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ANNO III - MARZO 2006
laboratorio della sinistra lucana
euro 5.00
Po s t e I t a l i a n e S . p. A . - S p e d . i n a . p. - 7 0 % Po t e n z a
Contratto tute blu
Il voto di Melfi
un campanello dʼallarme
GIANNINO ROMANIELLO
In Basilicata il voto dei lavoratori
sul contratto dei metalmeccanici
ha palesato una certa sofferenza da
parte della categoria a accogliere
lʼaccordo sottoscritto da Federmec-
canica e dai sindacati. Vi è stato il
voto negativo della Sata ma anche
di realtà dove le presenza sindacale è più antica e consolidata (Italtractor, Pittini, ecc.). Ora, nessuno
segue in penultima
A. M. Riviello
G. A. Leone
V. Riviello
L. Colicigno
pp. 3/10
A. Califano | P. Fanti pg. 22
Venosa:
mezzo secolo è passato
A cinquant’anni dalla
uccisione di Girasole
Perrotta | Doria | Capezio | Caressa
M. Padula | S. Padula, pp.27/38
Crisi dello storicismo
e fine della cultura
meridionalista
Fulvio Tessitore p. 57
Riflessioni sulla
programmazione
economica regionale
Califano | Viglioglia pp. 39/42
disegno di Gelsomino DʼAmbrosio
Leonardo
Ferrandina:
Sinisgalli
tra tecnica,
industria
e poesiae
poesia
laboratorio della sinistra lucana
La Rubrica
r
Les chasseurs des lumières
GERT
Editoriale
Contratto tute il blu. Il voto di Melfi
‹Giannino Romaniello›
1
Rubrica
Les chasseurs des lumières
‹Gert›
2
Cultura
Sinisgalli e lʼantica radice della civiltà
delle macchine
‹Anna Maria Riviello›
3
A casa di Leonardo
‹Giuseppe Antonello Leone›
5
Un Pitagora del Novecento
‹Vito Riviello›
8
Il meccano dellʼanima
‹Lorenza Colicigno›
9
Egemonia e questione meridionale in Gramsci 11
‹Fabio Vander›
Chiummiento e “La Basilicata”
Un giornalista per bene e quasi sconosciuto
‹Tommaso Russo›
15
Il racconto
Alla ricerca dellʼidea perduta
‹Claudio Elliot›
21
Musica, cinema, libri
23
Archivi
A cinquantʼanni dallʼuccisione
di Rocco Girasole
‹Tiziano Doria, Maria Concetta Capezio,
Giovanni Caressa, Marco Padula,
Sergio Padula, Mimmo Perrotta›
27
Politica e società
Programmazione regionale in mezzo al guado
‹Rocco Viglioglia›
39
Basilicata... che bello?
‹Antonio Califano›
40
Lʼinsostenibile crescita e lo sviluppo sostenibile 43
‹Paolo Fanti›
“Fattorie sociali”: come e perché
‹Rosanna Salvia, Alfonso Pascale›
46
Il mio “rifiuto” non tʼoffenda...
‹Marcello Travaglini›
49
Il sistema delle banche pecora nera
dellʼeconomia locale
‹Raffaele Colangelo›
51
Uso delle droghe tra crimine e colpa
‹Simone Calice›
55
SudPosizioni
Crisi dello storicismo e fine
della cultura meridionalista
‹Fulvio Tessitore›
57
Questione meridionale tra realtà
e rappresentazione
‹Fara Favia›
58
2
È del 1995 il film di Kassovitz, La haine (tradotto in italiano LʼOdio) in cui
si descrive la vita e la carica di rabbia
che si respira nelle banlieues parigine. Un film profetico che testimonia
come lʼautunno di rivolte e di violenze
di questʼanno fosse tuttʼaltro che imprevedibile, affonda le proprie ragioni
in un disagio strutturale della società
francese e sta decretando la morte definitiva di quel modello francese di integrazione sociale tanto pubblicizzato
negli scorsi decenni. I protagonisti di
questa rivolta, i beurs, per lo più figli
di immigrati nord africani di seconda
e terza generazione, francesi nati in
Francia, rappresentano la faccia più
scoperta del fallimento di unʼintera stagione di politiche sociali e di integrazione, la nuova jacqueries in questo
medioevo culturale della globalizzazione neoliberista. La prima rivolta di
questo tipo in Francia data 1990, per un
paese coloniale di antica immigrazione questo vuol dire che il fenomeno di
cui stiamo parlando non è il frutto della
semplice marginalizzazione degli immigrati, ma qualcosa di più profondo,
di diverso non paragonabile ai tradizionali processi di integrazione interetnica. Un processo che incontra i temi di
una crisi sociale che è solo in parte crisi
economica che va letto non solo con
gli occhi di Marx ma probabilmente
anche con quelli di Debord. Le stesse
modalità attraverso cui si esplica, gli
chasseurs, gli incendi delle automobili e dei supermercati, sembra obbedire
ad una ricerca di ruolo collegata ad una
ricerca di immagine; il degrado delle
periferie francesi è degrado di luoghi
e di immaginario, i protagonisti sono
cittadini francesi che vogliono essere
riconosciuti e per esserlo devono rendersi visibili. La rivolta esprime la crisi
di un modello di sviluppo, quello fordista, che per quanto alienante si iscriveva in uno schema di crescita indefinita
con politiche strutturali di Welfare; i
processi di mondializzazione dellʼeconomia hanno fatto saltare questi schemi, le politiche neoliberiste hanno aggravato le condizioni materiali di vita,
lʼemarginazione è diventata una situazione di status permanente a cui si abbina un senso di mancata prospettiva per
il futuro, tutto questo su cittadini senza
diritti di cittadinanza e senza una sufficiente coscienza del “per sé” in grado di
costruire prospettive strategiche.
Il dato più inquietante in questo quadro rimane comunque lʼassenza della
politica, di una risposta, che di fatto
consegna la rivolta ad una deriva senza
limite che rischia di riaccendersi alla
prima occasione con dinamiche disperate e perciò potenzialmente violentiste,
riducendo il conflitto ad un problema di
ordine pubblico. La risposta di Sarkozy
per cui si tratterebbe solo di racaille,
feccia, rischia di rimanere, paradossalmente, la sola risposta. In questo contesto cʼè da registrare il balbettio della
sinistra tradizionale ma anche la difficoltà dei movimenti antiglobalizzazione, che pure in Francia hanno segnato
una importante stagione di lotta, di cogliere il senso ed il valore di una nuova
fase del conflitto sociale che parte dalla
Francia, trova già i primi riscontri in
Germania ed Olanda, ma che ben presto potrebbe diventare la nuova fase dei
conflitti sociali delle grandi periferie
urbane europee e da cui noi siamo per
il momento esenti solo per un problema
di tempi storici.
C ultura
Sinisgalli
e lʼantica radice della
civiltà delle macchine
ANNA MARIA RIVIELLO
La matematica porta d’accesso alla poesia. L’attenzione ai luoghi più che alla
storia collettiva degli uomini. La Basilicata come Magna Grecia. L’infaticabile
traghettatore di tanti giovani intellettuali lucani verso la città e il moderno
Studiare la figura di Leonardo Sinisgalli è un compito assai stimolante che induce a riflettere sui diversi aspetti della cultura del
suo tempo oltre che sulla qualità straordinaria della sua produzione letteraria.
In effetti la sua precoce e acuta intelligenza delle cose scientifiche, la predisposizione alla matematica, gli consentirono un
itinerario insolito per un poeta.
Le tappe della sua biografia del resto evidenziano la molteplicità
dei suoi interessi e la ricchezza nellʼapproccio ad ogni disciplina.
Era un giovane, con la testa nei calcoli infinitesimali e in tasca
il prezioso libretto di Corazzini, poeta crepuscolare morto a ventitre anni. Ma anche qui la complessità è in ogni campo, perché
lʼinteresse per la scienza travalica la matematica e si fa passione
per la “macchina “ ed il complesso delle norme che ne permettono creazione e funzionamento, per le diverse scienze e per le arti
architettura e pittura e quella nuovissima, allʼincrocio con tutti i
mutamenti decisivi del secolo, che è il design industriale e per la
pubblicità. Intanto la giovanile passione per il poeta crepuscolare
si allarga allo studio della poesia europea, di Valery,come lui studioso ed ammiratore di Leonardo, dei “lirici nuovi”, gli ermetici,
Ungaretti ed i classici, i greci nella loro insuperabile laconicità.
In questa vastità di interessi ci si potrebbe perdere ma Leonardo
Sinisgalli ci offre egli stesso una cifra per iniziare un cammino di
conoscenza senza sgomento. In una lettera a Gianfranco Contini
del 1941, il poeta cerca di dare una definizione della poesia, una
proposta che egli stesso sente come un azzardo e di cui alla fine
quasi si scusa, ma che gli urge e lo convince. La poesia, scrive,
è “un quantum, una forza, una estrema animazione esprimibile
mediante un numero complesso a + bj; somma di un reale e di
un immaginario(Cartesio); un vettore diremmo noi (...) j è il
famoso operatore immaginario. Questo operatore dà un senso, un inclinazione al numero che per sua natura è orizzontale inerte e lo rende attivo, lo traduce in forza (...). Voglio
dire insomma che il simbolo j ci darebbe unʼidea di quella
che è lʼalterazione provocata dal linguaggio sulla realtà, del
rapporto cioè tra cosa e immagine”
A me pare che questa lettera che Sinisgalli invia a Contini come un pretesto per farsi ricordare da lui nel giorno
del suo onomastico, ci renda conto del suo insopprimibile
bisogno di poesia, che gli permette di intervenire sul reale
provocandone una alterazione, perché la forza dellʼimmagine ridefinisce la cosa, ma si capisce anche che questa
immaginazione creatrice è forza tellurica e cosmica insieme, è natura cui un altro sguardo pur insufficiente nella sua
orizzontalità, quello del numero, anche si accosta. Dʼaltra
parte in una prosa di Furor mathematicus a proposito della
sfera e dellʼunico elemento che la misura, il raggio, il poeta
ci mostra lʼallusività di questa parola. Essa indica qualcosa
di più, la luce. È quindi misura e significato. La poesia non
pare qui altro dalla scienza, è un incresparsi del puro gioco
dellʼintelligenza, uno scatenarsi di forze come pure avviene
in natura. Di qui forse la ragione per la quale nella sua poesia lʼattenzione è ai luoghi più che alle storia collettiva degli
uomini, come se nei luoghi si leggessero meglio “le formule
semplicissime che regolano il mondo”.
Tra i luoghi uno è unico, il paese in cui è nato, Montemurro, le
“dolci colline”, lʼ”ansa dellʼAgri”, ai “limiti bassi della terra.”
Lì è la casa, quelle le colline su cui - siamo autorizzati a
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c u l t u r a
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Maria Padula, da “Civiltà delle Macchine”
pensare - appollaiate, buffe e sinistre, le
Muse gli apparvero e gli riempirono il
cuore di meraviglia.
Lʼessere nati in Basilicata ha significato,
secolo dopo secolo, per tutti coloro che
potevano seguire un corso regolare di
studi uno strappo obbligato, il collegio o
comunque lʼallontanamento precoce dal
nucleo familiare. Scriverà più tardi lʼautore: ”Io dico qualche volta per celia che
sono morto a nove anni, dico a voi amici
che il ponte sullʼAgri crollò unʼora dopo
il nostro transito; mi convinco sempre
più che tutto quanto mi è accaduto dopo
di allora non mi appartiene, io sento di
non aderire che con indifferenza al mio
destino, alla spinta del vento, al verde, al
rosso”. Per quanto Sinisgalli non rinunci mai al tono scherzoso perché in lui il
senso della misura è, classicamente, più
forte di tutto e produttore di autoironia,
si capisce che il dolore è stato incontenibile e quasi mai davvero riassorbito.
Il rapporto con la Lucania sarà anche la
ricerca inappagata della ricomposizione
di quello strappo che non sarà mai interamente ricucito e una nostalgia infinita
dei luoghi intatti dellʼinfanzia.
Ma Sinisgalli non sarà solo questo. Egli
fu un protagonista di una stagione di crescita e di profondi mutamenti del nostro
Paese.Quello in cui opera è un periodo
descritto con molta efficacia da Rossana
Rossanda nella sua recente autobiografia
La ragazza del secolo scorso (Einaudi,
Torino 2005). A p.238 Rossanda scrive:
“Eravamo anche noi nellʼespansione seguita alla guerra. In Italia cʼera una delle
più importanti fabbriche dʼautomobili
dʼEuropa, la Fiat, si dilatava la siderurgia che era già pubblica (...) avevamo
unʼestesa chimica, una notevole produzione di energia, gli elettrodomestici del
Veneto invadevano il mercato europeo,
la Olivetti era allʼavanguardia dellʼelettronica. E nel design avevamo raggiunto
e sorpassato il focolaio scandinavo; architettura, design e grafica anchʼessi con
radici nella Bauhaus degli anni trenta, ci
rendevano più attraenti di paesi econo-
C
micamente forti che ancora cincischiavano con le forme dellʼOttocento”.
In questo clima si realizzò quel legame
tra industria e produzione artistica che
Sinisgalli declinò in modo del tutto originale, con lʼautonomia del grande intellettuale e in relazione con imprenditori come Adriano Olivetti e intelligenti
manager pubblici. Lʼindustria pubblica
del resto, in quegli anni, svolse un importante ruolo nei settori strategici della
produzione. Sinisgalli collaborò con Comunità, la rivista di Olivetti, diresse con
Arturo Tofanelli quella della Pirelli, creò
Civiltà delle macchine della Finmeccanica di Eugenio Luraghi, assunse lʼincarico di dirigente dei settori di Propaganda e Pubblicità dellʼENI fino alla tragica
morte di Enrico Mattei. Si trattava di uomini che si rendevano conto che lʼazienda doveva produrre in primo luogo la sua
immagine e che si entrava in unʼepoca
in cui i beni immateriali sarebbero stati la merce più venduta. Basti ricordare
che fu Sinisgalli a chiamare col nome
dellʼeroina shakespeariana Giulietta una
prestigiosa macchina dellʼAlfa Romeo
che entrò con quel nome nellʼimmaginario degli italiani.
A me pare che lʼattitudine di fondo con
cui Leonardo Sinisgalli ha assolto a questo tipo di impegni sia la convinzione
che la mancata relazione tra arte e tecnica fosse una perdita per entrambe ed
anche per le persone che si dedicavano
alle diverse attività.Civiltà delle macchine allude appunto nello stesso titolo ad
una cultura che incorpori la “macchina”
e di essa si nutra conservando però lʼautonomia dellʼarte. Questo si deduce non
solo dalle materie che la rivista trattò
(fisica e poesia, matematica e scultura,
meccanica e pittura, architettura e design), ma dal modo in cui esse si intrecciano, a partire dalla dignità speciale riconosciuta alla poesia che soprattutto nella
cultura italiana sembrava appartenere ad
un mondo “altro”. E, infatti, non a caso il
primo numero di Civiltà delle macchine
si apre con una lettera di Ungaretti.
La poesia rimane attività essenziale
della sua vita, ricca di riconoscimenti
da parte di tutto il panorama letterario
dellʼepoca: Ungaretti e De Robertis,
Vigorelli e Betocchi, Solmi e Pampaloni, Caproni e Cecchi, Macrì e Bellezza.
Molto lo apprezzò il grande Gianfranco
Contini e Luciano Anceschi lo inserì tra
i suoi Lirici Nuovi nel 1942.
Non vi è contraddizione tra lʼestrema
modernità della cultura di Sinisgalli ed il
legame con la cultura classica:”ho imparato il greco da vecchio”, scrive. Ed è la
Grecia dei lirici che rivede sulle colline
c u l t u r a
C
della sua terra, le Muse ancora le abitano. Il suo rapporto con
la sua regione è filtrato anche da questo e nello stesso tempo è
un rapporto attivo con i suoi poeti e con i suoi artisti. Alcuni
di loro pubblicarono i loro lavori su Civiltà delle macchine, e
tra i più assidui lʼallora giovane Michele Parrella. Poeti e non
solo. Il noto grafico Michele Spera, potentino, da lunghissimi
anni a Roma, chiude un suo libro di grafica ed autobiografico(194 storie di un segno, Ed. Socrates, Roma 1996),con una
lettera tenerissima al poeta già scomparso. In essa ricorda non
solo lʼattenzione verso il suo lavoro, le concrete occasioni che
gli offrì (nellʼindustria e in televisione), la intelligente amicizia che gli mostrava il mondo, ma anche la sollecitudine paterna che lo spinse a recarsi a Potenza, a casa dei suoi genitori,
preoccupati del futuro da artista del figlio, per rassicurarli del
suo valore.”Avremo biada per cento cavalli”, disse loro, attingendo ancora una volta alla millenaria cultura contadina.
In verità anche la generazione di quelli che erano giovani negli anni cinquanta e sessanta, quegli stessi intellettuali ed artisti che poterono usufruire nella loro formazione dellʼapertura
culturale e dellʼinteresse sollecito del poeta di Montemurro,
hanno svolto la loro attività prevalentemente fuori regione e
spesso senza alcun legame con essa. Ancora una volta però,
attraverso la figura di Leonardo Sinisgalli, si stabilisce un nesso tra la Basilicata e la grande cultura italiana ed europea, quel
legame che rende improbabile una lettura “miserabilista” della nostra storia regionale, che tuttavia è ancora in gran parte
da ricostruire. Una rinnovata attenzione alla figura di questo
grande intellettuale ci ripropone il tema della praticabilità di
unʼesperienza artistica ed intellettuale nella Basilicata di oggi,
la possibilità cioè di intrecciare radici e futuro senza operare il
taglio doloroso della distanza. La società contemporanea appare delocalizzata, la “piazza” (cioè i luoghi dello scambio e
della comunicazione) è inter-etnica e virtuale. Unʼopportunità
straordinaria per chi vive in luoghi appartati come il nostro,
un incubo se la piazza virtuale porta lʼunico segno della cultura di volta in volta vincente mostrata a masse sterminate di
spettatori senza parole, illusoriamente inclusi in un gioco che
li esclude.
Misurarsi con la modernità senza esserne travolti, conservare
su di essa uno sguardo critico che ci permetta di estrapolarne gli elementi di un nuovo umanesimo, questa mi sembra in
sintesi la lezione di Sinisgalli. E con questa eredità dobbiamo
saperci oggi misurare.
A casa di
Leonardo
GIUSEPPE ANTONELLO LEONE
Arrivai a Montemurro con Maria Padula, che
poi sarebbe diventata mia moglie. Quel giorno,
il bagliore del suo vestito bianco contribuì a
svelarmi la magia del luogo. Sinisgalli e la materialità dell’atto pittorico
Nellʼestate del 1940 misi piede a Montemurro in contrada Bellivergari, zona confinante con il comune di Viggiano e distante
dal paese circa sei chilometri. Sceso dalla corriera, mi sentii
avvolto in una luce singolare, carica di infiniti riflessi di un
azzurro intenso, araldico, irreale, da farti sentire in un luogo
magico. La magia era potenziata da un vestito bianco indossato da Maria Padula, allora, collega dellʼAccademia di Belle
Arti di Napoli, vestito che moltiplicava, nelle insidie dei suoi
passi, rifrazioni fiabesche.
Da Bellivergari, Montemurro, appariva trasparente, come di
vetro, al riparo dai venti e dal fogliame di argentei ulivi. Allora, il “camposanto”, con il suo recinto di cappelle irreali, emanava serenità; serenità paesistica che nellʼintricato andirivieni
dei contadini che allʼalba e al tramonto, andando e ritornando
dai campi, con gli asini, i muli e le capre, copriva festosamente, con passi misurati, un silenzio da ritmare il loro tempo
operoso e, da saziare, poi, con cene frugali di pane e vino di
sapore biblico il meritato riposo.
Un tramonto dorato, il buio, la luna, le stelle, la legna che arde,
un fuoco di tizzi scatenanti scintille, gareggiano con una lucerna ad olio per un buio-silenzio per un sonno-sognante.
Lʼindomani di buonora, con Maria, scendemmo a Montemurro immersi in unʼaria frizzante mista a un fumo di sapore di
mirto e di orzo. In paese, il rito del “buongiorno” è celebrato
da ogni passante: tanti “buon giorno”! Prima di entrare nel
vicolo Padula, ci fermammo ed entrammo nella casa paterna
di Leonardo Sinisgalli, ci accolsero il padre Vito e le sorelle
Anna ed Enza, una festa… animata da un fuoco di legna di
quercia e da fiamme elettrizzate da tralci di vite; Anna ci offrì
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c u l t u r a
C
Leonardo Sinisgalli e Giuseppe Antonello Leone
biscotti con mandorle da inzuppare nellʼorzo e tante notizie su Leonardo Sinisgalli arricchite con altri puntigli della
sorella Enza. Maria, poi, una volta entrata in casa, aperti i balconi mi indicò il
giardino di Leonardo che confinava con
il suo: mi parlò dellʼingegnere poeta già
noto; di un giovane straordinario per la
sua cultura, ma soprattutto del suo estro
eccezionale e per le mille curiosità del
“fare” dei vari mestieri, espressi con
abilità manuale, dai vari artigiani e, di
come egli, invece, confessava di trovare
difficoltà a martellare su un chiodo.
Ne fui terribilmente abbagliato.
Intanto già il fabbro maniscalco, con i
suoi “terzi”, battevano mazza e martelli
sullʼincudine per modellare ferri da applicare alle zampe di asini e muli, rompendo un silenzio da mito e svegliando
freneticamente i pigri dormienti.
Subii il richiamo di quel luogo. Montemurro aveva dato i natali a uomini illustri e a pittori come Gian Tommaso,
Matteo e Gian Giacomo Manecchia e la
figlia pittrice Anna Maria, Sebastiano
e Carlo Sellitto, al filosofo illuminista
Giuseppe Capocasale, a Giacinto Albi-
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ni, ma era anche un territorio drammaticamente scosso da un terribile terremoto
nel 1857 e da una frana devastante nel
1907. E, come se non bastasse, il centro
è circoscritto da due fossi minacciosi.
Eppure in quei giorni di unʼestate degli anni quaranta capii profondamente
Maria Padula, i suoi conterranei viventi
sotto quel cielo elettrizzante, nella malia della Val dʼAgri prima della realizzazione del lago del Pertusillo. Mi sentii
anchʼio illuminato, stregato, dal niente
e dal magico degli argentei ulivi.
Intanto la guerra incalzava e i sogni franavano per ignoti destini.
Nel 1945, già sposato con Maria Padula
(il primo figlio Nicola Giuliano aveva
due anni), congedato dal servizio militare ritornai a Montemurro per accendere, con Maria, il sogno di essere pittori
dʼarte sacra.
Fu allora che, finalmente, mi incontrai
con Leonardo.
Sui muri della nostra casa che guardavano il giardino, avevo preparato diverse zone, con piani predisposti a prove
di affresco: Leonardo, che aveva spiato
dallʼangolo del suo giardino che dava
sulla valle, venne a farmi visita per sgranare gli occhi e toccare con mano quei
provini e rendersi conto dellʼintrigo reale di un buon affresco. Mi stupii quando lʼingegnere-poeta mi disse: “Posso
assaporare con una pennellata sullʼintonaco cosʼè la pelle di un affresco?”
Naturalmente dissi di si. Dopo due, tre
pennellate date con timore e curiosità
misteriosa esclamò ”È stupendo!”. Poi
mi chiese dei miei maestri, con un certo
disordine glieli elencai: Pietro Gaudenzi, Eugenio Scorzelli, Emilio Notte, Pietro Barilà, Eugenio Viti, Mino Maccari.
“Maccari? Quella ʻlenzaʼ - mi disse - è
un mio carissimo amico”: Fu così che
davanti a quellʼintonaco a Montemurro,
vennero fuori tanti suoi amici: De Chirico, Mafai Pirandello, Cesetti, Avenale
e tanti altri.
Intanto Leonardo incuriosito volle toccare la sabbia lavata del fiume Agri, la
calce spenta da anni, conoscere le dosi
per lʼarriccio e quelle per lʼintonaco.
Fu Leonardo che mi parlò di Ferruccio
Terrazzi per quella forza primordiale
dellʼaffresco e della sua stupenda arcaicità.
c u l t u r a
Maria Padula, da “Civiltà delle Macchine”
C
Quando gli parlai della magia che genera lʼacqua e del come, dal suo dosaggio
per ottenere “il vetro freddo” sulla superficie dei colori sollecitando la reazione dei silicati con la calce intrisa, anche
se in minima parte, di una percentuale
di soda, Leonardo si trasformò miticamente in un nobile etrusco e a bracce
semicurve racchiuse i miei provini.
Negli anni, ogni estate, con la venuta a
Montemurro di Giorgia, compagna di
Leonardo, si consolidò quel sodalizio
già vivo con le famiglie Lacorazza e Sinisgalli: zia Gerolomina Lacorazza era
come una zia anche per Maria. Le visite
di Leonardo, con Rosina Padula, madre
adottiva di Maria, erano frequenti: Maria fu anche madre di latte del cugino
più vicino e più amato da Leonardo,
Vincenzo Lacorazza, vivacissimo giornalista, spesso spalla di Leonardo, nel
rinverdire e aggiornarlo sui vari accadimenti in val dʼAgri e in Basilicata.
Con Vincenzo si percorrevano forre e
calanchi, si frequentavano trattorie tipiche e, più volte, si visitava la Certosa
di Padula di cui Leonardo Sinisgalli era
misteriosamente innamorato. Leonardo
sentiva fortemente il fascino italico e
italiota di luoghi come Paestum, Velia,
Palinuro, Metaponto; erano per lui “lʼalbero bianco”, la “rosa nera”, la meraviglia di un passato-presente.
Leonardo aveva a Belliboschi la “quercia” delle sue muse: sentiva nel fuoco
ossidarsi la terra rossa di Moliterno, in
quel nero, che i figulai armentesi moltiplicavano nel narrato mitico della ceramica lucana. Leonardo, sì, amava la
“carta stampata”, metafora e realtà delle
metropoli, ma sapeva che - come scrisse
- “non aveva trovato la sua patria fuori
dalle nostre colline” Ecco perché sosto,
sosto con Leonardo, dove io, forse, ho
trovato la mia patria.
Intanto con Leonardo ci siamo visti più
volte a Roma per Civiltà delle Macchine, in via Torino, 44, nel 1955. Nelle pagine interne della rivista, mie tavole in
nero si susseguono con quelle di Emilio
Scanalino, Mantica e Molteni, i ragazzi
di Grottamurella, Gianfilippo Usellini,
Mino Maccari, e Bruno Caruso. Così,
poi, nel numero della rivista di luglioagosto del 1956, Leonardo mi dà lʼonore
di pubblicare a pagina 79, nella rubrica
“Semaforo”, Verso lʼavvenire, una mia
stagnola minimale.
Leonardo evidenzia come io, dopo una
preparazione accademica , mi trovo nellʼarea mediterranea col mio vero puntiglio: “(…) si ritorna dopo anni, quasi
distratti a contorcere stagnole: mi pare
di essere un ragno in fondo alla tela in
attesa di una piccola mosca per saziare i
lunghi digiuni: così i miei pezzi di pane,
le mie cortecce di pino, le mie veneri di
scorze di faggio, i miei poveri monaci
costretti con ritagli di legno, stanno con
queste stagnole lampeggianti di linee e
di piani a indovinare il momento in cui
io pure potrò saziarmi del mio pane”.
Sinisgalli, già nel febbraio del 1948, è
attento ai mutamenti linguistici emozionanti, che nellʼintrico delle avanguardie,
nellʼavventura esplorativa dei linguaggi superati, si avvia a “prestiti per dare
credibilità a nuovi segni a nuovi orizzonti”. “Da annotare - scrive - che in
questo mondo le monete vili cacciano
via le monete buone”.
Per Leonardo lʼautonomia dellʼattività
culturale, a sostegno dei valori radicali,
stimolanti per una dialettica innovativa
7
c u l t u r a
dellʼimmaginazione, è un valore assoluto per dare senso ai
linguaggi nuovi, “mutare le spinte dellʼimpotenza” informale
anche negli artisti naif per lʼimprevedibile sorpresa immaginativa, atta ad oltrepassare il convenzionale, dando sostanza al
seme innovativo, per una cultura che nellʼinconscio surreale
decifra il possibile dellʼerrore, come ponte al potere dellʼimmagine, fermo restando che per Leonardo lʼintemperia esistenziale della vita è di “tutti i giorni”. La storia incantevole,
immutabile di un vecchio paese “deve pur sempre fare i conti
con una oggettiva complessa realtà sociale”.
Leonardo Sinisgalli, dice ancora per la presentazione alla
Galleria del Vantaggio a Roma nel 1959 dei dipinti di Nicola
Leone, mio padre,“Siamo rimasti in pochi a incoraggiare queste manifestazioni innocenti”.
Intanto, Leonardo, poi, con Mario Trufelli ai primi di ottobre
1978, venne a Pratola Serra a rivedere i dipinti di “mastro”
Nicola, ne fu “entusiasta:” i racconti, la storia del ciabattino e
del cane, del ladro, del sarto, del bottaio, dellʼarrotino, la favola del lupo e del mastino, furono evidenziate, con alta poesia
da Leonardo nel documentario che Rai due trasmise per “cronache Italiane” il 26 ottobre a testimonianza che “ i segreti di
questi uomini solitari incantano ancora”.
Infine, Leonardo prendeva lʼascensore per lʼincontro con altre visioni, altri suoni, altri colori, altro potere immaginativo, coinvolgendo surrealismo, dadaismo, pubblicità, guerriglia culturale o potenziando un totale cromatico nellʼassoluto
dʼuna avanguardia volumetrica, rarefatta nei rossi di Scipione
in quel suo cardinale capace di evidenziare, con leggi cromatiche, una concreta storia segreta.
Leonardo, governa le sue memorie con lʼemersione di una innocenza che si fa adulta, oltre la sabbia, oltre il neon, oltre le querce: torna a montare le tende nella vigna del padre. Torna a battere
le monete rosse negli spazi-piazza degli uomini; Leonardo torna
a misurare il tempo con lʼombra del sole, in piazza San Giacomo
nellʼorto di Merola, a Gannano per la via del Carmine: perché
il fanciullo con i capelli bianchi ora disegna gli ulivi, lʼalbero
bianco, le piccole case, le finestre aperte e socchiuse. In piazza
Giacinto Albini interroga gli astri, sorride alla luna.
Roma felliniana, scolorita, ha pietre dʼincanto e a Montemurro con la sua terra arida, fiorisce grano duro per pane durevole,
così la penna incide sulla carta distanze tremanti, liberamente
sognanti, le poche cose necessarie, per immaginare la Madonna svernante.
Il segno di Leonardo si fa viaggio, imprime, disseta lʼarsura di
una terra cretosa, ma che dà frutti di raro sapore. Ora i disegni
di Leonardo, innocenti, aprono distanze da sogno, contro ogni
bisogno per una festa non fatta con i ragazzi di Montemurro,
ma molto sognata: mi voleva complice con Dorfles per quel
percorso futuro, distanza profetica, che è vera solo nellʼinnocenza del segno.
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Un Pitagora
del Novecento
VITO RIVIELLO
Nellʼepoca delle crisi delle “definizioni”, classificare un
poeta-matematico come Leonardo Sinisgalli di Montemurro
in cui nacque nel 1908, diventa quasi impossibile. Anche
perchè lʼattività di matematico non fu da meno di quella di
poeta, ed entrambe si rivelarono in “stato di grazia e furore”.
È nella sua militanza intellettuale ed artistica che i diversi
interessi convergono, matematicamente e poeticamente
parlando, in unʼintegrazione, appunto, complessa e
“rumorosa” tra le due culture, umanistica e scientifica.
Verrà il momento in cui la figura di Sinisgalli verrà letta con
un nuovo atteggiamento critico, necessario per interpretare
questo “anomalo” poeta dei massimi e minimi sistemi,
vissuto nel contesto della poesia del suo tempo, dogmatico
e naif. Ecco Leonardo, direttore negli anni cinquanta di
una rivista prestigiosa di fama internazionale Civiltà delle
macchine, che ospitava poeti, fisici nucleari, pittori e artisti
visivi insieme a ingegneri elettronici e matematici puri,
senza pregiudizi, senza timori formali. Erano gli anni in cui
Leonardo viveva, quelli della poesia ermetica di Ungaretti
e Montale, di Quasimodo, dellʼindipendenza inquieta di
maestri come Saba, Betocchi, Gatto, ameni simbolisti
italiani, che raccoglievano instancabili e appassionati le
istanze di rinnovamento formale e ideologico della cultura
italiana, rovesciavano gli schemi ottocenteschi, facevano a
meno della rima. Leonardo scrive in quegli anni, in cui il
culto della parola raggiunge il vertice e il grado più alto,
nellʼ”ermetico”, nel quale sono contenuti, secondo i poeti,
quei significati aracani, plurimi che costringono ad una
visione più complessa, ad una dichiarazione dellʼesistenza
in forma di parole una e molteplice per spiegare o tentare di
dispiegare la realtà.
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Il libro di Gianni Lacorazza
Il meccano
dellʼanima
LORENZA COLICIGNO
Leonardo cercò di mescolare la sua passione per gli arcani
simbolisti Valery e Mallarmè con la memoria pitagorica. Nel
suo percorso incontrò anche il Neorealismo e conservò la
sua individuale specificità accettando la vaga definizione di
post ermetico.
Il poeta lucano pitagprico, partì da un sud lontano e mitologico,
per tornare ad un sud più accessibile seppure fatto e disfatto
dal mito. Fece della poesia un teorema plausibile trasferendo
il numero nel verso più terso, conobbe lʼarte e lʼarchitettura.
Non vi fu una sola Lucania per lui, ma tante Lucanie, evocate,
smarrite nei teoremi, rintracciate sulle tavole pitagoriche
su cui scrisse un poema di un sud trasversale e da un certo
punto di vista, categorico. Ma non svanirono mai le Lucanie,
anche quando se ne andò, perchè la tensione intellettuale,
la rigorosa coscienza non gli permisero mai di dichiarare
“perduta” nessuna terra, nessuna scrittura, nessuna storia .
La Lucania è metafora di una storia prodigiosa di lettere e
nuemeri, di macchine, di immagini, in una dimensione senza
tempo né spazio, in una visione etica dellla Storia, in cui
il pensiero dellʼuomo si stacca, prende distanza per fondare
congegni utili, parole inutili, in un tripudio di commistioni
affascinanti, a volte misteriose.
Questo è un ritratto, non accademico, dallʼamico maestro di
Montemurro. Di lui conservo con uguale amore il ricordo
sempre attualizzato della sua azione paterna mai paternalistica,
sulla mia giovane vita di poeta, pubblicando i miei primi versi
di ricerca su Civiltà delle Macchine, scrivendomi letterine e
incoraggiamenti preziosi ed esaltandomi con nomi “agnatizi”
quali “mio” Radiguet!
Gianni Lacorazza ha affrontato, in un saggio dal titolo davvero intrigante e pienamente semantico “meccanima” (Gianni
Lacorazza, Meccanima, Consiglio Regionale della Basilicata,
Potenza 2005), un tema che ha una lunga storia nella cultura
occidentale, in particolare in Italia, ed è quello del rapporto
tra cultura umanistica e cultura scientifica. Il saggio ruota intorno ad un personaggio, Leonardo Sinisgalli, che molto ha
dato alla cultura lucana, e molto ha anche ricevuto in studi e
convegni, rappresentando un punto di riferimento per la sua
qualità culturale, ovviamente, ma anche per essere diventato
il simbolo di un Sud capace di superare brillantemente i suoi
confini. Oggetto della ricerca su cui è costruito il saggio è Civiltà delle macchine, rivista della Finmeccanica di cui Sinisgalli fu direttore dal ʼ53 al ʻ58, “passata alla storia come la
rivista delle ʻdue culturÈ”, così come Leonardo Sinisgalli, il
poeta-ingegnere, è passato alla storia come lʼintellettuale delle
“due culture”. Anche lʼItalia, in fondo, è la nazione delle “due
culture”, afferma Lacorazza, che dà al suo ragionamento, per
altro riccamente documentato, unʼimpostazione ampia, tale
che Meccanima diventa anche il luogo in cui si affronta il nodo
Nord-Sud, con inevitabili e costanti riferimenti alla “questione
meridionale”.
Lʼanalisi del contesto in cui operò Sinisgalli inizia dagli anni
ʼ30: “Persico, Gatto, Carrieri, Cantatore, Quasimodo e tanti
altri - scrive Lacorazza - erano a Milano in quegli anni; provenienti da tutta la penisola, la maggior parte dal sud, avevano
trovato asilo culturale nel capoluogo lombardo, ormai divenuto
per antonomasia il luogo che permetteva di valorizzare le qualità e le possibilità di un individuo. Tra questi, anche Leonardo
Sinisgalli approdò a Milano, con la sua laurea fresca in tasca,
e strinse rapporti con quelli che diventarono ben presto i suoi
9
c u l t u r a
amici, i suoi compagni di viaggio (…). Erano gli anni in cui arrivava dallʼEuropa il vento della Bauhaus, con le innovazioni
del ʻdesign di tuttiʼ e le sue idee di produzione in cui erano
determinanti, fra gli altri, personaggi come Gropius, Paul Klee
e Kandinsky. Gli artisti, gli architetti e i designer trovavano,
nelle sue linee, elementi che li avvicinavano agli industriali, ai
progettisti, ai tecnici ed ai matematici in modo nuovo, segnando il passaggio dalla cultura degli oggetti artigianali a quella
degli oggetti industriali passando per le idee, per lʼistinto di
menti eccelse”. Il passaggio al decennio successivo e alla seconda guerra mondiale sposta il discorso dal panorama culturale a quello economico e politico: “La guerra costituì unʼoccasione a vantaggio del ricco nord, poiché lʼenorme quantità
di commessa bellica era stata indirizzata quasi esclusivamente
alle grandi potenze industriali che avevano maggiore contatto
con lʼEuropa continentale. Ciò ha sviluppato il doppio effetto
di vedere, da una parte, lo sviluppo economico e tecnologico
dellʼindustria settentrionale e lʼimpiego di manodopera operaia di cui necessitava, sottraendola alla guerra. Dallʼaltra parte, invece, le conseguenze si sono riversate irrimediabilmente
sul Mezzogiorno che, avendo unʼeconomia ancora prettamente rurale, non ha beneficiato dello sviluppo di guerra ma si
è addirittura visto sottrarre gran parte della forza lavoro dei
giovani arruolati per combattere. La seconda guerra mondiale,
dunque, altro non è stata che lʼennesimo evento storico che ha
contribuito a far allargare la pesante e discriminante forbice in
un paese in cui da sempre esistono due economie profondamente diverse tra loro. Tra i tanti, anche Leonardo Sinisgalli
si trovò pienamente coinvolto nella ʻquestione meridionalÈ e,
più di altri, egli aveva subito il trauma dellʼemigrazione già
alla tenera età di nove anni (...). Studiare non era possibile e
per i pochi capaci non restava che allontanarsi da casa, definitivamente. Questo distacco segnerà per sempre la vita di
Sinisgalli che ha portato con sé, in ogni scritto come in ogni
pensiero, il dualismo nord-sud, cercando di far coesistere la
natura tecnologica ed economica del primo con la forza della
tradizione e il calore del secondo. Civiltà delle Macchine non
rimase esente da questa coesistenza di meridionalità inconscia
e settentrionalità acquisita del suo direttore; con la rivista, infatti, collaborarono i più calorosi poeti, pittori e scrittori mediterranei ed i più importanti tecnici e scienziati, di estrazione
prevalentemente settentrionale. In fondo è lo stesso direttore
ad avere in sé questo dualismo: lʼarte di Sinisgalli è figlia, infatti, del suo luogo di nascita Montemurro, mentre il suo ʻlato
tecnicoʼ è espressione principalmente delle esperienze fuori le
mura.”.
Il pregevole lavoro di Gianni Lacorazza è corredato, come si
diceva, dalla riproduzione delle copertine e dei sommari del
periodico della Finmeccanica, dai quali si rileva lʼampiezza
degli orizzonti culturali, segnalata dai temi trattati e dai nomi
10
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dei collaboratori. “Tutto ciò che riguardava il mondo scientifico - afferma Lacorazza - vedeva Civiltà delle Macchine attenta
a seguirne i mutamenti. Eppure il periodico della Finmeccanica
si distinse da subito anche come una rivista artistico-letteraria
di notevole spessore. Pittori, poeti, scultori e architetti furono
presenti in ogni numero con articoli di cui erano, alternatamente, argomento o autori, firmando spesso servizi che poco
avevano a che fare, apparentemente, con lʼarte e la letteratura. Poesie, personali di pittura, nuove pubblicazioni ed opere
dʼarte venivano seguite da Sinisgalli con la stessa attenzione
dedicata a qualunque altro argomento e qualunque altro grande nome della conoscenza, sia scientifica che umanistica.”.
Un atteggiamento culturale, dunque, quello di Leonardo Sinisgalli, che, attraverso la rilettura di Gianni Lacorazza, diventa
stimolo a riprendere una discussione sempre attuale; oggi più
che mai, oggi che la riforma della scuola voluta dalla Moratti
ripristina la frattura tra formazione professionale e formazione
liceale, minando alle radici il processo di sintesi tra cultura
umanistica e cultura scientifica, che non può che basarsi su
una formazione scolastica democratica e non settoriale.
Lorenza Colicigno
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Egemonia
e questione meridionale
in Gramsci
FABIO VANDER
Alcune considerazioni su teoria e azione politica negli anni precedenti al carcere.
Il rapporto tra operai e contadini e la costruzione della nazione italiana.
La svolta cruciale del fascismo
La riflessione di Gramsci sulla “quistione meridionale” ha un
valore non solo sociologico o politico in senso stretto, ma un
valore strategico, che riguarda direttamente la natura della politica e della rivoluzione in Occidente. Tanto più che il momento teorico è sempre connesso in Gramsci ad una precisa
analisi della storia sociale e politica dellʼItalia post-unitaria,
come risulta dagli scritti sulla questione meridionale del periodo pre-carcerario (1919-1926) recentemente ripubblicati1.
Il primo dato che emerge già dagli interventi dellʼimmediato
dopoguerra è che il movimento operaio in Italia non era stato storicamente capace di esprimere una sua egemonia, cioè
una politica autonoma e nazionale, un limite che andava ad
aggiungersi ad alcuni difetti di fondo della storia nazionale,
formando con essi un unico grumo di problemi. LʼItalia era infatti inserita nella lista dei paesi (Russia, Francia, Spagna) che
Gramsci definiva “capitalisticamente arretrati”, cioè segnati
da una “netta separazione” fra città e campagna, industria ed
agricoltura, di conseguenza fra “operai” e “contadini”. La scissione era particolarmente dramamtica nel Mezzogiorno. Qui
infatti il contadino si era storicamente percepito come “servo
della gleba”, a fronte ad un “signore” medievale, cui aveva potuto opporre solo il “brigantaggio” o forme di “terrorismo elementare”2. Mai insomma unʼazione politica di emancipazione,
ma impotenti e sporadiche manifestazioni di “violenza”.
Da questo contesto risultava poi segnata lʼimpostazione del
problema, teorico e pratico, della politica. Come poteva il
movimento operaio invertire questo stato di cose? Come far
maturare forme adeguate di organizzazione e di coscienza politica?
Il problema di un autonomo protagonismo delle masse popolari era divenuto tanto più impellente dopo la prima guerra
mondiale, che aveva costituito uno spartiacque. Già nella Russia dei soviet, dove masse di contadini per secoli servi, erano
state protagoniste della rivoluzione, ma anche in Italia, dove
la “vita in comune in trincea” aveva favorito quella fraternizzazione fra operai e contadini che per Gramsci poteva essere il
presupposto di una nuova politica socialista.
Questo è il punto. Sin dal 1919 Gramsci aveva chiaro che ogni
possibile futura “egemonia” di sinistra implicava lʼunità di
operai e contadini, lʼunica capace di portare questi ultimi oltre
una condizione di isolamento, passività, vocazione al “tumulto
incomposto” e al “disordine caotico”.
Questo progetto però chiedeva un passo in avanti non solo ai
contadini, ma anche agli operai. Che dovevano abbandonare le
posizioni subalterne e corporative del riformismo settentrionale ovvero ogni forma di “collaborazione coi partiti borghesi”3,
eredità del trasformismo giolittiano e del patto Turati-Giolitti. Questa la ragione, tutta politica e niente affatto ideologica,
della critica gramsciana al riformismo.
Il quadro si era per altro complicato con il fascismo. Il ʻblocco storicoʼ che il liberalismo aveva realizzato ʻcon le buonÈ,
Mussolini lo realizzò ʻcon le cattivÈ. Lʼintegrazione delle
masse popolari nello stato centralizzato fu perseguita in forme
autoritarie anche se, notava acutamente Gramsci, allʼinsegna
di una continuità di fondo con il vecchio “collaborazionismo”
dellʼItalia liberale.
In un importante saggio del 1924, Il Mezzogiorno e il fascismo,
Gramsci scriveva infatti che se nei primi anni del regime Mus-
11
c u l t u r a
solini aveva finto di mantenere le forme
costuituzionali, lo aveva fatto per irretire personalità potenzialmente refrattarie
(come De Nicola, Orlando, Amendola,
lo stesso Giolitti), continuando con loro
ad “applicare la tattica giolittiana” di
sussunzione subalterna delle masse4.
Per questo ancora nel 1924 (prima dellʼuccisione di Matteotti) il fascismo
non aveva assunto caratteri totalitari,
perché aveva interesse a coltivare posizioni conservatrici come quelle della
Stampa o del Corriere della Sera e dei
potentati che li sostenevano. Il giornale torinese poteva così continuare ad
auspicare “un governo radicale-socialista come possibile successore del fascismo”, in altre parole con “lʼentrata
dellʼaristocrazia operaia nel sistema di
egemonia governativa settentrionalepiemontese, cercava di ottenere che le
forze rivoluzionarie del Mezzogiorno
fossero decapitate nazionalmente”5. In
questa ricostruzione gramsciana la parola chiave è “egemonia”: a quella della
destra (conservatrice o autoritaria) che
puntava a “decapitare” il movimento
operaio e contadino, bisogna opporne unʼaltra. Diversa per altro anche da
quella promossa dal Corriere della Sera
che, appoggiando “Salandra e Nitti, i
due primi presidenti meridionali”, aveva auspicato lʼ“alleanza coi riformisti,
ma solo dopo il passaggio di costoro
sotto molte forze caudine; il Corriere
vuole un governo Amendola, cioè che
la piccola borghesia meridionale e non
lʼaristocrazia operaia del Nord entri
ufficialmente a far parte del sistema di
forze realmente dominanti: vuole in Italia una democrazia rurale”6.
Come si vede unʼanalisi acuta e articolata; allʼaltezza del 1924 erano individuate almeno tre egemonie di parte
borghese: quella della Stampa (“più
di sinistra”), quella del Corriere (“più
attaccato al conservatorismo”), infine
quella fascista.
Di lì a pochi mesi, con lʼomicidio Matteotti, il fascismo avrebbe imposto “col
12
ferro e col fuoco” la propria “egemonia”, il suo modello di integrazione totalitaria del Paese.
Gramsci ebbe subito la percezione della
profondità della svolta. Già nel saggio
La crisi italiana del settembre 1924
analizzava i caratteri del nuovo blocco
autoritario. La “marcia su Roma” era da
lui letta come la mera “parata coreografica dʼun processo molecolare (corsivo
mio) per cui le forze reali dello Stato
borghese (esercito, magistratura, polizia, giornali, Vaticano, massoneria, corte, ecc.) sono passate dalla parte del fascismo”7. Notare il concetto di “processo molecolare” che, come “egemonia”,
ritornerà sistematicamente nei Quaderni, a conferma della continuità
di un pensiero in evoluzione e “Gramsci
nel quale il motivo della comebbe subito
posizione e scomposizione di
blocchi sociali e politici è un la percezione
criterio decisivo ed esaustivo della profondità
per lʼintelligenza della politica della svolta
e della sua storia.
Tanto più urgente diveniva operata dal
dunque contrapporre a questo fascismo”
blocco un altro. Alternativo e
centrato sullʼunità operai-contadini; se lʼavanguardia operaia non realizzava “un sistema di alleati nel Mezzogiorno” rischiava infatti di ricadere
nel “fallimento della rivoluzione degli
anni 1919-ʻ20”. Così dicendo Gramsci
si mostrava capace non solo di criticare
i socialisti per la loro subalternità a Giolitti, ma anche di autocritica con riferimento al fallimento dellʼesperienza dei
Consigli appunto nel biennio ʻ19-ʻ20.
Ed era unʼautocritica profonda, che
ammetteva una sconfitta strategica, di
egemonia appunto: “nel 1920 la classe
operaia aveva fallito nel suo compito
di creare coi suoi mezzi uno Stato capace di soddisfare anche le esigenze
nazionali unitarie della società italiana”8. Qui sembrano interagire entrambi i fondamentali concetti di egemonia
e rivoluzione in Occidente; nel senso
che è chiaro che il movimento operaio
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c u l t u r a
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ha bisogno di un articolato sistema di
alleanze (di cui essere forza dirigente),
ma anche di “creare uno Stato” che non
sia immediatamente rivoluzionario, di
classe (come nella Russia bolscevica),
ma che esprima lʼinsieme delle “esigenze nazionali unitarie”. Rivoluzione in
Occidente significa allora che il partito
comunista non punta alla rottura rivoluzionaria, allʼ“ora X” dellʼinsurrezione,
ma intende svolgere un “compito essenziale di conquista della maggioranza
dei lavoratori e di trasformazione molecolare delle basi dello Stato democratico”9. E “trasformazione molecolare”
significa guerra di posizione, lotta politica che solo nel lungo periodo assicura
“il passaggio a una fase successiva di
sviluppo”.
Nella costruzione del nuovo blocco restava poi centrale la questione contadina, dato che il proletariato industriale
in Italia era “una minoranza della popolazione” cui era indispensabile “un
sistema di alleati nel Mezzogiorno”,
costituito dal ceto medio, dai “tecnici”
e dagli intellettuali, ma soprattutto dai
contadini.
Certo era un compito difficile, se infatti
il movimento contadino del Nord aveva
comunque una sua tradizione di organizzazione e di peso politico (Gramsci
ricordava anche i “contadini cattolici”
e il ruolo svolto “dallʼAzione cattolica
e dallʼapparato ecclesiastico in generale”), al Sud la situazione era particolare,
si presentava “come una immensa campagna di fronte allʼItalia del Nord, che
funziona come una immensa città”10. In
questo senso la “quistione meridionale” era una peculiare “quistione nazionale”; ne andava del futuro del Paese,
del modo in cui riformulare i rapporti
città-campagna, industria-agricoltura,
ricchezza-povertà.
Tornava il problema dellʼ“egemonia”.
Se il recente “passaggio in massa della
piccola borghesia meridionale al fascismo” aveva integrato il nuovo blocco
autoritario, per il movimento operaio
rivolgersi ai contadini meridionali significava “sottrarli definitivamente al-
lʼinfluenza borghese agraria”, offrendo
loro diverse alleanze e una diversa prospettiva.
La politica per Gramsci è sempre lotta
ovvero alternativa di “egemonie”.
Nel celebre scritto, interrotto per lʼarresto di Gramsci, Alcuni temi della
quistione meridionale, tornava diffusamente sullʼ“egemonia del proletariato”,
cioè sul “sistema di alleanze” indispensabile perché “il proletariato possa diventare classe dirigente e dominante”11.
Ripeteva che il proletariato “poteva costruire il socialismo” solo se riusciva a
rappresentare “la maggioranza della popolazione”, a cominciare dai “contadini
e dagli intellettuali”.
Per questo era però indispensabile
e preliminare una critica serrata dei
grandi intellettuali meridionali, da Benedetto Croce a Giustino Fortunato.
Essi avevano infatti svolto una rilevante funzione di supplenza rispetto alle
grandi organizzazioni politiche che al
Sud erano mancate. Lʼ“altissima funzione ʻnazionalÈ” di questi intellettuali
13
c u l t u r a
era precisamente consistita nel fungere
da “intermediari” fra grandi proprietari
terrieri e lavoratori delle campagne: avevano “distaccato gli intellettuali radicali
del Mezzogiorno dalle masse contadine,
facendoli partecipare alla cultura nazionale ed europea, ed attraverso questa
cultura li avevano fatti assorbire dalla
borghesia nazionale e quindi dal blocco
agrario”12. I grandi intellettuali meridionali erano stati insomma i vettori della
integrazione subalterna della masse contadine e degli intellettuali del Sud. Nessuna pregiudiziale dunque contro Croce
o Fortunato13, ma la critica di un preciso
ruolo storico.
Ecco dunque i termini della contro-egemonia a cui il Partito comunista era chiamato: fare del “proletariato urbano” il
“protagonista” di un nuovo “blocco storico” che mettesse i contadini e unʼaltra
leva intellettuale (fa i nomi di Gobetti e
Dorso) a parte di un progetto alternativo
di superamento di quella “grande disgregazione sociale” che storicamente è stato il Mezzogiorno dʼItalia.
Note
1
A. Gramsci, La questione meridionale,
Roma, Editori Riuniti, 2005. Non si può
mancare di segnalare che si tratta di una edizione assai poco curata, piena di errori tipografici e refusi.
2
Gramsci, Operai e contadini (agosto 1919),
ivi, p. 74.
3
Gramsci, Operai e contadini (febbraio
1920), ivi, p. 91.
4
Gramsci, Il Mezzogiorno e il fascismo
(marzo 1924), ivi, p. 98.
5
Ivi, p. 99.
6
Ivi, p. 100.
7
Gramsci, La crisi italiana (settembre 1924),
ivi, p. 118.
8
Ivi, p. 107.
9
Ivi, p. 122.
C
Gramsci, La relazione di Gramsci al III
Congresso del Partito comunista dʼItalia
(Lione) (febbraio 1926), ivi, p. 149.
11
Gramsci, Alcuni temi della quistione meridionale (1926), ivi, p. 159.
12
Ivi, p. 186.
13
Gramsci anzi riconosce che il gruppo di
“Ordine Nuovo”, da cui prese le mosse il
nuovo gruppo dirigente del PCI uscito vincente dal Congresso di Lione, era stato influenzato da Croce e Fortunato. Cʼera poi
stata una “rottura completa” (Ivi, p. 186), ma
solo in seguito alla scoperta della funzione
peculiare da loro appunto svolta a favore del
blocco sociale dominante.
10
Soc. Coop. ar.l.
Villaggio Positano
IMPRESA GENERALE COSTRUZIONI
VIA S.S. 93 85028 RIONERO IN VULTURE
Tel. 0972 720372 - Fax 0972 723428
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Chiummiento e “La Basilicata”
un giornalista per bene
e quasi sconosciuto
TOMMASO RUSSO
Le note che seguono hanno il duplice scopo di tratteggiare, in estrema sintesi, il profilo biografico, politico e professionale del direttore del giornale La Basilicata con un
occhio agli anni dellʼesilio argentino attraverso il fascicolo personale esistente nel Casellario Politico Centrale;
di fotografare la composizione sociale e la dislocazione
geografica dei 608 abbonati i cui nominativi furono sequestrati tra il 23 agosto e il 9 settembre 1925 per ordine
di Ernesto Reale prefetto di Potenza.
Un anno dopo il delitto Matteotti che svelò le pesanti responsabilità del fascismo nella uccisione del leader socialista, Mussolini operò un ulteriore giro di vite sulla
stampa con lo scopo di asservirla sempre più allʼEsecutivo. La sequenza dei regi decreti ne ricostruisce la volontà
persecutoria: R.D. del 15 luglio 1923; R.D. del 10 luglio
1924; Legge del 31 dicembre 1925. Evidentemente il
sequestro dellʼelenco degli abbonati oltreché una possibilità di conoscere nominativamente gli oppositori, era
anche un transito necessario e preparatorio al più generale progetto di soppressione della libertà di stampa che
passava altresì attraverso il bavaglio di quella locale.1
Giuseppe Canio Chiummiento nacque ad Acerenza e
morì a Buenos Aires (1888-1941). Quando la morte lo
colse aveva già da tempo espresso la volontà di essere
cremato. Se questo suo desiderio, allo stato attuale delle
ricerche, non costituisce prova sicura di una sua appartenza alla Massoneria è certamente indizio rivelatore di
una sua formazione culturale laica e massonica. Del resto la rete delle Logge in Argentina era ampia e in esse
vi erano iscritti numerosi italiani con cui il Nostro sicuramente ebbe conoscenze e frequentazioni. Una indiret-
ta conferma pare essere contenuta nel “telespresso (N
3919)” dellʼAmbasciata italiana nella capitale argentina
che, nellʼannunciare la morte di G.C. Chiummiento, al
Gabinetto del Min.Cul.Pop., dice “…è deceduto in Buenos Aires il giornalista italiano Giuseppe Chiummiento,
nato nel 1888 in Lucania, e proveniente dal settore demomassonico della stampa napoletana”.
Aveva due anni quando perse entrambi i genitori. Il padre insegnante elementare, la madre donna sensibile e
acculturata formano il quadro del tempo di una piccola
borghesia di paese agiata e colta, severa e solida; il milieu culturale e comportamentale che avrebbero potuto
costruire se fossero vissuti non potè essere assunto come
reticolo di trasmissione formativa da Giuseppe che invece crebbe con i nonni. I suoi studi non furono sempre
ordinati e lineari e si svolsero tra Matera, Potenza e Napoli. Qui dopo aver conseguito il diploma, naturalmente
al Liceo, si iscrisse a Lettere nellʼateneo federiciano che
nei decenni a cavaliere tra Otto e Novecento sembrava
essere tornato agli splendori dʼantan. Pur nel suo affettuoso disordine, questo percorso di studi ripropone il dejà
vu di tanti intellettuali lucani i quali partiti dai loro comunelli giunsero nel gran cuore partenopeo che per molti fu
trampolino di lancio verso orizzonti di più ampia fama.
Il mondo culturale napoletano gravitante tra lʼuniversità
e il giornalismo, tra i circoli letterari e le passioni politiche catturò il giovane studente che così cominciò a fare
le sue prime esperienze giornalistiche allʼinizio sul Pungolo e poi sul Mattino. Eʼ appena il caso di ricordare che
per effetto di questa magia, Chiummiento non conseguì
nessuna laurea. La “professionalizzazione” per questa
15
c u l t u r a
sua scelta di vita e di lavoro avvenne ovviamente con
il battesimo a Milano che lo vide redattore del giornale
La Lombardia dal 1911. Il livello di professionalità e la
conoscenza del mestiere gli permisero di vivere con lo
stipendio derivante dal suo lavoro di giornalista.
La formazione politica e culturale che venne maturando negli anni giovanili e a contatto con diversi ambienti, lo portò ad essere fedele alla monarchia come scelta
istituzionale, alla Patria pur senza essere mai nazionalista quantunque dalla guerra di Libia e fino alla Grande
Guerra sostenesse la necessità per lʼItalia di partecipare
ai conflitti bellici. Si può, dunque, dire di essere di fronte
a un interventista liberale e non nazionalista, come Nitti
del resto, consapevole della necessità che si compissero
alcuni eventi storici di ampio respiro per poter dare così
completezza a una certa idea di Italia. E a questa idea di
Patria restò sempre fedele nonostante qualche tentativo
di strumentalizzazione fatto dai Servizi e dalla polizia un
anno prima della sua morte.
La fine della guerra ʼ15-18, a cui aveva preso parte, dette
adito per una ripresa dei contatti e dei rapporti con gli ambienti del liberalismo e del radicalismo meridionali che
avevano i propri numi tutelari in Amendola e Nitti. Dopo
lʼinattività dovuta alla parentesi bellica, lʼoccasione per
riprendere il suo lavoro di giornalista gli venne offerta
prima con lʼassunzione al giornale nittiano Il Paese, poi
con lʼofferta fattagli da Ugo Amedeo Angellillo anchʼegli
lucano che volle Chiummiento al neonato Il Giornale della Sera, ispirato da Nitti, a cui collaborarono Enzo Fiore,
Domenico Papa e Gino Doria. Questi nel ricordarlo dice
“ Lavorammo insieme, dal 1920 al 1922 (…) e vivemmo
insieme quel torbido periodo che portò allʼavvento del
fascismo”. E sono sempre la parole di Doria a offrire un
delicato ritratto dellʼacheruntino “prestante nella figura,
il viso roseo e giovanile, aveva già a trentʼanni i capelli
completamente bianchi”.
Nel 1923 chiude “Il Giornale della Sera”. Sono anni di
oscure manovre in cui lo spostamento rapido del grande
capitale italiano industriale e finanziario da una sponda a
unʼaltra comporta anche il passaggio di mano di giornali
e periodici. Solo esemplificativamente vale la pena ricordare come Il Paese, passasse di mano con lo spostarsi
dei suoi finanziatori (con il passaggio dei fondi da Dante
Ferraris a Carlo Bazzi) il giornale romano era diretto da
F. Scozzese Ciccotti ( cui Gramsci riservò un pesante
giudizio come di un “giornalista spregiudicato e corruttibile”). Sorte non diversa toccò a un altro giornale nittiano
Epoca strangolato dalle pressioni del Credito Italiano che
non intendeva più prorogare la scadenza di effetti cambiari.
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Per gemmazione dal Giornale erano nati Il Corriere di
Salerno ispirato da Amendola e La Basilicata ispirata da
Nitti e diretta da Chiummiento. Non è questa la sede per
uno spoglio sistematico degli articoli, della linea politica,
delle analisi sociali e di costume comparsi nel quotidiano
lucano quantunque se ne avverta la necessità per avere un
quadro sistematico della maturità grafica e giornalistica,
politica e culturale del giornale.
Il sequestro effettuato dai regi carabinieri offre lo spunto
per analizzare la composizione sociale, la dislocazione
geografica e lʼorientamento politico degli abbonati a cui
si riferiscono le allegate Tabelle. Il giornale giungeva
per abbonamento, oltre che per vendita diretta in negozi
o privative, in quasi tutti i comuni lucani e il pubblico dei
suoi lettori era costituito da tutte le figure sociali: dagli
artigiani agli studenti “di legge”, dai sacerdoti agli industriali. Anche due donne: una ostetrica e una casalinga,
risultavano essere abbonate. La sottoscrizione dellʼabbonamento era singola o collettiva come nel caso della
Società Operaia di Avigliano, del Circolo Lanzillotti di
Ferrandina, dellʼUnione Democratica di Moliterno, della
Società O.di M.S. di Pisticci (classificata fascista nella
nota), dellʼAssociazione Combattenti di Pignola “che faceva capo allʼon. Vito Reale”, del Circolo Operaio sempre di Pignola, del Circolo Unione e dellʼAssociazione
Combattenti di Acerenza. La nota informativa precisava
che nel paese di Chiummiento, il primo era “frequentato dai maggiorenti del paese e da impiegati. Quasi tutti
iscritti al partito fascista.” Della seconda si diceva che
essa era “composta da elementi dei partiti di opposizione
e qualcuno a quelli estremi.”
Per evitare lʻablazione della memoria su uomini e idee,
eventi e fatti, più che per semplice curiosità si possono
ricordare tre artigiani, un pensionato e un sorvegliante
forestale di Brindisi di Montagna che non solo si abbonarono ma inviarono “una lettera pubblicata sul giornale La
Basilicata con cui si elogiava il Direttore per lʼindirizzo
intrapreso del giornale”; oppure il farmacista di Montemurro consigliere comunale, antifascista e massone. E
vale la pena continuare ricordando qualche altro caso senza, sʼintende, avere propositi di esaustività. Don Antonio
Locantore era stato “..allontanato dal paese dʼordine della sacra congregazione per la sua attività politica spiegata
contro il partito fascista”. Il trentottenne prete di Oppido
era un convinto attivista del Partito Popolare. E Popolari
erano anche don Antonio Spaltro arciprete di Terranova e
il duca Luigi Malvini Malvezzi fu Diego di Matera. Nittiani invece erano De Ruggieri Nicola e Tommaso Giura
Longo proprietari materani; e anche Postiglione Gianbattista “imprenditore di lavori per strade rotabili”, e ancora
c u l t u r a
C
don Domenico Sinisi di Pisticci, gli imprenditori dolciari
e di liquori Laraia Pasquale e Postiglione Paolo.
E da ricordare ci sono anche gli artigiani, metafora di
quella “mentalità razionalista” come ha voluto definirli Hobsbawm, che tra gli abbonati avevano il primato.
Erano infatti 184. Giuliano Emilio carpentiere, Salvatore Vito pasticciere, Cilla Nicola falegname, tutti e tre di
Genzano, di ognuno di essi nella nota si diceva che era di
“ Buona condotta morale” ma “ di cattiva condotta politica perché comunista”. Per lʼottusità burocratica, questa
dicotomia era semplicemente incomprensibile.
Carrozzone Michelangelo, sarto socialista di Rivello, spaventava le autorità in quanto “ritenuto capace organizzare
masse”. Sempre a Rivello un commerciante socialista “
Di buona istruzione letteraria e capace arringare popolazione e far trascendere a disordini”, probabilmente dʼintesa con un insegnante nittiano anche lui “ capace riunire
massa e far sorgere atti inconsulti” risultavano agli occhi
dei RR. CC. particolarmente pericolosi per meritare tali
allarmate e preoccupate annotazioni. Può risultare sorprendente come nel circondario di Melfi nessun proprietario risulti nittiano. Spaducci Benedetto di Maschito,
agente INA “ Milita nel partito nittiano. È un sistematico
oppositore del Governo Nazionale. Nel suo locale si riuniscono diuturnamente pochi oppositori (illeggibile) del
Partito Popolare Italiano e Nittiano i quali condividono
le sue idee”.
Le note dei regi carabinieri diventano più anodine quando si tratta di rilevare lʼappartenenza al partito fascista.
Commercianti, artigiani, proprietari, liberi professionisti
sono tout-court fascisti. Di Restaino Michele, mediatore
di Acerenza, fascista, si dice solo che è “abbonato per
compiacimento”, come anche quel De Bonis Salvatore
cancelliere di Pietragalla. Mentre il segretario comunale
di S. Martino dʼAgri “ Eʼ iscritto al partito fascista. Spiega mediocre attività di propaganda spicciola a favore del
proprio partito”. Veramente singolare risulta la posizione
di questo libero professionista che “ A Venosa per ragioni
personali contro quella Amministrazione è antifascista.
A Maschito ove è Notaio è fascista non propagandista”.
Sempre a Maschito un sarto “ Da qualche tempo è tesserato in quella sezione Fascista”; mentre di un calzolaio si precisa che “ Eʼ simpatizzante fascista sebbene
tale partito non esiste in Forenza”. Una delle poche note
dei carabinieri che sfugge al carattere blando è quella che
riguarda la Ditta Padula e Soci di Pisticci della quale si
sottolinea che è “ Fascista spiegando in prò di tale partito
molta attività”.
Se pur con le cautele del caso si vogliono considerare i
608 abbonati uno spaccato quasi fedele per condizio-
ne sociale, orientamento politico della Basilicata degli
anni ʼ20, allora in questa circostanza le considerazioni
da svolgere sono ampie e numerose cosicché nella fattispecie è dʼuopo non solo schematizzarle ma indicarne
alcune e purtroppo tralasciarne altre. Intanto cʼè da dire
che le note preoccupate dei Reali Carabinieri. poste a
fianco di tanti nominativi contenuti nellʼelenco rivelano
a modo loro lʼesistenza di una non avvenuta pacificazione sociale nella trama della società regionale e mostrano
la permanenza ancora di una egemonia culturale e politica nittiana nonostante gli sforzi politici ed organizzativi
del fascismo e la conversione ad esso di professionisti, di
proprietari, di dipendenti della pubblica amministrazione. In secondo luogo cʼè da dire che non sono solo rèntiers quei proprietari che si dichiarano nittiani; e che lo
statista melfitano seppe intercettare anche imprenditori,
industriali e appaltatori vale a dire figure sociali rivelatrici di attività economiche non legate esclusivamente alla
rendita agraria. In proposito i dati di molti comuni del
materano e del potentino, in particolar modo di Lauria in
cui è evidente il rapporto con la Banca fondata da Masella, sono eloquenti di questa tessitura sociale. In terzo
luogo la fotografia della Pubblica Amministrazione, dei
liberi professionisti e di proprietari, cioè di gruppi che
per la loro posizione di status finirono con lʼoccupare - o
già occupavano - snodi delicati e cruciali nella direzione
della cosa pubblica, degli affari e dellʼeconomia regionali, rimanda a un interrogativo a cui non si può dare
una semplice risposta e che è così formulabile: di quale
spessore fu il nesso fra continuità e fratture delle èlites
nella gestione e nella direzione della società lucana nel
suo passaggio al fascismo? In altri termini: pesò maggiormente la continuità o coloro che salirono al potere
in Basilicata durante il ventennio furono èlites del tutto
diverse rispetto ai vecchi gruppi dirigenti? O forse la domanda va riformulata evitando lʼalternativa secca fra permanenze e rotture guardando invece dal di dentro i gruppi sociali dirigenti zona per zona, funzione per funzione,
per cogliere quanto di continuità o frattura si coagulava
in uno stesso nucleo ricostruendone anche la formazione
culturale e ideologica oltre che la tramatura degli interessi reali? Risposte frettolose o ingenuamente generaliste
o anche neorevisioniste servono solo a tagliare il nodo
ma non a scioglierlo. Lʼultima considerazione riguarda il
merito del giornale e del suo direttore. Evidentemente per
circolare, vendere e resistere, considerato anche gli altri
fogli regionali “di area”, il giornale di Chiummiento era
di buona fattura grafica e professionale, maturo, equilibrato e leggibile.
Altri ha già detto delle persecuzioni, delle violenze e
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La Basilicata
Totale 608 abbonati per condizioni sociali e orientamento politico (tabella1)
di cui
Nittiani
Fascisti
Socialisti
Artigiani
184
71
24
10
Commercianti
95
26
20
1
Propriet./Possid.
109
38
28
2
Professioni civili
84
28
15
3
P. A.
52
23
15
Altro
84
28
13
5
608
214
115
21
18
Comunisti
3
3
Altro
26
48
41
38
14
38
255
Circondario di Potenza (tabella 2)
Numero 195 abbonati per condizioni sociali e orientamento politico al giornale La Basilicata
di cui
Nittiani
Fascisti
Socialisti
Comunisti
Artigiani
55
25
3
1
3
Commercianti
23
10
3
Propriet./Possid.
30
15
6
Professioni civili
29
9
3
P. A.
25
13
6
Altro
33
12
5
195
84
26
1
3
Altro
23
10
9
17
6
16
81
Circondario di Melfi (tabella 3)
Numero 85 abbonati per condizioni sociali e orientamento politico al giornale La Basilicata
di cui
Nittiani
Fascisti
Socialisti
Comunisti
Artigiani
22
3
4
4
Commercianti
17
4
3
Propriet./Possid.
13
6
2
Professioni civili
12
3
2
2
P. A.
6
3
1
Altro
15
6
1
4
85
19
17
12
-
Altro
11
10
5
5
2
4
37
Circondario di Lagonegro (tabella 4)
Numero 164 abbonati per condizioni sociali e orientamento politico al giornale La Basilicata
di cui
Nittiani
Fascisti
Socialisti
Comunisti
Artigiani
50
33
3
1
Commercianti
25
12
4
1
Propriet./Possid.
31
12
8
Professioni civili
26
8
4
1
P. A.
10
4
4
Altro
22
7
3
1
164
76
26
4
-
Altro
13
8
11
13
2
11
58
Circondario di Matera (tabella 5)
Numero 164 abbonati per condizioni sociali e orientamento politico al giornale La Basilicata
di cui
Nittiani
Fascisti
Socialisti
Comunisti
Artigiani
57
10
14
4
Commercianti
30
10
Propriet./Possid.
35
11
8
Professioni civili
17
8
6
P. A.
11
3
4
Altro
14
6
4
164
38
46
4
-
Altro
29
20
16
3
4
4
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delle aggressioni, degli assalti e delle devastazioni alla
tipografia per riprorre ancora queste pur importanti ricostruzioni, sembra invece più opportuno seguire da vicino
gli anni di permanenza a Buenos Aires dove giunse nellʼagosto del 1927. In una nota informativa, del 4 marzo
1929, inviata da Napoli al CPC, si dice che Chiummiento
“deve raggiungere un parente, tale Roberto Orlando, proprietario di una importante azienda agricola a Rio Quarto
(Cordoba) presso il quale avrebbe trovato stabile e proficua occupazione”. In un altro passaggio della medesima
nota si sottolinea il suo essere “ di idee liberali-democratiche-socialistoide, fu una creatura strumento del noto ex
deputato Francesco Nitti, e, a mezzo del periodico anzidetto (La Basilicata ndr) condusse una vivace campagna
contro il Fascismo cercando di ostacolarne lʼavvento”.
Verosimilmente, la capitale argentina doveva essere un
luogo vivo, crocevia di passioni politiche e di emigrati
dallʼItalia e da altri paesi europei per decidere di stabilirvisi. E infatti troviamo il Nostro collaboratore al giornale
LʼItalia del Popolo i cui articoli polemici riboccanti del
più velenoso antifascismo, sottoscrive con lo pseudonimo di Rocco Sileo”. Collabora anche con il quotidiano
La Razon; da correttore di bozze Chiummiento fa il gran
salto a giornalista assunto con regolare contratto al quotidiano La Patria degli Italiani. Poiché è noto che questo
giornale era un organo della Massoneria, Ferretti funzionario del Ministero, in una sua nota del 25 marzo 1929,
insiste nel ribadire la convinzione “che il Governo deve
fare tutto il possibile, poiché i fascisti italiani dellʼArgentina comprino ʻLa Patria degli Italianiʼ o si impadroniscano della direzione”. Prosegue la medesima nota ribadendo che “Egli ( Chiummiento, ndr) si mantiene tuttora
in rapporti epistolari con lʼex deputato Nitti ed altri pontefici del fuoriuscitismo italiano e viene anzi, al riguardo
fiduciariamente riferito che giorni addietro, abbia esibito ai colleghi della redazione della ʻPatria degli Italianiʼ
una lettera inviatagli dal fuoriuscito Arturo Labriola, nel
quale questi escludeva la sua prossima venuta a Buenos
Aires”. Probabilmente la fonte fiduciaria, infiltrata forse
nel giornale, non era a sua volta molto bene informata
giacchè Labriola giunse nella capitale argentina nellʼaprile del 1929. Ad attenderlo cʼerano Merlo, Chiummiento, Ricciardi e Testa nella loro qualità di giornalisti dei
vari quotidiani e periodici ed “anche diversi esponenti
della massoneria e dellʼantifascismo concentrazionista e
cioè lʼavv. Donato Di Guglielmo, lʼavv. Cesare Carmine
Grosso, i fratelli Arturo Mazzanti e Prospero Mazzanti,
Albano Corneli, Giuseppe Parpagnoli, Paolo Prister ed
altri una quarantina di persone in tutto”. (Telespresso N
1237 del 16 aprile 1929).
La documentazione esistente nel CPC, non completa in
quanto priva della documentazione relativa agli anni ʼ30,
è però sufficiente a far immaginare lʼattività che Chiummiento svolse negli ambienti del fuoriuscitismo italiano.
Una attività intensa, fatta di scritti, di articoli, di conferenze, di incontri, di tessitura di una rete politica e amicale necessaria a supportarsi a vicenda; di iniziative volte
a mantener vivo il sentimento antifascista tra i rifugiati
e i numerosi emigrati sui quali la propaganda del regime
non fu né blanda, né occasionale ma sistematica e continua e per molti anche intrisa di ricatti.
Negli anni ʼ30 in concomitanza con il colpo di Stato del
generala J. F. Uriburi, giunse a Buenos Aires anche Francesco Scozzese Ciccotti che pur collaborando con La Razon e La Patria degli Italiani non disdegnò di mettere in
piedi attività di export verso la Francia di carne argentina
contribuendo in tal modo ad accrescere quellʼalone di
dubbi che sempre lo accompagnò.
La Basilicata, come si sa cessò le pubblicazioni nel 1926.
Nel dicembre del 1924, da Zurigo, Nitti come dono per
gli abbonati del ʼ25 volle inviare, per il tramite delle pagine del “suo” giornale, la seguente dedica in cui è agevole notare lʼintreccio tra elementi profetici, orgogliosa
riaffermazione della giustezza delle proprie posizioni politiche e un non nascosto rimpianto per la separazione dal
proprio Paese. “ Giunga dal lontano esilio - così lʼincipit
della dedica - il memore saluto agli amici della terra di
Basilicata, a quanti nellʼimperversare della lotta hanno
conservato intatta la fede nei principi della democrazia,
della libertà e della pace. Oggi niuna calunnia ci raggiunge e nessuna sofferenza ci turba. Domani tutti riconosceranno la nobiltà nella nostra opera e la verità per cui
siamo lieti di soffrire. Noi siamo lʼavvenire e la vita”.
Oggi che vi è un ingorgo sulla strada di Damasco, come
è stato da più parti notato, viene naturale sottolineare il
messaggio di coerenza insito in queste scarne parole dello statista di Melfi.
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Il Racconto
Alla ricerca
dellʼidea perduta
CLAUDIO ELLIOT
I
l caso si risolse, in modo imprevisto, nel dicembre scorso, ed aveva a che fare con le scale di Potenza.
Ad ognuna di esse assegno un nome. Primo incontro (è una scala
breve, fuggevole). Scivolata (è una fuga di scalini sbrecciati e umidi).
Videogiochi (è una scala chiassosa invasa dai suoni di una sala piena di
ragazzi e videogame). Gioco delle parti (è una scala lunga, con piccoli
piazzali per la sosta, con un viavai continuo in salita e discesa, e dove
poco prima c’era una persona ora se ne staglia un’altra, e inizia quindi il lavorio del cervello di chi costruisce storie).
Percorro a volte la più lunga in assoluto, e ad ogni piazzale lungo la
salita mi fermo per riprendere fiato e cerco un nuovo personaggio
oppure osservo una situazione insolita lì davanti agli occhi, o costruisco un abbozzo di storia seguendo nell’aria un profumo, un colore,
un segnale. È la scala del romanzo.
Quelle brevi sono le scale dei racconti.
Tutto iniziò, anni prima, con la paura dei luoghi chiusi, una parola che
mi sfugge di continuo (deve farlo) e mi ricorda le suore. Una parola
che sa di muffa e che si attorciglia attorno a quattro vocali.
Questa fobia mi porta a salire e scendere (a me che sono nato nel
deserto) l’altrui scale. Da bambino rincorrevo canguri al limite del
bush australiano, sotto il cielo verde di pappagalli. Ora vivo nella città
delle mille scale, e ad ognuna associo un mio scritto, un racconto. A
volte un pensiero. Se la scala esaurisce la sua esistenza in solo tre
gradini, vi cerco un pensiero, un’idea molto volatile.
Scendo e salgo il cuore della città con il taccuino in mano e ciò è in
parte negativo, perché mentre prendo appunti mi sfuggono le persone e loro sfuggono me. A volte, alzando gli occhi, colgo il bagliore di
uno sguardo o il fuggevole volo di un profumo. Sono immerso nella
pagina degli appunti, ed è quel bagliore che riverso sulla pagina; e la
sensazione fuggevole diventa una donna, un incontro. Se la scalinata
finisce, finisce l’incontro.
Un giorno, tornato a casa dopo aver preso molti appunti, mi accorsi,
scorrendo le annotazioni, che un mio racconto era monco: ne mancava la parte centrale. Saltai su buttando in aria il gatto e il buonumo-
re: dove era finito quel frammento di creazione? Dove avevo perso il
senno? Quale scala di Potenza mi aveva ispirato e poi tradito?
E poi: stavo scendendo o salendo?
È una questione fondamentale: nel salire innanzitutto faccio più fatica, ed io ho da portarmi appresso anni di epa e affanni; andando verso l’alto, quindi, ho il tempo di scrivere e appuntare di più e, tra una
ansimata e una tastata al cuore per accertarmi della sua efficienza,
osservo con più precisione: gli odori corrispondono a persone, dallo
scalpicciare dei piedi risalgo alla pienezza di una figura, il chiasso di
un gruppo diventa molto fuggevole e ne distinguo le amenità; dedico
insomma più tempo alla parte antropologica; salendo anche pochi
gradini vado verso l’Alto con la maiuscola per cui l’ispirazione è più
aerea ecc., ma questa è una stupidaggine che mi dice sempre una mia
amica che, con questa scusa dell’Alto con la maiuscola, tiene lontano
me e le tentazioni terrene con la ti minuscola.
Nello scendere, la scrittura e l’osservazione sono più veloci, a volte
frenetiche, e lo stile del racconto ne risente: lo scritto è nervoso,
coinvolgente, giocoso, con frasi brevi e ritmiche.
Rilessi gli appunti di quel capolavoro incompiuto. È un racconto da
discesa, questo: lo riconosco.
Ma non aveva un senso: era monco nella parte di sviluppo. Oddio,
era comunque leggibile, e proprio perché non aveva un senso era
più criptico, e lo specialista che lo avesse letto avrebbe detto con
i suoi paroloni che avevo fatto un salto di qualità, avevo scritto un
capolavoro perché nell’immediatezza della vicenda e nel salto della
paronomasia verso la sineddoche… che palle.
Si può creare un capolavoro per sbaglio? mi chiesi. Lo rilessi ancora.
No, a me non piaceva.
Mi serviva il pezzo mancante.
Dunque: era lungo almeno cinquanta gradini. Io li misuro così, i racconti scritti sulle scale di Potenza. Quello era un Cinquanta-gradiniin-discesa. Allora il suo inizio era avvenuto di sicuro da via Pretoria
e dintorni: è solitamente il mio punto di partenza o arrivo. Divago
ogni tanto altrove: la città non manca di gradini.
21
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C
Più lo guardavo più sentivo che quella creazione (stavo per dire creatura) aveva un’aria da zona centrale, non periferica.
Non avevo messo la data, ed era un problema.
Per trovare l’idea perduta tra le scale di Potenza, per avere una
traccia da seguire, dovevo avere qualche elemento in mano.
Ecco. L’argomento del racconto.
La mosca cieca. Non il gioco, ma proprio l’insetto.
Ecco, ricordavo qualcosa. Una mosca che venne a sbattere sui miei
occhiali. Così nacque l’idea. Per parlare filosoficamente, le idee ci
sono tutte, nell’aria, esistono di per sé, lo scrittore non fa che catturarle come fa il cacciatore di farfalle, e gli dà un’anima. È un demiurgo, in fondo.
Il racconto della mosca cieca: lì davanti ne avevo tre quarti. L’idea mi
piaceva, e quindi: quale scala avevo preso? Anche qui c’è un distinguo: se l’idea è debole, opto per alcuni percorsi; se è forte, per altri.
Quindi ora avevo due elementi, anzi tre. Conosco le poche scalinate
in discesa che mi piacciono, (è un Cinquanta-gradini-in-discesa!) e
allora mi avviai di corsa alla ricerca della tessera perduta del mosaico, prendendo al volo una mia amica scrittrice. Dopo aver invano
cercato un parcheggio gratis, dalle parti della Posta, dopo aver lasciato quattro frecce in terza fila vicino al teatro Due Torri, dopo
aver zigzagato con la pulzella al guinzaglio verso il fiume in piena di
via Pretoria (era l’ora che volge al chiacchiericcio), mi fermai impavido sulla strada, a un centimetro dai cerchioni di una macchina e
a un millimetro dalle male parole del conducente: mi misi le mani
sui fianchi, alzai la testa, mi guardai a destra e a sinistra come un
esploratore nella giungla, poi decisi: la scala era a sinistra. La indicai
con decisione centrando in pieno l’occhio di un vigile, basso prima
e nervoso poi. Ci fiondammo, io e la poveretta, nonché il vigile orbo,
verso il posto in cui pensavo di aver perso il pezzo del racconto.
- Che state cercando?- chiese lui, alla prima sosta: aveva finalmente
capito, dai borbottamenti, che la nostra non era una fuga d’amore
ma una ricerca disperata.
- Una scala – disse la ragazza, che non poteva lì su due piedi, spiegare
che cercavamo un’idea e non una cosa concreta.
22
- Qui ce n’è una – disse lui, indicando il Banco di Napoli. Poi aggiunse:
- E lì ce n’è un’altra.
- Sono in salita o in discesa? – chiesi perfido e ansimante, e lui rispose che erano in discesa. Poi si accorse della trappola e si dileguò
verso la caserma dei carabinieri, fischiando a un’auto immaginaria la
sua disperazione.
- È questa! – dissi ad un tratto – Riconosco l’odore.
- Di che?
- Della verdura. È nell’aria. Qui si piazza una vecchia con roba paesana. Rucola. Aglio. Erbe.
- Ma ora non c’è – protestò la ragazza, che ci vedeva bene.
- No. Ma c’è lo stesso.
Questa affermazione la fece stramazzare al suolo, ed è così che,
inchinandomi in uno sprazzo di perduta umiltà per sollevarla dal
terreno, scorsi – lì, in quell’angolo, fulgida e viva – l’idea che mi era
sfuggita. Avevo appena preso la fanciulla per le ascelle, ma quel punto la lasciai ricadere e mi avviai, come in estasi, verso il frammento
perduto. Era a un paio di metri da me, a non più di due gradini più
in basso, era lì che mi aveva fulminato. Stavo finalmente per impossessarmene, stavo per divenirne padrone per sempre, avevo tutti i
sensi all’erta per carpire nel nulla un qualcosa, quando una fiumana
di ragazzi che saliva la scala mi travolse e mi costrinse al muro, sommergendomi di parole dialettali e gergali, annaffiandomi di sensazioni
e idee nuove, per cui, ubriaco ormai, tornai dalla ragazza, seduta su
un gradino.
- Embè? – chiese.
- È sfuggita. È persa per sempre – dissi, sedendomi al suo fianco.
- E allora? E il tuo racconto? Lo lasci monco?
- Pazienza – dissi rassegnato, circondandole le spalle col braccio
– Rimarrà un capolavoro.
Ridacchiò, poi si alzò e mi tirò su. Ci avviammo per via Pretoria.
Diedi una fugace occhiata alle mie spalle, all’angolo di quella scalinata. Ormai i ragazzi erano sciamati via e la vecchia idea era perduta
per sempre.
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C
ANTONIO AMENDOLARA
Mentre le polemiche sul film “Munich”
divampano, trascinando la gente al cinema
meglio di qualunque spot pubblicitario, ci
pare utile spendere ancora qualche riga sullo
Spielberg precedente.
Gli edifici crollano abbattuti da oggetti volanti
impazziti mentre una pioggia di detriti travolge
gli ignari passanti. Come lʼ11 Settembre.
Centinaia di cadaveri ammassati fluttuano
nella corrente del fiume. Come in Rwanda
1994. Navi stracolme di disperati affrontano
un mare implacabile. Come da Cuba verso
la Florida. Come dallʼAlbania verso lʼItalia.
Orde di profughi, ridotti alla pazzia collettiva
dallʼabnormità della tragedia e dallʼimpotenza,
percorrono un apocalittico esodo. Proprio come
continua a capitare da ventʼanni in quelle terre
che chiamavamo Jugoslavia e Iraq.
Insomma, se “AI-Intelligenza Artificiale”
era un poʼ lʼET dellʼera virtuale, “La guerra
dei mondi” è il nuovo volto degli “Incontri
ravvicinati del terzo tipo” al tempo del
terrorismo globale e della guerra preventiva.
Eppure, in questo frullato indiavolato di
telegiornali ed effetti speciali, la storia più
tragica che Spielberg ci racconta, riguarda
la famiglia americana, che nel film appare
frantumata da mille assurde incomprensioni e
isterie. E mentre gli alieni invadono la terra
proprio in uno dei rari giorni che al padre
operaio divorziato Tom Cruise è concesso
trascorrere coi suoi bambini, il film si rivela
ben presto un viaggio nellʼinconscio. O meglio,
come lo stesso incipit suggerisce, un viaggio
nel DNA umano alla ricerca di un istinto
fondamentale: quello della sopravvivenza.
Re-esistenza contro Sopra-vivenza.
Tredici affermazioni di liberazione
dall’Imperofattuale
Raffaele K. Salinari, edizioni Punto Rosso/Carta,
Milano-Roma 2005.
Raffaele K. Salinari è un medico-chirurgo,
nato a Zurigo nel 1954, che ha operato per oltre venticinque anni nelle Nazioni Unite e in
Organizzazioni Umanitarie presenti in Africa,
Asia, America Latina. Attivo nellʼambito della cooperazione internazionale allo sviluppo,
è Presidente della Federazione internazionale
Terre des Hommes, (per lʼItalia,www.terredeshommes.it) ed è nel direttivo del Forum Mondiale delle Alternative.
Tessere la trama fra meditazione e insurrezione, fra il potenziale della vita e lʼazione consapevole del vivente, fra lʼentusiasmo e il ritmo
della vita stessa, sono queste le linee in cui
va a collocarsi il contenuto del suo breve e
denso testo teso a tracciare gli attori e la scena
del contesto politico globale contemporaneo.
Lʼautore presenta uno scenario che riporta la
coesistenza fra umani re-esistenti e umani sopra-viventi in una sorta di mitopoiesi cosmica che sembra destinata a ripetersi in diverse
epoche e con varie declinazioni. Mescolando
speculazione filosofica e tensione poetica Salinari rivela una forma di narrazione quasi “bardica”, caratterizzata dal suggestivo intreccio di
rizomi filosofici occidentali e orientali. Così,
in tredici ordinate Affermazioni di liberazione dallʼImpero-fattuale, il testo si svela come
una bussola nello scenario collettivo in cui il
vivente – in vario modo – può prender parte.
Tutto il testo è , come ha scritto Raúl Zibechi
nella prefazione, un riuscito tentativo di «fondere Tao e Rivoluzione»: Salinari suggerisce
elegantemente che «la rivoluzione non è qualcosa che accade al di fuori ma dentro-fuori,
nella vita intesa come un tutto».
Non si tratta quindi di praticare la negazione
di una delle due polarità del Principio attraverso la lotta-guerra; al contrario, è necessaria la
pratica dellʼinsorgenza e della ribellione sociale (per dirla con le parole del subcomandante
Marcos) per far scomparire tale contrapposizione, per elevarsi al di sopra del potere dellʼavversario e re-esistere in modo consapevole.
Lo scopo dei re-esistenti è infatti creare la consapevolezza per distruggere non lʼavversario
bensì il suo stesso potere. La loro opposizione
alle pratiche dei sopra-viventi assume così il
senso di un cammino spirituale e pratico di liberazione collettiva dallʼImpero-fattuale, dove
“La guerra dei mondi”
di Steven Spielberg
Una polvere di domande sottintese resta
sospesa al termine della pellicola: è più forte,
nellʼuomo, la natura conflittuale, che lo porta
a motivarsi e dare il meglio di sé soltanto
nelle situazioni di pressione e pericolo, oppure
lʼistinto primigenio di sopravvivenza, che
lo spinge a cercare la serenità combattendo
quegli stessi pericoli e conflitti di cui aveva
quasi avuto bisogno? E poi: qual è il rapporto
tra lʼequilibrio interno di una comunità e il
suo modo di interagire con le altre comunità
gestendo i conflitti? O meglio, è giusto che una
società imponga alle altre quegli stessi valori
che non è in grado di garantire al proprio
interno?
GIOVANNI BOVE
la posta in gioco resta la vita intesa come bios,
e con essa le singole espressioni-di-vita dei reesistenti.
In questa prospettiva teorica lʼautore introduce
agevolmente uno dei concetti-chiave dellʼintero scritto, quello di bioliberismo. Inteso come
«lʼapplicazione del liberismo al dominio delle
vite particolari», a quelle espressioni-di-vita
che i re-esistenti vogliono lasciar fluire come
energia vitale, il bioliberismo si presenta in
maniera immanente per mezzo di servo-strutture come la guerra permanente globale, il controllo e la privatizzazione di beni e risorse comuni dellʼumanità, la biocrazia, lo Spettacolo
(nella sua accezione situazionista). Con questo
corpus concettuale il testo di Salinari introduce
unʼaspra riflessione sulla contemporaneità politica che investe la società globale, toccandone
le tematiche più scottanti. Dallʼuniverso spettrale e contingente di Guantanamo alla riflessione sullo stato dʼeccezione permanente, dallʼesportazione della democrazia con le”armi”
alla subalternità dei paesi del terzo mondo attraverso il controllo di beni e risorse.
23
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REGIONE BASILICATA
G I U N TA R E G I O NAL E
Indirizzo Viale della Regione Basilicata, 4
85100 Potenza
Telefono 0971.668111
Fax 0971.668191
Email [email protected]
Web www.regione.basilicata.it
PRESIDENTE
Vito DE FILIPPO (Uniti nellʼUlivo)
VICE PRESIDENTE
Gaetano FIERRO (Udeur)
ASSESSORI
Carlo CHIURAZZI (Margherita)
Formazione, Lavoro, Cultura e Sport
Rocco COLANGELO (esterno - DS)
Salute, Sicurezza e Solidarietà Sociale, Servizi
alla Persona e alla Comunità
Gaetano FIERRO (Udeur)
Agricoltura, Sviluppo Rurale, Economia Montana
Francesco MOLLICA (Verdi)
Infrastrutture, Opere Pubbliche e Mobilità
Giovanni RONDINONE (esterno - DS)
Ambiente, Territorio, Politiche della Sostenibilità
Donato Paolo SALVATORE (Uniti nellʼUlivo -Sdi)
Attività Produttive, Politiche dellʼImpresa,
Innovazione Tecnologica
DIPARTIMENTO PRESIDENZA
DELLA GIUNTA
Indirizzo Viale della Regione Basilicata, 4
85100 Potenza
Telefono 0971.668194
Fax 0971.668181
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PRESIDENTE
Vito DE FILIPPO (Uniti nellʼUlivo)
Segreteria particolare del Presidente
Segretario Partic. Angelo Raffaele Rinaldi
Telefono 0971 668249
Fax 0971 668191
Portavoce
Portavoce Ludovico Rossi
Telefono 0971 668250
Fax 0971 668191
Direzione Generale Presidenza della Giunta
Regionale
Dirigente Generale Maria Teresa LAVIERI
Telefono 0971 668220
Fax 0971 668218
UFFICI
Ufficio Segreteria Generale della Giunta
Dirigente Maria Carmela Santoro
Telefono 0971 668200
Fax 0971 668225
24
• Ufficio Gabinetto del Presidente della Giunta
Dirigente Arturo Agostino
Telefono 0971 668187
Fax 0971 668181
• Ufficio Affari Istituzionali e Affari Generali della Presidenza
Dirigente Cecilia Salvia
Telefono 0971 668169
Fax 0971 668173
• Ufficio Stampa della Giunta
Caporedattore Donato Pace
Telefono 0971 668142
Fax 0971 668155
• Ufficio Comunicazione Istituzionale e Relazioni
con il Pubblico
Dirigente Luciano Taddonio
Telefono 0971 668322
Fax 0971 668154
• Ufficio Autonomie Locali e Decentramento
Amministrativo
Dirigente Antonio Pasquale Golia
Telefono 0971 666001
Fax 0971 666025
• Ufficio Organizzazione, Amministrazione e
Sviluppo delle Risorse Umane
Dirigente Liliana Santoro
Telefono 0971 668233
Fax 0971 668245
• Ufficio Provveditorato e Patrimonio
Dirigente Ennio Galella
Telefono 0971 668265
Fax 0971 668277
• Ufficio Affari Legislativi e Qualità della
Normazione
Dirigente Ferdinando Giordano
Telefono 0971 668211
Fax 0971 668225
• Ufficio Internazionalizzazione e Promozione
dellʼImmagine
Dirigente Rocco Messina
Telefono 0971 668186
Fax 0971 668181
• Ufficio Controllo Interno di Regolarità
Amministrativa
Dirigente Anna Roberti
Telefono 0971 668166
Fax 0971 668225
• Ufficio Risorse Finanziarie, Bilancio e Fiscalità
Regionale
Dirigente Maria Grazia Delleani
Telefono 0971 668248
Fax 0971 668302
• Ufficio Ragioneria Generale
Dirigente Rosa Ambrosio
Telefono 0971 668271
Fax 0971 668302
• Ufficio Società dellʼInformazione
Dirigente Donato Pafundi
Telefono 0971 668332
Fax 0971 668954
• Ufficio Sistema Informativo Regionale e
Statistica
Dirigente Vincenzo Fiore
Telefono 0971 668378
Fax 0971 668954
• Ufficio Programmazione e Controllo di Gestione
Dirigente Domenico Ragone
Telefono 0971 668272
Fax 0971 668336
• Ufficio Controllo Fondi Europei
Dirigente Francesco Rizzo
Telefono 0971 668272
Fax 0971 668336
• Ufficio Territoriale di Matera
Dirigente Edoardo Porsia
Telefono 0835 284354
Fax 0835 331183
• Ufficio Territoriale di Melfi
Dirigente Luigi Sellitti
Telefono 0972 641350
Fax 0972 641332
• Ufficio Territoriale di Lagonegro
Dirigente Salvatore Ferraioli
Telefono 0973 21863
Fax 0973 233663
• Ufficio di Rappresentanza in Roma
Dirigente Maria Pia De Simone
Telefono 06 84556111
Fax 06 84556305
• Struttura di Progetto Val dʼAgri
Dirigente Remo Votta
Telefono 0975 314203
Fax 0975 354773
• Struttura di Progetto Interventi Straordinari
di Cooperazione Internazionale
Dirigente Domenico CETERA
Telefono 0835 284352
Fax 0835 284249
• Strutture Attestate al C.I.C.O ( Comitato
Interdipartimentale di Coordinamento
Organizzativo)
• Ufficio Legale e del Contenzioso
Dirigente Mirella Viggiani
Telefono 0971 668170
Fax 0971 668173
• Struttura di Progetto Autorità Ambientale
Dirigente Vincenzo Sigillito
Telefono 0971 668297
Fax 0971 668336
• Struttura di Staff Attuazione Programmi
Comunitari
Dirigente (da nominare)
p u b b l i c i t à
DIPARTIMENTO AGRICOLTURA, SVILUPPO
RURALE, ECONOMIA MONTANA
DIPARTIMENTO AMBIENTE, TERRITORIO,
POLITICHE DELLA SOSTENIBILITÀ
Indirizzo Viale della Regione Basilicata, 12 85100 Potenza
Telefono 0971.668111
Fax 0971.668731
Email [email protected]
Web www.regione.basilicata.it
Indirizzo Viale della Regione Basilicata, 5
85100 Potenza
Telefono 0971.668111
Fax 0971.669066
Email [email protected]
Web www.regione.basilicata.it
ASSESSORE
Gaetano FIERRO (Udeur)
Segreteria dellʼAssessore
Segreteria Partic. Pasquale Pelliccia
Telefono 0971 668915
Fax 0971 668731
Direzione Generale
Dirigente Generale Rocco ROSA
Telefono 0971 668908
Fax 0971 668685
ASSESSORE
Giovanni RONDINONE (esterno - DS)
Segreteria dellʼAssessore
Segreteria Partic. Dina Laurino
Telefono 0971 669505
Fax 0971 669066
Direzione Generale
Dirigente Generale Andrea FRESCHI
Telefono 0971 668897
Fax 0971 669065
UFFICI
• Ufficio Politiche di Sviluppo Agricolo e Rurale
Dirigente Angelo Di Mauro
Telefono 0971 668688
Fax 0971 668681
• Ufficio Aiuti
Dirigente Gaetano Giordano
Telefono 0971 668801
Fax 0971 668813
• Ufficio Risorse Naturali in Agricoltura
Dirigente Francesco Pesce
Telefono 0971 668660
Fax 0971 668574
• Ufficio Produzioni Zootecniche e Zoosanità
Dirigente Salvatore Petraglia
Telefono 0971 668673
Fax 0971 668685
• Ufficio Produzioni Vegetali
Dirigente Rocco De Canio
Telefono 0971 668718
Fax 0971 668751
• Ufficio Qualità e Servizi
Dirigente Giuseppe DʼAgrosa
Telefono 0971 668733
Fax 0971 668648
• Ufficio Economia Montana e Servizi alle
Comunità Rurali
Dirigente Giuseppe Eligiato
Telefono 0971 668715
Fax 0971 668681
• Ufficio Programmazione Monitoraggio e
Sistema Informativo
Dirigente Antonio Amato
Telefono 0971 668782
• Ufficio Capitale Terra - Matera
Dirigente Rosa Buccino
Telefono 0835 284291
Fax 0835 284250
• Ufficio Fitosanitario - Matera
Dirigente Antonino Agnello
Telefono 0835 284350
Fax 0835 284250
UFFICI
• Ufficio Ciclo dellʼAcqua
Dirigente Luigi Gianfranceschi
Telefono 0971 668781
Fax 0971 669023
• Ufficio Prevenzione e Controllo Ambientale
Dirigente Nicola Vignola
Telefono 0971 668875
Fax 0971 669066
• Ufficio Compatibilità Ambientale
Dirigente Salvatore Lambiase
Telefono 0971 668844
Fax 0971 669015
• Ufficio Foreste e Tutela del Territorio
Dirigente Rosa Maria Pietragalla
Telefono 0971 668777
Fax 0971 669036
• Ufficio Geologico e Attività Estrattive
Dirigente Giuseppe Giliberti
Telefono 0971 668815
Fax 0971 669073
• Ufficio Urbanistica e Tutela del Paesaggio
Dirigente Viviana Cappiello
Telefono 0971 668783
Fax 0971 669056
• Ufficio Tutela della Natura
Dirigente Antonio DʼOttavio
DIPARTIMENTO ATTIVITÀ PRODUTTIVE,
POLITICHE DELLʼIMPRESA, INNOVAZIONE
TECNOLOGICA
Indirizzo Viale della Regione Basilicata, 12 85100 Potenza
Telefono 0971.668111
Fax 0971.668622
Email [email protected]
Web www.regione.basilicata.it
ASSESSORE
Donato Paolo SALVATORE (Sdi)
Segreteria dellʼAssessore
Segreteria Partic. Sebastiano Gagliastro
Telefono 0971 668910
Fax 0971 668622
Direzione Generale
Dirigente Generale Giuseppe ESPOSITO
Telefono 0971 668730
Fax 0971 668820
UFFICI
• Ufficio Industria ed Attività Manifatturiere
Dirigente Lorenzo Affinito
Telefono 0971 668655
Fax 0971 668630
• Ufficio Gestione e Regimi di Aiuto
Dirigente Maria Carmela Panetta
Telefono 0971 668635
Fax 0971 668630
• Ufficio Turismo Terziario e Promozione
Integrata
Dirigente ( da nominare)
Telefono 0971 668601
Fax 0971 668630
• Ufficio Energia
Dirigente Rocco Frontuto
Telefono 0971 668616
Fax 0971 668630
• Ufficio Internazionalizzazione, Ricerca
Scientifica ed Innovazione Tecnologica
Dirigente Emilio Libutti
Telefono 0971 668652
Fax 0971 668630
• Ufficio Osservatorio Ecomonico Regionale
Matera
Dirigente Vincenzo Malvasi
Telefono 0835 284288
Fax 0835 284283
• Ufficio Demanio Marittimo - Matera
Dirigente Angelo Raffaele Sacco
Telefono 0835 284325
Fax 0835 284283
DIPARTIMENTO FORMAZIONE, LAVORO,
CULTURA E SPORT
Indirizzo C.so Umberto I, 28 - 85100 Potenza
Telefono 0971.668111
Fax 0971.668085
Email [email protected]
Web www.regione.basilicata.it
ASSESSORE
Carlo CHIURAZZI (Margherita)
Segreteria dellʼAssessore
Segreteria Partic. Maddalena Piancazzo
Telefono 0971 668116
Fax 0971 668082
Direzione Generale
Dirigente Generale Gerardo CALVELLO
Telefono 0971 668088
Fax 0971 668085
UFFICI
• Ufficio Lavoro e Territorio
Dirigente Francesco Parrella
Telefono 0971 666105
Fax 0971 594258
• Ufficio Formazione Continua ed Alta
Formazione
Dirigente Renata Falcitelli
Telefono 0971 668064
Fax 0971 668032
• Ufficio Monitoraggio e Controllo
Dirigente Vincenza Buccino
Telefono 0971 668054
Fax 0971 668086
• Ufficio Sistema Scolastico ed Universitario e
Competitività delle Imprese
Dirigente Carmen Claps
25
p u b b l i c i t à
Telefono 0971 668047
Fax 0971 668088
• Ufficio Progettazione Strategica ed Assistenza
Tecnica
Dirigente ( da nominare)
• Ufficio Politiche dello Sport ed Attuazione
Politiche per i Giovani
Dirigente Ornella Salvatore
Telefono 0971 668064
Fax 0971 668032
• Ufficio Cultura - Matera
Dirigente ( da nominare)
Telefono 0835 284632
Fax 0835 284625
• Ufficio Gestione Interventi Formativi - Matera
Dirigente Luigi Felicetti
Telefono 0835 284616
Fax 0835 284625
• Ufficio Cooperazione Euromediterranea Matera
Dirigente Giuseppe Padula
Telefono 0835 284632
Fax 0835 284625
DIPARTIMENTO INFRASTRUTTURE, OPERE
PUBBLICHE, MOBILITÀ
Indirizzo C.so Garibaldi, 139 - 85100 Potenza
Telefono 0971.668111
Fax 0971 668447
Email [email protected]
Web www.regione.basilicata.it
ASSESSORE
Francesco MOLLICA (Verdi)
Segreteria dellʼAssessore
Segreteria Partic. Rocco Casella
Telefono 0971 668471
Fax 0971 668447
Direzione Generale
Dirigente Generale Aniello VIETRO
Telefono 0971 668490
Fax 0971 668550
UFFICI
• Ufficio Difesa del Suolo - Potenza
Dirigente ( da nominare)
Telefono 0973 21914
Fax 0973 21850
• Ufficio Edilizia
Dirigente Ernesto Mancino
Telefono 0971 668443
Fax 0971 668467
• Ufficio Protezione Civile
Dirigente Giuseppe Basile
Telefono 0971 668558
Fax 0971 8523
• Ufficio Infrastrutture
Dirigente Rocco Cutro
Telefono 0971 668459
Fax 0971 668447
• Ufficio Trasporti
Dirigente Anna Balsebre
Telefono 0971 668469
Fax 0971 668550
• Ufficio Difesa del Suolo - Matera
Dirigente Donato Grieco
Telefono 0835 284451
Fax 0835 284443
26
DIPARTIMENTO SALUTE, SICUREZZA E
SOLIDARIETÀ SOCIALE, SERVIZI ALLA
PERSONA E ALLA COMUNITÀ
Indirizzo Viale della Regione Basilicata, 9
85100 Potenza
Telefono 0971.668111
Fax 0971.668622
Email [email protected]
Web www.regione.basilicata.it
ASSESSORE
Rocco COLANGELO (esterno - DS)
Segreteria dellʼAssessore
Segreteria Partic. Tommaso Samela
Telefono 0971 668854
Fax 0971 668858
Direzione Generale
Dirigente Generale Giuseppe MONTAGANO
Telefono 0971 668755
Fax 0971 668900
UFFICI
• Ufficio Questioni Giuridico Amministrative dei
Settori Sociosanitario e Sanitario. Politiche
del Personale in Convenzione con il SSR.
Autorizzazione ed Accreditamento Strutture
Dirigente Rocchina Giacoia
Telefono 0971 668868
Fax 0971 668900
• Ufficio Pianificazione Sanitaria e Verifica degli
Obiettivi
Dirigente Giovanni De Costanzo
Telefono 0971 668823
Fax 0971 668900
• Ufficio Formazione ed Aggiornamento e politiche del Personale del SSR
Dirigente Andrea Gherbi
Telefono 0971 668709
Fax 0971 668900
• Ufficio Prestazioni Assistenza Territoriale,
Ospedaliera e Politiche del Farmaco
Dirigente Maria Giovanna Trotta
Telefono 0971 668837
Fax 0971 668900
• Ufficio Risorse Finanziarie e Investimenti del
Sistema Salute
Dirigente ( da nominare)
• Ufficio Politiche della Prevenzione, Sanità
Pubblica, Medicina del Lavoro, Sicurezza nei
Luoghi di Vita e Lavoro
Dirigente Gabriella Cauzillo
Telefono 0971 668839
Fax 0971 668900
• Ufficio Veterinario, Igiene degli Alimenti, Tutela
Sanitaria Consumatori
Dirigente (da nominare)
• Ufficio Gestione Interventi Assistenziali, SocioSanitari e di Solidarietà Sociale
Dirigente Enrica Marchese
Telefono 0971 668748
Fax 0971 668900
• Ufficio Gestione Terzo Settore Enti No Profit e
Concessioni Benefici Economici
Dirigente Lucia Colicelli
Telefono 0971 668917
Fax 0971 668900
• Ufficio Promozione Cittadinanza Solidale ed
Economia Sociale,Sviluppo Servizi Sociali e
Sociosanitari
Dirigente (da nominare)
Telefono 0971 668822
Fax 0971 668900
ENTI REGIONALI
ALSIA
(Agenzia lucana di sviluppo e innovazione in
agricoltura)
75100 Matera, Via Passarelli, 27
tel. 0835 2441 - fax 0835 244261
85100 Potenza, Via della Chimica
tel. 0971 494200 - fax 0971 494239
www.alsia.it
Amministratore unico Gerardo Delfino
Direttore Anna Ziccardi
ARPAB
(Agenzia regionale protezione ambiente)
85100 Potenza, Via della Fisica, 18/C/D
tel. 0971493711 - fax 0971 56078
www.arpab.it - [email protected]
Dirigente Pasquale Ferrara
ARDSU - (Azienda regionale per il diritto allo
studio universitario)
85100 Potenza, Via Vaccaro, 127
tel. 0971 507011 - fax 0971 507036
www.unibas.it/ardsu.htm- [email protected]
Presidente Luigi Mongiello
Dirigente ( da nominare)
ACQUA S.p.A.
85100 Potenza, Viale della Regione Basilicata, 4
tel. 0971 668581 - fax 0971 668580
Presidente Antonio Papaleo
tel. 0971 668387 - fax 0971 668580
Direttore Generale V. Vincenzo Mancusi
Tel. 0971 668385 - fax 0971 668580
Istituto “F. S. NITTI”
(Agenzia regionale per lo sviluppo delle risorse
amministrative ed organizzative)
85100 Potenza, Via Viggiani
tel. 0971 666118 - fax 0971 666125
Dirigente Fausto Bubbico
Regione
Basilicata
A rchivi
Venosa
Mezzo secolo è passato
MIMMO PERROTTA
A cinquant’anni
dallʼuccisione di
Rocco Girasole
T. Doria, M. C. Capezio, G. Caressa, M. Padula, S. Padula, M. Perrotta
Il 13 gennaio 1956 a Venosa, durante
uno sciopero a rovescio, un giovane
bracciante, Rocco Girasole, viene ucciso dalla Polizia ed altri manifestanti
vengono feriti. Siamo nella Lucania
degli anni ʼ50, dopo il varo della Riforma Agraria; il movimento contadino
è ancora attivo, seppur in un contesto
molto diverso rispetto a quello in cui
si erano prodotte le grandi occupazioni
delle terre. Lʼinverno 1955-56 è rigido,
i braccianti soffrono il problema della
disoccupazione. Tra le tante iniziative
di lotta per il lavoro, quella del 13 gennaio: alcune centinaia di braccianti si
muovono per ripulire dal fango e dalla
neve via Roma, per asfaltare la quale vi
sono dei finanziamenti stanziati e fermi
da mesi. Lʼintervento brutale della celere provoca scontri con i manifestanti, la morte di Girasole e diversi feriti.
Allʼepisodio fa seguito la repressione
giudiziaria: il 5 novembre le forze dellʼordine circondano il centro storico di
Venosa, una trentina di persone sono
arrestate; il processo, che coinvolge 27
imputati, si conclude con 12 condanne,
in parte revocate in appello. In totale,
i braccianti di Venosa sconteranno 19
anni di reclusione.
A cinquantʼanni di distanza, a Venosa
sono state avviate una serie di iniziative culturali, che cercano di andare al di
là della mera commemorazione di Rocco Girasole. A proporle sono persone e
associazioni (Accademia Kronos Basilicata, lʼAssociazione culturale Il Dubbio e Venusiae CittàPlurale) con idee
e modi di agire nel sociale differenti,
accomunate dal bisogno di approfondire la storia di quegli anni ʼ40 e ʼ50
che hanno trasformato profondamente
27
a r c h i v i
il Meridione, a livello sociale, economico, culturale, con le lotte
contadine, la Riforma Agraria, la destrutturazione del latifondo,
una nuova ondata di emigrazione, la diffusione della televisione.
Altra esigenza comune è quella di discutere su cosʼè la Basilicata oggi, mentre sembra rinascere una conflittualità sociale, da
Scanzano a Melfi.
Sono state svolte delle ricerche sullo sciopero che portò alla morte di Girasole (di documenti dʼarchivio, di materiale fotografico
e con le fonti orali), che hanno portato alla realizzazione di una
mostra fotografica e del documentario La morte di Girasole (diretto da Giuseppe Bellasalma e Benedetto Guadagno). Sono stati
organizzati momenti di confronto pubblico con docenti e ricercatori universitari, con gli studenti delle scuole superiori, con la
cittadinanza.
La ricerca con le fonti orali
La ricerca che più ha dato senso al progetto è forse quella (tuttora
in corso) con i testimoni degli eventi del 1956. Scopo di questa
ricerca è non solo quello di ricostruire i “fatti”, ma soprattutto
quello di seguire i fili della memoria, attraverso i quali quei fatti
vengono ricostruiti.
Sono state realizzate una quarantina di interviste con partecipanti
allo sciopero del 13 gennaio, dirigenti e attivisti locali della Cgil,
del Pci e della Dc dellʼepoca, uomini politici, familiari e parenti
di Girasole, testimoni del processo, emigrati. Agli intervistati si
è chiesto di raccontare la propria esperienza e i propri ricordi
rispetto ai fatti del 13 gennaio, allʼassemblea della sera prima, al
funerale, agli arresti, al processo. Si è chiesto poi di descrivere
la figura di Rocco Girasole e quelle di politici e sindacalisti di
quegli anni; si sono approfonditi argomenti quali le lotte per la
terra, la Riforma Agraria, lʼemigrazione, il lavoro.
Diversi i punti controversi rispetto ai fatti del 1956. Spesso ricordi simili accomunano persone che hanno avuto traiettorie di vita
simili: coloro che erano e sono rimasti più legati al Pci, ricoprendo anche ruoli dirigenti a livello locale; i militanti di base; gli
emigrati; coloro che invece si riconoscevano nella Dc.
Rocco Girasole, nella storia “ufficiale” del Pci, è un “buon comunista”, un attivista di sezione, un “martire del lavoro”. Per i
militanti di base è un “bonaccione”, uno che “non era proprio
normale”, ma un “grande lavoratore”, che, come tanti, frequentava la Camera del Lavoro perché “eravamo comunisti per fame”.
Per i vecchi democristiani, invece, era uno “scemo”, era lì per
caso, fu “mandato avanti” dai dirigenti comunisti.
Anche sugli eventi che portarono alla sua morte la memoria collettiva si divide: gli anziani democristiani ancora raccontano che
“i comunisti sparavano dal castello” e forse uccisero loro Girasole; comunque “cercavano il martire”. Tra i comunisti, quelli più
legati al partito rivendicano gli aspetti della lotta, dellʼorganizzazione, della coscienza di ciò che si stava facendo, mentre i semplici militanti ricordano più che altro che cʼera fame e si cercava
lavoro, e che, durante i momenti più drammatici di quella giorna-
28
A
ta, molti dei dirigenti non svolsero a fondo il proprio compito di
guida della manifestazione. Coloro che hanno vissuto esperienze
di emigrazione, e specialmente coloro che sono tuttora emigrati,
enfatizzano il fatto che quel ciclo di lotte andò incontro ad una
sconfitta: dalla constatazione che, dopo la Riforma “noi terre non
ne abbiamo avute” al racconto amaro degli anni difficili lontano
da Venosa.
La ricerca dʼarchivio
Le ricerche dʼarchivio, coordinate da Agostino Giordano, sono
in corso presso lʼArchivio del Comune di Venosa, il Tribunale, la
Questura, la Prefettura, lʼArchivio di Stato di Potenza, lʼArchivio storico della Cgil di Potenza, lʼArchivio Ds (ex-Pci) di Potenza. Per quanto riguarda lʼambito extra-regionale, le ricerche si
stanno realizzando presso lʼArchivio Centrale dello Stato e lʼArchivio Storico nazionale della Cgil (Roma). Lo spoglio dei quotidiani e dei periodici nazionali (per ora lʼUnità, lʼAvanti, lʼOsservatore Romano, il Popolo, Lavoro, Vie Nuove, Rinascita) sta
avvenendo presso le biblioteche dellʼIstituto Gramsci e dellʼArchiginnasio di Bologna e lʼArchivio nazionale della Cgil. Oltre
che continuare in questi luoghi e su questo materiale, la ricerca
dovrà proseguire considerando anche la documentazione, ancora
da visionare, disponibile allʼIstituto Gramsci di Roma (dove ha
sede lʼArchivio Storico nazionale del Pci), gli Atti parlamentari
dellʼepoca, nonché la restante stampa nazionale e locale che si
occupò dellʼevento. Lʼunico volume monografico organico consultabile è Rocco Girasole. Un bracciante, una vittima, un simbolo, scritto da Donato Manieri (pubblicato nel 1982 a cura del
Comitato regionale lucano del Pci).
Il convegno
Molto partecipati gli incontri pubblici svoltisi lo scorso 13 gennaio a Venosa. Nellʼincontro con gli studenti delle scuole superiori, Nicola Tranfaglia, docente di Storia dʼEuropa a Torino, ha
parlato del dopoguerra nel Mezzogiorno, sottolineando gli aspetti di continuità nel passaggio dal regime fascista alla democrazia,
raccontando della repressione che in quegli anni colpiva il Pci
e il movimento operaio e contadino; ha parlato di “democrazia
dissociativa” e di “violenza dello Stato contro la società”. Gloria
Chianese, ricercatrice della Fondazione Di Vittorio e dellʼINSMLI, ha approfondito alcuni aspetti delle lotte sindacali di quegli
anni, sottolineando tra lʼaltro il ruolo pubblico svolto dalle donne; ha inoltre affrontato questioni di didattica della storia.Raffaele Giura Longo, Presidente della Deputazione di Storia Patria
per la Lucania, ha sostenuto lʼimportanza del lavoro di ricostruzione storica svolto, che diventa esso stesso storia e contribuisce
a costruire lʼidentità della comunità: lʼidentità, come la storia,
riguardano il presente, più che il passato. Nel ricco dibattito del
pomeriggio, Davide Bubbico, ricercatore di Sociologia dellʼUniversità di Salerno, nel sottolineare il ruolo centrale delle Camere
del Lavoro, ha ricordato come anche i recenti scioperi di Melfi abbiano incontrato, cinquantʼanni dopo la morte di Girasole,
a r c h i v i
A
Autore: Rodrigo Pais
Venosa, Gennaio 1956
Archivio lʼUnità
(La famiglia di Rocco
Girasole)
foto pg. 27:
Rocco Girasole
Autore sconosciuto
Venosa, anni ʼ50
Archivio privato Rosaria
Dinitrio
una repressione violenta. Elena Vigilante
ha poi accennato allo stato della messa in
ordine dellʼArchivio storico della Cgil di
Potenza.
La ricerca e la mostra fotografica
sono a cura di Tiziano Doria, le immagini di Venosa negli anni ʼ40-ʼ60 sono state
reperite presso archivi privati (circa 150
foto che documentano momenti di vita
quotidiana, lavoro, lotta, tutte digitalizzate), presso gli archivi della Cgil Basilicata e de lʼUnità e presso la Fototeca Ando
Gilardi di Milano. Qui sono state trovate
alcune pellicole scattate da Gilardi per un
servizio per il settimanale Lavoro sui fatti
del gennaio 1956. Un vero e proprio reportage, reso prezioso sia dalla qualità formale delle fotografie, sia dalla sensibilità
etnografica che Gilardi dimostra (lʼanno
dopo avrebbe partecipato alla spedizione
di de Martino sui maciari in Lucania).
Trebbiatura, Autore sconosciuto - Venosa, anni ʼ50-ʼ60
Archivio privato Ettore Santangelo
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Autore: Fortunato Lombardi
Venosa, 13 Gennaio 1956
Fototeca Storica Nazionale Ando Gilardi
(Lʼuccisione di Rocco Girasole)
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A
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A
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A
Manifestazione 1960 (davanti al
Castello di Venosa)
Autore sconosciuto
Venosa, anni ʼ60
Archivio storico Cgil Basilicata
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A
Comizio Savino Gentile
(Sindacalista Cgil di Lavello)
Autore sconosciuto
Venosa, anni ʼ60
Archivio privato
Comizio Colombo
Autore sconosciuto
Venosa, anni ʼ60-ʼ70
Archivio privato
Pasquale Pellegrino
33
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A
Pecore
Autore sconosciuto
Venosa, anni ʼ50-ʼ60
Archivio privato Ettore Santangelo
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A
Carlo Antolini (Sindaco Venosa anni
ʼ50) e capocellule Pci
Autore sconosciuto
Venosa, anni ʼ50
Archivio privato Vincenzo Antolini
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A
Cimitero
Autore: Ando Gilardi
Venosa, Gennaio 1956
Fototeca Storica Nazionale Ando Gilardi
Manifesto funebre
Autore: Ando Gilardi
Venosa, Gennaio 1956
Fototeca Storica Nazionale Ando Gilardi
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A
“Bambini di Venosa
con maschere di carta
dipinta festeggiano il
carnevale”
Autore: Ando Gilardi
Venosa, Gennaio
1956
Fototeca Storica
Nazionale Ando
Gilardi
38
P olitica e società
Programmazione regionale
in mezzo al guado
Una svolta a metà
ROCCO VIGLIOGLIA
Il Mezzogiorno di fronte alle nuove sfide di politica economica tra innovazione e sperimentazione.
Economia mondiale e crisi locali: i costi della globalizzazione dei mercati
Il voto contrario di Rifondazione comunista al documento programmatico
regionale in Consiglio e i giudizi controversi che di quel documento vengono
dati anche da altri esponenti del centrosinistra dimostrano quanto difficile sia
operare, in termini soddisfacenti, quella
svolta nellʼindirizzo di politica economica di cui la Basilicata avrebbe bisogno.
Cʼè altresì da dire che le difficoltà del
contesto entro il quale tale svolta dovrebbe collocarsi sono oggettive. Infatti, la crescita dellʼanno 2004 è stata la
migliore degli ultimi 30 anni a livello
mondiale. Eppure le ricadute per lʼEuropa sono minime, irrisorie per lʼItalia.
Si riduce la nostra quota di export nel
commercio internazionale, la nostra produttività non cresce e quindi si riducono
competitività e sbocchi produttivi. Siamo in sostanziale stagnazione.
Le cause sono note: un apparato industriale che per decenni si è collocato
nella fascia medio-bassa di prodotti
ad alto contenuto tecnologico (quindi più facilmente aggredibili da parte
dei Paesi emergenti con lʼapertura dei
mercati globali); nanismo delle nostre
imprese con scarsa propensione alla
ricerca ed allʼinnovazione, squilibri ter-
ritoriali persistenti, deficit pubblico eccessivo e così via.
Dopo decenni di crescita, seppure distorta e squilibrata, riappare in mezzo a noi il
“fantasma della povertà” e, dopo molte
generazioni, la previsione di un domani
più favorevole per i nostri figli appare
alquanto problematica. Siamo cioè in un
passaggio di fase di portata straordinaria
a cui bisogna reagire in modo straordinario.
Cʼè sufficiente consapevolezza che occorra mutare il modello di specializzazione del nostro Paese, passando da settori
che subiscono la concorrenza dei Paesi
emergenti (manifatturieri e dei servizi)
che traggono vantaggio dalla globalizzazione dellʼeconomia, a settori non necessariamente ed esclusivamente legati
ai cambi merceologici, implementando
anche quelli tradizionali di ricchezze immateriale con ricerca, innovazione, formazione e logistica.
In questa prospettiva va inserito il ruolo
del Mezzogiorno come risorsa per lʼintero Paese battendo le evidenti tentazioni di far prevalere ancora una volta una
scelta improntata alla soluzione di una
presunta “questione settentrionale” che
depotenzierebbe lo slancio innovativo di
cui lʼItalia ha bisogno nel nuovo scenario globale.
Dai giacimenti storico-culturali, alle
valenze paesaggistiche e naturali, dallʼagricoltura di qualità alla riconversione manifatturiera, sono convinto che
avremo maggiori possibilità di farcela se
investiremo nel “sistema paese” nel suo
complesso.
Sul solco delle conclusioni dei Consigli
Europei di Lisbona, Goteborg e Nizza
in cui si è progressivamente arricchita lʼispirazione comune delle politiche
Europee degli ultimi anni, il Documento Strategico Mezzogiorno, redatto dalle Regioni meridionali orienta lʼazione
pubblica per lo sviluppo del Mezzogiorno verso obiettivi fondamentali condivisi. Promuovere e consolidare un tessuto
imprenditoriale innovativo e competitivo
nei mercati globali; favorire lʼobiettivo
della coesione, promovendo lʼinclusione sociale e riducendo il disagio sociale;
perseguire la sostenibilità ambientale;
investire nelle risorse umane per promuovere nuovi e migliori posti di lavoro; favorire il passaggio alla società delle
conoscenze e dei nuovi benefici diffusi.
Cʼè la consapevolezza, nel documento,
che tali obiettivi non sono perseguibili
39
politica e società
con la sola azione pubblica, ma dallʼinnescarsi di sequenze
virtuose di contesto. Del resto la costruzione dei programmi
comunitari seguono assi e misure che non si discostano molto
dagli obbiettivi annunciati.
È su questa lunghezza dʼonda il Documento Strategico della
Regione Basilicata? Dalla sua lettura, in verità, si evince subito il pericolo di una divaricazione di giudizio di cui sicuramente i redattori del documento sono consapevoli.
Da una parte vi è una giustificata soddisfazione per i risultati ottenuti lungo un percorso ultradecennale, non scontato
ma dovuto alle precise scelte di inquadrare i nuovi processi
di programmazione negoziata della fine degli anni novanta
entro programmazione regionale ( intese istituzionali di programma e accordi quadro di programma settoriali, disegnando
al contempo la visione strategica della Regione attraverso la
contestuale redazione del Piano Regionale di Sviluppo ed il
Programma Operativo Regionale per i fondi comunitari 20002006 ). A ciò ha fatto seguito una serie di misure di concertazione con i territori, uso integrato dei fondi strutturali, migliore rapporto piani/progettazione, infine un sistema di verifica
e revisione che si è dimostrato abbastanza efficace. Del resto
i rapporti del “valutatore indipendente” analizzano con dati e
parametri oggettivi questi risultati positivi.
A fronte di questi elementi il DSR si apre tuttavia con i dati
della situazione economica regionale degli ultimi anni sicuramente non positivi e si chiude con obiettivi programmatici
particolarmente impegnativi. Ma nel documento permangono
punti di debolezza che nemmeno il dibattito che cʼè stato e le
consultazioni che si sono svolte sono riusciti a superare..
Innanzitutto manca unʼanalisi approfondita delle dinamiche e
delle difficoltà dei vari comparti per cogliere quali elementi
modificare e conseguentemente quali strategie attivare attraverso i vincoli di finanziamento che devono puntare e selezionare, generare e trasformare le imprese.
Per evitare il rischio di nuove marginalità è necessario ridefinire ruoli e funzioni, acquisire assoluto rigore nella gestione delle risorse, produrre rotture con prassi consolidate, che
naturalmente allʼinizio scontenteranno tanti interessi costituiti,
tante lobbies della spesa pubblica. Occorre garantire il giusto
mix tra efficienza (fare funzionare meglio il sistema) ed equità,
proteggere gli “ultimi” nella distribuzione dei costi e benefici.
Si tratta in sostanza di minimizzare il sostegno a rendite di posizione di vario genere, che sono cresciute allʼombra della spesa
regionale, e massimizzare investimenti produttivi quantificabili
ex ante e certificabili ex post. Sul versante istituzionale ci sono
comunque segnali incoraggianti. Il rinvio delle nomine per un
complessivo ripensamento degli enti subregionali è un passaggio quanto mai opportuno. E la stessa ulteriore implementazione della struttura regionale con il supporto ai dipartimenti di
ulteriori competenze specialistiche va in questa direzione.
40
P
Basilicata
...che bello?
ANTONIO CALIFANO
Alcune riflessioni sullo stato della
programmazione economica regionale
Se non vogliamo che documenti come il DSR (Documento
Strategico Regionale) siano solo dei passaggi più o meno rituali da onorare per ragioni istituzionali ma risultino una base
utile per avviare confronti e migliorare la qualità dellʼagire politico, bisogna uscire da una certa fastidiosa ritualità ed entrare
nel merito delle questioni.
Allora partiamo da una prima considerazione di ordine generale: lʼimmagine che viene fuori dal documento non è quella
che si percepisce generalmente, cʼè anzi un notevole scarto tra
come vive “la realtà territoriale” se stessa e lʼimmagine che ne
offrono le istituzioni.
La parte generale che riguarda le ragioni della crisi economica
legate alla congiuntura internazionale e a un sistema produttivo rigido e fortemente specializzato, dove Fiat e “Polo del
salotto” rappresentano lʼ80% delle esportazioni, che risente di
processi internazionali legati ad una competizione insostenibile con i paesi emergenti, determinata da un costo del lavoro
assolutamente improponibile per paesi come il nostro, appare
sostanzialmente corretta ma ricalca una analisi troppo generale in cui sfuggono le specificità e che poco ci dice rispetto al
futuro della economia regionale.
Oggi è giusto pretendere di più dal centrosinistra lucano
perché ha consolidato leaderships ed esperienze di governo
e non è certo più nella fase “del doversi guardare intorno”.
Soprattutto si chiede un aumento di quella capacità strategica
e programmatica in grado di traghettare un sistema industriale
troppo dipendente dai processi internazionali verso un modello, una volta si diceva “autocentrato”, in grado di reggere ai
processi di globalizzazione. Impresa certo non facile ma da
politica e società
P
avviare attraverso una riflessione che a
partire dallʼesistente abbia il coraggio di
“osare”.
È questo del resto il compito di un Documento Strategico. E da questo punto
di vista il documento appare abbastanza
deludente perché non riesce, pur nelle
difficoltà evidenti della fase congiunturale, ad andare oltre una fotografia, a
volte anche discutibile, dellʼesistente.
Manca di idee forti, di unʼidea complessiva e competitiva sul destino della Basilicata.
Per esempio come non capire che uno
dei prossimi settori di crisi può essere
proprio quello energetico, o meglio quello legato alla dipendenza energetica dal
petrolio ed in nome del quale si sta sacrificando una parte importante del territorio regionale? È il caso di incominciare
a non subire i processi ma di anticiparli.
E perché allora non porre il tema di una
nuova gestione delle risorse energetiche
in maniera chiara? Bisogna andare al di
là di un generico “la nostra regione ha
favorito con specifici interventi a valere
sul POR Basilicata il finanziamento di
forme di produzione da rinnovabile specificamente fotovoltaico, ha reso opera-
tivo lʼaccordo con lʼENI relativo al cofinanziamento per la realizzazione delle
reti metano dei centri della regione, non
ancora servite, cogliendo lʼobiettivo di
poter – a fine lavori – dotare tutti i concentrici dei comuni della Regione di una
rete metano”. Per esempio, pur condividendo la scelta di una Lucana Società
Energetica (SEL), bisogna dire che non
sono ancora chiari i suoi compiti soprattutto in mancanza di una determinazione
delle quote regionali di fabbisogno e di
produzione di energia.
Va capito se questa regione si candida a
produrre energia per il proprio fabbisogno o per la sua vendita e in che proporzioni. Senza sciogliere una serie di dubbi di fondo la SEL, in quanto società di
gestione, rischia di diventare un inutile
carrozzone destinato solo ad appesantire la struttura burocratica degli apparati
amministrativi.
I dati legati al mercato del lavoro risentono fortemente della crisi di questo modello produttivo e pur fermi al periodo
2002-2003, che purtroppo non è neanche il periodo peggiore del quinquennio,
vanno incrocianti ai dati sugli investimenti nel settore della ricerca che, al di
là di tutte le dichiarazioni di principio,
sono fortemente negativi, risentono in
maniera evidente delle scelte scellerate
del governo nazionale, ma non di meno
non trovano neanche una soddisfacente
articolazione nelle politiche regionali.
I dati sul mercato del lavoro si fermano
al 2003 e fotografano una situazione già
drammatica che però esclude il successivo biennio dove le criticità sono precipitate. “Il mercato del lavoro lucano
ha probabilmente scontato, nel 2003,
lʼeffetto della bassa crescita economica
del biennio 2001-2002, con un gap temporale di ritardo che è dovuto essenzialmente alla maggiore rigidità del mercato del lavoro regionale rispetto a quello
nazionale. Infatti, gli occupati con contratti atipici, a livello nazionale, rappresentano, nel 2002 il 13,6% del totale. In
Basilicata, invece, tale quota è inferiore,
attestandosi al 12,4%”.
Rispetto a una situazione drammatica,
legata ad elementi di congiuntura internazionale, manca unʼidea forte in grado
di orientare il futuro. In particolare il
dato del calo demografico, che appare
lʼelemento più preoccupante e che descrive un trend in continua crescita, è
41
politica e società
affrontato in maniera inadeguata, le misure adottate per contrastare la fuga di
giovani e di cervelli dalla regione sono
tutte affidate ad interventi straordinari
che rischiano paradossalmente di aggravare il fenomeno. Soprattutto non
si coglie appieno la relazione tra questo
processo e la riorganizzazione dei settori
produttivi scegliendo di puntare di più e
diversamente su settori non tradizionali;
anche il discorso sulle aree metropolitane e “le città” senza questi collegamenti
appare poco più di una inutile dichiarazione di principio.
Questo processo che è di gran lunga il più
preoccupante non è affrontabile con misure episodiche o con appelli moralistici,
bisogna creare condizioni strutturali per
invertire il trend diventando nello stesso tempo polo di attrazione per i nuovi
flussi migratori provenienti dai paesi del
Mediterraneo che invece transitano nella
regione per fermarsi altrove.
La Basilicata può aspirare a svolgere una
funzione in questo senso perché è utile e
perché potrebbe compensare i cali demografici. Manca da questo punto di vista
ogni tipo di proposta o di considerazione
pur in presenza di una serie di elementi
che giocano a nostro favore a partire dallʼUniversità e dai Centri di Ricerca che
potrebbero qualificarsi in tale direzione assumendo un ruolo di riferimento,
specializzandosi in tipologie di studi, di
ricerca e di formazione coerenti con le
propensioni dei paesi che affacciano sul
bacino del Mediterraneo.
In questo contesto appare eccessiva la
enfatizzazione dei dati sulla “società della conoscenza”, e pur di fronte ai risultati
positivi nel campo della informatizzazione, questa regione risulta pur sempre
secondo i dati di De Mauro, la regione
con il saldo negativo più alto di analfabeti (13,8%), semianalfabeti (43%)
e il più basso numero di laureati (4%).
Come si intende affrontare questo gap
evidente tra i dati nazionali dellʼUNLA
e gli investimenti notevoli della regione
sulla informatizzazione?
42
Una riflessione di questo tipo manca
completamente nel Documento Strategico Regionale che si affida a dati più confortanti come lʼalta percentuale di laureati nellʼarea scientifiche, che sarà pure
percentualmente al di sopra della media
nazionale, ma su una quota complessiva
che è la più bassa dʼItalia. Contemporaneamente si ignora il livello di sofferenza del sistema pubblico dellʼistruzione,
anche grazie alla “cura Moratti”, che
andrebbe riorganizzato, a partire da un
dimensionamento delle istituzioni scolastiche, mettendo mano alla legge regionale sul diritto allo studio completamente inadeguata (e di cui per la verità questa amministrazione non è responsabile)
ma che va velocemente riscritta anche
in prospettiva dei processi che da settembre investiranno tale segmento e che
riguardano il passaggio della istruzione
professionale alle regioni investendo un
settore, come quello della formazione
regionale, su cui è necessaria una riflessione, che per quanto si possa rimandare
sarà sempre molto dolorosa.
A fronte di una discussione partita nei
mesi scorsi che ha portato al blocco delle nomine di alcuni Enti per provvedere
ad una riorganizzazione degli stessi finalizzata ad una razionalizzazione della governance regionale, si registra una
scarsa attenzione al problema allʼinterno
del documento.
“Un siffatto processo di ricalibratura
dellʼintera filiera istituzionale richiede lʼattivazione di un forte e deciso
partenariato interistituzionale anche
attraverso la costituzione di appositi
organismi(Consiglio delle Autonomie
Locali, per esempio) di confronto e di
consultazione periodica e permanente tra
le amministrazioni interessate”. Appare
singolare, infatti, dopo tali affermazioni
che non si cominci a delineare questo
processo, almeno nelle linee generali, e
che tutta la discussione è affidata ad una
apposita commissione.
A fronte di una adeguata analisi descrittiva di settori chiave come lʼagricoltu-
P
ra, lʼambiente, il turismo ci troviamo di
fronte ad una inconsistenza delle proposte strategiche che andrebbero tutte
giocate nellʼincrocio tra questi tre settori
e che invece scontano una insufficienza
progettuale che si accompagna ad lentezza legislativa della Regione che, per
esempio, continua a rinviare una discussione seria sulla forestazione, un settore
importante anche per i rapporti tra Enti
diversi che implica. Se si riescono a fare
scelte coraggiose e si riesce ad avviare un processo di trasformazione di tale
settore da tradizionale area di parcheggio a segmento produttivo si innesca un
processo virtuoso che ricade sia sullʼambiente, sia sul turismo che sulla occupazione.
Insomma lʼimpianto generale del documento non coglie a pieno lʼelemento di
passaggio di fase che questa legislatura regionale ha, pare più legato ad una
fotografia dellʼesistente e a una valorizzazione delle positività ereditate che
proiettato a fronteggiare per il prossimo
quinquennio il prevedibile precipitare
dei punti di crisi attuali. Manca cioè di
idee forti, di “innovazione”, sceglie un
profilo “dignitosamente basso”, in ogni
caso inadeguato a fornire alla regione
quel colpo dʼali di cui necessita in una
fase di passaggio difficile ed impegnativa. Per dirla con Tocqueville «In tempi
di crisi una classe dirigente se non è molto al di sopra della media, è molto al di
sotto». Parola di un moderato.
politica e società
P
L’insostenibile
crescita
e lo sviluppo
sostenibile
PAOLO FANTI
“Una società che ha per obiettivo la crescita è come
un individuo che ha come modello lʼobesità”
(Luigi Pintor)
Allʼinizio del mese di febbraio un amico ambientalista mi fa
notare la notizia di un ennesimo impasse nella scrittura del programma dellʼUnione, questa volta in relazione alle scelte strategiche in termini di infrastrutture, ambiente ed energia. Chiaramente il problema non è il giudizio sulla distruzione ambientale
attuata e permessa dal tandem Lunardi-Matteoli, sullʼassenza di
misure decenti in tema di protezione idrogeologica, e simili. Su
questo la sintonia non potrebbe essere, e non è, meno che unanime. Ma è sul concetto stesso di sviluppo che è difficile giungere
ad una sintesi condivisa.
Curiosamente nella stessa giornata, attrae lʼattenzione e forma
un singolare contrasto la dichiarazione di George W Bush, pronunciata nel suo discorso sullo stato dellʼUnione: “LʼAmerica
è drogata di petrolio, dobbiamo ridurne la dipendenza”. Chi la
pronuncia risulta credibile quanto uno spacciatore che si lamenti
della diffusione dellʼeroina, ma lʼaffermazione ci ricorda che i
vincoli ambientali, o la seconda legge della termodinamica, esistono a prescindere dalle nostre convinzioni sociali e politiche,
anche se è poi a queste ultime che facciamo ricorso per trovare
le soluzioni, di destra o di sinistra, ai problemi da fronteggiare.
Il rapporto tra sviluppo e stato dellʼambiente è un tema centrale anche nelle agende dei “grandi della terra”, per quanto ostili
possano essere al protocollo di Kyoto. Giusto un anno fa, la
relazione del cancelliere inglese Gordon Brown allʼincontro
organizzato a Londra dal G8 su energia e ambiente elencava
con insistenza le minacce ecologiche per lʼeconomia mondiale, i problemi legati al rallentamento della crescita, i costi
economici dellʼinnalzamento delle temperature del pianeta, la
necessità di sostituire il petrolio prima che finisca o che lʼestrazione diventi troppo costosa. Parimenti per Bush il mutamento
climatico diventa una “grande sfida” che va vinta per permettere
“allʼeconomia di progredire rallentando le emissioni di gas serra”. I potenti della terra leggono quindi il problema ambiente ed
energia principalmente come un ostacolo al dispiegamento della
crescita economica e allʼaumento del PIL, situazione che viene
spacciata come sinonimo di arresto di sviluppo. E qui occorre
chiarire un primo elemento di confusione.
La crescita del PIL non misura la crescita di beni prodotti, ma
lʼaumento di merci scambiate con denaro. Non necessariamente
le merci corrispondono a beni (a cui associare un vantaggio, una
connotazione qualitativa). Se rimanete bloccati in un ingorgo
autostradale per ore, il PIL aumenta perché si consuma carburante, senza che a questo corrisponda un vantaggio, una utilità.
O per citare lʼormai famoso esempio di Beppe Grillo, ogni anno
la Gran Bretagna importa 200000 tonnellate di carne di porco
straniero ed esporta la stessa quantità di porco britannico. Il PIL
aumenta, come quando i gamberetti del Mar del Nord vengono
portati in Marocco per essere lavati prima di tornare a essere
venduti in Germania, ma la misura delle merci non rappresenta
una buona misura dei beni reali scambiati. Dʼaltro canto esistono beni che non vengono scambiati (e quindi non fanno crescere
il PIL), perché autoconsumati o donati (dal vino fatto in casa
allʼassistenza dei propri anziani). Da tempo, ormai, un numero
crescente di economisti conviene che il PIL sia uno scarso e/o
incompleto estimatore, anche perché fornisce una stima imprecisa dei beni effettivamente prodotti e perché non tiene conto dei
costi ambientali. Lʼamico ambientalista di cui sopra, mi segnala
le notizie di stampa che rimarcano come nei due tavoli paralleli
che hanno discusso di ambiente per il programma dellʼUnione non siano riuscite ad entrare le nuove proposte sul PIL ambientale (un indicatore che tiene conto anche dellʼimpatto sullʼambiente), nonostante che la proposta di affiancare al PIL, nel
prossimo Dpef, il cosiddetto “PILa” fosse stata sottoscritta da
circa un centinaio di deputati del centrosinistra. Il compromesso raggiunto concorda “sulla necessità di ampliare il sistema
degli indicatori di economici in modo da tenere conto anche di
parametri fondamentali per misurare la qualità della vita e dellʼambiente, ... nonché di un indicatore che misuri la sostenibilità
ambientale”.
Intendiamoci, su questo come su altri temi, andare oltre sarebbe
velleitario e prematuro: obiettivo e compito su cui si è formata la
coalizione dellʼUnione è quello di battere il centro destra. Come
sottolinea Rossana Rossanda, questa è la condizione preliminare
per la democrazia, dopodiché sarà possibile tornare a discutere
di politica. In questo momento, ogni sfumatura e ogni distinguo vengono piegati e stravolti, e lungi da essere elemento di
ricchezza dialettica diventano fonte di lacerazione e divisione,
come i pronunciamenti pro-TAV o no-TAV.
43
politica e società
Ma non si può non convenire che, una
volta superato lʼostacolo, il modello di
sviluppo diventerà uno degli elementi
centrali, se non “il” nodo centrale da
sciogliere, e intorno al quale occorrerà
eliminare confusioni e ambiguità, anche lessicali.
Un primo elemento di confusione in
questa discussione nasce dalla sinonimia forzata fra sviluppo e crescita. Si
tratta di una confusione antica, che ritroviamo persino nel famoso rapporto
commissionato negli anni settanta dal
Club di Roma al MIT, nella cui traduzione italiana del titolo il termine growth
venne reso, curiosamente, anziché con
crescita, con “sviluppo”. I due termini
non sono evidentemente equivalenti:
lʼuno si riferisce ad aspetti quantitativi
(e per il momento userò lʼaccezione del
termine che implica aumento di energia
e materia coinvolte nel processo produttivo), lʼaltro a miglioramenti qualitativi
o al dispiegarsi di potenzialità. Si può
avere crescita economica senza sviluppo, sviluppo senza crescita, entrambe le
cose o nessuna delle due.
Dal momento che lʼeconomia umana è
parte di un ecosistema complessivo limitato che non cresce (non può farlo,
anche se si sviluppa), ne consegue che
la crescita complessiva dellʼeconomia
non può essere sostenibile sui lunghi
periodi di tempo. Lʼespressione “crescita sostenibile” è quindi un ossimoro,
una contraddizione in termini, eppure diffusamente usata come sinonimo
di sviluppo sostenibile, e la troviamo
variamente coniugata, in termini più o
meno espliciti, nei documenti nazionali
dellʼUnione così come nel Documento Strategico della Regione Basilicata
(sottende ad esempio le prospettive legate alle politiche energetiche e alla natura e ruolo della futura Società Energetica Lucana).
Il concetto di sviluppo sostenibile è diventato ormai un specie di riferimento obbligato per i responsabili politici
e le istituzioni internazionali e locali,
44
dottrina ufficiale delle Nazioni Unite
a partire dal cosiddetto rapporto Brundtland del 1987, e dovrebbe/vorrebbe
assicurare il benessere delle generazioni attuali senza compromettere quello
delle generazioni future. Già nel rapporto Brundtland si sosteneva che ”Ciò
di cui abbiamo bisogno è di una nuova
era di crescita, una crescita vigorosa
ma, contemporaneamente, socialmente
e ambientalmente sostenibile”. La ovvia contraddizione dellʼenunciato viene
spesso risolta affermando che la crescita
può avvenire perché lʼimpatto ambientale della produzione può ridursi con il
progresso tecnico. Ricorrere a tecnologie più efficienti nella trasformazione di
energia e materia dovrebbe consentire a
un territorio o di elevare il livello di benessere di una determinata popolazione,
oppure di mantenere lo stesso benessere
per una popolazione più numerosa. Lo
sviluppo sostenibile implica quindi un
aumento dellʼefficienza, la promozione
cioè di tecnologie in grado di accrescere la produttività delle risorse e lʼammontare di valore estratto per unità di
risorsa (sviluppo) anziché di quelle che
accrescono la risorsa per mezzo di se
stessa (crescita).
A volte però le seconde ci vengono
contrabbandate come fossero le prime:
un esempio eclatante in questo senso
è quello della cosiddetta “rivoluzione
verde” in agricoltura degli anni sessanta-settanta, che viene spesso presentata
come lʼintroduzione, in vaste aree del
pianeta, di tecniche e sistemi di produzione agricola più “scientifici”, produttivi ed efficienti. Ora, se è vero, che le
moderne tecniche agricole occidentali
hanno una maggiore produttività per
unità di superficie utilizzata (una delle
risorse impiegate) lo fanno a scapito di
un enorme aumento di altre risorse della produzione (di combustibili fossili,
ad esempio). In termini energetici, la
moderna agricoltura e la sua accoppiata con i criteri economici dellʼindustria
alimentare e con gli stili di vita “occi-
P
dentali” costituiscono un disastro insostenibile: lʼindustria alimentare USA
consuma 10 calorie di energia fossile
per ogni caloria di energia alimentare
prodotta. Nel 1940 lʼazienda agricola
media americana produceva 2.3 calorie
di energia alimentare per ogni caloria
di energia fossile utilizzata. Nel 1974 il
rapporto era diventato 1:1. Alcune stime
pongono il rapporto attuale pari a 1:10.
Se teniamo conto che negli USA lʼ80%
dei cereali viene usato per alimentazione animale, abbiamo un risultato energetico tale che per ottenere una caloria
di manzo ne servono 35 di combustibile fossile. In altri paesi, lʼinefficienza
energetica nascosta dietro unʼapparente
progresso tecnico è meno marcata, ma
il divario si sta colmando e paesi come
il Messico, la Cina e lʼIndia procedono
a grandi passi in questa direzione.
E questo ci porta alla seconda contraddizione: una maggior efficienza è in
grado di compensare lʼaumento generale di produzione che avviene nei paesi
economicamente emergenti?
Per rendersi conto della sostenibilità o
meno dei nostri attuali modelli di sviluppo, possiamo utilizzare come indice
la cosiddetta “impronta ecologica”, che
misura lʼimpatto dei nostri stili di vita
in termini di superficie terrestre equivalente necessaria ai processi di rigenerazione dellʼambiente. Un cittadino
degli Stati Uniti sfrutta in media 9,6 ettari di superficie terrestre, un canadese
7,2, un europeo “medio” 4,5. In Italia,
i valori aggiornati a un paio di settimane fa ci dicono che consumiamo a testa (le medie sono ovviamente diverse
nelle varie regioni) lʼequivalente di 3,8
ettari contro gli 1,1ettari procapite di
cui dispone il nostro paese. In questo
momento lʼimpronta ecologica globale
del pianeta raggiunge già il 120% della
superficie disponibile. È evidente, data
questa situazione, che solo il capitalismo ha interesse a far coincidere crescita e sviluppo, facendo credere che lo
sviluppo umano non può che passare at-
politica e società
P
traverso lʼaumento perpetuo delle merci prodotte. Rinunciare alla crescita, in
questo senso, non vuol dire rinunciare
alla doccia calda, ma semplicemente
alla jacuzzi.
Dʼaltro canto, mi sembra interessante,
ma ancora inadeguato e per certi versi
(anche se non volontariamente) fuorviante, il dibattito che fa ruotare la necessità di uscire dal modello “sviluppo
= crescita” esclusivamente attorno allʼidea della “decrescita”, inizialmente
lanciata da Georgescu-Roegen, e i cui
principali alfieri attuali sono Serge Latouche e in Italia, fra gli altri, Mauro Bonaiuti. Anche in questo caso, parte della
confusione che circonda la discussione
è lessicale, ma esistono anche prospettive diverse in termini più squisitamente
politici, su cui è necessario chiarirsi.
Da un canto, la parola dʼordine della
decrescita, applicata indistintamente a
tutti i popoli o a tutti i sistemi di produzione, sarebbe ingiusta e/o inapplicabile. Anche il neoliberismo vuole imporre
un certo tipo di decrescita, soprattutto
di beni e servizi sociali: trasporti pubblici, sanità, scuola, assistenza agli anziani ecc. Inoltre occorre intendere se con
crescita si intende aumento di energia e
materia coinvolte nel processo produttivo (lʼaccezione che ho precedentemente
impiegato) o crescita economica (lʼaumento del valore reale della produzione
economica per abitante). Non necessariamente le due cose coincidono e far
crescere il valore economico della produzione non significa necessariamente
far crescere lʼenergia e la materia complessivamente utilizzata nel processo.
Inoltre, non tutti i sistemi di produzione causano lo stesso degrado o impatto
ambientale.
La natura della crescita conta quindi almeno quanto la sua ampiezza. La necessità di diminuire lʼimpatto ecologico,
che è urgente, non implica la decrescita
di tutte le produzioni, senza distinzione
tra loro, né che non vi siano differenze
tra coloro a cui vengono destinate.
Il rischio insomma è quello di sostituire
un indicatore quantitativo con un altro
indicatore quantitativo, quando occorre
intervenire soprattutto sul come e perché si produce, non solo sul quanto, con
la consapevolezza che qualsiasi messa
in discussione del modello di sviluppo
attuale è realista solo a condizione di rimettere in causa simultaneamente i rapporti sociali che lo sottendono.
Dietro alla discussione sul modello di
sviluppo e le compatibilità ambientali
sta una partita in cui in gioco sono le
finalità del lavoro, le tutele economiche
e sociali e le prospettive di una società
solidale.
Per usare una vecchia dicotomia, dalla
“nostra parte” molti hanno rinunciato al
socialismo, senza aver ben chiaro con
cosa sostituirlo, ma quello che ci viene proposto dallʼaltro lato è sempre lo
stesso futuro: barbarie.
45
politica e società
P
Fattorie sociali
come e perché
ROSANNA SALVIA
ALFONSO PASCALE
L’impresa agricola tra terziarizzazione ed erogazione di servizi
Con lʼavvento dellʼeconomia post-fordista, va emergendo
sempre più la natura ʻterziariaʼ dellʼagricoltura, cioè la sua capacità di erogare servizi mediante nuove attività che affiancano la tradizionale funzione produttiva di beni alimentari.
Al di là delle già note attività di tipo turistico, ricreativo e commerciale oppure di carattere paesaggistico e ambientale, prendono piede anche quelle che permettono di realizzare percorsi
terapeutici, riabilitativi e di integrazione sociale, lavorativa e
imprenditoriale di persone svantaggiate.
Parlare in tal senso di “agricoltura sociale” non deve indurre ad equivoci. Tale aggettivazione non ha nulla a che vedere
con lʼassistenzialismo. Con il termine “sociale” intendiamo,
infatti, riferirci alla capacità delle imprese agricole di generare
benefici nei confronti di gruppi vulnerabili della popolazione
a rischio di esclusione sociale mediante lʼattività produttiva e
lʼutilizzo di beni e strutture aziendali.
Una prima caratteristica che rende lʼagricoltura un contesto
potenzialmente inclusivo di soggetti fragili riguarda lʼorganizzazione aziendale.
Lʼimpresa agricola si caratterizza, infatti, per una duttilità ed
una versatilità che difficilmente si riscontrano in unità produttive di settori extra-agricoli. Le attività che si svolgono in
campagna possono essere scelte tra un ventaglio molto ampio
di possibilità che include attività in pieno campo e al coperto,
di coltivazione e di allevamento, a ciclo breve o a ciclo lungo,
ecc.
Le stesse modalità con cui può essere svolto un processo produttivo sono molteplici. Infatti, se lʼobiettivo che guida le scelte dellʼimprenditore non è solo quello della massimizzazione
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di un parametro economico, ma tiene conto anche di risultati di carattere sociale, quale la partecipazione attiva ai lavori
agricoli di soggetti con svantaggio, le tecniche di produzione,
che in una logica puramente economica risulterebbero inefficienti, in una prospettiva di efficienza sociale possono essere
proficuamente condotte.
Diversi altri aspetti rendono lʼattività agricola assolutamente
unica in percorsi di inclusione di soggetti deboli: il senso di
responsabilità che matura quando ci si prende cura di organismi viventi; i ritmi di produzione non incalzanti; la non aggressività delle piante e di molti animali da allevamento; la
varietà dei lavori, quasi mai ripetitivi; la consapevolezza che
tutti, anche coloro che svolgono mansioni minori o marginali,
sono partecipi del risultato finale, un bene alimentare, la cui
utilità è agevolmente riconoscibile.
La “fattoria sociale” è, dunque, unʼimpresa economicamente e finanziariamente sostenibile, condotta in forma singola o
variamente associata, che svolge lʼattività produttiva agricola
e zootecnica proponendo i suoi prodotti sul mercato, in modo
integrato con lʼofferta di servizi culturali, educativi, assistenziali, formativi e occupazionali a vantaggio di soggetti deboli
(portatori di handicap, tossicodipendenti, detenuti, anziani,
bambini e adolescenti) e di aree fragili (montagna e centri isolati), in collaborazione con istituzioni pubbliche e con il vasto
mondo del terzo settore.
Nelle fattorie sociali le attività assistenziali si potranno estendere alla cura degli anziani che non sono più autosufficienti,
prevedendo soggiorni periodici che potrebbero coincidere con
le visite scolastiche, e dar luogo a forme organizzate di tra-
politica e società
P
smissione delle esperienze dalle generazioni più mature ai ragazzi. In esse si potranno insediare asili nido, ludoteche, centri
di produzione artistica.
Si sperimenterà la possibilità di ospitare persone che per la
degenza post-ospedaliera, invece di occupare posti letto utilizzabili da altri pazienti in lista di attesa, potrebbero riabilitarsi,
in minor tempo ed a costi più contenuti, stando in campagna.
Si potranno installare servizi internet e postali, punti vendita
di libri, giornali e materiale multimediale, sportelli di enti ed
associazioni, soprattutto nei piccoli centri dispersi dove queste
attività non sono economicamente sostenibili se svolte in via
principale.
La fattoria sociale, in sostanza, è un centro di servizi sociali,
ma anche di aggregazione delle aree rurali, dove la comunità si
ritrova, con le persone che vi operano, nelle più svariate iniziative, da quelle culturali a quelle ricreative e turistiche.
La fattoria sociale è, pertanto, una impresa che utilizza in gran
parte fattori di produzione locali ed eroga i propri servizi alla
comunità nella quale è inserita. Attiva sul territorio reti di relazioni, crea mercati di beni relazionali, offre risposte a domande sociali latenti o alle quali i sistemi di welfare non sono
più in grado di rispondere, genera capitale sociale, ingrediente
fondamentale in qualunque ricetta di sviluppo locale.
La fattoria sociale è, inoltre, un potente agente di sviluppo delle aree rurali. Tali territori, infatti, non saranno mai competitivi se si affideranno solo ai beni e ai servizi in sé e alla loro
tipicità, senza riprodurre i valori etici, culturali, umani, che la
sottendono, e senza riattivare in forme moderne la specificità
delle relazioni interpersonali.
Oltre queste valenze di carattere generale, la fattoria sociale
presenta anche una sua peculiarità nella diversificazione dellʼofferta di beni alimentari.
I prodotti che si ottengono dalle attività agricole svolte in una
fattoria sociale non portano i segni di eventuali difficoltà delle
persone che hanno contribuito al processo produttivo. A parità di altre condizioni, dalle olive raccolte da un soggetto ad
esempio con ridotte capacità mentali, si ricaverà un olio del
tutto comparabile con quelle raccolte dal più esperto degli olivicoltori. Lo stesso può dirsi dellʼannaffiatura di un orto o dellʼalimentazione di galline da uova, e via discorrendo. Questa
proprietà, indubbiamente più presente in agricoltura rispetto
ad altri settori produttivi, risulta di estremo interesse per le
potenzialità di commercializzazione che i prodotti dellʼagricoltura sociale presentano.
Le opportunità sono molteplici, dalla vendita diretta in azienda
al rifornimento da parte dei gruppi di acquisto solidale, dalla
costruzione di una rete di negozi dellʼagricoltura sociale alla
creazione di spazi nella grande distribuzione.
A tal fine diventa essenziale la valorizzazione dei prodotti delle
fattorie sociali mediante lʼetichettatura etica. LʼAssociazione
“Rete Fattorie Sociali” (www.fattoriesociali.com) ha registrato un marchio collettivo e si è dotata di un regolamento dʼuso
per valorizzare i prodotti e i servizi delle aziende associate.
La possibilità in un contesto produttivo agricolo di ottenere
prodotti di qualità apre ampi spazi per lʼimpresa sociale in
agricoltura.
Esperienze di imprenditorialità sociale in agricoltura sono attive in tutte le regioni italiane da molti anni, ma sono state
47
politica e società
erroneamente considerate come oggetti
ʻanomaliʼ e comunque appartenenti alla
sfera delle politiche sociali e non a quelle dello sviluppo rurale.
Vi sono poi numerose situazioni, peraltro mai quantificate, che vedono aziende agricole erogare implicitamente un
servizio sociale nei confronti di soggetti
deboli. Si tratta di famiglie conduttrici
di imprese agricole che presentano tra i
propri componenti un soggetto con svantaggio: persona con disabilità fisica o
psichica, soggetto con ritardo cognitivo
o con difficoltà di integrazione sociale.
Per questi casi manca una normativa in
grado di riconoscere lʼapporto professionale del disabile e di sostenerne lʼulteriore qualificazione.
Fra le poche iniziative assunte dalle istituzioni pubbliche in materia di agricoltura sociale si ricorda quella della Regione
Veneto che, nel proprio Programma di
Sviluppo Rurale (PSR) prevede espressamente incentivi per le fattorie didattiche e quelle sociali nellʼambito della
misura 16 relativa alla diversificazione
delle attività legate allʼagricoltura; altre
iniziative si ritrovano a livello di Province, in particolare in quella di Roma
dove, attraverso lʼUfficio del Consigliere delegato alle politiche dellʼhandicap,
si stanno assumendo una serie di iniziative rilevanti quali il Forum delle Fattorie
Sociali, convegni e workshops di collegamento e riflessione comune fra le varie esperienze; la Giunta Regionale del
Lazio ha annunciato un intervento legislativo in materia di agricoltura sociale.
Se da parte delle Regioni venisse favorita
lʼintegrazione delle politiche di sviluppo
rurale, quelle della ricerca, formative e
di trasferimento delle innovazioni tecnologiche, con le politiche socio-sanitarie
e assistenziali, sarebbe possibile sperimentare un nuovo modello di welfare di
tipo locale.
Si tratta di inserire nei Programmi regionali di Sviluppo Rurale apposite misure di intervento, tra quelle destinate alla
“diversificazione delle aziende” ed alla
48
“formazione”, a sostegno delle attività
svolte dalle fattorie sociali. Per quanto
riguarda la misura relativa ai “servizi essenziali alla popolazione e allʼeconomia
rurale”, andrebbero contemplati anche
quelli rivolti alle persone svantaggiate
mediante lʼutilizzo delle risorse agricole.
Lʼattuazione della legge 328 sui servizi
alla persona, mediante lʼelaborazione
dei “piani sociali di zona”, è il passo decisivo per costruire progetti integrati di
sviluppo economico-sociale territoriale.
Ma cʼè anche unʼulteriore novità da cogliere: la possibilità per una società che
abbia al suo interno la presenza di almeno un imprenditore agricolo professionale, di godere di tutti i benefici previsti per
questa figura. Si tratta di unʼopportunità
notevole: cooperative che potrebbero assumere la configurazione agricola aprendosi agli agricoltori; operatori sociali e
imprenditori che potrebbero dar vita a
società agricole; giovani e anziani che
potrebbero unirsi in una forma societaria per realizzare quelle attività che lʼanziano ha meno propensione a svolgere;
comuni ed altri enti, come le Ipab, che
potrebbero apportare terreni pubblici in
fattorie sociali, entrando nella società e
garantendo così le finalità dellʼimpresa;
fattorie sociali che potrebbero mettersi
in società con gestori di punti vendita o
ristoro nei centri urbani e ricercare insieme le forme per valorizzare i propri
prodotti.
Accanto allo strumento societario, la
legge di orientamento agricolo ha introdotto anche la possibilità per la pubblica
amministrazione di attivare convenzioni
e contratti con gli imprenditori agricoli.
Si potrebbero sperimentare così convenzioni plurime tra Comuni, Asl, soggetti
accreditati per lo svolgimento di servizi
sociali e aziende agricole per realizzare
progetti integrati.
Sul versante delle tecnologie per migliorare la qualità del lavoro agricolo dei
disabili, lʼindustria costruttrice di mezzi
tecnici è in forte ritardo.
P
Solo recentemente il Ministero delle politiche agricole e forestali (MIPAF) ha
finanziato il progetto Automazione per
Disabili (A.MA.DI.) che dovrà essere
realizzato dallʼIstituto sperimentale di
meccanizzazione agricola (ISMA), dallʼAssociazione dei costruttori di macchine agricole (UNACOMA), dallʼEnte
nazionale per la meccanizzazione agricola (ENAMA), in collaborazione con la
Federazione italiana per il superamento
dellʼhandicap (FISH).
Si tratta di unʼattività sperimentale che
partirà nella prossima primavera nei centri dellʼISMA di Monterotondo e Treviglio. Saranno così messe a punto diverse
soluzioni al problema dellʼaccesso alla
cabina di guida da parte di agricoltori
disabili motori. Ognuna delle differenti
soluzioni è corredata da dispositivi di
comandi di guida manuali.
La sperimentazione – nei paesi industrializzati - di modelli imprenditoriali e
di nuove tecnologie da applicare in agricoltura in grado di produrre una migliore qualità sociale e ambientale consente
di accumulare competenze e conoscenza contestuale da spendere nel sud del
mondo.
Questa nuova cultura dello sviluppo rurale potrà essere diffusa anche nei paesi
poveri mediante interventi di cooperazione allo sviluppo, da attuarsi con lo stile della solidarietà e con il metodo partecipativo dellʼaffiancamento ad iniziative
avviate da soggetti locali.
La politica agricola comunitaria (PAC)
oggi è nellʼocchio del ciclone per i suoi
aspetti protezionistici e la sua incidenza
nel bilancio comunitario. Se essa verrà
finalizzata allʼallargamento dellʼagricoltura sociale potrà diventare più compatibile e coerente con un disegno di riequilibrio delle agricolture delle diverse aree
del mondo.
politica e società
P
Il mio “rifiuto”
non t’offenda
MARCELLO TRAVAGLINI
Raccolta differenziata e politiche ambientali nella città di Potenza
e in Basilicata: molti convegni e pochi concreti passi in avanti
Gli ultimissimi dati sulla produzione e la raccolta differenziata dei
rifiuti, rilevano un aumento in assoluto della loro produzione, sul
territorio nazionale, del 7% circa, con percentuali, per la raccolta differenziata, che ripropongono per lʼennesima vota il divario
nord/sud, con il nord che si attesta intorno al famoso 35% del decreto Ronchi ed il sud che arranca intorno al 10%. In tutto questo,
gli ultimi dati relativi alla città di Potenza dicono che produciamo
molto meno rifiuti rispetto ai cittadini del nord, ma la raccolta
differenziata langue intorno al 12% (percentuale che a onor del
vero fa una bella figura tra le regioni meridionali).
Il 20 dicembre 2005 Legambiente ha presentato in un dossier,
i risultati dellʼiniziativa “Comuni Ricicloni in Basilicata” che si
conclude con la fatidica frase “un altro mondo è possibile...subito”. Se si guarda alla situazione di Potenza non si comprende
il senso di questo “subito”. La raccolta differenziata a Potenza
dal 1997 al 2005 è passato solo dallʼ8 al 12% del totale dei rifiuti
prodotti e ha subìto addirittura una flessione tra il 2002 e il 2004
dal 14 al 12%.
Ormai tutti gli amministratori, nelle loro varie vesti, sono pronti
e preparati per intervenire a qualsiasi convegno sul tema (non ne
perdono uno, anzi fanno di più: ne organizzano molti). A onor del
vero anche il gruppo di Rifondazione al Comune ne ha organizzato uno, vi hanno partecipato in molti tra gli addetti ai lavori, tutti
attenti ascoltatori e interlocutori. Ma di fatti concreti nulla. Ma
allora, sulla questione rifiuti, come bisogna agire? Perché tanto
silenzio sui ritardi delle varie amministrazioni? Perché si accetta
supinamente la politica degli inceneritori? Perché non si riesce
a creare un movimento di cittadini che sulla questione prenda la
parola per costruire una politica che porti subito a raggiungere
quei risultati che subito altre realtà del sud e del nord Italia, dellʼEuropa e del mondo, in città grandi e in città piccole hanno raggiunto a tutto vantaggio dellʼambiente, della partecipazione, della
democrazia, della legalità e della pace? Infatti, quando si parla
della questione rifiuti dobbiamo essere consapevoli che si tratta di
guerre (vedi rifiuti nucleari), legalità (vedi eco-mafie), democrazia e partecipazione (vedi coinvolgimento dei cittadini nelle realtà
più virtuose) e ovviamente di ambiente (vedi risparmio energetico e salvaguardia delle risorse naturali).
La questione rifiuti è di tale importanza da doverla fare diventare
un punto programmatico da portare su tutti i tavoli istituzionali e
di governo. Per questo è necessario dar maggior forza alle proposte di seguito elencate, aderendo alla “Rete di collegamento rifiuti
zero”, attorno alla quale si stanno coaugulando diverse realtà associative, di ricerca ed istituzionali, italiane, europee ed internazionali, per mettere in discussione le attuali politiche in materia di
rifiuti, incentrate sullʼincenerimento e proponendo unʼalternativa
concretamente possibile, attraverso: 1. il cambiamento del sistema di produzione delle merci nella direzione di cicli puliti; 2. un
ridotto utilizzo di materia ed energia; 3. la riduzione dei rifiuti.
Compito dei movimenti sociali e ambientalisti e dei partiti è quello di porsi obiettivi chiari ed ambiziosi correlati da programmi
altrettanto chiari e altrettanto ambiziosi. Ma questo non basta:
bisogna dire, senza timori, che le politiche fin ad ora adottate in
ambito regionale, provinciale e nei capoluoghi di Matera e Potenza hanno portato a scarsi risultati e non hanno saputo frenare
lʼaggressione al territorio (vedi discariche abusive e, soprattutto,
questione dei rifiuti tossici e nucleari)
Per tutti coloro che credono in un altro modello economico, basato sulla sostenibilità ambientale e su pratiche eco-compatibili e
non aggressive nei confronti dei luoghi e dei suoi abitanti, non è
più tollerabile vedere la propria regione continuare ad essere colonia per grandi impianti (Fenice) e “discarica” per rifiuti nucleari
(non dimentichiamo la vittoria di Scanzano, ma anche la triste
realtà della Trisaia di Rotondella). È ora di riportare le decisioni
49
politica e società
politiche e la gestioni dei territori in mano
ai cittadini e alla collettività. Per far questo e necessario attivare le “alte tecnologie sociali” che in tema di rifiuti vogliono
dire: 1. la riduzione dei rifiuti allʼorigine;
2. il riuso degli oggetti e degli imballaggi;
3. il riciclaggio e la trasformazione della frazione organica (che rappresenta il
30/40% dei rifiuti prodotti) in compost;
4. il coinvolgimento diretto dei singoli
cittadini, attraverso la divisione dei materiali fatta direttamente a casa (piuttosto
che la raccolta multimateriale, come si
vuol fare per esempio a Potenza); 5. la
raccolta porta a porta al fine, tra lʼaltro,
di realizzare una raccolta differenziata di
qualità.
Gli esempi in Italia e fuori ci sono e riguardano sia piccoli paesi che grandi città del
nord e del sud (esempi virtuosi li abbiamo a due passi da noi nel Cilento). Molti
pensano che nelle città grandi e medie, la
raccolta porta a porta non sia applicabile;
invece, con questo metodo, San Francisco nel 2004 ha riciclato il 66% dei rifiuti
prodotti e conta di arrivare al 100% entro
il 2020; Camberra prevede di arrivare al
100% nel 2010, ecc.
Per fare questo è innegabile che occorrono
nuove politiche ambientali e di recupero, a
livello mondiale, statale e locale. Bisogna
per esempio, con decisione, chiedere a tutti
i livelli il blocco delle sovvenzioni e degli
incentivi alla produzione di energia, mediante lʼincenerimento dei rifiuti (energia
che oggi si classifica addirittura come rinnovabile), da dirottare verso programmi di
riduzione e di riciclaggio e verso la ricerca
di base, in settori chiave, oggi trascurati,
quale la merceologia, la tossicità dei materiali e lʼimpatto sugli organismi viventi.
È una buona notizia che nel programma
dellʼUnione per le prossime elezioni politiche siano stati eliminati gli incentivi ai
termovalorizzatori, ma preferiremmo eliminare anche i termovalorizzatori e lasciare gli incentivi per Riduzione, Recupero,
Riutilizzo e Riciclo.
Una nota a margine, sul modo di amministrare gli enti e le aziende pubbliche
che si occupano di energia, rifiuti ed ambiente, nella nostra regione e nelle nostre
città: non è possibile sperare di realizzare
politiche ambientali lungimiranti se non
si fa tesoro delle competenze presenti sul
territorio, del contributo di associazioni
e cittadini e se si continuano a riempire
i posti di gestione con i primi della lista
della spartizione partitica (o i primi dei
bocciati alle elezioni), a prescindere dalle competenze e dalle passioni degli uomini scelti (giacché è quasi impossibile
immaginare donne ai posti di gestione).
Senza competenze e senza passioni, ma
solo per potere, non faremo neanche un
passo avanti.
CONSORZIO VITICOLTORI
ASSOCIATI DEL VULTURE
Direttore Sergio Paternoster
S.S. 93 BARILE (Pz) | telefono e fax 0972/770386 | e-mail: [email protected] | www.coviv.com
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P
politica e società
P
Il sistema delle banche
pecora nera dell’economia locale
RAFFAELE COLANGELO
A Tremonti diciamo che abbiamo bisogno non di banche del Sud ma per il Sud.
Nella storia del Mezzogiorno il sistema creditizio non sempre è riuscito a svolgere
un sufficiente ruolo di stimolo
In Basilicata il potere di mercato del sistema bancario è stato
usato, in realtà, soltanto per scaricare sulla società locale un costo maggiore del credito, a copertura di inefficienze organizzative ed operative delle stesse banche.
In un contesto così caratterizzato, il peggioramento delle variabili macro-economiche di inizio anni novanta, con la stretta monetaria e lʼaggiustamento fiscale che ne seguì, insieme allo smantellamento dellʼintervento straordinario, finiscono per avere un
impatto pesante sulla domanda aggregata meridionale, soprattutto nelle aree – come quella lucana - poco strutturate per sfruttare
le convenienze allʼesportazione generate dalla svalutazione della
lira, e determinano una situazione di generale difficoltà delle imprese, molte delle quali sono spinto verso il fallimento.
La difficoltà delle imprese coinvolge inevitabilmente il sistema
finanziario locale; i crediti in “sofferenza” esplodono, mettendo
in discussione gli equilibri di bilancio delle banche e rendendo
ancora più fragile una struttura già intrinsecamente debole, come
rileva il Ruozi (Conferenza Regionale sul Credito, 1995), che
preconizza quella profonda riallocazione della proprietà delle
banche locali verso soggetti più dinamici ed efficienti con sede e
centri decisionali fuori dal territorio regionale, come succede nel
giro di pochissimi anni.
Rispetto alla situazione analizzata dal Ruozi, che aveva come
anno terminale il 1993, come è cambiato il quadro finanziario
regionale e quali effetti ha prodotto tale cambiamento?
Proviamo a darne una rapida e sintetica evidenza.
I soggetti che esercitano lʼattività di intermediazione creditizia
in regione si sono ridotto di 5 unità, (-14%). La flessione ha
interessato esclusivamente le banche con sede nella regione, diminuite di 15 unità (-68%). Insomma, a competere con 3 banche
esterne oggi vi è 1 sola banca locale, mentre dodici anni fa ve
ne erano 5. Inoltre, delle attuali 7 banche con sede in regione,
ben 6 sono Banche di Credito Cooperativo, notoriamente con
influenza territorialmente circoscritta; e la sola azienda di credito
formalmente endogena fa parte di un gruppo bancario extra regionale. Dunque, la riallocazione proprietaria ha avuto lʼeffetto
di privare la regione di un sistema creditizio autoctono.
Per quanto riguarda gli sportelli bancari, vi è stata una crescita di
58 unità (+31%), che ha consentito un miglioramento dellʼindice
di densità (da 3.300 a 2.500 abitanti per sportello), ma non quello
di bancabilità del territorio (copertura ferma al 66% dei comuni).
Tuttavia, sia in termini di disagio sociale sia di differenziazione
dei mercati, la trasformazione del Bancoposta in una banca vera
e propria, insieme allʼestendersi della rete operativa di altri strumenti presenti sul territorio (300 Bancomat attivi, oltre ai Postamat; 4.900 POS; 425 i promotori finanziari, dei quali 94 legati a
banche e 75 legati a SIM), ne riducono notevolmente gli effetti.
Sul lato degli impieghi bancari, il loro volume è cresciuto del
134%, meno che nel resto del paese (+206%). Conseguentemente, il peso relativo della regione, in termini di credito erogato, si
riduce dallo 0,6% allo 0,4% (la metà del peso regionale in termini di valore aggiunto, che è pari allo 0,8%). Sembra, dunque,
che le banche esterne non sono venute in regione per concedere
credito alla società locale. Lʼeffetto di razionamento, tuttavia, è
più significativo per il settore “famiglie”, piuttosto che per le
imprese. Infatti, verso il settore produttivo (società e imprese individuali) il credito si sviluppa ad un ritmo simile a quello medio
nazionale (+162% , contro il 169% in Italia), tantʼè che,in termini di peso relativo, non si hanno sostanziali variazioni (0,57%
nel 1993, 0,56% nel 2004). Nel comparto “famiglie”, invece, si
crolla dallo 0,8% allo 0,3% del dato nazionale. Inoltre, il credito
concesso alle imprese che hanno forma di “società” cresce del
210%, mentre quello alle imprese “individuali” del solo 97%
(ma il credito a questa tipologia di impresa è razionato in tutto
51
politica e società
il paese [+13%], come conseguenza del
processo di concentrazione, che ha ridimensionato il peso delle banche locali).
In Basilicata questo effetto di razionamento è stato minore, probabilmente per
il fatto che parte importante del sistema
creditizio regionale si è riallocato, in termini proprietari, verso banche di medie
dimensioni e con centri decisionali esterni, ma territorialmente prossimi alla regione lucana. È anche probabile che tale
specificità ha contribuito a mantenere una
valutazione del merito creditizio basata
sul patrimonio personale dellʼimprenditore, piuttosto che sulla capacità di sviluppo
dellʼimpresa. Ciò aiuta a spiegare perché,
in contro tendenza con quanto avviene nel
resto del paese, la qualità del credito continua a peggiorare. Il rapporto sofferenze/
impieghi cresce dal 15,9% al 17,6% nella
regione, mentre in Italia diminuisce dal
5,6% al 4,7%; anche le partite “incagliate”, in rapporto agli impieghi, risultano
più che doppie rispetto al resto del paese. Dunque, non solo la consistenza del
credito “cattivo” è più elevata in regione,
ma la stessa “produzione” di nuove sofferenza risulta più che doppia (1,9%, contro lo 0,9%), mantenendo estremamente
elevato il rischio sistemico, con riflessi
ovviamente non positivi sia sullʼaccesso
al credito sia, e soprattutto, sul livello del
costo del credito, mediamente più elevato
di 1,2 punti rispetto alla media nazionale.
Ora, pur considerando insufficiente, sotto
il profilo del sostegno attivo allo sviluppo,
lʼapporto offerto dalla nuova articolazione del sistema finanziario regionale (che,
occorre dirlo, solo troppo recentemente
ha trovato una sistemazione, con lʼuscita
delle “banche-raider” ), resta quantomeno
dubbio che la reale esigenza sia quello di
“ricostruire” una presenza endogena nellʼambito della struttura creditizia regionale.
Senza entrare nel merito della validità del
progetto di costruzione di un nuovo soggetto creditizio autoctono, ci pare utile
osservare nuovamente che il mercato del
credito locale, accanto a soggetti endoge-
52
ni, vede la presenza importante di banche
di medie dimensioni, alcune con centri
decisionali prossimi al territorio lucano,
con forma societaria di “popolare” (notoriamente quelle con maggiore attitudine
ad operare come banche “locali”), il che
rende complessivamente meno problematica la questione del credito commerciale.
Ci pare, invece, che la questione vera, per
il sistema produttivo regionale, è quella
legata alla disponibilità di una finanziaria
di sviluppo, cioè di una istituzione capace di accompagnare le imprese nella loro
crescita dimensionale, di aiutarle a migliorare la loro struttura finanziaria ed il
capitale proprio, di assisterle nei progetti
di innovazione e nella ricerca del capitale finanziario e di rischio, di sostenerle
nellʼapertura ad un mercato globale che
non è più soltanto luogo di “vendita” del
prodotto, ma anche dei servizi di accompagnamento (assistenza, manutenzione),
i quali richiedono la creazione di sistemi
di partnership e di logistica, possibili solo
con la costruzione di reti relazionali e di
alleanza. Compito che risulta proibitivo
per le nano-imprese familiari del mercato locale, se non sono adeguatamente accompagnate e supportate.
Il sistema delle imprese locali non ha bisogno soltanto di più credito ed a più basso costo, ha soprattutto bisogno di sostegno per operare in un mercato più competitivo ed innovativo, con coefficienti
di rischio più elevati e margini di profitto
decrescenti. Ha bisogno di strumenti professionali che lʼaiutino a comprendere e
ad operare in una realtà più complessa.
Ha necessità di una offerta finanziaria con
una elevata componente di servizi (suddivisione del rischio, garanzia, consulenza,
formazione, ecc.), piuttosto che prodotti
tradizionali a contenuto prevalentemente
quantitativo (concessione del credito).
Come soddisfare questo bisogno, essenziale per il futuro del sistema produttivo
regionale e per lo sviluppo dellʼeconomia
locale?
Con riferimento allʼintera area meridionale, una possibile soluzione è stata in-
P
travista nel favorire lʼingresso di nuovi
soggetti (merchant bank, venture capital)
e di attivare nuovi strumenti (project financing), magari con la nascita di un nuovo soggetto pubblico (la Banca Cooperativa di Sviluppo, sul modello della Banca
Mondiale, proposta a suo tempo da Lo
Cicero) con una specifica “mission” di
politica economica. Tuttavia, in una realtà con un tessuto produttivo fortemente
frammentato, come quello lucano, con
una diffusissima presenza di micro-imprese, difficilmente si raggiunge quella scala
di produzione capace di rendere conveniente lʼintervento di soggetti privati. Vi
è la necessità, quindi, di creare una istituzione intermedia, capace di “coordinare”
le professionalità e “garantire” il sistema
finanziario. Pensiamo, nello specifico, ad
un ente strutturato per leggere il mercato
locale e dotato di specifiche professionalità per comprendere le potenzialità di sviluppo delle imprese, guardando certo allo
“standing”, ma soprattutto alla ricchezza
immateriale (capacità manageriale, grado di innovazione dei prodotti, ecc.) di
cui dispongono. Merchant bank, venture
capital ed altri soggetti finanziari privati
potrebbero essere interessati a valutare
le opportunità prospettate da un istituto
che ha come “mission” il monitoraggio
costante del mercato locale al fine di selezionare le iniziative a più elevato potenziale di sviluppo (sarebbe utile anche la
costituzione di una “borsa locale”, inserendo tali aziende nel listino). In assenza
di operatori privati interessati, tale Ente
potrebbe acquisire partecipazione diretta
di minoranza, apportando professionalità
e competenze specifiche, promuovendo
lo sviluppo e la internazionalizzazione
delle aziende partecipate, reperendo solo
successivamente gli investitori interessati
ad entrare nel capitale di rischio.
Più in generale, poi, a sostegno del processo di internazionalizzazione del sistema produttivo locale, insieme agli
indispensabili interventi infrastrutturali
e di contesto, andrebbe promosso lo sviluppo dei consorzi export, importanti in
politica e società
P
un sistema contrassegnato dalla descritta
morfologia imprenditoriale.
Infine, con riferimento alla questione dellʼaccesso al credito, anche per le piccole
imprese non orientate allʼesportazione,
permane essenziale il ruolo dei Consorzi
Fidi, puntando a migliorarne la qualità
dei servizi offerti ed accompagnandoli
a conseguire dimensioni maggiori, at-
Un poʼ di teoria...
Il legame di interdipendenza tra evoluzione della struttura economica e trasformazione del sistema di intermediazione
finanziaria è tornato prepotentemente al
centro della discussione politica con la
proposta avanzata da Tremonti circa la
costituzione di una Banca del Sud, prevista con lʼultima finanziaria. “Non è
tanto e soltanto quanto credito si eroga
e a che prezzo. È soprattutto chi lo eroga”, scrive Tremonti sul Corriere della
Sera; lasciando intendere che soltanto
la presenza di un soggetto finanziario
endogeno, capace di interagire organicamente con le forze imprenditoriali
meridionali, può essere risolutiva per lo
sviluppo produttivo del Mezzogiorno.
Sul ruolo delle istituzioni, ed in particolare delle istituzioni finanziarie, nel
processo di sviluppo economico ed industriale di un territorio, non cʼè unanimità di vedute.
Per la teoria neoclassica (Walras, Marshall, Von Wieser) il credito svolge un
ruolo “neutrale”, nel senso che asseconda le esigenze che emergono nellʼeconomia reale. Insomma è un “posterius”
rispetto al processo di accumulazione
reale.
Per il pensiero classico (Schumpeter,
Kalecki, Keynes), invece, il credito
svolge un ruolo “attivo” nella guida del
processo di sviluppo reale. Il sistema
finanziario, in sostanza, non solo funge
da “intermediario”, ma svolge un ruolo
traverso fusioni o con la costituzione di
Consorzi di secondo livello, al fine di
renderli efficaci nel nuovo contesto definito da Basilea II.
I nuovi Consorzi Fidi potrebbero anche
svolgere una utile funzione di “mediazione culturale” tra il nuovo linguaggio dei
rischi oggettivi basati sui dati di bilancio
(credit scoring) e quello adottato dalle
imprese minori, basato su un approccio
relazionale e su bilanci approssimativi,
facendo evolvere la cultura finanziaria
nelle piccole e minori imprese. Tale mediazione faciliterebbe lʼopera delle banche endogene e di quelle che comunque
intendono continuare ad operare con le
modalità tipiche del “localismo” bancario.
determinante nelle interrelazioni che caratterizzano lo sviluppo della economia
reale. Ruolo che diventa “indispensabile” nelle economie arretrate, dove lo sviluppo economico “dipende” dallʼattivo
supporto assicurato dal sistema finanziario.
Evidenze storiche favorevoli ad un ruolo
attivo delle istituzioni, ed in particolare
del sistema finanziario, sono offerte dagli studi di Gershenkron, con particolare
riferimento al processo di industrializzazione tedesco (1850-70).
Purtroppo nella storia del Mezzogiorno
la struttura finanziaria e, in specifico, il
sistema creditizio, si sono mostrati scarsamente idonei a svolgere questa azione
attiva di stimolo e di sostegno.
Con riferimento al recente passato, è possibile che tale deficit di sostegno attivo
sia imputabile – come sostiene, ad esempio, Massimo Lo Cicero - al meccanismo
delle agevolazioni finanziarie e della
contribuzione a fondo perduto, operanti
allʼinterno dellʼintervento straordinario,
che ha reso elevato il grado di irresponsabilità dellʼimprenditore rispetto alle
finalità del progetto industriale, e conseguentemente allo sviluppo della economia locale; una fuga dal rischio che ha
interessato anche il sistema del credito.
Un circuito perverso, certo, ma che generava diverse convenienze particolari:
1. per il sistema delle imprese che, non
avendo particolari esigenze di capitalizzazione, ha potuto tener fuori dallʼaziendale i possibili finanziatori del rischio,
potendo così basare la crescita dimen-
sionale senza mettere in discussione
lʼassetto proprietario “familiare”, né la
struttura manageriale. In questa chiave
si comprende non solo perché al sistema
finanziario si richiedeva quasi esclusivamente credito commerciale, ma anche
perché le relazioni permanessero ad un
livello piuttosto informale e discrezionale, se non opaco, e le condizioni del
credito concesso fossero valutate in base
alla forza contrattuale personale del
“prenditore”, piuttosto che alla qualità
dellʼimpresa;
2. per il sistema del credito locale che,
potendo limitarsi ad organizzare una
offerta di prodotti e servizi di tipo tradizionale, traeva vantaggio dal non operare costosi investimenti sul piano della
qualità e dellʼinnovazione, che avrebbero richiesto consistenti irrobustimenti di
capitale proprio. Sul piano del rischio,
oggettivamente elevato in tale situazione, la singola banca, dʼaltra parte, si
tutelava e ne limitavano gli effetti (ed
i conseguenti costosi accantonamenti)
ricorrendo alla pratica del multi affidamento.
Questo sistema di convenienze ha finito
per prevalere anche quando le banche
“endogene” (per diffusione sul territorio,
per potere di mercato) erano in grado di
“spingere” (seguendo il modello del big
push di Rosenstein e Rodan) lungo un
sentiero di sviluppo industriale.
Raffaele Colangelo
53
politica e società
P
Agrituristica del Vulture
Soc. Coop. a r. l.
Località Piano della Spina - 85020 Ripacandida (PZ)
Telefono e fax 0971 808757
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politica e società
P
Uso delle droghe
tra crimine
e colpa
SIMONE CALICE
Le norme volute da Fini sono un atto di
inciviltà senza precedenti
La Legge, qualsiasi legge, è sempre fondamentalmente
compresa tra due ambiti: quello propriamente giuridico, che
riguarda il crimine; e quello morale, etico, che riguarda la
colpa, o religiosamente dicendo, il peccato.
È un luogo comune quindi, quello che dice che una legge non
è opinabile, perché questo può esser vero per quanto riguarda
il suo primo aspetto, e come tale essa va, dunque, rispettata ed
applicata, e fatta rispettare, e non violata.
Ma una legge può essere discussa, deve essere discussa, a partire
dal luogo in cui le leggi si scrivono, e cioè il Parlamento.
La prima debolezza, perciò, della nuova legge sulle droghe, la
legge Fini per intenderci, dal nome del suo primo firmatario e
promotore, consiste proprio in questo: che non è stata discussa.
Essa è stata inserita, con una pratica tipica di un cattivo governo,
in un pacchetto di decreti straordinari per le Olimpiadi invernali
di Torino 2006, e votata per fiducia.
Una legge che riguarda sei milioni accertati di persone (sono i
consumatori di droghe leggere), solo in Italia, è stata approvata
sulla fiducia da chi stava votando per decidere dove avrebbero
dormito gli atleti o quanti agenti impiegare per la sicurezza o
quanti soldi destinare alle diverse strutture e via dicendo.
Cʼè già qualcosa che non va, e non è la sola.
Anche da un punto di vista giuridico essa presenta unʼenorme
incongruenza; non certo formalmente (che ci starebbero a
fare tanti avvocati in Parlamento sennò!) ma sostanzialmente
si, perché equipara lʼuso di droghe “leggere” a quello delle
“pesanti”, che è come dire che è lo stesso se tu vai in giro con
un tagliacarte o con una calibro 12.
“La marijuana è un narcotico benigno
ma J. Edgar Hoover preferisce il suo scotch micidiale
E lʼeroina di Lao Tze e del Sesto Patriarca è punita con la sedia
elettrica
ma i poveri drogati malati non hanno luogo ove posare la testa
belve nel nostro governo hanno inventato per la tossicomania
una cura antiquata come il Sistema di Difesa di Preallarme
Radar”.
(Allen Ginsberg, Kaddish and others poems, 1959)
“Finchè lʼuomo possiede il suo corpo
lʼamore o il vino lo drogano e addormentano.
E risvegliandosi, a Dio rende grazie, per avere il corpo
e la sua stupidità”.
(W.B.Yeats, Last Poems, 1939)
Questa legge cioè, non fa alcuna distinzione tra cannabis
e eroina, cocaina, crack, anfetamine, ecstasy, Lsd e tutte le
sostanze possibili sintetizzate dallʼuomo per spegnere un poʼ, o
per sempre, la “luce”.
Ho scritto sintetizzate, intendendo che per essere tali, hanno
bisogno di un laboratorio, dove operare, appunto, una sintesi
chimica, per trasformarle in alcaloidi nel caso di cocaina ed
eroina, ad esempio.
Ciò non vale per la marijuana, che è presente in natura da
sempre e si consuma, si fuma, così comʼè.
Anche il principio attivo della coca è un prodotto della natura
(gli Indios continuano a masticare le foglie della pianta quando,
per giorni, sono costretti a cacciare lontano da casa) ed è
intervenendo chimicamente su quelle foglie e mescolandone il
risultato con il cemento e non solo, che si ottiene quella polvere
tanto cara a molti milioni in più degli accertati.
Tutto ciò non è certo per fare unʼapologia della droga, di qualsiasi
droga, ma se in natura non datur casus, bisognerà considerare
che è pur sempre lʼintervento umano a rendere criminali le
cose.
Cʼè poi una terza discordanza, che potremmo definire di
valutazione: la legge dice che a determinare il tipo di sanzione
(mi riferisco allʼamministrativa e non alla penale), non sono i
grammi posseduti ma il contenuto di THC, che è il principio
attivo della marijuana, il tetrahidrocannabinolo, ciò che dà
sostanza alla “sostanza”.
La natura ce ne fornisce mediamente una quantità che si aggira
tra il 7% e lʼ11% a grammo; ma quello che i promotori di questa
55
politica e società
P
legge non sanno, tra le altre cose, (perché avranno pure fumato
una canna, ma mi sa che non lʼhanno capita) è che esso può
essere aumentato o meno a piacimento, e per farlo non serve uno
scienziato ma solo un attento studente di discipline scientifiche
(che infatti di solito lo aumenta attraverso un innesto, più o
meno come si fa con i gerani, tanto per capirci).
Allora me li immagino, fior di medici e analisti, a pattugliare
le strade con le forze dellʼordine e a misurare allʼistante quanto
THC cʼè nello spinello che ti stai fumando!
E se chi te lʼha venduta, o la natura, hanno esagerato, scatta quella
che chiamano una sanzione amministrativa (oltre al ritiro di
documenti, come patente, passaporto e così via); una multa cioè,
un pagamento in denaro, una tassa, indiretta, sulle canne!?!
Siamo alla farsa, ma cʼè poco da ridere, soprattutto per quanto
concerne il limite peggiore di questa legge, una quarta illogicità,
che riguarda lʼaspetto etico.
Cʼè un prete, un prete sbagliato, tale don Gelmini, che
scambiando il pulpito di un congresso nazionale di partito con
quello di una chiesa, ha pronunciato queste parole: “è una legge
che aspettavo da ventʼanni, e ora che è arrivata, affido a voi la
difesa dei principii cristiani”.
Cʼè ancora qualcosa che non va, ed è la più grave.
Le leggi di uno stato laico non dovrebbero mai nemmeno pensare
di difendere nessun principio religioso (le religioni sì, ma non
i loro precetti), di qualsiasi religione si tratti (ammesso che la
lotta alla tossicodipendenza rientri tra le prove di fede, eppure,
avendo letto le Scritture, non ne ho mai trovato cenno).
56
Così facendo, volontariamente o meno, si confonde il crimine,
il reato, con il peccato, con la colpa originaria.
Il vizio e la sua tentazione appartengono allʼuomo; il vizio
esibito e quello privato, il vizio come debolezza che sta
incessantemente a ricordarci della nostra “finitezza”.
Resistere alle tentazioni, alle proprie umanissime pulsioni, è
ciò che distingue i mortali dai santi.
Non commettere un reato, rispettare le regole di una comunità
a cui si appartiene, è ciò che invece distingue un cittadino da
un criminale, ed è su questo che una legge dello Stato dovrebbe
concentrarsi.
Se esiste una punizione per le nostre fragilità, lo dirà, per chi ci
crede, quellʼaltra vita.
Se la legge Fini fosse una legge ben fatta, punirebbe, come
giustamente fa, solo chi sulla vita degli altri ci specula, si
arricchisce attraverso lo spaccio e il commercio di sostanze
stupefacenti.
Mandare in galera chi nel vizio si è perduto, e con queste premesse
di fondo, è come se il fine non fosse già di far sì che lʼuomo
diventi morale, ma che si senta il più possibile peccatore.
Questa legge sembra, quindi, quattro volte sbagliata, ed è già
un motivo sufficiente per ri-discuterla.
Scriveva Boccaccio nel Decameron: “umana cosa è aver
compiacenza agli afflitti”.
Le leggi della Natura, e persino quelle di Dio, preservano e
premiano i più forti, i più virtuosi, i più meritevoli; che quelle
degli uomini abbiano cura dei deboli.
S udPosizioni
Esiste ancora una questione meridionale?
Crisi dello storicismo
e fine della cultura meridionalista
FULVIO TESSITORE
Con il declino dell’influenza del pensiero crociano su liberalismo e marxismo cade
anche l’attitudine a un esame critico dei problemi del Mezzogiorno. Il provincialismo
della cultura italiana sta nella sottovalutazione degli storicismi di origine tedesca
anti-ontologici e anti-metafisici e nel credito dato al pensiero sociologico astratto
H
a fatto bene Piero Di Siena a riproporre la domanda sulla sussistenza della questione meridionale. E ha fatto bene, di conseguenza,
Decanter ad aprire una piccola inchiesta,
che sʼè risolta in una ricognizione del
problema e in una serie di proposte, che,
a loro volta, attendono dʼessere confrontate e discusse.
A voler riassumere, con una battuta un
poʼ semplificatrice ma forse efficace, si
può dire che è finito un certo meridionalismo ma non è finita la questione meridionale. E, forse, il vero del problema
sta proprio in questa apparente contraddizione, in questa certa stanchezza della
riflessione sul problema, fuori di stereopiti e lontano da autoreferenzialità e autogiustificazioni, entrambe cose interessanti ma inutili.
Credo sia indispensabile, per dire la mia
di invitato al dibattito, presentare, con
rapidità e quindi col rischio della semplificazione, la ragione, la mia ragione,
dello scollamento che ho indicato, iniziando, tra problema e riflessione sul
problema. A mio credere la ragione è ar-
ticolata, come del resto è tutta la realtà,
mai semplice, sempre complessa, tanto
da essere inesauribile (che non vuol dire
ineffabile). Orbene la crisi del meridionalismo è a mio giudizio, una delle conseguenze di una poderosa trasformazione che la vita culturale, politica e sociale
del nostro Paese visse alla fine degli anni
ʻ50 e fino al fatidico e mitico ʻ68, né si
può dire che sia finita. Allora si consumò definitivamente la crisi dello storicismo (meglio di un tipo di storicismo)
che aveva rappresentato lʼelemento forte
e caratterizzante della vita italiana nella
prima metà del secolo. E lʼaveva rappresentato trasversalmente alle posizioni e
agli schieramenti ideologici. Basti pensare allʼincidenza di Croce, alla funzione
del crocianesimo per quanto attiene alla
cultura liberale ma anche a quella marxistica. Non vʼè dubbio che il meridionalismo liberale risentì del venir meno di
quel canone interpretativo, in base al
quale lʼincidenza dei valori morali della
storia e nella storia era importante, fino
al punto da mettere in ombra altri fattori.
E lo so vide in Giustino Fortunato, il cui
naturalismo positivisticheggiante non
restò immune da quegli elementi, che,
nella svolta del Novecento, investirono
anche la sua metodologia e la sua interpretazione della storia del Mezzogiorno,
con la connessa teoria delle “due Italie”.
Ma il fenomeno riguardò anche e poderosamente la cultura marxistica e le
scelte culturali ed ideologiche del PCI,
che aveva ereditato, metabolizzato e trasformato il meridionalismo fortunatiano
e ne aveva fatto una bandiera della propria politica e della propria lettura della
storia dʼItalia.
E qui è necessaria una pur breve sosta,
tantʼè la rilevanza della questione, almeno nella linea interpretativa che mi sembra di poter avanzare.
A metà degli anni ʻ60 (proprio del 1965
sono alcuni articoli assai significativi de
“Il Contemporaneo”) il PCI mise drasticamente in discussione la tradizione storicistica che, da De Sanctis a Labriola,
non senza la mediazione di Croce, aveva
costituito la base ideale del movimento
democrato e popolare. Sembrò allora
(e la rilevazione non era infondata) che
57
sudposizioni
S
questa scelta avesse sequestrato il movimento marxistico e la sua cultura dalla
cultura democratica europea, americana
ed internazionale. Proprio al 1965 risale
lʼassai emblematica polemica tra Cesare
Luporini e Ranuccio Bianchi Bandinelli.
A giudizio del primo, riprendendo Labriola in termini assai lontani dalle proposte crociane, bisognava individuare il
proprium del marxismo nellʼisolamento
della “struttura economica” della società
rispetto a tutti gli altri rapporti sociali,
al fine di rendere evidente la dinamica
sociale che è tale in quanto dialettica di
forze produttive e rapporti di produzione.
Il marxismo andava letto secondo un
metodo strutturalistico, e non storicistico, poggiando sullʼelaborazione del concetto di “formazione sociale”, senza di
cui nulla è dato intendere delle forme di
produzione che a loro volta decidono il
rango e la influenza di tutte le altre forme
sociali. La conclusione di Luporini era
netta e drastica: “In questione è la nozione stessa di storicista”. “Lo storicismo,
in qualsiasi sua versione, ci ha abituato
ad una concezione generica (e, in quanto
tale, ideologica e non scientifica) dellʼaccadere storico”. Siffatta concezione
“proiettata sul marxismo (…) conduce
ad una distorsione enorme (…) del problema stesso della storicità, che consiste
nella illusione che la conoscenza scientifica ad esso propria vada dalla ʻstoriaʼ
al ʻsistemaʼ ( ma del sistema si cerca si
parlare il meno possibile)” .
Si apriva così una fase le cui conseguenze, forse, sono andate al di là dellʼaccuratezza critica di Luporini nellʼinseguimento, spesso incondizionato quando
non acritico, delle negazioni dello strutturalismo, tanto da provocare conseguenze pesanti sulla tenuta della stessa cultura politica di sinistra. Penso al drastico
rifiuto dellʼ atomismo logico, che nega
la sussistenza di elementi isolabili fuori
del sistema di relazione tra i fenomeni;
penso alla concezione anti-empirica della struttura come modello esplicativo del
58
reale e tuttavia estraneo alla realtà, a cui
va applicata una regola di trasformazione
che riporta matematicamente le differenze osservabili ed osservate alle varianti
di una medesima combinazione logica;
soprattutto penso allʼantistoricismo ed
antiumanismo non tanto nel senso di
un privilegiamento degli elementi della
statica sociale rispetto a quelli dinamici,
quanto in quello di una scientificizzazione naturalistica delle scienze sociali, che
implica la negazione della temporalità
come dimensione grazie a cui gli eventi
acquistano significazione per lʼuomo in
quanto essere ed esistenza storica.
Non è difficile capire la fortuna che siffatti princìpi ( forse utili in altri contesti
dottrinali, almeno allʼepoca della loro
fortuna, oggi, fortunatamente, tramontata) potettero avere ed ebbero sulla impostazione di una questione come quella
meridionale, col suo carico di umanità
dolente, di tragica dinamica sociale fatta di strutture storiche e non logiche. Se
ne avverte ancora oggi qualche eco nel
bel libro recente di una protagonista di
questa svolta della politica culturale del
PCI, Rossana Rossanda, quando nel critico ed autocritico racconto della storia
de La ragazza del secolo scorso allude al
“meridione nervoso e orgoglioso cui si
dava corda con Salvemini, Guido Dorso
e Tommaso Fiore senza risolverne mai
le questioni”, aggiungendo, a proposito
della nuova strada intrapresa, che “gli
intellettuali comunisti del mezzogiorno
parevano considerarla un incidente di
percorso, un vuoto rispetto alle magnifiche sorrti che avrebbero saldato direttamente un nobile passato a un libero futuro”. Non nego le deficienze di una tradizione ripetuta stancamente. Ma come
non concordare con la Rossanda quando
parla di ciò che allora ella contribuì “a
disfare” come di un “opus nigrum - distruggere una creatura malefica prima
di crearne unʼaltra”, ovvero quando osserva che avrebbe “dovuto leggere con
più pietas il Diario di un borghese” di
Bianchi Bandinelli, che non si stancava
La questione meridionale
tra realtà e
rappresentazione
Affetta da una forma grave di coazione
a ripetere, sistematicamente accaparro e leggo libri sul Mezzogiorno. Sto
quindi alla rubrica di Decanter (Esiste
ancora una questione meridionale?)
come la lettrice di Calvino sta di fronte
a Se una notte di inverno un viaggiatore…., cioè proprio quella che si convince di essere il personaggio di cui si
scrive e prova il desiderio di scoprirsi
e di scrivere allʼautore dichiarandosi.
Per questo, avendo già cominciato a
mangiucchiare il libro della Petraccone, ho ceduto allʼimpulso di promettere una sua recensione alla redazione di
Decanter. Il libro non mi è piaciuto e,
dunque, mi tocca spiegarne il perché.
“La questione meridionale non può essere ancora consegnata al passato”. In
risposta allʼinterrogativo posto da Di
Siena sembrerebbero parole di conforto quelle che ci giungono da parte della Petraccone che, nellʼintroduzione al
suo volume, segnala quanto lʼantica
quistione occupi tuttora la ribalta nel
dibattito politico, economico e culturale nazionale. Tuttavia, lamenta lʼautrice, essa costituisce una espressione
di cui si è persa la memoria storica e
che viene impiegata in termini generici e per questo si accinge a ricostruire
la genesi e lʼevoluzione nei suoi quasi 150 anni di storia. Non cʼè dubbio
che si tratta di unʼintenzione meritoria
soprattutto perché, mi è sembrato di
intuire, il libro trova tra i suoi naturali
di ricordare che la cultura non è qualcosa che si sovrappone ai fatti storici come
sovrastruttura che dà loro significato e
valore, ma è il tessuto connettivo di quei
fatti, fatto essa stessa che consente di individuare i nessi e i significati lontani, talora nascosti, senza cedere né a torbidi ir-
sudposizioni
S
destinatari quei giovani meridionali, figli della scolarizzazione di massa, che
Di Siena indica come un soggetto imprescindibile per ridare senso alla quistione
e che per me prendono i volti e gli “occhi stanchi” degli studenti universitari
dei corsi triennali. E, devo aggiungere,
se sono loro i destinatari privilegiati, la
scrittura della Petraccone ha sicuramente il pregio di farsi capire. Ma come è
noto, capire non significa necessariamente comprendere. Per farsi comprendere si deve essere disposti a consegnare
le chiavi di lettura del proprio ragionamento laddove, invece, lʼautrice affida
al lettore il compito di dedurre dalla sua
esposizione quanto di nuovo ed originale emerga dallʼuso politico che oggi si
fa del dualismo e quanto invece sia da
attribuirsi a vecchi stereotipi (è sarebbe
questo un movente per studiare la questione meridionale?).
Sollevatasi dalla incombenza di dover
dichiarare le proprie tesi circa quale sia
la realtà e di valutare criticamente quali
e quanto siano distorte le sue rappresentazioni, la Petraccone procede a raccontare la storia della questione meridionale
attraverso il succedersi dei suoi principali personaggi e interpreti. Per quanto
riguarda il primo secolo post-unitario,
si tratta sicuramente di una esposizione
più dettagliata di quanto non avvenga
nei correnti manuali di storia, ma senza
sostanziali innovazioni. Con lʼestinzione
della stirpe dei meridionalisti (e siamo
arrivati alla fine degli anni ʼ60) comincia a scarseggiare anche la materia prima (o il semilavorato?) utilizzata fino a
questo momento. E sarebbe convenuto
fermarsi qui, perché da questo punto in
poi il dibattito più recente sulla questione meridionale (comunque non si
va oltre gli anni ʼ90 del secolo scorso)
viene presentato in maniera talmente
approssimativa e frettolosa da renderne la lettura del tutto inutile, per chi ne
abbia una qualche idea, e decisamente
dannosa, per tutti gli altri (a cominciare
dai quei giovani meridionali di cui si
diceva prima).
E sono invece questi ultimi quarantʼanni che meriterebbero di essere affrontati con ben altra profondità di indagine.
Se, accogliendo la tesi di Vacca, la fine
della questione meridionale è stata decretata ben prima e altrove rispetto alle
letture leopardate del Mezzogiorno degli anni ʼ80 e ʼ90; se essa era implicita
nellʼincapacità delle principali culture
politiche del Paese “a ripensare efficacemente il nodo del dualismo”, penso
che converrebbe offrire ai lettori di Decanter lʼopportunità di una verifica e
di un confronto sulla elaborazione che
quelle culture, che in gran parte coabitano nel centro-sinistra, sono in grado
di esprimere oggi non solo a Trevico,
ma anche a Torino (parafrasando il titolo di un noto film di Scola). Tanto meglio se nel confronto Trevico è in grado
di mettere in campo idee e pratiche di
un diverso ed autonomo modello di sviluppo. Differentemente, e per quello che
mi riguarda, sicuramente non riuscirò a
sottrarmi facilmente alla mia coazione a ripetere ma neanche a dissipare il
dubbio che arrovellarsi sulla questione
meridionale sia un personale vezzo intellettuale, per quanto evidentemente
diffuso tra i lettori di questa rivista.
Fara Favia
razionalismi, né a costruzioni puramente
ideologiche che staccano lʼuomo dalla
realtà del mondo e lo sterilizzano, nel
senso di renderlo privo di infezioni (che
però sono le infezioni della storia) così
da renderlo sterile ed infecondo, proprio
in quanto logicamente destoricizzato
nello strutturalismo anti-umanistico.
La lettura del Mezzogiorno non poteva
non risentire di questo privilegiamento della logica dellʼastratto sulla logica
del concreto; non poteva non risentire e
gravemente di una lettura, logicamente
consequenziaria, che lo trasformava in
unʼeterna anomalia, che non poteva che
essere risolta da una rivoluzione sempre sul punto di scoppiare e che, però,
non scoppiava, come non era scoppiata
nel passato di questo presunto immobile
blocco storico.
Non posso andare oltre. Ma sta qui, a
mio giudizio, una delle ragioni della crisi
del meridionalismo, anche e soprattutto
di quello marxistico, che ha prodotto la
dissociazione tra meridionalismo e questione meridionale, con una aggravante
quanto alla polemica anti-storicistica. I
nostri marxisti (e non essi soltanto) non
conoscevano altra forma di storicismo
che quello crociano, per di più letto riduttivamente seguendo una hegeliana
filosofia della storia, che proiettava la
propria ombra anche sul materialistismo
storico, letto più secondo lo hegelismo di
Gentile che non quello di Croce. Ossia
si riteneva il materialismo (anche quello
interpretato da Labriola) come una teodicea sociale, una deterministica filosofia
della storia a cui il determinismo strutturalistico dava nuova forza. La lettura
crociana del materialismo storico come
canone di interpretazione storiografica
(che apriva ad una rigorosa, realistica indagine del sociale e delle sue forze e dei
suoi condizionamenti) veniva considerata una idea riduttiva, proprio in quanto
contraria agli emanatismi da filosofia
della storia, indirizzata dal perfettismo
logico e sociale verso un esito fatale,
fosse pure quello della liberazione dellʼuomo dallʼuomo, del quale si perdeva
la forza delle scelte libere e responsabili
in grado di capire che, se le cose non andavano bene, era sbagliata la diagnosi di
esse e non il loro accadere.
La cultura italiana, anche quella di sinistra, mostrava così il suo provincialismo,
che non lasciava spazio agli storicismi,
quelli critici e problematici di matrice
tedesca, decisamente anti-metafisici ed
anti-ontologici, in quanto poggiati sul
prospettivismo della scelta responsabile
tra valori diversi, resi assoluti non già da
una costitutiva essenza astorica, ma dalla
59
sudposizioni
scelta operata da soggetti storici, uomini
di carne e sangue, operai instancabili del
dinamico processo di valorazione in grado di dare senso, dal punto di vista dellʼ
osservatore, ai segmenti finiti dellʼinfinità priva di senso.
In proposito voglio raccontare un piccolo episodio personale che mi appare
emblematico di una condizione difficile.
Proprio alla metà degli anni 60ʼ, quando insieme insegnavamo nellʼUniversità
di Salerno, e ci scambiavamo lavori e
discussioni di problemi, Carlo Salinari,
cui avevo fatto leggere alcuni miei lavori
sullo storicismo tedesco (da Troeltsch a
Meinecke e a Weber), mi disse, tra serio
e faceto, che “ero bravissimo come piazzista di merce avariata, tanto che, quando e se il PCI avesse deciso di riabilitare
Stalin, mi avrebbe raccomandato come
capace di assolvere il compito difficile”.
Era un motto di spirito, ma non è possibile non vedervi lʼintelligente denuncia
dʼuno stato dʼanimo inquieto.
Orbene la conseguenza della scelta antistoricistica, perduta la capacità di indagine sociale, non poteva che essere la
scomparsa della realtà del Mezzogiorno
dallʼagenda politica, dalla politica culturale del movimento democratico e del
Paese. Né si può dire che da tale condizione infelice si sia del tutto usciti, pur
oggi quando, talvolta acriticamente, si
torna a Croce, al Croce hegeliano dello
storicismo assoluto, non a quello desanctisiano dello storicismo realistico, attento al momento della particolarità.
Credo che nella costatazione di questo
fallimento stia lʼorigine di quelle concezione che mirano ad individuare ed insistere su una indentità del Mezzogiorno,
come di ciò senza di cui non è possibile ripensare la questione meridionale e
reinventare il nuovo meridionalismo. E,
però, temo che queste posizioni si affidino ad una rinnovata ontologia da filosofia
della storia con diverso smarrimento del
senso del concreto, della storicità della
realtà molteplice. Ed allora, che fare?
Non tocca a me, che non sono né econo-
60
mista né sociologo pretendere di fornire
una risposta esauriente. Mi limito, per
finire, a poche costatazioni.
La prima è la difficoltà di parlare di una
questione meridionale al singolare, dinanzi ad una realtà variegata ed articolata che induce a dire di diverse e distinte
questioni meridionali, che non sono solo
quelle delle aree metropolitane rispetto
al resto del territorio, ma anche quelle
delle diversificate condizione regionali,
la cui specificità va attentamente considerata in chiave non monadica ma solidaristica.
Una seconda osservazione
è relativa alla necessità (e «La necessità
difficoltà) di far crescere
di far crescere
una nuova classe dirigente,
allʼaltezza della cosiddetta una nuova classe
“società della conoscenza” dirigente all’altezza
e dei processi di globaliz- della ‘società
zazione da distinguere dai
della conoscenza’»
processi di massificazione,
il che si può ottenere soltanto coniugando interculturalità e multiculturalità. Si tratta di rieducare lʼantirazzismo del Mezzogiorno, che è la zona
dʼItalia più esperta di immigrazioni, di
incontri e scontri di culture, mai respinte
acriticamente, tanto da rendere naturale
il senso del rispetto dellʼaltro e del diverso. Il tema della classe dirigente si lega
a quello della lotta alla criminalità organizzata e minore (due fenomeni connessi e non distanti). È, infatti, evidente
che - proprio lì dove le difficoltà strutturali che impediscono la sopravvivenza
di centri decisionali (il caso di Napoli è
oggi in proposito allarmante) e rendono
deboli quando non evanescenti la sussistenza, prima ancora che lo sviluppo, di
aggiornate classi dirigenti - la criminalità
si espande in tutte le direzioni, in salita
così da configurare una difficile questione morale della gestione politica, e in discesa verso la delinquenza comune.
Di tutto ciò - ed è unʼaltra osservazione - nasce la necessità di produrre una
politica del Mezzogiorno in dimensione
euro-mediterranea. E farlo non vedendo
S
sudposizioni
S
nel Mezzogiorno dʼItalia la più nordica
delle regioni africane, ma una terra culturale ed economica, europea, in grado di
compensare un possibile - e già evidente - squilibrio tra Europa settentrionale
ed Europa meridionale. Il Mezzogiorno
dʼItalia è la naturale cerniera tra il Nord
e il Sud del mondo, che deve svolgere
una funzione determinante nella politica
europea, specie in un momento di rinnovata centralità del Mediterraneo, sia
in senso positivo, sia in senso negativo.
Basti pensare al drammatico conflitto
israelo-palestinese, alla assurda e sciagurata impresa imperialistica dellʼAmerica in Iraq e al conseguente rinfocolarsi
del terrorismo islamico che ripropone
un problema, se possibile ancora più serio, di quale sia il destino del rigoroso
monoteismo musulmano e della difficile modernizzazione di questa grande
civiltà. Di tutto ciò non sono irrilevanti
i riflessi sul modo dʼessere dellʼEuropa,
della vecchia come della nuova Europa,
scossa dai rigurgiti reazionari dei nuovi
conservatori, che impugnano, con lʼottusità della strumentalizzazione, il gran
tema delle origini cristiane. Riflessi che
possono travolgere prioritariamente proprio le condizioni di sviluppo del Mezzogiorno europeo ancora infetto - come
del resto altre zone dʼEuropa - da forme
culturali vicine al magismo e, dunque,
chiuse allo sviluppo modernizzante. La
stessa educazione culturale dalla legalità
non può non risentire di ciò, che novellamente implica una rigorosa considerazione delle questioni riassunte nel nesso
tra interculturalità e multiculturalità.
Di tutto ciò i protagonisti non possono
che essere gli uomini e le donne del Sud,
lontani dal meridionalismo straccione e
strallizzero dellʼassistenzialismo, al contrario promotori di una nuova iniziativa
meridionale, che non può non riguardare
la complessiva politica nazionale, perché si tratta di riattrezzare le terre e le
coste del Mezzogiorno in funzione non
solo locale, giacchè si tratta di capire
che il Mezzogiorno è una delle più gran-
di potenzialità dello sviluppo italiano in
linea con lʼEuropa e non contro lʼEuropa, come, senza il coraggio di dirlo,
auspica la becera destra che sʼè trovata
al governo del Paese in uno straordinario momento di trasformazione (per non
dire, crisi) culturale alla cui soluzione le
genti del Sud, forti della propria identità,
devono fornire un apporto determinante,
in grado di coniugare, in forme di reciproco rafforzamento, la nostra debole
identità statale e la nostra forte identità
nazionale. Il che significa che uno dei
primi impegni del nuovo meridionalismo deve essere lʼabrogazione della
cosiddetta recentissima riforma della seconda parte della Carta Costituzionale,
per definizione anti-meridionale perché
anti-italiana.
Sono queste le poche riflessioni che il
dibattito di Dacanter mi ha suggerito e
spero che possano servire, pur nella loro
modestia.
Esiste ancora
una questione
meridionale?
Errata corrige
Nel numero 3-4 Anno II di Decanter è stato pubblicato un articolo di Elena Vigilante di
indagine storica sui ceti rurali ed il fascismo in Basilicata. Per un errore di trasmissione del
testo, di cui ci scusiamo con lʼautrice e con i lettori, ne è stata pubblicata una prima stesura
e non quella definitiva. In questʼultima, lʼautrice accentua il carattere di estraneità piuttosto
che di resistenza dei ceti rurali alla propaganda fascista. Di conseguenza anche il titolo del
pezzo avrebbe dovuto essere: “Ceti rurali e fascismo tra ricerca del consenso ed estraneità”
e non “Ceti rurali e fascismo tra ricerca del consenso e resistenza passiva” come si legge
nel titolo pubblicato.
La direzione
61
sudposizioni
S
UNITÀ
CONTADINA
62
e ditoriale
può tirarsi fuori da unʼapprofondita
valutazione di questo voto che ha visto
anche una forte riduzione della percentuale dei partecipanti. Alla Sata
e in qualche in realtà significativa
dellʼindotto, poi, abbiamo registrato
la presenza di entrambi i dati: meno
partecipazione e giudizio negativo.
Perché è successo tutto questo, soprattutto alla Sata? Sicuramente, nella
costruzione dellʼopinione dei lavoratori sul contratto, hanno pesato
due dati: il primo attiene alla scarsa,
se non nulla, pratica unitaria da parte
della classe operaia di questo stabilimento che, fino alla svolta segnata
dallʼesito della lotta dei 21 giorni,
ha vissuto unʼesperienza di divisioni sindacali continue; il secondo alla
forte insoddisfazione sulla condizione quotidiana di lavoro, non esclusa
la mancata modifica strutturale dei
turni e dei carichi di lavoro.
Pesa poi come un macigno il tema
dellʼimporto modesto dellʼaumento
salariale che, se epurato dalle ritenute
previdenziali e fiscali, al terzo livello (che è quello in cui sono collocati
la maggioranza dei lavoratori e forse
anche quelli che più convintamente
hanno vissuto la lotta), significano
appena 55/60 euro di più al mese.
In questa lotta per il contratto è emerso con nettezza il peso della questione
salariale che, specie nel mezzogiorno
a causa della più alta presenza di lavoratori monoreddito, è molto più sentita
e pesa sulla condizione materiale delle
famiglie.
Su ciò devono interrogarsi i sindacati
di categoria e le confederazioni che
possono giustamente vantare al proprio attivo la recuperata unità dopo
anni di accordi separati e lʼimportantissimo risultato di aver rintuzzato
lʼattacco portato da Fdermeccanico
allʼistituto stesso del contratto nazionale di lavoro. Ma su quanto è accaduto devono interrogarsi anche la
segue dalla prima
sinistra politica e tutte le forze progressiste che si accingono a governare il paese dopo questi cinque anni
di malgoverno di Berlusconi. Con
più chiarezza esse devono porre al
centro della propria azione politica e
di governo la valorizzazione del lavoro, la difesa del potere dʼacquisto
di salari e pensioni, lʼeliminazione
di tutte le forme di lavoro precario.
Il voto di Melfi è un segnale di un
malessere che le forze del centrosinistra lucano non possono eludere
perché i metalmeccanici di Melfi,
anche con quel voto, ci dicono che
esistono, e che per riconoscersi in un
progetto di governo vogliono essere
ascoltati, considerati e coinvolti, che
il potenziale di innovazione e di nuovi bisogni che essi esprimono deve
essere adeguatamente valutato.
Tutto ciò non è materia che può riguardare solo il sindacato. Diecimila
operai e operaie - quindi diecimila famiglie, trentacinque/quarantamila persone in una piccola regione come la
Basilicata - sono, ci piaccia o meno,
tantissime, e sono condizionate nelle loro valutazioni e giudizi politici
dalla propria condizione materiale
di vita e di lavoro, che si esprime
pressoché totalmente nelle relazioni di fabbrica. Guai a sottovalutare
il lo potenziale di cambiamento e di
condizionamento della vita politica
e sociale che la lotta dei 21 giorni
ha dimostrato poter essere in alcuni
momenti decisivo.
Le forze di sinistra, il centro sinistra
tutto, dunque, hanno bisogno di intensificare, ed in alcuni casi riprendere, lʼiniziativa verso il mondo del
lavoro, quello che si raccoglie nelle
fabbriche di Melfi, dalla Sata allʼindotto, e verso il lavoro in generale
- verso quello tradizionale e verso il
mondo dei nuovi lavori - per meglio
interpretarne le esigenze e comprenderne bisogni e aspettative.
laboratorio della sinistra lucana
Direzione
Antonio Califano
Anna Maria Riviello
Redazione
Davide Bubbico, Simone Calice, Fabrizio Caputo
Paolo Fanti, Eustachio Nicoletti, Gianni Palumbo
Camilla Schiavo
Progetto grafico e Art direction
Palmarosa Fuccella
Hanno collaborato a questo numero
Antonio Amendolara, Esperto di cinema
Giovanni Bove, Studente Universitario
Raffaele Colangelo, Dirigente di banca
Lorenza Colicigno, Poetessa
Gert Dal Pozzo, Eretico militante
Claudio Elliot, Scrittore
Fara Favia, Docente - Università degli Studi della Basilicata
Giuseppe Antonello Leone, Pittore e Scultore
Alfonso Pascale, Presidente “Rete Fattorie Sociali”
Mimmo Perrotta, Studente Universitario
Vito Riviello, Poeta
Giannino Romaniello, Presidente “Comitato di Coordinamento Istituzionale per le Politiche del Lavoro”
Tommaso Russo, Dirigente Scolastico
Fabio Vander, Saggista
Rocco Viglioglia, Presidente Agrobios
Rosanna Salvia, Dottore di ricerca - Università degli Studi
della Basilicata
Fulvio Tessitore, Senatore della Repubblica
Marcello Travaglini, Consigliere Comunale Rifondazione
Comunista
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DECANTER
anno III numero 1 - marzo 2006
Edito da Calice Editori
Aut.Trib. Melfi n. 2/2004 ISSN 1827-8760
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Direttore Editoriale, Piero Di Siena
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PER RESTITUIRE IL LAVORO A TONINO INNOCENTI
DELEGATO LICENZIATO DELLA FIAT DI MELFI
APPELLO DI TRENTUNO SENATORI DELLʼUNIONE
Tonino Innocenti, Delegato sindacale della Fiat di Melfi licenziato nel febbraio 2003 per
cumulo di Provvedimenti Disciplinari, è ancora in attesa di essere reintegrato nel suo posto
di lavoro. Sono ormai tre anni che è costretto a subire condizioni di reddito proibitive per il
sostentamento suo e della sua famiglia. La causa per la riassunzione si sta protraendo oltre
ogni ragionevole limite perché la FIAT, tramite il suo legale, allunga volutamente i tempi
temendo una Sentenza di condanna per la propria condotta antisindacale. In effetti con il
licenziamento di questo Delegato, lʼAzienda ha palesemente violato una norma dello Stato
e nello specifico la Legge n. 300/1970 (Statuto dei Lavoratori) nel suo articolo 28.
La prossima udienza, dopo tre anni di lungaggini e rinvii, è stata fissata a maggio di
questʼanno e non è detto che sia quella risolutiva.
Del resto, la Fiat si è dimostrata totalmente inadempiente anche verso gli accordi sottoscritti
a maggio del 2004, in seguito alla lotta dei 21 giorni, nei quali si era impegnata ad una
moratoria che eliminasse tutti i Provvedimenti Disciplinari pendenti, emanati nei due anni
precedenti.
Cosa che in questo caso, come in altri, si è ben guardata dal fare.
Sulla questione abbiamo nel corso di questi anni presentato interrogazioni al Governo che
non hanno avuto alcun esito e in qualche caso nemmeno una risposta.
A legislatura terminata ci rivolgiamo alla stessa Fiat, alla Magistratura, alle Forze Politiche
e Sindacali perché ognuno faccia la sua parte e perché al più presto venga messa fine a
questa palese ingiustizia, reintegrando Tonino Innocenti nel suo posto di lavoro.
Piero Di Siena (DS - LʼUlivo)
Giovanni Battafarano (DS - LʼUlivo)
Giovanni Battaglia (DS - LʼUlivo)
Stefano Boco (Verdi - LʼUlivo)
Massimo Bonavita (DS - LʼUlivo)
Paolo Brutti (DS - LʼUlivo)
Fiorello Cortiana (Verdi - LʼUlivo)
Cinzia Dato (Margherita - DL - LʼUlivo)
Antonello Falomi (Il Cantiere)
Angelo Flammia (DS - LʼUlivo)
Mario Gasbarri (DS - LʼUlivo)
Vito Gruosso (DS - LʼUlivo)
Gerardo Labellarte (SDI- Rosa nel Pugno)
Aleandro Longhi (DS - LʼUlivo)
Loris Maconi (DS - LʼUlivo)
Luigi Malabarba (Rifondazione Comunista)
Luigi Marino (Comunisti Italiani)
Alberto Maritati (DS - LʼUlivo)
Francesco Martone (Rifondazione Comunista)
Gianni Nieddu (DS - LʼUlivo)
Achille Occhetto (Il Cantiere)
Gianfranco Pagliarulo (Rossoverdi)
Antonio Pizzinato (DS - LʼUlivo)
Natale Ripamonti (Verdi - LʼUlivo)
Antonio Rotondo (DS - LʼUlivo)
Cesare Salvi (DS - LʼUlivo)
Tommaso Sodano (Rifondazione Comunista)
Giorgio Tonini (DS - LʼUlivo)
Massimo Villone (DS - LʼUlivo)
Walter Vitali (DS - LʼUlivo)
Luigi Viviani (DS - LʼUlivo)
APPELLO
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Ferrandina: Leonardo Sinisgalli tra tecnica, industria e poesia