
Durata: 148’
Metri: 4060
49
Film
opravvissuti ma malandati, Lisbeth Salander e Zalachenko, suo
padre, sono ricoverati nello stesso ospedale, in due stanze non troppo distanti. Scampata alla morte per un pelo e
rimosso il proiettile che aveva nel cranio,
la ragazza è immobile nel letto e trova nel
dottore impegnato a seguirne il recupero
un insperato alleato nel respingere quanti, soprattutto poliziotti, vorrebbero interrogarla su quanto è successo. Allo stesso
tempo, ora che lei è stata trovata, rischia
seriamente di saltare la copertura di
Alexander Zalachenko: i media e la polizia potrebbero arrivare alla verità e scoprire il segreto che la Sezione Speciale di
Analisi (il segretissimo reparto della Säpo)
nasconde dagli anni ‘70, ovvero di come
sia stata svenduta la libertà della dodicenne Lisbeth Salander per insabbiare le violenze commesse dal padre, agente segreto
disertore dell’Unione Sovietica e preziosa
miniera di informazioni. La Sezione comincia a muovere le sue pedine, fa uccidere
Zalachenko per depistare gli agenti di polizia, inganna un procuratore e prepara,
con la complicità del dottor Teleborian, lo
stesso che ebbe in cura Lisbeth da giovanissima, un’altra falsa perizia psichiatrica sulla ragazza. Messa nuovamente a tacere lei, il segreto rimarrà sepolto. Lisbeth
viene, però, messa in guardia dal solito
Mikael Blomkvist, che sta preparando un
S
Tutti i film della stagione
numero speciale di “Millennium” per portare all’attenzione dell’opinione pubblica
l’innocenza della Salander che, a breve,
sarà chiamata a sostenere un duro processo, dove sarà difesa dalla sorella avvocato di Mikael. Prima di allora, però, insieme a Blomkvist si muoverà anche una squadra per investigare su tutti i membri della
Sezione, portando alla luce le varie connessioni tra tutte le mele marce della Säpo
e la lunga vicenda di soprusi e violenze che
hanno caratterizzato la vita di Lisbeth. Che
saprà vendicarsi in tribunale, smascherando i metodi del viscido Teleborian, trovando finalmente l’agognata libertà. L’ultimo
ostacolo da superare sarà l’arcigno fratellastro albino, che prima di arrivare a
lei si è lasciato dietro una lunga scia di
sangue e morte. Lisbeth saprà come immobilizzarlo, a finirlo ci penserà un gruppo di motociclisti in cerca di vendetta.
erzo e ultimo adattamento della
“Millennium Trilogy” di Stieg Larsson, La regina dei castelli di carta
chiude in definitivo ribasso le gesta cinematografiche di Lisbeth Salander e Mikael
Blomkvist, ancora interpretati da Noomi Rapace e Michael Nyqvist, dopo il discreto Uomini che odiano le donne e il già “televisivo”
La ragazza che giocava con il fuoco, diretto
come quest’ultimo dal mediocre Daniel Alfredson, capace di far rimpiangere il dane-
T
se Niels Arden Oplev, regista del primo capitolo. In 148, interminabili minuti, a farla da
padrone è una messa in scena sciatta e
prevedibile, con insistiti primi piani e campo/controcampo degni di una qualsiasi puntata del peggior Derrick mai prodotto, con
ingiustificati momenti morti a contrappuntare un impianto thriller già privo di qualsiasi suspense e appesantito da un intreccio
che, dopo solo qualche sequenza, cede il
passo alla noia, perdendo progressivamente qualsiasi tipo di interesse. Ad affossare
definitivamente il prodotto – tra le altre cose
lontanissimo dai numeri fatti registrare al
box office dai due capitoli precedenti, incassando in due settimane solamente 500.000
euro – l’inadeguatezza di un cast fuori luogo e poco credibile, dove stentano visibilmente anche Noomi Rapace e Michael
Nyqvist, priva di qualsiasi sex appeal e ancor più imbruttita lei, imbolsito e stanco lui:
chissà se i vociferati Carey Mulligan e Daniel Craig riusciranno a rilanciare i due personaggi nell’annunciato remake a stelle e
strisce di Uomini che odiano le donne firmato David Fincher… Quel che è certo,
considerando anche la dipartita datata 2004
dell’autore Larsson, è che la storia di “Millenniun” finisce con La regina dei castelli di
carta: visto questo adattamento, il primo a
sorriderne è il cinema.
Valerio Sammarco
PERDONA E DIMENTICA
(Life During Wartime)
Stati Uniti, 2009
Regia: Todd Solondz
Produzione: Derrick Tseng, Christine K. Walker per Werc Werk
Works
Distribuzione: Archibald Enterprise
Prima: (Roma 16-4-2010; Milano 16-4-2010)
Soggetto e sceneggiatura: Todd Solondz
Direttore della fotografia: Edward Lachman
Montaggio: Kevin Messman
Musiche: Doug Bernheim
Scenografia: Roshelle Berliner
Costumi: Catherine George
Produttori esecutivi: Elizabeth Redleaf, Mike S. Ryan
Produttore associato: Mark Steele
Co-produttori: Ken Bailey, Andrew Peterson
Direttore di produzione: Rosi Acosta
Aiuti regista: Dave Halls, Stuart Williams, Javier Enrique Perez
opo aver trascorso gli ultimi undici anni della sua vita in una
cella per reati di pedofilia, Bill
Maplewood esce dal carcere. Nel frattempo, sono cambiate molte cosa: la sua fa-
D
Operatore: Carlos Zayas
Art director: Matteo De Cosmo
Trucco e acconciature: Maureen Landa
Supervisore effetti visivi: Lucien Harriot (Mechanism Digital)
Supervisore costumi: Ciara Brennan
Supervisore musiche: Doug Bernheim
Interpreti: Shirley Henderson (Joy), Allison Janney (Trish),
Michael Lerner (Harvey), Ciarán Hinds (Bill), Paul Reubens
(Andy) Chris Marquette (Billy), Charlotte Rampling (Jacqueline),
Ally Sheedy (Helen), Rich Pecci (Mark), Gaby Hoffmann
(Wanda), Carmen Marie Colon Mejia (Sarah), Fernando Samalot
(Eddie), Meng Ai (Jesse), Michael K. Williams (Allen), Dylan Riley
Snyder (Timmy), Emma Hinz (Chloe), Renée Taylor (Mona),
Rebecca Chiles (presentatrice), Roslyn Ruff (cameriera),
Durata: 96’
Metri: 2640
miglia si è trasferita dal New Jersey in Florida e il primogenito Billy è andato a studiare in un campus universitario in Oregon. La moglie, Trish Jordan, vive assieme agli altri due figli Timmy e Chloe e sta
50
tentando di rifarsi una nuova vita con Harvey Wiener, un uomo di mezza età, con alle
spalle un matrimonio fallito e un figlio disadattato a carico di nome Mark.
L’altra sorella della famiglia Jordan,
Film
Joy, scoperta la vera natura del marito Allen (un drogato, violento e maniaco sessuale), decide anche lei di partire per fare
visita alla madre e poi all’altra sorella Helen. La prima, che attraversa una fase di
profonda depressione dopo essere stata
abbandonata dal marito, è piena di risentimento nei confronti del genere maschile,
mentre la seconda, diventata una sceneggiatrice famosa, le sfoga addosso tutta la
sua frustrazione di donna insoddisfatta.
Joy viene intanto perseguitata dal fantasma del fidanzato Andy, che si era suicidato perché non sopportava di essere stato rifiutato. Stessa sorte tocca pure ad Allen, il quale si spara un colpo di pistola
alla tempia. Anche Bill, che nel frattempo
prova a riavvicinarsi alla sua famiglia (va
a trovare il figlio maggiore ma viene rifiutato), non riesce a liberarsi del proprio ingombrante passato: è infatti tormentato da
un sogno ricorrente, in cui compare il piccolo Timmy. Il ragazzo, che sta per compiere tredici anni, è convinto che il padre
sia morto (così gli è stato raccontato) e,
quando scopre invece la verità, non riesce
a perdonare la madre per avergli mentito.
Nel giorno del suo Bar Mitzvah, in occasione del quale ha preparato un discorso sul tema del “perdonare e dimenticare”, Timmy recita alcuni brani della Torah. Al termine della cerimonia, il ragazzo si scusa con Mark Wiener per aver pensato, a seguito di un equivoco, che il padre
fosse un pedofilo. Dopo avergli raccontato la storia del padre, gli confessa il desiderio che lui torni a casa.
on era facile confermarsi ai livelli
di un capolavoro quale è stato
Happiness , eppure Todd Solondz ci è riuscito. Ed in grande stile. Il suo
ultimo e coraggioso lavoro Perdona e dimentica (l’originale Life During Wartime è
rimasto come sottotitolo) infatti non ottiene soltanto la piena promozione ma anche la lode. Lo dimostra l’unanime consenso ricevuto dalla critica alla 66esima Mostra del Cinema di Venezia, dove avrebbe
di sicuro meritato un riconoscimento ben
più alto del “consolatorio” Premio Osella
per la migliore sceneggiatura.
Undici anni dopo quel pugno allo stomaco di Happiness (uno sgradevole e perverso ritratto dell’opulenta società americana schiava del falso mito della felicità), il
regista del New Jersey riprende con estremo rigore e coerenza il suo studio psicoantropologico sulle famiglie disfunzionali
Jordan e Maplewood. La scientificità del suo
sguardo, per la prima volta coadiuvato dalla tecnologia del digitale, sembra non concedere scampo: come fossero cavie da la-
N
Tutti i film della stagione
boratorio Solondz mette a reagire i suoi disgraziati personaggi in un micro-cosmo dai
colori vivaci e irradiato da una luce abbagliante (è ambientato in Florida e la fotografia è curata dal “maestro” Ed Lachman).
Li osserva attentamente, mentre scavano nella loro memoria ferita, cercando
di rimuovere un trauma di proporzioni insopportabili (è il caso del padre pedofilo).
Oppure, quando sono costretti a fare i conti
con degli spettri molesti che fanno loro visita in sogno in cerca di vendetta (vedi Joy,
la sorella più sfigata). Ognuno di questi ha
qualcuno da perdonare, o qualcosa da farsi
perdonare ed il tema del perdono, così fondante per tutta la cultura giudaico-cristiana e a cui neppure il laico Solondz può
rinunciare, costituisce il fulcro semantico
attorno a cui ruota l’intera vicenda.
Mentre gli adulti provano con fatica a
raccogliere i cocci di una vita spezzata,
l’unico a interrogarsi senza remore sull’eterno dilemma del forgive o forget è il
simpatico e lentigginoso protagonista Timmy, grazie al quale scopriamo il talento
fenomenale di un ragazzino esordiente di
nome Dylan Riley Snyder. È attraverso le
sue parole che Solondz consegna, forse
per la prima volta nella sua filmografia, uno
sparuto messaggio di speranza: è come
se delegasse a una nuova generazione un
nuovo sentire, autentico e cristallino (come
solo i giovanissimi sanno essere),
e capace quindi di varcare qualsiasi
tipo di steccato o barriera rappresentati dal
pregiudizio, in questo caso, nei confronti
della pedofilia.
Perdona e dimentica attraversa e lambisce, quindi, diversi piani temporali: dal
passato che ritorna con prepotenza a bussare alla porte della coscienza e che si
51
manifesta sotto forma di fantasma o incubo, al futuro affidato - come abbiamo appena visto - alla sensibilità, alla capacità
di ascolto e comprensione dell’adolescente
Timmy. Ma questo è soprattutto un film che
rispecchia con spietato realismo il nostro
presente, malato di schizofrenia. La nostra
umanità oramai allo sbando e incapace di
comunicare, in cui i bambini fanno merenda con gli psicofarmaci (vedi la piccola
Chloe)!
Sono molteplici i riferimenti ai fronti di
guerra su cui l’America è ancora sanguinosamente impegnata, e ancora alla questione israelo-palestinese, oppure al paventato dominio economico della Cina.
Eppure la guerra di cui parla il titolo non è
altro che una metafora per esprimere i laceranti conflitti interpersonali che portiamo avanti ogni giorno e che ci segnano
nel profondo. «Il mondo può essere molto
crudele, ma il nemico spesso è dentro di
noi» - dice la cacciatrice di uomini interpretata da Charlotte Rampling (impeccabile nel ruolo di “mostro” a cui è rimasto
però ancora un briciolo di cuore).
Dopo aver già dato prova con opere
come Fuga dalla scuola media, Storytelling
e Palindromi di un talento narrativo e di un
linguaggio fuori dal comune, Todd Solondz
compie l’ennesimo miracolo di scrittura. Tra
fulminanti ed estemporanee battute sul contesto politico attuale, dialoghi surreali e
spassosi equivoci, dà sfoggio di un umorismo di impareggiabile cattiveria (chiamarlo “black” ci sembrerebbe riduttivo), sempre e costantemente sospeso sul filo “spinato” del paradosso e dell’ambiguità.
Ancora una volta, poi, tutti gli artisti si
mettono generosamente al servizio del suo
genio, mostrandosi in perfetta sintonia con
Film
l’atmosfera tragicomica e grottesca della
storia. Ciarán Hinds (Bill), Shirley Henderson (Joy), Allison Janney (Trish), Ally Sheedy (Helen), senza dimenticare i caratteristi Michael Lerner (Harvey) e Paul Rubens
(Andy), fanno a gara a chi è più nella parte, al punto che costituiscono la spina dorsale di tutto il film.
Tutti i film della stagione
Perdona e dimentica non avrà la vena
dirompente di Happiness, ma rivela una
consapevolezza registica e una compiutezza di stile che rasentano la perfezione.
Consacra infine l’occhialuto folletto di
Newark come uno dei più arguti film-maker
contemporanei. Uno degli ultimi capace di
far riflettere lo spettatore sull’insensatez-
za e sull’assurdità del vivere quotidiano. E
Dio solo sa quanto ne abbiamo bisogno
noi tutti… . Perché, parafrasando una celebre frase dei fratelli Lumière, «senza riflessione, il cinema è un’invenzione senza
futuro».
Diego Mondella
DUE VITE X CASO
Italia, 2009
Operatore Steadicam: Sascia Ippoliti
Trucco: Ilaria De Riso
Acconciature: Samuele Miccoli
Supervisore: Stefano Urbanetti
Supervisore effetti visivi: Nicola Sganga (Vision)
Interpreti: Lorenzo Balducci (Matteo Carli), Ivan Franek (Ivan
Janacek), Isabella Ragonese (Sonia), Riccardo Cicogna
( Sandro Corvino ), Sarah Felberbaum ( Letizia ), Monica
Scattini (Ilaria Carli), Teco Celio (Pietro Carli), Rocco Papaleo
(Bertano ), Ivano De Matteo (Capranica), Niccolò Senni
(Heinrich), Tatti Sanguineti (professore di filmologia), Roberta Fiorentini (zia Angela), Giuliano Ghiselli (proprietario del
vivaio), Anna Ferzatti (infermiera), Antonio Gerardi (istruttore carabinieri), Giuseppe Pestillo (Roberto Macrì), Fabrizio
Lombardo (Enzo), Cristina Rocchetti (Ester), Filippo Sandon
(Luca ), Giovanni de Giorgi ( Brancato), Stefano Molinari
(istruttore), Monica Rutelli (Alice Carli), Andrea Purgatori
(avvocato), Laura Sampedro (collega di Sonia), Marina Ninchi
(Elvira), Daniele Parisi (Lorenzo Pieroni), Diego Verdegiglio
(comandante)
Durata: 88’
Metri: 2440
Regia: Alessandro Aronadio
Produzione: Anna Falchi, Sauro Falchi per A-Movie Productions
Distribuzione: Lucky Red
Prima: (Roma 7-5-2010; Milano 7-5-2010)
Soggetto: liberamente ispirato ai fatti del G8 di Genova del
2001 e al libro Morte di un diciottenne perplesso di Marco
Bosonetto
Sceneggiatura: Alessandro Aronadio, Marco Bosonetto
Direttore della fotografia: Mario Amura
Montaggio: Claudio Di Mauro
Musiche: Louis Siciliano
Scenografia: Stefano Giambanco, Daniela Manzo
Costumi: Nicoletta Ercole
Organizzazione generale: Massimo Jacobis
Segretaria di Edizione: Annarita Cocca
Direttore di produzione: Remo Chiappa
Coordinatrice di produzione: Costanza Coldagelli
Ispettore di Produzione: Giovanni Iacobis
Segretario di Produzione: Gabriele Elliott Parrini
Casting: Costa & Loreti
Aiuti regista: Antonio Silvestre, Lorenzo Corvino, Serena
Filippone, Claudia Pecoraro
atteo, un ragazzo di vent’anni, lavora con passione in un vivaio.
Lo stipendio troppo basso e la
scarsa umanità del titolare lo portano a
fare domanda per entrare nelle forze dell’ordine.
Una sera, mentre accompagna un suo
amico al pronto soccorso, urta involontariamente la macchina di due poliziotti in
borghese che reagiscono pestandoli furiosamente.
I due ragazzi provano a chiedere giustizia, ma lo stesso avvocato fa loro presente
che citare in tribunale la Polizia risulterebbe soltanto una perdita di tempo e denaro.
Matteo è furibondo e, quando gli arriva la lettera di accettazione nell’arma dei
carabinieri, decide di strapparla. Inizia
così una nuova vita per il ragazzo fatta di
sete di vendetta, pericolose amicizie e un
nuovo amore, Sonia, che lo introdurrà nell’ambiente degli attivisti politici e lo convincerà ad andare a una importante manifestazione in piazza.
M
La pellicola torna indietro. Matteo, la
sera dell’incidente, riesce a frenare e non
urta la macchina dei poliziotti. Qualche
giorno dopo riceve la lettera di idoneità
per i carabinieri e inizia felice il corso. La
vita di caserma, però, non è come la immaginava: la convivenza coatta con altri
ragazzi fa crescere in lui frustrazione e violenza, tanto che un giorno, stremato, litiga
pesantemente con un suo collega. I suoi
superiori per punirlo, allora, lo mandano
in servizio d’ordine a una manifestazione.
Il ragazzo, impreparato alla missione,
si ritrova spiazzato davanti a tanta gente e
inizia a usare la forza. In un impeto di rabbia estrae la pistola e spara su un ragazzo, salvo poi accorgersi che questo ragazzo non è altri che se stesso.
l caso o il destino. Una tematica troppo interessante per non essere oggetto di speculazione in un simpatico convivio fra amici come in un verboso
dibattito filosofico e, perché no, anche al
I
52
cinema. Sono quei “bivi” ripetuti all’infinito e la cervellotica prospettiva di poter
cambiare il passato a renderla così affascinante.
Consapevole di questo, Alessandro
Aronadio sceglie proprio l’effetto “farfalla”
come tema centrale per la sua pellicola
d’esordio Due vite per caso.
La storia inizia con un banalissimo tamponamento, il battito d’ali che sconvolgerà
irrimediabilmente il futuro di Matteo, il giovane protagonista. Ma, se avesse frenato
prima cosa sarebbe successo? La sua vita
sarebbe stata migliore?
Aronadio risponde con una visione in
parallelo degli avvenimenti. Eppure, contro ogni logica matematica, fa incrociare
le due esistenze in un unico punto: la zona
franca della disperazione.
Per Matteo sembra ci sia un destino
già scritto fatto di rabbia, frustrazione e
fallimenti. L’alternativa è solo illusoria, un
trompe l’oeil che porta a un finale tragico
che priva l’umano di ogni speranza.
Film
I buoni sono cattivi e i cattivi rimangono cattivi, sembra suggerire il regista, in
una lucida descrizione dell’universo giovanile senza prospettive e con qualche
ideale in più di quello che si vuole far credere. Matteo, in una vita o nell’altra, cerca
giustizia, ma l’ambiente circostante, rappresentato in entrambi i casi da un uomo
dietro una scrivania, gli ricorda che le sue
pretese sono inutili, che deve sottostare a
consuetudini malate di cui è pregna la società. Bisogna scegliere se essere vittima
o carnefice.
Aronadio non offre altre soluzioni, ma,
con freddezza giornalistica, racconta le
cronaca dei due percorsi evitando di
Tutti i film della stagione
schierarsi palesemente. Anche se, grazie
a fugaci scorci di quotidianità, è facile intuire a chi si rivolgano le sue simpatie. Non
gliene si può fare certo una colpa, ovviamente, anzi regala un tocco di personalità alla pellicola che in certi tratti soffre del
“morbo dell’opera prima”. Ovvero quella
voglia, da parte del regista, di mostrare
di aver studiato, di saper fare acrobazie
con la macchina da presa e di omaggiare
i grandi che lo hanno preceduto. Un po’
come i bravi scolari che nel tema di italiano, per impressionare il professore, usano paroloni difficili e costrutti da romanzo
epico. Viene da sorridere, ma è apprezzabile la volontà e la passione di Arona-
dio nel fare bene il proprio mestiere senza facili improvvisazioni come (purtroppo)
spesso accade.
Giovanissimi, ma non sprovveduti, anche i protagonisti Lorenzo Balducci e Isabella Ragonese, due volti nuovi che, in
breve tempo, sono riusciti a conquistare
le luci della ribalta. In particolare la onnipresente Ragonese che, grazie a una recitazione “solare” e una bellezza fuori
dagli stereotipi, è diventata ormai l’ oggetto del desiderio di molti registi italiani.
E fortunatamente ( per noi) sa fare il suo
mestiere.
Francesca Piano
GENERAZIONE 1000 EURO
Italia, 2008
Regia: Massimo Venier
Produzione: Andrea Leone, Raffaella Leone, Maurizio Tedesco per Trio International/ Andrea Leone Films/ Rai Cinema e
il sostegno di Lombardia Film Commission/ Ministero per i
Beni e le Attività Culturali (MiBAC)
Distribuzione: 01 Distribution
Prima: (Roma 24-4-2009; Milano 24-4-2009)
Soggetto: liberamente ispirato al libro omonimo di Antonio
Incorvaia e Alessandro Rimassa
Sceneggiatura: Massimo Venier, Federica Pontremoli, Fabio
Di Iorio
Direttore della fotografia: Italo Petriccione
Montaggio: Carlotta Cristiani
Musiche: Giuliano Taviani, Carmelo Travia
Scenografia: Valentina Ferroni
Costumi: Bettina Pontiggia
Direttore di produzione: Attila Mancarella
Casting: Laura Muccino
Aiuti regista: Marcella Libonati, Irico Chiara, Francesco
Menichini, Nicola Specchio
atteo è un trentenne laureato brillantemente in matematica, che
vive a Milano in un appartamento malconcio in affitto, in una vecchia
casa di ringhiera, con due amici e lavora
a tempo determinato per mille euro al mese
nel reparto marketing e sviluppo di una
grande azienda; cosa che non gli piace;
tiene un seminario in università per il suo
anziano professore, che decide di andare
in pensione proprio adesso e non potrà più
aiutarlo; ha una storia con Valentina, medico agli inizi, che fa tutti i turni che può
in ospedale e, in una pausa pranzo, gli dice
che lo trova spento, teme che non si amino
più, vuole una pausa. Così, sta per perdere tutto; nell’appartamento il pavimento
del salotto crolla, lasciando un bel buco;
M
Operatori: Gianni Aldi, Emanuele Chiari
Operatore Steadicam: Gianni Aldi
Arredamento: Monica Ferroni
Supervisore effetti visivi: Gaia Bussolati
Suono: Roberto Mozzarelli, Sabrina Quartullo, Gianni Pallotto
Canzoni estratte: “Feeling Better”, “Moon” e “Soul Waver”di
Malika Ayane; “Qualcosa che non c’è” di Elisa Toffoli
Interpreti: Alessandro Tiberi (Matteo), Valentina Lodovini (Beatrice), Carolina Crescentini (Angelica), Francesco Mandelli
(Francesco), Francesca Inaudi (Valentina), Paolo Villaggio (professore), Francesco Brandi (Faustino), Roberto Citran (taxista),
Lucia Ocone (impiegata amministrazione), Natalino Balasso
(Landolfi), Steffan Boje (Mark), Cecilia Brogini (donna Aula
Magna), Franco Maino (bidello Università), Giorgia Senesi
(commessa Duty Free), Attila Mancarella (Sandro), Francesco Rossini (voce di Sandro), Luciano Sborgi (uomo d’affari
spagnolo), Gabriele Piu (bambino di 4 anni), Matteo Barban
(bambino di 9 anni), Alberto Domina (ragazzino di 15 anni)
Durata: 101’
Metri: 2780
ma l’affitto deve essere pagato e i nostri
sono in ritardo anche perché rimangono
in due. Per fortuna, Francesco, l’amico rimasto, che fa il proiezionista, riesce a tamponare la situazione. In azienda, la direzione decide che ognuno del settore di
Matteo crei un progetto e i migliori resteranno in azienda; Matteo è depresso per
questo e sale sul tetto del palazzo, a fumare e guardare fuori; così conosce Angelica, una bella bionda giovane, che lavora
in un altro reparto ed è salita per fare una
pausa. Appena rientra a casa, è coinvolto
nell’arrivo un po’ caotico, armi e bagagli,
di Beatrice, cugina di Alessio, che viene al
suo posto; è una giovane insegnante di lettere, precaria. Non fanno in tempo a fare
conoscenza, che lei cade nel buco, nasco-
53
sto dal tappeto e si ritrova subito al pronto
soccorso, dove il medico è Valentina, alla
quale spiega inopportunamente che è caduta nell’appartamento “dove vive con
Matteo”. Ora Matteo e Francesco hanno
in casa una ragazza con una gamba ingessata e la situazione non è certo facile; lei
intanto dà lezioni private e perde il suo
posto data la lunga assenza. Infine, viene
scelto il progetto di Fausto, il collega che
ha la scrivania accanto a Matteo ma a presentare il progetto a Barcellona viene inviato Matteo, che all’aeroporto trova il
responsabile del progetto: Angelica, che in
realtà è vice direttore marketing e così
Matteo capisce che proprio lei l’ha fatto
partire. La relazione di Matteo ha successo e i due non mancano di dividere la stes-
Film
sa camera in albergo, ma, al mattino, dopo
Matteo trova che Angelica ha dovuto partire all’improvviso e quindi deve rientrare
da solo, dopo aver pagato tutte le spese
che hanno fatto in questo brevissimo tempo. Al rientro a Milano, Angelica non si fa
trovare, mentre nasce una nuova sintonia tra Matteo e Beatrice: sono entrambi in tensione, perché la ragazza, che ha
tolto il gesso, deve sperare di avere una
nuova supplenza e afferma che questo lavoro le piace davvero; Matteo deve cercare di avere il rimborso delle spese, perché
per pagarle aveva usato il denaro dell’affitto. Proprio lei lo aiuta a recuperare soldi, cercando oggetti vecchi e vendendoli
via Internet; lui la presenta al vecchio professore ed ella si accorge di quanto affetto
i due abbiano a vicenda. Angelica informa
Matteo, in casa di lei, che nei giorni precedenti sembrava che fallisse l’accordo con
Barcellona, poi la cosa è stata superata e
ora lei va là; gli dice che è una buona occasione anche per lui, se la segue. Matteo
è incerto; torna a casa propria e sa da
Francesco che Beatrice sta andando a Viterbo, per una supplenza di quattro mesi;
corre verso l’aereoporto, dove però dice:
“Se l’unica alternativa che ho è vivere la
vita di un altro, preferisco la mia”. Si ricorda che il professore sta tenendo l’ultima lezione, corre là e proprio il vecchio
dice: “Cosa diavolo ci stai a fare qui mentre c’è un treno per Viterbo in partenza?”
Ecco Matteo e Beatrice altrove e lui, allo
svegliarsi, osserva: “Sono precario, non
so niente di niente, guadagno 940 euro e
sono felice”.
I
l film si aggiunge a quelli che da qualche tempo ci parlano dei problemi
dei giovani ma si fa particolarmente
Tutti i film della stagione
apprezzare per diversi motivi: anzitutto, la
storia segue un preciso percorso da una
situazione iniziale a una finale, passando
per un vertice preciso (il successo della
relazione a Barcellona); nello svolgersi,
non presenta scene o scenette che siano
semplice riempitivo; usa in modo abbastanza corretto, ci sembra, i dettagli “ tecnici “ propri di ognuna delle situazioni di
lavoro, di Matteo e Beatrice. Poi, il rapporto tra scene “comiche” e scene “serie”: le
seconde sono di più e più lunghe, come è
necessario in un film che ci presenta una
realtà scottante, ma le prime riescono nello scopo di mitigare la tensione e a rappresentarci quegli incidenti quotidiani che
ci paiono così stranbi da non essere neppure raccontabili (il continuo ripetersi dell’allagamento di casa per rottura tubi, il crollo del pavimento); sia le “serie” che le “comiche” riescono molto bene a fornirsi, le
une con le altre, spunti che portano avanti
la vicenda.
E veniamo ai personaggi: sono bene
caratterizzati quanto basta per far accadere le varie situazioni:
Fausto e Francesco sono degli alter
ego per Matteo, è persino sottolineato da
elementi in apparenza secondari: il primo
lavora alla scrivania che tocca la sua, sono
moltissime le inquadrature che li riprendono insieme; e Fausto lo vediamo solo sul
luogo di lavoro. Francesco lo vediamo in
tutti i momenti di vita in casa e fuori, lui e
Matteo giocano insieme in casa (al videogioco) e fuori (al pallone), a lui Matteo racconta le sue giornate e i suoi pensieri.
Una delle scene più significative di questo rapporto e anche del film è all’inizio:
Matteo rientra e vede Francesco che gioca
la partita Brasile-Andorra, dove Andorra non
vincerà mai “ perché è programmato così “,
dice Matteo; Francesco gli dice che Alessio “ è tornato dai suoi, in Molise. Questa è
l’unica epoca nella storia dell’umanità in cui
c’è gente che torna in Molise “. Matteo dice
che se ne vuole andare a casa anche lui,
Francesco ribatte: “Se Andorra batte il Brasile rimani, se no vai. Ci stai? “ Prosegue il
gioco mentre il pavimento si sbriciola: Andorra vince, Francesco esulta, un pezzo di
pavimento crolla nella stanza da letto dell’anziano di sotto, e loro, dal buco: “ “Mica
l’abbiamo svegliata, vero? “.
Beatrice è ciò che Matteo all’inizio non
ha il coraggio di essere: una che combatte
per fare il lavoro che le piace, anche se è
pagato male. Matteo, in un lungo fuori campo sulla sequenza iniziale che lo vede arrivare al lavoro in ritardo, come al solito, si
presenta a fondo: “... sono uno di quei giovani non troppo giovani che parlano del futuro scuotendo la testa... guadagno mille
euro al mese in una azienda che non mi
piace e a cui non piaccio io... “ e altro. Il film
diventa quindi una maturazione di Matteo,
che trova la serenità nel fare ciò che fa
meglio come già dimostrava in università.
Francesco direbbe che una storia così l’ha
vista mille volte nei film, ma è ben strutturata, con un dialogo ricco e simpatico, senza
volgarità; sono state scelte poche ambientazioni significative in rapporto stretto con
ognuna delle situazioni (basti notare che di
Milano vediamo di solito, dall’alto, i punti moderni, mentre nella inquadratura finale fuori dalla finestra di Matteo abbiamo tetti molto più semplici e umani): è il giusto corredo
per far emergere al meglio una recitazione
di alto livello da parte di tutti, in particolare
Paolo Villaggio nella piccola e basilare figura del professore paterno.
Danila Petacco
HAPPY FAMILY
Italia, 2010
Aiuti regista: Alessandro Pascuzzo, Raphael Tobia Vogel, Chiara Della Longa
Operatore: Fabrizio Vicari
Art directors: Rita Rabassini, Monica Sironi
Supervisore musiche: Giovanni Arcadu
Suono: Mauro Lazzaro
Interpreti: Fabrizio Bentivoglio (Vincenzo), Margherita Buy
(Margherita), Valeria Bilello (Caterina), Fabio De Luigi (Ezio),
Corinna Augustoni (nonna Anna), Gianmaria Biancuzzi (Filippo), Alice Croci (Marta), Diego Abatantuono (padre di
Marta), Carla Signoris (madre di Marta), Sandra Milo (madre di Ezio)
Durata: 90’
Metri: 2750
Regia: Gabriele Salvatores
Produzione: Maurizio Totti per Colorado Film/Rai Cinema
Distribuzione: 01 Distribution
Prima: (Roma 26-3-2010; Milano 26-3-2010)
Soggetto: tratto dall’omonima commedia di Alessandro Genovesi prodotta dal Teatro dell’Elfo di Milano
Sceneggiatura: Alessandro Genovesi, Gabriele Salvatores
Direttore della fotografia: Italo Petriccione
Montaggio: Massimo Fiocchi
Musiche: Louis Siciliano
Scenografia: Rita Rabassini
Costumi: Patrizia Chericoni
Direttore di produzione: Antonio Tacchia
Casting: Francesco Vedovati
54
Film
zio è uno sceneggiatore improvvisato quasi quarantenne che decide di scrivere un film, “un film
d’autore” anche se manca l’idea. L’ispirazione la cerca in oggetti che ha a portata di mano: una cartolina di Panama, un
disco di Simon e Garfunkel, la sua bicicletta. Nella convinzione che uscirà un capolavoro, assembla qualche scarto e dà
vita a dei personaggi, o meglio due famiglie. L’unica cosa in comune è la città in
cui vivono, Milano, per il resto sono completamente diverse. Una, ricca e borghese, è formata dall’avvocato Vincenzo, affetto da cancro e dalla sua seconda moglie Anna, dalla figlia Caterina, pianista
affermata, dal figlio “particolare” Filippo e dall’anziana madre affetta da Alzhaimer, L’altra famiglia, alternativa e sempliciotta, è composta da un papà ex-sessantottino che fuma marijuana, che ha girato
il mondo a portare navi e ora vegeta sul
divano di casa, da una mamma frustrata
in amore e nel lavoro, alle prese con una
figlia adolescente ribelle, Marta, con cui
non è mai d’accordo e che stenta a comprendere. Ezio a causa di un banale incidente stradale si ritrova catapultato nell’intreccio. Le due famiglie sono costrette
a incontrarsi a causa del progetto dei due
rispettivi figli sedicenni di sposarsi. Inaspettatamente quando Marta, durante la
cena, annuncia di non voler più sposare
Filippo, l’improbabile legame ormai instauratosi tra le loro famiglie resta in piedi. Ezio si innamora di Caterina, mentre i
due padri decidono di andare insieme a
fare un viaggio a Panama. Qui, Vincenzo
trascorre felicemente i suoi ultimi giorni,
mentre le due famiglie si stringono intorno a lui ancora più unite.
E
Tutti i film della stagione
tutti l’ossessione per la traduzione in immagini di un testo scritto (quasi tutti i suoi
film infatti sono tratti da romanzi o da
commedie), la predilezione, poi, per uno
stile non realistico che lascia affiorare in
primo piano le componenti della messa
in scena, ma, soprattutto, l’amore per i
personaggi in fuga, sospesi tra più vite e
più storie. Tema a lungo dibattuto in teatro e in letteratura, il rapporto tra finzione e realtà, tra vita e forma, proprio come
in Sei personaggi in cerca d’autore, delle figure si ribellano al loro creatore, irrompono nel suo mondo, esigendo di
avere il proprio spazio affinché non vengano lasciate in sospeso. Il film si apre e
si chiude con un sipario e gli attori si rivolgono direttamente al pubblico, guardando in macchina, rompendo così l’illusione della “quarta parete”. L’aspirante autore dialoga con i suoi otto personaggi, tutti frutto della propria fantasia,
attraverso e fuori il computer su cui sta
scrivendo la sceneggiatura. Essi pretendono da lui una maggiore rifinitura dei
caratteri e una trama ben definita, con
un finale che non rimanga aperto. Così,
quando la pellicola sembra terminata,
l’artefice è costretto a costruire un finale
per la propria opera.
La messa in scena privilegia tutti i trucchi che servono a far risaltare il meccanismo di finzione della rappresentazione cinematografica e ogni dettaglio, compresa la scala cromatica, è valorizzato in
modo da risultare stilizzato e innaturale.
Da qui, il passaggio dalla persona al personaggio, dall’“avere forma” all’ “essere
forma”. L’uomo, dunque, vive portando
una maschera dietro la quale si agita una
moltitudine di personalità diverse e igno-
sei personaggi hanno trovato il loro
autore, Gabriele Salvatores. Cimentatosi con i più diversi generi letterari, il regista napoletano milanese d’adozione, ritorna alle origini teatrali della sua
carriera. Adattando per il cinema la commedia omonima di Alessandro Genovesi, messa in scena dal teatro da lui fondato, il Teatro dell’Elfo, Happy family rappresenta un testo meta-narrativo d’ispirazione pirandelliana, in cui a essere protagonisti sono personaggi in crisi d’identità. Baciato dall’Oscar con Mediterraneo,
Salvatores non ha mai vissuto di rendita, ma anzi ha continuato a sperimentare, scegliendo spesso le strade più difficili e privilegiando anche sentieri poco
battuti dal cinema nostrano. Eppure, al di
là del suo eclettismo artistico, ci sono dei
punti fermi che non lo abbandonano e a
cui non sembra voler rinunciare. Prima tra
I
55
te, essendo al tempo stesso uno, nessuno e centomila.
Happy Family è una confessione e un
diario intimo, una commedia che parla della paura di trovare la felicità, di cambiare la
nostra vita per qualcosa che non conosciamo. È un personale ritratto di Milano d’estate, come mai si era vista, è un riassunto di
tutti i desideri e tutte le paure, di essere troppo e di non essere nessuno.
Inutile dire che come nella sceneggiatura, fulcro e anima di tutta l’operazione, voce narrante e autore è un sorprendente Fabio De Luigi, più volte sprecato in tristissimi ruoli da cinepanettone,
che sfoggia qui tutta la sua pungente ironia. Il resto del cast orbita, peraltro, intorno alla sua performance, proprio come
i personaggi del racconto, regalandoci
qualche spassoso monologo, ma tutto
impegnato a seguire alla lettera il ruolo
ritagliato per se stesso. La Buy, per la
prima volta, si allontana dalla solita parte di nevrotica esaurita, mentre ritroviamo un Bentivoglio distaccato e crudele,
malato e invaso dal pensiero della morte. Per non dimenticare un Diego Abatantuono monumentale, capace di diffondere calore ed empatia.
Un film che fa riflettere, ma che regala anche qualche risata, spontanea e
mai volgare. Insomma, una commedia
piacevole e delicata allo stesso tempo,
capace di raccontare la vita come se
fosse un film oppure un film che racconta la vita come se fosse una commedia,
dipende dal punto di vista, con la differenza, come diceva Groucho Marx, che
nella vita non c’è trama.
Veronica Barteri
Film
Tutti i film della stagione
5 APPUNTAMENTI PER FARLA INNAMORARE
(I Hate Valentine’s Day)
Stati Uniti, 2009
Regia: Nia Vardalos
Produzione: Madeleine Sherak, William Sherak, Jason Shuman
per Blue Star Pictures/I Hate Vday Productions/ICB
Entertainment Finance/My Bench Productions
Distribuzione: Eagle Pictures
Prima: (Roma 18-6-2010; Milano 18-6-2010)
Soggetto: Nia Vardalos, Stephen David, Ben Zook
Sceneggiatura: Nia Vardalos
Direttore della fotografia: Brian Pryzpek
Montaggio: Tony Lombardo, Steve Edwards
Musiche: Keith Power
Scenografia: Dara Wishingrad
Costumi: Jenny Gering
Produttore esecutivo: Dominic Ianno
Produttore associato: Marianne E. Titiriga
Casting: Todd M. Thaler
Aiuti regista: Betsy Friedman, Louis Guerra
Operatori: Dennis A. Livesey, Adam Putnam-Thomas, Donald
Russell, Daniel D. Sariano
Art director: Carl Baldasso
enevieve è una giovane fioraia
newyorkese. Ama molto il suo
lavoro ed è sempre pronta a donare un sorriso sia agli amici, sia a semplici sconosciuti.
Il segreto di tanta giovialità è una regola amorosa che la ragazza si è data: mai
uscire per più di 5 appuntamenti con un
uomo. Genevieve è convinta che così si
prende solo il bello di una relazione senza
incappare in tradimenti, ripicche o dolorosi abbandoni.
Un giorno, vicino al suo negozio di fiori
apre un tapas bar gestito da Greg, un ragazzo carino e un po’ ingenuo. I due fanno
presto amicizia e iniziano a uscire insieme
seguendo la regola del 5.
Greg non è molto convinto di questa
pianificazione amorosa, ma accetta ogni
bizzarria di Genevieve. Ben presto, arriva l’ultimo appuntamento e la ragazza
si trova per la prima volta a dubitare
della sua teoria. Anche lui vorrebbe che
gli incontri continuassero, ma, per mantenere fede alla promessa fatta, non le
dice nulla.
Passa del tempo e i due giovani sentono la mancanza l’uno dell’altra, però
nessuno dei due vuole fare il primo passo. Ci pensano gli amici a combinare un
incontro, ma diventa solo un occasione
per rinfacciarsi i reciproci comportamenti.
Geneviene non riesce più a ritornare
alla sua solita vita, è scontrosa, irritabile. Questo la porta ad analizzare l’origi-
G
Arredamento: Shannon Robert Bowen
Trucco: Cyndie Boehm, Stephanie Pasicov, Amy Spiegel
Acconciature: Colleen Callaghan, Fabian Garcia
Supervisore musiche: Tricia Holloway
Interpreti: Nia Vardalos (Genevieve Gernier), John Corbett
(Greg Gatlin), Stephen Guarino (Bill), Amir Arison (Bob), Zoe
kazan (Tammy Greenwood), Gary Wilmes (Cal), Mike Starr
(John), Jason Mantzoukas (Brian Blowdell), Judah Friedlander
(Dan O’Finn), Rachel Dratch (Kathy Jeemy), Jay O. Sanders
(Tim), Lynga Gravatt (Rose), Olive (cane di Rose), Suzanne
Shepherd (Edie), Dan Finnerty (tizio brontolone), Ward Horton
(Mark), Isiah Whitlock Jr. (percussionista), Salvador ‘Wally’
Corona (ragazzo dell’autobus), Howard Feller (senzatetto),
Autumn Ready Potter (Barbie), Rose Abdoo (donna attraente), Ian Gomez (KJ Ken), Tracy Thorpe (donna con le vertigini), Wali Collins (cliente disperato), Rachel Hamilton (donna
alla galleria), David Beach (marito alla galleria), Miriam Tolan,
Kapil Bawa, Ben Schwartz, Gaetano Iacono
Durata: 98’
Metri: 2700
ne delle sua filosofia amorosa e comprende che la sfiducia nelle relazioni durature è nata dai continui tradimenti del padre.
Anche Greg è molto confuso su cosa
fare, ma sa di amare Genevieve. Prova, allora, a giocarsi un’ultima chance: le canta una serenata jazz sotto la sua finestra,
accompagnata da una romantica dichiarazione d’amore. La ragazza, commossa,
corre da lui e accetta di diventare ufficialmente la sua fidanzata.
hi fa da sé fa per tre. Non ha lasciato spazio per nessuno Nia
Vardalos che, nella commedia 5
appuntamenti per farla innamorare, si è
riservata il ruolo di regista, sceneggiatrice
e protagonista.
Piuttosto ambiziosa la ragazza, che il
grande pubblico ricorderà certamente per
il ruolo da protagonista in Il mio grosso
grasso matrimonio greco, e forse anche un
po’ ingenua.
Un po’ come il personaggio che interpreta, Genevieve, convinta di risolvere tutti
i suoi problemi amorosi con un semplice
assioma: 5 appuntamenti ben strutturati
con un uomo e poi via.
Come da copione le va tutto bene fino
all’ incontro con la persona che le fa battere il cuore. Da qui, il rituale classico dell’attesa femminile e dell’indecisione maschile, codificato da anni nel cinema.
Vardalos parte sicuramente da un’idea
originale, ma non riesce a gestirla in fase
C
56
di scrittura, dove le manca irrimediabilmente la solidità necessaria per non scivolare
nello scontato.
La trama è facilmente intuibile ( in fondo è una commedia romantica) e proprio
per questo avrebbe dovuto lavorare maggiormente sui dialoghi che appaiono spenti
e privi di ogni vivacità, o sugli attori secondari. Questi ultimi, infatti, sembrano quasi
relegati al ruolo di comparse con poche e
inutili battute, atte solo a rafforzare la mediocrità della loro funzione.
Le luci della ribalta sono tutte per Genevive- Nia Vardalos e per il suo sorriso
stampato, che per l’ossessività ricorda
molto la maledizione delle scarpette rosse, il celebre racconto che narra di una
ragazza costretta a danzare continuamente, pur se stanchissima, fino al tragico epilogo.
Ovviamente questa piccola parentesi
non ha nulla a che vedere con il finale del
film, piuttosto semplice da individuare, ma
è un paragone che può rendere giustizia
alla recitazione inespressiva e, va rimarcato, irriconoscibile dell’attrice ellenica.
Gli inguaribili romantici, i maggiori fruitori di queste pellicole, potranno, però, sempre consolarsi con il ritorno sul grande
schermo della coppia Vardalos/Corbett,
dotata di una naturale alchimia che li rende
quasi perfetti insieme. Un “contentino” piuttosto misero che, comunque, non giustifica
novanta minuti di insensata pedanteria.
Francesca Piano
Film
Tutti i film della stagione
MATRIMONI E ALTRI DISASTRI
Italia, 2009
Regia: Nina di Majo
Produzione: Beppe Caschetto per ITC Movie/Rai Cinema
Distribuzione: 01 Distribution
Prima: (Roma 23-4-2010; Milano 23-4-2010)
Soggetto e sceneggiatura: Francesco Bruni, Antonio Leotti,
nina di Majo
Direttore della fotografia: Cesare Accetta
Montaggio: Giogiò Franchini
Musiche: Carlo Crivelli
Scenografia: Giancarlo Basili
Costumi: Grazia Colombini
Direttore di produzione: Carlo Brocanelli
Organizzatore generale: Luca Bitterlin
Aiuti regista: Gilles Cannatella, Valentina De Amicis, Giovanni Vaccarelli
anà, è la figlia primogenita di una
benestante famiglia fiorentina.
Lavora in una libreria e contemporaneamente fa ricerche per uno
scrittore di cui è segretamente innamorata. La sua vita sentimentale non è delle
più felici: una relazione importante conclusasi con la scelta di diventare prete del
fidanzato e un letto condiviso solo con
l’amato gatto.
Un giorno, sua sorella Beatrice, impossibilitata a causa di una trasferta lavorativa, le chiede di organizzarle il matrimonio insieme al fidanzato Alessandro, un ragazzo esuberante dai modi non propriamente signorili.
Nanà, pur non felicissima, accetta.
Inizia così un tour matrimoniale fra bomboniere, chiese, liste nozze, che vede i
due ragazzi in continuo disaccordo, ma,
alla fine, per il ritorno di Beatrice è tutto pronto.
A pochi giorni dalla nozze Nanà viene contattata dallo scrittore per cui lavora. La donna è emozionata come sempre
a ogni incontro, ma la felicità si trasforma in rabbia quando l’uomo le racconta
di avere una relazione proprio con sua
sorella.
Furiosa la donna si precipita da Beatrice e le chiede spiegazioni. La sorella ammette tutto e le confessa anche un segreto
di famiglia: lei non è figlia di suo padre,
ma dell’agente della madre che loro considerano uno zio. Nanà è senza parole dispiaciuta per il padre. Beatrice la consola
dicendo che lui sa tutto e che da sempre ha
N
Operatori: Gianni Aldi, Vincenzo Carpineta
Operatore Steadicam: Gianni Aldi
Supervisore effetti speciali: Franco Galiano
Suono: Pompeo Iaquone
Interpreti: Fabio Volo (Alessandro), Margherita Buy (Nanà),
Luciana Littizzetto (Benedetta), Francesca Inaudi (Beatrice),
Marisa Berenson (Lucrezia), Mohammad Bakri (Bauer), Massimo De Francovich (Neri), Italo Dall’Orto (Don Italo), Gianna
Giachetti (Milena), Elisabetta Piccolomini (Chiara), Stefano Abbati
(Enzo), Jarkko Pajunen (Sven), Antonio Petrocelli (Renato
Andreini), Sergio Forconi (Anselmo), Laura Pestellini (Zia Iolanda),
Mehmet Gunsur (Andrea), Danilo Nigrelli (Enzo), Nicoletta Boris
(commessa lista nozze), Lorenzo Caponnetto (Leonardo)
Durata: 102’
Metri: 2800
accettato di dividere sua moglie con un altro uomo.
Nanà è sconvolta e, delusa da tutti, si
rifugia a casa. Alla sua porta, però, bussa
Alessandro che, completamente ubriaco, le
dice di amarla. I due passano la notte insieme.
È il giorno delle nozze, Nanà, dopo
qualche titubanza, riesce a mettere da parte
i rancori e partecipa commossa al matrimonio della sorella.
’ è una sequenza particolare che
racchiude in sé tutto il film. Nanà,
la protagonista, stanca di tutto, si
butta da una finestra bassa. È importante precisare l’altezza, perché non è un
rifiuto verso la vita, ma voglia di scappare, di infrangere le regole. Nanà non lo
ha mai fatto, castrata da una forte rigidità e da un’educazione borghese che l’ha
sempre portata a chinare il capo e sorridere.
Ospiti permanenti, familiari petulanti,
nessuno ha ricevuto un “no” da lei, fino a
quando la parvenza di normalità è crollata, lasciando al suo posto un quadro confuso e sbiadito ancora da interpretare.
Il “salto dalla finestra” si trasforma, allora, nell’unica alternativa per non rimanere intrappolati, per vivere, pur con qualche
graffio.
Nina Di Majo, dopo Autunno e L’Inverno, torna a occuparsi dei sentimenti
di una borghesia imperfetta, con Matrimoni ed altri disastri. A differenza dei
primi due lavori, però, questa volta sceglie lo stile più semplice e diretto della
C
57
commedia per raccontare le nevrosi dei
suoi personaggi.
La risata che si contrappone al dramma, verrebbe da pensare, ma non è così.
La Majo usa una comicità sofisticata che
non è preludio al riso. È talmente pungente (e alcune volte scorretta) da far
biasimare chi approva divertito, salvo poi
rimettersi in carreggiata con degli escamotage che accontentano tutti. Il vero
merito della Majo è, forse, proprio il rifuggire garbatamente dai falsi moralismi,
da quel bon-ton superato che la “vecchia
guardia” esige ancora da una regista
donna.
E poi c’è Nanà, interpretata da una
bravissima Margherita Buy capace di
rendere brioso e mai eccessivo un personaggio che, se mal gestito, rischiava
di travolgere tutta la pellicola, o peggio,
trasformarla in un derivato sfatto della
chick-lit. Sottotono, invece, Luciana Littizzetto che non ha ancora trovato nel
cinema quella dimensione ideale che la
rende strepitosa sul piccolo schermo.
Ovviamente non si stanno mettendo in
dubbio le sue qualità attoriali, più semplicemente la rigidità con cui si offre a
un pubblico abituato a vederla più frizzante, ma, va detto, il film non ne risente
eccessivamente.
La vera nota dolente, invece, è il finale
un po’ troppo scontato. Peccato, la Majo
poteva osare di più, anche solo per il gusto di sentire il borbottio del pubblico in
sala. Ne vale sempre la pena.
Francesca Piano
Film
Tutti i film della stagione
IL PADRE DEI MIEI FIGLI
(Le père de mes enfants)
Francia/Germania, 2009
Regia: Mia Hansen-Løve
Produzione: Oliver Damian, Philippe Martin, David Thion per
Les Films Pelléas/27 Films Productions/Arte France Cinéma
Distribuzione: Teodora Film
Prima: (Roma 11-6-2010; Milano 11-6-2010)
Soggetto e sceneggiatura: Mia Hansen-Løve
Direttore della fotografia: Pascal Auffray
Montaggio: Marion Monnier
Scenografia: Mathieu Menut
Costumi: Bethsabée Dreyfus
Casting: Elsa Pharaon
Direttori di produzione: China Åhlander, Hélène Bastide
Aiuti regista: Marie Doller, Juliette Maillard
Arredatore: Mathieu Menut
Trucco: Raphaële Thiercelin
a piccola casa di produzione cinematografica Moon Film è in
mano al carismatico Grégoire
Cavel. Apparentemente sembra un uomo felice di vivere, ben disposto verso tutte le cose
e le persone che lo circondano. Ama ed è a
sua volta amato dalla moglie italiana Sylvia, alla quale dedica molto tempo nonostante
i pressanti impegni di lavoro. Anche le tre
figlie, Clémence, Valentine e Billie, sono profondamente attaccate a lui. In famiglia tutto
fila liscio senza problemi né contrasti di sorta, fatta eccezione per alcuni diverbi di poco
conto tra il genitore e l’adolescente Clémente. Invece, il microcosmo di Grégoire è destinato pian piano a sgretolarsi sotto i suoi
piedi, giacché il produttore è oberato dai debiti, tanto che la sua impresa è ipotecata.
Stando così la situazione, all’uomo d’affari
L
Supervisore costumi: Bethsabée Dreyfus
Supervisore musiche: Pascal Mayer
Suono: Vincent Vatoux
Interpreti: Chiara Caselli (Sylvia), Louis-Do de Lencquesaing
(Grégoire), Alice de Lencquesaing (Clémence), Alice Gautier
(Valentine), Manelle Driss (Billie), Eric Elmosnino (Serge),
Sandrine Dumas ( Valérie ), Dominique Frot ( Bérénice ),
Djamshed Usmonov (Kova Asimov), Igor Hansen-Løve (Arthur
Malkavian), Magne Håvard Brekke (Stig Janson), Eric Plouvier
(avvocato), Mickaë Abiteboul (banchiere), André Marcon (amministratore), Philippe Paimblanc (direttore aggiunto di laboratorio), Patrick Mimoun, Elsa Pharaon, Valerie Lang, Olivia
Ross
Durata: 110’
Metri: 3050
non rimarrebbe altro che chiuder bottega e
dichiarare bancarotta. Eppure Grégoire
stringe la cinghia e tira avanti, facendo di
tutto pur di terminare le riprese del film Saturno, diretto dall’eccentrico regista Stig Janson. Ma, la congiuntura economica stritola
sempre più Grégoire in una morsa, cosicché
neppure un breve soggiorno a Ravenna insieme alla compagnia dei suoi cari riesce a
restituirgli il buon umore. A un certo punto,
l’imprenditore pensa di chiedere un prestito
persino al padre facoltoso, al quale la sua
carriera nel mondo del cinema non è mai
andata a genio. Poi però sceglie la via più
facile. Approfittando della partenza della
consorte per Londra, Grégoire si spara un
colpo in testa in una via poco affollata di Parigi. Ad attendere Sylvia sulla banchina del
treno per comunicargli la tragica notizia c’è
Serge, l’amico di sempre. Dopo la dipartita
dello stimato produttore, quasi tutto il peso
dell’azienda ricade sulle spalle della moglie.
Quest’ultima cerca di barcamenarsi come
può tra la custodia delle figlie e i debiti della
ditta, ma nessun risultato positivo depone a
favore della donna. La speranza di trovare
altri fondi per Saturno si spegne di giorno in
giorno, con grande rammarico di Sylvia che
era a conoscenza di quanto il suo uomo tenesse a quell’opera. Pure il tentativo di stringere un’alleanza finanziaria con una casa di
produzione russa fallisce ancor prima di vedere la luce. In casa, nel frattempo, è Clémence quella che ne risente di più della mancanza paterna, soprattutto quando scopre
l’esistenza di un fratellastro di cui finora era
stata tenuta all’oscuro. A quanto pare, Grégoire prima di conoscere Sylvia aveva convissuto con una giovane, rimasta incinta
quando ormai la loro storia era giunta al capolinea. Scioccata dalla notizia, Clémence
trova conforto tra le braccia di un suo coetaneo: un certo Arthur Malkavian con il pallino della regia. Alla ragazza sarà chiesto l’ulteriore sforzo di partire per l’Italia, visto che
la madre è costretta a consegnare la Moon
Film nelle mani di un liquidatore. E proprio
lì, nella terra natale di Sylvia, che le quattro
donne sole sperano di poter imprimere una
svolta alla loro vita.
a regista con un passato da critica, Mia Hansen-Løve, usa il linguaggio della crisi per narrare la
sua ultima fatica. Se amare è un po’ morire, lo sapeva bene il produttore francese
Humbert Balsan a cui il protagonista di Il
padre dei miei figli è ispirato. Nutrendo una
grande passione per il cinema, Balsan si
era impegnato nel corso del suo arco vita-
L
58
Film
le a valorizzare il rigore e la capacità professionale di giovani talenti, fino a quando
un passivo in bilancio lo indusse al suicidio. L’atto di esorcizzare il dolore di tale lutto
viene dalla Hansen-Løve accomunato all’intenzione di encomiare l’impegno sopra
la media di alcuni valenti uomini d’affari nel
campo della settima arte. L’autorevole Bernardo Bertolucci è stato letteralmente fulminato dalla visione del film contribuendo
– grazie ai suoi commenti entusiastici – a
richiamare il grande pubblico.
L’azione di scavo nella psiche angariata e nel cuore di tenebra di Grégoire Ca-
Tutti i film della stagione
vel è arricchita dalla performance attoriale
del validissimo Louis-Do de Lencquesaing.
L’attore fa sua l’urgenza dell’autrice di caricare il personaggio di profondità, legandosi alla logica piuttosto che alla verità. Lo
shock iniziale che segue il trapasso del
personaggio maschile viene visto sotto
un’angolatura poetica, diversa da quella
pietistica di tanto cinema italiano attuale.
Dopotutto, il decesso di Grégoire è come
compresso in forma di parentesi dalla progressiva dilatazione e articolazione della
storia personale di Clémence. Simile rinnovamento può privilegiare nello spetta-
tore un tipo di messaggio che omaggia la
forza e il temperamento femminile, tradendo, in qualche modo, l’incidenza del protagonista. A dispetto delle intenzioni di
base, di fatto, il ricordo sia sul piano individuale che su quello professionale di un
grande produttore è inesorabilmente condannato alla sparizione. Una conferma di
ciò giunge al momento della sequenza finale, allorché il bisogno filiale di recarsi al
cimitero è messo in discussione dalla partenza dell’aereo diretto in Italia.
Maria Cristina Caponi
L’ERA GLACIALE 3-L’ALBA DEI DINOSAURI
(Ice Age: Dawn of the Dinosaurs)
Stati Uniti, 2009
Regia: Carlos Saldanha, Mike Thurmeier
Produzione: John C. Donkin, Lori Forte per Twentieth Century
Fox Film Corporation/ Blue Sky Studios
Distribuzione: 20th Century Fox
Prima: (Roma 28-8-2009; Milano 28-8-2009)
Soggetto: Jason Carter Eaton
Sceneggiatura: Mike Reiss, Yoni Brenner, Peter Ackerman,
Michael Berg
Montaggio: Harry Hitner, James Palumbo
Musiche: John Powell
Direttore di produzione: Michael J. Travers
Art director: Mike Knapp
Arredamento: Melanie Martini
Supervisore effetti: Kirk Garfield
Animazione personaggi: Wesley Mandell, Alexiss Dawn
Memmott, Tyler Phillips, Amila Puhala, Patrik Puhala, Raymond
Ross, Jessica Sances, Michael C. Walling, Tony Bonilla, Tab
entre lo scoiattolo Scrat si trova
a dover dividere la sua ghianda
con Scrattina, il Mammut Manny e la sua compagnia Ellie sono in attesa
del loro primo cucciolo. Nonostante l’affetto che li lega alla coppia, il bradipo Sid
e la tigre dai denti a sciabola Diego sentono che è giunta l’ora di abbandora il branco e andare ognuno per la propria strada,
consapevoli di essere di troppo nella famiglia. Sid prova però a costruirsene famiglia tutta sua quando incappa in quello che
si scoprono essere poi tre uova di dinosauro, rinvenute in un angusto condotto ghiacciato, che sembra portare nelle viscere della terra. Quando la madre dei cuccioli torna a riprendersi i propri piccoli, Sid rifiuta di lasciarli andare e si lascia trascinare
nella grotta. Il branco decide allora di andare a riprenderlo e salvarlo. Scoprono,
così, che i dinosauri non sono estinti e vivono in un mondo sotterraneo. Nell’impresa di ritrovare Sid, il gruppo è aiutato da
Buck, una squinternata donnola, di profes-
M
Burton, Bevin Carnes, Scott Farell, Tim Hatcher
Animazione: Christopher Mullins (Blue Sky Studios), Brian
Menz, Valerie Morrison, Mir Ural Noorata, Keith Paciello,
Robyne Powell, Gregory Rizzi, Thom Roberts, Alan Rogers,
Derek Rozmes, Michael Sabalvaro, Garrett Shikuma, David
Sloss, Melvin Tan, David Torres, Van Phan, Justin Weg, Jeff
Weidner, Abraham Aguilar, Jeff Almquist, Joseph Antonuccio,
Dan Barker, Nick Bruno, Scott Carroll, Andrew Coats, Andy
Conroy, Rylan Davies, Ryan Denniston, Paul Diaz, Matthew
Doble, Paul Downs, Nathan Engelhardt, Sean Ermey, Gordana
Fersini, Richard A. Fournier, Adam Green, Phillip Hall, Mark
Curnell Harris, Ryan Hobbiebrunken, Robert Huth, Eric
Johnson, Min Kang, Aaron Kirby, Sheldon Kruger, Scott
Lemmer, Luis Llobera, Robin Luera, Venece Lyman, Jason
Martinsen
Durata: 91’
Metri: 2500
sione cacciatore di dinosauri. Il bradipo
capisce da solo che è giusto lasciare i cuccioli con la propria madre e si convince a
tornare sulla terra con il resto del suo gruppo, al quale si è aggiunta, nel frattempo,
la piccola Pesca, figlia di Manny e Ellie.
Mentre stanno per uscire dalla grotta sono
attaccati da Rudy, il dinosauro più feroce
di tutti e acerrimo nemico di Buck, il quale
decide di restare nel mondo sotterraneo e
continuare la sua caccia.
inevitabile seguito di L’era glaciale arriva nelle sale con la simpatia di sempre e lo humour, al
quale ci siamo piacevolmente abituati. Il
risultato magari è un po’ inferiore alle
aspettative, ma, tutto sommato, si tratta
sempre di un buon prodotto, destinato ad
avere successo e soldi. Il tanto pubblicizzato inserimento della tecnologia 3D non
sembra però aggiungere niente di particolarmente esaltante al film, il che può, comunque, essere considerato un pregio, a
’
L
59
dimostrazione dell’onesta dei realizzatori,
che non hanno voluto puntare l’intero film
solo su questo ultimo prodigio della tecnica. Il film ha, comunque, dei limiti e comincia forse a mostrare un po’ la corda. La
trama è molto più esile e sfilacciata rispetto ai due film precedenti e spesso la comicità tende a essere scontata e molto più
volgare del solito. Fa comunque piacere
ritrovare i personaggi “storici”, quelli del
primo episodio e i nuovi aggiunti del secondo. Rimangono infatti i disastrosi intermezzi dello scoiattolo eternamente frustrato Scrat (i suoi sono come sempre i momenti migliori del film, pure gag slapstick),
le follie e i guai del tenero ma imbranato
Sid, l’apparente scontrosità della tigre Diego. Insieme ai temi fondamentali della trilogia (in particolare l’importanza della famiglia – branco, il valore dell’amicizia e
della tolleranza), si sono aggiunti qualche
piccolo approfondimento sui personaggi (la
crisi di mezz’età di Diego, l’improbabile ma
comprensibile voglia di famiglia di Sid,
Film
persino l’inserimento di Scrat in un contesto amoroso con la bella ma infida
Scrattina). Se in L’era glaciale 2 non c’era
stato l’inserimento di un personaggio nuovo interessante e capace di attirare veramente l’attenzione (la mammut convinta
di essere un opossum e i suoi allucinati
Tutti i film della stagione
fratellastri sono tutto sommato, abbastanza convenzionali), stavolta c’è l’arrivo
della donnola Buck (doppiato in originale
dall’inglese Simon Pegg), curiosa e intelligentissima combinazione tra un reduce
del Vietnam alla Rambo, con tanto di benda sull’occhio, il Quint di Lo squalo inter-
pretato da Robert Shaw e soprattutto del
capitano Achab all’eterna ricerca di Moby
Dick (il baryonix walkeri Rudy, al quale
Buck dà la caccia è un raro esemplare
albino …)
Chiara Cecchini
SHADOW
Italia, 2009
Regia: Federico Zampaglione
Produzione: Massimo Ferrero per Blu Cinematografica
Distribuzione: Ellemme Group Distribution
Prima: (Roma 14-5-2010; Milano 14-5-2010)
Soggetto e sceneggiatura: Federico Zampaglione, Domenico
Zampaglione, Giacomo Gensini
Direttore della fotografia: Marco Bassano
Montaggio: Eric Strand
Musiche: Francesco Zampaglione, The Alvarius
Scenografia: Davide Bassan
Costumi: Raffaella Fantasia
Direttore di produzione: Tiziano Tomei
Casting: Laylee Olfat
Aiuto regista: Roy Bava
avid, un ragazzo americano reduce dall’Iraq, è in vacanza in
bicicletta tra le montagne dell’Europa. Una mattina, fermandosi a un
locale, si imbatte in una ragazza e in due
cacciatori che la stanno importunando. Si
intromette, ma prima che la situazione degeneri, il gestore interviene cacciandoli. I
cacciatori osservano David allontanarsi,
ripromettendosi di fargliela pagare.
La notte, David prova a montare la sua
tenda, ma il vento gliela porta via. Si imbatte nella ragazza, che lo invita a stare in
tenda con lei. Si chiama Angeline e sta girando anche lei in bicicletta. La mattina
dopo, i due ripartono insieme, ma presto si
imbattono nei due cacciatori che senza troppi indugi li puntano col loro fuoristrada
cercando di investirli e sparandogli contro
con il fucile. I ragazzi riescono a scappare
malgrado David sia ferito. Si rifugiano ai
bordi di un lago, dove Angeline cura la ferita di lui. Si baciano, quand’ecco i due cacciatori affrontarli corpo a corpo, stavolta
con il cane da caccia al guinzaglio. Anche
stavolta i ragazzi riescono a scappare, ma
si dividono. David cerca ovunque Angeline. Il cane segue le orme di David, ma arrivato a un certo punto si ferma, come se avesse paura di andare avanti.
David e i due cacciatori sono persi nella vegetazione. Il ragazzo procede a piedi,
ferito: la bicicletta si è rotta. I due energumeni vengono sorpresi uno dietro l’altro
D
Operatori: Andrea Arnone
Operatore Steadicam: Andrea Arnone
Effetti speciali trucco: Federico Carretti
Trucco: Federico Carretti
Effetti: Giuseppe Squillaci, Francesco Cosatti, Giulia Infurna,
Alessandro Salomone, Sara Paesani, Leonarco Cruciano
Supervisore musiche: Francesco Zampaglione
Suono: Andrea Caucci, Paolo Pucci
Interpreti: Jake Muxworthy (David), Karina Testa (Angeline),
Ottaviano Blitch (Fred), Chris Coppola (Buck), Nuot Arquint
(Mortis), Emilio De Marchi (dottore)
Durata: 80’
Metri: 2200
da qualcosa di misterioso alle loro spalle,
poco dopo aver ritrovato il cane completamente arso. La notte, David raggiunge
un casolare in campagna. Viene assalito
da una macchina che lo insegue e, raggiunto, perde i sensi.
Si risveglia legato a un tavolo e imbavagliato. Con lui i due cacciatori, nelle
medesime condizioni. Li raggiunge un essere androgino, glabro e raccapricciante,
che comincia a torturarli in varie fasi, incurante delle loro grida: uno dei cacciatori viene letteralmente abbrustolito (sotto
ai tavoli sono applicate delle griglie da forno), a David viene invece tagliata una palpebra. Seguiamo la creatura misteriosa aggirarsi nei meandri del casale, tra foto di
Hitler e autografi di Leni Riefenstahl.
David riesce a liberarsi e, dopo una
certa riluttanza, libera anche i cacciatori,
che ovviamente decidono di abbandonare
David lasciandoci le penne. David, ancora in cerca di Angeline (la sente chiamare
il suo nome), si addentra a sua volta nel
casale: tutto sembra sinonimo di morte,
dalle foto dei peggiori dittatori della storia (da Stalin a Bush jr.) a intere pellicole
proiettate in loop evocanti i peggiori conflitti della storia. La creatura, alle sue spalle, sta per ucciderlo, ma David la scorge
grazie a un riflesso e riesce ad ammazzarla. Poi, cerca ancora, disperatamente, Angeline che invoca il suo nome.
Si sveglia. È in un letto d’ospedale, mol60
to simile alla camera delle torture. David in
realtà non è mai andato via dall’Iraq: ferito
mortalmente, ha lottato tutto questo tempo
contro la morte. I suoi due commilitoni, nel
sogno i cacciatori, non ce l’hanno fatta. Il
gestore del locale era il medico, mentre l’infermiera che lo ha accudito, chiamandolo per
nome, era Angeline. Che stupita gli chiede:
“Come fai a sapere il mio nome?”
peana levatisi da più parti all’indomani del rilascio in sala del secondo
film di Federico Zampaglione appaiono alquanto fuori misura. Se il primo film
del leader dei Tiromancino, Nero bifamiliare, era una dark comedy assai edulcorata nei contenuti (anche a causa della
cronaca nera – leggi Erba – che in quei
giorni fu assai più cruda della fantasia), con
Shadow il punto di riferimento è l’horror
puro, senza filtri di sorta. L’horror da bmovie, come quello che andava di moda
un tempo, ma che, a ben vedere, va molto
di moda anche adesso, dopo mille remake
dei capostipiti del genere (Hooper, Craven)
e l’esplosione del porno-horror alla Eli
Roth. Aggiungeteci un pizzico di Dario Argento, nume tutelare del genere dalla cui
approvazione è impossibile prescindere,
ed ecco Shadow: un’opera seconda rispettabile, ma ben lontana dall’originalità, dove
tutto è già visto (e altrove è stato portato
alle estreme conseguenze). Tra un omaggio a Tenebre e una colonna sonora che
I
Film
ammicca a Suspiria, quel che appare fuori discussione è senza dubbio la cinefilia
di Zampaglione: manca tuttavia ancora la
propria personale cifra stilistica, in un film
che appare meglio espresso nei suoi momenti più alogici e astratti (riuscita, in questo senso, l’ambientazione “boschiva” della prima parte e l’inquietante Nuot Arquint
nei panni della morte), quanto maldestra
e sfilacciata in altri (la suddetta prima parte risente di una sceneggiatura e di dialo-
Tutti i film della stagione
ghi sotto la soglia della decenza, mentre
la seconda è troppo simile ad Hostel).
I peana cui si accennava poc’anzi hanno trovato terreno fertile in una “politicizzazione” della trama (evidenziata dall’agnizione finale) che a molti è sembrato un
colpo d’ala, ma è in realtà un colpo basso
che permette agli autori di far quadrare
molte falle narrative. Senza contare che si
tratta dell’ennesima variazione dal racconto Owl Creek di Ambrose Bierce, per di
più già coniugata in chiave antimilitaresca
da Adrian Lyne nel suo film più riuscito,
Allucinazione perversa. Di tutto un po’ insomma, ma ben poco nell’insieme. Shadow può trovare un senso e una giustificazione in se stesso e nel suo autore,
come riepilogo di un personale bagaglio
horror alla ricerca di un punto dove ripartire. Ma questo lo dirà solo il tempo.
Gianluigi Ceccarelli
DICIOTTO ANNI DOPO
Italia, 2010
Regia: Edoardo Leo
Produzione: Marco e Nicola De Angelis per D.A.P. Italy s.r.l.
Distribuzione: Eagle Pictures
Prima: (Roma 4-6-2010; Milano 4-6-2010)
Soggetto: Edoardo Leo, Marco Bonini
Sceneggiatura: Edoardo Leo, Marco Bonini, Lucilla Schiaffino
Direttore della fotografia: Pietro Maria Tirabassi
Montaggio: Roberto Siciliano
Musiche: Gianluca Misiti
Scenografia: Paki Meduri
Costumi: Francesca Sartori
Produttori esecutivi: Marco De Angelis, Nicola De Angelis
Casting: Rossella Fusco
irko e Genziano sono due fratelli sui trentacinque anni che non
si vedono e non si parlano dal
momento in cui la madre, di origini inglesi,
morì tragicamente in un incidente stradale,
dove furono coinvolti anche loro poco più
che diciottenni. Nessuno sa bene cosa sia
veramente successo quel giorno. Da allora
Genziano è andato a vivere a Londra dal
nonno Enrico e lavora come broker finanziario. È diventato un uomo di successo,
egoista e completamente immerso nella sua
attività, sterile ed “allergico” ad ogni genere di emozione e sentimento. Mirko, invece, è rimasto a Roma e lavora con il padre Marcello, nella stessa malridotta officina. È un uomo apatico, bloccato e leggermente balbuziente; vive senza entusiasmo
in una modesta casa di periferia con il padre e la moglie Mirella, sua fidanzata storica e il loro bambino Davide di quattro anni.
La morte del padre arriva improvvisa a
scuotere gli animi e a rivoluzionare le loro
esistenze. Genziano, suo malgrado, tra riunioni e meeting vari, riesce a ritagliarsi
una mezza giornata per andare al funerale del padre. Nelle sue ultime volontà, l’uomo scrive che debbano essere i figli a portare le sue ceneri sulla tomba della moglie
che riposa nel piccolo cimitero di Scilla,
in Calabria, vicino alla loro casa al mare,
M
Trucco: Daniela Carloni
Effetti: Sergio Cremasco, Christian Gazzi
Suono: Angelo Bonanni
Interpreti: Edoardo Leo (Mirko), Marco Bonini (Genziano),
Eugenia Costantini (Cate), Sabrina Impacciatore (Mirella),
Gabriele Ferzetti (Enrico), Vinicio Mrchioni (avvocato Camilli),
Maximilian Mazzotta (portiere), Tommaso Olivieri (Davide),
Carlotta Natoli (la “Logorroica”), Pasquale Anselmo (funzionario del cimitero), Valerio Aprea (operatore crematorio), Luisa De Santis (signora al funerale), Giancarlo Magalli (se stesso)
Durata: 100’
Metri: 2750
dove la donna perse tragicamente la vita.
I due fratelli, dopo diciotto anni di silenzio e di lontananza, si rincontrano al funerale. Nel testamento viene richiesto, inoltre, di fare il viaggio con la vecchia Morgan, andata distrutta dopo il terribile incidente e restaurata, a loro insaputa, dal padre. Mentre Mirella e il bambino rimangono a casa con, Enrico il nonno dei due fratelli arrivato da Londra, a malincuore Mirko e Genziano decidono di affrontare il
viaggio. Mirko ruba dal cimitero un portacenere con le ceneri del padre e si mettono
in viaggio, tra imbarazzanti silenzi e frasi
di circostanza. Diversi gli inconvenienti:
primo tra tutti la presenza di una donna,
Cate, giovane e stravagante autostoppista,
che gli chiede un passaggio per arrivare in
un posto imprecisato. Tuttavia la macchina comincia a fare capricci. Intanto a
Roma, Mirella ed, Enrico tramite alcune
vecchie foto, cercano di ricostruire il puzzle dell’incidente. Genziano ha fretta di
raggiungere l’obiettivo per poter tornare
a Londra e portare a buon fine il suo incontro d’affari, mentre Mirko è motivato
ad arrivare fino in fondo. I due si ritrovano improvvisamente senza macchina, prima di rinvenirla in una rimessa di barche.
Cate, presenza misteriosa e riconciliante,
improvvisamente li lascia e i due si ritrova61
no nuovamente soli. Dopo aver aggiustato
la macchina, ormai Genziano rinuncia a tornare a Londra e accompagna il fratello a
depositare le ceneri sulla tomba della madre. Enrico e Mirella capiscono che il giorno funesto, a causare l’incidente fu Mirko,
guidando la macchina con dentro la madre
e il fratello a forte velocità, in preda a un
raptus di gelosia nei confronti di Genziano.
I due fratelli si fermano proprio sulla curva
dove avvenne l’incidente e lì riescono finalmente a tirare fuori tutto il dolore e la rabbia repressi durante quegli anni. Dopo essersi sfidati in acqua come da ragazzi, si
riabbracciano e decidono insieme di rimettere a nuovo l’officina. Intanto Enrico mostra a Mirella una foto di sua figlia da giovane. La madre di Mirko e Genziano era
tale e quale a Cate.
ue fratelli agli antipodi, un lutto
irrisolto che riemerge dal passato e il viaggio come catarsi e rinascita. Questi gli ingredienti dell’esordio
dietro la macchina da presa dell’attore romano Edoardo Leo, che con 18 anni dopo
realizza un film ben orchestrato, diretto in
modo semplice e lineare. Nonostante la storia non sia proprio il massimo dell’originalità, l’alchimia è riuscita probabilmente per
l’impegno con cui il regista ha curato i det-
D
Film
tagli, la sceneggiatura e la direzione degli
attori. Il tema del “viaggio”, geografico e non
solo, serve a sviluppare il rapporto tra due
fratelli tormentati dai sensi di colpa. Imprigionati da anni in gabbia i loro sentimenti
Mirko e Genziano, trentenni anaffettivi, rappresentano l’immagine di una famiglia frammentata in mononuclei, che ha in comune
solo il cognome. Sul vuoto generato dalla
mancanza della madre, entrambi hanno, in
quasi vent’anni di lontananza, costruito la
loro vita, il primo facendo della casa, unico
elemento rimasto della vita familiare, il centro e la tomba della propria esistenza; il
secondo fuggendo lontano da quella stessa casa, come anestetizzato, per nascondersi e, al tempo stesso, essere ingoiato
dalla frenesia del mondo. La balbuzie di
Mirko e i silenzi di Genziano sono il sintomo chiaro di un disagio dovuto ad una ri-
Tutti i film della stagione
mozione non ancora elaborata e a una profonda sofferenza non metabolizzata completamente. Il loro unico affetto in comune
è il padre che viene a mancare all’inizio del
film, privandoli di un rifugio e obbligandoli a
esporsi senza riserbo, a venire fuori e mettersi in gioco. La sfida che li attende non
dovranno più affrontarla da soli, ma insieme, appunto, trovando quella dimensione
per cui dal dolore e dagli errori può maturare la voglia di rinascere, assaporando la vita
nelle sue sfumature. Davanti al mare e poi
immersi nell’acqua (liquido amniotico) ritroveranno in un abbraccio il loro equilibrio e
la loro origine. “Road movie”, a metà strada tra commedia e dramma, 18 anni
dopo attenua il dolore della morte e la pesante eredità del passato con l’umorismo e
la delicata ironia con cui vengono tratteggiati i personaggi, resi verosimili grazie an-
che alla buona interpretazione degli attori.
Il cast infatti vanta numerose e simpatiche
“incursioni”; Edoardo Leo recita al fianco di
un efficace Marco Bonini e un’ottima Sabrina Impacciatore. A lei spetta il compito
invece di duettare con Gabriele Ferzetti,
l’unico detentore della verità su tutta la vicenda. A tal proposito, uno dei momenti più
divertenti del film è il gioco che fa con il figlio di Mirko, Davide, un bambino sveglio
che rielabora la morte del nonno Marcello,
discutendone sempre e solo con il bisnonno, costretto per amore a fingere di essere
morto. Così come il monologo del personaggio al cimitero, che fa a Mirko una dettagliata “radiocronaca” di una cremazione
tipo. Sequenza straniante e bizzarra, ma
che inevitabilmente strappa un sorriso.
Veronica Barteri
IL MIO VICINO TOTORO
(Tonari No Totoro)
Giappone, 1988
Regia: Hayao Miyazaki
Produzione: Tohru Hara, Ned Lott per Tokuma Japan
Communications Co. Ltd./ Studio Ghibli/ Nibariki
Distribuzione: Lucky Red
Prima: (Roma 18-9-2009; Milano 18-9-2009)
Soggetto: tratto dal Libro omonimo di Hayao Miyazaki e Kubo
Tsugiko
Sceneggiatura: Hayao Miyazaki
Direttore della fotografia: Mark Henley
Montaggio: Takeshi Seyama
Musiche: Joe Hisaishi
Scenografia: Kazuo Oga
e sorelline Satsuki e Mei arrivano
nelle campagne vicino Tokio insieme al padre, ricercatore all’università, per poter stare più vicine alla madre,
ricoverata in un ospedale della zona. Le bambine scoprono subito il piacere di vivere all’aria aperta, esplorando sia i dintorni sia la
vecchia casa dove sono andate a vivere. Proprio in questa casa, la piccola Mei nota per
la prima volta l’esistenza di una bizzarra creatura, che la condurrà da Totoro, mitico e
gigantesco incrocio tra un orso e un grosso
gatto. Totoro è visibile solo ai bambini, quindi
ben presto anche Satsuki ne viene a conoscenza. Una sera, le due bambine aspettano
sotto la pioggia il ritorno del padre dalla città: sole e spaventate, si rassicurano quando
Totoro viene ad attendere insieme a loro l’arrivo del pullman, per poi sparire insieme al
suo Gattobus. Il giorno dopo, le due bambine piantano dei semi magici regalatigli da
Totoro che le raggiunge durante la notte: la
sua magia li farà sbocciare e crescere un in-
L
Produttori esecutivi: Rick Dempsey, Yasuyoshi Tokuma
Line producer: Eiko Tanaka
Casting: Ned Lott
Aiuti regista: Tetsuya Endo
Art director: Kazuo Oga
Effetti: Kaoru Tanifuji
Animazione: Masaaki Endo, Makiko Futaki, Yoshinori Kanada,
Toshio Kawaguchi, Katsuya Kondô, Shinji Otsuka, Yoshiharu
Sato, Masako Shinohara, Hideko Tagawa, Makoto Tanaka,
Tsukasa Tannai, Hirômi Yamakawa
Durata: 86’
Metri: 2360
tero bosco davanti alla loro casa, sul quale
le due bambine voleranno insieme a lui. La
mattina il bosco sparisce ma Satsuki e Mei
hanno altro a cui pensare: la mamma si è
improvvisamente aggravata. Durante un litigio, Mei scappa di casa per raggiungere la
madre ma si perde. Satsuki la cerca affannosamente e alla fine saranno proprio Totoro e
il suo Gattobus a aiutarla a ritrovare la bambina e a portarle poi fino all’ospedale, per
poter osservare dalla finestra le condizioni
migliorate della mamma.
a Lucky Red di Andrea Occhipinti
distribuisce finalmente nelle sale
i capolavori di quello che è considerato il Walt Disney del Giappone, rispondendo anche alla domanda del pubblico italiano vista la crescente fama nel nostro paese di Miyazaki. Ecco quindi Tonari no Totoro
del lontano 1988, uno dei film più famosi e
apprezzati – per molti un capolavoro insuperato – che gli appassionati italiani aveva-
L
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no potuto vedere soltanto in originale e con
varie sottotitolature più o meno filologiche. Il
mio vicino Totoro è un film di pure poesia,
pressoché privo di trama e di azione (a parte la lunga e spasmodica ricerca della piccola Mei, alla quale si aggiunge anche un’ipotesi di morte che rende il tutto ancora più
drammatico e adulto). Il tutto sembra avvolto in una dimensione quasi atemporale. La
poesia del film risiede nella semplicità delle
immagini del vivere quotidiano e familiare che
scorrono sullo schermo in un susseguirsi di
stupore e meraviglia, entrando a contatto con
la magia silenziosa del gigantesco e leggiadro Totoro, capace di librarsi in volo e far crescere un intero bosco in una sola notte davanti alla finestra illuminata del padre delle
due bambine. La capacità di immaginazione di Miyazaki sembra davvero non conoscere limiti aprendo le porte a un universo di
semplicità e fantasia come difficilmente se
ne vedono al cinema, capace di lasciare a
bocca aperta i bambini come gli adulti. Toto-
Film
ro è diventato il simbolo e il logo dello Studio
Ghibli di Miyazaki sia per il suo successo e
la sua popolarità, sia perché racchiude tutti i
temi principali della filosofia del suo regista:
l’innocenza dei bambini e il loro essere dav-
Tutti i film della stagione
vero speciali e privilegiati per comprendere
il mondo e la magia, il rapporto di derivazione scintoista tra uomo e natura (il nome Totoro è infatti una storpiatura di Mei di toruro,
il guardiano della natura secondo la tradi-
zione giapponese), il contrasto tra campagna e città, privilegiando i ritmi e la semplicità della vita.
Chiara Cecchini
LA VALIGIA SUL LETTO
Italia, 2010
Regia: Eduardo Tartaglia
Produzione: Eduardo SR. Tartaglia, Alessandro Tartaglia per
Mitar Group
Distribuzione: Medusa
Prima: (Roma 12-3-2010; Milano 12-3-2010)
Soggetto: Eduardo Tartaglia
Sceneggiatura: Eduardo Tartaglia, Elvio Porta
Direttore della fotografia: Marco Pieroni
Montaggio: Antonio Siciliano
Musiche: Daniele Falangone
Scenografia: Tommaso Bordone
Costumi: Sabrina Chiocchio
apoli. Achille Lo Chiummo vive
di espedienti lavorando in nero
all’anagrafe; mentre la compagna e convivente Brigida è costretta a
travestirsi da polpetta per pubblicizzare
i prodotti di una macelleria locale. Quando la camorra gli toglie la casa e viene
cacciato dall’impiego abusivo, i due si
ritrovano costretti a vivere nei cantieri
della metropolitana, dove Achille, grazie all’amico Agostino, trova un lavoro
come guardiano notturno. Intanto
l’Ispettore pedina giorno e notte, a discapito della sua vita matrimoniale che
ormai sta naufragando, il malavitoso Antimo Lo Ciummo, che, per salvarsi da ripetuti attentati, decide di pentirsi e andare sotto copertura. Per un caso fortuito, Brigida si ritrova coinvolta in uno
degli ultimi attentati, facendo incontrare l’Ispettore e Achille, che ha un lampo
di genio: falsifica dei dati all’anagrafe
togliendo quell’acca che lo rende così cugino del pentito. Achille, Brigida, Antimo e Annarosa, sorella bigotta di Achille, che non sopporta la bella cognata, si
ritrovano a convivere forzatamente e sotto copertura presso un cimitero. Intanto
il braccio destro di Antimo, stanco delle
angherie del suo capo, continua a organizzare ripetuti attentati alla sua vita con
l’aiuto dell’affascinante Ippolita, in realtà spietato killer. Antimo, ignaro del
tradimento del suo fidato amico, si concede alcune notti di passione con Annarosa. Purtroppo il rapporto fra Achille e
Brigida, già precario da tempo, risente
N
Produttore esecutivo e direttore di produzione: Alessandro Tartaglia
Aiuto regista: Giovanni Arcangeli
Effetti: Sergio Cremasco
Interpreti: Eduardo Tartaglia ( Achille ), Veronica Mazza
(Brigida), Biagio Izzo (Antimo), Maurizio Casagrande (ispettore ), Nunzia Schiano ( Annarosa ), Alena Seredova
(Ippolita), Marjo Berasategui (Susanna), Ernesto Mahiex
(Don Nicola), Peppe Miale (Agostino), Francesco Procopio
(Alfredo)
Durata: 103’
Metri: 2830
enormemente della situazione. Durante
una notte rocambolesca, Brigida ferma
involontariamente il killer, facendo così
arrestare tutti i cospiratori. L’Ispettore
decide infine di prendersi due settimane
di meritate ferie per ritrovare la giusta
serenità con la moglie. Vengono decise
le destinazioni finali per mettere i Lo
Ciummo sotto copertura: per gioia di
Brigida, stanca della sua vita, verrà trasferita con Achille a lavorare in un grande centro commerciale. Purtroppo Achille viene scovato da Agostino che innamorato di Brigida da sempre e avendo
capito il suo raggiro, lo ricatta: dirà tutto
all’Ispettore, a meno che non gli lasci
Brigida. Achille e Brigida decidono di
chiedere aiuto ad Antimo per far spaventare Agostino, che, affezionatosi alla coppia, gli promette che troverà lui stesso
lavoro in uno dei suoi centri commerciali.
La coppia sta per dire la verità all’Ispettore, liberandosi così di tutto e tutti,
quando sopraggiunge Annarosa: è incinta di Antimo. Ora i Lo Chiummo sono
davvero parenti di Antimo Lo Ciummo.
oppia di vita e coppia nel lavoro, Eduardo Tartaglia e Veronica Mazza tornano con il lungometraggio La valigia sul letto. Visto il successo del precedente film Ci sta un francese, un inglese e un napoletano, questa volta si decide di puntare in alto, distribuendo in tutto lo stivale, ma con una
storia già rodata e collaudata.
Infatti il film si basa sull’omonima com-
C
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media teatrale sempre firmata da Tartaglia.
Di questo si tratta: teatro al cinema. Sicuramente è molto più ripulito e riuscito rispetto ad altri tentativi, come il film dei fratelli Insegno, ma resta evidente l’impronta teatrale sia per determinati tempi comici, che nella gestualità e nella mimica
facciale. Il film è di per sé una storia piacevole, non entusiasmante, che rallegra
senza volgarità. Vero momento comico,
che realmente riesce a far ridere di cuore,
è la forte lite fra Brigida e Annarosa, con
risultati alquanto stravaganti; altre sequenze risultano invece eccessive e troppo inverosimili.
Comicità a parte, La valigia sul letto è
un film sull’oro di Napoli e sull’ingegno dei
napoletani. Speranze, desideri, delusioni
e stratagemmi si intrecciano in una trama ben scritta, ma che già dal suo inizio
si intuisce come potrà concludersi. C’è il
disagio per la disoccupazione, l’arrabattarsi lavori in nero all’anagrafe che tanto
omaggia i film di Totò e che gli attori ricordano esplicitamente recitando ‘A livella
mentre sono al cimitero; c’è anche la Camorra, come sottofondo e pretesto sempre in chiave comica, così pure l’omertà
dei cittadini che, per non rischiare maggiori disagi, decidono di non parlare. Bravi tutti gli attori sia quelli principali da Tartaglia e la Mazza, Maurizio Casagrande
e Biaggio Izzo e quelli secondari come
Ernesto Mahieux e Nunzia Schiano.
Un film gradevole.
Elena Mandolini
Film
Tutti i film della stagione
VALUTAZIONI PASTORALI
About Elly – consigliabile / problematico
Amabili resti – consigliabile / problematico
Appuntamento con l’amore – consigliabile / seplice
A-Team (The) – n.c.
Bella – consigliabile / poetico
Bella società (La) – consigliabile / problematico
Bright Star – n.c.
Brotherood – n.c.
Butterfly Zone – Il senso della farfalla – consigliabile / velleitario
5 appuntamenti per farla innamorare – n.c.
City Island – consigliabile / brillante
Compleanno (Il) – complesso / problematico
Copia conforme – consigliabile-problematico / dibattiti
Diamond 13 – n.c.
18 anni dopo – n.c.
Due vite per caso – consigliabile / problematico
Era glaciale 3 (L’) – L’alba dei dinosauri – raccomandabile / poetico
Fontana dell’amore (La) – n.c.
Generazione 1000 euro – consigliabile / brillante
Happy Family – consigliabile / problematico
Hole in 3D (The) – n.c.
Imbroglio del lenzuolo (L’) – n.c.
Iron Man 2 – consigliabile / semplice
Matrimoni e altri disastri – futile / superficialità
Mio vicino Totoro (Il) – consigliabile /
semplice
Nel paese delle creature selvagge –
consigliabile / poetico
Non è ancora domani (La Pivellina)
– consigliabile / poetico
Nord – consigliabile-problematico / dibattiti
Padre dei miei figli (Il) – consigliabile /
problematico
Papessa (La) – futile / superficiale
Percy Jackson e gli Dei dell’Olimpo
– Il ladro di fulmini – consigliabile /
semplice
Perdona e dimentica – complesso-problematico / dibattiti
14 kilòmetros – consigliabile / superficialità
Quattro volte (Le) – consigliabile / poetico
Racconti incantati – consigliabile /
semplice
Ragazzi miei – n.c.
Regina dei cavalli di carta (La) –
n.c.
Road (The) – La strada – consigliabile-problematico / dibattiti
Robin Hood – consigliabile / semplice
Sex and the City 2 – futile / grossolanità
Shadow – complesso / violento
Simon Konianski – consigliabile / brillante
Sono viva – complesso / problematico
Tata Matilda e il grande botto – n.c.
Tempo che ci rimane (Il) – consigliabile-problematico / dibattiti
U2 3D – n.c.
Ultima estate (L’) – n.c.
Una soluzione razionale – n.c.
Valigia sul letto – consigliabile / semplice
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educazione all’immagine e agli strumenti audiovisivi nella scuola. Il suo
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di Cinema
direttore Carlo Tagliabue
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Centro Studi Cinematografici, Via Gregorio VII, 6 - 00165 Roma Telefono e Fax: 06.6382605. e-mail: [email protected]
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SOMMARIO n. 106 - Centro Studi Cinematografici