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José Saramago
Cecità
Titolo originale: Ensaio sobre a Cegueira
Traduzione di Rita Desti.
Copyright 1995 José Saramago Editorial Caminho, SARL, Lisboa.
Copyright 1996 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino.
Il romanzo
In una città qualunque, di un paese qualunque, un guidatore sta fermo al
semaforo in attesa del verde quando si accorge di perdere la vista. All'inizio pensa
si tratti di un disturbo passeggero, ma non è così. Gli viene diagnosticata una
cecità dovuta a una malattia sconosciuta: un "mal bianco" che avvolge la sua
vittima in un candore luminoso, simile a un mare di latte. Non si tratta di un caso
isolato: è l'inizio di un'epidemia che colpisce progressivamente tutta la città, e
l'intero paese.
I ciechi vengono rinchiusi in un ex manicomio e costretti a vivere nel più
totale abbrutimento da chi non è stato ancora contagiato. Scoppia la violenza tra i
disperati, violenza per sopraffare o soltanto per sopravvivere, in un'oscurità che
sembra coprire ogni regola morale e ogni progetto di vita.
Ma una donna che è miracolosamente rimasta immune dalla malattia si
finge cieca per farsi internare e poter stare vicina al marito. Un gesto d'amore
individuale diventa la possibilità di restituire agli uomini una speranza collettiva.
Toccherà a lei inventare un itinerario di salvazione, recuperare le ragioni di una
solidale pietà.
Saramago ha scelto la via dell'affresco apocalittico per denunciare con
intensità di immagini e durezza di accenti la notte dell'etica in cui siamo
sprofondati. Paradossalmente, è proprio il mondo delle ombre a rivelare molte
cose sul mondo di chi credeva di vedere. E quell'esperienza estrema è anche
l'ultima occasione per confrontarsi con le domande ultime sul destino dell'uomo,
malato di egoismo e di violenza, e sulle vie di un possibile riscatto.
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L’Autore
José Saramago (1922), narratore, poeta e drammaturgo, vive oggi a
Lanzarote, nelle isole Canarie, ed è lo scrittore portoghese più letto e tradotto nel
mondo. I suoi libri più noti sono Memoriale del convento (1984), L'anno della
morte di Ricardo Reis (1985, ora nei Tascabili Einaudi), Storia dell'assedio di
Lisbona (1990), Il vangelo secondo Gesù (1993).
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Cecità
A Pilar
A mia figlia Violante
Se puoi vedere, guarda.
Se puoi guardare, osserva.
Libro dei Consigli
Il disco giallo si illuminò. Due delle automobili in testa accelerarono prima
che apparisse il rosso. Nel segnale pedonale comparve la sagoma dell'omino
verde. La gente in attesa cominciò ad attraversare la strada camminando sulle
strisce bianche dipinte sul nero dell'asfalto, non c'è niente che assomigli meno a
una zebra, eppure le chiamano così. Gli automobilisti, impazienti, con il piede sul
pedale della frizione, tenevano le macchine in tensione, avanzando,
indietreggiando, come cavalli nervosi che sentissero arrivare nell'aria la frustata.
Ormai i pedoni sono passati, ma il segnale di via libera per le macchine tarderà
ancora alcuni secondi, c'è chi dice che questo indugio, in apparenza tanto
insignificante, se moltiplicato per le migliaia di semafori esistenti nella città e per i
successivi cambiamenti dei tre colori di ciascuno, è una delle più significative
cause degli ingorghi, o imbottigliamenti, se vogliamo usare il termine corrente,
della circolazione automobilistica.
Finalmente si accese il verde, le macchine partirono bruscamente, ma si
notò subito che non erano partite tutte quante. La prima della fila di mezzo è
ferma, dev'esserci un problema meccanico, l'acceleratore rotto, la leva del
cambio che si è bloccata, o un'avaria nell'impianto idraulico, blocco dei freni,
interruzione del circuito elettrico, a meno che non le sia semplicemente finita la
benzina, non sarebbe la prima volta. Il nuovo raggruppamento di pedoni che si sta
formando sui marciapiedi vede il conducente dell'automobile immobilizzata
sbracciarsi dietro il parabrezza, mentre le macchine appresso a lui suonano il
clacson freneticamente. Alcuni conducenti sono già balzati fuori, disposti a
spingere l'automobile in panne fin là dove non blocchi il traffico, picchiano
furiosamente sui finestrini chiusi, l'uomo che sta dentro volta la testa verso di
loro, da un lato, dall'altro, si vede che urla qualche cosa, dai movimenti della
bocca si capisce che ripete una parola, non una, due, infatti è così, come si viene a
sapere quando qualcuno, finalmente, riesce ad aprire uno sportello, Sono cieco.
Non lo si direbbe. Considerati com'è possibile in questo momento, appena
di sfuggita, gli occhi dell'uomo sembrano sani, l'iride si presenta nitida, luminosa,
la sclera bianca, compatta come porcellana. Ma le palpebre spalancate, la pelle
raggrinzita del viso, le sopracciglia improvvisamente ribelli, il tutto, chiunque può
verificarlo, è sconvolto dall'angoscia. Da un momento all'altro, quel che era
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visibile è scomparso dietro i suoi pugni chiusi, come se l'uomo volesse trattenere
all'interno del cervello l'ultima immagine colta, una luce rossa, rotonda, a un
semaforo. Sono cieco, sono cieco, ripeteva disperato mentre lo aiutavano a uscire
dalla macchina, e le lacrime, sgorgando, resero più brillanti quegli occhi che lui
diceva morti. Passerà, vedrà che passerà, a volte sono i nervi, disse una donna. Il
semaforo aveva già cambiato colore, alcuni passanti curiosi si avvicinavano al
gruppo, e i conducenti che, dietro, non sapevano cosa stesse succedendo,
protestavano contro quello che ritenevano un normale incidente di traffico, un
faro rotto, un parafango ammaccato, niente che giustificasse quella confusione,
Chiamate la polizia, gridavano, togliete da lì quel bidone. Il cieco implorava, Per
favore, qualcuno mi porti a casa. La donna che aveva parlato di nervi fu
dell'opinione che si dovesse chiamare un'ambulanza, trasportare quel poveretto
all'ospedale, ma il cieco disse che no, non così tanto, chiedeva solo di essere
accompagnato a piedi fino alla porta del palazzo dove abitava, è qui vicino, mi
fareste un grande favore. E la macchina, domandò una voce. Un'altra voce
rispose, La chiave è inserita, mettiamola sul marciapiede. Non c'è bisogno,
intervenne una terza voce, mi occupo io della macchina e accompagno questo
signore a casa. Si udirono mormorii di approvazione. Il cieco si sentì prendere per
il braccio, Venga, venga con me, gli diceva la stessa voce. Lo aiutarono a sedersi
sul sedile accanto al conducente, gli misero la cintura di sicurezza, Non vedo, non
vedo, mormorava fra il pianto, Mi dica dove abita, chiese l'altro. Dai finestrini
della macchina spiavano facce voraci, avide di novità. Il cieco si portò le mani agli
occhi, le agitò, Niente, è come se stessi in mezzo a una nebbia, è come se fossi
caduto in un mare di latte, Ma la cecità non è così, disse l'altro, la cecità dicono
sia nera, Invece io vedo tutto bianco, Magari aveva ragione quella donna,
potrebbero essere i nervi, i nervi sono diabolici, Lo so io che cos'è, è una disgrazia,
sì, una disgrazia, Mi dica dove abita, per favore, in quell'istante si sentì
l'avviamento del motore. Balbettando, come se la mancanza della vista gli avesse
indebolito la memoria, il cieco diede un indirizzo, poi disse, Non so come
ringraziarla, e l'altro rispose, Via, non ha importanza, oggi a lei, domani a me,
chissà cosa ci aspetta, Ha ragione, chi me l'avrebbe detto, quando sono uscito da
casa stamattina, che stava per capitarmi una iattura del genere. Si stupì che
fossero ancora fermi, Perché non ci muoviamo, domandò, è rosso, rispose l'altro,
Ah, fece il cieco, e ricominciò a piangere. Da quel momento in poi non avrebbe
potuto più sapere quando il semaforo era rosso.
Proprio come aveva detto il cieco, la casa era lì vicino. Ma i marciapiedi
erano tutti occupati da automobili, non trovarono dove mettere la macchina,
perciò furono costretti ad andare a cercar posto in una delle traverse. Lì, per via
del marciapiede troppo stretto lo sportello del sedile accanto al conducente
sarebbe stato a poco più di un palmo dal muro, e quindi il cieco, per non dover
sottostare all'angoscia di trascinarsi da un sedile all'altro, con la leva del cambio e
il volante a ostacolarlo, dovette uscire prima. Abbandonato lì in mezzo alla strada,
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sentendo il terreno sfuggirgli sotto i piedi, tentò di contenere il dolore che gli
saliva in gola. Agitava le mani davanti alla faccia, nervosamente, come se
nuotasse in quel che aveva definito un mare di latte, e la bocca gli si stava già
aprendo per lanciare un grido di aiuto quando, all'ultimo momento, la mano
dell'altro gli sfiorò leggermente il braccio, Si calmi, la conduco io. Cominciarono a
camminare molto lentamente, per paura di cadere il cieco trascinava i piedi, ma
così inciampava sulle irregolarità del marciapiede, Abbia pazienza, stiamo quasi
per arrivare, mormorava l'altro, e un po' più avanti domandò, C'è qualcuno a casa
che possa prendersi cura di lei, e il cieco rispose, Non so, mia moglie non sarà
ancora tornata dal lavoro, oggi mi è capitato di uscire prima, e guarda cosa mi
succede, Vedrà, non sarà niente, non ho mai sentito di qualcuno che si sia
ritrovato cieco così all'improvviso, E io che mi vantavo addirittura di non usare gli
occhiali, non ne ho mai avuto bisogno, E allora, lo vede. Erano arrivati davanti alla
porta del palazzo, due donne del vicinato guardarono curiose la scena, quel vicino
condotto per il braccio, ma nessuna delle due ebbe idea di domandare, Le è
entrato qualcosa negli occhi, non gli venne in mente, e tantomeno lui avrebbe
potuto rispondere, Sì, mi è entrato un mare di latte. Una volta dentro il palazzo, il
cieco disse, Grazie mille, scusi per il disturbo che le ho causato, adesso me la cavo
da solo. Per carità, salgo con lei, non starei tranquillo se la lasciassi qui. Entrarono
con difficoltà nell'ascensore stretto, A che piano abita, Al terzo, non immagina
quanto le sia grato. Non mi ringrazi, oggi a lei, Sì, ha ragione, domani a lei.
L'ascensore si fermò, uscirono sul pianerottolo, Vuole che l'aiuti ad aprire la
porta, Grazie, questo credo di poterlo fare. Tirò fuori dalla tasca un piccolo mazzo
di chiavi, le tastò, una per una, lungo il dentellato, disse, Dev'essere questa, e,
toccando la serratura con la punta delle dita, tentò di aprire la porta, Non è
questa, Mi faccia vedere, l'aiuto io. La porta si aprì al terzo tentativo. Allora il
cieco domandò, rivolto verso l'interno, Ci sei. Non rispose nessuno, e lui, Lo
dicevo io, non è ancora arrivata. Con le mani alzate davanti a sé, brancolando,
percorse il corridoio, poi si voltò con cautela, orientando la faccia nella direzione
in cui calcolava si trovasse l'altro, Come potrò mai ringraziarla, disse, Non ho fatto
altro che il mio dovere, si giustificò il buon samaritano, non mi ringrazi, e
aggiunse, Vuole che l'aiuti a sistemarsi, che le faccia compagnia finché non arriva
sua moglie. All'improvviso tutto quello zelo insospettì il cieco, ovviamente non
avrebbe fatto entrare in casa uno sconosciuto che, in fin dei conti, poteva star
benissimo escogitando, in quel preciso momento, come sottomettere, legare e
tramortire lo sventurato cieco indifeso, per poi impossessarsi di quanto avesse
trovato di valore. Non è necessario, non si disturbi, disse, sono a posto, e mentre
chiudeva la porta lentamente ripeté, Non è necessario, non è necessario.
Tirò un sospiro di sollievo sentendo il rumore dell'ascensore che scendeva.
Con un gesto meccanico, senza ricordarsi dello stato in cui si trovava, scostò il
coperchietto dello spioncino e sbirciò fuori. Era come se ci fosse un muro bianco
dall'altro lato. Sentiva il contatto della ghiera metallica sull'arcata sopracciliare,
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sfiorava con le ciglia la minuscola lente, ma non riusciva a vederle, l'insondabile
biancore copriva tutto. Sapeva di essere a casa sua, la riconosceva dall'odore,
dall'atmosfera, dal silenzio, distingueva i mobili e gli oggetti al solo toccarli,
passandovi sopra le dita, leggermente, ma era già come se tutto si stesse
stemperando in una specie di strana dimensione, senza direzioni né riferimenti,
senza nord né sud, senza basso né alto. Come probabilmente hanno fatto tutti, a
volte aveva giocato con se stesso, nell'adolescenza, al gioco del E se fossi cieco, ed
era arrivato alla conclusione, dopo cinque minuti a occhi chiusi, che la cecità,
senza alcun dubbio una terribile disgrazia, avrebbe comunque potuto essere
relativamente sopportabile se la vittima di una simile sventura avesse mantenuto
un ricordo sufficiente, non solo dei colori, ma anche delle forme e dei piani, delle
superfici e dei contorni, supponendo, è chiaro, che la suddetta cecità non fosse di
nascita. Era arrivato persino al punto di pensare che il buio in cui i ciechi vivevano
fosse in definitiva soltanto la semplice assenza di luce, che ciò che chiamiamo
cecità fosse qualcosa che si limitava a coprire l'apparenza degli esseri e delle cose,
lasciandoli intatti al di là di quel velo nero. Adesso, però, si ritrovava immerso in
un biancore talmente luminoso, talmente totale da divorare, più che assorbire,
non solo i colori, ma le stesse cose e gli esseri, rendendoli in questo modo
doppiamente invisibili.
Nel muoversi in direzione del soggiorno, e malgrado la prudente lentezza
con cui avanzava, facendo scivolare la mano esitante lungo la parete, fece cadere
per terra un vaso di fiori che non si aspettava. Se n'era dimenticato, o forse lo
aveva lasciato lì sua moglie uscendo, con l'intenzione di trovargli poi un posto
adatto. Si chinò per valutare la gravità del disastro. L'acqua si era sparsa sul
pavimento incerato. Fece per raccogliere i fiori, ma non pensò ai pezzi di vetro,
una scheggia lunga, sottilissima, gli s'infilò in un dito, e lui riprese a lacrimare di
dolore, di abbandono, come un bambino, accecato dal biancore in una casa che,
nel tardo pomeriggio, cominciava già a scurirsi. Senza mollare i fiori, sentendo il
sangue scorrere, si contorse per tirar fuori di tasca il fazzoletto e, alla meglio si
avvolse il dito. Poi, brancolando, inciampando, aggirando i mobili, camminando
con cautela per non infilare i piedi sotto i tappeti, raggiunse il divano dove lui e la
moglie guardavano la televisione. Si sedette, si mise i fiori sulle ginocchia e, con
molta cura, srotolò il fazzoletto. Il sangue, appiccicoso al tatto, lo turbò, forse
perché non lo poteva vedere, pensò, il suo sangue si era trasformato in una
viscosità incolore, in qualcosa in un certo qual modo estraneo che tuttavia gli
apparteneva, ma come una minaccia di sé contro se stesso. Piano piano,
palpeggiando lievemente con la mano sana, cercò la sottile scheggia di vetro,
aguzza come una minuscola spada, e con le unghie del pollice e dell'indice a mo'
di pinza riuscì a estrarla intera. Riavvolse nel fazzoletto il dito ferito, ben stretto
per bloccare il sangue, e vinto, esausto, si abbandonò sul divano. Un minuto
dopo, per uno di quei non rari cedimenti del corpo che, per rinunciare, sceglie
certi momenti di angoscia o di disperazione, mentre, se si basasse esclusivamente
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sulla logica, tutti i suoi nervi dovrebbero esser desti e tesi, avvertì una sorta di
spossatezza, una sonnolenza più che un vero e proprio sonno, ma altrettanto
pesante. Immediatamente sognò di giocare al gioco del E se fossi cieco, sognava
di chiudere e aprire gli occhi diverse volte, e ogni volta, come di ritorno da un
viaggio, di ritrovare ad attenderlo, salde e inalterate, tutte le forme e i colori, il
mondo a lui noto. Al di sotto di questa certezza tranquillizzante avvertiva,
tuttavia, il rodere sordo di un dubbio, forse si trattava di un sogno ingannevole,
un sogno da cui prima o poi si sarebbe dovuto svegliare, ma senza poi sapere
quale realtà ci sarebbe stata ad attenderlo. In seguito, ammesso che l'espressione
abbia un significato applicata a quel senso di spossamento che non durò più di
alcuni istanti, e già in quello stato di semiveglia che prelude al risveglio, considerò
seriamente che non era bene mantenersi in una tale indecisione, mi sveglio, non
mi sveglio, mi sveglio, non mi sveglio, arriva sempre un momento in cui non c'è
altro da fare che rischiare, Cosa ci faccio qui, con questi fiori sulle ginocchia e gli
occhi chiusi, quasi avessi paura di aprirli, Cosa ci fai lì a dormire, con quei fiori
sulle ginocchia, gli stava domandando la moglie.
Non aveva atteso la risposta. Ostentatamente si era messa a raccogliere i
cocci del vaso e ad asciugare il pavimento, mentre brontolava, con una irritazione
che non cercava di dissimulare, Avresti potuto farlo tu, invece di sdraiarti lì a
dormire, come se non c'entrassi per niente. Lui non parlò, si proteggeva gli occhi
stringendo le palpebre, improvvisamente agitato da un pensiero, E se aprissi gli
occhi e la vedessi, si domandava, in preda a un'ansiosa speranza. La moglie si
avvicinò, notò il fazzoletto macchiato di sangue, la sua irritazione si spense in un
istante, Poverino, com'è che ti è successo, domandava compassionevole, mentre
svolgeva l'improvvisata fasciatura. Allora lui, con tutte le sue forze, desiderò di
vedere la moglie inginocchiata ai suoi piedi, lì, dove sapeva che era, e poi, con la
certezza di non vederla, aprì gli occhi, Finalmente ti sei svegliato, dormiglione,
disse lei sorridendo. Si fece silenzio, e lui disse, Sono cieco, non ti vedo. La moglie
lo rimproverò, Piantala con gli scherzi stupidi, su certe cose non ci si scherza,
Magari fosse uno scherzo, la verità è che sono cieco sul serio, non vedo niente,
Per favore, non mi spaventare, guardami, qui, sono qui, la luce è accesa, Lo so che
ci sei, ti sento, ti tocco, immagino che tu abbia acceso la luce, ma io sono cieco.
Lei cominciò a piangere, gli si aggrappò, Non è vero, dimmi che non è vero. I fiori
erano scivolati per terra, sul fazzoletto macchiato, il sangue aveva ripreso a
gocciolare dal dito ferito, e lui, come se in altre parole volesse dire Tra due mali il
minore, mormorò, Vedo tutto bianco, e si lasciò andare a un triste sorriso. La
moglie gli si sedette accanto, lo abbracciò forte, lo baciò sulla fronte, sulle guance,
dolcemente sugli occhi, Vedrai che passerà, non eri mica malato, nessuno si
ritrova cieco così, da un momento all'altro, Forse, Raccontami com'è andata, cosa
hai sentito, quando, dove, no, non ancora, aspetta, la prima cosa da fare è parlare
con uno specialista, ne conosci qualcuno, No, né tu né io usiamo gli occhiali, E se
ti portassi all'ospedale, Per occhi che non vedono non devono esserci servizi di
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pronto soccorso, Hai ragione, la cosa migliore è andare direttamente da un
medico, vado a cercare sull'elenco telefonico, uno che abbia uno studio qui vicino.
Si alzò, domandò ancora, Noti qualche differenza, Nessuna, disse lui, Attenzione,
adesso spengo la luce, dimmi, adesso, Niente, Niente cosa, Niente, vedo sempre
lo stesso bianco, per me è come se la notte non ci fosse.
Sentiva la moglie sfogliare rapidamente l'elenco telefonico, tirare su col
naso per trattenere le lacrime, sospirando, dicendo infine, Questo qui, speriamo
ci possa ricevere. Fece un numero, domandò se era quello dello studio, se il
dottore c'era, se poteva parlargli, no, no, il dottore non mi conosce, è per un caso
molto urgente, sì, per favore, capisco, allora lo dico a lei, ma la prego di
trasmetterlo al dottore, il fatto è che mio marito è diventato cieco all'improvviso,
sì, sì, come le dico, all'improvviso, no, non è un paziente del dottore, mio marito
non usa gli occhiali, non li ha mai usati, sì, aveva un'ottima vista, come me,
anch'io vedo bene, ah, grazie mille, aspetto, aspetto, sì, dottore, sì, all'improvviso,
dice di vedere tutto bianco, non so come sia successo, non ho avuto neanche il
tempo di domandarglielo, sono arrivata poco fa e l'ho trovato in questo stato,
vuole che glielo domandi, ah, la ringrazio moltissimo, dottore, veniamo
immediatamente, immediatamente. Il cieco si alzò, Aspetta, disse la moglie,
fammi medicare prima questo dito, scomparve per alcuni momenti, ritornò con
una boccetta di acqua ossigenata, un'altra di mercurocromo, cotone, una
scatoletta di cerotti. Mentre lo medicava gli domandò, Dove hai lasciato la
macchina, e d'un tratto, Ma tu, così come stai, non potevi guidare, o eri già a casa
quando, No, è stato per strada, mentre ero fermo a un semaforo, una persona mi
ha fatto il favore di accompagnarmi, la macchina è lì, nella strada accanto, Bene,
allora scendiamo, aspettami davanti alla porta che vado a prenderla io, dove hai
messo le chiavi, Non lo so, lui non me le ha restituite, Lui, chi, L'uomo che mi ha
portato a casa, era un uomo, Te le avrà lasciate lì, vado a vedere, Non vale la pena
che le cerchi, non è entrato, Ma le chiavi devono pur essere da qualche parte,
Sicuramente se n'è dimenticato, se l'è portate via senza rendersene conto, Ci
mancava anche questo, Usa le tue, poi vedremo, Bene, andiamo, dammi la mano.
Il cieco disse, Se mi tocca restare così, la faccio finita, Per favore, non dire
fesserie, ci basta già quanto ci è successo, A essere cieco sono io, non tu, tu non
puoi sapere che cosa mi è successo, Il medico ti rimetterà a posto, vedrai.
Uscirono. Giù da basso, nell'atrio del portone, la moglie accese la luce e gli
sussurrò all'orecchio, Aspettami qui, se spunta qualche vicino parlagli con
naturalezza, di' che mi stai aspettando, guardandoti nessuno penserà che non
vedi, evitiamo di star lì a parlare dei fatti nostri, Sì, ma non tardare. La moglie uscì
di corsa. Non entrò né uscì nessun vicino. Per esperienza, il cieco sapeva che le
scale erano illuminate solo finché si sentiva il meccanismo del contatore
automatico, perciò continuava a premere il pulsante ogni qualvolta si faceva
silenzio. La luce, questa luce, per lui si era trasformata in rumore. Non capiva
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perché la moglie tardasse tanto, la strada era lì accanto, ottanta, cento metri, Se
ritardiamo il medico se ne va via, pensò. Non poté evitare un gesto meccanico,
alzare il polso sinistro e abbassare gli occhi per vedere l'ora. Strinse le labbra
come se fosse stato colpito da un improvviso dolore, e ringraziò la sorte che in
quel momento non fosse spuntato un vicino, perché all'istante, alla prima parola
che gli avessero rivolto, sarebbe scoppiato in lacrime. Una macchina si fermò in
strada, Finalmente, pensò, ma subito dopo fu colpito dal rumore del motore,
Questo è un diesel, è un tassì, disse, e spinse di nuovo l'interruttore della luce.
Stava entrando la moglie, nervosa, frastornata, Il tuo santo protettore, l'anima
buona, ci ha portato via la macchina, Non può essere, non avrai visto bene, Chiaro
che ho visto bene, io ci vedo bene, le ultime parole le uscirono involontariamente,
Mi avevi detto che la macchina era nella strada accanto, si corresse, e non c'è,
oppure l'hanno lasciata in un'altra, No, no, era quella, ne sono certo, E allora è
sparita, In tal caso, le chiavi, Ha approfittato del tuo disorientamento, del
frangente in cui ti trovavi, e ci ha derubati, E io che, per paura, non l'ho neanche
fatto entrare in casa, se fosse rimasto a farmi compagnia fino al tuo arrivo non
avrebbe potuto rubarci la macchina, Andiamo, c'è il tassì che aspetta, ti giuro che
darei persino un anno di vita perché quel furfante diventasse cieco pure lui, Non
parlare così forte, E gli rubassero tutto quanto possiede, Può darsi che si faccia
vedere, Eccome, domani ci bussa alla porta dicendo che è stata una distrazione,
chiedendo scusa, e informandosi se stai un po' meglio.
Rimasero in silenzio fino all'ambulatorio del medico. Lei cercava di scacciare
dal pensiero il furto della macchina, stringeva affettuosamente le mani del
marito, mentre lui, a capo chino perché l'autista non potesse vedergli gli occhi dal
retrovisore, non cessava di domandarsi com'era possibile che una disgrazia così
grande gli stesse capitando, proprio a lui, A me, perché. Gli giungevano alle
orecchie i rumori del traffico, qualche voce più alta quando il tassì si fermava, a
volte succede, stiamo ancora dormendo e i suoni esterni attraversano già il velo
dell'incoscienza in cui siamo ancora avvolti, come in un lenzuolo bianco. Come in
un lenzuolo bianco. Scosse il capo sospirando, la moglie gli sfiorò lievemente il
viso, come a dire Tranquillo, sono qui, e lui abbandonò il capo sulla spalla di lei,
senza badare a cosa avrebbe pensato l'autista, Se fossi tu nelle mie condizioni,
non potresti star lì a guidare, pensò puerilmente, e, senza notare l'assurdità
dell'enunciato, si congratulò per essere stato ancora capace, nella disperazione, di
formulare un ragionamento logico. Scendendo dal tassì, aiutato discretamente
dalla moglie, sembrava calmo, ma, davanti alla porta dell'ambulatorio dove
avrebbe conosciuto la propria sorte, le domandò con un mormorio tremante,
Come starò quando ne uscirò, e scosse il capo come chi non ha più speranza.
La moglie informò la segretaria di essere quella persona che aveva
telefonato mezz'ora prima per il marito, e lei li fece passare in una saletta dove
aspettavano altri malati. C'era un vecchio con una benda nera su un occhio, un
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ragazzino che sembrava strabico accompagnato da una donna che doveva essere
sua madre, una giovane dagli occhiali scuri, altre due persone senza alcun segno
visibile, ma nessun cieco, i ciechi non vanno dall'oculista. La moglie guidò il marito
verso una sedia libera e, visto che non ce n'erano altre, rimase in piedi accanto a
lui, Dovremo aspettare, gli mormorò all'orecchio. Lui capì il perché, aveva sentito
le voci dei presenti, adesso era afflitto da una diversa preoccupazione, pensava
che quanto più tardi il medico lo avesse esaminato, tanto più profonda la cecità
sarebbe diventata, e quindi incurabile, senza rimedio. Si agitò sulla sedia,
inquieto, stava per comunicare quelle sue apprensioni alla moglie, ma in quel
momento la porta si aprì e la segretaria disse loro, Signori, prego, accomodatevi, e
rivolgendosi agli altri malati, L'ha ordinato il dottore, il caso di questo signore è
urgente. La madre del ragazzo strabico protestò che il diritto è il diritto, e che
c'era prima lei, e aspettava da più di un'ora. Gli altri malati la sostennero a voce
bassa, ma nessuno, e neanche lei, ritenne prudente insistere nel reclamo, non sia
mai che il medico se ne risentisse e si vendicasse dell'impertinenza facendoli
aspettare ancora di più, non si sa mai. Il vecchio dall'occhio bendato fu
magnanimo, Lasciatelo stare, poveraccio, quello lì sta peggio di noi. Il cieco non lo
udì, stavano già entrando nello studio del medico, e la moglie diceva, Mille grazie
per la sua bontà, dottore, il fatto è che mio marito, e poi si interruppe, in realtà lei
non sapeva cosa realmente fosse successo, sapeva solo che il marito era cieco e
gli avevano rubato la macchina. Il medico disse, Sedetevi, prego, andò
personalmente ad aiutare il paziente ad accomodarsi e poi, sfiorandogli la mano,
gli si rivolse direttamente, Allora, mi racconti cosa le è successo. Il cieco spiegò
che, mentre era in macchina, in attesa che il rosso cambiasse, improvvisamente si
era ritrovato incapace di vedere, che erano accorse delle persone ad aiutarlo, che
una signora anziana, dalla voce doveva esserlo, aveva detto che magari erano i
nervi, e che poi un uomo lo aveva accompagnato a casa perché lui, da solo, non
poteva farcela, Vedo tutto bianco, dottore. Non parlò del furto dell'automobile.
Il medico gli domandò, Non le era mai accaduto prima, voglio dire, la stessa
cosa di adesso, o qualcosa di simile, Mai, dottore, io non porto neanche gli
occhiali, E mi dice che è avvenuto all'improvviso, Sì, dottore, Come una luce che si
spegne, Più come una luce che si accende, In questi ultimi giorni ha sentito
qualche differenza nella vista, No, dottore, C'è, o c'è stato, qualche caso di cecità
nella sua famiglia, Fra i parenti che ho conosciuto o di cui ho sentito parlare,
nessuno, è malato di diabete, No, dottore, Di sifilide, No, dottore, Di ipertensione
arteriosa o intracranica, Di quella intracranica non lo so, del resto sono sicuro di
no, in ditta ci fanno gli esami, Ha preso qualche colpo violento in testa, oggi o ieri,
No, dottore, Quanti anni ha, Trentotto, Bene, allora andiamo a esaminare questi
occhi. Il cieco li spalancò, come per facilitare l'esame, ma il medico lo prese per un
braccio e lo fece sedere dietro un apparecchio che con un po' di immaginazione si
sarebbe potuto vedere come un nuovo modello di confessionale, dove gli occhi
avessero preso il posto delle parole, con il confessore che scruta discretamente
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nell'anima del peccatore, Appoggi il mento qui, raccomandò, tenga gli occhi
aperti, non si muova. La moglie si avvicinò al marito, gli posò la mano sulla spalla,
disse, Vedrai, tutto si risolverà. Il medico alzò e abbassò il sistema binoculare dal
suo lato, fece girare delle viti sottilissime, e cominciò l'esame. Non trovò niente
nella cornea, niente nella sclera, niente nell'iride, niente nella retina, niente nel
cristallino, niente nella macula lutea, niente nel nervo ottico, niente da nessuna
parte. Si scostò dall'apparecchio, si strofinò gli occhi, poi ricominciò l'esame da
capo, senza parlare, e quando di nuovo lo terminò aveva sul viso un'espressione
perplessa, Non le riscontro alcuna lesione, i suoi occhi sono perfetti. La moglie
congiunse le mani in un gesto di gioia ed esclamò, Te l'avevo detto io, te l'avevo
detto io, tutto si risolverà. Senza prestarle attenzione, il cieco domandò, Ora
posso tirar fuori il mento, dottore, Sì, sì, scusi, Se i miei occhi sono perfetti, come
dice, allora perché sono cieco, Per il momento non glielo so dire, dovremo fare
degli esami più approfonditi, analisi del sangue, ecografia, encefalogramma,
Pensa ci sia qualcosa a che vedere con il cervello, è una possibilità, ma non credo,
Eppure, dottore, dice di non riscontrare niente nei miei occhi, Infatti, Non capisco,
Quello che voglio dire è che se lei è di fatto cieco, la sua cecità, in questo
momento, è inspiegabile, Dubita che io sia cieco, Che idea, il problema sta nella
rarità del caso, personalmente, in tutta la mia vita professionale, non mi si è mai
presentato niente di simile, e oserei dire in tutta la storia dell'oculistica, Pensa che
potrei guarire, Teoricamente, giacché non le riscontro lesioni di alcun tipo né
malformazioni congenite, la mia risposta dovrebbe essere affermativa, Ma a
quanto pare non lo è, Solo per prudenza, solo perché non voglio darle speranze
che potrebbero dimostrarsi prive di fondamento, Capisco, Infatti, E dovrò seguire
qualche terapia, prendere qualche medicina, Per il momento non le prescriverò
niente, sarebbe come prescrivere alla cieca, Ecco un'espressione appropriata,
osservò il cieco. Il medico fece finta di non aver sentito, si alzò dallo sgabello
girevole su cui si era seduto per l'osservazione e lì stesso, in piedi, scrisse su un
foglio del ricettario gli esami e le analisi che considerava necessari. Consegnò il
foglio alla moglie, Ecco, signora, torni con suo marito quando avrà i risultati, se
nel frattempo ci sarà qualche cambiamento nello stato di suo marito, mi telefoni,
Per la visita, dottore, Paghi alla segretaria. Li accompagnò alla porta, farfugliò una
frase di incoraggiamento, sul tipo Vedremo, vedremo, non bisogna disperare, e
quando si ritrovò di nuovo da solo entrò nel piccolo bagnetto annesso e rimase lì
a guardarsi allo specchio per un lungo minuto, Che cosa sarà, mormorò. Poi
rientrò nello studio, chiamò la segretaria, Faccia entrare il prossimo.
Quella notte il cieco sognò di essere cieco.
Nell'offrirsi di aiutare il cieco, l'uomo che avrebbe poi rubato la macchina
non aveva, in quel momento preciso, alcuna intenzione malevola, anzi, al
contrario, non fece altro che obbedire a quei sentimenti di generosità e altruismo
che, come tutti sanno, sono due delle migliori caratteristiche del genere umano e
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che si possono riscontrare persino in criminali ben più incalliti di questo, un
semplice ladruncolo di automobili senza speranza di carriera, sfruttato dai veri e
propri padroni dell'affare, i quali invece si approfittano dei bisogni della povera
gente. In fin dei conti, questi o gli altri, non è poi così grande la differenza tra
l'aiutare un cieco per poi derubarlo e preoccuparsi per una vecchiaia caduca e
balbettante pensando solo all'eredità. Fu soltanto quando era ormai vicino alla
casa del cieco che l'idea gli si presentò con la massima naturalezza, proprio come,
si può dire, se avesse deciso di comprare un biglietto della lotteria solo per aver
visto il venditore, senza provare alcuna emozione, comprandolo per vedere cosa
ne venisse fuori, rassegnato in anticipo a quanto la volubile fortuna gli avrebbe
portato, qualcosa o niente, c'è chi direbbe che agì secondo un riflesso
condizionato della propria personalità. Gli scettici sulla natura umana, che sono
molti e ostinati, sostengono che se è vero che l'occasione non sempre fa l'uomo
ladro, è anche vero che lo aiuta molto. Quanto a noi, ci permetteremo di pensare
che se il cieco avesse accettato la seconda offerta del buon samaritano, in
definitiva falso, in quell'istante estremo in cui la bontà avrebbe potuto ancora
prevalere, e cioè l'offerta di restare a fargli compagnia fino all'arrivo della moglie,
chissà se l'effetto della responsabilità morale derivante dalla fiducia così
accordata non avrebbe inibito la tentazione criminale e fatto venire a galla quanto
di luminoso e nobile sarà sempre possibile ritrovare persino nelle anime più
perdute. Per concludere banalmente, come non si stanca di insegnarci l'antico
proverbio, il cieco, credendo di farsi il segno della croce, si ruppe il naso.
La coscienza morale, che tanti dissennati hanno offeso e molti di più
rinnegato, esiste ed è esistita sempre, non è una invenzione dei filosofi del
Quaternario, quando l'anima non era ancora che un progetto confuso. Con
l'andar del tempo, più le attività di convivenza e gli scambi genetici, abbiamo
finito col ficcare la coscienza nel colore del sangue e nel sale delle lacrime, e,
come se non bastasse, degli occhi abbiamo fatto una sorta di specchi rivolti
all'interno, con il risultato che, spesso, ci mostrano senza riserva ciò che stavamo
cercando di negare con la bocca. A questo, in generale, si aggiunga la circostanza
particolare che, negli animi semplici, il rimorso provocato da una cattiva azione si
confonde frequentemente con paure ancestrali di ogni tipo, dal che risulta come il
castigo del prevaricatore finisca per essere, né più né meno, due volte meritato.
Non sarà quindi possibile, in questo caso, svelare quale parte di paure e quale
parte di coscienza tormentata cominciarono ad affliggere il ladro appena questi
mise in moto la macchina. Indubbiamente non poteva certo essere
tranquillizzante il fatto di star lì seduto nel posto di qualcuno che teneva le mani
proprio su quel volante nel momento in cui era diventato cieco, qualcuno che
aveva guardato attraverso questo parabrezza e all'improvviso si era ritrovato
incapace di vedere, non è necessario esser dotati di molta immaginazione perché
simili pensieri facciano risvegliare l'immonda e strisciante bestia del terrore,
eccola lì, sta già alzando la testa. Ma era anche il rimorso, espressione esasperata
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di una coscienza, come si è detto prima, o, se vogliamo descriverlo in termini
suggestivi, una coscienza con denti per mordere, che gli stava prospettando
l'immagine derelitta del cieco mentre chiudeva la porta, Non è necessario, non è
necessario, aveva detto il pover'uomo, e da quel momento in poi non sarebbe
stato capace di fare un passo senza un aiuto.
Il ladro si concentrò sul traffico per impedire che pensieri tanto spaventosi
s'impossessassero totalmente del suo animo, sapeva bene di non potersi
permettere il minimo errore, la minima distrazione. C'era in giro la polizia,
bastava che uno di loro lo fermasse, Prego, patente e libretto, di nuovo la galera,
la vita dura. Ce la metteva tutta per rispettare i semafori, in nessun caso passare
con il rosso, rispettare il giallo, attendere pazientemente il verde. A un certo
punto si accorse di aver cominciato a guardare le luci in un modo che stava
diventando ossessivo. Regolò allora la velocità della macchina in maniera da aver
sempre davanti un semaforo verde, anche se per riuscirci dovette aumentare la
velocità o, al contrario, ridurla al punto di irritare i conducenti che procedevano
dietro. Infine, disorientato, teso che più non poteva, finì per infilare la macchina
in una traversa secondaria dove sapeva che semafori non ce n'erano, e la
posteggiò quasi senza guardare, in questo ci sapeva proprio fare. Si sentiva
sull'orlo di una crisi di nervi, lo aveva pensato con queste precise parole, Mi sa
che mi sta venendo una crisi di nervi. Dentro l'automobile gli mancava il respiro.
Abbassò i vetri dai due lati, ma l'aria esterna, se si muoveva, non rinfrescò
l'atmosfera interna. Cosa faccio, domandò. Il capannone dove avrebbe dovuto
portare la macchina era lontano, in una località fuori città, nello stato d'animo in
cui si ritrovava non sarebbe mai riuscito ad arrivarci, Mi becca un poliziotto, o mi
procuro un incidente, ed è ancora peggio, mormorò. Pensò allora che sarebbe
stato meglio uscire per un po' dall'automobile, rinfrescarsi le idee, Forse mi
toglierò le ragnatele dalla testa, via, se quel tizio è diventato cieco non vuol dire
che a me succeda lo stesso, non è mica un'influenza che si attacca, ora faccio un
giro del palazzo e mi passa. Uscì, non valeva neanche la pena di chiudere la
macchina, in un attimo sarebbe stato di ritorno, e si allontanò. Ancora non aveva
fatto trenta passi che si ritrovò cieco.
Nell'ambulatorio, l'ultimo paziente a essere ricevuto fu il vecchio dal buon
carattere, quello che aveva pronunciato parole tanto gentili su quel povero
diavolo che era diventato cieco all'improvviso. Era lì solo per concordare la data
dell'operazione a una cataratta che gli era scesa nell'unico occhio rimastogli, la
benda nera tappava un'assenza, non aveva niente a che vedere con il caso
attuale, Sono magagne che vengono con l'età, gli aveva detto il medico tempo
addietro, quando sarà matura la togliamo, e dopo non ri-conoscerà neanche il
mondo in cui viveva. Quando il vecchio dalla benda nera se ne andò e l'infermiera
disse che non c'erano altri pazienti in sala d'attesa, il medico prese la scheda
dell'uomo che si era ritrovato cieco, la lesse una volta, due volte, rifletté per
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alcuni minuti e infine chiamò al telefono un collega con il quale ebbe la seguente
conversazione, Vuoi saperne una, oggi mi è capitato un caso stranissimo, un
uomo che ha perso completamente la vista da un istante all'altro, l'esame non ha
mostrato alcuna lesione apprezzabile né indizi di malformazioni congenite, dice di
vedere tutto bianco, una specie di biancore latteo, spesso, che gli si attacca agli
occhi, sto tentando di esprimere nel miglior modo possibile la descrizione che ha
fatto, sì, chiaro, è soggettivo, no, è giovane, trentotto anni, hai notizia di qualche
caso simile, hai letto qualcosa, ne hai sentito parlare, me l'immaginavo, per
adesso non vedo soluzione, per prendere tempo gli ho fatto fare alcune analisi, sì,
potremmo visitarlo insieme uno di questi giorni, dopo cena darò uno sguardo ai
libri, rivedrò la letteratura in merito, chi sa che non trovi una pista, sì, lo so,
l'agnosia, la cecità psichica, potrebbe essere, ma allora si tratterebbe del primo
caso con queste caratteristiche, perché non c'è dubbio che l'uomo è cieco,
l'agnosia, lo sappiamo, è l'incapacità di riconoscere quel che si vede, infatti, ho
pensato anche a questo, alla possibilità che si tratti di un caso di amaurosi, ma
ricordati cosa ti ho detto all'inizio, questa cecità è bianca, esattamente al
contrario dell'amaurosi, che è tenebra totale, a meno che non esista un'amaurosi
bianca, una tenebra bianca per così dire, sì, lo so, non s'è mai vista, d'accordo,
domani gli telefono, gli dico che vogliamo vederlo tutti e due. Terminata la
conversazione, si riappoggiò sulla sedia, se ne rimase lì alcuni minuti, poi si alzò, si
tolse il camice con movimenti stanchi, lenti. Andò nella stanza da bagno a lavarsi
le mani, ma questa volta non domandò allo specchio, metafisicamente, Che cosa
sarà, aveva recuperato lo spirito scientifico, il fatto che l'agnosia e l'amaurosi si
riscontrassero identificate e definite con precisione nei libri e nella pratica non
significava che non potessero sorgere delle varianti, delle mutazioni, ammesso
che il termine sia adeguato, e quel giorno sembrava arrivato. Ci sono mille ragioni
perché il cervello si chiuda, solo questo, nient'altro, come una visita ritardataria
che trovasse sprangata la sua stessa porta. L'oculista aveva gusti letterari e sapeva
citare a proposito.
La sera, dopo cena, disse alla moglie, Mi si è presentato in ambulatorio uno
strano caso, potrebbe trattarsi di una variante della cecità psichica o
dell'amaurosi, ma non risulta si sia mai verificata una cosa del genere, Che
malattie sono, l'amaurosi, e l'altra, domandò la moglie. Il medico fornì una
spiegazione accessibile a un intendimento normale, che appagò la curiosità di lei,
poi andò a prendere dalla scaffalatura i libri specialistici, alcuni vecchi, dei tempi
dell'università, altri recenti, qualcuno di recentissima pubblicazione, che non
aveva ancora avuto il tempo di studiare. Cercò negli indici, uno dopo l'altro,
metodicamente, si mise a leggere tutto quello che trovava sull'agnosia e
l'amaurosi, con la scomoda impressione di sapersi un intruso in un campo che non
era il suo, il misterioso territorio della neurochirurgia, sul quale non possedeva
più che alcuni scarsi lumi. Nel cuore della notte, allontanò i libri che stava
consultando, si stropicciò gli occhi stanchi e si abbandonò sulla sedia. In quel
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momento l'alternativa gli si presentava con la massima chiarezza. Se fosse un caso
di agnosia, adesso il paziente vedrebbe quello che aveva sempre visto, cioè non
gli si sarebbe verificata alcuna diminuzione dell'acutezza visiva, è che il cervello,
semplicemente, sarebbe diventato incapace di riconoscere una sedia là dove ci
fosse una sedia, in altre parole avrebbe continuato a reagire correttamente agli
stimoli luminosi trasmessi dal nervo ottico, ma, per usare termini comuni, alla
portata di gente poco informata, avrebbe perso la capacità di sapere che sapeva,
e, tanto più, di esprimerlo. Quanto all'amaurosi, nessun dubbio. Perché
effettivamente si trattasse di amaurosi, il paziente avrebbe dovuto vedere tutto
nero, fatto salvo, è chiaro, l'uso del verbo, vedere, trattandosi di tenebre
assolute. Il cieco aveva affermato categoricamente di vedere, sempre facendo
salvo il verbo, un colore bianco uniforme, denso, come se si trovasse immerso a
occhi aperti in un mare di latte. Un'amaurosi bianca, oltre a essere
etimologicamente una contraddizione, sarebbe anche una condizione impossibile
dal punto di vista neurologico, dato che il cervello non solo non avrebbe potuto
percepire le immagini, le forme e i colori della realtà, ma non avrebbe neanche
potuto, per dirla così, coprire di bianco, di un bianco continuo, come una pittura
bianca senza tonalità, i colori, le forme e le immagini che quella stessa realtà
avrebbe presentato a una visione normale, per quanto sia sempre problematico
parlare, con effettiva proprietà, di una visione normale. Con la chiarissima
consapevolezza di ritrovarsi in un vicolo apparentemente privo di uscita, il medico
scosse il capo avvilito e si guardò intorno. La moglie si era già coricata, lui
ricordava vagamente che gli si era avvicinata un momento e gli aveva dato un
bacio sui capelli, Me ne vado a dormire, doveva aver detto, adesso la casa era
silenziosa, sul tavolo il libri sparpagliati, Che cosa sarà, pensò, e all'improvviso
ebbe paura, come se anche lui fosse sul punto di diventare cieco un attimo dopo
e già lo sapesse. Trattenne il respiro e aspettò. Non successe niente. Successe un
minuto dopo, mentre radunava i libri per riporli nella scaffalatura. Prima capì di
non vedere più le mani, poi seppe di essere cieco.
Il disturbo della ragazza dagli occhiali scuri non era grave, aveva appena
una congiuntivite tra le più semplici, che il topico prescritto tanto per prescrivere
dal medico avrebbe risolto in pochi giorni, Mi raccomando, durante questo
periodo si tolga gli occhiali solo per dormire, le aveva detto. La battuta era in uso
da molti anni, c'è addirittura da supporre che venisse tramandata di generazione
in generazione di oculisti, ma l'effetto si ripeteva puntualmente il medico
sorrideva nel dirla, sorrideva il paziente nell'udirla, e in questo caso ne valeva la
pena, perché la ragazza aveva una bella dentatura e sapeva come mostrarla. Per
naturale misantropia o troppe delusioni nella vita, uno scettico, al corrente dei
particolari della vita di questa donna, insinuerebbe che il sorriso aggraziato non
era altro che un trucco del mestiere, affermazione malevola e gratuita perché
quello, il sorriso, era già così ai tempi non molto lontani in cui la donna era una
giovincella, parola in disuso, quando il futuro era una carta coperta e la curiosità
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di scoprirla doveva ancora nascere. Insomma, per semplificare si potrebbe
includere questa donna nella categoria delle cosiddette prostitute, ma la
complessità della trama dei rapporti sociali, sia diurni che notturni, sia verticali
che orizzontali, del periodo qui descritto, consiglia di moderare qualsiasi tendenza
a giudizi perentori, definitivi, pecca da cui, per eccessiva sufficienza nostra, forse
non riusciamo mai a liberarci. Ancorché sia evidente la grande quantità di nuvole
che c'è in Giunone, non è assolutamente lecito ostinarsi a confondere con una
dea greca ciò che non è altro se non una normale massa di gocce d'acqua sospese
nell'atmosfera. Indubbiamente questa donna va a letto per denaro, il che
consentirebbe probabilmente, senza ulteriori considerazioni, di classificarla come
prostituta di fatto, ma, siccome ci va solo quando vuole e con chi vuole, non è da
disdegnare la probabilità che proprio questa differenza di diritto debba
determinarne cautelativamente l'esclusione dalla cerchia, intesa come un tutto.
Lei, come la gente normale, ha un mestiere, e, sempre come la gente normale,
approfitta delle ore che le restano per concedere qualche gioia al corpo e
sufficienti soddisfazioni alle necessità, quelle specifiche e quelle generali. Senza
pretendere di ridurla a una definizione basilare, ciò che infine si dovrà dire di lei,
in senso lato, è che vive come meglio le aggrada e che, per giunta, ne trae tutto il
piacere che può.
Era ormai buio quando uscì dall'ambulatorio. Non si tolse gli occhiali,
l'illuminazione stradale le dava fastidio, specialmente quella delle pubblicità.
Entrò in una farmacia per comprare il medicinale prescritto dal medico, decise di
fare la finta tonta quando il commesso che la serviva parlò dell'ingiustizia che
certi occhi girassero coperti da vetri scuri, osservazione che, oltre a essere
impertinente in se stessa, un commesso di farmacia, pensa un po', contrastava
con la sua personale convinzione che gli occhiali scuri le conferissero un'aria di
inebriante mistero, capace di suscitare l'interesse degli uomini che passano, ed
eventualmente ricambiarlo, senonché, proprio oggi, c'è qualcuno ad attenderla,
un incontro dal quale aveva motivo di aspettarsi qualcosa di buono, sia per
quanto riguardava la soddisfazione materiale sia le altre soddisfazioni. L'uomo
con cui si sarebbe trovata era già suo conoscente, non gliene era importato
granché quando lei lo aveva avvisato che non avrebbe potuto togliersi gli occhiali,
un ordine che il medico peraltro non aveva ancora dato, anzi, lo aveva trovato
divertente, era una novità. All'uscita dalla farmacia, la ragazza chiamò un tassì,
diede il nome di un albergo. Appoggiata allo schienale, già assaporava, se il
termine è adatto, le distinte e molteplici sensazioni del piacere sensuale, dal
primo e sapiente sfiorare delle labbra, dalla prima carezza intima, fino alle
successive esplosioni di un orgasmo che l'avrebbe lasciata esausta e felice, come
se fosse lì crocifissa, non sia mai, in una girandola offuscante e vertiginosa. Motivi
quindi ne abbiamo per concludere che la ragazza dagli occhiali scuri, se il partner
ha saputo compiere esaurientemente, in tempo e tecnica, il proprio dovere, paga
sempre in anticipo e raddoppiato ciò che incassa dopo. Immersa in questi
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pensieri, indubbiamente perché aveva appena pagato una visita, si domandò se
non fosse giunto il momento di alzare, fin da oggi, quello che, con spiritoso
eufemismo, soleva designare come suo giusto livello di compenso.
Fece fermare il tassì un isolato prima, si confuse tra le persone che
procedevano nella stessa direzione, come lasciandosene trasportare, anonima e
senza alcuna colpa notoria. Entrò nell'albergo con naturalezza, attraversò l'atrio
dirigendosi al bar. Era arrivata con alcuni minuti di anticipo, quindi doveva
aspettare, l'ora dell'appuntamento era stata combinata con precisione. Chiese
una bibita, che sorbì tranquillamente, senza adocchiare nessuno, non voleva esser
confusa con una banale cacciatrice di uomini. Poco più tardi, come una turista che
sale in camera a riposare dopo aver trascorso il pomeriggio nei musei, si diresse
all'ascensore. La virtù, possibile che ancora lo si ignori, trova sempre degli scogli
nel durissimo cammino della perfezione, ma il peccato e il vizio sono talmente
favoriti della fortuna che appena arrivò lei si aprirono le porte dell'ascensore. Ne
uscirono due ospiti, un'anziana coppia, lei entrò, premette il pulsante del terzo
piano, trecentododici era il numero che l'aspettava, è qui, bussò discretamente
alla porta, dieci minuti dopo era nuda, al quindicesimo gemeva, al diciottesimo
sussurrava parole d'amore che non aveva più necessità di fingere, al ventesimo
cominciava a perdere la testa, al ventunesimo sentì il corpo dilaniato dal piacere,
a ventiduesimo gridò, Ora, ora, e quando ritornò in se disse, esausta e felice,
Vedo ancora tutto bianco.
Il ladro dell'automobile fu portato a casa da un poliziotto. Non poteva il
circospetto e compassionevole agente di sicurezza immaginare di star lì a
condurre per il braccio un incallito delinquente, non per impedirgli di scappare,
come in altra occasione sarebbe avvenuto, ma semplicemente perché il
pover'uomo non inciampasse e cadesse. In compenso, ormai ci è alquanto facile
immaginare lo spavento che si prese la moglie del ladro quando, aprendo la
porta, si ritrovò davanti un poliziotto in uniforme che le portava acciuffato, così le
parve, un misero prigioniero a cui, a giudicare dall'espressione triste, doveva
esser capitato qualcosa di peggio dell'essere arrestato. Per un istante, la prima
cosa che pensò la donna fu che il suo uomo fosse stato colto in flagrante delitto e
che il poliziotto fosse lì per perquisire la casa, un'idea, per altro verso, e per
quanto paradossale possa sembrare, alquanto tranquillizzante, considerando che
il marito rubava solo automobili, oggetti che, per dimensione, non si possono
nascondere sotto il letto. Non durò molto il dubbio, il poliziotto disse, Questo
signore è cieco, se ne occupi lei, e la moglie, che avrebbe dovuto sentirsi sollevata
perché l'agente in definitiva era lì solo come accompagnatore, capì la dimensione
della iattura che le entrava in casa quando un marito in lacrime le cadde fra le
braccia dicendo quel che già sappiamo.
Anche la ragazza dagli occhiali scuri fu portata a casa dei genitori da un
poliziotto, ma il piccante delle circostanze in cui la cecità, nel suo caso, si era
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manifestata, una donna nuda e urlante in un albergo, che allarmava gli ospiti,
mentre l'uomo che stava con lei tentava di svignarsela infilandosi
maldestramente i pantaloni, moderava, in un certo senso, l'ovvia drammaticità
della situazione. La cieca, prostrata dalla vergogna, un sentimento del tutto
compatibile, per quanto brontolino i finti accorti e i falsi virtuosi, con i mercenari
esercizi amatori cui si dedicava, dopo le urla lancinanti che aveva cominciato a
lanciare nel rendersi conto che la perdita della visione non era una nuova e
imprevista conseguenza del piacere, a stento osava piangere e lamentarsi
quando, con modi bruschi, vestita alla bell'e meglio, quasi a spintoni, la portarono
fuori dall'albergo. Il poliziotto, con tono che sarebbe stato sarcastico se non fosse
stato semplicemente villano, volle sapere, dopo averle domandato dove abitava,
se avesse soldi per il tassì, In questi casi lo Stato non paga, l'avvertì, procedimento
a cui, si noti a margine, non si potrà negare una certa logica, in quanto queste
persone appartengono al numero di coloro che non pagano tasse sui propri
immorali redditi. Lei fece un cenno affermativo, ma, essendo cieca, s'immagini,
pensò che il poliziotto potesse non aver visto il gesto e mormorò, Sì, ne ho, e
aggiunse fra sé e sé, Magari non ne avessi, parole che ci dovranno sembrare fuori
luogo, ma che, se consideriamo le circonvoluzioni dello spirito umano, dove non
esistono cammini brevi e retti finiscono, queste parole, per essere assolutamente
limpide, in sostanza lei voleva dire che era stata castigata per la sua cattiva
condotta, per la sua immoralità, ecco tutto. Aveva detto alla madre che non
avrebbe cenato a casa, e invece sarebbe rientrata molto per tempo, anche prima
del padre.
Diversamente andò per l'oculista, non solo perché si trovava in casa
quando lo colpì la cecità, ma perché, essendo medico, alla disperazione non si
sarebbe certo consegnato con le mani legate, come fanno quelli che del corpo si
accorgono solo quando gli duole. Pure in una situazione come questa, angosciato,
con una notte d'ansia davanti, fu ancora capace di rammentare ciò che scrisse
Omero nell'Iliade, poema della morte e della sofferenza, più di qualunque altro,
Un medico, da solo, vale più di un uomo, parole che non dovremo intendere
come espressione direttamente quantitativa, bensì principalmente qualitativa,
come non si tarderà ad appurare. Ebbe il coraggio di coricarsi senza svegliare la
moglie, neanche quando lei, mormorando mezza addormentata, si mosse nel
letto per sentirlo più vicino. Ore e ore sveglio, quel poco che riuscì a dormire fu
per esaurimento. Desiderava che la notte non finisse per non dover annunciare,
proprio lui, il cui mestiere era curare le ferite degli occhi altrui, Sono cieco, ma
contemporaneamente voleva che giungesse rapidamente la luce del giorno, lo
pensò con queste precise parole, La luce del giorno, sapendo che non l'avrebbe
vista. In verità, un oculista cieco non poteva servire a molto, ma spettava a lui
informare le autorità sanitarie, avvisarle di quello che si sarebbe potuto
trasformare in una catastrofe nazionale, né più né meno che un tipo di cecità
finora sconosciuto, con tutta l'apparenza di essere altamente contagioso e che, a
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quanto pare, si manifestava senza la previa esistenza di attività patologiche
precedenti di carattere infiammatorio, infettivo o degenerativo, come aveva
potuto verificare nel cieco che era andato da lui in ambulatorio, o come nel suo
stesso caso si sarebbe confermato, una miopia lieve, un lieve astigmatismo, tutto
talmente leggero che aveva deciso, per il momento, di non usare lenti correttive.
Occhi che avevano cessato di vedere, occhi che erano totalmente ciechi, eppure
erano in perfetto stato, senza alcuna lesione, recente o antica, acquisita o
primitiva. Rammentò l'esame minuzioso che aveva fatto al cieco, come le diverse
parti dell'occhio accessibili all'oftalmoscopio si presentassero sane, senza alcun
segnale di alterazioni morbose, una situazione molto rara all'età di trentotto anni
che l'uomo aveva dichiarato di avere, e anche in età più giovane. Quell'uomo non
dovrebbe essere cieco, pensò, dimentico per alcuni momenti di esserlo anche lui,
a tal punto può giungere l'abnegazione, e non è cosa di adesso, ricordiamoci di
quel che disse Omero, ancorché con parole apparentemente diverse.
Finse di dormire ancora quando la moglie si alzò. Sentì il bacio che lei gli
diede sulla fronte, molto dolce, come se non volesse svegliarlo da quello che
credeva un sonno profondo, forse aveva pensato, Poverino, si è coricato tardi,
studiando lo straordinario caso di quel povero cieco. Rimasto solo, come se
lentamente venisse garrotato da una densa nuvola che gli premeva sul petto e gli
entrava nelle narici rendendolo cieco dall'interno, il medico emise un breve
gemito, lasciò che due lacrime, Saranno bianche, pensò, gli inondassero gli occhi e
gli scivolassero sulle tempie, da un lato e dall'altro della faccia, adesso
comprendeva la paura dei suoi pazienti quando gli dicevano, Dottore, mi pare che
sto perdendo la vista. In camera giungevano i piccoli rumori domestici, la moglie
sarebbe tornata presto per vedere se stesse ancora dormendo, si avvicinava l'ora
di andare in ospedale. Si alzò con prudenza, a tentoni cercò e si infilò la vestaglia,
entrò nella stanza da bagno, urinò. Poi si voltò verso dove sapeva che c'era lo
specchio, stavolta non domandò, Che cosa sarà, non disse, Ci sono mille ragioni
per cui il cervello umano si chiuda, si limitò ad allungare le mani fino a toccare il
vetro, sapeva che la sua immagine era lì a guardarlo, l'immagine vedeva lui, lui
non vedeva l'immagine. Udì la moglie entrare in camera, Ah, sei già alzato, disse
lei, e lui rispose, Sì. Subito dopo la sentì accanto a sé, Buongiorno, amore mio, si
rivolgevano ancora parole affettuose dopo tanti anni di matrimonio, e allora lui
disse, come se stessero rappresentando un'opera e questa fosse la sua battuta,
Non credo sarà molto buono, ho qualcosa alla vista. Lei prestò attenzione solo
all'ultima parte della frase, Lasciami vedere, chiese, gli esaminò gli occhi con
attenzione, Non vedo niente, la frase era evidentemente scambiata, non faceva
parte del ruolo di lei, avrebbe dovuto pronunciarla lui, che però la pronunciò più
semplicemente, così, Non vedo, e aggiunse, Credo di essere stato contagiato dal
malato di ieri.
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Con il tempo e l'intimità, le mogli dei medici finiscono anch'esse per capirne
qualcosa di medicina, e questa, così vicina al marito in tutto, aveva imparato
abbastanza per sapere che la cecità non si diffonde per contagio, come una
epidemia, la cecità non si prende solo perché qualcuno che non lo è guarda un
cieco, la cecità è una questione privata fra un individuo e gli occhi con cui è nato.
In tutti i casi, un medico ha l'obbligo di sapere ciò che dice, l'università è lì per
quello, e se, oltre all'essersi dichiarato cieco, ammette apertamente di essere
stato contagiato, chi è la moglie, sia pure la moglie di un medico, per dubitarne. è
comprensibile, quindi, come la povera signora, davanti all'irrefutabile evidenza,
finisse per reagire come una qualsiasi moglie normale, ne conosciamo già due,
abbracciando il marito, offrendo le naturali dimostrazioni di dolore, E adesso,
cosa facciamo, domandava fra le lacrime, Avvisare le autorità sanitarie, il
ministero, è la cosa più urgente, se si tratta realmente di una epidemia è
necessario prendere provvedimenti, Ma una epidemia di cecità non si è mai vista,
dichiarò la moglie, nel desiderio di aggrapparsi a quest'ultima speranza, Neanche
si è mai visto un cieco senza motivi apparenti per esserlo, e in questo momento
ce ne sono già almeno due. Aveva appena pronunciato l'ultima parola che il viso
gli si trasformò. Spinse via la moglie quasi con violenza, lui stesso indietreggiò,
Allontanati, non ti avvicinare, potrei contagiarti, e subito dopo, picchiandosi il
capo con i pugni chiusi, Stupido, stupido, medico idiota, com'è che non ci ho
pensato, un'intera notte insieme, dovevo rimanere nello studio, con la porta
chiusa, e anche così, Per favore, non parlare in questo modo, ciò che dovrà essere
sarà, avanti, vieni, ti preparo la colazione, Lasciami, lasciami, No, urlò la moglie,
cosa vuoi fare, andare a ruzzoloni, urtando contro i mobili, in cerca del telefono,
senza occhi per trovare nell'elenco i numeri di cui hai bisogno, mentre io assisto
tranquillamente allo spettacolo, sotto una campana di cristallo a prova di
contaminazione. Lo afferrò per il braccio con fermezza e disse, Andiamo, amore.
Era ancora presto quando il medico finì di prendere, immaginiamo con che
gusto, la tazza di tè e la fetta di pane tostato che la moglie si era ostinata a
preparargli, troppo presto per trovare nei rispettivi posti di lavoro le persone che
avrebbe dovuto informare. La logica e l'efficacia dettavano che la comunicazione
di quanto stava accadendo fosse fatta direttamente e il più presto possibile a un
alto funzionario responsabile del Ministero della Sanità, ma non tardò a cambiare
idea quando si rese conto che il presentarsi come semplice medico con
un'informazione importante e urgente da comunicare non era sufficiente a
convincere l'impiegato di medio livello con cui alla fine, dopo molte suppliche, la
centralinista aveva acconsentito a metterlo in contatto. L'uomo volle sapere di
cosa si trattasse prima di passargli il diretto superiore, ed era chiaro che
qualunque medico con senso di responsabilità non si sarebbe messo ad
annunciare il sorgere di una epidemia di cecità al primo subalterno che gli fosse
comparso davanti, il panico sarebbe stato immediato. Gli rispondeva l'impiegato,
Lei afferma di essere un medico, se vuole che le dica che ci credo, ebbene sì, ci
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credo, ma ho degli ordini, o mi dice di cosa si tratta, o non procedo, è una
questione confidenziale, Le questioni confidenziali non si trattano per telefono,
sarà meglio che venga personalmente, Non posso uscire da casa, Vuole dire che è
malato, Sì, sono malato, disse il cieco dopo un attimo di esitazione, In questo caso
dovrà chiamare un medico, un medico vero, ribatté l'impiegato e, affascinato dal
proprio spirito, riagganciò il telefono.
L'insolenza lo colpì come uno schiaffo. Solo dopo alcuni minuti riacquistò la
serenità sufficiente per raccontare alla moglie la villania con cui era stato trattato.
Dopo, come se avesse appena scoperto qualcosa che fosse obbligato a sapere da
lungo tempo, mormorò, triste, è di questa pasta che siamo fatti, metà di
indifferenza e metà di cattiveria. Stava per domandare, dubbioso, E adesso,
quando capì di aver perso tempo, l'unico modo di far arrivare l'informazione
dov'era opportuno, per via sicura, sarebbe stato parlare con il direttore sanitario
del proprio ente ospedaliero, da medico a medico, senza burocrati in mezzo, poi
questi si sarebbe incaricato di mettere in funzione il maledetto ingranaggio
ufficiale. La moglie fece la chiamata, sapeva a memoria il numero di telefono
dell'ospedale. Quando risposero, il medico si identificò e poi disse
frettolosamente, Bene, grazie mille, senza dubbio la centralinista aveva
domandato, Come sta, dottore, è ciò che diciamo quando non vogliamo fare la
parte del debole, abbiamo detto, Bene, e stavamo morendo, ciò che
normalmente si suole definire come prendere il coraggio a quattro mani, un
fenomeno che solo nella specie umana è stato osservato. Quando il direttore
rispose, Allora, cosa c'è, il medico gli domandò se era solo, se non ci fosse intorno
qualcuno che poteva sentire, della centralinista non c'era da temere, aveva altro
da fare che ascoltare conversazioni di oculistica, a lei soltanto la ginecologia le
interessava. Il resoconto del medico fu breve ma completo, senza perifrasi, senza
parole in più, senza ridondanze, e fatto con una secchezza clinica che, tenendo
conto della situazione, finì per sorprendere anche il direttore, Ma lei è davvero
cieco, domandò, Totalmente, In tutti i casi, potrebbe trattarsi di una coincidenza,
potrebbe non esserci stato realmente, in senso stretto, un contagio, D'accordo, il
contagio non è dimostrato, ma qui non è che è diventato cieco lui e sono
diventato cieco io, ciascuno a casa propria, senza esserci visti, l'uomo mi si è
presentato cieco per una visita e io sono diventato cieco poche ore dopo, Come
faremo a ritrovarlo, Ho il nome e l'indirizzo all'ambulatorio, Manderò qualcuno
immediatamente, Un medico, Sì, un collega, chiaro, Non le sembra che
dovremmo comunicare al ministero cosa sta capitando, Per il momento lo trovo
prematuro, pensi all'allarme che causerebbe una notizia del genere, per Dio, la
cecità mica si attacca, Neanche la morte si attacca, e ciò nonostante moriamo
tutti, Beh, se ne stia a casa mentre mi occupo della faccenda, poi la manderò a
prendere, voglio vederla, Si ricordi che se sono cieco è per avere visitato un cieco,
La certezza non c'è, Ma c'è, quanto meno, una buona supposizione di causa ed
effetto, Senza dubbio, tuttavia è ancora troppo presto per trarre conclusioni, due
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casi isolati non hanno alcun significato statistico, A meno che a questo punto non
siamo già più di due, Capisco il suo stato d'animo, ma dobbiamo pur difenderci da
pessimismi che possono rivelarsi infondati, Grazie, Ci risentiamo, A presto.
Mezz'ora dopo il medico, malamente, con l'aiuto della moglie, aveva finito
di farsi la barba, squillò il telefono. Era di nuovo il direttore sanitario, ma la sua
voce, adesso, era diversa, Abbiamo qui un ragazzo che è diventato cieco anche lui
all'improvviso, vede tutto bianco, la madre dice di essere stata ieri con il figlio nel
suo ambulatorio, Suppongo che il piccolo abbia uno strabismo divergente
all'occhio sinistro, Sì, Non c'è dubbio, è lui, Comincio a esser preoccupato, la
situazione è davvero seria, Il ministero, Sì, chiaro, vado immediatamente a parlare
con la direzione dell'ospedale. Dopo circa tre ore, mentre il medico e la moglie
pranzavano in silenzio, lui cercando con la forchetta i pezzettini di carne che lei gli
aveva tagliato, il telefono squillò di nuovo. La moglie andò a rispondere, tornando
indietro immediatamente, Devi venire tu, è dal ministero. Lo aiutò ad alzarsi, lo
guidò fino allo studio e gli porse il telefono. Fu una conversazione rapida. Il
ministero voleva sapere l'identità dei pazienti che erano stati il giorno precedente
nell'ambulatorio, il medico rispose che le relative cartelle cliniche contenevano
tutti gli elementi di identificazione, il nome, l'età, lo stato civile, la professione,
l'indirizzo, e concluse dichiarandosi a disposizione per accompagnare colui o
coloro che sarebbero andati a ritirarle. All'altro capo il tono fu tagliente, Non ne
abbiamo bisogno. Il telefono passò di mano e si sentì una voce diversa,
Buonasera, sono il ministro, a nome del Governo la ringrazio per il suo zelo, sono
certo che data la prontezza con cui ha agito potremo circoscrivere e controllare la
situazione, intanto la preghiamo di rimanere in casa. Le parole conclusive furono
pronunciate con tono formalmente cortese, però non lasciavano alcun dubbio sul
fatto che fossero un ordine. Il medico rispose, Sì signor ministro, ma la telefonata
era già stata interrotta.
Pochi minuti dopo, di nuovo il telefono. Era il direttore sanitario, nervoso,
incespicando nelle parole, Ho saputo or ora che la polizia ha notizia di due casi di
cecità improvvisa, Poliziotti, No, un uomo e una donna, lui lo hanno trovato per la
strada che gridava di essere cieco, e lei si trovava in un albergo quando lo è
diventata, una storia di letto, pare, è necessario appurare se anche in questo caso
si tratti di miei pazienti, sa come si chiamano, Non me lo hanno detto, Dal
ministero mi hanno già parlato, andranno a ritirare le cartelle in ambulatorio, Che
situazione complicata, Non lo dica a me. Il medicò posò il telefono, si portò le
mani agli occhi, tenendole così, quasi volesse difenderli da mali peggiori, infine
esclamò sordamente, Sono tanto stanco, Dormi un po', ti accompagno a letto,
disse la moglie, Non vale la pena, non sarei capace di dormire, inoltre la giornata
non è finita, dovrà succedere qualcos'altro.
Erano quasi le sei quando il telefono squillò per l'ultima volta. Il medico era
seduto lì accanto, alzò il ricevitore, Sì, sono io, disse, ascoltò con attenzione
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quanto gli veniva comunicato e solo prima di riagganciare fece un piccolo cenno
con il capo. Chi era, domandò la moglie, Il ministero, viene un'ambulanza a
prendermi fra mezz'ora, Era questo che ti aspettavi succedesse, Sì, più o meno,
Dove ti portano, Non lo so, in un ospedale, suppongo, Vado a prepararti la valigia,
a scegliere la biancheria, al solito, Non è un viaggio, Non lo sappiamo che cos'è. Lo
condusse con attenzione in camera, lo fece sedere sul letto, Stai lì tranquillo,
faccio tutto io. La udì muoversi da un lato all'altro, aprire e chiudere cassetti e
armadi, prendere vestiti e sistemarli poi nella valigia messa lì per terra, ma quel
che non poteva vedere fu che, oltre ai propri vestiti, erano state messe nella
valigia un po' di gonne e camicette, un paio di pantaloni, un vestito, delle scarpe
che potevano essere solo da donna. Pensò vagamente che non avrebbe avuto
bisogno di tanta roba, ma tacque perché non era il momento di discutere di cose
insignificanti. Udì il rumore delle chiusure, poi la moglie disse, Fatto, l'ambulanza
può anche arrivare. Portò la valigia vicino alla porta d'ingresso, rifiutando l'aiuto
del marito che diceva, Lascia che ti aiuti, ce la faccio, non sono poi così invalido. Si
tenevano per mano, e lui disse, Non so quanto tempo staremo separati, e lei
rispose, Non ti preoccupare.
Aspettarono quasi un'ora. Quando il campanello della porta suonò, lei si
alzò e andò ad aprire, ma sul pianerottolo non c'era nessuno. Rispose al citofono,
Bene, scende subito, rispose. Tornò dal marito e gli disse, Ti aspettano giù, hanno
ordine di non salire, A quanto pare il ministero è davvero spaventato, Andiamo.
Scesero in ascensore, lei aiutò il marito a superare gli ultimi gradini, poi a entrare
nell'ambulanza, tornò indietro per prendere la valigia, la issò da sola e la spinse
dentro. Infine salì e si sedette accanto al marito. Il conducente dell'ambulanza
protestò dal sedile anteriore, Posso portare solo lui, sono gli ordini che ho, lei,
signora, scenda. La donna, tranquillamente, rispose, Deve portar via anche me,
sono diventata cieca in questo momento.
L'idea era uscita dalla testa del ministro in persona. Era, da qualsiasi lato la
si esaminasse, un'idea felice, se non perfetta, sia per quanto riguardava gli aspetti
meramente sanitari del caso sia per le implicazioni sociali e le conseguenze
politiche. Finché non si fossero appurate le cause o, per usare un linguaggio
adeguato, l'eziologia del mal bianco, come, grazie all'ispirazione di un assessore
fantasioso, l'indecorosa cecità aveva cominciato a essere designata, finché non si
fossero trovate la terapia e la cura e, chissà, magari un vaccino per prevenire
l'insorgenza di casi futuri, tutte le persone che erano diventate cieche, nonché
quelle che vi fossero state in contatto fisico o in vicinanza diretta, sarebbero state
radunate e isolate, in modo da evitare ulteriori contagi, i quali, nel verificarsi, si
sarebbero moltiplicati più o meno secondo ciò che matematicamente si suole
denominare come progressione geometrica. Quod erat demonstrandum,
concluse il ministro. In parole alla portata di tutti, si trattava in sostanza di
mettere in quarantena tutta quella gente, secondo l'antica prassi ereditata dai
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tempi del colera e della febbre gialla, quando le imbarcazioni contaminate o solo
sospette di infezione dovevano rimanere al largo per quaranta giorni, vediamo
come va. Queste medesime parole, Vediamo come va, intenzionali dal tono, ma
sibilline in mancanza di altre, furono pronunciate dal ministro, che in seguito
precisò il proprio pensiero, Volevo dire che potrebbero essere quaranta giorni,
ma anche quaranta settimane, o quaranta mesi, o quarant'anni, bisogna però che
non escano. Adesso rimane da decidere dove li metteremo, signor ministro, disse
il presidente della commissione logistica di sicurezza, rapidamente nominata
all'uopo, che avrebbe dovuto incaricarsi del trasporto, isolamento e rifornimento
dei pazienti, Di che possibilità immediate disponiamo, volle sapere il ministro,
Abbiamo un manicomio vuoto, sfitto, in attesa di destinazione, alcune
installazioni militari non più utilizzate a seguito della recente ristrutturazione
dell'esercito, una fiera industriale in avanzata fase di completamento, e c'è
inoltre, non sono riusciti a spiegarmene il perché, un ipermercato in fallimento,
Secondo lei, quale andrebbe meglio ai nostri fini, La caserma è quella che offre
migliori condizioni di sicurezza, Naturalmente, Ha però un inconveniente, è
troppo grande, il che renderebbe difficile e dispendiosa la sorveglianza degli
internati, Me ne rendo conto, Quanto all'ipermercato, ci sarebbero da calcolare,
probabilmente, impedimenti giuridici vari, questioni legali da tenere in conto, E la
fiera, La fiera, signor ministro, credo sia preferibile non pensarci, Perché,
All'industria non piacerebbe di certo, lì ci sono investiti miliardi, In questo caso,
resta il manicomio, Sì, signor ministro, il manicomio, E allora vada per il
manicomio, Del resto, sotto tutti i punti di vista, è quello che presenta migliori
condizioni, perché non solo è circondato da un muro per tutto il suo perimetro,
ma ha anche il vantaggio di essere costituito da due ali, una da destinare ai ciechi
propriamente detti, e un'altra ai sospetti, oltre a un corpo centrale che fungerà,
per così dire, da terra-di-nessuno, attraverso cui coloro che siano diventati ciechi
passeranno per andare a raggiungere coloro che lo erano già, C'è un problema,
Quale, signor ministro, Saremo obbligati a mettere del personale per dirigere i
trasferimenti, e mi sa che non potremo contare sui volontari, Non credo sia
necessario, signor ministro, Si spieghi meglio, Qualora uno dei sospetti di
infezione diventi cieco, com'è naturale che succeda prima o poi, stia certo, signor
ministro, che gli altri, coloro i quali hanno ancora la vista, lo metteranno fuori
all'istante, Ha ragione, Proprio come non permetterebbero l'ingresso di un cieco
cui fosse venuto in mente di cambiar posto, Buona idea, Grazie, signor ministro,
allora possiamo ordinare di procedere, Sì, ha carta bianca.
La commissione agì con rapidità ed efficacia. Prima di sera erano già stati
radunati tutti i ciechi di cui si aveva notizia, e anche un certo numero di presunti
contagiati, quanto meno quelli che era stato possibile identificare e localizzare
con una rapida operazione di rastrellamento effettuata soprattutto negli ambienti
familiari e professionali dei colpiti dalla perdita della vista. I primi a essere
trasportati nel manicomio sgombrato furono il medico e sua moglie. C'erano
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soldati di guardia. Il portone fu aperto giusto per farli passare, e subito richiuso. A
mo' di corrimano, una grossa corda andava dal portone alla porta principale
dell'edificio, Un po' più avanti, sulla sinistra, c'è una corda, afferratela e
proseguite, sempre diritto, fino ai gradini, i gradini sono sei, li avvisò un sergente.
All'interno la corda si divideva in due, una diramazione a sinistra, l'altra a destra, il
sergente gli aveva urlato, Attenzione, il vostro lato è il destro. Mentre trascinava
la valigia, la moglie guidava il marito verso la camerata che si trovava più vicina
all'ingresso. Era lunga come un'antica infermeria, con due file di letti che erano
stati dipinti di grigio, ma la cui vernice aveva cominciato a scrostarsi da un pezzo. I
copriletti, le lenzuola e le coperte erano dello stesso colore. La moglie condusse il
marito in fondo alla camerata, lo fece sedere su uno dei letti, e gli disse, Non
muoverti, vado a vedere com'è. C'erano altre camerate corridoi lunghi e stretti,
stanze che un tempo dovevano essere gabinetti medici, latrine sudice, una cucina
che ancora non aveva perduto l'odore del cibo cattivo, un grande refettorio con
tavoli dai ripiani rivestiti di zinco, tre celle imbottite fino all'altezza di due metri e
rivestite di sughero da lì in su. Nel retro dell'edificio c'era un recinto in
abbandono, con alberi malandati, i tronchi sembrava che fossero stati scorticati.
Dappertutto si vedeva spazzatura. La moglie del medico rientrò. In un armadio
aperto a metà trovò alcune camicie di forza. Quando raggiunse di nuovo il marito,
gli domandò, Riesci a immaginare dove ci hanno portato, No, e stava per
aggiungere In un manicomio, ma lui la prevenne, Tu non sei cieca, non posso
consentirti di restare qui, Sì, hai ragione, non sono cieca, Gli chiederò di portarti a
casa, dirò che li hai ingannati per restare con me, Non vale la pena, da fuori non ti
sentono, e anche se ti sentissero non ti darebbero retta, Ma tu vedi, Per il
momento, la cosa più sicura è che diventerò cieca anch'io uno di questi giorni, o
fra un minuto, Vattene via, per favore, Non insistere, del resto scommetto che i
soldati non mi farebbero neanche metter piede sui gradini, Non ti posso
obbligare, Infatti no, amore mio, non puoi, resto per aiutare te, e gli altri che
verranno, ma non dir loro che ci vedo, Quali altri, Non crederai che saremo gli
unici, è una follia, Per forza, siamo in un manicomio.
Gli altri ciechi arrivarono insieme. Li avevano presi nelle rispettive case, uno
dopo l'altro, quello dell'automobile prima di tutti, il ladro che l'aveva rubata, la
ragazza dagli occhiali scuri, il ragazzino strabico, no, lui no, lui andarono a
prenderlo all'ospedale dove la madre lo aveva portato. La madre non era con lui,
non aveva avuto l'astuzia della moglie del medico, dichiarare di essere cieca senza
esserlo, è una creatura semplice, incapace di mentire, anche a fin di bene.
Entrarono nella camerata inciampando, brancolando nel vuoto, qui non c'erano
corde a guidarli, avrebbero dovuto apprendere a spese dei propri dolori, il
ragazzino piangeva, voleva la mamma, e la ragazza dagli occhiali scuri cercava di
calmarlo, Ora viene, ora viene, gli diceva, e siccome portava gli occhiali poteva
essere cieca, ma poteva anche non esserlo, gli altri muovevano gli occhi da un lato
e dall'altro, e non vedevano niente, mentre lei, con quegli occhiali, solo perché
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diceva Ora viene, ora viene, sembrava quasi che stesse vedendo entrare dalla
porta la madre disperata. La moglie del medico avvicinò le labbra all'orecchio del
marito e sussurrò, Ne sono entrati quattro, una donna, due uomini e un ragazzo,
Gli uomini, che aspetto hanno, domandò il medico a voce bassa. Lei li descrisse, e
lui, Quello lì non lo conosco, l'altro, da come l'hai descritto, ha tutta l'aria di
essere il cieco venuto in ambulatorio, Il piccolo ha uno strabismo, e la donna
porta occhiali scuri, sembra carina, Ci son venuti tutti e due. Per via dei rumori
che facevano mentre cercavano un posto dove sentirsi sicuri, i ciechi non udirono
questo scambio di parole, probabilmente pensavano non ci fosse nessun altro
nelle stesse condizioni, e non avevano perduto la vista da sufficiente tempo
perché il senso dell'udito gli si fosse avvivato al di sopra della norma. Infine, quasi
fossero giunti alla conclusione che non valeva la pena lasciare il certo per
l'incerto, ciascuno si sedette sul letto contro cui aveva per così dire inciampato,
vicinissimi i due uomini, ma senza saperlo. A voce bassa, la ragazza continuava a
consolare il ragazzino, Non piangere, vedrai che tua mamma non tarderà. Poi si
fece silenzio, e allora la moglie del medico disse, in modo da essere udita in fondo
alla camerata, dov'era la porta, Qui siamo in due, quanti siete voi. La voce
inattesa fece sobbalzare i neoarrivati, ma i due uomini rimasero zitti, rispose la
ragazza, Siamo quattro, credo, qui ci siamo questo bambino e io, Chi altri, perché
gli altri non parlano, domandò la moglie del medico, Ci sono io, mormorò, come
se gli costasse pronunciare le parole, una voce di uomo, E io, borbottò a sua volta,
contrariata, un'altra voce maschile. La moglie del medico si disse fra sé e sé, Si
comportano come se temessero di farsi riconoscere. Li vedeva contratti tesi, il
collo allungato come se fiutassero qualcosa, ma, curiosamente, le espressioni
erano simili, un misto di minaccia e di paura, eppure la paura dell'uno non era
come quella dell'altro, e non lo erano neppure le minacce. Che ci sarà fra loro,
pensò.
In quel momento si udì una voce forte e secca, voce di qualcuno che, dal
tono, sembrava abituato a dare ordini. Veniva da un altoparlante fissato sopra la
porta da cui erano entrati. Fu pronunciata tre volte la parola Attenzione, poi la
voce attaccò, Al Governo rincresce di essere stato costretto a esercitare
energicamente quello che considera suo diritto e suo dovere, proteggere con tutti
i mezzi la popolazione nella crisi che stiamo attraversando, quando sembra si
verifichi qualcosa di simile a una violenta epidemia di cecità, provvisoriamente
designata come mal bianco, e desidererebbe poter contare sul senso civico e la
collaborazione di tutti i cittadini per bloccare il propagarsi del contagio,
nell'ipotesi che di contagio si tratti, nell'ipotesi che non ci si trovi unicamente
davanti a una serie di coincidenze per ora inspiegabili. La decisione di riunire in
uno stesso luogo tutte le persone colpite e, in un luogo prossimo, ma separato,
quelle che con esse abbiano avuto qualche tipo di contatto, non è stata presa
senza seria ponderazione. Il Governo è perfettamente consapevole delle proprie
responsabilità e si aspetta da coloro ai quali questo messaggio è rivolto che
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assumano anch'essi, da cittadini rispettosi quali devono essere, le loro
responsabilità, pensando anche che l'isolamento in cui ora si trovano
rappresenterà, al di là di qualsiasi altra considerazione personale, un atto di
solidarietà verso il resto della comunità nazionale. Detto ciò, richiamiamo
l'attenzione di tutti alle istruzioni che seguono, primo, le luci si manterranno
sempre accese, sarà inutile qualsiasi tentativo di manovrare gli interruttori, non
funzionano, secondo, chi abbandonerà l'edificio senza autorizzazione verrà
immediatamente passato per le armi, ripeto, immediatamente passato per le
armi, terzo, in ogni camerata esiste un telefono che potrà essere usato solo per
richiedere all'esterno prodotti per l'igiene e la pulizia, quarto, gli internati
laveranno manualmente i propri indumenti, quinto, si raccomanda l'elezione di
responsabili di camerata, si tratta di una raccomandazione, non di un ordine, gli
internati si organizzeranno come meglio credono, purché rispettino le suddette
regole e quelle che verranno enunciate qui di seguito, sesto, tre volte al giorno
saranno depositate razioni di cibo alla porta d'ingresso, a destra e a sinistra,
destinate rispettivamente ai pazienti e ai sospetti di contagio, settimo, tutti gli
avanzi dovranno essere bruciati, considerandosi avanzi, all'uopo, non solo ogni
tipo di cibo avanzato, ma anche le casse, i piatti e le posate, che sono di materiale
combustibile, ottavo, l'operazione dovrà essere effettuata nei cortili interni
dell'edificio o nel recinto, nono, gli internati sono responsabili di tutte le eventuali
conseguenze di tali operazioni di incenerimento, decimo, in caso di incendio, sia
esso fortuito o intenzionale, i pompieri non interverranno, undicesimo, gli
internati non dovranno contare su alcun tipo di intervento dall'esterno nell'ipotesi
che fra di essi si verifichino malattie, nonché l'insorgere di disordini o aggressioni,
dodicesimo, in caso di morte, qualunque ne sia la causa, gli internati
sotterreranno senza formalità il cadavere nel recinto, tredicesimo, la
comunicazione fra l'ala dei pazienti e l'ala dei sospetti di contagio avverrà tramite
il corpo centrale dell'edificio, lo stesso da cui siete entrati, quattordicesimo, i
sospetti di contagio che dovessero diventare ciechi passeranno immediatamente
nell'ala destinata a coloro che già lo sono, quindicesimo, questa comunicazione
sarà ripetuta tutti i giorni, a questa stessa ora, per conoscenza dei nuovi ammessi.
Il Governo e la Nazione si aspettano che ciascuno compia il proprio dovere.
Buonanotte.
Nel silenzio che seguì si udì chiaramente la voce del ragazzino, Voglio la
mamma, ma le parole furono articolate senza alcuna espressione, come un
ripetitore automatico che prima avesse lasciato in sospeso una frase e adesso,
fuori tempo, la trasmettesse. Il medico disse, Gli ordini che abbiamo sentito non
lasciano dubbi, siamo isolati, più isolati di quanto probabilmente lo sia mai stato
nessuno, e senza speranza di potere uscire da qui prima che si scopra il rimedio
per la malattia, La sua voce mi è nota, disse la ragazza dagli occhiali scuri, Sono
medico, sono un oculista, è il medico che ho consultato ieri, è la sua voce, Sì, e lei
chi è, Avevo una congiuntivite, suppongo di averla ancora, ma adesso, cieca per
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cieca, ormai non avrà più importanza, E quel piccino che sta con lei, Non è mio, io
non ho figli, Ieri ho visitato un ragazzino strabico, sei tu, domandò il medico, Sì,
signore, la risposta del ragazzo ebbe un tono di dispetto, di chi non ha gradito
sentir menzionato il proprio difetto fisico, e aveva ragione, che simili difetti,
questi e altri, solo per il fatto di parlarne, dall'essere a stento percepibili
diventano più che evidenti. C'è qualcun altro che conosco, domandò ancora il
medico, non c'è per caso quel signore che ieri è venuto nel mio ambulatorio
accompagnato dalla moglie, quello che è diventato cieco all'improvviso mentre
era in automobile, Sono io, rispose il primo cieco, C'è ancora un'altra persona, si
presenti per favore, ci hanno costretto a vivere insieme, non sappiamo per
quanto tempo, quindi è indispensabile conoscerci. Il ladro della macchina
bofonchiò a denti stretti, Sì, sì, ritenendo che ciò bastasse a confermare la sua
presenza, ma il medico insistette, La voce è di una persona relativamente
giovane, lei non dev'essere il malato anziano, quello della cataratta, No, dottore,
non lo sono, Com'è che è diventato cieco, Ero per la strada, E poi, Poi niente, ero
per la strada e sono diventato cieco. Il medico stava aprendo bocca per
domandare se anche la cecità dell'ultimo intervenuto fosse bianca, ma tacque, a
che scopo, a che serviva, qualunque fosse stata la risposta, e bianca o nera la
cecità, da lì non sarebbero usciti. Tese la mano incerta verso la moglie e la
incontrò a metà strada. Lei andò a baciargli il viso, nessuno avrebbe potuto più
vedere questa faccia avvizzita, la bocca spenta, gli occhi morti, vitrei, spaventosi
perché sembrava che vedessero e non vedevano, Arriverà anche il mio turno,
pensò, quando, forse in questo istante, senza darmi il tempo di concludere ciò
che mi sto dicendo, in qualsiasi momento, come loro, o forse mi sveglierò cieca, o
lo diventerò chiudendo gli occhi per dormire, credendo di essermi solo
addormentata.
Guardò i quattro ciechi, erano seduti sui letti, con ai piedi quel poco
bagaglio che avevano potuto portare, il ragazzino con il suo zainetto, gli altri con
le valigie, piccole, come per un fine settimana. La ragazza dagli occhiali scuri
chiacchierava a voce bassa con il ragazzo, nella fila opposta, vicini, con un solo
letto in mezzo, il primo cieco e il ladro della macchina erano l'uno davanti all'altro
senza saperlo. Il medico disse, Tutti abbiamo sentito gli ordini, accada quel che
accada una cosa è certa, nessuno verrà ad aiutarvi, perciò sarebbe preferibile che
cominciassimo a organizzarci subito, perché non ci vorrà molto prima che questa
camerata si riempia di gente, questa e le altre, Come sa che ci sono altre
camerate, domandò la ragazza, Abbiamo fatto un giro prima di approdare qui,
questa era più vicina alla porta d'ingresso, spiegò la moglie del medico, mentre
stringeva il braccio del marito per raccomandargli di stare attento. Disse la
ragazza, Sarebbe meglio che lei, dottore, fosse il responsabile, è pur sempre un
medico, A cosa serve un medico senza occhi né medicine, Ma è per l'autorità. La
moglie del medico sorrise, Penso che dovresti accettare, se gli altri sono
d'accordo, è chiaro, Non credo sia una buona idea, Perché, Per il momento siamo
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solo in sei, ma domani saremo certamente di più, verrà gente tutti i giorni,
sarebbe come scommettere sull'impossibile contare che fossero tutti disposti ad
accettare un'autorità che non hanno scelto e che, per giunta, non avrebbe niente
da dare in cambio della loro deferenza, il che sarebbe come supporre che
riconoscerebbero un'autorità e una regola, Allora sarà difficile vivere qui, Saremo
molto fortunati se sarà solo difficile. La ragazza dagli occhiali scuri disse, La mia
intenzione era buona, ma veramente, dottore, ha ragione lei, ciascuno tirerà
l'acqua al proprio mulino.
Spinto forse da queste parole, o non potendo più reggere alla rabbia, uno
degli uomini si alzò bruscamente in piedi, Questo signore qui è il colpevole della
nostra infelicità, se avessi gli occhi lo farei fuori, sbraitò, mentre indicava nella
direzione in cui credeva stesse l'altro. Non si era sbagliato di molto, ma il
drammatico gesto risultò comico perché il dito puntato, accusatore, indicava un
innocente comodino. Stia calmo, disse il medico, in un'epidemia non ci sono
colpevoli, ci sono soltanto vittime, Se io non fossi stato quella brava persona che
ho dimostrato di essere, se non lo avessi aiutato ad arrivare a casa, avrei ancora i
miei occhi, Chi è lei, domandò il medico, ma l'accusatore non rispose, sembrava
già contrariato di aver parlato. Allora si udì la voce dell'altro uomo, Mi ha
condotto a casa, è vero, ma poi si è approfittato del mio stato per rubarmi la
macchina, è falso, non ho rubato niente, Invece sì, me l'ha rubata, Se qualcuno le
ha fregato la macchina non sono stato io, ed ecco la ricompensa per la mia buona
azione, sono cieco, e poi dove sono i testimoni, vorrei vederli, La discussione non
risolve niente, disse la moglie del medico, la macchina è là fuori, voi siete qua
dentro, è meglio facciate la pace, ricordatevi che vivremo insieme, Chi non vivrà
con lui lo so io, disse il primo cieco, voi fate come volete, io me ne vado in un'altra
camerata, non resto accanto a un mascalzone come questo che è stato capace di
derubare un cieco, lui si lamenta di essere cieco per causa mia, e allora, che si
cecasse, almeno c'è ancora un po' di giustizia a questo mondo. Afferrò la valigia e,
strascicando i piedi per non inciampare, brancolando con la mano libera,
attraversò la corsia che separava le due file di brande, Dove sono le camerate,
domandò, ma non arrivò a udire la risposta, se pure qualcuno gliela diede, perché
all'improvviso si ritrovò in un parapiglia di braccia e gambe, il ladro della macchina
metteva in atto alla meglio la minaccia di vendicarsi del responsabile dei propri
mali. Chi sotto, chi sopra, rotolarono nel poco spazio, sbattendo qua e là contro i
piedi dei letti, mentre, di nuovo spaventato, il ragazzino strabico ricominciava a
piangere e a chiamare la mamma. La moglie del medico afferrò il marito per un
braccio, sapeva che da sola non ce l'avrebbe fatta a metter fine alla zuffa, e lo
condusse lungo la corsia fin dove si dibattevano, ansimando, gli infuriati lottatori.
Guidò le mani del marito, lei stessa si occupò del cieco che trovò più a portata di
mano, e a gran fatica riuscirono a separarli. Vi state comportando in maniera
stupida, rimproverò il medico, se avete in mente di far diventare questo posto un
inferno, continuate pure, siete sulla buona strada, ma ricordatevi che siamo in
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mano a noi stessi, aiuti da fuori, nessuno, avete sentito cosa ho detto, Lui mi ha
rubato la macchina, piagnucolò il primo cieco, più ammaccato dell'altro, Lasci
perdere, adesso non fa differenza, disse la moglie del medico, ormai non poteva
più servirsene quando gliel'hanno rubata, Infatti, ma era mia, e questo ladro me
l'ha portata via, non so dove, è molto probabile, disse il medico, che la sua
macchina sia nel posto dove quest'uomo è diventato cieco, Lei, dottore, è un tipo
sveglio, sì, non c'è dubbio, disse il ladro. Il primo cieco fece un movimento come
per liberarsi dalle mani che lo tenevano, ma senza forzare, quasi avesse capito
che né l'indignazione, ancorché giustificata, gli avrebbe restituito la macchina, né
la macchina gli avrebbe restituito gli occhi. Ma il ladro minacciò, Se credi che non
ti succederà niente ti sbagli di grosso, ti ho rubato la macchina, sì, sono stato io a
rubartela, ma tu a me hai rubato la vista, chi è più ladro fra noi due, Finitela,
protestò il medico, qui siamo tutti ciechi e non ci lamentiamo né accusiamo
nessuno, Con il male altrui, ci credo, rispose il ladro, sdegnoso, Se vuole andare
nell'altra camerata, disse il medico al primo cieco, mia moglie potrà guidarla, si
orienta meglio di me, Ho cambiato idea, preferisco restare in questa. Il ladro lo
canzonò, Il piccino ha paura di star da solo, non sia mai che compaia il babau,
Basta, urlò il medico spazientito, Oh dottorino, bofonchiò il ladro, guardi che qui
siamo tutti uguali, a me non dà mica ordini, Non le sto dando ordini, le dico solo
di lasciare in pace quest'uomo, Va bene, va bene, ma attenzione, perché quando
mi salta la mosca al naso, amico come tutti, ma nemico come pochi. Con gesti e
movimenti aggressivi, il ladro cercò il letto su cui era seduto prima, vi spinse la
valigia sotto, poi annunciò, Io mi corico, dal tono fu come se avesse voluto
avvisare, Voltatevi di là perché mi devo spogliare. La ragazza dagli occhiali scuri
disse al ragazzino strabico, Vai a letto anche tu, rimani qui da questo lato, se hai
bisogno di qualcosa durante la notte chiamami, Voglio fare pipì, chiese il ragazzo.
Udendolo, tutti sentirono una repentina e urgente voglia di urinare, pensarono,
con queste o con altre parole, E adesso come la risolviamo, il primo cieco tastò
sotto il letto per vedere se c'era una bacinella, ma allo stesso tempo desiderando
che non ci fosse perché si sarebbe vergognato di farla lì davanti agli altri, non
potevano vederlo, certo, ma il rumore è indiscreto, impossibile da mascherare, gli
uomini almeno possono usare un trucco che per le donne non è possibile, in
questo sono più fortunati. Il ladro si era seduto sul letto, stava dicendo, Merda,
dov'è che si piscia in questo posto, Ma come parla, c'è un bambino, protestò la
ragazza dagli occhiali scuri, Sì, sì, bella mia, ma, o trovi un posto o la tua
creaturina se la farà nei pantaloni. Disse la moglie del medico, Forse posso trovare
io i gabinetti, mi ricordo di avere sentito un certo odore, Vengo con lei, disse la
ragazza dagli occhiali scuri, tenendo per mano il ragazzino, Penso sia meglio
andare tutti, osservò il medico, così impareremo la strada per quando ne avremo
bisogno, Ti ho capito, pensò il ladro della macchina, ma non si azzardò a dirlo a
voce alta, tu non vuoi che la tua mogliettina debba accompagnarmi a pisciare ogni
volta che ne ho voglia. Il pensiero, per quell'implicito secondo senso, gli provocò
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una piccola erezione che lo sorprese, come se il fatto di essere cieco dovesse aver
avuto come conseguenza la perdita o la diminuzione del desiderio sessuale, Bene,
pensò, in definitiva non tutto è perduto, tra morti e feriti qualcuno scamperà, e
poi, estraniandosi dalla conversazione, cominciò a fantasticare. Non gliene
diedero il tempo, il medico stava dicendo, Facciamo una fila, mia moglie andrà in
testa, ciascuno metta la mano sulla spalla di chi gli sta davanti, così non ci sarà
pericolo di perderci. Disse il primo cieco, Io con questo non ci vado, si riferiva
ovviamente a chi lo aveva derubato.
O perché si cercavano, o perché si evitavano, ma a stento riuscivano a
muoversi nella stretta corsia, tanto più che anche la moglie del medico doveva
procedere come se fosse cieca. Finalmente la fila risultò ordinata, dietro la moglie
del medico c'era la ragazza dagli occhiali scuri con il ragazzino strabico per mano,
poi il ladro, in mutande e canottiera, subito dopo il medico, e alla fine, per il
momento in salvo da eventuali aggressioni, il primo cieco. Avanzavano molto
lentamente, come se non si fidassero di chi li guidava, con la mano libera
tastavano continuamente l'aria, cercando al passaggio l'appoggio di qualcosa di
solido, una parete, lo stipite di una porta. In fila dietro alla ragazza dagli occhiali
scuri, il ladro, stimolato dal profumo che emanava da lei e dal ricordo della
recente erezione, decise di usare la mani con maggior profitto, con una
accarezzandole la nuca sotto i capelli, e con l'altra, direttamente e senza
cerimonie, palpandole il seno. Lei si agitò per sottrarsi a quel gesto sfrontato, ma
lui la teneva ben stretta. Allora la ragazza scagliò con forza una gamba all'indietro,
come per dare un calcio. Il tacco della scarpa, sottile come uno stiletto, andò a
infilzarsi nella coscia nuda del ladro, che cacciò un urlo di sorpresa e di dolore.
Cosa c'è, domandò la moglie del medico guardando indietro, Sono io che ho
inciampato, rispose la ragazza dagli occhiali scuri, devo aver pestato qualcuno.
C'era già un po' di sangue fra le dita del ladro che, gemendo e imprecando,
tentava di rimediare agli effetti dell'aggressione, Sono ferito, questa qui non vede
dove mette i piedi, E lei non vede dove mette le mani, rispose seccamente la
ragazza. La moglie del medico capì cos'era successo, prima sorrise, ma subito si
rese conto che la ferita aveva un brutto aspetto, il sangue scorreva sulla gamba
del povero diavolo, e non c'erano né acqua ossigenata, né mercurocromo, né
cerotti, né bende, nessun disinfettante, niente. La fila si era sciolta, il medico
domandava, Dov'è che è ferito, Qui, Qui dove, Alla gamba, non lo vede, quella lì
mi ha infilzato con un tacco della scarpa, Ho inciampato, non è colpa mia, ripeté la
ragazza, ma subito dopo esplose, esasperata, Questo mascalzone mi stava
toccando, chi credeva che fossi. La moglie del medico intervenne, Adesso però è
necessario lavare questa ferita e fasciarla, E l'acqua dov'è, domandò il ladro, In
cucina, in cucina c'è acqua, ma non c'è bisogno che andiamo tutti, mio marito e io
accompagniamo questo signore, voialtri aspettate qui, non tarderemo, Voglio fare
pipì, disse il ragazzino, Resisti un pochettino, torniamo subito. La moglie del
medico sapeva che avrebbe dovuto girare una volta a destra e una volta a sinistra,
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poi proseguire per un lungo corridoio che faceva angolo retto, la cucina era in
fondo. Trascorsi pochi minuti, fece finta di essersi sbagliata, si fermò, tornò
indietro, poi esclamò, Ah, ora mi ricordo, e quindi andarono direttamente in
cucina, non c'era altro tempo da perdere, la ferita sanguinava abbondantemente.
All'inizio l'acqua uscì sporca, fu necessario aspettare che si schiarisse. Era tiepida,
stagnante, come se fosse rimasta lì a imputridire all'interno dei tubi, ma il ladro
l'accolse con un sospiro di sollievo. La ferita aveva un brutto aspetto. E adesso,
come gliela fasciamo la gamba, domandò la moglie del medico. Sotto un tavolo
c'erano alcune pezze sporche che dovevano essere degli strofinacci, ma sarebbe
stata una grave imprudenza utilizzarle come bende, Mi pare che qui non c'è
niente, disse fingendo di andare in cerca, Ma io non posso rimanere in questo
stato, dottore, il sangue non si ferma, per favore mi aiuti, e scusi se poco fa sono
stato maleducato con lei, si lamentava il ladro, La stiamo aiutando, è ciò che
stiamo facendo, disse il medico, e poi, Si tolga la canottiera, non c'è altro da fare.
Il ferito bofonchiò che gli serviva, ma se la tolse. Rapidamente, la moglie del
medico l'arrotolò, l'avvolse intorno alla coscia, strinse con forza e riuscì, con le
punte costituite dalle bretelle e dall'orlo, a fare un nodo grossolano. Non erano
movimenti che un cieco potesse eseguire facilmente, ma lei non volle perder
tempo con ulteriori simulazioni, bastava già l'aver finto di essersi perduta. Al ladro
gli parve di vederci qualcosa di anormale, era il medico, secondo la logica, pur non
essendo altro che un oculista, che avrebbe dovuto fargli la fasciatura, ma la
consolazione di sapersi curato si sovrappose ai dubbi, in tutti i casi vaghi, che per
un momento gli avevano sfiorato la coscienza. Con l'uomo zoppicante,
raggiunsero di nuovo gli altri, e la moglie del medico vide immediatamente che il
ragazzino strabico non ce l'aveva fatta più e aveva urinato nei pantaloni. Né il
primo cieco né la ragazza dagli occhiali scuri si erano accorti di quanto era
successo. Ai piedi del ragazzo si allargava una pozza di urina, l'orlo dei pantaloni
gocciolava ancora. Ma, come se niente fosse, la moglie del medico disse, Andiamo
un po' in cerca di questi gabinetti. I ciechi mossero le braccia davanti alla faccia,
cercandosi l'un l'altro, non la ragazza dagli occhiali scuri, che dichiarò subito di
non voler più stare davanti a quello sfacciato che l'aveva toccata, infine si
ricostituì la fila scambiandosi di posto il ladro e il primo cieco, col medico in
mezzo. Il ladro zoppicava un po' di più, trascinava la gamba. Quella sorta di laccio
emostatico lo infastidiva e la ferita gli pulsava talmente forte che era come se il
cuore avesse cambiato posto e adesso si trovasse in fondo a quel foro. La ragazza
dagli occhiali scuri teneva di nuovo il ragazzino per mano, ma questi stava il più
discosto possibile, per paura che qualcuno notasse la sua negligenza, come il
medico, che fiutò, Qui c'è puzza di urina, e la moglie ritenne di dover confermare
l'impressione, Sì, veramente c'è puzza, non poteva dire che veniva dai gabinetti
perché ne erano ancora lontani, e, dovendo comportarsi come se fosse cieca,
tantomeno avrebbe potuto dire che l'odore veniva dai calzoni bagnati del ragazzo.
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Erano già d'accordo, tanto le donne quanto gli uomini, che, una volta
arrivati ai gabinetti, sarebbe stato il ragazzo a scaricarsi per primo, ma alla fine gli
uomini entrarono insieme, senza badare a urgenze o età, l'orinatoio era collettivo,
per forza in un posto del genere, e le latrine pure. Le donne rimasero davanti alla
porta, si dice che resistano meglio, ma tutto ha i suoi limiti, di lì a momenti la
moglie del medico suggerì, Forse c'è qualche altro gabinetto, ma la ragazza dagli
occhiali scuri disse, Per me, posso aspettare, E anch'io, disse l'altra, e, dopo un
silenzio, cominciarono a parlare, Com'è che è diventata cieca, Come tutti,
all'improvviso ho cessato di vedere, Era in casa, No, Allora è stato quando è uscita
dall'ambulatorio di mio marito, Più o meno, Cosa vuol dire più o meno, Che non è
stato subito dopo, Ha provato dolore, Per la verità no, quando ho aperto gli occhi
ero cieca, Io no, No cosa, Non avevo gli occhi chiusi, sono diventata cieca nel
momento in cui mio marito è salito sull'ambulanza, Ha avuto fortuna, Chi, Suo
marito, così potrete stare insieme, In tal caso ho avuto fortuna anch'io, Infatti, E
lei, signora, è sposata, No, non lo sono, e d'ora in poi penso che non si sposerà
mai più nessuno, Ma questa cecità è talmente anomala, talmente al di fuori di
quanto la scienza conosce, che non potrà durare sempre, E se dovessimo
rimanere così per il resto della vita, Noi, Tutti quanti, Sarebbe terribile, un mondo
di ciechi, Non voglio neanche immaginarlo.
Il ragazzino strabico fu il primo a uscire dal gabinetto, non c'era neanche
bisogno che vi entrasse. Aveva i calzoni arrotolati fino a metà gamba e si era tolto
le calze. Disse, Sono qui, la mano della ragazza dagli occhiali scuri si mosse subito
in direzione della voce, non ci azzeccò alla prima né alla seconda, alla terza
incontrò la mano incerta del ragazzo. Di lì a poco comparve il medico, subito dopo
il primo cieco, uno dei due domandò, Dove siete, la moglie del medico teneva già
il marito per un braccio, l'altro fu sfiorato e poi afferrato dalla ragazza dagli
occhiali scuri. Il primo cieco, per alcuni secondi, non ebbe nessuno a sostenerlo,
poi qualcuno gli mise la mano su una spalla. Ci siamo tutti, domandò la moglie del
medico, Quello della gamba si è fermato per un altro bisogno, rispose il marito.
Allora la ragazza dagli occhiali scuri disse, Forse c'è qualche altro gabinetto,
comincio ad avere qualche problema, scusate, Andiamo a cercare, disse la moglie
del medico, e si allontanarono tenendosi per mano. Passati una decina di minuti,
avevano trovato un ambulatorio di visita dove c'era un servizio igienico. Il ladro
era uscito dal gabinetto, si lamentava per il freddo e i dolori alla gamba. Rifecero
la fila nello stesso ordine con cui erano venuti e, con meno lavoro di prima e
nessun incidente, tornarono nella camerata. Con destrezza, senza darlo a vedere,
la moglie del medico li aiutò a raggiungere ciascuno il proprio letto. Ancora fuori
della camerata, come se si trattasse di un qualcosa ormai ovvio per tutti, ricordò
che il modo più facile per ritrovare il proprio posto era di contare i letti partendo
dall'entrata, I nostri, disse, sono gli ultimi del lato destro, il diciannove e il venti. Il
primo a procedere nella corsia fu il ladro. Era quasi nudo, tremava, desiderava
alleggerire la gamba dolente, motivi sufficienti perché gli dessero la precedenza.
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Cominciò ad avanzare di letto in letto, tastando il pavimento in cerca della valigia,
e quando la riconobbe disse ad alta voce, Eccola, e aggiunse Quattordici, Da che
lato, domandò la moglie del medico, Sinistro, rispose, di nuovo vagamente
sorpreso, come se lei avesse dovuto saperlo senza necessità di domandarlo. Il
primo cieco fu il successivo. Sapeva che il suo letto era il secondo partendo da
quello del ladro, stesso lato. Non aveva più paura di dormirgli accanto, con la
gamba in quello stato, a giudicare dai gemiti e dai sospiri, al diavolo l'altro guaio.
Disse quando arrivò, Sedici, sinistro, e si coricò vestito. Allora la ragazza dagli
occhiali scuri chiese a voce bassa, Aiutateci a stare vicino a voi, di fronte, dall'altro
lato, lì staremmo bene. Avanzarono tutti e quattro insieme e rapidamente si
sistemarono. Trascorsi alcuni minuti il ragazzino strabico disse, Ho fame, e la
ragazza dagli occhiali scuri mormorò, Domani, domani mangeremo, adesso dormi.
Poi aprì la valigetta, cercò la boccetta che aveva comprato in farmacia. Si tolse gli
occhiali, reclinò il capo all'indietro e, con gli occhi bene aperti, guidando una
mano con l'altra, fece gocciolare il collirio. Non tutte le gocce finirono negli occhi,
ma la congiuntivite, così curata, sarebbe guarita ben presto.
Devo aprire gli occhi, pensò la moglie del medico. Attraverso le palpebre
chiuse, quando più volte si era svegliata durante la notte, aveva percepito lo
smorto chiarore delle lampadine che a stento illuminavano la camerata ma
adesso le sembrava di notare una differenza, un'altra presenza luminosa, era
forse l'effetto delle prime luci dell'alba, ma forse era già il mare di latte che le
stava invadendo gli occhi. Si disse fra sé e sé che avrebbe contato fino a dieci e
poi, alla fine, disserrato le palpebre, due volte se lo ripeté, due volte contò, due
volte non le aprì. Udiva il respiro profondo del marito nel letto accanto, e ancora il
russare di qualcuno, Come andrà la gamba di quel tipo, si domandò, ma sapeva
che in quel momento non si trattava di compassione autentica, voleva piuttosto
fingere un'altra preoccupazione, voleva non essere costretta ad aprire gli occhi.
Che si aprirono l'attimo dopo, semplicemente, non perché lei lo avesse deciso.
Dalle finestre, che partivano a metà della parete e arrivavano a un palmo dal
soffitto, entrava la luce opaca e azzurrata del primo mattino. Non sono cieca,
mormorò, e subito allarmata si sollevò sul letto, la ragazza dagli occhiali scuri che
occupava la branda di fronte poteva aver sentito. Dormiva. Nel letto accanto,
appoggiato alla parete, anche il ragazzino dormiva, Ha fatto come me, pensò la
moglie del medico, gli ha dato il posto più riparato, ben fragili muraglie saremmo,
un semplice sasso in mezzo alla strada, con la sola speranza che il nemico
inciampi, quale nemico, qui non verrà nessuno ad attaccarci, potremmo aver
rubato e assassinato, ma non verrebbero certo ad arrestarci, quel tipo che ha
rubato la macchina non dev'essere mai stato tanto sicuro della propria libertà,
siamo talmente lontani dal mondo che fra poco cominceremo a non saper più chi
siamo, neanche abbiamo pensato a dirci come ci chiamiamo, e a che scopo, a
cosa ci sarebbero serviti i nomi, nessun cane ne riconosce un altro, o si fa
riconoscere, dal nome che gli hanno imposto, è dall'odore che identifica o si fa
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identificare, noi, qui, siamo come un'altra razza di cani, ci conosciamo dal modo di
abbaiare, di parlare, il resto, lineamenti, colore degli occhi, della pelle, dei capelli,
non conta, è come se non esistesse, io vedo ancora, ma fino a quando. La luce si
alterò leggermente, non poteva essere di nuovo la notte che tornava, forse era il
cielo che si annuvolava, ritardando il mattino. Dal letto del ladro venne un gemito,
Se la ferita si è infettata, pensò la moglie del medico, non abbiamo niente per
medicarlo, nessun rimedio, il minimo incidente, in queste condizioni, può
trasformarsi in tragedia, probabilmente è proprio quanto si aspettano, che
finiamo tutti uno dopo l'altro, morta la bestia addio veleno. La moglie del medico
si alzò dal letto, si chinò sul marito, stava per svegliarlo, ma non ebbe il coraggio
di strapparlo al sonno e restituirlo alla coscienza di essere ancora cieco. Scalza, un
passo dopo l'altro, andò fino al letto del ladro. Costui aveva gli occhi aperti, fissi.
Come si sente, sussurrò la moglie del medico. Il ladro mosse il capo in direzione
della voce e disse, Male, la gamba mi fa molto male, lei stava per dirgli, Mi lasci
vedere, ma tacque in tempo, che imprudenza, fu lui, invece, a comportarsi come
se non si fosse ricordato che lì c'erano soltanto ciechi, agì senza pensare, come
avrebbe fatto ancora qualche ora prima se un medico, là fuori, gli avesse detto,
Me la faccia vedere, e sollevò la coperta. Anche in quella penombra, chi avesse
potuto utilizzare un minimo gli occhi avrebbe potuto vedere il materasso
inzuppato di sangue, il foro nero della ferita dai bordi rigonfi. La fasciatura si era
slegata. La moglie del medico abbassò con cura la coperta, poi, con un gesto lieve
e rapido, gli sfiorò con la mano la fronte. La pelle, secca, scottava. La luce si alterò
di nuovo, le nuvole si erano allontanate. La moglie del medico tornò alla propria
branda, ma non si coricò. Guardava il marito che mormorava sognando, le altre
sagome sotto i copriletti grigi, le pareti sporche, i letti vuoti in attesa, e
serenamente desiderò di essere cieca anche lei, di attraversare la pellicola
invisibile delle cose e passare al loro interno, verso la propria folgorante e
irrimediabile cecità.
All'improvviso, proveniente dall'esterno della camerata, probabilmente
dall'atrio che separava le due ali anteriori dell'edificio, si udì un rumore di voci
violente, Fuori, fuori, Andate via, Sparite, Qui non potete restare, Dovete
rispettare gli ordini. Il tumulto crebbe, diminuì, una porta si chiuse
fragorosamente, adesso si udiva solo qualche singhiozzo addolorato, il rumore
inconfondibile di qualcuno che inciampa. Nella camerata erano tutti svegli.
Tenevano il capo rivolto verso l'entrata, non avevano bisogno di vedere per
sapere che stavano entrando dei ciechi. La moglie del medico si alzò,
istintivamente sarebbe andata ad aiutare i nuovi arrivati, a rivolger loro una
parola gentile, a guidarli fino alle brande, a informarli, Ne prenda nota, questo è il
sette lato sinistro, questo è il quattro lato destro, non si sbagli, sì, qui siamo in sei,
siamo venuti ieri, sì, siamo stati i primi, i nomi, cosa importano i nomi, uno, penso
abbia rubato, un altro è stato derubato, c'è una ragazza misteriosa dagli occhiali
scuri che si mette il collirio negli occhi per curare una congiuntivite, come faccio,
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se sono cieca, a sapere che gli occhiali sono scuri, beh, mio marito è oculista ed è
stata al suo ambulatorio, sì, anche lui è qui, è toccato a tutti, ah, è vero, c'è anche
quel ragazzino strabico. Non si mosse, ma disse al marito, Stanno arrivando. Il
medico si alzò dal letto, la moglie lo aiutò a indossare i pantaloni, non aveva
importanza, nessuno poteva vedere, in quel momento cominciarono a entrare i
ciechi, erano cinque, tre uomini e due donne. Il medico disse, alzando la voce,
State calmi, non vi precipitate, qui siamo in sei, voi quanti siete, c'è posto per
tutti. Loro non sapevano quanti erano, certo, si erano toccati a vicenda, a volte
scontrandosi, mentre li spingevano dall'ala sinistra verso questa, ma non
sapevano quanti erano. E non portavano bagaglio. Quando, nella camerata, si
erano svegliati ciechi e avevano cominciato perciò a lamentarsi, gli altri li avevano
messi fuori senza pensarci due volte, senza neanche dar loro il tempo di
congedarsi da un parente o da un amico che fosse lì con loro. Disse la moglie del
medico, Sarà meglio che cominciate a contarvi, e che ciascuno dica chi è.
Immobili, i ciechi esitarono, ma qualcuno doveva pur iniziare, due uomini
parlarono contemporaneamente, capita sempre, tacquero tutti e due, e fu il terzo
a cominciare, Uno, fece una pausa, sembrava stesse per dire il proprio nome, ma
invece disse, Sono un poliziotto, e la moglie del medico pensò, Non ha detto come
si chiama, saprà anche lui che qui non ha importanza. Si stava già presentando un
altro, Due, e seguì l'esempio del primo, Sono un autista di tassì. Il terzo disse, Tre,
sono commesso di farmacia. Poi una donna, Quattro, sono una cameriera
d'albergo, e l'ultima, Cinque, sono un'impiegata. è mia moglie, mia moglie, gridò il
primo cieco, dove sei, dimmi dove sei, Qui, sono qui, diceva lei piangendo e
camminando vacillante per la corsia, con gli occhi spalancati, le mani in lotta
contro il mare di latte in cui entravano. Più sicuro, lui avanzò verso di lei, Dove sei,
dove sei, adesso mormorava come se pregasse. Una mano incontrò l'altra, un
istante dopo erano abbracciati, un corpo solo, i baci cercavano i baci, a volte si
perdevano nel vuoto perché non sapevano dov'erano i visi, gli occhi, la bocca. La
moglie del medico si aggrappò al marito, singhiozzando come se lo avesse
ritrovato anche lei, ma diceva, Che disgrazia, la nostra, che iattura. Allora si udì la
voce del ragazzino strabico domandare, C'è anche mia madre. Seduta sul letto, la
ragazza dagli occhiali scuri mormorò, Verrà, non ti preoccupare, che verrà.
Qui, la vera casa di ognuno è il posto dove dorme, perciò niente di strano
che la prima preoccupazione dei nuovi arrivati sia stata quella di scegliere il letto,
proprio come avevano fatto nell'altra camerata, quando ancora avevano occhi
per vedere. Nel caso della moglie del primo cieco non potevano esserci dubbi, per
lei il luogo giusto e naturale era accanto al marito, letto diciassette, con il diciotto
vuoto in mezzo, come uno spazio di separazione dalla ragazza dagli occhiali scuri.
Come del resto non c'è da sorprendersi che cerchino tutti di stare il più possibile
uniti, ci sono molte affinità fra loro, alcune già note, altre che si riveleranno
adesso, il commesso di farmacia, per esempio, è colui che ha venduto il collirio
alla ragazza dagli occhiali scuri, nel tassì di questo autista il primo cieco è andato
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dal medico, quest'uomo che ha dichiarato di essere un poliziotto ha trovato il
ladro cieco che piangeva come un bambino smarrito, e quanto alla cameriera
d'albergo, è stata la prima persona a entrare in camera quando la ragazza dagli
occhiali scuri è scoppiata a gridare. Certamente, non tutte queste affinità saranno
esplicitate e rese note, sia per mancanza di occasione, sia perché non
s'immaginava neanche che potessero esistere, e sia per una semplice questione di
sensibilità e tatto. La cameriera d'albergo non se lo sognerà neppure che possa
esser qui la donna che ha visto nuda, del commesso si sa che ha servito altri
clienti che portavano un paio di occhiali scuri e hanno comprato un collirio, al
poliziotto nessuno sarà così imprudente da denunciare la presenza di uno che ha
rubato un'automobile, l'autista giurerebbe di non aver trasportato, in questi
ultimi giorni, nessun cieco nel suo tassì. Naturalmente, il primo cieco ha già detto
alla moglie, con voce sussurrata, che uno dei ricoverati è quel furfante che gli ha
portato via la macchina, Pensa un po' che coincidenza, ma, siccome intanto ha
saputo che il povero diavolo sta male per quella ferita alla gamba, ha avuto la
generosità di aggiungere, Come castigo, basta. E lei, per la gran tristezza di essere
cieca e la gran gioia di aver recuperato il marito, la gioia e la tristezza possono
fondersi, non sono come l'acqua e l'olio, non si è neanche ricordata di quanto
aveva detto due giorni prima, che avrebbe dato un anno di vita perché il
mascalzone, parole sue, diventasse cieco. E se un'ultima ombra di rancore le
ottenebrava ancora lo spirito, questa si dissipò di certo quando il ferito gemette
miserevolmente, Dottore, per favore, mi aiuti. Facendosi guidare dalla moglie, il
medico gli toccava delicatamente i bordi della ferita, non poteva far altro, e
neanche valeva la pena di lavarla, l'infezione poteva essere dovuta alla profonda
stoccata con un tacco di scarpa che era stato a contatto con il suolo sia per la
strada che qui dentro, ma anche ad agenti patogeni molto probabilmente
presenti nell'acqua stagnante, proveniente da tubature vecchie e in pessimo
stato. La ragazza dagli occhiali scuri, che si era alzata nell'udire il gemito, si
avvicinò pian piano, contando i letti. Si chinò in avanti, tese la mano, sfiorò il viso
della moglie del medico, e poi, raggiunta senza sapere come la mano del ferito,
che scottava, disse contrita, Le chiedo perdono, è stata tutta colpa mia, non c'era
bisogno di fare quel che ho fatto, Lasci perdere, rispose l'uomo, sono cose che
accadono nella vita, anch'io ho fatto quel che non si doveva fare.
Quasi sovrapponendosi alle ultime parole, si udì la voce aspra
dell'altoparlante, Attenzione, attenzione, si avvisa che il cibo è stato depositato
all'ingresso, unitamente ai prodotti per l'igiene e la pulizia, per primi escano i
ciechi a ritirarlo, l'ala dei contaminati sarà informata quando sarà il momento,
attenzione, attenzione, il cibo è stato depositato all'ingresso, per primi escano i
ciechi, i ciechi per primi. Confuso per la febbre, il ferito non colse tutte le parole,
credette che li facessero uscire, che la reclusione fosse terminata, e fece un
movimento per alzarsi, ma la moglie del medico lo trattenne, Dove va, Non ha
sentito, domandò lui, hanno detto ai ciechi di uscire, Sì, ma per andare a ritirare il
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cibo. Il ferito fece, Ah, demoralizzato, e di nuovo sentì il dolore rimescolargli le
carni. Disse il medico, Restate qui, andrò io, Vengo con te, disse la moglie. Mentre
stavano per uscire dalla camerata, uno del gruppo proveniente dall'altra ala
domandò, Chi è costui, la risposta venne dal primo cieco, è medico, un medico
degli occhi, Questa è la più bella che ho sentito in vita mia, disse l'autista, guarda
un po' se ci doveva toccare l'unico medico che non ci servirà a niente, Ci è toccato
anche un autista che non ci porterà da nessuna parte, ribatté con sarcasmo la
ragazza dagli occhiali scuri.
La cassa con il cibo era nell'atrio. Il medico chiese alla moglie, Guidami fino
alla porta d'ingresso, A che scopo, Vado a dirgli che abbiamo una persona con una
grave infezione e non ci sono medicine, Ricordati dell'avviso, Sì, ma forse davanti
a un caso concreto, Ne dubito, Anch'io, ma è nostro dovere tentare. Sul
pianerottolo la luce del giorno stordì la donna, e non perché fosse troppo intensa,
nel cielo si muovevano nuvole scure, forse stava per piovere, In pochissimo
tempo ho perduto l'abitudine al chiarore, pensò. Nello stesso istante un soldato
gridò loro dal portone, Alt, tornate indietro, ho ordine di sparare, e subito dopo,
con lo stesso tono, puntando l'arma, Sergente, qui ce ne sono alcuni che vogliono
uscire, Non vogliamo uscire, negò il medico. Ve lo consiglio caldamente, disse il
sergente mentre si avvicinava, e, spuntando dietro le grate del portone,
domandò, Cosa c'è, Uno si è ferito a una gamba e presenta un'infezione
conclamata, ci servono immediatamente antibiotici e altri medicinali, Gli ordini
che ho sono molto chiari, uscire, non esce nessuno, entrare, solo cibo, Se
l'infezione si aggrava, il che avverrà di certo, il caso può divenire rapidamente
fatale, Non mi riguarda, Allora lo comunichi ai suoi superiori, Senta un po', signor
cieco, adesso gliela comunico io una cosa a lei, o ve ne tornate immediatamente
là da dove siete venuti, o vi beccate una pallottola, Andiamo, disse la moglie, non
c'è niente da fare, non è colpa loro, hanno una gran paura e obbediscono agli
ordini, Non voglio credere che stia accadendo per davvero, è contrario a ogni
principio umanitario, Farai meglio a crederci, perché non ti sei mai trovato
davanti a una verità tanto evidente, Siete ancora lì, urlò il sergente, conterò fino a
tre, se al tre non sarete scomparsi dalla mia vista state pur certi che non
rientrerete più, uuuno, duuue, treee, ecco fatto, parole benedette, e rivolto ai
soldati, Neanche se fosse mio fratello, senza spiegare a chi si riferiva, all'uomo che
era andato a chiedere i medicinali o all'altro, dalla gamba infettata. Dentro il
ferito domandò se avrebbero mandato le medicine, Come sa che sono andato a
chiederle, domandò il medico, L'ho immaginato, lei è medico, Mi dispiace molto,
Il che vuol dire che le medicine non arrivano, Infatti, Ah, bene.
Il cibo era stato calcolato giusto giusto per cinque persone. C'erano
bottiglie di latte e biscotti, ma chi aveva calcolato le razioni si era dimenticato dei
bicchieri, e non c'erano neanche piatti, né posate, probabilmente sarebbero
arrivati con il pranzo. La moglie del medico andò a dare qualcosa da bere al ferito,
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ma questi vomitò. L'autista protestò che il latte non gli piaceva, chiedendo se non
ci fosse un po' di caffè. Alcuni, dopo aver mangiato, si coricarono di nuovo, il
primo cieco portò la moglie a conoscere i posti, furono gli unici a uscire dalla
camerata. Il commesso chiese di parlare col dottore, voleva sapere se questi, sulla
malattia, si era già fatto un'opinione, Non credo la si possa definire in senso
stretto una malattia, cominciò col precisare il medico, e poi, semplificando molto,
riassunse quanto aveva scoperto sui libri prima di diventare cieco. Alcuni letti più
avanti, l'autista ascoltava con attenzione, e quando il medico terminò il suo
resoconto, disse, Si saranno ostruiti i canali che vanno dagli occhi al midollo
spinale, ci scommetto che è così, Che animale, borbottò indignato il commesso,
Chissà, sorrise il medico involontariamente, in realtà gli occhi non sono che lenti,
obiettivi, è il cervello che vede realmente, proprio come l'immagine compare sulla
pellicola, e se i canali si sono ostruiti, come ha detto quel signore, è lo stesso che
un carburatore, se la benzina non ce la fa ad arrivarci il motore non funziona e la
macchina non va, Niente di più semplice come vede, disse il medico al commesso
di farmacia. E quanto tempo pensa, dottore, che dovremo rimanere qui,
domandò la cameriera d'albergo, Per lo meno finché saremo incapaci di vedere, E
per quanto tempo, Francamente penso che non lo sappia nessuno, è una cosa
passeggera, o durerà per sempre, Magari lo sapessi. La cameriera sospirò e, dopo
alcuni istanti, disse, Anch'io vorrei sapere che cosa è successo a quella ragazza,
Quale ragazza, domandò il commesso, Quella dell'albergo, che impressione mi ha
fatto, lì in mezzo alla stanza, nuda com'è venuta al mondo, portava solo un paio di
occhiali scuri, e gridava che era cieca, sarà stata sicuramente lei ad attaccarmi la
cecità. La moglie del medico guardò, vide la ragazza togliersi gli occhiali
lentamente, celando il movimento, poi li infilò sotto il cuscino mentre domandava
al ragazzino strabico, Vuoi un altro biscotto. Per la prima volta da quando era
entrata qui dentro, la moglie del medico si sentì come se, a un microscopio,
stesse osservando il comportamento di certi esseri che non potevano neanche
sospettare la sua presenza, e questo le parve improvvisamente indegno, osceno,
Non ho il diritto di guardare se gli altri non possono guardare me, pensò. Con
mano tremante, la ragazza si mise alcune gocce di collirio. Avrebbe pur sempre
potuto dire che non erano lacrime quello che le stava colando giù dagli occhi.
Quando, alcune ore dopo, l'altoparlante annunciò che si poteva andare a
ritirare il pranzo, il primo cieco e l'autista si offrirono volontari per una missione in
cui di fatto gli occhi non erano indispensabili, bastava il tatto. Le casse erano
lontane dalla porta che collegava l'atrio al corridoio, per trovarle dovettero
camminare a quattro zampe, spazzando il pavimento davanti a loro con un
braccio teso, mentre l'altro fungeva da terza zampa, e non ebbero difficoltà a
rientrare nella camerata solo perché la moglie del medico aveva avuto l'idea,
prudentemente giustificata adducendo la propria esperienza, di strappare a
strisce un copriletto e farne una specie di corda, un capo fissato alla maniglia
esterna della porta della camerata mentre l'altro veniva legato di volta in volta
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alla caviglia di chi dovesse uscire per andare a ritirare da mangiare. Andarono i
due uomini, arrivarono i piatti e le posate, ma il vitto continuava a essere per
cinque, molto probabilmente il sergente al comando del picchetto di guardia non
sapeva che c'erano altri sei ciechi, dal momento che dall'esterno del portone,
pure stando attenti a ciò che stava accadendo all'interno della porta principale,
solo casualmente, nell'ombra dell'atrio, si sarebbero viste passare le persone da
un'ala all'altra. L'autista si offrì di andare a reclamare il cibo mancante, e si avviò
da solo, non volle compagnia, Mica siamo cinque, siamo undici, urlò ai soldati, e
lo stesso sergente rispose, State tranquilli, sarete molti di più, e lo disse con un
tono che all'autista dovette sembrare di scherno, considerando le parole che
pronunciò tornando in camerata, Era come se mi stesse prendendo in giro.
Spartirono il cibo, cinque razioni divise per dieci, giacché il ferito continuava a non
voler mangiare, chiedeva solo un po' d'acqua, se per favore gli bagnavano le
labbra. La sua pelle scottava. Siccome non riusciva a sopportare a lungo il
contatto e il peso della coperta sulla ferita, di tanto in tanto scopriva la gamba,
ma l'aria fredda della camerata lo obbligava, dopo un attimo, a coprirsi di nuovo,
e così per ore. Gemeva a intervalli regolari, con una sorta di rantolo soffocato,
come se il dolore, costante, continuo, fosse improvvisamente aumentato prima
che lui riuscisse ad afferrarlo e a trattenerlo al limite del sopportabile.
A metà pomeriggio entrarono altri tre ciechi, cacciati dall'altra ala. Una era
l'impiegata dell'ambulatorio, che la moglie del medico riconobbe
immediatamente, e gli altri, così aveva stabilito il destino, erano l'uomo con cui la
ragazza dagli occhiali scuri si era incontrata nell'albergo e quel volgare poliziotto
che l'aveva condotta a casa. Ebbero solo il tempo di raggiungere i letti e di
sedervisi, a casaccio, l'impiegata dell'ambulatorio piangeva disperatamente, i due
uomini tacevano, come se ancora non riuscissero a rendersi conto di cosa gli era
capitato. Improvvisamente si udirono, provenienti dalla strada, grida confuse,
ordini impartiti fra gli urli, un furioso schiamazzo. I ciechi della camerata
voltarono tutti la faccia verso la porta, in attesa. Non potevano vedere, ma
sapevano cosa sarebbe accaduto nei minuti seguenti. La moglie del medico,
seduta sul letto accanto al marito, disse a bassa voce, Era inevitabile, l'inferno
preannunciato sta iniziando. Lui le strinse la mano e mormorò, Non ti allontanare,
da ora in poi non potrai fare niente. Le grida erano scemate, adesso si udivano
rumori confusi nell'atrio, erano i ciechi, condotti in gregge, che si scontravano gli
uni contro gli altri, si pigiavano nel vano delle porte, alcuni avevano perso
l'orientamento e andarono a finire in altre camerate, ma per la maggior parte,
inciampando, a grappoli o sparsi, agitando penosamente le mani come chi sta
affogando, entrarono nella camerata come un turbine, quasi fossero sospinti da
una rotatrice. Qualcuno cadde, fu calpestato. Imprigionati nella corsia stretta, i
ciechi, a poco a poco, cominciarono a debordare negli spazi fra le brande, e lì,
come un'imbarcazione che in mezzo a un temporale è riuscita finalmente a
entrare in porto, prendevano possesso del loro personale ormeggio, che era il
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letto, e protestavano che non c'entrava più nessuno, che i ritardatari andassero a
cercare altrove. Laggiù dal fondo, il medico urlò che c'erano altre camerate, ma
quei pochi rimasti senza letto avevano paura di perdersi nel labirinto che
s'immaginavano, sale, corridoi, porte chiuse, scale che si sarebbero rivelate solo
all'ultimo momento. Alla fine capirono che lì non potevano restare, e,
riguadagnando penosamente la porta da cui erano entrati, si avventurarono
nell'ignoto. Come alla ricerca di un ultimo e ancora sicuro rifugio, i ciechi del
secondo gruppo, quello di cinque, erano riusciti a occupare le brande che, fra loro
e quelli del primo gruppo, erano rimaste vuote. Solo il ferito restò isolato, senza
protezione, nel letto quattordici, lato sinistro.
Un quarto d'ora dopo, a parte un po' di pianti, un po' di lamentele, un po' di
rumori discreti di riordino, la calma, non la tranquillità, tornò nella camerata.
Tutte le brande adesso erano occupate. Il pomeriggio stava per concludersi, le
lampadine smorte parvero acquistare forza. Allora si udì la voce secca
dell'altoparlante. Come era stato annunciato il primo giorno, stava ripetendo le
istruzioni sul funzionamento delle camerate e le norme cui gli internati avrebbero
dovuto obbedire, Al Governo rincresce di essere stato costretto a esercitare
energicamente quello che considera suo diritto e dovere, proteggere con tutti i
mezzi la popolazione nella crisi che stiamo attraversando, eccetera, eccetera.
Quando la voce tacque, si levò un coro indignato di proteste, Siamo rinchiusi,
Moriremo tutti qui, Il diritto non esiste, Dove sono i medici che ci avevano
promesso, ecco una novità, le autorità avevano promesso medici, assistenza,
fors'anche una cura completa. Il medico non disse che, se avessero avuto bisogno
di un medico, c'era lui. Non lo avrebbe detto mai più. A un medico non bastano le
mani, un medico cura con farmaci, droghe, composti chimici, combinazioni di
questo e di quello, e qui non ce n'è traccia, né c'è la speranza di ottenerne. Non
aveva neanche gli occhi per notare un pallore, per osservare un rossore della
circolazione periferica, tante volte, senza necessità di ulteriori e minuziosi esami,
quei segnali esteriori equivalevano a una storia clinica completa, o la colorazione
delle mucose e dei pigmenti, con altissima probabilità di far centro, Stavolta non
la scampi. Siccome le brande vicine erano tutte occupate, la moglie non poteva
più continuare a raccontargli ciò che succedeva, ma lui avvertiva l'ambiente
pesante, teso, ormai ai limiti di un conflitto, che si era creato dopo l'arrivo degli
ultimi ciechi. Perfino l'atmosfera della camerata sembrava ispessita, percorsa da
odori pesanti, lenti, con improvvise correnti nauseabonde, Come sarà fra una
settimana, si domandò, ed ebbe paura di immaginare che di lì a una settimana
potessero essere ancora rinchiusi in quel posto, Ammettendo che non ci siano
difficoltà nel rifornimento di cibo, e non è sicuro che non ve ne siano, dubito, per
esempio, che là fuori sappiano in ogni momento quanti siamo qui dentro, qui si
tratta di come si risolveranno i problemi igienici, e non parlo di come ci laveremo,
ciechi da pochi giorni e senza l'aiuto di nessuno, o se le docce funzioneranno e per
quanto tempo, ma parlo del resto, dei resti, basta una latrina intasata, una
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soltanto, e questo posto si trasforma in una cloaca. Si strofinò il viso con le mani,
sentì l'asperità della barba di tre giorni, Meglio così, spero non abbiano la cattiva
idea di mandarci lamette o forbici. Aveva in valigia tutto quanto gli poteva servire
per farsi la barba, ma era consapevole che farsela sarebbe stato un errore, E
dove, dove, non qui nella camerata, in mezzo a tutta questa gente, certo,
potrebbe rasarmi lei, ma gli altri non tarderebbero ad accorgersene e
troverebbero strano che ci sia qualcuno capace di prestare queste cure, e là
dentro, nelle docce, con quella confusione, mio Dio, quanto ci mancano gli occhi,
vedere, vedere, sia pur appena delle vaghe ombre, stare davanti a uno specchio,
guardare una macchia scura diffusa e poter dire, Quella è la mia faccia, ciò che ha
luce non mi appartiene.
Le proteste cessarono a poco a poco, comparve qualcuno proveniente
dall'altra camerata a domandare se fosse avanzato un po' di cibo, chi gli rispose fu
l'autista di tassì, Neanche una briciola, mentre il commesso, per dimostrare un po'
di buona volontà, attenuò la perentoria negazione, Può darsi ne venga dell'altro.
Non sarebbe venuto. Si fece buio. Dall'esterno, né cibo né parole. Si udirono degli
urli nella camerata accanto, poi il silenzio, se qualcuno piangeva lo faceva
sommessamente, il pianto non attraversava le pareti. La moglie del medico andò
a vedere come stava il malato, Sono io, gli disse, e sollevò con cautela la coperta.
La gamba aveva un aspetto spaventoso, tutta gonfia fino alla coscia, e la ferita, un
cerchio nero dai margini violacei, sanguinolenti, si era molto allargata, come se la
carne fosse stata respinta all'interno. Emanava un odore fetido e, al tempo stesso,
dolciastro. Come si sente, domandò la moglie del medico, Grazie per essere
venuta, Mi dica come si sente, Male, Ha dolori, Sì, e no, Si spieghi meglio, Mi
duole, ma è come se la gamba non fosse mia, sembra separata dal corpo, non so
spiegarle, è un'impressione strana, come se me ne stessi qui sdraiato e vedessi la
gamba dolermi, è a causa della febbre, Sarà, Adesso cerchi di dormire. La moglie
del medico gli mise la mano sulla fronte, poi fece per ritirarsi, ma non ebbe
neppure il tempo di dargli la buonanotte, il malato l'afferrò per un braccio e
l'attirò verso di sé, costringendola ad avvicinare il viso, Io lo so che lei ci vede,
disse a voce bassissima. La moglie del medico rabbrividì per la sorpresa e
mormorò, Si sbaglia, dove è andata a pescarla questa idea, ci vedo come tutti
quelli che si trovano qui dentro, Non cerchi di ingannarmi, so benissimo che lei ci
vede, ma stia tranquilla, non lo dirò a nessuno, Dorma, dorma, Non ha fiducia in
me, Certo che sì, Non si fida della parola di un ladro, Le ho detto di sì, Allora
perché non mi dice la verità, Ne parliamo domani, adesso dorma, Sì, sì, domani,
se ci arriverò, Non dobbiamo pensare al peggio, Io ci penso, o forse è la febbre
che sta pensando per me. La moglie del medico tornò dal marito e gli sussurrò
all'orecchio, La ferita ha un aspetto orribile, sarà cancrena, In così poco tempo,
non mi sembra probabile, Comunque sia, sta molto male, E noi qui, disse il
medico con un tono di voce volutamente udibile, non ci basta essere ciechi, è
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come se ci avessero legato mani e piedi. Dal letto quattordici, lato sinistro, il
malato rispose, A me non mi lega nessuno, dottore.
Passarono le ore, uno dopo l'altro i ciechi si addormentarono. Alcuni si
erano coperti anche la testa, come se desiderassero che l'oscurità, un'oscurità
autentica, una nera oscurità potesse spegnere definitivamente quei soli offuscati
in cui si erano trasformati i loro occhi. Le tre lampadine appese all'alto soffitto,
fuori dalla loro portata, diffondevano sopra le brande una luce sporca, giallastra,
che non riusciva neanche a creare delle ombre. Quaranta persone dormivano o
tentavano disperatamente di addormentarsi, alcune sospiravano e mormoravano
sognando, forse vedevano in sogno ciò che sognavano, forse dicevano, Se questo
è un sogno, non voglio svegliarmi. I loro orologi erano tutti fermi, si erano
dimenticati di caricarli o avevano pensato che non ne valesse la pena, solo quello
della moglie del medico continuava a funzionare. Erano le tre del mattino passate.
Più in là, molto lentamente, appoggiandosi sui gomiti, il ladro della macchina
sollevò il busto. Non sentiva la gamba, c'era solo il dolore, il resto non gli
apparteneva più. L'articolazione del ginocchio si era irrigidita. Rotolò con il corpo
dalla parte della gamba sana, che lasciò pendere fuori dal letto, poi, tenendosi la
coscia con le mani, tentò di spostare la gamba ferita nello stesso senso. Come un
branco di lupi improvvisamente risvegliati, i dolori accorsero da tutte le direzioni
per rientrare subito dopo nel lugubre cratere cui si alimentavano. Appoggiandosi
sulle mani, trascinò a poco a poco il corpo lungo il materasso, verso la corsia.
Quando raggiunse l'alzata ai piedi del letto, dovette riposare. Respirava con
difficoltà, come se soffrisse di asma, il capo gli oscillava sulle spalle, a stento
riusciva a reggerlo. Nel giro di qualche minuto il respiro si fece più regolare, e lui
cominciò ad alzarsi lentamente, appoggiandosi sulla gamba sana. Sapeva che
l'altra non gli sarebbe servita a niente, avrebbe dovuto trascinarsela dietro. Ebbe
un capogiro, un tremore irreprimibile gli squassò il corpo, il freddo e la febbre gli
fecero serrare i denti. Reggendosi alle sbarre dei letti, passando dall'uno all'altro
come attraverso una rete, pian piano avanzò fra i ciechi addormentati. Si tirava
appresso la gamba ferita come un sacco. Nessuno gli badò, nessuno gli domandò,
Dove va a quest'ora, se lo avessero fatto avrebbe saputo cosa rispondere, Vado a
pisciare, avrebbe detto, ma non voleva che fosse la moglie del medico a
interpellarlo, lei non avrebbe potuto ingannarla, non avrebbe potuto mentirle,
avrebbe dovuto dirle che cosa aveva in mente, Non posso continuare a marcire
qui, riconosco che suo marito ha fatto il possibile, ma quando dovevo rubare una
macchina io, mica lo andavo a chiedere a un altro di rubarla per me, ora la
situazione è la stessa, sono io che devo andare, quando mi vedranno in questo
stato si renderanno conto immediatamente che sto male, così mi mettono su
un'ambulanza e via all'ospedale, ci sarà pure qualche ospedale riservato ai ciechi,
uno in più non gli fa differenza, poi mi medicano la gamba, mi curano, ho sentito
dire che si fa anche con i condannati a morte, se hanno un'appendicite li operano,
e poi li ammazzano, perché muoiano in salute, quanto a me, se vogliono, possono
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pure riportarmi qui, non me ne importa. Continuò ad avanzare, serrando i denti
per non gemere, ma non riuscì a reprimere un singulto straziante quando,
arrivato all'estremità della fila, perse l'equilibrio. Aveva sbagliato il conteggio dei
letti, se ne aspettava un altro, e invece c'era il vuoto. Caduto per terra, non si
mosse finché non ebbe la certezza che nessuno si era svegliato al rumore della
caduta.
Poi pensò che quella posizione fosse decisamente adatta a un cieco,
avanzando a quattro zampe avrebbe potuto trovare più facilmente la strada. Si
trascinò così fino a raggiungere l'atrio, lì si fermò per pensare al procedimento da
seguire, se magari era meglio chiamare dalla porta, o accostarsi al cancello
approfittando della corda che era servita da corrimano e che certamente doveva
esserci ancora. Sapeva benissimo che, se avesse chiamato da lì chiedendo aiuto,
gli avrebbero ordinato immediatamente di tornare indietro, ma l'alternativa di
avere come unico sostegno, dopo quello che, malgrado l'appoggio solido dei letti,
aveva passato, una corda molle, oscillante, lo fece esitare. Dopo alcuni minuti
ritenne di aver trovato la soluzione, Procedo gattoni, pensò, mi metto sotto la
corda, ogni tanto alzo la mano per vedere se sono sulla strada giusta, è lo stesso
che rubare una macchina, si trova sempre la maniera. All'improvviso, senza che lo
avesse calcolato, la coscienza si svegliò e lo rimproverò aspramente di essere
stato capace di rubare l'automobile a un povero cieco, Se adesso mi trovo in
questa situazione, ribatté lui, non è perché gli ho rubato la macchina, ma perché
l'ho accompagnato fino a casa, è stato questo il mio grande errore. La coscienza
non era disposta a dibattiti casuistici, le sue ragioni erano semplici e chiare, Un
cieco è sacro, un cieco non lo si deruba, Tecnicamente parlando, non l'ho
derubato, non aveva mica la macchina in tasca, né gli ho puntato una pistola in
faccia, si difese l'accusato, Piantala con i sofismi, borbottò la coscienza, e vai dove
devi andare.
L'aria fredda del primo mattino gli rinfrescò il viso. Come si respira bene
qua fuori, pensò. Gli parve di notare che la gamba gli dolesse molto meno, ma
non ne fu sorpreso, già prima, più di una volta, era accaduta la stessa cosa. Era sul
pianerottolo esterno, ben presto avrebbe raggiunto i gradini, Sarà più complicato,
pensò, scendere con la testa in avanti. Alzò un braccio per accertarsi che la corda
ci fosse ancora, e andò avanti. Proprio come aveva previsto, non era facile
passare da un gradino all'altro, soprattutto per via della gamba, che non lo
aiutava, e la dimostrazione la ebbe subito, quando, a metà scala, siccome una
mano era scivolata su un gradino, il corpo crollò di lato e fu trascinato giù dal peso
morto di quella maledetta gamba. I dolori tornarono istantaneamente, con le
seghe, i trapani, i martelli, neanche lui sapeva come riuscì a non urlare. Per lunghi
minuti rimase lì disteso bocconi, con la faccia per terra. Una raffica di vento,
strisciante, gli fece battere i denti. Indosso non aveva altro che la maglietta e le
mutande. La ferita era completamente a contatto col terreno, e lui pensò, Può
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infettarsi, era un pensiero stupido, non gli venne in mente che se la stava
trascinando così dalla camerata, Beh, non ha importanza, mi medicheranno prima
che s'infetti, pensò poi per tranquillizzarsi, e si mise di lato per raggiungere meglio
la corda. Non la trovò subito. Si era dimenticato che si trovava in posizione
perpendicolare alla corda quando era rotolato giù per la scala, ma l'istinto lo fece
rimanere dov'era. Poi fu il ragionamento che lo guidò a sedersi e a muoversi
lentamente fino a toccare con le reni il primo gradino, e finalmente, provando un
sentimento esultante di vittoria, sentì la rugosità della corda sulla mano alzata.
Probabilmente fu questo stesso sentimento che, subito dopo gli fece scoprire la
maniera di spostarsi senza che la ferita sfiorasse il suolo, mettersi di spalle
rispetto al portone e, usando le braccia a mo' di stampelle, come un tempo
facevano gli storpi, spostare, con piccoli movimenti, il corpo seduto. All'indietro,
sì, perché in questo come in altri casi tirare era ben più facile che spingere. La
gamba, così, non soffriva tanto, e inoltre il dolce pendio del terreno, declinante
verso l'uscita, aiutava. Quanto alla corda, non c'era pericolo di perderla, quasi la
toccava con il capo. Si domandava se gli mancasse ancora molto per arrivare al
portone, non era la stessa cosa muoversi all'impiedi, meglio ancora se con tutti e
due i piedi, e avanzare a ritroso, con spostamenti di mezzo palmo o meno.
Dimenticando per un istante di essere cieco, girò la testa come per accertarsi di
quanto gli mancava ancora e si ritrovò davanti lo stesso biancore senza fondo.
Sarà notte, sarà giorno, si domandò, beh, se fosse giorno mi avrebbero già visto,
inoltre c'è stata solo una colazione, e molte ore fa. Lo sgomentavano lo spirito
logico che stava scoprendo in se stesso, la rapidità e la giustezza dei ragionamenti,
si vedeva diverso, un altro uomo, e se non fosse stato per questa scalogna della
gamba sarebbe stato pronto a giurare di non essersi mai sentito tanto bene in vita
sua. La schiena sbatté contro la parte inferiore, laminata, del portone. Era
arrivato. Lì nella garitta per proteggersi dal freddo, al soldato di sentinella gli era
parso di udire dei lievi rumori che non era riuscito a identificare, in tutti i modi
non pensò che potessero provenire dall'interno, doveva essere stato il rapido
fruscio degli alberi, un ramo che il vento faceva sfiorare leggermente sul cancello.
Un altro rumore gli giunse d'improvviso alle orecchie, ma diverso, una botta, un
colpo più precisamente, non poteva essere dovuto al vento. Nervoso, il soldato
uscì dalla garitta col dito sul grilletto del fucile automatico e guardò in direzione
del portone. Non vide nulla. Il rumore, però, si era ripetuto, più forte, adesso era
simile a quello di unghie che raschiavano su una superficie rugosa. La lastra del
portone, pensò. Fece un passo verso la tenda dove il sergente dormiva, ma lo
trattenne il pensiero che se avesse dato un falso allarme ne avrebbe sentite delle
belle, ai sergenti non piace essere svegliati, anche quando ce ne sia motivo.
Guardò di nuovo verso il portone e aspettò, teso. Molto lentamente, nello spazio
fra due sbarre verticali, come un fantasma, cominciò ad apparire una faccia
bianca. La faccia di un cieco. La paura fece ghiacciare il sangue del soldato, e fu la
paura a fargli puntare l'arma e sparare una raffica a bruciapelo.
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Il fragore delle detonazioni fece spuntare quasi immediatamente
dall'interno delle tende, mezzi vestiti, i soldati che componevano il picchetto a
guardia del manicomio. Il sergente aveva già preso il comando, Cosa diavolo è
stato, Un cieco, un cieco, balbettò il soldato, Dove, Lì, e con la canna del fucile
indicò il portone, Non vedo niente, Era lì, l'ho visto io. I soldati avevano finito di
equipaggiarsi e aspettavano in riga, con i fucili in mano. Accendete il faro, ordinò
il sergente. Uno dei soldati salì sulla piattaforma del mezzo. Qualche secondo
dopo la luce abbagliante illuminò il portone e la facciata dell'edificio. Non c'è
nessuno, animale, disse il sergente, e si accingeva a proferire un altro bel po' di
amenità militari sullo stesso stile quando vide che sotto il portone si stava
spandendo, nella luce violenta, una pozza nera. L'hai fatto fuori, disse. Poi,
ricordandosi degli ordini rigorosi che gli erano stati dati, urlò, Fatevi indietro,
questa roba è contagiosa. I soldati indietreggiarono, timorosi, ma continuarono a
guardare la pozza di sangue che lentamente si spargeva negli interstizi fra i
sassolini del marciapiede. Credi sia morto, domandò il sergente, Per forza, la
raffica se l'è beccata in piena faccia, rispose il soldato, ora contento per l'ovvia
dimostrazione della sua buona mira.
In quel momento un altro soldato urlò nervosamente, Sergente, sergente,
guardi lì. Nel pianerottolo della scala, in piedi, illuminati dalla luce bianca del
proiettore, si vedevano dei ciechi, più di una decina, Fermi lì, strillò il sergente, un
solo passo e faccio fuoco su tutti. Alle finestre dei palazzi di fronte alcune
persone, risvegliate dagli spari, guardavano spaventate da dietro i vetri. Allora il
sergente urlò, Quattro di voi, venite a prendere il corpo. Non potendosi vedere né
contare, furono sei i ciechi che si mossero, Ho detto quattro, strillò il sergente
istericamente. I ciechi si toccarono, si ritoccarono, due rimasero lì. Gli altri
cominciarono a camminare lungo la corda.
Dobbiamo vedere se c'è una pala o una zappa, qualsiasi cosa possa servire
per scavare, disse il medico. Era mattina, a gran fatica avevano portato il cadavere
nel recinto interno, lo avevano messo per terra, fra l'immondizia e le foglie morte
degli alberi. Adesso bisognava sotterrarlo. Solo la moglie del medico sapeva in che
stato si trovasse il morto, la faccia e il cranio devastati dalla scarica, tre fori di
pallottola nel collo e nella regione esterna. Sapeva anche che in tutto l'edificio
non c'era niente con cui poter scavare una fossa. Aveva percorso tutta l'area a
loro destinata e non aveva trovato altro che una sbarra di ferro. Avrebbe
agevolato un po', ma non era sufficiente. E aveva visto, dietro le finestre chiuse
del corridoio che proseguiva nell'ala riservata ai sospetti di contagio, più basse in
quella parte dell'edificio, volti allarmati, di persone in attesa della propria ora, di
quel momento inevitabile in cui avrebbero dovuto dire alle altre Sono diventato
cieco, o di quando, se avessero tentato di nascondere l'accaduto, le avrebbe
denunciate un gesto sbagliato, un movimento del capo alla ricerca di un'ombra,
un inciampo ingiustificato in chi gli occhi ce li ha. Tutto ciò lo sapeva anche il
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medico, la frase che aveva pronunciato faceva parte della simulazione combinata
fra loro due, da questo momento la moglie avrebbe quindi potuto dire, E se
chiedessimo ai soldati di lanciarci una pala, L'idea è buona, proviamo, e tutti
furono d'accordo, sì, era una buona idea, solo la ragazza dagli occhiali scuri non
disse una parola su questa storia della zappa o pala, le sue parole, per il
momento, si riassumevano a lacrime e lamenti, La colpa è mia, piangeva, ed era
vero, non si poteva negare, ma è pur certo, se può servirle da consolazione, che
se prima di ogni nostro atto ci mettessimo a prevederne tutte le conseguenze, a
considerarle seriamente, anzitutto quelle immediate, poi le probabili, poi le
possibili, poi le immaginabili, non arriveremmo neanche a muoverci dal punto in
cui ci avrebbe fatto fermare il primo pensiero. I buoni e i cattivi risultati delle
nostre parole e delle nostre azioni si vanno distribuendo, presumibilmente in
modo alquanto uniforme ed equilibrato, in tutti i giorni del futuro, compresi
quelli, infiniti, in cui non saremo più qui per poterlo confermare, per congratularci
o chiedere perdono. D'altro canto c'è chi dice sia questa l'immortalità di cui tanto
si parla, Sarà, ma quest'uomo è morto e bisogna sotterrarlo. Andarono dunque il
medico e la moglie a parlamentare, la ragazza dagli occhiali scuri, sconsolata, li
volle accompagnare. Perché la coscienza le doleva. Non appena comparvero sulla
soglia della porta, un soldato urlò, Alt, e come se temesse che l'intimazione
verbale, ancorché energica, non fosse recepita, sparò un colpo in aria. Spaventati,
indietreggiarono nell'ombra protettiva dell'atrio, dietro i grossi battenti della
porta aperta. Poi la moglie del medico avanzò da sola, dal punto in cui si trovava
poteva vedere i movimenti del soldato, e ripararsi in tempo se fosse stato
necessario, Non abbiamo niente con cui sotterrare il morto, disse, ci serve una
pala. Al portone, ma al di là del punto in cui era caduto il cieco, comparve un altro
militare. Era un sergente, ma non quello di prima, Cosa volete, urlò, Ci serve una
pala, o una zappa, Non ce n'è, filate via, Dobbiamo sotterrare il corpo, Non
sotterratelo, lasciatelo lì a marcire, Se lo lasciamo lì contaminerà l'atmosfera, Che
la contamini pure e buon pro' vi faccia, L'atmosfera non è immobile, tanto sta qui
quanto arriva fin lì. La pertinenza dell'argomentazione costrinse il militare a
riflettere. Era venuto a sostituire l'altro sergente, che era diventato cieco e
immediatamente era stato portato dove venivano concentrati gli infermi
appartenenti alle forze armate di terra. Inutile dire che anche l'aviazione e la
marina disponevano, ciascuna, di proprie installazioni, ma di minor dimensione e
importanza, essendo gli effettivi in forza a queste armi più ridotti. Quella donna
ha ragione, riconsiderò il sergente, in un caso del genere non c'è dubbio che le
precauzioni sono sempre poche. Come misura preventiva, due soldati, muniti di
maschere antigas, avevano già versato sul sangue due interi bottiglioni di
ammoniaca, i cui vapori facevano ancora lacrimare il personale e irritavano le
mucose della gola e del naso. Infine il sergente dichiarò, Vedrò cosa si può
rimediare, E il cibo, gli ricordò la moglie del medico approfittando dell'occasione,
Il cibo non è ancora arrivato, Solo dalla nostra parte ci sono già più di cinquanta
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persone, abbiamo fame, quello che mandate non basta, Con questa faccenda del
cibo l'esercito non c'entra, Qualcuno deve pur risolvere la situazione, e il governo
si è impegnato a nutrirci, Tornate dentro, non voglio vedere nessuno a quella
porta, La zappa, ripeté urlando la moglie del medico, ma il sergente se n'era
andato. Era mattina inoltrata quando si udì la voce dell'altoparlante nella
camerata, Attenzione, attenzione, gli internati si rianimarono, pensarono fosse
l'annuncio del cibo, invece no, si trattava della zappa, Qualcuno la venga a
prendere, ma niente gruppi, esce soltanto uno, Vado io, che ho già parlato con
loro prima, disse la moglie del medico. Appena uscita sul pianerottolo esterno,
vide la zappa. Dalla posizione e dalla distanza a cui si trovava, più vicino al
portone che alla scala, dovevano averla lanciata, Non mi posso dimenticare di
essere cieca, pensò la moglie del medico, Dov'è, domandò, Scendi la scala, ti
guido io, rispose il sergente, molto bene, adesso cammina in questa direzione,
così, così, alt, voltati un po' a destra, no, a sinistra, meno, un po' meno, adesso
avanti, se non devii ci sbatterai il naso contro, fuoco, fuocherello, merda, ti ho
detto di non deviare, acqua, acqua, fuocherello di nuovo, fuoco, fuocone, ecco,
adesso fai mezzo giro e ti guido di nuovo io, non restartene lì come un'asina alla
noria, girati, se no vieni a sbattere contro il portone, Non ti preoccupare, pensò
lei, arriverò fino alla porta in linea retta, in fin dei conti non fa differenza,
quand'anche dovessi sospettare che non sono cieca, non me ne importa niente,
mica verrai dentro a prendermi. Si mise la zappa in spalla, come uno zappatore
diretto al lavoro, e camminò in direzione della porta senza deviare di un passo,
Sergente, ha visto, esclamò uno dei soldati, sembra addirittura che gli occhi ce li
abbia, I ciechi apprendono in fretta a orientarsi, spiegò, convinto, il sergente.
Fu laborioso scavare la fossa. La terra era dura, compatta, c'erano radici a
un palmo dal suolo. Scavarono a turno l'autista, i due poliziotti e il primo cieco.
Davanti alla morte, quel che ci si aspetta dalla natura è che i rancori perdano
forza e veleno, certo, è vero, si dice anche che odio vecchio non si consuma, e
prove non ne mancano nella letteratura e nella vita, ma in fondo questo, a ben
dire, non era odio, e neanche vecchio, infatti cosa conta il furto di un'automobile
davanti al morto che l'ha rubata, e tanto meno nel misero stato in cui si trova,
mica c'è bisogno degli occhi per sapere che questa faccia non ha più naso né
bocca. Non riuscirono a scavare più di tre palmi. Se il morto fosse stato grasso, gli
sarebbe rimasta fuori la pancia, ma il ladro era magro, un autentico baccalà,
peggio ancora dopo il digiuno di questi giorni, nella fossa ce ne sarebbero stati
dentro due come lui. Non ci furono preghiere. Gli si potrebbe mettere una croce,
disse la ragazza dagli occhiali scuri, fu il rimorso a farla parlare, ma nessuno dei
presenti aveva notizia di cosa il defunto pensasse in vita di queste storie di Dio e
della religione, meglio tacere, ammesso che un diverso comportamento sia mai
giustificato dinanzi alla morte, inoltre c'è da considerare che fare una croce è
molto meno facile di quanto sembri, per non dire di quanto avrebbe resistito, con
tutti questi ciechi che non vedono dove mettono i piedi. Tornarono nella
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camerata. Nei posti più frequentati, purché non sia all'aperto, come nel recinto,
ormai non ci si perde più, con un braccio teso in avanti e le dita che si muovono
come antenne di insetti si arriva dappertutto, è addirittura probabile che nei
ciechi più dotati non tardi a svilupparsi quella che definiamo come visione
frontale. La moglie del medico, per esempio, è straordinario come riesca a
muoversi e orientarsi in questo vero e proprio rompicapo di sale, vani e corridoi,
come sappia svoltare un angolo al punto giusto, come si fermi davanti a una porta
e la apra senza esitazione, come non abbia bisogno di contare i letti per arrivare al
suo. Adesso è seduta su quello del marito, con cui parla, sottovoce come al solito,
si vede che sono persone educate, e hanno sempre qualche cosa da dirsi, non
sono mica come l'altra coppia, il primo cieco e sua moglie, che dopo quelle
commoventi effusioni quando si sono ritrovati quasi non hanno più parlato, ma in
loro, probabilmente, l'attuale tristezza ha prevalso sul precedente amore, con il
tempo si abitueranno. Chi non si stanca di ripetere che ha fame è il ragazzino
strabico, malgrado la ragazza dagli occhiali scuri si sia praticamente tolta il pane di
bocca per darlo a lui. Da molte ore il fanciullo non chiede della mamma, ma certo
tornerà a sentirne la mancanza dopo aver mangiato, quando il corpo si sarà
liberato dalle brutture egoistiche che derivano dalla semplice ma imperiosa
necessità di nutrirsi. O per via di quanto era accaduto all'alba, o per motivi
estranei alla nostra volontà, la verità è che le casse con la colazione del mattino
non erano arrivate. Adesso si sta avvicinando l'ora di pranzo, è quasi l'una
all'orologio che la moglie del medico ha appena consultato celatamente, non c'è
niente di strano, quindi, se l'impazienza dei succhi gastrici ha indotto un po' di
ciechi, sia di quest'ala che dell'altra, ad andare ad aspettare nell'atrio l'arrivo del
cibo, e questo per due buonissime ragioni, quella pubblica, di alcuni, perché in
questo modo si guadagnerebbe tempo, quella riservata, di altri, perché si sa che
chi prima arriva meglio si serve. In tutto, non saranno meno di una decina i ciechi
attenti al rumore che farà il portone esterno quando lo apriranno, ai passi dei
soldati che devono portare quelle benedette casse. A loro volta, temendo una
subitanea cecità che potesse derivare dall'immediata prossimità con i ciechi in
attesa nell'atrio, i contagiati dell'ala sinistra non si sono azzardati a uscire, ma
alcuni stanno spiando dallo spiraglio della porta, ansiosi che arrivi il loro turno. Il
tempo passava. Stanchi di aspettare, alcuni ciechi si erano seduti per terra, poi
due o tre rientrarono nelle camerate. Fu poco dopo che si udì il cigolio
inconfondibile del portone. Eccitati, i ciechi, pigiandosi gli uni addosso agli altri,
cominciarono a muoversi nella direzione in cui, dai suoni esterni, calcolavano che
stesse la porta, ma, all'improvviso, colti da una vaga inquietudine che non
avrebbero avuto il tempo di definire e spiegare, si fermarono e poi confusamente
retrocessero, mentre già cominciavano ad avvertirsi distintamente i passi dei
soldati che portavano il cibo e della scorta armata che li accompagnava.
Ancora sotto l'impressione prodotta dal tragico avvenimento della notte, i
soldati che trasportavano le vettovaglie avevano stabilito di non lasciarle in
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prossimità delle porte che davano accesso alle ali, come più o meno avevano
fatto prima, le avrebbero invece mollate nell'atrio, e addio, buon appetito, Che se
la sbrighino loro, avevano detto. L'offuscamento prodotto dall'intensa luce
esterna e la brusca transizione nella penombra dell'atrio impedirono loro, sul
primo momento, di vedere il gruppo di ciechi. Li videro subito dopo. Strillando per
la paura, abbandonarono le casse per terra e uscirono come pazzi dalla porta. I
due soldati della scorta, che aspettavano sul pianerottolo, reagirono in maniera
esemplare davanti al pericolo. Dominando, Dio solo sa come e perché, una
legittima paura, avanzarono fino alla soglia della porta e vuotarono i caricatori. I
ciechi cominciarono a cadere uno sull'altro, mentre crollavano al suolo venivano
colpiti da altre pallottole che ormai erano un puro spreco di munizioni, fu tutto
incredibilmente lento, un corpo, un altro corpo, sembrava non finissero più di
cadere, come a volte si vede nei film e alla televisione. Se mai ancora un soldato
dovesse dar conto delle pallottole che spara, questi potrebbero giurare sulla
bandiera di aver agito per legittima difesa, e per giunta anche per difesa dei loro
compagni disarmati che erano in missione umanitaria e all'improvviso si erano
visti minacciati da un gruppo di ciechi numericamente superiore. Indietreggiarono
correndo all'impazzata verso il portone, coperti dai fucili che gli altri soldati del
picchetto puntavano tremanti fra le sbarre di ferro, come se i ciechi rimasti vivi
fossero stati in procinto di compiere una sortita di vendetta. Illividito dallo
spavento, uno di quelli che avevano sparato diceva, Là dentro non ci torno
neanche se mi ammazzano, e infatti non ci tornò. Di punto in bianco, quello
stesso giorno, verso la fine del pomeriggio, all'ora della consegna andò ad
aumentare di uno il numero dei ciechi, fortuna sua che era dell'esercito perché,
altrimenti, sarebbe rimasto lì a far compagnia ai ciechi borghesi, colleghi di quelli
che aveva ammazzato a fucilate, e Dio sa cosa gli avrebbero fatto. Il sergente
aggiunse poi, La cosa migliore sarebbe lasciarli morire di fame, morta la bestia
addio veleno. Come sappiamo, non manca chi lo abbia detto e pensato più volte,
per fortuna un prezioso residuo di senso umanitario a questo gli fece dire, D'ora
in poi lasceremo il cibo a metà strada, che se lo vengano a prendere loro, noi li
teniamo d'occhio e al minimo movimento sospetto, fuoco. Si diresse al comando,
collegò il microfono e, riunendo le parole come meglio poté, ricorrendo al ricordo
di altre parole analoghe ascoltate in occasioni più o meno simili, disse, All'esercito
rincresce di essere stato costretto a reprimere con le armi un moto sedizioso
responsabile della creazione di una situazione di rischio imminente, della quale
non ha avuto alcuna colpa direttamente o indirettamente, e avvisa che da oggi in
poi gli internati andranno a ritirare il cibo fuori dall'edificio, essendo avvertiti fin
d'ora che subiranno le conseguenze qualora si manifesti un tentativo di alterare
l'ordine, com'è accaduto adesso e com'era accaduto la notte scorsa. Fece una
pausa, non sapendo molto bene come fosse conveniente concludere, si era
dimenticato le parole appropriate, che sicuramente c'erano, seppe solo ripetere,
Non è stata colpa nostra, non è stata colpa nostra.
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Dentro l'edificio il fragore degli spari, rumorosamente ripercossi nello
spazio circoscritto dell'atrio, aveva provocato sgomento. In un primo momento si
pensò che i soldati avrebbero fatto irruzione nelle camerate sparando a raffica su
qualsiasi cosa avessero trovato, il governo aveva cambiato idea, aveva optato per
la liquidazione fisica in massa, ci fu chi s'infilò sotto i letti, alcuni, per la paura, non
si mossero, certuni forse avevano pensato che era meglio così, se la salute è poca
tanto vale non averne, e se c'è da morire, meglio farlo alla svelta. I primi a reagire
furono i contagiati. Avevano cominciato col fuggire quando era iniziato il fuoco,
ma poi il silenzio li incoraggiò a tornare indietro, e si avvicinarono di nuovo alla
porta che dava accesso all'atrio. Videro i corpi ammucchiati, il sangue sinuoso
dilagare lentamente sul pavimento, come se fosse vivo, e le casse con il cibo. La
fame li spinse fuori, l'agognato nutrimento era lì, è vero che era destinato ai
ciechi, secondo il regolamento il loro lo avrebbero portato dopo, ma ora chi se ne
fregava del regolamento, nessuno ci vede, e il lume che precede illumina due
volte, lo hanno già detto gli antichi di ogni tempo e luogo, e gli antichi non erano
mica degli idioti in queste faccende. La fame, però, ebbe la forza di farli avanzare
solo di tre passi, poi si intromise la ragione e li avvertì che il pericolo era lì in
attesa degli imprudenti, in quei corpi senza vita, soprattutto in quel sangue, chi
poteva sapere che vapori, che emanazioni, che velenosi miasmi magari non
stessero già liberandosi dalla carne sfracellata dei ciechi. Sono morti, non possono
far niente, disse qualcuno, l'intenzione era di tranquillizzare se stesso e gli altri,
ma fu peggio l'averlo detto, è vero, i ciechi erano lì morti, non potevano muoversi,
notate, non si muovono e non respirano, ma chi ci dice che questa cecità bianca
non sia proprio un male dello spirito, e se, mettiamo per ipotesi, lo è, gli spiriti di
quei ciechi non saranno mai stati tanto liberi come adesso, fuori dai corpi, e
quindi più liberi di fare ciò che vogliono, soprattutto il male, che, come tutti
sanno, è sempre stato il più facile da compiere. Ma le casse del cibo, lì in mostra,
attraevano irresistibilmente gli occhi, hanno un peso simile le ragioni dello
stomaco, non badano a niente, anche quando è per il suo bene. Da una delle
casse si spandeva un liquido bianco che lentamente si andava avvicinando al lago
di sangue, aveva tutta l'apparenza di essere latte, è un colore che non inganna.
Più coraggiosi, o più fatalisti, non sempre la distinzione è facile, due contagiati
avanzarono, e stavano già per toccare con le mani avide la prima cassa quando
sulla soglia della porta che dava nell'altra ala comparvero alcuni ciechi. Può tanto
l'immaginazione, e in circostanze morbose come questa pare possa tutto, che per
i due incursori fu come se i morti, all'improvviso, si fossero rialzati da terra, ciechi
come lo erano prima, senza dubbio, ma molto più pericolosi, perché senza dubbio
incitati dallo spirito di vendetta. Indietreggiarono prudentemente e in silenzio
verso l'ingresso della loro ala, poteva darsi che i ciechi cominciassero con
l'occuparsi dei morti, come del resto dettavano la carità e il rispetto, o se no, che
lasciassero lì, non avendola vista, qualcuna delle casse, per quanto piccola, in
verità i contagiati non erano poi molti, forse la soluzione migliore era proprio
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quella, di chiedere loro Per favore, abbiate compassione, lasciateci almeno una
cassettina, magari va a finire che oggi non ci portano altro cibo, dopo quello che è
successo. I ciechi si muovevano da ciechi quali erano, a tentoni, inciampando,
trascinando i piedi, eppure, come se si fossero organizzati, seppero ripartire i
compiti efficacemente, alcuni, guazzando nel sangue appiccicoso e nel latte,
cominciarono immediatamente a recuperare e trasportare i cadaveri nel recinto,
altri si occuparono delle casse, una dopo l'altra, le otto che erano state
abbandonate dai soldati. Fra i ciechi c'era una donna che dava l'impressione di
trovarsi contemporaneamente dappertutto, aiutando a caricare, comportandosi
come se guidasse gli uomini, cosa evidentemente impossibile per una cieca, e più
di una volta, o per caso o di proposito, si girò verso l'ala dei contagiati, come se li
potesse vedere o ne avvertisse la presenza. In poco tempo l'atrio rimase vuoto,
nessun altro segno se non la grande macchia del sangue, e quell'altra piccola che
la sfiorava, bianca, del latte che si era versato, e in più solo le tracce dei piedi,
orme rosse o semplicemente umide. I contagiati chiusero la porta rassegnati e
andarono in cerca di qualche briciola, tale era l'avvilimento che uno di essi arrivò
al punto di dire, e ciò dimostra quanto fossero disperati, Se proprio dobbiamo
diventare ciechi, se è questo il nostro destino, tanto varrebbe trasferirci subito,
almeno avremmo di che mangiare, Forse i soldati ci porteranno la nostra parte,
disse qualcuno, Ha fatto il militare, domandò un altro, No, Infatti, me lo
immaginavo.
Tenendo conto che i morti appartenevano all'una e all'altra, si riunirono gli
occupanti della prima e della seconda camerata, con l'obiettivo di decidere se
mangiare prima e sotterrare dopo i cadaveri, o viceversa. Nessuno sembrava
interessato a sapere chi era morto. Cinque di essi si erano sistemati nella seconda
camerata, si ignora se si conoscessero da prima o, in caso negativo, se avessero
avuto tempo e voglia per scambiarsi presentazioni e sfoghi. La moglie del medico
non ricordava di averli visti quando erano arrivati. I rimanenti quattro, sì, quelli li
conosceva avevano dormito insieme a lei, per modo di dire, sotto lo stesso tetto,
benché di uno non sapesse altro, e come avrebbe potuto saperlo, un uomo che si
rispetti non si mette lì a parlare di faccende intime con la prima persona che gli
capiti, come del fatto di essere stato in una camera d'albergo a far l'amore con
una ragazza dagli occhiali scuri, alla quale, a sua volta, ammesso che si tratti di
questa qui, non passa neanche per la testa di essere stata e di essere ancora tanto
vicina a chi le ha fatto vedere tutto bianco. L'autista del tassì e i due poliziotti
erano gli altri morti, tre uomini robusti, capaci di badare a se stessi, le cui
professioni consistevano, ancorché in modo distinto, nel badare agli altri, e in
definitiva eccoli lì, falciati crudelmente nel fiore della vita, in attesa di
destinazione. Dovranno attendere che questi che sono rimasti finiscano di
mangiare, non per via del solito egoismo dei vivi, ma perché a qualcuno è venuto
in mente che sotterrare nove corpi in quel terreno duro e con un'unica zappa era
un lavoro che sarebbe durato per lo meno fino all'ora di cena. E siccome non
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sarebbe stato ammissibile che i volontari animati da buoni sentimenti stessero lì a
lavorare mentre gli altri si riempivano la pancia, fu deciso di rinviare a dopo i
morti. Il cibo era già suddiviso in porzioni singole, quindi facile da distribuire, a te,
a te, finché finiva. Ma l'ansia di un certo numero di ciechi meno illuminati venne a
complicare ciò che in normali circostanze sarebbe stato comodo, benché un
giudizio sereno e libero ci consigli di ammettere che gli eccessi che si verificarono
erano in parte motivati, basterà rammentare, per esempio, che non si poteva
sapere in partenza se il cibo sarebbe bastato per tutti. In verità, chiunque
comprenderà come non sia facile contare ciechi né ripartire razioni senza occhi
che li possano vedere, le razioni e i ciechi. Si aggiunga che alcuni occupanti della
seconda camerata, con più che censurabile disonestà, vollero far credere di
essere in maggior numero di quanti fossero di fatto. Servì, come sempre, e infatti
ci sta apposta, la moglie del medico. Poche parole pronunciate a tempo sono
sempre state in grado di risolvere difficoltà che un discorso profuso non farebbe
altro che aggravare. Malintenzionati e cattivi d'animo furono anche quelli che non
solo tentarono, ma riuscirono a ricevere il cibo due volte. La moglie del medico si
accorse dell'azione riprovevole, ma ritenne prudente non denunciare l'abuso.
Non voleva neanche pensare alle conseguenze che sarebbero derivate dalla
rivelazione che lei non era cieca, il minimo che le sarebbe potuto accadere
sarebbe stato di vedersi trasformata in serva di tutti, il massimo che forse
l'avrebbero tramutata in schiava di alcuni. L'idea, di cui si era parlato all'inizio, di
designare un responsabile per ogni camerata, avrebbe potuto, chissà, contribuire
a risolvere questi frangenti e altri disgraziatamente anche peggiori, a condizione,
però, che l'autorità di quel responsabile, certamente fragile, certamente precaria,
certamente messa di continuo in causa, fosse chiaramente esercitata a favore di
tutti e come tale riconosciuta dalla maggioranza. Se non ci riusciremo, pensò,
finiremo per ammazzarci a vicenda. Si ripromise di parlare di questi delicati
argomenti al marito e continuò a distribuire le razioni.
Chi per indolenza, chi perché di stomaco delicato, nessuno ebbe voglia,
dopo mangiato, di andare a esercitare l'ufficio di becchino. Quando il medico,
considerandosi più obbligato degli altri per la professione, disse di malavoglia,
Allora, andiamo a sotterrarli, non si presentò un solo volontario. Distesi sui letti, i
ciechi volevano piuttosto esser lasciati lì a condurre a buon fine la breve
digestione, alcuni si addormentarono immediatamente, e non c'era da stupirsene,
dopo gli spaventi e gli scossoni per cui erano passati il corpo, benché tanto
parcamente alimentato, si abbandonava alla mollezza della chimica digestiva. Più
tardi, ormai verso il crepuscolo, quando le lampadine smorte, per la graduale
diminuzione della luce naturale, parvero acquistare un po' di forza, mostrando
contemporaneamente, pur essendo tanto deboli, quel poco a cui potevano
servire, il medico, accompagnato dalla moglie, convinse due uomini della sua
camerata ad andare con lui nel recinto, se non altro, disse, per fare il bilancio del
lavoro che avrebbe dovuto esser fatto e separare i corpi ormai rigidi, dal
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momento che si era deciso che ciascuna camerata avrebbe sotterrato i propri. Il
vantaggio di cui godevano questi ciechi era quello che si potrebbe definire
l'illusione della luce. In verità, per loro non faceva differenza che fosse giorno o
notte, crepuscolo del mattino o dell'imbrunire, silente alba o rumoroso mezzodì, i
ciechi erano sempre circondati da uno splendente biancore, come il sole nella
nebbia. Per costoro la cecità non significava vivere banalmente circondati da
tenebre, ma all'interno di uno splendore luminoso. Quando il medico prese la
cantonata di dire che avrebbero separato i corpi, il primo cieco, che era uno fra
quelli che avevano consentito ad aiutarlo, volle che gli spiegassero come
avrebbero potuto riconoscerli, domanda logica da cieco che mise in imbarazzo il
medico. Questa volta la moglie ritenne di non dover accorrere in suo aiuto, se lo
avesse fatto si sarebbe denunciata. Il medicò se la cavò elegantemente col
radicale metodo del passo avanti, cioè riconoscendo l'errore. Col tono di chi
sorride di se stesso, disse, Ci si abitua talmente ad avere gli occhi che ancora si
crede di poterli usare anche quando non servono più a niente, effettivamente
sappiamo solo che ce ne sono quattro dei nostri, l'autista di tassì, i due poliziotti e
un altro che stava anche lui con noi, la soluzione è quindi di pescare a caso
quattro corpi, sotterrarli come si deve, e così adempiamo al nostro obbligo. Il
primo cieco fu d'accordo, il compagno pure, e ripresero, alternandosi, a scavare le
fosse. Non avrebbero mai saputo questi assistenti, essendo ciechi, che i cadaveri
sotterrati, senza eccezione, furono proprio quelli di cui, dubitanti, avevano
parlato, e non sarebbe neanche necessario dire come agì quello che parve il caso,
la mano del medico, guidata dalla mano della moglie, afferrava una gamba o un
braccio, e lui doveva solo dire, Questo. Avevano già sotterrato due corpi quando
comparvero infine, provenienti dalla camerata, tre uomini intenzionati ad aiutare,
è molto probabile che non lo avrebbero fatto se qualcuno avesse detto loro che
ormai era notte fonda. Psicologicamente, anche se uno è cieco, dobbiamo
riconoscere che c'è una gran bella differenza tra lo scavare sepolture alla luce del
giorno e dopo che il sole è tramontato. Nel momento in cui entravano nella
camerata, sudati, sporchi di terra, ancora appiccicato alle narici il primo odore
dolciastro della decomposizione, la voce dell'altoparlante stava ripetendo le già
note istruzioni. Non ci fu alcun riferimento a quanto era avvenuto, non si parlò di
spari né di ammazzati a bruciapelo. Avvisi come Chi abbandonerà l'edificio senza
autorizzazione verrà immediatamente passato per le armi, oppure Gli internati
sotterreranno senza formalità il cadavere nel recinto, acquistavano adesso, grazie
alla dura esperienza della vita, maestra suprema di tutte le discipline, pieno
significato, mentre quello che prometteva cibo tre volte al giorno diveniva un
grottesco sarcasmo o un'ironia ancor più difficile da sopportare. Quando la voce
tacque, il medico, da solo perché cominciava a conoscere tutti gli angoli
dell'edificio, andò fino alla porta dell'altra camerata per informare, I nostri sono
sotterrati, Se ne avete sotterrato alcuni, potevate anche sotterrare gli altri,
rispose dall'interno una voce di uomo, L'accordo era che ogni camerata avrebbe
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sotterrato i propri morti, ne abbiamo contati quattro e li abbiamo sotterrati, Va
bene, domani ci occuperemo dei nostri, disse un'altra voce maschile, e poi,
cambiando tono, Non è mica arrivato dell'altro cibo, domandò, No, rispose il
medico, Ma l'altoparlante dice tre volte al giorno, Dubito che rispettino sempre la
promessa, Allora sarà necessario razionare i generi alimentari a mano a mano che
arrivano, disse una voce di donna, Mi sembra una buona idea, se volete domani
ne parliamo, D'accordo, disse la donna. Il medico si stava ritirando quando udì la
voce dell'uomo che aveva parlato per primo, Lo vedremo chi comanda. Si fermò
in attesa che qualcuno rispondesse, lo fece la stessa voce femminile, Se non ci
organizziamo sul serio, comanderanno la fame e la paura, è già una vergogna che
non siamo andati insieme a loro a sotterrare i morti, Perché non vai a sotterrarli
tu, visto che sei tanto furba e saputella, Da sola non posso, ma sono pronta ad
aiutare, Non vale la pena di discutere, intervenne la seconda voce di uomo,
domattina ce ne occuperemo. Il medico sospirò. La convivenza sarebbe stata
difficile. Si stava incamminando verso la camerata quando sentì una pressante
necessità di evacuare. Nel punto in cui si trovava, non era sicuro di essere capace
di arrivare alle latrine, ma decise di avventurarsi. Sperava che qualcuno avesse
avuto almeno il pensiero di portarvi la carta igienica che era arrivata insieme al
cibo. Sbagliò strada due volte, angosciato perché la necessità era sempre più
pressante, ed era ormai arrivato agli sgoccioli quando poté finalmente tirarsi giù i
pantaloni e accovacciarsi nel gabinetto alla turca. Il fetore lo asfissiava. Aveva
l'impressione di aver calpestato qualcosa di molle, gli escrementi di qualcuno che
non aveva azzeccato il buco del gabinetto o che aveva deciso di liberarsi senza
badare ad alcun tipo di rispetto. Tentò di immaginare come potesse essere il
posto in cui si trovava, per lui era tutto bianco, luminoso, splendente, che le
pareti e il pavimento lo erano non poteva vederlo, e assurdamente si ritrovò a
concludere che la luce e il biancore, lì, puzzavano. Impazziremo per l'orrore,
pensò. Poi volle pulirsi, ma carta non ce n'era. Tastò la parete dietro di sé, dove
avrebbero dovuto esserci i supporti dei rotoli o qualche chiodo su cui, in
mancanza di meglio, erano stati magari infilati dei pezzi di carta qualunque.
Niente. Si sentì misero, sventurato che più non si poteva, lì, con le gambe arcuate,
a tenersi i pantaloni che sfioravano il pavimento schifoso, cieco, cieco, cieco, e
senza riuscire a dominarsi cominciò a piangere silenziosamente. Sondando il
terreno, fece alcuni passi e andò a sbattere contro la parete di fronte. Tese un
braccio, tese l'altro, finalmente trovò una porta. Udì i passi strascicati di qualcuno
che pure doveva andare in cerca dei cessi, inciampando, Dove sarà questa merda,
mormorava con voce neutra, come se, in fondo, gli fosse indifferente il saperlo.
Passò a due palmi senza accorgersi dell'altra presenza, ma non aveva alcuna
importanza, la situazione non arrivò a farsi indecente, per la verità lo sarebbe
stata, un uomo in quella posizione, scomposto, ma all'ultimo istante, mosso da
uno sconcertante senso del pudore, il medico si era tirato su i pantaloni. Poi li tirò
giù di nuovo, quando ritenne di essere solo, ma non aveva fatto in tempo, sapeva
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di essere sporco, sporco come non ricordava di esser mai stato in vita sua. Ci sono
molti modi di diventare un animale, pensò, questo è solo il primo. Però non
poteva lamentarsi molto, almeno lui aveva ancora qualcuno che lo avrebbe pulito
di buon grado.
Sdraiati sulle brande, i ciechi aspettavano che il sonno avesse compassione
della loro tristezza. Discretamente, come se ci fosse pericolo che gli altri
potessero assistere al misero spettacolo, la moglie del medico aveva aiutato il
marito a risistemarsi meglio che poteva. Adesso regnava un dolente silenzio, da
ospedale, quando i malati dormono, e soffrono dormendo. Seduta, lucida, la
moglie del medico guardava i letti, le sagome tetre, il pallore di un volto, un
braccio che si era mosso nel sogno. Si domandava se sarebbe mai arrivata a
diventare cieca come loro, quali ragioni inesplicabili l'avevano preservata fino ad
allora. Con un gesto stanco, portò le mani al viso per scostare i capelli e pensò,
Finiremo per puzzare tutti. In quel momento iniziarono a udirsi dei sospiri, dei
gemiti, dei gridolini prima soffocati, suoni che sembravano parole, che avrebbero
dovuto esserlo, ma il cui significato si perdeva nel crescendo che le andava
trasformando in grido, in ansito, infine in rantolo. Qualcuno protestò dal fondo,
Porci, siete dei porci. Non lo erano, erano solo un uomo cieco e una donna cieca
che probabilmente non avrebbero mai saputo l'uno dell'altro niente di più.
Uno stomaco che gira a vuoto si sveglia presto. Alcuni ciechi aprirono gli
occhi quando il mattino era ancora lontano, e nel loro caso non fu tanto per colpa
della fame, ma perché il loro orologio biologico, o comunque si sia soliti
chiamarlo, ormai si stava sfasando, avevano supposto fosse giorno fatto, quindi
pensarono, Ho dormito fin troppo, e immediatamente capirono che no, c'era quel
russare dei compagni che non dava luogo a equivoci. Orbene, dicono i libri, ma
molto di più lo dice l'esperienza vissuta, che chi si alza presto per piacere o chi ha
dovuto alzarsi presto per necessità, mal tollera che altri, in sua presenza,
continuino a dormire della grossa, e a maggior ragione nel caso di cui si sta
parlando, perché c'è una bella differenza fra un cieco che sta dormendo e un
cieco cui non è servito a niente avere aperto gli occhi. Queste osservazioni di tipo
psicologico, per la loro sottigliezza apparentemente nient'affatto pertinente di
fronte alla straordinaria dimensione del cataclisma che il resoconto sta tentando
di descrivere, servono unicamente a spiegare il motivo per cui erano svegli così
presto tutti i ciechi, alcuni, come si è detto all'inizio, riscossi dallo stomaco
esigente, ma altri strappati al sonno dalla nervosa impazienza dei mattinieri che
non si peritarono di fare più rumore di quello inevitabile e tollerabile in
assembramenti da caserma e camerata. Qui non c'è solo gente discreta e
beneducata, alcuni sono degli screanzati che si liberano di buon mattino con
scaracchi e flatulenze senza badare a chi c'è, e per la verità nel resto del giorno
agiscono in base allo stesso criterio, perciò l'atmosfera sta diventando sempre più
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pesante, e non c'è niente da fare, l'unica apertura è la porta, alle finestre non si
può arrivare, sono troppo alte.
Sdraiata accanto al marito, il più vicini possibile, per la strettezza del letto,
ma anche per piacere, ah quanto le era costato, nel cuore della notte, mantenere
il decoro, non fare come quei due che qualcuno aveva chiamato porci, la moglie
del medico guardò l'orologio. Segnava le due e ventitré. Fissò meglio lo sguardo,
vide che la lancetta dei secondi non si muoveva. Si era dimenticata di caricare
quel maledetto orologio, o maledetta lei, maledetta io, che neppure quel
semplicissimo dovere avevo saputo compiere, dopo appena tre giorni di
isolamento. Non riuscendo a dominarsi, scoppiò in un pianto dirotto, come se le
fosse appena successa la peggiore delle disgrazie. Il medico pensò che la moglie
fosse diventata cieca, che fosse accaduto ciò che tanto temeva, e sragionando
stava quasi per domandarle Sei diventata cieca, ma all'ultimo istante udì il suo
mormorio, Non è questo, non è questo, e poi, in un lento sussurro, quasi
inudibile, con le teste nascoste sotto la coperta, Sono una stupida, non ho
caricato l'orologio, e continuò a piangere, inconsolabile. Dal suo letto al di là della
corsia la ragazza dagli occhiali scuri si alzò e, guidata dai singhiozzi, si avvicinò con
le braccia tese, Sta male, ha bisogno di qualche cosa, domandava mentre
avanzava, e con tutte e due le mani toccò i corpi sdraiati. La discrezione dettava
che le ritraesse immediatamente, e l'ordine sicuramente il cervello glielo diede,
ma le mani non obbedirono, resero appena più impercettibile il contatto, non più
che un lieve sfioramento dell'epidermide sulla coperta grezza e tiepida. Ha
bisogno di qualche cosa, di nuovo domandò la ragazza, e adesso sì, le mani si
erano ormai ritratte, si erano alzate, si persero nel biancore sterile, nello
scoramento. Ancora singhiozzante, la moglie del medico si alzò dal letto,
abbracciò la ragazza, Non è niente, un po' di tristezza che mi ha assalito
all'improvviso, disse, Se lei, signora, che è tanto forte, comincia a scoraggiarsi,
allora significa che per noi non c'è davvero salvezza, si lamentò la ragazza. Più
calma, guardandola in faccia, la moglie del medico pensava, Quasi non le si nota
più traccia della congiuntivite, peccato non poterglielo dire, ne sarebbe contenta.
Sì, probabilmente lo sarebbe, anche se una tale contentezza sarebbe stata
assurda, non tanto perché la ragazza era cieca, ma perché lo erano anche tutti gli
altri, a cosa serve avere gli occhi limpidi, e belli come lo sono questi, se non c'è
nessuno a vederli. La moglie del medico disse, Abbiamo tutti i nostri momenti di
debolezza, per fortuna siamo ancora capaci di piangere, il pianto spesse volte è
una salvezza, ci sono circostanze in cui moriremmo se non piangessimo, Per noi
non c'è salvezza, ripeté la ragazza dagli occhiali scuri, Chissà, questa cecità non è
come le altre, com'è venuta, così potrebbe scomparire, Ormai tardi per chi è
morto, Tutti dobbiamo morire, Ma non dovremmo essere uccisi, e io ho
ammazzato una persona, Non accusi se stessa, sono state le circostanze, qui tutti
siamo colpevoli e innocenti, molto di peggio hanno fatto i soldati che ci
sorvegliano, e persino loro potranno addurre la più grande di tutte le scuse, la
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paura, Che importava se quel poveretto mi toccava, adesso lui sarebbe vivo e io
non avrei nel corpo né più né meno di quel che ho, Non ci pensi più, riposi, tenti
di dormire. L'accompagnò a letto, Suvvia, si corichi, Lei è molto buona, disse la
ragazza, poi, abbassando la voce, Non so cosa fare, mi stanno arrivando le
mestruazioni e non ho portato assorbenti, Stia tranquilla, ne ho io. Le mani della
ragazza dagli occhiali scuri cercarono qualcosa cui afferrarsi, ma fu la moglie del
medico a prenderle dolcemente fra le proprie, Riposi, riposi. La ragazza chiuse gli
occhi, così rimase per un minuto, forse si sarebbe addormentata se non fosse
stato per quell'alterco che all'improvviso scoppiò, qualcuno che era andato ai
gabinetti e al ritorno aveva trovato il letto occupato, non era stato fatto apposta,
l'altro si era alzato per lo stesso scopo, si erano incrociati strada facendo,
ovviamente a nessuno dei due era venuto in mente di dire, Veda un po' di non
sbagliare letto quando torna. In piedi, la moglie del medico guardava i due ciechi
discutere, notò che non gesticolavano, quasi non muovevano il corpo, avevano
imparato in fretta che solo la voce e l'udito erano adesso di qualche utilità, certo,
le braccia ce le avevano, avrebbero potuto litigare, azzuffarsi, venire alle mani
come si suol dire, ma un letto scambiato non valeva tanto, se tutti gli errori della
vita fossero come questo, basterebbe mettersi d'accordo, Il due è mio, il tre è il
suo, sia chiaro una volta per tutte, Se non fossimo ciechi, questo sbaglio non
sarebbe avvenuto, Ha ragione, il guaio è che siamo ciechi. La moglie del medico
disse al marito, Il mondo è tutto qui dentro.
Non tutto. Il cibo, per esempio, era fuori e tardava. Da una camerata e
dall'altra, alcuni uomini erano andati ad appostarsi nell'atrio, in attesa che
l'ordine risuonasse nell'altoparlante. Muovevano i piedi, nervosi, impazienti.
Sapevano di dover uscire nel recinto esterno per ritirare le casse che i soldati,
rispettando quanto promesso, avrebbero lasciato nello spazio fra il portone e la
scala, e temevano qualche trucco, qualche trappola, Chi ci dice che non ci
spareranno addosso, Lo hanno già fatto, ne sono capacissimi, Non possiamo
fidarci, Io fuori non ci vado, Neanche io, Qualcuno dovrà pur andare, se vogliamo
mangiare, Non so se sia meglio morire fucilato, o morire di fame a poco a poco, Io
vado, Anch'io, Non è necessario andare tutti, I soldati potrebbero non gradire, O
spaventarsi, credere che vogliamo scappare, magari è per questo che hanno
ammazzato quello della gamba, Dobbiamo deciderci, La cautela è sempre troppo
poca, ricordatevi cosa è successo ieri, né più né meno che nove morti, I soldati
hanno avuto paura di noi, E io ho paura di loro, Quello che vorrei sapere è se
diventano ciechi anche loro, Loro chi, I soldati, A mio parere, dovrebbero essere
addirittura i primi. Tutti furono d'accordo, senza tuttavia domandarsene il perché,
ci mancò chi ne spiegasse l'ottima ragione, Perché così non potrebbero sparare. Il
tempo passava, passava, e l'altoparlante era sempre silenzioso. Vi siete occupati
di sotterrare i vostri, domandò un cieco della prima camerata per dire qualche
cosa, Ancora no, Cominciano a puzzare, ammorbano tutto, E allora, che
ammorbino pure, per quel che mi riguarda non intendo muovere un dito finché
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non avrò mangiato, come dice il proverbio prima si mangia e poi si lava la pentola,
Non è così, è sbagliato, generalmente si mangia e si beve, ma dopo i funerali,
Invece per me è il contrario. Passati alcuni minuti uno di questi ciechi disse, Sto
qui a rimuginare una cosa, Che cosa, Come divideremo il cibo, Come si è fatto
prima, sappiamo quanti siamo, si contano le razioni, ciascuno riceve la propria
parte, è la maniera più semplice e più giusta, Non ha funzionato, c'è chi è rimasto
a bocca asciutta, E pure chi ha mangiato il doppio, La divisione è stata fatta male,
Sarà sempre fatta male se non ci saranno rispetto e disciplina, Se avessimo
qualcuno che ci vedesse almeno un minimo, Sì, così troverebbe subito uno
stratagemma per tenersene la maggior parte, Diceva il proverbio che in terra di
ciechi l'orbo è re, Lascia perdere, Non è lo stesso, Qui neanche i guerci si
salverebbero, Come la intendo io, la miglior soluzione sarebbe dividere il cibo in
parti uguali tra le camerate, poi ciascuna si regolerebbe con quanto avesse
ricevuto, Chi è che ha parlato, Io, Io chi, Di che camerata è lei, Della seconda,
Infatti me l'immaginavo, bella furbizia, siccome avete meno gente vi converrebbe,
così mangereste più di noi che abbiamo la camerata completa, L'ho detto solo
perché è più facile, Il proverbio diceva anche che chi parte e riparte senza tenersi
la miglior parte, o è sciocco, o nel partire non ha arte, Cazzo, la pianti con quello
che dice il proverbio, i detti mi rendono nervoso, Quello che dovremmo fare,
invece, sarebbe di portare tutto il cibo nel refettorio, ogni camerata elegge tre
persone per fare la divisione, in sei a contare non dovrebbe esserci pericolo di
errori né di imbrogli, E come facciamo a sapere che dicono la verità se gli altri
affermano nella nostra camerata siamo tanti, Abbiamo a che fare con gente
onesta, E questo, l'ha detto pure il proverbio, No, questo lo dico io, Ehi,
galantuomo, la verità è che siamo gente affamata.
Come se per tutto questo tempo fosse stato in attesa della parola in codice,
della battuta, dell'apritisesamo, si udì finalmente l'altoparlante, Attenzione,
attenzione, gli internati sono autorizzati a venire a ritirare il cibo, ma attenti, se
qualcuno si avvicina troppo al portone avrà prima un avvertimento verbale,
qualora non tornasse immediatamente indietro il secondo avvertimento sarà una
pallottola. I ciechi avanzarono lentamente, alcuni più fiduciosi, diritti verso il
punto in cui pensavano dovesse trovarsi la porta, gli altri, meno sicuri delle
proprie recenti capacità di orientamento, preferirono scivolare pian piano lungo il
muro, così non c'era da sbagliarsi, una volta arrivati all'angolo dovevano solo
seguire la parete che faceva angolo retto, lì doveva esserci la porta. Imperiosa,
impaziente, la voce dell'altoparlante ripeté la chiamata. Il cambiamento di tono,
chiaro anche per chi non avesse ulteriori motivi di diffidenza, spaventò i ciechi.
Uno di essi dichiarò, Io da qui non esco, quello che vogliono è di beccarci fuori per
poi ammazzarci tutti, Io pure non esco, disse un altro, Neanche io, rincarò un
terzo. Stavano lì fermi, titubanti, alcuni volevano uscire, ma la paura si stava
impossessando di tutti. Di nuovo si udì la voce, Se entro tre minuti non si
presenterà nessuno a portar via le casse del cibo, le ritireremo. La minaccia non
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ebbe la meglio sul timore, lo ricacciò solo verso le ultime caverne della mente,
come un animale braccato che si aspetta un'occasione per attaccare. Timorosi,
tentando di nascondersi uno dietro l'altro, i ciechi cominciarono a uscire sul
pianerottolo della scala. Non potevano vedere che le casse non stavano vicino al
corrimano, e cioè dove si aspettavano di trovarle, non potevano sapere che i
soldati, per paura del contagio, si erano rifiutati di avvicinarsi persino alla corda
cui si erano aggrappati i ciechi lì ricoverati. Le casse del cibo erano radunate,
impilate, più o meno nel punto dove la moglie del medico aveva raccolto la zappa.
Venite avanti, venite avanti, ordinò il sergente. In modo confuso, i ciechi
cercavano di mettersi in fila per poter avanzare ordinatamente, ma il sergente
gridò loro, Le casse non sono lì, lasciate la corda, lasciatela, spostatevi a destra, la
vostra, la vostra, stupidi, non c'è bisogno degli occhi per sapere da che lato sta la
mano destra. L'avvertimento fu dato in tempo, ma alcuni ciechi, particolarmente
rigidi, avevano inteso l'ordine alla lettera, se era la destra, logicamente doveva
essere la destra di chi parlava, perciò tentavano di passare sotto la corda per
andare a cercare le casse Dio sa dove. In circostanze differenti, il grottesco
spettacolo avrebbe fatto scoppiare dalle risa il più impettito degli osservatori,
c'era da crepare, un gruppo di ciechi che procedevano a quattro zampe, con la
faccia strisciante per terra come suini, un braccio avanti a scandagliare l'aria,
mentre altri, forse per paura che lo spazio bianco, fuori dalla protezione del
soffitto, li inghiottisse, continuavano a stare disperatamente avvinghiati alla corda
e tendevano l'orecchio, in attesa della prima esclamazione che avrebbe segnalato
il ritrovamento delle casse. Il desiderio dei soldati era di puntare le armi e fucilare
deliberatamente, freddamente, quegli imbecilli che si muovevano davanti ai loro
occhi come dei granchi zoppi, agitando le pinze malsicure in cerca della zampa
mancante. Sapevano quel che era stato detto la mattina dal comandante del
reggimento, che il problema dei ciechi si sarebbe potuto risolvere solo con
l'eliminazione fisica di tutti quanti, gli attuali e i futuri, senza considerazioni
falsamente umanitarie, testuali parole, così come si taglia un arto in cancrena per
salvare il corpo, La rabbia di un cane morto, diceva lui a mo' di esemplificazione,
guarisce naturalmente. Alcuni soldati, meno sensibili ai voli del linguaggio
figurato, stentarono a intendere cosa la rabbia del cane avesse a che vedere con i
ciechi, ma la parola di un comandante di reggimento, sempre figurativamente
parlando, vale quanto pesa, nessuno arriva tanto in alto nella vita militare senza
aver ragione in tutto quanto pensa, dice e fa. Un cieco aveva finalmente urtato
contro le casse, urlava tenendole abbracciate, Sono qui, sono qui, se mai
quest'uomo dovesse recuperare la vista, certamente non annuncerebbe con più
gioia la stupenda buona notizia. Dopo pochi secondi, gli altri ciechi erano già tutti
lì accalcati sopra le casse, braccia mescolate a gambe, a tirare ciascuno dalla
propria parte, disputandosi il primato, me la prendo io, invece me la prendo io.
Quelli che se n'erano rimasti avvinghiati alla corda erano nervosi, adesso la loro
paura era un'altra, quella di ritrovarsi, per castigo della loro indolenza, o
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vigliaccheria, esclusi dalla spartizione dei generi alimentari, Ah, non avete voluto
strisciare culo all'aria, rischiare di beccarvi una pallottola, allora non mangiate,
ricordatevi di quel proverbio, chi non risica non rosica. Spinto da questo pensiero
decisivo, uno di essi abbandonò la corda e si avviò, con le braccia in aria, verso il
tumulto, Non mi lascerete mica fuori, ma le voci tacquero all'improvviso, si
udirono solo rumori di trascinamento, esclamazioni soffocate, un miscuglio vago e
confuso di suoni provenienti da tutti i lati e da nessuno. Si fermò, indeciso, fece
per riguadagnare la sicurezza della corda, ma il senso dell'orientamento gli venne
meno, non ci sono stelle nel cielo bianco, adesso si sentiva invece la voce del
sergente dare istruzioni a quelli delle casse per tornare alla scala, ma ciò che
diceva aveva senso solo per quelli, per poter arrivare dove si vuole, tutto dipende
da dove ci si trova. Non c'erano più ciechi avvinghiati alla corda, a loro sarebbe
bastato rifare la strada al contrario, e adesso aspettavano sul pianerottolo della
scala l'arrivo degli altri. Il cieco sganciato non si azzardava a muoversi da dove si
trovava. Angosciato, cacciò un urlo, Aiutatemi, per favore, non sapeva che i
soldati lo tenevano di mira col fucile, in attesa che calpestasse la linea invisibile
per cui si passava dalla vita alla morte. Vuoi forse restar lì, orbo, domandò il
sergente, ma nella sua voce c'era un certo nervosismo, la verità è che non
condivideva l'opinione del proprio comandante, Chi mi dice che domani questa
scalogna non mi bussi alla porta, quanto ai soldati, si sa, gli danno un ordine e loro
ammazzano, gliene danno un altro e loro muoiono, Sparate solo al mio comando,
urlò il sergente. Queste parole fecero comprendere al cieco il pericolo in cui si
trovava. Si mise in ginocchio, implorando, Per favore, aiutatemi, ditemi dove devo
andare, Avanti, caro cieco, vieni avanti, disse da lontano un soldato in tono
falsamente amichevole, il cieco si alzò, fece tre passi, ma si bloccò di nuovo, il
verbo gli parve sospetto, vieni avanti non è vai avanti, vieni avanti vuol dire verso
qui, proprio verso qui, in questa direzione, arriverai dove ti stanno chiamando,
incontro alla pallottola che ti sostituirà una cecità con un'altra. Fu un'iniziativa per
così dire criminale di un soldato dall'animo cattivo, che il sergente stroncò
immediatamente con due strilli successivi, Alt, Dietrofront, seguiti da un severo
richiamo all'ordine del disobbediente, a quanto pare appartenente a quella specie
di persone cui non si può mettere un fucile in mano. Animati dal benevolo
intervento del sergente, i ciechi che avevano raggiunto il pianerottolo della scala
attaccarono con un fortissimo baccano che finì per servire da polo magnetico al
disorientato non vedente. Ormai sicuro di sé, questi avanzò in linea retta,
Continuate, continuate, diceva mentre i ciechi applaudivano come se stessero
assistendo a un lungo, vibrante e intrepido sprint. Fu accolto fra gli abbracci,
come si meritava, è nelle avversità, sia le provate sia le prevedibili, che si
riconoscono gli amici.
Non durò molto la fraternizzazione. Approfittando della confusione, alcuni
ciechi se l'erano squagliata con un bel po' di casse, quelle che riuscirono a
trasportare, un modo palesemente sleale di prevenire ipotetiche ingiustizie nella
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distribuzione. Quelli in buona fede, che ce n'è sempre per quanto se ne dica,
protestarono, indignati, che così non si poteva campare, Se non possiamo fidarci
gli uni degli altri, dove andremo a finire, si domandavano alcuni, retoricamente,
ancorché a ragione, Mi sa che questi mascalzoni vogliono una buona scarica di
botte, minacciavano altri, non era vero che la volessero, ma tutti intesero il
significato di quelle parole, un'espressione, questa, leggermente migliorata di un
barbarismo che ci si aspetta sia perdonato solo perché capita tanto a proposito.
Rientrati nell'atrio, i ciechi si misero d'accordo, ritenendola la maniera più pratica
di risolvere la prima parte della delicata situazione che si era creata, nel dividere
in parti uguali fra le due camerate le casse rimaste, per fortuna in numero pari, e
creare una commissione d'indagine, anch'essa paritaria, al fine di recuperare le
casse perdute, o meglio rubate. Sprecarono un pò di tempo a dibattere, come
ormai stava diventando abitudine, sul prima e sul dopo, cioè se si dovesse
mangiare prima e indagare poi, o il contrario, finendo per prevalere l'opinione che
la cosa più conveniente, tenuto conto delle molte ore trascorse a digiuno forzato,
sarebbe stata di rifocillare lo stomaco e procedere in seguito agli accertamenti, E
non dimenticatevi che dovete sotterrare i vostri, disse uno della prima camerata,
Non li abbiamo ancora ammazzati e vuoi già che li sotterriamo, rispose uno
spiritoso della seconda, giocando allegramente con le parole. Tutti risero. Ben
presto, però, si venne a sapere che i furfanti non si trovavano nelle camerate. Alla
porta dell'una e dell'altra c'erano stati sempre dei ciechi in attesa che il cibo
arrivasse, e furono loro a dire che in effetti avevano sentito passare nei corridoi
qualcuno che sembrava avere molta fretta, ma lì, nelle camerate, nessuno era
entrato, e tanto meno con casse di cibo, ci potevano giurare. Qualcuno ricordò
che il modo più sicuro di identificare quegli individui era che tutti i presenti
andassero a occupare i rispettivi letti, quelli che fossero rimasti vuoti avrebbero
dovuto essere ovviamente i letti dei ladroni, dopo di che non c'era da far altro che
aspettare che ritornassero da dove si erano nascosti, leccandosi le labbra, e
saltargli addosso, così imparavano a rispettare il sacro principio della proprietà
collettiva. Procedere seguendo il suggerimento, peraltro opportuno e di uno
sviscerato spirito di giustizia, aveva però il grave inconveniente di rinviare,
impossibile prevedere a quando, l'agognata e a quest'ora ormai fredda colazione,
Mangiamo prima, disse uno dei ciechi, e la maggioranza pensò che sì, era meglio
mangiare prima. Disgraziatamente, solo quel poco che gli era rimasto dopo
l'infame furto. In quel momento, in qualche luogo nascosto delle vetuste e
decrepite costruzioni, i ladri con ogni probabilità si stavano rimpinzando con
razioni doppie e triple di un rancio che, inaspettatamente, sembrava più buono,
costituito da caffelatte, per la verità freddo, biscotti e pane con margarina,
mentre la gente onesta non poteva far altro che saziarsi con dosi due o tre volte
minori, e non di tutto. Si udì, lo udirono alcuni della prima ala mentre
malinconicamente sorbivano il loro pane e acqua, l'altoparlante chiamare i
contagiati per andare a ritirare la loro parte di cibo. Uno dei ciechi, certo
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influenzato dall'atmosfera malsana creatasi dopo il delitto commesso, ebbe
un'ispirazione, Se li aspettassimo nell'atrio si prenderebbero uno spavento da
morire solo a vederci, magari lascerebbero cadere un paio di casse, ma il medico
disse che non gli sembrava bello, sarebbe stata un'ingiustizia, castigare chi non ha
colpa. Quando tutti ebbero finito di mangiare, la moglie del medico e la ragazza
dagli occhiali scuri portarono nel giardino le scatole di cartone, i recipienti vuoti
del latte e del caffè, i bicchieri di carta, insomma, tutto quanto non era
commestibile, Dobbiamo bruciare la spazzatura, disse poi la moglie del medico,
eliminare questo orribile moscaio.
Seduti sui letti, ciascuno sul proprio, i ciechi si misero in attesa che
rientrassero nel gregge le capre smarrite, Caproni sono quelli là, commentò una
voce possente, senza immaginare di corrispondere alla pastorale reminiscenza di
chi non ha colpa di non saper esprimere le cose in altra maniera. Ma i malviventi
non comparivano, dovevano sospettare qualcosa, sicuramente c'era fra loro
qualcuno altrettanto perspicace di questo qui che aveva avuto l'idea della scarica
di botte. I minuti passavano, qualche cieco qua e là si era coricato, qualcuno si era
già addormentato. Qui, signori miei, si mangia e si dorme. A ben vedere le cose,
non si sta mica tanto male. Purché il cibo non venga a mancare, che senza non si
può vivere, è come stare in albergo. Invece, che calvario sarebbe essere cieco là
fuori, in città, sì, che calvario. Andare ruzzolando per le strade, tutti a evitarlo, la
famiglia spaventata, che ha paura di avvicinarsi, amore materno, amore filiale,
tutte storie, magari mi facevano la stessa cosa che mi fanno qui, mi rinchiudevano
in una camera e mi mettevano il piatto davanti alla porta come grande favore.
Considerando la situazione freddamente, senza quei preconcetti o quei
risentimenti che sempre oscurano il ragionamento, bisognava riconoscere che le
autorità avevano avuto occhio decidendo di riunire ciechi con ciechi, ciascuno col
proprio simile, che è la buona norma della vicinanza, come i lebbrosi, non c'è
dubbio, quel medico laggiù ha ragione quando dice che dobbiamo organizzarci,
effettivamente è questione di organizzazione, per primo il cibo, poi
l'organizzazione, sono tutti e due indispensabili per vivere, scegliere un certo
numero di persone disciplinate e disciplinanti per dirigere la baracca, stabilire
delle norme consensuali di convivenza, cose semplici, spazzare, riordinare e
lavare, per questo non possiamo lamentarci, ci hanno addirittura mandato
sapone, detergenti, tenere il letto fatto, la cosa fondamentale è non perdere il
rispetto di noi stessi, evitare conflitti con i militari che compiono il loro dovere
sorvegliandoci, di morti ne abbiamo già abbastanza, domandare se c'è qualcuno
fra noi che conosca delle storie da raccontare la sera, storie, favole, aneddoti,
tant'è, pensate che fortuna se qualcuno conoscesse la Bibbia a memoria,
ripeteremmo tutto partendo dalla creazione del mondo, l'importante è che ci
ascoltiamo a vicenda, peccato non ci sia una radio, la musica è sempre stata una
grande distrazione, e avremmo potuto seguire le notizie, per esempio se si
scoprisse una cura per la nostra malattia, che gioia sarebbe.
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Poi accadde ciò che doveva accadere. Si udirono degli spari nella strada.
Vengono ad ammazzarci, gridò qualcuno, Calma, disse il medico, cerchiamo di
essere logici, se avessero voluto ammazzarci sarebbero venuti a sparare qui
dentro, non là fuori. Aveva ragione il medico, era il sergente che aveva dato
ordine di sparare in aria, non era stato un soldato che all'improvviso fosse
divenuto cieco mentre teneva il dito sul grilletto, si capisce, non c'era altro modo
di inquadrare e mantenere l'ordine tra i ciechi che uscivano accalcandosi dagli
autobus, il Ministero della Sanità aveva avvisato l'Esercito, Ne invieremo quattro
pullman, E cioè quanti, Circa duecento, Ma dove metteremo tutta quella gente, le
camerate destinate ai ciechi sono le tre dell'ala destra, secondo le informazioni
che abbiamo la capienza massima è di centoventi, e ce ne sono già sessanta o
settanta, meno una dozzina che abbiamo dovuto ammazzare, C'è un sistema,
occupare tutte le camerate, In tal caso i contaminati si troveranno a contatto
diretto con i ciechi, La cosa più probabile è che, prima o poi, finiscano per
diventare anch'essi ciechi, del resto, così com'è la situazione, suppongo che
contaminati lo siamo già tutti, sicuramente non c'è una sola persona che non sia
stata in vista di un cieco, Se un cieco non vede, mi domando, come potrà
trasmettere il male con la vista, Generale, questa deve essere la malattia più
logica del mondo, l'occhio che è cieco trasmette la cecità all'occhio che vede,
niente di più semplice, C'è un colonnello, qui da noi, secondo il quale la soluzione
sarebbe quella di ammazzare i ciechi a mano a mano che si presentano, Morti,
invece che ciechi, non modificherebbe molto il quadro, Essere cieco non è tale e
quale a essere morto, Sì, ma essere morto è tale e quale a essere cieco, Beh,
allora saranno circa duecento, Sì, E cosa ne facciamo dei conducenti degli
autobus, Internate anche loro. Quello stesso giorno, nel tardo pomeriggio,
l'Esercito chiamò il Ministero della Sanità, Volete sapere la novità, quel colonnello
di cui parlavo è diventato cieco, Chi sa cosa ne penserà adesso dell'idea che
aveva, Ci ha già pensato, si è sparato un colpo alla testa, Atteggiamento coerente,
non c'è che dire, L'esercito è sempre pronto a dare l'esempio.
Il portone era stato spalancato. Spinto dalle abitudini militari, il sergente
ordinò lo schieramento in colonna per cinque, ma i ciechi non riuscivano ad
azzeccare il conto giusto, ora erano di più, ora di meno, finirono per ammucchiarsi
tutti all'ingresso, da civili quali erano, senza alcun ordine, non si ricordarono
neanche di mandare avanti le donne e i bambini, come negli altri naufragi. C'è da
dire, prima di dimenticarcene, che non tutti gli spari erano stati mirati in aria, uno
dei conducenti si era rifiutato di andare con i ciechi, protestò che ci vedeva
perfettamente, il risultato, tre secondi dopo, diede ragione al Ministero della
Sanità quando aveva affermato che essere morto è tale e quale a essere cieco. Il
sergente impartì gli ordini già noti, Proseguite diritto, in fondo c'è una scala con
sei gradini, sei, quando ci arrivate salite lentamente, se qualcuno inciampa non
voglio neanche pensare a cosa potrà succedere, l'unica raccomandazione
mancante fu quella di seguire la corda, ma è comprensibile, se l'avessero usata
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non l'avrebbero mai più finita di entrare, Attenzione, raccomandava il sergente,
tranquillizzato perché ormai erano tutti all'interno del portone, ci sono tre
camerate a destra e tre a sinistra, ogni camerata ha quaranta letti, che le famiglie
non si separino, evitate i disordini, contatevi all'ingresso, chiedete a quelli che
stanno già dentro di aiutarvi, andrà tutto bene, sistematevi, tranquilli, tranquilli, il
mangiare arriverà.
Non sarebbe bello, però, immaginare che questi ciechi, tanto numerosi,
procedano lì come montoni al macello, belando come al solito, un po' accalcati, è
vero, ma è sempre stato il loro modo di vivere, pelo contro pelo, fiato contro
fiato, odore contro odore. Qui ce ne sono alcuni che piangono, altri che gridano di
paura o di rabbia, altri ancora che imprecano, qualcuno ha lanciato una minaccia
terribile e inutile, Se un giorno vi acchiappo, si suppone si riferisse ai soldati, vi
cavo gli occhi. Inevitabilmente, i primi ad arrivare alla scala dovettero fermarsi,
bisognava tastare con il piede l'altezza e la profondità del gradino, la pressione di
quelli che seguivano ne fece cadere due o tre in avanti, per fortuna niente di più
di qualche ginocchio sbucciato, il consiglio del sergente era stato davvero una
benedizione. Una parte è entrata nell'atrio, ma non si sistemano con tanta facilità
duecento persone, per giunta cieche e senza guida, poi si aggiunga a questa
circostanza, già di per sé abbastanza penosa, il fatto che ci troviamo in un edificio
antico, dalla disposizione poco funzionale, non basta che un sergente, che
conosce solo il proprio mestiere, dica, Sono tre camerate per lato, bisogna poi
vedere com'è dentro, porte talmente strette che sembrano vicoli, corridoi folli
quanto gli occupanti, non si sa perché comincino, non si sa dove finiscano, e non
si riesce a sapere che cosa vogliano. Per istinto, l'avanguardia dei ciechi si era
divisa in due colonne che si spostavano lungo le pareti, da un lato e dall'altro, in
cerca di una porta dove entrare, un metodo sicuro, senza dubbio, nell'ipotesi che
non si frappongano dei mobili. Prima o poi, con garbo e pazienza, i nuovi ospiti
finiranno per sistemarsi, ma non prima che si decidano le sorti della battaglia
scoppiata poco fa tra le prime linee della colonna di sinistra e i contaminati che
vivono da quella parte. C'era da aspettarselo. In base a quanto si era concordato,
c'era persino un regolamento predisposto dal Ministero della sanità, quell'ala
doveva essere riservata ai contaminati, e se era vero che si poteva prevedere, con
altissimo grado di probabilità, che alla fine sarebbero diventati tutti ciechi, era
anche vero, obbedendo alla pura logica, che fino a quando i contaminati non
fossero diventati ciechi non si sarebbe potuto giurare che fossero effettivamente
destinati a diventarlo. Uno se ne sta dunque tranquillamente seduto a casa
propria, fiducioso che, malgrado gli esempi contrari, almeno nel suo caso tutto
finisca per risolversi al meglio, e all'improvviso vede avanzare nella propria
direzione giusto uno stuolo ululante di coloro che più teme. In un primo momento
i contaminati pensarono si trattasse di un gruppo par loro, solo più numeroso, ma
l'equivoco durò poco, quella gente era proprio cieca, Qui non potete entrare,
quest'ala è solo nostra, non è per i ciechi, voi dovete stare nell'altro lato,
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gridarono quelli di guardia alla porta. Alcuni ciechi tentarono di compiere mezzo
giro e cercare un'altra entrata, sinistra o destra per loro tant'era, ma la massa di
quelli che continuavano ad affluire dall'esterno li spingeva inesorabilmente. I
contaminati difendevano la porta a pugni e calci, i ciechi rispondevano come
potevano, non vedevano gli avversari, ma sapevano da dove arrivavano i colpi.
Nell'atrio non potevano entrarci duecento persone, né niente di simile, perciò
ben presto la porta che dava nel recinto, benché abbastanza ampia, si ritrovò
completamente intasata, come se la ostruisse un grosso tappo, né indietro né
avanti, quelli che stavano dentro, compressi, schiacciati, tentavano di proteggersi
scalciando, dando gomitate ai vicini che li soffocavano, si udivano urli, bambini
ciechi che piangevano, donne cieche che svenivano, mentre i tanti che non erano
riusciti a entrare spingevano sempre più, terrorizzati dagli strilli dei soldati che
non capivano perché quegli idioti stessero ancora lì. Un momento terribile fu
quando si produsse un violento reflusso di gente che faceva di tutto per sottrarsi
alla confusione, all'imminente pericolo di schiacciamento, mettiamoci noi al posto
dei soldati, all'improvviso vedono uscire di botto un certo numero di quelli che
erano già entrati, pensarono subito al peggio, che i ciechi stessero per tornare
indietro, ricordiamoci dei precedenti, sarebbe potuta diventare una carneficina.
Fortunatamente, il sergente si dimostrò ancora una volta all'altezza della
situazione, sparò egli stesso un colpo in aria, con la pistola, solo per richiamare
l'attenzione, e gridò con l'altoparlante, Calma, voi che state sulla scala,
indietreggiate un po', tranquilli, non spingete, aiutatevi a vicenda. Era chiedere
troppo, all'interno la lotta continuava, ma l'atrio, a poco a poco, si andò
svuotando grazie a uno spostamento più numeroso di ciechi verso la porta dell'ala
destra, dove venivano accolti da altri ciechi che non si preoccuparono
minimamente di incamminarli verso la terza camerata, fino ad allora libera, e
verso i letti che nella seconda erano ancora vuoti. Per un momento parve che la
battaglia si sarebbe risolta a favore dei contaminati, non tanto perché erano i più
forti e per di più dotati di vista, ma perché i ciechi, avendo capito che l'entrata
dell'altro lato era sgombra, interruppero il contatto, come avrebbe detto il
sergente nelle sue lezioni militari di strategia e tattica elementare. Però non durò
molto la gioia dei difensori. Dalla porta dell'ala destra cominciarono ad arrivare
voci che lì non c'erano più posti, che tutte le camerate erano piene, alcuni ciechi
furono addirittura spintonati di nuovo nell'atrio, nel momento preciso in cui,
disgregatosi il tappo umano che fino ad allora bloccava l'ingresso principale, i
ciechi che si trovavano ancora fuori, ed erano molti, riuscirono ad avanzare e a
ripararsi sotto quel tetto dove, in salvo dalle minacce dei soldati, avrebbero
vissuto da allora in poi. Il risultato di questi due spostamenti, praticamente
simultanei, fu il riaccendersi della contesa all'ingresso dell'ala sinistra, di nuovo
colpi, di nuovo schiamazzi, e, come se non bastasse, un certo numero di ciechi
sgusciati via, i quali avevano trovato e forzato la porta che dall'atrio dava accesso
diretto al cortile interno, attaccarono a gridare che c'erano dei morti. S'immagini
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il terrore. Indietreggiarono questi ultimi alla meglio, Ci sono dei morti, ci sono dei
morti, ripetevano, come se i prossimi a morire fossero loro, in un attimo l'atrio
tornò a essere quel gorgo furioso dei peggiori momenti, poi la massa umana deviò
con uno slancio repentino e disperato verso l'ala sinistra, spingendo tutto avanti,
dopo aver sbaragliato la resistenza dei contaminati, molti dei quali non lo erano
più, mentre altri, correndo come pazzi, tentavano ancora si sfuggire alla nera
iattura. Correvano invano. Uno dopo l'altro, tutti divennero ciechi, con gli occhi
che all'improvviso annegavano nell'orrida marea bianca che inondava i corridoi, le
camerate, lo spazio intero. Là fuori, nell'atrio, nel recinto, i ciechi si trascinavano
derelitti, chi tutto ammaccato, chi calpestato, e soprattutto gli anziani, le donne e
i bambini, come sempre, esseri generalmente ancora oppure ormai con poche
difese, fu un miracolo se non ci scapparono molti più morti da sotterrare.
Sparpagliati per terra, oltre alle scarpe perdute dai piedi, c'erano borse, valigie,
cesti, l'ultima ricchezza di ciascuno, ormai perduta per sempre, chi troverà
qualcosa dirà che gli appartiene.
Un vecchio con una benda nera su un occhio arrivò dal cortile. O aveva
perso il bagaglio anche lui, o non lo aveva portato. Era stato il primo a inciampare
nei morti, ma lui non gridò. Se ne rimase lì con loro, accanto a loro, in attesa che
tornassero la pace e il silenzio. Per un'ora ha aspettato. Adesso è il suo turno di
cercare un rifugio. Lentamente, con le braccia tese, cercò la strada. Trovò la porta
della prima camerata dell'ala destra, udì alcune voci provenire da dentro, allora
domandò, C'è un letto per me.
L'arrivo di tanti ciechi parve recare almeno un vantaggio. A pensarci bene,
due, il primo di ordine per così dire psicologico, è davvero molto diverso lo stare
continuamente in attesa che ci si presentino nuovi inquilini e il vedere che
finalmente il palazzo è pieno, che da ora in poi è possibile creare e mantenere con
i vicini rapporti stabili, duraturi, non turbati, come era successo fino ad ora, da
successive interruzioni e intromissioni di nuovi arrivati che ci obbligavano a
ricostruire continuamente i canali di comunicazione. Il secondo vantaggio, di
ordine pratico, diretto e sostanziale, fu che le autorità esterne, civili e militari,
avevano capito che una cosa è fornire generi alimentari per due o tre dozzine di
persone, più o meno tolleranti, più o meno predisposte, dato l'esiguo numero, a
rassegnarsi in caso di occasionali mancanze o ritardi nel vitto, e tutt'altra cosa era
adesso la repentina e complessa responsabilità di mantenere duecentoquaranta
esseri umani di ogni sorta, provenienza e tipo in fatto di carattere e
temperamento. Duecentoquaranta per modo di dire, si badi, perché sono per lo
meno venti i ciechi che non sono riusciti a trovare una branda e dormono per
terra. In tutti i casi, bisogna riconoscere che non è la stessa cosa doversi adattare
a mangiare in trenta quanto dovrebbe bastare per dieci, e distribuire per
duecentosessanta il cibo destinato a duecentoquaranta. La differenza è quasi
impercettibile. Orbene, fu la consapevolezza di questa maggiore responsabilità e
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forse, ipotesi tutt'altro che trascurabile, il timore che si potessero scatenare nuovi
tumulti, a indurre le autorità a cambiare sistema, e cioè a mandare da mangiare in
tempo e in orario, e nelle quantità giuste. Ovviamente, dopo la pugna, sotto tutti
gli aspetti deplorevole, cui abbiamo dovuto assistere, non poteva certo esser
facile né esente da conflitti localizzati l'insediamento di tanti ciechi, ci basterà
rammentare quei poveri contaminati che prima ci vedevano ancora e adesso non
ci vedono più, le coppie divise e i figli smarriti, i lamenti dei calpestati e pigiati,
alcuni due o tre volte, e tutti quelli che vanno in cerca dei loro amati beni senza
trovarli, bisognerebbe essere del tutto insensibili per dimenticare, come se niente
fosse, le pene della povera gente. Eppure, non si può negare che l'annuncio
dell'arrivo del pranzo fu, per tutti, un balsamo ristoratore. E se è innegabile che il
ritiro di così grandi quantità di cibo e la loro distribuzione fra tante bocche, per la
mancanza di una organizzazione adeguata e di un'autorità capace di imporre la
necessaria disciplina, diede origine a nuovi dissapori, dobbiamo pur riconoscere
che l'atmosfera cambiò sostanzialmente, in meglio, quando in tutto l'antico
manicomio non si udì altro se non il rumore di duecentosessanta bocche che
masticavano. Chi poi pulirà tutto è questione per il momento senza risposta, solo
verso la fine del pomeriggio l'altoparlante tornerà a elencare le norme di buona
condotta che dovranno essere osservate per il bene di tutti, e allora si vedrà fino
a che grado le rispetteranno coloro che sono appena arrivati. Già non è poco che
gli occupanti della seconda camerata dell'ala destra si siano decisi, finalmente, a
sotterrare i propri morti, almeno ci siamo liberati di questo odore, all'odore dei
vivi, anche se fetido, sarà più facile abituarsi.
Quanto alla prima camerata, forse perché è la più antica e quindi da più
tempo in via di adattamento alla condizione di cecità, un quarto d'ora dopo che i
suoi occupanti avevano finito di mangiare non si vedeva un solo pezzo di carta
sporca per terra, né un piatto dimenticato, o un recipiente gocciolante. Tutto era
stato radunato, le cose più piccole infilate nelle più grandi, le più sporche in quelle
meno sporche, come avrebbe indicato una razionale regolamentazione
dell'igiene, attenta non solo alla maggiore efficacia possibile nella raccolta degli
avanzi e dei rifiuti, ma anche all'economia dello sforzo necessario a realizzare il
lavoro. La mentalità che obbligatoriamente dovrà determinare comportamenti
sociali di questo tipo non si improvvisa né nasce spontaneamente. Nel caso in
esame sembra abbia avuto influenza decisiva l'azione pedagogica della cieca in
fondo alla camerata, quella sposata con l'oculista, si è tanto affannata a dirci, Se
non siamo capaci di vivere globalmente come persone, almeno facciamo di tutto
per non vivere globalmente come animali, lo ha ripetuto tante volte che il resto
della camerata ha finito per trasformare in massima, in sentenza, in dottrina, in
norma di vita, quelle parole, in fondo semplici ed elementari. Probabilmente un
tale stato d'animo, propizio alla comprensione delle necessità e delle circostanze,
è ciò che ha contribuito, ancorché in modo collaterale, alla benevola accoglienza
che ha trovato il vecchio dalla benda nera quando si è affacciato alla porta e ha
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domandato, C'è un letto per me. Per un caso fortunato, ovviamente
preannunciante sviluppi nel futuro, un letto c'era, l'unico, chissà poi perché
sopravvissuto, per così dire, all'invasione, in quel letto aveva sofferto il ladro di
automobili inenarrabili dolori, ecco forse perché gli era rimasto un alone di
sofferenza che aveva tenuto lontana la gente. Sono disposizioni del destino,
misteri degli arcani, la porzione è già in serbo, e questa non è stata la prima
coincidenza, tornando indietro basta notare come in questa camerata siano
venuti a finire tutti i pazienti che si trovavano nell'ambulatorio oculistico quando
vi era comparso il primo cieco, a quel tempo si pensava ancora che non si sarebbe
andati oltre. Sottovoce come al solito, per non denunciare il segreto della sua
presenza lì, la moglie del medico sussurrò all'orecchio del marito, Forse è stato
anche lui un tuo malato, è un uomo anziano, mezzo calvo, qualche ciuffo bianco,
e ha una benda nera su un occhio, mi ricordo che ne hai parlato, Che occhio, Il
sinistro, Deve essere lui. Il medicò si fece avanti nella corsia e disse, alzando un
po' la voce, Vorrei poter toccare la persona che si è appena unita a noi, le chiedo
di camminare in questa direzione, io le verrò incontro. Si trovarono a metà strada,
dita contro dita, come due formiche che avrebbero dovuto riconoscersi
manovrando le antenne, non andrà così in questo caso, il medico chiese
permesso, con le mani tastò la faccia del vecchio, trovò rapidamente la benda,
Non c'è dubbio, era l'ultimo che ci mancava, il paziente dalla benda nera,
esclamò, Cosa vuol dire, chi è lei, domandò il vecchio, Sono, anzi ero il suo
oculista, si ricorda, avevamo concordato la data della sua operazione alla
cataratta, Come ha fatto a riconoscermi, Soprattutto dalla voce, la voce è la vista
di chi non vede, Sì, la voce, anch'io riconosco la sua, chi ce lo avrebbe detto,
dottore, adesso non c'è più bisogno che mi operi, Se c'è un rimedio, ne abbiamo
bisogno tutti e due, Rammento, dottore, che mi ha detto che dopo operato non
avrei neanche riconosciuto il mondo in cui vivevo, a questo punto sappiamo
quanto avesse ragione lei, Quand'è che è diventato cieco, Ieri sera, E l'hanno
portata subito qui, Là fuori c'è una tale paura che fra poco cominceranno ad
ammazzare le persone appena si accorgono che sono diventate cieche, Qui ne
hanno già fatti fuori dieci, disse una voce di uomo, Li ho trovati, rispose
semplicemente il vecchio dalla benda nera, Erano di un'altra camerata, i nostri li
abbiamo sotterrati subito, aggiunse la stessa voce, come se terminasse un
resoconto. La ragazza dagli occhiali scuri si era avvicinata, Si ricorda di me,
portavo degli occhiali scuri, Mi ricordo bene, nonostante la mia cataratta ricordo
che era molto bella, la ragazza sorrise, Grazie, disse, e tornò al suo posto. Disse
poi, C'è qui anche quel bambino, Voglio la mamma, disse la voce del ragazzino,
come stanca di un pianto remoto e inutile. E io sono il primo che è diventato
cieco, disse il primo cieco, sono qui con mia moglie, E io sono l'impiegata
dell'ambulatorio, disse l'impiegata dell'ambulatorio. La moglie del medico disse,
Manca solo che mi presenti io, e disse chi era. Allora il vecchio, come per
ricambiare l'accoglienza, annunciò, Ho una radio, Una radio, esclamò la ragazza
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dagli occhiali scuri battendo le mani, musica, che bello, Sì, ma è una radiolina, a
pile, e le pile non dureranno sempre, ricordò il vecchio, Non mi dica che dovremo
restare qui per sempre, disse il primo cieco, Per sempre no, per sempre è sempre
troppo tempo, Servirà per ascoltare le notizie, osservò il medico, E un po' di
musica, insistette la ragazza dagli occhiali scuri, Non a tutti potrebbe piacere la
stessa musica, ma sicuramente siamo tutti interessati a sapere come vanno le
cose fuori, la cosa migliore è risparmiare la radio, Lo penso anch'io, disse il
vecchio dalla benda nera. Tirò fuori il piccolo apparecchio dalla tasca esterna della
giacca e lo accese. Si mise a cercare le stazioni, ma la sua mano, ancora poco
sicura, perdeva facilmente la sintonia con la lunghezza d'onda, all'inizio non si udì
altro che rumori intermittenti, frammenti di musica e parole, infine la mano
divenne più ferma, la musica parve riconoscibile, La lasci solo un attimo, chiese la
ragazza dagli occhiali scuri, le parole divennero più chiare, Non sono notizie, disse
la moglie del medico, e poi, come un'idea che le fosse venuta all'improvviso, Che
ore saranno, domandò, ma già sapeva che nessuno avrebbe potuto risponderle.
La lancetta della sintonia continuava a cavar rumori dalla piccola cassa, poi si
fissò, era una canzone, una canzone qualunque, ma i ciechi si avvicinarono
lentamente, non si spingevano, si fermavano appena sentivano una presenza
davanti a sé e stavano lì a sentire, con gli occhi bene aperti in direzione della voce
che cantava, alcuni piangevano, come probabilmente soltanto i ciechi possono
piangere, semplicemente lacrime che scorrevano, come da una fontana. La
canzone arrivò alla fine, l'annunciatore disse, Attenzione, al terzo segnale saranno
le quattro. Una delle cieche domandò ridendo, Del pomeriggio o del mattino, e fu
come se la risata le facesse male. Celatamente, la moglie del medico regolò e
caricò l'orologio, erano le quattro del pomeriggio, anche se, in verità, per un
orologio tant'è, va dall'una alle dodici, il resto sono idee degli esseri umani. Cos'è
questo rumorino, domandò la ragazza dagli occhiali scuri, sembrava, Sono stata
io, ho sentito che dicevano alla radio che erano le quattro e ho caricato il mio
orologio, uno di quei movimenti automatici che facciamo tante volte, si premunì
la moglie del medico. Poi pensò che non ne fosse valsa la pena, rischiare così, le
sarebbe bastato guardare il polso dei ciechi che erano entrati quel giorno,
qualcuno doveva pur avere l'orologio funzionante. Ce lo aveva proprio il vecchio
dalla benda nera, come notò in quel momento, e il suo orario era preciso. Allora il
medico chiese, Ci parli di com'è la situazione là fuori. Il vecchio dalla benda nera
disse, Certo, ma è meglio che mi sieda, non riesco a reggermi in piedi. Stavolta a
gruppi di tre o quattro per letto, in compagnia, i ciechi si sistemarono come
meglio poterono, fecero silenzio, e quindi il vecchio dalla benda nera raccontò ciò
che sapeva, ciò che aveva visto con i propri occhi finché li aveva avuti, ciò che
aveva sentito dire durante i pochi giorni intercorsi fra l'inizio dell'epidemia e la
propria cecità.
Nelle prime ventiquattr'ore, disse, se era veritiera la notizia che circolava,
c'erano stati centinaia di casi, tutti uguali, tutti manifestatisi nella stessa maniera,
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rapidità istantanea, assenza sconcertante di lesioni, biancore splendente del
campo visivo, nessun dolore prima, nessun dolore dopo. Il secondo giorno si parlò
di un certa diminuzione nel numero di nuovi casi, si passò dalle centinaia alle
decine, il che portò il Governo ad annunciare prontamente che, in base alle più
ragionevoli prospettive, la situazione sarebbe stata ben presto sotto controllo. Da
questo punto in avanti, salvo alcuni commenti qua e là che non si sono potuti
evitare, il racconto del vecchio dalla benda nera non sarà più seguito alla lettera,
sostituito piuttosto da una riorganizzazione del discorso orale, orientata nel senso
di valorizzare l'informazione con l'uso di un corretto e adeguato vocabolario.
Motivo di questa alterazione, non prevista prima, è il modo di esprimersi
controllato, tutt'altro che dialettale, impiegato dal narratore, che per poco lo
squalificava come relatore complementare, importante, senza dubbio, giacché
senza di lui non avremmo modo di sapere quel che è successo nel mondo esterno,
come relatore complementare, dicevamo, di questi straordinari avvenimenti,
quando si sa che la descrizione di qualsiasi fatto ha solo da guadagnarne con il
rigore e la proprietà dei termini usati. Tornando all'argomento, escluse quindi il
Governo l'ipotesi, precedentemente ventilata, che il paese si trovasse sotto
l'azione di una epidemia senza precedenti noti, provocata da un agente morboso
ancora non identificato, a effetto istantaneo, con assenza totale di previ segnali di
incubazione o di latenza. Doveva trattarsi, dunque, secondo la nuova opinione
scientifica e la conseguente e aggiornata interpretazione amministrativa, di una
casuale e sfortunata concomitanza temporale di circostanze anch'esse per il
momento non accertate e nella cui esaltazione patogenica ormai era possibile,
rilevava il comunicato del Governo, partendo dall'elaborazione dei dati disponibili
che indicano la prossimità di una chiara curva di risoluzione, osservare indizi di
esaurimento. Un commentatore televisivo ebbe l'ingegnosità di trovare la
metafora giusta quando paragonò l'epidemia, o quel che fosse, a una freccia
scagliata verso l'alto, che, nel raggiungere il culmine dell'ascensione, si mantiene
per un momento come sospesa, e poi comincia a descrivere l'obbligatoria curva
discendente che, a Dio piacendo, e con questa invocazione il commentatore
ritornava alla trivialità degli scambi umani e all'epidemia propriamente detta, poi
ci penserà la gravità ad accelerare, fino alla scomparsa del terribile incubo che ci
tormenta, una mezza dozzina di parole, queste, che comparivano continuamente
nei vari mezzi di comunicazione sociale, i quali finivano sempre col formulare il
compassionevole augurio che i poveri ciechi potessero recuperare ben presto la
vista perduta, promettendo loro, nel frattempo, la solidarietà di tutta la società
organizzata, sia ufficiale che privata. In un passato remoto, ragioni e metafore
simili erano state tradotte dall'imperterrito ottimismo della gente comune in detti
tipo questo, Non c'è bene che sempre duri, né male che perduri, oppure, in
versione letteraria, Così come non c'è bene che duri sempre, non c'è male che
sempre duri, massime supreme di chi ha avuto il tempo di apprendere con gli
scossoni della vita e della fortuna, e che, trasposte fra i ciechi, andranno lette
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come segue, Ieri vedevamo, oggi non vediamo, domani vedremo, con una leggera
intonazione interrogativa nella terza parte della frase, come se la prudenza,
all'ultimo istante, avesse deciso, per sì e per no, di aggiungere l'ambiguità del
dubbio alla speranzosa conclusione.
Disgraziatamente, non tardò a dimostrarsi l'inanità di tali voti, le
aspettative del Governo e le previsioni della comunità scientifica andarono
semplicemente a rotoli. La cecità stava dilagando, non come una marea repentina
che tutto inondasse e spingesse avanti, ma come un'infiltrazione insidiosa di mille
e uno rigagnoli inquietanti che, dopo aver inzuppato lentamente la terra,
all'improvviso la sommergono completamente. Davanti all'allarme sociale, ormai
sul punto di esserne travolte, le autorità promossero in tutta fretta riunioni
mediche, soprattutto di oculisti e neurologi.
Per via del tempo che fatalmente avrebbe richiesto la sua organizzazione,
non si arrivò a convocare il congresso che alcuni preconizzavano, ma in compenso
non mancarono i colloqui, i seminari, le tavole rotonde, alcune aperte al pubblico,
altre celebrate a porte chiuse. L'effetto combinato della palese inutilità dei
dibattiti e i casi di alcune cecità improvvise verificatesi nel corso delle sedute,
portarono i giornali, la radio e la televisione, quasi tutti, a cessare di occuparsi di
tali iniziative, a eccezione del discreto e sotto ogni aspetto lodevole
comportamento di certi organi di comunicazione che, campando a forza di
scandali di ogni tipo, delle grazie e delle disgrazie altrui, non erano disposti a
perdere una sola occasione si presentasse di riferire in diretta, con la
drammaticità che la situazione giustificava, la cecità improvvisa, per esempio, di
un cattedratico di oculistica.
La prova del progressivo deterioramento dello stato d'animo generale la
diede lo stesso Governo, modificando per ben due volte, in una mezza dozzina di
giorni, la propria strategia. Prima, aveva creduto fosse possibile circoscrivere il
male ricorrendo all'isolamento dei ciechi e dei contaminati in certi spazi
discriminati, come il manicomio in cui ci troviamo. Poi, l'inesorabile aumento dei
casi di cecità portò alcuni influenti membri del Governo, timorosi che l'iniziativa
ufficiale non corrispondesse abbastanza alle richieste, il che avrebbe determinato
pesanti penalizzazioni politiche, a sostenere l'idea che dovesse spettare alle
famiglie sorvegliare in casa i propri ciechi, non lasciandoli uscire, al fine di non
complicare il già difficile traffico e di non offendere la sensibilità di coloro che
ancora vedevano con gli occhi di cui disponevano e che, indifferenti alle opinioni
più o meno tranquillizzanti, credevano che il mal bianco si propagasse per
contatto visivo, come il malocchio. In effetti, non era legittimo attendersi diversa
reazione da chi, immerso nei propri pensieri, tristi, neutri o allegri, ammesso che
di questi ultimi ancora ce ne fossero, vedeva all'improvviso trasformarsi
l'espressione di qualcuno che procedeva nella sua direzione, configurarglisi nel
volto tutti i segni del terrore assoluto, e subito dopo il grido inevitabile, Sono
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cieco, sono cieco. Non c'erano nervi che resistessero. Il peggio è che le famiglie,
soprattutto le meno numerose, rapidamente si trasformarono in famiglie tutte di
ciechi, dove quindi non c'era più nessuno a poter guidare e sorvegliare, e a
proteggere dai ciechi la comunità dei vicini con vista buona, ed era chiaro che
quei ciechi non potevano, per quanto fossero padre, madre e figlio, badare gli uni
agli altri, o se no gli sarebbe finita come ai ciechi del dipinto, che camminano
insieme, cadono insieme e insieme muoiono.
In questa situazione, il Governo non ebbe altro rimedio se non fare di corsa
marcia indietro, allargando i criteri già stabiliti sui luoghi e gli spazi requisibili, col
risultato dell'immediato e improvvisato utilizzo di fabbriche abbandonate, templi
sconsacrati, centri sportivi e magazzini vuoti, Da due giorni si parla già di
organizzare delle tendopoli, aggiunse il vecchio dalla benda nera. All'inizio, molto
all'inizio, alcune organizzazioni benefiche avevano ancora offerto volontari per
andare a badare ai ciechi, rifare letti, pulire gabinetti, lavare biancheria, preparare
da mangiare, quelle cure minime senza le quali la vita diviene ben presto
insopportabile, persino per i vedenti. Quei poveracci diventavano
immediatamente ciechi, ma almeno passava alla storia la beltà del gesto. è
venuto qualcuno qui, domandò il vecchio dalla benda nera, No, rispose la moglie
del medico, nessuno, Forse era una chiacchiera, E la città, e i trasporti, domandò il
primo cieco, ricordandosi della propria macchina e dell'autista di tassì che lo
aveva portato all'ambulatorio e che lui aveva aiutato a sotterrare, I trasporti sono
nel caos, rispose il vecchio dalla benda nera, e passò ai particolari, agli episodi e
agli incidenti. La prima volta che divenne cieco un conducente di autobus, in
servizio e in piena via pubblica, la gente, malgrado i morti e i feriti provocati dal
disastro, non vi prestò grande attenzione, per la stessa ragione, e cioè la forza
dell'abitudine, che portò il responsabile dell'ufficio stampa dei trasporti a
dichiarare, papale papale, che il disastro era stato originato da un errore umano,
senza dubbio deprecabile, ma, a ben pensarci, imprevedibile quanto poteva
esserlo un infarto fulminante in chi non avesse mai sofferto di cuore. I nostri
impiegati, spiegò il responsabile, così come le parti meccaniche e gli impianti
elettrici dei nostri automezzi, sono periodicamente soggetti a controlli
estremamente rigorosi, e ciò è confermato, con diretto e chiaro rapporto di causa
ed effetto, dalla bassissima percentuale di incidenti, in totale, nei quali sono stati
coinvolti fino a ora i veicoli della nostra compagnia. La profusa spiegazione uscì
sui giornali, ma la gente aveva altro cui pensare, più che preoccuparsi di un
semplice disastro occorso a un autobus, in fin dei conti non sarebbe andata
peggio se gli si fossero rotti i freni. Peraltro fu questa, due giorni dopo, la vera
causa di un altro incidente ma così è fatto il mondo, che spesse volte la verità
deve celarsi sotto la menzogna per raggiungere i propri scopi, la voce che si
diffuse fu che era diventato cieco il conducente. Non ci fu modo di convincere il
pubblico di quanto era effettivamente accaduto, e il risultato si vide ben presto,
da un momento all'altro le persone smisero di servirsi degli autobus, dicendo che
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preferivano diventar cieche loro piuttosto che morire per la cecità altrui. Un terzo
incidente, subito dopo, per lo stesso motivo, con un veicolo che non portava
passeggeri, diede adito a commenti simili, dal tono notoriamente popolare, Pensa
se stavo là dentro. Non poteva neanche immaginare, chi parlava così, quanto
avesse ragione. Per la cecità simultanea dei due piloti, non tardò che un aereo
commerciale si incendiasse e poi si disintegrasse in fase di atterraggio,
provocando la morte di tutti i passeggeri e membri dell'equipaggio, benché, in
questo caso, si trovassero in perfetto stato sia la meccanica che l'elettronica,
come avrebbe rivelato l'esame della scatola nera, unica sopravvissuta. Una
tragedia di queste dimensioni non era come un normale incidente di autobus, la
conseguenza fu che persero le ultime illusioni coloro che ancora ne avevano,
dopo di che non si udì più un solo rumore di motore, non una ruota, grande o
piccola, veloce o lenta, si rimise in movimento. Coloro che, prima, solevano
lamentarsi delle difficoltà sempre maggiori del traffico, pedoni che a prima vista
sembravano incerti nella direzione perché le automobili, ferme o in movimento,
continuamente tagliavano loro la strada, conducenti che, dopo aver fatto mille e
tre giri prima di riuscire a scoprire un posto dove piazzare finalmente la macchina,
si trasformavano in pedoni e cominciavano a protestare per le stesse ragioni degli
altri dopo aver reclamato per le proprie, adesso tutti quanti avrebbero dovuto
essere soddisfatti, se non per la palese circostanza che, non essendoci più
nessuno che si azzardava a guidare un qualsiasi veicolo, neanche per andare da
qui a lì, le automobili, i camion, le moto, e perfino le biciclette, così discrete,
erano sparpagliati caoticamente per tutta la città, abbandonati dovunque la paura
avesse prevalso sul senso di proprietà, una grottesca evidenza simboleggiata da
quella gru con un'automobile mezza sollevata, appesa all'asse anteriore,
probabilmente il primo a diventare cieco era stato il conducente della gru.
Brutta per chiunque, la situazione, per i ciechi, era catastrofica, dal
momento che, come si dice correntemente, non potevano vedere dove andavano
né dove mettevano i piedi. Era penoso vederli sbattere contro le macchine
abbandonate, uno dopo l'altro, sbucciandosi gli stinchi, alcuni cadevano e
piangevano, C'è qualcuno che mi dia una mano ad alzarmi, ma c'erano anche
quelli che, abbrutiti dalla disperazione o per carattere, imprecavano e
respingevano la mano benemerita accorsa in loro aiuto, Mi lasci, arriverà anche il
suo turno di diventare cieco, allora l'anima compassionevole si spaventava,
scappava via, si perdeva nella densità di quella nebbia bianca, subitamente
consapevole del rischio che la bontà gli aveva fatto correre, magari per diventare
cieco qualche metro più avanti.
Così stanno le cose fuori, concluse il vecchio dalla benda nera, e non so
mica tutto, parlo solo di quanto ho potuto vedere con i miei occhi, e qui si
interruppe, fece una pausa e si corresse, No, non con i miei occhi, perché ne
avevo solo uno, e adesso neanche quello, cioè, ce l'ho ma non mi serve, Non le ho
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mai domandato perché non usasse un occhio di vetro invece della fascia, E perché
avrei dovuto, me lo dica lei, la prego, domandò il vecchio dalla benda nera, Si usa,
è per l'estetica, e inoltre è molto più igienico, si toglie, si lava e si rimette, come le
dentiere, Sì, certo, ma mi dica, cosa succederebbe oggi se tutti coloro che adesso
si ritrovano ciechi avessero perduto, dico materialmente perduto, entrambi gli
occhi, a cosa gli servirebbe adesso andarsene in giro con due occhi di vetro, In
effetti, non servirebbe a niente, Se diventeremo tutti ciechi, come pare
succederà, a che scopo l'estetica, e quanto all'igiene, mi dica, dottore, che specie
di igiene potrà esserci qui, Probabilmente solo in un mondo di ciechi le cose
saranno ciò che veramente sono, disse il medico, E le persone, domandò la
ragazza dagli occhiali scuri, Anche le persone, non ci sarà nessuno a vederle, Mi è
venuta un'idea, disse il vecchio dalla benda nera, facciamo un gioco per passare il
tempo, Come si può giocare senza vedere a cosa si gioca, domandò la moglie del
primo cieco, Non sarà proprio un gioco, ciascuno di noi dovrebbe dire
esattamente ciò che stava vedendo nel momento in cui è diventato cieco,
Potrebbe essere sconveniente, ricordò qualcuno, Chi non vuole partecipare al
gioco, non partecipa, ma inventare non vale, Dia l'esempio, disse il medico,
Senz'altro, disse il vecchio dalla benda nera, sono diventato cieco mentre mi stavo
guardando l'occhio cieco, Cosa vuol dire, è molto semplice, ho sentito come se
l'interno dell'orbita vuota fosse infiammato e ho tolto la benda per accertarmene,
in quel momento sono diventato cieco, Sembra una parabola, disse una voce
sconosciuta, l'occhio che si rifiuta di riconoscere la propria assenza, Io, disse il
medico, mi ero messo a consultare a casa dei manuali di oculistica, proprio per via
di quanto sta accadendo, l'ultima cosa che ho visto sono le mie mani sopra un
libro, La mia ultima immagine è diversa, disse la moglie del medico, l'interno di
un'ambulanza mentre aiutavo mio marito a entrare, Il mio caso lo avevo già
raccontato al dottore, disse il primo cieco, mi ero fermato a un semaforo, era
rosso, c'era gente che attraversava la strada da un lato all'altro, è allora che sono
diventato cieco, poi quel tizio che è morto l'altro giorno mi ha portato a casa, in
faccia non l'ho visto, chiaro, Quanto a me, disse la moglie del primo cieco, l'ultima
cosa che ricordo di aver visto è il mio fazzoletto, ero a casa e piangevo, ho portato
il fazzoletto agli occhi e in quell'istante sono diventata cieca, Io, disse l'impiegata
dell'ambulatorio, ero appena entrata nell'ascensore, ho teso la mano per spingere
il pulsante e all'improvviso non ho più visto, immaginate la mia angoscia, chiusa lì,
da sola, non sapevo se salire o scendere, non trovavo il pulsante di apertura della
porta, Il mio caso, disse il commesso di farmacia, è più semplice, avevo sentito
dire che c'era gente che diventava cieca, allora ho pensato a come sarebbe stato
se lo fossi diventato anch'io, ho chiuso gli occhi per provare e quando li ho aperti
ero cieco, Sembra un'altra parabola, disse la voce sconosciuta, se vuoi essere
cieco, lo sarai. Tacquero. Gli altri ciechi erano tornati ai rispettivi letti, il che non
era impresa da poco, perché se è vero che sapevano i numeri loro spettanti, solo
cominciando a contare da una delle estremità, da uno in su o da venti in giù,
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potevano aver la certezza di arrivare dove volevano. Quando il mormorio della
enumerazione, monotono come una litania, si smorzò, la ragazza dagli occhiali
scuri raccontò quel che le era successo, Ero nella camera di un albergo, avevo un
uomo sopra di me, a questo punto tacque, si vergognò di dire cosa stesse
facendo, che aveva visto tutto bianco, ma il vecchio dalla benda nera domandò, E
ha visto tutto bianco, Sì, rispose lei, Forse la sua cecità non è come la nostra, disse
il vecchio dalla benda nera. Mancava solo la cameriera dell'albergo, Stavo
rifacendo un letto, qualcuno era diventato cieco proprio lì ho alzato e disteso il
lenzuolo bianco davanti a me, l'ho rimboccato ai lati come si deve, lo stavo
lisciando con tutte e due le mani, a quel punto ho smesso di vedere, mi ricordo di
come lisciavo il lenzuolo, pian pianino, era quello di sotto, concluse, come se ciò
avesse una particolare importanza. Avete già raccontato tutti la vostra ultima
storia di quando vedevate, domandò il vecchio dalla benda nera, Adesso racconto
la mia, se non c'è nessun altro, disse la voce sconosciuta, Se c'è, parlerà dopo,
racconti lei, L'ultima cosa che ho visto è un quadro, Un quadro, ripeté il vecchio
dalla benda nera, e dove si trovava, Ero andato al museo, era un campo di grano
con corvi e cipressi e un sole che sembrava esser fatto con pezzi di altri soli, Ha
tutto l'aspetto di essere di un olandese, Credo di sì, ma c'era anche un cane sul
punto di sprofondare, era già mezzo sotterrato, poverino, In tal caso, può essere
solo di uno spagnolo, prima di lui nessuno aveva dipinto così un cane, dopo di lui
nessun altro ha osato farlo, Probabilmente, e c'era un carro carico di fieno, tirato
da cavalli, che attraversava un ruscello, C'era una casa a sinistra, Sì, Allora è di un
inglese, Potrebbe essere, ma non credo, perché c'era anche una donna con un
bambino in braccio, Di bambini in braccio a donne se ne vedono dovunque in
pittura, In effetti, l'ho notato, Quello che non capisco è come potrebbero trovarsi
in un unico quadro dipinti così diversi e di così diversi pittori, E c'erano degli
uomini che mangiavano, Sono talmente numerosi i pranzi, le merende e le cene
nella storia dell'arte che, in base a questa sola indicazione, non è possibile sapere
chi mangiava, Gli uomini erano tredici, Ah, allora è facile, vada avanti, C'era anche
una donna nuda, con i capelli biondi, dentro una conchiglia fluttuante nel mare, e
intorno a lei tanti fiori, Italiano, chiaro, E una battaglia, Eccoci di nuovo come nel
caso dei pasti e delle madri con bambini in braccio, non basta per sapere chi lo ha
dipinto, Morti e feriti, è naturale, prima o poi tutte le creature muoiono, e i
soldati pure, E un cavallo impaurito, Con gli occhi che sembravano voler
fuoriuscire dalle orbite, Esattamente, I cavalli sono così, e quali altri quadri
c'erano in quel suo quadro, Non ce l'ho fatta a saperlo, sono diventato cieco nel
preciso istante in cui stavo guardando il cavallo. La paura acceca, disse la ragazza
dagli occhiali scuri, Parole giuste, eravamo già ciechi nel momento in cui lo siamo
diventati, la paura ci ha accecato, la paura ci manterrà ciechi, Chi sta parlando,
domandò il medico, Un cieco, rispose la voce, un semplice cieco, qui non c'è altro.
Allora il vecchio dalla benda nera domandò, Di quanti ciechi ci sarà bisogno per
fare una cecità. Nessuno gli seppe rispondere. La ragazza dagli occhiali scuri lo
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pregò di accendere la radio, forse davano qualche notizia. La diedero più tardi, nel
frattempo sentirono un po' di musica. A un certo momento comparvero alla porta
della camerata un po' di ciechi, uno dei quali disse, Che peccato non aver portato
la chitarra. Le notizie non furono confortanti, correva voce che fosse prevista a
breve scadenza la formazione di un governo di unità e di salvezza nazionale.
All'inizio, quando i ciechi qui dentro si contavano ancora sulle dita, quando
bastava lo scambio di due o tre parole perché gli sconosciuti si trasformassero in
compagni di sventura, e con tre o quattro in più si perdonavano reciprocamente
tutte le mancanze, talune anche gravi, e se il perdono non poteva esser completo,
bastava solo aver la pazienza di aspettare qualche giorno, si è visto benissimo
quante ridicole angosce abbiano dovuto sopportare gli sventurati ogni qualvolta il
corpo pretendeva una di quelle urgenti liberazioni che siamo soliti designare
come soddisfazione di necessità. Malgrado ciò, e pur sapendo come siano
rarissime le educazioni perfette e come persino i più discreti recessi abbiano i loro
punti deboli, c'è da riconoscere che i primi ciechi messi in quarantena sono stati
capaci, più o meno consapevolmente, di portare con dignità la croce della natura
prevalentemente escatologica dell'essere umano. Ma adesso, con le brande tutte
occupate, e sono duecentoquaranta, senza contare i ciechi che dormono per
terra, non c'è immaginazione, per quanto fertile e creativa in paragoni, immagini
e metafore, che possa descrivere con proprietà la distesa di schifezza che c'è qua
dentro. Non è solo lo stato cui si sono rapidamente ridotti i cessi, antri fetidi,
come probabilmente saranno all'inferno le fogne delle anime dannate, ma è
anche la mancanza di rispetto di alcuni o l'improvvisa urgenza di altri che, in
pochissimo tempo, ha trasformato i corridoi e gli altri posti di passaggio in
gabinetti che inizialmente erano occasionali e ormai sono diventati abituali. I
negligenti o i pressati pensavano, Non ha importanza, nessuno mi vede, e non
andavano oltre. Quando divenne impossibile, in ogni senso, arrivare fino ai cessi, i
ciechi presero a usare il recinto come posto per tutti gli sfoghi e tutte le
decomposizioni corporali. Quelli che, per natura o per educazione, erano delicati,
si trattenevano tutto il santissimo giorno, resistevano come potevano in attesa
della notte, si presumeva che lo fosse quando nelle camerate c'era più gente a
dormire, e allora, tenendosi la pancia o stringendo le gambe, andavano in cerca di
tre palmi di pavimento pulito, ammesso che ci fossero in quella sorta di moquette
fatta di escrementi mille volte calpestati, e col pericolo, per giunta, di perdersi
nello spazio infinito del recinto, dove non esistevano altri segnali di orientamento
se non quei pochi alberi i cui tronchi erano riusciti a sopravvivere alla mania di
sopralluogo dei pazzi di un tempo, e poi quei monticelli, ormai quasi spianati, che
a stento coprivano i morti. Una volta al giorno, sempre nel tardo pomeriggio,
come una sveglia regolata sullo stesso orario, la voce dell'altoparlante ripeteva le
note istruzioni e proibizioni, insisteva sui vantaggi di un uso regolare dei prodotti
di pulizia, rammentava l'esistenza di un telefono in ogni camerata per richiedere i
rifornimenti necessari, quando mancavano, ma quello di cui lì ci sarebbe stato
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veramente bisogno era un potente getto d'idrante che mandasse via tutta la
merda, seguito da uno squadrone di idraulici che venissero a riparare gli
sciacquoni, che li facessero funzionare, e poi acqua, tanta acqua, per mandare
nelle fognature quello che ci sarebbe dovuto andare, e poi, per favore, un paio
d'occhi, dei semplici occhi, una mano capace di condurci e guidarci, una voce che
mi dica, Per di qua. Se a questi ciechi non gli diamo una mano, non tarderanno a
trasformarsi in animali, o peggio ancora, in animali ciechi. Non lo disse la voce
sconosciuta, quella che aveva parlato dei quadri e delle immagini del mondo, con
altre parole lo sta dicendo, a notte fonda, la moglie del medico, coricata accanto
al marito, le teste tutte e due ficcate sotto la stessa coperta, Si deve trovare un
rimedio a questo orrore, non resisto, non posso continuare a fingere di non
vedere, Pensa alle conseguenze, la cosa più sicura è che tenteranno di
trasformarti in una schiava, in un fantoccio, dovrai badare a tutti e a tutto,
pretenderanno da te che li imbocchi, che li lavi, che li metta a letto e li faccia
alzare, che li porti da qui a lì, che gli soffi il naso e asciughi le lacrime, ti
chiameranno quando starai dormendo, ti insulteranno se tarderai, E tu, come
vuoi che continui a guardare queste miserie, ad averle perennemente sotto gli
occhi senza muovere un dito per dare aiuto, Fai già molto, Cosa faccio, se la mia
preoccupazione maggiore è di evitare che qualcuno si accorga che vedo, Alcuni ti
odieranno proprio per questo, non credere che la cecità ci abbia reso migliori,
Neppure ci ha reso peggiori, Ma ci stiamo arrivando, pensa solo a cosa succede
quando arriva il momento di distribuire il cibo, Esattamente, uno che vedesse
potrebbe incaricarsi della suddivisione dei generi alimentari fra tutti gli internati,
farlo con equità, con criterio, cesserebbero le proteste, finirebbero queste
dispute che mi fanno ammattire, tu non sai cosa sia vedere due ciechi che
lottano, Lottare è sempre stata, più o meno, una forma di cecità, Qui è diverso,
Fai pure ciò che ti sembra meglio, ma non dimenticarti di quello che siamo, ciechi,
semplicemente ciechi, ciechi senza retoriche né commiserazioni, il mondo
caritatevole e pittoresco dei poveri ciechi è finito, adesso è il regno duro, crudele
e implacabile dei ciechi, Se tu potessi vedere cosa sono costretta a vedere io,
desidereresti essere cieco, Ci credo, ma non ne ho bisogno, cieco lo sono già,
Perdonami, amore, se tu sapessi, Lo so, lo so, ho passato la vita a guardare negli
occhi della gente, è l'unico luogo del corpo dove forse esiste ancora un'anima, e
se gli occhi si son perduti, Domani gli dirò che vedo, Spero tu non abbia a
pentirtene, Domani glielo dirò, fece una pausa e aggiunse, Se finalmente non sarò
entrata anch'io in quel mondo.
Ma non fu ancora la volta buona. Quando al mattino si svegliò, molto
presto com'era solita, i suoi occhi vedevano altrettanto distintamente di prima.
Tutti i ciechi della camerata dormivano. Pensò a come avrebbe dovuto
comunicarglielo, se convocarli tutti e annunciare la novità, o forse era preferibile
farlo in maniera discreta, senza ostentazione, dire per esempio, come se non
volesse darvi troppa importanza, Immaginate, chi l'avrebbe mai pensato che avrei
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mantenuto la vista in mezzo a tanta gente che è diventata cieca, oppure, forse
meglio, far finta di essere stata veramente cieca e di avere all'improvviso
recuperato la visione, poteva anche essere una maniera di dargli un po' di
speranza, Se ha ricominciato a vedere lei, si sarebbero detti fra di loro, forse
anche noi, ma poteva anche succedere che le dicessero, Se è così, allora fuori, se
ne vada via, ma in tal caso avrebbe risposto che non poteva andarsene senza il
marito, e visto che l'Esercito non faceva uscire dalla quarantena nessun cieco, non
ci sarebbe stato altro da fare che consentirle di rimanere. Alcuni ciechi si stavano
muovendo nelle brande, come tutte le mattine si alleggerivano dei gas, ma non
per questo l'atmosfera divenne più nauseabonda, il livello di saturazione doveva
essere già stato raggiunto. Non era soltanto l'odore fetido che proveniva dalle
latrine a zaffate, esalazioni che facevano venir voglia di vomitare, era anche
l'odore di duecentocinquanta persone i cui corpi, macerati nel loro stesso sudore,
non potevano né avrebbero saputo lavarsi, che indossavano abiti ogni giorno più
immondi, che dormivano in letti non di rado pieni di feci. A cosa potevano servire
i saponi, le liscive, i detergenti dimenticati lì, se molte docce erano intasate
o staccate dalle tubature, se i chiusini traboccavano di acqua sporca che
dilagava fuoriuscendo dagli spogliatoi, inzuppando il pavimento di legno dei
corridoi, infiltrandosi negli interstizi del lastricato. In quale follia sto pensando di
cacciarmi, esitò allora la moglie del medico, anche se non pretendessero di essere
serviti, com'è più che sicuro, sarei io a non resistere, mi metterei lì a lavare, a
pulire, ma quanto tempo mi durerebbero le forze, non è certo lavoro per una
persona sola. La sua baldanza, che prima era sembrata tanto salda, cominciava a
sgretolarsi, ad andare in pezzi davanti all'abietta realtà che le assaliva le narici e le
offendeva gli occhi, adesso che era arrivato il momento di passare dalle parole ai
fatti. Sono vigliacca, mormorò esasperata, tanto varrebbe essere cieca, non avrei
queste velleità da missionaria. Si erano alzati tre ciechi, fra cui il commesso,
andavano a prendere posizione nell'atrio per ritirare la razione di cibo spettante
alla prima camerata. Non si poteva affermare, proprio perché mancavano gli
occhi, che la ripartizione fosse fatta a occhio, cartone più cartone meno, al
contrario, era penoso vedere come si sbagliavano nel contare e ricominciavano da
capo, qualcuno di carattere più diffidente voleva sapere esattamente cosa
portassero via gli altri, finiva sempre che c'erano discussioni, qualche spintone, un
pugno alla cieca, com'era logico. Nella camerata ormai erano tutti svegli, pronti a
ricevere ciascuno la propria parte, con l'esperienza avevano stabilito un modo
alquanto comodo di fare la distribuzione, cominciavano col portare tutto il cibo in
fondo alla camerata dove c'erano le brande del medico e della moglie e quelle
della ragazza dagli occhiali scuri e del ragazzino che voleva la mamma, e andavano
a prenderla lì, due alla volta, iniziando dai letti più vicini all'entrata, uno destra
uno sinistra, due destra due sinistra, e così via, senza bisticci né disordini, ci
s'impiegava di più, certo, ma la tranquillità compensava l'attesa. I primi, e cioè
quelli che avevano il cibo proprio lì, a portata di mano, erano gli ultimi a servirsi,
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tranne il ragazzino strabico, è chiaro, lui finiva sempre di mangiare prima che la
ragazza dagli occhiali scuri ricevesse la propria dose, col risultato che una parte di
quanto doveva spettare a lei finiva invariabilmente nello stomaco del piccino. I
ciechi stavano tutti con il capo girato verso la porta, in attesa di sentire i passi dei
compagni, i passi insicuri, inconfondibili, di chi trasporta un carico, ma il suono
che all'improvviso si udì non fu quello, sembrava piuttosto che stessero arrivando
di corsa, ammesso che un'impresa del genere fosse possibile trattandosi di gente
che non poteva vedere dove metteva i piedi. E tuttavia non si sarebbe detto altro
quando comparvero ansimanti alla porta, Che sarà mai successo per farvi venire
così di corsa, e volevano entrare tutti e tre contemporaneamente per dare
l'inattesa notizia, Non ci hanno fatto portar via il cibo, disse uno, e gli altri
ripeterono, Non ce l'hanno fatto portar via, Chi, i soldati, domandò una voce, No, i
ciechi, Quali ciechi, qui lo siamo tutti, Non lo sappiamo, disse il commesso di
farmacia, ma penso siano alcuni di quelli arrivati tutti insieme, gli ultimi, E come
mai non vi hanno fatto prendere il cibo, domandò il medico, fino a ora non c'è
stato alcun problema, Dicono che è finita, da oggi in poi chi vuole mangiare deve
pagare. Le proteste scoppiarono in tutta la camerata, Non può essere, Sottrarci il
nostro cibo, Che banda di ladri, Che vergogna, ciechi contro ciechi, non mi
aspettavo di dover vivere per vedere una cosa del genere, Andiamo a lamentarci
dal sergente. Qualcuno più deciso propose di unirsi tutti per andare a reclamare
quanto gli spettava, Non sarà facile, fu il parere del commesso di farmacia, sono
molti, ho avuto l'impressione che siano un gruppo nutrito, e il peggio è che sono
armati, Armati, come, Dei bastoni almeno ce li hanno, ancora mi fa male il braccio
per la botta che ho preso, disse uno degli altri, Tenteremo di risolverla con le
buone, disse il medico, vengo con voi a parlare con quella gente, deve esserci un
malinteso, Senz'altro, dottore, io ci sto, disse il commesso, ma, dai loro modi, ho i
miei dubbi che riesca a convincerli, Comunque dobbiamo andare, non possiamo
restare così, Vengo con te, disse la moglie del medico. Il gruppetto uscì dalla
camerata, tranne il cieco che si lamentava per il braccio, questi pensò di aver già
compiuto il proprio dovere e rimase a raccontare agli altri la rischiosa avventura,
tutto quel buon cibo lì a due passi, e una muraglia di corpi a difenderlo, Con i
bastoni, insisteva.
Avanzando uniti, come una pigna, si fecero strada fra i ciechi di altre
camerate. Quando raggiunsero l'atrio, la moglie del medico capì immediatamente
che non sarebbe stato possibile alcun dialogo diplomatico, anzi, probabilmente
non ci sarebbe stato nessun dialogo. Al centro dell'atrio, intorno alle casse del
cibo, un circolo di ciechi armati di bastoni e sbarre di ferro puntati come
baionette o lance faceva fronte alla disperazione dei ciechi che li assediavano e
che, con maldestri tentativi, si adoperavano per forzare la linea difensiva, alcuni,
con la speranza di trovare un varco, uno sportello lasciato socchiuso per
disattenzione, paravano i colpi con le braccia alzate, altri si trascinavano a quattro
zampe finché sbattevano contro le gambe degli avversari, che li accoglievano a
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botte sulla schiena e a calci. Botte da orbi, si suol dire. Non mancavano alla scena
le proteste indignate, le urla furiose, Vogliamo il nostro cibo, Reclamiamo il diritto
al pane, Delinquenti, Che roba è, è una vergogna, Sembra impossibile, ci fu
persino un ingenuo o distratto che disse, Chiamate la polizia, e forse qualche
poliziotto c'era per davvero, la cecità, si sa, non guarda né a mestieri né a
funzioni, ma un poliziotto cieco non è lo stesso che un cieco poliziotto, e quanto
ai due che conosciamo, sono morti e, a gran fatica, sotterrati. Pressata
dall'assurda speranza di un'autorità che andasse a ristabilire nel manicomio la
pace perduta, a rinsaldare la giustizia, a restituire la tranquillità, una cieca si
avvicinò come poté alla porta principale e gridò nel vuoto, Aiutateci, questi
vogliono rubarci il cibo. I soldati fecero finta di non aver sentito, gli ordini che il
sergente aveva ricevuto da un capitano passato in ispezione erano perentori,
chiarissimi, Se si ammazzano a vicenda, tanto meglio, ne restano meno. La cieca si
sgolava come le pazze di un tempo, quasi impazzita anche lei, ma per l'angoscia.
Infine, comprendendo l'inutilità dei propri appelli, tacque, si girò verso l'interno
singhiozzando e, senza rendersi conto di dove andava, si beccò in testa una
bastonata che la fece stramazzare. La moglie del medico fece per correre a tirarla
su, ma la confusione era tale che non riuscì a fare neanche due passi. I ciechi che
erano andati a reclamare il cibo cominciavano ormai a indietreggiare sbaragliati,
completamente disorientati si scontravano fra di loro, cadevano, si rialzavano,
cadevano di nuovo, alcuni non ci provavano neanche, rinunciavano, si
abbandonavano prostrati a terra, esausti, miseri, contorcendosi dal dolore, con la
faccia sul lastricato. Poi la moglie del medico, terrorizzata, vide uno dei ciechi
della banda estrarre di tasca una pistola e alzarla bruscamente in aria. Lo sparo
fece saltare dal soffitto una grande placca di stucco che andò a cadere sulle teste
impreparate, aumentando il panico. Il cieco gridò, Tutti calmi e zitti, se qualcuno
si azzarda ad alzare la voce, faccio fuoco, chi capita capita, poi non vi lamentate. I
ciechi non si mossero. Quello della pistola continuò, è detto e non si torna
indietro, da oggi in poi saremo noi a gestire il cibo, siete tutti avvisati, e che a
nessuno venga in mente di andarlo a prendere fuori, metteremo dei sorveglianti a
questo ingresso, subirete le conseguenze di qualsiasi tentativo di contravvenire
agli ordini, adesso il cibo si vende, chi vuol mangiare paga, Ma paghiamo come,
domandò la moglie del medico, Ho detto che nessuno doveva parlare, strillò
quello della pistola, agitando l'arma davanti a sé, Qualcuno dovrà parlare, bisogna
sapere come dobbiamo comportarci, dove andare a prendere il cibo, se tutti
insieme oppure uno alla volta, Questa vuol fare la furba, commentò uno del
gruppo, se le tiri un colpo è una bocca in meno a mangiare, Se la vedessi, avrebbe
già una pallottola in pancia. Poi, rivolgendosi a tutti, Tornate immediatamente
nelle camerate, subito, quando avremo portato il cibo dentro vi diremo cosa
dovete fare, E il pagamento, ribatté la moglie del medico, quanto ci costerà un
caffelatte e un biscotto, La tizia sta proprio facendo la furba, disse la stessa voce,
Lasciala a me, disse l'altro, e cambiando tono, Ogni camerata nominerà due
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responsabili, questi saranno incaricati di raccogliere le cose di valore, tutte, di
qualsiasi tipo, soldi, gioielli, anelli, bracciali, orecchini, orologi, quello che avete, e
porteranno tutto nella terza camerata del lato sinistro, cioè dove stiamo noi, e se
volete un consiglio da amico, che non vi passi per la testa di tentare di ingannarci,
sappiamo già che alcuni di voi nasconderanno una parte di quanto possiedono di
prezioso, ma vi dico che sarà una pessima idea, se non ci sembrerà sufficiente
quello che consegnerete, semplicemente non mangerete, vi trastullerete
masticando le banconote e sorbendovi i brillanti. Un cieco della seconda
camerata lato destro domandò, E come facciamo, consegniamo tutto in una volta,
o paghiamo in base a quello che mangiamo, A quanto pare non mi sono spiegato
bene, disse quello della pistola ridendo, prima di tutto pagate, dopo di che
mangiate, e quanto al resto, pagare in base a quanto si mangia, per questo ci
vorrebbe una contabilità molto complicata, è meglio che portiate tutto in una
volta e vedremo noi quanto cibo meritate, ma vi avverto di nuovo, non tentate di
nascondere qualche cosa perché vi costerà molto caro, e perché poi non diciate
che non ci comportiamo lealmente prendete nota, dopo che ci avrete consegnato
quel che avete faremo un'ispezione, poveri voi se troviamo una sola moneta e
adesso tutti fuori di qui, svelti. Alzò il braccio e sparò un altro colpo. Cadde un
altro pezzo di stucco. E tu, disse quello della pistola, non dimenticherò la tua
voce, Né io la tua faccia, rispose la moglie del medico.
Nessuno parve notare l'assurdità di una cieca che dice che non
dimenticherà una faccia che non ha visto. I ciechi se l'erano battuta in ritirata più
in fretta che potevano, in cerca delle porte, poco dopo quelli della prima
camerata stavano rendendo edotti sulla situazione i compagni, Da quanto
abbiamo sentito, non credo che, per adesso, possiamo far altro che obbedire,
disse il medico, devono essere molti, e il peggio è che sono armati, Potremmo
rimediare anche noi delle armi, disse il commesso, Sì, qualche bastone strappato
dagli alberi, se ancora ci sono rami ad altezza di braccio, qualche sbarra dei letti,
che a stento avremmo la forza di maneggiare, mentre loro dispongono almeno di
un'arma da fuoco, Io non glielo do quello che mi appartiene a quei figli di una
puttana cieca, disse qualcuno, Neanche io, aggiunse un altro, O tutti, o nessuno,
disse il medico, Non abbiamo alternative, disse la moglie, e inoltre la regola, qui
dentro, dovrà essere la stessa che ci hanno imposto fuori, chi non vuol pagare
non paghi, è suo diritto, ma in tal caso non mangerà, non può mica cibarsi a spese
degli altri, Daremo tutti e daremo tutto, disse il medico, E chi non ha niente da
dare, domandò il commesso di farmacia, Questi sì, mangerà di quanto daranno gli
altri, è giusto come ha detto qualcuno, da ciascuno secondo le sue possibilità, a
ciascuno secondo le sue necessità. Ci fu una pausa, e il vecchio dalla benda nera
domandò, Allora, chi designeremo come responsabili, Io scelgo il dottore, disse la
ragazza dagli occhiali scuri. Non fu necessario proseguire la votazione, la camerata
era tutta d'accordo. Dovremo essere due, rammentò il medico, c'è qualcuno che
si offre, domandò, Io, se nessun altro si presenta, disse il primo cieco, Molto bene,
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allora cominciamo la raccolta, ci serve un sacchetto, una borsa, una valigetta, una
cosa qualsiasi, Posso liberare questa, disse la moglie del medico, e si apprestò a
svuotare una borsetta dove aveva riunito alcuni prodotti di bellezza e
qualcos'altro quando ancora non poteva immaginare le condizioni in cui era
destinata a vivere. Fra le boccette, le scatolette e i tubetti provenienti dall'altro
mondo, c'era un paio di lunghe forbici, dalle punte sottili. Non ricordava di averle
messe, ma c'erano. La moglie del medico alzò la testa. I ciechi aspettavano, il
marito si era avvicinato al letto del primo cieco, con il quale parlava, la ragazza
dagli occhiali scuri stava dicendo al ragazzino strabico che fra poco arrivava da
mangiare, per terra, verso il comodino, come se la ragazza dagli occhiali scuri
avesse voluto, con puerile e inutile pudore, occultarlo alla vista di chi non vedeva,
c'era un assorbente igienico macchiato di sangue. La moglie del medico guardava
le forbici, tentando di pensare al perché le guardasse così, così come, così, ma
non trovava nessun motivo, e realmente che motivo avrebbe potuto esserci in un
semplice paio di lunghe forbici, lì fra le mani, con le due lame d'acciaio e le punte
aguzze e brillanti, Hai fatto, domandava il marito da laggiù, Sì, ho fatto, rispose, e
tese il braccio con cui teneva la borsa vuota mentre l'altro si spostava dietro la
schiena, nascondendo le forbici, Cosa c'è, domandò il medico, Niente, rispose la
moglie, come del resto avrebbe potuto rispondere Niente che tu possa vedere, ti
sarà sembrata strana la mia voce, solo questo, nient'altro. Insieme col primo
cieco, avanzò, prese la borsa con mani incerte, e disse, Preparate quello che
avete, ora cominciamo a raccogliere. La donna si sganciò l'orologio, lo stesso fece
con quello del marito, si tolse gli orecchini, un piccolo anello con rubino, il filo
d'oro che portava al collo, la fede, quella del marito, non diedero molto da fare a
sfilarsi, Abbiamo le dita più sottili, pensò mettendo tutto nella borsa, poi i soldi
che avevano portato da casa, un po' di banconote di diverso valore, alcune
monete, è tutto, disse, Sei sicura, domandò il medico, cerca bene, Di valore,
avevamo solo questo. La ragazza dagli occhiali scuri aveva già radunato i propri
beni, non molto diversi, in più c'erano solo due bracciali, in meno una fede. La
moglie del medico aspettò che il marito e il primo cieco le voltassero le spalle, che
la ragazza dagli occhiali scuri si chinasse verso il ragazzo strabico, Fai finta che
sono tua mamma, diceva, pago per me e per te, e poi indietreggiò fino alla parete
di fondo. Lì, come sulle altre pareti, c'erano dei grossi chiodi che dovevano esser
serviti ai matti per appendervi chi sa quali tesori e quali manie. Scelse il più alto a
cui riusciva ad arrivare, e vi infilò le forbici. Poi si sedette sul letto. Lentamente, il
marito e il primo cieco procedevano in direzione della porta, si fermavano per
raccogliere, da un lato e dall'altro, quel che ciascuno aveva da consegnare, alcuni
protestavano che li stavano vergognosamente derubando, ed era la pura verità,
altri si liberavano di quanto possedevano quasi con indifferenza, come se
pensassero che, a ben vedere, non c'è al mondo niente che in senso assoluto ci
appartenga, altra verità non meno trasparente. Quando giunsero alla porta della
camerata, terminata la colletta, il medico domandò, Abbiamo consegnato tutto,
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risposero di sì un bel po' di voci rassegnate, ci fu chi tacque, sapremo a suo tempo
se per non mentire. La moglie del medico alzò gli occhi verso le forbici. Si stupì di
vederle tanto in alto, appese per uno degli anelli, o occhielli, quasi non fosse stata
lei stessa a metterle lassù, e poi, fra sé e sé, considerò che era stata un'eccellente
idea quella di portarle, ora avrebbe potuto pareggiare la barba del suo uomo,
renderlo più presentabile, visto che, ormai è chiaro, nelle condizioni in cui viviamo
è impossibile farsi la barba regolarmente. Quando guardò di nuovo in direzione
della porta, i due uomini erano già scomparsi nell'ombra del corridoio, diretti alla
terza camerata del lato sinistro, dove avevano ordine di andare a pagare il cibo.
Quello di oggi, quello di domani pure, e forse quello di tutta la settimana, E dopo,
alla domanda non c'era risposta, tutto quanto possedevamo è lì.
Contrariamente al solito, i corridoi erano sgombri, in genere non era così,
quando si usciva dalle camerate non si faceva altro che inciampare, sbattere e
cadere, gli aggrediti imprecavano, lanciavano parolacce volgari, gli aggressori
rispondevano a tono, però nessuno vi dava importanza, bisogna pur sfogarsi in
qualche maniera, soprattutto se si è ciechi. Davanti a loro c'era rumore di passi e
di voci, dovevano essere gli emissari di un'altra camerata che si sottoponevano
allo stesso obbligo. Che situazione, dottore, disse il primo cieco, non ci bastava
essere ciechi, siamo caduti nelle grinfie di ciechi ladri, addirittura sembra una mia
maledizione, prima quello della macchina, adesso questi che rubano il cibo, e per
giunta con la pistola, La differenza è questa, l'arma, Ma le cartucce non durano
per sempre, Niente dura per sempre, eppure in questo caso forse sarebbe
auspicabile il contrario, Perché, Se le cartucce finiranno, sarà perché qualcuno le
ha sparate, e di morti ne abbiamo avuto già fin troppi, Siamo in una situazione
insostenibile, è insostenibile fin da quando siamo entrati in questo posto, e
malgrado ciò continuiamo a resistere, Lei, dottore, è ottimista, Affatto, ma non
riesco a immaginare niente di peggio di quel che stiamo vivendo, Invece io
sospetto che non ci siano limiti alla cattiveria, al male, Forse ha ragione, disse il
medico, e poi, come se stesse parlando con se stesso, Qualcosa dovrà succedere,
una conclusione che comporta una certa contraddizione, o c'è in definitiva
qualcosa di peggio, o d'ora in poi tutto migliorerà, anche se dal campione non
sembra. In base alla strada percorsa, agli angoli che avevano svoltato, si stavano
avvicinando alla terza camerata. Né il medico, né il primo cieco ci erano mai
venuti, ma la costruzione a due ali, logicamente, obbediva a una rigida simmetria,
conoscendo bene l'ala destra ci si poteva orientare facilmente nell'ala sinistra, e
viceversa, bastava svoltare a sinistra quando nel lato opposto si sarebbe dovuto
svoltare a destra. Udirono delle voci, dovevano essere quelli che erano venuti
prima. Dobbiamo aspettare, disse il medico a bassa voce, Perché, Quelli dentro
vorranno sapere esattamente cosa portano, per loro non fa differenza, siccome
hanno già mangiato non hanno fretta, Non mancherà molto all'ora di pranzo,
Anche se potessero vedere, a questi non servirebbe a niente saperlo, non hanno
più neanche gli orologi. Un quarto d'ora dopo, minuto più minuto meno, lo
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scambio si concluse. I due uomini passarono davanti al medico e al primo cieco,
dal discorso si capiva che portavano via del cibo, Attenzione, non farlo cadere,
diceva uno, e l'altro mormorava, Ma non so se basterà per tutti, Stringeremo la
cinghia. Facendo scivolare la mano sulla parete, col primo cieco appresso, il
medico avanzò fino a toccare con le dita lo stipite della porta, Siamo della prima
camerata lato destro, annunciò all'interno. Tentò di fare un passo, ma la gamba
urtò contro un ostacolo. Capì che era un letto messo lì di traverso, a mo' di
bancone di negozio, Sono organizzati, pensò, non è mica un'improvvisazione. Udì
voci, passi, Quanti saranno, la moglie gli aveva parlato di una decina, ma non era
da escludere che fossero molti di più, certamente non tutti stavano nell'atrio
quando erano andati a impadronirsi del cibo. Quello della pistola era il capo, era
la sua voce che, scherzando, diceva, Vediamo un po' quali ricchezze ci porta la
prima camerata lato destro, e poi, in tono più basso, parlando a qualcuno che
doveva stargli molto vicino, Prendi nota. Il medico rimase perplesso, cosa
significa, ha detto Prendi nota, quindi c'è qualcuno che può scrivere, quindi c'è
qualcuno che non è cieco, i casi sono già due, Dobbiamo tutelarci, pensò, un
domani potremmo ritrovarcelo accanto senza accorgercene, questo pensiero del
medico differiva di poco da quello che stava pensando il primo cieco, Con la
pistola e uno spione siamo fregati, non potremo più alzare la testa. Il cieco di
dentro, capitano dei ladri, aveva già aperto la borsa, con mani abili andava
estraendo, palpando e identificando gli oggetti, i soldi, senza dubbio distingueva
al tatto l'oro da quello che non lo era, al tatto anche il valore delle banconote e
delle monete, è facile quando uno ha esperienza, fu solo alcuni minuti dopo che
l'udito distratto del medico cominciò a percepire un picchiettio inconfondibile che
identificò immediatamente, lì accanto c'era qualcuno che stava scrivendo in
alfabeto braille, detto anche anagliptografia, si udiva il suono sordo e, insieme,
nitido della lancetta che perforava la carta e picchiava contro la piastra metallica
del ripiano inferiore. C'era dunque un cieco normale fra i ciechi delinquenti, un
cieco come tutti quelli ai quali prima si dava il nome di ciechi, evidentemente era
stato acchiappato nella rete insieme agli altri, non era il momento che il
cacciatore si mettesse ad appurarlo, Lei è uno dei ciechi moderni o di quelli
antichi, ci spieghi un po' in quale maniera non vede. Hanno avuto una bella
fortuna questi qua, non solo gli è uscito alla lotteria uno scrivano, ma potranno
anche utilizzarlo come guida, un cieco addestrato da cieco è tutta un'altra cosa,
vale il suo peso in oro. L'inventario continuava, ogni tanto quello della pistola
chiedeva l'opinione del contabile, Cosa ne pensi, e questi interrompeva la
registrazione per esprimere un parere, diceva, Similoro, nel qual caso il cieco della
pistola commentava, Tanti così e non mangiano, oppure, è buono, e allora il
commento era, Non c'è niente come trattare con gente onesta. Alla fine furono
collocate tre casse sopra il letto, Prendete queste, disse quello della pistola. Il
medico le contò, Tre non bastano, disse, ne ricevevamo quattro quando il cibo era
solo per noi, e nello stesso istante sentì il freddo della canna della pistola sul collo,
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per essere un cieco, mica male come mira, Faccio togliere una cassa ogni volta
che reclami, adesso vattene, portati via queste e ringrazia Dio di poter ancora
mangiare. Il medico mormorò, Va bene, afferrò due casse, il primo cieco si occupò
dell'altra, e così, ora più lentamente per via del carico, rifecero la strada che li
avrebbe portati alla camerata. Quando raggiunsero l'atrio, dove sembrava non ci
fosse nessuno, il medico disse, Non mi capiterà più un'occasione così, Cosa vuol
dire, domandò il primo cieco, Mi ha appoggiato la pistola al collo, avrei potuto
strappargliela dalle mani, Sarebbe stato rischioso, Non quanto sembra, io sapevo
dov'era la pistola, lui non poteva sapere dov'erano le mie mani, Sì, comunque, Ne
sono certo, in quel momento il più cieco era lui, è un peccato non averci pensato,
o forse l'ho pensato, ma non ho avuto il coraggio, E poi, domandò il primo cieco,
Poi, cosa, Supponiamo che fosse riuscito veramente a togliergli l'arma, non credo
proprio che sarebbe stato capace di usarla, Se avessi avuto la certezza di poter
risolvere la situazione, sì, Ma la certezza non ce l'ha, No, in effetti non ce l'ho,
Allora tanto meglio che le armi stiano dalla loro parte, per lo meno finché non le
useranno per attaccarci, Minacciare con un'arma è come attaccare, Se lei gli
avesse tolto la pistola, la vera guerra sarebbe già cominciata, ed è molto
probabile che non saremmo neanche venuti via di là, Ha ragione, disse il medico,
farò finta di avere immaginato tutto, Lei, dottore, deve ricordarsi di quanto mi ha
detto poco fa, Cosa le ho detto, Che qualcosa dovrà succedere, è successa, e non
ne ho approfittato, Sarà un'altra cosa, non questa.
Quando entrarono nella camerata con quel poco che portavano da mettere
in tavola, ci fu chi pensò che fosse colpa loro, perché non avevano reclamato e
preteso di più, si erano nominati apposta dei rappresentanti. Allora il medico
spiegò com'era andata, parlò del cieco scrivano, dei modi insolenti del cieco della
pistola, e pure della pistola. Gli scontenti abbassarono il tono, finirono per
convenire che, sissignore, la difesa degli interessi della camerata era in buone
mani. Infine si distribuì il cibo, ci fu chi non tralasciò di ricordare agli impazienti
che il poco è sempre meglio del niente, e inoltre che, dall'ora che doveva essere, il
pranzo non avrebbe tardato, Il guaio è se ci capita come al tradizionale cavallo,
che morì quando finalmente aveva perso l'abitudine di mangiare, disse qualcuno.
Gli altri sorrisero fiaccamente, e uno disse, Non sarebbe una cattiva idea, se è
vero che il cavallo, quando muore, non sa che morirà.
Il vecchio dalla benda nera aveva inteso che la radio portatile, sia per la
fragilità della struttura sia per la nota informazione sul tempo della sua vita utile,
fosse esclusa dalla lista dei valori da consegnare in pagamento del cibo,
considerando che il funzionamento dell'apparecchio dipendeva, in primo luogo,
dall'avere o non avere pile, e, in secondo luogo, dal tempo che queste sarebbero
durate. Dal suono roco delle voci che uscivano ancora dalla piccola cassa era
evidente che non c'era più molto da aspettarsi. Perciò il vecchio dalla benda nera
decise di non ripetere le audizioni generali, ma anche perché i ciechi della terza
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camerata lato sinistro potevano magari presentarsi con diversa opinione, non per
via del valore materiale dell'apparecchio, praticamente nullo a breve scadenza,
come si venne a dimostrare, ma per il suo valore d'uso nell'immediato, questo sì,
indubbiamente altissimo, per non parlare dell'ipotesi plausibile che là dove c'è
almeno una pistola ci siano anche delle pile. Disse quindi il vecchio dalla benda
nera che da allora avrebbe ascoltato le notizie sotto la coperta, a letto, con la
testa tutta tappata, e che se ci fosse stata qualche novità interessante avrebbe
avvisato subito. La ragazza dagli occhiali scuri gli chiese ancora di farle sentire di
tanto in tanto un po' di musica, Solo per non perderne il ricordo, si giustificò, ma
lui fu inflessibile, diceva che l'importante era sapere come andavano le cose fuori,
chi voleva sentire un po' di musica, se la sentisse pure, ma nella propria testa, a
qualcosa di buono dovrà pur servirci la memoria. Aveva ragione il vecchio dalla
benda nera, la musica della radio ormai graffiava come solo un brutto ricordo può
graffiare, perciò teneva il volume al minimo, in attesa che arrivassero le notizie. A
quel punto lo alzava un po' e tendeva l'orecchio per non perdere una sillaba. Poi,
con parole sue, riassumeva le informazioni e le trasmetteva ai più vicini. Così, di
letto in letto, le notizie facevano lentamente il giro della camerata, deformate a
mano a mano che passavano da un ricevente al ricevente successivo, ridotta o
aggravata in tal maniera l'importanza delle informazioni, secondo il personale
grado di ottimismo e pessimismo di ogni emittente. Finché arrivò il momento in
cui le parole tacquero e il vecchio dalla benda nera si ritrovò senza niente da dire.
E non fu perché la radio si fosse guastata o le pile scaricate, l'esperienza della vita
e delle vite ha fatalmente dimostrato come il tempo non lo regoli nessuno,
sembrava che quest'attrezzetto sarebbe durato poco e in definitiva c'è qualcuno
che al suo cospetto ha dovuto tacere. Durante questo primo giorno, tutto vissuto
sotto la zampa dei ciechi malvagi, il vecchio dalla benda nera se n'era stato a
sentire e trasmettere notizie, confutando personalmente l'ovvia falsità degli
ottimistici vaticini ufficiali, e adesso, a sera inoltrata, col capo finalmente fuori
dalla coperta, applicava l'orecchio al rantolo in cui la debole alimentazione
elettrica della radio trasformava la voce del locutore, quando all'improvviso lo udì
gridare, Sono cieco, poi il rumore di qualcosa che urtava violentemente contro il
microfono, una sequenza precipitosa di rumori confusi, esclamazioni, e di colpo il
silenzio. L'unica stazione radio che l'apparecchio era riuscito a captare lì dentro si
era zittita. Ancora per un bel pezzo il vecchio dalla benda nera tenne l'orecchio
incollato alla cassa ora inerte, come se aspettasse il ritorno della voce e il
proseguimento del notiziario. Però immaginava, sapeva che non sarebbe più
tornata. Il mal bianco non aveva accecato solo il locutore. Come una miccia, aveva
colpito rapidamente e successivamente quanti si trovavano nella stazione. Allora
il vecchio dalla benda nera lasciò cadere per terra la radio. I ciechi malvagi, se
fossero arrivati fiutando gioielli nascosti, avrebbero trovato conferma della
ragione, ammesso che ci avessero pensato, per cui non avevano, essi stessi,
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incluso le radio portatili nella lista degli oggetti di valore. Il vecchio dalla benda
nera si tirò la coperta sul capo per poter piangere.
A poco a poco, sotto la luce giallastra e sporca delle flebili lampadine, la
camerata scivolò in un sonno profondo, i corpi riconfortati dai tre pasti del giorno,
come di rado era successo prima. Se le cose continuano così, finiremo, una volta
ancora, col doverne concludere che anche nei mali peggiori è possibile trovare
una porzione di bene sufficiente a sopportarli, i mali, con pazienza, il che,
trasposto nell'attuale situazione, significa che, contrariamente alle prime e
inquietanti previsioni, la concentrazione delle cibarie in un'unica entità di
razionamento e distribuzione aveva, in definitiva, i suoi aspetti positivi, per
quanto si lamentassero alcuni idealisti che avrebbero preferito continuare a
lottare per la vita con i propri mezzi, anche se per via di questa ostinazione
avessero dovuto fare un po' la fame. Incuranti del domani, dimentichi che chi
paga in anticipo è sempre mal servito, la maggioranza dei ciechi, in tutte le
camerate, dormiva un sonno profondo. Gli altri, stanchi di cercare senza risultato
un'onorevole via d'uscita alle vessazioni subite, poco alla volta si addormentarono
anch'essi, sognando e sperando in giorni migliori di questi, più liberi, se non più
sazi. Nella prima camerata lato destro solo la moglie del medico non dormiva.
Coricata nel suo letto, pensava a quanto il marito le aveva raccontato, quando per
un attimo aveva creduto che fra i ciechi ladri ci fosse qualcuno che vedeva,
qualcuno di cui gli altri si sarebbero potuti servire come spia. Era curioso che poi
non ne avessero riparlato, come se al medico, cosa non fa l'abitudine, non fosse
venuto in mente che anche sua moglie continuava a vedere. Lo pensò, ma tacque,
non volle pronunciare le ovvie parole, Quello che in definitiva non potrà fare lui,
lo posso fare io, Cosa, avrebbe domandato il medico fingendo di non capire.
Adesso, con gli occhi fissi sulle forbici appese alla parete, la moglie del medico si
stava domandando, A cosa mi serve vedere. Le era servito per sapere dell'orrore
più di quanto avesse mai potuto immaginare, le era servito per desiderare di
essere cieca, nient'altro che a questo. Con un cauto movimento si sedette sul
letto. Davanti a lei dormivano la ragazza dagli occhiali scuri e il ragazzino strabico.
Notò che i due letti erano quasi accostati, la ragazza aveva spinto il suo,
certamente per stare più vicina al ragazzo, se avesse avuto bisogno di
consolazione, di qualcuno che gli asciugasse le lacrime per la mancanza di una
mamma perduta. Come mai non mi è venuto in mente, pensò, avrei potuto unire i
nostri letti, avremmo dormito insieme, e non avrei avuto continuamente questa
preoccupazione che potrebbe cadere dal letto. Guardò il marito che dormiva
profondamente, in un sonno di puro esaurimento. Non era riuscita a dirgli che
aveva portato lì le forbici, che uno di questi giorni gli avrebbe dovuto pareggiare
la barba, un lavoro che potrebbe fare persino un cieco, purché non avvicini
troppo le lame alla pelle. Si era data una buona giustificazione per non parlargli
delle forbici, Poi me lo avrebbero chiesto tutti gli altri uomini, non avrei fatto altro
che tagliare barbe. Scivolò col corpo fuori dal letto, posò i piedi per terra, cercò le
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scarpe. Mentre stava per calzarle, si trattenne, le guardò fissamente, poi scosse il
capo e, senza rumore, le posò di nuovo. Imboccò la corsia fra i letti e cominciò a
camminare lentamente verso la porta della camerata. I piedi scalzi sentirono
l'immondezza appiccicosa del pavimento, ma lei sapeva che fuori, nei corridoi,
sarebbe stato molto peggio. Andava guardando da un lato e dall'altro, per vedere
se c'era qualche cieco sveglio, benché il fatto che ce ne fosse uno o più di veglia, o
l'intera camerata, non avesse alcuna importanza, purché lei non facesse rumore,
e anche se lo avesse fatto, sappiamo a cosa costringono le necessità corporali,
che non scelgono l'ora, insomma, l'unica cosa che in fondo non voleva era che il
marito si svegliasse e notasse la sua assenza ancora in tempo per domandarle,
Dove vai, che probabilmente è la domanda più spesso rivolta dagli uomini alle
proprie mogli, l'altra è, Dove sei stata. Una delle cieche stava seduta sul letto, con
le spalle appoggiate alla testiera bassa, lo sguardo vacuo fisso sulla parete di
fronte, ma senza raggiungerla. La moglie del medico si fermò un momento, in
dubbio se toccare quel filo invisibile sospeso nell'aria, come se un semplice
contatto lo potesse distruggere irreparabilmente. La cieca alzò un braccio, doveva
aver percepito una lieve vibrazione dell'atmosfera, poi lo lasciò ricadere
incurante, già le bastava non poter dormire per il russare dei vicini. La moglie del
medico continuò a camminare, sempre più in fretta a mano a mano che si
avvicinava alla porta. Prima di proseguire in direzione dell'atrio guardò il corridoio
che conduceva alle altre camerate di questo lato, un po' più avanti ai cessi e,
finalmente, alla cucina e al refettorio. C'erano ciechi coricati rasente alle pareti, di
quelli che all'arrivo non erano stati capaci di conquistare un letto, o perché
nell'assalto erano rimasti indietro, o perché mancarono loro le forze per disputare
la lotta e vincerla. A dieci metri un cieco era sdraiato sopra una cieca, agganciato
fra le gambe di lei, lo facevano il più discretamente possibile, erano tra quelli
discreti in pubblico, ma non ci sarebbe stato bisogno di avere l'udito molto acuto
per sapere in cosa erano occupati, tanto meno quando non riuscirono più a
reprimere i sospiri e i gemiti, qualche parola inarticolata, che sono i segnali di
come tutto stia per finire. La moglie del medico rimase lì ferma a guardarli, non
per invidia, lei aveva il marito e la soddisfazione che lui le dava, ma per una
impressione d'altra natura per cui non trovava un termine, avrebbe potuto essere
un sentimento di simpatia, come se stesse pensando di dir loro Non badate a me
che sono qui, lo so anch'io che cos'è, continuate, avrebbe potuto essere un
sentimento di compassione, Anche se questo istante di supremo godimento
potesse durarvi per la vita, non potrete mai, voi due, riuscire a fondervi in uno
solo. Il cieco e la cieca adesso riposavano, separati, uno accanto all'altro, ma
sempre tenendosi per mano, erano giovani, forse innamorati, erano andati al
cinema e lì erano diventati ciechi, o forse una miracolosa coincidenza li ha riuniti
qui, e, se è così, come avevano fatto a riconoscersi, questa poi, dalle voci, è
chiaro, non è solo la voce del sangue a non aver bisogno d'occhi, anche l'amore,
che dicono sia cieco, ha da dire la sua. è più probabile, però, che li avessero presi
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contemporaneamente, in tal caso quelle mani intrecciate non sono recenti,
stanno così fin dall'inizio.
La moglie del medico sospirò, portò le mani agli occhi, ne fu costretta
perché stava vedendo male, ma non si spaventò, sapeva che erano soltanto
lacrime. Poi continuò per la sua strada. Arrivando nell'atrio, si avvicinò alla porta
che dava sul recinto esterno. Guardò fuori. Al di là del portone c'era una luce su
cui si stagliava la sagoma nera di un soldato. Dall'altro lato della strada i palazzi
erano tutti al buio. Uscì sul pianerottolo. Non c'era pericolo. Anche se il soldato si
fosse accorto di quella figura, avrebbe sparato solo se lei, scese le scale, si fosse
avvicinata, dopo un primo avvertimento, a quell'altra linea invisibile che, per lui,
rappresentava la frontiera della propria sicurezza. Ormai abituata ai rumori
continui della camerata, la moglie del medico fu colpita dal silenzio, un silenzio
che sembrava occupare lo spazio di un'assenza, come se l'umanità, tutta, fosse
scomparsa, lasciando solo una luce accesa e un soldato a sorvegliarla, la luce e un
residuo di uomini e donne che non potevano vedere. Si sedette per terra, con le
spalle appoggiate allo stipite della porta, nella stessa posizione della cieca vista in
camerata, e come lei guardando davanti a sé. La notte era fredda, il vento spirava
lungo la facciata dell'edificio, sembrava impossibile che nel mondo ci fosse ancora
il vento, che fosse buia la notte, non lo diceva per sé, ma pensava a quei ciechi
per cui il giorno durava per sempre. Nella luce comparve un'altra sagoma, doveva
essere il cambio della guardia, Nessuna novità, stava probabilmente dicendo il
soldato che andrà in tenda a dormire per il resto della notte, non immaginavano
di certo cosa potesse esserci dietro quella porta, probabilmente il frastuono degli
spari non era neanche arrivato fuori, una comune pistola non fa molto rumore.
Un paio di forbici ancora meno, pensò la moglie del medico. Non si domandò
inutilmente da dove le fosse venuto un simile pensiero, fu solo sorpresa dalla sua
lentezza, di quanto avesse tardato a presentarsi la prima parola, seguita
lentamente dalle altre, e poi trovò che il pensiero era già lì da prima, in qualche
posto, e gli mancavano solo le parole, proprio come un corpo che, nel letto,
cercasse quell'avvallamento già preparato dalla semplice idea di coricarsi. Il
soldato si è avvicinato al portone, malgrado si trovi in controluce si capisce che
guarda da questo lato, deve avere intravisto la figura immobile, per il momento
non c'è abbastanza luce per vedere che è solo una donna seduta per terra, con le
braccia intorno alle gambe e il mento appoggiato sulle ginocchia, allora il soldato
punta il fascio di luce di una torcia da questo lato, non ci sono più dubbi, è una
donna che si sta rialzando con un movimento lento, quanto lo era stato il
pensiero, ma questo il soldato non può saperlo, lui sa soltanto che ha paura di
quella figura che sembra non finisca più di alzarsi, un attimo si domanda se debba
dare l'allarme, l'attimo dopo decide di no, in definitiva è solo una donna ed è
lontana, in tutti i casi, nell'incertezza, le punta preventivamente l'arma, ma per
farlo ha dovuto lasciare la torcia, in quel movimento il fascio luminoso gli ha
colpito in pieno gli occhi, come un'istantanea bruciatura gli è rimasta nella retina
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un'impressione di abbagliamento. Quando la visione si è ripristinata, la donna era
scomparsa, ora questa sentinella non potrà dire a chi verrà a dargli il cambio,
Nessuna novità.
La moglie del medico si trova ormai nell'ala del lato sinistro, nel corridoio
che la condurrà alla terza camerata. Anche qui ci sono ciechi che dormono per
terra, più che nell'ala destra. Cammina senza fare rumore, lentamente, sente il
pavimento vischioso appiccicarsi ai piedi. Guarda all'interno delle prime due
camerate, e vede quanto si aspettava di vedere, le figure coricate sotto le
coperte, un cieco che non riesce ad addormentarsi e lo dice con voce disperata,
sente il russare alterno di quasi tutti. Quanto all'odore che da tutto emana, non se
ne stupisce, non ce n'è altro in tutto l'edificio, è l'odore del suo stesso corpo, degli
abiti che indossa. Svoltando l'angolo verso quella parte di corridoio che dà
accesso alla terza camerata, si è fermata. C'è un uomo sulla porta, un'altra
sentinella. Ha in mano un bastone con cui fa movimenti lenti, da un lato e
dall'altro, come a intercettare il passaggio di chi intendesse avvicinarsi. Qui non ci
sono ciechi che dormono per terra, il corridoio è sgombro. Il cieco sulla porta
continua in quel suo viavai uniforme, sembra sia instancabile, ma non è così, dopo
alcuni minuti sposta il bastone di mano e ricomincia. La moglie del medico è
andata avanti rasente alla parete del lato opposto, facendo attenzione a non
sfiorarla. L'arco descritto dal bastone non arriva neppure a metà del corridoio,
verrebbe voglia di dire che questa sentinella fa la guardia con un'arma scarica. La
moglie del medico si trova adesso esattamente davanti al cieco, dietro di lui può
vedere la camerata. I letti non sono tutti occupati. Quanti saranno, pensò. Avanzò
un altro po', quasi al limite della portata del bastone, e lì si fermò, il cieco aveva
girato il capo dal lato in cui era lei, come se avesse avvertito qualcosa di
anormale, un sospiro, un tremore dell'aria. Era un uomo alto, le mani grandi.
Prima allungò in avanti il braccio con cui teneva il bastone, gesticolando nel vuoto
davanti a sé, poi fece un passetto avanti, per un secondo la moglie del medico
temette che lui potesse vederla, e cercasse solo il punto da cui attaccarla meglio,
Quegli occhi non sono ciechi, pensò, allarmata. Ma sì, certo, erano ciechi, ciechi
come tutti quelli di coloro che vivevano sotto questi tetti, fra queste pareti, tutti,
tutti, eccetto lei. A voce bassa, quasi in un sussurro, l'uomo domandò, Chi c'è, non
gridò come le vere sentinelle, Chi va là, la risposta giusta avrebbe dovuto essere,
Gente di pace, e lui avrebbe concluso, Alla larga, ma le cose non andarono così, si
limitò a scuotere il capo come se si rispondesse da solo, Che sciocchezza, non può
esserci nessuno, a quest'ora stanno tutti dormendo. Palpeggiando con la mano
libera, indietreggiò fino alla porta e poi, tranquillizzato dalle sue stesse parole,
abbassò le braccia. Aveva sonno, già da un pezzo stava aspettando che uno dei
compagni andasse a dargli il cambio, ma per questo c'era bisogno che l'altro,
richiamato dal dovere, si svegliasse da solo, perché lì non c'erano sveglie né modo
di usarle. Con cautela, la moglie del medico si avvicinò all'altro stipite della porta
e guardò dentro. La camerata non era piena. Fece un rapido conteggio, le parve
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che dovessero essere sui diciannove o venti. In fondo vide un certo numero di
casse di cibo impilate, altre sopra i letti non occupati, C'era da aspettarselo, non
distribuiscono tutto il cibo che via via ricevono, pensò. Il cieco parve di nuovo
inquieto, ma non fece alcun movimento per indagare. I minuti passavano. Si udì
una tosse violenta, da fumatore, provenire dall'interno. Il cieco girò il capo
ansioso, finalmente sarebbe potuto andare a dormire. Nessuno di quelli che
erano coricati si alzò. Allora il cieco, lentamente, come se avesse paura di essere
colto in flagrante delitto di abbandono del posto o infrangendo tutte in una volta
le regole su cui sono obbligate a regolarsi le sentinelle, si sedette sul bordo del
letto che ostruiva l'entrata. Per qualche momento ancora lasciò tentennare il
capo, ma poi si abbandonò al fiume del sonno, e sicuramente, nell'affondarvi,
avrà pensato, Non ha importanza, nessuno mi vede. La moglie del medico tornò a
contare quelli che dormivano dentro, Con questo qui sono venti, almeno si
riportava indietro un'informazione sicura, non era stata inutile l'escursione
notturna, Ma ci sarò venuta solo per questo, si domandò, e non volle cercare la
risposta. Il cieco dormiva col capo appoggiato allo stipite della porta, il bastone
era scivolato silenziosamente a terra, eccolo lì, un cieco disarmato e senza
colonne da abbattere. Deliberatamente, la moglie del medico si sforzò di pensare
che quest'uomo era un ladro di cibo, che rubava quanto agli altri apparteneva per
giustizia, che lo toglieva di bocca ai bambini, ma, pur pensandolo, non riuscì a
provare disprezzo, e neppure una leggera irritazione, solo una strana pietà
davanti a quel corpo abbandonato, col capo reclinato all'indietro, il collo dalle
spesse vene. Per la prima volta da quando era uscita dalla camerata ebbe un
brivido di freddo, sembrava che le lastre del pavimento le stessero gelando i
piedi, come se li bruciassero, Speriamo non sia febbre, pensò. No, doveva essere
solo un'infinita stanchezza, una voglia di avvolgersi su se stessa, gli occhi, ah,
soprattutto gli occhi, rivolti all'interno, sempre di più, di più, fino a poter
raggiungere e osservare l'interno stesso del cervello, nel punto esatto in cui la
differenza fra il vedere e il non vedere è invisibile alla semplice vista. Lentamente,
ancora più lentamente, trascinando il corpo, tornò indietro, verso il luogo cui
apparteneva, passando accanto a ciechi che sembravano sonnambuli, come
sonnambula era lei per loro, non doveva neanche fingere di esser cieca. I ciechi
innamorati non si tenevano più per mano, dormivano sdraiati su un fianco,
rannicchiati per mantenere il calore, lei nella conca formata dal corpo di lui, ma in
definitiva, osservando meglio, si erano dati le mani, il braccio di lui sopra il corpo
di lei, le dita intrecciate. Là dentro, nella camerata, la cieca che non riusciva a
dormire era ancora seduta sul letto, in attesa che la stanchezza del corpo fosse
tale da vincere l'ostinata resistenza della mente. Tutti gli altri sembravano
dormire, alcuni con il capo coperto, come se fossero ancora alla ricerca di
un'impossibile oscurità. Sul comodino della ragazza dagli occhiali scuri si vedeva la
boccetta del collirio. Gli occhi erano guariti, ma lei non lo sapeva.
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Se il cieco incaricato di registrare gli illeciti guadagni della camerata dei
malvagi avesse deciso, per effetto di un'illuminazione chiarificatrice del suo
dubbioso spirito, di passare da quest'altro lato con i suoi tabulati, la sua carta e il
suo punzone, adesso sarebbe certamente occupato a redigere l'istruttiva e
incresciosa cronaca del pessimo vitto e di tante altre sofferenze di questi nuovi e
depredati compagni. Comincerebbe col dire che là, da dove era venuto, non solo
gli usurpatori avevano cacciato dalla camerata i ciechi onesti, per restare padroni
e signori di tutto lo spazio, ma avevano anche, per giunta, proibito agli occupanti
delle altre due camerate dell'ala sinistra l'accesso e l'uso dei rispettivi impianti
sanitari, come si chiamano. Commenterebbe che il risultato immediato
dell'infame prepotenza era stato l'afflusso di tutta quella gente ai gabinetti di
questa parte qui, con conseguenze facili da immaginare per chi non abbia
dimenticato lo stato in cui tutto quanto si trovava già prima. Renderebbe noto
che non si può circolare nel recinto interno senza imbattersi in ciechi che scolano
in diarrea o si contorcono tormentati da tenesmi che, dopo tante promesse, in
definitiva non risolvevano niente, ed essendo uno spirito osservatore, non
tralascerebbe, in proposito, di annotare la palese contraddizione fra quel poco
che si ingeriva e quel molto che si eliminava, di tal maniera lasciando dimostrato
casualmente che il famoso rapporto di causa ed effetto, tante volte citato, non è,
per lo meno da un punto di vista quantitativo, sempre affidabile. Direbbe anche
che, mentre a quest'ora la camerata dei malvagi dovrà essere ormai zeppa di cibo,
questi poveri disgraziati qui fra poco si vedranno ridotti ad acchiappare le briciole
dal pavimento immondo. Non si dimenticherebbe il cieco contabile di condannare
nella sua duplice qualità di parte nel processo e suo cronista, il comportamento
criminale dei ciechi oppressori, che preferiscono lasciare andare il cibo a male
piuttosto che darlo a chi ne è tanto bisognoso, perché se è vero che certi generi
alimentari possono durare alcune settimane senza perdere le loro qualità, altri, in
particolare quelli da cucinare, se non li si mangia subito, in breve tempo si
ritrovano acidi o coperti di muffe, e quindi inadatti agli esseri umani, ammesso
che questi lo siano ancora. Cambiando argomento, ma non tema, scriverebbe il
cronista, con un gran peso sul cuore, che qua le malattie non sono soltanto quelle
dell'apparato digerente, o per carenza di ingestione o per morbosa
decomposizione di quanto si è ingerito, qui non ci sono finite solo persone sane,
ancorché cieche, alcune delle quali, tra parentesi, che pure sembravano aver
salute da dare e vendere, si trovano adesso, come le altre, nella condizione di non
potersi alzare dalle povere brande, sopraffatte da violentissime indisposizioni che
sono sopravvenute non si sa come. E non si trova in nessun angolo di tutte e
cinque le camerate un'aspirina che possa abbassare questa febbre e attenuare
questo mal di testa, ben presto è finito anche quel poco che c'era, scovato nella
fodera di qualche borsetta. Rinuncerebbe il cronista, per circospezione, a fare un
resoconto discriminativo di altri mali che affliggono molte delle quasi trecento
persone messe in una quarantena tanto disumana, ma non potrebbe tralasciare
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di menzionare almeno due casi di cancro in stadio avanzato, verso i quali le
autorità non hanno voluto fare alcuna considerazione umanitaria al momento di
cacciare i ciechi e portarli qui dentro, hanno detto testualmente che la legge,
quando vien fatta, è uguale per tutti e che la democrazia è incompatibile con
trattamenti di favore. Di medici, fra tanta gente, così ha voluto la sfortuna, ce n'è
soltanto uno, e per giunta oculista, quello di cui meno sentiremmo la mancanza.
Arrivando a questo punto il cieco contabile, stanco di descrivere tanta miseria e
dolore, lascerebbe cadere sul tavolo il punzone metallico, cercherebbe con mano
tremula il pezzo di pane duro che avrebbe lasciato lì da parte fintanto che non
avesse compiuto il proprio dovere di cronista della fine dei tempi, ma non lo
troverebbe, perché un altro cieco, a tanto gli è potuto servire l'olfatto nel
bisogno, glielo aveva rubato. Allora, rinnegando il gesto fraterno, lo slancio di
abnegazione che lo aveva fatto accorrere da questo lato, il cieco contabile ecco
che ha deciso, la cosa migliore, se ancora faceva in tempo, sarebbe stata di
rientrare nella terza camerata lato sinistro, dove almeno, per quanto gli ribolla lo
spirito di onesta indignazione contro le ingiustizie dei malvagi, non dovrà fare la
fame.
Perché di questo si tratta. Ogni volta che gli incaricati di andare a prendere
il cibo tornano nelle camerate con quel poco che è stato loro consegnato,
scoppiano, furiose, le proteste. C'è sempre qualcuno che propone un'azione
collettiva organizzata, una manifestazione massiccia, presentando come valido
argomento la tanto spesso appurata forza espansiva del numero, sublimata
nell'affermazione dialettica che le volontà, generalmente solo addizionabili le une
alle altre, sono anche capacissime, in certe circostanze, di moltiplicarsi fra loro,
all'infinito. Ben presto, però, gli animi si calmavano, bastava che qualcuno, più
prudente, con la semplice e obiettiva intenzione di ponderare i vantaggi e i rischi
dell'azione proposta, ricordasse agli entusiasti gli effetti mortali che sono soliti
avere le pistole, Chi andrà avanti, dicevano, sa cosa lo aspetta, e quanto a chi sta
dietro, è meglio non immaginare neanche cosa succederebbe nel caso assai
probabile di spaventarci al primo colpo, più morti schiacciati che bucherellati.
Come soluzione intermedia, in una delle camerate fu deciso, e della decisione si
passò parola alle altre, che a prendere il cibo avrebbero mandato non i soliti
emissari già castigati, ma un gruppetto nutrito, espressione ovviamente
impropria, un dieci o dodici persone, le quali avrebbero fatto in modo di
esprimere, coralmente, la scontentezza di tutti. Si chiesero volontari, ma, forse
per effetto dei noti avvertimenti dei prudenti, in nessuna camerata furono tanti a
presentarsi per la missione. Grazie a Dio, questa evidente dimostrazione di
debolezza morale cessò di avere importanza, e anche di essere motivo di
vergogna, quando, dando ragione alla prudenza, si venne a conoscenza del
risultato della spedizione organizzata dalla camerata che aveva avuto l'idea. Gli
otto coraggiosi che avevano avuto l'ardire furono cacciati via a randellate, e se è
vero che fu sparata solo una pallottola, non è meno vero che questa non
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l'avevano mirata in alto come le prime, prova ne sia che i reclamanti giurarono poi
di essersela sentita fischiare vicinissimo alle teste. Se già ci fosse stata intenzione
assassina, forse lo verremo a sapere in seguito, per ora si conceda al tiratore il
beneficio del dubbio, e cioè, o quello sparo non fu veramente altro che un
avvertimento, ancorché più serio, oppure il capo dei malvagi aveva equivocato
circa l'altezza dei manifestanti, immaginandoli più bassi, oppure infine,
supposizione inquietante, l'equivoco sarà stato l'immaginarli più alti di quanto
fossero effettivamente, nel qual caso l'intenzione di ammazzare andrebbe
inevitabilmente considerata. Tralasciando per adesso queste minime questioni, e
badando agli interessi generali, che sono poi quelli che contano, fu un autentica
provvidenza, quand'anche si fosse trattato solo di una coincidenza, che i
reclamanti si fossero annunciati come i delegati della camerata numero tot. Così
soltanto quella dovette digiunare per tre giorni per castigo, e fu una gran fortuna,
perché avrebbero potuto tagliarle i viveri per sempre, com'è giusto succeda a
chiunque osi mordere la mano di chi gli dà da mangiare. Non ebbero quindi altro
rimedio gli occupanti della camerata insorta, durante quei tre giorni, se non di
andare di porta in porta a implorare l'elemosina di un tozzo di pane, per le anime
del purgatorio, se possibile con un po' di companatico, certo, non morirono di
fame, ma dovettero sentirne delle buone e delle belle, Con queste vostre idee
potete anche pulirvici le mani sui muri, Se avessimo dato retta alle vostre
chiacchiere, in che situazione staremmo adesso, ma peggio di tutto fu quando
dissero loro, Abbiate pazienza, abbiate pazienza, non esistono parole più dure da
sentire, meglio l'insulto. E quando i tre giorni di castigo si conclusero e si credette
che l'indomani sarebbe stato un nuovo giorno, si vide che la punizione della
camerata derelitta, quella dove albergavano tutti i quaranta ciechi insorti, in
definitiva non era terminata, infatti il cibo, fino ad allora appena sufficiente per
venti, si era talmente ridotto che neanche a dieci sarebbe riuscito ad ammazzare
la fame. Si può dunque immaginare la ribellione, l'indignazione, e anche, ci
dispiace dirlo, ma i fatti sono fatti, la paura delle restanti camerate che già si
vedevano assalite dai bisognosi, e divise, le camerate, fra i classici doveri
dell'umana solidarietà e l'osservanza del vecchio e non meno classico precetto
secondo cui la carità bene intesa dovrà comunque cominciare da noi stessi.
A questo punto stavano le cose quando giunse l'ordine dei malvagi di
consegnar loro altri soldi e oggetti di valore, in quanto, sostenevano, il cibo
fornito aveva già superato il valore del pagamento iniziale, peraltro, secondo
quanto affermavano, generosamente calcolato in eccesso. Risposero afflitte le
camerate che in tasca non gli era rimasto neppure un centesimo, che tutti i beni
raccolti erano stati puntualmente consegnati e che, argomento, quest'ultimo,
davvero vergognoso, non sarebbe stata del tutto equanime una decisione che
deliberatamente ignorasse le differenze di valore dei distinti contributi, e cioè, in
parole povere, non andava mica bene che fosse il giusto a pagare per il peccatore,
e che dunque non si dovevano tagliare i viveri a chi, probabilmente, aveva ancora
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un saldo a proprio favore. Nessuna delle camerate, ovviamente, conosceva il
valore di quanto era stato consegnato dalle altre, ma ciascuna pensava di aver
motivi per continuare a mangiare ancora quando alle altre fosse già finito il
credito. Fortunatamente, grazie alla qual cosa i conflitti latenti morirono sul
nascere, i malvagi furono categorici, l'ordine andava eseguito da tutti quanti, se
differenze di valutazione c'erano state rimanevano nel segreto della contabilità
del cieco scrivano. Nelle camerate la discussione fu accesa, aspra, talvolta giunse
alla violenza. Sospettavano alcuni che certi egoisti e malintenzionati avessero
nascosto parte dei propri valori all'atto della raccolta, e dunque fossero stati lì a
mangiare a spese di chi onestamente si era spogliato di tutto a beneficio della
comunità. Adducevano altri, recuperando a uso personale ciò che fino ad allora
era stata un'argomentazione collettiva, che quanto avevano già consegnato, da
solo, sarebbe bastato per continuare a mangiare ancora per molti giorni, invece di
doversene star lì a nutrire dei parassiti. La minaccia che i ciechi malvagi avevano
fatto all'inizio, di andare a ispezionare le camerate e punire i trasgressori, finì per
essere attuata in ciascuna, ciechi buoni contro ciechi cattivi, e pure malvagi. Non
si trovarono magnifiche ricchezze, ma furono scoperti ancora un bel po' di orologi
e anelli, il tutto più da uomo che da donna. Quanto ai castighi della giustizia
interna, non furono più di qualche ceffone a caso, di qualche fiacco pugno mal
diretto, si udirono per lo più insulti, e frasi appartenenti a un'antica retorica
accusatoria, per esempio, Saresti capace perfino di derubare tua madre, pensate
un po', come se per commettere un'ignominia del genere, e altre ben più
consistenti, ci fosse da aspettare il giorno in cui tutti fossero diventati ciechi e,
avendo perduto il lume degli occhi, avessero perduto anche il faro del rispetto. I
ciechi malvagi ricevettero il pagamento con minacce di dure rappresaglie, che per
fortuna poi non attuarono, si suppone per dimenticanza, ma in realtà perché
avevano già un'altra idea in mente, come non tarderà a sapersi. Se avessero
realizzato le minacce, ulteriori ingiustizie sarebbero venute ad aggravare la
situazione, magari con conseguenze drammatiche immediate, in quanto due delle
camerate, per occultare il delitto di trattenuta di cui erano colpevoli, si
presentarono a nome delle altre, scaricando sulle camerate innocenti colpe non
loro, qualcuna era addirittura talmente onesta da aver consegnato tutto il primo
giorno. Fortunatamente, per non ritrovarsi con ulteriore lavoro, il cieco contabile
aveva deciso di registrare a parte, in un unico foglio di carta, i nuovi diversi
contributi, e fu la salvezza per tutti, innocenti e colpevoli, perché di certo
l'irregolarità fiscale gli sarebbe balzata agli occhi se li avesse inseriti nei rispettivi
conti.
Trascorsa una settimana, i ciechi malvagi mandarono a dire che volevano
donne. Così, semplicemente, Portateci delle donne. Questa inattesa ancorché non
del tutto insolita pretesa causò l'indignazione che è facile immaginare, gli
sbalorditi emissari giunti con l'ordine tornarono immediatamente indietro a
comunicare che le camerate, le tre di destra e le due di sinistra, compresi i ciechi
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e le cieche che dormivano per terra, avevano deciso, all'unanimità, di non
accogliere la degradante imposizione, obiettando che non poteva abbassarsi fino
a quel punto la dignità umana, in questo caso femminile, e che se nella terza
camerata lato sinistro non c'erano donne, la responsabilità, se ce n'era, non si
poteva addossare a loro. La risposta fu breve e secca, Se non ci portate delle
donne, non mangiate. Umiliati, gli emissari ritornarono nelle camerate con
l'ordine, O ci andate, o non ci danno da mangiare. Le donne sole, quelle che non
avevano un compagno, o per lo meno non lo avevano fisso, protestarono
immediatamente, non erano disposte a pagare il cibo degli uomini altrui con
quello che avevano fra le gambe, una ebbe persino l'audacia di dire,
dimenticando il rispetto dovuto al proprio sesso, Io sono padronissima di andarci,
ma quanto guadagno è per me, e se mi va ci resto pure a vivere, così mi
garantisco letto e piatto. Lo disse con queste inequivocabili parole, ma poi non
passò ai conseguenti fatti, pensò per tempo a quanto sarebbe stato amaro il
boccone se avesse dovuto sostenere da sola la furia erotica di venti maschi
sfrenati che, a giudicare dall'urgenza, dovevano essere accecati dalla foia. Ma
questa dichiarazione, così sventatamente proferita nella seconda camerata lato
destro, non cadde nel vuoto, uno degli emissari, dotati di un particolare senso
dell'opportunità, la colse al volo per proporre che si presentassero dei volontari,
tenendo conto del fatto che tutto quello che si fa spontaneamente costa
generalmente meno di tutto quello che si deve fare per obbligo. Solo un'estrema
cautela, un'ultima prudenza gli impedirono di concludere l'appello citando il noto
proverbio, Chi corre per gusto, non si stanca. Le proteste, comunque, esplosero
appena ebbe finito di parlare, saltaron su tutte le furie da tutti i lati, senza pietà
né pena gli uomini furono stracciati moralmente, qualificati come magnaccia,
ruffiani, lecchini, vampiri, sfruttatori, lenoni, secondo la cultura, l'ambiente
sociale e lo stile personale delle donne, giustamente indignate. Alcune si
dichiararono pentite di aver ceduto, per pura generosità e compassione, alle
sollecitazioni sessuali di compagni di sventura che adesso le ringraziavano tanto
male, spingendole alla peggiore delle sorti. Gli uomini cercarono di giustificarsi,
beh, non era proprio così, non bisognava drammatizzare, che diavolo, solo
parlando ci s'intende, è stato solo perché si usa chiedere dei volontari in situazioni
difficili e pericolose, come lo è senza dubbio questa, Rischiamo tutti di morire di
fame, voi e noi. Alcune donne si calmarono, così ricondotte alla ragione, ma una
delle altre, subitamente ispirata, lanciò un nuovo ciocco nel fuoco quando
ironicamente domandò, E cosa avreste fatto voi se, invece di chiedere donne,
avessero chiesto uomini, cosa avreste fatto, raccontatecelo, stiamo a sentire. Le
donne esultarono, Raccontatecelo, raccontatecelo, gridavano in coro,
entusiasmate per aver messo gli uomini con le spalle al muro, presi nella loro
stessa trappola logica cui non sarebbero potuti sfuggire, adesso volevano vedere
fin dove giungesse la tanto decantata coerenza maschile, Qui froci non ce ne
sono, si azzardò a protestare uno, E neanche puttane, ribatté la donna che aveva
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posto la domanda provocatoria, e anche se ce ne fossero, può darsi non siano
disposte a esserlo per voi. Infastiditi, gli uomini si vergognarono, consapevoli che
solo una risposta sarebbe stata in grado di dar soddisfazione alle vendicative
femmine, Se avessero chiesto degli uomini, saremmo andati, ma non ci fu
nessuno che ebbe il coraggio di pronunciare queste brevi, esplicite e disinibite
parole, anzi, ne furono talmente turbati da non pensare neppure che non ci
sarebbe stato grande pericolo nel dirle, visto che quei figli di puttana non
volevano sfogarsi con gli uomini, ma con le donne.
Orbene, quel che nessun uomo pensò pare lo pensarono le donne, non
doveva esserci altra spiegazione per quel silenzio che a poco a poco si instaurò
nella camerata dove avvennero questi confronti, come se le donne avessero
capito che, per loro, la vittoria nella contesa verbale era un tutt'uno con la
sconfitta che ne sarebbe inevitabilmente seguita, e forse nelle altre camerate la
discussione non sarà stata diversa, infatti è risaputo che le ragioni umane non
fanno che ripetersi, e anche le non-ragioni. Qui, chi pronunciò la sentenza finale
fu una donna ormai cinquantenne che aveva con sé la vecchia madre e nessun
altro modo di darle da mangiare, Io vado, disse, non sapendo che queste parole
erano l'eco di quelle che nella prima camerata lato destro erano state dette dalla
moglie del medico, Io vado, in questa camerata le donne sono poche, ecco forse
perché le proteste non sono state tanto numerose né tanto veementi, c'era la
ragazza dagli occhiali scuri, c'era la moglie del primo cieco, c'era l'impiegata
dell'ambulatorio c'era la cameriera dell'albergo, ce n'era una che non si sa chi sia,
c'era quella che non riusciva a dormire, ma quest'ultima era talmente infelice,
talmente sventurata che sarebbe stato meglio lasciarla in pace, della solidarietà
delle donne non avevano da beneficiarne soltanto gli uomini. Il primo cieco aveva
cominciato col dichiarare che sua moglie non si sarebbe assoggettata alla
vergogna di concedere il corpo a gente sconosciuta in cambio di qualsiasi cosa
fosse, che né lo avrebbe voluto lei né lo avrebbe permesso lui, che la dignità non
ha prezzo, che si comincia col cedere nelle piccole cose e si finisce per perdere
completamente il senso della vita. Il medico domandò allora quale senso della
vita ci vedesse nella situazione in cui si trovavano, affamati, coperti di schifezze
fino alle orecchie, rosi dai pidocchi, mangiati dalle cimici, pizzicati dalle pulci,
Neanch'io vorrei che mia moglie andasse, ma il mio volere non serve a niente, lei
ha detto di essere disposta ad andare, è stata la sua decisione, so che il mio
orgoglio di uomo, questo che chiamiamo orgoglio di uomo, seppure dopo tanta
umiliazione serbiamo ancora qualcosa che meriti tal nome, so che ne soffrirà, ne
sta già soffrendo, non posso evitarlo, ma probabilmente è l'unico rimedio, se
vogliamo campare, Ognuno si comporta secondo la propria morale, io la penso
così e non intendo cambiare idea, ribatté aggressivo il primo cieco. Allora la
ragazza dagli occhiali scuri disse, Gli altri non sanno quante donne ci sono qui,
quindi lei potrà tenersi la sua ad uso esclusivo, vi nutriremo noi, a tutti e due,
voglio proprio vedere come si sentirà dopo la sua dignità, che sapore avrà il pane
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che le porteremo, Il problema non è questo, cominciò a rispondere il primo cieco,
il problema è, ma rimase con la frase a metà, in realtà non sapeva quale fosse il
problema, tutto quanto aveva detto prima erano solo opinioni sconnesse,
nient'altro che opinioni, appartenenti a un altro mondo, non a questo, mentre,
questo sì, avrebbe dovuto alzare le braccia al cielo e ringraziare la sorte di potersi
tenere, per così dire, le vergogne in casa, invece di dover sopportare il disonore di
sapersi mantenuto dalle donne altrui. Dalla moglie del medico per la precisione e
l'esattezza, perché quanto alle altre, a parte la ragazza dagli occhiali scuri, nubile e
libera, della cui vita dissipata abbiamo già più che sufficiente informazione, se i
mariti li avevano, non erano comunque lì. Il silenzio che fece seguito alla frase
interrotta parve in attesa di qualcuno che chiarisse definitivamente la situazione,
perciò ben presto parlò chi doveva parlare, e cioè la moglie del primo cieco, che
disse senza alcun tremore nella voce, Io sono come le altre, farò ciò che faranno
loro, Tu fai solo quello che dico io, interruppe il marito, Lascia perdere l'autorità,
qui non ti serve a niente, sei cieco quanto me, $è un'indecenza, Sta in te non
essere indecente, d'ora in poi non mangiare, fu la crudele risposta, inattesa in chi
fino a oggi si era mostrata docile e rispettosa del marito. Si udì una brusca risata,
era la cameriera dell'albergo, Ah, lui mangia, mangia, cosa deve fare, poverino, di
colpo la risata si tramutò in pianto, le parole cambiarono, Cosa dobbiamo fare
noi, disse, era quasi una domanda, una domanda appena rassegnata a cui non
c'era risposta, come un accorato scuotimento del capo, tanto che l'impiegata
dell'ambulatorio non fece altro che ripeterla, Cosa dobbiamo fare noi. La moglie
del medico alzò gli occhi alle forbici appese alla parete, dalla loro espressione si
sarebbe detto che stava rivolgendo alle forbici la stessa domanda, a meno che gli
occhi non cercassero invece una risposta alla domanda che le forbici le
rinviavano, Cosa vuoi farne di noi.
Però, ogni cosa a suo tempo, non perché ci si è alzati di buon mattino si
deve morire più presto. I ciechi della terza camerata lato sinistro sono persone
organizzate, hanno già deciso che cominceranno da quello che hanno più vicino,
dalle donne delle camerate della loro ala. L'applicazione del metodo rotativo,
termine più che corretto, presenta tutti i vantaggi e nessun inconveniente, in
primo luogo perché permetterà di sapere, in qualsiasi momento, quanto si è fatto
e quanto c'è da fare, è come guardare un orologio e dire del giorno che passa. Ho
vissuto da qui a qui, mi manca tanto o tanto poco, in secondo luogo perché,
quando il giro delle camerate sarà concluso, il ritorno all'inizio porterà
un'indiscutibile ventata di novità, soprattutto per chi ha la memoria sensoria più
corta. Si rallegrino dunque le donne delle camerate dell'ala destra, del male altrui
si guarisce, del proprio si muore, parole che non pronunciò nessuna, ma che tutte
pensarono, in realtà deve ancora nascere il primo essere umano sprovvisto di
quella seconda pelle che chiamiamo egoismo, ben più dura dell'altra, che per
qualsiasi cosa sanguina. C'è da dire, inoltre, che doppiamente si stanno
rallegrando queste donne, sono i misteri dell'anima umana, poiché la minaccia in
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ogni modo prossima, dell'umiliazione cui saranno soggette, ha risvegliato ed
esacerbato, in ogni camerata, appetiti sensuali che la prolungata convivenza
aveva indebolito, era come se gli uomini stessero disperatamente mettendo sulle
donne il proprio marchio prima di portargliele, era come se le donne volessero
saturarsi la memoria di sensazioni provate volontariamente per meglio potersi
difendere dall'aggressione di quelle che, potendolo, avrebbero ricusato. $è
inevitabile domandarsi, prendendo a esempio la prima camerata lato destro,
come fu risolto il problema della differenza quantitativa fra uomini e donne,
anche detraendo gli impotenti di sesso maschile, che pure ce ne sono, come
dev'essere il caso del vecchio dalla benda nera e di qualcun altro, sconosciuto,
vecchio o giovane, che per un verso o per l'altro non ha detto né fatto niente di
pertinente al resoconto. Si è detto che sono sette le donne in questa camerata,
comprese la cieca delle insonnie e quella che non si sa chi sia, e che le coppie
normalmente costituite non sono più di due, il che lascerebbe fuori una
sbilanciata quantità di uomini, il ragazzino strabico ancora non conta. Magari in
altre camerate ci saranno più donne che uomini, ma una regola non scritta, che
l'uso ha fatto nascere qui e poi ha trasformato in legge, detta che tutti i problemi
vadano risolti entro le camerate in cui siano sorti, a esempio di quanto
insegnavano gli antichi, la cui saggezza non ci stancheremo mai di lodare, A casa
della vicina sono andata e mi son vergognata, nella mia son tornata e mi sono
rimediata. Porranno dunque rimedio le donne della prima camerata lato destro
alle necessità degli uomini che vivono sotto il loro stesso tetto, a eccezione della
moglie del medico, che, vai a sapere perché, nessuno si è azzardato a sollecitare,
a parole o con la mano tesa. La moglie del primo cieco, dopo quel passo avanti
che era stato l'inattesa risposta data al marito, ha già fatto, benché
discretamente, ciò che hanno fatto le altre, come lei stessa aveva avvisato. Ma
contro certe resistenze non possono né la ragione né il sentimento, come nel caso
della ragazza dagli occhiali scuri, che il commesso di farmacia, per quanto si fosse
prodotto in argomentazioni, per quanto si profondesse in suppliche, non riuscì a
sottomettere, pagando così quella mancanza di rispetto che aveva commesso
all'inizio. Questa stessa ragazza, vai a capire le donne, che è la più carina di tutte
quelle qui presenti, quella dal corpo più ben fatto, la più attraente, quella che
tutti hanno cominciato a desiderare quando si è sparsa la voce di quanto valesse,
è andata infine, una notte, a infilarsi di sua spontanea volontà nel letto del
vecchio dalla benda nera, che l'ha accolta come un temporale d'estate e si è
comportato come meglio poteva, niente male per l'età, dimostrandosi così,
ancora una volta, che le apparenze ingannano, e che non certo dall'aspetto del
viso e dalla prontezza del corpo si conosce la forza del cuore. Nella camerata
compresero tutti che solo per pura carità la ragazza dagli occhiali scuri era andata
a offrirsi al vecchio dalla benda nera, ma vi furono degli uomini, di quelli sensibili
e sognatori, che, avendone già goduto prima, si misero a fantasticare, a pensare
che non potesse esserci miglior premio a questo mondo del ritrovarsi distesi nel
101
proprio letto, da soli, immaginando cose impossibili, e avvertire che una donna ti
viene a sollevare le coperte molto lentamente e vi si insinua sotto, sfiorandoti
lentamente il corpo con il corpo, fino ad acchetarsi poi, in silenzio, in attesa che
l'ardore del sangue pacifichi l'improvviso tremore della pelle sussultante. E tutto
per niente, solo perché lei lo ha voluto. Non sono mica fortune da quattro soldi, a
volte è necessario esser vecchi e avere una benda nera lì a tappare un'orbita
definitivamente cieca. Oppure certe cose è meglio lasciarle senza spiegazione,
dire semplicemente quel che è accaduto, non interrogarsi nell'intimo, come
quella volta, quando la moglie del medico si era alzata dal letto per andare a
rimboccare il ragazzino strabico che si era scoperto. Non se ne tornò subito a
letto. Appoggiata alla parete di fondo, nel poco spazio tra le due file di brande,
guardava disperata la porta all'altra estremità quella da cui erano entrati un
giorno che ormai sembrava lontano e che adesso non conduceva da nessuna
parte. Mentre se ne stava così, vide il marito alzarsi e, con lo sguardo fisso, come
un sonnambulo, dirigersi verso il letto della ragazza dagli occhiali scuri. Non fece
un solo gesto per trattenerlo. In piedi, senza muoversi, vide come lui alzava le
coperte e poi si sdraiava accanto a lei, come la ragazza si svegliò e lo accolse senza
protestare, come le due bocche si cercarono e si trovarono, e poi successe quel
che doveva succedere, il piacere dell'uno, il piacere dell'altro, il piacere di
entrambi, i mormorii soffocati, lei disse, dottore, e questa parola avrebbe potuto
essere ridicola, ma non lo fu, lui disse, Scusa, non so cosa mi abbia preso, infatti
avevamo ragione, come avremmo potuto noi, che solo vediamo, sapere ciò che
non sa neppure lui. Sdraiati nella stretta branda, non potevano immaginare di
essere osservati, il medico sì, certo, subitamente inquieto, chi sa se la moglie
stava dormendo, si domandò, o se ne andava in giro per i corridoi come tutte le
notti, fece un movimento per tornare nel suo letto, ma una voce disse, Non ti
alzare, e una mano gli si posò sul petto con la leggerezza di un uccello, lui stava
per parlare, forse per ripetere che non sapeva cosa gli avesse preso, ma la voce
disse, Se non dirai niente comprenderò meglio. La ragazza dagli occhiali scuri
cominciò a piangere, Come siamo disgraziati, mormorava, e poi, L'ho voluto
anch'io, l'ho voluto anch'io, il dottore non ha colpa, Taci, disse dolcemente la
moglie del medico, taciamo tutti, in certe occasioni le parole non servono a
niente, magari potessi piangere anch'io, dire tutto con le lacrime, non dover
parlare per essere intesa. Si sedette sul bordo del letto, tese il braccio sopra i due
corpi, come per cingerli nello stesso amplesso, e chinandosi verso la ragazza dagli
occhiali scuri le mormorò sottovoce all'orecchio, Io vedo. La ragazza rimase
immobile, rasserenata, ma perplessa di non provare alcuna sorpresa, era come se
lo sapesse già fin dal primo giorno e non avesse voluto dirlo a voce alta solo
perché era un segreto che non le apparteneva. Girò un po' il capo e a sua volta
sussurrò all'orecchio della moglie del medico, Lo sapevo, non ne sono del tutto
sicura, ma penso che lo sapessi, $è un segreto, non puoi dirlo a nessuno, Stia
tranquilla, Ho fiducia in te, Può averla, preferirei morire piuttosto che ingannarla,
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Devi darmi del tu, Questo no, non ne sono capace. Mormoravano all'orecchio, ora
l'una ora l'altra, sfiorandosi con le labbra i capelli, il lobo dell'orecchio, era un
dialogo insignificante, era un dialogo profondo, se è possibile accostare questi
contrari, una piccola conversazione complice che sembrava non contemplare
l'uomo sdraiato fra loro due, ma che lo implicava in una logica al di fuori del
mondo delle idee e delle comuni realtà. Poi la moglie del medico disse al marito,
Resta qui un altro po', se vuoi, No, vengo nel nostro letto, Allora ti aiuto. Si alzò
per lasciargli i movimenti liberi, contemplò per un istante le due teste cieche,
posate fianco a fianco sul guanciale sudicio, le facce sporche, i capelli arruffati,
solo gli occhi risplendevano inutilmente. Lui si alzò lentamente, cercando
appoggio, poi rimase fermo lì accanto al letto, indeciso, come se tutto a un tratto
avesse perduto la nozione del luogo in cui si trovava, allora lei, come sempre
aveva fatto, lo prese per un braccio, ma adesso il gesto aveva un significato
nuovo, mai come in questo momento lui aveva avuto necessità di esser guidato,
ma non poteva sapere fino a qual punto, soltanto le due donne lo seppero
veramente, quando la moglie del medico sfiorò con l'altra mano il viso della
ragazza e istintivamente lei gliela prese per portarsela alle labbra. Parve al medico
di sentir piangere, un suono quasi inudibile, come può esserlo solo quello di
lacrime che scorrono lentamente fino agli angoli della bocca dove scompaiono
per ricominciare l'eterno ciclo degli inspiegabili dolori e delle gioie umane. La
ragazza dagli occhiali scuri sarebbe rimasta sola, era lei quella che doveva essere
consolata, per ciò la mano della moglie del medico tardò tanto a staccarsi.
Il giorno dopo, all'ora di cena, se qualche misero pezzo di pane duro e un
po' di carne rancida si potevano chiamare cena, comparvero alla porta della
camerata tre ciechi provenienti dall'altro lato, Quante donne avete qui, domandò
uno di essi, Sei, rispose la moglie del medico, con la buona intenzione di lasciar
fuori la cieca delle insonnie, ma lei corresse con voce spenta, Siamo sette. I ciechi
risero, Diavolo, disse uno, allora dovrete lavorare molto stanotte, e un altro
suggerì, Forse è meglio andare a cercare rinforzi nella camerata seguente, Non ne
vale la pena, disse il terzo cieco, che conosceva l'aritmetica, praticamente sono
tre uomini per ogni donna, ce la faranno. Risero tutti di nuovo, e quello che aveva
domandato quante donne ci fossero impartì l'ordine, Quando avete finito
raggiungeteci, e aggiunse, Naturalmente se domani volete mangiare e dare la
pappa ai vostri uomini. Ripetevano le stesse parole in ogni camerata, ma
continuavano a divertirsi un mondo con quella spiritosaggine quanto il giorno in
cui l'avevano inventata. Si contorcevano dalle risate, si davano pacche,
picchiavano con i grossi bastoni per terra, subitamente uno di loro avvertì, Ehi, se
c'è qualcuna con le sue cose non la vogliamo, sarà per la prossima volta, Non ce
n'è nessuna, disse serenamente la moglie del medico, Allora preparatevi, e non
tardate, vi aspettiamo. Girarono le spalle e scomparvero. La camerata rimase in
silenzio. Un minuto dopo, la moglie del primo cieco disse, Non posso mangiare
altro, era quasi niente quel che aveva in mano, e non riusciva a mangiarlo,
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Neanche io, disse la cieca delle insonnie, Neanche io, disse quella che non si sa chi
sia, Io ho finito, disse la cameriera d'albergo, Anche io, disse l'impiegata
dell'ambulatorio, Io vomiterò in faccia al primo che mi si avvicina, disse la ragazza
dagli occhiali scuri. Stavano tutte lì in piedi, tremanti e risolute. Allora la moglie
del medico disse, Vado avanti io. Il primo cieco nascose il capo sotto la coperta,
come se servisse a qualche cosa, cieco lo era già, il medico attirò a sé la moglie e,
senza parlare, le diede un rapido bacio sulla fronte, cos'altro poteva fare lui, agli
altri uomini tanto si doveva dare, non avevano né diritti né obblighi coniugali su
nessuna di quelle donne, perciò nessuno potrebbe andare a dirgli, Cornuto
consenziente, cornuto due volte. La ragazza dagli occhiali scuri andò a mettersi
dietro la moglie del medico, poi, una dopo l'altra, la cameriera dell'albergo,
l'impiegata dell'ambulatorio, la moglie del primo cieco, quella che non si sa chi
sia, e infine la cieca delle insonnie, una fila grottesca di femmine maleodoranti,
con gli abiti immondi e cenciosi, sembra impossibile che la forza bestiale del sesso
sia ancora tanto possente, al punto da accecare l'olfatto, che è il più delicato dei
sensi, ci sono persino dei teologi che affermano, benché non con queste parole
precise, che la maggior difficoltà per riuscire a vivere decentemente all'inferno è
l'odore che c'è. Lentamente, guidate dalla moglie del medico, ciascuna con la
mano sulla spalla della seguente, le donne cominciarono a camminare. Erano
tutte scalze perché non volevano perdere le scarpe fra i tormenti e le angosce per
cui sarebbero passate. Quando arrivarono nell'atrio d'ingresso, la moglie del
medico si avviò verso la porta, forse voleva sapere se il mondo ci fosse ancora.
Nel sentire la freschezza dell'aria, la cameriera dell'albergo ricordò spaventata,
Non possiamo uscire, là fuori ci sono i soldati, e la cieca delle insonnie disse,
Tanto meglio, in meno di un minuto saremmo morte, come del resto dovremmo
essere, tutte morte, Noi, domandò l'impiegata dell'ambulatorio, No, tutte noi che
ci troviamo qui dentro, almeno avremmo il migliore dei motivi per essere cieche.
Non aveva mai pronunciato tante parole di seguito da quando l'avevano portata.
La moglie del medico disse, Andiamo, solo chi dovrà morire morirà, la morte
sceglie senza avvisare. Oltrepassarono la porta che dava accesso all'ala sinistra, si
infilarono nei lunghi corridoi, le donne delle prime due camerate avrebbero
potuto, volendo, dir loro cosa le aspettava, ma se ne stavano rannicchiate nei letti
come bestie bastonate, gli uomini non si azzardavano a toccarle, appena
tentavano di avvicinarsi, quelle si mettevano a gridare.
Nell'ultimo corridoio, giù in fondo, la moglie del medico vide un cieco che
stava di sentinella, come al solito. Doveva aver sentito i passi strascicati, lanciò un
avvertimento, Stanno arrivando, stanno arrivando. Dall'interno partirono grida,
nitriti, risate. Quattro ciechi scostarono rapidamente il letto che fungeva da
barriera all'entrata, Presto, ragazze, entrate, entrate, qui sembriamo tutti dei
cavalli, ve ne andrete via a pancia piena, diceva uno. I ciechi le circondarono,
tentavano di palpeggiarle, ma indietreggiarono subito dopo, scontrandosi,
quando il capo, quello che aveva la pistola, gridò, Il primo a scegliere sono io, lo
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sapete. Gli occhi di tutti quegli uomini cercavano ansiosamente le donne, alcuni
allungavano le mani avide, se di sfuggita ne toccavano qualcuna sapevano
finalmente in che direzione guardare. In mezzo alla corsia, fra i letti, le donne
erano come i soldati schierati in attesa che vengano a passarli in rivista. Il capo dei
ciechi, pistola in pugno, si avvicinò, agile e disinvolto come se con gli occhi di cui
disponeva potesse vedere. Posò la mano libera sulla cieca delle insonnie, che era
la prima, la palpeggiò davanti e dietro, il sedere, le mammelle, in mezzo alle
gambe. La cieca attaccò a gridare e lui la spinse via, Non vali niente, puttana.
Passò alla successiva, che era quella che non si sa chi sia, adesso palpeggiava con
tutte e due le mani, si era infilato la pistola nella tasca dei pantaloni, Guardate
che questa non è niente male, e subito dopo passò alla moglie del primo cieco,
poi all'impiegata dell'ambulatorio, poi alla cameriera dell'albergo, esclamò,
Ragazzi, queste qui non sono affatto male. I ciechi nitrirono, diedero pacche per
terra, Diamoci sotto, che si fa tardi, strillarono alcuni, Calma, disse quello della
pistola, fatemi vedere prima come sono le altre. Palpeggiò la ragazza dagli occhiali
scuri e fece un fischio, Ehilà, abbiamo vinto alla lotteria, di questa razza non ce
n'erano ancora arrivate. Eccitato, mentre continuava a palpeggiare la ragazza,
passò alla moglie del medico, fischiò di nuovo, Questa è una delle tardone, ma ha
tutta l'aria di essere ben fornita. Tirò verso di sé le due donne, quasi sbavando
mentre diceva, Mi tengo queste, appena le ho sbrigate ve le passo. Le trascinò giù
in fondo alla camerata, dove erano ammucchiate le casse del cibo, i pacchi, le
lattine, una dispensa che avrebbe potuto rifornire un reggimento. Le donne,
tutte, stavano già urlando, si udivano colpi, schiaffi, ordini, State zitte, puttane, le
donne sono tutte uguali, devono sempre mettersi a strillare, Dacci dentro forte,
vedrai che starà zitta, Lasciate che arrivi il mio turno e vedrete come ne vorranno
ancora, Sbrigati un po', non resisto un minuto di più. La cieca delle insonnie
ululava disperata sotto un cieco grasso, le altre quattro erano circondate da
uomini coi pantaloni calati che si spingevano a vicenda come iene intorno a una
carogna. La moglie del medico si trovava vicino alla branda dove era stata portata,
stava lì in piedi, con le mani convulsamente aggrappate alle sbarre del letto, vide
come il cieco della pistola tirò e strappò la gonna alla ragazza dagli occhiali scuri,
come si abbassò i pantaloni e, guidandosi con le dita, puntò il sesso contro il sesso
della ragazza, come spinse e forzò, udì i grugniti, le oscenità, la ragazza dagli
occhiali scuri non diceva niente, aprì solo la bocca per vomitare, con la testa
girata, gli occhi verso l'altra donna, lui non si accorse neppure di quanto accadeva,
l'odore del vomito si nota solo quando l'aria e il resto non odorano allo stesso
modo, infine l'uomo si agitò tutto, diede tre violenti scossoni come se piantasse
tre puntelli, ansimò come un porco sgozzato, aveva finito. La ragazza dagli occhiali
scuri piangeva in silenzio. Il cieco della pistola estrasse il sesso ancora gocciolante
e disse con voce insicura, mentre allungava il braccio verso la moglie del medico,
Non essere gelosa, ora mi occupo di te, e poi, alzando il tono, Ehi, ragazzi, potete
venire a prendere questa, ma trattatela bene, potrei ancora averne bisogno. Una
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mezza dozzina di ciechi avanzarono dimenandosi per la corsia, si buttarono sulla
ragazza dagli occhiali scuri, la portarono via quasi trascinandola, Prima io, prima
io, dicevano tutti. Il cieco della pistola si era seduto sul letto, il sesso flaccido
adesso era posato sul bordo del materasso, i pantaloni arrotolati ai piedi.
Inginocchiati qui, fra le mie gambe, disse. La moglie del medico si inginocchiò.
Succhia, disse lui, No, disse lei, O me lo succhi o ti picchio, e niente mangiare,
disse lui, Non hai paura che te lo strappi a morsi, domandò lei, Puoi provarci, ho le
mani intorno al tuo collo, ti strangolerei prima che riuscissi a farmi uscire un po' di
sangue, rispose lui. Poi disse, Adesso riconosco la tua voce, E io la tua faccia, Sei
cieca, non puoi vedermi, No, non ti posso vedere, Allora perché dici che riconosci
la mia faccia, Perché questa voce può avere solo questa faccia, Succhia, e piantala
con 'sti discorsi, No, O me lo succhi o nella tua camerata non entrerà mai più una
briciola di pane, vai a dirgli che se non mangiano è perché ti sei rifiutata di
succhiarmelo, e poi torna a raccontarmi cosa è successo. La moglie del medico si
chinò in avanti, con la punta di due dita della mano destra prese e sollevò il sesso
appiccicoso dell'uomo, con la sinistra si appoggiò per terra, toccò i pantaloni, li
tastò, sentì la durezza metallica e fredda della pistola, Potrei ammazzarlo, pensò.
No, non poteva. Coi pantaloni così com'erano, arrotolati ai piedi, era impossibile
arrivare alla tasca dove si trovava l'arma. Adesso non lo posso ammazzare, pensò.
Avanzò il capo, aprì la bocca, la chiuse, chiuse gli occhi per non vedere, cominciò a
succhiare.
Albeggiava quando i ciechi malvagi lasciarono andare le donne. La cieca
delle insonnie dovettero portarla via in braccio le compagne, che a stento
riuscivano, anch'esse, a trascinarsi. Per ore erano passate da un uomo all'altro, da
un'umiliazione all'altra, da un'offesa all'altra, tutto quanto è possibile fare a una
donna lasciandola ancora viva. Lo sapete, no, il pagamento è in generi alimentari,
dite ai vostri ometti di venirsi a prendere la minestra, le aveva schernite
congedandole il cieco della pistola. E aggiunse, scherzoso, A presto, ragazze,
preparatevi per la prossima seduta. Gli altri ciechi ripeterono più o meno in coro,
A presto, alcuni dissero tizie, alcuni dissero puttane, ma gli si notava la
spossatezza della libido nella scarsa convinzione delle voci. Sorde, cieche,
taciturne, con un residuo di volontà sufficiente solo per non lasciare la mano di
colei che avevano davanti, la mano, non la spalla come quando erano venute,
certamente nessuna di loro avrebbe saputo rispondere se le avessero
domandato, Perché camminate tenendovi per mano, era capitato così, ci sono
gesti per cui non sempre si può trovare una spiegazione facile, e talvolta neppure
quella difficile può essere trovata. Quando attraversarono l'atrio, la moglie del
medico guardò fuori, dove c'erano i soldati, e dove c'era anche un camioncino che
forse stava facendo la distribuzione del cibo alle varie quarantene. In quel preciso
momento, alla cieca delle insonnie cedettero le gambe, letteralmente, come se
gliele avessero troncate di colpo, e le cedette pure il cuore, non si concluse
neanche la sistole appena iniziata, finalmente siamo venuti a sapere il motivo per
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cui questa cieca non riuscisse a dormire, adesso dormirà, non svegliamola. $è
morta, disse la moglie del medico, e la sua voce era priva di espressione, se mai
fosse possibile che una voce così, morta come le parole appena pronunciate,
uscisse da una bocca viva. Prese in braccio il corpo improvvisamente disarticolato,
le gambe insanguinate, il ventre livido, i poveri seni scoperti, segnati con furia, un
morso su una spalla, $è il ritratto del mio corpo, pensò, il ritratto del corpo di
tutte noi, fra queste offese e i nostri dolori non c'è che una differenza, noi, per il
momento, siamo ancora vive. Dove la portiamo, domandò la ragazza dagli occhiali
scuri, Adesso in camerata, poi la sotterreremo, disse la moglie del medico.
Gli uomini aspettavano sulla porta, mancavano solo il primo cieco, che di
nuovo si era nascosto il capo sotto la coperta avvertendo l'arrivo delle donne, e il
ragazzino strabico, che dormiva. Senza alcuna esitazione, senza aver bisogno di
contare i letti, la moglie del medico andò a deporre la cieca delle insonnie nella
branda che le apparteneva. Non si preoccupò del possibile stupore degli altri, in
definitiva tutti quanti, lì, sapevano che lei era la cieca che meglio conosceva tutti
gli angoli di casa. $è morta, ripeté, Com'è stato, domandò il medico, ma la donna
non gli rispose, la sua domanda avrebbe potuto limitarsi a ciò che
apparentemente significava, Com'è stato che è morta, ma avrebbe anche potuto
essere, Che cosa vi hanno fatto, orbene, né all'una né all'altra avrebbe dovuto
esserci risposta, è morta, semplicemente, non importa di che cosa, domandare di
cosa sia morto qualcuno è stupido, col tempo la causa si dimentica, soltanto due
parole restano, $è morta, e noi non siamo più le stesse di quando siamo uscite, le
parole che avrebbero detto quelle donne noi non possiamo più dirle, e quanto
alle altre, l'innominabile esiste, è il suo unico nome, nient'altro. Andate a
prendere il cibo, disse la moglie del medico. Il caso, il fato, la sorte, il destino, o
comunque si definisca ciò che possiede tanti nomi, è fatto di pura ironia, né
altrimenti si intenderebbe come mai erano stati proprio i mariti di due di queste
donne i prescelti per rappresentare la camerata e ritirare i generi alimentari
quando ancora nessuno immaginava che il prezzo avrebbe potuto essere quello
appena pagato. Potevano essere stati prescelti altri uomini, scapoli, liberi, senza
un onore coniugale da difendere, ma dovettero essere proprio questi, di certo
non vorranno vergognarsi, adesso, di tendere la mano elemosinante a quei bruti e
malvagi che hanno violato le loro mogli. Lo disse il primo cieco, a chiare lettere e
con decisa fermezza, Ci vada chiunque altro, ma io non vado, Andrò io, disse il
medico, Vengo con lei, disse il vecchio dalla benda nera, Il cibo non sarà molto,
ma badi che pesa, Per trasportare il pane che mangio le forze mi bastano ancora,
Quello che pesa di più è sempre il pane degli altri, Non ho il diritto di lamentarmi,
è il peso della parte altrui che pagherà il mio nutrimento. Immaginiamo, non il
dialogo, ormai superato, ma gli uomini che lo hanno sostenuto, sono lì faccia a
faccia come se si potessero vedere, il che in questo caso non è neanche
impossibile, basta che la memoria di ciascuno dei due faccia emergere
dall'abbagliante biancore del mondo la bocca che sta articolando le parole, e poi,
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come una lenta irradiazione da quel centro, il resto dei visi apparirà pian piano, un
viso da vecchio, un altro non tanto, non si dica che è cieco chi ancora sia capace di
vedere così.
Quando si allontanarono per andare a riscuotere il salario della vergogna,
come lo aveva definito il primo cieco protestando con retorica indignazione, la
moglie del medico disse alle altre donne, Restate qui, torno subito. Sapeva ciò che
voleva, non sapeva se lo avrebbe trovato. Voleva un secchio o qualcosa che ne
facesse le veci, voleva riempirlo d'acqua anche se fetida, anche se putrida, voleva
lavare la cieca delle insonnie, ripulirla del sangue proprio e della secrezione altrui,
consegnarla purificata alla terra, ammesso che ancora abbia senso parlare di
purezze del corpo in questo manicomio in cui viviamo, che alle purezze
dell'anima, si sa, non c'è modo di giungervi.
Sui lunghi tavoli del refettorio c'erano ciechi sdraiati. Da un rubinetto mal
chiuso, sopra una vasca di scarico, scorreva un filo d'acqua. La moglie del medico
si guardò intorno in cerca del secchio, del recipiente, ma non vide niente di
utilizzabile. Un cieco avvertì la presenza, domandò, Chi c'è. Lei non rispose,
sapeva che non sarebbe stata bene accolta, nessuno le avrebbe detto, Vuoi un po'
d'acqua, prendila, e se poi serve per lavare una defunta, tutta quella di cui hai
bisogno. Per terra, sparpagliate, c'erano buste di plastica, quelle per alimenti,
alcune grandi. Pensò che sicuramente erano rotte, ma poi pensò anche che,
usandone due o tre, una dentro l'altra, avrebbe perso ben poca acqua. Agì
rapidamente, i ciechi stavano già scendendo dai tavoli, domandavano, Chi c'è,
tanto più allarmati quando udirono il rumore dell'acqua corrente, avanzarono in
quella direzione, la moglie del medico corse a spostare e spingere un tavolo
perché non potessero avvicinarsi, poi riprese la busta, l'acqua scorreva
lentamente, disperata forzò la manopola, e allora, come se l'avessero liberata da
una prigione, l'acqua sgorgò con forza, sprizzò violentemente e la bagnò dalla
testa ai piedi. I ciechi si spaventarono e indietreggiarono, pensarono fosse saltato
un tubo, e a maggior ragione lo pensarono quando l'acqua che si riversava gli
arrivò come un'inondazione ai piedi, non potevano sapere che era stata versata
da quell'estraneo che era entrato, solo allora la donna capì che non ce l'avrebbe
fatta con tanto peso. Attorcigliò e arrotolò la busta, se la buttò sulle spalle e,
come poté, corse via.
Quando il medico e il vecchio dalla benda nera entrarono nella camerata
con il cibo, non videro, non potevano vedere, sette donne nude, la cieca delle
insonnie distesa sul letto, pulita come non lo era mai stata in tutta la sua vita,
mentre un'altra donna lavava, una dopo l'altra, le sue compagne, e poi se stessa.
Il quarto giorno, i malvagi si ripresentarono. Venivano a sollecitare al
pagamento dell'imposta di servizio le donne della seconda camerata, ma si
trattennero un momento alla porta della prima domandando se quelle di qui si
erano riprese dagli assalti erotici dell'altra notte, Una notte ben trascorsa, non c'è
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che dire, esclamò uno di essi leccandosi i baffi, e un altro confermò, Queste sette
valevano per quattordici, una non era granché, è vero, ma in mezzo a quella
confusione quasi non si notava, hanno fortuna questi tizi qui, se sono abbastanza
uomini, Meglio di no, così ne avranno più voglia. Dal fondo della camerata, la
moglie del medico disse, Non siamo più sette, Ne è scappata una, domandò
ridendo uno del gruppo, Non è scappata, è morta, Oh diavolo, allora dovrete
lavorare di più la prossima volta, Non si è perso molto, non era granché, disse la
moglie del medico. Sconcertati, i messaggeri non seppero come rispondere,
quanto avevano appena udito gli sembrava indecente, qualcuno di loro avrà
addirittura pensato che in fin dei conti le donne sono tutte delle vacche, che
mancanza di rispetto, parlare di lei in questi termini, solo perché non aveva le
mammelle al posto giusto ed era scarsa di sedere. La moglie del medico li
guardava, fermi lì davanti alla porta, indecisi, muovendo il corpo come pupazzi
meccanici. Li riconosceva, era stata violata da tutti e tre. Alla fine uno picchiò con
il bastone per terra, Andiamocene, disse. I colpi e gli avvertimenti, Allontanatevi,
allontanatevi, andarono scemando nel corridoio, poi si fece silenzio, brusii
confusi, le donne della seconda camerata stavano ricevendo l'ordine di
presentarsi dopo cena. Risuonarono nuovamente i colpi per terra, Allontanatevi,
allontanatevi, le figure dei tre ciechi passarono nel riquadro della porta,
scomparvero.
La moglie del medico, che stava raccontando una storia al ragazzino
strabico, alzò il braccio e, senza rumore, prese le forbici dal chiodo. Disse al
ragazzo, Poi ti racconto il resto. Nessuno della camerata le aveva domandato
perché avesse parlato della cieca delle insonnie con quel disprezzo. Trascorso un
po' di tempo, si tolse le scarpe e andò a dire al marito, Faccio presto, torno subito.
Si incamminò verso la porta. Lì si fermò e attese. Dieci minuti dopo comparvero
nel corridoio le donne della seconda camerata. Erano quindici. Alcune
piangevano. Non arrivavano in fila, ma a gruppi, legati fra loro con strisce di
tessuto, in apparenza strappate dai copriletti. Quando furono passate, la moglie
del medico le seguì. Nessuna si accorse di avere compagnia. Sapevano cosa le
aspettava, la notizia delle vessazioni non era un segreto per nessuno, e per la
verità non c'era niente di nuovo, il mondo sarà sicuramente cominciato così.
Quello che le terrorizzava non era tanto la violazione, ma l'orgia, l'inverecondia, la
previsione della terribile notte, quindici donne sparpagliate qua e là sui letti e per
terra, gli uomini che andavano dall'una all'altra, ansimando come maiali, Il peggio
è se proverò piacere, era quanto pensava una di loro. Quando entrarono nel
corridoio per cui si arrivava alla camerata di destinazione, il cieco di sentinella
diede l'allarme, Le sento, stanno arrivando. Il letto che fungeva da cancello fu
scostato rapidamente, a una a una le donne entrarono, Caspita quante, esclamò il
cieco della contabilità, e andava contando con entusiasmo, Undici, dodici, tredici,
quattordici, quindici, sono quindici. Si mise appresso all'ultima, le infilava le mani
avide sotto le gonne, Questa già canta, è mia, diceva. Avevano smesso di passarle
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in rivista, di fare la valutazione previa delle doti fisiche delle femmine. In realtà, se
erano tutte condannate a passare per la stessa cosa, non valeva la pena sprecare
il tempo e raffreddare la concupiscenza con scelte di altezze e misurazioni di
petto e fianchi. Le portavano direttamente ai letti, le spogliavano
immediatamente strattonandole, e ben presto si udirono i soliti pianti, le
suppliche, le implorazioni, ma le risposte, quando c'erano, non variavano, Se vuoi
mangiare, apri le gambe. E loro aprivano le gambe, ad alcune si ordinava di usare
la bocca, come quella accoccolata lì, fra le ginocchia del capo di questi malvagi, lei
non diceva niente. La moglie del medico entrò nella camerata, scivolò lentamente
fra i letti, ma non c'era neanche bisogno di tutta quella cautela, nessuno l'avrebbe
sentita anche se fosse venuta in zoccoli, e se, in mezzo alla baldoria, un cieco
l'avesse toccata e si fosse accorto che si trattava di una donna, alla peggio le
poteva succedere che avrebbe dovuto unirsi alle altre, neanche ci avrebbero
badato, in una situazione del genere non è facile notare la differenza fra quindici
e sedici.
Il letto del capo dei malvagi era sempre quello in fondo alla camerata,
dov'erano ammucchiate le casse di cibo. Le brande accanto al suo erano state
tolte, a lui piaceva muoversi liberamente, non dover inciampare nei vicini.
Sarebbe stato semplice ammazzarlo. Mentre lentamente avanzava per la stretta
corsia, la moglie del medico osservava i movimenti dell'uomo che ben presto
avrebbe ammazzato, come il godimento gli facesse inclinare il capo all'indietro,
come sembrasse già lì a offrirle il collo. Pian piano, la moglie del medico si
avvicinò, aggirò il letto e andò a mettersi dietro di lui. La cieca continuava il suo
lavoro. La mano sollevò lentamente le forbici, le lame appena discoste per
penetrare come due pugnali. In quel momento, l'ultimo, il cieco parve avvertire
una presenza, ma l'orgasmo lo aveva sottratto al mondo delle comuni sensazioni,
lo aveva privato di riflessi, Non arriverai a godere, pensò la moglie del medico, e
calò violentemente il braccio. Le forbici si conficcarono con tutta la forza nella
gola del cieco, girando su se stesse lottarono contro le cartilagini e i tessuti
membranosi, poi continuarono furiosamente fino a bloccarsi contro le vertebre
cervicali. Il grido si udì a stento, poteva essere il grugnito animale di qualcuno che
stesse eiaculando, come stava già succedendo ad altri, e forse lo era, in realtà,
mentre un getto di sangue le innaffiava in pieno la faccia, la cieca riceveva in
bocca la scarica convulsa dello sperma. Fu il grido di lei ad allarmare i ciechi, di
grida ne avevano fin troppa esperienza, ma questo non era come gli altri. La cieca
gridava, non capiva cosa fosse accaduto, ma gridava, da dove veniva questo
sangue, probabilmente, senza sapere come, aveva fatto infine quello che aveva
pensato, strappargli il pene a morsi. I ciechi lasciavano le donne, si avvicinavano a
tentoni, Cosa c'è, perché stai gridando in questa maniera, domandavano, ma
adesso la cieca si ritrovava una mano sulla bocca, qualcuno le mormorava
all'orecchio, Zitta, e poi si sentì tirare dolcemente indietro, Non dire niente, era
una voce di donna, e questo la calmò, se così si può dire in simili tormenti. Il cieco
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dei conti procedeva in testa, fu il primo a toccare il corpo che era caduto di
traverso sul letto, passandogli le mani sopra, $è morto, esclamò dopo un
momento. Il capo pendeva al di là della branda, il sangue usciva ancora a fiotti, Lo
hanno ammazzato, disse. I ciechi si fermarono interdetti, non riuscivano a credere
a ciò che sentivano, Lo hanno ammazzato, come, chi è che lo ha ammazzato, Gli
hanno fatto uno squarcio enorme in gola, deve essere stata quella puttana che
stava con lui, dobbiamo acchiapparla. Si mossero di nuovo tutti quanti, ora più
lentamente, come se avessero paura di incontrare la lama che aveva ammazzato
il loro capo. Non potevano vedere che il cieco della contabilità infilava
precipitosamente le mani nelle saccocce del morto, che trovava la pistola e un
sacchetto di plastica con una decina di cartucce. L'attenzione di tutti fu
improvvisamente distratta dallo schiamazzo delle donne che, ormai in piedi, in
preda al panico, volevano uscire, ma alcune avevano perso la nozione di dove
fosse la porta della camerata, e andarono nella direzione sbagliata e urtarono
contro i ciechi, e questi credettero di essere assaliti, allora la confusione dei corpi
raggiunse il culmine di un delirio. Immobile, giù in fondo, la moglie del medico
aspettava l'occasione per scappare. Teneva saldamente la cieca, con l'altra mano
impugnava le forbici, pronta a sferrare la prima pugnalata se qualcuno si fosse
avvicinato. Per il momento, lo spazio libero intorno la favoriva, ma lei sapeva di
non poter restare a lungo lì. Un po' di donne avevano trovato finalmente la porta,
altre lottavano per liberarsi dalle mani che le ghermivano, qualcuna tentava di
strangolare il nemico e aggiungere morto su morto. Il cieco dei conti gridò con
autorità ai suoi, Calma, mantenete la calma, risolviamo subito questo problema, e
con l'intenzione di rendere più convincente l'ordine sparò un colpo in aria. Il
risultato fu l'esatto contrario di quanto si aspettava. Sorpresi nel capire che la
pistola era già in altre mani e che, dunque, avrebbero avuto un nuovo capo, i
ciechi smisero di lottare con le cieche, rinunciarono al tentativo di dominarle, uno
di loro era evidente che aveva rinunciato a tutto perché era stato strangolato. A
quel punto la moglie del medico decise di avanzare. Sferrando colpi a destra e a
manca, si fece strada. Adesso erano i ciechi che gridavano, che si scontravano, si
accalcavano gli uni sugli altri, chi avesse avuto occhi per vedere si sarebbe accorto
che, paragonata a questa, la prima baraonda era stato uno scherzo. La moglie del
medico non voleva ammazzare, voleva solo uscire il più in fretta possibile,
soprattutto non lasciarsi dietro nessuna cieca. Probabilmente questo non
sopravviverà, pensò quando piantò le forbici in un petto. Si udì un altro sparo, Via,
via, diceva la moglie del medico spingendo avanti a sé le cieche che trovava via
facendo. Le aiutava a rialzarsi, ripeteva, Presto, presto, e adesso era il cieco della
contabilità che urlava dal fondo, Prendetele, non fatele fuggire, ma era troppo
tardi, erano già tutte nel corridoio, fuggivano ruzzolando, mezze nude, tenendosi
gli stracci come potevano. Ferma all'entrata della camerata, la moglie del medico
gridò furiosamente. Ricordatevi di quello che ho detto l'altro giorno, che non mi
sarei dimenticata la sua faccia, e d'ora in poi pensate a quello che vi dico adesso,
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non mi dimenticherò neanche delle vostre. Me la pagherai, minacciò il cieco della
contabilità, tu e le tue amiche, più quei cornuti dei vostri uomini. Non sai chi sono
né da dove vengo. Sei della prima camerata dell'altro lato, disse uno di quelli che
erano andati a chiamare le donne, e il cieco dei conti aggiunse. La voce non
inganna, ti basterà pronunciare una parola accanto a me e sarai morta. Lo aveva
detto anche quell'altro, ed eccotelo lì. Ma io non sono un cieco come lui, come
voi, quando voi vi siete ritrovati ciechi io conoscevo già tutto del mondo, Della
mia cecità non sai niente, Tu non sei cieca, a me non mi inganni, Forse sono la più
cieca di tutti, ho già ammazzato, e ammazzerò di nuovo se sarà necessario, Ma
prima morirai di fame, da oggi in poi niente più cibo, neanche se verrete tutte a
offrici sopra un vassoio i tre buchi che avete fin dalla nascita, Per ogni giorno che
staremo senza mangiare, morirà uno degli uomini qui dentro, basta che mettiate
un piede fuori di questa porta, Non ci riuscirai. Ci riusciremo invece, d'ora in poi
saremo noi a ritirare il cibo, voi mangiate quello che avete qua dentro, figlia di
puttana. Le figlie di puttana non sono né uomini né donne, sono figlie di puttana,
e ora lo sai quanto valgono le figlie di puttana. Infuriato, il cieco della contabilità
sparò un colpo in direzione della porta. La pallottola passò fra le teste dei ciechi,
senza colpire nessuno, e andò a conficcarsi nella parete del corridoio. Non mi hai
preso, disse la moglie del medico, e stai attento, se ti finiscono le munizioni, ce ne
sono altri che vogliono fare il capo.
Si allontanò, fece alcuni passi ancora sicuri, poi proseguì appoggiandosi alla
parete del corridoio, sul punto di svenire, di colpo le ginocchia le si piegarono e lei
cadde lunga distesa. Gli occhi le si annebbiarono, Ora divento cieca, pensò, ma
poi comprese che non sarebbe avvenuto neanche questa volta, a offuscarle la
vista erano solo lacrime, lacrime come non ne aveva mai pianto in tutta la sua
vita, Ho ammazzato, disse a voce bassa, ho voluto ammazzare e l'ho fatto. Girò il
capo verso la porta della camerata, se i ciechi fossero arrivati non sarebbe stata
capace di difendersi. Il corridoio era deserto. Le donne erano scomparse, i ciechi,
ancora spaventati dagli spari e, soprattutto, dai cadaveri dei compagni, non si
azzardavano a uscire. A poco a poco cominciarono a tornarle le forze. Le lacrime
continuavano a scorrere, ma lente, serene, come davanti a qualcosa di
irrimediabile. Si alzò a fatica. Aveva sangue sulle mani e sul vestito, e tutto a un
tratto il corpo esausto l'avvertì che era vecchia, Vecchia e assassina, pensò, ma
sapeva che se fosse stato necessario avrebbe ammazzato di nuovo, E quand'è che
è necessario ammazzare, si domandò avviandosi verso l'atrio, e si rispose da sola,
Quando ormai è morto ciò che ancora è vivo. Scosse il capo, pensò, E cosa vuol
dire, parole, parole, nient'altro. Era ancora sola. Si avvicinò alla porta che dava nel
recinto. Fra le grate del portone intravide la figura del soldato di sentinella, C'è
ancora gente là fuori, gente che vede. Un fruscio di passi dietro di sé la fece
rabbrividire, Sono loro, pensò, e si girò rapidamente con le forbici pronte. Era il
marito. Le donne della seconda camerata erano tornate indietro gridando cos'era
successo dall'altra parte, che una donna aveva ucciso a coltellate il capo dei
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malvagi, che c'erano stati spari, il medico non domandò chi fosse quella donna,
poteva essere solo la sua, aveva detto al ragazzino strabico che poi avrebbe finito
di raccontargli la storia, e adesso chissà come stava, probabilmente morta anche
lei, Sono qui, disse la donna, e gli si avvicinò, e lo abbracciò, senza badare che lo
macchiava di sangue, o forse badandoci, ma non aveva importanza, fino a oggi
hanno condiviso tutto. Cos'è successo, domandò il medico, hanno detto che è
stato ucciso un uomo, Sì, l'ho ammazzato io, Perché, Qualcuno doveva pur farlo, e
non c'era nessun altro, E adesso, Adesso siamo liberi, sanno cosa li aspetta se
vorranno di nuovo servirsi di noi, Sarà lo scontro, la guerra, I ciechi sono sempre
in guerra, lo sono sempre stati, Ammazzerai di nuovo, Se così dovrà essere, di
questa cecità ormai non mi libero più, E il cibo, Verremo a prenderlo noi, dubito
che si azzardino a venire fin qui, per lo meno nei prossimi giorni avranno paura
che gli capiti la stessa cosa, che un paio di forbici gli si pianti nel collo, Non
abbiamo saputo resistere come avremmo dovuto quando sono comparsi con le
prime pretese, Infatti, abbiamo avuto paura, e la paura non sempre è buona
consigliera, e adesso andiamo, converrà, per maggior sicurezza, barricare la porta
delle camerate mettendo letti su letti, come fanno loro, se qualcuno di noi dovrà
dormire per terra pazienza, meglio così che morire di fame.
Nei giorni seguenti si domandarono se non gli sarebbe capitato proprio
questo. All'inizio non lo trovarono strano, c'erano abituati fin dai primi giorni,
omissioni nelle consegne del cibo c'erano sempre, i ciechi malvagi avevano
ragione quando dicevano che i militari a volte tardavano, una ragione che però
degenerava quando affermavano allegramente che perciò non avevano potuto
far altro che imporre un razionamento, sono i penosi doveri di chi governa. Il
terzo giorno, quando ormai non si sarebbe riusciti a trovare nelle camerate né un
tozzo di pane né una briciola, la moglie del medico, con alcuni compagni, uscì nel
recinto e domandò, Ehi, voi, perché questo ritardo, dov'è il cibo, sono più di due
giorni che non mangiamo. Il sergente, un altro, non quello di prima, si avvicinò
alla grata dichiarando che la responsabilità non era dell'Esercito, lì non si toglieva
il pane di bocca a nessuno, l'onore militare non lo avrebbe mai permesso, se il
cibo non c'era è perché non ce n'era, e voi non fate un altro passo, il primo che
viene avanti sa qual è la sorte che lo aspetta, gli ordini non sono cambiati.
All'intimazione rientrarono e parlottarono fra di loro, E adesso, cosa facciamo se
non ci portano da mangiare, Può darsi ce lo portino domani, O dopodomani, O
quando non ci potremo più muovere, Dovremmo uscire, Non arriveremmo
neanche al portone, Se avessimo la vista, Se avessimo la vista, non ci avrebbero
messo in questo inferno, Come sarà la vita fuori, Forse non gli dispiacerà darci un
po' di cibo se andremo a chiederglielo là fuori, in definitiva, se manca a noi
mancherà anche a loro, Proprio per questo non ce lo darebbero, E prima che a
loro finisca noi saremo morti di fame, Cosa possiamo fare allora. Seduti lì per
terra, sotto la luce giallastra dell'unica lampadina dell'atrio, più o meno in circolo,
c'erano il medico e la moglie del medico, il vecchio dalla benda nera, fra tanti altri
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uomini e donne, due o tre per ciascuna camerata, sia dell'ala sinistra che dell'ala
destra, e allora, siccome questo mondo di ciechi è quello che è, successe quel che
sempre deve succedere, un uomo disse, Io so soltanto che non ci troveremmo in
questa situazione se non gli avessero ammazzato il capo, che gliene importava
alle donne di dover andare un paio di volte al mese a dargli quello di cui la natura
le ha dotate a questo scopo, mi domando. Ci fu chi trovò spiritosa la reminiscenza
e chi trattenne il riso, e qualche voce di protesta fu soffocata dallo stomaco, così
l'uomo insistette, Vorrei proprio sapere chi sarà stato a fare quella carneficina, Le
donne presenti al momento giurano che non è stata nessuna di loro, Dovremmo
farci giustizia noi e portarla al castigo, A patto che sapessimo chi è, Potremmo
dirgli, ecco la persona che cercate, adesso dateci il cibo, A patto che sapessimo chi
è. La moglie del medico chinò il capo, pensò, Hanno ragione, se qualcuno di noi
morirà di fame, la colpa sarà mia, ma poi, dando voce alla collera che si sentiva
montare dentro e che contraddiceva questa accettazione della propria
responsabilità, Spero siano questi a morire per primi, così che la mia colpa paghi
la loro. Poi, alzando gli occhi, pensò, E se ora confessassi di essere stata io ad
ammazzarlo, mi consegnerebbero pur sapendo di consegnarmi a una morte certa.
O per effetto della fame o perché improvvisamente sedotta da quel pensiero
come da un abisso, una specie di stordimento le ottenebrò la mente, il suo corpo
si mosse in avanti, la bocca si aprì per parlare, ma in quel momento qualcuno le
afferrò e strinse il braccio, lei guardò, era il vecchio dalla benda nera, che disse,
Ammazzerei con le mie stesse mani chi si denunciasse da solo, Perché,
domandarono gli altri, Perché se la vergogna ha ancora un significato in questo
inferno in cui ci hanno messo a vivere e che noi abbiamo reso più infernale
dell'inferno, è solo grazie a chi ha avuto il coraggio di andare ad ammazzare la
iena nella sua tana, Sì, sì, ma non sarà la vergogna a riempirci il piatto, Chiunque
tu sia, hai ragione, c'è sempre stato chi si è riempito la pancia con la mancanza di
vergogna, ma noi, cui non resta più niente se non quest'ultima e immeritata
dignità, dimostriamoci almeno capaci di lottare per quanto ci appartiene di
diritto, Cosa vuoi dire con questo, Che dopo aver mandato le donne e mangiato a
spese loro come dei papponcelli di quartiere, è il momento di mandare gli uomini,
se ancora ce ne sono fra di noi, Spiegati, ma prima dicci di dove sei, Della prima
camerata lato destro, Parla, $è molto semplice, andiamo a prenderci il cibo con le
nostre mani, Loro hanno le armi, Che si sappia hanno solo una pistola, e le
cartucce non dureranno sempre, Con quelle che hanno qualcuno di noi morirà,
Ne sono già morti per meno, Non sono disposto a perdere la vita per farla godere
agli altri, Sarai anche disposto a non mangiare se qualcuno finirà per perdere la
propria per far mangiare te, domandò sarcastico il vecchio dalla benda nera, e
l'altro non rispose.
Sulla soglia della porta che dava nelle camerate dell'ala destra comparve
una donna che se ne stava lì nascosta ad ascoltare. Era quella colpita in faccia
dallo spruzzo di sangue, quella nella cui bocca il morto aveva eiaculato, quella al
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cui orecchio la moglie del medico aveva detto, Zitta, e adesso quest'ultima sta
pensando, Da qui dove mi trovo, seduta in mezzo a questa gente, non posso dirti
zitta, non mi denunciare, ma senza dubbio riconosci la mia voce, è impossibile che
tu l'abbia dimenticata, la mia mano era sulla tua bocca, il mio corpo contro il tuo,
e io ti ho detto zitta, adesso è arrivato il momento di conoscere veramente chi ho
salvato, di sapere chi sei, perciò parlerò, perciò dirò a voce alta e chiara perché tu
possa accusarmi, se questo è il tuo destino e il mio destino, ecco, lo dico, Non
andranno solo gli uomini, andranno anche le donne, torneremo là dove ci hanno
umiliate perché di quell'umiliazione non resti nulla, per potercene liberare così
come abbiamo sputato quel che ci hanno lanciato in bocca. Così disse, e rimase ad
aspettare finché la donna parlò, Dovunque andrai, verrò, fu quel che disse. Il
vecchio dalla benda nera sorrise, parve un sorriso felice, e forse lo era, non è il
momento di domandarglielo, più interessante è notare l'espressione di stupore
degli altri ciechi, come se qualcosa fosse passato sopra le loro teste, un uccello,
una nuvola, un primo e timido lume. Il medico strinse la mano alla moglie, poi
domandò, C'è ancora qualcuno che sta pensando di scoprire chi ha ammazzato
quell'uomo, o siamo d'accordo che la mano che lo ha sgozzato era la mano di noi
tutti, più esattamente, la mano di ciascuno di noi. Nessuno rispose. La moglie del
medico disse, Diamogli un termine, aspettiamo fino a domani, se i soldati non
porteranno da mangiare, allora avanzeremo. Si alzarono, si separarono, chi verso
il lato destro, chi verso il lato sinistro, imprudentemente non avevano pensato
che qualche cieco della camerata dei malvagi potesse averli ascoltati, per fortuna
non sempre il diavolo sta dietro la porta, un detto capitato molto a proposito. Del
tutto a sproposito capitò invece l'altoparlante, negli ultimi tempi alcuni giorni
parlava, altri no, ma sempre alla stessa ora, come aveva promesso, sicuramente
c'era nel trasmettitore un sistema a orologeria che al momento opportuno
metteva in funzione il nastro registrato, la ragione per cui a volte aveva fallito non
la verremo a sapere, sono faccende del mondo esterno, in tutti i casi alquanto
serie visto il risultato, e cioè che si confuse il calendario, il cosiddetto conto dei
giorni, che alcuni ciechi, maniaci per natura, o amanti dell'ordine, che è una forma
moderata di mania, avevano tentato di tenere scrupolosamente facendo nodini
su una cordicella, lo facevano quelli che non si fidavano della memoria, come se
andassero via via scrivendo un diario. Adesso era l'orario che veniva fuori tempo,
doveva essersi guastato il meccanismo, un relè attorcigliato, una saldatura
saltata, speriamo che la registrazione non seguiti a ricominciare da capo
all'infinito, ci mancherebbe altro, oltre che ciechi, pazzi. Per i corridoi, per le
camerate, come un ultimo e inutile avviso, risuonava la voce autoritaria, Al
Governo rincresce di essere stato costretto a esercitare energicamente quello che
considera suo diritto e suo dovere, proteggere con tutti i mezzi la popolazione
nella crisi che stiamo attraversando, quando sembra si verifichi qualcosa di simile
a una violenta epidemia di cecità, provvisoriamente designata come mal bianco, e
desidererebbe poter contare sul senso civico e la collaborazione di tutti i cittadini
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per bloccare il propagarsi del contagio, nell'ipotesi che di contagio si tratti,
nell'ipotesi che non ci si trovi unicamente davanti a una serie di coincidenze per
ora inspiegabili. La decisione di riunire in uno stesso luogo le persone colpite, e, in
luogo prossimo, ma separato, quelle che con esse hanno avuto qualche tipo di
contatto, non è stata presa senza seria ponderazione. Il Governo è perfettamente
consapevole delle proprie responsabilità e si aspetta da coloro ai quali questo
messaggio è rivolto che assumano anch'essi, da cittadini rispettosi quali devono
essere, le loro responsabilità, pensando anche che l'isolamento in cui adesso si
trovano rappresenterà, al di là di qualsiasi altra considerazione personale, un atto
di solidarietà con il resto della comunità nazionale. Detto ciò, richiamiamo
l'attenzione di tutti alle istruzioni che seguono, primo, le luci si manterranno
sempre accese, sarà inutile qualsiasi tentativo di manovrare gli interruttori, non
funzionano, secondo, chi abbandonerà l'edificio senza autorizzazione verrà
immediatamente passato per le armi, ripeto, immediatamente passato per le
armi, terzo, in ogni camerata esiste un telefono che potrà essere usato solo per
richiedere all'esterno prodotti per l'igiene e la pulizia, quarto, gli internati
laveranno manualmente i propri indumenti, quinto, si raccomanda l'elezione di
responsabili di camerata, si tratta di una raccomandazione, non di un ordine, gli
internati si organizzeranno come meglio credono, purché rispettino le suddette
regole e quelle che verranno enunciate qui di seguito, sesto, tre volte al giorno
saranno depositate razioni di cibo alla porta d'ingresso, a destra e a sinistra,
destinate, rispettivamente, ai pazienti e ai sospetti di contagio, settimo, tutti i
resti dovranno essere bruciati, considerandosi resti, all'uopo, non solo ogni tipo di
cibo avanzato, ma anche le casse, i piatti e le posate, che sono di materiale
combustibile, ottavo, l'operazione dovrà essere effettuata nei cortili interni
dell'edificio o nel recinto, nono, gli internati sono responsabili di tutte le eventuali
conseguenze di tali operazioni di incenerimento, decimo, in caso di incendio, sia
esso fortuito o intenzionale, i pompieri non interverranno, undicesimo, gli
internati non dovranno contare su alcun tipo di intervento dall'esterno nell'ipotesi
che fra di essi si verifichino malattie, nonché l'insorgere di disordini o aggressioni,
dodicesimo, in caso di morte, qualunque ne sia la causa, gli internati
sotterreranno senza formalità il cadavere nel recinto, tredicesimo, la
comunicazione fra l'ala dei pazienti e l'ala dei sospetti di contagio avverrà tramite
il corpo centrale dell'edificio, lo stesso da cui siete entrati, quattordicesimo, i
sospetti di contagio che dovessero diventare ciechi passeranno immediatamente
nell'ala di coloro che lo sono già, quindicesimo, questa comunicazione sarà
ripetuta tutti i giorni, a questa stessa ora, per conoscenza dei nuovi ammessi. Il
Governo, in quel momento le luci si spensero e l'altoparlante tacque. Indifferente,
un cieco fece un nodo alla cordicella che aveva fra le mani, poi tentò di contarli, i
nodi, i giorni, ma lasciò perdere, c'erano nodi sovrapposti, nodi ciechi per così
dire. La moglie del medico disse al marito, Si sono spente le luci, Qualche
lampadina si è bruciata, non c'è da stupirsi, dopo essere rimaste accese per tanti
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giorni, Si sono spente tutte, il problema è fuori, Sarai diventata cieca anche tu,
Aspetterò che sorga il sole. Uscì dalla camerata, attraversò l'atrio, guardò fuori.
Questa parte della città era al buio, il proiettore dell'esercito era spento,
dovevano averlo collegato alla rete generale, e adesso, a quanto pare, non c'era
più elettricità.
Il giorno seguente, chi più presto, chi più tardi, perché il sole non sorge
contemporaneamente per tutti i ciechi, spesso dipende dall'acutezza dell'udito
individuale, cominciarono a radunarsi sui gradini esterni dell'edificio uomini e
donne provenienti dalle diverse camerate, a eccezione, è ovvio, di quella dei
malvagi, che a quest'ora staranno già facendo la colazione. Aspettavano il rumore
del portone che veniva aperto, il cigolio acuto dei cardini da oliare, i suoni che
annunciavano l'arrivo del cibo, seguiti dalle parole del sergente di servizio, Non
uscite, che nessuno si avvicini, il calpestio dei piedi dei soldati, il fruscio attutito
delle casse che venivano depositate per terra, la ritirata precipitosa, di nuovo lo
stridere del portone, infine l'autorizzazione, Potete venire. Aspettarono finché il
mattino si fece mezzogiorno e il mezzogiorno pomeriggio. Nessuno, neanche la
moglie del medico voleva domandare niente a proposito del cibo. Fin quando non
avessero fatto la domanda non avrebbero sentito il temuto no, e fin quando il no
non fosse stato pronunciato avrebbero continuato a sperare di udire parole come
queste, Sta arrivando, sta arrivando, abbiate pazienza, sopportate la fame un
altro po'. Alcuni, per quanto lo volessero, non ci riuscirono, come se
all'improvviso si fossero addormentati svennero, li soccorse la moglie del medico,
sembrava impossibile come questa donna riuscisse ad accorgersi di tutto quello
che succedeva, doveva esser dotata di un sesto senso, una specie di visione senza
occhi, ma solo grazie a questo i poveri sventurati non rimasero lì a cuocere sotto il
sole, li trasportarono subito a spalla dentro, e con un po' di tempo, d'acqua e
qualche buffetto sul viso finirono per riprendersi tutti dallo svenimento. Ma era
inutile contare su questi per la guerra, non ce l'avrebbero fatta neanche con una
gatta tenuta per la coda, un antichissimo modo di dire che ha dimenticato di
spiegare per quale straordinaria ragione sia più facile portare per la coda una
gatta che un gatto. Infine il vecchio dalla benda nera disse, Se il cibo non è
arrivato, non arriverà, andiamo a prendercelo. Si alzarono Dio solo sa come e
andarono a riunirsi nella camerata più distante dalla fortezza dei malvagi, è già
bastata l'imprudenza dell'altro giorno. Da lì mandarono delle sentinelle nell'altra
ala, logicamente ciechi che vivevano da quella parte, conoscevano meglio i posti,
Al primo movimento sospetto, venite ad avvisare. La moglie del medico andò con
loro e riportò un'informazione poco incoraggiante, Hanno barricato l'entrata con
quattro letti sovrapposti, Come sai che sono quattro, domandò qualcuno, Non è
stato difficile, li ho tastati, Non si sono accorti di te, Non credo, Cosa facciamo,
Andiamo, ripeté il vecchio dalla benda nera, come si era deciso, o facciamo così o
siamo condannati a una morte lenta, Qualcuno morirà più in fretta se andremo,
disse il primo cieco, Chi morirà è già morto e non lo sa, Che dobbiamo morire, lo
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sappiamo fin da quando nasciamo, Perciò, in un certo senso, è come se già
fossimo nati morti, Smettetela di parlare inutilmente, disse la ragazza dagli
occhiali scuri, io da sola non posso andarci, ma se ora cominciamo a rimangiarci la
parola, allora mi sdraio sul letto e mi lascio morire, Morirà solo chi ha i giorni
contati, nessun altro, disse il medico, e poi, alzando la voce, domandò, Chi è
deciso ad andare alzi la mano, ecco quel che accade a chi non ci pensa due volte
prima di aprire la bocca per parlare, a cosa serviva chiedere di alzare la mano se
poi non c'era nessuno a contare, così credevano, e poi dire, Siamo tredici, nel qual
caso sarebbe sicuramente iniziata una nuova discussione per appurare cosa
sarebbe stato più corretto alla luce della logica, se chiedere un altro volontario in
modo da annullare la iella per eccesso, oppure evitarla per difetto, tirando a sorte
chi doveva uscire. Alcuni avevano alzato la mano con poca convinzione, con un
movimento che denotava l'esitazione e il dubbio, vuoi per la consapevolezza del
pericolo cui si sarebbero esposti, vuoi perché si erano resi conto dell'assurdità
dell'ordine. Il medico rise, Che sciocchezza, chiedervi di alzare la mano,
procediamo in maniera diversa, che si ritiri chi non può o non vuole andare, gli
altri restino per concordare insieme il da farsi. Ci furono movimenti, passi,
mormorii, sospiri, a poco a poco uscirono i deboli e i timorosi, l'idea del medico
era stata non solo eccellente ma anche generosa, così sarà meno facile sapere chi
c'era prima e non c'è più. La moglie del medico contò i ciechi rimasti, diciassette,
compresi lei e il marito. Della prima camerata lato destro c'erano il vecchio dalla
benda nera, il commesso di farmacia, la ragazza dagli occhiali scuri, mentre i
volontari delle altre camerate erano tutti uomini, a eccezione di quella donna che
aveva detto, Dovunque andrai, verrò, c'è anche lei qui. Si allinearono lungo la
corsia, il medico li contò, Diciassette, siamo diciassette, Siamo pochi, disse il
commesso, così non ci riusciremo, Il fronte di attacco, se mi è consentito usare
questo linguaggio in apparenza più da militare, dovrà essere stretto, disse il
vecchio dalla benda nera, perché ci aspetta la larghezza di una porta, penso che
sarebbe solo una complicazione se fossimo di più, Attacco in massa, convenne
qualcuno, e tutti parvero contenti di essere in definitiva pochi.
L'armamentario lo conosciamo già, sbarre di ferro tolte dai letti, che
potevano fungere sia da leva sia da lancia, a seconda se dovessero entrare in
combattimento i genieri oppure le truppe d'assalto. Il vecchio dalla benda nera,
che a quanto pare qualche lezione di tattica deve averla appresa in gioventù,
ricordò la convenienza di mantenersi sempre uniti e rivolti nella stessa direzione,
essendo questa l'unica maniera di non aggredirsi a vicenda, e che dovevano
avanzare in silenzio assoluto affinché l'attacco beneficiasse dell'effetto sorpresa,
Togliamoci le scarpe, disse, Poi sarà difficile per ciascuno ritrovare le proprie,
disse qualcuno, e un altro commentò, Se avanzeranno delle scarpe, saranno le
vere scarpe da morto, con la differenza che, almeno in questo caso, qualcuno se
ne avvantaggerà, Cos'è questa storia delle scarpe da morto, $è un detto, stare ad
aspettare le scarpe da morto significava stare ad aspettare niente, Perché, Perché
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le scarpe con cui si sotterravano i morti erano di cartone, è pur vero che forse
erano sufficienti, le anime non hanno mica i piedi a quanto si sa, Un altro punto
ancora, interruppe il vecchio dalla benda nera, sei di noi, i sei che si sentano più
coraggiosi, quando arriveremo spingeranno con tutte le forze i letti all'interno, in
modo da poter poi entrare tutti, In questo caso dovremo lasciare le sbarre, Non
credo sarà necessario, anzi, potrebbero servire, se le usate in posizione verticale.
Fece una pausa, poi disse, con una nota tetra nella voce, E soprattutto non
dobbiamo separarci, se ci separiamo siamo uomini morti, E donne, disse la
ragazza dagli occhiali scuri, non ti dimenticare delle donne, Vieni anche tu,
domandò il vecchio dalla benda nera, preferirei non venissi, E perché, si può
sapere, Sei molto giovane, Qui dentro l'età non conta, né il sesso, quindi non ti
dimenticare delle donne, No, non me ne dimentico, la voce con cui il vecchio dalla
benda nera pronunciò queste parole sembrava appartenere a un altro dialogo, le
seguenti erano di nuovo appropriate, Al contrario, magari qualcuna di voi potesse
vedere ciò che non vediamo noi, condurci sulla strada giusta, guidare la punta
delle nostre sbarre contro la gola dei malvagi con la stessa precisione di
quell'altra, Sarebbe chiedere troppo, una volta può bastare, e inoltre, chi ci dice
che non sia morta, per lo meno non se n'è saputo niente, ricordò la moglie del
medico, Le donne risorgono le une nelle altre, le oneste risorgono nelle puttane,
le puttane risorgono nelle oneste, disse la ragazza dagli occhiali scuri. Seguì un
lungo silenzio, per le donne era ormai tutto detto, gli uomini avrebbero dovuto
cercare le parole, e sapevano in anticipo che non sarebbero stati capaci di
trovarle.
Uscirono in fila, i sei più forti in testa, come si era combinato, e fra di essi
c'erano il medico e il commesso, seguiti dagli altri, ciascuno armato con la propria
sbarra, un battaglione di lancieri squallidi e straccioni, mentre attraversavano
l'atrio uno si lasciò scappare dalle mani la sbarra, che rintronò sul lastricato come
una raffica di mitragliatrice vagante, se i malvagi hanno sentito il rumore e capito
cosa stiamo facendo, siamo perduti. Senza avvertire nessuno, neppure il marito,
la moglie del medico corse avanti, guardò nel corridoio, poi, pian pianino, rasente
alla parete, si avvicinò all'entrata della camerata, dove si mise in ascolto, le voci lì
dentro non sembravano allarmate. Rapidamente tornò indietro con
l'informazione, e l'avanzata riprese. Malgrado la lentezza e il silenzio con cui
l'esercito si muoveva, gli occupanti delle due camerate che precedevano il
bastione dei malvagi, sapendo cosa stava per accadere, si avvicinavano alle porte
per poter meglio udire il fragore imminente della battaglia, e alcuni, più nervosi,
eccitati dall'odore di una polvere che ancora doveva bruciare, decisero all'ultimo
momento di accompagnare il gruppo, qualcuno tornò anche indietro per armarsi,
adesso non erano più diciassette, ma almeno il doppio, un rinforzo che il vecchio
dalla benda nera non avrebbe di certo gradito, ma lui non lo venne a sapere che
comandava due reggimenti, e non uno. Dalle poche finestre che davano sul patio
interno entrava un ultimo chiarore, grigio, moribondo, che scemava rapidamente,
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ormai sul punto di scivolare nel pozzo nero e profondo della notte in arrivo. Se
non per la tristezza inconsolabile suscitata dalla cecità di cui inesplicabilmente
continuavano a soffrire, i ciechi, almeno questo, erano in salvo da deprimenti
melanconie causate da queste o da simili alterazioni atmosferiche,
comprovativamente responsabili di tanti e tanti gesti di disperazione ai tempi
assai lontani di quando gli uomini avevano occhi per vedere. Quando raggiunsero
la porta della camerata maledetta, era talmente buio che la moglie del medico
non poté vedere che non erano più quattro, ma otto, i letti a fare da barriera, che
nel frattempo si era duplicata come gli attaccanti, ma per questi ultimi con
conseguenze immediate ben peggiori, come ben presto si appurerà. La voce del
vecchio dalla benda nera risuonò in un grido, Adesso, era l'ordine, non gli venne
in mente il classico All'assalto, oppure sì, gli venne in mente, ma forse gli sarà
sembrato ridicolo trattare con tanta considerazione militare una barriera di
brande infette, invase da pulci e cimici, coi materassi imputriditi dal sudore e
dall'urina, le coperte ridotte a stracci, non più grigie, ma di tutti quei colori che
può assumere la ripugnanza, la moglie del medico lo sapeva fin da prima, non lo
poteva certo vedere adesso, se non si era neanche accorta del rinforzo alla
barricata. I ciechi avanzarono come angeli circondati dalla propria aureola,
cozzarono contro l'ostacolo con le sbarre sollevate, secondo le istruzioni, ma i letti
non si mossero, fatto sta che le forze di questi primi uomini erano forse appena
appena superiori a quelle dei deboli che li seguivano e che riuscivano a stento a
reggere le lance, come chi si è portato una croce sulle spalle e adesso deve
aspettare che qualcuno ve lo issi. Finito il silenzio, gridavano quelli fuori,
cominciarono a gridare quelli dentro, fino a oggi probabilmente non lo avrà
notato nessuno come siano assolutamente terribili le grida dei ciechi, sembra
stiano gridando senza saperne il perché, avremmo voglia di dirgli di tacere e
finisce che ci mettiamo a gridare anche noi, ci manca solo di essere ciechi, ma
arriverà pure quel giorno. A questo punto, mentre alcuni gridavano all'attacco,
mentre altri gridavano in difesa, i ciechi che stavano fuori, disperati per non
essere riusciti a rimuovere i letti, abbandonarono le sbarre per terra come
capitava e, tutti in una volta, o almeno quelli che riuscirono infilarsi nel vano della
porta, e chi non c'entrava faceva forza sulle spalle di chi gli stava davanti, si
misero a spingere, a spingere, e sembrava che ce la stessero per fare, i letti si
erano già mossi un pochettino, quando all'improvviso, senza alcun avvertimento
previo o alcuna minaccia, si udirono tre spari, era il cieco della contabilità che
mirava basso. Due fra gli attaccanti crollarono feriti, gli altri indietreggiarono
precipitosamente scontrandosi, inciampavano sulle sbarre e cadevano, come
pazze le pareti del corridoio moltiplicavano le grida, e si gridava anche nelle altre
camerate. Il buio era ormai quasi totale, non era possibile sapere chi fosse stato
colpito dalle pallottole, certo, si poteva domandare da lontano Chi siete, ma non
sembrava opportuno, i feriti bisogna trattarli con rispetto e considerazione,
avvicinarsi caritatevolmente, posargli la mano sulla fronte, a meno che la
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pallottola, per disgrazia, non li abbia colpiti proprio lì, poi domandargli sottovoce
come si sentono, dirgli che non è niente, che stanno arrivando i barellieri, e infine
dar loro un goccio d'acqua, ma solo nel caso non siano feriti al ventre, come
espressamente raccomandato nel manuale di pronto soccorso. Cosa facciamo
adesso, domandò la moglie del medico laggiù ce ne sono due per terra. Nessuno
le domandò come facesse, lei, a saperlo che erano due, in definitiva gli spari
erano stati tre, senza contare l'effetto dei rimbalzi, ammesso che ve ne siano
stati. Dobbiamo andare a prenderli, disse il medico, $è un grosso rischio, osservò,
prostrato, il vecchio dalla benda nera, che aveva visto come la sua tattica di
assalto si fosse rivelata un disastro, se quelli si accorgono che c'è gente
riprendono a sparare, fece una pausa e, sospirando, aggiunse, Ma dobbiamo
andare, quanto a me io sono pronto, Vado anch'io, disse la moglie del medico, ci
sarà meno pericolo se ci avvicineremo strisciando, ma bisogna assolutamente
trovarli al più presto, prima che dentro abbiano il tempo di reagire, Anch'io vado,
disse la donna che l'altro giorno aveva dichiarato, Dovunque andrai, verrò, fra
tanti che c'erano a nessuno venne in mente di dire che era facilissimo appurare
chi fossero i feriti, attenzione, feriti o morti, per il momento ancora non si sa,
bastava che tutti dicessero uno dopo l'altro, Io vado, Io non vado, chi restava
zitto, era lui.
Si misero quindi i quattro volontari a strisciare, le due donne al centro, un
uomo per lato, è capitato così, non lo hanno fatto né per cortesia maschile né per
un istinto cavalleresco di protezione delle dame, la verità è che tutto dipenderà
dall'angolo di tiro, se il cieco della contabilità dovesse sparare di nuovo. Insomma,
potrebbe anche non succedere niente, prima di muoversi il vecchio dalla benda
nera aveva avuto un'idea, magari migliore delle prime, e cioè che gli altri
compagni attaccassero a parlare ad alta voce, anche a gridare, tanto più che
ragioni non ne mancano, in modo da coprire l'inevitabile rumore dell'andare e
venire, nonché di quanto nel frammezzo dovesse capitare, Dio sa che cosa. In
pochi minuti giunsero i soccorritori a destinazione, lo seppero pur non avendo
ancora toccato i corpi, il sangue su cui avanzavano trascinandosi era come un
messaggero andato a dirgli, Io ero la vita, dietro a me non c'è più nulla, Mio Dio,
pensò la moglie del medico, quanto sangue, ed era vero, una pozza di sangue, le
mani e i vestiti si appiccicavano per terra come se il pavimento di legno e di
marmo fosse coperto di vischio. La moglie del medico si sollevò sui gomiti e
continuò ad avanzare, anche gli altri avevano fatto lo stesso. Allungando le
braccia raggiunsero finalmente i corpi. Laggiù, indietro, i compagni continuavano
a far baccano a più non posso, ora sembravano prefiche in trance. Le mani della
moglie del medico e del vecchio dalla benda nera afferrarono le caviglie di uno dei
caduti, a loro volta il medico e l'altra donna avevano acchiappato un braccio e una
gamba del secondo, adesso si trattava di tirarli, di sottrarsi rapidamente alla linea
di fuoco. Non era facile, si sarebbero dovuti sollevare un po', mettersi a quattro
zampe, era l'unico modo di riuscire a impiegare efficacemente le poche forze che
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ancora restavano. Partì la pallottola, ma stavolta non colpì nessuno. La paura
fulminante non li fece fuggire, al contrario, diede loro la dose di energia
mancante. Un istante dopo erano tutti in salvo, si erano avvicinati il più possibile
alla parete su cui c'era la porta della camerata, solo uno sparo molto angolato
avrebbe avuto qualche possibilità di colpirli, ma era alquanto discutibile che il
cieco della contabilità fosse esperto in balistiche, sia pure in queste elementari.
Tentarono di alzare i corpi, ma rinunciarono. Non potevano far altro che
trascinarli, e insieme ai corpi trascinare, ormai quasi secco, come nella scia di una
spatola, il sangue versato, e l'altro, ancora fresco, che continuava a sgorgare dalle
ferite. Chi sono, domandarono quelli che stavano aspettando, Come si fa a
saperlo, se non vediamo, disse il vecchio dalla benda nera, Non possiamo restare
qui, disse qualcuno, se decidono di fare una sortita avremo ben più di due feriti,
disse qualcun altro, O di morti, disse il medico, a questi, almeno, il polso non lo
sento più. Trasportarono i corpi lungo il corridoio come un esercito in ritirata,
giunti nell'atrio fecero una sosta, e a questo punto si direbbe che avessero deciso
di accamparsi, ma la verità dei fatti è un'altra, in realtà erano completamente
svuotati di ogni forza, io resto qui, non ce la faccio più. A questo punto, bisogna
riconoscere che potrebbe sembrare sorprendente che i ciechi malvagi, prima così
prepotenti e aggressivi, così facilmente e con tanto piacere brutali, adesso si
limitino a difendersi, alzando barricate e sparando a man salva, quasi avessero
paura di combattere in campo aperto, faccia a faccia, occhi negli occhi. Come
tutte le cose nella vita, anche questa ha la sua spiegazione, e cioè che nella
camerata, dopo la tragica morte del primo capo, si erano allentati lo spirito di
disciplina e il senso dell'obbedienza, il grave errore del cieco della contabilità è
l'aver pensato che bastasse impossessarsi della pistola per avere in tasca anche il
potere, ebbene, il risultato è stato esattamente il contrario, ogni volta che fa
fuoco il colpo gli esce dalla culatta, in altre parole, ogni pallottola sparata è una
frazione di autorità che perde, stiamo a vedere cosa accadrà quando le munizioni
gli finiranno tutte. Così come l'abito non fa il monaco, anche lo scettro non fa il re,
è una verità che è meglio non dimenticare. E se è vero che, adesso, lo scettro
reale lo impugna il cieco della contabilità, verrebbe voglia di dire che il re,
malgrado sia morto e sotterrato proprio lì, in camerata, e pure male, tre palmi
appena sottoterra, è tuttora ricordato, se non altro se ne nota la fortissima
presenza dall'odore. Intanto era sorta la luna. Dalla porta dell'atrio che dà nel
recinto esterno entra un diffuso chiarore che aumenta a poco a poco, i corpi per
terra, due sono morti, gli altri ancora vivi, vanno lentamente acquistando volume,
contorno, tratti, lineamenti, tutto il peso di un orrore senza nome, e allora la
moglie del medico comprese che non aveva più senso, se mai lo aveva avuto,
continuare in quella finzione di essere cieca, ormai è chiaro, nessuno potrà
salvarsi, la cecità è anche questo, vivere in un mondo dove non ci sia più
speranza. Poteva dunque dire chi erano i morti, questo è il commesso di farmacia,
questo è l'uomo che aveva detto che i ciechi avrebbero attaccato in massa, in un
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certo senso avevano avuto ragione entrambi, e non domandatemi come faccio a
sapere chi sono, la risposta è semplice, Io ci vedo. Alcuni già lo sapevano e
avevano taciuto, altri ne avevano qualche sospetto da tempo e adesso lo
vedevano confermato, inatteso fu lo sbigottimento dei restanti, eppure, a
pensarci meglio, non dovremmo trovarlo strano, in un altro momento la
rivelazione sarebbe stata causa di eccitazione, di un'irrefrenabile commozione,
quanto sei fortunata, come sei riuscita a sfuggire alla sciagura universale, come si
chiamano le gocce che ti metti negli occhi, dammi l'indirizzo del tuo medico,
aiutami a uscire da questa prigione, ma in questo momento non faceva alcuna
differenza, nella morte la cecità è uguale per tutti. Lì, però, non potevano proprio
restare, senza alcun tipo di difesa, persino le sbarre dei letti avevano ormai
perduto, i pugni non sarebbero serviti a niente. Orientati dalla moglie del medico,
trascinarono i cadaveri sul pianerottolo esterno e li lasciarono lì sotto la luna,
esposti al candore lattiginoso dell'astro, bianchi fuori, dentro finalmente neri.
Torniamo nelle camerate, disse il vecchio dalla benda nera, vedremo in seguito
cosa si potrà organizzare. Così disse, e furono parole folli cui nessuno fece caso.
Non si divisero subito nei gruppi originari, ma si ritrovarono e riconobbero via
facendo, alcuni verso l'ala destra, altri verso l'ala sinistra, fin qui sono venute
insieme la moglie del medico e quella che aveva detto, Dovunque andrai, verrò,
ma adesso non la pensava più così, anzi, al contrario, ma non volle parlarne, non
sempre i giuramenti si rispettano, talvolta per debolezza, talaltra per una forza
superiore di cui non avevamo tenuto conto.
Passò un'ora, sorse la luna, la fame e il timore tengono lontano il sonno,
nelle camerate non dorme nessuno. Ma non sono questi gli unici motivi. O per
l'eccitazione della recente battaglia, ancorché disastrosamente perduta, o per
qualcosa di indefinibile che si senta nell'aria, i ciechi sono inquieti. Nessuno si
azzarda a uscire nei corridoi, ma l'interno di ogni camerata è come un alveare
popolato solo di calabroni, insetti che ronzano, com'è noto, poco propensi
all'ordine e al metodo, non si ha notizia che si siano mai dati da fare o si siano
preoccupati, sia pur un minimo, del futuro, anche se nel caso dei ciechi,
poveracci, sarebbe ingiusto accusarli di essere dei profittatori o dei beoni, e
profittatori di quali briciole, e beoni di quali bevande, bisogna fare attenzione con
i paragoni, che poi non siano un po' sventati. Non c'è regola, però, che non abbia
la sua eccezione, e qui non manca, nella persona di una donna che, appena
entrata in camerata, la seconda dell'ala destra, si mise a frugare tra i suoi stracci
finché trovò un piccolo oggetto che strinse nel palmo della mano, quasi volesse
nasconderlo alla vista degli altri, si fa fatica a dimenticare le vecchie abitudini,
anche quando arriva un momento in cui credevamo di averle ormai del tutto
perdute. Qui, dove avrebbe dovuto essere uno per tutti e tutti per uno, abbiamo
potuto vedere quanto crudelmente i forti abbiano tolto il pane di bocca ai deboli,
e adesso questa donna, ricordandosi di aver portato un accendino nella borsetta,
se in tutta quella baraonda non l'aveva perduto, lo ha cercato ansiosamente e
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gelosamente lo sta nascondendo, come se condizionasse addirittura la sua
sopravvivenza, mica pensa che uno dei compagni di sventura potrebbe avere
un'ultima sigaretta e che non se la può fumare perché gli manca la necessaria
fiammella. Neanche farebbe più in tempo a chiederla. La donna è uscita senza
dire una parola, né addio, né ciao, procede nel corridoio deserto, passa
vicinissimo alla porta della prima camerata, dove nessuno si è reso conto del suo
passaggio, attraversa l'atrio, la luna calante ha tracciato e dipinto un recipiente di
latte sui lastroni del pavimento, ecco la donna nell'altra ala, di nuovo un corridoio,
la sua meta è giù in fondo, in linea retta, non si può sbagliare. Inoltre avverte il
richiamo di alcune voci, un richiamo per modo di dire, figurato, ciò che le giunge
all'orecchio è la baldoria dei malvagi nell'ultima camerata, stanno festeggiando la
vincita della battaglia mangiando e bevendo a quattro palmenti, passi
l'esagerazione intenzionale, non dimentichiamo come tutto nella vita sia relativo,
mangiano e bevono semplicemente quello che c'è, e beati loro, piacerebbe anche
agli altri metterci bocca, ma non possono, fra loro e il piatto c'è di mezzo una
barricata di otto letti e una pistola carica. La donna è in ginocchio davanti
all'ingresso della camerata, vicino ai letti, tira lentamente le coperte verso
l'esterno, poi si alza, fa lo stesso con quella di sopra, poi con la terza, alla quarta
non ci arriva col braccio, non importa, le micce sono pronte, non rimane che
appiccar loro fuoco. Rammenta ancora come dovrà regolare l'accendino per
allungare la fiamma, eccola, un piccolo pugnale di fuoco, vibrante come la punta
di un paio di forbici. Comincia dal letto di sopra, la fiamma lambisce
faticosamente la sporcizia dei tessuti, finalmente prende, ora il letto di mezzo, ora
il letto di sotto, la donna ha sentito l'odore dei propri capelli un po' bruciacchiati,
deve fare attenzione, è lei ad appiccar fuoco alla pira, non deve mica morirci,
sente le grida dei malvagi all'interno, e in quel momento ha pensato, E se
avessero dell'acqua, se riuscissero a spegnerlo, disperata si è infilata sotto il primo
letto, passando l'accendino lungo il materasso, qua e là, e all'improvviso le
fiamme si sono moltiplicate, trasformate in un'unica cortina ardente, un getto
d'acqua le ha attraversate e le è caduto addosso, ma inutilmente, ormai era il suo
stesso corpo che stava alimentando il rogo. Cosa starà succedendo dentro, non ci
si può arrischiare a entrare, ma l'immaginazione a qualcosa dovrà pur servirci, il
fuoco sta saltellando velocemente da un letto all'altro, vuole sdraiarsi su tutti
contemporaneamente, e ci riesce, i malvagi hanno sprecato senza criterio né
profitto la poca acqua rimastagli, ora tentano di raggiungere le finestre, in
precario equilibrio si arrampicano sulle testiere dei letti dove il fuoco non è
ancora arrivato, ma all'improvviso ecco il fuoco, scivolano, cadono giù, ed ecco di
nuovo il fuoco, per il calore ardente i vetri cominciano a scoppiare, a infrangersi,
l'aria fresca entra sibilando e attizza l'incendio, ah, sì, non vi dimenticate, le grida
di rabbia e di paura, le urla di dolore e di agonia, ecco, se n'è accennato, da
notare, in tutti i casi, che saranno sempre di meno, la donna dell'accendino, per
esempio, è zitta da un bel pezzo.
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A questo punto gli altri ciechi stanno già scappando terrorizzati nei corridoi
pieni di fumo, Al fuoco, al fuoco, gridano, e qui si può osservare in vivo come
siano state mal pensate e organizzate queste strutture umane di ricovero,
ospedale e manicomio, si noti come ogni branda, di per sé, con la sua armatura di
sbarre appuntite, può trasformarsi in una trappola mortale, vedete le terribili
conseguenze del fatto che, in camerate che contengono quaranta persone, oltre
quelle che dormono per terra, ci sia una sola porta, se il fuoco ci arriva per primo
e ne ostruisce l'uscita, non ne scampa nessuno. Per fortuna, come la storia umana
ha dimostrato, non di rado da una cosa negativa ne deriva una positiva, si parla
un po' meno delle cose negative derivanti da quelle positive, così vanno le
contraddizioni del nostro mondo, alcune meritano più considerazione di altre, in
questo caso la cosa positiva è proprio il fatto che le camerate avessero un'unica
porta, circostanza grazie alla quale il fuoco che ha bruciato i malvagi è rimasto
infatti circoscritto per lungo tempo, se la confusione non aumenterà, forse non
dovremo lamentare la perdita di altre vite. Ovviamente, molti di questi ciechi
vengono calpestati, spinti, schiacciati, è l'effetto del panico, un effetto naturale si
può dire, del resto la natura animale è così, anche quella vegetale si
comporterebbe nella stessa maniera se non avesse tutte quelle radici che la
trattengono al suolo, e poi, sarebbe bello poter vedere gli alberi del bosco
scappare davanti all'incendio. Il rifugio della parte interna del recinto è stato ben
utilizzato da quei ciechi a cui è venuto in mente di aprire le finestre esistenti nei
corridoi e che si affacciavano proprio lì. Saltando hanno inciampato, sono caduti,
piangono e gridano, ma per ora sono in salvo, e speriamo che il fuoco, quando
farà crollare il tetto e scaglierà in aria e nel vento un vulcano di fiamme e tizzoni
ardenti, non si ricordi di propagarsi alle cime degli alberi. Nell'altra ala la paura è
tale e quale, basta che un cieco fiuti un po' di fumo e subito s'immagina di avere il
fuoco proprio accanto, il che magari non è vero, in poco tempo il corridoio si è
intasato di gente, se qualcuno non mette un po' d'ordine, sarà una tragedia. A un
certo momento qualcuno si rammenta che la moglie del medico ha ancora un
paio d'occhi che vedono, dov'è, si domanda, ce lo dica lei cosa sta succedendo,
dove dobbiamo andare, dov'è, sono qui, solo adesso sono riuscita a uscire dalla
camerata, per via del ragazzino strabico che non si sapeva dove si fosse cacciato,
adesso finalmente è qui, lo tengo ben stretto per mano, dovrebbero strapparmi il
braccio per farmelo mollare, con l'altra mano stringo la mano di mio marito, e poi
c'è la ragazza dagli occhiali scuri, e poi il vecchio dalla benda nera, dove c'è uno
c'è l'altro, e poi il primo cieco, e poi sua moglie, tutti insieme, stretti stretti come
una pigna che, lo spero bene, neanche questo calore dovrebbe aprire. Nel
frattempo, un gruppo di questi ciechi aveva seguito l'esempio di quelli dell'altra
ala, saltando nel recinto esterno, non possono vedere che la maggior parte
dell'edificio dall'altro lato è già in fiamme, ma sentono sul viso e sulle mani l'alito
ardente che proviene da quella parte, per il momento il tetto regge ancora, le
foglie degli alberi si stanno increspando lentamente. Allora qualcuno gridò, Cosa
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stiamo a fare qui, perché non usciamo, e la risposta, proveniente da questo mare
di teste, richiese solo quattro parole, Ci sono i soldati, ma il vecchio dalla benda
nera disse, Meglio morire sparati che bruciati, sembrava la voce dell'esperienza,
perciò potrebbe non essere stato proprio lui a parlare, potrebbe, per bocca sua,
aver parlato la donna dell'accendino, che non ha avuto la fortuna di esser beccata
da un'ultima pallottola sparata dal cieco della contabilità. Disse allora la moglie
del medico, Lasciatemi passare, vado a parlare con i soldati, non possono lasciarci
morire così, anche i soldati hanno dei sentimenti. Grazie alla speranza che i
soldati avessero di fatto dei sentimenti, riuscì ad aprirsi tra la folla uno stretto
canale, attraverso cui avanzò con difficoltà portandosi dietro i suoi. Il fumo le
annebbiava la vista, ben presto si sarebbe ritrovata cieca quanto gli altri. Nell'atrio
si riusciva a penetrare a stento. Le porte che davano nel recinto erano state
abbattute, i ciechi che si erano rifugiati lì si resero conto rapidamente che non era
un posto sicuro, volevano uscire, spingevano, ma gli altri resistevano, puntavano i
piedi come potevano, in tutti loro, per il momento, prevaleva ancora la paura di
comparire alla vista dei soldati, ma quando le forze avessero ceduto, quando il
fuoco si fosse avvicinato, aveva ragione il vecchio dalla benda nera, tanto sarebbe
valso morire sparati. Non fu necessario aspettare tanto, la moglie del medico era
riuscita finalmente a uscire sul pianerottolo, era praticamente mezza nuda,
perché, avendo tutte e due le mani occupate, non si era potuta difendere da
quanti volevano unirsi al gruppetto che avanzava, nel tentativo di prendere per
così dire il treno in corsa, i soldati avrebbero sicuramente strabuzzato gli occhi
quando fosse comparsa davanti a loro con i seni mezzi scoperti. Non era più la
luna a illuminare l'ampio vuoto che arrivava al portone, ma il chiarore violento
dell'incendio. La moglie del medico gridò, Vi prego, per il vostro bene, lasciateci
uscire, non sparate. Nessuno rispose. Il proiettore era sempre spento, non si
muoveva nessuna figura. Ancora impaurita, la moglie del medico scese due
gradini, Cosa c'è, domandò il marito, ma lei non rispose, non poteva crederci.
Scese gli altri gradini, s'incamminò verso il portone, sempre tirandosi dietro il
ragazzino strabico, il marito e tutta la compagnia, non c'erano più dubbi, i soldati
se n'erano andati, o li avevano portati via, anch'essi ciechi, tutti ciechi, infine.
Allora, per semplificare, accade tutto contemporaneamente, la moglie del
medico proclama che erano liberi, il tetto dell'ala sinistra crolla con uno
spaventoso fragore, sprizzando fiamme da tutte le parti, i ciechi si precipitano
gridando nel recinto, alcuni non ce la fanno, restano dentro, schiacciati contro le
pareti, altri vengono calpestati fino a trasformarsi in una massa informe e
sanguinolenta, il fuoco che dilaga all'improvviso tramuterà tutto in cenere. Il
portone è spalancato, i pazzi escono.
A un cieco gli si dice, Sei libero, gli si apre la porta che lo separava dal
mondo, Vai, sei libero, gli ripetiamo, ma lui non va, se ne sta fermo lì in mezzo alla
strada, lui e gli altri, sono spaventati, non sanno dove andare, è che non c'è
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paragone tra il vivere in un labirinto razionale, come lo è per definizione un
manicomio, e l'avventurarsi, senza la guida di una mano né il guinzaglio di un
cane, nel labirinto demenziale della città, dove la memoria non servirà a niente,
poiché riuscirà solo a mostrare l'immagine dei luoghi e non le vie per arrivarci.
Immobili davanti all'edificio che ormai brucia da un capo all'altro, i ciechi sentono
sul viso le ondate di calore dell'incendio, le accolgono come qualcosa che in
qualche modo li ripara, proprio come facevano prima le pareti, prigione e,
insieme, sicurezza. Stanno lì tutti uniti, stretti fra loro, come un gregge, nessuno
vuol essere la pecora smarrita perché fin d'ora sanno che nessun pastore li andrà
a cercare. Il fuoco scema a poco a poco, è di nuovo la luna a illuminare, i ciechi
cominciano a tranquillizzarsi, non possono restare lì, Eternamente, disse uno.
Qualcuno domandò se fosse giorno o notte, e la ragione di questa incongruente
curiosità si seppe subito, Chissà se ci verranno a portare il cibo, può esserci stato
un disguido, un ritardo, è già capitato, Ma i soldati non ci sono, Questo non vuol
dire niente, possono essere andati via perché non erano più necessari, Non
capisco, Per esempio perché non c'è più contagio, O perché si è scoperto il
rimedio alla nostra malattia, Sarebbe bello, davvero, Cosa facciamo, Io rimango
qui fin quando sarà giorno, E come farai a sapere che è giorno, Dal sole, dal calore
del sole, Se il cielo non sarà coperto, Tante ore dovranno passare che prima o poi
sarà giorno. Esausti, molti ciechi si erano seduti per terra, altri, ancora più
debilitati, si lasciarono semplicemente cadere, alcuni erano svenuti,
probabilmente il fresco della notte li farà tornare in sé, ma stiamo pur certi che,
nel momento in cui si leveranno le tende, alcuni di questi poveracci da qui non si
leveranno proprio, ce l'hanno fatta fin qui, sono come quel maratoneta che è
crollato a tre metri dal traguardo, in fin dei conti è chiaro, tutte le vite si
concludono anzitempo. Si sono seduti, o sdraiati, anche quei ciechi che aspettano
ancora che i soldati, o chi per essi, la croce rossa è un'ipotesi, gli portino il cibo e
gli altri conforti necessari alla vita, la delusione, per costoro, giungerà un po' più
tardi, è l'unica differenza. E se qualcuno ha creduto sia stata scoperta la cura della
nostra cecità, non per questo sembra più contento.
Per altri motivi pensò la moglie del medico, e lo disse ai suoi, che sarebbe
stato meglio aspettare che passasse la notte, La cosa più urgente, adesso, è
trovare del cibo, e al buio non sarebbe facile, Hai qualche idea di dove siamo,
domandò il marito, Più o meno, Lontano da casa, Un bel po'. Anche gli altri vollero
sapere a che distanza potevano essere dalle proprie case, dissero i loro indirizzi, e
la moglie del medico si mise a spiegarglielo all'incirca, solo il ragazzino strabico
non riuscì a ricordarsene, non c'è da stupirsi, ha smesso da un pezzo di chiedere
della mamma. Andando di casa in casa, dalla più vicina alla più lontana, la prima
sarà quella della ragazza dagli occhiali scuri, la seconda quella del vecchio dalla
benda nera, poi quella della moglie del medico, e infine quella del primo cieco.
Seguiranno senza dubbio questo itinerario giacché la ragazza dagli occhiali scuri
ha già chiesto di essere accompagnata, quando sarà possibile, a casa sua, Non so
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come staranno i miei genitori, disse, questa sincera preoccupazione dimostra
come in definitiva siano infondati i preconcetti di coloro i quali negano la
possibilità dell'esistenza di sentimenti forti, ivi compreso il sentimento filiale, nei
casi, purtroppo numerosi, di condotte irregolari, soprattutto sul piano della
morale pubblica. La notte ha rinfrescato, all'incendio non resta più granché da
bruciare, il calore che si diffonde ancora dalle braci non basta a riscaldare i ciechi
intirizziti che si trovano più lontani dall'ingresso, come nel caso della moglie del
medico e del suo gruppo. Sono seduti vicini vicini, le tre donne e il ragazzo in
mezzo, i tre uomini intorno, se qualcuno li vedesse direbbe che sono già nati così,
e per la verità sembrano un corpo solo, con un solo respiro e un'unica fame. Uno
dopo l'altro si addormentarono, un sonno leggero da cui dovettero destarsi più
volte perché c'erano ciechi che, uscendo dal proprio torpore, si alzavano e
venivano a inciampare come sonnambuli in questo accidente umano, e ce ne fu
pure uno che rimase, tanto valeva dormire lì come altrove. Quando sorse il
giorno, solo alcune tenui colonne di fumo s'innalzavano dalle macerie, ma
neanche quelle durarono molto, perché di lì a poco cominciò a piovere, una
pioggerellina sottile, un semplice pulviscolo, certo, ma stavolta persistente,
all'inizio non riusciva neanche a posarsi sul terreno infuocato, si trasformava
immediatamente in vapore, ma poi, con il passar del tempo, si sa, goccia a goccia
sui carboni ardenti tanto fa che poi si spegne, la rima ce la metta qualcun altro.
Alcuni di questi ciechi non lo sono soltanto degli occhi, lo sono anche
dell'intelletto, altrimenti non si spiegherebbe il ragionamento tortuoso per cui ne
conclusero che l'agognato cibo, visto che stava piovendo, non sarebbe arrivato.
Non ci fu modo di convincerli che era sbagliata la premessa e che, dunque,
sbagliata doveva essere anche la conclusione, non servì a niente dirgli che non era
ancora l'ora di colazione, disperati si buttarono per terra piangendo, Non arriverà,
sta piovendo, non arriverà, ripetevano, se in quella penosa rovina ci fossero state
ancora condizioni minime di abitabilità, sarebbe tornato a essere il manicomio
che era prima.
Il cieco che nella notte era rimasto lì dopo aver inciampato non poté più
alzarsi. Avvoltolato su se stesso, come a voler proteggere l'estremo calore del
ventre, non si mosse malgrado la pioggia diventasse sempre più fitta. $è morto,
disse la moglie del medico, e quanto a noi è meglio se ce ne andiamo fino a che
abbiamo ancora un po' di forza. Si alzarono a fatica, zoppicando, con le vertigini,
aggrappandosi gli uni agli altri, poi si disposero in fila, in testa quella dagli occhi
che vedono, seguita da quelli che pur avendo occhi non vedono, la ragazza dagli
occhiali scuri, il vecchio dalla benda nera, il ragazzino strabico, la moglie del primo
cieco, il di lei marito, e il medico per ultimo. La strada che hanno preso conduce al
centro della città, ma non è questa l'intenzione della moglie del medico, lei vuole
piuttosto trovare al più presto un posto dove poter lasciare al riparo tutto il
gruppo che le viene appresso e andare da sola in cerca di cibo. Le strade sono
deserte,
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o perché è ancora presto o per via della pioggia, che cade sempre più fitta.
C'è spazzatura dappertutto, alcuni negozi hanno le porte aperte, ma per la
maggior parte sono chiusi, dentro non sembra esserci gente, e neanche luce. La
moglie del medico pensò che sarebbe stata una buona idea lasciare i compagni in
uno di questi negozi, facendo molta attenzione alla strada e al numero, non fosse
mai che se li perdesse tornando. Si fermò, disse alla ragazza dagli occhiali scuri,
Aspettatemi qui, non vi muovete, andò a sbirciare dietro la vetrata di una
farmacia, le parve di vedervi dentro delle figure sdraiate, bussò sul vetro, una
delle ombre si mosse, lei tornò a bussare, altre figure si spostarono lentamente,
ce ne fu una che si alzò voltando la faccia in direzione del rumore, Sono tutti
ciechi, pensò la moglie del medico, ma non capì perché mai si trovassero lì
dentro, forse era la famiglia del farmacista, ma, in tal caso, perché non se ne
stavano a casa propria, con qualcosa di più comodo di quel duro pavimento, a
meno che non presidiassero il locale, ma contro chi, e tanto più trattandosi di
merci del genere, che tanto possono salvare come ammazzare. Se ne allontanò,
poco più avanti guardò nell'interno di un altro negozio, vide altre persone
coricate, donne, uomini, bambini, alcune sembrava si stessero preparando per
uscire, una si avvicinò alla porta, tese il braccio fuori e disse, Sta piovendo, Forte,
fu la domanda dall'interno, Sì, dobbiamo aspettare per vedere se smette, l'uomo,
era un uomo, stava lì a due passi dalla moglie del medico, non si era accorto della
sua presenza, perciò sussultò quando sentì dire, Buongiorno, si era ormai perduta
l'abitudine di rivolgersi il buongiorno, non solo perché giorno di ciechi, a rigor di
termini, non potrebbe mai essere buono, ma anche perché nessuno avrebbe
potuto essere del tutto sicuro che il giorno non fosse pomeriggio o sera, e se
adesso, apparentemente in contraddizione con quanto si è appena spiegato,
queste persone si stanno svegliando più o meno contemporaneamente al
mattino, è perché alcune sono diventate cieche solo pochi giorni fa e non hanno
ancora perduto del tutto il senso della successione dei giorni e delle notti, del
sonno e della veglia. L'uomo disse, Sta piovendo, e poi, Chi è lei, Non sono di qui,
Va in cerca di cibo, Sì, sono quattro giorni che non mangiamo, E come sa che sono
quattro giorni, Calcolo, $è sola, Sono con mio marito e alcuni compagni, Quanti
siete, In tutto sette, Se state pensando di restare qui con noi, toglietevelo di
mente, siamo già molti, Siamo solo di passaggio, Da dove venite, Siamo stati
internati fin dall'inizio della cecità, Ah sì, la quarantena, non è servita a niente,
Perché dice questo, Vi hanno fatto uscire, C'è stato un incendio, e allora abbiamo
capito che i soldati di sorveglianza erano scomparsi, E siete usciti, Sì, I vostri
soldati devono essere stati tra gli ultimi a diventare ciechi, siamo tutti ciechi,
Tutti, tutta la città, il paese, Se qualcuno ci vede ancora, non lo dice, se ne sta
zitto, Perché non vive a casa sua, Perché non so dove sia, Non lo sa, E lei, sa forse
dov'è la sua, Io, la moglie del medico stava per rispondere che ci si stava appunto
dirigendo con il marito e i compagni, solo il tempo di mangiare qualcosa per
recuperare le forze, ma in quell'istante vide con la massima chiarezza la
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situazione, insomma, se uno che era cieco fosse uscito da casa, solo per miracolo
sarebbe riuscito a ritrovarla, non era più come un tempo, quando i ciechi
potevano sempre contare sull'aiuto di un passante, o per attraversare una strada
o per riprendere quella giusta nel caso avessero deviato inavvertitamente dal
solito percorso, So soltanto che è lontana da qui, disse, Ma non è capace di
arrivarci, No, Per l'appunto, lo stesso capita a me, lo stesso capita a tutti, voi che
siete stati in quarantena avete molto da imparare, non sapete come sia facile
restare senza casa, Non capisco, Vagando in gruppo come noi, come quasi tutti,
quando dobbiamo procurarci da mangiare siamo costretti ad andare insieme, è
l'unica maniera di non perderci a vicenda, e siccome andiamo tutti e non rimane
nessuno a guardia della casa, la cosa più sicura, supponendo di essere poi riusciti
per caso a trovarla, è che sia già occupata da un altro gruppo il quale, a sua volta,
non ha potuto trovare la propria casa, siamo una specie di noria che gira, all'inizio
c'è stata un po' di lotta, ma ben presto ci siamo resi conto che noi, i ciechi, per
così dire non abbiamo praticamente nulla che potremmo definire nostro, se non
quello che ci portiamo addosso, La soluzione starebbe nel vivere in un negozio di
alimentari, almeno fintanto che durassero non sarebbe necessario uscire, Se
qualcuno lo facesse, il minimo che gli potrebbe capitare sarebbe di non avere più
un minuto di tranquillità, dico il minimo, perché ho sentito dire di alcuni che ci
hanno provato, si sono chiusi dentro, hanno sprangato le porte, soltanto che non
sono riusciti a far sparire l'odore del cibo, fuori si è radunata gente che voleva
mangiare, e siccome la gente dentro non apriva, hanno appiccato fuoco al
negozio, una mano santa, io non l'ho visto, me l'hanno raccontato, in ogni modo
una mano santa, che io sappia non si è azzardato più nessuno, E non si vive nelle
case, negli appartamenti, Sì, eccome, ma tanto è uguale, per casa mia deve essere
già passata un mucchio di gente, non so se un giorno riuscirò per caso a ritrovarla,
e inoltre, in questa situazione, è molto più pratico dormire nei negozi a
pianterreno, nei magazzini, evitiamo di continuare a salire e scendere scale, Non
piove più, disse la moglie del medico, Non piove più, ripeté l'uomo rivolto dentro.
A queste parole, si alzarono tutti quelli che erano ancora coricati, raccolsero i loro
averi, zaini, valigette, sacchetti di stoffa e di plastica, come se partissero per una
spedizione, ed era vero, andavano a caccia di cibo, a uno a uno uscirono dal
negozio, la moglie del medico notò che erano ben coperti, certo, i colori dei vestiti
non erano abbinati, e poi i pantaloni, o erano talmente corti da lasciare scoperti
gli stinchi, o talmente lunghi da dover essere rimboccati all'orlo, ma il freddo non
passava di certo, alcuni uomini avevano un impermeabile o un cappotto, due
donne portavano dei giacconi di pelle, ma ombrelli non se ne vedevano,
probabilmente per il fastidio che danno, con quelle stecche pericolose per gli
occhi. Il gruppo, una quindicina di persone, si allontanò. Lungo la strada
spuntavano altri gruppi, qua e là qualche persona da sola, accostati ai muri
c'erano uomini che alleggerivano la vescica dal bisogno mattutino, le donne
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preferivano il riparo delle automobili abbandonate. Rammolliti dalla pioggia, gli
escrementi, qua e là, avevano invaso tutta strada.
La moglie del medico tornò indietro dai suoi, riparatisi istintivamente sotto
la tettoia di una pasticceria da cui usciva un odore di creme acide e marciumi vari,
Andiamo, disse, ho trovato un rifugio, e li condusse nel negozio da cui gli altri se
n'erano andati. Il contenuto del locale era intatto, la merce non era né da
mangiare né da vestire, c'erano frigoriferi, lavatrici, lavastoviglie, cucine e forni a
microonde, sbattitori, spremiagrumi, aspirapolveri, frullatori, le mille e una
invenzioni elettrodomestiche destinate a rendere più facile la vita. L'atmosfera
era impregnata di cattivi odori, rendendo assurdo l'invariabile biancore degli
oggetti. Riposatevi qui, disse la moglie del medico, io vado a cercare un po' di
cibo, non so dove lo troverò, vicino, lontano, non lo so, voi aspettate con
pazienza, ci sono tanti gruppi fuori, se qualcuno vuole entrare dite che il posto è
occupato, basterà perché se ne vadano via, si usa così, Vengo con te, disse il
marito, No, è meglio che vada da sola, dobbiamo scoprire come si vive adesso, a
quanto ho sentito dire devono essere diventati tutti ciechi, Allora, disse il vecchio
dalla benda nera, è come se fossimo ancora nel manicomio, Non c'è paragone,
possiamo muoverci come ci pare, e quanto al mangiare si troverà una soluzione,
non moriremo certo di fame, devo trovare anche dei vestiti, siamo ridotti a
brandelli, la più bisognosa era proprio lei, poco meno che nuda dalla cintola in su.
Baciò il marito, avvertendo in quel momento come una fitta al cuore, Per favore,
qualsiasi cosa accada, anche se qualcuno vuole entrare, non lasciate questo
posto, e se vi mettessero fuori, benché non creda possa accadere, ma è solo per
prevedere tutte le ipotesi, restatevene qui vicino alla porta, insieme, finché non
arrivo. Li guardò con gli occhi pieni di lacrime, erano tutti lì, dipendevano da lei
come i piccini dipendono dalla mamma, Se gli manco io, pensò, non le sovvenne
che là fuori erano tutti ciechi, e comunque vivevano, avrebbe dovuto diventare
cieca anche lei per capire come ci si abitua a tutto, soprattutto se non si è più un
essere umano, ma anche se non si è giunti a tal punto, quel ragazzino lì, per
esempio, lo strabico, che neanche della mamma chiede più. Uscì, guardò e
memorizzò il numero civico, il nome del negozio, adesso doveva vedere come si
chiamava la strada, a quell'angolo, non sapeva fin dove l'avrebbe portata la
ricerca del cibo, e che cibo, poteva essere tre porte più avanti o trecento, non
poteva perdersi, non ci sarebbe stato nessuno a cui chiedere informazioni, quelli
che prima ci vedevano adesso erano ciechi, e lei, che poteva vedere, non avrebbe
saputo dove si trovava. Era spuntato il sole, brillava nelle pozze d'acqua fra la
spazzatura, si vedeva meglio l'erba che cresceva fra le pietre della strada. C'era
più gente fuori. Come si orienteranno, si domandò la moglie del medico. Non si
orientavano, camminavano rasente ai palazzi, con le braccia tese in avanti,
continuavano a urtarsi fra loro, come le formiche in fila, ma quando capitava non
si udivano proteste, non c'era neanche bisogno di parlare, una delle famiglie si
staccava dalla parete, avanzava lungo quella che procedeva in senso contrario, e
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così via fino al prossimo incontro. Di tanto in tanto si fermavano, fiutavano
all'ingresso dei negozi, se c'era odore di cibo, di qualunque tipo, poi
proseguivano, svoltavano dietro un angolo, scomparivano alla vista, e poco dopo
spuntava un altro gruppo, non avevano l'aria di aver trovato ciò che cercavano. La
moglie del medico poteva muoversi più rapidamente, non perdeva tempo a
entrare nei negozi per scoprire se fossero di alimentari, ma ben presto le fu chiaro
che non sarebbe stato facile rifornirsi in abbondanza, le poche drogherie che
incontrò sembravano essere state divorate dall'interno, erano come gusci vuoti.
Si era già allontanata molto dal punto in cui aveva lasciato il marito e i
compagni, attraversando e riattraversando strade, viali, piazze, quando si ritrovò
davanti a un supermercato. L'aspetto, dentro, non era diverso, scansie vuote,
scaffalature buttate giù fra cui vagavano i ciechi, la maggior parte a quattro
zampe, scandagliando con le mani il pavimento immondo, sperando di trovare
ancora qualcosa di utilizzabile, una scatoletta che avesse resistito ai colpi con cui
avevano tentato di aprirla, un pacchetto di qualcosa, di qualsiasi cosa, una patata,
anche schiacciata, un tozzo di pane, anche pietrificato. La moglie del medico
pensò, Malgrado tutto qualcosa ci sarà, è un posto enorme. Un cieco si alzò da
terra lamentandosi, un coccio di bottiglia gli si era conficcato in un ginocchio, il
sangue gli scorreva giù per la gamba. I ciechi del gruppo lo circondarono, Cosa c'è,
cosa c'è, e lui disse, Un vetro, nel ginocchio, Quale, Il sinistro, una delle cieche si
accovacciò, Attenzione, magari ce ne sono altri, tastò, palpeggiò per distinguere
una gamba dall'altra, Eccolo, disse, ce l'hai ancora dritto dentro, uno dei ciechi
scoppiò a ridere, Allora, se è dritto, approfitta, e risero anche gli altri, uomini e
donne indifferentemente. Tenendo a mo' di pinza il pollice e l'indice, è un gesto
naturale per cui non c'è bisogno di addestramento, la cieca estrasse il pezzo di
vetro, poi legò il ginocchio con uno straccio rimediato nel sacco che portava in
spalla, infine concorse al buon umore generale con una sua battuta, Niente da
fare, gli è passato in fretta quello star dritto, tutti risero, e il ferito ribatté, Quando
ne avrai bisogno, potremo provare a vedere cosa si drizza meglio, sicuramente in
questo gruppo non ci saranno mariti e mogli visto che nessuno si è mostrato
scandalizzato, sarà gente dai costumi libertini e dalle unioni libere, a meno che
questi due non siano proprio marito e moglie, e perciò in confidenza, ma per la
verità non lo sembrano, in pubblico non parlerebbero in questi termini. La moglie
del medico si guardò intorno, quel poco che c'era ancora di utilizzabile se lo
stavano contendendo a suon di pugni che quasi sempre andavano a vuoto e di
spintoni che non sceglievano fra amici e avversari, e capitava pure che l'oggetto
della contesa sfuggisse loro di mano e rimanesse lì per terra, ad aspettare che
qualcuno ci inciampasse, Qui non ci busco niente, pensò, usando un termine che
non rientrava nel suo vocabolario corrente, a ulteriore dimostrazione di come la
forza e la natura delle circostanze influiscano profondamente sul lessico, si pensi a
quel militare che disse merda quando gli intimarono di arrendersi, assolvendo
così dal delitto di maleducazione futuri sfoghi in situazioni meno pericolose. Qui
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non ci busco niente, pensò di nuovo, e stava già per andarsene quando un altro
pensiero le sovvenne come una provvidenza, In un supermercato del genere deve
pur esserci un magazzino, non dico un magazzino grande, che magari sarà in un
altro locale, probabilmente lontano, ma una riserva di certi prodotti di maggior
consumo. Eccitata all'idea, si mise alla ricerca di una porta chiusa che la potesse
condurre alla grotta del tesoro, ma erano tutte aperte, e dentro la stessa
devastazione, gli stessi ciechi che frugavano nella spazzatura. Finalmente, in un
corridoio buio, dove la luce filtrava a stento, vide qualcosa che le parve un
montacarichi. Le porte metalliche erano chiuse, e accanto c'era un'altra porta,
liscia, di quelle che scivolano su binari, Il sotterraneo, pensò, se i ciechi sono
arrivati fin qui hanno trovato la strada sbarrata, dovevano aver capito che si
trattava di un ascensore, ma a nessuno era venuto in mente che di norma c'era
anche una scala, nell'eventualità che mancasse l'energia elettrica per esempio,
come adesso. Spinse la porta scorrevole ed ebbe quasi simultaneamente due
fortissime impressioni, la prima, della profonda oscurità in cui avrebbe dovuto
scendere per arrivare al sotterraneo, e, subito dopo, l'odore inconfondibile delle
cose da mangiare, anche quando sono chiuse in recipienti che definiamo ermetici,
è che la fame ha sempre avuto un olfatto finissimo, capace di attraversare ogni
barriera, come i cani. Tornò rapidamente indietro per prendere fra la spazzatura i
sacchetti di plastica di cui avrebbe avuto bisogno per trasportare il cibo, e nel
frattempo si domandava, Senza luce, come farò a sapere cosa prendere, si strinse
nelle spalle, era una preoccupazione stupida, adesso il dubbio considerando lo
stato di debilità in cui si trovava, avrebbe dovuto essere piuttosto se le forze le
sarebbero bastate per trasportare i sacchetti pieni, rifare tutta la strada per cui
era venuta, e in quel momento fu assalita da una terribile paura, quella di non
riuscire a ritornare là dove il marito la aspettava, sapeva il nome della strada, non
lo aveva certo dimenticato, ma erano stati tanti i giri che aveva fatto, rimase lì
paralizzata dalla disperazione, poi lentamente, come se il cervello immobile si
fosse messo finalmente in movimento, si vide lì, china sulla mappa della città, a
cercare con la punta del dito il percorso più breve, come se avesse due paia di
occhi, un paio che la vedevano lì a guardare la mappa, e l'altro che guardavano la
mappa e la strada. Il corridoio era sempre deserto, una vera fortuna, innervosita
dalla scoperta fatta si era dimenticata di chiudere la porta. La chiuse allora con
cautela dietro di sé, per ritrovarsi immersa in un'oscurità totale, cieca quanto lo
erano i ciechi là fuori, l'unica differenza era nel colore, ammesso che il bianco e il
nero siano effettivamente dei colori. Rasentando la parete cominciò a scendere la
scala, se questo posto non fosse tanto segreto e qualcuno stesse salendo dal
fondo, dovrebbero procedere come aveva visto fare per la strada, uno di loro si
dovrebbe staccare dalla sicurezza dell'appoggio, avanzare rasentando l'imprecisa
materialità dell'altro, forse temere per un istante, assurdamente, che la parete
non continuasse al di là, Sto perdendo il senno, pensò, e ragioni certo che ce ne
aveva, scendere come stava facendo lei in un buco tenebroso, senza luce né
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speranza di vederne, fino a dove, questi magazzini sotterranei generalmente non
sono alti, una prima rampa di scale, Adesso so cosa significa essere ciechi, una
seconda rampa di scale, Sto per gridare, sto per gridare, una terza rampa di scale,
le tenebre sono come una massa densa che le si è appiccicata alla faccia, gli occhi
si sono tramutati in palle di pece, Cosa c'è davanti a me, e subito dopo un altro
pensiero, ancora più spaventoso, E come ritroverò la scala, un improvviso
sbilanciamento la costrinse ad abbassarsi per non cadere, quasi sul punto di
perdere coscienza balbettò, $è pulito, si riferiva al pavimento, le sembrava
incredibile, un pavimento pulito. A poco a poco cominciò a riprendersi, sentiva dei
dolori sordi allo stomaco, non che fossero una novità, ma in questo momento era
come se nel suo corpo non esistesse altro organo vivente, sicuramente c'erano,
ma non volevano dar segno di sé, il cuore, invece, il cuore risuonava come un
immenso tamburo, sempre a lavorare alla cieca nel buio, fin dalla prima di tutte le
tenebre, il ventre dove lo hanno creato, e sino all'ultima, quella dove si fermerà.
Aveva ancora in mano i sacchetti di plastica, non li aveva lasciati, adesso dovrà
solo riempirli, tranquillamente, un magazzino non è certo un posto popolato di
fantasmi e draghi, qui non c'è altro che buio, e il buio non morde né ferisce,
quanto alla scala la troverò, anche se dovessi fare tutto il giro di questo buco.
Decisa, stava per alzarsi, ma si ricordò di essere cieca come i ciechi, meglio fare
come loro, avanzare a quattro zampe fino a trovarsi qualcosa davanti, scansie
cariche di cibo, qualunque esso sia, purché si possa mangiare così com'è, senza
cotture né preparazioni, che non è tempo di fantasie del genere.
La paura tornò, strisciante, non appena ebbe fatto alcuni metri, forse si
stava sbagliando, forse proprio lì, davanti a lei, invisibile, un drago l'aspettava a
bocca aperta. O un fantasma le tendeva la mano per condurla nel mondo terribile
dei morti che non cessano mai di morire perché viene sempre qualcuno a
resuscitarli. Poi, prosaicamente, con una tristezza infinita, rassegnata, pensò che il
posto nel quale si trovava non era un deposito di alimentari, ma un garage, le
parve addirittura di sentire l'odore della benzina, a tal punto può illudersi l'animo
quando si arrende ai mostri che esso stesso ha creato. La sua mano, allora, toccò
qualcosa, non le dita vischiose del fantasma, non la lingua ardente e le fauci del
drago, ciò che sentì fu il contatto di un metallo freddo, una superficie verticale
liscia, immagino, senza sapere come si chiamava, che si trattasse del montante di
una struttura a scansie. Considerò che dovevano essercene altre uguali, parallele,
come lo sono di solito, adesso si trattava di scoprire dove fossero i prodotti
alimentari, non qui, ché questo odore non inganna, è odore di detergenti. Senza
pensare oltre alle difficoltà che avrebbe avuto per ritrovare la scala, cominciò a
percorrere le scansie, palpeggiando, odorando, smuovendo. C'erano scatoloni di
cartone, bottiglie di vetro e di plastica, flaconi piccoli, medi e grandi, barattoli che
dovevano essere di conserve, recipienti vari, tubi, borse, tubetti. A casaccio riempì
un sacchetto, Sarà tutto da mangiare, si domandava, inquieta. Passò ad altre
scansie, e, sulla seconda, l'inatteso avvenne, la mano cieca, che non poteva
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vedere dove andava, toccò e fece cadere alcune scatolette. Il rumore che fecero,
sbattendo contro il suolo, per poco non fece fermare il cuore della moglie del
medico, Sono fiammiferi, pensò. Fremendo per l'eccitazione, si chinò, passò le
mani sul pavimento, trovò qualcosa, questo è un odore che non si può
confondere con nessun altro, e il rumore dei legnetti quando agitiamo la scatola,
il coperchio che scivola, la ruvidità della striscia esterna, dove c'è il fosforo, la
testa del fiammifero che raspa, infine la deflagrazione della fiammella, lo spazio
intorno, una diffusa sfera luminosa simile a un astro nella nebbia, mio Dio, la luce
esiste e io ho gli occhi per vederla, sia lodata la luce. D'ora in poi la raccolta
sarebbe stata facile. Cominciò dalle scatolette di fiammiferi, e ne fece un
sacchetto quasi pieno, Non c'è bisogno di prenderle tutte, le diceva la voce del
buon senso, ma lei, al buon senso, non prestò attenzione, poi le tremule fiamme
dei fiammiferi le mostrarono via via le scansie, qua, là, i sacchetti si riempirono
ben presto, il primo bisognò svuotarlo perché non conteneva niente di utilizzabile,
negli altri c'era già ricchezza sufficiente a comprare la città, e non c'è niente di
strano in questa disparità di valori, basti ricordare che, un giorno, ci fu un re che
volle scambiare il proprio regno per un cavallo, chissà cosa non avrebbe dato se
fosse stato morto di fame e gli avessero fatto intravvedere questi sacchetti di
plastica. La scala è lì, sempre di fronte. Prima, però, la moglie del medico si siede
per terra, apre una confezione di salsicce, una di pane nero a fette, una bottiglia
d'acqua, e senza alcun rimorso mangia. Se adesso non mangiasse non avrebbe
forze per trasportare il carico fino a dove manca, il furiere è lei. Quando ebbe
finito, s'infilò i sacchetti nelle braccia, tre per lato, e con le mani alzate davanti a
sé raggiunse, accendendo fiammiferi, la scala, poi faticosamente la salì, il cibo non
ha ancora superato lo stomaco, ha bisogno di tempo per arrivare ai muscoli e ai
nervi, in questo caso è la testa quella che ha retto meglio. La porta scorrevole
scivolò senza rumore, E se c'è qualcuno nel corridoio, aveva pensato la moglie del
medico, cosa faccio. Non c'era nessuno, ma lei si domandò di nuovo, Cosa faccio.
Avrebbe potuto, giunta all'uscita, voltarsi verso l'interno e gridare, C'è da
mangiare in fondo al corridoio, una scala conduce al magazzino del sotterraneo,
approfittate, ho lasciato la porta aperta. Avrebbe potuto farlo, ma non lo fece.
Aiutandosi con la spalla, chiuse la porta, continuava a ripetersi che era meglio
tacere, s'immagini cosa sarebbe accaduto, i ciechi ad accorrere come pazzi, come
quando si era annunciato l'incendio al manicomio, sarebbero rotolati giù per le
scale, calpestati e schiacciati da quelli dietro, che sarebbero caduti anch'essi, non
è la stessa cosa mettere il piede su un gradino fermo o su un corpo
sdrucciolevole. E quando il cibo sarà finito potrò tornare per dell'altro, pensò.
Passò i sacchetti alle mani, tirò un profondo respiro e avanzò nel corridoio. Non
l'avrebbero vista, ma l'odore di quello che aveva mangiato, La salsiccia, che
stupida, sarebbe stata una traccia vivente. Serrò i denti, strinse con tutta la forza i
manici dei sacchetti, Devo correre, disse. Si ricordò del cieco ferito al ginocchio da
un coccio, Se mi succede la stessa cosa, se non me ne accorgo e metto il piede su
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un vetro, forse ci siamo dimenticati che questa donna è senza scarpe, non ha
ancora avuto il tempo di girare per calzolerie, come fanno i ciechi della città che,
malgrado siano dei poveri non vedenti, possono scegliere le calzature al tatto.
Doveva correre, e corse. All'inizio aveva tentato di sgusciare fra i gruppi di ciechi,
cercando di non toccarli, ma questo la costringeva a procedere lentamente, a
fermarsi più volte per scegliere la strada, quanto bastava perché da lei si
diffondesse un effluvio, non soltanto gli effluvi profumati ed eterei sono effluvi,
un attimo dopo c'era già un cieco che gridava, Chi è che sta mangiando salsiccia,
neanche il tempo di pronunciare queste parole e la moglie del medico si buttò
dietro le spalle tutte quelle precauzioni e si lanciò in una corsa forsennata,
inciampando, spingendo, atterrando, in un si salvi chi può severamente criticabile,
perché non è certo questo il modo di trattare delle persone cieche, sventurate lo
sono già abbastanza.
Stava piovendo a dirotto quando raggiunse la strada, Meglio così, pensò,
ansimando, con le gambe tremanti, si sentirà meno l'odore. Qualcuno le aveva
afferrato l'ultimo brandello che a stento la copriva dalla cintola in su, adesso
aveva i seni scoperti, e su di essi, purificatrice, che parola raffinata, scorreva
l'acqua del cielo, non era la libertà che guidava il popolo, i sacchetti, per fortuna
pieni, pesano troppo per trasportarli issati come una bandiera. Il che presenta
anche un inconveniente, giacché le eccitanti fragranze viaggiano all'altezza del
naso dei cani, che non potevano certo mancare, adesso senza padrone che li
accudisca e nutra, c'è quasi una muta appresso alla moglie del medico, speriamo
che a nessuna di queste bestie venga in mente di sperimentare col dente la
resistenza della plastica. Con una pioggia del genere, che per poco non è un
diluvio, ci sarebbe da aspettarsi che la gente se ne stia al riparo, in attesa che
spiova. Non è così, però, dappertutto ci sono ciechi che, a bocca aperta verso
l'alto, si dissetano, immagazzinano acqua in ogni angolo del corpo, mentre altri,
più previdenti, e soprattutto più sensati, reggono fra le mani secchi, casseruole e
pentole, alzandole al cielo generoso, è proprio vero che Dio concede nubi in base
alla sete. Alla moglie del medico non era venuta in mente la possibilità che dai
rubinetti delle case non uscisse neppure una goccia del prezioso liquido, è il
difetto della civiltà, ci si abitua alla comodità dell'acqua incanalata, a domicilio, e
ci si dimentica che, perché sia così, devono esserci persone ad aprire e chiudere le
valvole di distribuzione, impianti che hanno bisogno di energia elettrica,
computer per regolare le richieste e distribuire le riserve e per tutto questo
mancano gli occhi. Come del resto ne mancano per vedere questa scena, una
donna carica di sacchetti di plastica che cammina per una strada allagata, fra
spazzatura marcia ed escrementi umani e animali, automobili e camion
abbandonati come capita e che intralciano la pubblica via, alcuni con le ruote già
circondate dall'erba, e i ciechi, quei poveri ciechi, a bocca aperta, che tengono
aperti anche gli occhi rivolti al cielo bianco, sembra impossibile come possa
piovere da un cielo così. La moglie del medico legge via via le targhe delle strade,
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di alcune si ricorda, di altre no, e a un certo momento capisce di essere
disorientata e persa. Non c'è dubbio, si è persa. Ha fatto un giro, ne ha fatto un
altro, non riconosce più né le strade né i loro nomi, e allora, disperata, si è
accasciata su quel terreno sporchissimo, impastato di fango nero, e, priva di forze,
di tutte, è scoppiata a piangere. I cani l'hanno circondata, fiutano i sacchetti, ma
senza convinzione, come se l'ora di mangiare ormai fosse passata, uno la lecca in
faccia, forse lo hanno abituato fin da cucciolo ad asciugare i pianti. La donna gli
tocca la testa, scorre la mano sul dorso inzuppato, e le altre lacrime le piange
abbracciata a lui. Quando finalmente alzò gli occhi, mille volte sia lodato il dio dei
crocevia, vide davanti a sé una grande mappa, uno di quei cartelloni che gli uffici
turistici comunali sparpagliano nel centro delle città, per lo più per uso e
tranquillità dei visitatori, che non solo vogliono poter dire dove sono stati, ma
hanno anche bisogno di sapere dove si trovano. Adesso, siccome tutti quanti sono
ciechi, sembra facile dire che sono stati male utilizzati i soldi spesi, è che in
definitiva bisogna aver pazienza, dare tempo al tempo, ormai dovremmo averlo
imparato, e una volte per tutte, che il destino deve fare tanti e tanti giri prima di
giungere da qualche parte, lo sa soltanto lui quanto gli sarà costato portare qui
questa mappa per indicare a questa donna dove sta. Non era tanto lontana
quanto credeva, aveva unicamente deviato per un'altra direzione, dovrai solo
proseguire per questa strada fino a una piazza, lì conti due traverse a sinistra e poi
svolti alla prima a destra, è quella che cerchi, il numero non lo hai dimenticato. A
poco a poco i cani sono rimasti indietro, qualcosa li ha distratti via facendo,
oppure sono talmente abituati al quartiere che non vogliono lasciarlo, soltanto il
cane che aveva bevuto quelle lacrime ha accompagnato chi le ha piante,
probabilmente questo incontro della donna e della mappa, tanto ben preparato
dal destino, includeva anche un cane. Fatto sta che entrarono insieme nel
negozio, il cane delle lacrime non trovò strano di vedere tutte quelle persone
distese per terra, talmente immobili da sembrare morte, c'era abituato, a volte lo
lasciavano dormire fra di loro, e quando era il momento di alzarsi erano quasi
sempre vive. Svegliatevi, se state dormendo, vi ho portato un po' di cibo, disse la
moglie del medico, ma prima aveva chiuso la porta, non sia mai la dovesse udire
qualcuno di passaggio per la strada. Il ragazzino strabico fu il primo ad alzare la
testa, non riuscì a fare altro, la debolezza non glielo consentiva, gli altri tardarono
un po' di più, stavano sognando di essere dei sassi, e nessuno ignora quanto sia
profondo il loro sonno, una semplice passeggiata in campagna lo dimostra, se ne
stanno lì a dormire, mezzi sotterrati, aspettando chi sa quale risveglio. Ma la
parola cibo possiede poteri magici, soprattutto quando l'appetito incalza, perfino
il cane delle lacrime, che non conosce il linguaggio, si è messo a scodinzolare, e
l'istintivo movimento gli ha fatto ricordare di non avere ancora compiuto quello a
cui sono costretti i cani bagnati, scuotersi violentemente schizzando qualsiasi cosa
intorno, per loro è facile, hanno la pelle come una giacca. Acqua benedetta della
più efficace, scesa direttamente dal cielo, gli spruzzi aiutarono i sassi a
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trasformarsi in persone, mentre la moglie del medico partecipava all'operazione
di metamorfosi aprendo uno dopo l'altro i sacchetti di plastica. Non sempre
l'odore corrispondeva all'effettivo contenuto, ma anche il profumo di un boccone
di pane duro sarebbe stato, per dirla in maniera elevata, l'essenza stessa della
vita. Finalmente sono tutti svegli, hanno le mani tremanti, le espressioni ansiose,
e allora il medico, proprio com'era successo prima al cane delle lacrime, si ricorda
chi è, Attenzione, non conviene mangiare molto, può farci male, Quel che ci fa
male è la fame, disse il primo cieco, Ascolta quello che dice il dottore, ammonì la
moglie, e il marito tacque, pensando con una punta di rancore, Lui neanche di
occhi ne capisce, parole tanto più ingiuste se teniamo conto che il medico è cieco
quanto gli altri, prova ne sia che non si è accorto che la moglie è nuda dalla cintola
in su, fu lei a chiedergli la giacca per coprirsi, gli altri ciechi guardarono allora nella
sua direzione, ma troppo tardi, ah, se avessero guardato prima.
Mentre mangiavano, la donna narrò le sue avventure, di tutto quanto le era
accaduto e aveva fatto tacque unicamente di aver lasciato la porta del magazzino
chiusa, non era molto sicura delle motivazioni umanitarie che si era data, ma in
compenso raccontò l'episodio del cieco che si era ficcato il vetro nel ginocchio,
tutti risero di gusto, no, non tutti, il vecchio dalla benda nera si limitò ad
accennare un sorriso stanco, e il ragazzino strabico aveva orecchi solo per il
rumore che faceva masticando. Il cane delle lacrime ebbe la sua parte, che ripagò
sollecito abbaiando furiosamente quando qualcuno da fuori venne a scuotere la
porta con violenza. Chiunque fosse, non insistette, si diceva che girassero cani
rabbiosi, di rabbia già mi basta questa di non vedere dove metto i piedi. Tornò la
tranquillità, e fu allora, quando ormai si era chetata in tutti la prima fame, che la
moglie del medico raccontò la conversazione avuta con l'uomo che era uscito
proprio da questo negozio per vedere se pioveva. Poi concluse, Se quello che mi
ha detto è vero, non possiamo avere la certezza di ritrovare le nostre case come
le abbiamo lasciate, non sappiamo neanche se riusciremo a entrarvi, parlo di
quelli che hanno dimenticato di portar via le chiavi quando sono usciti, o le hanno
perse, noi per esempio non le abbiamo, sono rimaste nell'incendio, ora sarebbe
impossibile ritrovarle in mezzo alle macerie, e nel pronunciarne la parola fu come
se vedesse ancora le fiamme avviluppare le forbici, bruciando prima il sangue
rappreso che ancora doveva ricoprirle, poi attaccandone la lama, le punte aguzze,
smussandole, e poco a poco rendendole rotonde, tenere, molli, informi,
incredibile che abbiano potuto perforare la gola di qualcuno, quando il fuoco avrà
concluso il suo lavoro, sarà impossibile, nella massa unica del metallo fuso,
distinguere dove stiano le forbici e dove stiano le chiavi, Le chiavi, disse il medico,
le ho io, e introducendo con difficoltà tre dita in un taschino dei pantaloni a
brandelli, vicino alla cintura, ne estrasse un cerchietto con tre chiavi, Come mai le
hai tu, se le avevo messe nella mia valigetta, che è rimasta là, Le ho tolte, ho
avuto paura che si potessero perdere, ho pensato che erano più sicure se me le
portavo sempre dietro, e poi era una maniera di credere che un giorno saremmo
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ritornati a casa, Bene, abbiamo le chiavi, ma può darsi che troviamo la porta
sfondata, Ma potrebbe darsi che non ci abbiano neanche provato. Per qualche
momento si erano dimenticati degli altri, ma adesso bisognava sapere, da tutti
quanti, cosa fosse successo delle rispettive chiavi, la prima a parlare fu la ragazza
dagli occhiali scuri, I miei genitori sono rimasti a casa quando l'ambulanza è
venuta a prendermi, non so cosa gli sarà successo, dopo di che parlò il vecchio
dalla benda nera, Io mi trovavo a casa quando sono diventato cieco, hanno
bussato alla porta, la padrona di casa è venuta a dirmi che alcuni infermieri mi
cercavano non era il momento di pensare alle chiavi, mancava solo la moglie del
primo cieco, ma questa disse, Non lo so, non mi ricordo, invece sapeva, se ne
ricordava, ma non voleva confessare che, quando all'improvviso si era vista cieca,
un'espressione assurda, ma radicata, che non siamo riusciti a evitare, era uscita di
casa gridando, chiamando le vicine, quelle che ancora si trovavano nel palazzo si
erano ben guardate dal soccorrerla, e lei, che si era dimostrata tanto decisa e
capace quando la sventura si era abbattuta sul marito, si comportava adesso in
maniera dissennata abbandonando la casa con la porta spalancata, senza
neanche avere avuto il pensiero di chiedere il permesso di tornare indietro, un
minuto solo, il tempo di chiudere la porta e vengo subito. Al ragazzino strabico
nessuno domandò della chiave di casa, se quel povero bambino non è ancora
riuscito a ricordarsi dove abita. La moglie del medico, allora, sfiorò leggermente la
mano della ragazza dagli occhiali scuri, Cominciamo da casa tua, è la più vicina,
ma prima dobbiamo trovare vestiti e scarpe, non possiamo girare in questo stato,
sporchi e laceri. Fece per alzarsi, ma notò che il ragazzino strabico, ormai
ristorato, sazio, si era riaddormentato. Disse, riposiamo allora, dormiamo un po',
subito dopo andremo a vedere cosa ci aspetta. Si sfilò la gonna bagnata, poi, per
riscaldarsi, si avvicinò al marito, lo stesso fecero il primo cieco e la moglie, Sei tu,
aveva domandato lui, lei ripensava alla casa e soffriva, non disse, Consolami, ma
fu come se lo avesse pensato, quel che non si sa è quale sentimento avrà spinto la
ragazza dagli occhiali scuri a posare un braccio sulla spalla del vecchio dalla benda
nera, certo è che lo fece, e rimasero così, lei a dormire, ma non lui. Il cane andò a
sdraiarsi davanti alla porta, di traverso, è un animale scontroso e intrattabile
quando non c'è da asciugare lacrime.
Indossarono abiti e scarpe, ma non trovarono il modo di lavarsi, comunque
c'è già una bella differenza rispetto agli altri ciechi, i colori dei vestiti, pur nella
relativa scarsità dell'offerta, perché, come si suol dire, c'è ben poca scelta, sono
abbinati, è il vantaggio di avere fra di noi qualcuno che ci consigli, Tu indossa
questo, sta meglio con quei pantaloni, le righe con i pallini proprio no, particolari
così, probabilmente non per gli uomini, tanto per loro o è zuppa o è pan bagnato,
ma sia la ragazza dagli occhiali scuri sia la moglie del primo cieco ci tennero a
sapere quali colori e quali disegni avevano indosso, almeno, con l'aiuto
dell'immaginazione, potranno vedersi. Quanto alle calzature, convennero tutti
che la comodità dovesse essere prioritaria rispetto alla bellezza, niente laccetti e
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tacchi alti, niente camosci e vernici, nello stato in cui si trovano le strade sarebbe
una sciocchezza, invece vanno bene degli stivali di gomma, totalmente
impermeabili, delle calosce a metà gamba, facili da infilare e sfilare, non c'è
niente di meglio per camminare nei pantani. Purtroppo, stivali di questo modello
per tutti non si trovarono, il ragazzino strabico, per esempio, non c'era misura che
andasse bene, i piedi ci sciacquavano dentro, perciò dovette accontentarsi di un
paio di generiche scarpe da ginnastica, Che coincidenza, direbbe sua madre,
dovunque sia, se qualcuno le fosse andato a raccontare l'accaduto, è proprio
quello che avrebbe scelto mio figlio se potesse vedere. Il vecchio dalla benda
nera, che aveva i piedi più sul grande che sul piccolo, risolse il problema
mettendosi un paio di scarpe da basket, di quelle speciali, per giocatori di due
metri ed estremità in proporzione. è pur vero che adesso è un po' ridicolo,
sembra che porti delle pantofole bianche, ma questi sono tipi di ridicolo che
durano poco, in meno di dieci minuti le scarpe saranno già sporchissime, come
del resto tutto nella vita, date tempo al tempo e ci pensa lui a risolverlo.
Ha smesso di piovere, ciechi a bocca aperta non ce ne sono. Camminano,
non sanno cosa fare, vagano per le strade, ma mai per molto tempo, camminare o
star fermi finisce che per loro è lo stesso, a parte la ricerca di cibo non hanno altri
obiettivi, la musica è cessata, non c'è mai stato tanto silenzio nel mondo, i cinema
e i teatri servono solo a chi è rimasto senza casa e ormai ha rinunciato a cercarla,
alcune sale, le più grandi, erano state usate per le quarantene quando il governo,
o quel che via via ne rimaneva, credeva ancora che il mal bianco si sarebbe potuto
bloccare con sistemi e trucchi che altrettanto poco erano serviti in passato contro
la febbre gialla e altri pestiferi contagi, ma qui niente da fare, qui neanche un
incendio c'è voluto. Quanto ai musei, è un vero e proprio dolore dell'anima, da
spezzare il cuore, tutta quella gente, sì, gente, dico bene, tutti quei dipinti, tutte
quelle sculture senza neanche una persona, lì davanti, a guardare. Di cosa siano in
attesa i ciechi della città, non si sa, sarebbero in attesa della cura se ancora vi
credessero, ma la speranza l'hanno persa quando si è reso pubblico che la cecità
non aveva risparmiato nessuno, che non era rimasta un'unica vista sana a
guardare dalla lente di un microscopio, che erano stati abbandonati anche i
laboratori dove, ai batteri, se volevano sopravvivere, non restava altra soluzione
che divorarsi a vicenda. All'inizio molti ciechi, accompagnati dai parenti dotati
ancora per il momento di vista e senso della famiglia, si riversarono negli ospedali,
ma vi trovarono soltanto medici ciechi che prendevano il polso a malati che non
vedevano, che li auscultavano dietro e davanti, ed era tutto quanto potevano
fare, l'udito ancora ce l'avevano.
Poi, incalzati dalla fame, i malati, quelli che ancora potevano camminare,
cominciarono a fuggire dagli ospedali, andavano a morire per la strada,
abbandonati, e le famiglie, se ancora ne avevano, chissà dov'erano, e poi, perché
li sotterrassero, non bastava che qualcuno finisse per inciamparci casualmente,
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dovevano cominciare a puzzare, e anche in questo caso, solo se fossero morti in
un posto di passaggio. Non c'è da stupirsi che i cani siano tanti, alcuni somigliano
già alle iene, le chiazze sul pelo sono già come quelle della putredine, si spostano
correndo con le zampe posteriori retratte, come se avessero paura che i morti e
divorati riacquistassero vita per far loro pagare la vergogna di azzannare chi non si
poteva difendere. Come va fuori, aveva domandato il vecchio dalla benda nera, e
la moglie del medico rispose, Non c'è differenza tra il fuori e il dentro, tra il qua e
il là, tra i pochi e i tanti, tra ciò che abbiamo vissuto e ciò che dovremo vivere, E le
persone, come sono, domandò la ragazza dagli occhiali scuri, Come fantasmi,
essere un fantasma dev'essere questo, avere la certezza che la vita esiste, perché
ce lo dicono quattro sensi, e non poterla vedere, Ci sono molte macchine in giro,
domandò il primo cieco, non riesce proprio a dimenticare che la sua gliel'hanno
rubata, è un cimitero. Né il medico né la moglie del primo cieco fecero domande,
a che scopo, se le risposte sarebbero state tipo queste. Al ragazzino strabico gli
basta la soddisfazione di portare le scarpe sempre sognate, né basta a rattristarlo
il non poterle vedere. è questo, probabilmente, il motivo per cui non cammina
come un fantasma. E tanto meno si meriterebbe di essere definito iena il cane
delle lacrime che segue la moglie del medico, lui non fiuta l'odore della carne
morta, accompagna un paio d'occhi che, lo sa benissimo, sono vivi.
La casa della ragazza dagli occhiali scuri non è lontana, ma a questi affamati
da una settimana soltanto adesso le forze cominciano a tornare, perciò
camminano tanto lentamente, per riposare non possono far altro che sedersi per
terra, non valeva la pena di star lì a preoccuparsi tanto dei colori e del disegno se
in così poco tempo i vestiti sono già di nuovo lerci. La strada dove abita la ragazza
dagli occhiali scuri, oltre che corta, è stretta, il che spiega perché non vi siano
automobili, passare era possibile, a senso unico, ma non restava spazio per
posteggiare, era proibito. E niente di strano che non ci fosse neanche gente, nelle
strade così non sono rari i momenti del giorno in cui non si vede anima viva, Qual
è il numero del tuo palazzo, domandò la moglie del medico, Sette, abito al
secondo piano, a sinistra. Una delle finestre era aperta, in altri tempi sarebbe
stato un segnale che quasi sicuramente c'era gente in casa, ma adesso tutto era
dubbio. Disse la moglie del medico, Non andiamo tutti, saliamo soltanto noi due,
voi aspettate giù. Si capiva che il portone esterno era stato forzato, si vedeva
distintamente che l'incastro del saliscendi era storto, una lunga scheggia di legno
si era completamente separata dal battente. La moglie del medico non ne parlò.
Lasciò andare avanti la ragazza, conosceva la strada, indipendentemente dalla
penombra in cui la scala era immersa. Col nervosismo della fretta, la ragazza dagli
occhiali scuri inciampò due volte, ma pensò fosse meglio riderne, Te l'immagini,
una scala che prima ero capace di salire e scendere a occhi chiusi, così sono le
frasi fatte, non hanno alcuna sensibilità per le mille sottigliezze semantiche,
questa, per esempio, ignora la differenza tra il chiudere gli occhi ed essere ciechi.
Al pianerottolo del secondo piano la porta che cercavano era chiusa. La ragazza
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dagli occhiali scuri fece scivolare la mano sullo stipite finché trovò il pulsante del
campanello, Non c'è luce, le ricordò la moglie del medico, e queste poche parole,
che non facevano altro che ripetere ciò che tutti sapevano, la ragazza le prese
come l'annuncio di una cattiva notizia. Bussò alla porta, una, due, tre volte, la
terza con violenza, a pugni, chiamava, Mammina, paparino, e nessuno veniva ad
aprire, i diminutivi affettuosi non intaccavano la realtà, nessuno le venne a dire,
Figliola mia, finalmente sei arrivata, pensavamo di non vederti più, entra, entra, e
questa signora è una tua amica, si accomodi, si accomodi anche lei, la casa è un
po' in disordine, non ci faccia caso, la porta era sempre chiusa, Non c'è nessuno,
disse la ragazza dagli occhiali scuri, e scoppiò a piangere appoggiata alla porta, col
capo sugli avambracci incrociati, come se stesse implorando con tutto il corpo una
disperata pietà, se non avessimo appreso a sufficienza come sia complicato lo
spirito umano ci meraviglieremmo di quanto desideri i suoi genitori, al punto di
queste manifestazioni di dolore, una ragazza dai costumi tanto liberi, benché non
sia lontano chi abbia già affermato che non esiste né mai è esistita alcuna
contraddizione fra questo e quello. La moglie del medico voleva consolarla, ma
aveva ben poco da dire, si sa che il rimanere molto a lungo nelle proprie case è
diventato praticamente impossibile, Potremmo domandare ai vicini, suggerì, se ce
n'è qualcuno, Sì, andiamo a domandare, disse la ragazza dagli occhiali scuri, ma
non c'era speranza nella sua voce. Cominciarono col bussare alla porta
dell'appartamento accanto sullo stesso pianerottolo, ma anche lì nessuno rispose.
Al piano di sopra le due porte erano aperte. Le case erano state saccheggiate, gli
armadi erano vuoti, nei posti dove si teneva il cibo non ne era rimasta neanche
l'ombra. C'erano segni del recente passaggio di gente, certamente un gruppo
errante, come più o meno lo erano adesso tutti, sempre in giro da una casa
all'altra, da un'assenza all'altra.
Scesero al primo piano, la moglie del medico bussò con le nocche delle dita
alla porta più vicina, dopo un silenzio di attesa una voce roca domandò,
diffidente, Chi è, la ragazza dagli occhiali scuri si fece avanti, Sono io, la vicina del
secondo piano, sto cercando i miei genitori, sa mica dove sono, cosa gli è
accaduto, domandò. Si udirono dei passi strascicati, la porta si aprì e comparve
una donna magrissima, pelle e ossa, squallida, con un'enorme massa di capelli
bianchi arruffati. Una mistura nauseante di odori rancidi e di un indefinibile
marciume fece indietreggiare le due donne. La vecchia strabuzzava gli occhi, li
aveva quasi bianchi, Non so niente dei tuoi genitori, sono venuti a prenderli il
giorno dopo che avevano portato via te, allora ci vedevo ancora. C'è qualcun altro
nel palazzo, Di tanto in tanto sento salire e scendere la scala, ma è gente di fuori,
che viene solo a dormire, E i miei genitori, Ti ho già detto che non ne so niente, E
suo marito, e suo figlio, e sua nuora, Hanno portato via anche loro, E lei no,
perché, Perché mi ero nascosta, Dove, Pensa, a casa tua, Com'è riuscita a entrare,
Dal retro, dalla scala di sicurezza, ho rotto un vetro e ho aperto la porta
dall'interno, la chiave era nella serratura, E come ha potuto, da allora, vivere da
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sola a casa sua, domandò la moglie del medico, Chi altri c'è, sussultò la vecchia
girando la testa, è una mia amica, fa parte del mio gruppo, disse la ragazza dagli
occhiali scuri, E poi non è solo il problema di star da sola, ma il cibo, come ce l'ha
fatta a procurarselo durante tutto questo tempo, insistette la moglie del medico,
Non sono mica stupida, io, mi regolo man mano, Se non vuole, non lo dica, era
solo una curiosità, Sì, sì, ve lo dico, per prima cosa sono andata in tutte le case del
palazzo a recuperare il cibo che c'era, quello che andava a male l'ho mangiato
subito, l'altro l'ho conservato, Ne ha ancora un po', domandò la ragazza dagli
occhiali scuri, No, ormai è finito, rispose la vecchia con improvvisa espressione di
diffidenza negli occhi ciechi, un modo di dire che capita sempre di usare in queste
situazioni, ma che in realtà non è affatto preciso, perché gli occhi, gli occhi
propriamente detti, non hanno alcuna espressione, neanche se li hanno strappati,
sono due biglie che restano lì inerti, sono le palpebre, le ciglia, e anche le
sopracciglia che devono farsi carico delle diverse eloquenze e retoriche visive, la
fama però ce l'hanno gli occhi, E allora, di cosa vive adesso, domandò la moglie
del medico, La morte è per le strade, ma nei giardini la vita non è finita, disse la
vecchia misteriosamente, Cosa vuol dire, Nei giardini ci sono cavoli, ci sono
conigli, ci sono galline, ci sono anche fiori, ma questi non si possono mangiare, E
come fa, Come capita, una volta mi prendo dei cavoli, altre volte ammazzo un
coniglio o una gallina, Crudi, All'inizio accendevo un fuocherello, poi mi sono
abituata alla carne cruda, e i torsoli dei cavoli sono dolci, stia tranquilla che di
fame non morirà la figlia di mia madre. Indietreggiò due passi, quasi scomparve
nel buio dell'appartamento, soltanto gli occhi bianchi brillavano, e poi disse, Se
vuoi andare a casa tua, entra, ti faccio passare. La ragazza dagli occhiali scuri stava
per dire no, grazie mille, non vale la pena, a che scopo se i miei genitori non ci
sono, ma improvvisamente sentì il desiderio di vedere la sua camera, vedere la
mia camera, che stupidaggine, se sono cieca, sfiorare almeno con le mani le
pareti, il copriletto, il cuscino su cui riposava la mia folle testa, i mobili, forse sul
comò c'è ancora il vaso di fiori di cui si ricordava, se la vecchia non l'ha buttato
per terra, per la rabbia di non poterseli mangiare. Disse, Allora, se permette,
approfitto dell'offerta, è molto gentile da parte sua, Entra, entra, ma sai già che
cibo non ne troverai, e quello che ho è poco anche per me, inoltre a te non serve,
non deve piacerti la carne cruda, Non si preoccupi, noi abbiamo da mangiare, Ah,
ce l'avete, in tal caso, per contraccambiare il favore, lasciatemene un po', Glielo
lasceremo, stia tranquilla, disse la moglie del medico. Avevano già superato il
corridoio, il fetore era divenuto insopportabile. Nella cucina, male illuminata dalla
scarsa luce esterna, c'erano pelli di coniglio per terra, piume di gallina, ossa, e sul
tavolo, in un piatto sporco di sangue rappreso, pezzi di carne irriconoscibili, come
se fossero stati masticati più volte, E i conigli, e le galline, cosa mangiano,
domandò la moglie del medico, Cavoli, erba, avanzi, disse la vecchia, Avanzi, di
cosa, Di tutto, perfino di carne, Non mi dica che le galline e i conigli mangiano
carne, I conigli non ancora, ma le galline ne vanno matte, gli animali sono come le
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persone, finiscono per abituarsi a tutto. La vecchia si muoveva con sicurezza,
senza inciampare, scostò una sedia dal cammino come se la vedesse, poi indicò la
porta che dava sulla scala di sicurezza, Per di lì, state attente, non scivolate, il
corrimano non è molto saldo, E la porta, domandò la ragazza dagli occhiali scuri,
La porta basta spingerla, la chiave ce l'ho io, dev'essere lì, è mia, stava per dire la
ragazza, ma nello stesso istante pensò che la chiave non le sarebbe servita a
niente se i genitori, o chi per loro, avessero portato via le altre, quelle della porta
principale, non poteva mica star lì a chiedere alla vicina di lasciarla passare ogni
volta che avesse voluto entrare e uscire. Sentì una leggera stretta al cuore, forse
perché stava per entrare a casa sua, o forse perché sapeva che i genitori non ci
sarebbero stati, o chissà perché altro.
La cucina era pulita e ordinata, la polvere sui mobili non era eccessiva, altro
vantaggio del tempo piovoso, oltre a quello di aver fatto crescere cavoli ed erba,
infatti i giardini, visti dall'alto, erano parsi alla moglie del medico delle foreste in
miniatura, E i conigli, saranno in libertà, si domandò, sicuramente no,
probabilmente continuavano a vivere nelle conigliere, in attesa di quella mano
cieca che dopo aver loro portato le foglie di lattuga li avrebbe afferrati per le
orecchie e tirati fuori sgambettanti, mentre l'altra mano prepara il colpo cieco che
gli sconocchierà le vertebre all'altezza del cranio. La memoria della ragazza dagli
occhiali scuri l'aveva condotta qua e là dentro l'appartamento, come la vecchia
del piano di sotto anche lei non inciampò né esitò, il letto dei genitori era disfatto,
dovevano esser venuti a prenderli all'alba, si sedette lì a piangere, la moglie del
medico andò a sedersi accanto a lei, le disse, Non piangere, quali altre parole si
possono dire, che senso hanno le lacrime quando il mondo ha perduto ogni
senso. Nella camera della ragazza, sul comò, c'era un vaso di vetro con un mazzo
di fiori ormai secchi, l'acqua era evaporata, fu lì che le mani cieche si diressero, le
dita sfiorarono i petali morti, com'è fragile la vita, se la si abbandona. La moglie
del medico aprì la finestra, guardò fuori per la strada, erano tutti là, seduti per
terra, in paziente attesa, il cane delle lacrime fu l'unico ad alzare la testa, avvisato
dall'udito finissimo. Il cielo, di nuovo coperto, cominciava a scurirsi, stava
giungendo la notte. Pensò che non avrebbero avuto bisogno di andare in cerca di
un rifugio dove dormire, si sarebbero fermati qui, Alla vecchia non piacerà che le
passiamo tutti per casa, mormorò. In quel momento la ragazza dagli occhiali scuri,
toccandole la spalla, diceva, Le chiavi erano infilate nella serratura, non le hanno
portate via. La difficoltà, ammesso che lo fosse, era quindi risolta, non avrebbero
dovuto sopportare il malumore della vecchia del primo piano, Scendo a chiamarli,
fra poco sarà buio, che bello, almeno per oggi possiamo dormire in una casa,
sotto un tetto, disse la moglie del medico, Voi prenderete il letto dei miei genitori,
Poi vedremo, Qui comando io, sono a casa mia, Hai ragione, come vuoi, la moglie
del medico abbracciò la ragazza, poi scese giù a prendere la compagnia. Su per le
scale, parlando animatamente, ogni tanto inciampando sui gradini malgrado la
guida avesse detto, Sono dieci per ogni rampa, sembrava venissero in visita. Il
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cane delle lacrime li seguiva tranquillamente, come se fosse cosa di tutti i giorni.
Sul pianerottolo, la ragazza dagli occhiali scuri guardava in basso, come si fa
quando sale qualcuno, sia per sapere di chi si tratta, se non è gente conosciuta,
sia per accogliere festosamente a parole, se sono amici, in questo caso non c'era
bisogno di avere occhi per sapere chi stava arrivando, Entrate, entrate,
accomodatevi. La vecchia del primo piano era comparsa a sbirciare alla porta, ha
creduto che il trambusto fosse dovuto a una di quelle bande che compaiono per
passare la notte, e in questo non si sbagliava, domandò, Chi c'è, e la ragazza dagli
occhiali scuri rispose da sopra, è il mio gruppo, la vecchia si confuse, Com'era
riuscita ad arrivare al pianerottolo, ma lo capì immediatamente e si irritò con se
stessa per non essersi ricordata di cercare e recuperare le chiavi delle porte
principali, era come se stesse perdendo i diritti di proprietà di un palazzo del
quale, ormai da mesi, era l'unica abitante. Non trovò modo migliore di
compensare la repentina frustrazione che dire, aprendo la porta, Guardate che
dovete darmi qualcosa da mangiare, non ve ne dimenticate. E siccome non le
risposero né la moglie del medico né la ragazza dagli occhiali scuri, l'una occupata
a guidare il gruppo in arrivo, l'altra ad accoglierlo, gridò acida, Avete sentito, e
fece malissimo, perché il cane delle lacrime, che in quel preciso istante le passava
davanti, attaccò ad abbaiarle contro furiosamente, la vecchia cacciò un urlo
spaventata e s'infilò precipitosamente in casa, sbattendo la porta, Chi è quella
strega, domandò il vecchio dalla benda nera, sono cose che si dicono quando non
sappiamo avere occhi per guardare noi stessi, ci avesse vissuto lui come ha
vissuto lei, e vorremmo vedere quanto gli durerebbero le maniere civili.
Non c'era altro cibo all'infuori di quello che avevano portato nei sacchetti,
l'acqua dovevano risparmiarla fino all'ultima goccia, e quanto all'illuminazione, fu
una bella fortuna che avessero trovato due candele nella dispensa della cucina,
messe via per sopperire a occasionali mancanze di energia e che la moglie del
medico accese a proprio beneficio, gli altri non ne avevano bisogno, avevano già
una luce dentro la testa, talmente forte da averli accecati. Non avevano i
compagni che questo poco, eppure finì per essere una festa di famiglia, una di
quelle feste, rare, dove quel che possiede ciascuno è di tutti. Prima di sedersi a
tavola, la ragazza dagli occhiali scuri e la moglie del medico scesero al piano di
sotto per adempiere alla promessa, o forse sarebbe più esatto dire per soddisfare
la richiesta, di pagare col cibo il passaggio per quella dogana. La vecchia li accolse
lagnosa, imbronciata, quel maledetto cane che solo per un miracolo non l'aveva
divorata, Dovete avere cibo in abbondanza per poter mantenere una belva del
genere, insinuò, come se si aspettasse, tramite quell'osservazione recriminatoria,
di suscitare nelle due emissarie qualcosa che definiremmo rimorsi di coscienza,
veramente, si sarebbero dette, non sarebbe umano lasciar morire di fame una
povera vecchia mentre un bruto animale si nutre a crepapelle. Ma le due donne
non tornarono di certo indietro per andare a prendere dell'altro cibo, quanto le
avevano portato era già una porzione generosa, tenendo conto delle difficoltà
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della vita di oggigiorno, e, inaspettatamente, fu così che l'intese la vecchia del
piano di sotto, in fin dei conti meno malvagia di quanto sembrava, che rientrò a
prendere le chiavi del retro di casa, dicendo poi alla ragazza dagli occhiali scuri,
Prendi, è la tua chiave, e come se non bastasse, nel chiudere la porta, aggiunse
mormorando, Grazie mille. Le due donne risalirono meravigliate, in definitiva
quella strega dei sentimenti ce li aveva, Non era cattiva, è che il fatto di esser
rimasta sola deve averla mandata fuori di testa, commentò la ragazza dagli
occhiali scuri senza pensare a ciò che diceva. La moglie del medico non rispose,
decise di rinviare la conversazione, e solo quando tutti gli altri erano ormai
coricati, e alcuni addormentati, tutte e due sedute in cucina come madre e figlia a
riprendere le forze per completare le faccende di casa, la moglie del medico le
domandò, E tu, cosa farai adesso, Niente, resto qui ad aspettare che tornino i miei
genitori, Da sola e cieca, Alla cecità mi sono abituata, E alla solitudine, Dovrò
abituarmi, anche la vicina del piano di sotto vive da sola, Vuoi forse diventare
come lei, cibarti di cavoli e carne cruda finché dureranno, nei palazzi qui intorno
sembra che non abiti più nessuno, finirete tutte e due con l'odiarvi per paura che
il cibo finisca, ogni torsolo trovato lo ruberete alla bocca dell'altra, tu non hai visto
quella povera donna, della casa hai sentito soltanto l'odore, ma ti dico che
neanche il posto dove vivevamo era così ripugnante, Prima o poi saremo tutti
come lei, e poi sarà finita, non ci sarà altra vita, Per il momento siamo ancora vivi,
Ascolta, tu sai molte più cose di me, al tuo confronto io sono soltanto una povera
ignorante, ma penso che siamo già morti, siamo ciechi perché siamo morti,
oppure, se preferisci che te lo dica diversamente, siamo morti perché siamo
ciechi, il risultato è lo stesso, Io ci vedo ancora, Fortunatamente per te,
fortunatamente per tuo marito, per me, per gli altri, ma non sai se continuerai a
vedere, qualora diventassi cieca saresti uguale a noi, finiremo tutti come la vicina
di sotto, Oggi è oggi, domani è un altro giorno, e io la responsabilità ce l'ho oggi,
non domani, se sarò cieca, Responsabilità di cosa, La responsabilità di avere gli
occhi quando gli altri li hanno perduti, Non puoi guidare o dare da mangiare a
tutti i ciechi del mondo, Dovrei, Ma non puoi, Aiuterò per quanto sarà nelle mie
possibilità, So bene che lo farai, se non fosse per te forse non sarei più viva, E
adesso non voglio che tu muoia, Devo restare, è un mio obbligo, questa è la mia
casa, voglio che i miei genitori mi trovino qui se torneranno, Se torneranno, l'hai
detto tu stessa, e resta da sapere se saranno ancora i tuoi genitori, Non capisco,
Hai detto che la vicina di sotto era una brava persona, Poverina, Poverini i tuoi
genitori, poverina te, quando vi incontrerete, ciechi negli occhi e ciechi nei
sentimenti, perché i sentimenti con i quali abbiamo vissuto e che ci hanno fatto
vivere come eravamo sono nati perché avevamo gli occhi, senza di essi i
sentimenti si trasformeranno, non sappiamo come, non sappiamo in quali, tu dici
che siamo morti perché siamo ciechi, dunque, Tu ami tuo marito, Sì, quanto me
stessa, ma se diventassi cieca, se dopo esserlo diventata non fossi più quella di
prima, chi sarei per poter continuare ad amarlo, e di che amore. Anche prima,
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quando vedevamo, c'erano i ciechi, In confronto, pochi, i normali sentimenti
erano quelli di chi vedeva, quindi i ciechi si regolavano sui sentimenti degli altri,
non da ciechi quali erano, adesso, invece, stanno venendo fuori gli autentici
sentimenti dei ciechi, e siamo appena all'inizio, stiamo ancora vivendo del ricordo
di ciò che sentivamo, non hai bisogno degli occhi per sapere com'è la vita oggi, se
mi avessero detto che un giorno avrei ammazzato l'avrei presa per un'offesa,
eppure ho ammazzato, Allora, cosa vuoi che faccia, Vieni con me, vieni a casa
nostra, E loro, Ciò che vale per te vale per loro, ma è soprattutto a te che voglio
bene, Perché, Me lo domando anch'io il perché, forse perché per me sei diventata
come una sorella, forse perché mio marito è stato a letto con te, Perdonami, Non
è un delitto per cui serva il perdono, Ti succhieremo il sangue, saremo come dei
parassiti, Non ne mancavano neppure quando vedevamo, e quanto al sangue, a
qualcosa dovrà pur servire, oltre che a mantenere il corpo che lo trasporta, e
adesso andiamo a dormire, domani è un'altra vita.
Un'altra vita, o la stessa. Il ragazzino strabico, quando si svegliò, volle
andare al gabinetto, aveva la diarrea, debole com'era qualcosa gli aveva fatto
male, ma ci si accorse subito che non era possibile entrarci, a quanto pare la
vecchia del piano di sotto si era servita a turno di tutti i gabinetti del palazzo fino
a non poterli più usare, solo per una straordinaria coincidenza nessuno dei sette,
ieri, prima di andare a coricarsi, ha avuto bisogno di soddisfare le urgenze del
bassoventre, altrimenti già lo sapremmo. Adesso le sentivano tutti, e più di tutti il
povero ragazzo che non riusciva più a trattenersi, in effetti, per quanto ci costi
ammetterlo, anche queste sporche realtà della vita vanno considerate in un
racconto, con le budella in pace chiunque può avere delle idee, discutere, per
esempio, se esista un rapporto diretto fra gli occhi e i sentimenti, o se il senso di
responsabilità sia la naturale conseguenza di una buona visione, ma quando la
tortura incalza, quando il corpo ci fa impazzire di dolore e angoscia, allora sì, si
vede che povero animale siamo. Il giardino, esclamò la moglie del medico, e
aveva ragione, se non fosse così presto ci troveremmo anche la vicina del piano di
sotto, è ora di smetterla di chiamarla vecchia, come abbiamo fatto in senso
peggiorativo, sarebbe già lì, dicevamo, accovacciata, circondata dalle galline, e
perché, chi ha domandato il perché sicuramente non sa come sono le galline.
Comprimendosi la pancia, sostenuto dalla moglie del medico, il ragazzino strabico
scese le scale ansiosamente, è già tanto se è riuscito a tenersela fin qui, poverino,
di più non gli si chieda, agli ultimi gradini lo sfintere aveva ormai rinunciato a
resistere alla pressione interna, immaginatevi le conseguenze. Gli altri cinque,
intanto, stavano scendendo come potevano giù per la scala di sicurezza, una
definizione azzeccata, se ancora era rimasto loro un po' di pudore dopo il periodo
passato in quarantena, era ora di perderlo. Sparpagliati per il giardino, gemendo
per lo sforzo, soffrendo per un residuo di inutile vergogna, fecero quel che andava
fatto, anche la moglie del medico, ma lei, guardandoli, piangeva, piangeva per
tutti loro, che pare non possano più fare neanche questo, piangere, suo marito, il
147
primo cieco e la moglie, la ragazza dagli occhiali scuri, il vecchio dalla benda nera,
questo ragazzo, li vedeva accoccolati sull'erba, fra gli steli nodosi dei cavoli, con le
galline lì a sbirciare, era sceso anche il cane delle lacrime, uno in più. Si pulirono
alla meglio, poco e male, chi con manciate d'erba, chi con cocci di mattone, dove
il braccio era riuscito ad arrivare, in qualche caso fu peggiore il rimedio. Risalirono
per la scala di sicurezza in silenzio, la vicina del primo piano non comparì a
domandare chi erano, da dove venivano, dove andavano, magari stava ancora
dormendo dopo aver ben digerito la cena, e, quando entrarono in casa, prima
non seppero di cosa parlare, poi la ragazza dagli occhiali scuri disse che non
potevano restare in quello stato, la verità è che acqua per lavarsi non ce n'era,
peccato non stesse piovendo a dirotto, come ieri, sarebbero usciti di nuovo nel
giardino, ma adesso nudi e senza vergognarsi, avrebbero accolto sul capo e sulle
spalle l'acqua generosa del cielo, l'avrebbero sentita scivolare giù lungo la schiena
e sul petto, fra le gambe, avrebbero potuto raccoglierla con le mani finalmente
pulite e, con quella coppa, darla da bere a un assetato, non importava chi fosse,
magari le labbra avrebbero sfiorato leggermente la pelle prima di trovare l'acqua
e, vista la gran sete, ansiosamente avrebbero raccolto nella concavità le ultime
gocce, così risvegliando, chissà, un'altra secchezza. Alla ragazza dagli occhiali
scuri, come altre volte si è osservato, quel che la rovina è l'immaginazione, guarda
cosa doveva pensare in una situazione del genere, tragica, grottesca, disperata.
Malgrado tutto, non le manca un certo senso pratico, prova ne fu che andò ad
aprire l'armadio della sua camera, poi quello dei genitori, e rientrò con un bel po'
di asciugamani e lenzuola, Puliamoci con questi, disse, è meglio di niente, e
indubbiamente fu una buona idea, quando si sedettero per mangiare si sentivano
altri.
Seduti a tavola, la moglie del medico espose il proprio pensiero, è giunto il
momento di decidere cosa dobbiamo fare, sono convinta che tutti quanti siano
ciechi, almeno come tali si comportavano le persone che ho visto fino a ora, non
c'è acqua, non c'è elettricità, non ci sono rifornimenti di alcun tipo, ci ritroviamo
nel caos, il vero caos dev'essere questo, Ci sarà pure un governo, disse il primo
cieco, Non credo, ma, nel caso ci fosse, sarebbe un governo di ciechi che vogliono
governare dei ciechi, e cioè, il nulla che pretende di organizzare il nulla, Allora non
c'è futuro, disse il vecchio dalla benda nera, Non so se ci sarà futuro, ma adesso si
tratta di sapere come potremo vivere in questo presente, Senza futuro il presente
non serve, è come se non esistesse, Può darsi che l'umanità riesca a vivere senza
occhi, ma allora non sarà più umanità, il risultato è evidente, chi di noi si
considera ancora altrettanto umano di quanto credeva di essere prima, io per
esempio ho ammazzato un uomo, Hai ammazzato un uomo, si meravigliò il primo
cieco, Sì, quello che comandava nell'altra camerata, gli ho conficcato le forbici in
gola, Hai ammazzato per vendicarci, a vendicare le donne doveva essere una
donna, disse la ragazza dagli occhiali scuri, e se la vendetta è giusta, è cosa
umana, se la vittima non avesse un diritto sul carnefice, allora non ci sarebbe
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giustizia, Né umanità, aggiunse la moglie del primo cieco, Torniamo al punto,
disse la moglie del medico, se rimaniamo insieme forse riusciremo a sopravvivere,
se ci separiamo saremo inghiottiti dalla massa e distrutti, Hai detto che ci sono
gruppi di ciechi organizzati, osservò il medico, ciò significa che si stanno
inventando nuove maniere di vivere, non è detto che finiremo distrutti, come
prevedi, Non so fino a qual punto siano realmente organizzati, li vedo solo
aggirarsi in cerca di un pò di cibo e di un posto dove dormire, niente di più, Siamo
regrediti all'orda primitiva, disse il vecchio dalla benda nera, con la differenza che
non siamo più qualche migliaio di uomini e donne in una natura immensa e
intatta, ma migliaia di milioni in un mondo spolpato ed esaurito, E cieco, aggiunse
la moglie del medico, quando comincerà a farsi difficile trovare acqua e cibo,
sicuramente questi gruppi si disgregheranno, ognuno penserà di poter
sopravvivere meglio da solo, non dovrà spartire con altri, qualsiasi cosa potrà
arraffare sarà sua, e di nessun altro, I gruppi già esistenti avranno pure dei capi,
qualcuno che comandi e organizzi, ricordò il primo cieco, Forse, ma in tal caso chi
comanda è altrettanto cieco di chi viene comandato, Tu non sei cieca, disse la
ragazza dagli occhiali scuri, perciò sei stata tu a comandare e organizzare, Io non
comando, organizzo ciò che posso, sono unicamente gli occhi che voi non avete
più, Una specie di capo naturale, un re dotato di occhi in una terra di ciechi, disse
il vecchio dalla benda nera, Se è così, allora lasciatevi guidare dai miei occhi
fintanto che dureranno, e perciò propongo che, invece di disperderci, la ragazza in
questa casa, voi nella vostra, tu nella tua, continuiamo a vivere insieme, Possiamo
restare qui, disse la ragazza dagli occhiali scuri, La nostra casa è più grande,
Supponendo che non sia occupata, rammentò la moglie del primo cieco, Quando
ci arriveremo lo sapremo, e casomai ritorneremo qui, o potremmo andare a
vedere la vostra, o la tua, aggiunse rivolgendosi al vecchio dalla benda nera, e lui
rispose, Io non ho casa, vivevo da solo in una camera, Non hai famiglia, domandò
la ragazza dagli occhiali scuri, Nessuno, Né moglie, né figli, né fratelli, Nessuno, Se
i miei genitori non torneranno, anch'io sarò sola come te, Io sto con te, disse il
ragazzino strabico, ma non aggiunse, Se mia madre non tornerà, non ha posto
questa condizione, strano comportamento, o forse mica tanto strano, i giovani si
adattano rapidamente, hanno tutta la vita davanti. Cosa decidete, domandò la
moglie del medico, Vengo con voi, disse la ragazza dagli occhiali scuri, ti chiedo
solo di accompagnarmi qui almeno una volta alla settimana, nel caso i miei
genitori tornassero, Lascia le chiavi alla vicina di sotto, Non c'è altro da fare, non
potrà portarsi via più di quanto abbia già fatto, Distruggerà tutto, Dopo questa
mia visita, forse no, Anche noi veniamo con voi, disse il primo cieco, vorremmo
solo, il più presto possibile, passare da casa nostra per sapere cosa è accaduto, Ci
passeremo, è chiaro, Dalla mia non vale la pena, vi ho già detto cos'era, Ma verrai
con noi, Sì, a una condizione, a prima vista potrebbe sembrare scandaloso che
qualcuno anteponga condizioni a un favore che gli si vuole fare, ma certi vecchi
sono così, tanto più orgogliosi quanto meno tempo hanno davanti, Qual è la
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condizione, domandò il medico, Quando comincerò a diventare un peso
insopportabile, vi chiedo di dirmelo, e se, per amicizia o compassione, deciderete
di tacere, spero di avere ancora abbastanza giudizio in testa per fare ciò che devo,
E cosa sarebbe, si può sapere, domandò la ragazza dagli occhiali scuri, Ritirarmi,
allontanarmi, scomparire, come facevano un tempo gli elefanti, ho sentito dire
che negli ultimi tempi non era più così, nessun elefante riusciva a invecchiare, Tu
non sei esattamente un elefante, Esattamente non sono più neppure un uomo,
Soprattutto se cominci a dare risposte da bambino, ribatté la ragazza dagli
occhiali scuri, e la discussione finì qui.
I sacchetti di plastica sono molto più leggeri di com'erano all'arrivo, non c'è
da stupirsi, ci ha mangiato anche la vicina del primo piano, per ben due volte, la
prima ieri sera, e oggi le hanno lasciato ancora qualcosa quando le hanno chiesto
di tenere le chiavi e custodirle fino alla comparsa dei loro legittimi proprietari,
tanto per addolcirle la bocca, che siamo già sufficientemente edotti sul suo
carattere, per non parlare poi del cane delle lacrime, ha mangiato anche lui, solo
un cuore di pietra sarebbe stato capace di fingersi indifferente davanti a quegli
occhi supplici, ma, a proposito, dove si è ficcato il cane, in casa non c'è, dalla
porta non è uscito, può essere soltanto nel giardino, andò la moglie del medico ad
accertarsene, e infatti era così, il cane delle lacrime stava divorando una gallina,
l'attacco era stato talmente rapido che quella non ebbe neppure il tempo di
lanciare un segnale d'allarme, ma se la vecchia del primo piano avesse gli occhi e
le galline contate, non si sa che fine farebbero le chiavi, per la rabbia. Tra la
consapevolezza di aver commesso un delitto e la percezione che l'umana creatura
da lui protetta se ne stava andando via, il cane delle lacrime ebbe solo un attimo
di esitazione, si mise immediatamente a scavare nel terreno molle, e prima che la
vecchia del primo piano spuntasse sul pianerottolo della scala di sicurezza
fiutando la fonte dei rumori che le stavano entrando in casa, la carcassa della
gallina era già sotterrata, celato il crimine, rinviato ad altra occasione il rimorso. Il
cane delle lacrime se la svignò su per la scala, sfiorò per un soffio le sottane della
vecchia, che non si accorse neppure del pericolo appena scampato, e andò a
piazzarsi accanto alla moglie del medico, dove annunciò ai venti l'impresa
compiuta. La vecchia del primo piano, sentendo abbaiare con tale ferocia,
temette, ma noi sappiamo quanto tardi, troppo, per la sicurezza della dispensa, e
si mise a gridare allungando il collo verso l'alto, Quel cane deve stare legato,
finisce che mi ammazza una gallina, Stia tranquilla, rispose la moglie del medico, il
cane non ha fame, ha già mangiato, e adesso ce ne stiamo andando, Adesso,
ripeté la vecchia con una sorta di spossatezza nella voce che sembrava pena, era
come se volesse farsi intendere in modo ben diverso, per esempio, Mi lasciate qui
da sola, ma non aggiunse una parola di più, solo quell'Adesso che non chiedeva
neppure risposta, anche i duri di cuore provano qualche dispiacere, e quello di
questa donna fu tale che poi non volle aprire la porta per salutare quegli
sventurati ai quali aveva concesso libero passaggio per casa sua. Li sentì scendere
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la scala, si parlavano, dicevano, Attenzione, non inciampare, Mettimi la mano
sulla spalla, Tieniti al corrimano, sono parole di sempre, ma adesso, in questo
mondo di ciechi, più comuni, quel che le parve strano fu sentire una delle donne
dire, Qui è talmente buio che non riesco a vedere, che la cecità di questa donna
non fosse bianca era già, di per sé, sorprendente, ma che lei non potesse vedere
perché era buio, cosa mai poteva significare. Voleva pensare, si sforzò, ma la testa
svanita non le diede alcun aiuto, poco dopo stava dicendo fra sé e sé, Avrò sentito
male, dev'essere così. Per la strada, la moglie del medico si ricordò di quel che
aveva detto, doveva stare più attenta alle parole, muoversi come chi abbia gli
occhi, poteva farlo, Ma le parole devono essere da cieca, pensò.
Riuniti sul marciapiede, dispose i compagni in due file di tre, nella prima
mise il marito e la ragazza dagli occhiali scuri, con il ragazzino strabico in mezzo,
nella seconda fila il vecchio dalla benda nera e il primo cieco, uno per lato
dell'altra donna. Voleva averli tutti vicini, non nella solita e fragile fila indiana che
poteva rompersi in qualunque momento, bastava che via facendo s'incrociassero
con un gruppo più numeroso o più brusco e sarebbe successo come in mare, un
piroscafo che tronca in due una feluca che gli si è messa davanti, sono ben note le
conseguenze di simili incidenti, naufragio, rottami, gente annegata, inutili grida di
aiuto nella vastità, e il piroscafo è già lontano, non si è neppure accorto
dell'investimento, così sarebbe capitato a questi qui, un cieco qui, uno là, sperduti
nelle disordinate correnti degli altri ciechi, come le onde del mare che non si
trattengono e non sanno dove vanno, e la moglie del medico lì, senza sapere
neppure lei chi soccorrere per primo, acchiappando il marito, forse il ragazzino
strabico, ma perdendo la ragazza dagli occhiali scuri, gli altri due, il vecchio dalla
benda nera ormai lontanissimo, diretto al cimitero degli elefanti. Ma eccola lì, sta
passando intorno a tutti loro e poi a se stessa una corda fatta intrecciando strisce
di stoffa mentre gli altri dormivano, Non vi ci afferrate, disse, invece sì, afferratela
con tutta la forza che avete, non lasciatela in nessun caso, qualsiasi cosa accada.
Non dovevano camminare troppo vicini per non inciampare fra di loro, ma
avrebbero dovuto sentire la prossimità dei propri vicini, se possibile il contatto,
soltanto uno di loro non aveva bisogno di preoccuparsi di questi nuovi problemi
tattici di avanzamento sul terreno, ed era il ragazzino strabico, che procedeva in
mezzo, protetto da tutti i lati. A nessuno dei nostri ciechi è venuto in mente di
domandare in che modo navigano gli altri gruppi, se camminano anch'essi così
legati, con lo stesso o con altri sistemi, ma la risposta sarebbe facile, a quel che si
è potuto osservare i gruppi, salvo il caso di qualcuno più coeso per motivi
intrinseci e che noi non conosciamo, generalmente continuano a perdere e ad
acquistare aderenti nel corso della giornata, c'è sempre un cieco che si disorienta
e si perde, un altro che viene acchiappato per forza di gravità e viene trascinato,
può darsi che lo accettino, può darsi che lo caccino, dipende da quel che porta
con sé. La vecchia del primo piano ha aperto lentamente la finestra, non vuole si
sappia di questa sua debolezza sentimentale, ma dalla strada non sale nessun
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brusio, se ne sono già andati, hanno lasciato questo posto dove non passa quasi
nessuno, la vecchia dovrebbe essere contenta, così non dovrà dividere con altri le
sue galline e i suoi conigli, dovrebbe esserlo, ma non lo è, dagli occhi ciechi le
spuntano due lacrime, per la prima volta si è domandata se avesse una ragione
per continuare a vivere. Non ha trovato risposta, le risposte non vengono
ogniqualvolta sono necessarie, come del resto succede spesse volte che il
rimanere semplicemente ad aspettarle sia l'unica risposta possibile.
Dalla strada che avevano preso sarebbero passati a due isolati dalla casa
dove il vecchio dalla benda nera aveva la sua camera da uomo solo, ma avevano
già deciso di proseguire, cibo là non ce n'è, di vestiti non ha bisogno, i libri non
può leggerli. Le strade sono piene di ciechi che vanno a caccia di cibo. Entrano ed
escono dai negozi, a mani vuote ci entrano, a mani vuote ne escono quasi
sempre, poi discutono fra loro la necessità o il vantaggio di lasciare questo
quartiere e andare a racimolare qualcosa in altre parti della città, il grande
problema è che, così come stanno le cose, senza acqua corrente, senza energia
elettrica, con le bombole di gas vuote, e per giunta con il pericolo di accendere
fuochi dentro casa, non si può cucinare, supponendo che sapessimo dove andare
a rimediare il sale, l'olio, i condimenti, nell'ipotesi di voler preparare una pietanza
con qualche traccia di sapori all'antica, perché se si trattasse di verdure
basterebbe una sbollentata e ci riterremmo soddisfatti, come del resto per la
carne, oltre che i conigli e le galline di sempre, serviremmo i cani e i gatti che
eventualmente si facessero acchiappare, ma, siccome l'esperienza è veramente
maestra di vita, perfino questi animali, prima domestici, hanno imparato a
diffidare delle carezze, adesso cacciano in gruppo e in gruppo si difendono dai
cacciatori, e siccome grazie a Dio hanno ancora gli occhi, sanno meglio come
sgattaiolare, e attaccare, se è necessario. Tutte queste circostanze e ragioni
hanno portato a concluderne che gli alimenti migliori per gli esseri umani sono
quelli inscatolati, non solo perché in molti casi sono già cotti, pronti per essere
consumati, ma anche per la facilità del trasporto e la comodità dell'utilizzo. è vero
che in tutte le lattine, vasetti e scatolami vari che contengono questo tipo di
alimenti è menzionata la data dopo la quale il consumo non è più conveniente, se
non addirittura, in certi casi, pericoloso, ma la saggezza popolare non ha tardato a
mettere in circolazione un detto in un certo senso irrefutabile, simmetrico di
quell'altro che ora non si usa più, occhio non vede cuore non duole, si diceva,
adesso l'occhio che non vede gode di uno stomaco insensibile, perciò si mangiano
un mucchio di schifezze. In testa al gruppo, la moglie del medico fa mentalmente
il bilancio del cibo che hanno ancora, al massimo basterà per un pasto, senza
contare il cane, ma che lui se la sbrighi coi propri mezzi, quelli che tanto bene gli
son serviti per acchiappare la gallina per il collo e spezzarle la voce e la vita. Ha in
casa, se ben rammenta, e se non è entrato nessuno, una discreta quantità di
scatolame, giusto per una coppia, ma qui sono in sette a mangiare, la riserva
durerà poco, anche se si adotta un rigido razionamento di base. Domani, uno di
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questi giorni, dovrà tornare al magazzino sotterraneo del supermercato, dovrà
decidere se andarci da sola o chiedere al marito di accompagnarla, o al primo
cieco, che è più giovane e più agile, la scelta è fra la possibilità di recuperare una
maggior quantità di cibo e la rapidità dell'azione, ivi comprese, da non
dimenticare, le condizioni della ritirata. La spazzatura per le strade, che da ieri
sembra raddoppiata, gli escrementi umani, mezzi liquefatti dalla pioggia violenta
di ieri o di prima, pastosi o diarroici quelli che stanno eliminando mentre
passiamo questi uomini e queste donne, saturano di fetore l'atmosfera, come una
nebbia densa attraverso cui è possibile avanzare solo con grande sforzo. In una
piazza circondata da alberi, con una statua al centro, una muta di cani divora un
uomo. Dovrebbe essere morto da poco, le membra non sono rigide, lo si nota
quando i cani lo scuotono per strappare dall'osso la carne afferrata coi denti. Un
corvo saltella qua e là in cerca di un varco per avvicinarsi anche lui al manicaretto.
La moglie del medico ha sviato lo sguardo, ma era troppo tardi, il vomito le è
salito irrefrenabile dalle viscere, due, tre volte, come se il suo stesso corpo,
ancora vivo, fosse scosso da altri cani, la muta della disperazione assoluta, sono
arrivato qui, qui voglio morire. Il marito domandò, Cos'hai, gli altri, uniti dalla
corda, si strinsero di più, d'improvviso spaventati, Cos'è successo, Ti ha fatto male
il cibo, Qualche cosa che era andata a male, Io non sento niente, Neanche io.
Meglio per loro, potevano sentire soltanto l'agitazione delle bestie, un repentino
e insolito gracchiare di corvo, nella confusione uno dei cani gli aveva morso
un'ala, di sfuggita, senza cattive intenzioni, allora la moglie del medico disse, Non
l'ho potuto evitare, scusatemi, ma qui ci sono dei cani che ne stanno mangiando
un altro, Stanno mangiando il nostro cane, domandò il ragazzino strabico, No, il
nostro, come dici tu, è vivo, gli sta girando intorno, ma non si avvicina, Dopo la
gallina che ha mangiato, non dovrà avere molta fame, disse il primo cieco, Stai un
po' meglio, domandò il medico, Sì, sì, andiamocene via, E il nostro cane, domandò
di nuovo il ragazzino strabico, Il cane non è nostro, è soltanto venuto con noi,
probabilmente adesso si fermerà con questi, forse già prima era insieme a loro,
ha ritrovato gli amici, Voglio fare la cacca, Qui, Non sto tanto bene, mi fa male la
pancia, si lagnò il ragazzo. Si scaricò lì stesso, come gli fu possibile, la moglie del
medico vomitò ancora una volta, ma le sue ragioni erano diverse. Attraversarono
poi l'ampia piazza, e quando arrivarono sotto l'ombra degli alberi, la moglie del
medico si guardò indietro. Erano comparsi altri cani, c'era già una disputa su
quanto ne restava del corpo. Stava arrivando il cane delle lacrime, col muso
rasente al suolo come se stesse seguendo una pista, questione di abitudine,
perché stavolta il semplice sguardo bastava per ritrovare colei che cercava.
La camminata continua, la casa del vecchio dalla benda nera ormai è laggiù,
adesso procedono in un ampio viale, con alti e lussuosi edifici da un lato e
dall'altro. Le automobili, qui, sono costose, grandi e comode, perciò si vedono
tanti ciechi che vi dormono dentro, e, a giudicare dalle apparenze, un'enorme
limousine è stata addirittura trasformata in residenza fissa, probabilmente perché
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è più facile ritornare a una macchina che a una casa, i suoi occupanti faranno
esattamente come si faceva in quarantena per ritrovare il letto, procedere
palpeggiando e contando le automobili partendo dall'angolo, ventisette, lato
sinistro, eccomi a casa. L'edificio davanti alla cui porta si trova la limousine è una
banca. La macchina ha portato il presidente del consiglio di amministrazione alla
settimanale riunione plenaria, la prima che si teneva da quando si era annunciata
l'epidemia di mal bianco, e non c'è stato il tempo di portarla nel garage
sotterraneo, dove avrebbe atteso la fine delle discussioni. L'autista è diventato
cieco mentre il presidente stava per entrare nell'edificio, dalla porta principale,
come piaceva a lui, ha lanciato un grido, stiamo parlando dell'autista, ma lui,
stiamo parlando del presidente, non lo ha sentito. La riunione, peraltro, non
sarebbe poi stata tanto plenaria quanto lasciava presumere la sua definizione,
negli ultimi giorni erano diventati ciechi vari membri del consiglio. Il presidente
non è arrivato neppure ad aprire la seduta, il cui ordine del giorno prevedeva
giustappunto la discussione e i provvedimenti da adottare nel caso finissero per
diventare ciechi tutti i membri del consiglio di amministrazione effettivi e
supplenti, e non è riuscito neanche a entrare nella sala delle riunioni perché,
mentre l'ascensore lo portava al quindicesimo piano, esattamente fra il nono e il
decimo, è mancata la corrente elettrica, per non tornare più. E siccome una
disgrazia non viene mai da sola, nello stesso istante sono diventati ciechi anche gli
elettricisti addetti alla manutenzione del sistema interno di energia e, di
conseguenza, anche del generatore, di vecchio modello, non automatico, che da
tempo era da sostituire, col risultato, come si è detto, che l'ascensore è rimasto
fermo fra il nono e il decimo piano. Il presidente ha visto diventare cieco
l'ascensorista che lo accompagnava, egli stesso ha perso la vista un'ora dopo, e
siccome l'energia non è tornata e quel giorno i casi di cecità all'interno della
banca si sono moltiplicati, è quasi sicuro che i due siano ancora chiusi lì dentro,
morti, inutile dirlo, rinchiusi in una tomba di acciaio e perciò fortunatamente in
salvo dai cani divoratori.
Non essendoci testimoni, e se ci sono stati non risulta siano stati
interpellati per riferirci com'è andata, è comprensibile che qualcuno domandi
come sia stato possibile sapere che le cose sono andate così e non altrimenti, la
risposta da dare è che tutti i racconti sono come quelli della creazione
dell'universo, nessuno c'era, nessuno vi ha assistito, ma tutti sanno cosa è
accaduto. La moglie del medico aveva domandato, Come sarà andata con le
banche, non che le importasse molto, nonostante abbia affidato le sue economie
proprio a una banca, lo ha domandato per semplice curiosità, solo perché le è
venuto in mente, non per altro, né si aspettava che le rispondessero, per esempio
così, In principio Dio creò il cielo e la terra, la terra era informe e deserta e le
tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque, invece quel
che successe fu che il vecchio dalla benda nera disse mentre riscendevano il viale,
A quanto ho potuto sapere quando avevo ancora un occhio per vedere, in
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principio fu un pandemonio, le persone, per paura di ritrovarsi cieche e sfornite, si
precipitarono nelle banche per ritirare i propri soldi, pensavano di doversi
premunire per il futuro, ed è comprensibile, se uno sa di non poter lavorare più,
l'unico rimedio, finché durano, è quello di far ricorso alle economie fatte in
periodi di prosperità e previsioni a lungo termine, supponendo che si sia avuta
effettivamente la prudenza di andare accumulando i risparmi granello su granello,
il risultato della fulminea corsa fu che in ventiquattr'ore erano fallite alcune tra le
principali banche, intervenne il governo chiedendo che gli animi si calmassero e
facendo appello alla coscienza civica dei cittadini, concludendo il proclama con la
solenne dichiarazione che si sarebbe assunto tutte le responsabilità e i doveri
derivanti dalla situazione di calamità pubblica che si stava vivendo, un passo che
tuttavia non riuscì ad allentare la crisi, non solo perché la gente continuava a
diventare cieca, ma anche perché chi ancora ci vedeva pensava soltanto a salvare
i propri amati soldi, infine, era inevitabile, le banche, fallite o meno, chiusero i
battenti e chiesero protezione alla polizia, non servì a niente, in mezzo alla folla
che si ammassava urlante davanti alle banche c'erano anche poliziotti in borghese
che reclamavano ciò che tanto avevano faticato a guadagnare, alcuni, per potersi
esprimere liberamente, avevano addirittura avvisato il comando che erano ciechi,
e quindi si erano messi in congedo, e gli altri, quelli ancora in uniforme e in
servizio, con le armi puntate sulle masse insoddisfatte, all'improvviso cessarono di
vedere il bersaglio, e questi ultimi, se avevano dei soldi in banca, perdevano ogni
speranza e, per giunta, venivano accusati di aver patteggiato con il potere
costituito, ma il peggio venne dopo, quando le banche si videro assalite da orde
infuriate di ciechi e non ciechi, ma tutti disperati, ormai non si trattava più di
presentare pacificamente allo sportello un assegno da riscuotere dicendo
all'impiegato, Voglio ritirare il saldo, ma di arraffare quel che si poteva, i soldi del
giorno, quanto fosse stato lasciato nei cassetti, in un forziere aperto per
disattenzione, in un sacchettino di spiccioli all'antica, come usavano le nonne
della generazione più vecchia, non si può immaginare che cosa fu, i grandi e
lussuosi atri delle sedi, le piccole agenzie di quartiere assistettero a scene
veramente terrificanti, e non bisogna dimenticare il particolare delle casse
automatiche, forzate e saccheggiate fino all'ultima banconota, sullo schermo di
alcune, enigmaticamente, comparve un messaggio di ringraziamento per aver
scelto questa banca, le macchine sono effettivamente stupide, a meno che non
sia più esatto dire che queste qui avevano tradito i loro padroni, insomma, tutto il
sistema bancario crollò in un soffio, come un castello di carte, e non perché il
possesso di denaro avesse cessato di essere apprezzato, prova ne sia che chi ce
l'ha non vuole mollarlo, adducendo che non si può prevedere come sarà il
domani, cosa che del resto staranno pensando sicuramente anche i ciechi che si
sono installati nei sotterranei delle banche, dove si trovano le casseforti, in attesa
di un miracolo che ne spalanchi le pesanti porte di acciaio che li separano dalla
ricchezza, se ne allontanano soltanto per procurarsi cibo e acqua, o per soddisfare
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altre necessità, ma ritornano immediatamente ai propri posti, hanno parole
d'ordine e segnali con le dita affinché nessun estraneo possa introdursi nel
baluardo, chiaro, vivono nel buio più totale, ma tant'è, per questa cecità è tutto
bianco. Il vecchio dalla benda nera narrò questi tremendi avvenimenti di banche e
finanze mentre attraversavano lentamente la città, con qualche fermata perché il
ragazzino strabico potesse sedare gli insopportabili tumulti dell'intestino, e
malgrado il tono veridico che ha saputo imprimere all'appassionante descrizione,
è lecito sospettare della presenza di alcune esagerazioni nel suo racconto, la
storia dei ciechi che vivono nei sotterranei per esempio, come avrà fatto a saperla
se non conosce la parola d'ordine né il trucco del pollice, in ogni caso è servita per
farcene un'idea.
Il giorno si stava concludendo quando arrivarono finalmente nella strada
dove abitano il medico e sua moglie. Non è diversa dalle altre, ci sono immondizie
dappertutto, bande di ciechi vaganti alla deriva, e per la prima volta, ma è solo
per puro caso che non li hanno incontrati prima, degli enormi ratti, due, contro i
quali non osano scagliarsi neppure i gatti che vagabondano da queste parti,
perché sono quasi della loro dimensione e certamente molto più feroci. Il cane
delle lacrime guardò gli uni e gli altri con l'indifferenza di chi vive in un'altra sfera
di emozioni, si direbbe così, se non fosse il cane che continua a essere, bensì un
animale di quelli umani. Vedendo i luoghi conosciuti, la moglie del medico non
fece quella consueta, malinconica riflessione che consiste nel dire, Come passa il
tempo, l'altro giorno eravamo ancora felici, ma, piuttosto, fu colpita dalla
delusione, inconsapevolmente aveva creduto che, siccome era la sua strada,
l'avrebbe trovata pulita, spazzata, ordinata, che i suoi vicini fossero ciechi degli
occhi, ma non dell'intelletto, Che stupidaggine, disse a voce alta, Perché, cosa c'è,
domandò il marito, Niente, fantasie, Come passa il tempo, e la casa, in che
condizioni sarà, disse lui, Fra poco lo sapremo. Le forze erano poche, perciò
salirono le scale molto lentamente, fermandosi a ogni pianerottolo, è al quinto,
aveva detto la moglie del medico. Procedevano alla meglio, ciascuno per sé, il
cane delle lacrime ora avanti ora dietro, come se fosse nato per essere un cane da
pastore, con l'ordine di non perdere una sola pecora. C'erano porte aperte, voci
nell'interno, il nauseabondo odore di sempre che usciva a zaffate, per ben due
volte spuntarono dei ciechi sulla soglia guardando con occhi vacui, Chi c'è,
domandarono, la moglie del medico ne riconobbe uno, l'altro non era del palazzo,
Vivevamo qui, si limitò a rispondere. Anche sul volto del vicino passò
fugacemente un'espressione di riconoscimento, ma non domandò, Siete la moglie
del dottore, quando rientrerà forse dirà, Sono tornati quelli del quinto piano. Alla
fine dell'ultima rampa di scale, ancor prima di posare il piede sul pianerottolo, la
moglie del medico annunciava, è chiusa. C'erano tracce di forzatura, ma la porta
aveva resistito. Il medico infilò la mano in una tasca interna della giacca nuova e
tirò fuori le chiavi. Rimase lì con le chiavi per aria, in attesa, ma la moglie gli guidò
dolcemente la mano verso la serratura.
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Tolta la polvere domestica, che approfitta delle assenze delle famiglie per
andare dolcemente ad appannare la superficie dei mobili, e, a proposito, diciamo
che sono le sue uniche occasioni per riposare, senza frenesie di piumini o di
aspirapolveri, senza corse di bambini che, passando, scatenano cicloni
atmosferici, la casa era pulita, e c'era il normale disordine che ci si aspetta quando
si è dovuti uscire precipitosamente. E comunque, mentre quel giorno aspettavano
le chiamate dal ministero e dall'ospedale, la moglie del medico, con la stessa
previdenza che porta la gente sensata a risolvere in vita le proprie faccende, per
non doversi verificare poi, dopo la morte, la fastidiosa necessità di ricorrere a
sistemazioni violente, aveva lavato i piatti, rifatto il letto, riordinato la stanza da
bagno, non aveva lasciato quel che si potrebbe definire un gioiello, ma per la
verità sarebbe stata una crudeltà pretendere di più, con quelle mani che
tremavano e gli occhi inondati di lacrime. Fu dunque a una specie di paradiso che
giunsero i sette pellegrini, e l'impressione fu talmente forte, un'impressione che,
senza troppa offesa al rigore del termine, potremmo definire trascendentale, che
si trattennero al l'ingresso, quasi paralizzati dall'inatteso odore della casa, ed era
semplicemente l'odore di una casa chiusa, in altri momenti saremmo corsi ad
aprire tutte le finestre, Per arieggiare, avremmo detto, oggi sarebbe bene tenerle
sigillate per non far entrare la putredine da fuori. La moglie del primo cieco disse,
Sporcheremo tutto, e aveva ragione, se fossero entrati con quelle scarpe coperte
di fango e merda, in un attimo il paradiso si sarebbe trasformato in un inferno,
secondo luogo, questo, dove in base ad autorevoli affermazioni l'odore putrido,
fetido, nauseabondo, pestilenziale è la cosa più penosa da sopportare per le
anime dannate, non le tenaglie ardenti, i calderoni di pece bollente e gli artefatti
vari di forgia e di cucina. Da tempi immemorabili è uso delle padrone di casa dire,
Entrate, entrate, per carità, non ha importanza, se si sporca poi si pulisce, ma
questa, al pari dei propri invitati, sa da dove viene, sa che nel mondo in cui vive
ciò che è sporco si sporcherà sempre più, perciò li prega di togliersi le scarpe sul
pianerottolo, e li ringrazia, certo, neanche i piedi sono puliti, ma non c'è
paragone, gli asciugamani e le lenzuola della ragazza dagli occhiali scuri sono pur
serviti a qualcosa, hanno portato via il grosso. Entrarono quindi scalzi, la moglie
del medico cercò e trovò un grosso sacco di plastica dove infilò tutte le scarpe,
pensando a un lavaggio, non sapeva né quando né come, poi lo portò sul balcone,
non avrebbe certo peggiorato l'aria esterna. Il cielo cominciava a rabbuiarsi,
c'erano grossi nuvoloni, Magari piovesse, pensò. Con la chiara idea di cosa
bisognasse fare, tornò dai compagni. Erano in sala, fermi, in piedi, malgrado
fossero stanchissimi non si erano azzardati a cercare un sedile, solo il medico
sfiorava di sfuggita i mobili con le mani, lasciandovi i segni sulla superficie, era
l'inizio della prima pulizia, un po' di questa polvere ce l'ha già sulla punta delle
dita. La moglie del medico disse, Spogliatevi tutti, non possiamo restare così, i
nostri vestiti sono quasi altrettanto sporchi delle scarpe, Spogliarci, domandò il
primo cieco, qui, uno davanti all'altro, non mi pare il caso, Se volete, posso
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mettervi ciascuno in una parte della casa, rispose ironicamente la moglie del
medico, così non ci saranno più vergogne, Io mi spoglio qui, disse la moglie del
primo cieco, solo tu mi puoi vedere, e quand'anche non fosse così, non dimentico
che mi hai già vista peggio che nuda, ma mio marito ha la memoria corta, Non so
che interesse possa esserci nel ricordare argomenti spiacevoli ormai passati,
borbottò il primo cieco, Se fossi donna e fossi stato dove siamo state noi, la
penseresti diversamente, disse la ragazza dagli occhiali scuri cominciando a
spogliare il ragazzino strabico. Il medico e il vecchio dalla benda nera erano già
nudi dalla cintola in su adesso si sbottonavano i pantaloni, il vecchio dalla benda
nera disse al medico, che gli stava accanto, Fammi appoggiare per sfilarmi i
pantaloni. Erano talmente ridicoli, poveracci, che quasi veniva voglia di piangere.
Il medico perse l'equilibrio, nella caduta si trascinò appresso il vecchio dalla benda
nera, per fortuna la presero tutti e due sul ridere, e adesso suscitava tenerezza
vederli lì, con i corpi macchiati da ogni possibile sporcizia, i sessi quasi impastati,
peli bianchi, peli neri, ecco dov'è andata a finire la rispettabilità di un'età avanzata
e di una professione tanto meritoria. La moglie del medico andò ad aiutarli ad
alzarsi, fra poco sarà tutto buio, nessuno avrà più motivo di vergognarsi, Chissà se
in casa c'è qualche candela, si domandò, per tutta risposta si ricordò che in casa
aveva due reliquie dell'illuminazione, un'antica lucerna a olio, a tre beccucci, e un
vecchio lume a petrolio, di quelli con la coppa di vetro, per oggi andrà bene la
lucerna, olio ne ho, lo stoppino s'inventa, domani andrò in cerca di un po' di
petrolio in qualche negozio, sarà molto più facile trovare il petrolio che una
scatoletta, Soprattutto se non vai a cercare nei negozi di alimentari, pensò,
meravigliandosi di se stessa per essere ancora capace, in questa situazione, di
scherzare. La ragazza dagli occhiali scuri si stava spogliando lentamente, in un
modo per cui sembrava che, per quanto si scoprisse, le sarebbe sempre rimasto
addosso un ultimo indumento a coprirla, non si capisce cosa c'entrino adesso
queste ritrosie, ma se la moglie del medico fosse più vicina vedrebbe come alla
ragazza le si stia imporporando il viso, malgrado ce l'abbia tanto sporco, le donne,
beato chi le capisce, a una le son venuti all'improvviso i pudori dopo essere
andata a letto con un mucchio di uomini che a malapena conosceva, quanto
all'altra, sappiamo che sarebbe capacissima di sussurrarle all'orecchio, con la
massima tranquillità, Non ti vergognare, lui non ti può vedere, riferendosi al
proprio marito, è chiaro, non ci siamo mica dimenticati di come quella sfacciata
sia andata a tentarlo nel letto, le donne, in fondo, le compri chi non le conosce.
Eppure la ragione potrebbe essere un'altra, qui ci sono altri due uomini nudi, e
uno di loro l'ha accolta nel letto.
La moglie del medico raccolse gli indumenti lasciati per terra, pantaloni,
camicie, una giacca, una blusa, giubbotti, biancheria intima, appiccicosa di
porcherie, che neanche un ammollo di un mese farebbe tornare pulita, si mise
tutto sottobraccio, Restate qui, disse, torno subito. Portò tutto fuori sul balcone,
come aveva fatto con le scarpe, lì si spogliò anche lei, guardando la città nera
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sotto il cielo coperto. Non una sola pallida luce alle finestre, non un tenue riflesso
sulle facciate, quella lì non era una città, era un'enorme massa di catrame che,
raffreddandosi, si era modellata in forme di palazzi, tetti, comignoli, tutto morto,
tutto spento. Il cane delle lacrime spuntò sul balcone, inquieto, ma adesso non
c'erano pianti da consolare, la disperazione era tutta interna, gli occhi erano
asciutti. La moglie del medico sentì freddo, si ricordò degli altri, lì, in mezzo alla
sala, nudi, ad aspettare chissà cosa. Rientrò. Erano divenuti dei semplici contorni
senza sesso, macchie imprecise, ombre che si perdevano nell'ombra, Ma non per
loro, pensò, loro si stemperano nella luce che li circonda, è la luce che non
consente di vederli. Adesso farò un po' di luce, disse, in questo momento sono
cieca quanto voi, è tornata l'elettricità, domandò il ragazzino strabico, No,
accendo una lucerna, E che cos'è, tornò a domandare il ragazzo, Poi te lo faccio
vedere. Cercò in uno dei sacchetti di plastica una scatola di fiammiferi, andò in
cucina, sapeva dove aveva riposto l'olio, non gliene serviva molto, strappò da uno
strofinaccio per i piatti una striscia per farne uno stoppino, poi tornò in sala,
dov'era la lucerna, per la prima volta da quanto era stata costruita sarebbe stata
utile, all'inizio non sembrava sarebbe stato questo il suo destino, ma nessuno di
noi, lucerne, cani o esseri umani, sa, all'inizio, tutto quello per cui è venuto al
mondo. Una dopo l'altra, sui beccucci della lucerna si attizzarono, tremule, tre
piccole mandorle luminose, che di tanto in tanto si distendevano dando quasi
l'impressione che la parte superiore delle fiamme sarebbe svanita nell'aria, ma
poi si concentravano in se stesse, quasi a divenire dense, solide, dei sassolini di
luce. La moglie del medico disse, Finalmente ci vedo, vado a prendervi qualcosa di
pulito, Ma noi siamo sporchi, ricordò la ragazza dagli occhiali scuri. Sia lei che la
moglie del primo cieco si coprivano il petto e il pube con le mani, Non per me,
pensò la moglie del medico, ma perché le sta guardando la luce della lucerna. Poi
disse, Meglio avere qualcosa di pulito sul corpo sporco che indossare abiti sporchi
sul corpo pulito. Prese la lucerna e andò a frugare nei cassetti del comò, negli
armadi, tornò pochi minuti dopo con pigiami, grembiuli, camicette, vestiti,
pantaloni, magliette, il necessario per coprire decentemente sette persone, è pur
vero che non tutte erano della stessa statura, ma nella magrezza sembravano
gemelle. La moglie del medico li aiutò a vestirsi, al ragazzino strabico toccarono
un paio di calzoncini del medico, tipo quelli da spiaggia o da campagna che ci
rendono tutti bambini. Adesso possiamo sederci, sospirò la moglie del primo
cieco, guidaci tu per favore, non sappiamo dove metterci.
La sala è come tutte, ha un tavolino al centro, intorno ci sono divani a
sufficienza, su questo qui si siedono il medico e sua moglie, più il vecchio dalla
benda nera, su quello la ragazza dagli occhiali scuri e il ragazzino strabico,
sull'altro la moglie del primo cieco e il primo cieco. Sono esausti. Il ragazzino si è
addormentato immediatamente, col capo in grembo alla ragazza dagli occhiali
scuri, senza pensare più alla lucerna. Così trascorse un'ora, sembrava un paradiso,
sotto la luce tenuissima gli stessi corpi sudici sembravano lavati, brillavano gli
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occhi di chi non dormiva, il primo cieco cercò la mano della moglie e la strinse, un
gesto da cui si può osservare quanto il riposo del corpo possa contribuire
all'armonia degli spiriti. Disse allora la moglie del medico, Fra poco mangeremo
qualche cosa, ma prima converrebbe ci mettessimo d'accordo su come vivremo
qui, tranquillizzatevi, non intendo ripetere il discorso dell'altoparlante, per
dormire c'è spazio a sufficienza, abbiamo due camere per le due coppie, in questa
sala possono dormire gli altri, ognuno su un divano, domani dovrò uscire a
cercare un po' di cibo, quello che abbiamo sta finendo, sarebbe utile che uno di
voi mi accompagnasse, per aiutarmi a portarlo, ma anche per cominciare a
imparare la strada di casa, a riconoscere gli angoli, un giorno potrei ammalarmi, o
diventare cieca, mi aspetto sempre che capiti, in tal caso dovrò imparare da voi,
altro argomento, per le necessità ci sarà un secchio sul balcone, so bene che non
è piacevole andare là fuori, con la pioggia che è venuta giù e con il freddo che fa,
in tutti i casi è meglio così piuttosto che ritrovarci con la casa puzzolente, non
dimentichiamoci cosa è stata la nostra vita fintanto che siamo stati internati,
abbiamo sceso tutti i gradini dell'indegnità, tutti, fino all'abiezione, anche se in
maniera diversa potrebbe succedere anche qui, ma là, almeno, avevamo la scusa
dell'abiezione di quelli che stavano fuori, adesso no, adesso siamo tutti uguali
davanti al male e al bene, per favore, non domandatemi cosa sia il bene e cosa sia
il male, lo sapevamo ogni qualvolta abbiamo dovuto agire quando ancora la cecità
era un'eccezione, giusto e sbagliato sono appena due modi diversi di intendere il
nostro rapporto con gli altri, non quello che manteniamo con noi stessi, di
quest'ultimo non c'è da fidarsi, perdonatemi la lezione moralistica, ma voi non
sapete, non potete saperlo, cosa significhi avere occhi in un mondo di ciechi, non
sono regina, no, sono soltanto colei che è nata per vedere l'orrore, voi lo sentite,
io lo sento e lo vedo, e adesso fine della conferenza, andiamo a mangiare.
Nessuno fece domande, il medico disse solo, Se mai avrò di nuovo gli occhi, vedrò
veramente gli occhi degli altri, come se ne stessi vedendo l'anima, L'anima,
domandò il vecchio dalla benda nera, O lo spirito, il nome poco importa, fu allora
che, sorprendentemente se teniamo conto che si tratta di una persona che non
ha fatto studi superiori, la ragazza dagli occhiali scuri disse, Dentro di noi c'è una
cosa che non ha nome, e quella cosa è ciò che siamo.
La moglie del medico aveva già portato in tavola qualcosa di quel poco di
cibo che restava, poi li aiutò a sedersi, disse, Masticate lentamente, per ingannare
lo stomaco. Il cane delle lacrime non venne a chieder niente, era abituato a
digiunare, e inoltre deve aver pensato di non avere il diritto, dopo il banchetto del
mattino, di togliere sia pur quel poco di bocca alla donna che aveva pianto, gli
altri non sembrano avere molta importanza per lui. Al centro della tavola la
lucerna a tre beccucci aspettava che la moglie del medico desse la spiegazione
promessa, il che avvenne dopo mangiato, Dammi le mani, disse al ragazzino
strabico, poi le guidò lentamente, dicendo, Questa è la base, rotonda, come vedi,
e questa la colonna che sostiene la parte superiore, il deposito dell'olio, qui,
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attenzione a non bruciarti, ci sono i beccucci, uno, due, tre, da cui escono gli
stoppini, delle striscioline di tessuto che si imbevono di olio, vi si avvicina un
fiammifero e bruciano fino a che l'olio si esaurisce, sono delle lucine fiacche, ma ci
fanno vedere, Io non vedo, Un giorno vedrai, quel giorno ti regalerò la lucerna. Di
che colore è, Non hai mai visto un oggetto di ottone, Non lo so, non mi ricordo,
cos'è l'ottone, è giallo, Ah. Il ragazzino strabico rifletté un momento, Adesso
chiederà della mamma, pensò la moglie del medico, ma si sbagliava, il ragazzo
disse solo che voleva un po' d'acqua, aveva tanta sete, Dovrai aspettare fino a
domani, non abbiamo acqua in casa, in quello stesso istante si ricordò che invece
l'acqua c'era, un cinque litri o più di acqua preziosa, il contenuto intatto del
deposito dello sciacquone, non poteva essere peggio di quella che avevano
bevuto durante la quarantena. Cieca nel buio, andò nella stanza da bagno, a
tentoni sollevò il coperchio dello sciacquone, non poteva vedere se l'acqua ci
fosse veramente, c'era, glielo dissero le dita, prese un bicchiere, ve lo immerse,
con cautela lo riempì, la civiltà era regredita alle fonti primitive del tugurio.
Quando entrò in sala, tutti erano ancora seduti ai loro posti. La lucerna ne
illuminava i volti, girati verso la luce che sembrava stesse loro dicendo, Eccomi,
guardatemi, approfittatene, badate che questa luce non durerà per sempre. La
moglie del medico accostò il bicchiere alle labbra del ragazzino strabico, disse,
Eccoti l'acqua, bevi lentamente, lentamente, assaporala, un bicchiere d'acqua è
una cosa meravigliosa, non parlava a lui, non parlava a nessuno, semplicemente
comunicava al mondo che cosa meravigliosa sia un bicchiere d'acqua. Dove l'hai
trovata, è acqua piovana, domandò il marito, No, è dello sciacquone, E non
avevamo anche un bottiglione d'acqua quando siamo andati via da qui, domandò
lui di nuovo, e la moglie esclamò, Sì, come ho fatto a non ricordarmene, un
bottiglione che era a metà e un altro che non era neppure iniziato, oh che gioia,
non bere, non bere più, diceva adesso rivolta al ragazzo, berremo tutti acqua
pura, adesso porto in tavola i nostri bicchieri migliori e berremo acqua pura.
Stavolta afferrò la lucerna e andò in cucina, ne tornò con il bottiglione, la luce lo
illuminava, facendo scintillare il gioiello che aveva dentro. Lo posò sulla tavola,
andò a prendere i bicchieri, i migliori che avevano, di cristallo finissimo, poi,
lentamente, come se stesse celebrando un rito, li riempì. Infine disse, Beviamo. Le
mani cieche cercarono e trovarono i bicchieri, li alzarono tremando. Beviamo,
ripeté la moglie del medico. Al centro del tavolo, la lucerna era come un sole
circondato da astri brillanti. Quando i bicchieri furono di nuovo sul tavolo, la
ragazza dagli occhiali scuri e il vecchio dalla benda nera stavano piangendo.
Fu una notte agitata. Vaghi all'inizio, imprecisi, i sogni passavano da un
dormiente all'altro, coglievano qui, coglievano là, portando via con sé nuove
memorie, nuovi segreti, nuovi desideri, ecco perché gli addormentati sospiravano
e mormoravano, Questo sogno non è mio, dicevano, ma il sogno rispondeva, Non
conosci ancora i tuoi sogni, fu così che la ragazza dagli occhiali scuri venne a
sapere chi era il vecchio dalla benda nera che dormiva lì a due passi, così credette
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lui di sapere chi fosse lei, lo credette soltanto, perché non basta che i sogni siano
reciproci per essere uguali. Cominciò a piovere alle prime luci dell'alba. Il vento
scagliò contro le finestre uno scroscio che risuonò come mille frustate. La moglie
del medico si svegliò, aprì gli occhi e mormorò, Come piove, poi li richiuse, nella
camera era ancora buio pesto, poteva dormire. Neanche un minuto dopo si destò
bruscamente all'idea di aver qualcosa da fare, ma senza comprendere ancora
cosa fosse, la pioggia le stava dicendo Alzati, che mai voleva la pioggia.
Lentamente, per non svegliare il marito, uscì dalla camera, attraversò il soggiorno,
si fermò un istante a guardare gli altri che dormivano sui divani, poi percorse il
corridoio fino alla cucina, su questa parte del palazzo la pioggia cadeva con
maggior forza, spinta dal vento. Con la manica del grembiule che indossava pulì il
vetro appannato della portafinestra e guardò fuori. Il cielo era, tutto, un'unica
nuvola, pioveva a dirotto. Sul pavimento del balcone, ammucchiati, c'erano gli
indumenti sporchi che si erano tolti, c'era il sacco di plastica con le scarpe che
bisognava lavare. Lavare. L'ultimo velo del sonno si aprì subitamente, ecco cosa
doveva fare. Aprì la porta, fece un passo avanti, in un attimo la pioggia la inzuppò
dalla testa ai piedi, come se stesse sotto una cascata. Devo approfittare di
quest'acqua, pensò. Rientrò in cucina e, evitando più che poteva i rumori,
cominciò a radunare catini, casseruole, pentole, tutto quanto potesse raccogliere
un po' di questa pioggia che veniva giù dal cielo a catinelle, cortine che il vento
faceva oscillare, che il vento andava spingendo sopra i tetti della città come una
immensa e rumorosa scopa. Li trasportò fuori, li dispose lungo il balcone, vicino
alla ringhiera, adesso avrebbe avuto un bel po' d'acqua per lavare gli indumenti
sudici, le scarpe schifose, Speriamo che non smetta, speriamo che non smetta di
piovere, mormorava prendendo in cucina i saponi, i detergenti, gli strofinacci,
tutto ciò che poteva servire per ripulire un po', almeno un po', questa sporcizia
insopportabile dell'anima. Del corpo, disse, come per correggere il metafisico
pensiero, poi aggiunse, è lo stesso. Allora, come se solo quella dovesse essere
l'inevitabile conclusione, l'armoniosa conciliazione tra ciò che aveva detto e ciò
che aveva pensato, di colpo si sfilò il grembiule bagnato, e, nuda, ricevendo sul
corpo ora la carezza, ora la frustata della pioggia, si mise a lavare i panni, e,
insieme, se stessa. Il rumoreggiare d'acqua che la circondava le impedì di
avvertire immediatamente che non era più sola. Sulla porta del balcone erano
comparse la ragazza dagli occhiali scuri e la moglie del primo cieco, che
presentimenti, che intuizioni, che voci interiori le avessero destate non si sa, e
tanto meno come fossero riuscite a trovare la strada fin qua, non vale la pena di
cercare spiegazioni, adesso, le congetture sono libere. Aiutatemi, disse la moglie
del medico quando le vide, E come, se non vediamo, domandò la moglie del
primo cieco, Toglietevi i vestiti che avete indosso, quanto meno roba avremo da
asciugare poi, tanto meglio, Ma noi non vediamo, ripeté la moglie del primo
cieco, Fa lo stesso, disse la ragazza dagli occhiali scuri, faremo del nostro meglio, E
poi finirò io, disse la moglie del medico, pulirò ciò che sarà rimasto sporco, e
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adesso al lavoro, forza, siamo l'unica donna con due occhi e sei mani che esista al
mondo. Può darsi che nel palazzo di fronte, dietro quelle finestre chiuse, alcuni
ciechi, uomini, donne, risvegliati dalla violenza dei continui scrosci, con la fronte
appoggiata ai vetri freddi, ricoprendo col fiato del respiro l'appannamento della
notte, stiano rammentando il tempo in cui così, proprio come stanno adesso,
vedevano la pioggia scendere dal cielo. Non possono immaginare che laggiù ci
sono tre donne nude, nude come sono venute al mondo sembrano matte, devono
essere proprio matte, nessuno con la testa a posto andrebbe a lavarsi su un
balcone esponendosi agli sguardi dei vicini, tanto meno in quelle condizioni, cosa
importa che siano tutti ciechi, certe cose non si devono fare, mio Dio, la pioggia,
come scorre sui loro corpi, come scende fra i seni, come si trattiene e si perde
nell'oscurità del pube, e infine si spande e circonda le cosce, forse le abbiamo
giudicate male ingiustamente, forse siamo noi a essere incapaci di vedere ciò che
di più bello e glorioso è mai accaduto nella storia della città, giù dal balcone si
riversa una tovaglia di spuma, ah se potessi seguirla, giù all'infinito, pulito,
purificato, nudo. Dio solo ci vede, disse la moglie del primo cieco, che, malgrado
le disillusioni e le contrarietà, è ancora fermamente convinta che Dio non sia
cieco, al che la moglie del medico rispose, Neppure lui, il cielo è coperto, soltanto
io posso vedervi, Sono brutta, domandò la ragazza dagli occhiali scuri, Sei magra e
sporca, brutta non lo sarai mai, E io, domandò la moglie del primo cieco, Sporca e
magra come lei, non tanto carina, ma più di me, Tu sei carina, disse la ragazza
dagli occhiali scuri, Come puoi saperlo se non mi hai mai visto, Ti ho sognato due
volte, Quando, La seconda è successo stanotte, Stavi sognando la casa perché ti
sentivi sicura e tranquilla, è naturale, dopo tutto quello che abbiamo passato, nel
tuo sogno io ero la casa, e siccome, per vedermi, avevi bisogno di darmi una
faccia, l'hai inventata, Anch'io ti vedo carina, e non ti ho mai sognato, disse la
moglie del primo cieco, Il che dimostra solo che la cecità è la provvidenza dei
brutti, Tu non sei brutta, No, infatti non lo sono, ma l'età, Quanti anni hai,
domandò la ragazza dagli occhiali scuri, Quasi cinquanta, Come mia madre, E lei,
Lei cosa, è ancora carina, Un tempo lo era di più, Capita a tutti, lo eravamo
sempre un po' di più, Tu, mai come adesso, disse la moglie del primo cieco. Ecco
come sono le parole, nascondono molto, si uniscono pian piano fra di loro,
sembra non sappiano dove vogliono andare, e all'improvviso, per via di due o tre,
o di quattro che all'improvviso escono, parole semplici, un pronome personale, un
avverbio, un verbo, un aggettivo, ecco lì che ci ritroviamo la commozione che sale
irresistibilmente alla superficie della pelle e degli occhi, che incrina la
compostezza dei sentimenti, a volte sono i nervi a non riuscire a reggere,
sopportano molto, sopportano tutto, come se indossassero un'armatura, si dice,
La moglie del medico ha i nervi d'acciaio e poi, in definitiva, la moglie del medico
si scioglie in lacrime per via di un pronome personale, di un avverbio, di un verbo,
di un aggettivo, mere categorie grammaticali, mere designazioni, come del pari lo
sono le restanti due donne, le altre, pronomi indefiniti, anch'essi piangenti, che
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abbracciano quella della frase completa, tre grazie nude sotto la pioggia. Sono
momenti che non possono durare in eterno, è più di un'ora che queste donne
sono qui, è tempo che sentano freddo, Ho freddo, ha già detto la ragazza dagli
occhiali scuri. Per gli indumenti non è possibile far di più, le scarpe sono ripulite
del grosso, adesso è il momento che queste donne si lavino, si insaponano i
capelli e le spalle a vicenda, e ridono come ridevano soltanto le bambine che un
tempo giocavano a moscacieca nel giardino, quando cieche ancora non lo erano.
Ormai è giorno chiaro, il primo sole ha fatto capolino nel mondo prima di
nascondersi di nuovo dietro le nuvole. Continua a piovere, ma con minore
intensità. Le lavandaie entrano in cucina, si sono asciugate e strofinate con i
grandi teli che la moglie del medico è andata a prendere nell'armadietto della
stanza da bagno, la loro pelle profuma di detergente, ma così è la vita, chi non ha
cane caccia col gatto, la saponetta è sparita in un batter d'occhi, comunque in
questa casa sembra esserci di tutto, o forse è perché sanno fare buon uso di ciò
che hanno, infine si sono coperte, il paradiso era là fuori, sul balcone il grembiule
della moglie del medico è bagnato fradicio, ma lei ha indossato un vestito a foglie
e fiori, smesso tanti anni fa, che l'ha resa la più carina fra tutte e tre.
Quando entrarono nel soggiorno, la moglie del medico vide che il vecchio
dalla benda nera era seduto sul divano dove aveva dormito. Aveva il capo fra le
mani, le dita infilate nel cespuglio di capelli bianchi che ancora gli popolano le
tempie e la nuca, ed era immobile, teso, come se volesse fissare i pensieri o, al
contrario, impedir loro di continuare a pensare. Le udì entrare, sapeva da dove
venivano, cosa avevano fatto, che erano state lì nude, e se sapeva tante cose non
era perché all'improvviso avesse recuperato la vista e fosse andato, in punta di
piedi, come gli altri vecchi, a spiare non una susanna al bagno, ma tre, cieco era
prima, cieco continuava a essere, si era appena affacciato alla porta della cucina e
aveva sentito cosa dicevano là sul balcone, le risa, il rumore della pioggia e delle
spruzzate d'acqua, aveva respirato l'odore del sapone, poi se n'era tornato al suo
divano, pensando che al mondo esisteva ancora la vita, domandandosi se ce ne
sarebbe stata un po' anche per lui. La moglie del medico disse, Le donne sono già
lavate, adesso tocca agli uomini, e il vecchio dalla benda nera domandò, Piove
ancora, Sì, piove, e c'è dell'acqua nei recipienti che stanno in balcone, Allora
preferisco lavarmi nella stanza da bagno, dentro la tinozza, pronunciava quella
parola come se stesse presentando il proprio certificato anagrafico, come se
spiegasse, Appartengo al tempo in cui non si diceva vasca da bagno, ma tinozza, e
aggiunse, Se non ti dispiace, chiaro, non voglio sporcarti la casa, prometto che
non ti allagherò il pavimento, insomma, farò il possibile, In tal caso ti porto i
recipienti nella stanza da bagno, Ti aiuto io, Posso farcela da sola, Dovrò pur
servire a qualcosa, non sono un invalido, Allora vieni. La moglie del medico
trascinò per il balcone un recipiente quasi pieno d'acqua, Tu prendi lì, disse al
vecchio dalla benda nera guidandogli le mani, Adesso, sollevarono il recipiente di
peso, Alla fin fine, meno male che sei venuto ad aiutarmi, da sola con ce l'avrei
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fatta, Conosci quel detto, Quale detto, Il lavoro del vecchio non è molto, ma chi lo
disprezza è stolto, Non è proprio così, Lo so, dove ho detto vecchio ci va bambino,
dove ho detto disprezza ci va disdegna, ma i detti, se vogliono continuare a
esprimere la stessa cosa perché bisogna continuare a esprimerla, devono
adattarsi ai tempi, Sei un filosofo, Macché, sono soltanto un vecchio. Svuotarono
il recipiente nella vasca da bagno, poi la moglie del medico aprì un cassetto, si
ricordava di avere ancora una saponetta. La mise in mano al vecchio dalla benda
nera. Vedrai, sarai più profumato di noi, usala liberamente, non ti preoccupare,
mancherà pure il cibo, ma saponette, in quei supermercati, non mancano di
certo, Grazie, Stai attento, non scivolare, se vuoi chiamo mio marito perché venga
ad aiutarti, No, preferisco lavarmi da solo, Come vuoi tu, ed ecco qui, bada,
dammi la mano, un rasoio, un pennello, se vuoi farti la barba, Grazie. La moglie
del medico uscì. Il vecchio dalla benda nera si sfilò il pigiama che gli era capitato
nella distribuzione dei vestiti, poi, con molta prudenza, entrò nella vasca da
bagno. L'acqua era fredda ed era poca, non arrivava neanche a un palmo di
profondità, che differenza fra il riceverla a fiotti dal cielo, ridendo, come le tre
donne, e questo triste sciacquettare. Si inginocchiò sul fondo della vasca, inspirò
profondamente, tenendo le mani a conca si lanciò sul petto la prima spruzzata
d'acqua, che quasi gli mozzò il respiro. Si bagnò tutto rapidamente per non avere
il tempo di rabbrividire, poi, con ordine, con metodo, cominciò a insaponarsi, a
strofinarsi energicamente partendo dalle spalle, braccia, petto e addome, il pube,
il sesso, fra le gambe, Sono peggio di un animale, pensò, poi le cosce magre, fino
alla crosta di sporcizia che gli rivestiva i piedi come un paio di scarpe. Rimase così,
ricoperto di schiuma, per prolungare l'azione di pulizia, disse, Devo lavarmi la
testa, e alzò le mani dietro per slacciare la benda, Anche tu hai bisogno di un
bagno, se la tolse e la lasciò cadere in acqua, adesso si sentiva il corpo caldo, si
bagnò e insaponò i capelli, era un uomo di schiuma, bianco in quella immensa
cecità bianca dove nessuno avrebbe potuto trovarlo, ma se lo pensò si sbagliava,
in quel momento sentì che delle mani gli sfioravano la schiena, recuperavano un
po' di schiuma dalle braccia, e dal petto, e poi gliela spandevano sul dorso,
lentamente, come se, non potendo vedere cosa facevano, dovessero prestare più
attenzione al lavoro. Voleva domandare, Chi sei, ma la lingua gli si bloccò, non ne
fu capace, adesso il corpo rabbrividiva, non di freddo, le mani continuavano a
lavarlo dolcemente, la donna non disse, Sono la moglie del medico, sono la moglie
del primo cieco, sono la ragazza dagli occhiali scuri, le mani conclusero l'opera, si
ritrassero, si udì nel silenzio il lieve rumore della porta del bagno chiudersi, il
vecchio dalla benda nera rimase solo, inginocchiato nella vasca come se stesse
implorando una misericordia, tremando, tremando, Chi sarà stato, si domandava,
la ragione gli diceva che poteva essere stata soltanto la moglie del medico, è lei
quella che vede, è lei che ci ha protetto, custodito e nutrito, niente di strano che
avesse avuto anche questo pensiero, ecco cosa gli diceva la ragione, ma lui non
credeva alla ragione. Continuava a tremare, non sapeva se di commozione o di
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freddo. Cercò la benda sul fondo della vasca, la strofinò con forza, la strizzò, se la
mise intorno alla testa, così si sentiva meno nudo. Quando, asciutto e profumato,
entrò nel soggiorno la moglie del medico disse, Abbiamo già un uomo pulito e
sbarbato, e poi, col tono di chi si è appena ricordato di qualcosa che avrebbe
dovuto esser fatto e non lo è stato, Non ti sei lavato la schiena, che peccato. Il
vecchio dalla benda nera non rispose, pensò soltanto di aver avuto ragione a non
credere alla ragione.
Quel poco che c'era da mangiare lo diedero al ragazzino strabico, gli altri
avrebbero dovuto aspettare il rifornimento. Nella dispensa c'erano un po' di
marmellate, frutta secca, zucchero, qualche biscotto, ma a queste riserve, e ad
altre che via via si fossero aggiunte, avrebbero fatto ricorso soltanto in caso di
estrema necessità, che il mangiare di tutti i giorni, tutti i giorni andava procurato,
se per sfortuna la spedizione fosse rientrata a mani vuote, allora sì, due biscotti
ciascuno, con un cucchiaino di marmellata, C'è di fragole e di pesche, quale
preferite, tre mezze noci, un bicchier d'acqua, un vero lusso finché dura. La
moglie del primo cieco disse che avrebbe voluto partecipare anche lei alla ricerca
del cibo, in tre non erano troppi, malgrado due fossero ciechi sarebbero stati
comunque utili per il trasporto, e inoltre, se possibile, tenendo conto che non
erano poi tanto lontani, le sarebbe piaciuto vedere in che condizioni era la casa,
se era stata occupata, magari da gente conosciuta, per esempio qualche inquilino
del palazzo a cui magari gli fosse aumentata la famiglia perché erano arrivati dalla
provincia un po' di parenti con l'idea di sottrarsi all'epidemia di cecità che aveva
colpito il paese, si sa che in città ci sono sempre ben altri mezzi. Uscirono dunque
tutti e tre, infagottati in quello che era rimasto in casa di vestiti, perché gli altri,
quelli lavati, dovranno aspettare il bel tempo. Il cielo era sempre coperto, ma non
minacciava pioggia. Trascinata dall'acqua, soprattutto nelle strade in maggior
pendenza, la spazzatura aveva formato dei monticelli, lasciando pulite ampie zone
di pavimentazione. Speriamo continui la pioggia, il sole, in questa situazione,
sarebbe la cosa peggiore che potrebbe capitarci, disse la moglie del medico,
marciume e cattivi odori ne abbiamo già fin troppi, Li sentiamo di più perché ci
siamo lavati, disse la moglie del primo cieco, e il marito ne convenne, anche se
aveva il sospetto di essersi beccato un raffreddore con quel bagno in acqua
fredda. C'erano folle di ciechi per le strade, approfittavano della schiarita per
cercare un po' di nutrimento e soddisfare nel frattempo le necessità escretorie a
cui il poco mangiare e il poco bere ancora li obbligavano. I cani fiutavano
dovunque, frugavano nella spazzatura, qualcuno aveva in bocca un topo
annegato, caso rarissimo, quest'ultimo, che si potrà spiegare solo con la
straordinaria abbondanza delle ultime piogge, l'allagamento lo aveva beccato in
un brutto posto, non gli è servito a niente essere un così bravo nuotatore. Il cane
delle lacrime non si è unito agli antichi compagni di banda e di caccia, la sua scelta
l'ha fatta, ma non è bestia da starsene ad aspettare che la mantengano, arriva
masticando non si sa cosa, queste montagne di spazzatura racchiudono tesori
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inimmaginabili, tutto sta nel cercare, rimestare e trovare. Che rimestare e cercare
nella memoria dovranno fare, quando se ne presenterà l'occasione, anche il
primo cieco e sua moglie, adesso che hanno ormai imparato i quattro canti, non
della casa dove vivono, che ne ha molti di più, ma della strada dove abitano, i
quattro angoli che d'ora in poi fungeranno da punti cardinali, ai ciechi non
interessa sapere dove sia l'oriente o l'occidente, il nord o il sud, i ciechi vogliono
soltanto che le loro mani tastanti gli dicano se sono sulla strada giusta,
anticamente, quando erano ancora pochi, usavano solitamente dei bastoni
bianchi, il suono dei continui colpi per terra e sulle pareti era come una specie di
codice che via via identificava e riconosceva la rotta, ma oggigiorno, ciechi come
sono tutti, un bastone del genere, nel tintinnio generale, sarebbe quanto meno
inutile, per non dire che il cieco, immerso nel proprio biancore, potrebbe
addirittura dubitare di avere davvero qualcosa in mano. I cani possiedono, come
si sa, oltre a quello che chiamiamo istinto, altri sistemi di orientamento, vero è
che, essendo miopi, non si fidano molto della vista, ma siccome hanno il naso che
precede gli occhi, arrivano sempre dove vogliono, in questo caso il cane delle
lacrime, nell'incertezza, ha alzato la gamba ai quattro venti principali, la brezza
s'incaricherà di guidarlo fino a casa se un giorno si dovesse perdere. Mentre
continuavano a camminare, la moglie del medico guardava da un lato e dall'altro
le strade, alla ricerca di negozi alimentari dove poter rifornire la defalcata
dispensa. La razzia non era completa solo perché in qualche antica drogheria si
potevano ancora trovare un po' di fagioli o di ceci nei contenitori, sono legumi la
cui cottura richiede molto tempo, e poi ci vuole l'acqua, e poi il combustibile,
ragion per cui adesso hanno ben poco credito. Non era certo particolarmente
propensa, la moglie del medico, alla mania predicativa dei proverbi, in tutti i casi
qualcosa di quelle antiche scienze doveva esserle rimasto nel ricordo, prova ne fu
che aveva riempito di fagioli e ceci due sacchetti di plastica, Serba ciò che non
serve, troverai ciò che è necessario, le aveva detto una nonna, in fin dei conti se li
avesse messi a bagno l'acqua sarebbe poi servita anche per cuocerli, e quella
eventualmente rimasta dalla cottura non sarebbe stata più solo acqua, ma zuppa.
Non capita solo in natura che a volte non tutto vada perduto e di qualcosa si
approfitti.
Per quale motivo si trasportassero dietro i sacchetti di fagioli e ceci, più
quanto potevano via via raccogliere, avendo ancora tanto da camminare prima di
arrivare nella strada dove abitavano il primo cieco e sua moglie, che fanno parte
del gruppo, è una domanda che avrebbe potuto uscire di bocca solo a chi nella
vita non sa cosa sia il bisogno. A casa, sia pure un semplice sasso, diceva sempre
quella nonna della moglie del medico, senza pensare però ad aggiungere, Anche
se è necessario fare il giro del mondo, giusto l'impresa che stavano compiendo
adesso, tornavano a casa per il percorso più lungo. Dove siamo, domandò il primo
cieco, glielo disse la moglie del medico, gli occhi ce li aveva apposta, e lui, è qui
che sono diventato cieco, all'angolo dove c'è il semaforo, è proprio l'angolo in cui
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ci troviamo, Qui, Esattamente qui. Non voglio neppure ripensare a cosa ho
passato, rinchiuso nella macchina senza poter vedere, la gente che urlava fuori, e
io disperato, a gridare che ero cieco, finché è venuto quell'uomo e mi ha condotto
a casa, Poveraccio, disse la moglie del primo cieco, macchine non ne ruberà mai
più, Tanto ci pesa l'idea di dover morire, disse la moglie del medico, che
cerchiamo sempre di trovare delle scuse per i morti, è come se stessimo
chiedendo in anticipo di essere scusati quando giungerà il nostro turno, Mi
sembra ancora tutto un sogno, disse la moglie del primo cieco, è come se sognassi
di essere cieca, Mentre ero a casa, ad aspettarti, l'ho pensato anch'io, disse il
marito. Avevano lasciato la piazza dov'era successo il fatto, stavano risalendo
alcune vie strette, labirintiche, la moglie del medico conosce poco questi posti,
ma il primo cieco non si perde, dirige lui, la donna pronuncia i nomi delle strade e
lui dice, Giriamo a sinistra, giriamo a destra, finalmente disse, Questa è la nostra
strada, il palazzo è sulla sinistra, più o meno a metà, E il numero, domandò la
moglie del medico, lui non se ne ricordava, Questa poi, non è mica che non me ne
ricordo, mi si è cancellato dalla testa, disse, era un pessimo presagio, se non
sappiamo più neanche dove abitiamo, il sogno a rimpiazzare la memoria, dove
andremo a finire di questo passo. Ma via, stavolta non è grave, per fortuna la
moglie del primo cieco ha pensato di partecipare all'escursione, ecco, sta già
dicendo il numero del palazzo, si è evitato di dover ricorrere a quello di cui il
primo cieco si stava per vantare, e cioè di esser capace di riconoscere la porta con
la magia del tatto, come se avesse la bacchetta magica, un tocco, metallo, un
altro tocco, legno, con altri tre o quattro tocchettini completerebbe il disegno,
non ho dubbi, è questa. Entrarono, la moglie del medico in testa, Che piano,
domandò, Terzo, rispose il primo cieco, non era poi tanto fiacco di memoria
com'era parso, alcune cose si dimenticano, è la vita, altre si ricordano, il
rammentarsi per esempio di quando, già cieco, aveva varcato questa porta, A che
piano abita, gli aveva domandato l'uomo che non aveva ancora rubato
l'automobile, Terzo, aveva risposto lui, la differenza è che adesso non stanno
salendo in ascensore, calcano i gradini invisibili di una scala che è al tempo stesso
buia e luminosa, ecco quanto sente la mancanza dell'elettricità chi non è cieco, o
della luce del sole, o di un moccolo di candela, ormai gli occhi della moglie del
medico hanno avuto il tempo di adattarsi alla penombra, a metà strada la
comitiva in salita si è scontrata con due donne in discesa, cieche dei piani
superiori, forse del terzo, nessuno ha fatto domande, effettivamente i vicini non
sono più quelli di una volta.
La porta era chiusa. Come faremo, domandò la moglie del medico, Parlo io,
disse il primo cieco. Bussarono una volta, due, tre volte, Non c'è nessuno, disse
uno di loro nel preciso istante in cui la porta si apriva, niente di strano in quel
ritardo, un cieco che si trovi in fondo alla casa non può arrivare di corsa a ricevere
chi ha chiamato, Chi è, cosa desidera, domandò l'uomo che comparve, aveva
un'aria seria, educata, doveva essere una persona per bene. Disse il primo cieco,
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Abitavo in questa casa, Ah, fu la risposta dell'altro, che poi domandò, C'è qualcun
altro con lei, Mia moglie, e anche una nostra amica, Come posso sapere che
questa casa era sua, è facile, disse la moglie del primo cieco, le dico tutto quanto
c'è dentro. L'altro rimase in silenzio per alcuni secondi, poi disse, Entrate. La
moglie del medico se ne rimase indietro, qui nessuno aveva bisogno di una guida.
Il cieco disse, Sono solo, i miei sono andati in cerca di cibo, probabilmente avrei
dovuto dire le mie, ma non credo sia corretto, fece una pausa e aggiunse, Benché
avrei l'obbligo di saperlo, penso, Cosa vuol dire, domandò la moglie del medico,
La mie di cui parlavo sono mia moglie e le mie due figlie, E perché avrebbe dovuto
sapere se è o non è corretto usare il possessivo al femminile, Sono uno scrittore,
si suppone che noi dobbiamo sapere queste cose. Il primo cieco si sentì adulato,
immaginate, uno scrittore a casa mia, poi gli venne un dubbio, sarebbe stata
buona educazione o no domandargli come si chiamava, probabilmente ne
conosceva addirittura il nome, poteva darsi, addirittura, che lo avesse letto, era
ancora in bilico fra la curiosità e la discrezione quando la moglie fece la domanda
diretta, Come si chiama, I ciechi non hanno bisogno del nome, io sono questa mia
voce, il resto non è importante, Ma ha scritto dei libri, e su quei libri c'è il suo
nome, disse la moglie del medico, Adesso non può leggerli nessuno, dunque è
come se non esistessero. Il primo cieco pensò che la conversazione si stesse
allontanando un po' troppo dal problema che più gli interessava, E come mai è
finito a casa mia, domandò, Come tanti altri che non vivono più dove vivevano, ho
trovato la mia casa occupata da gente che non ha voluto sentir ragioni, si può dire
che ci hanno buttato giù per le scale, è lontana la sua casa, No, Ha fatto qualche
altro tentativo per recuperarla, domandò la moglie del medico, ora è frequente
che si giri da una casa all'altra, Ho tentato per ben due volte, Ed erano sempre là,
Sì. E cosa pensa di fare dopo aver saputo che questa casa è nostra, volle sapere il
primo cieco, ci caccerà come hanno fatto gli altri con lei, Non ne ho né l'età né la
forza, e, anche se le avessi, non credo sarei capace di ricorrere a sistemi tanto
sbrigativi, uno scrittore finisce per avere nella vita la pazienza di cui ha avuto
bisogno per scrivere, Ci lascerà, dunque, la casa, Sì, se non troviamo un'altra
soluzione, Non vedo quale altra soluzione si possa trovare. La moglie del medico
aveva già immaginato quale sarebbe stata la risposta dello scrittore, Lei e sua
moglie, come l'amica che vi accompagna, vivete in una casa, suppongo, Sì, per la
precisione a casa della nostra amica, è lontana, Non si può dire che sia lontana,
Allora, se me lo consentite, ho una proposta da farvi, Dica, Rimaniamo così come
stiamo, in questo momento abbiamo tutti e due una casa dove poter vivere, io
starò sempre attento a cosa succede nella mia, se un giorno la trovo sgomberata
mi trasferisco immediatamente, lei farà lo stesso, verrà qui regolarmente, e
quando la trova vuota si trasferisce, Non sono sicuro che l'idea mi piaccia, Non mi
aspettavo che le piacesse, ma dubito che le possa essere più gradevole l'unica
alternativa che resta, Qual è, Che recuperiate fin da ora la casa di vostra
proprietà, Ma in tal caso, Appunto, in tal caso andremo noi a vivere dall'altra
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parte, No, neanche per idea, intervenne la moglie del primo cieco, lasciamo le
cose come stanno, a suo tempo si vedrà, Ora mi viene in mente che c'è un'altra
soluzione, disse lo scrittore, E cioè, domandò il primo cieco, Che noi viviamo qui
come vostri ospiti, la casa basterebbe per tutti, No, disse la moglie del primo
cieco, continueremo così come stiamo, ad abitare con questa nostra amica, non
ho bisogno di domandarti se sei d'accordo, soggiunse rivolta alla moglie del
medico, Né io di risponderti, Vi ringrazio tutti, disse lo scrittore, per la verità sono
stato tutto questo tempo ad aspettare che veniste a reclamare la casa,
Accontentarsi di quanto si possiede è la cosa più naturale quando si è ciechi, disse
la moglie del medico, Come avete vissuto da quando è iniziata l'epidemia?
Siamo usciti dalla segregazione tre giorni fa, Ah, siete fra quelli che hanno
messo in quarantena, Sì, è stata dura, A dir poco, Orribile, Lei è uno scrittore,
come ha detto poco fa ha l'obbligo di conoscere le parole, dunque sa che gli
aggettivi non servono a niente, se una persona ne ammazza un'altra, per
esempio, sarebbe meglio enunciarlo così, semplicemente, e confidare che l'orrore
dell'atto, di per sé, fosse tanto scioccante da dispensarci dal dire che è stato
orribile, Vuol dire che abbiamo parole in più, Voglio dire che abbiamo sentimenti
in meno, Oppure ce li abbiamo, ma non usiamo più le parole che potrebbero
esprimerli, E dunque li perdiamo, Vorrei che mi parlaste di come avete vissuto in
quarantena, Perché, Sono uno scrittore, Bisognerebbe esserci stati, Uno scrittore
è una persona come un'altra, non può sapere tutto né vivere tutto, deve
domandare e immaginare, Forse un giorno glielo racconterò, così potrà scrivere
un libro, Lo sto scrivendo, Come, se è cieco, Anche i ciechi possono scrivere, Vuol
dire che ha avuto il tempo di imparare l'alfabeto braille, No, non lo conosco,
Come può scrivere, allora, domandò il primo cieco, Ve lo faccio vedere. Si alzò
dalla sedia, uscì, dopo un minuto rientrò, con un foglio di carta e una biro in
mano, è l'ultima pagina che ho completato, Non possiamo vederla, disse la moglie
del primo cieco, Neanche io, disse lo scrittore, Allora come può scrivere, domandò
la moglie del medico, guardando il foglio di carta dove, nella penombra della sala,
si distinguevano le righe molto ravvicinate, qua e là sovrapposte, Col tatto,
rispose sorridendo lo scrittore, non è difficile, si mette il foglio di carta su una
superficie un po' morbida, per esempio su altri fogli di carta, e poi si scrive, Ma, se
non ci vede, disse il primo cieco, La biro è un ottimo strumento di lavoro per uno
scrittore cieco, non serve per fargli leggere cosa ha scritto, ma serve per sapere
dove ha scritto, basta seguire col dito la depressione dell'ultima riga scritta,
proseguire così fino al margine del foglio, calcolare la distanza per la nuova riga e
così via, è molto facile, Noto che a volte le righe si sovrappongono, disse la moglie
del medico togliendogli delicatamente di mano il foglio di carta, Come lo sa, Io ci
vedo, Ci vede, ha recuperato la vista, come, quando, domandò lo scrittore
nervosamente, Suppongo di essere l'unica persona a non averla mai perduta, E
perché, che spiegazione ha per questo, Non ho alcuna spiegazione,
probabilmente non ce n'è, Ciò significa che ha visto tutto quello che è successo,
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Ho visto ciò che ho visto, non ho potuto far altro, Quanti eravate in quarantena,
Circa trecento, Da quando, Fin dall'inizio, ne siamo usciti solo tre giorni fa, come
le ho detto, Credo di essere stato io il primo a diventare cieco, disse il primo cieco,
Dev'essere stato orribile, Di nuovo questa parola, disse la moglie del medico, Mi
scusi, all'improvviso mi sembra ridicolo tutto quanto ho scritto fin da quando
siamo diventati ciechi, la mia famiglia e io, Su che cosa, Su quello che abbiamo
sofferto, sulla nostra vita, Ognuno deve parlare di ciò che sa, e quello che non sa
lo domanda, Io glielo domando a lei, E io le risponderò, non so quando, un giorno.
La moglie del medico sfiorò con il foglio di carta la mano dello scrittore, Non le
dispiace farmi vedere dove lavora, cosa sta scrivendo, Al contrario, venga con me,
Possiamo venire anche noi, domandò la moglie del primo cieco, La casa è vostra,
disse lo scrittore, io sono solo di passaggio. In camera da letto c'era un tavolino e,
sopra, un lume spento. La luce opaca che entrava dalla finestra consentiva di
vedere, a sinistra, dei fogli bianchi, altri, sulla destra, scritti, al centro una pagina a
metà. C'erano due biro nuove accanto al lume. Ecco qui, disse lo scrittore. La
moglie del medico domandò, Posso, senza aspettare la risposta prese i fogli
scritti, saranno stati una ventina, diede uno sguardo alla calligrafia minuscola, alle
righe che salivano e scendevano, alle parole iscritte nel biancore del foglio, incise
nella cecità, Sono di passaggio, aveva detto lo scrittore, e questi erano i segni che
lasciava via via passando. La moglie del medico gli posò la mano sulla spalla, e con
tutte e due le mani lui gliela prese, lentamente la portò alle labbra, Non si perda,
non consenta di perdersi, disse, ed erano parole inattese, enigmatiche, che
sembravano fuori luogo.
Quando rientrarono a casa, carichi di viveri sufficienti per tre giorni, la
moglie del medico, fra gli aiuti eccitati del primo cieco e della moglie, raccontò
l'accaduto. E la sera, inevitabilmente, lesse per tutti un po' di pagine di un libro
che era andata a prendere in biblioteca. L'argomento non interessava al ragazzino
strabico, che presto si addormentò col capo in grembo alla ragazza dagli occhiali
scuri e i piedi sulle gambe del vecchio dalla benda nera.
Trascorsi due giorni il medico disse, Vorrei sapere cos'è successo
all'ambulatorio, in questo momento non serviamo a niente, né lui né io, ma forse
un giorno la gente riavrà l'uso degli occhi, gli strumenti saranno ancora lì, in
attesa, Andiamo quando vuoi, disse la moglie, anche subito, E potremmo
approfittarne per passare da casa mia, se non vi dispiace, disse la ragazza dagli
occhiali scuri, non che pensi che i miei genitori siano tornati, è solo per scaricarmi
la coscienza, Andremo anche a casa tua, disse la moglie del medico. Nessun altro
si volle unire alla spedizione di riconoscimento dei domicili, il primo cieco e la
moglie perché sapevano già su cosa poter contare, come del resto anche il
vecchio dalla benda nera, benché per ragioni diverse, e il ragazzino strabico
perché continuava a non ricordarsi il nome della strada dove un tempo abitava. Il
tempo si era rasserenato, sembrava che le piogge fossero finite, e il sole,
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ancorché pallido, già cominciava a sentirsi sulla pelle, Non so come potremo tirare
avanti se il caldo aumenterà, disse il medico, tutta questa spazzatura a marcire, gli
animali morti, forse anche qualche essere umano, ci sarà gente morta dentro le
case, il guaio è che non siamo organizzati, dovrebbe esserci un'organizzazione in
ogni palazzo, in ogni strada, in ogni quartiere, Un governo, disse la moglie,
Un'organizzazione, anche il corpo è un sistema organizzato, è vivo finché si
mantiene tale, e la morte non è altro che l'effetto di una disorganizzazione, E
come potrà organizzarsi per vivere una società di ciechi, Organizzandosi,
l'organizzarsi è già, in un certo qual modo, cominciare ad avere occhi, Avrai pure
ragione, forse, ma l'esperienza di questa cecità ci ha portato solo morte e miseria,
i miei occhi, tale e quale al tuo ambulatorio, non sono serviti a niente, è grazie ai
tuoi occhi che siamo vivi, disse la ragazza dagli occhiali scuri, Lo saremmo anche
se fossi cieca, il mondo è pieno di ciechi vivi, Io penso che moriremo tutti, è
questione di tempo, Morire è sempre stata questione di tempo, disse il medico,
Ma morire solo perché si è ciechi, non dev'esserci peggior maniera di morire,
Moriamo di malattie, di incidenti, di casualità, E adesso moriremo anche perché
siamo ciechi, e cioè moriremo di cecità e di cancro, di cecità e di tubercolosi, di
cecità e di aids, di cecità e di infarto, le malattie potranno essere diverse da
persona a persona, ma quello che adesso ci sta ammazzando veramente è la
cecità, Non siamo immortali, non possiamo sfuggire alla morte, ma dovremmo
almeno non essere ciechi, disse la moglie del medico, E come, se questa cecità è
concreta e reale, disse il medico, Non ne sono sicura, disse la moglie, Neanche io,
disse la ragazza dagli occhiali scuri.
Non dovettero forzare la porta, l'aprirono normalmente, la chiave si
trovava nel portachiavi del medico che era rimasto in casa quando erano stati
trasportati in quarantena. Questa è la sala d'aspetto, disse la moglie del medico,
Quella dove stavo io, disse la ragazza dagli occhiali scuri, il sogno continua, ma
non so quale sia, sarà il sogno di sognare che quel giorno stavo sognando di
essere qui cieca, oppure il sogno di essere sempre stata cieca e di venire in sogno
nell'ambulatorio per una infiammazione agli occhi in cui non c'era alcun pericolo
di cecità, La quarantena non è stata un sogno, disse la moglie del medico, Questo
proprio no, come non è stato un sogno che siamo state violentate, Né che ho
pugnalato un uomo, Accompagnami nello studio, ci potrei arrivare da solo, ma
accompagnami tu, disse il medico. La porta era aperta. La moglie del medico
disse, è tutto per aria, carte per terra, i cassetti dello schedario li hanno portati
via, Devono essere stati quelli del ministero, per non perdere tempo a cercare,
Probabilmente, E gli strumenti, A vederli, mi sembrano in ordine, Almeno questo,
disse il medico. Avanzò da solo, con le braccia tese, toccò la scatola delle lenti,
l'oftalmoscopio, la scrivania, poi disse, rivolgendosi alla ragazza dagli occhiali
scuri, Comprendo cosa intendi quando dici che stai vivendo un sogno. Si sedette
dietro la scrivania, posò le mani sul ripiano di vetro coperto di polvere, poi, con un
sorriso triste e ironico, come se si rivolgesse a qualcuno seduto davanti a sé, disse,
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Purtroppo no, dottore, mi dispiace molto, ma per lei non c'è niente da fare, se
vuole che le dia un ultimo consiglio si rifugi in quel vecchio detto, avevano ragione
quando dicevano che la pazienza allunga la vista, Non farci soffrire, disse la
moglie, Scusami, scusami anche tu, in questo posto un tempo si facevano i
miracoli, e adesso non ho più neanche le prove dei miei poteri magici, le hanno
portate via tutte, L'unico miracolo che possiamo fare sarà quello di continuare a
vivere, disse la moglie, difendere la fragilità della vita giorno per giorno, come se
fosse lei la cieca, e non sapesse dove andare, e forse è proprio così, forse la vita
non lo sa davvero, si è abbandonata nelle nostre mani dopo averci reso
intelligenti, e noi l'abbiamo portata a questo, Parli come se fossi cieca anche tu,
disse la ragazza dagli occhiali scuri, In un certo qual modo è vero, sono cieca della
vostra cecità, potrei forse cominciare a veder meglio se fossimo più gente a
vederci, Temo che tu sia come quel testimone che va in cerca del tribunale dove
lo ha convocato non si sa chi e dove dovrà dichiarare non sa che cosa, disse il
medico, Il tempo sta per concludersi, la putredine dilaga, le malattie trovano le
porte aperte, l'acqua si esaurisce, il cibo è ormai veleno, sarebbe questa la mia
prima dichiarazione, disse la moglie del medico, E la seconda, domandò la ragazza
dagli occhiali scuri, Cerchiamo di aprire gli occhi, Non possiamo, siamo ciechi,
disse il medico, Non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere, è una grande verità,
Ma io voglio vedere, disse la ragazza dagli occhiali scuri, Non per questo vedrai,
l'unica differenza sarebbe che non saresti più la peggior cieca, e adesso andiamo
via, qui non c'è altro da vedere, disse il medico.
Strada facendo verso la casa della ragazza dagli occhiali scuri
attraversarono una grande piazza dove c'erano gruppi di ciechi intenti ad
ascoltare i discorsi di altri ciechi, a prima vista né questi né quelli lo sembravano,
chi parlava volgeva infervorato la faccia verso chi ascoltava, chi ascoltava volgeva
attento la faccia verso chi parlava. Si proclamavano la fine del mondo, la salvezza
penitenziale, la visione del settimo giorno, l'avvento dell'angelo, la collisione
cosmica, l'estinzione del sole, lo spirito tribale, l'umore della mandragora,
l'unguento della tigre, la virtù del segno, la disciplina del vento, il profumo della
luna, la rivendicazione della tenebra, il potere dello scongiuro, l'impronta del
calcagno, la crocifissione della rosa, la purezza della linfa, il sangue del gatto nero,
il sopore dell'ombra, la rivolta delle maree, la logica dell'antropofagia, la
castrazione indolore, il tatuaggio divino, la cecità volontaria, il pensiero convesso,
quello concavo, quello piano, quello verticale, quello concentrato, quello
disperso, quello sfuggito, l'ablazione delle corde vocali, la morte della parola. Qui
non c'è nessuno che parli di organizzazione, disse la moglie del medico al marito,
Forse è in un'altra piazza, rispose lui. Continuarono a camminare. Poco più avanti
la moglie del medico disse, Ci sono più morti del solito per la strada, Perché la
nostra resistenza si sta esaurendo, il tempo si conclude, l'acqua si esaurisce, le
malattie aumentano, il cibo si trasforma in veleno, lo hai detto tu stessa, ricordò il
medico, Chissà se fra questi morti non ci saranno i miei genitori, disse la ragazza
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dagli occhiali scuri, e io, magari, passo accanto a loro e non li vedo, è una vecchia
abitudine dell'umanità, passare accanto ai morti e non vederli, disse la moglie del
medico.
La strada dove un tempo abitava la ragazza dagli occhiali scuri sembrava
ancora più abbandonata. Davanti alla porta del palazzo c'era il corpo di una
donna. Morta, smangiucchiata dagli animali randagi, per fortuna il cane delle
lacrime oggi non è voluto venire, sarebbe stato necessario dissuaderlo dal servirsi
anche lui su questa carcassa. è la vicina del primo piano, disse la moglie del
medico, Chi, dove, domandò il marito, Proprio qui, la vicina del primo piano, si
sente l'odore, Povera creatura, disse la ragazza dagli occhiali scuri, chissà perché
sarà uscita per la strada, non lo faceva mai, Forse aveva avvertito che la morte si
stava avvicinando, forse non ha potuto sopportare l'idea di restare da sola in casa,
a marcire, disse il medico, E adesso non potremo entrare, non ho le chiavi, Può
darsi che i tuoi genitori siano tornati, che stiano in casa ad aspettare te, disse il
medico, Non credo, Hai ragione a non crederlo, disse la moglie del medico, le
chiavi sono qui. Nel concavo della mano morta, semiaperta, posata per terra,
faceva capolino, brillante, luminoso, un mazzo di chiavi. Forse sono le sue, disse la
ragazza dagli occhiali scuri, Penso di no, non aveva alcun motivo per portarsi le
chiavi là dove pensava di andare a morire, Ma io, cieca come sono, non avrei
potuto vederle, se era questa l'idea che aveva, cioè di restituirmele perché
potessi entrare in casa, Non sappiamo quali siano stati i suoi pensieri quando ha
deciso di portarsi dietro le chiavi, forse ha immaginato che avresti recuperato la
vista, forse ha sospettato che ci fosse qualcosa di poco naturale, di troppo facile
nel modo in cui ci siamo mossi quando siamo stati qui, forse mi ha sentito dire
che la scala era buia, che si riusciva a vedere a stento, che riuscivo a vedere a
stento, oppure niente di tutto ciò, delirio, demenza, come se, perduta la ragione,
si fosse fissata sull'idea di consegnarti le chiavi, l'unica cosa che sappiamo è che la
sua vita si è conclusa mettendo il piede fuori dalla porta. La moglie del medico
raccolse le chiavi, le consegnò alla ragazza dagli occhiali scuri, poi domandò, E
adesso cosa facciamo, la lasciamo qui, Non possiamo sotterrarla nella strada, non
abbiamo niente con cui sollevare le pietre, disse il medico, C'è il giardino,
Bisognerà portarla su fino al secondo piano e poi calarla giù per la scala di
sicurezza, è l'unica maniera, Avremo forze abbastanza, domandò la ragazza dagli
occhiali scuri, Il problema non è se avremo o non avremo forze, il problema è se
consentiremo a noi stessi di lasciare questa donna qui, Questo no, disse il medico,
Allora le forze bisognerà trovarle. Infatti si trovarono, ma fu un'impresa
dell'accidenti trasportare il cadavere su per i gradini, e non per quanto pesasse,
già poco di natura, e adesso anche meno, dopo che i cani e i gatti avevano
favorito, ma perché il corpo stava lì rigido, impalato, si faticava a fargli fare il giro
nelle curve della stretta scala, per un'ascensione tanto breve dovettero riposarsi
quattro volte. Né il rumore, né le voci, né l'odore della decomposizione fecero
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comparire sui pianerottoli altri abitanti del palazzo, Come pensavo, i miei genitori
non ci sono, disse la ragazza dagli occhiali scuri.
Quando finalmente giunsero davanti alla porta erano esausti, e dovevano
ancora attraversare tutta la casa fino al retro, scendere la scala di sicurezza, ma lì,
con l'aiuto dei santi, che verso il basso danno tutti una mano, il carico si riuscì a
portare già meglio, le svolte erano facili da fare perché la scala era a cielo aperto,
bisognò solo stare attenti a non lasciarsi sfuggire di mano il corpo di quella povera
creatura, il capitombolo l'avrebbe sconquassata tutta, per non parlare dei dolori,
che dopo la morte sono peggiori.
Il giardino sembrava una selva inesplorata, le recenti piogge avevano fatto
crescere abbondantemente l'erba e le piante selvatiche portate dal vento, non
sarebbe certo mancato cibo fresco ai conigli che andavano qua e là saltellando, le
galline si contentano anche in regime di siccità. Se ne stavano seduti, ansimanti,
lo sforzo li aveva messi a terra, lì accanto il cadavere riposava come loro, protetto
dalla moglie del medico che scacciava le galline e i conigli, questi ultimi solo
curiosi, col naso fremente, ma le galline già col becco puntato, disposte a tutto.
Disse la moglie del medico, Prima di uscire, si è ricordata di aprire la porta della
conigliera, non voleva che i conigli morissero di fame, è proprio vero che il difficile
non è vivere con gli altri, il difficile è comprenderli, disse il medico. La ragazza
dagli occhiali scuri si puliva le mani con un ciuffo d'erba che aveva strappato,
colpa sua, aveva afferrato il cadavere nel punto sbagliato, ecco cosa significa non
avere occhi. Disse il medico, Avremmo bisogno di una zappa, o di una pala, e qui
si può osservare come l'autentico eterno ritorno sia quello delle parole, ora sono
ritornate queste, pronunciate per le stesse ragioni, prima si trattava dell'uomo
che ha rubato l'automobile, ora sarà la vecchia che ha restituito le chiavi, una
volta sotterrati le differenze non si noteranno, a meno che non le avrà serbate
una memoria. La moglie del medico era salita a casa della ragazza dagli occhiali
scuri per andare a prendere un lenzuolo pulito, dovette scegliere fra quelli meno
sporchi, quando scese giù di nuovo le galline stavano facendo festa, i conigli
ruminavano soltanto l'erba fresca. Coperto e avvolto il cadavere, la donna andò a
cercare la pala o la zappa. Le trovò tutte e due in un casottino insieme ad altri
attrezzi. Ci penso io, disse, la terra è umida, si scava bene, voi riposate. Scelse un
punto dove non ci fossero radici, tipo quelle che bisogna tagliare con successivi
colpi di zappa, e non si creda che si tratta di un compito facile, le radici sono
furbe, sanno approfittare della morbidezza della terra per schivare i colpi e
ammortizzare l'effetto mortifero della ghigliottina. Né la moglie del medico né il
marito né la ragazza dagli occhiali scuri, la prima perché presa dal proprio lavoro,
gli altri due perché a loro gli occhi non servono a niente, notarono la comparsa di
vari ciechi nei balconi circostanti, non molti, e non in tutti i balconi, doveva averli
attratti il rumore della zappa, anche se la terra è molle è inevitabile, e poi non
dimentichiamo che c'è sempre un sassolino nascosto che risponde sonoramente
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al colpo. Erano uomini e donne che sembravano fluidi come spettri, potevano
essere dei fantasmi curiosi che assistevano a un funerale, solo per rammentarsi di
com'era stato il proprio. La moglie del medico li vide, finalmente, quando,
terminata la fossa, raddrizzò le reni dolenti e portò l'avambraccio alla fronte per
asciugare il sudore. Allora, spinta da un impulso irresistibile, senza riflettere, a
quei ciechi e a tutti i ciechi del mondo gridò, Risorgerà, si badi, non disse
Risusciterà, il caso non era di tale importanza, sebbene il dizionario stia lì ad
affermare, promettere o insinuare che si tratta di perfetti ed esatti sinonimi. I
ciechi si spaventarono e s'infilarono in casa, non capivano perché fosse stata
pronunciata quella parola, e inoltre non dovevano essere del tutto pronti a una
rivelazione del genere, evidentemente non frequentavano abitualmente la piazza
degli annunci magici, al cui elenco, per essere completo, c'era soltanto da
aggiungere la testa della mantide e il suicidio dello scorpione. Il medico domandò,
Perché hai detto risorgerà, a chi parlavi, Ad alcuni ciechi che sono spuntati sui
balconi, mi sono spaventata e devo averli spaventati, E perché quella parola, Non
so, mi è affiorata e l'ho detta, Ti manca solo di andare a predicare in quella piazza
da cui siamo passati, Sì, un sermone sul dente di coniglio e sul becco di gallina, ora
vieni ad aiutarmi, da qui, sì, bene, prendila per i piedi, io la sollevo da questo lato,
attenzione, non scivolarmi tu dentro la fossa, bene, così, falla scendere pian
pianino, di più, di più, ho fatto la fossa un po' profonda per via delle galline,
quando si mettono a rovistare non si sa mai fin dove possono arrivare, fatto. Si
servì della pala per ricoprire la fossa, calcò bene la terra, spianò il monticello che
avanza sempre dalla terra che è tornata alla terra, come se non avesse mai fatto
altro nella vita. Infine strappò un ramo del roseto che cresceva in un angolo del
giardino e andò a piantarlo alla base del mausoleo, dal lato della testa. Risorgerà,
domandò la ragazza dagli occhiali scuri, Lei no, rispose la moglie del medico, ben
più necessità avrebbero i vivi di risorgere da se stessi, e non lo fanno, Siamo già
mezzi morti, disse il medico, Siamo ancora mezzi vivi, rispose la donna. Andò a
riporre nel casottino la pala e la zappa, diede uno sguardo al giardino per
accertarsi che tutto fosse in ordine, Quale ordine, si domandò, e si rispose da
sola, L'ordine che vuole i morti al loro posto di morti e i vivi al loro posto di vivi,
mentre le galline e i conigli nutrono questi e si nutrono di quelli, Vorrei lasciare un
segnale ai miei genitori, disse la ragazza dagli occhiali scuri, solo perché sappiano
che sono viva, Non voglio toglierti le illusioni, disse il medico, ma prima
dovrebbero trovare la casa, ed è poco probabile, pensa che non saremmo mai
riusciti ad arrivare fin qui se non avessimo avuto qualcuno a guidarci, Ha ragione,
e non so neppure se sono ancora vivi, ma, se non gli lasciassi un segnale, una cosa
qualsiasi, mi sentirei come se li avessi abbandonati, Cosa potrebbe essere, allora,
domandò la moglie del medico, Qualcosa che possano riconoscere al tatto, disse
la ragazza dagli occhiali scuri, il guaio è che addosso non ho più niente del
passato. La moglie del medico la guardava, lei se ne stava seduta sul primo
gradino della scala di sicurezza con le mani abbandonate sulle ginocchia, il
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bellissimo viso angosciato, i capelli sciolti sulle spalle, So quale segnale potrai
lasciare, disse. Risalì rapidamente la scala rientrò in casa e tornò con un paio di
forbici e un pezzettino di spago, Cos'hai in mente, domandò la ragazza dagli
occhiali scuri, preoccupandosi nel sentire lo stridere delle forbici che le tagliavano
i capelli, Se i tuoi genitori torneranno, troveranno appesa alla maniglia della porta
una ciocca, di chi potrebbe essere se non della loro figlia domandò la moglie del
medico, Mi viene da piangere, disse la ragazza dagli occhiali scuri, e detto fatto,
col capo reclinato sulle braccia incrociate sopra le ginocchia sfogò le proprie pene,
la nostalgia, la commozione per il pensiero che aveva avuto la moglie del medico,
e subito dopo si rese conto, senza sapere per quali vie del sentimento vi fosse
giunta, che stava piangendo anche per la vecchia del primo piano, la mangiatrice
di carne cruda, l'orribile strega, colei che con la propria mano morta le aveva
restituito le chiavi di casa. E allora la moglie del medico disse, Che tempi, è già
invertito l'ordine delle cose, un simbolo che quasi sempre è stato di morte ora
diviene un segnale di vita, Ci sono mani capaci di questi e di ben altri e più grandi
prodigi, disse il medico, Necessità fa virtù, mio caro, disse la moglie, e adesso
basta con le filosofie e le taumaturgie, diamoci da fare. Fu la stessa ragazza dagli
occhiali scuri che appese la ciocca di capelli alla maniglia, Credi che i miei genitori
se ne accorgeranno, domandò, La maniglia della porta è la mano tesa di una casa,
rispose la moglie del medico, e con questa frase d'effetto, come si direbbe,
ritennero la visita conclusa.
Quella sera ci furono di nuovo lettura e audizione, non avevano altra
maniera di distrarsi, peccato che il medico non fosse, per esempio, un violinista
dilettante, che dolci serenate si sarebbero allora potute sentire in questo quinto
piano, i vicini invidiosi avrebbero detto, Quelli, o gli va bene la vita o sono degli
incoscienti e credono di poter sfuggire alla sventura ridendosela della sventura
degli altri. Adesso non c'è altra musica all'infuori di quella delle parole, e le parole,
soprattutto quelle dei libri, sono discrete, anche se la curiosità spingesse
qualcuno del palazzo a mettersi in ascolto dietro la porta, costui non sentirebbe
altro che questo mormorio solitario, questo lungo filo di un suono che potrebbe
prolungarsi all'infinito perché i libri del mondo, tutti insieme, sono come dicono
sia l'universo, infiniti. Quando, a notte fonda, la lettura terminò, il vecchio dalla
benda nera disse, A questo siamo ridotti, a sentir leggere, Io non mi lamento,
potrei restare così per sempre, disse la ragazza dagli occhiali scuri, Neanch'io mi
sto lamentando, dico solo che serviamo soltanto a questo, a sentir leggere la
storia di un'umanità esistita prima di noi, approfittiamo della combinazione che ci
siano ancora un paio d'occhi aperti, gli ultimi rimasti, se un giorno si dovessero
spegnere, non voglio neanche pensarci, allora il filo che ci unisce a quell'umanità
si spezzerebbe, sarebbe come se ci stessimo allontanando gli uni dagli altri nello
spazio, per sempre, e ciechi loro tanto quanto noi, Finché potrò, disse la ragazza
dagli occhiali scuri, manterrò la speranza, la speranza di ritrovare un giorno i miei
genitori, la speranza che compaia la mamma di questo ragazzo, Ti sei dimenticata
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di parlare della speranza di tutti, Quale, Quella di recuperare la vista, Avere certe
speranze è una follia, Allora ti dico che, se non fosse per quelle, avrei già
rinunciato alla vita, Fammi un esempio, Vedere di nuovo, Questo lo conosciamo
già, fammene un altro, No, Perché, Non ti interessa, E come sai che non mi
interessa, cosa credi di conoscere di me per decidere, per tuo conto, ciò che mi
interessa e ciò che non mi interessa, Non ti arrabbiare, non avevo intenzione di
ferirti, Gli uomini sono tutti uguali, pensano che basti esser nati dalla pancia di
una donna per sapere tutto delle donne, Io delle donne so ben poco, e di te
niente, e quanto a essere un uomo, per me è acqua passata, ora sono un vecchio,
e guercio, oltre che cieco, Non hai nient'altro da dire contro te stesso, Tante altre
cose, non immagini neanche quanto la lista nera delle autorecriminazioni vada
aumentando a mano a mano che gli anni passano, Io sono giovane, e già ne sono
ben fornita, Ancora non hai fatto niente di veramente cattivo, Come puoi saperlo,
se non hai mai vissuto con me, Sì, non ho mai vissuto con te, Perché hai ripetuto
con quel tono le mie parole, Quale tono, Quello, Ho detto solo che non ho mai
vissuto con te, Il tono, il tono, non fingere di non capire, Non insistere, ti prego,
Invece sì, ho bisogno di sapere, Torniamo alle speranze, Va bene, L'altro esempio
di speranza che ho rifiutato di fare era quello, Quello, quale, L'ultima
autorecriminazione della mia lista, Spiegati, per favore, le sciarade non le capisco,
Il mostruoso desiderio di non recuperare più la vista, Perché, Per continuare a
vivere così, Vuoi dire tutti insieme, oppure insieme a me, Non costringermi a
rispondere, Se fossi soltanto un uomo potresti sottrarti alla risposta, come fanno
tutti, ma tu stesso hai detto che sei un vecchio, e un vecchio, se l'aver vissuto
tanto ha ancora un senso, non dovrebbe voltare la faccia davanti alla verità,
rispondi, Insieme a te, E per quale motivo vuoi vivere con me, Ti aspetti che lo
dica davanti a tutti, Gli uni davanti agli altri abbiamo fatto le cose più sporche, più
brutte, più ripugnanti, non sarà certo peggio quello che hai da dirmi, Giacché lo
vuoi, e sia, perché all'uomo che sono ancora piace la donna che tu sei, è stato poi
così tanto penoso fare questa dichiarazione d'amore, Alla mia età, il ridicolo fa
paura, Non sei stato ridicolo, Dimentichiamolo, ti prego, Non intendo dimenticare
né lasciare che tu dimentichi, è una sciocchezza, mi hai costretto a parlare, e
adesso, E adesso è il mio turno, Non dire nulla di cui potresti pentirti, ricordati
della lista nera, Se in questo momento sono sincera, cosa importa se un domani
dovrò pentirmene, Taci, Tu vuoi vivere con me e io voglio vivere con te, Sei pazza,
Vivremo insieme qui, come una coppia, e insieme continueremo a vivere se
dovremo separarci dai nostri amici, due ciechi dovranno pur vedere più di uno, è
una follia, io non ti piaccio, Cosa significa piacere, a me non è mai piaciuto
nessuno, con gli uomini ci sono solo andata a letto, Mi stai dando ragione, No, Hai
parlato di sincerità, allora rispondimi, è proprio vero che ti piaccio, Mi piaci
abbastanza da voler stare con te, ed è la prima volta che lo dico a qualcuno, Non
lo diresti neanche a me se mi avessi incontrato prima, un uomo anziano, mezzo
calvo, con i capelli bianchi, una benda su un occhio e una cataratta nell'altro, La
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donna che ero un tempo non lo direbbe, lo riconosco, lo ha detto la donna che
sono oggi, Vedremo allora cosa avrà da dire la donna che sarai domani, Mettimi
alla prova, Che idea, chi sono io per metterti alla prova, è la vita che decide di
queste cose, Una l'ha già decisa.
Ebbero questa conversazione faccia a faccia, gli occhi ciechi dell'uno fissi
negli occhi ciechi dell'altra, i visi infiammati e veementi, e quando, per averlo
detto uno di loro e per averlo voluto entrambi, convennero che la vita aveva
deciso che si mettessero a vivere insieme, la ragazza dagli occhiali scuri tese le
mani, solo per offrirle, non per sapere dove andava, sfiorò le mani del vecchio
dalla benda nera che la strinse dolcemente a sé, e rimasero seduti così, vicini, non
era la prima volta, è chiaro, ma adesso erano state pronunciate le parole del
contratto matrimoniale. Nessun altro fece commenti, nessuno si congratulò, né
augurò loro eterna felicità, non è davvero tempo di festeggiamenti e illusioni, e
quando si tratta di decisioni tanto serie come sembra sia stata questa, non ci
sarebbe neppure da sorprendersi se qualcuno avesse pensato che bisogna
proprio esser ciechi per comportarsi in questa maniera, il silenzio è sempre il
miglior applauso. La moglie del medico si limitò a stendere nel corridoio un po' di
cuscini del divano, sufficienti per improvvisare un comodo letto, poi condusse
nell'altra stanza il ragazzino strabico e gli disse, D'ora in poi dormirai qui. Quanto
a ciò che accadde nella sala, tutto indica che questa prima notte si sarà
finalmente chiarito il caso della mano misteriosa che ha lavato la schiena del
vecchio dalla benda nera quella mattina in cui si riversarono tante acque, tutte
purificatrici.
Il giorno seguente, ancora a letto, la moglie del medico disse al marito,
Abbiamo poco da mangiare in casa, bisognerà fare un giro, oggi ho pensato di
andare al magazzino sotterraneo del supermercato, quello dove sono stata il
primo giorno, se non l'ha ancora scoperto nessuno potremo rifornirci per una o
due settimane, Vengo con te, e chiediamo di accompagnarci anche a uno o due di
loro, Preferirei che fossimo solo noi, è più facile e non ci sarà pericolo di perderci,
Fino a quando riuscirai a reggere il peso di sei persone che non possono darsi da
fare, Reggerò finché potrò, ma in realtà le forze cominciano ormai a mancarmi, a
volte mi ritrovo a desiderare di diventare cieca per essere uguale agli altri, per
non avere più obblighi di loro, Ci siamo abituati a dipendere da te, se ci mancassi
sarebbe come se ci avesse colpito una seconda cecità, grazie ai tuoi occhi
riusciamo a essere un po' meno ciechi, Tirerò avanti finché ne sarò capace, non
posso promettere di più, Un giorno, quando dovessimo capire che non possiamo
fare più nulla di buono e di utile al mondo, dovremmo avere il coraggio di uscire
semplicemente dalla vita, come ha detto lui, Lui chi, Il fortunato di ieri, Sono
sicura che oggi non lo direbbe, non c'è niente di meglio che una solida speranza
per far cambiare opinione, Adesso ce l'ha, speriamo gli duri, Nella tua voce c'è un
tono che sembra di contrarietà, Contrarietà, perché, Come se ti avessero portato
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via qualcosa che ti apparteneva, Ti riferisci a quello che è accaduto con la ragazza
quando eravamo in quel posto orribile, Sì, Ricordati che è stata lei a cercarmi, La
memoria ti inganna, sei tu che l'hai cercata, Ne sei sicura, Non ero cieca, Eppure
sarei pronto a giurare che, Giureresti il falso, è strano come la memoria possa
ingannarci così, In questo caso è facilmente comprensibile, sentiamo più nostro
quanto ci si è offerto spontaneamente che non quello che abbiamo dovuto
conquistare, Né lei mi ha cercato dopo, né io l'ho più cercata, Volendo ci
s'incontra nella memoria, a questo serve, Sei gelosa, No, non sono gelosa, né lo
sono stata quel giorno, ma ho provato pena per lei e per te, e anche per me
perché non potevo aiutarvi, Come stiamo ad acqua, Male. Dopo la meno che
frugale colazione del mattino, amenizzata finalmente da alcune allusioni discrete
e sorridenti agli avvenimenti della notte trascorsa, con parole convenientemente
controllate per la presenza di un minore, una cautela peraltro inutile se
ripensiamo alle scandalose scene di cui è stato di persona testimone durante la
quarantena, la moglie del medico e il marito si recarono al lavoro, accompagnati
stavolta dal cane delle lacrime, che non volle restare a casa.
L'aspetto delle strade peggiorava di ora in ora. La spazzatura sembrava
moltiplicarsi durante le ore notturne, era come se dall'estero, da un paese
sconosciuto dove regnasse ancora una vita normale, venissero di nascosto a
svuotare i contenitori, se non fosse che ci troviamo in un paese di ciechi
vedremmo avanzare in questa bianca oscurità i carri e i camion fantasma carichi
di detriti, avanzi, macerie, scorie chimiche, ceneri, oli bruciati, ossa, bottiglie,
interiora, pile scariche, plastiche, montagne di carta, soltanto i resti del mangiare
non ci portano, neanche un po' di bucce con cui poter ingannare via via la fame,
aspettando quei giorni migliori che dovranno pur venire. è ancora mattina presto,
ma il caldo si fa già sentire. Il cattivo odore si diffonde dall'immensa pattumiera
come una nube di gas tossico, Fra non molto cominceranno a spuntare un bel po'
di epidemie, ha ripetuto il medico, non ne scamperà nessuno, siamo
completamente indifesi, Se non è pioggia è vento, ha detto la moglie, Magari, la
pioggia almeno ci servirebbe per dissetarci, e il vento ci libererebbe un po' da
questo fetore. Il cane delle lacrime gira qua e là fiutando inquieto, si è soffermato
a rovistare in un mucchio di spazzatura, probabilmente ci ha nascosto sotto
qualche leccornia sopraffina che adesso non riesce a trovare, se fosse solo da lì
non si schioderebbe, ma la donna che ha pianto è già arrivata laggiù, il suo dovere
è di seguirla, non si sa mai, potrebbe dover asciugare altre lacrime. è difficile
camminare. In certe strade, soprattutto quelle più in pendenza, l'impeto delle
acque piovane, trasformate in torrente, ha scaraventato automobili contro
automobili, o contro palazzi, buttando giù porte, svuotando vetrine, ci sono
schegge di vetro spesso dappertutto. Schiacciato fra due macchine, imputridisce il
corpo di un uomo. La moglie del medico distoglie lo sguardo. Il cane delle lacrime
si avvicina, ma la morte gli mette soggezione, fa due passi ancora, di colpo gli si è
rizzato il pelo, un lacerante ululato gli è uscito dalla gola, il guaio di questo cane è
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di essere stato tanto vicino agli esseri umani, finirà per soffrire quanto loro.
Attraversarono una piazza dove c'erano gruppi di ciechi che s'intrattenevano ad
ascoltare i discorsi di altri ciechi, a prima vista non sembravano ciechi né gli uni né
gli altri, chi parlava girava infervorato la faccia verso chi ascoltava, chi ascoltava
girava attento la faccia verso chi parlava. Si proclamavano i principi fondamentali
dei grandi sistemi organizzati, la proprietà privata, il libero scambio, il mercato, la
borsa, la pressione fiscale, l'interesse, l'appropriazione, l'espropriazione, la
produzione, la distribuzione, il consumo, l'approvvigionamento e il suo contrario,
la ricchezza e la povertà, la comunicazione, la repressione e la delinquenza, le
lotterie, le istituzioni carcerarie, il codice penale, il codice civile, il codice stradale,
il dizionario, l'elenco telefonico, le reti di prostituzione, le fabbriche di materiali
bellici, le forze armate, i cimiteri, la polizia, il contrabbando, le droghe, i traffici
illeciti permessi, la ricerca farmaceutica, il gioco, il prezzo delle cure e dei funerali,
la giustizia, il mutuo, i partiti politici, le elezioni, i parlamenti, i governi, il pensiero
convesso, quello concavo, quello piano, quello verticale, quello inclinato, quello
concentrato, quello disperso, quello sfuggito, l'ablazione delle corde vocali, la
morte della parola. Qui si parla di organizzazione, disse la moglie del medico al
marito, Me ne sono accorto, rispose lui, e tacque. Continuarono a camminare, la
moglie del medico andò a consultare una mappa della città che era lì su un
angolo, come un antico crocifisso sulle strade. Erano molto vicini al supermercato,
qui, da qualche parte si era accasciata per terra, piangente, quel giorno in cui si
era vista perduta, grottescamente prostrata sotto il peso di quei sacchetti di
plastica per fortuna pieni, era accorso un cane a consolarla dal disorientamento e
dall'angoscia, proprio questo che sta ringhiando alle mute che si avvicinano
troppo, come ad avvisarle, A me non me la fate, state lontani. Una svolta a
sinistra, un'altra a destra, e compare la porta del supermercato. Solo la porta,
cioè, la porta c'è, l'edificio c'è tutto, ma non si vede gente entrare e uscire, quel
formicaio umano che incontriamo continuamente in questi locali, che vivono
appunto dell'afflusso di grandi masse. La moglie del medico, temendo il peggio,
disse al marito, Siamo venuti troppo tardi, non ci sarà più neppure un quarto di
biscotto, Perché dici questo, Non vedo entrare né uscire nessuno, Può darsi non
abbiano ancora scoperto il sotterraneo, è la mia speranza. Si erano fermati sul
marcia piede davanti al supermercato mentre si scambiavano queste frasi.
Accanto a loro, come se fossero in attesa che a un semaforo si accendesse il
verde, c'erano tre ciechi. La moglie del medico non si accorse della faccia che
fecero, un'espressione di sorpresa inquieta, una sorta di vago timore, non vide
che la bocca di uno di loro si aprì come per dire qualcosa e subito dopo si richiuse,
non notò quel rapido movimento di stringersi nelle spalle, Fatti tuoi, avrà
probabilmente pensato questo cieco. Ormai in mezzo alla strada, mentre
l'attraversavano, la moglie del medico e il marito non poterono udire
l'osservazione del secondo cieco, Chissà perché avrà detto che non vedeva, che
non vedeva entrare e uscire nessuno, né la risposta del terzo cieco, Sono modi di
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dire, anche poco fa, quando ho inciampato, mi hai domandato se non vedevo
dove mettevo i piedi, è lo stesso, non abbiamo ancora perso l'abitudine di vedere,
Mio Dio, quante volte lo abbiamo già detto, esclamò il primo cieco.
Il chiarore del giorno illuminava l'ampio spazio del supermercato fino giù in
fondo. Quasi tutti gli scaffali erano per terra, non c'erano che pattume, vetri rotti,
scatoloni vuoti, è curioso, disse la moglie del medico, anche se non c'è più niente
da mangiare, non capisco perché non ci viva nessuno. Il medico disse,
Effettivamente, non sembra normale. Il cane delle lacrime si mise a guaire
flebilmente. Aveva di nuovo il pelo ritto. Disse la moglie del medico, C'è uno
strano odore, La solita puzza, disse il marito, No, è un altro odore, di putrefazione,
Ci sarà qualche cadavere, Non ne vedo, Allora sarà una tua impressione. Il cane
riprese a gemere. Cos'ha il cane, domandò il medico, è nervoso, Cosa facciamo,
Andiamo a vedere, se c'è un cadavere ci teniamo lontani, a questo punto i morti
non ci fanno più paura, Per me è più facile, non li vedo. Attraversarono il
supermercato fino alla porta che dava accesso al corridoio per cui si sarebbe
arrivati al magazzino del sotterraneo. Il cane delle lacrime li seguì, ma di tanto in
tanto si fermava, guaiva richiamandoli, poi il dovere lo costringeva a proseguire.
Quando la moglie del medico aprì la porta, l'odore si fece più intenso, C'è davvero
puzza, disse il marito, Tu resta qui, torno subito. Avanzò nel corridoio, sempre più
buio, e il cane delle lacrime la seguì come se lo stessero trascinando. Satura del
fetore di putrefazione, l'aria sembrava pastosa. A metà strada, la moglie del
medico vomitò, Cosa sarà successo, pensava fra un conato e l'altro, e poi
mormorando ripeté, una prima e una seconda volta, sempre le stesse parole
mentre si avvicinava alla porta metallica da cui si accedeva al sotterraneo.
Confusa dalla nausea, non aveva notato che in fondo c'era un chiarore diffuso,
molto tenue. Adesso sapeva cos'era. Negli interstizi delle due porte, della scala e
del montacarichi, palpitavano delle fiammelle. Un nuovo attacco di vomito le
contorse le budella, talmente violento da scagliarla per terra. Il cane delle lacrime
emise un lungo ululato, lanciò un grido che sembrava interminabile, un lamento
che risuonò nel corridoio come l'ultima voce dei morti che si trovavano nel
sotterraneo. Il medico sentì i vomiti, i rantoli, la tosse, corse come poté, inciampò
e cadde, si alzò e ricadde, infine strinse la moglie fra le braccia, Cos'è accaduto,
domandò tremante, lei ripeteva solo, Portami via da qui, portami via da qui per
favore, per la prima volta da quando era sopraggiunta la cecità era lui che guidava
la moglie, la guidava senza sapere dove, in un posto qualsiasi, ma lontano da
queste porte, dalle fiamme che non poteva vedere. Quando uscirono fuori dal
corridoio, i nervi le cedettero di colpo, il pianto si fece convulso, non c'è modo di
asciugare lacrime come queste, solo il tempo e la stanchezza potranno chetarle,
ecco perché il cane non si avvicinava, cercava solo una mano da leccare. Cos'è
accaduto, domandò il medico di nuovo, cos'hai visto, Sono morti, riuscì a dire lei
fra i singhiozzi, Chi è che è morto, Loro, e non poté continuare, Calmati, parlerai
quando ce la farai. Trascorsi alcuni minuti, lei disse, Sono morti, Hai visto qualche
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cosa, hai aperto la porta, domandò il marito, No, ho visto solo dei fuochi fatui alle
fessure, stavano lì avvinghiati e ballavano, senza staccarsi, Idrogeno fosforato
derivante dalla decomposizione, Immagino di sì, Cosa sarà successo, Devono aver
trovato per caso il sotterraneo, si saranno precipitati giù per la scala in cerca di
cibo, ricordo quanto era facile scivolare e cadere su quei gradini, e se ne è caduto
uno sono caduti tutti, probabilmente non sono neppure riusciti ad arrivare dove
volevano, o forse ci sono riusciti ma poi, con la scala ostruita, non hanno potuto
tornare indietro, Ma tu hai detto che la porta era chiusa, L'avranno chiusa
certamente gli altri ciechi, hanno trasformato il sotterraneo in un enorme
sepolcro, e sono io la colpevole di quanto è accaduto, quando sono uscita di corsa
con i sacchetti avranno sospettato che si trattasse di cibo e si saranno messi a
cercarlo, In un certo qual modo, tutto quanto mangiamo è rubato alla bocca
altrui, e se ne rubiamo troppo finiamo per causarne la morte, in fondo siamo tutti
più o meno assassini, Magra consolazione, Ma non voglio che cominci ad
addossarti colpe immaginarie quando già riesci a stento a sostenere la
responsabilità di mantenere sei bocche reali e inutili, Senza la tua bocca inutile,
come potrei vivere, Continueresti a vivere per mantenere le altre cinque, Mi
chiedo per quanto tempo, Ancora non per molto, quando sarà tutto finito saremo
costretti a girare per le campagne in cerca di cibo, strapperemo tutti i frutti dagli
alberi, ammazzeremo tutti gli animali che riusciremo ad acchiappare, se nel
frattempo non avremo cominciato a divorare i cani e i gatti. Il cane delle lacrime
non si fece sentire, l'argomento non lo riguardava, a qualcosa gli era pur servito
trasformarsi negli ultimi tempi nel cane delle lacrime.
La moglie del medico a stento poteva trascinare i piedi. La scossa l'aveva
lasciata priva di forze. Quando uscirono dal supermercato, lei esanime, lui cieco,
nessuno avrebbe saputo dire chi dei due stava sostenendo l'altro. Forse per
l'intensità della luce le venne una vertigine, pensò di star perdendo la vista, ma
non si spaventò, era solo un mancamento. Non giunse al punto di cadere, di
perdere del tutto i sensi. Aveva bisogno di sdraiarsi, chiudere gli occhi, respirare
regolarmente, se avesse potuto stare qualche minuto tranquilla, calma, era sicura
che le forze sarebbero tornate, e bisognava che tornassero, i sacchetti di plastica
erano ancora vuoti. Non voleva sdraiarsi su tutta quella schifezza del marciapiede,
rientrare nel supermercato neanche morta. Si guardò intorno. Al di là della strada,
poco più avanti, c'era una chiesa. Probabilmente c'era gente dentro, come
dappertutto, ma doveva essere un buon posto dove riposare un po', anticamente
almeno era così. Disse al marito, Ho bisogno di riprendere le forze, portami laggiù,
Laggiù dove, Scusami, tu sostienimi, te lo dico io, Cos'è, Una chiesa, se mi potessi
sdraiare un po' tornerei come nuova, Andiamo. Si entrava nel tempio salendo sei
gradini, sei gradini, nota bene, che la moglie del medico fece con gran fatica,
tanto più che doveva guidare anche il marito. Le porte erano spalancate, e per
fortuna, anche un paravento, per quanto tra i più semplici, sarebbe stato in
questo momento un ostacolo difficile da superare. Il cane delle lacrime si fermò
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indeciso sulla soglia. è che, malgrado la libertà di movimenti di cui hanno goduto i
cani negli ultimi mesi, nel loro cervello era ancora geneticamente incorporata la
proibizione che un giorno, in tempi remoti, si era abbattuta sulla specie, la
proibizione di entrare nelle chiese, probabilmente per colpa di quell'altro codice
genetico che ordina loro di marcare il territorio dovunque arrivino. Non sono
serviti a niente i buoni e leali servigi prestati dagli antenati di questo cane delle
lacrime, quando lambivano le purulente piaghe di santi prima ancora che fossero
approvati e dichiarati tali, una misericordia, dunque, fra le più disinteressate,
perché, lo sappiamo bene, non certo tutti i mendicanti riescono ad ascendere alla
santità, per quante piaghe possano avere sul corpo, e anche nell'anima, là dove la
lingua dei cani non arriva. Questo, adesso, si è azzardato a penetrare nel sacro
recinto, la porta era aperta, portiere non ce n'era, e, ragione oltremodo forte, la
donna delle lacrime è già entrata, non so neppure come riesca a trascinarsi,
continua a mormorare al marito una sola parola, Reggimi, la chiesa è piena, quasi
non si trova un palmo di pavimento libero, qui si potrebbe veramente dire che
non c'è una pietra su cui posare il capo, è accorso ancora una volta il cane delle
lacrime, con due ringhiate e due attacchi, il tutto senza cattiveria, ha fatto un po'
di spazio dove la moglie del medico si è accasciata, abbandonando il corpo allo
svenimento, gli occhi finalmente chiusi. Il marito le ha preso il polso, è sostenuto
e regolare, appena appena lontano, poi ha fatto un tentativo per rialzarla, la
posizione non è corretta, bisogna rapidamente far affluire di nuovo il sangue al
cervello, aumentare l'irrorazione cerebrale, meglio di tutto sarebbe sederla,
metterle il capo fra le ginocchia, e confidare nella natura e nella forza di gravità.
Alla fine, dopo alcuni tentativi falliti, riuscì a rialzarla. Dopo qualche minuto, la
moglie del medico sospirò profondamente, si mosse di un nonnulla, cominciava a
tornare in sé. Non ti alzare ancora, le disse il marito, stai lì un altro po' a testa
bassa, ma lei si sentiva bene, nessun segno di vertigine, gli occhi riuscivano già a
intravvedere i lastroni del pavimento, che il cane delle lacrime, grazie alle tre
energiche raspate che aveva dato per sdraiarsi pure lui, aveva ripulito in maniera
accettabile. Alzò la testa verso le colonne slanciate, verso le alte volte, a
comprovare la sicurezza e la stabilità della circolazione sanguigna, poi disse, Ora
mi sento bene, ma nello stesso istante pensò di essere ammattita, o forse,
scomparsa la vertigine, di avere le allucinazioni, non poteva essere vero ciò che le
mostravano gli occhi, quell'uomo inchiodato alla croce con una benda bianca a
tappargli gli occhi, e, lì accanto, una donna col cuore trafitto da sette spade e gli
occhi tappati anch'essi con una benda bianca, e non c'erano soltanto quest'uomo
e questa donna in simili condizioni, tutte le immagini della chiesa avevano gli
occhi bendati, le sculture con una striscia di tessuto bianco legata intorno alla
testa, i dipinti con una spessa pennellata di pittura bianca, e laggiù c'era una
donna che insegnava a leggere alla figlia, e tutte e due avevano gli occhi tappati, e
un uomo con un libro aperto su cui era seduto un bambino, e tutti e due avevano
gli occhi tappati, e un altro uomo col corpo trafitto di frecce, e aveva gli occhi
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tappati, e una donna con una lanterna accesa, e aveva gli occhi tappati, e un altro
uomo con ferite alle mani, ai piedi e al petto, e aveva gli occhi tappati, e un altro
uomo con un leone, e tutti e due avevano gli occhi tappati, e un altro uomo con
un agnello, e tutti e due avevano gli occhi tappati, e un altro uomo con un'aquila,
e tutti e due avevano gli occhi tappati, e un altro uomo che dominava con una
lancia un uomo a terra, con le corna e i piedi fessi, e tutti e due avevano gli occhi
tappati, e un altro uomo con una bilancia, e aveva gli occhi tappati, e un vecchio
calvo con un giglio bianco in mano, e aveva gli occhi tappati, e un altro vecchio
appoggiato a una spada sguainata, e aveva gli occhi tappati, e una donna con una
colomba, e tutte e due avevano gli occhi tappati, e un uomo con due corvi, e tutti
e tre avevano gli occhi tappati, c'era soltanto una donna che non aveva gli occhi
tappati, perché li porgeva sopra un vassoio d'argento. La moglie del medico disse
al marito, Non mi crederesti se ti dicessi quello che ho davanti a me, tutte le
immagini della chiesa hanno gli occhi bendati, Che strano, chissà perché, Come
faccio a saperlo, potrebbe essere stata opera di qualche disperato della fede
quando ha capito che sarebbe diventato cieco come gli altri, può essere stato lo
stesso sacerdote, forse ha pensato giustamente che, siccome i ciechi non
avrebbero potuto vedere le immagini, anche le immagini non avrebbero più
dovuto vedere i ciechi, Le immagini non vedono, Ti sbagli, le immagini vedono con
gli occhi che le vedono, solo adesso la cecità è veramente generale, Tu ci vedi
ancora, Ci vedrò sempre meno, anche se non perderò la vista diverrò sempre più
cieca di giorno in giorno perché non avrò più nessuno che mi veda, Se è stato il
prete a tappare gli occhi delle immagini, è solo una mia idea, è l'unica ipotesi
plausibile, è l'unica che possa conferire una certa grandiosità alla nostra miseria,
immagino quell'uomo che entra qui dentro proveniente da un mondo di ciechi, al
quale poi dovrà tornare per divenirlo anche lui, immagino le porte chiuse, la
chiesa deserta, il silenzio, immagino le statue, i dipinti, lo vedo andare dall'una
all'altro, salire sugli altari e legare i pezzi di stoffa, con due nodi perché non si
slaccino e cadano giù, a passare due mani di colore sulle pitture per rendere più
spessa la notte bianca in cui sono entrate, quel prete dev'essere stato il più
grande sacrilego di tutti i tempi e di tutte le religioni, il più giusto, il più
radicalmente umano, colui che è venuto finalmente ad affermare che Dio non
merita di vedere. La moglie del medico non arrivò a rispondere, qualcuno accanto
parlò prima di lei, Cosa state dicendo, chi siete, Ciechi come te, disse lei, Ma ti ho
sentito dire che vedevi, Sono modi di dire che si fatica a perdere, quante volte
ancora bisognerà ripeterlo, E cos'è questa roba delle immagini con gli occhi
tappati, è vero, E tu come lo sai, se sei cieca, Lo verresti a sapere anche tu se
facessi come ho fatto io, avvicinati e toccale con le mani, le mani sono gli occhi
dei ciechi, E tu perché lo hai fatto, Ho pensato che per essere giunti al punto cui
siamo giunti qualcun altro doveva essere cieco, E quella storia che è stato il
parroco di questa chiesa a tappare gli occhi alle immagini, l'ho conosciuto molto
bene, sarebbe incapace di fare una cosa del genere, Non si può mai sapere in
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anticipo di cosa siano capaci le persone, bisogna aspettare, dar tempo al tempo, è
il tempo che comanda, il tempo è il compagno che sta giocando di fronte a noi, e
ha in mano tutte le carte del mazzo, a noi ci tocca inventarci le briscole con la vita,
la nostra, Parlare di gioco in una chiesa è peccato, Alzati, usa le tue mani, se dubiti
di quanto dico, Giurami che è vero che le immagini hanno gli occhi tappati, Quale
giuramento ti è sufficiente, Giura sui tuoi occhi, Lo giuro due volte, sui miei e sui
tuoi occhi, è vero, è vero. Questa conversazione la stavano sentendo altri ciechi
che si trovavano più vicino, e sarebbe inutile dire che non ci fu bisogno di
aspettare la conferma del giuramento perché la notizia cominciasse a circolare, a
passare di bocca in bocca, in un mormorio che a poco a poco cambiava tono,
prima incredulo, poi inquieto, di nuovo incredulo, il guaio fu che in
quell'assembramento di gente c'erano un certo numero di persone superstiziose
e ricche d'immaginazione, l'idea che le immagini sacre fossero cieche, che i loro
sguardi misericordiosi o sofferenti non contemplassero altro che la propria cecità,
divenne subitamente insopportabile, fu come se qualcuno fosse venuto a dir loro
che erano circondati da morti-viventi, bastò che si udisse un grido, e poi un altro,
e un altro ancora, la paura fece immediatamente alzare tutti quanti, il panico li
spinse verso la porta, si ripeté la scena ormai nota, siccome il panico è molto più
rapido delle gambe che lo devono portare, i piedi del fuggiasco finiscono per
impappinarsi nella corsa, tanto più se lui è cieco, ed eccolo all'improvviso per
terra, il panico gli dice, Alzati, corri, stanno venendo ad ammazzarti, figurarsi se lui
non lo vorrebbe, ma ce ne sono altri che si son messi a correre e son caduti,
bisogna proprio avere un gran buon cuore per non scoppiare a ridere davanti a
questo grottesco garbuglio di corpi alla ricerca di braccia per liberarsi e di piedi
per scappare. Quei sei gradini là fuori saranno come un precipizio, ma insomma,
non sarà poi una gran caduta, l'abitudine a cadere indurisce il corpo, l'esser giunti
per terra è già, di per sé, un sollievo, Da qui non ne vengo fuori, è il primo
pensiero, e a volte l'ultimo nei casi fatali. Ciò che neppure cambia è che si
approfittino alcuni del male altrui, come sanno benissimo, fin dall'inizio del
mondo, gli eredi e gli eredi degli eredi. La fuga disperata di questa gente l'ha
spinta a lasciare dietro di sé tutti i propri beni, e quando la necessità avrà avuto la
meglio sulla paura e loro torneranno a cercarli, oltre al difficile problema di
chiarire in modo soddisfacente quale era il mio e quale il tuo, vedremo che sarà
sparita parte di quel po' di cibo che avevamo, vuoi vedere che è stato tutto un
cinico stratagemma di quella donna che ha detto che le immagini avevano gli
occhi tappati, la cattiveria di certe persone non ha limiti, si inventano persino di
queste balle per poter rubare alla povera gente quei pochi avanzi di cibo
indecifrabili. Orbene, è stata tutta colpa del cane delle lacrime, vedendo
finalmente libera la piazza è andato ad annusare qua e là, si è ripagato del lavoro,
com'era giusto e naturale, ma ha mostrato, per così dire, l'ingresso della miniera,
col risultato che la moglie del medico e il marito sono usciti dalla chiesa coi
sacchetti mezzi pieni. Se finiranno per utilizzare una metà di quanto hanno preso
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potranno ritenersi soddisfatti, davanti all'altra metà diranno, Non so come
riuscissero a mangiarselo, anche quando la sventura è comune a tutti, c'è sempre
chi se la passa peggio degli altri.
Il resoconto di questi avvenimenti, ognuno nel suo genere, lasciò costernati
e sgomenti i compagni, anche se tuttavia c'è da notare che la moglie del medico,
forse perché le parole si rifiutavano, non ce la fece a comunicar loro quel
sentimento di orrore assoluto che aveva provato davanti alla porta del
sotterraneo, davanti a quel rettangolo pallido e vacillante di lumini che dava nella
scala per cui si sarebbe giunti all'altro mondo. Già le immagini dagli occhi bendati
avevano colpito profondamente, ancorché in modo diverso, l'immaginazione di
tutti, nel primo cieco e in sua moglie, per esempio, si notò un certo malessere,
per loro si trattava principalmente di una imperdonabile mancanza di rispetto.
Che tutti, gli esseri umani, si ritrovassero ciechi, era una iattura di cui loro non
erano colpevoli, sono sventure che possono capitare a chiunque, ma andare, solo
per ciò, a tappare gli occhi alle sante immagini, gli sembrava un attentato
imperdonabile, e peggio ancora se commesso dal parroco di una chiesa. Il
commento del vecchio dalla benda nera fu assai diverso, Capisco lo shock che ti
avrà causato, sto giusto pensando alla galleria di un museo, tutte le sculture con
gli occhi tappati, non perché lo scultore non avesse voluto sgrossare la pietra fino
a giungere al punto in c'erano gli occhi, ma tappati come dici tu, con quei pezzi di
stoffa annodati, come se una cecità sola non bastasse, è curioso, ma una benda
come la mia non fa la stessa impressione, a volte ti conferisce addirittura un'aria
romantica, e rise di quanto aveva detto e di se stesso. Quanto alla ragazza dagli
occhiali scuri, lei si accontentò di dire che sperava di non dover vedere in sogno
quella maledetta galleria, di incubi ne aveva abbastanza. Mangiarono un po' di
quel pessimo cibo che c'era, era il meglio che avevano, la moglie del medico disse
che stava diventando sempre più difficile trovare da mangiare, forse avrebbero
dovuto lasciare la città e andare a vivere in campagna, lì, per lo meno, i cibi che
fossero riusciti a rimediare sarebbero stati più sani, e ci sarà pure qualche capra o
qualche mucca in libertà, possiamo mungerle, avremo latte, e c'è l'acqua dei
pozzi, possiamo cuocere quello che vogliamo, il problema sta nel trovare un buon
posto, ciascuno diede poi la propria opinione, alcune più entusiastiche di altre,
ma a tutti era chiaro che la situazione incalzava e forzava, chi si mostrò contento
senza riserve fu il ragazzino strabico, probabilmente per via dei bei ricordi delle
vacanze. Dopo aver mangiato, se ne andarono a dormire, lo facevano sempre fin
dal tempo della quarantena, quando l'esperienza aveva loro insegnato che il
corpo sdraiato sopporta veramente tanta fame. La sera non mangiarono, solo il
ragazzino strabico ebbe qualcosa per tacitare la lagna e ingannare l'appetito, gli
altri si sedettero ad ascoltare la lettura del libro, almeno lo spirito non potrà
protestare contro la mancanza di nutrimento, il guaio è che la debilità del corpo
portava talvolta l'attenzione della mente a distrarsi, e non certo per mancanza di
interesse intellettuale, no, è che semplicemente il cervello scivolava in un mezzo
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sopore, come un animale che si prepara a ibernarsi, addio mondo, ragion per cui
non di rado gli ascoltatori chiudevano docilmente le palpebre, si mettevano a
seguire con gli occhi dell'anima le peripezie dell'intreccio, finché un episodio più
energico li riscuoteva dal torpore, quando non era semplicemente il rumore del
libro rilegato che si chiudeva di colpo, la moglie del medico aveva delicatezze del
genere, non voleva far loro capire di saperlo che chi sognava in verità stava
dormendo.
In questo dolce dondolio sembrava essere entrato il primo cieco, e tuttavia
non era così. Aveva gli occhi chiusi, è vero, e alla lettura prestava un'attenzione
più che vaga, ma l'idea di andare tutti a vivere in campagna gli impediva di
addormentarsi, gli sembrava un grave errore allontanarsi tanto dalla propria casa,
per quanto simpatico fosse quello scrittore era meglio tenerlo sotto sorveglianza,
di tanto in tanto presentarsi lì a casa. Era dunque ben sveglio il primo cieco, e se
altra prova fosse stata necessaria, c'era sempre quel biancore offuscante degli
occhi che probabilmente soltanto il sonno rabbuiava, ma non si poteva esser certi
neppure di questo, dal momento che nessuno poteva essere
contemporaneamente addormentato e vigile. Ritenne il primo cieco di aver
chiarito finalmente questo dubbio quando, all'improvviso, l'interno delle palpebre
gli si fece buio, Mi sono addormentato, pensò, invece no, non si era
addormentato, continuava a sentire la voce della moglie del medico, il ragazzino
strabico tossì, allora fu colto da una gran paura, credette di esser passato da una
cecità all'altra, che dopo aver vissuto nella cecità della luce adesso sarebbe
vissuto nella cecità della tenebra, il terrore lo fece gemere, Cos'hai, gli domandò
la moglie, e lui rispose stupidamente, senza aprire gli occhi, Sono cieco, come se
fosse l'ultima novità del mondo, lei lo abbracciò affettuosamente, Via, ciechi lo
siamo tutti, non c'è niente da fare, Ho visto tutto buio, credevo di essermi
addormentato, e invece no, sono sveglio, è quel che dovresti fare, dormire, non
pensarci. Il consiglio lo infastidì, uno era lì angosciato, soltanto lui sapeva quanto,
e sua moglie non aveva altro da dirgli se non di andare a dormire. Irritato, con
l'acida risposta già sulla punta della lingua, aprì gli occhi e vide. Vide e gridò,
Vedo. Il primo fu ancora il grido dell'incredulità, ma col secondo, e col terzo, e con
tutti gli altri, a poco a poco si rinsaldò l'evidenza, Vedo, vedo, come un pazzo
abbracciò la moglie, poi corse dalla moglie del medico e abbracciò pure lei, la
vedeva per la prima volta, ma sapeva chi era, e il medico, e la ragazza dagli
occhiali scuri, e il vecchio dalla benda nera, lui era inconfondibile, e il ragazzino
strabico, la moglie gli andava appresso, non voleva mollarlo, e lui interrompeva gli
abbracci per abbracciare di nuovo lei, adesso era tornato dal medico, Vedo, vedo,
dottore, non gli diede del tu com'era divenuto ormai quasi una regola in questa
comunità, se qualcuno ci riesce, spieghi lui la ragione di questo repentino
cambiamento, e il medico domandava, Ci vede proprio bene, come prima, non c'è
traccia di bianco, Niente di niente, mi sembra addirittura di vedere ancora meglio
di prima, e non è mica poco, non ho mai portato occhiali. Allora il medico disse ciò
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che tutti stavano pensando, ma che non osavano pronunciare a voce alta, è
possibile che questa cecità sia giunta alla fine, è possibile che stiamo cominciando
tutti a recuperare la vista, a queste parole la moglie del medico cominciò a
piangere, avrebbe dovuto esser contenta e piangeva, come sono curiose le
reazioni della gente, chiaro che era contenta, mio Dio, è talmente facile da capire,
piangeva perché di colpo le si era esaurita la resistenza mentale, era come una
bimba appena nata e questo pianto era il suo primo e ancora inconsapevole
vagito. Il cane delle lacrime le si avvicinò, questo cane sa sempre quando
qualcuno ha assoluto bisogno di lui, perciò la moglie del medico gli si aggrappò,
non perché non volesse bene e non amasse il marito, ma in quel momento fu
talmente intensa la sua impressione di solitudine, talmente insopportabile da
sembrarle che solo avrebbe potuto mitigarla quella strana sete con cui il cane
beveva le sue lacrime.
La gioia generale era stata sostituita dal nervosismo, E adesso, cosa faremo,
aveva domandato la ragazza dagli occhiali scuri, io non riuscirò a dormire dopo
quanto è successo, Nessuno ci riuscirà, penso che dovremmo restare qui, disse il
vecchio dalla benda nera, si interruppe come se avesse ancora qualche dubbio e
poi concluse, In attesa. Attesero. Le tre fiammelle della lucerna illuminavano quel
circolo di volti. All'inizio avevano ancora chiacchierato con animazione, volevano
sapere esattamente com'era accaduto, se il cambiamento era avvenuto solo negli
occhi o se lui aveva sentito qualche cosa anche nel cervello, poi, a poco a poco, le
parole si smorzarono, a un certo punto al primo cieco venne in mente di dire alla
moglie che il giorno dopo sarebbero andati a casa, Ma io sono ancora cieca,
rispose lei, Non fa niente, ti guido io, solo chi si trovava lì, e quindi lo udì con le
proprie orecchie, fu in grado di avvertire come parole tanto semplici potessero
racchiudere sentimenti tanto diversi come la protezione, l'orgoglio e l'autorità. Il
secondo a recuperare la vista, in tarda serata, e quando ormai la lucerna, esaurito
l'olio, cominciava a tremolare, fu la ragazza dagli occhiali scuri. Aveva tenuto gli
occhi sempre aperti, come se la visione avesse dovuto entrare attraverso di essi, e
non rinascere dall'interno, all'improvviso disse, Mi sembra di vedere, era meglio
essere prudente, non tutti i casi sono uguali, si suole addirittura dire che non
esistano le cecità, ma i ciechi, quando l'esperienza non ha fatto altro che dirci che
non esistono i ciechi, ma le cecità. Qui sono già in tre a vederci, ancora uno e sarà
la maggioranza, ma comunque, anche se la felicità di vederci di nuovo non
dovesse contemplare pure i restanti, per questi ultimi la vita d'ora in poi sarebbe
molto più facile, non più quel tormento che è stato fino a oggi, guardate in che
stato si è ridotta quella donna, è come una corda che si è spezzata, come una
molla che non ce l'ha più fatta a reggere lo sforzo a cui era costantemente
sottoposta. Ecco, forse, perché fu lei che la ragazza dagli occhiali scuri abbracciò
prima di tutti, lasciando il cane delle lacrime senza sapere da chi accorrere,
perché tanto piangeva l'una come l'altra. Il secondo abbraccio fu per il vecchio
dalla benda nera, adesso sapremo quanto valgano veramente le parole, ci ha
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tanto commosso l'altro giorno quel dialogo che si è concluso con quel loro
bellissimo impegno di vivere insieme, ma la situazione è cambiata, la ragazza dagli
occhiali scuri si ritrova davanti un uomo vecchio, che lei ormai può vedere, sono
finite le idealizzazioni emotive, le false armonie nell'isola deserta, le rughe sono
rughe, le pelate son pelate, non c'è differenza tra una benda nera e un occhio
cieco, ed è quanto lui le sta dicendo in altri termini, Guardami bene, sono quello
con cui hai detto che avresti vissuto, e lei ha risposto, Ti conosco, sei quello con
cui vivo, in definitiva ci sono parole che valgono anche più del loro apparente
significato, e questo abbraccio vale quanto le parole. Il terzo a recuperare la vista,
quando ormai cominciava ad albeggiare, fu il medico, adesso non potevano
esserci più dubbi, che la recuperassero anche gli altri era solo questione di tempo.
Passate le naturali e prevedibili espansioni, che a questo punto, avendone già
prima lasciato elencazione sufficiente, non si vede la necessità di ripetere, sia pur
trattandosi di figure principali in questo vero resoconto, il medico fece la
domanda che premeva, Cosa starà succedendo fuori, la risposta venne dallo
stesso palazzo in cui si trovavano, al piano di sotto qualcuno uscì sul pianerottolo
gridando, Vedo, vedo, a questo piano il sole sorgerà su una città in festa.
Da vera festa fu il banchetto del mattino. Quanto c'era in tavola, non solo
era ben poco, ma avrebbe suscitato ripugnanza in qualsiasi appetito normale, la
forza dei sentimenti, come succede sempre in momenti di esaltazione, aveva
preso il posto della fame, ma la gioia fungeva da manicaretto, nessuno si lagnò,
anche coloro che ancora erano ciechi ridevano come se gli occhi che ci vedevano
fossero i propri. Quando finirono, la ragazza dagli occhiali scuri ebbe un'idea, E se
andassi a mettere sulla porta di casa mia un biglietto per dire che sono qui, se i
miei genitori tornassero potrebbero venire a cercarmi, Portami con te, voglio
sapere cosa sta accadendo fuori, disse il vecchio dalla benda nera, E usciamo
anche noi, disse alla moglie quello che era stato il primo cieco, può darsi che lo
scrittore ci veda, che stia pensando di tornarsene a casa, strada facendo mi
occuperò di reperire qualcosa di commestibile, Farò lo stesso anch'io, disse la
ragazza dagli occhiali scuri. Alcuni minuti dopo, rimasti soli, il medico andò a
sedersi accanto alla moglie, il ragazzino strabico sonnecchiava ancora in un angolo
del divano, il cane delle lacrime, sdraiato, col muso sulle zampe anteriori, di tanto
in tanto apriva e chiudeva gli occhi per mostrare di essere ancora vigile, dalla
finestra aperta, malgrado l'altezza del piano, entrava il rumore delle voci alterate,
le strade dovevano essere piene di gente, la folla a gridare una sola parola, Vedo,
dicevano quelli che avevano già ricuperato la vista, Vedo, dicevano quelli che
all'improvviso la ricuperavano, Vedo, Vedo, comincia a sembrare davvero una
storia dell'altro mondo quella in cui si era detto, Sono cieco. Il ragazzino strabico
mormorava, probabilmente era in pieno sogno, forse stava vedendo la madre, le
stava domandando, Mi vedi, ora mi vedi. La moglie del medico domandò, E loro, e
il medico disse, Questo, probabilmente, sarà guarito quando si sveglierà, per gli
altri non sarà diverso, quasi sicuramente staranno ricuperando la vista in questo
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momento, a chi gli prenderà un colpo, poveraccio, è il nostro uomo dalla benda
nera, Perché, Per via della cataratta, è passato tanto di quel tempo da quando
l'ho visitato che sarà cieco come una talpa, Diventerà cieco, No, appena la vita si
sarà normalizzata, appena tutto riprenderà a funzionare, lo opererò, questione di
settimane, Perché siamo diventati ciechi, Non lo so, forse un giorno si arriverà a
conoscerne la ragione, Vuoi che ti dica cosa penso, Parla, Secondo me non siamo
diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur
vedendo, non vedono.
La moglie del medico si alzò e andò alla finestra. Guardò giù, guardò la
strada coperta di spazzatura, guardò le persone che gridavano e cantavano. Poi
alzò il capo verso il cielo e vide tutto bianco, è arrivato il mio turno, pensò. La
paura le fece abbassare immediatamente gli occhi. La città era ancora lì.
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