UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI VERONA
DIPARTI MENTO DI
LINGUE E LETTERATURE STRANIERE
SCUOLA DI DOTTORATO DI
DOTTORATO DI RICERCA IN
LINGUE E LETTERATURE STRANIERE
SCIENZE DELLA LETTERATURA
CICLO /ANNO: XXVI CICLO, A.A. 2009/2010
ANDREA PALLADIO
[ALIAS GIOVANNI TARCAGNOTA]
L’Antichità di Roma 1554
S.S.D. 10/F3, Filologia della Letteratura Italiana
Coordinatore:
Tutores:
Dottorando:
Prof.ssa Raffaella Bertazzoli (Università di Verona)
Firma:
Prof. Michelangelo Zaccarello (Università di Verona)
Firma:
Prof. Giorgio Masi (Università di Pisa)
Firma:
Dott. Gennaro Tallini
Firma:
PSEUDO ANDREA PALLADIO
[GIOVANNI TARCAGNOTA]
L’Antichita di Roma di m.
Andrea Palladio
Racolta breuemente da gli auttori antichi, & moderni
nuouamente posta in luce
Edizione critica, introduzione e commento
a cura di Gennaro Tallini
UNIVERSITÀ DI VERONA
DIPARTIMENTO DI LINGUE E LETTERATURE STRANIERE
MMXIV
Indice
Abbreviazioni
1.
2.
3.
Biblioteche e archivi
Abbreviazioni relative alle opere e ai personaggi citati
Abbreviazioni linguistiche e grammaticali
p. 7
p. 9
p. 10
Abstract
p. 11
Ringraziamenti
p. 13
Introduzione
0.
1.
2.
3.
4.
5.
Prodomi, protagonisti, interpreti
Nota tipofilologica
Nota linguistica
Nota al testo
Comparazioni testuali, fonti e rimandi
Conclusioni
p. 19
p. 36
p. 73
p. 91
p. 93
p. 164
L’Antichità di Roma di m. Andrea Palladio racolta breuemente da gli auttori
antichi, & moderni nuouamente posta in luce (Venezia, per Matthio Pagan a
l’insegna de la fede in Frezzaria, 1554)
p. 169
Bibliografia
p. 231
Indice dei nomi e dei toponimi
p. 275
5
Abbreviazioni
1.
ACRm
ALES
ANG
ARCH
ARS
ASCGa
ASDGa
ASFi
ASGe
ASLu
ASMn
ASNa
ASPr
ASRm
ASTo
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BAV
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BERT
BL
BLO
BMi
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BQS
BSB
BUL
BVL
Biblioteche e archivi
Archivio Capitolino, Roma
Biblioteca Alessandrina, Roma
Biblioteca Angelica, Roma
Biblioteca dell’Archiginnasio, Bologna
Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte, Roma
Archivio Storico Comunale, Gaeta (LT)
Archivio Storico Diocesano, Gaeta (LT)
Archivio di Stato, Firenze
Archivio di Stato, Genova
Archivio di Stato, Lucca
Archivio di Stato, Mantova
Archivio di Stato, Napoli
Archivio di Stato, Parma
Archivio di Stato Roma
Archivio di Stato, Torino
Archivio Segreto Vaticano, Roma
Archivio di Stato, Venezia
Biblioteca Apostolica Vaticana, Roma
Biblioteca del CISA, Vicenza
Biblioteca Comunale “Bertoliana”, Vicenza
British Library, London
Bodleian Library, Oxford
Biblioteca Braidense, Milano
Biblioteca Nazionale di Francia
Biblioteca Comunale “M. Quadrio”, Sondrio
Berlin Staatsbibliothek
Biblioteca Universitaria, Lugano (CH)
Bibliotheque de la Ville, Lyon
7
8
CAJ
CAS
CBl
CBo
CCo
CEm
CGa
CISA
CLu
CMC
COR
CSCGa
CVr
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FQS
FVr
GAVI
GDLI
GDT
GDV
GSLIF
GSLIM
GSLIS
HCL
ISTC
LIN
LUC
Codex Diplomaticus Cajetanus, I/VII (960 d. C. -1295), a cura di S. Riciniello, Gaeta, 1985-2011;
Codex Diplomaticus Cajetanus, in Codex Diplomaticus Casinensis, vol. I,
tomi 1-6, edizione anastatica, Abbazia di Montecassino, 1969;
Biblioteca Civica, Belluno
Biblioteca Comunale, Bormio (SO)
Biblioteca Comunale, Cortona (AR)
Biblioteca Comunale, Empoli
Biblioteca Comunale “S. Mignano”, Gaeta (LT)
Centro Internazionale di Studi sull’Architettura “Andrea Palladio”,
Vicenza
Biblioteca Civica, Lugano (CH)
Biblioteca Civico Museo Correr, Venezia
Biblioteca Corsiniana, Roma
Biblioteca del Centro Storico Culturale, Gaeta (LT)
Biblioteca Civica, Verona
Biblioteca Estense, Modena
Biblioteca della Fondazione “Querini – Stampalia”, Venezia
Biblioteca “Frinzi”, Università di Verona
Glossario degli antichi volgari italiani, a cura di G. Colussi, Helsinki, 1983.
Grande Dizionario della Lingua Italiana, fondato da S. Battaglia, vol. IV,
Torino, Utet, 1985.
PÄR LARSON, Glosssario Diplomatico Toscano avanti il 1200, Firenze,
Accademia della Crusca, 1995.
Biblioteca “Grazioli – Della Vedova” (Liceo “Piazzi – Lena Perpenti”), Sondrio
GERHARD ROHLFS, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti: Fonetica, Torino, Einaudi, 1966;
GERHARD ROHLFS, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti: Morfologia, Torino, Einaudi, 1970;
GERHARD ROHLFS, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti: Sintassi e formazione delle parole, Torino, Einaudi, 1970;
HARVARD COLLEGE LIBRARY, DEPT. OF PRINTING AND GRAPHIC
ARTS, Italian 16th century books, compiled by Ruth Mortimer, Cambridge (Mass.) The Belknapp Press of Harvard University Press,
1974;
Short-title catalogue of Books printed in Italy and of Italian books printed in
other countries from 1465 to 1600 now in the British Library, London, The
British Library, 1986;
Biblioteca dell’Accademia dei Lincei, Roma
Library of University of California, Berkeley
9
MCas
MFa
MSB
MVe
NASTC
NCF
NLC
NN
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VALL
VMo
VV
WIL
2.
Biblioteca Monumento Nazionale Montecassino (FR)
Biblioteca Manfrediana, Faenza (RA)
Munchen Staatsbibliothek
Biblioteca Marciana, Venezia
MARSHALL R. G., Short-title catalogue of books printed in Italy and of books
in Italian printed abroad 1501-1600 held in selected North-American libraries,
voll. 3, Boston, G. K. Hall, 1970;
Biblioteca Nazionale Centrale, Firenze
Newberry Library, Chicago
Biblioteca Nazionale, Napoli
Biblioteca Nazionale, Roma
Biblioteca Queriniana, Brescia
Biblioteca Riccardiana, Firenze
LUDOVICO ANTONIO MURATORI, Rerum Italicarum Scriptores
Regii Neapolitani Archivi Monumenta edita ac illustrata, Neapoli, ex Typographia equitis G. Nobile, 1845-1861
Biblioteca “Teresiana”, Mantova
Biblioteca Universitaria, Bologna
Biblioteca Universitaria, Padova
Biblioteca Universitaria, Pisa
Biblioteca Vallicelliana, Roma
Biblioteca Comunale “Vanoni”, Morbegno (SO)
Biblioteca “Visconti Venosta”, Grosio (SO)
Warburg Institute Library
Abbreviazioni relative alle opere e ai personaggi citati
Per comodità di lettura segnaliamo le abbreviazioni relative alle opere qui studiate e rimandiamo il lettore alla bibliografia in coda per gli opportuni riferimenti bibliografici completi.
A1
ACCOLTO 1567
A2
ACCOLTO 1568
A3
ACCOLTO 1573
B
VITRUVIO 1557
AS
Anno Santo 1575
FAUNO 1552a
Cose meravigliose 1563
Cose meravigliose 1588
C
CM1
CM2
10
CM3
D
DA
dVE
dVED
E
F1
F2
F3
F4
F5
H1
H2
HM
L
LBA
M
MR
P1
P2
P3
P4
QL
RR
RT
SA
UV
V
Cosas Meravillosas 1598
DORICI 1558
ALICARNASSO 2010
DANTE, de Vulgari Eloquentia
De la Volgare Eloquenzia di Dante, volgarizzamento di Giovan Giorgio Trissino
E 326
FAUNO 1548a
FAUNO 1549
FAUNO 1552b
FAUNO Lettori
FONTANETO 1541
FAUNO 1543b
FAUNO 1544a
TARCAGNOTA 1562a
PALLADIO 1554c
ALBERTI 2005
MAURO 1556a
Mirabilia Romae 1575
PS PALLADIO 1554a
PS PALLADIO 1554b
LIGORIO 1553
PAGAN 1555
PALLADIO 1570
FAUNO 1542b
FAUNO 1544c
ALDOVRANDI 1556
Leto 1510
VARISCO 1565
Abstract
This Ph.D dissertation studies the Antiquities of Rome (L’Antichità di Roma) edited in three editions by Maffio Pagan in Venice and Vincenzio Lucrino in Rome at the
same 1554. The works are always assigned to Andrea Palladio, the most famous Renaissance architect. However, in 1997, were published on line some manuscripts by Pirro Ligorio served in Turin State Archive that fix instead that the true writer wasn’t Palladio but
Giovanni Tarcagnota, a scholar author himself, with the pseudonym of Lucio Fauno, of several Antiquities of Rome printed from 1548 to 1552. With a cladistic approach to the
printing editions written by Tarcagnota and a philological exam of the text, of its ancient and
modern sources and of its following editions we can prove all ligorian reasons demonstrating
our hypothesis.
Chiavi di ricerca – Research Keywords1
1)
2)
3)
4)
5)
6)
7)
8)
9)
10)
11)
12)
13)
14)
15)
Giovanni Tarcagnota (Gaeta 1508 – Napoli o Gaeta 1566)
Lucio Fauno [pseudonimo di Giovanni Tarcagnota attivo dal 1542 al 1552]
Lucio Mauro [pseudonimo di Giovanni Tarcagnota attivo dal 1556 al 1565]
pseudo Andrea Palladio [pseudonimo di Giovanni Tarcagnota attivo nel 1554]
Andrea Palladio (1503-1580)
Pirro Ligorio
Onofrio Panvinio
Antonio Agustin
Jean Matal (Giovanni Metello)
papa Alessandro III Farnese
Antichità di Roma e Antiquaria romana
Topographia urbis Romae (e cartografia di Roma antica nel Cinquecento)
Michele Tramezino
Francesco Tramezino
Giordano Ziletti
1
Per il periodo di attività di ognuno degli pseudonimi utilizzati facciamo riferimento
alle date di edizione delle opere a stampa di Giovanni Tarcagnota in cui essi compaiono
o vengono utilizzati per la prima volta
11
12
16)
17)
18)
19)
20)
21)
Mambrino Roseo da Fabriano
Andrea Fulvio
Bernardo Gamucci
Leonardo Bufalini
Raffaello Sanzio e Baldassarre Castiglione
Ulisse Aldovrandi
Ringraziamenti
In origine questo lavoro comprendeva una mole enorme di dati e notizie sulla
vita e sull’opera di Giovanni Tarcagnota che da soli avrebbero riempito più volumi e tomi. Occorreva perciò non solo ridurre il materiale raccolto alle giuste
dimensioni, ma anche scremarne le intuizioni (molte), le voci derivate (troppe) e
i collegamenti secondari (anche questi innumerevoli) ad altri personaggi, opere e
documenti che mal si conciliavano con la scelta di studiare un’opera,
L’Antichità di Roma stampata da Maffio Pagan nel 1554, che da sola racchiudeva l’intero corpus antiquario cinquecentesco romano prodotto durante il
papato Farnese. Ad esso, si aggiungevano le innegabili novità sulla biografia di
Giovanni Tarcagnota (oggi finalmente restituite alla loro verità storica), gli
scritti, le mappe e i disegni ligoriani, le edizioni trameziniane, i lavori antiquari
di diversi autori, le descrizioni di Roma antica e dei suoi tesori (statuari, numismatici, epigrafici), le sovrapposizioni urbanistiche intervenute nei secoli.
Il primo anno di Dottorato presso l’Università di Pisa sotto la guida di
Giorgio Masi e Sergio Zatti, l’amichevole sostegno di Piero Floriani e i continui contatti con Paolo Pontari e Stefano Ugo Baldassarri hanno permesso di
affinare il soggetto definitivo della ricerca, successivamente centrato durante lo
svolgimento degli ultimi due anni di corso presso l’Università di Verona dove,
grazie alla vicinanza e al magistero di Michelangelo Zaccarello, nuovo impulso
è stato dato alla ricerca tipofilologica e filologica sull’edizione, sulle sue ‘consorelle’ e le loro molteplici derive editoriali e fino a giungere alla presente edizione
critica.
Anna Bognolo ha offerto spunti sostanziali per la prosecuzione della ricerca
nel campo dell’individuazione dei tratti principali del più che sconosciuto e oscu13
14
ro Lucio Mauro (secondo Pirro Ligorio ulteriore pseudonimo del Tarcagnota),
anch’egli autore nel 1556 di un’Antichità di Roma che molto deve a quella
scritta dal Gaetano e utile non solo per l’individuazione del vero autore delle
Antichità edite da Maffio Pagan, quanto perché ulteriore tassello che lega indissolubilmente lo stesso Tarcagnota, in gioventù prima legato ai riformatori
napoletani attivi in area Aurunca (Marcantonio Flaminio a Sessa Aurunca,
Gandolfo Porrino, Vittoria Colonna e Giulia Gonzaga a Fondi e Giovanni
Andrea Gesualdo a Minturno, senza contare amici e concittadini come Paolo
Manganella, in odore di eresia e controllato direttamente dal Capitolo Cattedrale di Gaeta e Antonio Volterra, figlio di banchieri ebrei lucchesi trasferitisi
a Gaeta alla fine del XV secolo e dal 1542 anch’egli a Venezia prima nella
bottega Tramezino e poi Dragomanno della Serenissima con Giuseppe Tramezino e Michele Membré) e poi a Venezia e ai fuoriusciti fiorentini esuli in
laguna come Francesco Venturi, Donato Giannotti, Paolo Del Rosso (nonché
lo stesso Mambrino Roseo) e quindi ritornare, dopo una brevissima stagione di
contatti e rapporti con gruppi bresciani e veneziani attivi negli anni Cinquanta
del Cinquecento (dallo stampatore Giordano Ziletti a Ulisse Aldovrandi), in
seno all’ortodossia nell’ultima parte della sua vita.
In questo campo i suggerimenti luganesi di Alessandro Pastore sono stati
decisivi per individuare i contatti tra riformati e risalire a una bibliografia mirata, circoscritta alla lettura dei documenti archivistici e utile a discernere la posizione del nostro anche quando non era possibile rintracciare dati processuali
certi e incontrovertibili. Anzi, sulla figura del nicodemita Giovanni Tarcagnota
(perché lo status quaestionis conduce a ipotizzare questo tipo di coinvolgimento nelle vicende ereticali medio cinquecentesche) qualche indirizzo in materia
è stato dato anche da Adriano Prosperi il quale, indicando i processi romani e
bolognesi di Ulisse Aldovrandi, ha permesso di avviare un prima ricognizione
documentale sulla figura di Lucio Mauro.
Alberto Casadei («Italianistica»), Marco Santoro («Esperienze Letterarie»), Antonio Sorella («Tipofilologia»), Carlo Ossola e Mario Rosa («Rivista
di Storia e Letteratura Religiosa»), Giorgio Montecchi e François Dupuygrenet
(«La Bibliologia»), Raffaele Giglio («Critica Letteraria»), Paola Farenga
15
(«Roma nel Rinascimento») hanno ospitato sezioni e/o studi derivati da parti
del lavoro nelle riviste internazionali da loro dirette, mentre Erasmo Vaudo ha
permesso che conducessi in loco non soltanto l’analisi di documenti archivistici
interessanti la famiglia e Giovanni Tarcagnota in particolare, quanto anche che
studiassi comparativamente alcune opere tarcagnotane proprietà del Centro Storico Culturale da lui presieduto (la Giuntina delle Historie del Mondo
1585, monca in più parti e completa degli interventi mambriniani; il volgarizzamento tarcagnotano alle Cose morali di Plutarco secondo l’edizione Giglio
1559) e di altre opere appartenenti a collezioni private (le Antichità di Roma di Lucio Fauno 1548 completa della Carta di Roma antica, esemplare
rarissimo in Italia; alcuni disegni ligoriani di monumenti antichi riprodotte in
copie settecentesche e ottocentesche facenti parte di un unico fondo privato; la
princeps del volgarizzamento di Lucio Fauno alla Roma ristaurata et Italia Illustrata di Flavio Biondo; il Commentario de l’uso de Triomphi
antichi di Onofrio Panvinio nell’edizione a stampa del 1571 per Tramezino
completa della grande tavola con scene del trionfo romano; alcune carte geografiche e topografiche della zona Aurunca e di Roma antica già studiate da Almagià e recentemente oggetto di pubblico allestimento in una manifestazione organizzata proprio dal Centro Storico Culturale e dalla Biblioteca “S. Mignano”
di Gaeta).
Adriano Stiglitz e Maurizio Scilironi (Biblioteca “Quadrio”, Sondrio)
hanno fatto il possibile per reperire opere non altrimenti rintracciabili e alla loro
continua ricerca si deve la segnalazione della copia di L conservata in LUC e
repertata ben prima che comparisse on line su www.books.google.com da
cui ormai da tempo è facilmente scaricabile come open source. Paola Margarito (Biblioteca “Marciana”, Venezia) ha segnalato manoscritti e/o edizioni
non compresi nei cataloghi on-line mentre altre notizie, segnalazioni e indicazioni bibliografiche dai cataloghi storici sono pervenute da Amadeo Marra (Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele II”, Roma), Annalisa Battici (Biblioteca Estense, Modena), Barbara Poli (Biblioteca della Fondazione QueriniStampalia, Venezia), Nicoletta Brunetti (Biblioteca Comunale, Cortona).
Maria Grazia Carnazzola, Dirigente Scolastico del Liceo “Piazzi – Lena
Perpenti” di Sondrio e Federico Ferrari, responsabile della Biblioteca “Grazio-
16
li – Della Vedova” annessa all’istituto, hanno invece permesso il rilevamento e
lo studio di un altro esemplare della stessa Giuntina gaetana (incompleta degli
ultimi due volumi, ma completa della sezione compilata originalmente da Tarcagnota e già pronta per la stampa nel 1554). I conservatori della Biblioteca
Monumento Nazionale del Monastero di Montecassino hanno messo a disposizione del sottoscritto tutta la produzione di Giovanni Tarcagnota lì conservata
permettendomi di poter fare gli opportuni confronti. La disponibilità a sondare
le carte manoscritte del Codex Diplomaticus Cajetanus, anch’esse conservate nel ricchissimo fondo documentale annesso alla biblioteca, ha permesso di
effettuare i dovuti carotaggi sulle carte più antiche così da identificare etimi e
lemmi poi puntualmente riscontrabili nella scrittura del Gaetano. Paola Farenga e Paola Piacentini hanno letto in anteprima i prodomi analitici condotti sulla lucriniana suggerendo modifiche e riflessioni ulteriori che hanno alimentato
oltre modo scelte operative e nuove risoluzioni qui e in altre pagine proposte.
Diverse frontespizi di opere tarcagnotane sono invece a noi pervenuti dalla
Biblioteca Comunale “Fucini” di Empoli mentre il personale della Biblioteca
Civica di Verona, della Civica di Belluno, della “Bertoliana” di Vicenza, della “Ezio Vanoni” di Morbegno (SO), della “Visconti Venosta” di Grosio
(SO) e della Scuola Normale Superiore di Pisa hanno sempre dato la massima
disponibilità ad esaudire qualunque richiesta gli fosse stata inviata. Non altrettanta collaborazione è purtroppo venuta dai conservatori dell’Archivio Storico
Diocesano di Gaeta i cui fondi sembrano essere soggetti ad un vorticoso e perenne peregrinare di cassa in cassa e di stanza in stanza che rende ogni ricerca inutile e vana. Ciò non ha impedito di rinvenire alcuni lacerti di difficile lettura
(«come vecchio sartor fa con la cruna», Inf. XV) riguardanti le continue convocazioni, tra 1528 e 1532, di Sinodi Provinciali da parte del vescovo di Gaeta
Tomaso de Vio Cajetanus, riguardanti il controllo di lutherani ed aerethici
dimoranti nella città e nel contado alla fine del primo trentennio del secolo.
Fondamentale è stato infine il continuo scambio di notizie e informazioni
intercorso (in ordine sparso) con Piermattia Tommasino (CCHS, Madrid),
Carmine Boccia (Università di Napoli), Luca Mazzoni (Università di Verona), Matteo Veronesi (Università di Bologna), Paolo Pellegrini (Università di
17
Verona), Irene Cappelletti (Università della Svizzera Italiana), Paola Bellomi
(Università di Verona), Marco Santoro (Università di Roma “La Sapienza”
– Scuola Speciale Archivisti e Bibliotecari), Pierluigi Ortolano (Università di
Chieti-Pescara), Bernasconi Evelina (Università della Svizzera Italiana) cui
mi legano amicizia e colleganza d’intenti e interessi.
A tutti va naturalmente il mio più sentito grazie.
Ex Valle Tellina, 31 dicembre 2013
TG
Introduzione
«Questa città, la quale per le sue molte e reverende
reliquie, infino questo dì a noi dalla ingiuria delle
nimiche nazioni e del tempo, non leggier nemico, lasciate […] vede tutto il giorno a sé venire molti artefici di vicine e lontane parti, i quali le belle antiche figure di marmo e talor di rame, […] con istudio cercando […] mirano in quegli essempi, e di rassomigliargli col loro artificio […]» (Prose della volgar lingua,
III, I).
«Sono molti, Padre Beatissimo, che misurando col
lor debile giudizio le grandissime cose che delli Romani circa l’arme, e della città di Roma circa ‘l mirabile artificio, ricchezze, ornamenti e grandezze delli
edificii si scrivono, più presto estimano quelle fabulose che vere» (A papa Leone X, COD. IT., 37b, MSB).
0. PRODOMI, PROTAGONISTI, INTERPRETI
0.1
L’antiquaria a Roma (1515-1565)
La tradizione antiquaria romana, intesa come interesse preminente delle classi aristocratiche e cardinalizie, è sin dai suoi esordi
combattuta tra l’interesse collezionistico e quello di studio, al punto
che è possibile identificare due specifici indirizzi: l’uno coincidente
con le prime idee di Renovatio politica che agitano la cultura e la politica papale dal primo trentennio del Quattrocento al regno di Paolo III e l’altro che invece, sempre sotto l’ala protettrice del papato
Farnese, coinvolge gli studi antiquari veri e propri, non ultimo il
19
20
tentativo operato da Claudio Tolomei di risistemazione degli scritti
vitruviani e la sua più ampia collocazione all’interno di una traditio
storica e topografica che facesse da contorno al vero obiettivo
dell’Accademia dei Virtuosi, ovvero la sistemazione di un panorama di studi finalizzato alla ricostruzione/riproposizione di una antichità romana rediviva e restituita alla sua aura imperiale.
A partire dai rilievi effettuati da Leon Battista Alberti e dagli studi compiuti da Flavio Biondo nel primo trentennio del Quattrocento e a giungere prima alle ricerche archeologiche di Raffaello Sanzio, successivamente compendiate nella ben nota lettera a “quattro
mani” con Baldassar Castiglione e indirizzata a papa Leone X e poi
alle elaborazioni cartografiche e testuali di Andrea Fulvio, Bartolomeo Marliani, Lucio Fauno/Giovanni Tarcagnota, Leonardo Bufalini, Bartolomeo Gamucci è possibile elaborare un quadro di storie
e topografie urbis che oltre che illustrare le antichità di Roma e la
loro magnificenza (anche sotto forma di ruderi inutilizzabili), documenta anche quale importanza rivesta nei circoli letterari del
tempo la corretta codificazione della sua Topographia e la storia individuale e collettiva delle «reverende reliquie» sfuggite all’«ingiuria
delle nimiche nazioni e del tempo». Tali studi, complici la diffusione della stampa e la continua presenza di pellegrini, hanno creato
un vero e proprio genere letterario di cui le opere qui trattate sono
parte integrante e decisiva.
Tale tradizione non è nata dal nulla; essa, infatti, trova le sue vere origini nella stesura degli antichi Mirabilia urbis, testi che servivano da guida per i pellegrini in visita nella città e che con l’avvento
della stampa avevano conosciuto, soprattutto in prossimità dei
Giubilei e delle elezioni papali, una fortuna non indifferente.
La più antica redazione dei Mirabilia urbis è dovuta a Benedetto
canonico di s. Pietro che intorno al 1140-1143 inserì nel Liber Politicus una descrizione dei monumenti antichi presenti in Roma e si caratterizza per il tentativo del comune di cercare un nuovo assetto
politico nel trapasso dalla grandezza pagana a quella papale, processo che, iniziato da Martino V e Eugenio IV, sarà progressivamente
21
potenziato da Paolo II e Sisto IV e portato a termine da Paolo III.
In Particolare i regni di Paolo II Barbo e Sisto IV accentuano
l’utilizzo politico dell’antico non solo attraverso il progetto di risistemazione della città e dei suoi monumenti, ma anche attraverso la
fondazione di personali collezioni e raccolte che univano l’interesse
umanistico a quello politico e sociale. l’interesse per le epigrafi e il
potenziamento della stampa, infatti, fanno sì che interesse per
l’antico e trame politiche di rafforzamento interno ed esterno del
papato procedano di pari passo.1
Progressivamente al crescere della popolazione e alla sistemazione architettonica della città, l’interesse per le antichità aumenta
anche dal punto di vista del materiale da costruzione necessario per
il riordino e il ripristino delle case nobiliari o delle stesse fabbriche
papali. In particolare tra 1485 e 1578 la scoperta progressiva di luoghi antichi, spesso fantasiosamente ricostruiti, procede di pari passo
con la spoliazione e lo smembramento dell’esistente, tanto che tra
nuove costruzioni e scavi abusivi, gli interventi papali per fermarne
il saccheggio sono molteplici. La cosiddetta città dei cardinali, costruita come progressiva sostituzione di palazzi sontuosi alle povere
costruzioni medievali, porta alla luce un continuo flusso di materiali
antichi: colonne, fondamenta, vasellame, statue, gioielli delineando
la vastità di un patrimonio artistico che quotidianamente stupisce
gli stessi antiquari, pittori, architetti e letterati che si riversano nelle
profondità della città e della campagna romana per carpirne ogni
più piccolo artefatto. L’attività edilizia procede di pari passo con
quella dei cavatori, spesso combattuti a suon di nomine a commis1
In questo senso va letta la restituzione al popolo romano delle «Statuae Priscae»,
avvenuta subito dopo la propria elezione e non a caso certificata da un’epigrafe commemorativa. Tra le statue, stante la cronaca di Giovanni di Tolentino, v’erano lo Spinarium, l’Ercole, la testa del presunto acrolito di Commodo e soprattutto la lupa capitolina,
«pueros geminos lactantem» che riveste una simbologia inequivocabile proponendo una
nuova/antica tradizione che sottolinea le mitiche origini della città e rimanda alla tradizione della chiesa romana. Sempre in questo contesto va letta anche la sua collocazione
al centro della facciata del palazzo del Conservatori, al di sopra del porticato e in una
posizione di grande rilievo e visibilità che mitiga l’individualità della Roma municipale e
ingigantisce le qualità di quella papale sostituendo al Campidoglio la corte vaticana.
22
sario alle antichità o contrastati con bolle e interdetti di dubbia efficacia, basti vedere quella emessa da Paolo II nel 1462 o le nomine
di Raffaello a Sovrintendente per le antichità da parte di Leone X e
di Latino Manetti da parte di Paolo III nel 1534.
Gli antiquari cinquecenteschi, dunque, mettendo insieme le rilevazioni condotte da Leon Battista Alberti nella sua Descriptio urbis
Romae, le fonti latine (Sesto Rufo, Fabio Pittore, Livio, Plinio, Dionigi Alicarnasseo, Cicerone, Solino, Varrone, Vitruvio, Eutropio,
Appiano, Svetonio), le opere di Flavio Biondo e Pomponio Leto,
gli scritti di Baldassarre Peruzzi e Sebastiano Serlio, attraverso una
topografia di Roma articolata secondo i Regionari antichi, descrivono la città e i monumenti più significativi in qualche caso anche
toccando (sia pure solo sommariamente) istituzioni e strutture politiche e costruendo un vocabolario specifico in cui la città è di volta
in volta exemplum, doctrina omnis virtutis, speculum, imago. La stessa organizzazione cittadina cambia in nome di un decoro che riprende
l’omonima definizione letteraria per costruire una «opus admirabile
ac posteritati incredibile» parafrasando il progetto raffaellita di riorganizzazione architettonica della nuova Roma. È su queste basi che
Bartolomeo Marliani compone l’Urbis Romae topographia ed è sulle
stesse prerogative che Fauno/Tarcagnota compone le sue Antichità
e il Compendio e poi le presenti Antichità di Roma.
0.2
Nota biografica: Tarcagnota, Palladio e gli altri
0.2.1 Giovanni Tarcagnota (1508-1566)
Le coordinate biografiche di Giovanni Tarcagnota solo recentemente sono state da noi ricondotte a maggior precisione e chiarezza;2 sinora infatti, esse erano genericamente fissate tra la fine del
2
TALLINI 2013a,
pp. 105-125.
23
Quattrocento e il 1566, anno in cui esce postuma, presso Scotto, la
sua ultima opera il Del sito et lodi de la citta di Napoli. Grazie all’analisi
di nuovi documenti emersi recentemente3 è stato possibile fissare la
data di nascita al 1508 e ipotizzare una sua morte a Napoli tra
l’aprile e il giugno del 1566 stante l’analisi dei privilegi di stampa del
già citato Del sito et lodi e la lettera prefatoria autografa alla stessa
opera allegata e datata 16 aprile 1566. Avaro di notizie sulla propria
vita, nonostante la notorietà raggiunta con la pubblicazione delle
Historie del mondo (Venezia, Tramezino, 1562), della Favola d’Adone
(Venezia, Tramezino, 1550) e altri volgarizzamenti da Plutarco e
Galeno, la sua biografia può essere al momento desunta solo dalla
lettura di pochissime segnalazioni sparse all’interno delle sue opere
e/o delle prefazioni alle sue edizioni a stampa.
Sodale degli editori veneziani Francesco e Michele Tramezino il
Vecchio, interno alle dinamiche letterarie attive in casa Venier (cui
afferivano anche Bembo, Dolce, Parabosco, Tiziano e Aretino4) e
ai circoli letterari romani ruotanti intorno ai Farnese, allievo (a Padova o a Sessa) di Nifo (come i conterranei Antonio Minturno,
Giovanni Andrea Gesualdo e Galeazzo Florimonte cui il nostro
dedicherà «[…] in pegno de la mia anticha servitù», la Seconda parte
de le cose morali di Plutarco […], Venezia, Tramezino, 1548),
l’umanista, di cui certa è la sola nascita a Gaeta, non ha lasciato epistolari né testimonianze che possano ricollegare la sua attività di letterato, cartografo e poligrafo alle figure più importanti del medio
Rinascimento italiano.
Intorno ai trent’anni entra al servizio di Galeazzo Florimonte
quando il vescovo risiede a Sessa portando al suo seguito nientemeno che Marcantonio Flaminio, suo antico collaboratore nel tentativo di riforma della chiesa veronese all’epoca del datario Giberti
e ora prossimo ad abbracciare le teorie valdesiane.5 I collegamenti
3
4
BERT 688; ASFi 434, c. 393r.
TALLINI 2006, pp. 31-55. Sugli
2012, pp. 36-54.
5 PASTORE 1978.
equilibri interni all’accademia Venier, cfr. Favole
24
con Florimonte permettono a Tarcagnota, tra1538 e 1548, di seguire a Roma il vescovo di Aquino ed entrare nel giro d’interessi culturali che gravitano intorno ai Farnese e in particolare intorno ad Alessandro che ama circondarsi di letterati, architetti e studiosi di antichità romane.
È in questo momento che Tarcagnota comincia a interessarsi
all’antiquaria romana frequentando alcuni circoli romani in cui questo genere d’interessi è coltivato unitamente al grande progetto di
ricostruzione della città e del Vaticano. Non solo, ma i contatti con
l’allievo di Nifo portano direttamente a Paolo III, ad Antonio Agustin, il più interessato a questi studi e all’Accademia dei Virtuosi,
nucleo di architetti, letterati e umanisti che come primo obiettivo si
ponevano la ricostruzione dell’antica sede dei monumenti antichi.
All’interno di tali rapporti, lo studio di Plutarco era considerato
fondante e perciò non deve meravigliare se proprio il filosofo è il
primissimo soggetto di studio che Tarcagnota affronta nella sua
prima attività.
All’indomani del 1548 Tarcagnota è stabilmente a Roma e qui,
grazie alla collaborazione di Francesco e Michele Tramezino comincia a studiare le antichità di Roma, volgarizza alcuni scritti di
Galeno, mette a frutto la sua conoscenza del tema etico in Nifo,
commenta Marsilio Ficino, si occupa di riscrivere gli Statuta su incarico diretto dell’amministrazione di Gaeta e pubblica presso Bonelli
una riedizione del suo volgarizzamento del Platina delle vite de’ papi
infino a Paolo IIII cui Onofrio Panvinio aveva curato alcune aggiunte
nella stampa edita per Tramezino.
Nel 1556 e fino alla morte è assunto dal nuovo segretario di stato del viceregno napoletano Juan Soto - già segretario a Milano e
Torino nel 1540 e poi dal 1555 con il duca d’Alba – con il rango di
segretario di mandamento, carica che gli permette di studiare la città di Napoli nei suoi cambiamenti e di raccoglierne l’evoluzione urbanistica nel Del sito et lodi, opera ben più importante delle Historie
del mondo perché non solo inaugura anche per Napoli un filone storico-antiquario progettato sul modello romano, ma anche perché si
25
pone come unico tramite descrittivo di due realtà urbanistiche inconciliabili: la Napoli medioevale e quella spagnola. Un manifesto
memoriale, quindi, per una città che ha perso ogni dimensione antica ed è diventata altro rispetto alle memorie del letterato.
Le presenti Antichità si configurano, dunque, come opera completamente in linea con la produzione e gli interessi dell’umanista
gaetano e perciò, tanto l’attribuzione ligoriana a Tarcagnota, quanto
quella palladiana, ben si conciliano con l’epoca, gli interessi e gli
scopi prefissati da papi, cardinali, pittori e letterati. Anche per questo, l’attribuzione dell’opera all’architetto padovano e comes di Gian
Giorgio Trissino e Daniele Barbaro, pur se con molti dubbi, non è
mai stata messa in discussione proprio perché adattabile a più autori e contesti, dall’urbanistica alla cartografia, dalla storia dell’arte
romana all’architettura e dalla letteratura alla storia.
Finché non sono stati pubblicati on line molteplici documenti inediti di Pirro Ligorio poi,6 nessuno ha davvero letto il testo, confrontato le sue fonti dirette e indirette e soprattutto nessuno lo ha
mai “smontato” rigo per rigo per coglierne ogni riferimento ad altri
testi a monte e valle della sua stesura.
Le carte ligoriane invece, aprono a intrecci e testimonianze che
devono essere studiate con metodo interdisciplinare, poiché i rimandi e le fonti sono molteplici e dislocate in spazi temporali amplissimi (dall’antichità latina al Quattrocento inoltrato) e soprattutto
rivolte agli studi antiquari contemporanei all’attività del napoletano
e del gaetano sul cui nome Ligorio si concentra svelandone gli
pseudonimi.
[…] Francesco Tarcagnotta Gaetano, studiando in Venezia l’antichità di
Roma, ha detto assai peggiore che l’altri, et ha egli finti tre autori che scriveno
delle antichità, per fare le sue masticate antichità correre attorno per tutto, con
credenza di non essere conosciuto, con fignere Lucio Fauno, dipoi Lucio Mauro, e per ultimo il Palladio, che l’uno è il maestro scioccho, l’altro il discipulo, il
terzo lo innormatore delle antichità e non vi manca altro che ‘l resentimento
6
Picus 2007; OCCHIPINTI 2007a.
26
che gli facci il cavallo su le spalle di Madonna Querela [...].7
Sin qui Lucano ce insegna dove era l’Aerario di Saturno, sotto l’incontro della Rupe Tarpeia, e non è dove l’hanno voluto locare il Blondo, il Fulvio, il Merliano, Pomponio Leto e Lucio Fauno, el Mauro et il Palladio, che tutte tre sono
nomi finti dal Tarcagnotta Gaetano, i quali vogliono che tale tempio di Saturno
sia la chiesa di Santo Adriano in Via Sacra.8
Contra al Fauno. Della Schola Augusta. Delli scriba librarii. Deh, quanta ignoranzia è stata ancora di quelli scrittori dell’antiquità che hanno voluto scrivere essendo senza cognizione alcuna di architettura, la quale arte può in questo
tanto quanto possono le lettere. Per tanto loro non conoscendo un tempio d'una basilica, né quello delli Dei affeminati dagli altri, hanno presi infiniti granchi,
e non conoscendo gli ordini dell’architettura né delli membri sui saputi li propri
nomi, han scritto molte inezzie, e tra l’altre che hanno scritte han preso per capitello l’epistilio o vogliamo dire architrave.9
E dunque fin qui basterà avendone della Subura scritto paradossamente nelle cento paradosse mie contra Pomponio Læto, contra al Blondo e Palladio, et
ad Andrea Fulvio, e contra al Blondo, et ancora di Onuphrio Panvinio e contra
a Bartholomeo Marliani e contra a Lucio Fauno e Lucio Mauro, opere composte dal Tarcagnotta sotto tali tituli da lui ritrovati per avere delli testimoni per
confermare le sue falsità scritte e dette che in esse opere si possono leggere, tutte composte per guadagno più che per altro [...].10
7
LIGORIO 138.
LIGORIO 16, 10r.
9 LIGORIO, 14.
10 LIGORIO 16, 251r. Richiamiamo qui l’ipotesi proposta da TEMANZA 1762 di una
rivalità tra Andrea Palladio e Pirro Ligorio sfociata appunto nella scrittura delle Antichità
di Roma 1554 come risposta alle Paradosse del napoletano. È innegabile però, che sostituendo all’architetto padovano il nostro Tarcagnota, la polemica, restando ferme le ragioni antiquarie di ognuno, addirittura si ingigantisce e trova formali appigli nella struttura organizzatica del Compendio di Roma antica firmato dal Gaetano (FAUNO 2014), nelle
ben più complesse e ampie Antichità di Roma del 1548 e del 1552 e nel trattato/invettiva
dell’architetto napoletano (LIGORIO 1553). Restano evidenti, per rimanere al rapporto e
ai contatti esistenti tra i due architetti, le medesime categorie di scrittura, poggianti sulla
classificazione delle tipologie di edifici antichi e miranti a descrivere esclusivamente gli
edifici studiati direttamente dai due cancellando quasi ogni traccia di topografia e percorso sul terreno. In ogni caso, riteniamo però non valida la proposta di una querelle ligoriano-palladiana (così come è stata avanzata dal Temanza) poiché le Paradosse esprimono un livore e una vis polemica che non emerge dalle pagine delle Antichità in que8
27
È pur vero, d’altro canto, che lo stesso Ligorio non è personaggio di cui fidarsi; la ricostruzione della genealogia dei duchi ferraresi
e l’invenzione di epigrafi che accertino la discendenza romanoantica degli Estensi testimoniano la difficoltà di considerare il napoletano come teste dell’accusa, al punto che lo stesso Onofrio
Panvinio non s’esime dal definirlo di volta in volta primo degli antiquari o inguaribile imbroglione. Del resto, le accuse di Panvinio
sono ricambiate da Ligorio, date le continue e reiterate accuse di
furto (in combutta con altri) di gran parte delle proprie ricostruzioni antiquarie, non solo nei suoi confronti, ma anche verso Luca Peto e Gabriele Faerno, altri due personaggi attivi nel gruppo farnesiano.
[…] Ma pria che veniamo alle cose che hemo veduto de' suoi ornamenti, avemo voluto porre qui alcune poche parole le quali, se bene seranno tardamente poste in luce, spero che così tarde piaceranno ai curiosi di dire la verità in conoscere le bugiarde et arrobbate mie fatiche da Onuphrio e da Luca Peto, che
particolarmente si è avantato lui essere stato lo inventore e deduttore dell’Acqua
Vergine a Roma, e per cavarsi questa voglia ha fatto il trattato suo avantatorio,
credendo che l’uomo se ne resentesse di tale furto. Et acciò che la sua albascia
sia riconosciuta n'avemo fatta questa poca narrativa. Sendo io continuo alla cura
stione e dei successivi Quattro Libri dell’Architectura palladiani e il fatto che Palladio non
citi in essi il napoletano non è di per sé ragione sufficiente per considerare come valido
l’affaire. A parte l’assenza di riscontri, la querelle, qualora ne fosse certificata l’esistenza, va
perciò ricondotta a toni meno aspri. Ligorio, infatti, non cita mai nelle Paradosse Andrea
Palladio né altri architetti e nell’intero corpus dei suoi manoscritti il cognome del paodovano è presente solo come pseudonimo di Tarcagnota, come Blosio Palladio o come
nome storico antico (al punto che è citato molte più volte Basilio Zanchi, il quale, da
buon riformato, lasciò traccia di sé solo nella pubblicazione di un pamphlet anticattolico
sull’inutilità delle immagini sacre che è più un sermone e non un trattato). Tanto meno
il secondo ha lasciato tracce evidenti nei propri scritti, cosa che al tempo sarebbe stata
sicuramente al centro di notevoli discussioni vista la caratura dei due contententi, l’uno
architetto papale, l’altro dell’oligarchia veneziana. Resta il fatto che le Antichità di Roma
(pseudo palladiane o meno) vanno comunque ricollocate cronologicamente, anche qualora dovessimo dar credito alla vexata quaestio vicentino-napoletana, perché i segni in esse presenti non vanno oltre 1550 e la totale assenza di riscontri di proveninenza autenticamente palladiana sembrano più provare affermazioni ligoriane sugli pseudonimi tarcagnotani che non l’esistenza della presunta diatriba.
28
di cose d'architettura presso della felice memoria di papa Pio quarto santissima
memoria, tale opera e ricuperazione d' essa acqua che niuno la conosceva la
proposi al santo pontefice e con molta mia spesa riconobbi ogni parte
dell’aquedotto et i fonti, e gli rappresentai in disegno, e gli mostrai la spesa che
poteva importare, e così riconosciuta la cosa per vera Luca Peto accompagnato
con un'altra animuccia si opposero e fecero in modo che la spesa mia et il mio
tempo rimase occulto con dare l’opera ad uno cantainbanchi che giocò sottomano di danari e di boccali e bacini d'argento. Finalmente non gli bastando sì
picciole cose, furono caggione che l’appaltatore morì in carcere, s'usurparono
l’opera con lo consiglio d'un altro, finalmente la cosa non sendo finita papa Pio
quinto l’ha seguitata et il santissimo papa Gregorio decimoterzo l’ha posta al
fine. E Luca Peto dice che l’ha lui condotta e che lui ne è stato auttore, e così ha
stampato e mandata la sua opera impunita della canna per toccare fresca pecunia […».11
[…] E ci faremo avante con le antiche memorie che si trovano nell’antichi
marmi, nelli libri scritti a penna e nelli danari d'argento, sì come l’avemo mostrate al reverendissimo abbate Octavio Panthagato, a messer Gabriele Faerno poeta et a frate Onuphrio Panvinio, che hanno voluto correre a stampare
con prestezza le loro opere […].12
Di Roma. Nella regione Caelemontana, secondo scrivono Aurelio e Sexto
Rufo e Publio Vittore, fu l’antro detto del Cyclope, Antrum Cyclopum, lo quale
antro Onuphrio Patavino scioccamente l’ha chiamato Vicus Cyclopis, quantunque egli abbi robbate quasi tutte le sue cose dalla nostra opera dell’antichità, per
la sua frettolosa avarizia del guadagnare, non si è avvisto de' suoi errori [...].13
Al di là della vis polemica, le frasi documentano l’agguerrita e sleale
concorrenza esistente tra gli antiquari. Per dovere di cronaca però,
segnaliamo che il condotto dell’Aqua Virgo è già descritto in F2, cc.
129r-129v, recuperato da RR cc. 96r-97v e quindi già presente nel
volgarizzamento del Gaetano a Biondo e prima ancora a Pomponio
Leto (FAUNO 2014, pp. 16-33). Il trattato di Panvinio e le frasi di
Ligorio in conseguenza, nulla aggiungono alla questione e anzi avallano la professionalità di Tarcagnota rispetto ai suoi concorrenti da11
c. 14v.
Ivi, c. 81r.
13 LIGORIO 15, c. 56v.
12
LIGORIO 14
29
to che tali notizie erano fonti comuni e non studi originali condotti
direttamente sul campo.
Se i protagonisti non sembrano quindi essere completamente
degni di fiducia, per trovare le prove della nuova attribuzione è necessario attingere allora ad altri segni riposti nel testo delle Antichità
di Roma e nelle opere di Tarcagnota/Lucio Fauno, dalla lingua alla
comparazione testuale.
0.2.2 Andrea Palladio (1508-1580)
La biografia di Andrea Palladio soprattutto nel Novecento è stata oggetto di studio e attenzione particolare. Originario di Padova e
addentro alla professione di architetto sin dai primi gradini della
professione, Andrea Palladio deve certamente la sua fortuna al rapporto inziale con Trissino, cui si deve l’imposizione del nome Palladio e l’introduzione presso le grandi famiglie aristocratiche veneziane che gli procurano le prime committenze. È però con la collaborazione con Daniele Barbaro per la stesura dei disegni a corredo
del volgarizzamento del de Architectura di Vitruvio e la progettazione
ed edificazione delle ville aristocratiche che la fama di Palladio diventa immensa.
La pratica letteraria condotta al seguito di Trissino e Barbaro ci
mostra anche un altro aspetto della produzione palladiana, ovvero
l’interesse per la letteratura latina che sfocerà nel 1575 (ma con un
febbrile lavoro di scrittura già testimoniato in più pagine durante la
stesura dei Quattro libri della architectura editi nel 1570) con l’edizione
del De bello Gallico corredato da incisioni illustranti la disposizione
dell’esercito romano, dei castra e dei ponti di barche costruiti durante le diverse campagne militari.
Ciò che stupisce dell’opera di Andrea Palladio è la considerazione dell’edificio antico come visio da studiare architettonicamente e
non storicamente. All’architetto, infatti, non interessa la storia
dell’edificio, ma solo struttura, composizione e materiale con cui è
30
stato edificato, l’esatto opposto di quanto le Antichità di Roma contengono e ciò a dispetto anche di una collocazione nell’ambito preparatorio degli studi giovanili da lui compiuti (PUPPI 1988; BATTILOTTI 2011). Il giovane Palladio, infatti, sembra essere lontano dalla
visione storica espressa nelle Antichità di Roma al pari dell’architetto
maturo che consacra a Cesare e al suo De Bello Gallico l’intera tradizione dei suoi studi e rilievi.
Se restiamo alla progettazione e ai disegni realizzati da Palladio
possiamo notare come la sua visione del singolo edificio sia in effetti lontanissima dall’idea proposta da pseudo Palladio e anzi si
proponga, nella sua realizzione finale, come ridiscussione aperta del
concetto stesso di classicismo. Se si vuole ragionare in termini letterari, la stessa nozione di ornato da Palladio è rimessa in gioco secondo canoni inconsueti, fondati sull’intersezione di linee curve
(provato dall’estremo interesse dei Quattro libri per le forme “ritonde” dei monumenti antichi) che s’intersecano l’un l’altra fino a creare forme ampie che devono dare il senso stesso della passata magnificenza dei monumenti antichi, non a caso l’interesse per edifici
come l’Arena di Verona, il Pantheon o il Colosseo è diverso perché
diversa è la funzione e la struttura stessa di ognuno di essi. L’opera
di Palladio è quindi architettonica perché sottesa alla rappresentazione di qualcosa che deve essere imitato e discusso, mentre soprattutto questo secondo aspetto non è possibile coglierlo o intuirlo
nelle presenti Antichità di Roma.
Per Andrea Palladio l’imitazione degli edifici antichi, poiché si
esprime comunque all’interno delle regole stilistiche dell’ornato e
della magnificenza è perciò qualcosa che si esprime nell’esclusivo
campo del delectare e non del docere. Le Antichità di Roma, invece,
proprio perché rivolte ad un pubblico mirato (siano essi pellgrini o
antiquari) agisce nell’altro settore ponendosi come presuntuoso esercizio specifico del docere. Come Minturno e i petrarchisti parlano
di voluptas aurium, così Palladio costruisce i propri edifici nell’ottica
di una voluta oculum laddove la stessa visione, esprimendo magnificenza e meraviglia e obbedendo a più che solide proporzioni geo-
31
metriche e spaziali, colpisce gli occhi del fruitore e ne condizione il
gusto.
L’interesse per le forme rotonde va colto nel senso della precisione del disegno e della perfezione delle varianti applicate e progettate, la stessa idea di villa palladiana (sede degli otia e dilettevole
momento di socializzazione inter pares della aristocrazia veneziana) è
radicalmente diversa dalle consimili ville napoletane di Martirano
(di cui Agostino Nifo favoleggia le bellezze e la posizione), Toledo
e Soto e molto simile invece al museo Gioviano perché in entrambe le situazioni il progettista parte dagli spazi e non dall’amenità del
luogo, dalla bellezza dei giardini, dalla vicinanza e dal diporto rispetto alla città e alle sue attività. Ne sia esempio la descrizione di
villa Pignatelli a Posillipo che fa da cornice al dialogo tarcagnotano
del del Sito et lodi de la citta di Napoli: qui, infatti, sono gli spazi scenici
a conferire al sito una bellezza letteraria, negli Asolani (ma anche ne
Il Cortegiano), invece, sono i personaggi (tutti appartenenti ad una
corte storicamente determinata e socialmente elevata) a determinare il contesto lasciando la scenografia al posto che le compete.
Nella stessa maniera Andrea Palladio considera lo spazio geometrico dell’edificio come qualcosa di malleabile e di codificabile in
rapporto al committente; perciò, la storia non può essere parte del
processo costruttivo, ma solo spunto attraverso cui modificare lo
spazio stesso; il personalissimo delectare palladiano gioca su questa
ambivalenza: magnifico perché meraviglioso e grande e ornato perché magnifico.
0.2.3 Maffio Pagan e Vincenzo Lucrino
Maffio Pagan e Vincenzo Lucrino sono due editori e librai i cui
dati biografici sono più che scarni. Per il secondo, addirittura, non è
certa neppure la provenienza dato che ASCARELLI – MENATO 1989,
p. 112 lo dice bolognese, mentre è più probabile una provenienza
bresciana così come dichiarato da SANDAL 1987, p. 187 (che ne
32
precisa il cognome in Lucchini) poiché i rapporti che egli ha intessuto con i tipografi romani e veneziani è giocata soprattutto sulla
comune provenienza dal bacino del lago d’Iseo.
Per Pagan, grazie alla attenta lettura di alcuni suoi titoli, è possibile identificare una serie di edizioni antiquarie a carattere popolare
che pone l’editore all’interno di un percorso di studi cui le presenti
Antichità di Roma non sono estranee. Tra 1542 e 1544, infatti, egli
pubblica diversi titoli (di cui due sembrano essere più interessanti di
altri: I nomi antichi e moderni dell’antica città di Roma […] e La declaratione de la origen della più nobile citta di tutta la Italia), i quali, trattando della storia antica di Roma, rappresentano un vero e proprio programma editoriale coronato, nel 1559, dall’incisione di una carta di
Venezia copia di quella disegnata da Barberi nel 1500 (Figura 1).
Figura 1: MAFFIO PAGAN, Carta di Venezia, 1509, xilografia cm 77x165,2, Berlin,
Staatliche Museen Kuferstichkabinett und Sammlung der Zeichnungeh
PerVincenzo Luchino, Luchini o Lucrino invece, i dati, pur essendo scarni, permettono lo stesso di delineare un quadro della sua
attività di libraio ed editore e un profilo sistematico dei contatti societari intrattenuti con i Dorico, Blado, Tramezino e Manuzio al
33
punto da sostituire il proprio frontespizio a quello degli altri tipografi, fattore che sembra giustificare il passaggio delle edizioni da
Pagan a Lucrino e da questi a Dorico, Blado e poi Accolto (BARBIERI 1983, pp. 111-113). La rete d’intrecci esistente tra i tipografi
prima citati, tutti afferenti agli stessi circoli antiquari, agli stessi protettori, mecenati e dedicatari e agli stessi interessi culturali avalla tale ipotesi: se si analizzano le esingole edizioni, infatti, alcuni punti
sembrano essere comuni a tutti i tipografi coinvolti, dai caratteri
impiegati all’uso di marche editoriali simili a quelle di altri concorrenti, alla similarità della stampa a prescindere dall’editore.
In particolare nel caso dei caratteri è bene rilevare che tutti usano lo stesso corsivo arrotondato, elegante, non troppo piccolo e di
facile lettura, molto simile a quello usato da Dorico in quasi tutte le
sue edizioni dopo il 1537; lo stesso dicasi per l’adozione delle maiuscole che segue in tutte le edizioni la stessa scansione per i titoli.
Bresciani come Lucrino proprio i fratelli Dorico riprendono soprattutto edizioni di Francesco Minizio Calvo e lo stesso fa Accolto
che nella propria edizione dell’Antichità 1567 mette in frontespizio
non la propria marca editoriale (una fenice), ma proprio quella di
Calvo, una Roma personificata che tiene in una mano la Vittoria
Alata e ai suoi piedi la lupa gemini lactantes, manca solo la scritta
“ROMA” di solito apposta in basso, ma la figura è la stessa (Figura
2).
34
Figura 2: L’edizione Accolto 1567 con la marca editoriale di Francesco Minizio Calvo
È evidente che la stampa non può essere addebitata al tipografo
di Menaggio poiché dal 1535 stabilmente a Milano, ma è significativo il fatto che a quasi venti anni di distanza dal suo allontamento
dalla Roma ancora qualcuno ricorra a suoi simboli.
Il rimando a Calvo è poi indicativo anche dei rapporti che intercorrono tra i tipografi. Egli, infatti, si pone come punto di riferimento a monte dell’attività di ognuno e se Blado ne aveva rilevato i
caratteri, Dorico, Accolto e Lucrino utilizzano gli stessi meccanismi
editoriali, sia pure all’interno di attività di stampa non proprio corrette come dimostrato dall’edizione linea per linea del testo delle
Antichità da un editore all’altro (Tabella 1).
35
Tabella 1: I rapporti tra botteghe tipografiche e stampatori a Roma
Calvo
Blado
Tramezino
Dorico
Lucrino
Cartolari
Accolto
La collaborazione tra Lucrino, Dorico e Blado spiega la similitudine delle edizioni sulla linea Lucrino-Dorico-Accolto e chiarisce
anche perché le edizioni siano sostanzialmente uguali; perché ristampate linea per linea o perché semplicemente sostituite nel frontespizio non ha importanza, resta il fatto che il libretto delle Antichità di Roma vaga per le botteghe tipografiche romane come se passasse di mano in mano e il fatto che sia finito nelle bottega lucriniana, peraltro anch’egli interessato alla produzione di testi topografici ed editore di carte geografiche per Tramezino, prova ancora
una volta che ha comporre il testo possa essere stato qualcuno attivo in una di quelle botteghe e al corrente dei passaggi societari e dei
contratti editoriali che ognuno di loro stipulava.
La presenza della marca editoriale di Minizio Calvo è un segno
ulteriore della vitalità del testo, dei contatti intessuti da Accolto e
della sua importanza al tempo. Associare, infatti, la storia di Roma
all’immagine stessa della città, sia pure stilizzata e idealizzata in una
figura dal forte coinvolgimento iconologico, è prova della volontà
degli stampatori di dare maggiore visibilità al testo e ulteriore valore
storico aggiunto a un’opera che già di per sé si riveste di una valenza storicizzante.
Lucrino compare nei colophon di Dorico e Blado a partire dal
1552, quindi dopo che Tarcagnota ha editato la prima versione delle Antichità di Roma 1548 e sta approntando o ha già approntato per
36
la stampa la seconda versione del 1552 completa del Comendio di roma antica e la frase «Romae Vincentij Luchini aereis formis ad Peregrinum» lo colloca senza ombra di dubbio nell’orbita dei Tramezino per cui edita diverse carte geografiche e la cui bottega tipografica era situata nello stesso rione.
Diverse carte geografiche, spesso mutuate da quelle di rinomati
geografi, cartografi ed editori come Gastaldi, Tschudi, Paletino e lo
stesso Ligorio sono da lui impresse con attenzione e precisione al
punto da confluire in importanti raccolte14 o servirono da modello
a Egnazio Danti per la raffigurazione del Picenum nella Galleria delle
carte geografiche in Vaticano, la cui immagine deriva dall’incisione della Marca Anconitana edita a Roma proprio da Lucrino nel 1564.
1.
1.1
NOTA TIPOFILOLOGICA
Aggiunte e varianti di stato
Nel 1554 l’editore veneziano Maffio Pagan e il romano Vincentio Lucrino editano a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro
L’Antichità di Roma di m. Andrea Palladio […]. L’opera consta di due
edizioni di Maffio Pagan e una di Lucrino che riporta fedelmente il
testo defintivo stabilito dalla seconda emissione veneziana.15 Infatti,
il tipografo veneziano stampa, in una prima versione, una copia in
cui è assente l’ultimo paragrafo Quante volte è stata presa Roma (che
riassume gli assedi e le conquiste della città nell’antichità) e poco
tempo dopo compare una nuova edizione con l’aggiunta del para14
Geografia. Tavole moderne di geografia de la maggior parte del mondo di diversi autori raccolte
et messe secondo l'ordine di Tolomeo con i disegni di molte città e fortezze (Roma, non oltre il
1570), la cui ideazione è attribuibile al Lafrery o a suoi collaboratori.
15 Per l’analisi condotta sull’edizione stampata da Lucrino per le prime comparazioni
rimandiamo a TALLINI 2014b.
37
grafo mancante. La variante di stato è decisiva poiché nello stesso
anno l’editore Lucrino ristampa a Roma l’edizione veneziana nella
versione con il cancellans.16 Che L sia copia di P2 è dimostrabile analizzando il trapasso di errori di stampa ed etimi simili dalle due veneziane alla romana e poi confermati con minime variazioni e aggiustamenti in ACCOLTO 1567 (Tabella 2).
Tabella 2: Ripetizioni, varianti grafiche ed errori di stampa presenti in P1-2, ripetuti in L e
mantenuti o corretti in A
P1-2
causalmente
schina (‘schiena’)
Cramenta
dopò
Collantino
trevertino
generosi
Vaticanio
Sinatilio
Mettella
Lavicana
Capuana
Nevia
Accedemia
Gianuclense
prora
lastrigare
largezza
gladiatorij
Iustiniano
cavallo
bellica
appertinenti
putrefacesero
anni
L
causalmente
schina
Cramenta
dopò
Collatino
trevertino
generosi
Vaticanio
Sinatilio
Mettella
Lavicana
Capuana
Nevia
Accedemia
Gianucolense
prorra
lastricare
larghezza
gladiatorii
Justiniano
Calvallo
Bellicha
Appartenenti
putrefacesero
annni
A
causalmente
schina
Carmenta
dopo
Collatino
trevertino
generose
Vaticano
Statilio
Metella
Labicana
Capuana
Nenia
accademia
ianucolense
prora
lasticare
larghezza
gladiatorii
Giustiniano
cavallo
bellica
appartenenti
putrefacessero
anni
16 Sul cancellans, la sua diffusione nella stampa rinascimentale, nonché per i casi più
eclatanti, si rimanda al più che completo HARRIS 2006, pp. 130-153.
38
Analoga osservazione può essere ricavata guardando l’usus linguistico; molte forme, infatti, parimenti agli errori, si conservano
nelle tre edizioni dimostrando così che ogni tipografo o ha imposto
il proprio frontespizio ai fascicoli stampati da altri o ha seguito linea per linea le precedenti (Tabella 3).
Tabella 3: varianti linguistiche presenti in P1-2, ripetuti in L e mantenuti o corretti in A
formento (‘frumento’)
fameglia
soglieva
allate
d’orato
luso
quarantaquattre
parete
muttò
savorna
fussi
elessero
quatordieci
Imperadore
habitavano
undeci
spatiosi
milia
settecento
bovi
rinchiusa
Dij/idij
L’intrata
premesso
forastieri
Susanna
formento
fameglia
soglieva
allate
d’orato
luso
quarantaquattre
parete
muttò
savorna
fossi
ellessero
XIV
Imperatore.
havitavano
XI
spaciosi
millia
setticente
Buoi
Renchiusa
Dei/Iddij
L’entrata
Premesso
Forestieri
Sosanna
formento
famiglia
scioglieva
allate
dorato
l’uso
quarantaquattro
pareti
muttò
savorna
fossi
ellessero
quatordici
imperatore
habitavano
undici
spaciosi
milla
settecento
bovi
rinchiusa
Dei/iddij
L’intrata
permesso
forastieri
Susanna
L’Antichità di Roma perciò, a prescindere dalle diverse edizioni, è
principalmente repertata in tre diverse stampe:
39
A
P1, stampata da Pagan a Venezia e comprensiva, secondo le
catalogazioni correnti, di cinque fascicoli A-E8 (ma erroneamente catalogata con un improbabile A-E7) e complessive cc.
31 con l’ultima bianca e le cc. 25r-25v assenti (esemplare conservato in BAS);
B
P2, edita anch’essa dallo stesso tipografo e sempre a Venezia e
similmente composta di cinque fascicoli A-E8 con complessive cc. 31 e con l’ultima c. 31r e testo del cancellans presente (esemplare conservato in BCVi);
C
L, stampata a Roma da Lucrino e composta sempre da cinque
fascicoli A-E[8] con c. 32r non segnata + ultima bianca); ad
esso, almeno nella copia da noi studiata, è allegata (con diversa fascicolazione A-C4, cc. 12 + 3 bianche infine) l’anonima
Descriptio brevissima Priscae urbis Romae, Venezia, per Comin da
Trino, 1544 (esemplare conservato in LUC da cui citiamo per
tutti i rimandi lucriniani).
Le ristampe e le imitazioni, nonostante si susseguano in maniera
disordinata e diffusa presso diversi editori (Blado, Dorico, Varisco,
Accolto), evidenziano tutte un punto di riferimento nella lucriniana
che diventa il modello cui attingere per ogni edizione fino a quelle
stampate da Girolamo Francino tra 1588 e 1596. In questo caso,
infatti, il bresciano allega alle proprie edizioni di Cose meravigliose
dell’alma città di Roma, oltre che un nutrito numero di silografie, anche l’integrale delle Antichità di Roma ripreso dalla stampa di Dorico
nel 1558 che nel frattempo, oltre che riprendere integralmente il testo di Lucrino, vi aveva anche aggiunto un ulteriore Trattato sui fuochi delli antichi, anche questo attribuito a Palladio, in origine assente
nelle tre cinquantaquattrane.
A tutt’oggi, quindi, il flusso delle edizioni si distribuisce ben oltre
A resistendo fino all’edizione del 1573 che mantiene l’impianto originario e la stessa mise en page delle paganiane e della lucriniana.
40
I.
L ANTICHITA || DI ROMA || DI M. ANDREA PALLADIO // RACOLTA BREUEMENTE || Da Gli Auttori Antichi, Et
Moderni. Nouamente posta in Luce, [fregio decorativo centrato sotto il
titolo] || marca tipografica di Maffio Pagan T53 Fede che regge la
Croce e il calice dell’Eucarestia con motto «SENZA DI ME FASSI
L’HUOM A DIO RUBELLO» || IN VENETIA.
Esemplare conservato in BAS con fascicolazione errata A-E7 e
ultima bianca; monche anche le cc. 25r-25v. Non sappiamo come
sia stata definita la fascicolazione; l’errore, infatti, è piuttosto evidente poiché, se tali coordinate fossero reali avremmo 35 cc. (per
un totale di 70 pp.) e dovremmo perciò avere diverse carte bianche
in fine. L’anonimo segnalatore dichiara invece che la sola ultima
carta E8 è monca implicitamente affermando, dunque, che la composizione del volumetto sia invece strutturata in modo diverso da
quanto dichiarato poiché, in effetti, abbiamo 32 cc. per complessive
64 pp. e con una diversa fascicolazione. Infatti, contrariamente alla
catalogazione corrente, tutte e tre le edizioni non sono composte
da cinque fascicoli A-E8, ma da un fascicolo iniziale A4, tre B-D8 e
uno finale E8 con carta E8r-v finale bianca.
La scansione delle carte è dunque la seguente: 4+32+1 per un
totale di 37 cc., di cui 32 effettivamente numerate e nel caso di P1
con le cc. 25r-v mancanti dall’edizione, ma non dal computo totale
della numerazione, segno che le carte in oggetto sono cadute in un
secondo momento (Figura 3 e Figura 4).
Se, come dichiarato nei dati di catalogazione, avessimo avuto
davvero una fascicolazione A-E7 (qualora tale dato fosse davvero
realistico) avremmo avuto una numerazione equivalente a cc. 39
(76 pp. complessive), non solo non corrispondente alla realtà, ma
anche eccessiva rispetto alla realtà dell’edizione.
41
Aiiijv
Aiijr
Air
Aijv
Aiv
Aijr
Aiiijr
Aiijv
Figura 3:la procedura di stampa adottata per il solo fascicolo A4
5r
4v
3r
6v
8v
(bianca)
B-E 1r
2v
7r
8r
(bianca)
1v
2r
7v
5v
4r
3v
6r
Figura 4: La procedura di stampa adottata per i fascicoli B8, C8, D8 ed E8
Che l’errore di interpretazione e visualizzazione dei fascicoli sia
oltretutto evidente è dimostrato anche dalla rappresentazione grafica della forma e dalla successione dell’impressione delle singole pagine; è probabile perciò, che chi ha eseguito la ricognizione non
fosse a conoscenza dei metodi di catalogazione bibliografica e abbia voluto solo segnalare il numero effettivo di carte presenti nel
fascicolo in questione.
42
II.
L ANTICHITA || DI ROMA || DI M. ANDREA PALLADIO // RACOLTA BREUEMENTE || Da Gli Auttori Antichi, Et
Moderni. Nouamente posta in Luce, [fregio decorativo centrato sotto il
titolo] || marca tipografica di Maffio Pagan T53: Fede che regge la
Croce e il calice dell’Eucarestia con motto «SENZA DI ME FASSI
L’HUOM A DIO RUBELLO» || IN VENETIA. Esemplare conservato in
BERT
III.
L’ANTICHITÀ || DI ROMA || DI M. ANDREA PALLADIO // RACOLTA BREUEMENTE || da gli auttori antichi, et moderni || Nouamente posta in luce, // Con gratia et Previlegio, per anni
diece || marca tipografica di Vincenzo Lucrino || IN ROMA ||
appresso Vincenzo Lucrino, 1554.
IV.
L’ANTICHITA || DI ROMA || DI M. ANDREA PALLADIO || RACOLTA BREUEMENTE || Da Gli Auttori Antichi, Et
Moderni. Nouamente posta in Luce, [fregio decorativo centrato sotto il
titolo] || marca tipografica di Maffio pagan con motto «SENZA DI
ME FASSI L’HUOM A DIO RUBELLO» || IN VENETIA, 1555
V.
L’antichità di Roma raccolta brevemente da gli auttori antichi, et moderni
di nuovo rist., et corretta, in Roma, appresso Valerio, et Luigi Dorico,
1558.
Esemplare conservato in BMi senza frontespizio, presumibilmente però, per quanto riguarda il titolo, dovrebbe coincidere con quello edito da Lucrino, mentre per la marca editoriale riteniamo che
essa fosse quella di Minuzio Calvo. Il titolo e l’editore si rilevano
dalla scritta in corsivo apposta manualmente crediamo intorno alla
fine dell’Ottocento, quando gran parte dei cataloghi storici furono
sottoposti a totale revisione.
43
VI.
L’ANTICHITA || DI ROMA || DI M. ANDREA PALLADIO || RACOLTA BREUEMENTE || Da Gli Auttori Antichi, Et
Moderni. Nouamente posta in Luce, in Venetia, per Gio. Varisco e
compagni, 1565.
VII.
L’ANTICHITA || DI ROMA || DI M. ANDREA PALLADIO || RACOLTA BREUEMENTE || Da Gli Auttori Antichi, Et
Moderni. Nouamente posta in Luce, in Vinetia, Francesco Portonari per
Pellegrino Amador, 1565.
VIII.
L’ANTICHITA || DI ROMA || DI M. ANDREA PALLADIO || Raccolta breuemente dagli auttori antichi, et moderni || di
nuouo ristampata, et corretta || [marca editoriale di Minizio Calvo
con l’allegoria di Roma che regge la Vittoria e in basso la Lupa e i
Gemini lactantes, senza motto]. Appresso Giulio Bolano, degli Accolti,
MDLXVI.
IX.
L’ANTICHITA || DI ROMA || DI M. ANDREA PALLADIO || Raccolta breuemente dagli auttori antichi, et moderni || di
nuouo ristampata, et corretta || [marca editoriale di Minizio Calvo
con l’allegoria di Roma che regge la Vittoria e in basso la Lupa e i
Gemini lactantes, senza motto || ROMA] Appresso Giulio Bolano, degli
Accolti, MDLXVII.
Esemplare in BVL, registro d’ingresso con data del 1895 riportante in frontespizio la data 1567, ma in coda quella del 1570; abbiamo chiesto al CISA di Vicenza lumi sull’esemplare in loro possesso (poiché edita in FIORE 2006 e scorretta in molti punti), ma
nonostante i solleciti, nessuna risposta è pervenuta.
Sulla base di questa edizione, possiamo stabilire con certezza che
44
l’edizione volgare del 1575 (stampata da Girolamo Francini) ed edita nel 2009 come anastatica dalla romana Dedalo, deriva da questa
edizione Accolto e non da una precedente edita da Blado come affermato dal curatore della edizione Sheldon 1709 che la casa editrice romana ha riprodotto in fac-simile; nella stessa prefazione si segnala un’edizione latina del 1596, utilizzata come testo a fronte dellla versione volgare, di cui però non abbiamo rinvenuto tracce tali
da poterne certificare l’esistenza.
X.
L’ANTICHITA || DI ROMA || DI M. ANDREA PALLADIO || Raccolta breuemente dagli auttori antichi, et moderni || di
nuouo ristampata, et corretta || Roma appresso Giulio Bolano de
gli Accolti, in banchi nella strada Paolina, 1570.
XI.
L’ANTICHITA || DI ROMA || DI M. ANDREA PALLADIO || Raccolta breuemente dagli auttori antichi, et moderni || di
nuouo ristampata, et corretta || Roma appresso Giulio Bolano de
gli Accolti, in banchi nella strada Paolina, 1573.
Le edizioni si susseguono senza quasi alcuna variante sia per
quanto riguarda l’impaginazione che per il frontespizio, le pagine
iniziali e la Tabula, la quale, posta prima del testo, occupa tutto il fascicolo A4.
L’impronta di ognuna delle edizioni indicate evidenzia la similitudine di edizione tra quelle originate nella stessa stamperia con
l’unica variazione delle due edizioni Varisco e Amador che invece
non trovano riscontri con le altre. Viceversa, le edizioni Accolto
1566 e 1570 (includendo tra di esse anche la nostra 1567 che è ben
ricordarlo, nel frontespizio riporta 1567, ma nel registro 1570)
sembrano essere collegabili direttamente, mentre rimane fuori la
sola L che presenta un’impronta completamente diversa dagli altri
(Tabella 4).
45
Tabella 4: Le impronte delle edizioni di Antichità di Roma (1554-1576)
PAGAN 1554
o-te rese m-La beto (3) 1554 (R)
LUCRINO 1554
teve i-r i-ci coque (3) 1554 (A)
PAGAN 1555
e-e- erse m-La beto (3) 1555 (R)
DORICI 1558
iare elo, fici beni (3) 1558 (R)
AMADORI 1565
a.io toho neta tena (3) 1565 (R)
VARISCO 1565
a.co toho veta teva (3) 1565 (R)
ACCOLTO 1566
Esemplare A: a.di a-ro o,c MaTo (3) 1566 (R)
Esemplare B: a.ta a.ro o,c MuTo (3) 1566 (R)
ACCOLTO 1570
a.ta a-ro ioe MuTo (3) 1570 (R)
ACCOLTO 1576
a.,& i-io rao-sore (3) 1576 (R)
Il prospetto di Tabella 4, costruito in base ai dati disponibili in
EDIT16 evidenzia la similirità esistente tra le edizioni Accolto e tra
quelle Amadori e Varisco, mentre non sembra confermare l’identità
(che pure è evidente) tra le edizioni Pagan e Lucrino; al contrario, si
conferma la sostanziale identità tra PAGAN 1554 e PAGAN 1555.
Le due veneziane e la lucriniana però, a dispetto di una mancata
identità d’impronta, sono praticamente uguali, come sono uguali alla lucriniana le stampe successive. Questo dimostra che aveva ragione Enrico Garavelli, già nel 1995, a dichiarare la perfetta inutilità
dell’impronta per stabilire la diversità/identità di un’edizione rispetto ad altre.17
17 GARAVELLI 1995, pp. 555-591;
pp.195-239: 205, n. 40.
GARAVELLI
1996, pp. 625-636;
GARAVELLI
2002,
46
Figura 5: Le edizioni Pagan e Dorico e la sostanziale identità di disposizione del testo nella
pagina (cc. Aiir-Aiiv)
47
In una copia riga per riga, a prescindere dallo specchio di stampa, ciò può succedere con una certa frequenza e le variazioni minime esistenti tra le edizioni prima elencate, in particolare tra le tre
principes e le successive, dimostra che non è poi così difficile mantenere l’impianto originario. Se, dunque, rilevare impronte simili non
necessariamente significa identificare una stessa impressione, lo
stesso possiamo dire per casi come questo in cui la differenza di
impronta non necessariamente certifica la separatezza e individualità (Figura 5).
L’utilizzo di simile procedura non necessariamente deve rimandare a un tentativo di plagio: il rispetto dell’antigrafo, infatti, segnala solo il tentativo di abbattimento dei costi evitando un nuovo
computo delle spese aggiuntive (carta, caratteri, rilegatura) e nel
contempo garantisce il controllo continuo del prodotto tipografico
(laddove però parliamo di edizioni di pregio e non è il caso delle
nostre Antichità).
Individuato il numero di righe per pagina, per il tipografo è facile procedere alla copia del modello tenendo d’occhio solo la punteggiatura e i richiami di fine pagina, necessari ora, non più al lettore, ma allo stampatore ed è comprensibile ora il perché delle ripetizioni di Tabella 2 e Tabella 3 e del passaggio degli errori di stampa
da un’edizione all’altra: la copia linea per linea ha determinato il
controllo ossessivo di tutto l’apparato utilizzato, senza forzature (se
non in sporadici casi) e variazioni che avrebbero potuto compromettere l’equilibrio numerico delle sillabe e delle parole impiegate
nel singolo rigo di testo.
La mancanza dell’ultima carta e la caduta delle cc. 25r-25v, provata la prassi compositiva line by line operata da Lucrino, conferma
l’intervento di sostituzione paganiano nella seconda impressione
della propria edizione e dimostra anche quale tipo di intervento, in
termini di cancellans sia stato operato.
Il «quartino» manzoniano,18 ovvero il cancellans riferito al formato
in 8° (corrispondente a ¼ del foglio di stampa), dà infatti indica18
HARRIS Bruno, p. 569.
48
zioni su come siano cadute le cc. assenti in P1. Prima di sostituire la
carta bianca 31r-v con la nuova stampa, il tipografo ha dovuto ristampare non solo la carta 31r, ma anche il suo corrispettivo c. 26rv (fasc. E8, c. Eiir-Eiiv) altrimenti non avrebbe potuto poi aggiungere il nuovo fascicolo ai vecchi (Figura 6).
29r
28v
27r
30v
32v
(bianca)
25r
26 v
31r
cancellans
32r
(bianca)
25v
26r
31v
(bianca)
29v
28r
27v
30r
Figura 6: Il prospetto di stampa e il cancellans nel fascicolo E8 (con doppia barratura si
indicano le cc. E8r-v eliminate dal rilegatore)
Le carte mancanti, quindi, sono anche quelle più vicine alle due
soggette a ristampa ed è perciò molto probabile che il rilegatore nel
sostituire i folia cancellantia, tagliando la carta 32r-v bianca infine abbia anche inavvertitamente causato la caduta delle due pagine.
La sostituzione dei fogli evidenzia anche l’impossibilità per il tipografo di ricomporre della forma originale, non più disponibile
perché forse sono passati troppi giorni (se non settimane o mesi)
dalla prima emissione di P1 e dimostra anche che l’editore veneziano vuole integrare il testo a seguito dei ripensamenti dell’autore
(forse a causa di una variazione di tiratura dopo la stampa dei primi
fogli) eliminando la versione precedente che, in effetti, viene completamente soppiantata da P2.
Tutto ciò ebbedisce in pieno a due dei tre criteri paventati da
49
Bruno, pp. 572-573 quando afferma che l’intervento ad cancellanda sia riconducibile a un tentativo di correzione del contenuto
e contemporaneamente al miglioramento dello stesso. Pertanto, si
profila un doppia condizione: integrazione, perché comunque
s’integra un testo con una sezione non presente in precedenza, ma
anche sostituzione perché (praticamente) si elimina, “rinfescandola” la vecchia versione. Tali interventi avvengono di necessità sui
fascicoli già stampati giacenti in magazzino e perciò è molto probabile che quelli “corrotti” siano stati poi riutilizzati in qualche modo,
ma non ripristinati come tiratura.
Che il procedimento adottato per la stampa sia consistito in un
procedimento linea per linea è dimostrato anche, come già accennato in precedenza, dalla ripetizione di un numero consistente di
parole presenti in P1-2 e riprodotte senza variazioni o correzioni in
L, le cui pagine interne risultano essere composte più o meno nella
stessa maniera coincidendo in più punti non solo gli incipit e gli explicit di ogni pagina, quanto anche i richiami in basso per la pagina
successiva. Solo in due carte è possibile riscontrare il salto di riga
rispetto all’edizione veneziana e solo nel caso della presenza
dell’ultimo paragrafo si può parlare di differenze sostanziali, che invece cominciano ad essere tali nelle edizioni posteriori a partire da
A che pure deriva da L.
Gli errori e la procedura di stampa permettono di ricostruire lo
stemma derivativo delle edizioni dimostrando che tutte hanno origine in P1-2 e che però solo da L si dipanano poi le diverse edizioni
declinate secondo i diversi generi (Cose meravigliose, Descritione e Antichità di Roma pseudo palladiane nelle edizioni A e successive fino al
1573; Tabella 5).
HARRIS
50
Tabella 5: albero derivativo delle edizioni di Antichità di Roma e successive edizioni
F5
P1
P2
P4
L
D
A1
A2
V
A3
CM1
CM2
CM3
La questione prevede anche ulteriori sviluppi tipofilologici e filologici post 1562, che però esulano dal progetto originario di edizione
critica perché le differenze di edizione, impressura e stato delle edizioni, in particolare seicentesche, offrono ulteriori spunti di studio
sull’argomento delle descrizioni di Roma e sul loro valore artistico,
librario e letterario e storico-artistico insieme.
1.2
L’inserimento del cancellans
Il capitoletto finale, pur presente nella Tabula posta ad inizio volume, non è riprodotto in P1, mentre è aggiunto alla seconda impressione, segno che quest’ultima è stata assemblata, non solo per
l’innegabile successo editoriale ottenuto, ma anche perché mancan-
51
te di una vera conclusione che dimostrasse l’avvenuto cambio
d’indirizzo storico e politico (dalla Roma repubblicana e imperiale
alla Roma papale) e certificasse la nuova città rinascimentale, sorta
sulle ceneri di quella medioevale e segno inconfondibile della magnificenza papale.
La dedica finale al papa regnante giustifica la giunta, certifica la
grandezza papale super par(t)es e consegna alla nuova aristocrazia
cardinalizia una patente culturale che li trasforma da chierici in
principi munificenti. Il problema, in effetti, sembra essere proprio
una questione di visibilità letteraria dei nuovi governanti, eredi della
grandezza antica e padri della Rinascenza: il testo del penultimo capitolo, infatti, pur chiuso da una coda agreste e idilliaca che descrive i
luoghi aprichi fuori di Roma, in questo senso non è compiuto poiché lascia la Descriptio Urbis nell’orbita antica senza trasformarne
l’imago in magnificentia e questo anche perché preceduto dalla Recapitulatione de le antiquità, sezione pienamente conclusiva e poggiante
solo sull’aurea aetas augustea.
Recapitulatione de le antiquità. Fu consuetudine de gli antichi Romani invitare i
forastieri amichevolmente per le lor case aciò che sicuramente badassero a vedere celebrare le feste, et così andassero contemplando la Città et per tal causa
fecero molti tempii, et bellissime abbitatione dondi Otto Augusto si glorio che
avea havuta la Cittá de mattoni et che la lasciava tutta de marmo, Se ingegno di
provedere ai bisogni di Roma, che ordinò i Prefetti de la guardia, et i guardiani
de le strade, il quale officio prima era ministrato da tre uomini, et gli pose indiversi luoghi de la Città si per l’arsione del fuoco si ancora per farla lastricare, et
mantenerla netta ogni tanti di. Et quanto a laltezza de gli edificii ordinò che
nessuno vicino a le publiche case potessi alzarsi più che setanta piedi ne
l’edificare[.] Rifece molti tempii, aiutò li ponti, che cascavano. Riparò a la inondatione del Tevere con grandissimi marmi, estendendo ancora le strade con bellissima drittura. Lassò la Città divisa in .14. Rioni contiene in se sette monti ove
fu edificata, altre tanta pianura ho vero campi .20. Porte, doi Campidoglii, tre
Teatri, doi Anffiteatri, tre Senatuli, duoi Colossi grandi, due Colonne a chiocciola grande, statue, i busti, tavole senza numero con altre cose che sono sparse
nel libro, ch’io lascio per brevità (P2, cc. 30r-30v).
Riordinando i titoli degli ultimi cinque capitoli delle Antichità la
52
difficoltà a considerarne la continuità così come stampata, in effetti,
emerge immediatamente (Tabella 6).
Tabella 6: struttura degli ultimi quattro capitoli di L
titolo
argomento
Del palazzo papale Belvedere, Cappella Sistina
e del Belvedere
Del Trastevere
Edifici e topografia di Trastevere
Recapitulatione de le Consuetudini verso i foreantichità
stieri; ricchezze e monumenti di Roma alla morte
di Augusto
De templi de gli an- Templi lontani da Roma;
tichi fuori di Roma
villa Adriana; orti e campagna di Roma
Quante volte è stata Assedi di Roma; giustificapresa Roma
zione del potere papale
scopo
Roma moderna e magnificenza papale
Trasformazioni latine e
ammodernamenti papali
Magnanimità dei latini e
grandezza imperiale
Ricchezza e otia
Riscatto dalla barbarie e
salvacio urbis
La narrazione si muove disordinatamente dal Vaticano moderno
alle descrizioni antiche, non esce dal triangolo formato da s. Pietro,
Trastevere e s. Rocco, tralascia qualche monumento (come è il caso
di Castel s. Angelo quasi solo citato) e rimane continuamente oscillante tra l’epoca moderna e l’antichità repubblicana e imperiale. La
stessa periegesi procede verso la sua naturale conclusione seguendo
i Regionari nella Regio XIV provenendo dal Vaticano, ultima delle Regiones augustee descritte da Sesto Rufo (mentre il Vaticano, nella descrizione datane da VICENTINI 1527 diventa Regio XV, Figura 7); lo
stesso percorso narrativo, quindi, è compiuto, tant’è vero che il capitoletto successivo s’intitola Recapitulatione e costituisce in effetti la
ricapitolazione dei monumenti antichi presenti a Roma alla morte
di Augusto (Chiamato Otto per un errore di lettura della formula
abbreviativa Ott.o).
53
Figura 7: I Regionari secondo VICENTINI 1527
A questo punto, in maniera alquanto repentina, il filo del discorso antiquario ritorna alle origini della propria vocazione turistica elencando i templi e gli edifici fuori di Roma, intesi letteralmente però
come extra portas visto che non si allontana di molto dal perimetro
murario aureliano e soprattutto, ignorando qualunque edificio esistente fuori porta a nord di Roma, procede solo verso tre direttrici:
l’Appia, l’Aniene e Ostia cioè in direzione sud, ovest ed est. Proseguendo, l’anelito descrittivo delle amenità romane procede ancora
verso sud e verso gli Aurunci patria di Tarcagnota.
Il capitolo sui templi fuori di Roma, quindi, interviene per chiudere la discussione cercando di trasmettere al lettore un senso di otium che era parte anch’esso della cultura latina e che si esprime at-
54
traverso la descrizione dei luoghi tipici della villeggiatura imperiale,
ovvero Tusculano e Formia (Hormiae), sede non solo dei ben noti
possedimenti mamurriani, ma anche della villa di Cicerone, della
villa di Faustina a Gaeta e dalla villa di Tiberio a Sperlonga (tutti loca latinitatis ben conosciuti da Tarcagnota). Il clima aureo della descrizione, insomma, invece di procedere verso una conclusione appropriata, sembra rimettersi nella scia dell’inizio.
Oltretutto, un discrimine da non sottovalutare ai fini della attribuzione delle presenti Antichità, è il fatto che il vero Palladio, nelle
proprie antichità (gli ultimi due libri del suo trattato d’architettura),
affronta il discorso dei tempi fuori di Roma, ma non fuori della cinta muraria come le tre P1-2 e L, bensì fuori del Lazio: a Verona, Napoli, Pola.
È allora necessario, almeno agli occhi dell’autore, aggiungere una
coda accettabile che riequilibri la storia antica di Roma in senso
moderno. La Renovatio imperii insomma (e anche i privilegi di stampa che, ricordiamolo, sono indicati in colophon, ma non nel testo),
deve certamente protendere verso «la gloria et maestà Romana», ma
fondandosi necessariamente sulla «più ferma pietra cio è, Christo,
et è capo de la Religione, et sedia del suo Vicario sopra la quale meritamente siede Giulio Terzo onore, et gloria del nome Pontificio».
Il riferimento pontificio, dunque, trasporta la storia romana nelle
nuova Roma e papa Giulio nell’aurea aetas dei primi imperatori.
L’Otium latino diventa l’Otium literarum, la cerimonia del fallo durante le cerimonie venusiane riduce il suo potenziale pagano e passa
in secondo piano rispetto alla nuova conclusione (peraltro necessaria sia per necessità controriformistica che per omaggio diretto alla
santità papale) e persino errori vistosissimi come il lapsus mentis per
Porta Capena, erroneamente definita Capuana (il che dimostra da
solo che il testo non può essere stato scritto dal vero Andrea Palladio, ma da qualcuno che praticava Napoli e la zona di Porta Capuana quotidianamente, perno della città angioina sventrata dai vicerè e descritta in TARCAGNOTA 1566), non trovano collocazione
di fronte alla breve nota su quante volte la città è stata assediata.
55
La gloria e maestà romana, insomma, ridiventa un fattore descrittivo esclusivamente storico e storico-diacronico, scandito dalle
date (su cui nessuno può sindacare) e rafforzato dalla figura del papa regnante. Anche per questo, gli editori successivi si vedono costretti ad aggiornare il testo finale sostituendo di volta in volta il
nome del papa: ogni nuova elezione, infatti, è il segno del rafforzamento della Renovatio e della Restauratio e l’imperium stesso, sostituite le claves s. Petrii al laticlavium avalla la nuova dimensione politica, urbana e sociale della città rinascimentale rispetto al passato.
L’opera, dunque, è compiuta già nel penultimo capitolo; lì finisce
e solo in quel punto vanno ricercate le ragioni della successiva giunta che peraltro, riteniamo essere anche di mano diversa, visto il
cambio di stile discorsivo e il tono da un lato esageratamente
schematico della dichiarazione dei dati (elencati in maniera molto
scarna) e dall’altro quasi evocativo di una punizione divina per il
passato paganesimo («Et à questo modo Roma domatrice del mondo, fu predata, et schernita da’ Barbari») e la cui unica salvezza è solo la Salvacio Christi che passa ancora un volta per il suo rappresentante in terra, ovvero Giulio III.
La mancanza dell’ultimo capitoletto però, potrebbe anche essere
la prova che il testo era pronto per la stampa quattro anni prima
della sua edizione, all’indomani della morte di Paolo III e l’elezione
di Giulio III. La morte nel novembre del 1549 del papa Farnese potrebbe, infatti, aver costretto l’editore a togliere l’ultimo fascicolo
con il riferimento al papa defunto preparando la stampa di P1 senza
la c. E8 stampata. Solo dopo il febbraio del 1550, invece, completo
del testo mancante, a sua volta corredato degli opportuni riferimenti al papa appena eletto è stata approntata l’edizione P2.
Per vicissitudini che non conosciamo però, nemmeno questa edizione vede la luce e solo nel 1554 (ancora un po’ e sarebbe
scomparso anche Giulio III), già pronto, incipiente il Giubileo, Pagan lo pubblica e Lucrino se ne impossessa di lì a poco. Se tale ipotesi fosse vera, il lavoro sarebbe stato assemblato in tipografia tra
novembre 1549 e febbraio 1550 nelle due versioni iniziali; ciò con-
56
serva intatte le ipotesi di stesura arretrate rispetto alla data di edizione, mette d’accordo le proposte avanzate da Lionello Puppi e
Francesco Paolo Fiore (sia pure addossandone la scrittura al vero
Palladio) in merito alla composizione precedente il 1550 e favorisce
le nostre ipotesi sulla paternità tarcagnotana poiché mantengono
intatte le premesse da noi finora avanzate.
Tornando all’analisi delle edizioni in questione, dobbiamo anche
rilevare che P2 ed L non sono soggette a varianti tra loro e solo dalle successive edizioni si rilevano interventi testuali di un certo peso
che si standardizzano a partire da A che perciò si pone come punto
di riferimento necessario per la ricostruzione delle interpolazioni,
delle varianti e dei tagli operati dai diversi tipografi dato che non
sembrano rilevarsi, almeno ad un’analisi tipofilogica anche sommaria, segni di un pur minimo intervento redazionale a cascata e neanche, come già rilevato, di correzione di bozze. Anzi, da questo punto di vista è necessario segnalare gli interventi operati da diversi editori sulle date iniziali della fondazione di Roma, ora ricavate non
più dal testo originale delle Antichità pseudo palladiane, ma da altre
fonti per ora non identificate e l’aggiunta del Trattato sui fuochi de gli
antichi sempre attribuito a Palladio, ma presente come defintivo allegato alle Antichità di Roma solo dall’edizione stampata da Dorico
nel 1558.
È evidente che tal interventi sono stati compiuti in tipografia
poiché, ad esempio nel caso degli interventi correttivi operati sulle
date iniziali, non si registrano varianti consistenti anche nel testo,
ma solo nei numeri, quasi che si fossero riempiti degli spazi vuoti
all’interno dei periodi interessati. L’impianto discorsivo circostante,
infatti, non cambia, né subisce variazioni la disposizione della pagina e del rigo; è verosimile perciò che le date siano state sostituite al
momento di procedere con la stampa lasciando il testo immutato e
che ciò sia stato possibile farlo solo grazie a una procedura di
stampa riga per riga.
Per la datazione del testo, invece, la presenza di alcune indicazioni topografiche e la citazione di diversi manufatti, potendosi rin-
57
tracciare anche nelle Antichità di Roma di Lucio Mauro e nelle Statue
antiche di Ulisse Aldovrandi (stampati insieme dal bresciano Ziletti
nel 1556),19 permette di collocarne la scrittura al massimo entro il
1550.
I riferimenti testuali, infatti, proprio perché possono essere rintracciati anche nelle due opere prima citate, ci permettono di dare
un termine post quem, date le affermazioni dello stesso Aldovrandi
che non solo dichiara di aver scritto Delle statue antiche dopo lunghe
discussioni avute con Lucio Mauro durante il conclave per
l’elezione del nuovo papa, ma anche che nel maggio 1550 avrebbe
consegnato il libretto al Ziletti con preghiera di non pubblicarlo.20
Se SA risale, dunque, a questo lasso di tempo e lo stesso vale per M
(che in questo caso fa da tramite per ogni riferimento alle altre Antichità di Lucio Fauno dello stesso periodo), allora anche P1-2 (che
riportano diversi punti di contatto con quest’ultima opera) come
quelle fauniche è stata composta nello stesso periodo e sempre
all’interno di quei circoli antiquari cui afferiscono Marcello Cervini
futuro papa Marcello II (il cui segretario è Onofrio Panvinio e al
quale afferiscono Bartolomeo Carli Piccolomini, Aonio Paleario,
Antonio Cataneo e soprattutto Claudio Tolomei il cui Cesano proprio da Cervini è ricopiato nel Magl. II XI 2),21 Ranuccio Farnese
(che avrà come segretario Annibal Caro fino al 1566 e presso cui lo
19
Sull’identità tra Lucio Fauno e Lucio Mauro, nonché per uno studio ampio e oggettivo sulla comparazione tra le Antichità di Mauro e le Statue antiche di Aldovrandi, rimandiamo a TALLINI 2104a, mentre, per le analisi relative alle edizioni a stampa maurine, si veda a BOGNOLO 2012.
20 UBo 21, c. 428v, lettera di Ulisse Aldovrandi al fratello Teseo, datata 1 febbraio
1576 e soprattutto UBo, Aula IV, Q II 30, cit. in HURLICHS 1891, p. 251 cui val merito di
aver segnalato per primo la seguente frase aldovrandiana: «[…] totum perlegi et extraxi
multa, Ulisses Aldovrandus auctor huius libri quem scripsi anno Iubilei in principio
dum essem Rome 1550 in coronatione Iuli III» ovvero il 7 febbraio 1550. Sulla questione si veda anche CARRARA 1998, p. 42 con esauriente bibliografia.
21 Per le questioni inerenti il Cesano di Tolomei, ovvero la copia di Bartolomeo Carli
Piccolomini e quella di mano cerviniana, cfr. CASTELLANI POLLIDORI 2004, pp. 117132. La copia cerviniana è fondamentale perché attraverso Onofrio Panvinio, i contenuti in essa espressi, sono sicuramente giunti all’intero gruppo di antiquari orbitante intorno al Farnese e al del Monte.
58
stesso Panvinio si trasferirà dopo la morte di Cervini), Antonio
Agustin (il cui fidato ricercatore di “anticaglie” è Jean Matal, ovvero
Giovanni Metello, in corrispondenza continua con Panvinio e Ligorio), lo stesso cardinale di Carpi (il cui segretario è Marino Smezio catalogatore di iscrizioni antiche) e Bernardo Egio raccoglitore
dell’omonima Ægia Libraria in cui erano raccolti gli scritti di Crescenzio (meglio conosciuto come Bibliotecario Lateranense), Terenzio Scauro, Giulio Polluce, Servio, Festo, Stefano di Bisanzio,
Isidoro di Siviglia, Suidas e soprattutto Dionigi Alicarnasseo i cui
passi sul Circo Massimo dallo stesso Bernardo Egio sono riprodotti
in volgare direttamente dal testo greco proprio per essere messo a
disposizione di Ligorio.22
A seguire, probabilmente in brevissimo tempo, Lucrino, producendo la seconda impressione di Pagan, introduce la terza riproduzione che ripete il testo originale in (quasi) tutto riaffermandone la
paternità palladiana in base alle sole precendenti edizioni.
22 OCCHIPINTI 2007b, p. LXXXVI. Ligorio ha bisogno di Bernardo Egio e Ottavio
Pantegato perché non conosce il latino; le testimonianze di questa carenza sono molteplici e la questione non è solo testimoniata dalle lettere di Antonio Agustin, quanto da
un disegno ligoriano oggi conservato alla Staatsliche Museen di Berlino e raffigurante il
Battistero di s. Giovanni in Laterano in cui, quasi in primo piano, sul tamburo che regge la
cupola, all’interno del complesso dei fregi e dei decori che compongono il disegno,
compare la scritta «BATTISTER CON<S>RANTIN» che da sola basta a dimostrare
l’ignoranza linguistica del napoletano. Bernardo Egio, invece, è l’ennesimo tassello che
congiunge il circolo farnesiano, la bottega Tramezino e Giovanni Tarcagnota poiché
anche lui è attivo in quella bottega nello stesso periodo del Gaetano e con gli stessi interessi antiquari e perciò è possibile ritenere non solo che anch’egli fosse al corrente degli
pseudonimi, ma che anche Tarcagnota abbia anche potuto accedere alla sua Libraria e
soprattutto ai manoscritti panviniani e al codice del Liber Pontificalis, testo decisivo per
ogni studio analitico della Roma ecclesiastica all’epoca conservato proprio in casa Farnese. Ziletti e Aldovrandi ruotano all’interno di tali circoli in compagnia di Lucio Mauro/Lucio Fauno partecipando a un processo di ricostruzione e ricerca di materiale antiquario che non ha precedenti e che sfocia in una serie di raccolte manoscritte che sono
il fondamento della loro produzione. Non a caso, mentre Smezio tra 1548 e 1551 conduce una serrata indagine sulle iscrizioni antiche, nel 1548 escono L’ Antichità di Roma di
Lucio Fauno, Ligorio accumula materiale manoscritto di tutti i tipi, Barbaro procede
con la traduzione dello stesso autore latino e Panvinio raccoglie la sua collezione di Fasti manoscritti (per i codici manoscritti di Panvinio cfr. Sillogi 1862, VAGENHEIM Lateran
pp. 273-276 e MAYER Y OLIVÈ 2010, pp. 29-65).
59
Sulla comune datazione pre 1554 convengono anche PUPPI 1988
e FIORE 2006 p. XX; particolarmente quest’ultimo, segnalando che
nulla si dice a proposito dei lavori architettonici michelangioleschi
(segnalati nelle Antichità di Roma solo in relazione al Mosé e alla
Cappella Sistina) e meno ancora si segnala la sistemazione del portone del palazzo Senatorio in Campidoglio, proprio nel 1554 montato nella sua sede naturale, ritiene (pur con molti dubbi e remore),
che l’opera non possa essere stata scritta entro la sua data di edizione, ma molto prima, implicitamente affermando che tale data
vada fissata a prima del 1546 quando, morto Antonio da Sangallo,
lo stesso Buonarroti diventa il dominus incontrastato della architettura romana.
Sul termine ante quem noi non concordiamo poiché i raffronti
con le Antichità di Roma di Lucio Fauno spostano al 1548 (data di
pubblicazione della prima versione dell’opera faunina) la posizione
del punto di partenza fissando il termine post quem ancora a quel
1550 (o al massimo 1552 quando Tramezino pubblica l’edizione rivista delle Antichità di Roma e il Compendio di Roma antica di Lucio
Fauno).
La preparazione del testo, dunque, giovandosi di contatti ed edizioni riferibili al periodo 1548-1552 non può che essere collocata
all’interno di quel quadriennio: che poi il riferimento maurino prima indicato ricollochi in misura più certa l’opera intorno al 1550, è
meno importante poiché non cambia i termini della questione e soprattutto è compatibile anche con le frasi ligoriane che hanno dato
il via a questa ricerca, allocabili anch’esse intorno al biennio 15481549 e quindi ancora in linea con la datazione qui proposta.
A tali riflessioni aggiungiamo due fattori secondari, ma lo stesso
importanti: il primo, il passo ligoriano che dice Tarcagnota impegnato a Venezia nella ricostruzione a tavolino delle Antiquitates più
o meno nel periodo 1548-1552 («[…] Tarcagnotta Gaetano, studiando in Venezia l’antichità di Roma […]»), il secondo che invece
sembra testimoniare la presenza dell’autore per quel periodo a Gae-
60
ta.23 Ciò significa che il gaetano, trasferitosi da Venezia a Roma sul
finire del 1548 (perché nel 1549-1550 è sicuramente a Gaeta, lo
prova l’introduzione al volgarizzamento di Galeno e l’incarico presso l’Universitas Civitatis per la correzione degli SPCCC), termina il lavoro intorno al 1549-1550 (tra la morte di Paolo III e l’elezione di
Giulio III), magari approntandolo già per la stampa; l’edizione romana, quindi, non può che essere arrivata dopo la veneziana.
Dato che la testimonianza ligoriana risale al periodo 15421549,24 è possibile ipotizzare non solo che le Antichità fossero già
pronte molto prima della data effettiva di edizione (cosa che per le
opere di Tarcagnota è del tutto normale), ma che anche la questione degli pseudonimi adottati rientrava nella normale circolazione
ermeneutica delle conoscenze che sfiora il ludus accademico e diventa motto d’impresa codificante carattere, personalità e profes23
«Illustrissimo signore mio, Vostra Signoria Illustrissima saprà, come Giovanni
Tarcagnota qui di Gaeta ha preso a scrivere una historia nella lingua nostra di tutte le
cose che fu del mondo, e la dedica, anzi la scrive a vostro signore illustrissimo per una
certa affettione particolare, che ha alle infinte virtù di lei: e ne ha già fatta una parte fino
al nascimento di Christo, la quale è già in Vinegia alla stampa. Ponendo hor mano alla
seconda parte, che è dalle cose di Christo in poi, così come del flagello, che manda il
cielo questo anno di penuria ai poveri (per ciò che è anch’egli un di coloro, ai quali è
stato molto la fortuna scarsa dei beni suoi, caricandolo all’ìncontro di molta famiglia)
che sta in pensiero di non dovere in questa seconda parte quella diligentia usare, che ha
nella prima usata; ma di dovere correrla più tosto, e restringerla come in un breve compendio, per giungerne presto al fine. Il che non sarebbe altro che stroppiare una così
bella fatica. Egli si suole spesso, Signore mio, quando si vede male riuscita una cosa, alla
quale si poteva prima rimediare, dire di colui, che poteva darci rimedio: Oh s’io l’havessi
saputo, ò perché non me ne fu detto nulla, che io havrei fatto, io havrei detto. Perché
questo non avvenga, a me che so, che questo negotio andrà nel modo che io dico, ha
paruto di fare sì che ancho vostra signoria illustrissima il sappia. Il signor conte
d’Altamira che è qui (per ciò che ragionevolmente può vostra signoria illustrissima dubitare, che questa non sia qualche opra goffa, e nata da qualche ingegno ignorante), potrebbe darle qualche notitia di questo giovane: anchor che vada a stampa la seconda
parte delle cose morali di Plutarcho, che egli, son parecchi anni, recò in questa lingua,
per vedere come si potevano le cose di philosophia dire bene con queste nostre voci. E
nostro signore perseveri in felicitate vostra signoria illustrissima nella guisa che fa, e con
le vittorie e con le prosperità che le dà di continuo. E me le raccomando umilmente. Di
Gaeta al XV di settembre 1554. Di vostra signoria illustrissima [servitore] Metello Tarcagnota» (ASFi, 434, c. 393).
24 OCCHIPINTI 2012 p. 56.
61
sionalità di chi l’ha adottata.
A questo punto è possibile fornire l’intera cronologia degli studi,
della loro preparazione e della successiva stampa. Infatti, accostando i dati qui raccolti e quelli desunti dalla cronologia della preparazione di MAURO 1556 e associando il tutto all’ormai abusata frase di
Pirro Ligorio («[…] Tarcagnotta Gaetano […] ha egli finto tre autori che scriveno delle antichità […] Lucio Fauno, dipoi Lucio Mauro, e per ultimo il Palladio, che l’uno è il maestro scioccho, l’altro il
discipulo, il terzo lo innormatore delle antichità […]»),25 è possibile
delineare una linea unitaria di sviluppo tipofilologico strutturata secondo il quadro sottostante (Tabella 7).
Tabella 7: Consequenzialità di progettazioni, pseudonimi e stampa delle Antichità di
Roma
Data
Opera
Pseudonimo
Ligorio
1542-1553
1550-1565
1554
Antichità di Roma
Antichità di Roma
Antichità di Roma
Lucio Fauno
Lucio Mauro
Palladio
Maestro scioccho
discipulo
Informatore de le antichità
La predominanza delle opere fauniche non preclude la possibilità d’intravedere il percorso di studi proposto da Tarcagnota e denunciato da Ligorio che non solo obbedisce a quella triade filosofica ficiniana di cui abbiamo già discusso (TALLINI 2013b), ma formula un continuo aggiornamento delle discussioni antiquarie, concentrando in poco più di un decennio opere che diventeranno fondamentali per la ricostruzione/descrizione della Roma repubblicana
e imperiale. Sotto l’egida generalistica delle Antichità di Roma si dispiega, infatti, un programma culturale che non si evidenzia se non
complessivamente visualizzato.
Gli stessi errori di descrizione dei monumenti antichi presenti
25
Per la cronologia dell’ideazione delle Statue antiche di Ulisse Aldovrandi, risalente al
1548-1550 e la successiva sua edizione per Ziletti, unitamente alle Antichità di Roma di
Lucio Mauro si anni più tardi, cfr. CARRARA 1998 pp. 31-33, mentre, per la frase estrapolata ancora dagli scritti ligoriani rimandiamo nuovamente a LIGORIO 14 10v.
62
nell’opera sono gli stessi che Ligorio addossa non solo a Tarcagnota e alle sue fonti, ma anche ad altri nei propri scritti. È quindi evidente che Ligorio svela nome e pseudonimi Tarcagnotani perché
conosce l’attività del suo vecchio collaboratore nella realizzazione
delle carte di Roma e perché l’opera altro non è che una ulteriore
precisazione in nuce ad argomenti che rientreranno poi nel quadro
complessivo delle Antichità di Roma fauniche. Le presenti Antichità
sono, dunque, una sorta di Compendio altro, precedente alle due opere del 1552, ma sicuramente composto intorno allo stesso periodo,
poiché i dati ivi raccolti travasano da un’opera all’altra in maniera
continua.
1.3
Mancate letture, errori interpretativi e omissioni
Il primo approccio alla lettura dell’opera rileva una ulteriore e
fondametale variante di stato riportata dalle prime edizioni e non
più presente dall’edizione Accolto del 1567. Infatti, nessuno degli
editori moderni si accorge che nelle edizioni successive manca una
frase intera che, se ben interpretata, conduce a letture completamente diverse spiegando i motivi della compilazione del libretto e
dichiarando da subito quali siano gli obiettivi letterari e antiquari.
PUPPI 1988, PUPPI 2008 e FIORE 2006 compiono un errore inspiegabile poiché leggono le Antichità nelle edizioni successive alla
lucriniana. In particolare FIORE 2006 si serve per la propria edizione critica delle Antichità secondo A, sostanzialmente uguale alle due
edizioni 1554, ma senza una frase fondamentale, che se invece fosse stata conservata, avrebbe dato il senso esatto della vera attribuzione.
ALLI LETTORI. È chiaro gia à tutto il mondo gli antichi Romani aver fatto
molte più cose nel’arme, che non ne i libri scritte; et molti sono più nobili, e
grandi edificii fabricati in Roma, per eterna memoria del lor valore, et essempio
à gli posteri, che non si veggono chiaramente oggi in piede: conciosia che le
guerre, incendii, et ruine, che per tanti anni sono stati in essa Città, habbino
guasto, arso, et sepolto buona parte di tali memorie. La qualcosa avendo io ben con-
63
siderata, et massime per essermi venuto (non so come) alle mani un certo libreto intitolato: Le
cose maravigliose di Roma, tutto pieno di strane bugie, et conoscendo quanto sia appresso ciascuno grande il desiderio d’intendere veramente l’antiquità, et altre
cose degne di cosi famosa Città, mi sono ingegnato di raccorre il presente libro,
con quanta più brevità ho potuto, da molti fidelissimi autori, antichi et moderni,
che di ciò hanno diffusamente scritto, come da Dionisio Alicarnaseo, Titto Livio, Plinio, Plutarco, Appiano Alessandrino, Valerio Massimo, Eutropio[,] dal
Biondo, dal Fulvio, dal Fauno, dal Marliani, et da molti altri. Ne mi sono contentato di questo solo, che ancho ho voluto vedere, et con le mie proprie mani
misurare minutamente il tutto. Legete dunque questa mia nuova fatica diligentemente, se volete interamente consequir quel diletto, et quella meraviglia, che si
possa conseguire maggiore nel intendere chiaramente le gran cose di una cosi
nobile, et famosa Città come è Roma. (c. Aiijr)
In breve, il libreto26 che stimola l’autore a scrivere l’opera è una
delle tante guide di Roma per pellegrini che illustra posizione e storia dei monumenti antichi, anche ricorrendo a leggende e false informazioni. Ora, questo libro di Cose meravigliose, evidentemente
scritto in volgare, rispettando gli standard contenutistici e argomentativi dell’epoca, presenta tante e tali notizie false che l’autore si
sente in dovere di presentare la propria versione in merito, non
all’architettura, alla struttura e posizione dei monumenti antichi, ma
alle Antiquità in genere; semplificando e rimanendo alle posizioni
espresse dalle polemiche del tempo tra umanisti, l’autore non ha intenzione di discutere la storia che quelle mura hanno attraversato,
ma solo la loro reale posizione, funzione e presenza antica nel contesto del riutilizzo non architettonico-strutturale, ma umanistico
(cioè prova vivente di una magnificenza antica che si deve applicare
al presente per mantenerla intatta) dei manufatti stessi.27
26
Il termine compare anche nell’introduzione al volgarizzamento a Galeno (Tramezino, 1549), laddove Tarcagnota, parlando delle cause che lo hanno spinto a comporlo,
racconta che la morte dell’amico medico Francesco Manganella e le discussioni su di
uno sconosciuto «libreto» a carattere etico scritto da Marcantonio Epicuro sarebbero
serviti da stimolo per la traduzione (c. 4r).
27 Per le fonti di Tarcagnota, compreso il Ligorio delle Paradosse, cfr. TARCAGNOTA
2013, pp. 71-101; per i raffronti tra l’antiquaria di Lucio Fauno, le ripetizioni di qeusta
proposte dal suo alter ego Lucio Mauro e la topografia della città cinquecentesca impiegata da Ulisse Aldovrandi per il proprio Delle Statue antiche, cfr. invece TALLINI 2014a.
64
La frase mancante, dunque, non è stata espunta a caso, ma con
cognizione di causa poiché essa sola rileva il vero obiettivo dello
scrittore.
La qual cosa avendo io ben considerata, et massime per essermi venuto (non
so come) alle mani un certo libreto intitolato: Le cose maravigliose di Roma,
tutto pieno di strane bugie, et conoscendo quanto sia appresso ciascuno grande
il desiderio d’intendere veramente l’antiquità
Continuando nella lettura della nota Alli lettori, altri punti sembrano far propendere più per Tarcagnota che per Palladio e riguardano l’analisi delle fonti utilizzate.
[…] mi sono ingegnato di raccorre il presente libro, con quanta più brevità
ho potuto, da molti fidelissimi autori, antichi et moderni, che di ciò hanno diffusamente scritto, come da Dionisio Alicarnaseo, Titto Livio, Plinio, Plutarco,
Appiano Alessandrino, Valerio Massimo, Eutropio[,] dal Biondo, dal Fulvio, dal
Fauno, dal Marliani, et da molti altri
Gli autori utilizzati dallo pseudo Palladio sono in gran parte opere volgarizzate nella bottega trameziniana e nel caso di Biondo, Eutropio e Plutarco parliamo di volgarizzamenti effettuati proprio da
Tarcagnota.28 Ancora, sono presenti Fauno stesso (ed è inutile dire
che i dati descritti da Fauno ritornano nel libretto), Appiano e soprattutto Dionigi Alicarnasseo e le sue Antichità romane e le Antiquitates urbis di Andrea Fulvio che rimanda la questione al suo primo
farsi e cioè alla Lettera di Raffaello e Castiglione a Leone X sulle antichità cui sembrano risalire anche alcuni dei passi pseudo palladiani.29
Continuità diretta s’instaura per questi motivi con la Lettera a Leone X di Castiglione e Raffaello e con le misurazioni dei monumen28
FAUNO 1542c, FAUNO 1544b; TARCAGNOTA 1548b.
Per la lettera di Castiglione e Raffaello a papa Leone si veda DI TEODORO 1994.
Per Andrea Fulvio («[…] col quale siamo iti di questi dì ciercando le belle anticalie […]»
scrive Raffaello nella lettera a Fabio Calvo da Roma del 15 agosto 1514 (per la quale si
rimanda a GENTILE DI GIUSEPPE 1933, pp. 30-31 si veda WEISS 1959, pp. 1-25. Per
Dionigi Alicarnasseo, invece, cfr. Antichità 2010.
29
65
ti che pseudo Palladio afferma di aver compiuto personalmente e
che invece, altro non sono che citazioni incontrollate estrapolate da
autori antichi e moderni senza nessun criterio, con ciò rimanendo
pienamente in linea con i contenuti di quegli stessi volumetti e folia
circolanti a Roma che dice di voler smentire.
Ne mi sono contentato di questo solo, che ancho ho voluto vedere, et con le
mie proprie mani misurare minutamente il tutto. Legete dunque questa mia
nuova fatica diligentemente
In ultimo, ma solo per argomentazione e non per ordine di importanza delle affermazioni, il «consequir quel diletto, et quella meraviglia» risponde alle proposte estetiche impiegate nella Favola
d’Adone da Giovanni Tarcagnota; in esse, i dipinti di Tiziano, le tematiche ovidiane della Metamorfosi da cui è tratto il mito, le scelte di
volgarizzazione sul tema operate da Ludovico Dolce e le collaborazioni tra letterati e musicisti attive in casa Venier si fondono in un
discorso letterario e iconologico regolato dalle nozioni di diletto e
meraviglia.30
Il confronto serrato con F1 e F3 (edizione rivista e corretta in diversi punti) evidenzia commistioni lessicali e argomentative che,
pur volendo continuare a considerare il testo opera di Palladio,
vanno oltre il plagio dato che la rassomiglianza delle considerazioni
ivi inserite sono praticamente uguali in entrambi i lavori. Questo fa
configurare P1-2 come una sorta di Compendio altro di F3 e precedente il più schematico Compendio di Roma antica.
Tabella 8: occorrenze da Fauno, Marliani e Fulvio in P1-2 e L (in %)
F3
33
Marliani
10,00
C
25
21
79
Fulvio
Altre fonti
Totale altri
totali
6,00
5,00
21,00
100,00
RR
Totale Fauno
30
TALLINI 2012, 15-30.
66
Il quadro dei confronti e delle citazioni estrapolate da P1-2, L e F3
evidenzia un 79% di citazioni tratte solo dalle Antiquità di Fauno e
dai volgarizzamenti operati su Biondo, mwntre solo il 16% è estratto da Marliani e Fulvio mentre quasi niente rimane per Livio, Plinio
e Pittore (Tabella 8 e grafico I).
35
30
25
20
15
10
5
0
F3
C
RR
MARLIANI FULVIO
1527
ALTRE
FONTI
grafico I: Occorrenze da Fauno, Marliani e Fulvio in P1-2 e L (in %)
Stile e impostazione argomentativa vitruviana sono poi ulteriori
aspetti uniformanti che dimostrano come l’autore delle Antichità di
Roma sia solo un letterato ben informato che sa come agire sulla
base di fonti comuni a più autori, le quali oltretutto, al di là della loro veridicità, sono comunque considerate da tutti come valide e
certe.
Biondo, Marliani e Flavio, infatti, sono i modelli da cui
s’enucleano una serie d’informazioni riproposte acriticamente e
senza alcun controllo (motivi che Ligorio, che pure non aveva
scrupoli in tal senso, comunque denuncia). In particolare il primo
sembra emergere come autentico e irrinunciabile modello e come
indiscutibile fonte: modello perché la convinzione di una lingua
67
«commune» che si fa storica dotandosi di valori esclusivi della narrazione storica e non della poesia (sia pure applicati al latino) e fonte perché proprio nella stesura di P1-2 similitudini, frasi, elaborazione
ed espressione dei contenuti sono simili per costrutto e assonanza
linguistica.
Un altro problema, non secondario e da tenere presente per
l’analisi delle fonti a stampa è la diretta derivazione del testo non
solo da F1 e successive ristampe, ma anche dall’unica resa veneziana
in volgare delle Antichità di Roma e cioè FONTANETO 1541, 1542,
1544 che quindi è il fantomatico libreto che spinge pseudo Palladio a
scrivere la propria versione (Tabella 9).
Tabella 9: edizioni in latino e volgare di Cose meravigliose fino al 1544
Mazzocchi
Silber
Blado
Blado per Mazzocchi
Dorico
Fontaneto
Roma
Roma
Roma
Roma
Roma
Venezia
1510
1510-1527
1516, 1524, 1550, 1560
1517-1521
1535, 1537, 1538, 1548
1541, 1542, 1544
latino
latino
latino
latino
latino
volgare
Tali edizioni sono le uniche in volgare,31 mentre tutte le altre
contemporanee alla questione sono in latino e per di più esse sono
le uniche stampate a Venezia, reale campo d’azione di tutti i partecipanti alla querelle. Questo giustifica il «nuovamente poste in luce»
che Pagan e Lucrino appongono alle proprie edizioni, teso a giustificare una nuova pubblicazione in volgare e non certo la riedizione
di un testo precedente dagli stessi contenuti (grafico II).
31
SCHLOSSER 1956, p.
600.
68
6
4
3
2
1
BLADO
MAZZOCCHI
SILBER
DORICO
FONTANETO
grafico II: Edizioni di Cose meravigliose de l’alma citta di Roma fra latino e volgare
1541 corrisponde al periodo veneziano di Tarcagnota e dimostra che le Antichità in oggetto sono frutto di una polemica mai sopita, nata probabilmente a Roma nella bottega trameziniana e trasferitasi in laguna al momento di realizzare la mappa di
Roma antica.32
Tarcagnota/Palladio, quindi, scrive in opposizione all’ignoto autore di FONTANETO 1541 preparando il testo edito da Pagan almeno un decennio prima della stampa e tenendo d’occhio i propri
volgarizzamenti di Biondo e altri autori necessari alla ricostruzione
storica. Così si spiega anche il riferimento all’ultima fatica presente
FONTANETO
32 Questo potrebbe aver spostato addirittura il progetto di realizzazione della carte
antiche trameziniane proprio per il mancato accordo circa le fonti e la posizione dei
monumenti stessi. Anzi, a questo punto si potrebbe ipotizzare addirittura un arretramento cronologico del progetto editoriale delle mappe trameziniane che dovrebbe a
questo punto collocarsi intorno agli inizi del 1540 e non dieci anni più avanti. Già ZENO
1804, p. 342 aveva posto la questione delle collaborazioni ligoriano-Tarcagnotane in una
cronologia leggermente diversa rispetto alle sue fonti (SORIA 1781-1782 e TAFURI 17441770).
69
nella nota Alli lettori pseudo palladiana: non esistono, infatti, testi
letterari di Andrea Palladio precedenti QL. È evidente che chi compone le Antichità di Roma non solo scrive un testo letterario e non di
architettura (come pretende in più luoghi PUPPI 2008), ma soprattutto intende rivolgersi a un pubblico che conosce quelle argomentazioni e i testi che lui stesso ha scritto in precedenza. È, infatti, un
succedersi di citazioni quello che lo pseudo Palladio mette in piedi
nelle Antichità, progettandolo sulla falsa riga delle opere che egli ha
già scritto e nell’ottica di una pedissequa attenzione ai “testi sacri”
in quel campo: Vitruvio, Dionigi, Biondo, Alberti, Gilio, Raffaello/Castiglione, Marliani, Fulvio e naturalmente se stesso.
Con più di una certezza, dunque, l’edizione veneziana, almeno
nella sua versione iniziale (P1) è sicuramente opera di Tarcagnota e
tale rimane fino ad ACCOLTO 1567. Da questa data, infatti, gli interventi di correzione sono sostanziali poiché intervengono nel merito delle motivazioni addotte per scrivere il testo, ma non toccano
assolutamente l’impianto strutturale del volume lasciando intatte
notizie riportate, errori e lessici utilizzati.33
L’utilizzo di determinati lessici s’impone poi come modello linguistico imitabile da altri cosicché diventa più facile separare il pensiero architettonico (tecnico) dalla fase antiquaria (storica e letteraria insieme). Tale processo separativo, va detto per inciso, non è
patrimonio del Tarcagnota, ma è tratto caratterizzante dell’attività
stessa dei letterati orbitanti intorno alla figura di Claudio Tolomei, il
quale, all’interno del proprio progetto di studio dell’antichità romane secondo la visione vitruviana, propone una separazione dei
compiti che è molto simile alla riflessione tarcagnotana. Infatti, Tolomei, preannunciando che l’attività dell’architetto è fatta di teoria e
pratica e che per «venire a qualche escellentia» in quel lavoro è necessario avere una formazione completa e totalmente umanistica,
33
Peraltro, il legame tra Mauro, Tarcagnota, Fauno, Fontaneto e pseudo Palladio
non era stato notato solo da Ligorio, ma anche dall’anonimo possessore valtellinese della copia di TARCAGNOTA 1552a che ha allegato, rilegandolo come un manoscritto, proprio FONTANETO 1544 (copia non censita in ICCU ed EDIT16 e da noi individuata presso la biblioteca “Visconti Venosta”, Grosio (SO), VEN A 140).
70
deve anche ammettere che, proprio perché non tutti sono in grado
di raggiungere l’eccellenza, molti si sono posti in buon ordine soltanto di studiarle.
[…] Ma non potendo costoro al presente fabricare, hano volto lo studio a
contemplar le cose antiche fabricate; onde, congiugnendo i precetti de gli scrittori con gli esempi e avvertimenti che si traggono da l’opere, si sforzaranno,
come meglio si può, volger gli occhi a l’una parte e a l’altra. De li scrittori, essendo spenti quasi tutti gli altri sprechi (sic) e latini, seguiranno Vitruvio, come
quello che quasi solo ci è rimaso, e come autore il quale (come esso dice) ha
scritto a pieno tutte le parti de l’architectura. De le opere, pigliarianno prima gli
esempii da quelle che con maraviglia d’ogniuno si veggono in Roma; né mancaranno di avvertire alcune altre di fuore, de le quali possano aver certa e vera notizia come sian fatte, e con quai regole e con quale artifizio […].34
Gli scrittori d’antichità, dunque (e si profila qui la netta distinzione tra l’attività del vero Andrea Palladio e dello pseudo Palladio),
divideranno i propri compiti letterari in una serie di opere che faranno da corollario all’edizione filologica del trattato vitruviano, da
editarsi prima in latino e poi volgare, ma solo quando sarà portata a
compimento una vera e propria opera di recensio delle edizioni manoscritte e a stampa e aver ricostruito l’originaria lectio. Solo a questo punto Tolomei prevede una terza e ultima sezione che comporti la riedizione dei disegni vitruviani di fra’ Giocondo e questo perché l’antiquaria stessa non prevede immagini a corredo e la stessa
raccolta giocondina è solo un complemento, non un corredo necessario. La teorizzazione antiquaria, come del resto l’intera trattatistica da Alberti in poi non prevedeva immagini e non a caso le stesse Antichità composte da Lucio Fauno, Lucio Mauro, pseudo Palladio e altri non avevano immagini che compariranno solo a partire
dal 1588 con l’edizione Francini delle Cose meravigliose dell’alma città di
Roma che lo stesso editore stamperà a più riprese e con enorme
successo.35
34
TOLOMEI 1547, cc. 105v-109r, lettera da Roma ad Agostino Landi del 14 novembre 1542.
35 Cose meravigliose 1588, pp. X-XII.
71
Il progetto ricostruttivo delle antichità di Roma prevede, dunque, un’operazione filologica che faccia da preliminare alla successiva pubblicazione e sistemazione dei risultati conseguiti articolandola in ben quindici volumi di cui il quinto (oltre ai primi tre sopra
detti, infatti, preliminarmente, Tolomei aggiunge un quarto discorso comparativo/esplicativo della scrittura vitruviana) è lo studio
«[…] d’intender bene tutte le anticaglie per via d’historie; ove si vedrà ben distintamente e la Roma quadrata antica e gli altri accrescimenti […] ricercando e le porte e le vie di che si può aver notitie,
e di più i tempii, i portichi, i teatri e gli amfiteatri, le cune, le basiliche, gli archi, le terme, i circi, i ponti e ogni altra sorte di edifizio di
cui rimanga vestigio alcuno […]. Le quali cose dichiarate e distese
in opera con buon ordine, porgeranno diletto ad intederle e utili a
saperle […]».36
Il contenuto di questo volume è il compito specifico accollatosi
da Tarcagnota all’interno di una divisione dei compiti che non è più
parte della sola bottega Tramezino, ma di una cerchia di letterati
che vogliono proporre una visione diversa dell’antichità, non più
compresa come studio delle strutture del loro eventuale riuso,
quanto delle ragioni storiche che hanno determinato il loro antico
splendore.
Che, quindi, le Antichità di Roma pseudo palladiane siano opera
non architettonica e non tecnica, ma solo recensio di fonti e notizie
letterarie incastonate in un contesto storico anticato è dimostrato
dalla scansione stessa degli altri progetti enunciati da Tolomei che
prevedono in successione un volume sulle colonne («una opera de’
pili […] intieri o spezzati che sieno»), sulle sculture, sulle statue (che
giustifica ulteriormente il 1550 come data di ideazione del trattato
sulle Statue antiche di Ulisse Aldovrandi allegato alle Antichità di Roma
di Lucio Mauro e colloca lo stesso studioso bolognese all’interno
del circolo Tolomei), sui ritratti, le «modenature», i vasi, le medaglie, le iscrizioni, «li strumenti de l’agricoltura» (e ricordiamo le opere a tal carattere edite nella bottega Tramezino), le opere architet36
TOLOMEI 1547, c. 107r.
72
toniche di uso pubblico (e gl’acquedotti in particolare). Tale scansione, che avrebbe dovuto esaurirsi nel giro di un solo triennio
(prevedendo evidentemente una partecipazione di letterati molto
ampia), prevede dunque solo nell’ultima sua parte la discussione
tecnica sulle funzioni e sulla costruzione di opere architettoniche,
mentre nel resto del progetto prevale l’idea di una descriptio che medi tra quanto Vitruvio scrive e quanto effettivamente è visibile e
comprensibile delle stesse rovine.
Per questo, Tolomei non cerca tecnici, ma letterati capaci di disegnare una carta di Roma antica che restituisca (ricordiamoci il restituere usato da Fulvio e Biondo proprio in merito alla restituzione
dell’idea antica di quanto è visibile) l’antica forma e l’antica visione
secondo i canoni, tutti letterari, della magnitudo et pulchirtudo urbis.
Palladio in tutto ciò c’entra come visionario rifacitore delle linee
classiche ammirate a Roma nei suoi viaggi e come restitutore di
quelle stesse visioni, ma non certo come scrittore di cose antiche
masticate da diverse fonti e restituite senza criterio storico e narrativo. Per di più, lo stesso metodo descrittivo adottato da Tarcagnota sembra confondere maggiormente le acque rivolgendosi a una
indagine che non è solo storica, ma anche (seppure in minima parte) di dimensione prospettica del dato descritto.
Infatti, analizzando la stesura del testo e confrontandone i percorsi con il Compendio e le Antichità di Roma, si evidenziano alcune
minime conoscenze di resa pittorica, certamente dovute alla frequentazione di Ligorio, che mirano a una visione «perspectiva» dei
luoghi che allontana ancora di più Tarcagnota da Palladio e li pone
in diretta antitesi (l’uno sul campo di una visione “pittorica”
dell’immagine della città e l’altro sul versante esclusivamente costruttivo-edificatorio). In breve: chi ha scritto le Antichità pseudo
palladiane non solo è qualcuno che padroneggia le fonti richiamandole ove necessario con grande facilità e competenza, ma riesce anche a descriverle con la maestria del topografo e la visibilità di un
percorso prospettico della stessa imago urbis. Roma, infatti, è resa attraverso un percorso lineare, poggiante sui Regionari, ma nello stes-
73
so tempo tenendo d’occhio il percorso di un visitatore che guarda
la città non semplicemente dall’alto (a volo d’uccello per intenderci), ma da un punto di vista specifico che è sempre il punto di riferimento ideale per una visione a largo raggio e appunto prospettica
e spaziale.
Tale condizione non può essere palladiana perché l’autore delle
Antichità mira a tenere insieme solo le due visioni storica (narrativa)
e prospettica (descrittiva) uniche formule adatte a non perdersi nei
meandri della città antica. In più, se si seguono i percorsi narrati su
una carta di Roma antica, s’evidenzierà ancor di più la confusione
totale in cui regna la descrizione stessa che si rende visibile solo in
un intreccio inestricabile di punti che si aggroviglaino su se stessi
senza avere riferimenti certi. La visione prospettica della città serve
a rendere visibile proprio il dato storico e a renderlo più pratico
nella narrazione.
2.
NOTA LINGUISTICA
Toscanismi e usi linguistici
2.1
Nell’ambito della lingua utilizzata, le prove per un’attribuzione a
Giovanni Tarcagnota sono evidenti poiché nessun segno rimanda a
forme linguistiche di chiara derivazione settentrionale o veneta in
particolare (se non soglieva), mentre molteplici espressioni testimoniano una provenienza napoletana e aurunca con forti implicazioni
toscane, in linea con quel fiorentino argenteo che già Arrigo Castellani
aveva certificato essere la base linguistica più appropriata per i testi
letterari quattrocenteschi.37 Nel particolare, possiamo segnalare alcune situazioni che provano le nostre proposte e allontanano oltre
modo il testo dall’area linguistica veneta:
37
CASTELLANI 1980, pp. 17-35.
74
1. La lingua dello pseedo Palladio, legata com’è per fonti e interessi culturali e letterari alla produzione di Biondo, evidenzia, nella scelta dei vocaboli e dei verbi un’attinenza tutta fiorentina ricollegabile a tratti fonetici e morfologici e sintattici al fiorentino posteriore a Boccaccio (argenteo appunto) cui possono essere ricondotti
anche i napoletanismi drieto e per drieto presenti nelle Antichità e testimonianti a questo punto non solo la la provenienza territoriale
dello pseudo Palladio, ma anche la sua appartenenza ad una fase
letteraria d’impronta toscaneggiante;
2. L’uso di fusse, per quanto presente anche nella scrittura di
Claudio Tolomei, cui pure Tarcagnota/pseudo Palladio si ricollega
per contenuti e temi, è lo stesso un fiorentinismo e nel contempo
usus anche meridionale dal gaetano impiegato in diverse forme come fusse stato, fusse potuto, fusse andato, fusse nasciuto;
3. Fameglia, decisamente non fiorentino, è uso invece meridionale e napoletano in particolare. Attestato già nella prima stesura è
corretto in famiglia solo dall’edizione Accolto;
4. Diece (che Bembo registra in Dieci «che più anticamente diece
si disse» Prose, III, p. 87 nell’edizione Dionisotti), fiorentinismo sconosciuto al Boccaccio (anche se CASTELLANI 1980 p. 26 ne attesta
la presenza a Firenze entro la metà del 1300) è presente già in P1-2 e
riconfermato senza variazioni nelle successive edizioni;
5. Terracciano è segnalato ancora da CASTELLANI 1980 pp. 30-31
come uso meridionale presente nel fiorentino per l’impiego della
forma čč poi utilizzata anche da ARIOSTO Satire II, 68 («mangiar
grossi piccioni») che solo dal fiorentino può averla derivata visto che
è sconosciuta all’italiano settentrionale;
6. Havitavano, in Accolto corretto in abitavano, è napoletanismo
evidente attestato già in area Aurunca in diversi documenti del Codex Diplomaticus Cajetanus alto-medioevali.
I punti qui evidenziati sono parte delle Antichità di Roma pseudo
palladiane sin dalla prima stesura veneziana. L’inserimento del can-
75
cellans, dunque, ha interessato solo una sezione di testo senza ritoccare o cambiare altro; anche gli interventi successivi hanno riguardato solo il testo nei suoi contenuti e non nella strutturazione linguistica, segno che non era importante il modello linguistico adottato, ma solo il contenuto e questo sicuramente perché, rimanendo
nell’ambito della lingua tosca, il testo diventava maggiormente leggibile e perciò economicamente più appetibile. Al di là degli errori
di stampa e delle minime varianti testuali, infatti, gli interventi dei
tipografi successivi a Pagan e Lucrino vanno sempre verso aggiustamenti testuali e solo Giulio Accolti si distacca da tale indirizzo
probabilmente per le ragioni appena accennate: una lingua più in
linea con il canone bembista avrebbe forse permesso una maggiore
sua diffusione non solo presso i pellegrini, ma anche presso un
pubblico di livello culturale più elevato.
Il più evidente degli errori ripetuti è sicuramente quel causalmente
(per casualmente in P2, c. 18r), conservato anche in A e riferito al
grandissimo incendio che distrusse la Secretaria del Popolo Romano);38
l’inversione u/s è evidente eppure il tipografo romano non se ne
avvede ripetendo la lezione. L’errore va perciò considerato come
non facile a commettersi perché non suggerito dalla struttura del
testo ed essendo comune ad entrambi i testimoni, esso è il tramite
tra gli stessi per stabilirne il grado di parentela.39
L’uso di s e ss è attestato per esequie, essequie, mentre per i latinismi si conserva la geminazione di s in lasso ed essercito. Diversa funzione ha invece, nei casi di lissa (liscia) e soglieva (scioglieva), unici riferimenti al volgare settentrionale di area veneta, l’impiego ss in luogo
di sc.
Grosse differenze intercorrono anche per la grafia dei nomi: Bellica/Bellicha, Justiniano/Iustiniano, Susanna/Sosanna (che in verità
sembra la lectio più diffusa visto che nella sua seconda versione
38
«Appresso la statua de Marforio era la Secretaria del Populo Romano, et fu rifatta
al tempo di Honorio, et Theodosio Imperatori, che causalmente dal foco fu consumata»
(A, c. 15r).
39 BRAMBILLA AGENO 1975, p. 53.
76
compare anche nelle mappe Tramezino e in quella Bufalini) e per la
grafia del titolo, in P1 e P2 riferito come LAntichità senza apostrofo e
così riprodotto anche da Giulio Bolano degli Accolti nelle proprie
edizioni (che “ripulisce” anche in chiave bembista tutte le imperfezioni del testo), ma non da Lucrino che invece l’inserisce.
La lingua di scrittura non coincide con l’usus linguistico palladiano (legato a doppio filo ad un bembismo non manieristico) riscontrabile in QL e nei Commentari al De bello Gallico (Venezia, de Franceschi, 1575), ma con le scelte linguistiche operate da Tarcagnota in
diverse sue edizioni a stampa. Nella fattispecie è possibile rilevare
diversi toscanismi (ragunava, abbruscio, brusciare, abbrusciare, dil, ‘l, de le,
de l’, de la, del + vocale, buso, se non, se non se),40 di cui alcuni di uso
guicciardiniano come mure, rechiudino, furno, andorno, insino, duo, duoi,
uscirno, cominci orno.
Sono presenti anche toscanismi provenienti dal parlato fattosi
uso letterario volontariamente adottato,41 frutto evidentemente della lunga consuetudine soprattutto con gli scritti di Claudio Tolomei
e con la forte traditio di quella lingua nel territorio gaetano a causa
delle emigrazioni trecentesche in gran parte dal senese e dal lucchese (huomo, huomini, lungi con le sue varianti, i tipi vocalici come fusse,
sonno (qui normalizzato in più punti). In tale scia si collocano i plurali in –e (mure, milie) l’accentuata polimorfia di consiglio/conseglio, il
già citato fameglia, verbi come lasso (lassò per lasciò) che permettono
d’inserire il testo in quel «temperato [stile, N.d’a.] che disse Cicerone, col quale si scrivano le filosofie e le istorie» per citare il Trattato
del perfetto cancelliere (1529) di Bartolomeo Carli Piccolomini.42
Inflessioni linguistiche derivate dal romanesco (camiso, doi) indicano la permanenza dell’autore delle Antichità a Roma, mentre il
contesto in cui soprattutto camiso è inserito è estrapolato dalla Roma
Trionfante e dalle Decadi di Biondo cui devono essere fatte risalire le
40
TROVATO 1994, p. 57.
Ivi, pp. 44-115.
42 Sulla questione linguistica e la funzione del senese svolta dal Piccolomini, cfr.
BELLADONNA 1985, pp. 154-197.
41
77
descrizioni dei premi e delle magistrature descritte nell’opera stessa.
Di converso, formule linguistiche ed espressive proprie del napoletano e soprattutto del gaetano cinquecenteschi (pe’ drieto, per dentro,
bevere, appicciato, alli tre, millia, sallite, allate, scalli, fussero, fusse, spaciosi
ma solo in L che corregge P1-2 che invece riporta spatiosi) ne certificano ancora la provenienza.43
Altre caratteristiche tipiche della scrittura di Tarcagnota qui presenti sono la doppia ll (allate, sallite, millie, millia), quasi sicuramente
derivate dal contesto linguistico d’origine poiché diversi luoghi di
CAS (prevalentemente gli atti scritti tra 1135 e 1138, ma con significative punte anche nel secolo successivo) si riportano lemmi come
penicullum (poeniculum), sallite, corporallem, generalliter, Pissis (Pisis, di Pisa), carrigari (carigari, ovvero caricare) e il verbo diriczare, utilizzato
43 Alla luce di alcuni nostri sondaggi precendenti, anche a prescindere dalle differenze già rilevate da Dante in dVE I, IX, possiamo affermare che le due lingue (perché di
questo si discute), all’epoca di Tarcagnota siano in una fase in cui non ancora completata era l’influenza linguistica spagnola che ha praticamente cancellato inflessioni e diversificazioni lessicali e grammaticali presenti nelle due lingue rendendole complementari
in più di un caso. In origine, invece, e almeno fino al primo trentennio del Cinquecento
a Gaeta resistevano forme del parlato completamente diverse dal napoletano per pronuncia e derivazione dal latino, senza contare anche lemmi autoctoni non riscontrabili
nel napoletano stesso e rintracciabili solo nella scrittura tarcagnotana. È il caso di fortellezza, qui non indicato, ma identificativo, per gli usi linguistici e filologici che
c’interessano, in C, in TARCAGNOTA 1562 e in TARCAGNOTA 1566, cc. 121r-122v. La
voce, proveniente da CAJ 364 (1196), è attestata in un atto dei primi del Cinquecento
riguardante il sito fortificato di Campodimele, poco distante da Gaeta luogo d’origine
del Tarcagnota («[…] Terra murata con circa dodici torrioni all'antica di figura quasi circolare, [...] in dicta terra non è altra fortellezza se no che tutto lo corpo de la terra se
chiama lo castello de Campodimele») il quale era considerato così ben fortificato che
«per la defensione de quillo» erano ritenute sufficienti «ciarabactane doy de ferro in potere del mastromaxaro») e sembra definirsi come voce unica poiché assente in TLIO, VC
e altri vocabolari storici consultati. Il termine, stante l’atto del Codex Diplomaticus Cajetanus citato, deve considerarsi autoctono dell’area Aurunca poiché non individuabile in
altri contesti geografico-linguistici; non solo, ma la particolare indicazione di terra murata con torrioni è anche indicativa del perché Tarcagnota lo utilizzi: è evidente, infatti,
che serve ad indicare un circuito difensivo di una certa entità, storia e solidità, assimilandolo così alle mura aureliane per la stessa condizione. Anche in TARCAGNOTA 1566,
cc. 121r-122v fortellezza compare con la stessa definizione, segno che non è un termine
militare che si cita, quanto un codice linguistico identificabile in più contesti e con medesimo significato.
78
nel senso di costruire (in P1-2 e L compare negli allotropi grafici dirizzò e come tale si conserva anche in A), presente anche in CAJ 355
(1230) e in F3, c. 56r e in diversi luoghi del Del sito et lodi della città di
Napoli. È da segnalare però anche la comparsa (ma due sole ricorrenze) del toscanismo milia e milie che CASTELLANI 1980 p. 23 iscrive ancora al fiorentino argenteo e che pseudo Palladio utilizza solo
per i numeri espressione di quantità, mentre per le distanze ricorre
a miglia e miglie.
Anche la geminata cc/zz in terracciano/terrazzano (cioè appartenente alla terra) non è ipercorrettismo padano, ma provenienza aurunca e napoletana44 e lo stesso vale per il nesso di in posizione intervocalica (razzo/raggio), il quale, dal latino, si è confuso con l’antica j,
per cui, nel passaggio al volgare si è assistito alle seguenti trasformazioni fonetiche: rajjus → radius → raģģus con prelatale toscana ģģ
che poi, mentre in Toscana e nel Lazio si è trasformata in raźźo, in
Umbria ha mantenuta la forma raggio.45
Parimenti, l’utilizzo di meze, mezo, mezi e poi mezzo ci permettono
di identificare per questo lemma un uso specifico del singolare mezzo (da mezo), non coadiuvato dal plurale femminile che così mostra
l’impiego della doppia zz solo ed esclusivamente nel singolare maschile.
Le forme furno, andorno, cominciorno e simili che contraddistinguono ancora P1-2 e L sono anch’essi toscanismi attestati in Guicciardini
e identificati anche nella scrittura di Tolomei, sono impiegate dal
vero Andrea Palladio solo in maniera molto scarna e in riferimento
al solo uso di furno, alternato al più sporadico furono. Al riferimento
trissiniano invece sembra protendere solo huomo/huomini, ma anche
in questo caso, non c’è aderenza perché quella parola è tipica della
stampa di Maffio Pagan, basta leggere il motto della marca editoriale apposta sul frontespizio delle Antichità di Roma pseudo palladiane
per rendersene conto («SENZA DI ME FASSI L’HUOM A DIO RUBELLO»).
44
45
GSLIF 231.
GSLIF 276.
79
Nella stessa maniera l’uso di fusse, di cui a piene mani si fa uso
nelle Antichità, è pienamente contrastante con il fosse (convincentemente trissiniano) dei Quattro libri e lo stesso vale per l’opposizione
antico/anticho: il primo contraddistingue Palladio e il secondo lo
pseudo Palladio; anzi, proprio la diversa grafia evidenzia diversità di
scritture, composizione dei periodi e impiego delle parole rendendo
diversi gli stili e le scelte lessicali e grammaticali proposte.
Tali accorgimenti linguistici non rimandano al vero Palladio di
cui, peraltro, soprende nella sua scrittura la mancata adesione alle
teorie di Trissino di cui era stato collaboratore e amico. La lingua
palladiana dei Quattro libri e del commento al de Bello Gallico, infatti,
lungi dall’essere legata ai dettami proposti dal suo mentore vicentino, obbediscono invece alle regole proposte da Bembo nelle Prose.
Quelle che sembravano scelte tipografiche degli editori veneziani
delle due opere, si sono rivelate invece, a una più attenta lettura,
scelte scritturali desunte direttamente dai manoscritti consegnati in
tipografia per la stampa. In essi, non è possibile ad esempio rintracciare rechiudino, forma riprovata da Bembo, ma attestata in Guicciardini e presente invece in diverse occorrenze nelle presenti Antichità di Roma e nelle opere di Tarcagnota/Fauno. Peraltro, i sondaggi condotti sulla scrittura palladiana hanno evidenziato solo una ricorrenza (profillo) che per questo non può essere assunto a paradigma di fronte non tanto alle ricorrenze presenti nelle Antichità,
quanto ai rinvii delle stesse forme scritturali in Tarcagnota.
Il vero Palladio segue in maniera incisiva Bembo anche nei significati e nell’utilizzo dei termini impiegati. È il caso di ruine che richiama proprio i concetti e le nozioni estrapolate dalle Prose e precisamente dal passo citato in epigrafe in apertura di questa nota introduttiva. La contrapposizione tra l’antico come memoria e fonte
che illustra anche la modernità è convinzione tutta umanistica nata
all’interno della cultura veneziana, fondamentalmente collezionista
e poco interessata, al contrario dell’ambiente romano, a ricostruire
la propria antichità.46
46
MICHIEL 1888.
80
Una ricognizione dei termini tecnici palladiani, opportunamente
confrontata con le simili corrispondenze delle due veneziane, della
lucriniana e delle Paradosse ligoriane prova la diversità di mano esistente nella stesura delle tre Antichità ed esclude decisamente una
partenità palladiana (Tabella 10).
Tabella 10: Linguaggio tecnico utilizzato dagli autori coinvolti
QL
architrave
astragali (tondini)
basa/e
basamento
cimaria
cimbia (listello)
colonne
compartimenti
stuccati
composto
contraforti
cornice
dentelli
diptero
hipertros (discoverto)
intercolumni
lacunari (soppalchi)
modano/modanature
modiglioni
muro/mura/muri
ornamento
ovolo (ovale)
peperino/travertino
peristilio
picnostilo
pilastri
profillo
prostilos
pseudo ditteo
raunare
P1-2/L
F1-4
P3
architrave
Base/i
base/i
architrave
astragali
base
embasamento/hipobase
colonne
stucchi
colonne
stucchi
colonne
stucchi
ornato
cornice
scoperto
diptero
aperto
muro/mure
ornamento
muro/mure
ornamento
modanature
modiglioni
mure
ornamento
trevertino
trivertine
scoperto
marmo
peristilio
pilastri
profilo
ragunare
ragunare
ragunare
81
Ligorio usa imbasamento con esplicito riferimento a Sebastiano
Serlio, mentre Lucio Fauno ricorre più e più volte a cornice, muro, base tutti termini riconducibili sempre allo stesso architetto bolognese.
Ancora Ligorio, trova particolarmente adatto al suo linguaggio tecnico utilizzare termini estrapolati direttamente da Viturvio (prostilos,
dipteros, hiperthros) gli stessi che impiega Daniele Barbaro nella stesura del commento vitruviano, ma solo dopo, cronologicamente, che
il napoletano gli abbia ormai utilizzati in forme massiccie.
A parte i plurali in –e che non trovano riscontro nei plurali in –i
usato da Palladio (a parte una sola ricorrenza, quel basa/e riscontrabile un po’ ovunque nei Quattro libri e in particolare nel quarto laddove descrive i disegni da lui realizzati dei templi antichi), è anche
sulla totale assenza di linguaggi tecnici e lemmi propri del linguaggio architettonico che si gioca la partita della corretta attribuzione.
Palladio parte da presupposti completamente tecnici che esulano
dalla scelta della lingua e che proprio perché tali devono risultare il
più possibile comprensibili e definibili all’interno di un linguaggio
chiaro, “alto” e non passibile di contraddizioni e/o errori di definizione. Così, da un alto, la scelta del bembismo praticante è per Palladio una scelta obbligata che lo mette in linea con Trissino, con
l’antifiorentinismo spinto e con lo stesso prelato e i gruppi di potere veneziani cui appartiene anche Barbaro e da cui la sua stessa
formazione non può prescindere. Dall’altro, l’adozione di termini
provenienti dal linguaggio artigiano (gola, dado, fregio, ovolo, cimbria),
impiegati da Barbaro nel commento a Vitruvio con inusitata frequenza, dimostrano ancora la dipendenza del veneziano dal linguaggio tecnico palladiano e provano anche la matrice professionale che all’inizio della carriera aveva contraddistinto l’attività dello
stesso Palladio.47
Tarcagnota, invece, rispettando il modello linguistico della sua
formazione iniziale di letterato,48 nella progettazione dell’opera an47
48
Nencioni 2000, pp. 71-72.
TALLINI 2014c, pp. 105-115.
82
tiquaria pone premesse linguistiche diverse in cui il volgare è ormai
lingua completa che può permettersi di ricorrere anche alle forme
più immediate del parlato perché ha uno statuto tale da potersi
considerare anche lingua scientifica, capace di narrare la storia con
un suo stile ed un proprio lessico non poetico.
[…] E perché fosse l’utilità più commune, mi sono risoluto di farlo nella lingua nostra che è hoggimai giunta a tanta dignità, che pare, che poco più montare possa; che già non ho io avuto pensiero di dovere con questi scritti, di elegantie, né di ornamenti di dire arricchirla; anzi mi dispongo a non dovere parlare con altra lingua, che con la mia; e con quel libero modo, e piano fuori di ogni
affettione, che la istoria a punto richiede […].49
A fronte delle trenta parole palladiane più utili alla nostra ricerca,
solo nove sono quelle che ricorrono nelle Antichità pseudo palladiane, undici in quelle fauniche (ma otto sono le stesse di P1-2 e L) e
diciannove in quelle ligoriane (con sette occorrenze simili a Tarcagnota e diciotto a Palladio). Fatta salva la necessità di Ligorio e Palladio di parlare la stessa lingua, è evidente che il linguaggio adottato
dal vicentino non è lo stesso dello pseudo Palladio, mentre sono
quasi sovrapponibili quelli di quest’ultimo e di Lucio Fauno. le oscillazioni comuni sono parte del linguaggio ligoriano e tarcagnotano, ma non palladiano, senza scollature evidenti e, nel caso del confronto tra i soli Tarcagnota e Ligorio, sneza neppure quelle “macchie” di linguaggio tecnico architettonico che in qualche modo
possono riavvicinarlo alla matrice linguistica del vicentino.
La metatesi or/ro e er/re, compare in formento/fromento (P2, c. 5r) e
in permesso/premesso,50 mentre più numerosi sono gli scambi i/e che
identificano ancora l’uso toscano della lingua scritta (Dioclitiano/Diocletiano, reuscire/riuscire, rechiudono/richiudono, renchiusa/rinchiusa,
menore/minore). Stesso discorso per la conservazione di ar atono in
49
50
TARCAGNOTA 1562, I, I, c. 1v.
L’inversione è segno ancora di toscanismo poiché le inversioni in oggetto sono
caratteristiche segnalate da DEL ROSSO 2009, p. 53 dove, discutendo di apposizione della
vocale i quando questa è seguita da s e altra consonante, compare (almeno per quanto
riguarda la prima inversione da noi segnalata), un inequivocabile istormento per istromento.
83
luogo di er (meraviglia/meraviglia), la presenza di forme non anafonetiche come il già citato fameglie e il mantenimento di perifrasi come
«mi sono ingegnato [di raccorre]» caratteristiche ancora del parlato
di area toscana.
Parete, come mure, presente nelle due edizioni veneziane e nella
romana, è toscanismo con scambio di vocale i/e molto usato da
Tarcagnota (contineva/conteneva) e presente in diversi luoghi C; meno
diffusa invece è l’alternanza a/e (rapresentationi/representationi) e il dittongamento di ę e o in silla libera, costante anche dopo consonante
più r nei già citati drieto/dreto e intieramente/interamente che testimoniano ancora la collocazione linguistica del testo all’interno del fiorentino argenteo.
La presenza di ti è registrata soprattutto nei nomi (Diocletiano,
Massentio, Lucretia) e in un solo caso è presente il raddoppio tti in
Egittiaca/Egitiaca, mentre l’h etimologica, inserita in un contesto di
lingua dotta, resiste nei nomi propri (Heliogabalo, Hercole), nei toponimi e nelle forme del verbo avere. Resiste anche la diacritica anchor,
ma non ancho, presente solo come anco.
La strutturazione sintattica della scrittura tarcagnotana offerta
nelle presenti Antichità mostra di essere legata alle Regole, osservanze e
avvertenze di Paolo Del Rosso, che l’autore conosce sia per essere il
fiorentino tra i collaboratori della bottega Tramezino (ne fa fede la
sua partecipazione alla stesura a più mani delle Vite svetoniane), sia
tra i fuoriusciti dall’assedio di Firenze con Giannotti, Roseo e Venturi (amici di Michele Tramezino), sia perché Del Rosso soggiorna
a Gaeta fino al 1534.
Come per Del Rosso anche per Tarcagnota l’uso linguistico si
gioca tra la spinta conservativa delle Prose della volgar lingua di Bembo e l’influenza esercitata dalla vicinanza con Claudio Tolomei, ma
con alcune particolarità che lo accomunano proprio all’esule fiorentino:
a
la scelta di una lingua volgare non poetica, non costruita su
Dante e Petrarca e non poggiante sui modelli umanistici na-
84
b
c
poletani (Sannazzaro);
l’adozione di una lingua, per dirla con Biondo, capace di trasmettersi dai docti agli indocti mantenendo la propria virtus linguistica;
la scelta di modelli della prosa che vanno dal Boccaccio narratore al Pontano Ystorico, al Valla delle Epistole e al Collenuccio
del Compendio.
Le opere di Claudio Tolomei e Paolo Del Rosso, anch’egli, al pari di Tarcagnota, fortemente influenzato dalla visione della lingua
suggerita da Biondo,51 influenzano la scrittura tarcagnotana al punto da potervi riconoscere tre ceppi linguistici differenti: uno genericamente toscano, con una forte prevalenza di lemmi provenienti
da aree pisane e lucchesi, uno più contenuto, rimontante ai napoletanismi e ai gaetanismi dovuti alla lingua mater e un terzo, per Tarcagnota lingua professionale, molto più contenuto e proveniente
dall’ambito senese, con forti inflessioni di quel parlato dovute proprio ai contatti avuti soprattutto con Tolomei e Del Rosso.52
La disinvoltura linguistica evidenziata da Tarcagnota, ai limiti di
un polimorfismo che molto a fatica scinde le forme proprie del linguaggio quotidiano da quello letterario, evidenzia fome mescidate
del toscano parlato per la fonetica e le forme verbali, mentre napoletanismi e gaetanismi, presenti in misura minore, ma certamente
significativa, fungono da indicatori socio-culturali e geografici
51 BIONDO 1984, in TAVONI 1984, pp. 197-215 cui rimandiamo per un approfondimento della questione. Per l’influenza del riminese su Del Rosso ionvece, cfr. DEL ROSSO 2009, pp. 40-41 n. 128. Sul toscano parlato, si veda MARASCHIO 1977, pp. 191-227:
212, n. 4 e SERIANNI 1972, p. 12.
52 Non bisogna dimenticare, infatti, che proprio la penetrazione senese e lucchese in
Area Aurunca a partire dalla prima metà del Quattrocento e con un forte e consistente
aumento alla fine del secolo ha permesso l’acquisizione nel linguaggio di quelle zone di
norme linguistiche provenienti dal senese, è il caso del plurale in –e (ancora oggi resistente in alcune parlate dell’interno degli Aurunci: singolare gliu mur, ma al plurale l’ mure), della già citata trasposizione terrazzano/terracciano, dell’uso della doppia ll (sallite), della
forma raunare (da ragunare), di alcune forme verbali in –eno (qui sacrificaveno) e la già citata
abolizione di i nel trittongo rie (appunto dreto per drieto).
85
all’interno di un processo di formazione della lingua scritta che
coincide con alcuni dei principi introdotti da Battista Carli – Piccolomini nella stesura del Del perfetto cancelliere (1529) e nel Polito (1525)
e nelle Lettere (1547) di Claudio Tolomei.53
2.2
Lingua storica e usi linguistici in Giovanni Tarcagnota
Sin dall’inizio della sua professione Giovanni Tarcagnota presta
particolare attenzione alla lingua da utilizzare, questione che lo aveva interessato già all’epoca del volgarizzamento di Plutarco. Infatti,
nella Seconda parte de le cose morali di Plutarco (c. 6r), nella lettera prefatoria indirizzata a Galeazzo Florimonte, Tarcagnota dichiara le
proprie scelte operative in materia di traduzione e scrittura.
[…] Non si meravigli V. S. quando vedrà, che io in alcuni luoghi mi scosti
alquanto dal testo latino, per che in quello, che mi è paruto, che Plutarcho ne la
sua lingua dica altamente, e meglio, mi sono col testo greco accostato più volentieri.
Tale affermazione compare nuovamente e con più forza in un
altro passo, ben più cogente e attento alla questione linguistica al
pari di altri suoi contemporanei, da Silvano da Venafro a Giovanni
Andrea Gesualdo e da Antonio Minturno a Fabrizio Luna.
[…] E perché fosse l’utilità più comune, mi sono risoluto di farlo nella lingua nostra che è hoggimai giunta a tanta dignità, che pare, che poco più montare possa; che già non ho io avuto pensiero di dovere con questi scritti, di elegantie, né di ornamenti di dire arricchirla; anzi mi dispongo a non dovere parlare con altra lingua, che con la mia; e con quel libero modo, e piano fuori di ogni
affettione, che la istoria a punto richiede. Che se la Toscana dà alla migliore lingua, con la quale noi parliamo, il nome; a chi doveva io più tasto questa fatica
dedicare, e drizzare, che alla Ecce. Vostra? La quale non solamente le più belle
parti della Toscana con tanto moderamento, e giustizia regge; ma come colui,
53
Sulla questione e sui sondaggi linguistici operati sui testi di Tolomei e altri autori,
si vedano ancora TROVATO 1994 pp. 44-115, GIAMBULLARI 1986, CAPPAGLI 1990, CASTELLANI 1980, TOLOMEI 1974.
86
che ha il suo generoso cuore di infinite vaghe virtù fregiato, et è sviscerato amatore delle belle discipline; ha reso ancho a così felice contrada i suoi antichi studij che così in ogni facoltà vi fioriscono.54
Al contrario di Venafro, però, la sua attenzione per la lingua è
sostanzialmente toscana non solo per dovere di dedica a Cosimo,
ma anche per scelta operativa e semplicità, eleganza e convenienza
di scrittura. Potremmo quasi dire che la sprezzatura castiglionesca
sia qui in parte sostituita dall’attenzione all’affettazione e alla virtù
della pagina scritta, intesa come modello che suggerisce eleganza e
utilità che la narrazione storica richiede nella stessa maniera in cui la
figura del dedicatario è proposta come modello letterario, etico e
morale insieme.
Altrove e precisamente nella lunga dedica a Cosimo I posta in
apertura delle Historie del mondo, nel merito, l’autore è ben più esplicito: dichiarando addirittura di tentare la fondazione di una lingua
comune («confesso havere studiosamente seguita una lingua commune»), fatta di «purità di parole» che possa conservare la sua necessarietà come lingua tecnico-storica, non costruita sull’imitazione
di vocabolari appositamente raccolti, ma fondata su essenzialità
dell’ornato ed eleganza delle parole usate.
Il problema della lingua, di per sé fondante non solo per la qualità dello scritto, ma anche per comprendere quale formazione culturale abbia avuto Tarcagnota è importante perché ci permette anche
di identificare le fonti greco-bizantine del nostro in particolare per
quanto riguarda l’azione filologica che sappiamo a Bisanzio fu un
settore letterario importantissimo e denso di problematiche anche
metodologiche e non solo genericamente letterarie. È il caso ad esempio del pensiero plutarcheo che Tarcagnota ha presente anche
per l’opera di ricostruzione filologica compiuta da Massimo Planude alla fine del XIII secolo, testo famosissimo ancora due secoli più
tardi in particolare per l’edizione delle Vite e dei Moralia proprio i
due testi che anche Tarcagnota volgarizzerà nel suo primo periodo
54
TARCAGNOTA 1562, I, l. I, c. 1v.
87
editoriale. Ancora, la conoscenza delle Metamorfosi ovidiane puù farsi risalire alla ricostruzione testuale di Demetrio Triclinio, autore
anche di lavori esegetici, di traduzione e filologici delle opere di
Nonno di Panopoli, Teocrito, Cicerone (Somnium Scipionis commentato da Macrobio), Boezio (de Consolatione philosophiae) e soprattutto
gli Opuscoli plutarchei oltre un ricco corpus di poesia esametrica. Parimenti, la Materia medica, organica raccolta specialistica in sei libri di
Giovanni Zaccaria Attuario (medico dell’Imperatore e discepolo di
Planude), intrisa com’è di pensiero galenico può essere stata una ottima guida formativa per influenzare il pensiero dell’autore e permettergli di compiere il volgarizzamento delle due opere galeniche.
È scontato che le opere di Bessarione e Trapezunzio possono aver
concorso anch’esse in maniera decisiva alla costruzione d’una coscienza letteraria poliedrica ed eclettica qual è la formazione di Tarcagnota.
L’uso di un linguaggio tecnico specifico che varia dalla filosofia
alla medicina e dalla letteratura alla storia, in questo modo, è scelòta
obbligata di un modus operandi che trova idealità e contiguità, ad esempio, tra i due punti di riferimento della bottega Tramezino:
Tarcagnota, appunto e Pirro Ligorio, le cui parole d’ordine (fantastico, industrioso, facilità, favoloso nel senso del mito) coincidono
con il programma del gaetano e la sua produzione (Cose morali di
Plutarco, Favola d’Adone da Ovidio). Se fantastico e industrioso sono prettamente artistiche (e pure trovano la loro adeguata collocazione in diversi passi delle Historie tarcagnotane), facilità (e non facilitas) e favoloso sono maggiormente nelle corde del gaetano potendosi rintracciare tali vocaboli indifferentemente nei volgarizzamenti
come nelle opere storiche e nella Favola d’Adone. Anzi, la facilità per
Tarcagnota è simile al termine ligoriano (laddove s’intende la facilità di realizzazione delle grottesche dal modello imitato alla nuova
collocazione architettonica) e consiste sempre e comunque nella realizzazione di una lingua “facile”, comune e storica che si presti alla
comprensione e all’identificazione e utilizzo di parole tecniche che
non abbiano attinenza o derivazione dalla lingua poetica, ma che
88
soprattutto sia caratteristica di un vero e proprio statuto disciplinare della storia che si fa autonoma al momento della narrazione e del
suo codificarsi in genere. In questo senso l’epistola prefatoria alle
proprie Historie del mondo è indicativa di tale sentire.
[…] Sono poi di quelli, che più bella lingua, desiderano in questa mia compositione, e (come è hoggi il mondo guasto) andranno raccogliendo cinquanta,
o cento parole, come meno Toscane, et altrettante, come nuove nella lingua, o
del volgo. Altri de’ troppo lunghi, o troppo brevi periodi si dorranno, e del modo del dire medesimamente; altri più elegante, e vago desiderandolo; altri, come
troppo e numeroso e fucato, biasimandolo. Io, in quanto alle parole (come mi
ricordo havere altrove anchora detto) confesso havere studiosamente seguita
una lingua commune, poi che questa era istoria, nella quale fuco di parole non
si richiede, e non essermi voluto astringere scrivere con altra lingua, che con la
ordinaria mia: e penso non essermi in ciò ingannato richiedendosi a compositione historica e così lunga, come era questa, più tosto schiettezza e purità di
parole, che vaghezza, o lenocinio alcuno di dire. Quanto poi al filo, et a numeri
della oratione, io mi sono lasciato portare dal mio naturale senza punto affettarlo. Non niego già di havere avuto un certo giudicio e mira allo stile historico,
che servarono gli antichi nella loro lingua.55
Le parole estetiche, ovvero il linguaggio tecnico letterario che gli
antiquari utilizzano mutuandolo dalla trattatistica retorica ed eloquenziale e che Tarcagnota stesso impiega all’interno della costruzione della propria visione estetica, al di là della loro effettiva consistenza, non obbediscono più al sistema linguistico dell’espressione
scritta, ma vanno a comporre un quadro più complesso, in cui il
lessico gode di un valore aggiunto che permette alla pagina scritta
di storicizzarsi e rendersi autonoma dal linguaggio poetico.
Con buona pace di Minturno e delle sue teorie, tutte incentrate
sulla sola poeticità di ornato, espressione e inventio ciceroniana, Tarcagnota, Ligorio, Tolomei (due napoletani e un senese, quanto di
più distante linguisticamente dalla pura ricercatezza linguistica di
stampo petrarchesco di Bembo, Minturno, Luna o Gesualdo), pur
partendo da quelle premesse, inaugurano un vocabolario tecnico
55
TARCAGNOTA 1562, IV, LXI cc. 311v-312v.
89
che tiene conto delle posizioni antibembiane e regionalistiche di
Venafro o Falco.56
In poche parole, qui non siamo di fronte a un petrarchismo pedantesco da liquidare con due frasi, ma all’inizio di un fenomeno
linguistico (in cui la stampa gioca un ruolo decisivo e fondamentale) che sta costruendo una lingua tecnica, autonoma dalla poesia e
nuova anche per la trattatistica. Nella fattispecie, non è un caso che
la formazione del gaetano, nell’uso e nella dimensione e strutturazione della lingua scritta, incontri il senese e i toscanismi in genere.
Lemmi come abbrusciare, brusciare, unitamente al romanesco camiso,
presenti a piene mani nelle sue opere attestano una mano centroitalica e toscana attenta alla toscanizzazione, ma poco indulgente al
bembismo.
La questione linguistica, è evidente, mira a tenere la storia
nell’abito della prosa, concentrandone la funzione in una lingua
non poetica, con ciò in aperta polemica con Fabritio Luna e soprattutto con Giovanni Andrea Gesualdo che invece considerano la
poesia fattore imitativo valido anche per la prosa, quasi che non si
possa essere buoni narratori senza essere anche poeti.57
L’idea tarcagnotana è quella di una lingua della storia che compendi in sé la capacità di essere identificativa della disciplina fattasi
narrazione; la stessa identificazione delle fonti passa per questa
condizione della scrittura storica, mentre brevitas e concinnitas diventano formule primarie della narrazione e semplificazione per la lettura. Lo storico, attraverso il compendio universalistico, raccoglie
informazioni necessarie al proprio studio tenendo presente la fonte
e rinnovando la narrazione in un contesto letterario diverso.58
56
NENCIONI 2000, pp. 51-74; MOMIGLIANO 1950, pp. 285-313.
«[…] Onde non pur lo debbono i rimatori imitare, ma i prosatori ancora non possono liberamente pigliarne non solamente tutte le parti del parlare, et i modi e le figure,
ma le parole: perciocché ne le rime di lui non è particella, che ne le prose usar non la si
possi» (Petrarcha 1533, c. Aiiv).
58 Lo aveva ben capito Giorgio Varisco che nella prefazione alla sua edizione a
stampa delle Historie (1610) sottolinea con precisione e puntualità proprio questa novità
del lavoro tarcagnotano: Quanto sia grata sempre, Benigni Lettori, a tutti quelli che si
dilettano d’haver vera notizia de i fatti successi al Mondo da quel punto, che egli
57
90
Quanto scrittura e formazione umanistica siano così importanti
è confermato anche dalla necessità di tramandare le lettere cosicché
sia sempre possibile trasmettere, ricordare e aggiornare la cultura e
le conoscenze di ogni tempo.
Grande obligo è certo quello Sereniss. Principe che dovrebbono gli huomini
havere alle lettere et à colui che primieramente le ritrovò; poi che tante utili et
meravigliose dottrine, che già estinte, et in potere della oblivione sepolte giacere
si vedrebbono, si sono di tempo in tempo, con questo mezzo della fortuna conservate, et comunicate à posteri; anzi se ne è per cio dato occasione di potere
alle cose da varij ingegni, et in diversi tempi ritrovate, et scritte aggiungerne
sempre à beneficio del mondo della altre nuove. Ma che dico io delle dottrine,
et delle scientie, che ha la scrittura à chi non le sapeva, comunicate, per che le
impari e le sappia, et à dotti che le sapevano, mostre, per che le accrescano
[…].59
Le Historie e le Antichità tarcagnotane offrono dunque, anche in
confronto a modelli, fonti e comportamenti scrittorii genericamente adottati da altri, alcuni spunti tematici nuovi, inerenti la costruzione d’una ambivalenza narrativa e storiografica (o storiografica e
narrativa) biunivoca la cui verificabilità dipende dalla accettazione
(o meno) del canone storiografico come genere narrativo e della
storiografia stessa come branca della letteratura e non della storia.
Pertanto, ferma restando la letterarietà della narrazione storica, è
proprio questo il nodo ideologico che deve essere sciolto a propodall’Onnipotente Iddio, fu di niente creato, la notabile Historia di M. Giovanni Tarcagnota, ne fa chiara fede, l’esser essa tante volte stata da diversi stampata, e con sommo
diletto de i lettori dispensata; perciocché havendo esso Autore, con singolar fede, e diligenza raccolto per comodità di chi di tal lettura si diletta, da tutti gli Historici, così Latini come Greci, ch’avevano in diversi luochi, et tempi le loro historie diffusamente descritte, ha dato al Mondo un corpo d’Historia, la quale cominciando dalla creatione di
esso, e continuando fino all’anno mille e cinquecento e tredici di nostra salute, con una
non confusa brevità contenta appieno glia animi di quelli, che si compiaceno di leggerlo,
liberandoli con questo suo modo di scrivere dalla lunga, e tediosa fatica, e lunghezza di
tempo, per le quali sariano stati sforzati di passare, quando li fosse stato necessario leggere i molti Libri d’Historie, da tanti e tanti scrittori diffusamente composti (VARISCO
1610, in TARCAGNOTA 1610, I, c. 12r).
59 TARCAGNOTA 1566, II, cc. 37r-37v.
91
sito della corretta collocazione letteraria delle opere di Tarcagnota.
Da un lato, infatti, l’opera storica del nostro è prodotto letterario
che si avvale di fonti storiche già accertate come vere e autoritative.
Dall’altro lato però, la narrazione creata, diventata materiale storico
che si costruisce secondo regole narrative, tenendosi nel solco dei
soli fatti storici, assume i contorni della storiografia e come tale è
interpretata dal fruitore rinnovando interrogativi non solo sulla
funzione dello storico, ma intaccando nel profondo la centralità
della fase letteraria stessa. In questo modo, unitarietà linguistica, osservanza delle fonti e specimina narrativi danno il senso dei problemi
che Tarcagnota intende porre in essere nella propria scrittura e sono fondanti rispetto alla genesi stessa dell’opera.
3.
NOTA AL TESTO
Nella trascrizione del testo delle Antichità di Roma si è scelto di
adottare criteri conservativi, badando, tuttavia, almeno a distinguere
l’arcigraffema u da v, sostituire (laddove presente) et con e (o eventualmente ed quando davanti a vocale occorre evitare la sinalefe),
conservare le doppie ss e ll perché caratteristiche della scrittura e
della lingua di Giovanni Tarcagnota, normalizzare l’uso degli accenti eliminandoli da ò, à e ripristinandoli invece sulle ossitone come
più, già, perché, finché e sulle parole accentate che eventualmente ne
siano sprovviste, anche se in questo caso dobbiamo ricordare che
proprio la stampa di parole come citta, cosi, virtu sono caratteristica
specifica della tipografia dei Tramezino e in particolare della stampa
delle opere di Giovanni Tarcagnota. Infatti, tale usus imprimendi, rintracciabile in molteplici occorrenze nelle sue edizioni stampate dai
fratelli veneziani, scompare in quelle edite o ristampate da Giglio,
Scoto e altri tipografi veneziani e romani, segno che è una scelta editoriale voluta probabilmente dall’autore stesso, il quale, in questo
modo, dimostra di controllare il lavoro di editing dei suoi manoscrit-
92
ti intervenendo direttamente in bottega sulle bozze di stampa o addirittura sui fascicoli predisposti come nel caso del Compendio.60
Abbiamo lasciato in texto l’utilizzo di ij laddove impiegato consapevoli che si tratta di varianti grafiche volute, mentre non sono stati
effettuati interventi sulle scarne presenze di h, y, x (per lo più di natura etimologica) perché generalmente parte di nomi propri o toponimi (sixti ad esempio); idem per le consonanti doppie-scempie,
pure in presenza di forme oscillanti, mentre per la h etimologica
non abbiamo sciolto la sua presenza nei nomi di persona e nei toponimi, mentre l’abbiamo ripristinata per le forme del verbo avere.
Le preposizioni articolate sono state conservate (a gli/agli; dela/de
la; del’ + vocale/de l’; nel’ + vocale/ne l’) e lo stesso è valso per le
congiunzioni in vece/invece, poiché, perché (anche quando s’intende per
la qual cosa), alhora, dopo (che ricorre nelle forme dopo e dopò). Non
sono state risolte le abbreviazioni dei titoli (Imp. per Imperatore) e dei
nomi di personaggi (Ces., per Cesare) e in questo specifico caso abbiamo anche eliminato gli ipercultismi presenti, di solito dovuti a
pseudo etimologie (ancora Caesar per Cesare) che comparivano nel
testo, unica traccia di una qualche attenzione alla lingua colta delle
grafie latineggianti.
Abbiamo ritenuto di non regolarizzare l’uso delle maiuscole perché fortemente dipendente dalla struttura della punteggiatura adottata e perché anche nella toponomastica e nella stampa dei nomi
dei personaggi, in alcuni sporadici casi, si conservano le minuscole
senza evidenziare un apparente criterio organizzativo come nel caso delle accentazioni.
Per quanto riguarda il sistema interpuntivo, invece, a fronte di
un primo tentativo di intervento reintegrativo di un qualche equilibrio modernizzante, si è dovuto soprassedere perché, a parte qualche mancanza tipografica, il testo rispecchia l’uso del tempo e per60
Per le forme d’intervento in tipografia operate da Giovanni Tarcagnota sul Compendio di Roma antica da lui scritto con lo psudonimo di Lucio Fauno, rimandiamo a
TARCAGNOTA 2013, pp. 25-35; per quanto concerne, invece, l’analisi dettagliata delle
caratteristiche di stampa e dell’impiego dei caratteri, cfr. TALLINI 2013c, pp. 48-69.
93
ciò ogni intervento ricostruttivo e modernizzante sarebbe stato
completamente fuori luogo a fronte della conservazione di gran
parte delle altre forme di scrittura in esso presenti. Parimenti, e in
ottemperanza alle scelte appena descritte, si è conservato l’uso della
virgola, laddove presente, pure essendo al corrente di quanto Mortara Garavelli ad esempio, suggerisce al riguardo della virgola dopo
et.61
Ove necessario le integrazioni e/o mancanze tipografiche operate dai diversi tipografi sono state indicate direttamente nel testo
con i seguenti simboli: / / per gli errori di stampa riscontrati; < >
per gli inserimenti di parole o frasi mancanti nelle due edizioni veneziane e nella lucriniana riscontrabili in A; [ ] parole mancanti ripristinate in L; ( ) parole da noi ripristinate nel testo.
4.
COMPARAZIONI TESTUALI, FONTI E RIMANDI
4.1
Flavio Biondo e Leon Battista Alberti
La vicinanza contenutistica e stilistica agli altri volgarizzamenti di
Tarcagnota, in primis quelli di Biondo Flavio, ad altre sue opere e alle Antiquità di Roma edite con lo pseudonimo di Lucio Fauno per
Tramezino fanno sì che l’opera si presenti come un patchwork indistinto, al punto che ogni serie di citazioni può ritornare (ridotta o
ampliata non ha importanza) in altre opere anche tematicamente
differenti.
L’attribuzione palladiana non gratifica l’opera di un’aura qualitativa superiore poiché essa comunque rimane un coacervo di nozio61
Mortara Garavelli suggerisce, infatti, di abolire la virgola ogni volta che precede et,
a meno che essa non conservi una «funzione disambiguante»; che la congiunzione et
non abbia valore avversativo; che non sia resa necessaria dal «peso del costituente sintattico, cioè dalla sua lunghezza e dalla complessità strutturale» (MORTARA GARAVELLI
2013, pp. 13-16).
94
ni estrapolate da fonti antiche e altri autori contemporanei, assemblate senza criterio (se non quello descrittivo) che allontanano oltre
modo l’opera dalle premesse tecnico-costruttive che invece caratterizzano gl’interessi palladiani già all’epoca della collaborazione con
Daniele Barbaro per l’edizione di Vitruvio. La presenza di errori e
imprecisioni di una certa gravità esulano dalla scrittura palladiana
per ritornare alle diatribe tra antiquari e alle pagine di Lucio Fauno;
ne siano prova gli argomenti sotto segnalati:
a.
b.
la copertura del Pantheon di lamine d’argento, affermazione totalmente falsa ricavata da F1, cc. 109r-109v e F3, cc. 134r-134v
di cui pseudo Palladio riprende sia la descrizione delle lamine,
peraltro da Fauno esposta con il tono di chi non ne condivide
la realtà, sia quella della volontà distruttrice di Costantino, riproposta persino nella citazione del proverbio popolare;
le colonne del Pantheon enumerate in tredici invece che sedici
sono riferibili ai passi di F1, c. 109r («Husius templum porticus ab Agrippa etiam factus est XVI columnis maximis sustinebatur. Nunc XIII tantum sunt, dua ignis consumpsit una autem deest […]») e F3, c. 134v («il portico di questo tempio fatto pure da Agrippa era sostentato da XVI gran colonne, hora
non ve ne sono più che XIII. Due ne ha guaste il fuoco, et una
ve ne manca […]». FIORE 2006, p. XIX cita l’errore in cui incorre pseudo Palladio, considerandolo quanto meno una
“stranezza” e non un errore vero e proprio. Basta però andare a riprendere i passi relativi alla descrizione del tempio per
rendersi conto che i due autori sono totalmente antitetici. Infatti, in QL, IV, p. 73 si riporta l’analisi compiuta dal padovano
che risulta così riassunta: 1) il tempio (almeno nella personale
interpretazione palladiana) è preesistente al colonnato agrippino; 2) esso è quasi integro anche rispetto allo stato di altri
edifici; 3) la cappella interna («di mezo») non è antica perché
interrompe il normale circolo delle colonne del secondo ordine anche se la sua collocazione s’accompagna perfettamente
95
c.
d.
e.
con il tutto architettonico; nessuna descrizione del colonnato
esterno è presente (se non nella citazione di un generico “portico”), tanto meno sono presenti tutte le falsità che contraddistinguono invece le Antichità di Roma. Gli unici agganci, peraltro facilemente rintracciabili ancora nelle solite pagine fauniche (F1-3, loc. cit.), sono il racconto dell’episodio della perla di
Cleopatra e la dedicazione dello stesso tempio a Giove padre
degli dei (QL, IV, p. 73).
le ceneri di Cesare sulla sommità dell’obelisco Vaticano riprese, ma ancora con il dubbio, da F1, cc. 124r («[…] Pilam inaurata habet fastigium, in qua Caesaris esse cineres vulnus existimat […]») e F3, cc. 152v-153r («[…] Ha ne la cima una palla
indorata, dove il volgo dice, che siano le polvi di Cesare
[…]»);
le ceneri di Traiano che riproducono i passi di F1, cc. 74r
(«Questa colonna è alta CXXVIII piedi, vi si monta in cima con
CLXIII gradi, et ha XLIIII finestrelle. Qui dice Dione, che furono riposte le ossa di questo principe, che fu solo tra gli altri
imperatori dentro la città sepolto») e F3, cc. 60r-60v («[…] in
medio huius fori, columna adhuc stare videtur, mirabili artificio facta, que Dacicum bellum, atque alia memorabilia huius
principis gesta demonstrat, […] hic principis huius ossa locata
Dion author est, solique ex omnibus imperatori bus intra urbem sepeliri licuisse […]»);
il sepolcro di Cecilia Metella riconducibile agli omonimi passi
sempre di F1, cc. 21v-22r («Ma perché sono tutti de li loro ornamenti, e titoli privi, non si può dar di loro conto alcuno in
particolare; se non forse di un solo, che è poco più in la del
circo di Caracalla […] che chiamano Capo di Bue, nel quale si
legge questo titolo: CAECILIAE Q. CRETICI. F. METELLAE
CRASSI») e F3, cc. 17v-18r («[…] egressus Porta Capena, cum
Collatini, Scipionum, Metellorum sepulcra vides […] quidem
loco caput bovis appellarunt, tale legitur: CAECILIAE Q. CRETICI F. METELLAE CRASSAE […]»);
96
f.
il Settizonio di Severo, derivato da F1, cc. 76v-77v («Post circum maximum […] Severi Septizonium est, id autem sepulchrum fuisse tradunt […]») e F3, cc. 77v («Doppo il circo
Massimo quasi su la punta del Palatino, che è à mezzo giorno
volta, si trova il Settizonio di Severo Imperatore che vogliono, che fusse un sepolcro, che egli si edificò qui su la strada
Appia […]»);
il colosseo, la cui descrizione (fuori rotondo e all’interno ovale), può essere compresa solo leggendo gli analoghi passi di
F1, c. 95r («come era il teatro di forma di un mezzo cerchio,
così l’Amphiteatro fu a guisa di un compiuto cerchio, fatto;
quasi due theatri acopiati insieme […] Questo amphitheatro
fu edificato di forma ovale») e F3, cc. 77v-78v («Quemadmodum theatrum Hemicicli formam habebat. Ita amphitheatrum
unidque perfectus circulus est, quasi duo sint theatra[…]»).
g.
L’uso di procedimenti narrativo-descrittivi propri della traditio
storiografica riconducibile alle Historie di Biondo Flavio e la quantità di citazioni ascrivibili in particolare alla sua Roma Trionfante (nei
volgarizzamenti di Tarcagnota per Tramezino), organizzano un sistema di citazioni e riferimenti testuali difficilmente riferibile ad
Andrea Palladio e ancor di più lontano dalle letture e scritture di
Trissino e Barbaro, mentre la vicinanza di Tarcagnota a quello stesso circolo attivo intorno a papa Paolo III e all’accademia dei Virtuosi, evidenzia una circolarità ermeneutica delle conoscenze che
poteva verificarsi soltanto attraverso il diretto contatto e scambio di
informazioni sulle scoperte, gli scavi e le fonti condivise. L’opera,
quindi, per quanto evidenziato si colloca nel filone storico-erudito
delle Descriptiones, dei Mirabilia urbis e del collezionismo di anticaglie
che da Nicolò V a Paolo II e poi da Sisto IV a Leone X e soprattutto
Paolo III Farnese aveva trovato i suoi campioni e in Raffaello il suo
più ambizioso e appassionato studioso.62
62
Sui due papi e sulla loro attività antiquaria, si veda MODIGLIANI 2005 e MODI2011a, pp. 255-278; ZIPPEL 1911, pp. 184-185; ID. 1979, pp. 417-420; WEISS
GLIANI
97
La continua presenza di riferimenti a sistemi di misurazione e
misurazioni derivate dalla Descripio Urbis Romae di Leon Battista Alberti, nonché la riproposizione del metodo prospettico adottato per
la descrizione degli edifici, simile a quello dei pittori e degli architetti (dallo stesso Alberti a Serlio e Peruzzi), fa sì che le possibilità di
rimanere nell’orbita dell’opera palladiana divengano del tutto inconsistenti e irrilevanti.
Tarcagnota/Palladio, infatti, come per le Antichità di Roma fauniche e maurine, si avvale di due strumenti tecnici che gli permettono
di individuare la posizione dei singoli monumenti con le affermazioni delle fonti e di accorgimenti propri di un cartografo, o almeno
di procedimenti descrittivi riconducibili segnatamente a procedimenti cartografici.
Il primo strumento, simile al radius utilizzato da Alberti (Figura
63
8), serve a delineare l’ideale linea retta che unisce l’edificio e/o il
manifatto allo sguardo di chi vede/legge. Come i Regionari, anche il
radius albertiano è disposto da oriente a occidente e le stesse carte
di Tarcagnota e Ligorio rispettano tale orientamento.
1958, pp. 33-58.
63 ALBERTI 2005.
98
Figura 8: BAV, Chig. M. VII 149, cit. in ALBERTI 2005, tav. V.
Tale accorgimento non rappresenta solo il rispetto della fonte
primaria cui si attinge, ma anche serve a costruire una retta immaginaria che tenga legato lo sguardo ad un punto unico cui poter ritornare mnemonicamente durante la lettura.
Le continue riprese argomentative di manufatti già descritti in
precedenza (in particolare chiese) serve proprio a non perdere
l’orientamento all’interno di una visione dell’alzato orografico delle
costruzioni estremamente caotico e molto dispersivo una volta riportato in forma di narrazione estesa (si guardi per questo la mappa
di Roma ligoriana, cfr. Figura 9).
99
Figura 9: PIRRO LIGORIO, Mappa di Roma antica, Venetia, Tramezino, 1552
(Stockholm, Kungl. Biblioteket, De la Gardie collection, 16)
Il secondo è un goniometro fissato su di un piano (Tarcagnota,
infatti, da cartografo lavora sul solo piano bidimensionale, mentre
l’architetto Palladio opera necessariamente sul piano tridimensionale delle profondità, delle larghezze e delle altezze) che permette a
Tarcagnota/Lucio Fauno/Lucio Mauro/pseudo Palladio di mantenere l’orientamento dei Regionari e seguire l’analisi di Alberti, il quale, fissando nel Miliario Aureo il centro della propria osservazione,
ruota in gradi e minuti dal Campidoglio in senso antiorario verso gli
altri monumenti, edifici e luoghi.
Così, anche per Tarcagnota (che però non sta sul Miliario, ma
segue la circonferenza ideale dei perimetri murari serviano e aureliano), il Campidoglio è il primo punto osservato (0°0’) mentre nei
Regionari è l’ottavo. Viceversa, invece, anticipando la descrizione
delle porte e delle strade, apparentemente sembra legarsi ai Regionari
100
che similmente partono dalla Regio I - porta Capena (Tabella 15).
Rispetto alla prospettiva utilizzata dai pittori, Tarcagnota definisce la vista/descrizione a volo d’uccello (cioè dall’alto) e poi perimetrale. Come in C, assostiamo a descrizioni che prima inquadrano
la zona dall’alto (Campidoglio, Palatino, Celio, ecc.), poi ne descrivono topograficamente i monumenti esistenti e quindi ne ricollegano la presenza ad altri edifici moderni (soprattutto chiese) altrimenti non sarebbe possibile poterli ricollegare alla nuova Roma.
Le edizioni di Antichità e relative carte geografiche presuppongono, non un lavoro iconografico, ma un lavoro di calcolo e tracciamento che poi è proiettato su carta in maniera imprecisa e soprattutto senza tener conto della stesura su rame; l’immagine in alzato dei manufatti, infatti, è ricostruita in maniera ideale e desunta
esclusivamente dal repertorio di fonti analizzate. Come la Descriptio
albertiana non prevedeva immagini, così Compendio e Antichità, nonché le presenti Antichità, descrivendo i monumenti antichi non prevedono l’immagine tecnicamente precisa, ma solo la descrizione
storico-artistica fedele alle fonti e non alla reale visione architettonica del manufatto.
È questo il discrimine fondamentale tra QL, le Antichità in questione e il Compendio. Quelle descrizioni, originatesi da carte e planimetrie, ora non hanno più bisogno del supporto tecnico e topografico poiché è fin troppo chiara la descrizione. L’iconografia faunica resta e si muove nel novero della descriptio letteraria di un qualcosa di cui si tenta di riconciare/restituere il senso storico e la sua valenza pseudo-mitica nella storia contemporanea. Anche tale visione
rientra appieno nella scelta di operare una narrazione storicoantiquaria mirante a trasmettere l’identità nuova della città come discendenza dall’antichità repubblicana e progressiva lettura della identità stessa del potere e dei suoi simboli.64
64
La questione della civitas terrena, non legata ai miti della sua fondazione e letta
nell’ambito della propria storia e della storia dei suoi edifici più rappresentativi è il fondamento su cui si basa TARCAGNOTA 1566, c. 1r-1v e anche SPCCC, c. Air che nella storia degli Statuta di Gaeta rintraccia il senso di una nuova aura pseudo-mitica che discen-
101
Tarcagnota rileva triangoli prospettici equilateri divisi in reticoli
di un braccio come proposto da Serlio, Filarete e Peruzzi e ciò gli
permette d’inquadrare le misure delle distanze e differenziare le
grandezze degli edifici.65 Geograficamente, la descrizione di Roma
de direttamente dalla tradizione giuridica e dalle istituzioni comunali che l’hanno resa
sempre libera (TARCAGNOTA 1566, c. 37r-37v).
65 La carta di Roma antica del 1553, stando ai privilegi di stampa delle Antichità di
Roma in origine associata proprio a quelle edizioni, incisa su rame e disegnata da Pirro
Ligorio , nonostante la sola firma ligoriana, dimostra che la collaborazione tra i due era
continua, del resto già Almagià aveva posto più di un dubbio sulla questione e anche
noi, sulla base del confronto tra le carte esistenti e la narrazione tarcagnotana delle Antichità, rimaniamo convinti che Ligorio abbia suggerito le planimetrie e l’alzato controllando anche l’incisione; tutta la ricerca storica, la dislocazione dei singoli edifici nei luoghi originari e la toponomastica siano stati invece compiti in gran parte assegnabili a
Tarcagnota. Oltre la Carta di Roma antica esiste anche una Carta della Grecia, edita dai
Tramezino nel 1561, in cui i nomi delle città della Morea (patria dei Tarcagnota e dei
loro antenati) Mar Nero e Asia Minore, indicati in volgare, non solo corrispondono alla
toponomastica degli stessi luoghi citati nelle Historie del mondo (è il caso ad esempio di
Regia, Mistrà, Castel Ruzzo), ma anche coincincidono perfino gli errori della toponomastica di gran parte dei luoghi tracciati facendo presupporre, quindi, una partecipazione o per lo meno una presenza a livello di fonte utilizzata della sua produzione (ALMAGIÀ 1948). La stessa cosa vale per la Carta di Napoli (Tramezino, 1557) e attribuita ancora al solo Ligorio. Almagià, che l’ha studiata a fondo considerandone errato
l’orientamento (ALMAGIÀ 1948, p. 16 e ALMAGIÀ 1913b), ha proposto come fonte della
carta la Descripttione di tutta Italia di Leandro Alberti (1550) per le fonti moderne e Plinio
per quella antiche. Riteniamo, invece, che per le antiche la fonte sia anche L’Italia Illustrata di Biondo dato che, rispetto all’opera di Alberti, coincidono i nomi di diversi toponimi; per le moderne, invece, la toponomastica di alcuni luoghi aurunchi e del frusinate riconducono a una conoscenza localistica dei toponimi stessi e gli unici che in
quella bottega potevano avere una qualche voce in capitolo erano ancora Tarcagnota e
Antonio Volterra entrambi gaetani e con un’esperienza storica e militare abbastanza
compatibile con la costruzione della carta stessa. Che Tarcagnota potesse essere coinvolto anche nella realizzazione di carte geografiche è documentato anche da un’altra
Carta del Napoletano datata sempre 1558 ed edita da Ioanni Camocio a Venezia e proveniente da una precedente carta del 1557 edita guarda caso da Zilletti e già C. Colamonico, peraltro seguito ancora da Almagià, aveva avanzato l’potesi che la fonte fosse ancora
l’opera di Alberti e che i dati da qui derivati erano stati trasferiti abilmente sulla carta da
un cartografo sconosciuto che potrebbe essere identificato proprio Tarcagnota, non
solo perché in quegli anni sotto lo psedonimo di Lucio Mauro collabora con l’editore
proprio per volgarizzare opere storico-geografiche come quelle di Lopez de Gomara,
ma anche perché, particolare da non sottovalutare, la carta riporta con precisione (contrariamente ad altre simili), l’emissario e i contorni del lago di Fondi e l’unico che poteva conoscere tale particolare non poteva che essere lo stesso storico gaetano (Per la car-
102
antica, non può non partire dalla posizione occupata rispetto ai
punti d’accesso dell’epoca e cioè il mare («dista lungi dal mare XV
millia»), la via Francigena (da e per il nord), la Cassia, la Flaminia
(da e per gli Appennini e l’Adriatico) e l’Appia (da e per il sud), un
tempo necessari alla città per gli approvvigionamenti (ricordiamo
che la flotta romana faceva capo a Miseno e l’esercito a Ravenna) e
ora altrettanto fondamentali non solo per i commerci e la difesa,
ma anche per l’afflusso quotidiano dei pellegrini nella città santa.
Per questo, già in apertura, citando apertamente Biondo, l’opera
contestualizza topograficamente la zona narrata e impone un punto
di riferimento geografico che isola l’immagine di Roma antica in
due riferimenti spaziali planimetrici non tridimensionali: uno quadrato (il circuito romuleo) e una retta (la distanza), entrambi indicativi della sua semplice struttura originaria e delle costruzioni in esso
comprese. Su tali forme geometriche s’insiste come fossero un ancestrale riferimento e un modello di planimetria originaria trasmessa alla forma degli edifici successivi.
ta edita da Ziletti cfr. ALMAGIÀ 1948, p. 94, mentre per le sue fonti primarie cfr. COLAMONICO 1942, pp. 169-181 e ALMAGIÀ 1913b, p. 44-51). La presenza di un tipo di filigrana (due lance incrociate) simile a quelle impiegate da Tramezino per le proprie carte
geografiche chiude il cerchio ed evidenzia un filo conduttore unico tra le due botteghe,
gli incisori, i disegnatori, i cartografi e gli storici in entrambe attivi che va oltre la semplice formulazione d’ipotesi. Per questa carta in particolare, possiamo dire che la collaborazione tra Tarcagnota e Ligorio è andata a buon fine, lo dimostrano alcune particolarità: la presenza di un doppio recinto per il Vivarium (affiancato a quello del Castro
Pretorio e così descritto in F3, c. Aij e poi riportato in L2, c. 37r; Figura 9) la cui paternità per la posizione topografica e la resa descrittiva va senza dubbio addossata al Gaetano viste le date di preparazione delle due opere antiquarie e il comune scarno riferimento (per non dire disinteresse) per l’indicazione del Belvedere (che in F3, c. 22v è segnalato solo per la presenza di «statue antiche», mentre invece da L2 è praticamente ignorato).
Che le due carte del 1552 e del 1553 fossero diverse e corredate di minime varianti è
stato già segnalato da COFFIN 2004, pp. 18-19 che corregge HUELSEN 1921 che non riconobbe le differenze), il quale peraltro ammette, e con lui conveniamo, che la prima
carta (1552), altro non è che la preliminare preparazione della successiva. Lo studioso,
oltretutto, segnala che la versione 1552 conservata alla British Library è differente da
quella dello stesso anno conservata a Stoccolma (Kungl. Biblioteket, coll. De la Gardie,
16) e dalla gemella conservata a Roma. La carta del 1552 è disegnata in proiezione obliqua rispetto a quella del 1553 e l’orientamento è quello solito con il sud sulla sinistra del
fruitore e l’Est in alto.
103
L’altezza del Miliario Aureo, diventa anche il riferimento per costruire dei due triangoli simili a quelli che Alberti stesso aveva disegnato per le proprie misurazioni, avendo come base le distanze intercorrenti tra il punto più alto del Campidoglio (forse il Tempio di
Giove Optimo Maximo) e lo stesso Miliario da un lato e le mura Aureliane dall’altro. Tarcagnota segue le stesse conclusioni (con le solite, evidenti ripercussioni in Mauro e pseudo Palladio) e utilizza le
stesse descrizioni e risultati con una sola variante/obiettivo: quella
non matematico-geometrica, ma storico-antiquaria (Figura 10).
Templum Jovis
Miliario aureo
Legenda
Triangolo isoscele costruito sulla distanza tra Miliario Aureo e Campidoglio;
Triangolo isoscele costruito sulla distanza tra Mura Aureliane e Miliario Aureo;
Muro Aureliano (circuito esterno comprendente tutti i rilievi);
Figura 10: La posizione in alzato delle distanze tra il Miliario Aureo, la sommità del
Campidoglio e il perimetro aureliano
Al contrario di Andrea Palladio (che nei Quattro Libri ogni qual
volta deve dichiarare la posizione di un manufatto rinuncia a darne
104
le giuste coordinate e si limita invece a dare solo le misurazioni, la
descrizione esteriore della sua forma o particolarità - ritondo, discoverto, ruinato - e la collocazione topografica in forma narrata per meglio definirne il sito), pseudo Palladio sfrutta appieno la geometria
albertiana (che è la stessa che Flavio Biondo utilizza per la propria
scrittura66) per costruire il reticolo in cui inserire gli edifici più importanti e quelli secondari e/o moderni o per rintracciare gli edifici
non più esistenti. È il caso, ad esempio, della Basilica Portia e della
Cura Hostilia, non più esistenti, ma inquadrati lo stesso perché sulle
loro aree è stato dopo costruito il tempio della Pace. In questo caso, quindi, il reticolo costruito intorno a un monumento in particolare diventa forma a cui rapportare uno spazio ulteriore non più individuabile, ma intuibile nella propria imago et magnificentia.
Questo risolve anche un problema non indifferente, per Alberti
e gli architetti in genere, in passato affrontato e risolto (per quello
specifico campo di studio) da Mario Carpo (CARPO 2001, pp. 223233): come descrivere un monumento non più esistente (o meglio:
come descrivere qualcosa che non è stato mai visto)? La risposta,
almeno per Tarcagnota e tutti i suoi alter ego sta proprio in questa
attenzione al dato reale, ricavato dalla divisione geometrica del territorio in una rete i cui nodi sono i monumenti stessi e le aree da
loro occupate; solo in seconda lettura, incrociando dati con le fonti,
si può delineare cosa preesistesse loro nella stessa porzione di territorio e intuirne proporzioni e struttura.
In questo modo anche riportare la distanza tra Roma e il Tirreno
diventa un’operazione tanto verificabile quanto derivabile senza fatica dalle fonti antiche (Dionigi Alicarnasseo) e moderne (Fulvio,
Marliani, Leto, Biondo) e così, la frase di apertura usata da Biondo
(«Roma (come hanno scritto gli antichi) è posta nel Latio, su la riva
del Tevere, 15 miglia lunge dal mare Tirreno»), in tutti i volgariz66
È questo sicuramente il punto di maggior contatto tra il forlivese e l’Alberti durante il soggiorno romano. Un altro punto di contatto è sicuramente l’episodio della
nave di Nemi, citato anche da Tarcagnota proprio nel volgarizzamento a Biondo (sulla
questione, cfr. PONTARI 2007, pp. 495-539).
105
zamenti e trattati antiquari successivi e con la stessa cadenza ripetuti, da Lucio Fauno (nei volgarizzamenti a Biondo, nelle Antichità e
nel Compendio), a queste Antichità e quelle maurine, diventa modello
da ricopiare integralmente.
Roma (come hanno scritto gli antichi) è posta nel Latio, su la riva del Tevere, 15
miglia a lunge dal mare Tirreno; Varrone, Lucio e Sallustio dicono ch’ella sia stata
così detta da Romolo che la fondò […] (F1/F3/C/RR)
Roma è posta nel Latio su la Riva del Tevere 15 miglia longi al mare Tirreno […] (P12/L/A)
La città di Roma, che è XV miglia lungi dal mare; e tolse il nome da Romolo che la
edificò vien da una parte bagnata dal Tevere […] (M)
Il procedimento di misurazione è dettagliatamente descritto
proprio da Alberti nei Ludi rerum mathemaricarum: infatti, per misurare una torre, si deve piantare «uno dardo in terra» in modo che funga da intersezione dei raggi visivi; rivolto poi alla torre, «lì dove il
vedere vostro batte nel dardo, fatevi porre un poco di cera per segno», quindi un secondo segno veniva posto in corrispondenza della posizione apparente della base e un terzo in corrispondenza di
un punto intermedio di cui era conosciuta l’altezza da terra. Quante
volte entrava la parte del dardo sotto il segno intermedio in
quell’altro posta sopra, tante volte la parte nota era compresa in
quella sconosciuta. Il Miliario, quindi, è il perno che si rapporta ai
segni riconoscibili apposti manualmente creando una matrice spaziale cubica in modo che, conosciuta una parte si poteva conoscere
il tutto «per comparatione».67
Così, è stato possibile per Marliani misurare probabilmente le
Sette Sale e sempre così, applicando completamente il «modo optimo» albertiano, prima Baldassarre Peruzzi e poi Sebastiano Serlio
hanno potuto produrre tutte le misure contenute nelle loro Antiquità e probabilmente lo stesso ha fatto Andrea Palladio.
67
CAMEROTA 2006,
p. 190-210; ALBERTI 2005, pp. 16-23.
106
Nella stessa maniera Ligorio e Tarcagnota disegnano le Carte
trameziniane senza distaccarsi dagli insegnamenti albertiani al punto che, trasformato il disegno su carta, da alzato dipinto a descriptio
narrata, lo stesso Tarcagnota, fissando nel Campidoglio il punto
d’origine del proprio testo descrittivo e ruotandogli intorno in senso anti-orario, compie le stesse operazioni: il punto centrico è il
Campidoglio e poi si tracciano le rette che congiungono idealmente
gli altri punti e le mura. In questo modo, se il Miliario Aureo è il
punto di orientamento centrale, il Campidoglio è quello attraverso
cui si delinea un arco di circonferenza i cui raggi uniscono sempre il
centro (il punto 0°0’) e due punti di osservazione che al loro interno contengono altri punti osservabili.
È questo un vero e proprio progetto perspectivo planimetrico bidimensionale che mostra come letterati, pittori, cartografi e disegnatori di mappe lavorassero insieme per un’immagine spaziale
ampia, capace di essere vista «per via di scorcio» e in base a raggi
visivi «istrinsechi», «distrinsichi» e «centrici» per citare Filarete che
ripropone, nel XXII e XXXIII libro del proprio Trattato di architettura i
termini tecnici utilizzati da Alberti.68 Anzi, l’adozione del procedimento di misurazione, unito alla misura contemporanea degli angoli di posizione, consente all’Alberti di «commensurare il sito d’un
paese, o la pittura d’una terra, come feci quando ritrassi Roma» nella Descriptio Urbis Romae.69 Il perno del Miliario però, è preso come
centro ideale e non reale, visto che la sua posizione rispetto allo
stesso Campidoglio è decisamente decentrata, basta confrontare
VICENTINI 1527 (Figura 7) e Atlante 2012 II, n. 40 (Figura 11).
68
69
FILARETE 1461, c. 27r.
CAMEROTA 2006, p. 198-199.
107
Campidoglio e Tempio
di Giove Opt. Max.
Miliario Aureo
Limes del muro Serviano
Figura 11: Decentramento del Miliario rispetto al Campidoglio (Atlante 2012, II, tav.
10)
La sua posizione, infatti, era stata desunta correttamente dagli antiquari già all’epoca di Biondo sulla scia di Dionigi e Plinio e riconfermata da Tramezino nella carta di Roma Antica (Figura 12).
«[…] Cavavano anco principalmente questa loro ragione dalle parole di Plinio, quando dice, che il Miliario aureo era in capo del Foro Romano: Perche
dunque questo Miliario (dicevano) era dinanzi al tempio di Saturno, come tutti
gli antichi vogliono; et il tempio di Saturno era sotto la Rupe Tarpeia, dirimpetto à lo spedale di S. Maria in portico, come per molte congietture si puo chiaramente vedere; di necessità ne seguita, che fusse il Foro Romano lungo la valle,
che è tra li due colli già detti, anzitutto, quello spatio, che tra questi colli si comprendeva […]».70
70
FAUNO 1548c.
108
Figura 12: LUCIO FAUNO, Antichità di Roma, Venezia, Tramezino, 1548 (particolare della Carta di Roma antica allegata all’edizione [Newberry Library, Chicago])
A questi stessi rimandi si rifanno pseudo Palladio (che però non
dichiara la provenienza) e Lucio Fauno che invece, ne dichiara la
paternità non nelle Antichità di Roma, ma nel testo di sei cc. n.n. allegato all’opera e intitolato Alli lettori Lucio Fauno (F1) scritto per
chiarire la posizione del Foro Romano dopo aver ascoltato una discussione piuttosto accesa tra due anonimi antiquari sull’argomento
(Figura 13).
109
Miliario Aureo
Figura 13: Decentramento del Miliarium e posizione del Tempio di Saturno in Atlante
2012, II, tav. 10 (particolare)
Il Miliario Aureo secondo la tradizione è il punto da cui si dipartivano tutte le strade principali; esso permette di creare un baricentro che tenga conto delle trasformazioni architettoniche intervenute
dopo il medioevo (e di cui il segno più eclatante è la rotazione di
180° dello spazio urbanizzato del Campidoglio, culminato nel 1538
con il posizionamento della statua di Marco Aurelio e con l’inizio
dei lavori michelangioleschi di sistemazione della piazza stessa), del
cambiamento di baricentro politico intervenuto con i lavori di s.
Pietro rispetto al Laterano e della urbanizzazione del Campo Marzio e delle zone lungo il Tevere (Figura 14).
110
Figura 14: il Campidoglio in età romulea in Atlante 2012, II, tav. 10
Il reticolo “spezzetta” il piano spaziale tra punto d’osservazione,
di riferimento e di misurazione e compone uno schema visivo che
centra gli edifici all’interno di riferimenti storici, politici e sociali
che fanno da corona descrittiva e da punti ulteriori di orientamento
sul territorio. Il procedimento può essere applicato a qualunque
manufatto che sia però identificabile davvero; è questo, infatti, il discrimine principale: senza che almeno uno dei termini offerti alla
visione sia effettivamente conosciuto non è possibile ricavare gli altri se non ricorrendo alle sole fonti. Se si guarda la carta ligoriana di
Roma antica in alzato, si potrà notare come alcuni edifici siano collocati fuori scala proprio con l’intenzione di offrire un punto di riferimento visivo del territorio circostante, non a volo d’uccello, ma
sul piano bidimensionale della visita reale a quegli stessi monumenti
(anche quando completamente arbitraria; Figura 15).
111
Figura 15: PIRRO LIGORIO, Carta di Roma antica, Venezia, Tramezino, 1553 (particolare della sezione centrale con l’alzato del Colosseo e della Colonna Traiana)
Il reticolo permette di contenere le distanze all’interno di pochi
punti di riferimento spaziale rappresentati da monumenti, luoghi o
incroci di strade che divengono a loro volta segni di misurazione e
così, di punto in punto, si determinano le distanze. In più, il metodo è trasferibile in altri contesti di misurazione poiché perfino Sebastiano Serlio lo utilizza per ridurre a misura il diametro e la distanza delle colonne del Pantheon nel IV libro del suo Trattato di Architectura (1542). Un frammento estrapolato dalla Mappa di Roma di
Leonardo Bufalini (Figura 16) evidenzia la necessità da parte dei
cartografi di tenere conto degli edifici, delle rovine antiche e della
112
loro grandezza rispetto alla scala della carta. Nel frammento si noterà come le terme di Diocleziano siano fuori scala rispetto al contorno e soprattutto rispetto all’ideale reticolo utilizzato per calcolare le distanze e riportare i toponimi (sorvolando sul fatto che poi,
dovendo incidere la carta su rame, parecchi errori di scala si moltiplicano a dismisura non combaciando perfettamente il disegno originario con l’incisione e la successiva impressione).
Figura 16: LEONARDO BUFALINI, Mappa di Roma antica, Thermae Dioclitiani,
1551 (frammento)
Purtroppo oggi i punti utilizzati all’epoca per centrare la topografia romana, a partire dal Miliario Aureo non sono più identificabili ed è possibile soltanto ipotizzare ove esso fosse ricavandolo
dalla lettura delle fonti rinascimentali che lo collocavano nei pressi
113
del tempio di Vesta e poco spostato rispetto al Campidoglio e al
Palazzo dei Conservatori. Al tempo di Leon Battista Alberti però,
la colonna del Miliario Aureo doveva essere uno dei pochi riferimenti rimasti in piedi nel Foro e per questo divenne punto di riferimento necessario per ogni misurazione. Oggi, grazie agli scavi archeologici condotti lungo tutto un ventennio e sfociati nell’Atlante
2012 è possibile ri-centrare il foro e i monumenti collegati disegnando così una carta di Roma antica che non è molto dissimile da
quelle rinascimentali, segno questo che, se sono cambiati i modelli
d’approccio alla cartografia (e non poteva essere altrimenti) i calcoli
e rilevamenti effettuati in primis da Leon Battista Alberti non solo
erano corretti, ma dimostravano l’esattezza di un metodo scientifico certamente empirico, ma efficace già allora.
Figura 17: la posizione del Miliario (indicato con il n. 8) in Atlante 2012, II, 40
La posizione quasi al centro del transitu tra il Campidoglio e il
Foro Romano, davanti ai Rostri nuovi e poco lontano dall’Erario
mostra la centralità del manufatto nella sua collocazione geografica
114
tanto rispetto agli spazi politici e culturali della città antica quanto
rispetto all’antico perimetro murario segnalato dalla presenza della
porta Saturnia o Pandana, una delle tre porte che si aprivano nel
murus antiquus e direttamente collegata ai clivi che conducevano verso l’Aniene e il reatino.
La scelta di collocare il Miliario in quel punto (in Figura 17 evidenziato dal n. 8) segna anche il confine tra la struttura antica della
città e quella repubblicana e poi imperiale dato che si trova proprio
al confine tra i limiti antichi del Foro e le zone ai piedi del Campidoglio e del Palatino i due luoghi sacri per eccellenza sia alla laicità
che alla sacralità del Senatus e dello Stato.
La questione urbanistica e topografica, interessando la narrazione, investe anche la lingua scritta, la quale, per questi motivi, non
può essere tecnica, cioè legata a fattori che nulla hanno a che fare
con l’edificazione di edifici e siti e che riconducono la discussione a
funzioni considerate manuali.
L’idea di Tarcagnota è perciò non tecnica, ma lo stesso docta, riporta l’opera alle polemiche sulla lingua dei romani che interessarono proprio Biondo Flavio all’epoca di papa Eugenio IV e coinvolsero diversi autori fino alla fine del secolo XV. Ancora una volta,
tale visione discende dalla posizione di Biondo sulla lingua latina e
si traspone sull’uso del volgare che in questo modo diventa
anch’esso lingua di e per dotti.
L’assenza di linguaggio tecnico fa il paio con l’assenza di riferimenti oggettivi all’altro intervento palladiano, ovvero la collaborazione con Daniele Barbaro nella realizzazione del volgarizzamento
di Vitruvio, opera citata solo in QL e mai menzionata nelle Antichità.
Gli stessi riferimenti a Vitruvio sono completamente assenti in essa, segno che non è tra le fonti utilizzate nemmeno sotto forma di
altro volgarizzamento magari precedente il 1554 stesso, né lo pseudo Palladio sembra essere almeno al corrente dei disegni di fra’
Giocondo all’opera di Vitruvio, né tanto meno, dei volgarizzamenti
di altri architetti e umanisti lungo tutto l’arco di tempo che va dalla
fine del Quattrocento al primo quarto del secolo successivo; tanto
115
meno, ancora, si fa riferimento esplicito a Claudio Tolomei e al suo
lavoro di ricostruzione filologica della fonte per eccellenza.
Come abbiamo visto in precedenza, Andrea Palladio non si fa
scrupolo nelle sue opere di ricorrere a linguaggi tecnici, al punto da
dichiararlo esplicitamente in più punti di QL («et mi servirò di quei
nomi, che gli artefici, hoggidì usano»), né di far sì che proprio gli
scritti vitruviani siano ipse dixit necessario per dare valore aggiunto
alla sua opera («nel modo che c’insegna Vitruvio»).
Palladio, sicuramente anche influenzato dall’interesse trissiniano
per Dante, non fa mistero di adottare virgilianamente Vitruvio come guida imprescindibile («[…] mi proposi per maestro e guida Vitruvio, il quale è solo antico scrittore di quest’arte, et mi misi alla
investigatione delle reliquie degli antichi edificij, li quali mal pago
del tempo, et della crudeltà dei Barbari ne sono rimaste […]») rinunciando ad ogni altra fonte e citando i suoi contemporanei appena nell’iniziale Proemio del trattato di architettura.
Le fonti dichiarate nelle Antichità di Roma nelle opere di Andrea
Palladio architetto non ci sono: non c’è Bartolomeo Marliani (da
cui dipendono le poche misure dichiarate in P1-2 e L), non c’è Andrea Fulvio (appena sfiorato da qualche riferimento minimo e secondario), pochi sono i riferimenti riconducibili a Dionigi Alicarnasseo, ancora meno quelli relativi a Sesto Rufo, Solino e agli altri
autori di Roma antica che avevano avuto una qualche parte di rilievo nella Descriptio Urbis Veteris. Non solo, ma l’affermazione palladiana di QL III, p. 5 che identifica con i soli terzo e quarto libro del
Trattato di Architectura le proprie Antichità («[…] per la qualcosa in
questo libro, nel quale io do principio alle mie antichità, et ne gli altri che piacendo Iddio seguiranno […]» ovvero il quarto libro sui
templi e la loro costruzione) dimostra senza alcun dubbio che Palladio non ha mai scritto opere antiquarie precedenti il suo trattato.
La totale assenza di riferimenti a queste Antichità di Roma e le continue citazioni da Cesare, dimostrano che il vero Palladio, non solo
nel 1570 sta già lavorando al commento al De bello Gallico (pubblicato solo nel 1575), ma anche che non ha nessuna cognizione del te-
116
sto in oggetto. I contenuti espressi nelle tre principes, infatti, qualora
avessero trovato nella sua opera una collocazione anteriore a QL sarebbero stati sicuramente citati, nella stessa maniera in cui si citano
i riferimenti più idonei al commento cesareo e al volgarizzamento
di Vitruvio compiuto da Barbaro nel 1556 a cui lo stesso vicentino
collaborò attivamente.
Per finire, la presenza di toponimi aurunci (Formia) e di personaggi che in quelle zone avevano possedimenti e villae (come nel
caso di Mamurra) riconducono ancora al territorio di provenienza
di Giovanni Tarcagnota e alle sue conoscenze della geografia aurunca e del territorio dell’ex ducato gaetano in particolare.
4.2.
Errori e omissioni dal Colosseo a «Porta Capuana»
Per il toponimo Colisseo, presente in entrambi i testi e con la stessa grafia, segnaliamo la somiglianza a l’uguale dizione utilizzata in
F1-3 e derivata dalla conoscenza di Taragnota dei corsi svetoniani di
Poliziano tramandati dal codice Farnese oggi in BNN e probabilmente utilizzato dal Gaetano per il proprio volgarizzamento delle
Vite.71
71 Contrariamente a quanto asserito in colophon, infatti, l’attribuzione del volgarizzamento deve essere assegnata anche a Giovanni Tarcagnota e non solo a Mambrino
Roseo e Paolo Del Rosso, stante un documento riguardante gli accordi che Michele
Tramezino il giovane stipula con i parenti romani e con Cecilia Tramezina («[…] et li
aspettano et competiscono in tutte le figure che si trovano in essere per conto delle
predette stampe dei Tramezini, cioè d’arme, sigilli e mitre de Pontifici et Cardinali, figure et copie delle Vite d’Imperatori tradote dal Tracagnota et altri, et parimente d’altre
figure di cadauna sorte che detto Michiel pretendeva haver ragione nella città di Roma,
et Venetia, così per vigore de privilegij fin’hora ottenuti per causa di queste stampe come per qual si voglia altra causa et occasione a lui spettante et pertinente […]»; ASVe
3114 cc. 391-393v). La fonte unica cui Tarcagnota rimonta per assemblare il volgarizzamento sono le lezioni e le glosse svetoniane composte da Angelo Poliziano tra 1480 e
1491 (FERA 1983). In particolare, Tarcagnota attinge al ms V D 43, oggi alla BNN e anche questo contenente le lezioni su Svetonio di Poliziano e copiato da uno dei suoi allievi portoghesi. Oggi conosciuto come Comentariola e identificato come Codice Farnesiano (cui non sono estranee le giunte manoscritte di Jean Matal risalenti al 1545 ca.),
117
In questo caso, i riferimenti, oltre che ripetersi nel testo delle Vite interessate, sono ancor più indicativi se li si rapporta alle Antichità
di Roma, dove il confronto tra la scrittura faunica e il riferimento a
Flavio Biondo creano una rete di contatti sin troppo stretta ed evidente che dimostra, da un lato, l’importanza del lavoro di collazione tarcagnotano sulle fonti a lui più vicine e dall’altro evidenzia anche una continuità argomentativa con quell’Accademia Fiorentina
attraverso cui aveva studiato Plutarco, Galeno e Ficino.
Sicuramente Tarcagnota ha avuto modo di rivolgere la propria
attenzione anche al commento svetoniano di Marcantonio Sabellico edito a Venezia nel 1490 (IGI 9235), autore non sconosciuto al
gaetano per averne volgarizzato nelle Antichità di Roma ampi passi,
anche se poi non ne le ha utilizzate preferendo Poliziano, forse
perché più preciso e maggiormente indicativo per la conoscenza di
queelle notizie interessanti soprattutto le antichità romane. Infatti,
non è tanto nella somiglianza del volgarizzamento rispetto al commento polizianeo ad incuriosire, quanto la presenza di quelle stesse
notizie nelle Antichità di Roma del 1548 e nelle sue successive edizioni.
È predominante, infatti, nel complesso dell’opera di Poliziano,
l’interesse per le epigrafi antiche dovuto sicuramente a interessi anpermette di individuare almeno le Vite che Tarcagnota potrebbe aver tradotto autonomamente (Caligola, Claudio, Nerone, Galba, Vitellio, Vespasiano, Tito, Domiziano) rispetto agli altri collaboratori, tra i quali, oltre Mambrino Roseo e Pietro Lauro, figura
anche Paolo del Rosso, altro autore trameziniano di non carente levatura cui è assegnata, nel 1778 la sola paternità dell’edizione stampata da Piacentini delle Vite de’ 12 Cesari
svetoniani che riprende la princeps di Tramezino senza citare gli altri traduttori e soprattutto anch’egli sicuramente al corrente dei trascorsi tarcagnotani dato che, non solo fu
anch’egli transfuga fiorentino dopo le vicissitudini del 1530, quanto anche perché, proprio tra 1534 e 1537, residente a Gaeta e Roma per curare gli affari di Anton Francesco
Albizzi e organizzare un’aventuale resistenza anti medicea nel partito degli Strozzi (sul
personaggio, cfr. DAL ROSSO 2009, p. 11; sulla famiglia degli Albizzi, mercanti e nobili
gaetani già attivi nell’amministrazione gaetana intorno al XI-XII secolo (stante diverse
carte in CAJ da cui risultano diverse proprietà terriere all’interno delle stesse mura
antiche, nonché diversi magazzini e banchine portuali a Gaeta e Napoli), e attestati a
Firenze intorno alla prima metà del Quattrocento si veda Amministrazione 2009 ad plurimae voces Albito, Albicij, degli Albicij, Albitij, Albitus).
118
tiquari personali (riscontrabili in molti suoi scritti) e alla lettura della
raccolta epigrafica dedicata a Lorenzo il Magnifico da fra’ Giocondo il quale, a Roma dal 1487, si trasferì a Gaeta per tutto il 1492 alfine di curare i restauri della cinta muraria aragonese entrando così
in contatto diretto con Michele Marullo e la sua famiglia.
Lo studio epigrafico polizianeo trova diversi riscontri nelle Antichità di Roma di Lucio Fauno/Giovanni Tarcagnota dalla descrizione della posizione della «gulha de Cesare» ovvero l’obelisco Vaticano,72 alle citazioni da Biondo Flavio sulla corretta definizione di nemorensis per il tempio di Diana (Cal., 35, 3) e del teatro di Pompeo
(Cl., 11, 3) la cui collocazione è posta in Campo de Fiore proprio con
le stesse parole del manoscritto polizianeo.73
Altri avvicendamenti filologici tra l’ideale maestro fiorentino e
l’assiduo e preciso studioso gaetano si ritrovano nelle descrizioni
dei Septa,74 nella definizione di Colosso,75 mentre Cl. 1, 3 («[…]
quidam etiam porta Rome vocatur Scelerata, per quam egressi sunt
centum Fabii, gravi vide licet exitu») rimanda a «fu chiamata poi
questa porta Scelerata perché li CCC. Fabij, che co’ loro clienti ne
uscirono […]» (F3 c. 34r). Cl. 33, 1 trova idoneo corrispettivo nelle
Antichità e in HM, I, VI, c. 99r-101v (che a sua volta richiama le Antichità di Dionigi Alicarnasseo II, 70-71), Ner. 13, 2 ( tempio di Giano) riecheggia in F3 c. 58r e in P1-2 c. 30r ed L c. 30r; ancora, Ner.
25, 2 (tempio di Apolline) è riproposto da F3 c. 68r, ma assente in
72
Ner. 6, 1 in F3 c. 26r e in P1-2 e L a c. 21r: «[…] et una, ch’è ancora in piedi dietro la
chiesa di s. Pietro d’altezza di piedi .72 ne la somita de la qual vi sono le ceneri di Giulio
Cesare».
73 In F c. 142v e poi in P c. 9v: «Quello di Pompeo era in campo di Fiore, dove è il
3
1-2
palazzo de l’illustrissima famiglia Orsina».
74 «Luoghi rinchiusi intorno di tavole: dentro i quali si rinchiudeva il popolo, che
havea a dare voce nella creatione de’ magistrati […]» e poi in L c. 16r: «Et li Setri erano
vicino a monte Citorio, dove c’ora la Colonna Antoniana», «Septa dicebantur loca illa in
Campo Martio, que erant lignis circumdata, quapropter et ovilia alio nomine vocabantur, in hisque etiam databantur suffragia», Cal., 18, 1 che diventa in F3 c. 128v «Li Septi
poi, che era fra la colonna d’Antonino e l’acqua Vergine, furono (come la voce istessa
suona)».
75 il riferimento di Cal., 35, 2, «colosus vocatur statua», Ner. 31, 1 e Vesp. 18 si ritrova in F3 c. 38r e sgg.
119
e L. Gal. 6, 1 descrive i ludi Florensi presenti in F3 c. 121r,76
mentre Vesp. 9, 1 (sito del Tempio della Pace) ricollega con precisione a Lucio Fauno/Giovanni Tarcagnota nei pressi di s. Maria in
via nova il sito su cui erano stati precedentemente costruiti la Curia
Hostilia e la Basilica Portia preesistenti al tempio stesso (F3 cc. 60r61v, mentre P1-2 ed L ne ripropongono la descrizione a c. 20r); per
finire, in Dom. 1, 1 la voce Malum Punicum (ovvero malum granatum,
evidente errore per pomo granato in Poliziano), è presente senza quasi variazioni nel testo volgarizzato in F3 c. 120v.
È evidente che la reiterazione di parole, nozioni, formule scritturali e tempi verbali, ripercuotendosi da un’opera all’altra, dimostra i
debiti che Lucrino ha contratto con Pagan e dimostra anche che nel
caso delle impressioni veneziane non siamo in presenza di un testo
elaborato in tipografia e tratto o desunto da altre edizioni; al contrario, è evidente che nell’assemblaggio delle due edizioni Pagan o i
suoi collaboratori seguono un manoscritto assemblato apposta per
la stampa che raccoglie le notizie generali sull’antiquaria romana e
sulla topographia urbis Romae da testi simili preesistenti (le Antichità di
Roma di Lucio Fauno, quelle di Marliani e Fulvio, la Roma Trionfante
di Biondo nel volgarizzamento di Lucio Fauno e le Antiquitates di
Pomponio Leto edite da Mazzocchi nel 1510).
Questo prova senza ombra di dubbio che la cultura tarcagnotana
è essenzialmente fondata sul libro, al punto che è possibile individuare nella sua ipotetica libraria una lista di libri peculiares fondamentali per identificare le linee di lettura principali e i nuclei di riflessione fondanti della sua attività di poligrafo. Così, a fronte di soli quattro poeti (Ovidio, Orazio, Sannazaro, Ariosto), abbiamo filolosofi
(Plutarco, Aristotele, Platone, Galeno, Ficino, Nifo), storici (Livio,
Dionigi Alicarnasseo, Sesto Rufo, scrittori di Historia Augusta, Fabio
P1-2
76 Ripresi brevemente, ma utilizzando le stesse parole in P ed L a c. 22r: «Neli dui
1-2
ultimi giorni di Febraro sacrificavano a Marte. A li tre d’Aprile celebravano le feste Florali in memoria di Flora meretrice molto amata da Pompeo, la quale lasciò herede di
tutto il suo il Popolo Romano, et la sua casa era dove è ora la piazza di Campo di Fiore,
così detta dal suo nome. gli Giuochi Florali si facevano già sotto la vigna del Cardinale
di Napoli a piedi il monte Quirinale ora detto Cavallo […]».
120
Pittore, Solino, Eutropio, Svetonio, Floro, Cesare, Giovio, Collenuccio, Andrea Fulvio, Pomponio Leto, Flavio Biondo, Festo,
Pontano) e retori e grammatici (Donato, Quintiliano, Mario Equicola, Del Rosso, Fortunio).
La commistione tra autori antichi e moderni – che dice tutto della disomogenea formazione dell’autore - evidenzia però alcuni fattori che meritano di essere citati per delineare la complessa figura
letteraria del Tarcagnota. Innanzitutto, infatti, mancano Petrarca e
Bembo nel campo della lettura poetica, sono assenti cioè le scelte
linguistiche utili per una svolta poetica del suo linguaggio e la presenza di Sannazaro, la cui lettura e influenza rimanda ancora e solo
a scelte poetiche, non è decisiva, né caratterizzante d’un orientamento poetico della lingua stessa. In più, gli storici presenti sono
tutti compilatori e il prodotto della loro lettura non poteva che essere di due tipi: o compilatorio/universalistico (le Historie del mondo)
o decomposto/riciclato in frammenti disomogenei utilizzabili alla
bisogna e mosaicizzabile in più contesti.77
Il confronto serrato tra l’edizione di Maffio Pagan (nelle sue due
versioni), la lucriniana e i Quattro libri palladiani dimostrano senza
ombra di dubbio che i due Palladio sono radicalmente diversi per
77 La stessa presenza di Agostino Nifo e Marsilio Ficino è stata utilizzata come filtro
per l’apprendimento del pensiero di Platone e Aristotele e che solo Plutarco e Galeno
sappiamo essere stata davvero genuina e autonoma lettura dell’autore. Se nel caso di
Ficino possiamo identificare i contatti e le influenze esistenti tra Marullo, gli Scala (padre e figlia) e i Salviati (che identificano il filone formativo che ricollega Tarcagnota
all’ambiente e alla cultura fiorentina), nel caso di Galeno invece, possiamo addirittura
scoprire, senza margini d’incertezza, quali letture ed edizioni abbia potuto consultare e
studiare il gaetano. Il tramite, infatti, dell’apprendimento diretto del pensiero del medico
greco è quel Paolo Manganella, deceduto intorno al 1547-1548 e a causa di ciò involontario stimolo alla scrittura del volgarizzamento a Galeno, amico e conterraneo
dell’autore e proprietario di una copia del De arte medendi e di altri libri medicali, stante la
nota di possesso su di un frammento cartaceo (forse copiato a Gaeta nel monastero di
s. Michele Arcangelo, lo stesso in cui è stato copiato il Cancionero conosciuto come Montecassino 871) e probabilmente facente parte di un altro codice (ora smembrato o perduto) le cui poche carte rimaste sono servite a qualche rilegatore per rinforzare le guardie
della giuntina 1585 del II volume delle Historie del mondo dello stesso Tarcagnota conservate in BMC.
121
interessi, stile di scrittura, proposte architettoniche e scelte descrittive. Ad esempio, mentre per Tarcagnota è evidente il ricorso ad
accorgimenti spaziali stereovisivi e prospettici, la stessa cosa non è
possibile rintracciare per P1 la cui visione è essenzialmente descrittiva e topografica, basata sull’assemblaggio casuale e disordinato dei
percorsi artistici da mostrare.
Assodato che le fonti cui tutti principalmente attingono sono lo
stesso Lucio Fauno, Flavio Biondo, Dionigi Alicarnasseo, Fabio
Pittore e Curzio Rufo (nonché Raffaello-Castiglione, Marliani e
Fulvio) e che il vocabolario adottato non esula dal toscano e dal senese (con più di una puntata nel romanesco e nel napoletano cinquecenteschi), è evidente che il confronto si gioca sulle questioni
topografiche propriamente dette, a partire dalle diverse descrizioni
dei singoli luoghi e a giungere alle spiegazioni storiche e toponomastiche date sui toponimi e agli errori e mancanze delle stesse descrizioni date (Tabella 11).
Tabella 11: Confronto tra le Antichità di Roma e le opere di Lucio Fauno e Bartolomeo Marlani
11v
11v
13v
14r
15r
15r
15r-16r
16r
16r
18r-18v
18v
19r
19r
19v
1v
20r
20r-20v
P1-2 e L
Colonna di Traiano
Colonna Antonina
Marforio
Domus Aurea Neronis
De le curie […]
De i senatuli […]
De li magistrati […]
De i comitii […]
De le tribu […]
Dell’Asilo
Tempio di Carmenta
Colonna Lattaria
Equimelio
Villa publica
obelischi
Vivario
Horti
FONTI
FAUNO Compendio
MARLIANI 1544
FAUNO Compendio
MARLIANI 1544
BIONDO 1542
BIONDO 1542
BIONDO 1542
BIONDO 1542
BIONDO 1542
MARLIANI 1544
MARLIANI 1544
MARLIANI 1544
FAUNO Compendio
MARLIANI 1544
FAUNO 1552
MARLIANI 1544
MARLIANI 1544
9r
8v
5v
15r
8r
6v
6r
4r
11v
11v
11v
Aj
Aiij2
8v
122
22r-22v
23r
23r-25v
25v
25v-26r
26v
26v
27r
27r
27r-27v
27v-28r
28r
28r-29r
29r-29v
31r-31v
8r
8r
9r
Feste, et giuochi […]
Pantheon
De li sacerdoti […]
De l’essercito romano […]
De i trionfi […]
Del numero del popolo romano
De le ricchezze […]
De le ricchezze […]
De la liberalità […]
De li matrimoni antichi […]
De la buona creanza […]
De la separazione d’i matrimoni
De l’essequie antiche […]
Palazzo del Belvedere
Dei templi […] fuori di Roma
Acquedotto Claudio
Sette sale
Circo Massimo
BIONDO 1542
MARLIANI 1544
BIONDO 1542
BIONDO 1542
BIONDO 1542
BIONDO 1542
BIONDO 1542
BIONDO 1542
BIONDO 1542
BIONDO 1542
BIONDO 1542
BIONDO 1542
BIONDO 1542
FAUNO 1552
FULVIO 1527
MARLIANI 1544
MARLIANI 1544
FULVIO 1527
22v
9v
Il primo punto su cui tali divergenze intervengono in maniera
massiccia tra pseudo Palladio e i Quattro libri palladiani è sulle diverse situazioni inerenti i monumenti, la loro funzione e soprattutto la
collocazione topografica di ognuno. È il caso, per cominciare, seguendo l’ordo imposto da P1, del circuito e delle porte principali. Sul
primo è necessario subito dire con chiarezza che pseudo Palladio
non si accorge di confondere il muro aureliano (non citando diverse porte in esso all’epoca ancora aperte) con il muro serviano e anzi, nel caso della porta Trigemina, pur considerando essa il vertice
di un «[…] triangolo presso la radice del Palatino» (laddove facciamo notare che il termine «radice», più che abusato all’interno delle
Antichità, è ben lontano dal più tecnico «basa» che invece il vero
Palladio utilizza nel suo trattato d’architettura) è evidente che non
intende altro che un perimetro al cui interno sono dislocati diversi
manufatti senza altri riferimenti, mentre ben diverso è il reticolo
prospettico e spaziale disegnato da Tarcagnota/Fauno che prevede
una frammentazione descrittiva caotica certo, ma lo stesso organizzata sulla base di un percorso voluto («a destra e a manca» come nei
123
Mirabilia e nelle edizioni di Cosa meravigliose) e geometricamente riducibile a settori più piccoli del reticolo orginale in base alla quantità di edifici da narrare.
Nel caos narrativo-descrittivo (che è già facilmente dimostrabile
seguendo il suo percorso su di una qualunque pianta di Roma antica, ma che diventa aggrovigliato e ulteriormente difficile da ricomporre in un percorso lineare se lo si applica alla pianta di Bufalini) e
nei continui salti da una Regio all’altra (cui è costretto dalla necessità
di mantenere un tratto storico-artistico che si sforza di mantenersi
unitario), pseudo Palladio non cita le porte del muro romuleo, salta
diverse porte del perimetro aureliano e in molti casi non si accorge
di seguirne il percorso, errore che invece Palladio non compie mai,
in particolare nel III e IV libro del suo trattato, non a caso definiti
«le mie antichità» (con ciò sgombrando il capo da ogni ipotesi che
egli abbia potuto scrivere in precedenza qualcosa di simile).
[…] in questo libro, nel quale io do principio alle mie antichità, et ne gli altri,
che piacendo Iddio seguiranno; desidero, che tanto maggior studio sia posto nel
considerar quel poco, che si dirà; et i disegni, che si porranno: quanto con maggior fatica, e con più lunghe vigilie io ho redutto quei fragmenti, che ne sono
rimasi degli antichi edificij, à forma tale, che gli osservatori de l’Antichità ne
siano (come spero), per pigliar diletto; et gli studiosi dell’Architettura, possano
riceverne utilità grandissima (QL, III, p. 5).
A volte, addirittura sembra che non abbia neppure visto il luogo
che sta descrivendo dato che nel caso della porta Flaminia cita il
passaggio aperto nelle mura aureliane non rendendfosi conto che
nel muro romuleo quella porta neppure esiste.
Lo stesso avviene con la porta Collina, in direzione dei Campi
Scelerati, che egli chiama a volte Salaria (e che spesso è didentificata
anche con il nome di Quirinale e Agonale) incorrendo così in un
errore macroscopico poiché la porta Collina e la Salaria/Quirinale
sono due porte differenti. Ancora, procedendo nella ricognizione
delle imprecisioni pseudo palladiane, è bene segnalare anche la
mancata citazione del sito della porta Esquilina, l’errata designazione di porta s. Agnese (detta anche Figulense) come Amentana e
124
l’errata convinzione che su di essa convergano il vicus collis Viminalis
e il vicus Patricius, i quali invece, non solo non vanno in direzione
della porta (posta più a nord), ma conducono direttamente e senza
via d’uscita ai Castra Praetoria dei quali, per inciso, nulla si dice,
mentre nella carta di Roma antica (Figura 18) disegnata da Ligorio
non solo compare il toponimo, ma lo si disegna circondato di mura
quadrate proprio come nella descrizione faunica.
Figura 18: PIRRO LIGORIO, Mappa di Roma antica, Venetia, Tramezino, 1553 in
LAFRERY, Speculum romanae magnificentiae, I, 119 (The Metropolitan Museum of the
Arts, The Elisha Whittelsey Collection, The Elisha Whittelsey Fund, 1949 [49.97.525])
Anche questo fattore c’induce a credere che pseudo Palladio
non abbia davvero visto i luoghi descritti e per quanto concerne
questo toponimo in particolare, questo errore macroscopico rende
evidente che il luogo non è stato neppure visto direttamente, ma
solo considerato alla luce di nozioni riprese da altri senza alcun filtro.
Il passo di HM I, I cc. 98v-101v sulla fondazione di Roma coin-
125
cide quasi perfettamente con i passi relativi di P1-2 ed L (cc. 2v-3v),
mentre la descrizione di porta Enea, rifatta da papa Borgia (notizia
che in Flavio Biondo è assente perché il riminese non poteva eserne al corrente) è presente solo nell’edizione delle Antichità di Roma
pseudo palladiane del 1709 come evidente giunta dal curatore. Viceversa, l’episodio è citato da F1-3 (il passo è quindi da considerarsi
come addenda e variante di stato rispetto al testo originale da parte
di Lucio Fauno) e in seguito da M c. 100r, ma non da altri antiquari
ed è perciò da considerarsi prova del passaggio di informazioni da
Fauno agli altri e non essendo citato da altri storici e antiquari dimostra pure che l’unico a discutere la questione è solo Lucio Fauno
in una partita a tre con i propri pseudonimi.
Anche nel caso della frase sulla distanza di Roma dal mare, in effetti, ponendo il volgarizzamento della Roma ristaurata scritto da
Tarcangota come iniziale teste per le informazioni e per la struttura
del periodo («[…] Roma è posta nel Latio, 15 miglia lungi dal mare
Tirreno […] Romolo fu cosi detto da un arbore di fico, sotto il
quale fu col fratello Reno ritrovato; quando piccoli fanciulli furon
come per annegati, per comandamento del zio, lasciati presso la riva del fiume […]», RR, I, c. Air), è possibile individuare a cascata le
ripetizioni in pseudo Palladio e poi in Lucio Mauro. Anche qui,
non essendo presente la frase in altri contesti e autori diversi ed essendo possibile identificare la comune matrice greca nell’opera di
Dionigi Alicarnasseo (peraltro non seguito né imitato da altri antiquari a parte Fauno), è possibile individuare la successione delle ripetizioni e quindi l’originale traduzione, appunto lo stesso Lucio
Fauno della Roma ristaurata e della Roma Trionfante, volgarizzamenti
compiuti tutti nel triennio 1542-1544.
Altro segno che riconduce l’opera alla mano di Tarcagnota è
l’errore di stampa (che poi si è conservato intatto in tutte le edizioni
successive), relativo alla data della fondazione di Roma in base alla
distruzione di Troia. Nel testo, infatti, sono indicati 4333 anni da
quell’evento («E fu edificata gli anni del mondo .5550. et dopo la
destruttione di Troia .4333. adi .21. di Aprile da Romolo e Remo
126
nati de Ilia, overo Silvia figliuola de Numitore Re de Albano»),
mentre la cifra giusta è 433 (Figura 19).
Figura 19: La cronologia errata nelle Antichità di Roma dello pseudo Palladio
Il tipografo aggiunge un 3 che si ripercuote in tutte le edizioni
successive senza controlli fino a quella edita da Portonari a Venezia
nel 1570. La fonte del calcolo è ancora Dionigi, ma filtrato da
Biondo e successivamente da Fauno/Tarcagnota che nelle Historie
del mondo del 1562 scrive quanto segue: «[…]Non havea Romolo
piu che diciotto anni, quando la edificò, e fu a XXI di aprile (come
vuol Solino) quattrocento trentatre anni dopo la rovina di Troia, il
primo anno della Settima Olimpiade, che cade nel XLIIII del regno
di Ozia, che erano del mondo tre mila dugento trentatre. Vuole
Plutarcho, che in quel di, che su questa città edificata, fosse uno eclisse della Luna meraviglioso» (HM, I, VI, c. 100v).
La notizia dunque, al di là dell’errore tipografico e dell’errore di
citazione (perché Dionigi dice «432 anni dopo la presa di Ilio, durante la settima olimpiade»), rimanda a Tarcagnota come unico autore cui è possibile riferirsi per la citazione perché la cifra non
compare in Ligorio (ma dalle date degli imperatori citati è possibile
ricavare indicativamente un alquanto sospetto periodo di 761 anni),
né Andrea Fulvio (che riporta 402 anni), tanto meno in Marliani, in
127
Gamucci (432 anni) o nelle edizioni di Cose meravigliose (citiamo per
tutti l’edizione BLADO 1575 che riporta addirittura 715 anni). Lo
stesso accade per i passi relativi alla gravidanza di Silvia; anzi, in
questo caso, il gaetano, copiando fedelmente l’identico passo di
Dionigi Alicarnasseo (Tabella 12), si rivela essere l’unica fonte di se
stesso nel testo pseudo palladiano.
Tabella 12: Confronto argomentativo tra Lucio Fauno, Lucio Mauro, pseudo Palladio e
Dionigi Alicarnasseo
M
Rea Silvia
Morte di
Remo
Distanza di
Roma dal
mare
p. 1
Datazione
della fondazione
Muro di
Romolo
Tempio di
Giove Feretrio
Rupe Tarpeia, lago
Curtio
Foro, porta
Mugonia,
Templi diversi
Templi di
Quirino, Ve-
DA
I, LXXVI 3
– LXXVII 1-
2
I, LXXXVII
1-4
II, I (120
stadi
[23.760
km])
II, II 3 (432
anni dopo
la caduta di
Troia)
HM
I, VI 98v
I, VI 100r
I, VI 100r
aiijr (15
miglia =
27 km)
1r
aijr (433
anni)
1r (4333
[sic] dopo
la caduta
di Troia)
II, II 1-3
p. 7
II, XXXVI 4
I, VI 102v
pp. 6
e 23
II, IL –
XLII; XIV
(EXCEPTA),
XI 1-5
II, L 1-3
I, VI 103r
I, VI, 100r-v
70v, 5v,
30r-33r
II, LXIII LXVI 1
I, VII 110r
47r e 97v;
37r, 43v,
pp.
79, 47
1r
1v
(433 anni
dopo la caduta di
Troia)
I, VI 100r
pp.
18, 3,
7-10
P1-2 e L
F3
air
2v
33v
e
29r, 54v
331r
10r, 3r
128
sta e valle tra
Campidoglio
e Palatium
Metello
Salij
Mura Ostilie
(fino al Celio)
Orazi e Curiazi
Muro Aventino, t.pio di
Artemide
e 97,
28 e
42
Muro Ianiculum, ponte
Simplicio
Muro Tarquinio, tempio di Zeus,
Cloaca Maxima
Epoca dei re
82r
II, LXVI 2-3
II, LXX 1
III, I 3
II, XIII, 715r
I, VII, 110v
I, VII, 114r
III, X - XV
I, VII, 112v
pp. 4,
79 e
132
III, X LIII XLIV
II, XXII,
pp. 4
e 106
III, XLIV 3
pp. 4,
9, 54,
146
III, LXVII 5
– LXX 3
I, VII, 118r-
V, I 1 (244
I, VII, 124v
anni)
VI, I 1-4
I, VIII, 172r
p. 70
p. 4
Templi di
Crono ed
Eracle
pp.
40, 56
Dioscuri,
monte Cavallo
p. 79
VI, XIII 1-5
773v
(Tempio di
Artemide)
I, VII, 116v
c. 70r
6r-8v
3v
6v, 79r,
132v
22r, 150v,
148r
4r-4v
8v, 33r
121r
2r (243
anni)
33v, 42r,
46r, 50v;
88r, 139r,
140r
119r, 118v
c. 13r
Le frasi si ripetono quasi senza variazioni finanche nella ripresa
della sezione sulla gravidanza e sull’intervento di Faustolo che poi
consegnerà ad Acca Larenzia i due gemelli per allevarli.
Quale dal fratello Amulio fu scacciato per succedere nel Regno, et per assicurarsi in tutto dal sospetto de la successione di Numitore, fece Silvia figliuola di
quello Sacerdotessa nel tempio de la Dea Veste. Ma fu vano, che trovandosi fra pochi dì
Silvia gravida, come si dice, da Marte ò dal Genio del loco, ò pur da qualche altro huomo
129
[…]. Partorì duoi figliuoli ad un parto: delli quali accortosi il Re Amulio, gli fece
portare per gittare nel Tevere, longi d’Albano. E qui dicono molti che al pianto
loro venisse una Lupa che avea partorito di fresco, dandogli il latte come figliuoli stati li fossero, et per sorte passando un pastore chia [Bv] mato Fastulo,
grido alla Lupa, e toltosi li fanciulli li porto à casa sua, et diedegli a governare alla sua moglie, chiamata Acca Laurentia.
[…] Ne gli bastò questo, che egli fece ancho vestire monaca una figliuola del
fratello, e la dedicò a Vesta, perche non se ne fosse dovuto sperare figlioli. Numitore, che tutte queste cose vedeua, dissimulava, e p[i]angeva segretamente, le
sue tante calamità. Ma non bastò Amulio con le sue accorte s[c]eleranze, à rimediare à quello, di che egli tanto temeva. Percioche questa fanciulla, che Silvia,
o Ilia la chiamano, uscita a torre dell’acqua, che doveua ne’ sacrifici servire, fu
da Marte (come ella disse o si pensò) ingravidata, e ne fece poi al suo tempo duo fanciulli ad un parto, che furono Romolo, e Remo. Dicono, che ella per honestare
questo, si fingesse questa favola di Marte, ma che fosse da un suo amante compressa. Vogliono alcuni altri, che il Genio del luogo la ingravidasse. Ne mancano di quelli, che dissero, che Amulio istersso la violasse, per havere occasione di farla poi pubblicamente morire. Comunque si fosse, ella si trovò col ventre gonfio […] e che
essendo ritornato Faustolo poco avanti di Alba, dove havea questa novella intesa, fingendo di
non saperne cosa alcuna, facesse con molta dilegentia dalla moglie sua allevargli, che havea
poco innanzi un suo figlioletto perduto. Per questa cagione fu ne tempo buono
della Repubblica in memoria di questo caso fatta una Lupa di bronzo con duo bambini à petto, che è forse quella, che si vede fino ad hoggi in Roma nel Campidoglio. Chiamò
Faustolo i fanciulli Romolo, e Remo […] (HM, I, VI, cc. 98v-99r).
Le coincidenze testuali continuano sempre a partire da Dionigi e
passano in Fauno (Antichità eHistorie); è quindi necessario ricordare
che, in base a quanto riportato in ASFi 434, le Historie del mondo nel
1554, otto anni prima della princeps effettiva, sono già presso Tramezino per la stampa proprio nei due volumi iniziali dalla creazione
alla nascita di Cristo e comprensive, quindi, delle sezioni qui indicate. Si profila perciò un insieme d’informazioni che circolano dai
volgarizzamenti di Biondo alle Antichità fauniche e alle Historie tarcagnotane e dalle Antichità maurine a quelle pseudo palladiane: in
questo modo, Tarcagnota scrive sempre più o meno le stesse cose e
tratta sempre gli stessi argomenti gestendo i materiali impiegati e
fonti utilizzate a seconda del bisogno e del genere cui sta attenden-
130
do. Così, analogo frangente si verifica ancora per la sezione sulla
gioventù dei due gemini lactantes e soprattutto per quella relativa alla
costruzione del mure cento (muro quadrato cintato secondo il Compendio di Roma antica) originario (murus Romulio) e della città primitiva
distesa tra Campidoglio e Palatino.
[…] Ne comprendeva gia in se questa antica citta di Romolo piu che duo colli
soli, il Palatino, e ‘l Campidoglio; ne hebbe piu, che quattro porte, la Carmentale, che
fu anche poi chiamata Scelerata, la Pandana, la Romana, la Ianuale (HM, I, VI, c.
100r)
«La citta di Romolo, che fu di forma quadrata, comprendeva in se il Palatino, e
‘l Campidoglio: Ebbe quattro porte; una sotto la rupe Tarpeia, e fu chiamata Carmentale, e Scelerata: un’altra nel Velabro; e fu detta Padana, e Libera, e Saturnia:
la terza fu presso l’Amphiteatro di Tito, e fu nominata Romana, e Mugonia, e
Trigonia. La Ianuale fu l’ultima posta presso le radici del Viminale» (FAUNO
Compendio c. [Aj]).
Stessa situazione per la descrizione del Pantheon, ovvero s. Maria
Rotonda, in cui pseudo Palladio riferisce semplici dicerie (come il
tetto a lamine d’argento e le sottrazioni costantiniane) mischiate a
notizie già all’epoca smentite (come nel caso degli ipotetici danni
arrecati da s. Gregorio).
Il Panteon è ancora in piedi di forma rotonda, de altezza, et larghezza di
piedi cento e quaranta quattro, fatto di fuori di mattoni, et di dentro è ornato di
varii marmi, et intorno intorno vi sono Capellette molto adorne [c. 23 v] dove vi
erano collocate le statue di li Dei, et le sue porte sono di bronzo di meravigliosa
grandezza, et fu già dedicato a Giove Vendicatore, a Cerere, e a tutti li Dei, et
Bonifacio quarto lo dedico a la beata Vergine, et a tutti li Santi, et si adimanda la
Ritonda. Fu ancho coperto de lame d’Argento, le quali Costantino .3. Imp. le
levò via, et portolle a Siracusa, insieme con tutte le statue de rame, et di marmo,
ch’ erano in Roma, et vi fece più danno in sette giorni che vi stette, che non avevano fatto li barbari in .258[.] anni, Et non è (come crede il volgo) che S.
Gregorio per causa de la religione facesse gettare nel Tevere le più belle statue.
(L)
Del Panteone, chiamato hoggi S. Maria Rotonda. Cap. XVIII. Il Panteone con le
Terme di Agrippa furono gia nel principio del Campo Martio, o pure, (come
131
Strabone dice) furono in un altro campo al campo Martio vicino. Il Panteone è
quasi hoggi intiero col suo portico: e di dentro e di fuori è tutto d’opera
Corinthia di bella maniera. Ma egli è privo hoggi de li suoi molti antichi
ornamenti e statue. Da la sua ritonda forma è stato da moderni s. Maria
Rotonda chiamato. Agrippa (come scrive Plinio, e la inscrittione del tempio
istesso il dimostra) l’edificò à Giove Ultore; e ‘l chiamò Panteone, perche il
dedicò (da poi di Giove), ancho à tutti gli dei, che gia questo quella voce
significa. Altri vuole, che egli fusse cosi chiamato per havere forma circolare alla
guisa che è il mondo. Nell’andito del tempio erano le affigie di Augusto, e dio
Agrippa, dentro poi vi erano molte staue di Dei su per quelle Cappellette, che vi
si veggono, quasi solo per questo fatte, e spetialmente vi era quella di Minerva
di avorio fatta da Fidia famoso artefice; e quella di Venere, dalle cui orecchie
pendeva quel celebrato Unione di Cleopatra. Scrive Macrobio, che vinta
Cleopatra, e l’Egitto, fu recata in Roma una perla grossissima, che soleva questa
Regina portare attaccata à l’orecchia (che già l’altra à questa simile l’haveva in un
convito che ella à M. Antonio fece, disfatta in aceto, e bevutala.) Questa per la
dunque fu partita per mezzo, e fatte due furono come cosa mostruosa e rara,
attaccate al simulacro di Venere ne Panteone, e fu stimata che valesse questa
una CCL mila scudi d’oro […] (F3).
Un caso a parte, rispetto alle semplici aderenze testuali sinora riscontrate, è offerto dal paragrafo sulle porte che evidenzia alcune
differenze sostanziali nei toponimi adottati (Figura 20).
132
A
B
C
D
E
F
G
H
I
J
K
Porta Collina
Posterula
Posterula (via Cornicularia ?)
Viminalis
Esquilina (via Gabina/Labicana)
Querquetulana
Celimontana
capena
Nevia
Radusculana
Lavernalis
L
M
N
O
P
Q
R
S
T
U
V
W
Posterula
Trigemina
Flumentana
Carmentale
Catularia (?)
Ratumina (?)
Fontinalis
Posterula (Salaria vetus)
Latiaris (?)
Sanqualis (?)
Salutaris
Quirinalis
Figura 20: Le porte sul percorso delle mura Serviane in Atlante 2012, II, tav. 1a
133
Pseudo Palladio presenta i monumenti esistenti e non la topografia di quelli scomparsi, lo stesso per le porte di cui non cita i
nomi latini antichi: è evidente che non ha cognizione della topografia antica e neppure è al corrente delle modificazioni intervenute,
basta rileggere il passo iniziale della porta Mugonia di cui non cita il
nome né le ipotesi tratte dalle fonti utilizzate e dichiarate nella lettera prefatoria d’apertura; queste invece, in unao dei pochissimi casi
di concordia discors tra autori diversi (sia pure con l’unica variante
nominale, Mucione, in Ligorio), non solo analizzano il sito su cui essa è stata aperta, ma ne contestualizzano il perimetro murario,
l’epoca e il re che l’ha aperta e le ragioni del suo nome.
Riportiamo il passo del Compendio di Roma antica relativo alle porte per meglio comprendere quali differenze intercorrano tra i due
testi.
De le porte che sono in Roma, e de le strade Che ne escono. La porta del
popolo fu già detta Flumentana e Flaminia per stare su la strada Flaminia che in
cominciando presso i Septi esce per questa porta, e va fino ad Arminio. La villa
à le galline, ò la villa de’ Cesari, fu IX miglia fuori di questa porta. Qui furono
anche la strada Claudia e la strada Cassia. La porta Pinciana fu già detta Collatina da Collatia terra di Sabini, che le era presso: onde Collatina si chiama la strada, che ne esce, che con la Salaria si giunge. La porta Salaria chiamata ancho da
gli antichi Collina, e Quirinale, et Agonale; è la terza in questo ordine; divide il
colle de gli Hortoli dal Quirinale. Il tempio di Venere Ericina fu fuori di questa
porta. Vi fu ancho il tempio de l’Onore. Tre miglia lungi da questa porta venne
ad accampare Annibale. Da questa parte ancho presso l’Aniene Torquato vinse
à colpo à colpo quel gagliardo Francese. La strada Salaria da questa porta esce,
fu cosi detta dal Sale, che i Sabini venivano à tôrre in Roma per questa via. Tre
miglia di Roma su questa strada si trova il ponte fatto da Narse su l’Aniene. Per
questa strada vennero a entrare i Galli Senoni in Roma. La porta di S. Agnesa fu
già chiamata Viminale, e Numentana, e Figulnense. Ebbe duo miglia lontano
fuori de la città, il tempo di Bacco, che è ora chiesa di S. Costanza. Vi è l’antica
chiesa di S. Agnesa, che ha dato il nome a la porta. La strada, che ne [Aij] esce,
è chiamata Numentana, e si rigiunge a un miglio di Roma su questa strada si
trova il ponte Numentano su l’Aniene. La Porta Quierquetulana fu quella che si
trova appresso, chiusa tra il campo Viminale, e l’Esquilino. Fuori di questa porta fu il Vivaiuolo luogo da tenere animali rinchiusi. Il castel de la guardia, dove
stantiavano i soldati di Dioclitiano, su quel piano in quadro cento di mura, che
134
fuori di questa porta chiusa si vede. La porta di S. Lorenzo fu già detta Esquilina, e Taurina: e la strada, che ne esce, Labicana, e Prenestina. La chiesa di S.
Lorenzo fuori le mura edificate da l’imperatore Costantino è un miglio da questa porta con molte reliquie dentro. Il ponte Mamolo detto già Mammeo, per
essere stato rifatto da Mammea madre de l’Imp. Severo, si trova su l’Aniene poco sopra S. Lorenzo. La porta Maggiore o di S. Croce, fu chiamata Nevia: Ne
esce la strada Labicana, e la Tiburtina, che incomincia col clivo di Saburra, e divide l’Esquilie per mezzo; come la Labicana cominciava presso al Coliseo, e ne
venia fino a Celio, e l’Esquilie ad uscire per questa porta. La porta di S. Giovanni chiamata ancho Asmaria, fu già detta Celimontana. Per lei esce la strada
Campana, che va ad unirsi con la Latina. La porta Gabiusa è quella, che si vede
chiusa nel cantone de la muraglia fra il Celio, e ‘l Celiolo: Da lei incominciava la
strada Gabina, che menava ne Gabij. La porta Latina è posta nel ciglione del
Celiolo, e fu forse presso gli antichi chiamata Ferentina. Il tempio della Fortuna
muliebre fu quattro miglia fuori di questa porta. La strada Latina per questa
porta esce, e presso a S. Germano si congiunge con la Appia; con la quale ancho dentro di Roma si giunge. la porta di S. Sebastiano fu già detta Capena, e
Camena. La strada che n’esce è chiamata Appia: incomincia dentro la città presso al Settizonio di Severo e va fino a Brindisi. La chiesa di S. Sebastiano è duo
miglia lungi da questa porta, col cemiterio di Callisto, dove sacrificavano i Christiani per paura de gli imperatori. Fuori da questa porta Capena è la cappelletta
chiamata Domine Quo Vadis. Il circo di Caracalla fu fuori di questa porta di là
di S. Sebastiano, dove ancho oggi uno obelisco rotto si vede; qui prima furono
gli alloggiamenti pretorij, ciò è dove stantiavano i soldati de la guardia di Tiberio. I sepolcri di molte nobilissime famiglie romane furono su la strada Appia,
come se ne veggono ancho oggi gran rovine. Fuori de la porta Capena ebbe la
tempesta un gran tempio; un’altro la speranza; un’altro il Dio ridicolo; un’altro
bellissimo Marte; un’altro le Camene con un boschetto vi ebbe l’Onore; e Terentio un bel giardino; vi fu il Sacrario della buona dea. La porta di S. Paolo fu
già detta Trigemina, e fu prima presso dove è ora Scola Greca; poi fu trasferita,
ne la prima uscita, che si fa nel piano di Testaccio. La strada che ne esce è detta
Ostiense, perche mena a Ostia. La chiesa di S. Paolo che è su questa strada più
di un miglio da Roma, fu dal gran Costantino edificata, e vi sono molte reliquie.
Il monasterio antico di tre fontane dove fu mozzo il capo à s. Paolo e vi sono
monaci di S. Bernardo è un miglio di la di S. Paolo. De le tre porte di Trasterevere, e de le Sei di Vaticano. La porta di Ripa fu già chiamata Navale; e Portuense ancho, per che conduce à Porto edificato da l’Imp. Claudio presso la foce
del Tevere; onde ne fu la strada ancho chiamata Portuense. La porta di S. Pancratio che è su la cima del Ianicolo, fu già detta Aurelia; come ancho la strada,
che ne esce: la quale strada fu ancho detta Traiana da Traiano, che la riconciò: e
per lei si va verso Pisa in Toscana. Il sepolcro di Papa Callisto, e quel di papa
135
Felice I che edificò una chiesa in suo nome, furono fuori di questa porta Aurelia. La porta a Settimiana, che è la terza porta di Trastevere, et è volta verso
Borgo; fu già chiamata Fostinale e sotto Iano per stare sotto al Ianicolo. De le
sei porte di Borgo la prima è quella di S. Spirito, che riguarda a la porta Settimiana di Trastevere. La seconda chiamata del Torrione fu già detta Posterula et
è presso le fornaci. La terza è detta Pertusa et è in luogo erto sopra S. Pietro. La
quarta, che è giù ne la piazza di S. Pietro è chiamata di Belvedere; e fu un tempo
detta di S. Pellegrino. La quinta fu detta Posterula che è sotto il castello S. Angelo et esce ne le campagne di Vaticano. I Prati Quintij furono fuori di questa
porta, et oggi i Prati vi dicono. E qui appresso si vedono i segni d’un circo antico, ò d’uno Hippodromo da maneggiarvi cavalli. La sesta porta, è quella onde si
viene di Ponte in Borgo, e fu già detta Ænea, per esservi già di bronzo la porta.
Questa fu ampliata da Alessandro VI che fece ancho il correttoro dal castello à
S. Pietro (FAUNO Compendio, cc. 6r-6v).
Rispetto a Lucio Fauno, infatti, le Antichità di Roma pseudo palladiane riportano l’ordine delle strade, non secondo i Regionari, ma
secondo un miscuglio tra viabilità ordinaria dell’epoca e viabilità antica che rende la descrizione molto confusa. Così si cita la via Retta
nel Campo Marzio (Reta nel testo che tutti gli editori, tranne [189]
FIORE 2006, conservano senza chiarire né identificare correttamente il toponimo) e la via Vitellia dal Gianicolo al mare senza dare
spiegazioni sui toponimi interessati, i quali, non si riscontrano né in
Fauno, né in Ligorio né in altri autori.
Delle vie. Ventinove furno le Vie principali, anchor che ogni porta avesse la
sua, et C[aio] Gracco le adrizò, et lastricò. Ma tra le più celebri furno, l’Appia, et
Appio Claudio essendo Censore la fece lastricare dalla porta di .S. Sebastiano
insino a Capua, et essendo guasta Traiano la restauro insino a Brindisi, et fu adimandata Regina delle Vie, perche passavano per quella quasi tutti i Trionfi. La
Flaminia .C. Flaminio, essendo Consule, la fece lastricare da la porta del Popolo, insino ad Arimini, et si chiamava anchor la Via larga perche se stendeva sino
in Campidoglio. L’Emilia fu lastricata da Lepido, et C. Flamminio Consuli, insino a Bologna. L’Altasemita cominciava sul monte Cavallo, et andava insino a la
porta di .S. Agnese. La Suburra cominciava sopra il Colisseo, et andava insino a
la chiesa di S. Lucia in Orfea. La Sacra cominciava vicino a l’Arco di Constantino, et andava a l’Arco di Tito, et per il foro Romano in Campidoglio. La Nuova
passava per palazzo Maggiore, al Settizonio, et andava insino a le Terme Antoniane. La Trionfale andava dal Vaticanio insino in Campidoglio. Vespasiano es-
136
sendo guaste molte di queste Vie le restaurò come appare in una inscrittione in
marmo, ch’ è in Campidoglio dinanzi al palazzo de Conservatori. La via Vitelia
andava dal monte Ianiculo fin al mare. La via Reta fu in Campo Martio (L).
Nella fattispecie, per la via Appia, mentre Andrea Palladio spiega
con dovizia di particolari i lavori di restauro operati da Traiano,
pseudo Palladio si limita a citare sommariamente Appio Claudio e i
lavori successivi specificando che su di essa passavano i trionfi.
[…] percioche si legge in Plutarco, che essendo data la cura di questa via a Cesare, egli
vi spese gran numero di danari: ella fu poi ultimamente ristaurata da Traiano Imperadore, il quale […], asciugando i luoghi paludosi, abbassando i monti, pereggiando le valli
et facendo i ponti dove bisognava ridusse l’andar per essa espedito et piacevolissimo
(QL, III, p. 7).
[…] Appio Claudio essendo Censore la fece lastricare dalla porta di .S. Sebastiano insino a Capua, et essendo guasta Traiano la restauro insino a Brindisi, et fu
adimandata Regina delle Vie, perche passavano per quella quasi tutti i Trionfi
(P1-2 e L, c. 4r).
Fauno, dal canto suo e al pari di Andrea Palladio, cita prima Plutarco e poi lo stesso Traiano riferendo le stesse sue parole.
La strada Appia comincia dentro di Roma appresso al Settizonio di Severo
[…] se non che Plutarcho scrive, che Cesare, essendogli stata data la cura di questa strada,
vi consumò e dissipò un gran danaio. Poi la rifere Traiano seccando le paludi, spianando i
coli, riempendo le valli e con sassi e con ponti (F3, c. 21v).
La frase dimostra senza ombra di dubbio dove abbai avuto origine la descrizione palladiana e quale sia la fonte moderna cui
l’architetto attinge ripetendosi nella descrizione dei ponti. Per la via
Flaminia, invece, l’opera di Lucio Fauno si caratterizza per la particolare risoluzione data del sito e del percorso viario collegato. Infatti, mentre Andrea Palladio specifica il percorso fino a Rimini
(QL, III, p. 6), appoggiato in questo dall’autore delle nostre Antichità
che in più aggiunge dettagliate notizie sui punti di partenza e di arrivo e sull’unione alla strada che porta in Campidoglio, il gaetano
137
non concorda con l’dentificazione tra porta Flumentana e porta del
Popolo e sulla collocazione che ne danno gli altri.
La porta Flumentana non fu gia là dove è hora quella del Popolo; perche
(come s’è gia detto di sopra), il Campo Martio era fuori della città, alle volte il
Tevere: e dovea essere presso la ripa del fiume non molto lunge da Ponte Sisto,
dirimpetto al muro, che Anco Martio fece, rinchiudendo nella città il Gianicolo»
(F3, c. 10v).
È questo l’unico punto in cui la traditio delle informazioni non
passa da un autore all’altro, né viene recepita come fonte essendo
diverse le analisi compiute da ognuno; è evidente che comunque si
profila un problema di lettura delle fonti, in questo caso diverse da
lettore a lettore.
Non la stessa cosa accade per il Campidoglio, la cui descrizione,
oltre che avere una breve sezione poi tolta da Accolto nella sua edizione del 1567, è poco dettagliata, ma lo stesso aderente a quella
tarcagnotana delle Antichità di Roma. L’unica differenza tra i due testi consiste nella sezione iniziale, laddove si specificano le ricchezze
e le bellezze artistiche ivi conservate e nella descrizione del Campidoglio moderno. In questo caso, mentre pseudo Palladio descrive
gli incendi, i danni e le ricostruzioni e poi si volge a narrare le statue
esposte al secondo piano, nell’analogo passo delle Antichità del
1548 e del 1552 Lucio Fauno, descrivendo in cerchi concentrici la
visione totale del sito, progressivamente si rivolge alle opere esistenti dando i medesimi connotati.
Et non si vede altro di cose antiche, che la Lupa di rame, la quale era nel
comitio, et fu fatta de le condennationi di certi usurari, et è nel palazzo de Conservatori, et ne l’anticamera vi è una statua di bronzo dorata d’Hercole, che tiene nella destra la clava et ne la sinistra un pomo d’oro. Questa statua fu ritrovata al tempo di Sisto .4. ne le ruine del tempio d’Hercole, ch’era nel foro Boario.
Et ne la camera de l’audientia vi sono due statue di bronzo, di due giovani, uno
de quali sta in piedi in abito di servo, et l’altro è ignudo, et pare un pastore, et
con un ago si cava da la pianta del piede un steco. Nel cortile vi è il capo, et
piedi, et altri fragmenti, di quel Colosso, ch’era ne la regione del Tempio de la
Pace, et ne la facciata appresso la scala vi sono certi quadri di marmo, ne i quali
138
vi è scolpito il trionfo di M. Aurelio, quando trionfo de la Datia. Et nel cortile
vi sono con bello ornamento collocati molti marmi antichi, nuovamente ritrovati nel Foro sotto a l’arco di Settimio, dove sono scolpiti i nomi di tutti i Consoli, Dittatori, et Censori Romani. La testa grande di rame, ch’ è sotto il portico,
è di Commodo, et una mano, et un piede di detto colosso, è di sopra ne la sala,
<dove è la statua di Leone .x. tratta dal naturale,> e nella sala dove si tiene ragione vi è quella di Paulo .3. et di Re Carlo, che fu Senatore. Et quelle due statue che sono a pie de le scale del Senatore, rappresentano il Tigre, et il Nilo,
fiumi d’Egitto, et quelle otto colonne che si veggono verso il foro erano del
portico del tempio de la Concordia (P2).
[…] Si vede oggi nel Campidoglio, uno obelisco antico picciolo su l’uscita di
Araceli. Vi si vede la bella statua equestre di M. Aurelio; Vi si veggono duo simulacri marmorei di duo fiumi, Tigre e Nilo. Sul Palagio de Conservatori è
quella bella Lupa antica di bronzo co’ duo bambini à petto: Vi è la bella statua
antica di Ercole ignudo, con molte altre statue di bronzo, e frammenti antichi.
Drizzavano anticamente sul Campidoglio le statue di bronzo et ad Iddij, et a
Cavalieri Romani: e ve ne erano alcuni equestri et alcune ancho di oro, et
d’argento: E vi si conservavano quasi infinite tavolette di bronzo, dove erano
scritte e leggi, e varij [5r] decreti del Senato De’ luoghi, che sono ne la valle, che
è fra il Campidoglio, e ‘l Palatino. Il Vico Iugario era in questa valle lungo le radici del Campidoglio, e terminava col Foro Romano. In questo vico fu la casa di
Ovidio presso à S. Maria de la Consolatione. Ebbe ancho qui la casa Val: Amerino. Et in questo vico fu il tempio di Ope. Il Vico Toscano fu da l’altra parte di
questa valle lungo le radici del Palatino. Fu chiamato ancho il vico Turario; e da
una parte terminava col Foro Romano, e col Velabro da l’altra: il tempio di Vertunno, e la Basilica Sempronia fuorno in questo vico; nel quale erano molti
proffumieri. La via nova che pure col Foro Romano terminava, fu nel mezzo di
questa valle fra i duo già detti vichi: in capo di questa via presso al Foro Romano fu il Palagio di Tarquinio Prisco. In questa via ebbe Aio Loquutio uno altare.
In questa valle fu il tempio di Vesta la dove è ora la chiesa di S. Maria de le gratie; ò (secondo alcuni altri) di S. Silvestro in lago; o di S Maria liberatrice. E
presso à questo tempio fu il boschetto di Vesta, et un bel papagio di Numa
Pompilio. Il tempio di Quirino fu in questa valle, dove è la chiesa di S. Theodoro. Vi fu ancho il Lupercale, che era una spelonca cavata nel Palatino, dove à
Pane Liceo sacrificavano (Compendio, cc. 12r-12v ).
Ultimo caso di “stranezza” descrittiva è l’impiego stesso dei regionari, dallo pseudo Palladio dichiarati, ma non seguiti fedelmente,
al punto che elenca non i Regionari antichi, ma quelli in cui la città
139
era divisa in epoca moderna, quelli, per intenderci, che oggi chiameremmo semplicemente quartieri (Treio, ovvero Trevi, Monti, Colonna, s. Eustachio, Regola, Ripa, Trastevere, Campidoglio, Parione, Pigna, Campo Marzio, s. Angelo). Il problema è che ora, invece,
oltre che trovare corrispondenze con Lucio Fauno e le sue Antichità, altri collegamenti vanno ricercati in quelle di Lucio Mauro e in
particolare nel suo alter ego argomentativo, le Statue antiche di Aldovrandi.
Anche in queste due opere, infatti, a fronte della descrizione di
antichità visibili, Aldovrandi inserisce, a completamento di quelle
maurine, le antichità visibili nelle case private romane. In tal guisa,
anche la toponomastica cittadina trova una sua nuova realizzazione
nell’impiego, non di quella abusata dagli antiquari e ricostruite attraverso il continuo riferirsi ai monumenti visibili, ma della moderna toponomastica, in uso quotidianamente e più adatta a seguirsi.
Così, il Pantheon ad esempio diventa la Ciambella, si inseriscono zone di Roma sino ad allora al di fuori dei percorsi antiquari e si distribuiscono a seconda dei proprietari i nuovi soggetti dell’interesse
collezionistico privato aristocratico e cardinalizio.
La vecchia toponomastica e le vecchie descrizioni dotate di punti di riferimento antichi non ha più ragion d’essere e l’adozione dei
nuovi regionari, ora diventati quartieri veri e propri, concentra
l’attenzione del lettore/pellegrino/generico fruitore verso la modernità lo stesso mitizzandola. Le provenienze manoscritte tra le
fonti usate da Tarcagnota non si limitano a richiamare testualmente
Pomponio Leto,78 ma rivolgono la propria attenzione anche all’area
napoletana dato che un manoscritto del De aqueductibus di Giulio
Frontino, autografo di Pontano, proprietà del convento napoletano
di s. Domenico Maggiore, in origine proveniva direttamente dalla
biblioteca dell’umanista per donazione di Eugenia sua figlia.79 Che
Tarcagnota ne abbia almeno scorso le pagine è provato dal fatto
che non solo alcune frasi pontaniane sono ripetute nelle Antichità di
78
79
A partire dalle Antichità di Roma, si veda TALLINI 2013a, 11-32.
RINALDI 2007-2008, pp. 163-197: 183.
140
Roma, laddove si descrivono le acque e i percorsi da loro compiuti
all’interno della città, quanto dal fatto che Pontano dimostra di adottare come regionario la scansione in sedici regioni (separando il
Vaticano e il Campo Marzio dalle quattordici ordinarie) e sappiamo
che Tarcagnota alias Lucio Fauno e Lucio Mauro è l’unico che ricorre allo stesso parametro descrittivo.80
Anche per i templi sussistono alcune differenze che non permettono di assimilare il discorso palladiano alla scrittura pseudo
palladiana. È il caso dei seguenti edifici:
i.
Il tempio di Marte, da Palladio collocato a «Piazza de’ preti
[…] andando dal Pantheon alla colonna d’Antonino» utilizzando ancora la toponomastica moderna come Lucio
Mauro e Ulisse Aldovrandi e in totale accordo con
l’analogo F3, c. 153r;
Il tempio della Pace, da Palladio descritto con dovizia di
particolari (sito, sostruzioni, struttura esterna) e da pseudo
Palladio ridotto a poche informazioni: nessuna spiegazione
del sito preesistente; bellezza delle colonne; da Vespasiano
ricostruito; bruciato al tempo di Commodo. Nel caso
dell’ultima affermazione, registriamo l’ulteriore mancata
concordanza con il vero Palladio che dice di non essere
d’accordo poiché non rileva nella sua struttura alcun segno
che possa identificare l’eventuale legname utilizzato per la
sua costruzione. È inutile dire che le affermazioni pseudo
palladiane trovano invece la loro matrice prima ancora nelle Antichità fauniche di c. 61v («[…] Scrive Herodiano che
questo tempio d’un subito, e quasi divinamente, a tempo di
Commodo Imperatore arse tutto […]»);
Il tempio di Marte Vendicatore che per Andrea Palladio è
ormai un cumulo di rovine; sulla questione, invece, pseudo
Palladio tace, forse perché il suo alter ego Lucio Fauno parimenti ha poco o nulla da dire (c. 71v);
ii.
iii.
80
TALLINI 2013c, pp. 57-81.
141
iv.
v.
vi.
vii.
viii.
ix.
x.
81
Il tempio di Traiano, in cui Palladio distingue con il termine basa la base dei capitelli e con basamento il rialzo delle
fondamenta su cui poggia l’edificio tutto, assente totalmente dalle due trattazioni di Antichità fauniche e pseudo palladiane;
Il tempio di Antonino e Faustina per cui Andrea Palladio
specifica che nel mezzo del tempio, nella piazza antistante,
era collocata la statua equestre di Marco Aurelio poi collocata sul Campidoglio e su cui pseudo Palladio invece nulla
dice perché anche Lucio Fauno non ne è a conoscenza;81
Per il tempio di Giove Tonante, Palladio riporta la relativa
leggenda di Augusto e ritiene falsa l’identificazione fatta da
alcuni antiquari secondo cui le colonne rimanenti sarebbero quelle che sostenevano il tempio di Caligola. È probabile che la sconfessione sia mirata proprio a Fauno e Ligorio
che invece concordano sull’assegnazione delle stesse al
complesso edificato dallo stesso imperatore.
Il tempio di Bacco che per Palladio non è tale, ma va invece identificato come sepoltura, informazione discordante
in Fauno e pseudo Palladio;
Il tempio di Vesta a Tiburi e quello di Castore e Polluce a
Napoli assenti entrambi dalle trattazioni di Fauno e pseudo
Palladio;
I templi extra moenia descritti in P1-2 e L nel penultimo capitoletto, assenti dalle pagine palladiane e presenti in diverse
estrapolazioni nel testo di Lucio Fauno;
La torre di Mecenate che Palladio crede sia sull’Esquilie
concordemente con pseudo Palladio, è ricavata da F3 c.
111v che colloca parimenti sull’Esquilie l’edificio descrivendone il sito nei minimi particolari e raccontando anche
QL, c. 39v: «[…] questa statua è stata pochi anni fa, qui condotta da papa Paolo
da la piazza di san Giovanni in Laterano, dove era. Papa Sisto IIII à suo li fece una
bella basi di marmo parendoli che stesse assai male conditionata per essere una de le più
belle opere antiche che hoggi in tutta Roma si veggano […]».
III.
142
la leggenda che vorrebbe Nerone assistere da lì al rogo di
Roma;
San Giovanni Laterano, da Palladio definita «opera moderna, fatta delle spoglie de li edificij antichi» (QL, c. 62v),
non citata da pseudo Palladio (se non come toponimo di
riferimento spaziale) e da Lucio Fauno descritta solo citandone l’origine e descrivendone sommariamente gli interni.
xi.
Il riferimento alle statue del Campidoglio esplicitato da psuedo
Palladio82 e ripetuto anche da Fauno identifica per i due autori (a
prescindere dal fatto che possano essere la stessa persona) un comune attingere a fonti se non uguali, almeno affini. Questo ci ha
indotto ad analizzare anche la disposizione argomentativa dei testi,
la loro struttura e affinità e la loro comune scelta di propendere per
una descrizione topografica della città, dettagliata non negli argomenti, quanto nei particolari di contorno riferibili.
Uno sguardo alla disposizione argomentativa dei singoli testi da
noi studiati evidenzia forti disparità nell’adozione della divisione
topografica secondo le fonti. Infatti, mentre il Regionario utilizzato
dagli antiquari (ovvero, per Tarcagnota, quello impiegato già da
Pontano) distribuisce in sedici settori la città a partire dalla Regio
VIII e ruotando verso il Celio per giungere, con molte digressioni,
direttamente al colle Vaticano (parte della Regio XIV Tiberim e Transtiberim). Mentre C (anche nelle sue versioni estese e non solo nel
Compendio), Lucio Mauro e pseudo Palladio riproducono i propri
percorsi secondo lo stesso numero di regioni seguendo LETO 1510
c. 15v, non altrettanto fanno Alberti e Ligorio che ne indicano
quattrodici escludendo dal computo il Vaticano.
Infatti, analizzando i dati raccolti è possibile evidenziare la diversità esistente tra gli edifici citati e i toponimi descritti. È il caso ad
82
«Quinto Catulo lo dedicò a Giove Capitolino, et lo copri di tegole di bronzo
d’orate (sic), et a la salita di quello verso il Foro vi erano cento gradi. Vi erano ancora
statue d’oro, argento, vasi d’oro, d’argento, et di cristallo, di valuta inestimabile, tre milia
tavole di bronzo, ne le quali vi erano scolpiti le leggi» (L, c. 22r).
143
esempio della descrizione dell’Anfiteatro Flavio, solo citato in LETO 1510 e praticamente ignorato da tutti gli altri. Ciò non significa
però, che la sua descrizione sia assente, quanto ch’essa non è considerata importante rispetto ad altri manufatti antichi di maggiore
richiamo storico e antiquario. Per questo, il monumento viene descritto sommariamente, al limite si danno punti di riferimento che
permettano di inquadrarlo genericamente, ma non si va oltre e questo per svariati argomenti, dall’impossibilità di reperire fonti certe
fino all’insicurezza argomentativa e alla scarsa conoscenza dei siti
stessi.
Il mancato rispetto della traditio imposta dai regionari storici è
l’altro punto difficilior da evidenziare poiché non tutti gli autori seguono la successione numerica a partire da Porta Capena (Regio I) a
campo Martio (Regio XVI) e non tutti ritengono d’indicare i soli sette colli come riferimenti facilmente individuali; anzi, in tale situazione, molti di loro non seguono neppure la toponomastica dei colli stessi adottando una descriptio che varia di volta in volta a seconda
dei monumenti o dei luoghi stessi. Il Compendio ad esempio, formalizza tale stile di scrittura seguito da Lucio Mauro e Pirro Ligorio,
mentre pseudo Palladio e Pomponio Leto procedono esclusivamente per monumenti e non per aree descrittive. Ancora: è il solo
F3 che utilizza la porta Capena come punto di partenza (pur affrontando una descrizione complessiva del circuito seguendo pedissequamente Biondo), per poi distaccarsene decisamente ed è solo il
pseudo Palladio ad utilizzare la Regio XIV (Tiberim et Trasntiberim) per
iniziare e chiudere la propria narrazione. Si profilano, insomma,
percorsi mutipli caratterizzantisi per percorsi complessi, non orientati né coerenti con il susseguirsi organico dei regionari e soprattutto non interessati in primo luogo ai monumenti, ma solo alla loro
posizione in uno spazio storico e non geografico.
Anche lo snodarsi dei luoghi descritti è diverso e sostanzialmente casuale, pur all’interno della scansione argomentativa originale:
analizzando i percorsi delineati in ogni testo, scopriamo salti, attraversamenti lineari e sguardi d’insieme che aumentano la confusione
144
narrativa e descrittiva invece di rendere tutto più chiaro.
La diversità (ma anche ricchezza) di ognuno consiste proprio in
questa condizione unica del narrato. Se si guarda alla posizione effettiva che la descrizione della singola Regio (Tabella 13), si può notare come tale condizione travalichi l’idea comunemente intesa di
un percorso precostituito finalizzato ai soli monumenti: essendo
tutto il percorso descrittivo, al contrario, finalizzato a considerare il
Vaticano come ultimo sito visitabile, è logico ed evidente che siano
le antichità e i ruderi esistenti ad essere l’ideale apparato scenico
che prepara alla visita di S. Pietro e zone limitrofe, rimanendo così
nella prospettiva dell’antichità repubblicana e imperiale che si fa
scena preparatoria della Roma Cristiana.
Tabella 13: Confronto tra Descpritiones e Regionari (si utilizzano non i 14 regionari
storici, ma i 16 individuati da VICENTINI 1527 più vicini alla topografia degli autori individuati).
Regionario
Porta Capena (I)
Coelimontium
(II)
Tm. di
Iside (III)
Tm. Pacis
(IV)
Esquilie
(V)
UV
Anf.
Flavio
(III)
Foro
(VIII)
Panthe
on
(XIV)
cm.
Marzio
(XVI)
Pincio
(VI)
ALBERTI
2005
Vaticano
(XIV)
Meta
(VIII)
Panth. e
cm. Martio (XVI)
Domus
Aurea
(III-IV)
Arco di
Costantino (I)
FAUNO
1548a
Porte e
strade
princ.
Campidoglio
(VIII)
Campid.
e Palatino
Foro e
Comizio
(VIII)
Palatino
(X)
MAURO
1556
Campidoglio
(VIII)
Palatino
(X)
Foro
(VIII)
Camp. e
Palatino
Settizonio (I)
LIGORIO
1553
Foro
romano
(VIII)
Tm. pacis (IV)
Archi di
trionfo
(I-VIII)
Campidoglio e
Palatino
Campidoglio
(VIII)
P2
Circuito,
Porte,
Vie
Tevere,
isola Tib.
(XIV)
Testaccio (XIII)
Esquilie
(V)
Domus
aurea (IIIIV)
145
Alta Semi- Quirita (VI)
nale
(VI)
Aventino
(XIII)
Aventino
(XIII)
Testaccio (XIII)
Via Lata
(VII)
Viminale
(VI)
Esquilie (V)
Celio
(II)
Aventino
e Palatino
Celio (II)
Testaccio (XIII)
Aventino
(XIII)
Celio (II)
Palatino
(X)
Aventino
(XIII)
Viminale
(VI)
Avent. e
Palatino
Celio e
Celiolo
(II)
Esquilie
(V)
cr. Massimo (XI)
Palatino (X)
Viminale
(VI)
Piscina
publ. (XII)
Campid.
(VIII)
Trastevere
(XIV)
Quirinale
(VI)
Quirin. e
Pincio
(VI)
Cm.
Martio
(XVI)
Campid.
(VIII)
cr. Flaminio (IX)
Aventino
(XIII)
Transtib.
(XIV)
Esquilie
(V)
Quirin. e
Pincio
(VI)
s. Pietro cm. Mar.
in Vinco- Trast.
li (II)
(XIVXVI)
CampiVaticano
doglio
(XV)
(VIII)
Esquilie
(V)
Viminale
(VI)
Tev. e
Trast.
(XIV)
Tm. pacis e
Camp.
(IV-VIII)
Valle
dell’Ave
nt. (XIII)
Palatino
(X)
Esquilie
(V)
Campidoglio
(VIII)
Suburra
e Coelim. (IVII)
cr. Flaminio
(IX)
Piscina
pubblica
(XII)
Esquilie
(V)
Cm.
Martio
(IX)
Viminale
(VI)
Pincio
(VI)
Tevere
(XIV)
Belved. e
Trastev.
(XVIXIV)
Porte di
Roma
Vaticano
(XV)
Vaticana
(XV)
cm. Marzio (XVI)
La scelta di partire dal Campidoglio e terminare al Vaticano è un
progetto che non dipende dai punti che uniscono i due estremi, ma
solo dalla convinzione, ormai storicamente acclarata, che questi
siano i soli punti di riferimento validi per la visione antica (iconografica) e la sua corrispendente moderna (storica e politica insieme).
146
È per questo che lo stesso profilo dei singoli siti, monumenti e rovine non deve essere precostruito né organizzato a tavolino poiché
esso si presenta come visione completa d’immagini percepite con
gli occhi dello storico e della storia e non con quelli dell’urbanista.
Questa concezione del narrato è fondamentalmente quella che
noi abbiamo identificato come “iconografia urbana”, avvicinando il
termine all’iconologia e non all’architettura e/o alla storia dell’arte
perché ciò che conta, ancora una volta, non è il materiale, la figura,
lo spazio dell’edificio ad interessare, ma solo la sua storia, immagine
riflessa dell’antichità (anche mitizzata) e speculum della grandezza erorica dei suoi personaggi illustri. Come nell’Icolonologia di Cesare
Ripa l’immagine è il commmento visivo e la rappresentazione etica
di una funzione così nelle Antichità di Roma l’Imago urbis è commento e rappresentazione di una storia e di una memoria del passato
che rimane intatta anche quando vediamo solo ruine le quali, per
questi motivi, non perdono nulla del proprio passato valore e anzi,
ne assumono altro, codificabile ora come exemplum mores.
Il percorso narrativo non può essere precostituito perché si trasmettono immagini dei manufatti condizionate dal bagaglio mitico
e pseudo mitico che nel tempo li ha caratterizzati e che ogni autore
visualizza in base alla sua cultura individuale, alle sue interpretazioni e letture. Se le fonti sono comuni, non altrettanto possono esserlo le scelte narrative, gli stili descrittivi, i linguaggi e perfino le scelte
critiche che ognuno degli scrittori presi in considerazione esprime
sulla base anche dei “partiti”, fazioni e accademie che frequentava e
che sicuramente lo hanno influenzato nella compilazione del testo.
La scansione degli argomenti rispetto ai Regionari è mantenuta
solo dal Compendio e da P1-2, mentre tutti gli altri, pur considerandola
indispensabile, non la rispettano completamente. Alberti e Mauro,
ad esempio, inziano dalla descrizione dei sette colli e dall’arco di
Costantino e tutti, tranne Leto e Tarcagnota, passano con disinvoltura dal Campidoglio al campo Martio e poi tornano sui propri passi saltando le altre aree e passando direttamente al Vaticano, in modo da descrivere Roma più attraverso la topografia dei colli, delle
147
valli e del reticolo viarum che non principalmente attraverso i monumenti, al punto da dover citare continuamente (in accordo con le
descrizioni di Aldovrandi delle case nobili in MAURO 1556) i palazzi
nobiliari e i possessori legittimi delle aree descritte.
Ligorio è l’unico che invece si tiene prevalentemente intorno al
Campidoglio perché non interessato a descrivere immagini “politiche” della città e dei suoi monumenti; l’interesse ligoriano, infatti, è
prevalentemente per le costruzioni, la loro resistenza materiale al
tempo e la loro ricchezza artistica. Al contrario, pseudo Palladio,
seguendo il percorso dei Regionari dalla III (Tempio di Iside) alla VIII
(Campidoglio) e poi attraversando Roma all’altezza della XV (Vaticano), altro non fa che dimostrare una confusione descrittiva che
ha come unico obiettivo quello di assemblare un’idea della città esclusivamente turistica, frettolosa e condizionata dalla contemporaneità papale (non a caso l’altra opera a lui imputata è una descrizione delle chiese principali cui in seguito gli editori aggiungeranno diversi trattati di indulgenze, evidentemente coscienti degli obiettivi
giubilari di una simile e imperfetta guida).
Solo ALBERTI 2005, p. 82, tab. XVI, di cui noi abbiamo raccolto
per gradi i luoghi citati, compie un percorso diverso, non solo per i
toponimi citati, quanto per l’elenco stesso dei punti di riferimento
che all’architetto fiorentino servono per le misurazioni e non per
un percorso antiquario. È evidente però, che anche per Alberti il
punto di riferimento è il Campidoglio, dato che la misurazione di
riferimento è 0°0’. È quindi evidente che l’occhio albertiano parte
dal Vaticano e giunge al Campidoglio in un percorso opposto rispetto ai Regionari, ma egualemente efficace perché preso da uno dei
punti più alti della città.
Le quattordici regiones storiche dagli antiquari presi in oggetto
non sono conservate, tranne che in M; alle regioni scandite dalle
fonti latine, si aggiungono Vaticano (XV) e Campo Martio (XVI) espunti dal computo originario perché considerati diversamente dal
punto di vista storico, religioso, artistico e architettonico. In particolare, il Vaticano è soggetto a tale interpretazione, non solo per-
148
ché sede della chiesa universale, ma anche perché simbolo di quella
nuova condizione politico-istituzionale di Roma che trasferisce il
fulcro della simbologia imperiale dai Fori alla basilica constantiniana. Altro fattore da non sottovalutare è la presenza della fabbrica
petrina e del Belvedere, non a caso citato come monumento da
non perdere in ognuno degli autori confrontati.
Per il Campo Marzio invece, non solo concorrono alla sua separazione dalla Regio IX Circus Flaminius, le condizioni già espresse per
il mons Vaticanus e adiacenze (Castel s. Angelo, correttoro di Borgo,
Borgo e palazzi vaticani), ma anche la concentrazione in zone limitrofe di edifici sacri di consistente importanza come il Pantheon, e di
palazzi cardinalizi e nobiliari di recente costruzione che hanno trasformato la topografia della zona.83
Per Ligorio però, è bene ricordare che i dati da lui estrapolati
sono stati desunti a grandi linee poiché, lo si ricorda, la trameziniana del 1553 cui facciamo riferimento non è un vero e proprio compendio di antichità romane, quanto un quadro dettagliato delle
proprie scoperte in materia, composto innanzi tutto per dimostrare
gli errori compiuti dai suoi colleghi.
Dal confronto tra Regionari di partenza e quelli delineati nei singoli testi traspare in tutta evidenza il disinteresse per alcuni luoghi;
ne sia prova la quasi totale assenza di notizie sulla Domus Neronis, di
cui si citano la spropositata grandezza e magnificenza, compendiata
direttamente dalle fonti latine e da Svetonio in particolare e le manie di Nerone, ma nulla si dice sulla sua struttura poiché all’epoca
della composizione del testo era in gran parte ancora sottoterra
(Tabella 14).
83
Atlante 2012 II, tavv. f.t. 1-37.
149
Tabella 14: Scansione dei Regionari e delle diverse Antiquitates
Regionario
Porta Capena (I)
F3
M
P3
P1-2
9 Celio (II)
1 Porte e
strade
princ.
9 Celio e
Celiolo
(II)
5 Settizonio (I)
13 Porte
di Roma
8 Celio
(II)
13 s. Pietro in
Vinc. (II)
10 Esquilie
(V)
9 Esquilie (V)
5 Pincio
(VI)
6 Quirinale
(VI)
4 Domus
Aurea
(III-IV)
9 Esquilie (V)
11 Viminale (VI)
10 Viminale (VI)
3 Archi
di trionfo (IVIII)
10 Subur. e
Coelim.
(IV-II)
2 Tm.
pacis (IV)
1 Circuito, Porte,
Vie
5 Domus
aurea (IIIIV)
Coelimontium
(II)
1 Anf.
Flavio
(III)
Tm. di
Iside (III)
8 Esquilie
(V)
Tm. Pacis
(IV)
11 Quir.
e Pincio
(VI)
Alta Semi- 7 Vita (VI)
minale
(VI)
Via Lata
2 Foro
(VII)
(VIII)
10 Viminale (VI)
12 Quirinale
(VI)
14 Campidoglio
(VIII)
12 Quirin. e
Pincio
(VI)
2 Campidoglio
(VIII)
3 Campid. e
Palatino
4 Foro e
Comizio
(VIII)
2 Meta
(VIII)
5 Palatino (X)
6 Aventino
(XIII)
6 Aventino
(XIII)
Esquilie
(V)
Campid.
(VIII)
Circ. Flamin. (IX)
Palatino
(X)
UV
12
Campid.
(VIII)
11 Palatino
(X)
10
Aventino
(XIII)
ALBERTI
2005
5 Arco di
Costant.
(I)
8 Celio
(II)
1 Campidoglio
(VIII)
3 Foro
(VIII)
4 Campidoglio
e Palatino
6 t. pacis
e Camp.
(IV-VIII)
9 Esquilie (V)
4 Camp.
e Palatino
5 Campidoglio
(VIII)
12 C.po
Martio
(XVI)
2 Palatino (X)
1 Foro
romano
(VIII)
11 cr.
Flaminio
(IX)
4 Esquilie (V)
8 Viminale (VI)
9 Pincio
(VI)
6 Campidoglio
(VIII)
7 Campo
Martio
(XVI)
3 Testaccio
(XIII)
2 Tevere,
isola Tib.
(XIV)
10 Belv.
e Trastev.
(XV-XIV)
150
Circo
Mass. (XI)
7 Aventino e
Palatino
8 Avent.
e Palatino
6 Testaccio
(XIII)
8 Palatino (X)
3 Panth.
e c. Mar.
(XVI)
7 Testaccio
(XIII)
7 Aventino
(XIII)
Aventino
(XIII)
11 Trastevere
(XIV)
13 Tev. e
Trast.
(XIV)
Transtib.
(XIV)
1 Vaticano
(XV)
13 c.
Mar.
Trast.
(XIV-XV)
14 Vaticano
(XV)
12 Piscina pubblica
(XII)
7 Valle
dell’Ave
nt. (XIII)
Piscina
publ. (XII)
4 cm.
Marzio
(XVI)
3
Panthe
on
(XIV)
14 Vaticano
(XV)
Vaticana
(XV)
cm. Marzio (XVI)
Così Leto non considera il Tempio della Pace come fondamentale e lo stesso vale per quello di Iside che nessuno tra gli autori citati considera in titulo. Solo Ligorio ne affronta una breve discussione, peraltro sbilanciata più che sul tempio in sé, sulla Regio di appartenenza, pertinenza anche della domus neroniana, ben più importante e interessante. Stesso discorso vale per il circo Massimo e la
via Lata, neppure citata come punto di riferimento principale per il
reticolo viario antico e moderno e per il circo Flaminio solo da Ligorio considerato nella sua importanza monumentale e urbana.
Legenda
Concordanze argomentative tra Regionari, F1 e P2
Concordanze argomentative tra i diversi autori
Argomenti isolati e/o non rispondenti
Tabella 15: Trattazione dei diversi Regionari sulla base degli argomenti principali
151
Regionario
UV
Porta Capena (I)
5 Arco di
Costant.
(I)
Coelimontium
(II)
9 Celio (II)
Tm. Isis
(III)
1 Anf.
Flavio
(III)
Tm. Pacis
(IV)
Esquilie
(V)
Alta Semita (VI)
Via Lata
(VII)
Campid.
(VIII)
ALBERTI
2005
8 Esquilie
(V)
5 Pincio
(VI)
2 Foro
(VIII)
8 Celio
(II)
4 Domus
Aurea
(III-IV)
9 Esquilie (V)
10 Viminale (VI)
14 Campidoglio
(VIII)
FAU-
MAURO
1556
LIGORIO
1553
P2
NO
5 Settizonio (I)
13 Porte
di Roma
1 Circuito, Porte, Vie
8 Celio
(II)
3 Archi
di trionfo
(I-VIII)
1548a
1 Porte e
strade
princ.
9 Celio e
Celiolo (II)
2 Tm.
pacis (IV)
10 Esquilie
(V)
12
Quirin. e
Pincio
(VI)
9 Esquilie (V)
4 Foro
e Comizio
(VIII)
1 Campidoglio
(VIII)
5 Campidoglio
(VIII)
2 Palatino (X)
11 cr.
Flaminio
(IX)
8 Palatino (X)
11 Quir.
e Pincio
(VI)
cr. Flaminio (IX)
Palatino
(X)
cr. Massimo (XI)
Piscina
publ. (XII)
11 Palatino
(X)
5 Palatino
(X)
9 Esquilie (V)
5 Domus
aurea
(III-IV)
4 Esquilie (V)
9 Pincio
(VI)
12 Piscina pub-
6 Campidoglio
(VIII)
152
Aventino
(XIII)
10
Aventino
(XIII)
6 Aventino
(XIII)
6 Aventino
(XIII)
blica (XII)
7 Aven7 Valle
tino (XIII) dell’Aven
t. (XIII)
Transtiber. (XIV)
10 Belved.
Trastev.
(XVXIV)
Vaticano
(XV)
cm. Marzio (XVI)
3Testac
cio
(XIII)
1 Vaticano (XV)
4 cm.
Marzio
(XVI)
14 Vaticano
(XV)
14 Vaticano
(XV)
12 Cm.
Martio
(XVI)
7 Cm.
Martio
(XVI)
Il quadro appena offerto (Tabella 15) evidenzia la similiarità argomentativa esistente tra tutti i protagonisti coinvolti e rimanda ai
soli pseudo Palladio e Lucio Fauno per la disposizione del narrato
all’interno della scansione dei luoghi. Infatti, confrontando gli argomenti tra loro è possibile notare similitudini tra gli autori e argomentazioni differenti o non trattate. Così, sia il Circo Massimo in
Fauno che Testaccio in pseudo Palladio non trovano adeguata descrizione e soprattutto quest’ultimo si limita a rimasticare quanto
Pirro Ligorio e Lucio Fauno stesso scrivono.84
Del Monte di Testaccio. Questo monte è vicino a la porta di san Paulo, et è così
cresciuto da la moltitudine de i fragmenti de i vasi di terra quivi gettati (et non,
come crede il volgo, da li vasi rotti, ne quali già si portavano a Roma li tributi).
Et non è maraviglia, perche in quella contrada vi erano vasellari senza numero,
et li simulacri de li Dei, gli ornamenti de li tempii, tutti li vasi, allora si facevano
84 P , c. 49r: «[…] che se havessero letto et avvertito bene Publio Vittore, havrebbon
3
trovato, che si chiamava DOLIOLUM, che vuol dire fatto di Dogli, cio è vasi di terra […]
et mettelo ne la Regione Aventina». Sulla questione è bene però sottolineare che
l’opinione del gaetano differisce da quella ligoriana: «[…] I Dolioli furono nel Foro
Romano un luogo, dove dentro dogli dicono che fossero riposte le ceneri de’ Galli Senoni, che presero Roma» (C, c. 6v).
153
di terra, et le ceneri di morti ancora si mettevano ne vasi di terra. Et Corebo
Atheniese fu il primo, che ritrovasse il fare lavori di terra (P1-2, L c. 6r).
Del Campo, dove è Testaccio. Il monticello di Testaccio fu fatto da vasi rotti che
vi gittavano i Cretari, che qui presso, à lato al fiume lavoravano. Ne solamente
vi erano quivi i Cretari; ma i Vitrari, e i maestri di lavorare ogni sorte di legname; fra li quali vi fu un bel portico chiamato Emilio; come fra li Cretari hebbe
Venere Mirtea [Bij] una cappella (C, cc. Bijr-Bijv).
È poi da ritersi degno di attenzione anche il riferimento ai Fasti
ovidiani (4, 865-872) laddove si specifica che le meretrici romane, il
23 aprile (il cosidedetto Dies meretricium), rendevano in massa onori
a Venere Ericina il cui tempo era stato eretto nei pressi della porta
Collina, notizia confermata da Varrone e Plutarco e ripresentata
senza variazioni da quest’ultimo in F3 c. 12v e 36r-v e naturalmente
nelle presenti Antichità. Sempre i Fasti, che Tarcagnota conosce attraverso le chiose di Pomponio Leto (Vat. Lat. 3265, c. 65r), registrano la descrizione del vestito delle vestali, definito «lungo» e con
le stesse parole usate dal Gaetano per la medesima descrizione nelle
Historie del mondo, I, VI, c. 100r, mentre per il riferimento al mirto la
provenienza delle descrizioni e le suggestioni al tema collegate rimontano completamente allo scolio pomponiano di Vat. Lat. 1603
c. 39r.85
Altri indizi che Tarcagnota abbia conosciuto e studiato le opere
nate all’interno dell’Accademia Pomponiana è provato anche dalle
citazioni sui riti di Venere Ericina e sulla posizione dei templi fuori
di Roma che sono contenuti in P. Ovidii Nasonis fastorum libri cum comento Antonii Constantii Fanensis, pubblicato a Roma da Eucarius Silber nel 1489 (IGI 7071) e studiato da Paola Casciano,86 da cui il Gaetano traduce il passo sulla stola che determina l’onestà e la pudicizia delle Vestali e delle donne romane in genere rispetto alle meretrici e riprodotto in Historie del mondo I, I, c. 100r-100v ma proveniente dal volgarizzamento della Roma trionfante di Flavio Biondo.
85
86
CASCIANO 2007-2008, pp. 92-93.
Ivi, pp. 77-104.
154
Proprio in opposizione a quanto raccolto da Costanzi, è bene
segnalare però la notevole discrepanza esistente sulla collocazione
del tempio della Fortuna Muliebre - unico tra i templi citati
nell’incunabolo vaticano che Fauno e pseudo Palladio citano – da
entrambi concordemente posizionato fuori della porta Latina mentre tutte le fonti antiche lo collocano nei pressi del Tevere (Dion.
Halic. IV, XXVII, 7; Ov., Fasti, VI, 771-784).
Al di là delle fonti sin qui dichiarate, resta comunque un punto
fermo nella professione di storico esercitata da Tarcagnota l’opera
di Flavio Biondo, di cui il gaetano eredita metodo d’indagine, struttura formale della lingua, stile descrittivo e gusto per la digressione
storica e pseudo-storica. Non a caso scrupolo documentario, convinzioni acquisite (spesso a discapito di ogni verifica) e ampiezza
d’interessi (pregi e limiti dello stesso Biondo) permettono a Fauno/Tarcagnota di registrare più o meno fedelmente le notizie nella
misura in cui esse sono rese accessibili dalle fonti, dai libri consultati e dalle discussioni con altri antiquari.
Alla lettura dell’opera del forlivese si somma, in un crogiuolo di
notizie, correzioni e riferimenti, l’opera antiquaria di Pomponio Leto, altro faro della cultura romana tardo quattrocentesca e ulteriore
fuoco della scrittura tarcagnotana. In questo modo, Tarcagnota trasferisce le conoscenze acquisite su più piani e in più contesti arricchendola di nuovi dati e inserendola in una sempre più ampia serie
di vicende e materiale documentario i quali, per ciò che concerne
anche la tecnica narrativa attuata, fanno sì che sua principale preoccupazione consista nell’estrarre e concentrare (anche dal punto di
vista stilistico) l'essenziale, limitando il proprio intervento alla riscrittura delle fonti e controllando il proprio stile in maniera da rimanere sempre vicino ai modelli adottati.
Nell'uso della fonte narrativa, infatti, egli si attiene per lo più al
procedimento consueto della perifrasi letterale, raramente confortata da citazione, integrando ove possibile con particolari desunti altrove. Là dove più decisamente innova è nella ricerca sistematica di
tutti i testi accessibili e nella scelta di utilizzare la fonte più vicina
155
cronologicamente e geograficamente al fatto narrato.
È chiaro che Tarcagnota (così intendendo la propria scrittura e
così applicandola a tutto il settore della propria produzione), oltrepassa la concreta possibilità del vaglio metodico e organizzato dei
dati, sia pure con evidenti scompensi letterari, per approdare a un
compromesso fra storiografia di tipo erudito (che lo tiene in linea
proprio con la scrittura del riminese) e narrativa retoricamente atteggiata, improntata alla storia e su di essa adagiata anche nell’uso
dei lessici.
In particolare però, Tarcagnota un risultato importante lo raggiunge. Rivendicando, infatti, per l’antiquaria romana una dignitas
storica e politica, riesce a delineare un quadro della civilitas antica
che si fonde alla magnificentia urbis e che traspare anche solo dalla descriptio scarna e limitata a poche carte come è C. Tale situazione si
riscontra maggiormente proprio nella serie di Antichità e in particolare in L e poi nella Roma Ristaurata (1543) dove più urgente si fa la
ricerca di un’efficace saldatura tra la fase politica (storica) e quella
retorica nel definire la variazione delle nozioni d’instauratio e restauratio.
L’opera di Biondo, infatti, riporta nel titolo il termine “instaurata” volendo con ciò sottolineare il tentativo d’instaurare una nuova
Roma (papale) nel farsi storico della Roma imperiale; per Tarcagnota, invece, il gioco è radicalmente diverso: pur rimanendo, infatti,
nel solco della Nuova Roma vagheggiata da Biondo, ciò che gli interessa in misura preminente è solo la restituzione di una Roma “ristaurata”, ricostruita cioè nella sua (presunta) purezza storica. Con
un occhio al passato e uno all’eterogenea documentazione raccolta
(testimonianza dei mutamenti sopravvenuti rispetto all'antico), Tarcagnota organizza un’operazione storica, nata all’interno del circolo
Farnese e volta a difendere e assecondare gli scopi politici del papato attraverso la ricostruzione storica e non la semplice narrazione
del passato consegnato ai libri.
All’origine degli scritti De antiquitate urbis stanno insomma interessi uguali a quelli che caratterizzavano le Decadi di Biondo, non a
156
caso volgarizzate dallo stesso Tarcagnota e raccolte da Tramezino
nella stessa edizione delle opere di Volterrano ed Enea Silvio. Analogamente, vanno considerate altrettanto importanti le descrizioni
di Roma fatte da Poggio Bracciolini nel suo De varietate fortunae
(1448, poi in Opera, Basilea, 1538), esse stesse debitrici della Roma
instaurata. Infatti, se si confrontano tutti i testi, da Poggio a Ligorio
e passando per Biondo e per i volgarizzamenti delle sue opere curati da Tarcagnota, è possibile individuare le similitudini testuali e
contenutistiche in diversi argomenti: è il caso della descrizione del
Pantheon, delle terme di Domiziano (identificate con la chiesa di s.
Silvestro, la cui fonte è proprio Roma instaurata, II, 12) e degli acquedotti, semplice sinossi dell’omonimo passo forliviano.
Nel rispetto del modello forlivese e del suo più antico riferimento rufino, Tarcagnota parte dalle porte e il Septimontium, per giungere alle terme, alle Carine, alla Suburra e alla Via Sacra. Anzi, nel caso delle porte, la fonte primaria è l’Anonimo di Einsiedeln che riporta lo stesso numero di porte citato da Lucio Fauno (e prima da
Biondo) e soprattutto divide il perimetro aureliano in 17 sezioni e
ci permette di capire l’effettiva estensione delle aree oggetto di studio e della loro esatta posizione spaziale.
La questione della forma urbis e della pianta quadrata dell’urbs Romulia, quindi, è fattore primario non solo per l’avvio di un percorso
storico-artistico “visivo”, ma anche per l’impostazione retorica del
discorso. La posizione all’inizio della discussione identifica le linee
programmatiche e descrittive che si vogliono seguire e il particolare
taglio strutturale che si vuole dare a tutta la descrizione.
Nel particolare dei rapporti intercorrenti tra le due opere, risultano a prima vista evidenti le similitudini argomentative, strutturali
e testuali. Infatti, semplicemente scorrendo i titoli compresi in F1-3 è
possibile individuare parti successivamente comprese in M e riproponibili nelle Antichità pseudo palladiane (Tabella 16).
157
Tabella 16: confronto tra Fauno e Mauro
F1-3
M
Libro I. Porte, vie, monumenti viciniori
Libro II.Campidoglio, Fori, Valle tra Palatino e Campidoglio
Libro III.
Aventino, Testaccio, Velabro,
Foro Olitorio, Foro Boario,
Circo Massimo, Valle tra Celio
e Aventino, Celio e Celiolo
Libro IV.
Esquilie, Viminale, Suburra,
Quirinale, Campo Marzio, Circo Flaminio, Campo di Fiore
Libro V.Tevere, Trastevere, Isola Tiberina, Vaticano, acquedotti
Porte, vie, Campidoglio, Palatino,
Fori, Valle tra Campidoglio e Palatino
Settizonio, Testaccio, Celio e Celiolo
Esquilie, Viminale, Circo Flaminio,
Campo Marzio
Trastevere, Tevere, Isola Tiberina,
Vaticano (Borgo)
Così, nel pieno rispetto dei Regionari utilizzati anche da Gioviano
Pontano, Lucio Fauno e Lucio Mauro descrivono una periegesi
romana in cui monumenti, edifici e segni della passata Antiquitas
Civitatis, si dispiegano per continguità territoriale e a-storica nel
primo e per vicinanza storica e non territoriale in Mauro (Tabella
16). Al contrario, un procedimento analitico quasi parallelo identifica i percorsi curati dallo pseudo Palladio nel confronto con Lucio
Mauro sui siti e le aree descritte. L’analogia tra le osservazioni, infatti, è solo interrotta dal salto esistente tra Aventino, Trastevere e
Vaticano, riconducibile anche alle Antichità di Lucio Fauno che separa l’Aventino, il Trastevere e il Vaticano in più sezioni a seconda
dei percorsi individuati e descritti (Tabella 17).
Tabella 17: Confronto territoriale tra le Antichità di Pseudo Palladio e Mauro
P1-2
Campidoglio
Palatino
Foro romano
Aventino
Testaccio
M
Campidoglio
Palatino
Fori e Domus Aurea, Valle tra Campidoglio e Palatino
Settizonio
Aventino Testaccio
158
Celio
Esquilie
Viminale
Quirinale
Hortoli
Campo Marzio
Tevere
Trastevere
Vaticano/Belvedere
Celio, Celiolo
Esquilie
Viminale
Quirinale e circhi
Campo Marzio
Tevere, Trastevere, Vaticano
Anche nel confronto con l’altra opera di Tarcagnota/Fauno, il
Compendio di Roma antica, M si prefigura come diretta derivazione argomentativa e contenutistica, oltre che descrittiva. Rispetto ad Aldovrandi, C e M seguono un percorso discendente (dal Campidoglio
al Campo Marzio per il Compendio e dal Campidoglio al Tevere per
Lucio Mauro), mentre per Aldovrandi il percorso è inverso dal Belvedere alla Dogana (Tabella 18), ma ciò non impedisce di considerare i percorsi sostanzialmente simili, scritti da una stessa mano e
ideati da una stessa mente che ha presente un percorso immodificabile, non perché vissuto direttamente sul campo, ma perché così
l’ha appreso dalla lettura delle fonti e in particolare dalle descrizioni
pontaniane e letine.
Tabella 18: Confronto tra Compendio di Lucio Fauno, Antichità di Roma di Lucio
Mauro, Delle Statue Antiche di Ulisse Aldovrandi e Antichità di Roma dello pseudo Palladio
C
Campidoglio
Palatino
M
Campidoglio
Palatino
Fori, Domus Au- Fori e Domus Aurerea
a, Valle tra Campidoglio e Palatino
Valle tra Campidoglio e Palatino
SA
Dogana
Tempio della Pace, piazza Navona
Parione
Valle
P1-2 e L
Campidoglio
Palatino
Fori e Domus
Aurea, Valle tra
Campidoglio e Palatino
159
Settizonio
Testaccio
Settizonio, Testaccio, Aventino
Settizonio
Aventino,
staccio
Aventino
Celio e Celiolo
Celio, Celiolo
Celio, Celiolo
Esquilie
Viminale
Quirinale
Circhi
Campo Marzio
Trastevere,
Campo di Fiore
Esquilie
Palazzo Farnese,
via Giulia
Viminale
Palazzo Farnese
nuovo
Quirinale e Circhi Chiavica di s.
Lucia
Banchi
Campo Marzio
Castel s. Angelo
Tevere, Trasteve- Belvedere, Borgo
re, Vaticano
Te-
Esquilie
Viminale
Quirinale
Campo Martio
Trastevere, Vaticano, Belvedere, campagne di
Roma e zone
apriche
La successione argomentativa proposta dai quattro programmi
evidenzia anche una successione e utilizzo dei toponimi che si ripete sostanzialmente con la stessa cadenza in tutti anche quando
comporta più citazioni e percorsi diversi (che pertanto sono evidenziati separatamente a seconda delle edizioni). Così, ad una sostanziale identità argomentiva d’apertura, identificabile nell’utilizzo
dei toponimi relativi ai colli e alle zone modernamente abitate, presto si sostituisce la toponomastica antica e la successione di aedifici
e monumenti classificabili esclusivamente in base ad essa. Ed è
proprio questa particolarità ad essere uguale in tutti e quattro gli autori evidenziando così, non solo la complementarietà esistente tra
Aldovrandi e le opere di Mauro e Fauno, quanto la ben più importante identità di vedute, toponimi e descrizioni esistente tra Fauno
stesso e pseudo Palladio (Tabella 19).
160
Tabella 19: Confronto tra Fauno, Mauro e Aldovrandi attraverso i toponimi
F1-3
M
Porte, vie, monumenti viciniori
Campidoglio, Fori,
Valle tra Palatino e
Campidoglio
Porte, vie, Campidoglio, Palatino,
Fori, Valle tra
Campidoglio e Palatino
Campidoglio
Aventino, Testaccio, Velabro, Foro
Olitorio e Boario,
Circo Massimo,
Valle tra Celio e
Aventino, Celio e
Celiolo
Settizonio, Testaccio, Celio e Celiolo
Valle, Parione,
Monte Giordano [5] Pace [6]
piazza Montanara [9] Pace,
torre de’ Conti,
s. Maria in via
nova [13], s. Pietro in Vincoli
[15]
Campo de’ Fiori, casa Manetti,
Cancelleria [2],
Navona [7] Valle, strada Cesarini, piazza Altieri a s. Marco
[8] Pantheon, s.
Maria sopra Minerva [10] ss.
Apostoli, Macello di Corvi [11]
Monte Cavallo
[12] Quirinale
[14] Quirinale
[16]
Belvedere, Borgo, Castel s.
Angelo, Banchi,
Chiavica di s.
Lucia [1], Palazzi, piazza e giar-
Esquilie, Viminale, Esquilie, Viminale,
Suburra, Quirina- Circo Flaminio,
le, Campo Marzio, Campo Marzio
Circo Flaminio,
Campo di Fiore,
Pantheone
Tevere, Trastevere, Isola Tiberina,
Vaticano, acquedotti
Trastevere, Tevere, Isola Tiberina,
Vaticano (Borgo)
SA
P1-2/L
Campidoglio,
Palatino
Fori e Domus
Aurea, Valle
tra Campidoglio e Palatino
Aventino e
zone limitrofe,
Settizonio, Testaccio
Campo
de’fiori, Panteon, Campo
Martio
Belvedere, Vaticano, templi
fuori porta,
agri Latiales et
Campani
161
dino Farnese,
via Giulia, Trastevere [3]
Confrontando i quattro percorsi poi, è possibile identificare anche un’altra probabile fonte comune a tutti, ovvero quel Manoscritto
di Einsielden che descrive la città medioevale con le medesime forme
e con gli stessi punti di riferimento, ma con una particolarità: essendo, infatti, rivolto essenzialmente a pellegrini provenienti dai
paesi nordici, il codice svizzero descrive l’accesso a Roma provendendo dalla via Salaria attraverso porta Collina, mentre la provenienza dell’ideale spectator et viator dei nostri antiquari rimonta alla
porta Flaminia che conduce direttamente al centro di Roma alle
spalle del Campidoglio (Figura 21).
162
Via Flaminia
via Salaria e
Porta Collina
Campidoglio e
Alta Semita
Figura 21: L’accesso al Campidoglio dalla via Flaminia (per porta Flaminia) e dalla via
Salaria (per porta Collina)
Ciò spiega il comune procedere delle descrizioni verso il Campidoglio: se si osserva la carta, infatti, procedendo attraverso la porta
Salaria, anticamente e fino al Medioevo, si giungeva direttamente
alla zona della città più strettamente interessata da chiese cardinalizie in cui era possibile chiedere e ottenere indulgenze e poi proseguire verso S. Giovanni in Laterano all’epoca vera sede papale. Solo
con l’avvento dei lavori di sistemazione e ricostruzione di S. Pietro
163
e con gli interventi restaurativi della piazza del Campidoglio cambia
il baricentro della città e di conseguenza anche i percorsi dei pellegrinaggi. Così è più comodo entrare a Roma dalla porta Flaminia
(per chi proviene da nord) o dalla porta Latina e dalla via Appia per
chi proviene da sud; in entrambi i modi, raggiungere il Campidoglio
è molto semplice, si può andare lo stesso verso S. Giovanni in Laterano e si può raggiungere il Vaticano attraverso piazza del
Pantheon e il ponte S. Angelo seguendo la direttrice delle antiche
processioni papali che attraversavano l’intera Roma da S. Giovanni
al Vaticano e ritorno (Tabella 20).87
Tabella 20: Confronto tra Fauno, Mauro, Aldovrandi, pseudo Palladio e il ms. Einsielden
F1-3
Porte, vie,
monumenti
viciniori
Campidoglio,
Fori, Valle tra
Palatino e
Campidoglio
Aventino, Testaccio, Velabro, Foro Olitorio e Boario,
Circo Massimo, Valle tra
Celio e Aventino, Celio e
Celiolo
Porte, vie,
Campidoglio
Campidoglio,
Palatino, Fori, Valle tra
Campidoglio
e Palatino
E 326
P1-2/L
Porte, vie,
Porte, vie,
ponti, aree
ponti e aree
urbane (fori, urbane
Suburra, vici)
Campidoglio,
Palatino
Settizonio,
Testaccio,
Celio e Celiolo
Aventino,
Celio, s. Pietro in Vincoli, Settizonio.
M
UA
Valle, Parione, Monte
Giordano [3]
Pace [4] piazza Montanara
[9] Pace, torre
de’ Conti, s.
Maria in via
nova [13], s.
Aventino e
zone e
monumenti
collegati
87 Tali percorsi, per i papi appena eletti, rivestivano un valore politico (perché coprivano l’intera città ed equivalevano, dunque, ad una vera e propria presa di possesso della stessa nella sua interezza), sociale (perché interessavano nozioni di pompa e magnificenza assimilabili agli antichi trionfi) e sacrale (perché permettevano di riunire insieme
le Sette Chiese perno identificativo delle indulgenze plenarie e perché unificavano in un
unico possessore lo stesso Thesaurum s. Petri).
164
Esquilie, Viminale, Suburra, Quirinale, Campo
Marzio, Circo
Flaminio,
Campo di
Fiore
Esquilie,
Viminale,
Circo Flaminio, Campo
Marzio
Tevere, Trastevere, Isola
Tiberina, Vaticano, acquedotti
Trastevere,
Tevere, Isola
Tiberina, Vaticano (Borgo)
5.
Pietro in Vincoli [15]
Campo de’
Fiori, casa
Manetti, Cancelleria [4],
Navona [7]
Valle, strada
Cesarini,
piazza Altieri
a s. Marco [8]
Pantheon, s.
Maria sopra
Minerva [10]
ss. Apostoli,
Macello di
Corvi [11]
Monte Cavallo [12] Quirinale [14] Quirinale [16]
Belvedere,
Borgo, Castel
s. Angelo,
Banchi, Chiavica di s. Lucia [2], Palazzi, piazza e
giardino Farnese, via Giulia, Trastevere
[3]
Chiesa di s.
Ciriaco, Rotonda, ss.
Apostoli, s.
Marco, s.
Agata, circo
Flaminio,
obelisco in
campo Marzio
Esquilie,
circhi, Quirinale, Nagona, Panteon et alia
Tevere, s.
Maria in Trastevere
Tevere,
Belvedere,
Vaticano,
templi extra
muros
CONCLUSIONI
Ligorio, dunque, aveva regione. A comporre le Antichità di Roma
non è certo stato l’Andrea Palladio architetto, quanto uno pseudo
165
Palladio (se si vuole continuare a non dar credito alle affermazioni
di Pirro Ligorio e alle evidenze qui raccolte) che nulla a che fare
con il padovano. Dall’altro lato, però, lo stesso Andrea Palladio
nulla ha a che spartire con la preparazione storica e antiquaria e con
i risultati raggiunti nell’osservazione diretta dei luoghi condotta da
Tarcagnota e dai suoi sodali.
Quando Pirro Ligorio dice che Tarcagnota sta studiando le antichità di Roma stando a Venezia non esprime solo il disappunto per
una professionalità usurpata dai poligrafi e tanto meno esprime solo una nota polemica verso chi, a suo parere, non ha la preparazione adeguata per poter parlare con cognizione di causa, quanto invece lamenta una presa d’atto della situazione degli studi antiquari
all’epoca, vittime di letterati non proprio adeguati al ruolo o incapaci di rapportare l’esistente alle fonti da loro studiate.
Le occorrenze antipalladiane qui raccolte mostrano, insomma,
un contesto di studio che obbedisce a più fattori (artistici, letterari,
cartografici, storici) e interloquiscono attraverso la loro interdipendenza e attarverso la propria capacità di descrizione. L’assenza di
ogni finalità architettonica (nel senso, naturalmente, di una descriptio
progettuale/costruttiva degli edifici) è caratterizzante di un disegno
urbanistico ideale e non reale, voluto solo in quanto modello di città che si sta costruendo come città degli architetti e dei papi, nuova
in sé e nella mente di tutti coloro che ne profilano una skyline nuova: non più le guglie e le torri medievali ne disegnano il profilo, ma
le cupole e i tetti delle chiese e dei palazzi cardinalizi che si ’integrano con i profili degli edifici antichi.
L’immagine in alzato di essi è parte della nuova visione della città, orollario visivo della moderna e scenografia diversa che sostituisce agli spazi ampi dei fori e dei portici, in una sorta di agorafobia
architettonica, gli spazi limitati delle piazze antistanti i nuovi palazzi
del potere.
Tale trasformazione produce una nuova visione della città che
filtra nei testi antiquari, i quali, sicuri di raccontare la Roma antica,
ne profilano invece una diversa, ancora antiquata nella descrizione,
166
ma moderna nel rapportarsi alla nuova città che va delineandosi. La
stessa Renovatio imperij guarda all’antico nell’ottica, sempre dichiarata, di una nuova-antica grandezza papale in cui l’imperium dei consoli e degli imperatori ora trasla il proprio potere e la propria fortuna
in Vaticano.
Così, fortuna, virtù, essemplo divengono anche parole antiquarie, utili a definire la grandezza di Roma rispetto e in parallelo alla grandezza e alla munificenza papale. Alessandro Farnese, Leone X, Giulio II, Giulio III, Marcello II per Panvinio, Tarcagnota, Ligorio e
tanti altri, al di là degli interessi culturali e umanistici che effettivamente li contraddistinsero (fatte comunque salve le ovvie differenze di carica, potere, caratura politica e carisma), vengono assimilati
agli antichi imperatori, al pari di loro sono degni di essere citati gli
interventi di ognuno sugli edifici e i monumenti esistenti. Non per
nulla Fauno affianca agli studi antiquari le cronologie papaline del
volgarizzamento alla Storia dei papi di Battista Platina, Onofrio Panvinio ne aggiorna la successione e la inserisce prontamente ogni
volta che serve in quasi tutte le sue opere e lo stesso Lucio Fauno
inserisce nelle diverse sezioni delle Historie e del Del sito et lodi, oltre
le cronologie degli imperatori, consoli, principi e quant’altro, anche
i lusinghieri giudizi sui Farnese e sul papa Paolo in particolare.88
88 La famiglia Farnese è importantissima per i destini di Tarcagnota e per quello dei
Tramezino: alcuni dei suoi appartenenti infatti, compaiono ben 19 volte tra i dedicatari
delle opere stampate dai Tramezino: Paolo III 5 volte, un Cardinal Farnese 1 volta, Vittoria Farnese signora d’Urbino ben 9 volte e poi Ranuccio Farnese e Ottavio rispettivamente con 3 e 1 volta ancora. Per i privilegi, invece, quelli rilasciati da Paolo III ai due
tipografi sono 76 su 94 edizioni stampate tra 1536 e 1549. Praticamente tutto il periodo
migliore dell’attività di Michele il vecchio e suo fratello Francesco ruota intorno ai Farnese e ad Alessandro e Vittoria in particolare. Per il Gaetano, in particolare, è proprio la
figura del papa a rappresentare un punto di riferimento forte non solo per la sua carriera, ma anche per l’epoca in cui entrambi sono vissuti. In tale contesto, degno di nota è il
ricordo della morte del papa Farnese nel Del sito: «[…] non molto poi, essendo vecchissimo, di puro dispiacere si infermò, et fra pochi giorni il Novembre del 49. morì; Pontefice, che per le sue eccellenti sue qualità fu raro. Egli fu così grande amatore di virtu, et
delle lettere che ne empì quel collegio di persone virtuosissime, et letteratissime come
furono Pietro Bembo, Giacomo Sadoleto, Reginaldo Polo, Gaspar Contareni, Marcello
Cervino, Giovan Pietro Carafa, il Cortese, il Maphei & tanti altri […]» (TARCAGNOTA
167
Il mondo antiquario, storico, geografico e letterario di Lucio
Fauno/Giovanni Tarcagnota è questo e i diversi testi del gaetano,
tutti caratterizzati dallo stesso minimo comune denominatore argomentativo, sono intrisi dello stesso modello di antichità, idealizzato al punto da codificare pseudonimi capaci, con il tempo, di assumere vita propria, cancellare ogni traccia della loro aprioristica e
progettualistica unità e fossilizzare la stessa opera tarcagnotana nel
solo genere storico. La cancellazione di qualunque notizia e/o documento interessante il Gaetano ha poi condizionato ulteriormente
ogni ricerca impedendo di cogliere i caratteri imitativi che la sua
opera proponeva e chiudendo ogni possibilità per un’esegesi comune delle fonti, del quadro dei rimandi oggettivi e della stessa
strutturazione e organizzazione del suo scrivere.
Il lavoro allora, specifica nuove vie di ricerca che immettono nel
campo dei rapporti esistenti tra gli antiquari e tra questi e i loro
committenti a partire da personaggi come Marcello Cervini e a finire alla ricca biblioteca Farnese cui diversi antiquari devono la propria fortuna letteraria. Ancora, se per Ligorio negli ultimi anni si è
assistito ad un aumento notevole degli studi critici e in riferimento
proprio ai temi antiquari da lui studiati, ben poco spazio in proporzione è stato dato sinora ad un personaggio come Onofrio Panvinio, ai risultati da lui conseguiti e ai debiti che il veronese ha contratto con Lucio Fauno e con Bernardo Egio.
Nella stessa maniera, gli scritti di Antonio Agustin sono stati
scandagliati solo in funzione del suo rapporto con Ligorio e Vico e
per l’interesse epigrafico che lo caratterizzava, ma ben poco è stato
fatto per l’enorme mole di appunti e dati manoscritti da lui raccolti
e conservati presso la Vaticana. Stesso discorso vale per il segretario del cardinale spagnolo, quel Jean Matal (italianizzato Giovanni
Metello nome sin troppo simile a quello del figlio di Tarcagnota,
anch’egli chiamato Giovanni Metello) che copia diversi manoscritti
1566, III, c. 158v; non manca neppure il riferimento ad Alessandro Magno come principe cui è mancato un degno scrittore che cantasse le sue gesta, inserito all’inizio del libro
II, c. 37v).
168
tra il 1545 e il 1547 (in parte ora raccolti nel codice Farnese della
Bilbioteca Nazionale di Napoli) e raccoglitore di un corpus epigrafico di grande rilievo cui diversi antiquari attingeranno per i propri
studi. Il problema antiquario perciò, lungi dal limitarsi all’attività
dello pseudo Palladio, si mostra invece come un grande intreccio
letterario, storico e filologico che andrebbe studiato nel suo insieme
e con l’apporto di diverse metodologie e discipline, dall’urbanistica
alla letteratura, dalla geografia e dalla storia dell’arte all’architettura,
dalla tipofilologia alla toponomastica.
L’edizione delle presenti Antichità di Roma è dunque solo un primo passo, iniziale ma decisivo, verso la codificazione di diversi
modelli antiquari e altrettanto diversi approcci letterari e metodologici al problema che potrà essere portato a compimento solo riprendendo le premesse e il progetto che Claudio Tolomei propose
per l’edizione critica del De architectura di Vitruvio: un percorso lungo, certamente, ma anche foriero di novità e risultati.
L’ANTICHITÀ
DI ROMA
DI M. ANDREA PALLADIO
RACOLTA BREVEMENTE
da gli Auttori antichi, et moderni.
Novamente posta in luce
ALLI LETTORI.1
[Aii] È chiaro già2 a tutto il mondo gli antichi Romani aver fatto
molte più cose ne l’arme, che non ne i libri scritte et molti sono più
nobili, e grandi edificij fabricati in Roma, per eterna memoria del
1 La nota Alli lettori riassume le linee programmatiche dell’opera e caratterizza da subito le fonti cui si è attinto. Il titolo della nota e il tenore dell’Incipit richiamano l’analoga
Nota alli lettori Lucio Fauno che correda in coda con p. n. n. F1 e successive edizioni e versioni («Havendo deliberato di mandare fuori queste antichità di Roma, mi truovo à caso
tra alcuni, che ragionando di questa materia, si mostravano molto dubbij del proprio
luogo del Foro Romano; tra li quali vi erano due, che con molto ardire contendevano, e
dicevano, che fusse stato lungo la valle, che è tra il Campidoglio, e‘l Palatino: E le ragioni principali, ove tutto il loro intento fondavano, si erano sopra un testo di Dionigio
Alicarnasseo, quando dice, che Romolo, e Tatio accordati insieme, che furono, e preso
che hebbe Romolo il Palatino e ‘l Celio ad habitare, e Tatio il Campidoglio, e’l Quirinale, nettarono quel piano, che era sotto al Campidoglio, de gli alberi, e delle altre native
materie, che vi erano, e reimpirno gran parte del lago che vi era (perche il luogo era
concavo, e vi discendevano da i colli intorno le acque) e vi fecero la piazza, che fu poi il
Foro Romano chiamata»). Anche qui, come nella nota introduttiva alle presenti Antichità, la formula d’apertura chiarisce quali sono gli obiettivi prefissati, i codici storici e letterari di riferimento e naturalmente il soggetto di studio, quell’antichità di Roma e quei
grandi edifici che ognuno conosce e che, soli, possono far intendere la grandezza della
passata storia repubblicana e imperiale e nello stesso tempo garantire solidità ed exemplum mores alla Renovatio papale.
2 Le parole non accentate (gia, più, virtu) sono una costante delle edizioni Tramezino e in particolare delle opere di Tarcagnota. Tale usus grafico risale alla cancelleresca
aragonese di fine Quattrocento, attestata in diversi documenti del CSC-Ga (Libri de’ rationali e delibere dell’Universitas Civitatis Cajetae) e riconducibile direttamente alla burocrazia
napoletana della stessa epoca.
169
170
lor valore, et essempio a gli posteri,3 che non si veggono chiaramente oggi in piede: conciosia che le guerre, incendii, et ruine, che
per tanti anni sono stati in essa Città, abbino guasto, arso, et sepolto buona parte di tali memorie. La qualcosa avendo io ben considerata, et massime per essermi venuto (non so come) alle mani un
certo libreto intitolato: Le cose maravigliose di Roma, tutto pieno
di strane bugie,4 et conoscendo quanto sia appresso ciascuno grande il desiderio d’intendere veramente l’antiquità, et altre cose degne
di così famosa Città, mi sono ingegnato di raccorre il presente libro,
con quanta più brevità ho potuto, da molti fidelissimi autori, antichi
et moderni, che di ciò hanno diffusamente scritto, come da Dionisio Alicarnaseo, Titto Livio, Plinio, Plutarco, Appiano Alessandrino, Valerio Massimo, Eutropio[,] dal Biondo, dal Fulvio, dal Fauno, dal Marliano, et [da] molti altri.5 Ne mi son[o] contentato di
questo solo, che ancho ho voluto vedere, et con le mie proprie mani misurare minutamente il tutto. Legete dunque questa mia nuova
fatica6 diligentemente, se vo [Aiiir] lete interamente conseguir quel
diletto, et quella meraviglia,7 che si possa conseguire maggiore nel
3
La frase, richiamando alla mente analogo passo del Biondo (Roma ristaurata, c. 6v),
riconduce all’idea di una Roma che, nonstante la decadenza, rimane lo stesso punto di
riferimento culturale inalienabile per i posteri. L’«essempio ai posteri» ci ricollega
dall’inizio alla questione della centralità esemplare della storia in Tarcagnota e ne riduce
la stesura all’interno delle storie antiquarie.
4 La frase è il primo punto su cui già si pongono le basi dei problemi
d’identificazione qui discussi. A partire da A, infatti, la frase viene espunta, forse perché,
dato l’ambiente romano, il tipografo è a conoscenza sia dell’identità del vero autore che
del fatto che nessun’opera precedente le Antichità di Roma sia stata effettivamente scritta
dal vero Palladio.
5 Le fonti citate, alla fine, si riducono a quattro: Bartolomeo Marliani, Dionigi Alicarnasseo, Flavio Biondo e Lucio Fauno. Qualche minore riscontro si registra per Sesto
Rufo e Fabio Pittore, mentre Plinio, Livio e Varrone vengono citati in luoghi unici. Vitruvio invece, aleggia su tutt’opera anche se mai citato direttamente perché filtrato attraverso le letture effettuate dalle fonti moderne e dallo stesso Tarcagnota ricopiate senza controllo preventivo.
6 La frase, evidentemente, rimanda a un lavoro precedente che nel caso di Andrea
Palladio non esiste, con ciò implicitamente smentendo che l’opera sia stata davvero firmata da Andrea Palladio.
7 Il diletto e la meraviglia sono specifico soggetto di studio poetico di Tarcagnota,
171
intendere chiaramente le gran cose di una così nobile, et famosa
Città come è Roma.8
DE LE ANTIQUITA DE LA CITTA DI ROMA
LIBRO PRIMO.
Dell’edificatione di Roma.
[B] Roma è posta nel Latio su la Riva del Tevere .15. miglia longi
al Mare Tirreno.9 E fu edificata gli anni del mondo .5550. et dopo
la destruttione di Troia .4333.10 adi .21. di Aprile da Romolo e Remo nati de Ilia, overo Silvia figliuola de Numitore Re de Albano,
quale dal fratello Amulio fu scacciato per succedere nel Regno, et
per assicurarsi in tutto dal sospetto de la successione di Numitore,
espletato nella scrittura della Favola d’Adone («Poi che tanto desiderate M. Gioseppe mio, di leggere, anzi di porvi a memoria il pianto, che fece Venere su la morte del suo caro
Adone; ecco che io vi mando tutto l’Adone istesso, perche vediate ancho lui piangere; e
mutarsi il suo sangue nel fiore del papavero, e i capelli della dolorosa Venere ne l’herba,
che da lei tolse il nome: E vel mando iscritto di mia mano, accioche dobbiate con maggior affettione leggerlo, perche son certo, che voi mi amate. Vi ricordo bene, che stiate
in cervello, che con lo leggere di questa ciancia, non vi trasformiate anchor voi, in qualche vivo fonte, volendo forse accompagnar Venere nel pianto suo. A Dio» Favole 2012,
p. 96; per l’edizione del poema presso i Tramezino, si veda invece: TALLINI 2013c, pp.
49-68).
8 Segue, a c. III n.n. la tabula degli argomenti, perfettamente uguale a L nonostante il
formato leggermente più piccolo dello specchio di stampa in quest’ultima. La disattenzione del tipografo romano si fa evidente in diversi punti della propria impressione.
9 La sezione introduttiva della Descriptio in questione è interamente rirpesa dal volgarizzamento che Fauno/Tarcagnota compie della Roma ristaurata di Flavio Biondo («Roma è XV milia longi [ma altrove longe e lunge in BIONDO 1542 c. Air] dal mare Tirreno
[…]», BIONDO 1544 c. Ajr); peraltro, il passo, è un topos descrittivo tra i più imitati perché introduce fisicamente alla città da uno dei suoi punti più importanti, quella via per
Ostia che proprio Paolo III aveva provveduto a ripristinare completando l’opera con il
rafforzamento della fortezza del porto e con gli scavi del porto traianeo ripreso nei disegni di Pirro Ligorio. Per quanto riguarda l’uso di Longi segnaliamo che anche qui, come nel Compendio di Roma antica, non compare la variante longe e longi e che proprio per
questo siamo perfettamente in linea con gli usi linguistici impiegati da Tarcagnota in
campo poetico nella Favola d’Adone.
10 Per le questioni inerenti la data di fondazione di Roma e per l’errore tipografico
qui presente, rimandiamo a Infra, pp. 99-101.
172
fece Silvia figliuola di quello Sacerdotessa nel tempio de la Dea Veste. Ma fu vano, che trovandosi fra pochi dì Silvia gravida, come si
dice, da Marte o dal Genio del loco, o pur da qualche altro huomo,
partorì duoi figliuoli ad un parto:11 delli quali accortosi il Re Amulio, gli fece portare per gittare nel Tevere, longi d’Albano.12 E qui
dicono molti che al pianto loro venisse una Lupa che avea partorito
di fresco, dandogli il latte come figliuoli stati li fossero, et per sorte
passando un pastore chia [Bv] mato Fastulo,13 grido alla Lupa, e
toltosi li fanciulli li porto a casa sua, et diedegli a governare alla sua
moglie, chiamata Acca Laurentia. Et si allevarono fra pastori, grandi, e pieni della generosità de i maggiori loro, et dandosi alle guerre
fra pastori. Avenne che Remo fu fatto prigione, et menato al Re
Amulio et accusato falsamente che ei robava le pecore a Numitore,
il Re comando che fussi [fossi] dato in mano di Numitore che come offeso lo castigassi, veduto Numitore il giovine di così nobile
aspetto si venne a comovere, e pensare di certo quello essere suo
nipote, et stando in questo pensamento sopragionse ivi Fastulo pastore con Romolo,14 dalli quali inteso l’origine dei giovini, et ritro11
Medesimo passo, riportato con le stesse parole, in HM, I, VI, cc. 98v-99r che a sua
volta riprende FULVIO 1543, c. Air.
12 In ACCOLTO 1567 abbiamo invece «longi d’Alba» poi riportato in FIORE 2006, p.
5. Il fatto che qui, invece, si scriva Albano ci permette di schierare l’autore delle Antichità tra gli antiquari convinti che l’antica Alba fosse l’odierna Albano, in questo supportati
dalla posizione espressa da Biondo nella Roma Ristaurata. Quasi inutile segnalare che anche Tarcagnota è iscritto allo stesso partito poiché riporta fedelmente nelle Historie del
mondo (I, VI, c. 100r) la lezione Albano.
13 ‘Faustulo’ in HM, I, VI, cc. 99v.
14 Stessa descrizione degli avvenimenti in HM, I, VI, cc. 98v-99r. la molteplicità delle
ripetizioni in questa sezione ci permette di avanzare l’ipotesi che l’intera sezione su
Roma antica (ab urbe condita) narrata da Tarcagnota nelle Historie del mondo, essendo
quest’opera già pronta nel 1554 presso i Tramezino per la stampa (ASFi 434, c. 393), non
essendo più intervenuta la stessa per motivi che non conosciamo, sia stata dal gaetano
inserita con gli opportuni tagli nella presente stesura. Il fatto che ogni volgarizzatore
riporti l’episodio del Fico e della Lupa (si veda LIGORIO 3, c. 186r: «Questo fico avea
appiedi la imagine della Lupa di bronzo on Romolo e Remo bambini che suggevano il
latte dalle mammelle di esso animale, come è quello che si vede oggidì in Capidoglio, e
si costodiva per l’amor di quella lupa, che appié allattò Romolo e Remo, che fu Acca
Larenzia, femina di Fostolo pastor di porci, figurata per lupa […]»), tranne Tarcagno-
173
vatoli essere suoi nipoti cavo Remo di prigione, et uniti insieme uccisero Amulio, rimettendo (come debitamente se gli aperteneva) nel
Regno Numitorre lor Avolo. Et sotto il detto regimento el[l]essero
edificare una nuova città, per più commodo luogo su la riva del Tevere, donde essi erano stati allevati, in forma quadrata.15 Et sopra di
questo vennero in contesa come s’aveva a nominare o ver a reggere, per aver ciascuno di lor la gloria del nome, trascorsi dalle parole,
Romolo amazzo Remo, et volse che questa Città fosse dal suo nome chiamata Roma, essendo egli di anni .18. Et essendo passati
quattro mesi, che l’era edificata, non avendo Donne, mandò esso
Romolo Ambasciadori alle Città vicine a dimandarne in matrimonio, et essendole dinegate, ordinò alli .18. di Settembre, certe feste
adimandate Consuali, allequali concorse una gran [Bii] moltitudine
de Sabini, si maschi, come femine, et ad un certo segno, face rapire
tutte le vergini, che furno .683. et le diede per mogli alli più degni.
Elesse ancora cento uomini delli principali per suoi consiglieri, liquali da la vecchiezza furno adimandati Senatori, et da la loro virtù
padri, il loro Colleggio Senato, et i suoi descendenti Patritii.
Divise la gioventù in ordini militari, della quale ne elesse tre
Centurie di Cavalieri, per sua guardia, robustissimi giovani, et delle
più generosi famiglie, liquali furno chiamati Celeri. Diede ancora i
più potenti in padroni de i poveri, et chiamoli Clienti, et il resto della moltitudine del Popolo. Divise la plebe in .35. Curie, fece molte
leggi, tra le quali fu questa. Che niuno Romano essercitasse arte da
sedere, ma che si desse alla militia, et alla agricoltura solamente. Rita/Fauno/Mauro/pseudo Palladio, ci permette non solo di definire anche questa mancanza come segno della comune identità tra i tre antiquari, quanto anche di poter ipotizzare la citata reductio e il suo successivo inserimento nel testo delle presenti Antichità.
15 La forma quadrata del perimetro romuleo è comune a tutti gli antiquari e in particolare alle opere di Lucio Fauno che la ripropone (quasi) sempre uguale nelle Historie del
mondo, nelle Antichità e nel Compendio di Roma antica da cui estrapoliamo il presente passo:
«La citta di Romolo, che fu di forma quadrata, comprendeva in se il Palatino, e ‘l Campidoglio: Hebbe quattro porte; una sotto la rupe Tarpeia, e fu chiamata Carmentale, e
Scelerata: un’altra nel Velabro; e fu detta Pandana, e Libera, e Saturnia: la terza fu presso l’Amphiteatro di Tito, e fu nominata Romana, e Mugonia, e Trigonia. La Ianuale fu
l’ultima posta presso le radici del Viminale» (C, c. [Aj]).
174
trovandosi poi in campo Marzo vicino alla palude di Caprea a rassignare l’essercito sparì, ne mai più in luogo alcuno si vide essendo
d’anni .56. avendone regnato .38. non lasciando di se progenie alcuna, et lasciando ne la Città .46. millia pedoni, et quasi mille Cavalieri, avendola cominciata con tre mille uomini a piedi, et trecento a
cavallo solamente, liquali furno d’Alba. Romolo adunque fu il fundatore de la Città, et de l’Imperio Romano, et primo Re di quella,
dopo il quale ne furno sei, et l’ultimo fu Tarquino Superbo, il quale
fu cacciato da Roma, perche Sesto suo figliuolo violò di notte Lucretia, moglie di Collantino. Et regnorno detti sette Re anni .243.
l’Imperio de li quali non si distendeva se non miglia quindeci. Cacciati poi li Re ordinorno il vivere [Bijv] politico, et civil[e] la qual
forma di governo durò anni .465. nel qual tempo con .43. battaglie
acquistorno quasi il principato del mondo, et vi furno .877.16 Consoli, due anni governorno li dieci uomini, et .43. li Tribuni de soldati con potestà consolare, et stette senza mag[g]istrati anni .4. Et dopo Giulio Ce.[sare] sotto titulo di Dittatore perpetuo occupò
l’Imperio, et la libertà a un tratto.17
Del Circuito de Roma.
Roma al tempo di Romolo contineva il monte Capitolino, et Palatino18 con le valli che li sono nel mezo, et avea tre porte.19 La
16
887 in FIORE 2006, p. 7
L’intera sezione è ripetizione, con qualche modifica, sia del Compendio di Roma antica di Lucio Fauno che delle Historie del mondo di Giovanni Tarcagnota (loc. cit.).
18 FULVIO 1543, c. 4v.
19 Ivi, c. 6r dove Andrea Fulvio, per non avere problemi, afferma tranquillamente,
con un certo tonno di supponenza e senza tema di contestazioni: «[…] 3 porte et (come
a molti piace) con quattro» così non entrando nel merito della questione, rinunciando
ad ogni certezza e soprattutto non avendo paura di schierarsi nell’uno o nell’altro partito. Del resto, il numero delle porte di Roma antica era stato considerato come problematico già da Biondo che pur citando diverse fonti, non aveva dato numeri definitivi.
Lo stesso Lucio Fauno, seguendo la sua fonte primaria, rimane nel vago e seppure dà
per scontata l’esistenza di quattro porte nel Compendio di Roma antica (Carmentale/Scelerata, Pandana/Libera/Saturnia, Romana/Mugonia/Trigonia e Ianuale), non altrettanto fa invece nelle Antichità, dove a c. 4v afferma dubbioso (e riprendendo integralmente il passo scritto da Andrea Fulvio): «[…] Hebbe la città di Romolo tre porte, ò
17
175
prima si chiamava Trigonia, per il triangolo che faceva, presso la
radice del Monte Palatino.20 La seconda Pandana perche dil continuo stava aperta, e fu chiamata anchor Libera, per il commodo de
l’intrata. La terza Carmentale,21 da Carmenta madre de Evandro
che vi abitò, et fu chiamata Scelerata per la morte di 300 Fabii che
uscirno di quella, liquali con li clientuli22 presso al fiume Arrone 23
furno tagliati a pezzi, ma per la rovina di Alba et pace de Sabini con
Romani cominciorno a crescere il circuito, si ancho il numero de
cittadini, et populi, che del continuo vi venivano, la cinsero di mure
alla grossa, et Tarquinio Superbo fu il primo, che la principiò a fabricar con marmi grossi lavorati magnificamente, et tanto l’andorno
crescendo, et ampliando, serrandoli li sette monti che ora ci sono,
che al tempo di Claudio Imperatore si trovavano .630. torrioni, et
.22. millia porticali, et per la varieta delli autori non sene vede [Biiir]
certezza del circuito delle mure24 per che alcuni dicono, che erano
.50. miglia, altri .32. et altri .18. ma per quanto a nostri tempi si vede con Trastevere, et il borgo di san Pietro non sono salvo che
.15.25
come alcuni vogliono, quattro […]».
20 Il passo è presente anche in FULVIO 1543, c. 7r.
21 La posizione della Porta Carmentale è stata oggetto di furenti discussioni tra i fautori della sua collocazione presso il Quirinale o il Campidoglio. Già all’epoca della pubblicazione della Roma Trionfante (vulgo Lucio Fauno) però, la questione era stata ampiamente risolta ed è solo Ligorio che ne ricorda la querelle scagliandosi contro il “partito”
avverso: «Porta Carmentale. Non so se sono più degni di riso, ò di compassione, quelli
che hanno scritto, che la porta Carmentale era nel Quirinale: essendo manifesto per
quel che ne scrive Solino, et Festo Pompeio che ella era alle radici del Campidoglio verso il Circo Flaminio, et eziandio questo dimostra chiaramente in più luoghi della sua
opera Livio» (P3, 42v).
22 Clientoli in FIORE 2006, p. 8. Anche questa sezione rimanda a quanto già citato in
nota 14 compreso l’episodio dei 300 Fabi (e non 306) che giustamente Accolto
nell’edizione da lui stampata, corregge.
23 Aniene.
24 Il plurale in –e caratterizza in senso toscano l’uso della lingua nell’autore delle Antichità, esso coincide in pieno con medesime terminazioni usta da Tarcagnota/Fauno nel
Compendio di Roma antica che nelle Antichità di Roma.
25 16 in FIORE 2006, p. 8. Il riferimento alla misura del circuito di 50 miglia è il punto di maggior contatto tra pseudo Palladio e Giovanni Tarcagnota; le notizie, infatti,
176
De le Porte.
Per la varietà del rifare la Città, le mure et ancora, le porte, si andava ad alcuna cambiando il nome, et ad altre conservandolo. Et
erano tutte fatte di sassi quadrati all’anticha, le strade lastricate, avendo il nome di Consolari, Censorie, Pretorie, et Triomfali secondo ch’erano da personne Consolari, Censorie, o Pretorie fatte. Le
triomphali erano con grande magnificentia più dell’altre fatte, così
le strade, non avendo riguardo alla spesa che vi andasse, come in
tagliar monti, abassare colli, empiendo valli, facendo ponti, aguagliando piani, et fossati, tirandole alla vera drittura con be[l]lissimo
ordine, et commodità di fontane, et distantia di luoghi, con lastrico
fortissimo, come oggidi si vede durare.26 Trovasi per varii autori
differentia nel numero, et nomi delle porte, perche chi dice .36. et
chi .24. ma per quanto si vede al presente ne ha solo .deciotto. aperte quali rechiudino27 sette monti, et tutta la Città si trova divisa
in quatordieci [XIV] Rioni. Et la principale è quella del Popolo, detta anticamente Flumentana, et Flaminia.28 La Pinciana, già detta
Collatina. La Salara, già detta Quirinale, Agonale, et Collina et per
[Biiiv] essa entrarno li Galli [Senoni] quando saccheggiorno Roma,
et Annibale si accampo lungo il Teverone discosto da quella tre miglia.29 Quella di santa Agnese, già detta Amentana,30 Figulense, et
Viminale. Quella di san Lorenzo, già detta Tiburtina, et Taurina.31
sono filtrate dal volgarizzamento curato da Tarcagnota della Roma ristaurata di Flavio
Biondo (c. 16v) che riferisce le stesse parole qui citate.
26 «[…] Dice Strabone che per drizzare et agguagliare le strade i Romani, altrove tagliavano et abbassavano i colli, altrove empievano e sollevavano le valli» (F3, c. 10r).
27 III imperf. cong. riprovata da Bembo e attestata in Guicciardini.
28 Pirro Ligorio («Un simile inganno è quello di quelli, che pigliano la porta del Popolo per la Flumentana, la quale era ben dal lato del Tevere, ma nell’antica Roma, non
nella nuova et la porta del Popolo Procopio chiama Flaminia, perciò che Svetonio dice
esser quella la via Flaminia, parlando del Mausoleo d’Augusto», P3, c. 37v) non concorda
con l’associazione tra Porta del Popolo, Flumentana e Flaminia indicata da pseudo Palladio che invece cita l’analogo passo delle Antichità fauniche (c. 9v).
29 La distanza è presente in FULVIO 1543, c. 9v.
30 Nomentana in FULVIO 1543, c. 10r.
31 Come per la Flumentana, anche per il nome della porta Taurina, che comunque
177
La Maggiore, già detta Labicana, Prenestina, et Nevia.32 Quella di
san Giovanni, già detta Celimontana, Settimia, et Asenaria. La Latina, già detta Forentina. Quella di .S. Sebastiano, già detta Appia,
Fontinale, et Capena, da questa porta vi entrò quello delli tre Oratii,
che vinse li Curiatii, et la maggior parte de li trionfanti. Quella di
san Paulo, già detta Ostiense, et Trigemina,33 et da questa vi uscirno
li tre Oratii. Quella di Ripa, già detta Portuense.34 Quella di S. Pancratio, già detta Aurelia,35 et Pancratiana. La Settimiana, già detta
Fostinale.36 La Torrione, già detta Posterula. La Pertusa, Quella di
san Spirito, Quella di Belvedere, et quella di Castello,37 già detta
Enea.
De le Vie
Ventinove furno le Vie principali, anchor che ogni porta avesse
accorda Tarcagnota a psuedo Palladio, non trova concorde Ligorio (P3, c. 47r).
32 Per la porta Nevia, cfr. anche P , c. 36v che naturalmente non concorda.
3
33 La polemica ligoriana continua anche per quanto concerne il sito e il nome della
porta Trigemina poiché, secondo Ligorio (P3, c. 37r) l’associazione tra i due toponimi
non esiste.
34 Tarcagnota definisce Navale la porta Portuense o altrimenti di Ripa come pseudo
Palladio in opposizione a Ligorio (P3, c. 37r) che invece causticamente definisce «[…]
sogni […] d’alcuni […] che solo di lor capo trovando le cose […] et fingendo loro i vocaboli appareno al mondo grandi osservatori». È evidente che la polemica è rivolta proprio a Fauno/Palladio e perciò Temanza aveva forse ragione a dire che le Paradosse ligoriane sono state scritte contro Palladio, ma non il vero, ma questo Palladio.
35 Medesima situazione per l’associazione tra porta s. Pancratio e porta Aurelia che
Ligorio, sulla scia di Procopio, mette in Borgo (P3, c. 37r).
36 La fonte è FULVIO 1543 c. 19v che riporta anche gli interventi di Alessandro VI e
Giulio II.
37 Cenello in FIORE 2006, p. 10. La lectio proposta da F. P. Fiore, che peraltro riproduce l’errore di stampa contenuto in A, non permette la lettura corretta del passo che
invece, sia Pagan che Lucrino, ripropongono integro. Sulle porte in generale, si segnala
la mancata citazione della porta Querquetulana forse perché Tarcagnota non è particolarmente convinto della giustezza della sua collocazione: «[…] Io, quando questo nome
di porta si leggesse presso qualche scrittore anticho, come non si legge, crederei più tosto che la porta tra gli Argini fusse stata la Viminale istessa, quando era però come s’è
detto di sopra, su gli argini stessii di Tarquinio, prima che fusse la dove hora si vede trasferita […]. Come dagli antichi fondamenti si può vedere, le mura antiche di Roma si
stendevano quasi al dritto da la porta di S. Agnesa à questa chiusa […]» (F3, c. 16v-17v).
178
la sua, et C[aio] Gracco le adrizò,38 et lastricò. Ma tra le più celebri
furno, l’Appia, et Appio Claudio [c. 4 r] essendo Censore la fece lastricare dalla porta di .S. Sebastiano insino39 a Capua, et essendo
guasta Traiano la restauro insino a Brindisi, et fu adimandata Regina delle Vie, perche passavano per quella quasi tutti i Trionfi. La
Flaminia .C. Flaminio, essendo Consule, la fece lastricare da la porta del Popolo, insino ad Arimini, et si chiamava anchor la Via larga
perche se stendeva sino in Campidoglio. L’Emilia fu lastricata da
Lepido, et C. Flamminio Consuli, insino a Bologna. L’Altasemita
cominciava sul monte Cavallo, et andava insino a la porta di .S.
Agnese. La Suburra cominciava sopra il Colisseo, et andava insino a
la chiesa di S. Lucia in Orfea. La Sacra cominciava vicino a l’Arco
di Constantino, et andava a l’Arco di Tito,40 et per il foro Romano
in Campidoglio. La Nuova passava per palazzo Maggiore, al Settizonio, et andava insino a le Terme Antoniane. La Trionfale andava
dal Vaticanio insino in Campidoglio. Vespasiano essendo guaste
molte di queste Vie le restaurò come appare in una inscrittione in
marmo, ch’ è in Campidoglio dinanzi al palazzo de Conservatori.
La via Vitelia andava dal monte Ianiculo fin al mare. La via Reta41
fu in Campo Martio.
De li Ponti, che sono sopra il Tevere, et suoi edificatori.
Otto furno li Ponti sopra il Tevere, duo de li quali sono rovinati,
il Sublicio, et il Trionfale, o vero Vati [B iiii v] cano. Il Sublicio era a
38 GSLIS 1156, p. 464 cataloga il verbo tra i suffissi non più riconoscibili a causa
dell’evoluzione fonetica cui naturalmente è stato sottoposto nel tempo. In questo caso,
nella desinenza in –iare (che nel latino volgare serviva a coniare verbi nuovi da aggettivi
e participi) la i in -iato si è fusa con le consonanti precedenti in una sola unità fonetica
trasformando il verbo directiare nella voce odierna. L’uso del verbo in oggetto (diriczare),
nel senso di costruire, è presente anche in CAJ 355 (1230) e curiosamente come sinonimo di cavare.
39 Insino è uso guicciardiniano riscontrabile in diversi punti dei suoi Ricordi.
40 Titio in FIORE 2006, p. 9 che così impedisce di codificare correttamente il toponimo e la derivazione del nome.
41 Vitellia e Reta (Retta in FIORE 2006, p. 9) sono toponimi non presenti in Fauno e
Mauro, bensì in FULVIO 1543 c. 22v che perciò s’identifica come fonte informativa di
pseudo Palladio.
179
le radici del monte Aventino, appresso a Ripa, le vestigie del quale
si vedono ancora in mezo al fiume, et fu edificato di legname da
Anco Martio, et essendosi guasto quando Oratio Coclide sostenne
l’impeto di Toscani, Emilio Lepido lo fece di pietra, et l’adimandò
Emilio, et avendolo ruinato l’innondatione del Tevere, Tiberio Imperatore lo ristaurò. Ultimamente Antonino Pio lo fece di marmo,
et era altissimo, dal quale se precipitavano li malfattori, et fu il primo ponte, che fusse fatto sopra il Tevere. Il Triomphale, o ver Vaticano, era appresso l’hospidale di S. Spirito, et si vedeno ancora li
fondamenti nel mezo del Tevere, et era così adimandato, perche
passavano per quello tutti li Trionfi. Quello di Santa Maria
s’adimandava Senatorio, et Palatino. Il Ponte Quattro Capi fu
chiamato Tarpeio, poi Fabritio, da L. Fabritio, che lo fece fare, essendo Maestro di strada. Quello di santo Bartolomeo, fu adimandato Cestio, et Esquilino, et fu da Valente, et Valentiniano Imper[atore] ristaurato. Il Ponte Sisto, fu già detto Aurelio, et Gianuc[o]lense, et Antonino Pio lo fece di marmo, et essendo rovinato
Sisto 4 l’anno 1475 lo rifece. Quello di s.Angelo s’adimandava Elio,
da Elio Adriano Imperatore che l’edifico, et Nicolao .V. lo ridusse
in quella forma che si vede. Il Molle, ó vero Milvio, è fuori de la
porta del Popolo dui miglia, et fu edificato da Elio Scauro, et non
ha ora altro de [c. 5 r] l’antico, che li fondamenti. Vicino a questo
ponte il Magno Constantino superò Massentio Tiranno, et lo fece
affocare nel fiume, et vide ne l’aria una croce, et senti una voce che
li dissi, con questa Insegna tu vincerai. Si trova lontano per tre miglia da la Città il Ponte Salaro, detto così dal nome de la via, ponte
antichissimo et gli passa sotto il fiume Aniene; che divide li confini
de Sabini con Romani, l’acqua é bona da bevere, Narsete al tempo
di Justiniano Imperadore lo restaurò dopo la vittoria che ebbe contra li Gotti, ch’era stato prima rovinato da Totila[.] Il ponte Mamolo è detto così da Mamea madre del’Imperadore Alessandro Severo
prima che lo restaurassi lui, fu fatto da Antonino Pio Imperatore[.]
è ponte antichissimo longi da la Città tre miglia pure sopra il fiume
Aniene adesso detto Teverone.
180
De l’Isola del Tevere.
Essendo scacciato da Roma Tarquino Superbo li Romani tenevano, che fosse cosa abominevole mangiare il suo formento, che
allora avea parte tagliato, et parte da tagliarsi nel campo Tiberino, lo
gitarono42 nel Tevere con la paglia che per la stagione calda et il
fiume basso insieme con altra brutture fece massa che divenne Isola.43 La quale poi con industria, et aiuto de li uomini venne in
ta[n]to, che come si vede si empi di case, de tempi, et altri edificii.
Ella è di figura navale appresentando da una banda la prora, et da
l’altra la [c. 5 verso] poppa di longhezza de un quarto de miglio et di
larghezza cinquanta passi.
De li Monti.
Sette sono li monti principali sopra a liquali fu edificata Roma, et
il più celebre fu il Capitolino, o vero Tarpeo, et Saturnio, oggi detto
il Campidoglio, sopra del quale tra Tempii, scalli, et case sacre ve
n’erano .60. et il più celebre era quello di Giove ottimo massimo,
nel quale, finito il trionfo, entravano li trionfanti, a render gratie de
la recevuta vittoria. Il Palatino, oggi detto Palazzo maggiore, et é disabitato, et pieno di vigne, et circonda un miglio. Romolo vi comincio sopra la Città, perche quivi fu nutrito, et Heliogabalo fece
lastrigare di porfido. L’Aventino, o vero Querquetulano, circunda
più di dui miglia, è quello dove è la Chiesa di santa Sabina. Il Celio,
è quello dove è la Chiesa di S. Giovanni, et Paulo sino a S. Giovan
Laterano. L’Esquilino, o vero Cespio è dove e la Chiesa di S. Maria
maggiore, e S. Pietro in Vincola. Il Viminale è dove è la Chiesa di
42 Tutte le forme di questo tipo sono toscanismi già presenti soprattutto nella prosa
fiorentina del Trecento da Boccaccio a Sacchetti e poi attesattosi nei testi poetici quattrocenteschi. Il passo ripete quasi testualmente l’analoga sezione di MARLIANI 1548, c.
97r.
43 Anche questo passo trova adeguato riscontro nelle Antichità di Roma di Lucio
Fauno a c. 146r. La descrizione della nave (di cui Ligorio contesta la costruzione in
marmo tafio) è ripetuta sotto forma di disegno nelle due mappe ligoriane e in quella allegata alle Antichità di Lucio Fauno (v. Figura 9).
181
Lorenzo in Palisperna et santa Potentiana. Il Quirinale, o vero Egonio, oggi é detto monte Cavallo. Il Pintio quello è dove é la Chiesa de la Trinita. Il Ianicolo è quello dove S. Pietro montorio. [c. 6 r]
Vi sono ancora altri monticelli, come il Gianicolo, oggi detto Monte Auro,44 il Vaticano, dove è la chiesa di san Pietro, et il palazzo
Papale. Il Citorio, già detto Citatorio, perche ivi si citavano le Tribu, quando si congregavano per fare i Magistrati.45 Quello de li
Hortuli, o vero Pincio, comincia a porta Salara, et va sino a quella
del Popolo, et discendevano da quello monte li Candidati in campo
Marzo a dimandare li Magistrati al popolo. Il Giordano, fu così detto perche ivi havitavano quelli de l’Illustrissima famiglia Orsina, et
insino oggidi vi hanno li loro palazzi.
Del Monte di Testaccio.
Questo monte è vicino a la porta di san Paulo, et è così cresciuto
da la moltitudine de i fragmenti de i vasi di terra quivi gettati (et
44 La doppia nominazione Ianicolo/Gianiculo evidenzia un saltus di non poco conto
poiché, in base a quanto pseudo Palladio scrive, si indentificano due colli e due toponimi separati, il primo riconoscibile nel sito di s. Pietro in Montorio, alle pendice del colle
propriamente detto e il secondo con il colle stesso e coincidente (crediamo) con la parte
che affaccia sul Palazzo della Cancelleria e l’odierna piazza dei Cavalleggeri. L’autore
non si rende conto di descrivere con due nomi lo stesso sito e non nota neppure
l’assonanza mont’Auro/Montorio che segnala, appunto, il sito a ridosso delle mura aureliane e sotto il vero Gianicolo. In F3, c. 150r nessuna delle notizie in questione compare, a parte un più che laconico «Tutta quella parte della città, che fu co ‘l Ianicolo da
Anco Martio rinchiusa di mura, e stata chiamata la regione di Trastevere, per esser di la
del Tevere posta. Fu ancho da gli antichi chiamata Ianucolo dal colle di questo nome,
che le soprastà. […] Ne già il Ianicolo è quello solo, che è cinto di mura intorno, perché
si stende anco quaesto colle fino aà lo Spedale di s. Spirito et alla valle, dove sono hora
le fornaci de Cretari, onde ha principio il Vaticano […]». È invece dal passo relativo alla
chiesa di s. Pietro in Montorio che emergono le informazioni utili a determinare la fonte della citazione psuedo palladiana (Ivi, c. 151v): «[…] è ancho sul colle la chiesa di s.
Pietro à Montorio, dove son frati di s. Francesco. E dicono che sia questo colle stato
chiamato aureo (per ciò che di Monte aureo hanno poi detto Montorio) da la rena di
colore di oro, che qui si cava; la quale non serve già per altro, che per porre su gli scritti».
45 Per gli opportuni raffronti, utili a determinare il flusso di informazioni e la loro
univocità, cfr. sempre il Compendio di Roma antica cc. 18v-19r e ancora F3, cc. 49r-49v e c.
127r.
182
non, come crede il volgo, da li vasi rotti, ne quali già si portavano a
Roma li tributi).46 Et non è maraviglia, perche in quella contrada vi
erano vasellari senza numero, et li simulacri de li Dei, gli ornamenti
de li tempii, tutti li vasi, allora si facevano di terra, et le ceneri di
morti ancora si mettevano ne vasi di terra. Et Corebo Atheniese fu
il primo, che ritrovasse il fare lavori di terra.
De l’acque, et chi le condusse in Roma.
Decinove erano l’Acque, che furno condotte in Roma, ma le più
celebri furno, la Martia, la Claudia, l’Ap [c. 6 verso] pia la quale fu la
prima che fusse condotta in Roma, la Tipula, la Giulia, quella de
l’Aniene vecchio, quella de l’Anieni nuovo, et la Vergine, la Martia,
o vero Aufeia, Q. Martio quando era Pretore la tolse lontano da
Roma miglia .37. nel lago Fucino, la Claudia, Claudio Imp. La tolse
discosto da Roma miglia .36. ne la via di Subiaco, da due grandissimi fonti l’uno detto Ceruleo, et l’altro Curtio, et essendosi guasto
molte volte il suo acquedotto, Vespesiano, Tito, Aurelio, et Antonino Pio lo ristaurorno, come appare ne l’inscritioni, che sono sopra porta Maggiore. L’Appia, Appio Claudio, essendo Censore, la
tolse otto miglia lontano da Roma nel Contado Tusculano.47 La
Tepula, Servilio Cepione, et D. Cassio Longino Censori, la tolsero
nel Contado Tusculano discosta da Roma miglia undeci [xi], et la
condussero nel Campidoglio. La Giulia, Agrippa la tolse da la Tepula. Quella de l’Aniene vecchio Marco Curtio, et L. Pupino Censori, la presero sopra Tivoli miglia venti, et la condussero in Roma
de le spoglie de l’Albania. Quella de l’Aniene nuovo Giulio Frontino, essendo Maestro di strada, la tolse discosto da Roma miglia .24.
ne la via di Subiaco. La Vergine, Agrippa, essendo Edile, la prese ne
46 L’informazione proviene ancora dalle Antichità di Roma di Lucio Fauno che poi le
reinserisce nuovamente anche nel Compendio di Roma antica, c. Bijv).
47 «L’Acqua Appia condotta in Roma da Appio Cieco dal territorio di Frascato veniva col suo acquedotto ne l’Aventino, e si stendeva fino à le Saline antiche; come se ne
vede in alcuni luoghi vestigio. Questo acquedotto fra la strada Appia, e la Latina, si
congiungeva con un’altro, ma se ne distaccava tosto» (LUCIO FAUNO, Compendio di Roma
antica, c. Bijr-Bijv).
183
la via Prenestina lontano da Roma miglia otto, et è quella che oggidi e adimandata Fontana di Treio. L’Asiatina, Augusto la tolse ne la
via Claudia discosto da Roma miglia .14. dal lago Alsietino, et serviva a Trastevere. La Iuturna è quella che oggidi si vede presso a
san Giorgio dove le donne vano a lavare. Furno de l’altre acque ancora, nominate [c. 7 r] da l’inventori, o da i conduttori di quelle,
come la Traiana. da Traiano[,] La Settimia, da Settimio, La Drusa,
da Druso, et l’Alessandrina, d’Alessandro.
De la Cloacha
La Cloacha o voglian dire la Chiavicha grande era appresso al
ponte Senatorio ora santa Maria, fu edificata da Tarquinio Prisco, la
cui grandezza è con maraviglia recordata da gli scrittori; pero che
per dentro48 vi sarebbe largamente passato un carro. Et noi che
l’abbiamo misurata troviamo che ella è .16. piedi de larg<h>ezza.
In questa mettevano capo tutte le altre Chiaviche di Roma onde si
faceva che i pesci chiamati Lupi presi fra in Ponte Supplitio et Senatorio erano megliori de gli altri pero che si pascevano de le brutture che venivano per le detta chiavicha.49
De gli Acquedotti
Sette furno in Roma gli Acquedotti, et il più celebre fu quello de
l’Acqua Martia, le vestigie del quale si vedeno ne la via che va a San
Lorenzo fuori de le mura. Et quello de la Claudia, andava da porta
Maggiore a la chiesa di san Giovanni Laterano, et fu per il monte
Celio condotto nel’Aventino, et insino a oggidi si vedono gli Archi
di quello mezzi guasti d’altezza di .109. piedi, la qual opera fu co48 L’espressione fa parte dell’abbondante numero di napoletanismi presenti
nell’opera e riscontrabili, nelle stesse forme e utilizzi, nelle edizioni tarcagnotane (Infra,
pp. 42-44 alle voci relative). Di per sé, il contesto e la formula sintattica impiegata è parte della lingua e del dialetto gaetani, laddove si specificano proprio situazioni del parlato
che implichino il passaggio di cose o piccoli animali.
49 MARLIANI 1548: «et noi, che l’habbiamo misurata, troviamo, ch’ella è XVI. piedi di
larghezza» che traduce senza variazioni il suo originale latino (MARLIANI 1544: «Nos eam
dimensi[…] invenimus esse pedum XVI. latitudine»).
184
minciata da Cesare, et finita da Claudio, che costò un [c. 7 verso] milion d’oro, e .385. millia, e .50. scudi d’oro, Caracalla poi lo condusse nel Campidoglio, et sono ancora in piedi parte de gli archi a
l’hospitale di san Tomaso. La Acqua Appia vi sono ancora alcuni
vestigii alle radici del monte Testaccio, et altri all’arco de Titto Vespesiano.50 La acqua Vergine è quella che volgarmente si chiama
fonte di Treio. L’aqua Iuturna sorge nel Velabro appresso la chiesa
di san Giorgio, laqual già faceva luogo ne la piazza appresso il tempio de la Dea Vesta dove ora è la chiesa di san Silvestro nel laco.51
L’Acqua Sabattina fu già detta dal lago di Sabate che oggi è il lago
de l’Angillare,52 gli è quello che fa il Fonte che oggi si vede ne la
piazza di San Pietro.
De le Sette Sale
Vicino a le Terme di Tito,53 vi sono nove Cisterne sotterranee,
oggi adimandate le Sette Sale, et sono di larg<h>ezza di .17. piedi e
mezzo l’una, et di alteza di .12. et la lung<h>ezza al più di .137.
piedi le quali furno fatte da Vespesiano per uso del collegio de li
Pontifici, come appare in una inscrittione, sopra un marmo, che fu
già ritrovato in detto luogo, che dice.
IMP. VESPESIANVS AVG.
PER COLLEGIVM PON.
IFICVM FECIT.
[c. 8 r]
50
51
C, III, c. 15r.
Ovvero il Lacus Vestae.
Anguillara.
53 MARLIANI 1548, 68r-68v: «Vicino à le predette Terme, è un’luogho sotterraneo
detto vulgarmente le sette Sale, questo era il recettacolo de l’acqua, che serviva à esse
Terme: Il quale haveva non pur sette, ma nove stanze, con l’ordine di quelle che si vegan hoggi; ma perche le porte, di ciascuna d’esse stanze son sette, il vulgo da questo
numero, chiama questo luogo (com’è detto) le sette Sale: la larghezza de le quali, è xvii.
piedi, et mezzo, l’altezza xii. piedi, la lunghezza e varia, pur la maggiore non escede
CXXXXVII. piede».
52
185
De le Terme, cioe, Bagni et suoi edificatori
Le Terme erano luoghi grandissimi sontuosissimi, et molti spatiosi [spaciosi], fatti per uso di lavarsi, et avevano grandissimi portichi, li pavimenti erano di marmo, li muri imbiancati, overo commessi de bellissimi marmi, con grandissime colonne, che sostenevano archi smisurati, et ve ne erano molte in Roma, ma le più celebri furno, l’Alessandrine, et Neroniane, da Nerone, et da Alessandro Severo edificate, et erano drieto54 la chiesa di santo Eustachio
dove si vedono quelle ruine. L’Agrippine, fatte da Marco Agrippa,
erano tra la Ritonda, et la Minerva, in quel luogo, che si adimanda
la Ciambella,55 et si ne vedono ancora le vestigie. L’Antoniane, cominciate da Antonino Caracalla, et finite da Alessandro furno nel
monte Aventino, et sono ancora in piede meze rovinate di maravigliosa grandezza, ornate de bellissimi marmi, et di grandissime colonne.56 L’Aureliane, fatte da Valerio Aureliano Imp[er.] erano in
54 Si conferma l’uso di napoletanismi (vedi n. 28 per le stesse terminazioni linguistiche). È ancora oggi tipico del dialetto gaetano dare indicazioni topografiche secondo lo
schema linguistico utilizzato da Tarcagnota; l’usanza deriva probabilmente dalla necessità di codificare e memorizzare punti di riferimento necessari non alla vita quotidiana,
quanto alla difesa del territorio e della città fortificata in particolare. Così, non si citano
le strade o i centri nevralgici del potere, ma solo i punti di riferimento cittadini comprensibili soltanto agli abitanti.
55 Lo stesso toponimo è utilizzato da Ulisse Aldovrandi in UA, p. 235, il che conferma la dimestichezza dell’autore con la toponomastica moderna.
56 La posizione delle terme di Caracalla sono oggetto anche della pianta di Leonardo Bufalini (1551) fortemente influenzata dagli scritti di Fauno Le fonti cui Bufalini attinge, infatti, sono ancora Fulvio, Marliani e Raffaello con qualche infiltrazione degli
scritti di Serlio e Peruzzi, ma non certamente Palladio, come invece vorrebbe DE SETA
2010, p. 60 poiché, se è vero che la Pianta di Roma di Bufalini è del 1551, è pur vero che
gli scritti di Palladio (da noi considerati come pseudo palladiani) a tema antiquario sono
di tre anni successivi essendo editi nel 1554 quando lo stesso Bufalini è ormai deceduto
da due anni. Il confronto tra la planimetria bufaliniana e il racconto pseudo palladiano
dimostra invece che la fonte unica dei due testi è solo F3 e ancora BIONDO 1542 che in
questo modo conferma la continuità argomentativa e contenutistica tra le tre opere. È il
caso, appunto, della posizione delle terme di Caracalla, in Bufalini da De Seta ricondotta
a una lettura esclusiva di Vitruvio e da noi, invece, ricollegata ancora una volta alla lettura di passi di Biondo. È evidente che il topos visivo è esclusivamente letterario, al punto
che la stessa Descrittione di tutta Italia di Leandro Alberti (edita a Bologna nel 1550 e significativamente preceduta nella princeps proprio dall’Italia Illustrata) è ancora fortemente
186
Trastevere, et se ne vedono anchor le vestigie. Le Constantiane
furno sul monte Cavallo, et se ne vedono le ruine ne la vigna de
l’Illustrissima famiglia d’Ivrea. Le Diocletiane edificata da Dioclitiano sono ancora in piedi la maggior parte, vicino a la chiesa di
santa Susanna, di stupenda grandezza, ne l’edificationi de le quali
Diocletiano tenne molti anni .140. mille Christiani a edificarle. Le
Domitiane, fatte da Domitiano, erano dove è ora il monasterio di
san [c. 8 verso] Silvestro, et se ne vedeno ancora certe vestigie. Le
Gordiane, erano adornate di ducento bellissime colonne, et furno
appresso la chiesa di santo Eusebio. Le Novatiane, erano dove è la
chiesa di S. Potentiana. Le Severiane, edificate da Severio Imp. erano in Trastevere ornate di belliss. marmi, et Colonne, de le quali ne
sono nella chiesa di santa Cecilia, et di san Grisogono. Le Traiane,
erano nel monte Esquilino appresso la chiesa di san Martino, et da
l’altra parte di detto monte vi erano quelle di Filippo Imp. et ne appariscono ancora certe vestigie appresso la chiesa di San Matteo. Le
Titiane erano dove sono gli horti del monasterio di san Pietro in
Vincula, et se ne vedeno le ruine. L’Olimpiade furno dove è il monasterio di san Lorenzo Palisperna.57
De la Naumachie, dove si facevano le battaglie navali, et che cosa erano
Le Naumachie erano certi luoghi cavati a mano a guisa di laghi,
onde la gioventu si essercitava al combattere sopra le navi. Una ve
ne era a piedi de la chiesa de la Trinità, fatta d’Augusto. L’altra a
piedi di S. Pietro Montorio, fatta da Nerone, et erano d’acque marine. Et la terza in Trastevere, fatta da Giulio Cesare.58
improntata a tale interpretazione tanto che in ALBERTI 2003, A. Prosperi, curatore
dell’edizione critica della Descrittione, nell’allegare al lavoro introduttivo una serie di carte
geografiche di corredo, sottolinea quale progetto l’Alberti abbia ideato e quali diversità
si registrino rispetto alla narrazione di Biondo in termini storici, narratologici e geografico-descrittivi (sulla questione si veda anche GAMBI 1977, pp. 259-275 che analizza in
particolare proprio gli aspetti geografici e storici nelle loro interconnessioni con le fonti
cui Biondo attinge e con i modelli storiografici adottati).
57 L’elenco delle terme dato da pseudo Palladio poco differisce da quello datone da
Lucio Fauno nelle proprie Antichità (cc. 135r-178v).
58 La sezione sulle naumachie rispecchia il catalogo datone da Fauno nelle sue Anti-
187
De i Cerchi, et che cose erano
Molti erano i Cerchi, ma 4 [quattro] furno i principali, il Massimo [c. 9 r] il Neroniano, il Flaminio, et l’Agonio, et erano luoghi
dove si facevano le caccie de Tori, et vi correvano li cavalli giunti a
le carrette, et intorno di detti Cerchi vi erano luoghi rilevati59 da terra dove si poteva stare a sedere per vedere le dette feste. Il Massimo era tra il Palatino, et l’Aventino, in quel luogho che si adimanda
Cerchi, et era lungo tre stadii, et largo uno, et era ornato di bellissime colonne dorate, et fu edificato da Tarquinio Prisco, et ampliato da Cesare, da Ottaviano, da Traiano, et da Eliogabalo, et vi capivano a sedere ducento e sessanta mil[l]ia persone. Il Neroniano era
nel Vaticano dietro la chiesa di san Pietro dove è l’Aguglia. Il
Flamminio era dove é la chiesa di santa Caterina di Funari. l’Agonio
era dove è la piazza d’Agone, detta dal vulgo Navone. Furno alcuni
altri Cerchi ancora, dentro, et fuori de la Cittá, uno de li quali era
fuori di Porta Maggiore, et se ne vedeno le ruine ne le vigne, et
Monasterio di Santa Croce in Gierusalem. Un’altro ve ne era nel
colle de li hortuli sotta la Trinita. Et tra la chiesa di san Sebastiano,
et Capo di Bove ve ne è un’altro mezo rovinato, edificato da Antonino Caracalla, nel quale si celebravano li giuochi Olimpici. Et in
questo luogho fu saettato san Sebastiano.60
De i Teatri, et che cosa erano et suoi edificatori
Tre furno in Roma li Teatri principali, quello di Pom [c. 9 verso]
peo, et fu il primo che fusse fatto di pietra. Quello di Marcello, et il
terzo di Cornelio Balbo. Et erano luoghi dove si celebravano le feste, comedie, et altre simili rapresentationi, et ciascuno di loro era
capace d’ottanta millia persone. Quello di Pompeo era in campo di
chità: Circo Massimo, c. 92r, naumachia di Augusto e Cesare, c. 150r, di Domiziano, c.
125r e di Nerone, c. 152r.
59 Sollevati.
60 Anche il catalogo dei circhi è simile a quello descritto da Fauno: di Agone, Alessandro c. 136r e seguenti, di Caracalla c. 21r, di Flora c. 121v, di Nerone c. 121r, di
Flaminio c. 139r, Intimo c. 180v e Massimo 386r.
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Fiore, dove è il palazzo de l’illustrissima famiglia Orsina. Quello di
Marcello, cominciato da Cesare, et finito da Augusto, sotto il nome
di Marcello figliuolo di sua sorella, era dove è il palazzo de
l’Illustrissima famiglia Savella. Quello di Cornelio Balbo dedicato
da Claudio Imp. era vicino al Cerchio Flamminio61
De i Anfiteatri, et suoi edificatori et che cosa erano
Li Anfiteatri erano luoghi dove si facevano li giuochi gladiatorii,
et le caccie de le fiere. Et oggi di non ne sono se non due in piede
mezi rovinati, uno detto oggi il Colisseo, da il Colosso di Nerone,
che vi era anticamente, l’altro di Statilio. Il Colisseo fu fatto da Vespasiano Imp. et dedicato da Tito, ne la quale dedicatione furno
ammazzate cinque millia fiere di diverse sorti, et quello che si vede
al presente è meno de la metà, et è di fuori di trevertini, di forma
rotonda, et di dentro di forma ovata,62 et è tanto alto, che giunge
quasi a l’altezza del monte Celio, et vi stavano dentro a sedere .85.
millia persone. Quello di Sinatilio 63 era di mattoni, non molto grande, et era dove è [c. 10 r] il monasterio di santa Croce in Gierusalem, et se ne vedono ancora le rovine.
De i Fori, cioè Piazze
Dicisette furno in Roma li Fori principali, il Romano, il Boario,
l’Olitorio, il Piscario, il Suario, il Salustio, l’Archimonio, il Pistorio,
il Dioclitiano, il Paladio, l’Esquilino, quello di Eneobarbo, di Cesare, di Augusto, di Nerva, di Traiano, di Cupidine, et de i Rustici, Ma
fra li più celebri fu il Romano, quello di Cesare, quello d’Augusto,
61
Per i teatri segnaliamo che Lucio Fauno cita solo quello di Balbo (c. 142r), Marcello (c. 85r) e Pompeo (c. 142r) di cui riferisce più o meno le stesse notizie poi ripresentate da pseudo Palladio, compreso il numero degli spettatori ch’essi singolarmente
potevano contenere.
62 L’improbabile coacervo geometrico, non certo riconducibile alla professionalità
d’un architetto, è però corretto se solo si leggono F1, c. 95r e F3, cc. 77v-78v i cui rimandi per esteso sono citati nell’Introduzione.
63 Sestilio in A, che è forma corretta; da dove discenda invece la lectio utilizzata da
Pagan e Lucrino, non è dato sapere, ne il nome è riferito in questa forma dalle fonti
moderne di Tarcagnota da Biondo a Leto.
189
quello di Nerva, et quello di Traiano. Il Romano cominciava a piedi
del Campidoglio, dove è l’Arco di Settimio, et andava insino a la
chiesa di san Cosimo, et Damiano, li ornamenti del quale erano bellissimi, et vi era un luogo rilevato adimandato la Ringhiera,64 dove
si parlava al populo, et vi era il tempio di Vesta vicino a la chiesa di
santa Maria liberatrice, et un corridore di marmo, fatta da C. Calligula, sostenuto da ottanta grandissime colonne di marmo canalate,
tre de le quali sono ancora in piedi, et andava dal Campidoglio al
monte Palatino.65 Quello di Cesare fu dietro il Portico di Faustina
et Cesare spese nel pavimento cento milie Sestertii. Quello
d’Augusto era dove è la chiesa di S. Adriano. Et andava verso la
torre d’ i Conti. Quello di Nerva, fu fra la chiesa di santo Adriano,
et di san Basilio, dove sono quelle colonne meze guaste. Quello di
Traiano era vicino a la chiesa di santa Maria da Loreto, dove è la
sua [c. 10 verso] colonna. Il Boario era in quel tempo fra san Giorgio, et santa Anastasia. l’Olitorio era dove e ora la piazza Montanara, così detto, perche ivi si vendevano li herbaggi. Il Piscatorio era
tra la chiesa di santa Maria in Portico, et santa Maria Egittiatica, et
quivi si vendeva il pesce. Il Suario, così detto, perche in quel luogo
si vendevano li porci, era vicino a santo Apostolo, dove è la chiesa
di san Nicolao in Porcilibus. L’Archimonio era dove è la chiesa di
san Nicolao de li Archimonii. Il Salustiano fu fra la chiesa di santa
Susanna, et porta Salara. De li altri vi sono rimasti li nomi solamente, ne si sa dove fussero.
De gli Archi Trionfali, et a chi si facevano
Trentasei furno in Roma li Archi trionfali, et si facevano in ono64 Forse i Rostri (?), ma il toponimo e la descrizione del sito non permettono la corretta identicazione e collocazione del luogo.
65 La descrizione delle colonne superstiti rimanda al passo delle Antichità di Lucio
Fauno relativo al cosiddetto ponte di Caligola (c. 57r-57v); tale passo segna ancora un
punto a favore dell’identità di Fauno/Tarcagnota (che concorda peraltro con Pirro Ligorio) e pseudo Palladio perché, nel relativo passo di QL in cui si discute della questione,
il vero Palladio afferma con decisione che l’informazione non è degna di fede poiché il
ponte non era stato costruito in marmo, bensì in legno (QL, IV, p. 67 e 70).
190
re di quelli c’avevano sottomesso a lo Imperio Romano Città, Provincie, et Nationi esterne, ma oggidi non ne sono in piedi se non
sei. Quello di Settimio Severo (ch’ è a piedi di Campidoglio) li fu
fatto per avere superato li Parti, et ne l’una, et l’altra testa di detto
Arco, vi sono scopite le vittorie allate con i trofei de la guerra terrestre, et maritima, et con li rapresentamenti de le cose da lui espugnate. Quello ch’ è vicino al Colisseo fu fatto a Costantino Magno,
per avere vinto a ponte Molle Massentio tiranno, et è molto bello.
Quello ch’è appresso S. Maria nuova fu fatto a Vespesiano, et Tito,
per la vittoria di Gierusalem, et da una [c. 11 r] parte vi è scolpito il
carro tirato da quattro cavalli, con il trionfante, et la vittoria, et li
vanno innanzi li fasci, et altri segni consulari, et da l’altra vi sono le
spoglie che condusse di Gierusalem, Quello ch’è vicino a S. Giorgio in Velabro fu fatto da li Orefici, et da i mercatanti di buoi in
onore di Settimio. Quello che si adimanda di Portogallo fu fatto a
Domitiano. Quello che si chiama di santo Vito, è di pietre tiburtine,
et fu fatto a Galieno.
De i Portichi
Cesare Augusto ne fece uno nel Palatino ornato di varii marmi,
et pitture, et Gordiano ne fece un’altro in Campo Marzo, lungo
mille piedi duplicato, et ornato di colonne mirabili. Vi era ancora
quello di Mercurio, il quale è ancora in piedi mezo guasto a s. Angelo di Pescaria. Il Portico de Livia era già dove sono le ruine del
tempio della Pace. Il portico di Ottavia sorella de Augusto fu appresso al teatro de Marcello. Il portico de Faustina vi è ancora gran
parte dove ora, è la chiesa di san Lorenzo in Miranda. Il portico ditto Concordie é ancora in piedi intiero nel monticello del Campidoglio di otto colonne[.] era appresso a questo un’altro molto maggiore da le cui vestigie vi sono ancora tre colonne perche fu fatto per
ornamento del Campidoglio. Il portico di Agrippa è ancora in piedi
quasi intiero avanti la chiesa di s. Maria Ritonda. Ciii [c. 11 verso]
191
Dei Trofei, et Colonne memorande
Li Trofei, che sono appresso santo Eusebio, furno posti in onore di C. Mario, quando trionfo di Giugurta, et de i Cimbri. La colonna a lumaca, ch’ è appresso la chiesa di santa Maria da Loreto,
fu dedicata dal Senato a onore di Traiano quando guerregiava contro i Parthi, ne lui la vidde mai, percioche ritornando da detta impresa morì in Soria ne la città di Seleucia, et furno poi portate le sue
ossa a Roma in una urna d’oro, et poste ne la sommità di detta Colonna,66 la quale è d’altezza di .128. piedi, et la scala per la quale si
sale dentro è di .123. scaglioni, et ha quarantaquattre finestrette, et
intorno intorno di fuori, vi sono scolpite in marmo l’imprese fatte
da lui, et principalmente quella di Datia. Quella ch’è a Monte Citorio è d’Antonino Pio d’altezza di .165. piedi, la scala, che vi è dentro ha 206 scaglioni, et ha .56. finestrelle, et intorno intorno vi sono
scolpite le cose fatte da lui. Ve ne era ancora una di Porfido pur a
lumaca, la quale il Magno Costantino la fece portare a Costantinopoli, et la misse su la piazza. Et nel foro ve n’era una lissa 67 di
marmo Numidico, d’altezza di venti piedi, ne la quale il popolo
Romano in onore di Giulio Cesare fece scolpire. AL PADRE DE LA
PATRIA.
De i Colossi
In Campidoglio vi era il Colosso d’Apolline d’altezza [c. 12 r] di
trenta Cubiti, che costò centoquaranta talenti, il quale Lucullo porto d’Apollonia di Ponto in Roma. Ne la libraria d’Augusto ve n’era
un’altro di rame di cinquanta piedi. Ne la regione del tempio de la
Pace vi era un Colosso alto .102. piedi, et aveva in capo sette razzi,
et ogni razzo era di dodici piedi, e mezo, et in Campo Marzo ve
n’era un’altro di simil altezza, dedicato da Claudio a Giove[.] Vi era
ancora il Colosso di Commodo di rame d’altezza di .300. cubiti. Ve
ne fu ancora un’altro ne l’andito de la casa aurea di Nerone
66
Anche in questo caso la falsa asserzione pseudo palladiana è solo riproposizione
di quanto la traditio ha già scritto in merito senza verificarne l’esattezza.
67 Liscia.
192
d’altezza di .120. piedi.
De le Piramidi
Vicino a la porta di san Paolo vi è una Piramide, la quale è sepultura di C. Cestio, che fu uno de li sette uomini, che si creavano sopra il convito solenne de i sacrifitij, et non è sepoltura di Romolo,
come tiene il volgo, et fu fatta questa maravigliosa opera in .330.
giorni, come appare per l’inscrittione che vi è sopra68
De le Mete
Quella poca muraglia, che si vede in piedi vicina al Colisseo, è
una mezza ruota a quella meta, che si adimandava Sudante, in cima
de la quale vi era la statua di Giove di rame, et fu così detta, perche
ne i giorni, che si celebravano le feste nel Colisseo, gettava acqua in
grande abbondanza, C iiii [c. 12 v] per trare la sete al popolo, che
andava a vedere. Vicino a S. Sebastiano ve ne è un’altra di Trevertini adimandata Capo di Bove, credesi, che fusse il sepolcro di Mettella moglie di Crasso, come appare per lettere; che vi sono intagliate sopra.69
68
La piramide di Cestio da Biondo è erroneamente considerata come mausoleo funebre degli Epuloni (BIONDO 1542, c. HH5r-HH5v). In quest’ultimo caso però, è bene
sottolineare che anche Ligorio, che non registra le affermazioni di Biondo, concorda
con la posizione esplicitata da Tarcagnota («Di Caio Cestio e di Lucio Cestio. Caio Cestio e Lucio Cestio sono di una famegliaistessa. Caio è celebre per lo ponte che egli fece, che passava dall’Isola Tiberina nella parte transteberina di Roma, lo quale si vede di
sasso quadrato tiburtino e restaurato da Valente e Valentiniano imperadori, il qual edificio su un ramo del Tevere fabricò nel suo aedilato secondo il danaro del padre Enea
Parmegiano ove è la testa di Roma [...]. Di questo Caio si vede il magnifico monumento
fatto come una piramide di marmo quadrato alta centoventi piedi nella Via Ostiense,
operacertamente egregia» (LIGORIO 19, c. 327v).
69 Nonostante la catalogazione nel capitolo relativo alle Mete, nessun passo delle
presenti Antichità sembrano avallare quanto FIORE 2006 p. XVIII afferma in merito alla
convinzione palladiana che il sepolcro di Cecilia Metella sia davvero tale. Lo pseudo
Palladio a noi sembra essere più che laconico e nulla negli scritti palladiani da noi sondati sembrano avallare tale presunta convinzione, tanto meno riferimenti appropriati
sono dati da Lucio fauno sulla questione, né nel Compendio che nelle altre opere antiquarie e storiche. Anzi, a rimanere alla scrittura pseudo palladiana, analizzando il testo,
quel «credesi» stride parecchio con il seguente «come appare in lettere che vi sono inta-
193
De li Obelischi, o vero Aguglie
Sei furno l’Aguglie grandi in Roma, due de le quali erano nel
cerchio Massimo, la maggiore di piedi .132. et la nave che la condusse <in> porto per savorna70 .120. millia moggia di lente, et la
menore di piedi .88. Una nel campo Marzo di piedi .72. Due nel
Mausoleo d’Augusto di piedi 42. l’una dove ora S. Rocho[.] Et una,
ch’è ancora in piedi dietro la chiesa di s. Pietro d’altezza di piedi
.72. ne la somita de la qual vi sono le ceneri di Giulio Cesare.71 Et
de le picciole ve n’erano .42. et ne la maggior parte vi erano caratteri Egitii, ma oggidi non ne sono in piedi se non due una ad Ara celi,
e l’altra a san Mauro, et già sei anni ve ne fu ritrovata un’altra in una
casetta dietro la minerva, cavando una cantina. <Un’altra ve n’è per
andare a santa Maria Maggiore per terra>.72
De le Statue
Furno già in Roma un numero infinito di Statue, a piedi, et a cavallo, d’ogni materia, et massime di marmo, de le quali se oggidi ve
ne è alcuna in piedi, la maggior parte ruinata. Et di quelle a cavallo
non ve n’è se non una in piedi [c. 13 r] ne la piazza di Campidoglio,
la quale è di M. Aurelio Imp. fu costume de Greci ponere le Statue
nude, et li Romani vestite
gliatre sopra.
70 Apparentemente il termine sembra offrire una lettura incomprensibile e purtroppo ripetuta anche nelle edizioni successive; per questo, ritendolo un errore di stampa
(ma fino ad un certo punto), pensiamo si possa leggere, in un’azzardata lectio difficilior e
tenendo presente il senso complessivo della frase ‘pesava’, ma ogni soluzione è naturalmente accettata. Anche la giunta in apposta da FIORE 2006 alla propria edizione critica non convince perché aumenta l’illegibbilità e la confuzione costringendo a leggere in
un solo senso.
71 La falsa convinzione che sulla cima dell’obelisco vaticano fossero deposte le ceneri di Cesare è patrimonio di diversi autori attraverso i secoli e psuedo Palladio altro non
fa che ripetere ciò che altri hanno già scritto.
72 La frase, non presente in L e P1-2, è aggiunta da Accolto.
194
Di Marforio
Quella Statua, ch’ è a piedi del Campidoglio, oggi detta Marforio,
credesi, che fusse di Giove Panario, fatta in memoria di quei pani,
che gettorno le guardie del Campidoglio nel campo d’ i Galli,
quando lo tenevano assediato. Altri vogliono, ch’il sia il simulacro
del fiume Reno, sopra la testa del quale già teneva un piede il cavallo di Domitiano Imperatore fatto di bronzo73
De li Cavalli
Ventiquatro furno li Cavalli dorati, et quelli d’Avorio .94. et
quelli dui di marmo mezi guasti, che sono a monte Cavallo, così
detto da loro, uno fatto da Fidia, et l’altro da Prasitele, scultori eccellentissimi Tiridate Re d’Armenia li condusse a Roma, et li donò a
Nerone.
De le Librarie
Trentasette furno le Librarie in Roma, ornate di varii marmi, et
pitture, ma le più celebre furno l’Augusta, la Gordiana, et l’Ulpia[.]
l’Augusta, da Augusto edificata, de le spoglie de la Dalmatia, et vi
erano libri Latini, Greci senza numero. La Gordiana, Gordiano
Imperatore edifi [c. 13 verso] cata, vi pose .62. millia volumi.
L’Ulpia, da Adriano edificata, appresso le Terme Diocletiane, et in
quella vi erano i libri ne i quali erano scritti li gesti del Senato. Et
l’inventore di dette librarie in Roma fu Asinio Pollione.
De li Horiuoli
La prima
d’Horiuolo, che usassero li Romani fu il Quadrante portato da M. Valerio Messula di Cattania Città di Sicilia, la
sorte74
73 «La statua di Marforio che è qui interra, fu la effige del fiume Rheno: alcuni dice
di Giove Panario perché vi si veggano, come pani, stampati» (Compendio di Roma antica,
c. 5v). Il passo evidenzia la provenienza della notizia data da pseudo Palladio e l’autore
e l’opera da cui è stata estratta.
74 Espressione di provenienza spagnola attestata in area napoletana e gaetana già dal
tardo Quattrocento con il significato di ‘tipo’ o ‘forma’ e ancora in uso con lo stesso
significato.
195
quale vinse nel suo consolato l’anno .377. dopo l’edificatione di
Roma, et l’usorno .99. anni. Et .219. anni dopo Scipione Nassica
trovò l’Horiuolo (non di polvere come sono i nostri) d’acqua, la
quale stilando minutissimamente distingueva l’ore, et era miglior
del quadrante, perche il quadrante non era buono se non si vedeva
il Sole, et questo era buono d’ogni tempo
De li Palazzi
Il Palazzo d’Augusto fu in un canto del foro Comano, ornato di
varii marmi, et di bellissime colonne. Quello di Claudio fu tra il Colisseo, et san Pietro in Vincola, bello, et grande. Quello di Vespesiano, et Tito era vicino a san Pietro in Vincula. Quello di Nerva
era tra la torre di Conti, et quella de le Militie. Quello di Antonino
era vicino a la sua colonna ornato di marmi, et belissimi porfidi.
Quello di [c. 14 r] Caracalla fu vicino a le sue Termine ornato di
grandissime, colonne, et bellissimi marmi. Quello di Decio fu sopra
il Viminale, dove è ora la chiesa di san Lorenzo in Palisperna. Quello di Costantino Magno fu a san Giovanni Laterano. Ve ne erano
ancora molti altri ornati magnificamente, li quali lascio da parte per
brevita
De la Casa Aurea di Nerone
Edificò Nerone una casa, la quale cominciava tra il monte Celio,
et il Palatino, et si distendeva insino a l’ultima parte de l’Esquilie
(cioè, da la chiesa di san Giovanni, Paolo, andava quasi insino a
Termine) l’andito de la quale era così grande, che vi stava un Colosso di rame d’altezza di .120. piedi, il portico era triplicato, et teneva
un miglio per lunghezza, et era circundata da un lago, et di edificii a
guisa d’una Città, ne liquali vi erano vigne, pascoli, et selve et grande copia d’animali domestichi, et salvatichi di ciasuna sorte. Era la
detta casa tutta messa a oro intarsiata con varie gemme, et pietre
pretiose. I palchi de le sale erano d’Avorio riccamente lavorati, et si
volgevano di modo, che per certe cannelle, quando si cenava spargevano fiori, et pretiosi odori sopra li convitati. La Sala principale
196
era ritonda, et girava continuamente a guisa de la machina del
mondo. Questa casa abbruscio75 al tempo di Traiano essendovi in
un subito appicciato76 il fuoco. [c. 14 verso]77
De le altre Case d’ i cittadini
Mille settecento e novanta sette Case di cittadini splendidiss[imamente]. ornate furno in Roma, ma le più celebri furno,
quella di Romolo che fu nel Palatino senza colonne, et marmi, et è
stata molti secoli in piedi, percioche gli avevano deputati uomini
75 Toscanismo rintracciabile in diversi testi di Giovanni Tarcagnota (citiamo per tutti: «[…] La prima cosa che toccheremo, dunque, sarà la casa di Nerone, la quale era
(come dice Svetonio) dal Palatino infine all’Esquilie, e come l’havea chiamata prima
Transitoria, così che poi fu brusciata, e rifatta la chiamò Aurea» (BIONDO 1542 c. 41).
76 Napoletanismo evidente che rimanda ancora alla zona di provenienza di Tarcagnota e certamente non del vero Andrea Palladio; il termine, peraltro, è tipico del parlato e perciò è ancora una volta indicativo delle scelte del Gaetano per una lingua pratica,
non legata esclusivamente alla poesia, né derivata da essa, ma ricostruibile dalla storia,
unico «essempio di vita commune» per citare la Lettera prefatoria a Cosmo I che apre le
Historie del mondo.
77 Il passo, che prosegue descrivendo gli interventi successivi operati da altri imperatori (cc. 43-45) riprende, con minime varianti e analoghe descrizioni di Poggio Bracciolini e prima ancora di Plinio, Nat. Hist, XXXVI, 24. MARLIANI 1548, 71v-72r si mostra
essere, insieme alle Antichità di Roma di Lucio Fauno, come fonte privilegiata dello
pseudo Palladio: «Diede principio à la sua Fabrica, et fece come s’era proposto il suo
Palazzo, co’l quale occupò tutto lo spatio ch’è da Monte Celio, fin’à l'ultima parte de
l’Esquilino cioè da la Chiesa di san Giovanni et Pauolo, per dritto al Coliseo, salendo,
à’l luogo di san Pietro avincola, si distendeva à la Chiesa di S. Maria Maggiore, et quasi
fin’ à Termine. Per il che non è da maravigliarsi se un’Poeta di que’ tempi, per ripigliare
la gran Machina di questo Palazzo, disse in un’ Distico. Farassi in Roma una Casa; ò
Romani andate ad habitare fra i Vegenti, se questa Casa, non occupa ancora quel paese.
E per far’ fede de la sua grandezza basterà assai di dire, che nel suo Vestibulo, o vogliamo dire avanti à la sua entrata, vi stava il Colosso di bronzo d’esso Nerone, il quale,
era d’altezza .C.XX. piedi, haveva portichi, ò vogliam dire loggie con tre ordini di colonne, che si distendevano un miglio. Eranvi luoghi rustici, distinti l’uno da l’altro con colti,
vigneti, pascoli, et selve in quantità con gran moltitudine de bestiame et fiere d’ogni sorte: Era questo Palazzo tutto fregiato à oro, (onde fù chiamato Aureo) con lavori, et
scompartimenti di gemme, et di matreperle, i palchi de le stanze, dove si cenava, erano
intarsiati, et messi ad’oro, le tavole eran d’avorio, congegnate in modo, che le si volgevano, et sopra i convitati, nel volgersi, spargevano fiori, et profume d’olii, et d’acque
odorifere. La Sala principale, dove si cenava, era rotonda, et come il cielo si volge sopra
la terra, cosi ella continuamente giorno, et notte si volgeva».
197
sopra a racconciarla, quando ne cadeva qualche parte, ma non potevano già aggiungerli cosa alcuna di nuovo. Quella di Scipione Africano fu appresso la chiesa di san Giorgio. Quella de la famiglia
Flavia, et Cornelia et di Pomponio Aneo78 erano nel Quirinale, superbissimamente edificate. Quella di M. Crasso, di Q. Catulo, et di
C. Auguilio, erano nel Viminale, ornate di varii marmi, et di belissime colonne, le ruine de le quali si vedono ancora ne le vigne vicine a santa Susanna, et Crasso fu il primo che ebbe in Roma ne la
sua casa colonne forestiere. Quella di Scauro era appresso a l’Arco
di Tito nella schina del Palatino, ne la loggia de la quale vi erano colonne di marmo alte .34. piedi. Quella di Mamurra,79 era nel monte
Celio, et fu il primo ch’ incrostasse in Roma di marmi tutta la sua
casa. Quella di Gordiano Imp. era vicina a la chiesa di S. Eusebio,
ornata di ducento superbissime colonne. Quella di Catillina, di Catullo, et di Cicerone furno nel Palatino. Quella di Vergilio ne
l’Esquilie, et quella de Ovidio fu vicino a la Consolatione. Et P.
Clodio comprò la sua casa per cento quaranta sei millia sestertii. [c.
15 r]
De le Curie, et che cosa erano
Trentacinque furno le Curie in Roma, et erano di due maniere,
l’una dove li Sacerdoti procuravano le cose sacre, l’altra dove li Senatori trattavano le cose publice, et le più celebri furno. La Cura
78
Riteniamo, sulla base dei riscontri topografici e il confronto con le opere di Lucio
Fauno, che il Pomponio Aneo qui citato sia Pomponio Attico, la cui casa era collocata
sul colle Quirinale (monte Cavallo) ed era famosa, non tanto per essere bellissima e comoda, quanto per l’insistere di un boschetto che ne rendeva picevole il soggiorno. Della
casa, che poi fu di Pomponio Mela, ne parlano, tutti e due con la stessa cadenza, Lucio
Fauno e Mauro («A man dritta di questa strada […] fu già una bella casa di Pomponio
Attico amicissimo di Cicerone, la quale era amenissima non tanto per l’edificio, quanto
per una vaga selvetta che vi era», LUCIO FAUNO, Antichità di Roma, c. 120v); «[…] hebbe
Pomponio Attico una bella et amena casa con una piacevole selvetta […]» (MAURO
1556, c. 81). Sull’identificazione della casa di Pomponio Attico con quella di Pomponio
Leto, cfr. MODIGLIANI 2011, p. 225. Che Pomponio Leto fosse cosciente di abitare una
casa in passato appartenuta al poeta latino è da tempo attestato in Leto 1953 e VALENTINI – ZUCCHETTI 1953, pp. 421-436: 430.
79 Mamura in FIORE 2006, p. 30.
198
vecchia era dove è ora la chiesa di san Pietro in Vincula, et in quella
si prendevano li augurii. L’Hostilie furno due, et una era vicina al
Foro, l’altra dove è il monasterio di san Giovanni, e Paolo.80 La Calabra era in Campidoglio, dove è ora le Saline et prigioni et ivi il
Pontifice minore faceva intendere al Popolo quali fussero li giorni
festivi. La Pompeana fu in campo di Fiore dietro al palazzo de li
Orsini, et perche ivi fu amazzato Cesare, fu rovinata, ne mai più fu
rifatta
80
L’esistenza di due Curie è confermata anche da LIGORIO 37, c. 69r. Il passo, se da
un lato dipende dai rilievi eseguiti da Ligorio, dall’altro è probabile che filtri anche dalla
lettura della Roma illustrata di Biondo a sua volta mediata dalla lettura delle pagine scritte
in proposito da Onorio e riassunte da Machiavelli nelle Istorie fiorentine (MACHIAVELLI,
Istorie, p. 313 e p. 873 n. 5). Altrove, la posizione del napoletano sui siti in oggetto, non
solo non cambia («Curia Hostilia sub veteribus, fu la regia di Tullio Hostilio è […] sotto
il Palatino alli vecchi edificii nel luogo che si diceva sub veteribus, posta vicino al Foro
Romano […] e davante a lei erano i Rostri Vecchi dell’Anziati. Fu in forma di tempio o
Aede Sacra, con quindici nicchi attorno, ornati dalla posterità di colonne e d’ornamenti
di marmo, perciò che ella da principio fu grand’opera, ma di mattoni cotti, e vi fu aggiunto il portico davante della forma antas et absidato, come contenuto da due anteridi
e da due absyde, che prendevano insieme sei colonne dell’ordine corinzio, e vi si montava per sette scalini [...]», LIGORIO 15, c. 137v), ma rincara la dose illustrando
l’argomento con nuove giunte e puntualizzazioni storiche tratte da fonti diverse («[…]
Costui [Stilicone] era maestro della milizia, molto gagliardo et astuto. Egli da principio
ruppe Alarico primo re de’ Gothi nel tempo che esso re voleva partire d’Italia et alla
sprovista fu rotto da Stilichone e dal suo capitano Saul Iudaeo sobornato da Stilichone
secretamente, la cui rotta fu il dì di Pasqua di Resurezzione dell’anno 401 della natività
del Signore, e l’anno di Roma 1160. Per questa vittoria Stilichone triomphò et alli rostri
nuovi in Foro Romano e nella Sacra Via gli furono dedicate delle statue equestre e pedestri, et una delle intitulazioni si trova scritta così: fl. stilichoni v, nel zocco della base
della statua e poscia nell’hypobase» LIGORIO 26, c. 198v). Anche MARLIANI 1548, 40v41v ripropone più o meno le stesse notizie, ma senza specificare quanti essi siano, segno che neanche il milanese ha cognizione della realtà, non a caso l’unico punto che
palesa Marliani come fonte primaria dello psuedo Palladio è la citazione relativa alle teste dei vinti («Appresso à questa corte similmente era un luogo detto Rostra antiche,
questo era un tribunale che fú fatto et adornato, del metallo de le punte de le navi (tolte
à gli Ansiati) lequali da Latini sono chiamate Rostrum. In questo tribunale si rendeva
ragione, vi si publicavano le leggi, et vi si ricitavano de l’orationi, avanti à questo tribunale erano tre statue di Sebille […]. À queste Rostre solevano gliantichi portare le teste
de gli huomini, uccisi per cercare con tirannide grandezza ne la Republica»).
199
De i Senatuli, et che cosa erano
Tre furno li Senatuli, et erano lunghi81 dove si congregavano li
Senatori per fare qualche deliberatione. Uno era nel tempio de la
Concordia, l’altro a la porta di san Sebastiano. Et il terzo nel tempio di Bellona, dove recevevano li Ambasciatori de le Provincie
nimiche, a li quali non era promesso entrare ne la Città
De li Magistrati
Roma ebbe principalmente sette Re, dopo governorno [c. 15 verso] li Consoli, li quali avevano la podestá regale, ma non stavano nel
magistrato se non un’anno. Il Pretore Urbano,82 era Conservatore
de le leggi, et giudicava ne le cose private. Il Pretore Peregrino 83
giudicava ne le cose de forestieri. Li Tribuni de la Plebe,84 li quali
erano .14. avevano autorita d’impedire li decreti del Senato, de
Consuli, o d’altro Magistato, et un solo Tribuno, poteva fare impregionaro un Consule. Li Questori Urbani85 avevano cura de li
danari de l’Erario, de i maleficii et del leggere le lettere nel Senato.
Li Edili,86 avevano cura de la cittá, de le grascie, de giuochi solenni,
et publici, et erano di due maniere Curali, et Plebei. Li Censori87 erano dui, et durava detto Magistrato anni cinque, tenevano conto
del popolo, et del suo avere, et di dividerlo ne le sue Tribu; avevano
cura de i tempii, de l’entrate del commune, corregevano i costumi
de la città, et castigavano i vitii. I Triumviri88 erano di tre maniere,
81
Luoghi.
BIONDO 1542, 89r: «Dice M. Tullio, che il Pretore haveva auttorita di giudicare e
sententiare ne le cose private; e che era un guardiano, e conservatore de la ragion civile,
et de le leggi, che si doveva questa potestà obedire».
83 BIONDO 1542, 98v: «ve ne fu creato per li forastieri un'altro, e fu perciò chiamato
Pretore Peregrino».
84 BIONDO 1542, 99r-100v.
85 BIONDO 1542, 100v-101r: «De Questori Urbani medesimamente alcuni havevano
cura de danari de l'Erario, altri erano sopra i maleficii, et alcuni altri leggevano nel Senato le lettere».
86 BIONDO 1542, 102r: «Ma a che effetto si creassero gli Edili il medesimo Cicerone
il dice, cioè perche havessero cura de la citta; de la grascia; de giuochi solenni e publici».
87 BIONDO 1542, 105v-106v.
88 BIONDO 1542, 144r: «E prima; egli furono di tre sorte di Triumviri; furono i
82
200
Criminali, Mensali, et Notturni. I Criminali avevano cura de le pregioni et senza di loro non si punivano li malfattori. I Mensali, erano
sopra li banchieri, et sopra quelli che battevano le monete. I Noturni avevano cura de le guardie notturne de la città, et principalmente del foco. I Prefetti89 erano di quatro maniere, l’Urbano,
quello de l’Annona, il Vigile, et il Pretorio. L’Urbano aveva autorita
di rendere ragione in luogo di quel magistrato che per qualche occurenza si fusse partito da la città. Il Vigile era sopra l’Incendiarii,
rompitori di porte, latri, et ricettatori di malfattori. Il Pretorio aveva
piena autorità di [c. 16 r] correggere la publica disciplina, et le sue
sentenze erano inappellabili. Vi erano ancora de li altri Magistrati,
come i Cento Viri, et altri, li quali lascio da parte per brevita, et li
creavano nel primo giorno di Gennaro, o di Marzo, o di Settembre.
De i Comitii, et che cosa erano
Molti furno li Comitii, et erano luoghi scoperti dove si ragunava90 il popolo, et li Cavalieri, per rendere i partiti ne la creatione di
magistrati. Et l’Universale era vicino al foro Romano, dove c’ora la
chiesa di S. Teodoro. Et li Setri erano vicino a monte Citorio, dove
c’ora la Colonna Antoniana.91
Triumviri Capitali, ò criminali, che diciamo; […] furono ordinati, per c’havessero cura
de le prigioni, a cio che bisognando punire alcuno, si facesse con loro intervento: Furono i Triumviri mensarii, che erano sopra i banchieri; e sopra tutti que, che Zeccavano
ogni sorte di monete […]. Furono ancho i Triumviri notturni, c’ haveano cura de le
guardie di notte de la citta, e principalmente del fuoco».
89 BIONDO 1542, 144v-145r: «I Prefetti medesimamente furono di quattro sorte; il
Prefetto della citta […]. Era il Prefetto de la Annona […]. Era il Prefetto de Vigili […].
Era anco il Prefetto Pretorio […]».
90 GSDID-F, 339.
91 «Il Comitio seguiva dopò il Foro Romano e si stendeva fin presso l’Arco di Tito:
e fu cosi detto da un particolare chiamato il comitio che quivi era a le radici del Palatino
sotto al Gregostasi e presso la porta dipalazzo: e vi si solevano creare gli ufficiali de la
città. La chiesa di S. Cosmo e Damiano, che segue dopo il tempio di Faustina, a man
manca del Comitio fu tempio di Romolo, e Remo. La basilica Portia edificata da Portio
Catone seguita appresso doppo questa chiesa. Catone per farvi questo edificio, comprò
la casa di Memio, che vi era: E costui si serbò l’attione solamente di una colonna per
potervi stendere un tavolato sopra» (C, c.7r).
201
De le Tribu.
Trentacinque furno le Tribu di Roma. La Tatiense, la Ranense, la
Lucere, la Suburrana, la Palatina, l’Esquilia, la Collina, la Claudia, la
Crustannia, Lemonia, la Metia, l’Uffinteia, la Pupinia, la Popilia, la
Romulia[,] la Scaptia, la Sabatina, la Tormentina, la Stellatina,
l’Arniense, la Pontia, la Publia, la Matia, la Scatia,92 l’Aniense, la Terentina, la Sergia, la Quirina, la Trinitica, la Volitiana, la Valentiniana, la Fabiana, la Scapiense, la Voltinea, et la Narniense. [c. 16 verso]
De le Regioni, cioè, Rioni, et sue insegne.
Roma anticamente ebbe quattordeci Regioni, ma oggidi non sono se non tredici, Quella de i Monti, la quale ha per in segna tre
Monti, Colonna ha una Colona, Treio fa tre spade, S. Eustachio, fa
il Salvatore in mezo a doi corna, Ponte, fa un Ponte, La Regola, fa
un Cervo, Ripa una Rota, Trestevere, una testa di Leone, Campidoglio, una testa de Dragone, Parione, ha un Griffone, Pigna, ha una
Pigna, Campo Marzo la Luna, et S. Angelo, ha un Angelo.93
De le Basiliche, et che cosa erano
Dodici furno le Basiliche in Roma, erano luoghi dove litigavano
li Romani, et erano ornate di statue, et di belle colonne, con duoi
ordini di porticali, le principali erano la Paula, l’Argentaria, et
l’Alessandrina
Del Campidoglio
Tarquino Superbo de la preda di Dometia Cittá de Latini cominciò il Campidoglio, così detto da un capo d’huomo che vi fu ritrovato nel fare le fondamenta, et M. Oratio Puluillo, essendo Consule
lo fini, et Quinto Catulo lo dedicò a Giove Capitolino, et lo copri di
92
Scaptia in FIORE 2006.
L’elenco dei Regionari citato da pseudo Palladio non corrisponde a quelli latini,
né a quello utilizzato da Pontano e riconducibile a VICENTINI 1527 perché quelli che
l’autore chiama Regioni, invece sono i rioni. Pseudo Palladio, in virtù di ciò, dimostra di
non avere idea delle affermazioni che va facendo, né della realtà sul territorio. L’elenco
dettagliato delle regioni è in FULVIO 1543, cc. 28v-35r.
93
202
tegole di bronzo d’orate, et a la salita di quello verso il Foro vi erano cento [c. 17 r] gradi. Vi erano ancora statue d’oro, argento, vasi
d’oro, d’argento, et di cristallo, di valuta inestimabile, tre milia tavole di bronzo, ne le quali vi erano scolpiti le leggi. Abbruscio quattro
volte. La prima .415. anni da la sua edificatione, la seconda al tempo di Silla, et fu rifatto da Vespasiano, la terza al tempo di Domitiano, et lo rifece più magnifico che non era prima, et li costo più di
dodeci milia talenti. La quarta al tempo di Commodo, et di tantiedifitii, che vi erano non si vede oggidi in piedi se non il Campidoglio
mezo guasto, ristaurato94 da Bonifacio .8. et dato da lui per abitatione al Senatore. Et certo li ornamenti ch’erano in quello superavano li miracoli de li Egittii, ma si come fu molto ornato, così oggidi è ripieno di rovine, benche tuttavia si vadi di nuovo ristaurando.
Et non si vede altrodi cose antiche, che la Lupa di rame, la quale
era nel comitio, et fu fatta de le condennationi di certi usurari, et è
nel palazzo de Conservatori, et ne l’anticamera vi è una statua di
bronzo dorata d’Hercole, che tiene nella destra la clava et ne la sinistra un pomo d’oro. Questa statua fu ritrovata al tempo di Sisto .4.
ne le ruine del tempio d’Hercole, ch’era nel foro Boario. Et ne la
camera de l’audientia vi sono due statue di bronzo, di due giovani,
94 Il termine, rivendicando per l’antiquaria romana una dignitas storica e politica pienamente riconoscibile nei ruderi come nelle sua nuova collocazione papale, riesce,
quando inserito nel contesto esclusivo dell’antiquaria, a delineare un quadro della civilitas
antica che si fonde alla magnificentia urbis e che traspare anche solo dalla descriptio scarna e
limitata a poche carte come è Compendio di Roma antica e come lo sono le presenti Antichità. Tale situazione si riscontra anche nella Roma Ristaurata dove più urgente si fa la
ricerca di un’efficace saldatura tra la fase politica (storica) e quella retorica nel definire la
variazione delle nozioni d’instauratio e restauratio. L’opera di Biondo infatti, riporta nel
titolo il termine “instaurata” volendo con ciò sottolineare il tentativo d’instaurare una
nuova Roma (papale) nel farsi storico della Roma imperiale; per Tarcagnota, invece, il
gioco è radicalmente diverso: pur rimanendo, infatti, nel solco della Nuova Roma vagheggiata da Biondo, ciò che gli interessa in misura preminente è solo la restituzione di
una Roma “ristaurata”, ricostruita cioè nella sua (presunta) purezza storica. Con un occhio al passato e uno all’eterogenea documentazione raccolta (testimonianza dei mutamenti sopravvenuti rispetto all’antico), Tarcagnota organizza un’operazione storica, nata all’interno del circolo Farnese e volta a difendere e assecondare gli scopi politici del
papato.
203
uno de quali sta in piedi in abito di servo, et l’altro è ignudo, et pare
un pastore, et con un ago si cava da la pianta del piede un steco.
Nel cortile vi è il capo, et piedi, et altri fragmenti, di quel Colosso,
ch’era ne la regione del Tempio de la Pace, et ne la facciata appresso la scala vi sono certi [c. 17 verso] quadri di marmo, ne i quali vi è
scolpito il trionfo di M. Aurelio, quando trionfo de la Datia. Et nel
cortile vi sono con bello ornamento collocati molti marmi antichi,
nuovamente ritrovati nel Foro sotto a l’arco di Settimio, dove sono
scolpiti i nomi di tutti i Consoli, Dittatori, et Censori Romani. La
testa grande di rame, ch’ è sotto il portico, è di Commodo, et una
mano, et un piede di detto colosso, è di sopra ne la sala, <dove è la
statua di Leone .x. tratta dal naturale,>95 e nella sala dove si tiene
ragione vi è quella di Paulo .3. et di Re Carlo, che fu Senatore. Et
quelle due statue che sono a pie de le scale del Senatore, rappresentano il Tigre, et il Nilo, fiumi d’Egitto, et quelle otto colonne che si
veggono verso il foro erano del portico del tempio de la Concordia.96
95
Presente in Pagan e Lucrino è soppressa da Accolto.
«È anchora nella salita vicina del Campidoglio il Portico della Concordia anchora
intero, con otto colonne di lavoro Dorico, come però alcuni hanno stimato. […] Era
un’altro [sic] portico vicino à questo di lavoro molto maggiore, et di lavoro Corintio; del
quale hoggi sono in piedi tre colonne di candido Marmo canalate, ove solo sono le ultime lettere di quello, che vi era scritto, cioè restitvere come è a dire riferono; percioche,
come scrive Tacito, gia era un portico molto bello nel detto luogo, per ornamento del
Campidoglio, i marmi delquale poco innanzi, ai tempi nostri, si come di molti altri
marmi è avvenuto, furono cotti et servirono per calcina» (FULVIO 1543, pp. 160v-161r).
il passo estrapolato da Andrea Fulvio è la matrice da cui si dipartono sia quello faunico
del Compendio di Roma antica («Il bellissimo tempio di Concordia con un magnifico portico fu da Camillo nel Foro Romano edificato. E si veggono hoggi del portico otto gran
colonne in piedi»; C, c. 5v) che quello, ben più dettagliato e polemico, scritto da Pirro
Ligorio («Non miglior accorgimento è stato quel di coloro che affermano che le otto
colonne che sono in pie’ nella costa del Campidoglio dirimpetto a quelle tre di Giove
Tonante […] sono della Concordia; […] secondo Plutarco […] il Tempio della Concordia era posto tra il foro et il Campidoglio: che forsi era dove è la chiesa della Consolatione; et quelle colonne sono sul monte: onde stimo si possa credere che siano del tempo di Giunone Moneta […]»; L2, c. 22r).
96
204
De l’Erario, cioè Camera del Commune, et che moneta si spendeva in Roma in quei tempi.
Il primo Erario dove si conservava il thesoro del Popolo Romano, fatto da Valeria Publicola, fu dove è ora la chiesa di san Salvatore in Erario, appresso la ruppe Tarpea verso piazza Montanara,
dal quale Giulio Cesare, spezzate le porte cavò .4135. libre d’oro,
novecento milia d’argento, et in luogo di quello vi pose tanto rame
d'orato, et sette anni avanti la guerra Cartaginese nel Consolato di
Sesto Giulio, et di L. Aurelio vi erano .726. libre d’oro[,] .92. milia
d’argento, et fuori del conto .375. milia. Il secondo fu poi dove è
ora la chiesa di santo Adriano. La [c. 18 r] prima Moneta, che fu
spesa in Roma era di rame senza segno alcuno, et Servio Tullo fu il
primo che la segnasse, et la segno con l’effigie de la Pecora, et di
qui é poi detto pecunia. Et nel consolato di Q. Fabio .585. anni da
Roma edificata, fu zeccato l’argento con le carete da due rotte, et da
l’altra una proda di nave, fu zeccato .62. anni dopo l’oro, et il primo
che ritrovasse la monetta di rame fu Saturno.
Del Gregostasi, et che cosa era
Il Gregostasi era un luogo dove si ricevevano li Ambasciadori
che venivano a Roma, et era in quel cantone del Palatino, dove si
vedono quelle ruine sopra santa Maria Liberatrice
De la Secretaria del Populo Romano
Appresso la statua de Marforio era la Secretaria del Populo Romano, et fu rifatta al tempo di Honorio, et Theodosio Imperatori,
che /causalmente/ dal foco fu consumata.
Del Asilo
Ne la piazza del Campidoglio dove ora si vede il Cavallo di Antonino,97 vi era un luoco detto Asilo il quale fu fatto da Romolo,
97
Probalimente l’autore si riferisce al nome completo di Marco Aurelio. Della collocazione precedente il trasferimento nella piazza del Campidoglio, ne dà notizia Lucio
Fauno in F3 c. 39v che la dice essere lì trasportata dalla piazza di s. Giovanni in Laterano
205
per dar concorso a la sua nuova Città con auttorità, et franchiggia
di qualunque persona si servo come libero tanto terrazzano98 come
forestiere fossi libero, Cesare D ii [C. 18 verso] Augusto lo guasto
parendogli che ei non servisse ad altro che dar occasione a le genti
di mal fare99
De le Rostre, et che cosa erano
Rostra era un Tribunale che stava nel foro Romano adornato de
mettallo dove si rendeva raggione e vi si publicavano le leggi, et anchor vi si recitavano le orationi al Populo, avanti a questo Tribunale
vi erano infinite statue, egli soltanto gli antichi portare le teste de gli
uccisi viti100 per cercare grandezza ne la Republica101
De la Colonna detta Miliario
Di rimpeto a l’Arco de Settimo nel Foro Romano vi era una Colonna detta da gli antichi Miliario aureo dove per essa si sapeva reuscire a le porte de la Città et, pigliare ogni viaggio dove la persona
voleva andare.102
per ordine del papa Farnese.
98 Per il termine, cfr. Infra, pp. 42-44.
99 MARLIANI 1548, 16v: «Ne la medesima piazza del Campidoglio, dove hora si vede
il Cavallo d’Antonino gia v’era un luogo, detto Asilo, il quale fù fatto da Romolo (per
dar concorso alla sua nuova Città) con autorità et franchigia à qualunche persona vi si
ritrovava, cosi servo come libero, tanto terrazzano, come forestiere, d’essere securo
d’ogni delitto. Fù levata quella franchigia da Ces. Aug. parendogli ch’e non servisse ad
altro, ch’à dare occasione di mal fare». Anche MArliani parla del cavallo di Antonino, è
evidente l’origine dell’informazione e del basso nella sua completezza.
100 Riteniamo debba leggersi victi o più semplicemente ‘vinti’.
101 Nessun riferimento alla duplice nominazione dei Rostra (Vetera e Nova). È però
Tarcagnota, in accordo con Ligorio e le sue Paradosse, a specificare l’esistenza delle due
strutture parallelamente alle due Curie («La cura Hostilia, edificata da Tullio Hostilio
sopra la Cura vecchia, seguiva doppo la Basilica Portia. I Rostri vecchi erano dinanzi a
questa curia, et erano luogo cosi celebre, come i Rostri nuovi che nel Foro Romano
erano», Compendio, c. 7r).
102 La posizione del Miliario Aureo crea più di un problema poiché essa, almeno nella definizione datane dallo psuedo Palladio, non trova certezze nella topografia attuale
degli scavi del foro e delle zone limitrofe. A tal proposito, invece, è bene segnalare che
Lucio Fauno non sbaglia nel collocarlo dinanzi al tempio di Saturno poiché gli scavi o-
206
Del Tempio di Cramenta
Ne le radici del Campidoglio dove è la chiesa di santa Caterina
ora guasta vi era il Tempio de Carmenta madre de Evandro fatto da
le donne Romane in suo onore, perche li concedette che potessero
andare in caretta, che dal Senato luso de esse gli avevano gran tempo interdetto. [c. 19 r]103
De la Colonna Bellica
Sotto il Campidoglio vicino a piazza Montanara vi era il tempio
di Bellona del quale avanti a la porta era posta una Colonna chiamata da gli Antichi Bellicha così detta perche da lei lanciavano un
dardo verso la contrada di quelli a quali volevano mover la guerra,
perche essendo l’Imperio Romano tanto cresciuto troppo faticoso
sarebbe stato l’andare ne i confini di coloro contra i quali s’avea da
mover guerra
De la Colonna Lattaria
Nel Foro Olitorio ora detta piazza Montanara vi era una colonna
chiamata Lattaria a la quale secretamente si portavano gli fanciulli
de i parti nati de furto li quali trovati, si portavano poi a nutrire, ne
luochi ordinati dal publico
dierni ne hanno fissato con qualche probabilità la posizione proprio di fronte ai resti di
quell’edificio («[…] Il Miliario aureo fu dinanzi a questo tempio di [6r] Saturno; e fu una
colonna, dove riuscivano tutte le strade d’Italia […]», F3, c. 39r; per la moderna collocazione del sito, cfr. invece Atlante 2012, tav. 41 da cui si evince che forse pseudo Palladio
non ha sbagliato la collocazione della colonna, bensì quella del monumento di riferimento avendo confuso il probabile Arcus Tiberij con uno intitolato a Settimio Severo).
103 L’inversione ar/ra che si registra nel titolo del capitoletto, contrariamente alle altre altre testimonianze d’inversione sillaba-vocale in queste pagine discusse è da considerarsi errore di stampa ripetuto nelle due edizioni veneziane e in quella romana di Lucrino e conservato senza variazioni anche nelle successive. Il riferimento alla sua posizione non rende l’idea della sua esatta collocazione, in prossimità della porta Carmentale e posizionata nei pressi del vicus Jugarius che dalla porta carmentale conduceva direttamente davanti al Miliario Aureo e poi alla Cura Hostilia o al Foro attraverso il Volcanal
e il lacus Curtius.
207
Del Equimelio
Vicino a la chiesa di s. Giorgio era un luogho detto Equimelio
da M. Spimelio, il quale per essersi voluto impatronire di Roma fu
morto, et confiscati al publico i suoi beni, i Censori volsero, che la
sua casa fosse gittata per terra, e per memoria fatone una piazza la
quale dal nome di Melio (come abbiamo detto) fu chiamato Equimelio104
Del Campo Marzo
D iii [c. 19 verso] Il Campo Marzo fu di Tarquino Superbo, et
dopò la sua espulsione fu dedicato a Marte, et perciò fu detto
Campo Martio, et quivi si faceva la rassegna de l’essercito et altre
cose appatinenti a la militia
Del Tigillo Sororio
Appresso al tempio de la Pace oggi detto santa Maria Nuova, vi
era un luoco fatto con due parete di muro, luna in contro a l’altra
sopra le quali si posava un grosso legno, qui sotto passo luno de i
tre Oratii per aver uccisa sua sorella in segno de giustitia purgo il
suo peccato
De Campi forestieri
Dove ora è la Chiesa di santi Quattro stantiavano li soldati de
l’armata Romana ch’era a misseno e de li furo chiamati li Campi forestieri et anchor detti pellegrini105
104 La descrizione coglie una non lieve discrepanza tra il racconto pseudo palladiano
e quello faunico che, invece, colloca il sito presso la chiesa di s. Giovanni Decollato (C.,
c. 11v e F3, c. 86v). entrambi però non sbagliano poiché, identificando la chiesa di s.
Giorgio con quella di s. Giorgio al Velabro, è possibile collocare, per entrambi, il sito
nello stesso luogo, ovvero a poca distanza dal Velabro stesso e di fronte da quello che
dovrebbe essere il luogo in cui sorgeva il tempio della Mater Matuta.
105 È questo uno dei pochissimi scostamenti registrabili tra le affermazioni di Giovanni Tarcgnota e lo Psuedo Palladio, il quale, in questo caso, confonde i luoghi di
stanziamento dell’esercito (Ravennati che invece Tarcagnota cita correttamente; cfr. «fu
Trastevere un tempo chiamato Ravennati […] l’armata romana che presso Pavenna si
teneva» Compendio, c. 22v che ripete BIONDO 1542 c. 31r-31v) dagli stanziamenti della
208
De la Villa Publica
La Villa Publica era un magnifico edificio presso a le Septe de
Campo Martio dove si ricevevano gli ambasciatori de le provintie
inimiche del Populo Romano a i quali non era premesso de alloggiare dentro alle mura de la Città et ivi del publico alloggiavangli et
gli davano da vivere. [c. 20 r]106
De la Taberna meritoria
Dove è la chiesa di santa Maria in Trastevere, era una abitatione
chiamata Taberna Meritoria ne la quale abbitavano li soldati vecchi,
et infermi e’ aveano servito il Populo Romano, et erano del publico
governati tutto il tempo de la vita sua, per la quale bona opera de
pietà il nostro signor Iesu Christo illustrò con gran misterio nel suo
nascimento che per tutto un giorno, et una notte da questo luoco
usciva abbondantissimo fonte de olio con rivo grandissimo, che
corse insino al Tevere significando la gratia sua sopra venuta in terra107
Del Vivario
Fra la porta di san Lorenzo, et santa Agnese drieto108 a la botte
di Termine aveano gli antichi Romani un luocho particolare dove
tenivano rachiuse varie sorte d’animali de i quali, poi sene servivano
ne le caccie publiche, a diletattione del Populo
De li Horti
Ebbero li antichi Romani molti Horti famosi, ma per la brevità
non diremo se non li principali ch’ erano li Horti di Salustio, et di
Mecenate. Quelli di Salustio erano nel monte Quirinale appresso la
flotta che invece era di stanza a Capo Miseno.
106 Con le stesse parole il passo è riportato dal Compendio di Lucio Fauno, c. 19r.
107 Il toponimo è descritto solo in Pseudo Palladio, non in Fauno né in Mauro, nei
quali non è presente neppure la leggenda qui narrata, la cui fonte è per inciso F3, c. 150r.
108 Napoletanismo con spostamento di consonante r, dovuta probabilmente ad un
abbreviazione nel parlato di dereto → drieto → d’reto con abolizione della vocale e.
209
chiesa di santa Sosanna, che pure oggidi se dice Salustrico nel mezo
de quali vi è una Gu [c. 20 verso] glia distesa per terra scolpita con
lettere Egittiache, gliera tale amenità che molti desideravano lasciare il monte Palatino per venire quivi ad abitare in questo loco era la
casa, et la piazza del sudetto Salustio. Quelli de Mecenate erano nel
Monte Esquilino vicino a la torre del detto Mecenate, che prima vi
era un campo nel quale si solevano sepelire li corpi morti mettendogli in certi pozzi li quali gli antichi chiamavano Puticoli a cio che
si putrefacesero è questa fu antichissima sorte de sepulture poi fu
introdotto l’uso de abrusiarli il che si faceva nel medesimo luoco,
ma perche il fumo faceva danno et fastidio al Senato, et al populo
Romano, Augusto dono questo campo a Mecenate dove fece questi
horti tanto da li auttori nominati. Ne la sudetta torre stette Nerone
a vedere brusare la Città, godendosi, de l’incendio di essa[.] Il colle
de li Horti comenciava dalla porta del Populo, et passava più oltra
che la chiesa de la Trinita, et fu chiamato così da la pianura che glie
sotto la quale era fertilissima de ortaggi, ma oggidi si va tanto ampliando de casamenti, che pare una nuova Città.109
Del Velabro
Fra la chiesa di santo Giorgio e santa Nastasia, et scuola Grecha
si faceva tal ora pel crescimento del fiume una racolta de acqua onde non si poteva passare senza barcha, et chi voleva da questa banda andare o venire ne la Città bisognava pagare un certo prezzo, et
da questo pasaggio [c. 21 r] ne fu il luoco chiamato Velabro. Dapoi
col tempo rempiutosi de terra fo chiamato Foro Boario da una statua de un Bove di Bronzo postali da Romolo, altri vogliono che
fosse detto foro boario dal vendere, et comprare Buoi che ivi se faceva. In questo foro furno fatti la prima volta li giuochi de Gladiatori.
109 Sugli Horti, il loro interesse storico-topografico e il complesso delle proprietà private e statali relative, cfr. CAPANNA 2012, pp. 76-78.
210
De le Carine.
Le Carine comenciavano appresso il Colisseo ne le radice del
monte Esquilino, seguitando la via Labicana appresso la chiesa di
san Pietro Marcelino, et per la via che responde a san Giuliano, et
indi poi per l’Arco di Gallieno (oggi di detto di santo Vito) lungo la
contrata di Suburra, sotto san Pietro in Vincula ritornavano al medesimo Colisseo furno dette Carine da gli edificii, i quali erano fatti
a somiglianza di navi. In questa parte abitava la maggior parte de la
nobilità di Roma.
De li Clivi.
Per la Città vi erano molti Clivi, ma gli più celebri erano quelli
dove si saliva al Campidoglio et il più anticho era appresso la chiesa
de la Consolatione che al tempo de Censori fu lastricata. L’altro era
sotto il palazzo del Senatore che cominciava dal Tempio de la Concordia dove oggi si vedono otto colon[n]e altissime, et salivasi per
.100. gradi alla [c. 21 verso] fortezza del Campidoglio.110 Appresso
questo era l’altro Clivio che cominciava da l’Arco di Settimio, et si
puo credere che fossi honoratissimo si perche egli faceva corrispondentia a l’Arco si ancora, per la salicata di grossa pietra, che
pochi anni sono vi fu cavandosi trovate. Il quarto Clivio era da
l’altra banda del monte a la scala de Ara celi onde si salle ancora
oggi, et dove pure a nostri giorni s’è trovato una porta de finissimo
marmo.111
110 «È anchora nella salita vicino del Campidoglio il Portico della Concordia anchora
intero con otto colonne di lavoro Dorico, come però alcuni hanno stimato […] era un
altro portico vicinno a questo […] del quale sono hoggi in piè tre colonne […] ove […]
vi era scritto RESTITUERE come a dire riferono […]» (FULVIO 1543, cc. 160v.161v). Il
brano, anche se non completamente citato, lo stesso mostra che l’opera di Andrea Fulvio (non dimentichiamo, tradotta da Paolo Del Rosso) è fonte comune a pseudo Palladio e Lucio Fauno.
111 I clivi (in C sempre chiamati sallite, ricollegabile al salle e scalli in queste pagine
presente) erano le vie di accesso che dalla parte pianeggiante della città, a ridosso del
Tevere o tra le valli tra i colli, permettevano l’accesso alla sommità dei colli stessi. Il clivo della Suburra era uno dei principali percorsi d’accesso alle zone tra la Suburra e
l’Esquilino perché metteva in comunicazione una delle zone più abitate della Roma antica con le Carine dove avevano casa le personalità più importanti della politica romana.
211
De i Prati.
Nel Campo Vaticano erano gli prati Quintii da L. Quintio Cincinato nominati sono appresso il Castello S. Angelo et chiamansi
volgarmente prati ivi appresso si vegano gli vestigii de un cerchio, o
vogliamo dire un luoco da essercitare cavalli.112 Et nel contorno di
Ripa erano i prati de Mutio Scevola donatogli dal populo quando
stimo più la salute de la patria che la sua istessa contro il Re Porsena.
De i Granari publici, et Magazini del Sale.
Ne la pianura ch’ è dietro al monte Aventino sopra il Tevere, vi
erano .160. grandissimi Granari publici, ne liquali si serbava il grano
del Popolo Romano, et oltre a questi ve ne erano per la Città .291.
Et li Magazini del Sale furno vicini a detti Granari, ordinati da Ancho Martio, et Livio Salinatore trovò la gabella del Sale. [c. 22 r]
De le Carceri publice.
Quella ch’ era a piedi di Campidoglio, dove fu posto san Pietro,
et san Paulo in prigione, si adimandava il Carcere Tulliano, fatta da
Ancho Martio, et da Tullo Re. Et quella ch’ era vicino a la chiesa di
san Nicolao in carcere, fu edificata da Claudio uno de li dieci uomini[,] et lui fu il primo, che vi morisse dentro.
Oltre il clivus abbiamo il vicus (strada di comune passaggio), la semita (strada stretta), le
viae (strade che uscivano o entravano in città e che erano di due tipi: tectae o coperte e
fornicatae con archi; CAPANNA 2012b, i pp. 90-91). La traduzione del termine clivus rientra nel concetto di semplificazione della lingua rispetto all’orientamento visivo di chi
legge. Questo però, se da un lato facilita l’interpretazione del testo, dall’altro non rende
fedelmente l’idea del toponimo, solitamente non solo una rampa d’accesso alla parte
alta della città (che contrariamente ad alcuni suoi detrattori Lucio Fauno si guarda bene
dal definire “acropoli”), quanto un vero e proprio passaggio obbligato verso i punti nevralgici della città.
112 «I Prati Quintij furono fuori di questa porta, et oggi i Prati vi dicono. E qui appresso si vedono i segni d’un circo antico, o d’uno Hippodromo da maneggiarvi cavalli»
(Compendio, c. Aiiij).
212
D’alcune feste, et giuochi, che si solevano celebrare in Roma.
Gli antichi Romani celebravano in onore di Giano a .9. di Gennaro, le feste Agonali. Neli dui ultimi giorni di Febraro sacrificavano a Marte. A li tre d’Aprile celebravano le feste Florali in memoria
di Flora meretrice molto amata da Pompeo, la quale lasciò herede
di tutto il suo il Popolo Romano, et la sua casa era dove è ora la
piazza di Campo di Fiore, così detta dal suo nome.113 gli Giuochi
Florali si facevano già sotto la vigna del Cardinale di Napoli114 a
piedi il monte Quirinale ora detto Cavallo dove si vede la valle renchiusa de pareti per le nude meretrici che con ogni licentia de parole, et movimenti lascivi facevano. Et a sei di detto mese in memoria
de la vittoria ricevuta contro i Latini, andavano li Cavallieri115 onorevolmente vestiti, et con gran pompa, portando ne la destra, rami
d’ulivo, dal tempio di Marte (ch’ era ne la via Appia discosto da
Roma miglia .4.) a quello di Castore, et Polluce. A .26. [C. 22 verso]
di Maggio erano li lustri, et erano giorni festivi di Marte, ne i quali
se mostravano le Trombe, l’Acquile, et altre insegne militari.
L’Autonno celebravano le feste in onore di Bacco. Et nel mese di
Decembre celebravano li Saturnali in onore di Saturno. Solevano
ancora celebrare i giuochi Traiani, i Capitolini, i Scenici, li Apollinari, i Secolari, i Romani, i Lebei, i Circensi, et altri che per brevita lascio da parte.
Del Sepolcro d’Augusto, d’Adriano, et di Settimio.
Fu il Sepolcro d’Augusto ne la valle Martia, et vi si vedono ancora le vestigie vicino a la chiesa di s. Roccho, et era ornato di bianchi
marmi, di porfido, et di grandissime colonne, aguglie, et di bellissime statue, aveva .12. porte, tre cinte di mura, et era di forma rotonda, d’altezza di .250.116 cubiti, et ne la sommita vi era la statua
d’Augusto di rame, et non lo fece per lui solamente, ma per li altri
113
Per il culto di Flora, cfr. Compendio, c. 17v.
Ferrara in A.
115 Il termine è diffuso in area toscana già intorno al XII secolo e poi presente in area
lucchese all’inizio del XIII nel Ritmo Lucchese (DELI, ad vocem e GDT, pp. 170-171).
116 150 in FIORE 2006.
114
213
Imperadori ancora. Quello di Adriano fu dove é il Castello di S.
Angelo, et era ornato di bellissimi marmi, di statue d’uomini, et di
cavalli, et carrete artificiosamente lavorate, le quali cose furno ruinate da i soldati di Bellisario, ne la guerra de Gotti. Et Bonifacio ottavo vi fece il Castello, et Alessandro sesto lo circondò de fossi, et
bastioni[,] vi ordinò le guardie, et vi fece il Corridore coperto, et
scoperto, che va insino al palazzo papale, et Paulo terzo l’ha [c. 23
r] ornato di bellissime stanze. Quello di Settimio Severo Imperadore era vicino a la chiesa di san Gregorio, dove vi si vedono quelli tre
ordini di colonne una sopra l’altra a guisa di portichi, et fu adimandato Settizonio, da sette solari,117 c’aveva l’uno sopra l’altro.
De i Tempii.
Furno in Roma molti Tempii, ma li più celebri fu quello di Giove Ottimo Massimo, et quello de la Pace, et il Panteon. Quello di
Giove ottimo massimo era in Campidoglio, votato da Tarquinio
Prisco, et edificato da Tarquino Superbo, et era di forma quadrata,
et ciascuna de le sue faccie era ducento piedi, et aveva tre ordini di
Colonne, et vi spese ne li fondamenti .40. milia libri118 d’Argento, et
oltra li altri ornamenti vi era una statua d’Oro di dieci piedi, et sei
tazze di smeraldo portate a Roma da Pompeo. Quello de la Pace fu
sopra ogn’altro grandissimo di forma quadrata, ornato di grandissime, et bellissime colonne, et statue, edificato da Vespasiano .80.
anni dopo l’avvenimento di Christo, et arse in un subito al tempo
di Commodo, le ruine del quale si vedono ancora vicino a la chiesa
di santa Maria nuova, et non ruino, (come crede il volgo) la notte di
Natale. Il Panteon è ancora in piedi di forma rotonda, de altezza, et
larghezza di piedi cento e quaranta quattro,119 fatto di fuori di mat117 Soffitti, solai. L’affermazione è completamente falsa ma pienamente concorde
con F3, c. 93v: «[…] Vogliono, ch fusse chiamato Settizonio da le sette zone ò cinte di
colonne che haveva, l’una sopra l’altra […]. Onde l’hanno alcuni chiamato Settizolio da
li sette solari che haveva».
118 Libre.
119 Le misure qui dichiarate sono tratte dal III libro dell’Architettura di Sebastiano
Serlio (cc. 50r-v) che riproduce le diverse forme architettoniche che lo contraddistin-
214
toni, et di dentro è ornato di varii marmi, et intorno intorno vi sono Capellette molto adorne [c. 23 v] dove vi erano collocate le statue di li Dei, et le sue porte sono di bronzo di meravigliosa grandezza, et fu già dedicato a Giove Vendicatore, a Cerere, e a tutti li
Dei, et Bonifacio quarto lo dedico a la beata Vergine, et a tutti li
Santi, et si adimanda la Ritonda. Fu ancho coperto de lame
d’Argento,120 le quali Costantino .3. Imp. le levò via, et portolle a
Siracusa, insieme con tutte le statue de rame, et di marmo, ch’ erano in Roma, et vi fece più danno in sette giorni che vi stette, che
non avevano fatto li barbari in .258[.] anni, Et non è (come crede il
volgo) che S. Gregorio per causa de la religione facesse gettare nel
Tevere le più belle statue,121 et ruinare l’antichita, anzi fece rifare
molti acquedotti, ch’ andavano in ruina, ma il tempo divoratore
d’ogni cosa, <et gli uomini ancora le hanno consumate, come abbiamo veduto anchor a tempi nostri>.122 Ha ancora un bellissimo
porticale, fatto da M. Agrippa, ornato di .13. grandissime colonne,123 et il suo tetto è sostenuto da trave di rame dorato. Et quelli
dui Leoni, et vasi di porfido, che sono su la piazza erano già ne le
Terme d’Agrippa.
De li Sacerdoti de le Vergini Vestali, vestimenti, vasi, et altri instrumenti
fatti per uso de gli Sacrificii, et suoi institutori.
Numa Pompilio,124 preso c’ ebbe il governo, per addolcire quel
guono, discute della sua forma rotonda e segnala le misure precise in palmi romani; al
contrario di Andrea Palladio, nei Quattro libri, IV, c. 73 che dichiara un laconico quanto
generico «[…] che tanto è la sua altezza dal pavimento fino all’apritura onde egli riceve
il lume, quanto è per diametro la sua larghezza da un muro all’altro»).
120 La segnalazione di lamine d’argento a copertura del Pantheon è una delle innumerevoli falsità che psuedo Palladio inserisce nel proprio testo riprendendole ancora da
Serlio, ma che Fauno non cita.
121 Medesima smentita in Fauno nel capitolo relativo al Pantheon.
122 Variante aggiunta da FIORE 2006 in base a P , non presente in A.
2
123 Anche qui segnaliamo lo sfasamento tra realtà e descrizione poiché le colonne
del Pantheon sono sedici e non tredici, ennesimo segnale che la scrittura del testo è stata condotta per lo più a tavolino e non in diretto rapporto visivo con i manufatti.
124 Anche in questo caso Tarcagnota, tramite il suo volgarizzamento a Flavio Biondo, si pone come fonte di quanto scritto da pseudo Palladio. I contenuti espressi da
215
populo feroce, et rozzo introdusse ne la Città la re [c. 24 r] ligione,
et culto de li Dij, et ordinò molte cose in onore di quelli, edifico il
tempio di Veste, il quale era ritondo, et era vietato a gli uomini
l’intrarvi, et elesse un numero de Vergini a servigi di quella, lequali
bisognava che fussero nasciute125 d’uomo libero, et che non fussero
mancanti di corpo, ne sceme di cervello, et si accettavano d’anni sei
insino ad anni dieci al più, et lì primi dieci anni imparavano la forma d’ i sacrifici. Altre tanti erano occupate nel sacrificare, et ne li
ultimi dieci ammaestravano le giovani, che si pigliavano di nuovo,
et passati li detti .30. anni si potevano maritare, ma quelle che si
maritorno furno infortunate. La principale, cioé, l’Abbadessa, la
chiamavano Massima, et erano in gran vereratione, et riverentia appresso il Popolo Romano, et avevano in custodia il fuoco perpetuo,
il Palladio, cioè, la statua di Minerva, et altre cose sacre de Romani,
et quando erano ritrovate in adulterio, come fu Porfiria, Minutia,
Sestilia, Emilia, con due compagne, et molte altre, le facevano morire in questa maniera, le digradavano,126 et le portavano poi sopra
una barra legate, et con il viso coperto, con grandissimo silentio per
mezo la Città (la quale in quel giorno era tutta in pianto)127 in sino a
Porta Salara, vicino a la quale vi era un luogo adimandato il Campo
quest’ultimo ricalcano, al di là delle parole impiegate, le pagine scritte dal Gaetano
(BIONDO 1542, 44r-45r: «E poi che ci troviamo qui à ragionare di questa materia, non
taceremo, che Numa (come vuol Plutarco) consecrò solo IIII. vergini à Vesta, poi perche non bastavano à li sacrifici, ne furono aggionte da Tarquino Prisco due altre. Si elegevano queste vergini da VI. anni in su, e da X. in giu. Servivano XXX. anni, ne’ primi X.
apprendevano tutte le cose appartenenti à sacrificii, ne gli altri X. seguenti servivano al
tempio: gli ultimi X. insegnavano alle altre giovani. E finito questo tempo potevano volendo, tor marito: ma di rado era, che non accadesse loro questo accasamento infelice, e
disgratiato. S’alcuna di queste monache si trovava violata, era sotterrata viva. Elle erano
in tanta riverenza, et autorità in Roma, che esse sole bastavano co’l loro rispetto, à porre pace, e concordia fra cittadini. Ma di costoro si scrivono tante cose, che seremmo
troppo lunghi à volerne ogni cosa ridire».
125 Attestato in molteplici ricorrenze in F , ritorna al plurale nelle Antichità pseudo
3-4
palladiane in funzione di sostegno al participio di nascere, il quale, nella forma qui espressa (‘nasciute’ da nasciturum esse) è tipico napoletanismo.
126 Le “spogliavano di ogni carica sacra”.
127 Assente in A.
216
Scelerato, nel quale vi era una sepultura in volta fatta a mano,
c’aveva un picciol buso, et due picciole finestre, et in una vi mettevano una Lucerna accessa, et ne l’altra acqua, latte, et mele, et giunti
che erano al detto luogo, il primo sacerdote diceva alcune orationi
se [c. 24 verso] crete, tenendo le mani volte al Cielo, et poi le facevano entrare in detta tomba per quel picciol buso, et fra tanto il Popolo volgeva il viso a dietro, ma tolta poi via la scala, et coperta la
tomba con una pietra a guisa d’una sepultura, il Popolo vi gettava
sopra de la terra, et stavan tutto quel giorno in continuo pianto.
Creò tre Sacerdoti, detti Flammini, uno in onore di Giove, l’altro di
Marte, et il terzo di Romolo, liquali andavano vestiti d’una veste signalata, et portavano in testa un capello bianco, et l’adimandavano,
Albo Gallero. Ordinò ancora il Pontifice Massimo, et dodici Sacerdoti, adimandati Salii,128 in onore di Marte, liquali vestivano di certe
toniche dipinte, et nel petto portavano un pettorale ornato d’oro,
d’argento, et di pietre pretiose. Crescendo poi la religione, et il culto
de li Dii, de li quali ebbero li Romani più di .30. milia, accrebbe ancora il numero di Sacerdoti, come il Padre Padrato, li Feciali, li Epuloni, li Auguri, liquali avevano tanta potestà che non si poteva
congregare il Senato se loro non lo permettevano, et andavano vestiti di varii vestimenti, ma quando sacrificavano era una istessa
maniera di vestire, et vestivano d’un camiso129 di lino bianco, ampio, et lungo, il quale lo cingevano nel mezo con un cingolo, et
questo modo di vestire era chiamato Gabino.130 Avevano ancora
molti instrumenti, et vasi fatti per uso de li sacrificii, come il Prefericolo, il quale era un vase131 di rame senza maniche, et aperto a
128
c. 100v.
Attestazione unica proveniente dal romanesco.
130 Il passo proviene, con qualche variante da BIONDO 1542, 24v-25r: «[…] e d’una
sola stessa maniera era il vestire di qual si voglia sorte di sacerdote, quando sacrificaveno, come era il camicio bianco di lino; che usano ancho hoggi i nostri sacerdoti christiani; il quale era molto ampio, et cosi lungo, che si strascinava per terra; ma egli
s’alzava al debito modo (come hoggi fanno) con un cingolo, o cintura nel mezzo: e come Livio, e Verg. vogliono, questa usanza di vestire e cingere questo camicio era chiamata Gabina».
131 Vaso.
129
HM, I, VI,
217
guisa d’una ramina. La Patena era un vase picciolo aperto,
L’Achamo, era un vase picciolo fatto come un bicchiero, [c. 25 r] et
in quello gustavano il vino ne i sacrificii. L’Insula era un pano di lana col quale si copriva il sacerdote, et la vittima. L’Inarculo, era un
bastoncello di granato indorato, che si metevano li sacerdoti sopra
la testa quando sacrificavano, l’Acerra, era la navicella dove tenevano l’incenso. Anclabri, era adimandata la mensa dove si tenevano
sopra le cose sacre, et li vasi che tenevano li sacerdoti per suo uso
erano anchor loro chiamati Anclabri. Secespita era un coltello di
ferro, alquanto lunghetto col manico tondo d’avorio guarnito in
capo d’oro, et d’argento, et inchiodato con certi chiodetti di rame. I
Struppi erano certi fascitelli di verbena che si mettevano ne i coscini sotto la testa de li Dei. Il Soffibolo era una veste bianca tessuta,
quadrata, et lunghe, la quale si mettevano le vergini vestali in capo132 quando sacrificavano. Usavano ancora molte altre cose, lequali lascio da parte per brevità.133
132 FIORE 2006 corregge ca[m]po ma così snatura il senso della frase stessa che riferisce il tipo di velo che le Vestali avevano l’obbigo d’indossare durante le cerimonie.
133 Anche la sezione sugli strumenti utilizzati dai sacerdoti deriva da BIONDO 1542,
25r: «Ma passiamo a dire un poco de gli istrumenti, e vasi religiosi: il Prefericolo (come
vuol Festo) era un vaso di rame senza maniche, aperto, e lato a guisa d’una pelve; del
quale si servivano ne i sacrificii: Le Patene era certi piccioli vasi aperti et atti ne i sacrificii: l’Insule erano certi panni di lana, e se ne solevano coprire i sacerdoti, le vittime, e i
templi istessi: l’Inarculo era un certo bastoncello, di granato indorato, che soleva portare la Reina in testa, quando sacrificava: l’Acerra era la navicella dove si teneva l’incenso:
l’Achamo era un certo vase di creta, che serviva pure ne i sacrificii: Anaclabri (come
vuol Nonio Marcello) era una mensa, ove si tenevano le cose divine: Erano chiamati
Anclabri medesimamente i vasi, ch’usavano i sacerdoti: Secespita, (dice Festo) detto cosi dal secare; era un certo coltello di ferro lunghetto alquanto, con un manico d’avorio
tondo, e sodo, guarnito in capo d’argento e d’oro, et inchiodato con certi chiodetti di
rame cipro: di questo coltello si servivano ne i sacrificii, i Flamini, le Vergini, e i Pontefici: M. Tullio in una sua oratione fa mentione de la Patella, de la Patera, e del Turribolo
vasi da sacrificii: Il Simpulo, dice Festo, era un vaso picciolo, simile ad un bicchiero,
dove si soleva ne sacrificii libare, cioè degustare leggiermente il vino; e da questo vaso
furono chiamate Simpulatrici, quelle donne, ch’erano dedite a le cose divine: i Struppi
erano certi fascitelli di verbena, che si ponevano ne i coscini sotto le teste de gli Iddii: Il
Soffibolo era una certa veste bianca intessuta, quadrata, lunghetta, che solevano, quando sacrificavano, le vergini di Vesta porsi in capo, et attaccarlovi con una ciappetta: E
questo basti de gli ornamenti, e de i vasi».
218
De l’Armamentario, et che cosa era.
L’Armamentario era vicino al tempio de la Pace, et era un luogo
dove si conservavano l’armi del publico, percio che Romani non
avevano privatamente armi et quando andavano a la guerra le
prendevano da questo luogo, et nel ritorno poi le riportavano, et
andò il Popolo Romano a la guerra senza stipendio alcuno più di
ducento anni. [c. 25 verso]
De l’Essercito Romano da terra, et da mare, et loro insegne.
Ebbero Romani (come scrive Appiano) al tempo de li Imperatori ducento milia pedoni. Et quaranta milia cavalieri, trecento Elefanti, doi milia carri. Et di più per bisogno trecento milia armati.
Quella da mare era di doi milia navi, et mille e cinquecento galee,
da doi insino a cinque remi. Ebbero molte insegne militari, ma la
propria de Romani fu l’Aquila.
De i Trionfi, et a chi si concedevano, et chi fu il primo trionfatore, et di
quante maniere erano.
Il Triomfo si concedeva, al Dittatore, Consuli, o Pretore, che in
un fatto d’arme avesse vinti più di cinque milia inimici, et che sottometteva a l’Imperio Romano provincie, et città, et li più splendidi, et magnifici furno quelli di Pompeo, et di Cesare. Ovatione era
uno modo di trionfare, che si concedeva a quel capitano c’ aveva
vinto il nemico a mano salva, et intrava a piedi ne la Città con il Senato dietro senza l’essercito, et il primo che così trionfassi fu Postumio Tuberto Consule, et trionfo de Sabini, Marcello per la presa
di Sicilia, et molti altri: Ma il primo che trionfassi in Roma fu Romolo, et l’ultimo Probo Imperadore et li trionfanti furno .320. Et il
primo che conducesse [c. 26 r] inimici soggiogati in Roma fu Cincinato. Et andavano sopra un carro di due ruote tirato da cavalli, o
d’altri animali, con l’essercito drieto coronato di Lauro, et giunti in
Campidoglio, et smontati del carro entravano nel tempio di Giove
ottimo massimo, a renderli gratie de la recevuta vittoria, et sacrifica-
219
to, c’avevano un bianco Toro, andavano a le sue stanze.
De le Corone, et a chi si davano.
Molte furno le Corone, et si solevano dare in premio del valore
d’ i soldati. La trionfale (ch'era di Lauro) si dava al Capitano.
L’Ossidionale (ch’era di Gramegna) si donava a chi liberava la Città
da l’assedio, et il primo a chi fusse donata fu Sicio Dentato. La Civica (ch’era di Quercia, o d’Illice) davasi a chi liberava un cittadino
da qualche grande pericolo. La murale si dava dal capitano a quel
soldato, ch’era il primo a montare sopra le mura del nimico. La Castrense si donava al primo che entrassi ne li alloggiamenti de i nemici, et sopra i bastioni. La Navale si dava a quello, ch’era il primo
a montare sopra l’armata d’inemici, et tutte tre queste si facevano di
oro, et la murale era fatto a uso d’ i merli de le mura de la Città, la
Castrense a guisa d’un bastione, et la navale, come un sperone di
galea. L’Ovale era di mortella, et si dava al capitano, ch’aveva vinto
il nemico a mano salva. Et la prima che si usasse in Roma fu di Spiche, et fu data a Romolo, L’ar E ii [c. 26 verso] mille erano certi cerchietti in lame d’oro, e d’argento, che portavano li soldati nel braccio sinistro appresso la spalla per ornamento.134
134 Anche la sezione sui premi dell’esercito deriva da BIONDO 1542, 238v-239v: «De
le altre molte corone, ò ghirlande date in premio del valor loro a soldati, ragiona Gellio
a questo modo; la corona trionfale d’oro, che si da in honore del trionfo al Capitano ò a
l’Imperatore fu anticamente di lauro: La corona obsidionale era di gramegna, e si donava da chi era stato assediato, a colui, che ne lo haveva liberato: La corona civica era di
quercia, e davasi da un cittadino a l’altro, che l’havesse da qualche estremo pericolo liberato, la qual corona soleva ancho farsi d’illice: La corona murale era quella, che si donava dal Capitano a quel soldato, che era il primo stato a montare su le mura del nemico:
La castrense si dava a chi fusse prima d’ogni altro montato dentro i bastioni, et alloggiamenti nemici: La navale, si dava a colui, ch’era il primo a montare su l'armata nemica,
e tutte tre queste si facevano d’oro; e la Murale era con certi merli fatta, a somiglianza
de le mura, ove era asceso: la Costrense (sic) era fatta ne la cima a guisa d’un bastione, la
Navale havea per ornamenti i segni de Rostri de le navi: La Ovale era di mortella, de la
quale s’inghirlandavano que Capitani, che ovavano che era una spetie di minore trionfo,
e Plinio scrive, che Papirio uso la corona di mirtelle, per havere vinti i Sardi in certi
campi di mirtelle […]. Erano le Armille certi cerchietti in lamine ò d’oro ò d’argento,
lavorati artificiosamente, le quali i Soldati portavano per ornamento nel braccio manco,
alto su presso la spalla; come si vede insino ad hoggi ne le statue di marmo, et d’altre
220
Del numero del Popolo Romano.
Nel Censo di Servio Tullo si ritrovò in Roma, computando il
contado .84. milia persone. Et dopo la morte de .306.135 Fabii, fatta
la rassegna, furon ritrovati in Roma, cento dieci centinara di migliara et sette milia, e trecento diciotto persone[.] Et ne la prima guerra
Cartaginese, fatta la rassegna, ritrovorno in essere ducento nonanta136 milia trecento trenta uomini. Et Augusto ritrovò cento trenta
centinara di migliara, e mille trentasette. Et Tiberio ne ritrovo sedeci volte cento migliara, e nove cento quarantauno.137
De le ricchezze del popolo Romano.
Grandissime furno le ricchezze anticamente in Roma, come si
puo giudicare per li superbi edificii, grandi teatri, et altre cose mirabili, che vi furno, et non era tenuto ricco Cittadino quello che non
poteva mantenire a sue spese un’anno l’essercito, et tra li ricchi fu
Lucullo, alquale, essendo da gli histrioni adimandato impresto cento vesti li disse che ne aveva cinque milia da imprestargli, et dopo la
sua morte li pesci, ch’erano nel suo vivaio furno vendute trenta milia sestertii, et ve ne erano pari di ricchezze a lui più di .20. milia cittadini. [c. 27 r]
De la liberalita’ de gli antichi Romani
Piene sono l’historie de la liberalita de li antichi Romani, ma ne
addurrò questi pochi solamente. Il Senato, avendo li Ambasciatori
Cartaginesi portato un gran somma di danari per ricuperare .2744.
giovani prigioni gli lasciò andare senza torre138 cosa alcuna. Fabio
sculture antiche».
135 300 Fabi in A, ma 306 in F .
3
136 Novanta.
137 291 in FIORE 2006.
138 Già attestato nel toscano medioevale come forma verbale per <togliere>, è usato
da Tarcagnota anche in altre sue opere (per le fonti altomedioevali pratesi in cui si registrano gli usi più antichi del lemma in questione, cfr. GDT, p. 668, per fonti grammaticali, cfr. invece DEL ROSSO 2009, p. 45 che rileva la diversa voce direttamente da Claudio
Tolomei che a sua volta pesca direttamente nel Camzoniere di Petrarca.
221
Massimo, essendosi, convenuto con Annibale di permutare i prigioni, et che quello che n’avesse ricevuto maggior numero dovesse
pagare per ciascuno due libre e meza d’argento, et avendone Fabio
ricevuti .247. di più et vedendo che il Senato (avendone raggionato
molte volte) non concludeva cosa alcuna, mandò il figliuolo a Roma, et fece vendere un suo podere, c’aveva in nome de la Republica
premesso, velendo più presto rimaner povero di avere, che di fede,
et quello che pagò furno sei milia e ducenti ducati. Plinio nipote,
conoscendo che Quintilliano per la sua poverta non poteva maritare una sua figlia li donò cinque milia ducati per maritarla.
De li matrimonii antichi, et loro usanza.
Costumavano li antichi Romani di adornare la donna quando
andava a marito in questa maniera. Li davano primieramente una
chiave in mano, et li acconciavano il capo con una Lancia, c’avesse
ammazzato un gladiatore, la cingevano con una cintura fatte di lana
di pecora, la quale il sposo poi glie la soglieva139 sopra il letto, portava in testa sot [c. 27 verso] to il velo (il quale adimandavano
Flammeo) una ghirlanda di Verbena, mesticata d’altre erbe, et la faevano sedere sopra una pelle di pecora. Et quando andava a marito
era accompagnata da tre fanciulli, c’avessero padre, et madre[.] Uno
de li quali li portava dinanzi un torchio acceso, fatto di spini bianchi, (percioche queste cerimonie si facevano di notte) et gli altri due
li andavano uno per lato, Li mandava ancora innanzi una rocca acconcia con lino, et col fuso pieno di filato, et li facevano poi toccare il fuoco, et l’acqua. Et non accendevano ne le nozze più di cinque torchi, liquali si solevano accendere da li Edili.140
139
‘Scioglieva’. Unico venetismo presente nel testo delle Antichità è probabile retaggio della prima impressione paganiana, poiché compare ripetuto anche in L e poi in A.
140 BIONDO 1542, 281r-283r: «Festo pone molte usanze antiche che noi qui le referiremo ordinatamente, solevano dare a le donne una chiave, il che non significava altro se
non che le si dava una facilita nel parturire: pettinavano e conciavano la testa de la sposa
con una lancia, c’havesse ferito et ammazzato un gladiatore; a dinotare, che, come quella hasta era stata congiunta e stretta co’l corpo del gladiatore, cosi doveva essere la sposa co’l suo marito […]. Cingevano gli antichi la sposa novella con una cinturetta fatta da
lana di pecore, che poi il marito gliela scioglieva su’l letto […]. E la sposa portava in te-
222
De la buona creanza, che davano a’ i figliuoli.
Usarono li antichi Romani una gran diligenza in dare buona creanza a loro figliuoli. Et prima non li lasciavano andare a mangiare
fuori di casa, ne li premettevano dire parole dishoneste, et li mandavano in Toschana, in Atene, et a Rodi, ad imparare le buone arti,
et discipline. Non li lasciavano andare molto fuori di casa, et non
comparivano mai in piazza insino che non avessero dieci anni, et
all’ora andavano ne l’Erario a farsi scrivere ne i libri de la loro Tribu. Comparivano poi l’altra volta di dicisette anni, et all’ora lasciavano la pretesta, et prendevano la toga virile, et presa che
l’avevano, ciascuno giovane andava di continuo con il suo vecchio,
facendoli grande onore, et [c. 28 r] riverenza, et nel giorno che si
ragunava il Senato, compagnavano a la Corte alcuno d’ i Senatori, è
suo parente, o amico del padre, et li aspettavano insino che il Senato era licentiato, et lo ricompagnavano a casa.
De la separatione d’ i matrimonii.
Li antichi Romani usavano tre modi in separare li matrimonii. Il
primo era detto Ripudio, et si faceva da l’huomo contra il volere de
la donna, et il primo che lo facesse fu Spurio Carbilio, cento anni
dopo l’edificatione di Roma perche sua moglie non faceva figliuoli,
C. Suplitio la repudió, perche l’era stata fuora141 di casa in capelli, 142
sta sotto il bambicigno, una ghirlandetta di Verbene e di altre herbe elette […]. Portavano avanti nele nozze il torchio acceso in honore di Cerere […]. Soleva la sposa in segno di buono augurio coprirsi in testa un certo Vela, che chiamano Flammeo […]. Solevano fare sedere la sposa sopra una pelle di pecora […]. Si servivano ne le nozze di tre
fanciulli patrimi e matrimi, cio è c’havessero padre, e madre; l’uno de quali portava avanti il torchio acceso di materia di spina bianca, perche di notte si facevano queste solennita, gli altri due portavano la sposa […]. Scrive Varrone, che Talassione ne le nozze
era un segno atto al lanificio: Plutarco scrive, che quando si mandava la sposa a marito,
le si faceva toccare il fuoco, e l’acqua […]. Cinque torchi erano quelli, che si accendevano ne le nozze, ne piu, ne meno, e solevano gli Edili accendergli […]».
141 Per il suo impiego e la forma monottongata fora (attestata in area Aurunca e nel
dialetto gaetano), cfr. DEL ROSSO 2009, p. 80. In questo caso Bembo (Prose, III, XLIII)
rimanda a Pg. VII, 49, mentre Varchi (Hercolano, Quesito VII) rimanda a Canzoniere
LXXXXIX, 3, ma la parola è attestata anche nel Libro de natura de amore di Mario Equicola
223
e senza velo in capo, Q. Antistio per averla veduta parlare secretamente con una donna libertina. P. Sempronio, per essere ita a vedere143 i spettacoli publici senza sua saputa, et C. Cesare ripudió
Pompea per la sola suspitione, c’ebbe di Clodio, il quale fu ritrovato vestito da donna ne le solennità, c’aveva celebrate Pompeo in
onore de la dea Bona. Il secondo era adimandato Divortio, et se faceva di consenso di ambe dui.144 Il terzo era detto Direptione, 145 et
li faceva ad arbitrio del principe.
De l’Essequie antiche, et sue ceremonie.
Usavano li Romani antichi due modi di sepelire i morti. La prima era di metterli in terra, et coprirli di terra. [c. 28 verso] L’altro
d’abbrusciare li corpi, ma questo modo non durò molto, et il primo
de Senatori, che fusse abbrusciato dopo la morte fu Silla, et Numa
Pompilio fu l’inventore de l’essequie, et vi institui un Pontefice, c’
aveva la cura di cio. Et il primo onore, che si soleva fare ne
l’essequie de li uomini illustri, era di lodarli con una oratione, come
fece Cesare a l’età di .12. anni, ne l’essequie di suo avolo, et Tiberio
di .9. anni in quelle del padre. Il secondo era fare li giuochi Gladiatorii, et Marco, et Decio figliuoli di Giunio Bruto, furno li primi,
che li facessero in onore di suo padre. Il terzo era un convito sontuosissimo. Il quarto, dispensavano a tutta la plebe de la carne. Et li
primi dispensatori furno li Curatori de l’essequie di P. Licinio, richiss[imo]. et molto honorato cittadino. Usavano ancora a le volte
(cfr. RICCI 1999, p. 157 da cui è probabile, invece, abbia attinto Tarcagnota).
142 Mostrando i capelli sciolti e senza coprire il capo.
143 Locuzione di chiara derivazione napoletana.
144 Duo e dui sono forme toscane antiche, nel primo caso forse derivante da latinismi
presenti nella Toscana meridionale e orientale e in Lucchesia. In zona Aurunca è attestata anche la variante di, tuttora resistente nella zona di Ausonia, oggi provincia di Frosinone ma fino agli inizi del Novecento parte estrema del territorio della fortezza di Gaeta dai tempi dell’antico ducato altomedioevale (GSLIS 971, pp. 309-311). La forma originaria <duo> compare non solo in queste pagine, ma è attestata, completa delle varianti indicate, in molte opere di Tarcagnota, da: TARCAGNOTA 1542, c. 47r e TARCAGNOTA 1566, c. 12v a TARCAGNOTA Praefatio, c. Ajr.
145 FIORE 2006 corregge in un improbabile direzione.
224
dopo l’esequie sparger sopra la sepoltura varii fiori, et odori, come
fece il popolo Romano a Scipione. Mettevano anchor ne i tempii,
et luoghi publici certi ornamenti, come erano scudi, corone, et simil
cose. Et quelli che non potevano con simil pompa esser sepeliti
(perche le spese erano intollerabili) erano sepolti su la sera da certi
a cio deputati adimandati Vespilloni, et mandavano il morto a la
sepultura vestito di bianco, et il più propinquo li serrava gli occhi,
et non molto dopo aprivano la camera, et lasciavano intrare tutta la
famiglia, et il vicinato, et tre o quattro di loro lo chiamavano per
nome ad alta voce tre volte, et lo lasciavano poi con acqua calda, et
l’herede scopava tutta la casa con certe scope a ciò deputate, et
mettevano sopra la porta d’ i rami di [c. 29 r] Cipresso. Et se il
morto era d’auttorità li Cittadini erano invitati a l’essequie per uno a
cio deputato, et le donne del morto vestivano di bianchi veste. Et
quando moriva una vedova, c’avesse havuto un solo marito, la portavano a la sepultura con la Corona de la pudicitia in capo.
De le Torri.
La Torre d’ i Conti fu edificata da Innocentio terzo in memoria
della sua fameglia così adimandata, la quale ha havuto .4. Pontifici
l’uno poco distante da l’altro, Innocentio .3. Gregorio 9., Alessandro 4., et Bonifacio 8., il quale fece quella de la Militie, così detta
perche in quella contrada abitavano li soldati di Traiano.
Del Tevere.
Questo Fiume, fu dal principio adìmandato Albula, et dopo Tiberino, da Tiberino Re de li Albani che in quello s’affogo, o, come
altre vogliono, Tiberi capitano de Toschani, che vi fece sopra le sue
ripe un tempio il malandrino. Et nasce ne l’Appennino un poco più
alto d’Arno, da principio è picciol cosa, et dopo va crescendo, percioche vi mettano capo in quello quaranta dui146 fiumi, et li principali sono la Nera, et il Teverone, et corre miglia .150. et entra nel
mare Tirreno per una sol bocca vicino ad Ostia, laqual è capace
146
Quarantadua in FIORE 2006.
225
d’ogni gran navilio, et divide la Toscana de li Umbri. [c. 29 verso]
Andava già lungo il Campidoglio, insino a palazzo maggiore, dove
furno ritrovati Romulo, è Remo, dove è ora la chiesa di san Theodoro, et Tarquino Prisco l’adrizzò, Augusto, accio non allagasse
Roma, allargo il suo letto, et Marco Agrippa, essendo Edile, gli
muttò il letto, et gli alentò il corso, et Aurbano147 lo rafreno con un
muro di mattoni da l’una, et l’altra banda per insino al mare, et se
ne vedono ancora oggi di in certi luoghi alcune vestigie. Vi sono in
Roma sopra il detto fiume molti molini fatti sopra le barche,
l’inventore de li quali fu Belisario.148
Del Palazzo Papale, et di Belvedere.
Simaco, o come altri vogliono, Nicolao terzo cominciò il palazzo
Papale, et fu poi accresciuto da gli altri Pontifici et principalmente
da Nicolao quinto, il quale fortifico il Vaticano con altissime mura,
Sisto quarto, edifico la capella, il Conclave, la Libraria, et comincio
la Ruota, Innocentio 8. la fini, fece fare la fonte, che su la piazza, et
edificò Belvedere, Giulio secondo poi l’aggiunse al palazzo con due
bellissimi porticali l’uno sopra l’altro, et vi fece un giardino
d’aranci149 nel mezo del quale vi pose il simulacro del Nilo, et del
Tevere, Romulo, et Remo, che scherzano con le mammelle de la
Lupa, Apollo, et il Laocoonte con li dui figliuoli in un sol marmo
fatti da Agesandro, Polidoro, et Artemidoro Rhodiotti, scultori eccellentisimi il quale fu ritrovato l’anno .1506. sotto le ruine del palazzo di [c. 30 r] Tito. La statua di Venere con Cupido, et quella di
Cleopatra, et d’Antinor fanciullo molto amato d’Adriano Imperatore, lequali furno ritrovate appresso a san Martino ne i monti. Et
Paulo terzo ultimamente ha fatto dipingere ne la capella di Sisto
147
Urbano.
I ponti di barche occupano in QL diverse carte e la loro descrizione, dettagliata e
dispensatrice di particolari minimi sulla loro efficienza,è da Palladio affiancata alla ricostruzione, asnch’essa minuziosa, dei ponti di barche costruiti da Cesare durante la guerra Gallica. Qui neppure una parola è spesa per una di querlle opere che sembrano coinvolgere e affascinare l’architetto. È evidente
149 Aranzi in FIORE 2006.
148
226
sopra l’altare il giuditio universale dal divinissimo Michel Angelo, et
lavor di stuco, et indorare la sala del Conclavi, et in capo de la quale
vi ha fatto una bellissima capella, depinta ancora lei da Michel Angelo, et ha fatto coprire il porticale disopra, che va a Belvedere.150
Del Trastevere.
Fu chiamato il Trastevere prima Ianicolo per il monte che di sopra gli sta et fu chiamato anchor Città de Ravennati per li soldati
che presso Ravenna si tennero per Augusto Cesare contro Marco
Antonio e Cleopatria, gli fu questo loco dato dal publico per stanza
del quale nome loro anchor si chiama il tempio ora detta santa Maria, fu questa contrata per la malvagita de venti abitata da artigiani,
et uomini di poco conto donde poche cose vi furo 151 degne de
memoria eccetto le Terme de Severo, et Aureliano Imperadore, et
ancora li horti, et Numadia de Cesare.
150 F , cc. 155r-155v: «Simmaco I. ò, come altri vogliono, Nicola III. cominciò à fa3
bricare quivi il palagio de li pontefici, che è stato poi tanto alla grande da gli altri accresciuto. Ma chi piu vogliono che vi habbia fatto, fu Nicola V. e Sisto IIII. et Innocentio
VIII. Giulio II. e Leone X. v’hanno medesimamente fatto molto: e Giulio, se non moria
cosi tosto, era per farvi gran cose. Qui si vede la capella depinta per mano di Michel’Agnelo, che garreggia con le opre antiche: e medesimamente le meravigliose Pitture
del divino Raphaele d’Urbino fatte à tempo di Leone X. che sono un sopremo ornamento de le camere del Pontefice. Con questi edifici han congiunto quegli delitiosi luoghi, e giardini, che da la loro bella e piacevole vista chiamano Belvedere. Dove si tengono hoggi riposte molte eccellenti opere antiche di bianchissimo marmo, che sono state
in diversi luoghi della città trovate, come è il simulacro del Nilo, alquale sono d’ogni
intorno rane, lucerte, et altre varie maniere di animali, che in quel fiume nascono, il qual
marmo fu ritrovato ne gli anni à dietro, presso à S. Stefano cognominato di Caco. Vi è il
simulacro del Tevere co’ due bambini Romolo, e Remo, che pare che ciancino con le
mammelle della lupa, che lor diè il latte. Vi è una statua di Apolline con lo suo arco, e
saette. Vi è un Venere, che mira un piccolo Cupidine, che le è à lato. Vi è Cleopatra, che
pare à punto, che venga meno, e si tramortisca. Vi è quel tanto celebrato Laocoonte co’
due suoi figliuoletti avinchiati con vari giri da due serpenti: et è tutto questo lavoro d’un
marmo solo intiero, come s’è detto di sopra. E Plinio dice che questa opera era doversi
à qual si vogli altra ò scultura ò pittura antica anteporre. Fu ritrovato su l’Esquilie, come
s’è detto, presso le Terme di Tito, ò nel suo Palagio, dove dice Plinio, che à suo tempo
era».
151 Attestato in Vita nova dove compare anche fuoro, in Rime (furono, fuoro e furo), in
Conv. (furon) e nella Commedia (fuorono), mentre in Petrarca è più comune fur(o) e fuor.
227
Recapitulatione de le antiquità.
Fu consuetudine de gli antichi Romani invitare i forastieri amichevolmente per le lor case aciò che sicuramente ba [c. 30 verso]
dassero a vedere celebrare le feste, et così andassero contemplando
la Città et per tal causa fecero molti tempii, et bellissime abbitatione
dondi Otto Augusto152 si glorio che avea havuta la Cittá de mattoni
et che la lasciava tutta de marmo, Se ingegno di provedere ai bisogni di Roma, che ordinò i Prefetti de la guardia, et i guardiani de le
strade, il quale officio prima era ministrato da tre uomini, et gli pose indiversi luoghi de la Città si per l’arsione del fuoco si ancora per
farla lastricare, et mantenerla netta ogni tanti di. Et quanto a laltezza de gli edificii ordinò che nessuno vicino a le publiche case potessi alzarsi più che setanta piedi ne l’edificare[.] Rifece molti tempii,
aiuto li ponti, che cascavano. Riparò a la inondatione del Tevere
con grandissimi marmi, estendendo ancora le strade con bellissima
drittura. Lasso la Città divisa in .14. Rioni153 contiene in se sette
monti ove fu edificata, altre tanta pianura ho vero campi[,] .20. Porte, doi Campidoglii, tre Teatri, doi Anffiteatri, tre Senatuli, duoi Colossi grandi, due Colonne a chiocciola grande, statue, i busti, tavole
senza numero con altre cose che sono sparse nel libro, ch’io lascio
per brevità.
De templi de gli antichi fuori di Roma.
Erano oltre a questo che ho detto fuor di Roma i templi de gli
Idii che pensavano che potessero nuocere, come fuor dalla porta
Collina il tempio di Venere Ercina, et la statua di Venere Verticordia, percioche la convertiva, cioè [c. 31r] svolgeva gli uomini dalla
libidine, et gli volgeva alla pudicitia. Similmente nel mese d’Agosto
152 Ottaviano Augusto. La presenza del nome apparentemente germanizzato va fatta
risalire non a uno sbadato compositore di origini tedesche, quanto probabilmente alla
errata interpretazione di una più che sicura abbreviazione di Ottaviano (‘Ott.o’).
153 Pseudo Palladio cita le quattrodici Regiones in cui Augusto aveva diviso la città,
ma poi, più avanti presentandole nel dettaglio, ricorre ai nomi dei quartieri dimostrando
di non sapere la differenza tra le due situazioni.
228
con solenne pompa, et processione de le cose sacre, nel tempio di
Venere fuori de le mura portavano il membro virile, quantunque tal
festa fusse conveniente, et propria de le meretrici, nondimeno non
era lecito a niuna il maneggiare quella santa reliquia se non ad una
honesta gentildonna, casta, la quale lo poneva in seno a Venere. Fu
oltre a questo fuor de la porta Viminale il tempio di Nenia,154 percio che ella con canto lamentevole si ritrovassi presenti, et lamentevole a mortorii. Fu ancora ne la via Lavicana il tempio de la Quiete,
et similmente ne la via Latina il tempio de la Fortuna muliebre, et
fuori de la porta Capuana155 due miglia lontano di Roma el tempio
di Rediculo, ove si accampò Anibale, et percioche schernito se ne
tornò in dietro, fu ivi consecrato il tempio a questo Iddio. Fu ne la
medesima via il tempio di Marte, come già ho detto, et similmente
fuori de la porta Carmentale il tempio di Giano. Et ne l’Isola Tiberina, il tempio di Giove, di Esculapio et di Fauno, et nel Trasteveri
il tempio de la Fortuna. Furno alcuni i quali rimassero lontani di
Roma, il Timore e’l Pallore, e la Poverta, et la Vecchiezza, <come
Idii fastidiosi et nocevoli>156 i quali Idii seggono ne l’andito de
l’inferno.157 Erano oltre a questi, lo Iddio Libero, et la Iddea Libera,
a quali per fare la vendemmia santissimamente et castissimamente
si sacrificava. Sono oggi per tutto nel contado Romano capellette
antiche et rovinate, et antique abitationi di ville di maraviglioso arti
[c. 31 verso] ficio, ma d’opera roza, assai belle a riguardare, et credesi
cotali abitationi essere state in honor de gli Iddii Lari, il che si trahe
154
In A c. 23r compare un’improbabile Nevia evidente lapsus per Nenia.
Lapsus mentis e non calami per porta Capena – Regio I.
156 Frase assente in ACCOLTO 1567 e FIORE 2006.
157 MARLIANI 1548, c. 97r: «Scacciato Tarquinio superbo di Roma, il Senato confiscò tutti i suoi beni, concedendogli tutti a’l Popolo, eccetto l’uso del frumento, che à
l’hora haveva parte tagliato, parte da tagliarsi ne’l campo Tiberino, il quale, come se fusse cosa abbominevole il mangiare, volse, che si gittasse, così com’era in Tevere, il quale,
essendo per la stagion calda più basso de’l solito, fù aggevole cosa, che le paglie insieme,
co’l frumento arrivato fino a ’l fondo de l’acqua, con l’altre rutture, ch’ella menava, fermatosi, facesse postura a tale, che diventasse Isola, la qual poi con industria, et aiuto de
gli huomini, venne in tanto che, come si vede, si empi di case, Tempii, et altri Edifitii.
Ella è di figura navale, rappresentando da una banda la prora, et da l’altra la poppa, di
lunghezza è poco meno d’un quarto di miglio, et di larghezza L. passi»
155
229
da le parole di Cicerone nel secondo de le legge quando è dice.
[«]Dobbono esser pel contado i boschi sacri, et le residenze de i Lari, percioche i Romani abbondanti già di ricchezze, edificavano più
sontuosamente in villa che ne la Città, ove ancora facevano luoghi
da tenere uccelli, pescine, et parchi, et altre cose simile per loro
spasso et piacere. Avevano ristretto il mare per luoghi ove è potessero bagniarsi, facevano luoghi bellissimi et amenissimi di verdure,
et ripieni di arbori, et oltre a questo giardini et horti in palco[»].
Fuori di Roma erano gli horti Terentiani ne la via Appia che tenevano venti Iugeri, et quelli di Ovidio ne la via Claudia. Erano, oltra
a questo, ville molto frequentate et belle chiamate Suburbani, per
essere vicine a Roma, come il Lucullano, il Tusculano, il Formiano,
et molte altre che oggi sono diventate possessione et villaggi di privati. Non voglio trapassare con silentio la villa Tiburtina di Adriano
Imperatore la quale maravigliosamente fu da lui edificata, tanto che
in quella si ritrovavano i nomi di provincie, et di luoghi celebratissimi, come il Licio, la Accedemia, il Pritanio, Canopo, Pecile, e
Tempe. Nel contado Romano erano già molti castelletti overo casali, i quali rovinati, son fatti territorio, possessione et pascoli di Roma, ove oggi si fanno ortaggi, et vi si semina, et vi si fanno pasture,
ove gli armenti et greggi si nutriscono et producono assai per essere
il terreno erboso, et di acque abbundevole, i colli aprichi et le valle
amene. [c. 32 r]158
Quante volte è stata presa Roma.159
Roma è stata sette volte presa da diverse nationi. La prima anni
.364. dopo la sua edificatione da Galli Senoni, sotto il capitano
158 Il passo è interamente ricopiato da FULVIO 1543, 214r-214v che evidenzia come
la sua produzione sia fonte di riferimento e modello operativo/imitativo sia per Lucio
Fauno che per pseudo Palladio, a parte, infatti, il riferimento a Geta, tutto il passo è
praticamente uguale nell’uno e nell’altro autore («[…] Erano fuor et dentro di Roma tra
gli horti celebrati quello di Salustio, quello di Mecennate, quello di Lucullo, quello di
Asinio, quello di Lamia, quello di Cesare, et quello di Geta»).
159 Il paragrafo conclusivo, non compreso in P (conservata in BAS) è stato inserito
1
invece in P2, mentre il colophon è tratto da P2 (conservata in BCVi).
230
Breno. La seconda .800. anni dopo da Visigotti. La terza .44. anni160 dopo da Vandali. La quarta .18. anni dopo da Eruli. La quinta
.14. anni dopo da Ostrogotti. La sesta .12. anni dopo da Totila. Ultimamente l’anno .1527. li .6. di Maggio, da l’essercito Imperiale. Et
a questo modo Roma domatrice del mondo, fu predata, et schernita da Barbari. Et benche sia stata tante volte presa, et guasta, nondimeno è ancora in piedi la gloria et maesta Romana, non già così
ampia, ma fondata sopra più ferma pietra cio è, Christo, et è capo
de la Religione, et sedia del suo Vicario sopra la quale meritamente
siede Giulio Terzo onore, et gloria161del nome Pontificio.
IL FINE
in VENETIA per Matthio Pagan
in FREZARIA all’insegna della Fede
MDLIIII
160
161
Annni in L poi corretto in A.
Glioria in L poi corretto in A.
Bibliografia
0.
Avvertenza
Le abbreviazioni relative alle diverse edizioni dello pseudo Palladio, comprese le tre edizioni oggetto di questa ricerca, sono state
segnalate indicando data di edizione e nome dello stampatore così
da permermetterne un più facile riconoscimento e una più semplice
collocazione nel quadro della discussione qui offerta.
Al riguardo delle opere assegnate a Giovanni Tarcagnota abbiamo ritenuto, invece, di separare l’integrale delle sue edizioni da
quelle pubblicate sotto pseudonimo poiché sembrava più opportuno rendere evidente non tanto il corpus (peraltro già ampiamente
trattato in TALLINI 2013a), quanto la particolarità di ogni aspetto
argomentativo da lui affrontato. Per le ristampe o rifacimenti seicenteschi, settecenteschi e ottocenteschi delle opere di Tarcagnota
invece, abbiamo indicato in abbreviazione direttamente il suo nome
e non quello dei curatori così da facilitare ogni collegamento alla
sua produzione e biografia.
In alcuni luoghi, laddove ad esempio il titolo citato ricorre una
sola volta, abbiamo ritenuto non abbreviarlo in modo da rendere
più facile il suo reperimento e per lo stesso motivo abbiamo numerato tra parentesi quadre ogni titolo citato. Per le fonti antiche, invece, non abbiamo segnalato abbreviazioni né edizioni moderne,
ma solo indicato il numero dei capitoli in cui abbiamo riconosciuto
(per individuazione diretta o per citazione indiretta da altri lavori)
passaggi e riferimenti usati dagli autori qui coinvolti.
231
232
Dalla sezione dei documenti è stata espunta una notevole sezione di atti archivistici e documentali riguardante Giovanni Tarcagnota e la sua attività, biografia e storia familiare per la quale rimandiamo sempre al già citato TALLINI 2013a. Sono stati conservati
quelli strettamente necessari alla discussione qui condotta e cioè il
fondamentale ASFi 434 e la serie ligoriana di AST, BNN e ASP, complete delle frasi sull’identificazione di Tarcagnota coni suoi pseudonimi. A tal proposito, si rammenta anche che in queste pagine non
sono stati affrontate le questioni relative all’eteronimia e ortonimia
dei nomi adottati da Tarcagnota (che profilano una triplice personalità completamente disgiunta l’una dall’altra che comporterebbe
una bibliografia a parte a carattere psicologico e psichiatrico che
esula dalle nostre competenze, ma che sarebbe interessante affrontare), né all’utilizzazione degli pseudonimi Lucio Fauno e Lucio
Mauro come motto d’mpresa per cui rimandiamo ancora al già citato TALLINI 2013a in cui si trattano, in generale, le questioni inerenti
la biografia e gli psudonimi adottati e i percorsi formativi perseguiti
dall’autore e, nel particolare, le problematiche offerte da alcune sue
pubblicazioni a partire dalle edizioni dei volgarizzamenti plutarchei
e a finire a quelle storiche e storico-antiquarie.
Nella stessa maniera non è stata qui trattata l’identificazione di
Lucio Mauro con Lucio Fauno (la cui identificazione con Giovanni
Tarcagnota è stata già positivamente documentata da CHIOCCARELLO 1780, pp. 350-351 ad vocem Joannes Tarchanioto) per la quale
rimandiamo a TALLINI 2014a e TALLINI 2014b che affrontano, sia
pure nello spazio limitato di una comunicazione a consessi internazionali, un’approfondita comparazione delle due edizioni di Antichità di Roma da Tramezino e Ziletti edite a quattro anni di distanza
l’una dall’altra (1552-1556).
Il catalogo delle edizioni a stampa di Giovanni Tarcagnota,
all’interno del quale è facile raggruppare opere maggiori e minori, è
raccolto in un periodo che va dal 1542 al 1566; gli editori impegnati
sono diversi e se prevale il veneziano Michele Tramezino (36 edizioni su 140 complessive), è pur vero che anche Geronimo Giglio
233
(7 edizioni) - che agisce, secondo noi, come Tarcagnota stesso sul
duplice piano di editore e curatore - e Giovanni Varisco (3 edizioni)
raccolgono insieme un numero considerevole di ristampe; a loro
bisogna poi sommare Zilletti (9 edizioni), Valgrisi (6 edizioni) Comino da Trino e Scotto (rispettivamente 5 e 3 edizioni).
Al suo interno possiamo individuare tre macro-aree argomentative interconnesse tra loro e aventi come nucleo principale di riferimento l’antiquaria, la storia e la sanità del letterato interpretata alla
luce del pensiero ficiniano, galenico e nifano. Mentre i primi due
filoni sono evidenti nella loro contiguità anche a letture e fonti antiche, non altrettanto si può fare per l’aspetto medico-filosofico,
che si ricollega a quella stessa area solo per la definizione di alcune
condizioni, “sotterranee” rispetto all’evidenza delle prime, che rimandano alla codificazione di nozioni come virtu, prudentia, fortuna
le quali, derivate dalla lettura di Nifo, riconducono a un’idea di storia che intesa come fattore etico e morale d’una superiore condizione dei personaggi e degli emblemi che ne rappresentano costanza e attività politica.
Diversa è la fortuna editoriale delle opere di Tarcagnota a partire
dalle Historie del mondo, certamente l’opera con il maggior numero di
ristampe e imitazioni, capostipite di una tradizione particolarmente
ricca in ambito meridionale e poi molto fortunata soprattutto nel
Seicento e nel Settecento per gl’innegabili contatti con quelle correnti della storiografia letteraria italiana che hanno trovato
nell’eruditismo una delle fonti espressive più ricche e diffuse. Paradossalmente, se le Historie hanno rappresentato un indubbio capolavoro (peraltro nei progetti e nelle corde del suo autore), non altrettanto si può dire per opere ben più rappresentative quali i volgarizzamenti di Plutarco che però non hanno ottenuto, se non in sporadici casi, quella fama che invece avrebbero meritato; ci riferiamo
in particolare anche ai due volgarizzamenti galenici, in generale due
tra i temi più interessanti che il Cinquecento abbia trattato e due tra
i testi più importanti che la traditio medico-filosofica cinquecentesca
abbia mai studiato approfonditamente. Oltretutto, proprio i temi
234
qui accennati relativi a Plutarco, Galeno e Ficino sono fondamentali perché testimoniano anche la dipendenza della formazione letteraria tarcagnotana dal pensiero di Agostino Nifo e di Marcantonio
Epicuro.
Altrettanto interesse rivestono la Favola d’Adone – per i collegamenti alla mitografia cinquecentesca e alla figura di Ludovico Dolce
e Girolamo Parabosco (per tacere di Tiziano e dell’accademia di casa Venier) – e Gli costumi, le leggi et l'usanze di tutte le genti, primo esempio in assoluto della sua capacità di volgarizzatore e opera in
cui la contiguità tra storia di popoli e personaggi e geografia dei territori, in un anticipo di problematiche geoletterarie e geostoriche, al
di là degli indubbi errori e fraintendimenti che corredano l’opera, si
mostra come momento iniziale e sperimentativo di un metodo operativo che supera le naturali forme e strutture del trattato per collocarsi nell’alveo della storia letteraria.
Il catalogo delle edizioni a stampa di Tarcagnota, per quanto detto sopra, offre spunti di riflessione in diversi campi: dall’analisi delle tecniche di volgarizzamento a quelle di scrittura, dallo stile narrativo a quello poetico, dalla riflessione letteraria in genere a quella
filosofica e prettamente etico-morale nel particolare. Tali voci rimandano all’annosa questione dell’imitazione e interiorizzazione
delle fonti e dei modelli quattrocenteschi in latino e volgare e compongono una rete intricata di riferimenti testuali difficili da districare se non si riescono a individuare perfettamente le singole matrici
e gli opportuni rimandi sintetici.
Tra carte geografiche, trattati antiquari, volgarizzamenti medicofilosofici e storiografie universali, l’opera di Tarcagnota si muove
con la certezza, mai denunciata, ma sempre presente, di comporre
opere fondamentali, non (solo) perché complete contenutisticamente e stilisticamente, ma perché gli equilibri interni delle auctoritates cui fa ricorso sono inappellabili in quanto già ammantati di veritas. Per Tarcagnota l’acquisizione d’informazioni e restituzione
scritta è una questione di meta-cognizione, d’acquisizione e coscienza della nozione/evento principalmente come affermazione
235
del sé letterario. La stessa adozione del cognome secondo la dizione adottata da Michele Marullo 1 dimostra la tensione che caratterizza la sua dipendenza dalla traditio poetica latina, greca e fiorentina, in questo caso viatico, non solo di rapporti obbligati di parentela, ma manifesto di un’appartenenza certificata che fa da garanzia
per la pratica letteraria in ambito toscano per la formazione e in
quello romano per l’attività letteraria.
In base a ciò, possiamo identificare nel catalogo a stampa di
Giovanni Tarcagnota tre periodi produttivi ben delineati e non corrispondenti con la scansione biografica dei tre periodi veneziano
(1542-1548), romano (1548-1556) e napoletano (1556-1566), essi,
infatti, corrispondono più ad interessi comuni ad altri letterati che
non a momenti diversi della propria formazione e studio. Così, il
primo periodo, interessando Plutarco, Nifo, Ficino, Galeno e Alessandro Magno, mette insieme grosso modo la propria formazione e
le proprie letture con gli interessi dei personaggi frequentati e con il
pensiero di autori che erano parte del bagaglio culturale di ogni iniziale formazione umanistica. Il secondo periodo è invece già più
indipendente da quelle linee programmatiche iniziali e corrisponde
alla sua prima attività professionale, fatta di storia, antichità e letteratura. Il terzo periodo invece, è il momento in cui la maturità del
letterato gli permette di toccare poesia e storia con professionalità
certo, ma anche non capacità organizzative dello scrivere che si
mostrano come interiorizzazione di stili, estetiche, forme e strutture nuove, diverse da quelle dei suoi contemporanei e finalizzate a
rendersi indipendenti rispetto all’opera di altri.
Un ultimo aspetto, presente soprattutto nelle Antichità di Roma,
utile a definire anche il tipo di aspettative, livello del lavoro e livello
culturale dei lettori cui esso è rivolto, è la presenza di testi alloglotti,
prevalentemente latini (nelle stesse Antichità) o spagnoli (nella tra1
«[…] Visse nel medesimo tempo Michele Marullo che di Euphrosina Trachagnota
zia di mio padre nacque; onde egli del cognome di sua madre che era più chiaro, si ornò; benché per raddolcirne presso Latini la voce, di Trachagnota Tarchagnota facesse: il
che seguendolo anche io fatto ho […]» (TARCAGNOTA 1562, II, XXII, c. 549).
236
duzione di Lopez de Gomara). Tale contesto si presenta sempre
come forma di citazione estratta da epigrafi o documenti storici e
quindi ha un valore didascalico che serve a rafforzare la fase narrativa, ad avvalorare il senso di verità che si vuole assegnare
all’episodio narrato e meglio chiarisce eventuali particolari non immediatamente individuabili.
Gli stessi pseudonimi Fauno (per il latino) e Mauro (per lo spagnolo) sembrano limitare agli specifici ambiti delle proprie competenze linguistiche l’uso degl’inserti alloglotti, mentre Tarcagnota
non ne fa uso; anche per questo è stato difficile associare gli penudonimi tra loro, vista la notevole differenza di stile, usus, strutturazione e impiego degli stessi nel contesto dei singoli argomenti.
La «lingua commune» predisposta da Tarcagnota, infatti, rifugge
da scelte linguistiche che ne possano affievolire il valore narrante, la
forza storicizzante e lo stesso allglottismo non puù prevalere, né
trovare un posto di prima fila nella sua scrittura poiché il volgare,
unica forma davvero attualizzante per l’autore, ha l’obbligo di valore per i dotti e per gli indotti proprio come voleva lo stesso Biondo
da Forlì nella nota polemica con Bruni; per questi motivi, la citazione in latino o in spagnolo si autodelimita all’effettivo riferirsi a
situazioni che devono avvalorare ciò che si è appena detto, ma non
deve rivestirsi di altri significati; anche per questo, tipograficamente, essa viene evidenziata in un maiuscoletto che subito risalta rispetto al corsivo piccolo del testo, oppure viene staccata rispetto
allo stesso. Quelle che, insomma, sembrano essere sparute puntualizzazioni o forme stantie ed esteriori della propria sfoggiata conoscenza, hanno invece una funzione costruttiva interna al testo, rafforzativa dei contenuti e storicizzante al pari della narrazione.
1.
1.1
FONTI ANTICHE E DOCUMENTALI
Fonti antiche relative a Roma antica
237
Antologia Palatina, 9.15
APPIANO, Guerre
ASFi
civili, 1.25 ; 1.16 ; 1.451; Guerre puniche, 132;
434 = Archivio Mediceo del Principato, b. 434, c. 393, lettera del 15 settembre
1554 di Metello Tarcagnota al Granduca di Toscana
ASRm, Camerale, I, 24
CASSIODORO, Varia, 7.6.1;
CASTIGLIONE BALDASSARRE,
CICERONE, de
A papa Leone X, Cod. It. 37b, MSB.
Legibus, 2.23.58; 2.23.4;
CICERONE, Lettera
CICERONE, Pro
ad Attico, 14.9.1;
Valerio Flacco, 26-62;
CICERONE, Repubblica, 5.1.2;
CICERONE, Tusculanae disp., 3.53;
COD. HIST.,
Stuttgart, Q 316.
DIODORO SICULO, Bibliotheca
Historica, 32.27.1; 3.32.24;
DIONE CASSIO,
Storia romana, 43.49.1-2; 42-18.2; 66.24.1-3; 39.64; 48.53.5-6;
54.7.1; 51.19.6;
DIONIGI ALICARNASSEO,
Antichità di Roma, 1.38.2; 3.69.5; 10.14-16; 4.62.5-6;
48.44.4; 54.29.8; 5.48; 4.13.11;
E
326 = ANONIMO DI EINSIEDELN, Monastero di Pfäfers (CH), cod. 326, col.
79-86;
EUTROPIO, Storie, 8.5;
FLAVIO VOPISCO,
Il divino Aureliano, 21.1-9; 36.1-6; 39.2; 21.9-11;
FRONTINO, De aquis urbis Romae, 4.18-20; 1.4.1; 78.1-10; 5.17-20-40; 8.8-19; 1920; 11-25;
GELLIO, Notti
Attiche, 16.27.4; 13.14.1; 15.27.4-5;
GIUSTINO, 43.1.5;
LIGORIO 1 = PIRRO LIGORIO, Antichità di Roma, ASTo, vol. 1, ms. a.III.3, c.
115r.
LIGORIO 2 = PIRRO LIGORIO, Antichità di Roma, ASTo, vol. 2, ms. a.III.4, c.
150r.
238
Ligorio 3 = PIRRO LIGORIO, Antichità di Roma, ASTo, vol. 3, ms. a.III.3, c. 186r.
LIGORIO 10 = PIRRO LIGORIO, Antichità di Roma, ASTo, vol. 10, ms. a.III.12, f.
136v.
LIGORIO 11 = PIRRO LIGORIO, Antichità di Roma, ASTo, vol. 11, ms. a.III.13, c.
25r.
LIGORIO 22 = PIRRO LIGORIO, Libro
Ja. II.7. J 20, ff. 30r-55v.
o vero trattato delle Antichità XXII, ASP, Cod.
LIGORIO 14 = PIRRO LIGORIO, Antichità di Roma, ASTo, vol. 14, ms. a.II.1, c.
10v.
LIGORIO 15
= PIRRO LIGORIO, Antichità, ASTo, s. a.II.2, vol. 15, c. 132r.
LIGORIO 16 = PIRRO LIGORIO,
Antichità di Roma, ASTo, vol. 16, ms. a. II.3.
LIGORIO 17 = PIRRO LIGORIO, Antichità di Roma, ASTo, vol. 17, ms. . a.II.4, c.
56v.
LIGORIO 7 = PIRRO LIGORIO, ASP,
Cod. Ja. II.7.J 20
LIGORIO 19 = PIRRO LIGORIO, Antichità di Roma, ASTo, vol. 19, ms. a.II.6, c.
327v.
26 = PIRRO LIGORIO, Antichità di Roma, ASTo, vol. 26, ms. a.II.13, c.
198r.
LIGORIO
LIGORIO 138 = PIRRO LIGORIO, Antichità di
Roma, BL, ms. Canon Ital. 138.
LIGORIO 1129 = PIRRO LIGORIO, Antichità di Roma, BNF, ms. it. 1129, c. 32.
LIGORIO B 7 = PIRRO LIGORIO, BNN, Codex
Neapolitanus XIII B 7.
LIGORIO B 8 = PIRRO LIGORIO, BNN, Codex Neapolitanus XIII B 8.
LIGORIO B 10 = PIRRO LIGORIO, BNN, XIII. B. 10, Roma, post
1560 – 1566
LIVIO, Ab Urbe condita, 1.17.6; 5.40.8; 5.53.8; 6.20.13; 31.24-26; 25.24.11;
MACROBIO, Saturnalia, 1, 7-10; 1.15;
OVIDIO,
Fasti, 1.585; 2.583-616; 3.311; 1.199-200;
OVIDIO,
Metamorfosi, 15.421-235;
PLINIO,
Storia naturale, 35.36.107; 35.36.121; 35.36.185; 6.4.39; 15.2-77; 3.66-67;
PLUTARCO, Catone
Uticense, 5.1, 19.3;
PLUTARCO, Marcello,
40.9; 19.1-6;
239
PLUTARCO, Moralia, 12.4;
PLUTARCO, Numa, 7.6;
PLUTARCO,
Publicola, 19.10; 23;
PLUTARCO, Questioni
PLUTARCO, Romolo,
PROCOPIO, Della
romane, 79;
4.4-5; 11.4; 20.6-8;
guerra gotica, 1.5.4; 1.14.15; 1.9.18;
PSUEDO AURELIO VITTORE, de
Viribus Illustribus, 47.5;
Scrittori di storia Augusta: vita di Alessandro Severo, 25; 21.9.11;
SENECA, Controversie,
2.15; 9.3;
SERVIO, Scolia a Virgilio: Eneide, 3.37
SOLINO, Collectanea rerum memorabilium, 1.12;
SOLINO, De
mirabilibus Mundi, I, 1;
STRABONE, Geografia, 8.7.2;
SVETONIO, Augusto, 56.2;
SVETONIO, Caligola, 31;
SVETONIO, Cesare, 11;
SVETONIO, Domiziano, 1.5.17;
SVETONIO, Nerone, 38;
SVETONIO, Tito, 8.3;
TACITO, Annales,
12.24; 1.54.1; 15.40-41; 12.24;
TERTULLIANO, Degli
spettacoli, 5;
URB. LAT. 1041 (BAV, sistemazione
del Belvedere sotto Sisto V, ff. 51r-55v)
VALERIO MASSIMO, 4.4.11; 2.4.2;
VARRONE, De
lingua latina, 5., 42-71; 6.43-44; 5.43; 6.24; 5.155-157; 6.31; 5.14.3;
VAT. LAT.
3233 (BAV, raffigurazione di Giove Statore di Bartolomeo Sanvito a
margine di Pomponio Leto).
VAT. LAT. 3302 (BAV, glosse
VAT. LAT. 3394 (BAV, De
figurate di B. Sanvito a SILIO ITALICO, Punica).
regionaribus).
240
VAT. LAT. 3439 (PIRRO LIGORIO - ONOFRIO PANVINIO, BAV, Codex Ursinianus);
VAT. LAT.
5295 (PIRRO LIGORIO, Trattato delle Antichità di Tivoli, BAV, ff. 1r 32v)
VELLEIO PATERCOLO, Historia
VIRGILIO, Eneide,
1.2
romana, 2.19.4; 1.13.1;
8. 347-388.
Documenti
Amministrazione 2009 = L’Amministrazione Civica di Gaeta del suo territorio e distretto
negli anni 1538-1553 attraverso la lettura delle deliberazioni del consiglio della sua
Università, a cura di A. Cesarale e C. Magliozzi, Gaeta, Edizioni del Comune di Gaeta, 2009;
ASFi
1554 = ASF, Archivio Mediceo del Principato, b. 434, c. 393, lettera del 15 settembre 1554 di Metello Tarcagnota al Granduca di Toscana.
ASVe
3114 = ASVe, sez. not., Atti, not. Antonio Callegarini, reg. 3114, c. 391r:
attribuzione del volgarizzamento delle Vite di Svetonio pubblicato dai
Tramezino a Giovanni Tarcagnota.
ASVe Catti = ARCHIVIO DI STATO DI VENEZIA, Notarile,
atti Giovanni Antonio
Catti, proteste e risposte del 1597 e fino a tutto il 1601: convenzione tra
Giunti e de Franceschi per la stampa delle Historie di Giovanni Tarcagnota;
BERT 685 = BIBLIOTECA CIVICA “BERTOLIANA” VICENZA,
ms. 685, c. 43v
BERT 688
= BIBLIOTECA CIVICA “BERTOLIANA” VICENZA, ms 688, cc. 76r-78v.
BERT 760
= BIBLIOTECA CIVICA “BERTOLIANA” VICENZA, ms 760, cc. 18r-54v.
CBl 395 = BIBLIOTECA CIVICA BELLUNO, ms. 395,
cc. 191r-202v.
CICOGNA 1841-1867 = CICOGNA EMANUELE A., Catalogo dei codici della Biblioteca
di Emmanuele Cicogna, Venezia, BCMC, 2, 1841-1867, c. 408v.
CICOGNA 2156 = BCMC, Ms Cicogna 2156, cronaca di famiglie di cittadini originari del Veneto;
CICOGNA 2257 = BCMC, Ms Cicogna, b. 2557, Francesco Contarini, Annali
1592-1595;
Documenti 1994 = I documenti Turchi dell’Archivio di Stato di Venezia, con l’edizione
dei regesti di A. Bombaci, a cura di M. P. Pedani Fabris, Ministero per i
241
Beni Culturali e Ambientali, Ufficio Centrale per i Beni Archivistici, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato – Libreria dello Stato, Roma, 1994.
FILARETE 1461 = FILARETE, Trattato dell’architettura
ca Nazionale centrale, Magl. II, I, 140.
(1461 c.a.), Firenze, Bibliote-
LIGORIO Ferrara = PIRRO LIGORIO, Trattato dell’inclita città di Ferrara, COR, II
373;
1.3
Repertori on line
Forma urbis Romae at www.formaurbis.stanford.edu.
Picus 2007 = www.llarte.sns.it/Ligorio/
2012 = GENNARO TALLINI, Giovanni Tarcagnota (1508-1566),
www. cinquecentoplurale.org/bibliografie/tarcagnota.pdf.
TARCAGNOTA
www. nuovorinascimento.org/cinquecento/impronta.pdf
www.arachne.uni-koeln.de/arachne
www.cinquecentofrancese.it
www.mediateca.cisapalladio.org
www.neulatein.de
www.tlio.ovi.cnr.it
www.upers.kuleuven.be
www.vocabolario.sns.it
2.
EDIZIONI ANTICHE (XVI-XIX SECOLO)
ACCOLTO 1566 =
L’antichita di Roma di m. Andrea Palladio. Raccolta breuemente dagli
auttori antichi, et moderni di nuouo ristampata, et corretta, Roma appresso Giulio Bolano de gli Accolti, in banchi nella strada Paolina, 1566.
1567 = L’antichita di Roma di M. Andrea Palladio […], in Roma, appresso Giulio Bolano, de gli Accolti, 1567.
ACCOLTO
ACCOLTO 1568
= L’antichità di Roma di m. Andrea Palladio […], Roma, appresso
Giulio Accolto, 1568;
242
ACCOLTO 1573
= L’antichita di Roma di m. Andrea Palladio. […], Roma appresso
Giulio Accolto, 1570;
AGUSTIN 1772 = ANTONIO AGUSTIN, Discorsi […], 1772, p. 33, num. 24.
ALDOVRANDI 1556 = Tutte le statue antiche, che in Roma in diversi luoghi, e case particolari si veggono, accolte e descritte per Ulisse Aldroandi, in Le antichità della città di
Roma, […]per Lucio Mauro […], Venezia, Ziletti, 1556.
Anno Santo 1575 = L’anno santo MDLXXV Nel pontificato di n.s. papa Gregorio XIII
Auertimenti per riceuere con frutto il Giubileo nell’anno santo, et le indulgentie in ogni tempo et luogo, raccolti dal reuerendo m. Pier Francesco Zino, [...] con molte cose
marauigliose [...] come nell’indice si puo vedere, in Venetia, appresso Francesco
Rampazetto, 1575 (segue, con frontespizi propri e paginazione continua:
Prima Parte: Di f. Onofrio Panvinio veronese augustiniano. Le sette chiese principali di Roma. L’ordine et cerimonie vsate dalla santità di papa Giulio III l’anno MDL.
Le cose marauigliose dell’alma città di Roma [...] L’antichità di Roma di m. Andrea
Palladio raccolte breuemente dagli authori antichi, et moderni. Apertio portae sanctae
per sanctissimum et beatissimum d.n. Gregorium papam XIII: Seconda Parte: Predica intorno alle indulgentie del r.p. Christoforo Brenzone).
Antiquitez 1612 = Les Antiquitez et merueilles de la ville de Rome, remarquees, et recueillies de diuers autheurs antiques et modernes, par m. Andre Paladio. Ou est aussi
traicte de ses eglises, chapelles, et monasteres, avec declaration des reliques et corps
saincts qui y sont [...] Le tout traduit d'italien en francois par Pompee de Launay, a
Arras, de l’imprimerie de Robert Maudhuy libraire, 1612;
1560 =ATANAGI DIONIGIO, Lettere di XIII uomini illustri, Venezia, appresso Francesco Lorenzini, 1560;
ATANAGI
BEMBO 1529 = PIETRO BEMBO,
Prose della volgar lingua, Venezia, 1525.
BENIVIENI 1522
= Opere di Giovanni Benivieni Fiorentino […]col commento dello Ill. S.
conte Giovanni Pico Mirandolano, Venezia, 1522, c. 23r
BIONDO 1531
= De Roma triumphante […] Romae instauratae [..] Italia illustrata; Historiarum ab inclinato Romano imperio decades tres […], Basilea, Froben, 1531.
Cosas meravillosas 1588 = Las cosas marauillosas de la s. ciudad de Roma, adonde se veen
el mouimiento de las agujas, y las canales, por donde viene a Roma el agua felice [...]
Tambien se trata de las yglesias con las estaciones que ay en ellas, y los cuerpos sanctos
[...], En Roma, por Hieronimo Francino librero ala ensena de la Fuente,
1588
Cose meravigliose 1541 = Le cose meravigliose della città di Roma Venezia, Guglielmo
da Fontaneto, 1541.
243
Cose meravigliose 1563 = Le Cose marauigliose dell’alma citta di Roma. Doue si tratta delle
chiese, stationi, indulgenze et reliquie de i corpi santi, che sono in essa. Con la guida
romana, che insegna facilmente a tutti i forestieri a ritrouare le piu notabil cose di
Roma, et i nomi de i sommi pontefici, de gl’imperatori de i re di Francia, re di Napoli, de i dogi di Venetia, et duchi, di Milano, di nuouo corrette ampliate, e ristampate.
Aggiontoui vltimamente un trattato delle antichita di Roma di m. Andrea Palladio,
in Roma, per Antonio Blado stampatore della Camera Apostolica. A c.
G10v altro colophon: in Roma, per Antonio Blado stampatore camerale,
1563;
Cose meravigliose 1571 = Le cose marauigliose dell’alma citta di Roma, […]. Aggiuntoui
vn discorso sopra li fochi degli antichi, in Roma, appresso Giouanni Osmarino
Gigliotum, alla chiauica di Santa Lucia, 1571.
Cose meravigliose 1588 = Le cose meravigliose dell’alma città di Roma […], Roma, Girolamo Francini, 1588.
Descritione 1554 = Descritione de le chiese, stationi, indulgenze et reliquie de corpi sancti,
che sonno in la città de Roma, brevemente raccolte da Andrea Palladio. Nuouamente
posta in luce, in Roma, appresso Vincenzo Lucrino, 1554
DORICI 1558
= L’antichità di Roma raccolta brevemente da gli auttori antichi, et moderni
di nuovo rist., et corretta, in Roma, appresso Valerio, et Luigi Dorici, 1558.
FAUNO 1542a = Gli costumi, le leggi, et l’usanze di tutte le genti: divisi in tre libri: raccolte, qui insieme da molti illustri scrittori, per Giovanni Boemo e tradotti per il Fauno,
in Venetia, per Michele Tramezino, 1542;
1542b = Roma Ristaurata et Italia illustrata di Biondo da Forlì. Tradotte in
buona lingua volgare per Lucio Fauno, in Venezia, Michele Tramezino.
FAUNO
1542c = Alcuni opuscoletti de le cose morali del divino Plutarco in questa nostra
lingua nuovamente tradotti, in Venezia, per Michele Tramezino, 1542
FAUNO
FAUNO 1543a
= Il Platina delle vite et fatti di tutti i sommi pontefici romani, cominciando
da Cristo infino a Sisto Quarto. Con la giunta di tutti gli altri Pontifici infino a
Paulo terzo Pontefice massimo, in Venezia, per Michele Tramezino, 1543
FAUNO 1543b = Le
Historie del Biondo da la declinatione de l’impero di Roma, insino al
tempo suo (che vi corsero circa mille anni). Ridotte in compendio da Papa Pio; e tradotte per Lucio Fauno in buona lingua volgare, Venezia, Michele Tramezino,
1543
FAUNO 1544a = La
seconda parte delle Historie del Biondo, ridotte in compendio per Lucio Fauno. Commentari di Rafael Volaterrano delle cose d’Italia. Marcantonio Sabellico delle antichità d’Aquileia, et del sito de Vinegia, in Venezia, Michele
244
Tramezino, 1544.
1544b = Le vite di Plutarco, ridotte in compendio per m. Dario Tiberto da Cesena, e tradotte alla comune utilità di ciascuno per L[ucio] Fauno in buona lingua volgare, in Venezia, per Michele Tramezino, 1543
FAUNO
1544c = Roma trionfante di Biondo da Forlì tradotta pur ora per Lucio Fauno di
latino in buona lingua volgare, in Venezia, per Michele Tramezino, 1544.
FAUNO
1548a = Delle Antichità della città di Roma. Raccolte e scritte da M. Lucio Fauno con somma brevità et ordine, con quanto gli antichi ò moderni scritto ne hanno,
Libri V, in Venezia, per Michele Tramezino, 1548.
FAUNO
FAUNO 1548b = Seconda parte
de le cose morali di Plutarco, recate pur ora nella nostra
lingua da m. G. Tarcaniota. Con la tavola di tutto quello che si contiene nell’opera,
in Venezia, Michele Tramezino, 1548.
FAUNO 1548c = LUCIO FAUNO, Alli
lettori, in FAUNO 1548a, cc. n.n. in fine
1549 = De antiquitatibus vrbis Romae ab antiquis novis novisque auctoribus excaeptis, et summa brevitate ordineque dispositis pe Lucium Faunum, Venetiis,
apud Michelem Tramezinum, 1549.
FAUNO
1552a = Compendio di Roma antica raccolto e scritto da M. Lucio Fauno con
somma brevità et ordine, con quanto gli antichi ò moderni scritto ne hanno, in Venezia, Michele Tramezino, 1552.
FAUNO
FAUNO 1552b
= Delle Antichità della città di Roma. Raccolte e scritte da M. Lucio Fauno […] Libri V. […] E con un compendio di Roma antica nel fine, […], in Venezia, per Michele Tramezino, 1552.
1553 = Delle antichità della città di Roma, […] E con un compendio di Roma
antica nel fine, dove con somma brevità si vede quanto in tutti questi libri si dice, in
Venezia, per Michele Tramezino, 1553.
FAUNO
FAUNO-MAURO
1558 = Le antichita de la citta di Roma. Breuissimamente raccolte da
chiunque ne ha scritto, o antico o moderno; per Lucio Fauno, [...] con MAURO Antichità 1556 in Venetia, appresso Giordano Ziletti, 1558;
FICINO 1568 = MARSILIO FICINO, Della religione cristiana […] tradotta in lingua toscana. Insieme con due libri del medesimo […], Venezia, Giunti, 1568.
1520 = Flavius de locis et civitatibus Italiae, in P. Victor, P. Laetus, Fabricius
Camers, Raffaeles Volterranus de Urbe Romae scribentes […], Bononiae, Hieronimus de Benedictis, 1520;
FLAVIO
FULVIO 1543 = Opera di Andrea Fulvio delle antichità della città di Roma et delli edificii
memorabili di quella, tradotta nuovamente di latino in lingua toscana per Paulo Del
245
Rosso, Venezia, per Michel Tramezzino, 1543;
FULVIO 1588 = L’antichità di Roma di Andrea Fulvio […], Venezia, Francini, 1588.
GAMUCCI 1569 = GAMUCCI BERNARDO, Le
antichità di Roma, Venezia, 1569.
1586 = GANDINO MARC’ANTONIO, Ammaestramenti matrimoniali di
Plutarco filosofo […], in Venetia Francesco Ziletti, 1586.
GANDINO
GANDINO 1598
= Alcuni opuscoletti de le cose morali del divino Plutarco. Tradotti in volgare dal sig. Marc’Antonio Gandino, et altri letterati et in questa ultima impressione
da infinitissimi errori espurgati, et diligentemente corretti, in Venetia, appresso
Fioravante Prati, 1598.
LETO
1510 = POMPONIO LETO, De romanae urbis vetustate, Roma, Mazocchi,
1510.
LETO
1550 = L’Antiquità di Roma di Pomponio Leto dalla latina alla volgar lingua tradotte, per le quali, qual Roma si fusse anticamente, non solo qual oggi ella si sia di
leggieri si può comprendere, Venezia, appresso Giolito, 1550.
LIGORIO 1553
= Libro di M. Pyrrho Ligori napolitano delle antichità di Roma nel quale
si tratta de’ circi, theatri e anfiteatri, con le Paradosse del medeismo auttore, quai confutano la commune opinione sopra varii luoghi della città di Roma, Venezia, Tramezino, 1553;
1544 = MARLIANI BARTOLOMEO, Urbis Romae topographia, Roma, in
aedibus Valerii, dorici, et Aloisii fratris, Academiae Romanae impressorum, 1544.
MARLIANI
MARLIANI 1548 = Le
antiquità di Roma di M. Bartolomeo Marliani cavalier di San Pietro, tradotte in lingua volgare per Hercole Barbarasa, in Roma, per Antonio Blado ad instantia di M. Giovanni da la Gatta, 1548;
1556a = Le antichita de la citta di Roma. Breuissimamente raccolte da chiunque
ne ha scritto, o antico o moderno; per Lucio Mauro, [...] Et insieme ancho di tutte le
statue antiche, […] per M. Vlisse Aldroandi, [...], in Venetia, appresso Giordano Ziletti, all’insegna della Stella, 1556;
MAURO
1556b = Selua di varia lettione dall’auttore Pietro Messia di nuouo corretta, et
aggiuntaui la quarta parte. Tradotta di Spagnuolo in Italiano, per Lucio Mauro
[...], in Venetia, appresso Giordano Ziletti, all’insegna della Stella, 1556;
MAURO
MAURO 1558 = Le
antichita de la citta di Roma. Breuissimamente raccolte da chiunque ne
ha scritto, o antico o moderno; per Lucio Mauro, [...] Et insieme ancho di tutte le statue antiche, […] per M. Vlisse Aldroandi, [...], in Venetia, appresso Giordano
Ziletti, 1558;
246
MAURO 1560 = Oratorio de'
religiosi, et essercitio de' virtuosi composto per lo illust. sig. don
Antonio di Gueuara [...] Nuouamente tradotto di spagnuolo in italiano da Lucio
Mauro. [...] Con due utilissime tauole l’una di tutte le materie [...] et l’altra di tutte
le autorita et figure che in esso si espongono, in Venetia, appresso Vincentio
Valgrisi, 1560
MAURO 1562 = Le
antichita de la citta di Roma. Breuissimamente raccolte da chiunque ne
ha scritto, o antico o moderno; per Lucio Mauro, [...] Et insieme ancho di tutte le statue antiche, […] per M. Vlisse Aldroandi, [...], in Venetia, appresso Giordano
Ziletti, all’insegna della Stella, 1562;
MAURO 1563 = Del
monte Calvario composto dall’illustre signor don Antonio di Guevara,
vescocuo di Mondogneto, [...] Nel qual libro tutti i misteri del monte Calvario si trattano, [...] tradotto pur ora in buona lingua volgare dal Mauro, in Venezia, appresso Vincenzo Valgrisi, 1563;
1565 = LOPEZ DE GOMARA, FRANCISCO, La terza parte delle historie
dell’Indie. [...] Nuouamente tradotta di lingua spagnola, da Lucio Mauro. Con la
tauola delle cose piu notabili, che nella presente opera si contengono, in Venetia, appresso Giordano Ziletti, al segno della Stella 1565
MAURO
1566a = LOPEZ DE GOMARA, FRANCISCO, Historia dello scoprimento della
Nuoua Spagna, et della grande et magnifica Citta di Messico, conquistata da don
Fernando Cortese, marchese della Valle. Terza parte. Tradotta di lingua Spagnuola
in Italiana, da Lucio Mauro. Nuouamente mandata in luce, in Venetia, appresso
Giordano Ziletti, al segno della Stella, 1566;
MAURO
1566b = LOPEZ DE GOMARA, FRANCISCO, La terza parte delle historie
dell’Indie. Nella quale particolarmente si tratta dello scoprimento della prouincia di
Incatan detta Nuoua Spagna [...] et delle altre prouince ad essa sottoposte. Francisco
Lopez de Gomara Nuouamente tradotta di lingua spagnola, da Lucio Mauro. Con
la tauola delle cose piu notabili, che nella presente opera si contengono, in Venetia,
appresso Giordano Ziletti, al segno della Stella, 1566;
MAURO
1599 = LOPEZ DE GOMARA, FRANCISCO, La terza parte delle historie
dell’Indie. [...] Nuouamente tradotta di lingua spagnola, da Lucio Mauro […], in
Venetia, appresso Barezzo Barezzi, 1599.
MAURO
Mirabilia 1575 = Mirabilia Romae adonde se trata de las yglesias, reliquias, stationes desta
santa ciudad a sy dentro como fuera de sos muros, con el catalogo dellos sumes pontifices, emperadores, y de otros principes christianos, con la guia romana [...] con la Antiguidaddella mesma ciudad de Roma hecha por Andreas Palladyo, con el itinerario e
diversas tyerras, y con la sinificacion, benedicion, y virtud de los Agnusdei benditos.
Nuevamente revistas y corregidas de nuevo, Roma, Juan Osmarino Giliotto,
247
1575
PALLADIO 1570
= I quattro libri dell’Architectura, Venezia, de Franceschi, 1570
PORTONARI-AMADOR
1565 = L’antichità di Roma di m. Andrea Palladio, […], in
Vinetia, Francesco Portonari per Pellegrino Amador, 1565.
PS PALLADIO 1554a = Antichità di
Roma […], Venezia, Pagan, 1554.
PS PALLADIO 1554b = Antichità di
Roma […], Venezia, Pagan, 1554.
PS PALLADIO 1554c = Antichità di
Roma […], Roma, Lucrino, 1554.
SHELDON 1709
= Antiquitates urbis Romae ab Andrea Palladio ex veterum et recentiorum authorum scriptis breviter collectae. Quibus adjicitur tractatus de veterum focis,
Oxonii e theatro Sheldoniano, 1709.
SPCCC
= Statuta, Privilegia et Consuetudines Civitatis Cajetae, a cura di G. Tarcagnota, Napoli, appresso Giulio Cesare Baiardo, 1553.
– ROSEO 1562 = TARCAGNOTA GIOVANNI, Historie del mondo
[…] con le Agiunte di M. Mambrino Roseo […], Venezia, Tramezino, 1562.
TARCAGNOTA
TARCAGNOTA 1548a = TARCAGNOTA GIOVANNI, Marsilio Ficino Fiorentino filosofo eccellentissimo de le tre Vite, cioè a qual guisa si possano le persone letterate mantenere la sanità. Per qual guisa si possa l’huomo prolungare la vita. Con che arte, e
mezzi ci possiamo questa sana e lunga vita prolungare per via del cielo. Recato tutto
di latino in buona lingua volgare. In Venezia, per Michele Tramezino. Il nome del traduttore, Giovanni Tarcagnota, si legge nella dedica ai lettori e
nella tavola, 1548.
1548b = Seconda parte de le cose morali di Plutarco, recate pur ora nella
nostra lingua da m. G. Tarcaniota. Con la tavola di tutto quello che si contiene
nell’opera, in Venezia, Michele Tramezino, 1548.
TARCAGNOTA
TARCAGNOTA 1549a
= Di Galeno a che guisa si possano e conoscere e curare le infermità
dell’animo. Recato in questa lingua nostra da M. Giovanni Tarcagnota, in Venezia,
per Michele Tramezino, 1549.
1549b = Di Galeno Delli mezzi, che si possono tenere per conservarci la
sanità. Recato in questa lingua nostra da M. Giovanni Tarcaniota, in Venetia, per
Michele Tramezino, 1549.
TARCAGNOTA
1550 = GIOVANNI TARCANIOTA, Favola d’Adone, Venezia, Sessa
sumptibus Tramezino, 1550.
TARCAGNOTA
TARCAGNOTA 1551 = Avisi di coloro che hanno cura d’anime, del reverendiss. s. don
Gio. Bernardo Dias di Lugo, Vescovo di Calahorra, et della Calzada. Opera utilis-
248
sima tratta dalla lingua spagnola in questa nostra da M. Giouan Tarcaniota, in
Venezia, appresso Michele Tramezino, 1551.
TARCAGNOTA 1560b = TARCAGNOTA GIOVANNI, La seconda parte delle cose morali
di Plutarco in questa nostra lingua tradotti, da M. Giouanni Tarcaniota, Venezia,
Giglio, 1560.
TARCAGNOTA 1562 = Delle Historie del mondo di m. Gio. Tarcaniota, lequali con tutta
quella particolarità, che bisogna, contengono quanto del principio del mondo fino a
tempi nostri è successo. Cauate de’ più degni, e più graui autori, che habbiano, o nella
lingua greca, o nella latina, scritta, in Venetia, per Michele Tramezino, 1562.
TARCAGNOTA 1566 = TARCAGNOTA GIOVANNI,
Del sito et lodi de la città di Na-
poli […], Napoli, Scoto, 1566.
TARCAGNOTA 1567 = Alcuni
opusculi de le cose morali del diuino Plutarco […] con La
seconda parte de gli opuscoli morali di Plutarco; recati in questa nostra lingua, da m.
Giouanni Tarchagnota […], in Venetia, per Comin da Trino di Monferrato,
1567.
1592 = Delle istorie del Mondo. Con le aggiunte di M. Mandrino Roseo
da Fabriano e l’agiunta del rev. M. Bartol. Dionigi da Fano sino all’anno 1583, in
Vinegia, appresso Francescho de Franceschi senese, 1592.
TARCAGNOTA
TARCAGNOTA 1610 = Delle historie del mondo […], Venezia, Varisco, 1610.
TARCAGNOTA 1735
= Delle Antichità della città di Roma. Raccolte e scritte da M. Lucio Fauno con somma brevità et ordine, con quanto gli antichi ò moderni scritto ne
hanno, in Novo thesaurus antiquitatem romano rum congestus ab Alberto Henrico
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TEMANZA 1762
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TOSO 1570
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Bartholomeo Toso, bresciano, 1570.
VARISCO 1565
= L’Antichita di Roma di m. Andrea Palladio, raccolta brevemente da gli
auttori antichi, et moderni Di nuouo ristampata et corretta, in Venetia, per Gio.
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VARISCO 1610 = GIORGIO VARISCO, Alli
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VICENTINI
249
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ZIPPEL
Indice dei nomi e dei toponimi
Albano · 99; 102; 139
Alberti: Leon Battista Alberti · 55;
57; 59; 61; 62; 63; 69; 70; 91;
93; 114; 115; 117; 118; 119;
120; 151; 205; 217; 219
Albizzi · 29
Aldovrandi · 14; 16; 80; 81; 84; 86;
94; 111; 112; 117; 126; 127;
128; 130; 151; 199; 214
Alessandrina · 7; 149; 165; 206; 216
Alessandro · 13; 16; 107; 134; 135;
144; 146; 149; 151; 153; 174;
184; 197; 209; 220; 224
Almagià · 59; 205; 206
Alta Semita: Altasemita · 116
Altamira · 83
Altasemita · 108; 145
Ambasciadori · 141; 167
Amentana · 98; 143
Amerino · 110
Amphiteatro · 54; 103; 140
Amulio · 102; 139
Anco Martio · 109; 145; 147
Andito · 77; 104; 156; 159; 188
Aniene · 70; 76; 97; 106; 142; 146;
148 · 149
A
Acca Larenzia · 102; 140
Acca Laurentia · 102; 140
Accedemia · 26; 78; 188
Accolto · 9; 91; 199
Accolto: Giulio Bolano Degli
Accolti · 26; 32; 35; 85; 109;
139; 142; 158; 166; 187; 199
Acqua Vergine · 30; 150
Acquedotto · 96
Adone · 49; 87; 138; 139; 204; 212;
222; 223
Adriano · 16; 17; 78; 146; 154; 158;
167; 174; 185; 188
Adriatico · 60
Agnese · 98; 108; 143; 145; 171
Agonale · 97; 106; 143
Agone · 152; 153
Agonio · 152
Agrippa · 52; 104; 149; 151; 155;
176; 185
Agrippine · 151
Aio Loquutio · 110
Alba: Albano · 103; 139; 141; 142
Albania · 149
275
276
Annibale · 98; 106; 143; 181
Antoniane · 151
Antonino · 30; 112; 146; 148; 151;
153; 156; 159; 167; 168
Antonio Agustin · 13; 54; 81
Antonio Da Sangallo · 82
Antonio Minturno · 47; 222
Antonio Volterra · 16; 59
Antrum Cyclopum: Ciclope · 38
Anziati · 162
Apolline · 30; 156; 186
Appennini · 60
Appia · 54; 60; 76; 78; 107; 108;
109; 130; 144; 145; 148; 150;
174; 188
Appiano · 85; 86; 87; 138; 179
Appio Claudio · 148
Aqua Marcia · 97
Ara Celi · 110; 158; 172
Archi Trionfali · 154
Archimonio · 154
Arco di Constantino · 108; 145
Arco di Settimio · 110; 166
Argentaria · 165
Arimini · 108; 145
Ariosto · 31
Aristotele · 31
Armenia · 158
Arminio · 106
Artemide · 102
Asenaria: Asmaria · 144
Asiatina · 149
Asilo · 96; 167; 168
Asinio Pollione · 159
Asmaria · 107
Aufeia · 148
Auguilio · 161
Augusto · 74; 75; 104; 113; 143;
149; 152; 153; 154; 155; 156;
157; 158; 159; 168; 171; 174;
180; 185; 186; 187; 197
Aurelia · 107; 144
Aureliane · 61; 151
Aurelio · 38; 66; 110; 113; 146; 148;
158; 166; 167
Aurunca: Aurunci · 15; 16; 40; 42;
46; 72; 76; 183; 222
Aventino · 116; 119; 120; 121; 125;
126; 127; 128; 131; 145; 147;
148; 149; 151; 152; 173
B
Bacco · 106; 113; 174
Bagni · 150
Barbari · 104; 175
Barbaro · 44; 52; 54; 71; 72; 82;
205; 206
Basilea · 124; 200
Basilica Constantiniana · 118
Basilica Portia · 30; 61; 168
Basilica Sempronia · 110
Basilio Zanchi · 37
Battista Platina: Platina · 134
Battistero Di S. Giovanni In
Laterano · 81
Beata Vergine · 104; 175
Belladonna · 40; 207
Bellica · 26
Belvedere · 60; 75; 96; 107; 118;
126; 127; 128; 131; 144; 185;
277
186; 197
Bembo · 31; 41; 42; 46; 50; 135;
143; 183
Berlino · 81
Bessarione · 48
Bibliotecario Lateranense:
Crescenzio · 81
Biondo: Flavio Biondo · 30; 31; 38;
46; 52; 54; 59; 60; 61; 62; 64;
71; 85; 86; 87; 88; 91; 92; 94;
96; 99; 100; 103; 115; 123;
124; 125; 138; 140; 142; 151;
153; 156; 160; 161; 163; 165;
170; 176; 177; 178; 180; 182;
200; 201; 207; 208; 216; 219;
224
Bisanzio · 48; 81
Blado · 32; 35; 90; 100; 200; 202
Blosio: Blosio Palladio · 37
Boario · 125; 128; 131; 154; 172
Boezio · 48
Bognolo · 15; 80
Bologna · 7; 9; 18; 108; 145; 151;
208; 209; 210; 212; 214; 221;
224
Bonifacio .8. · 165
Bonifacio Quarto · 104; 175
Borgia · 99; 218
Borgo · 107; 118; 125; 127; 128;
131; 144; 213
Borgo Di San Pietro · 143
Boschetto Di Vesta · 111
Bracciolini · 124; 160
Brambilla Ageno · 28
Breno · 73; 189
Brindisi · 107; 108; 109; 145
Bufalini · 14; 28; 68; 69; 97; 151
Buona Creanza · 96; 182
Buona Dea · 107
C
Caio Cestio · 156
Calabra · 161
Caligola · 29; 113; 154; 197
Calligula: Caligola · 154
Callisto · 107
Camena · 107
Camene · 107
Camerota · 63; 208
Campagna Di Roma: Roma · 75
Campagne Di Vaticano · 107
Campi Scelerati · 97
Campidoglio · 57; 58; 61; 63; 64;
66; 67; 69; 70; 82; 101; 103;
108; 109; 110; 111; 113; 115;
116; 117; 118; 119; 121; 125;
126; 127; 128; 129; 130; 137;
140; 142; 145; 147; 149; 150;
154; 155; 156; 158; 161; 164;
165; 166; 167; 168; 169; 172;
173; 175; 179; 185
Campo Di Fiore · 30; 153; 162
Campo Marzio 30; · 66; 108; 109;
111; 112; 118; 119; 125; 126;
127; 128; 131; 145; 170
Campo Tiberino · 146; 188
Campo Viminale · 106
Campodimele · 40
Canopo · 78; 188
Capena: Porta Capena · 57
278
Capitolino · 7; 113; 142; 147; 165
Capo Di Bove · 153; 157
Capo Di Bue · 53
Cappagli · 47; 208
Cappella Sistina · 75; 82
Cappellette · 104
Caprea · 141
Capua · 108; 145
Capuana · 26; 77; 78; 187;
Caracalla · 53; 107; 150; 151; 153;
159
Carafa · 135
Carandini · 70; 206
Carine · 125; 172; 173
Carli Piccolomini · 40; 42; 81; 207
Carmenta · 96; 142; 168
Carmentale · 103; 140; 142
Caro · 81
Carpi · 81; 221
Carrara · 80; 84; 209
Casciano · 122; 123; 209; 214
Cassia · 60; 106
Cassio Longino · 148
Castel Ruzzo · 59
Castel S. Angelo · 75; 127; 128; 131
Castellani · 47; 81; 209; 223
Castello · 144; 173; 174; 224
Castello S. Angelo · 107
Castiglione · 14; 87; 91; 95; 210;
212
Castra Praetoria · 98
Castro Pretorio · 60
Cataneo · 81
Catillina · 161
Cattania · 159
Catullo · 161
Catulo · 113; 161; 165
Cavalieri · 110; 141; 164
Cavallo Di Domitiano · 158
Cecilia: Cecilia Metella · 28; 53;
152; 157
Celeri · 141
Celimontana · 107; 144
Celio · 58; 101; 107; 114; 116; 119;
120; 125; 126; 127; 128; 131;
137; 147; 149; 153; 159; 160;
161
Celiolo · 107; 116; 119; 120; 125;
126; 127; 128; 131
Censori · 110; 148; 163; 166; 169;
172
Censorie · 143
Centurie · 141
Cerchi · 152
Cerere · 104; 175; 182
Ceruleo · 148
Cervini · 81
Cervino: Cervini · 135
Cesare · 30; 31; 53; 72; 108; 109;
132; 150; 152; 153; 154; 155;
156; 157; 162; 167; 168; 179;
183; 185; 186; 189; 197; 203;
211
Cespio · 147
Cestio · 146; 156
Chiesa De La Trinita · 147
Cristo · 73; 78; 83; 170; 175; 189
Ciambella · 111; 151
Cicerone · 39; 48; 77; 161; 163; 188
Circo Massimo · 54; 120
Circo Massimo: Circo Massimo ·
81; 96; 121; 125; 128; 131;
279
152
Circuito · 115; 119; 120; 142
Cisterne · 150
Citatorio · 148
Citorio · 148; 156
Claudia · 148; 149; 164; 210
Claudio · 29; 39; 46; 71; 81; 92; 96;
107; 108; 142; 145; 148; 150;
153; 156; 159; 173; 181; 204;
208; 210
Cleopatra · 53; 104; 185; 186
Clienti · 141
Cloaca · 102
Clodio · 161; 183
Coelimontium · 115; 119; 120
Colamonico · 59
Collantino: Collatino · 141
Collatia · 106
Collatina · 106; 143
Collatino · 26
Colleggio Senato · 141
Collenuccio · 31; 46
Collina · 97; 106; 143; 164
Colonna Antoniana · 30; 164
Colonna Antonina · 95
Colonna Lattaria · 96; 169
Colonna Traiana · 68
Colosseo · 54
Colosseo · 68
Colosso · 30; 110; 153; 156; 159;
160; 166
Colosso, · 30; 110; 166
Comin Da Trino · 32; 204
Comitii · 96
Comitii · 164
Commodo · 110; 112; 156; 165;
175
Concordia · 110; 162; 166; 172
Consolari · 143
Consolatione · 48; 161; 166; 172
Constantiane · 151
Constantino · 146
Consuali · 141
Contado Romano: Campagna Di
Roma · 77; 78; 188
Contareni: Contarini · 135
Corebo · 122; 148
Cornelia · 161
Cornelio Balbo · 153
Correttoro · 107; 118
Cortese · 135; 203
Cosimo · 47; 154; 207
Costantino · 52; 104; 106; 116; 117;
155; 156; 159; 175; 218
Costantinopoli · 156
Crasso · 157; 161
Crescenzio · 81
Cretari · 122; 147
Crono · 102
Cupidine · 154; 186
Cura Hostilia · 61; 169
Cura Vecchia · 161; 168
Curia Hostilia · 30; 162
Curiatii · 144
Curiazi · 102
Curie · 141; 161; 168
Curtio · 101; 148
Cyclope · 38
D
280
Dalmatia · 158
Damiano · 154; 164
Dante · 9; 40; 46; 71
Dacia · 110; 156; 166
De Franceschi · 39; 198; 203; 204
De La Gardie · 57; 60
De Seta · 151
Del Monte: Giulio III · 81; 142
Del Rosso · 31; 46; 201; 211
Demetrio Triclinio · 48
Di Santa Maria Liberatrice · 154
Diana · 30
Dio Ridicolo · 107
Diocletiano: Diocleziano 68; · 45;
106; 151; 154;
Dione · 53
Dionigi: Dionigi Alicarnasseo · 30;
31; 64; 72; 81; 87; 91; 95; 99;
100; 101; 103; 138; 204; 219
Dioscuri · 102
Dittatore · 141; 179
Dogana · 126; 127
Dolce · 87; 212
Dolioli · 122
Doliolum · 122
Dometia · 165
Domine Quo Vadis · 107
Domiziano · 29; 125; 152; 197
Domus Aurea · 96; 115; 119; 120;
126; 127; 128
Donato · 16; 31
Dorico · 32; 34; 80; 90; 166; 172
Drusa · 149
Druso · 149
E
Edili · 163; 182
Egio · 81; 224
Egitto · 104; 110; 166
Einaudi · 8; 70; 206; 208; 211; 214;
218; 219; 224
Einsiedeln · 125
Elio · 146
Elio Scauro · 146
Eliogabalo · 152
Elisha Whittelsey · 98
Emilia · 108; 145; 177
Emilio · 122; 146; 219
Enea · 99; 124; 144; 157; 213
Eneobarbo · 154
Epuloni · 156; 177
Equimelio · 96; 169
Eracle · 102
Erario · 70; 163; 167; 182
Ercole: Hercole · 110
Eruli · 73; 189
Esculapio · 77; 187
Esquilie · 107; 113; 115; 116; 119;
120; 125; 126; 127; 128; 131;
159; 160; 161; 186
Esquilina · 98; 106
Esquilino · 106; 146; 147; 152; 154;
160; 171; 172; 173; 219
Essequie · 28; 96; 183
Eugenio IV· 71
Eusebio · 152; 155; 161
Eutropio · 31; 85; 86; 87; 138
F
281
Fabi · 142; 180
Fabio Calvo · 87
Fabio Pittore · 31; 95; 138
Fabritio · 50; 146
Fabrizio Luna · 47
Falco: Benedetto Falco · 50
Farnese · 13; 15; 28; 54; 79; 81;
124; 127; 128; 131; 134; 165;
167; 209; 211
Fastulo: Faustolo · 102; 140
Fauno: Lucio Fauno · 16; 31; 36;
39; 41; 52; 65; 77; 81; 82; 85;
86; 87; 88; 92; 95; 96; 97; 99;
100; 103; 108; 109; 113; 114;
115; 120; 121; 122; 123; 125;
126; 127; 128; 130; 134; 138;
139; 140; 143; 144; 145; 147;
151; 152; 153; 154; 161; 171;
175; 176; 187; 192; 200; 201;
211
Faustina · 77; 112; 154; 155; 164
Faustolo · 102; 103
Felice I · 107
Feste Florali · 30; 174
Feste, Et Giuochi · 96
Festo · 31; 81; 142; 178; 182
Ficino · 29; 31; 201; 203
Fidia · 104; 158
Figulense · 98; 143
Figulnense · 106
Filarete · 58; 63
Filippo · 152; 208; 212
Fiore: Francesco Paolo Fiore · 30;
35; 52; 79; 82; 85; 108; 125;
127; 128; 131; 138; 139; 141;
142; 143; 144; 145; 157;161;
164; 174; 176; 178; 180; 183;
184; 185; 187; 205; 207; 213;
217
Firenze · 7; 8; 29; 45; 205; 206; 207;
209; 210; 212; 213; 214; 215;
216; 217; 219; 221; 222; 223;
224
Flaminia · 60; 97; 106; 108; 109;
129; 130; 143; 145
Flaminio · 15; 28; 108; 116; 119;
120; 121; 125; 128; 131; 142;
145; 152; 153
Flavia · 161
Flavio · 16; 29; 31; 40; 54; 61; 71;
88; 95; 114; 115; 119; 120;
123; 138; 139; 143; 176; 207;
208; 214; 216; 219; 224;
Flavio Biondo · 52
Flora · 30; 153; 174
Floro · 31
Flumentana · 106; 109; 143; 144
Fondi · 15; 59
Fontana Di Treio · 149
Fontaneto · 9; 90; 91; 92
Fontaneto · 90; 91; 92; 200
Fonte · 150
Forentina · 144
Formia · 72; 77
Formiano · 78; 188
Foro: Foro Romano · 64; 65; 69;
70; 71; 101; 110; 113; 115;
119; 121; 122; 125; 126; 128;
130; 131; 137; 161; 162; 164;
165; 166; 168; 169; 172
Foro Boario · 110; 166
Foro Romano · 64; 65; 70; 110;
282
122; 137; 162; 164; 166; 168
Fortuna · 77; 107; 123; 187
Fortuna Muliebre · 77; 107; 187
Fortunio · 31; 213
Fostinale · 107; 144
Fra’ Giocondo · 29; 71; 93
Francese · 106
Francigena · 60
Francini: Girolamo Francini · 35;
93; 97; 200; 201; 210
Frontino · 111; 149; 196
Fulvio · 14; 31; 36; 72; 85; 86; 87;
88; 91; 94; 95; 96; 100; 138;
139; 142; 143; 144; 151; 165;
166; 172; 188; 201; 210; 222;
224
G
Gabij · 107
Gabriele Faerno · 37; 38
Gaeta · 7; 8; 13; 16; 17; 29; 32; 40;
42; 46; 58; 77; 83; 183; 197;
222; 223
Galba · 29
Galeazzo Florimonte · 47
Galeno · 29; 31; 32; 44; 83; 86; 204
Galieno · 45; 155
Galli Senoni · 73; 97; 106; 122; 189
Gambi · 151
Gamucci · 14; 100; 201
Gemini Lactantes · 103
Genio · 102; 103; 139
Gentile Di Giuseppe · 87; 213
Gesualdo: Giovann Andrea
Gesualdo · 50
Giambullari · 47; 213
Gian Giorgio Trissino · 35
Gianicolo: Ianicolo · 108; 109; 147;
214
Giannotti · 16; 45
Giano · 30; 77; 174; 187
Gianuclense · 146
Giglio · 16; 132; 204
Giordano · 14; 16; 59; 128; 131;
148; 201; 202; 203
Gioseppe: Abocchino Giuseppe ·
138
Giovanni Andrea Gesualdo · 15;
47; 50
Giovanni Metello: Jean Matal · 13;
81
Giovanni Tarcagnota · 13; 15; 16;
17; 28; 30; 38; 47; 50; 59; 72;
81; 83; 87; 131; 132; 135;
141; 143; 160; 191; 198; 203;
204; 212; 221; 222; 223
Giovanni Zaccaria Attuario · 48
Giove · 53; 61; 77; 101; 104; 113;
147; 156; 157; 158; 165; 166;
175; 177; 179; 187; 197
Giovio · 31
Girolamo Francino · 32
Giubileo · 79; 199
Giulia · 15; 127; 128; 131; 148
Giulio Bolano Degli Accolti · 28
Giulio Iii · 28; 79; 83; 134; 199
Giulio Terzo: Giulio Iii · 73; 78;
189
Giustiniano · 26
Gordiane · 151
283
Gordiano · 155; 158; 161
Gracco · 108; 145
Gregorio · 38; 104; 174; 175; 184;
199
Gregostasi · 164; 167
Grosio · 9; 17; 92
Guicciardini · 41; 42; 143
H
Heliogabalo: Eliogabalo · 147
Hemicicli: Colosseo · 54
Hercole · 45; 110; 166; 202
Herodiano · 112
Hippodromo · 107; 173
Honorio: Onorio · 27; 167
Horiuolo · 159
Hormiae: Formia · 77
Horti · 96; 171
Horti Terentiani · 78; 188
Hortoli · 106; 126
Hortuli · 148
Hostilie · 161
Huelsen · 60; 214
Hurlichs · 80; 214
I
Ianicolo · 107; 147; 186
Ianiculo · 108; 145
Iano · 107
Ianuale · 103; 140; 142
Iddea Libera · 77; 188
Iddio Libero · 77; 188
Ilio: Troia · 100
Imperio: Imperio Romano · 141;
155; 169; 179
Imperio Romano · 141; 155; 169;
179
Ioanni Camocio · 59
Iside · 115; 117; 119; 120
Isola Tiberina · 77; 125; 128; 131;
156; 187
Iuturna · 149; 150
J
Jean Matal · 13; 29; 81
Justiniano: Giustiniano · 146
L
L. Pupino · 149
Labicana · 26; 106; 144; 172
Lafrery · 98
Lago Alsietino · 149
Lago De L’angillare · 150
Lago Fucino · 148
Landi · 92
Lari · 77; 188
Lata · 116; 119; 120; 121
Latina · 107; 123; 130; 144; 149
Latio: Lazio · 62; 99; 139
Lavicana: Labicana · 26; 77; 187
Lazio · 41; 77; 205; 222
Leon Battista Alberti · 55
Leone .X. · 110; 166
Leone X · 19; 54; 87; 134; 185; 195;
210; 212
Lepido · 108; 145; 146
284
Leto: Pomponio Leto · 10; 114;
117; 120; 153; 161; 214; 216;
217; 218; 219
Li Tribuni De La Plebe · 163
Libera · 103; 140; 142
Liberalità · 96
Licio · 78; 188
Ligorio: Pirro Ligorio · 35; 36; 37;
38; 45; 49; 55; 58; 59; 60; 63;
81; 84; 86; 89; 92; 94; 98;
100; 106; 108; 113; 114; 115;
117; 118; 120; 125; 133; 134;
140; 142; 144; 147; 156; 157;
161; 162; 168; 196; 197; 198;
208; 210; 215
Lionello Puppi · 79
Livio · 31; 85; 86; 88; 138; 142;
173; 178
Lopez De Gomara · 59; 202; 203
Lorenzo Il Magnifico · 29
Lorenzo In Palisperna: S. Lorenzo
In Palisperna · 147
Luca Peto · 37
Lucio Cestio · 156
Lucio Fauno · 13; 16; 30; 31; 36;
38; 42; 45; 52; 57; 62; 65; 80;
81; 82; 84; 86; 91; 93; 95; 98;
99; 101; 104; 108; 109; 110;
111; 112; 113; 121; 122; 125;
126; 127; 132; 135; 137; 138;
140; 141; 142; 147; 148; 149;
152; 153; 154; 160; 161; 167;
168; 170; 172; 173; 188; 192;
200; 201; 204; 211; 212; 223
Lucio Mauro · 13; 15; 16; 36; 57;
59; 80; 81; 84; 86; 93; 94; 99;
101; 111; 112; 114; 126; 127;
192; 199; 202; 203; 223
Lucretia: Lucrezia · 45; 141
Lucrino · 25; Vincentio Lucrino ·
13; 25; 28; 31; 32; 33; 39; 79;
82; 90; 144; 153; 166; 169;
200; 203; 222
Lucullano · 78; 188
Ludi Florensi · 30
Luna: Fabricio Luna · 50; 164
Lupa: Lupa · 140
Lupa · 102; 103; 110; 139; 140; 166;
185
Lupercale · 111
M
M. Antonio: Marco Antonio · 104
Machiavelli · 162
Machiavelli · 161
Macrobio · 48; 104
Maffio Pagan: Pagan Maffio · Vedi
Maggiore · 144; 152; 158; 160
Magistrati · 30; 96; 164
Malum Granatum · 31
Malum Punicum · 31
Mambrino Roseo · 14; 16; 28; 203;
207
Mamea: Mammea · 146
Mammea · 106
Mammeo · 106
Mamolo · 106; 146
Mamurra · 72; 161
Maphei: Raffaele Maffei · 135
Maraschio · 46; 215; 216
285
Marcantonio Epicuro · 86
Marcantonio Sabellico · 29; 200
Marcello · 81; 134; 135; 153; 155;
178; 179; 196; 212
Marco Curtio · 149
Marforio · 27; 96; 158; 167
Mario · 16; 31; 62; 155; 183; 209;
219
Mario Carpo · 62
Mario Equicola · 31; 183; 219
Marliani · 31; 36; 63; 71; 85; 86; 88;
91; 95; 96; 100; 138; 149;
150; 151; 160; 162; 168; 188;
202
Marliano: Marliani · 138
Marte · 30; 77; 102; 107; 112; 139;
170; 174; 177; 187
Martia · 148; 149; 174
Martio · 104; 114; 115; 116; 117;
119; 121; 148; 173
Marullo: Michele Marullo · 32
Massentio: Massezio · 45; 146; 155
Massimo: Circo Massimo · 116
Massimo Planude · 48
Matrimoni · 96
Matrimoni Antichi · 96
Mauro · 9; 84; 112; 115; 117; 120;
161; 201; 202; 203
Mauro · 36; 61; 80; 92; 117; 125;
126; 127; 128; 130; 140; 145;
158; 161; 171; 192; 202
Mayer Y Olivè · 82
Mazzocchi · 31; 90
Mecenate · 113; 171
Meretrici · 77; 122; 123; 174; 187
Metella · 26; 53; 157
Metello · 83; 101; 195; 198
Mettella: Metella · 157
Michelangelo · 1; 15; 82; 224
Michele Marullo · 29
Michele Tramezino: Tramezino ·
46
Miliario: Miliario Aureo · 57; 61;
63; 64; 65; 66; 69; 70; 168;
169
Miliario Aureo · 57; 61; 63; 65; 66;
69; 168; 169
Militie: Torre Delle Militie · 159
Milvio · 146
Minerva · 104; 128; 131; 151; 177;
208
Minturno: Antonio Minturno · 15;
49; 50
Miseno · 60; 170
Mistrà · 59
Modigliani · 54; 214; 217; 218
Molle · 146; 155
Montalto · 54
Monte Aureo · 148
Monte Auro · 147
Monte Cavallo · 102; 108; 145; 147;
151; 158; 161
Monte Citorio · 30; 164
Montecassino · 7; 8; 17; 32
Montesacro · 98
Mortara Garavelli · 133; 218
Mosé · 82
Mugonia · 101; 103; 106; 140; 142
Müntz · 54; 218
Mura Ostilie · 101
Muro Aureliano · 96
Muro Aventino · 102
286
Muro Ianiculum · 102
Muro Serviano · 96
Muro Tarquinio · 102
N
Napoli · 7; 8; 13; 18; 29; 30; 59; 77;
78; 113; 134; 174; 200; 203;
204; 210; 211; 216; 218; 220;
221; 222; 223; 224
Narse: Narsete · 106
Narsete: Narse · 146
Naumachie · 152
Navale · 107; 144; 180
Navone · 152
Nemi · 61; 219
Nenia · 26; 77; 187
Nerone · 29; 113; 118; 151; 152;
153; 156; 158; 159; 160; 171;
197
Neroniane · 151
Neroniano · 152
Nerva · 154; 159
Nicolao .V · 146
Nicolò V · 54
Nifo · 31; 223
Nilo · 110; 166; 185; 186
Nomentana · 98; 143
Nonno Di Panopoli · 48
Novatiane · 152
Numa Pompilio · 111; 176; 183
Numentana · 106
Numitore · 99; 102; 139
Nuova · 108; 124; 145; 165; 170;
210; 212; 213; 215; 221
O
Obelischi · 96
Occhipinti · 35; 81; 218
Octavio Panthagato: Ottavio
Pantagato · 38
Olimpiade · 100; 152
Olitorio · 125; 128; 131; 154; 169
Onofrio Panvinio · 13; 16; 37; 54;
81; 134; 199; 216
Onore · 106
Onuphrio: Onofrio Panvinio · 36;
37; 38
Ope. · 110
Oratii · 144; 170
Oratio Coclide · 145
Oratio Puluillo · 165
Orazi · 102
Orazio · 31
Orefici · 155
Orsina · 30; 148; 153
Orsini · 162
Orti: Horti · 75
Ostia · 76; 107; 139; 184
Ostiense · 107; 144; 157; 215
Ostrogotti: Ostrogoti · 73; 189
Ottaviano · 152; 186
Ottavio Pantegato · 81
Ovidio · 31; 49; 78; 110; 161; 188
P
Pacis · 115; 119; 120
Padana: Pandana · 103
Pagan · 25; Maffio Pagan · 5; 13;
287
15; 31; 32; 33; 42; 79; 82; 90;
91; 92; 95; 144; 153; 166;
189; 203
Paladio · 154; 199
Palagio De Conservatori: Palazzo
Dei Conservatori · 110
Palatino · 54; 58; 71; 96; 103; 110;
115; 116; 119; 121; 125; 126;
127; 128; 130; 137; 140; 142;
146; 147; 152; 154; 155; 159;
160; 162; 164; 167; 171
Palazzo De Conservatori · 108;
110; 145; 166
Palazzo Dei Conservatori · 69
Palazzo Della Cancelleria · 147;
210
Palazzo Maggiore: Palatino · 108;
145
Palazzo Maggiore: Palatino · 147
Palazzo Senatorio · 82
Paleario, · 81
Palladio · 3; 9; 91; 203; 218; 219
Palladio: Andrea Palladio · 3; 5; 8;
13; 25; 32; 33; 34; 35; 36; 37;
38; 41; 42; 44; 45; 52; 54; 55;
57; 61; 63; 65; 71; 72; 77; 78;
79; 80; 84; 85; 86; 87; 90; 91;
92; 93; 94; 95; 96; 97; 99;
100; 101; 104; 106; 108; 109;
111; 112; 113; 114; 115; 117;
121; 123; 126; 127; 128; 130;
133; 138; 140; 143; 144; 145;
147; 151; 152; 153; 154; 157;
158; 160; 162; 164; 165; 168;
170; 171; 172; 175; 176; 177;
185; 187; 188; 191; 199; 200;
203; 204; 205; 207; 209; 211;
213; 218; 219; 222; 223
Pallore · 77; 187
Pancratiana · 144
Pandana · 70; 103; 140; 142
Pane Liceo · 111
Panteon: Pantheon · 104
Panteone: Pantheon · 104; 105
Pantheon · 52; 68; 96; 104; 111;
112; 115; 118; 119; 125; 128;
130; 131; 175; 176
Panvinio: Onofrio Panvinio · 36;
37; 38; 81; 82; 134; 221
Paolo Del Rosso · 16; 28; 45; 46;
172
Paolo II· 54; 212; 217; 218; 224;
225
Paolo III· 54; 79; 83; 113; 134; 139;
208; 213; 214
Paolo Manganella · 15; 32
Papa Sisto IV· 113
Parti · 155
Pastore · 102; 110; 140; 166
Patritii · 141
Paula · 165
Pecile · 78; 188
Pertusa · 107; 144
Peruzzi · 55; 58; 63; 151; 208
Petrarca · 31; 46; 181; 186
Piazza de’ Preti · 112
Piazza dei Cavalleggeri · 147
Piazza di San Pietro · 150
Piazza Montanara · 128; 131; 154;
167; 169
Piccolomini: Battista Carli
Piccolomini · 40; 47; 213;
288
224
Pietre Tiburtine · 155
Pietro Barbo: Paolo II· 54
Pietro in Montorio · 147
Pietro Lauro · 29
Pinciana · 143
Pincio · 116; 119; 121; 148
Pintio: Pincio · 147
Pio · 37; 146; 148; 156; 200; 212;
217
Piramide · 156
Pisa · 1; 9; 15; 17; 41; 107; 206;
207; 209; 210; 213; 218; 224
Piscario · 154
Piscina Publ.: Piscina Pubblica ·
116; 119; 121
Pistorio · 154
Pittore: Fabio Pittore · 88
Platone · 31
Plinio · 59; 64; 85; 86; 88; 104; 138;
160; 180; 181; 186
Plubio Vittore · 122
Plutarcho: Plutarco · 47; 83; 100;
109
Plutarco · 16; 29; 31; 47; 49; 85; 86;
87; 108; 109; 122; 138; 166;
176; 182; 200; 201; 202; 204;
205; 223
Pola · 77
Poliziano · 28; 29; 31; 212
Polluce · 81; 113; 174
Pomo Granato · 31
Pompeo · 30; 153; 174; 175; 179;
183
Pomponio Aneo · 161
Pomponio Læto: Pomponio Leto ·
36
Pomponio Leto · 31; 36; 38; 111;
114; 122; 123; 161; 197; 202;
214; 215; 217; 218; 219
Pontano · 31; 46; 112; 114; 126;
165; 220
Pontari · 15; 61; 207; 219
Ponte In Borgo · 107
Ponte Quattro Capi · 146
Ponte Salaro · 146
Ponte Sisto · 109; 146
Pontifici · 28; 150; 184; 185; 200
Popolo: Porta del Popolo · 143
Popolo Romano · 30; 167; 173;
174; 177; 179; 180
Porta Capena: Porta Capena · 78;
107; 115; 187
Porta Capena · 53; 115; 119; 120
Porta Carmentale · 77; 142; 169;
187
Porta Collina · 77; 97; 122; 129;
130; 187
Porta del Popolo · 106; 108; 109;
143; 145; 146
Porta Di Ripa · 107
Porta Di S. Giovanni · 107
Porta Di S. Pancratio · 107
Porta Di S. Paolo · 107
Porta Di S. Sebastiano · 107
Porta Di San Paulo · 122; 148
Porta Gabiusa · 107
Porta Latina · 107
Porta Maggiore · 106; 148; 149
Porta Nevia · 144
Porta Pinciana · 106
Porta Querquetulana ·106; 144
289
Porta Salara · 148; 154
Porta Salaria · 106
Porta Saturnia · 70
Porta Scelerata · 30
Porta Settimiana · 107
Porta Viminale · 77; 187
Portico De Livia · 155
Portico Di Ottavia · 155
Portico Ditto Concordie · 155
Portio Catone · 164
Porto · 107; 215
Portonari · 34; 100; 203
Portuense · 107; 144
Posterula · 107; 144
Poverta · 77; 187
Prasitele · 158
Prati · 107; 173; 202
Prati Quintij · 107; 173
Prefetti · 75; 163; 186
Pretore Peregrino · 163
Pretore Urbano · 163
Pretorie · 143
Prigioni · 162; 163; 181
Pritanio · 78; 188
Procopio · 143; 144
Prosperi · 16; 151; 205
Publio Vittore · 38
Puppi: Lionello Puppi · 82
Q
Quadrante · 159
Querquetulano · 147
Questori Urbani · 163
Quiete · 77; 187
Quintiliano · 31
Quirinale · 30; 97; 106; 116; 119;
125; 126; 127; 128; 131; 137;
142; 143; 147; 161; 171; 174
Quirinalis: Quirinale · 98
Quirino · 101; 111
R
Raffaello · 14; 54; 87; 91; 95; 151;
208; 212; 213; 219; 222
Ravenna · 60; 186
Re Carlo · 110; 166
Regia · 59; 207; 214
Regio: Regionari · 75; 97; 114; 115;
118; 120; 187; 220
Regionari · 55; 57; 75; 76; 95; 108;
111; 115; 117; 118; 119; 120;
126; 164
Regione Aventina: Aventino · 122
Remo · 99; 101; 102; 139; 140; 164;
185; 186
Reno: Remo · 99; 158
Republica · 162; 168; 181
Reta: Via Retta · 108; 145
Rheno · 158
Ricchezze · 19; 75; 77; 96; 109;
181; 188
Rimini · 109; 205
Ringhiera · 154
Rioni · 75; 143; 164; 187
Ripa · 111; 144; 145; 164; 173
Ristaurata · 124; 165
Ritonda: S. Maria Rotonda · 104;
151; 155; 175
290
Roma · 1; 3; 5; 7; 8; 9; 13; 15; 16;
17; 18; 19; 25; 28; 29; 30; 31;
32; 33; 34; 35; 36; 37; 38; 39;
40; 41; 42; 52; 53; 54; 55; 56;
57; 58; 59; 60; 62; 63; 65; 67;
68; 69; 70; 71; 72; 73; 74; 75;
76; 77; 78; 79; 80; 81; 82; 83;
84; 85; 86; 87; 88; 89; 90;
91;딌92; 93; 94; 95; 96; 97;
98; 99; 100; 101; 103; 104;
106; 108; 109; 111; 112; 113;
115; 116; 117; 118; 119; 120;
122; 124; 126; 127; 129; 130;
131; 132; 133; 134; 137; 138;
139; 140; 141; 142; 143; 144;
146; 147; 148; 149; 150; 151;
153; 154; 155; 156;
157;딌158; 159; 160; 161;
163; 164; 165; 166; 167; 169;
172; 173; 174; 175; 176; 179;
180; 181; 183; 185; 186; 187;
188; 189; 192; 195; 196; 198;
199; 200; 201; 202; 203; 204;
205; 206; 207; 208; 209; 210;
211; 212; 213; 214; 215; 216;
217; 218; 219; 220; 221; 222;
223; 224
Romana · 73; 78; 103; 140; 142;
170; 189; 214
Romano · 64; 108; 110; 137; 141;
145; 154; 156; 162; 164; 168;
170; 171; 179; 181; 184; 200;
224
Rome: Roma · 80
Romolo · 62; 99; 100; 101; 102;
103; 137; 139; 140; 141; 142;
147; 156; 160; 164; 167; 168;
172; 177; 179; 180; 186; 197
Roseo: Mambrino Roseo · 29; 45;
204
Rostre · 162; 168
Rostri · 70; 154; 162; 168; 180
Rupe Tarpeia · 103; 140
Rupe Tarpeia · 36; 64; 101
Rustici · 154
S
S Maria Liberatrice · 111
S. Agnesa · 106; 144
S. Angelo: Castel S. Angelo · 111;
118; 130; 155
S. Bernardo · 107
S. Costanza · 106
S. Croce · 106
S. Domenico Maggiore · 111
S. Germano · 107
S. Giovanni In Laterano · 130; 167
S. Giovanni, Et Paulo · 147
S. Lorenzo · 106
S. Lucia In Orfea · 108; 145
S. Marco · 54
S. Maria De La Consolatione · 110
S. Maria De Le Gratie · 111
S. Maria In Portico · 64
S. Maria In Via Nova · 30; 128; 131
S. Maria Maggiore · 147
S. Maria Nuova · 155
S. Maria Rotonda · 104
S. Maria Rotonda · 104
291
S. Michele Arcangelo · 32
S. Pancratio · 144
S. Paolo · 107
S. Pellegrino · 107
S. Pietro · 30; 66; 75; 116; 119; 128;
130; 131; 147; 157
S. Pietro · 107; 115; 147; 152; 218
S. Pietro À Montorio · 148
S. Pietro Montorio · 147
S. Rocco · 75
S. Rocho · 157
S. Sebastiano · 107; 108; 144; 145;
157
S. Silvestro · 125
S. Silvestro In Lago · 111
S. Spirito · 107; 146; 147
S. Teodoro · 164
S. Theodoro · 111
S.Angelo · 146
Sabini · 106; 141; 142; 146; 179
Saburra: Subura · 106
Sacerdoti · 96; 177; 178
Sacra · 36; 107; 108; 125; 145; 162
Salaria · 97; 106; 129; 130
Sale · 63; 106; 150; 173
Salij · 101
Saline · 148; 162
Saline Antiche · 148
Salustio · 154; 171; 189
Salviati · 32
San Basilio · 154
San Giorgio · 149; 150; 154; 161
San Giovanni In Laterano · 113
San Giovanni Laterano · 149; 159
San Lorenzo · 143; 152; 155; 159;
171
San Matteo · 152
San Nicolao De Li Archimonii ·
154
San Pietro · 148; 152; 159; 160;
161; 172; 173
San Sebastiano · 153; 162
San Silvestro Nel Laco · 150
San Spirito · 144
Sannazaro · 31
Santa Caterina Di Funari · 152
Santa Croce In Gierusalem · 152
Santa Maria · 146
Santa Maria Da Loreto · 154; 155
Santa Potentiana · 147
Santa Sabina · 147
Santo Adriano · 36
Santo Apostolo · 154
Santo Bartolomeo · 146
Santo Eustachio · 151
Santo Vito · 155; 172
Saturnia: Saturnale · 103; 140; 142
Saturnio · 147
Savella · 153
Scala · 32
Scelerata · 30; 103; 140; 142
Schlosser · 90; 220
Schola Augusta · 36
Scipione Nassica · 159
Scoto · 132; 204
Scrittori Di Historia Augusta · 31
Sebille · 162
Secretaria Del Popolo Romano ·
27
Secretaria Del Populo Romano ·
27; 167
Senatorio · 146; 149
292
Senatuli · 96
Senatus · 71
Septa · 30
Septi · 30; 106
Septimontium · 125
Sepulcra: Sepolcro · 53
Serianni · 46; 221
Serlio · 55; 58; 63; 68; 151; 175
Servilio Cepione · 148
Sesto · 31; 72; 75; 138; 141; 167
Sesto Rufo · 31; 72; 75; 138
Setri · 26; 30; 164
Sette Chiese · 130
Sette Colli · 114; 117
Sette Sale · 96
Settimia: Settimiana · 144; 149
Settimiana · 107; 144
Settizonio · 54; 107; 108; 109; 116;
119; 120; 125; 126; 127; 128;
131; 145; 175
Severiane · 152
Severio: Severo · 152
Severo · 54; 106; 109; 146; 151;
155; 168; 174; 186; 197
Sheldon · 35
Sicilia · 159; 179
Silber · 90; 122
Silla · 165; 183
Silvano Da Venafro · 47
Silvia · 99; 101; 102; 139; 220
Simplicio · 102
Siracusa · 104; 175
Sisto .4.: Sisto Iv · 110; 166
Sisto 4 · 146
Sisto Iv · 54
Siviglia · 81
Sixsti · 132
Smezio · 81; 221
Solino · 31; 72; 100; 142
Soria · 91
Speranza · 107
Sperlonga · 77
Statilio · 26; 153
Statue De Rame · 104; 175
Statue Nude · 158
Stilichone · 162
Stoccolma · 60
Strabone · 104; 143
Strada Campana · 107
Strada Claudia · 106
Strada Flaminia · 106
Strada Gabina · 107
Strada Latina: Latina · 107
Strada Salaria · 106
Strozzi · 29; 220
Suario · 154
Subiaco · 148
Sublicio · 145
Subura · 36
Suburra: Subura · 108; 116; 125;
128; 130; 131; 145; 172; 173
Sudante: Meta Sudante · 157
Suidas · 81
Susanna · 27; 28; 151; 154; 161
Svetonio · 28; 31; 118; 143; 160
T
Tafuri · 91
Tallini: Tallini Gennaro · 1; 3; 39;
44; 84; 86; 111; 112; 132;
293
198; 212; 222; 223
Tallini Gennaro · 25; 38; 80; 87;
139; 191; 192; 222; 223
Tarcagnota · 3; 9; 78; 87; 92; 135;
183; 198; 203; 204; 205
Tarcagnota 13; 15; 17; 28; 29; 31;
32; 35; 36; 37; 38; 39; 40; 41;
42; 44; 45; 46; 47; 48; 49; 51;
52; 54; 55; 57; 58; 59; 60; 61;
62; 63; 71; 77; 81; 82; 83; 84;
86; 87; 91; 92; 93; 94; 95; 97;
99; 100; 101; 103; 111; 112;
114; 117; 122; 123; 124; 125;
126; 132; 133; 134; 137; 138;
139; 140; 143; 144; 153; 154;
156; 160; 165; 168; 170; 176;
181; 183; 191; 192; 195; 198;
203; 204; 221; 222; 223
Tarcagnotta: Giovanni Tarcagnota
· 35; 36; 82; 84
Tarpeio · 146
Tarpeo: Tarpeio · 147
Tarquinio Prisco · 110; 149; 152;
175
Tarquinio Superbo · 142
Tarquino Superbo · 141; 146; 165;
170; 175
Tatio · 137
Tavoni · 46; 207; 208; 212; 223
Temanza · 36; 144
Tempe · 78; 188; 216
Tempesta · 107
Tempio De La Pace · 110; 166
Tempio Della Pace: Tempio Della
Pace · 62; 112; 155
Tempio Della Pace · 30; 120; 127
Tempio Di Rediculo · 77; 187
Tempio Di Saturno · 36; 64; 168
Tempio Di Saturno: Tempio Di
Saturno · 66
Templi Extra Moenia · 113
Teocrito · 48
Tepula: Tipula · 148
Terentio · 107
Terenzio Scauro · 81
Terme Antoniane · 108; 145
Terme Diocletiane · 158
Termine · 159; 160; 171
Teseo: Aldovrandi · 80
Testaccio · 107; 115; 116; 119; 121;
122; 125; 126; 127; 128; 131;
148; 150
Testaccio. · 107; 122; 148
Tevere · 62; 66; 75; 102; 104; 107;
109; 115; 116; 119; 123; 125;
126; 127; 128; 131; 139; 143;
145; 146; 147; 157; 171; 173;
175; 184; 185; 186; 187; 188
Teverone: Aniene · 143
Theodosio: Teodosio · 27; 167
Thermae Dioclitiani · 69
Thesaurum S. Petri · 130
Tiberio · 77; 107; 146; 180; 184
Tiburtina · 106; 144
Tigre · 110; 166
Timore · 77; 187
Tipula · 148
Tiridate · 158
Tirreno · 62; 99; 139; 184
Titiane · 152
Tito · 29; 103; 108; 140; 145; 148;
150; 153; 155; 159; 161; 164;
294
185; 186; 197
Titto · 85; 86; 138; 150
Tivoli · 97; 149; 197; 215; 218
Tiziano · 87
Tolomei · 47; 92; 93; 223
Tolomei · 39; 42; 46; 47; 49; 71; 81;
92; 93; 94; 181; 204; 208; 210
Tori · 152
Torquato · 106
Torre Di Conti · 159
Torrione · 107; 144
Toscana · 41; 47; 107; 183; 184;
195; 198; 210
Totila · 73; 146; 189
Totila. · 73; 189
Traiana · 107; 149
Traiano · 53; 95; 107; 108; 109;
112; 145; 149; 152; 154; 155;
160; 184
Tramezino · 14; 16; 28; 39; 45; 48;
52; 54; 57; 59; 65; 68; 81; 82;
86; 91; 93; 94; 98; 103; 124;
132; 134; 137; 139; 140; 192;
200; 201; 202; 203; 204; 212;
214; 215; 222; 223
Transtib.: Transtiberim · 116; 120
Trapezunzio · 48
Trastevere · 75; 107; 111; 116; 120;
125; 126; 127; 128; 131; 143;
147; 149; 151; 152; 170; 186
Trasteveri: Trastevere · 77; 187
Tribu: Tribù · 96
Tribuni De Soldati · 141
Trigemina, · 96; 107; 144
Trigonia · 103; 140; 142
Trinita · 153; 171
Triomfali: Trionfali · 143
Triomphale · 146
Trionfale · 108; 145
Trionfi · 96; 108; 130
Trissino: Gian Giorgio Trissino · 9;
41; 44; 54
Triumviri · 163
Troia · 99; 100; 101; 139
Trovato · 39; 47; 210; 216; 224
Tufello · 98
Tusculano · 77; 78; 148; 188
U
Ulpia · 158
Umbria · 41
Urbs Romulia · 125
V
Vagenheim · 82; 224
Valente · 146; 157
Valentiniano · 146; 157
Valerio · 34; 85; 86; 138; 151; 159;
195; 200; 218
Valle · 116; 120; 121; 125; 126; 127;
128; 130; 131; 203
Vandali · 73; 189
Varisco · 32; 34; 50; 204; 205
Varrone · 62; 122; 138; 182
Vaticanio: Vaticano · 26; 108; 145
Vaticano · 7; 26; 30; 53; 75; 107;
112; 114; 115; 116; 117; 118;
120; 121; 125; 126; 127; 128;
130; 131; 134; 146; 147; 152;
295
173; 185; 205; 206; 210; 211;
212; 214
Vecchiezza · 77; 187
Velabro · 103; 110; 125; 128; 131;
140; 150; 155; 169; 171; 172
Venafro: Silvano Da Venafro · 47;
50
Venere · 77; 104; 106; 122; 138;
185; 186; 187
Venere Ercina · 77; 187
Venere Verticordia · 77; 187
Venezia · 5; 7; 8; 16; 17; 29; 32; 35;
39; 59; 68; 82; 83; 90; 100;
133; 198; 199; 200; 201; 202;
203; 204; 205; 207; 210; 211;
212; 213; 215; 218; 219; 223;
224; Venetia · 65
Venier · 87
Venturi · 16; 45
Vergilio · 161
Vergine · 37; 148
Verona · 1; 8; 15; 17; 18; 77; 224
Vertunno, · 110
Vespasiano · 29; 108; 112; 145;
153; 165; 175
Vespesiano · 148; 150; 155; 159
Vesta · 69; 101; 102; 110; 113; 150;
154; 176; 178
Vestali · 123; 176; 178
Veste: Vesta · 102; 139; 176
Via Claudia · 78; 149; 188
Via Larga · 108; 145
Via Latina · 77; 187
Via Prenestina · 149
Via Retta · 108
Via Vitelia: Via Vitellia · 108; 145
Vicentini · 63; 115; 165; 205
Vicentini · 75; 76; 205
Vico Iugario · 110
Vico Toscano · 110
Vico Turario · 110
Vicus Collis Viminalis · 98
Vicus Cyclopis: Ciclope · 38
Vicus Patricius · 98
Villa À Le Galline · 106
Villa Adriana · 75
Villa De’ Cesari · 106
Villa Publica · 96
Villa Tiburtina · 78; 188
Viminale · 103; 106; 116; 119; 121;
125; 126; 127; 128; 131; 140;
143; 144; 147; 159; 161
Vincentio Lucrino: Lucrino
Vincentio · Vedi
Vinegia: Venezia · 83
Virtuosi · 54
Visigotti: Visigoti · 73; 189
Vitellio · 29
Vitrari · 122
Vitruvio · 52; 71; 72; 91; 92; 94;
138; 151; 205; 221; 224
Vivaiuolo · 106
Vivario · 96; 171
Volterrano: Raffaele Maffei · 124
W
Weiss · 55; 87; 224
Z
296
Zeus · 102
Ziletti: Zilletti · 14; 16; 80; 81; 84;
192; 199; 201; 202; 203
Zippel · 55; 225
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L`Antichità di Roma 1554 - Università degli Studi di Verona