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APRILE/MAGGIO 2013
BIMESTRALE DI ATTUALITÀ, CULTURA E APPROFONDIMENTI DEL DISAGIO SOCIALE OLTRE I LUOGHI COMUNI
ANNO 4 - N. 2
VIVERE LIBERI
INIZIATIVE PER UNA CULTURA
DELLE DIFFERENZE
I DIRITTI
DELLE DONNE
POVERTÀ: TRA PIAGA SOCIALE
E VIRTÙ MORALE
Giuseppe Orlando - Melfi
Carmela Zaccagnino - Melfi
Don Aldo Antonelli - Antrosano (AQ)
LA BUONA RETORICA
“CERCO UN RI-TRATTO”
Antonio Foti - Foggia
Sterpeta Fiore - Barletta
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Giuseppe Lavalle - Bologna
embra il titolo di un compito in
classe, assegnatomi dal “Professor” Nicola! Ad ogni numero Nicola ha già in testa quello che vorrebbe
che fosse, e così ci travolge con il suo entusiasmo discutendo quello che potrebbe
essere l’argomento da descrivere e far ar-
S
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IO
E L’ALTRO
rivare a chi legge l’Altro. Questa è più o
meno la storia del numero che avete tra le
mani in questo istante.
Ogni cosa non capita per caso, è sempre conseguenza di qualcosa.
L’Altro è nato da una situazione dolorosa, la scomparsa tragica di una per-
2
sona, una vita polverizzatasi all’improvviso. Quella polvere Nicola non l’ha spazzata via, l’ha raccolta e sparsa ovunque
cercando di dare nuova vita a quello che
un tempo era la sua vita.
Io questa persona l’ho conosciuta.
Marina era dirimpettaia di mio padre,
e quindi mi ha visto crescere. Ricordo la
sua chioma, ero un bambino e vedevo
questa gioiosa capigliatura avvicinarsi a
me nel cortile, sorridere a darmi un buffetto.
Poi il tempo dilata lo spazio e la distanza, io Marina non l’ho vista, ma la conoscevo perché mio padre con lei aveva,
oltre che un rapporto di amicizia, un ambito professionale comune.
Ho saputo della sua scomparsa come
tutti, in una mattina come le altre, una notizia che ti lascia di pietra.
Nicola, qualche tempo dopo, mi ha
chiamato chiedendomi di scrivere per l’Altro, e oggi mi ritrovo a scrivere e condividere quelle che erano le idee e le
intenzioni di Marina, la ragazza con la gioiosa capigliatura che mi dava un buffetto
ogni volta che mi vedeva!
Io ero l’Altro per Marina.
La collaborazione con L’Altro mi ha permesso di approfondire aspetti e valori che
condivido, ma che non avevo mai fatto
miei fino in fondo. L’attenzione verso il più
debole, verso la solidarietà, intesa come
attiva e non come elemosina lava-coscienza.
Ogni anno Nicola ha spinto L’Altro, e
chi gravita attorno alla sua orbita, sempre
più in là. Il concorso ad ogni edizione registra un numero di partecipanti sempre
maggiore, ed un’attenzione crescente che
porta inevitabilmente al centro della scena
il messaggio che l’Altro vuole trasmettere.
Scrivere ed osservare gli altri nei loro
comportamenti è sempre più facile che
guardare se stessi e quello che si fa.
Ecco, l’Altro mi ha permesso anche di
fermarmi e guardare quello che sono e che
faccio. Quella che racconto è una storia
come tante, comune a molti, ma reale.
Mi piace correre, uscire al mattino presto e correre. Il percorso che faccio è quasi
sempre lo stesso, attraverso la strada e mi
dirigo verso un parco. Nel tragitto, durante
le prime uscite in cui passavo di là, vedevo
tante persone, con un carrello per la spesa,
vagare nei pressi di un supermercato. Credevo fossero i primi clienti della giornata.
Poi guardandoli con attenzione ho capito
che erano lì, si per il supermercato, ma per
gli scarti buttati via dopo aver preparato gli
scaffali. Accanto al negozio c’è una serie
di bidoni, dove le persone si ammassano,
saranno forse 10-12 e frugano dentro per
tirare fuori qualcosa che è stata scartata
perché non bella da vedere, ma commestibile. La scena mi ha davvero toccato. Le
persone che sono lì non sono barboni, o
morti di fame, ci sono giovani stranieri,
donne, anziani, persone dall’aspetto non
trasandato che arrivano con la busta ed a
modo loro fanno la spesa per la giornata.
Si conoscono tra di loro, e spesso prima di
lasciare qualcosa, che a loro non va bene,
chiedono agli altri se può interessare. Lo
spazio attorno a questi cassonetti è pulito,
non viene buttato niente a terra. Poi
quando la giornata per tutti gli altri sta per
iniziare loro vanno via, con le loro buste e
con il pranzo per un altro giorno. Si guardano attorno quando si allontanano, perché si imbarazzano.
Tutto questo è accettabile? Beh, Questo per me è l’Altro.
Ho letto, sul giornale locale, dell’iniziativa della facoltà di Agraria qui a Bologna. Raccoglie i cibi non venduti ed ancora
buoni dalla grande distribuzione e li mette
a disposizione di chi è in difficoltà.
Ho scritto un cartello con tutte le indicazioni per usufruire di questa iniziativa e
ne ho affisse alcune copie sui cassonetti.
Fare qualcosa per gli altri, perché i
miei diritti, sono i diritti di tutti.
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Lo scrivo non per vanto, se il nostro vicino, l’Altro, non sta bene, neanche noi
possiamo stare bene. Faccio mie le parole
pronunciate dal Governatore della Banca
d’Italia nell’ultima relazione del 31 maggio: “Non si costruisce niente sulla difesa
delle rendite e del proprio particolare, si
arretra tutti”.
•
...Ricordo la sua chioma,
ero un bambino e vedevo
questa gioiosa capigliatura
avvicinarsi a me nel cortile,
sorridere a darmi un
buffetto...
Quest’anno le adesioni
registrate al Concorso per
l’assegnazione della “Borsa di
studio Marina Sinigaglia 2013
sono
191
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Iiss BATTAGLINI
Giuseppe Orlando
Direttore Responsabile
INIZIATIVE PER UNA
CULTURA DELLE
DIFFERENZE
“
IL VOLONTARIATO
CONSENTE DI
ARRICCHIRSI
PROPRIO MENTRE
CI SI DONA
AGLI ALTRI.
”
romuovere una convivenza civile e responsabile verso le differenze, consapevoli che è compito di tutti i cittadini
contribuire ad instaurare una società equa,
fondata sulla eguaglianza di diritto. Questo il
messaggio lanciato dagli alunni dell’Iiss
“E.Battaglini” con l’elaborato “Sensibilità e
limiti dell’uomo verso le differenze”, premiato
dalla Federazione Naz.le S.Vincenzo De Paoli
di Roma tra gli oltre 50 provenienti da ogni
parte d’Italia.
La commissione giudicatrice ha evidenziato che gli studenti venosini con il loro lavoro multimediale hanno evidenziato
P
l’importanza di un equilibrio tra la capacità di
apprezzare la diversità e la preoccupazione di
orientarla alla coesione sociale, senza riduzionismi. “Abbiamo studiato l’interdipendenza economica dei Paesi e le migrazioni,
che causano una crescente diversità dei
gruppi umani, in cui l’Amore (oltre la Politica)
si pone come mediazione essenziale e necessaria per un confronto e un dialogo-ci dice
Maria Donata Pellegrino, docente del “Battaglini- Maturare l’Amore incondizionato, soprattutto di fronte a chi ha avuto di meno
dalla vita, è un atto che nasce solo dalla sensibilità per le differenze”. La cerimonia di pre-
4
miazione nell’Aula Multimediale del Battaglini ha fornito l’occasione per sviluppare e
approfondire i temi proposti dai giovani studenti con i loro elaborati. “Lavorare per l’accettazione del diverso- ha sottolineato Giulio
Bagnale, Presidente Aias Melfi-Matera- vuol
dire lavorare per liberare noi stessi”. Una
esperienza che si può fare in prima persona
svolgendo attività di volontariato, che contribuisce a scoprire la diversità come ricchezza.
Ad aprire le porte a questa opportunità sia la
Coop “Il Filo di Arianna” che la Caritas diocesana. “La pietra scartata dal costruttore è
diventata la pietra d’angolo. Questa metafora
spiega il senso del lavoro della nostra cooperativa- ha sottolineato Giusy Conte, Presidente
de “Il Filo di Arianna”-Noi partiamo da quello
che gli altri scartano”. Il volontariato consente
di arricchirsi proprio mentre ci si dona agli
altri. “Vi propongo di prendere contatto con la
realtà di tutti i giorni scendendo in campo con
i volontari della Caritas- ha detto Giuseppe
Grieco, Direttore Caritas diocesana-Potrete conoscere dall’interno difficoltà e disagi della
vita di tutti i giorni”. Apprezzamenti per il lavoro degli studenti sono arrivati da Leo Vitale,
Presidente della S.Vincenzo De Paoli”: “Per
cambiare il mondo occorre avere attenzione
verso le varie diversità -ha sostenuto Vitale- dobbiamo seminare voglia di vivere e per il bene
degli altri”. Quale il senso della partecipazione
al concorso? “Diventiamo sensibili nella misura
in cui siamo capaci di metterci nei vestiti dell’altro -ha sintetizzato il Vescovo mons. Giuanfranco Todisco- la politica è l’amore verso la
Polis. l’altro non è un estraneo: mi appartiene”.
“La differenza non deve far paura; è il seme
della vita -ha aggiunto Claudio Martino, Dirigente scolastico del “Battaglini”- Questa esperienza ha acceso una luce. Coltivate questa
luce: è facile che si spenga!”
•
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TRINITARI-SPECIAL OLIMPICS
PER L’INTEGRAZIONE
A
tleti speciali per giochi speciali
hanno gareggiato insieme nella cittadina oraziana nell’ambito della
manifestazione “Lo Sport fa festa”. Protagonisti delle gare atleti con disabilità e atleti
normodotati, che fianco a fianco si sono esibiti per le strade e le piazze di Venosa.. Alla
base della iniziativa, lo sport visto non solo
come pura competizione, ma anche come
strumento di riabilitazione, occasione di socializzazione e integrazione. Un progetto por-
tato avanti a livello nazionale da Special
Olympics Italia, un’associazione del Coni
che attua programmi di allenamento per persone con disabilità e propone lo sport inclusivo. Oltre a giochi sportivi riservati a
atleti con disabilità, infatti, organizza tornei
con squadre di sport unificato composte da
normodotati e atleti speciali. Come, appunto la manifestazione organizzata a Venosa da Special Olympics Italia di Basilicata
con il patrocinio del Comune di Venosa e il
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CONI. In un clima di festa si sono svolte
gare “senza barriere” che hanno catturato
l’attenzione dei cittadini, che hanno seguito
con interesse e passione tutto il programma
predisposto dagli organizzatori: atletica leggera, ginnastica dolce, minigolf, mountain
bike, ciclismo, bocce, youdo. Tra le associazioni partecipanti sono affiliate allo Special Olympics di Basilicata il Centro di
Riabilitazione dei Padri Trinitari con la società sportiva “San Giovanni de Matha” e da
qualche anno la cooperativa sociale “Il filo
di Arianna”, con circa 200 atleti, 20 volontari e 15 tecnici di disciplina. “Quando 30
anni fa i Trinitari hanno iniziato a fare attività sportiva erano soli- ha sottolineato Filippo Orlando, Direttore di Special Olympics
di Basilicata-Oggi lo facciamo insieme a
tante persone e insieme a tante associazioni”. Hanno partecipato alla manifestazione le società San Giovanni de Matha dei
Padri Trinitari, Filo di Arianna, Avis, Gym-
planet, Ciclistica Venosa, Sport Team, Essedisport, Kinesi Lab, FIAT 500 Club Italia,
Brigan’Tango, Protezione Civile Gruppo Lucano, Croce Rossa Italiana, Associazione
Nazionale Arbitri, Parrocchia Immacolata.
Insomm auna partecipazione corale sia a livello di cittadini che a livello di associazioni.. “Ci vuole poco per fare festa- ha
sottolineato Padre Angelo Cipollone –Per i
ragazzi questo è un momento di gioia, per
noi adulti è integrazione” Ancora una volta,
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quindi, Venosa si è dimostrata “Città dell’accoglienza e dell’integrazione”. “Questi
percorsi si costruiscono gradualmente con
azioni, comportamenti e monumenti- ha evidenziato Bruno Tamburriello, Sindaco di Venosa- La presenza degli ospiti dei Padri
Trinitari ha fatto maturare nella nostra comunità una particolare sensibilità, rendendola più accogliente e disponibile alla
integrazione”.
G. O.
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04.05 | 2013
Carmela Zaccagnino - Psicologa
I DIRITTI
DELLE
el 1993 le Nazioni Unite riconoscono nella violenza contro le donne
una violazione dei diritti umani.
L’argomento è di stretta attualità. Sempre più spesso si sente parlare di violenza
contro le donne, violenza domestica e femminicidio. Se ne parla non solo e non tanto
in termini teorici, come di un fenomeno cui
prestare attenzione e dedicare impegno, ma
soprattutto in riferimento ai casi reali di
donne uccise che di volta in volta salgono
agli onori della cronaca. L’omicidio di Fabiana Luzzi, la sedicenne di Corigliano Calabro brutalmente uccisa dal fidanzato, è
solo l’ultimo in ordine tempo.
D’altra parte occorre dire che nonostante
la maggiore attenzione con cui oggi si tratta
la questione, il fenomeno della violenza contro le donne rimane ancora sostanzialmente
poco conosciuto nei suoi contorni reali e
perfino gravato da diversi pregiudizi.
La rappresentazione che ne viene data
dai media è quella di un fenomeno che trae
la sua origine e, quindi, anche la sua motivazione ultima nella relazione interpersonale
tra la vittima ed il suo aggressore; si tratterebbe, dunque, di un’evenienza che riguarda
la sfera del privato, la dimensione dell’intimità. A quest’idea si rimanda ogni qualvolta
i media identificano il movente di un femminicidio con la gelosia, con la volontà di
uno dei partner di separarsi o ancora con il
verificarsi di un litigio. A volte si fa riferimento ad un presunto raptus dell’omicida,
lasciando con ciò intendere che l’episodio si
sia verificato in un contesto di assoluta nor-
D
NNE
praffazione di un sesso sull’altro, è ancora
profondamente radicato e continua incidere
sulla qualità delle relazioni tra uomini e
donne, sia in ambito privato che pubblico.
E’ ancora profondamente radicata nella
mentalità maschile l’idea di una donna legata a ruoli tradizionali, con funzioni di cura
e procreazione, e quella della donna come
corpo disponibile.
Con simili premesse culturali accade
che la ricerca di autonomia da parte della
donna vada a scontrarsi con le resistenze
maschili, in particolare con l’incapacità dell’uomo di sopportare la perdita di controllo
sulla donna e di accettare la rinuncia a
quella che considera una sua proprietà.
Se la donna è ancora considerata subalterna all’uomo, se non è soggetto (in grado
di autodeterminarsi) ma oggetto, ecco che
l’uomo si sente in diritto di maltrattarla, di
violarla fino all’estremo dell’omicidio.
lora sereno, né si può dire che l’aggressore,
fino al momento in cui commette la violenza, sia una persona dai comportamenti
sicuramente normali. Eppure, è frequente
da parte dei media il ricorso al raptus di follia come movente del femminicidio, con il
risultato che viene ad essere rinforzata l’idea
dell’uccisione della donna come fatto inspiegabile ed imprevedibile, dovuto all’improvvisa perdita di senno dell’aggressore e
slegato dal ciclo della violenza.
Il facile ricorso al raptus come movente
da un lato semplifica una realtà più complessa e sfaccettata, dall’altro dimostra la
scarsa consapevolezza delle radici culturali
del fenomeno.
Insomma, la violenza contro le donne ed
il femminicidio sono prima di tutto un fatto
culturale.
In quanto tale, necessitano di interventi
ad ampio raggio capaci di incidere sulla
N
malità ed in modo, quindi, del tutto imprevedibile ed isolato.
In realtà le cose stanno diversamente. La
violenza contro le donne ed il femminicidio,
sua forma estrema, non sono questioni solo
private. Il movente non può coincidere tout
court con il litigio di coppia o con la volontà
8
di separarsi: semmai queste sono le cause
più prossime. L’origine del fenomeno va rintracciata, invece, nel dato culturale che
vede ancora uomini e donne in una relazione
asimmetrica di potere. Per quanto possa apparire anacronistico, il sistema patriarcale,
basato su relazioni di disuguaglianza e so-
Sì, perché il femminicidio è il punto culminante del ciclo della violenza. Nella stragrande maggioranza dei casi la morte è stata
ampiamente annunciata da numerosi episodi pregressi di maltrattamento. Non si
tratta, dunque, di fatti isolati, che si inseriscono nel contesto di un rapporto fino ad al-
mentalità di uomini e donne per favorire un
radicale cambiamento dei modelli culturali.
Un passo importante in questo senso è
stato fatto il 28 maggio u.s. con l’approvazione da parte della Camera dei deputati
della Convenzione di Istambul su “Prevenzione e lotta contro la violenza nei confronti
9
“
E’ ancora
profondamente
radicata nella mentalità
maschile l’idea di una
donna legata a ruoli
tradizionali, con funzioni
di cura e procreazione, e
quella della donna come
corpo disponibile.
”
delle donne e la violenza domestica”. Approvata all’unanimità ed ora al Senato per
l’approvazione definitiva, la Convenzione ha
carattere vincolante per gli Stati che la ratificano.
L’obiettivo che si pone è quello di “Proteggere le donne da ogni forma di violenza e
prevenire, perseguire ed eliminare la violenza contro le donne e la violenza domestica”; ci si riferisce sia alla violenza fisica
che a quella psicologica, allo stupro, allo
stalking, ai matrimoni forzati, alle mutilazioni dei genitali, al femminicidio.
La Convenzione, inoltre, intende eliminare ogni forma di discriminazione nei confronti
delle
donne,
promuovendo
concretamente la parità tra i sessi. A questo
scopo invita gli Stati aderenti ad inserire
nelle loro Costituzioni nazionali o in qualsiasi altra disposizione legislativa appropriata il principio della parità dei sessi e a
garantirne l’effettiva applicazione.
Per una significativa coincidenza il
giorno dell’approvazione della Convenzione
di Istambul era anche quello in cui si celebrava il funerale di Fabiana Luzzi.
Certo, indietro non si può tornare, non si
può cancellare la morte di Fabiana né quella
delle tante donne uccise per mano di mariti
o ex mariti, fidanzati o ex fidanzati, conviventi e padri, ma almeno si può sperare che
il loro sacrificio sia utile alle generazioni future e che da qui in avanti si possa guardare
al futuro con rinnovato ottimismo.
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04.05 | 2013
04.05 | 2013
Don Aldo Antonelli
Parroco di Antrosano - AQ
POVERTÀ:
TRA PIAGA SOCIALE
E VIRTÙ MORALE
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868 milioni,
o una persona su otto,
soffre di fame cronica.
(In Dialogo N. 100 - Giugno 2013)
Il Problema
overtà: virtù morale o piaga sociale?
Una scelta personale di vita o una
condanna? Ed ancora: una “Grazia”
o una “Disgrazia”?
Non c’è dubbio che la parola, in sé, sia
quanto mai equivoca e si presti, quindi, ai
doppi, tripli giochi a seconda di chi la pronuncia, di chi la ascolta e del contesto nel
quale essa viene usata.
Noi vogliamo liberarci da quella che don
Tonino Bello chiamava la “Sindrome dei significati stravolti”, propria delle “parole
multiuso” che, nella loro ambiguità spesso,
troppo spesso, trasmettono la volontà del
dominio e solo più raramente l’ansia della
comunione.
Ed in effetti, se noi prendiamo i primi
e/o i secondi termini delle predette opposizioni, diventa solare l’incongruenza degli
uni e/o degli altri a veicolare tutta la pregnanza, in positivo e in negativo, delle rispettive realtà. Soprattutto se focalizziamo
la nostra attenzione sulla povertà reale dei
più dei due terzi della popolazione mondiale, notiamo l’incapacità dei termini usati
(“Piaga sociale” - “Condanna” - “Disgrazia”) a significare la caratteristica più inquietante, quella che più ci mette sotto
accusa, è cioè il fatto di essere non un
evento naturale ma un prodotto storico del
nostro mondo “evoluto”, così come si è andato strutturando nel tempo. Non a caso le
menti più sensibili e le penne più accorte,
parlando dei “poveri”, sono solite ricorrere
ad un neologismo e preferiscono parlare di
“impoveriti”.
”
P
RICCO
La situazione
I dati di fatto ci dicono che dal 1960 al
2000 la quota del 20% più ricco della popolazione mondiale è cresciuta dal 70 al
90% del reddito globale, mentre la quota del
20% più povero si è ridotta dal 2,3% a circa
l’1%. In parole povere, in questi ultimi anni
i ricchi sono diventati più ricchi e i poveri più
poveri. Per di più o primi sono diminuiti e i
secondi sono cresciuti. Oggi ci ritroviamo in
un mondo con meno ricchi più arricchiti e
molti più poveri ancor più impoveriti. Un fenomeno che non poteva sfuggire nemmeno
alla coscienza attenta di Benedetto XVI che
al numero 22 della sua enciclica Caritas in
10
POVERO
veritate denuncia a chiare lettere: «Cresce la
ricchezza mondiale in termini assoluti, ma
aumentano le disparità. Nei paesi ricchi
nuove categorie sociali si impoveriscono e
nascono nuove povertà. In aree più povere alcuni gruppi godono di una sorta di supersviluppo dissipatore e consumistico che
contrasta in modo inaccettabile con perduranti situazioni di miseria disumanizzante».
Cui fanno eco le “puntualizzazioni” del
teologo cileno Pablo Richard: «Nell’attuale
sistema di globalizzazione neoliberale, la situazione del povero è mutata sotto molti
aspetti. In primo luogo, ci sono più povertà di
prima. Il loro numero si è moltiplicato. In se-
condo luogo, il povero è anche un escluso.
In passato il povero era necessario, come
forza lavoro o come consumatore. La morte
del povero danneggiava il sistema. Oggi i poveri non contano né come manodopera, né
come consumatori. Sono superflui».
Oggi, più che ieri, esiste un’isola di ricchezza in un mondo di povertà. Povertà, per
di più, che viene intesa come un dato di fatto
“naturale”, in dato di fatto scontato e non
strettamente legato e dipendente dalla ricchezza dei pochi. Come di fatto è. Con una
novità aggiunta: fino al secolo scorso la povertà era una realtà dipendente della ingiusta
distribuzione delle ricchezze. Oggi la povertà
è legata non solo alla ingiusta distribuzione
della ricchezza ma al modo stesso di produzione della ricchezza. Di conseguenza, compito dello stato non è più e soltanto la equa
ridistribuzione delle ricchezze ma quello di
intervenire nello stesso processo di formazione della ricchezza, a salvaguardia dei diritti delle persone e contro lo strapotere
autoreferenziale del capitale finanziario.
Dalla “Produzione del valore” alla “Estrazione del valore”.
A partire dagli anni ottanta, con l’avvento
delle politiche liberiste di Reagan negli Stati
Uniti e della Thatcher, recentemente scom-
11
parsa, nel paese codino degli Usa, abbiamo
assistito, spesso anche collaborando, ubriachi del nuovo dictat “più Mercato e meno
Stato”, allo smantellamento dello stato sociale, allo sventramento della “Politica” e all’intronizzazione del Liberismo più spinto
che ha dato la stura a quello che poi sarebbe
stato chiamato “turbocapitalismo”, globale
e letale.
E’ uscito alle stampe appena due anni fa,
nel 2011, un ottimo libro di Luciano Gallino,
edito dalla Einaudi, dal titolo “Finanzcapitalismo”, ristampato quest’anno con il sottotitolo “La civiltà del denaro in crisi”. In esso
Gallino compie un viaggio dentro «i deliri cinici, e a volte addirittura clinici, del mercatismo. Un viaggio che parte da un trionfo
egemonico: un sistema economico basato
sull’azzardo morale e sull’irresponsabilità del
capitale, sul debito che genera debito e sul
denaro che produce denaro. E che ci conduce a un capolinea drammatico: la completa svalorizzazione del lavoro, la
devastazione delle risorse industriali e naturali, la desolazione di una massa di donne e
di uomini che ormai non sono più “ceto
medio”, ma “classe povera”» (Massimo
Giannini su La Repubblica dell’8 Marzo
2011).
In esso Gallino ricostruisce tutto il processo che ha cambiato i connotati di quel sistema che noi chiamavamo “capitalismo” e
che tuttora, ingenuamente, continuiamo a
chiamare con lo stesso termine.
A questo punto dovete permettermi di
fare una lunga citazione. Scrive Massimo
Giannini: «Gallino lo ricostruisce (il ca- >
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pitalismo ndr) a partire dal concetto, teorizzato da Lewis Mumford, delle “mega-macchine sociali: quelle grandi organizzazioni
gerarchiche che usano masse di esseri
umani come “componenti o servo-unità”.
Kombinat di potere politico, economico e
culturale che hanno generato “mostri” nell’arco dei millenni: dalle piramidi egiziane
costruite col sangue degli schiavi all’Impero
Romano, dalla fabbrica di sterminio del
Terzo Reich nazista all’universo concentrazionario del comunismo sovietico. Ora siamo
alla fase più “evoluta”: il “finanzcapitalismo”, “mega-macchina” sviluppata allo
scopo di massimizzare e accumulare, sotto
forma di capitale e potere, «il valore estraibile sia dal maggior numero possibile di esseri umani, sia dagli eco-sistemi».
E questa “estrazione di valore” è diventata il meccanismo totalizzante e totalitario
che ormai abbraccia “ogni momento e ogni
aspetto dell’esistenza”. Dalla nascita alla
morte: come il vecchio Welfare, arrugginito
e inservibile secondo la vulgata occidentale
dominante, abbracciava un tempo l’individuo “dalla culla alla bara”. Il salto di qualità
è nel passaggio cruciale dalla “produzione”
alla “estrazione” del valore. Si “produce”
valori quando si costruisce una casa o una
scuola; si “estrae” valore quando si impone
un aumento dei prezzi delle case manipolando i tassi di interesse. Si “produce” valore quando si crea un posto di lavoro stabile
e ben retribuito; si “estrae” valore quando
si assoldano co.co.pro. mal pagati o si aumentano i ritmi di lavoro a parità di salario».
Si “produce valore”, aggiungiamo noi,
quando si creano posti di lavoro nei servizi;
si “estrae” valore quando si bypassa il lavoro
automatizzando i servizi, abbattendo i costi
di lavoro ed aumentandone il corrispettivo:
per es. ai caselli autostradali.
Continua Massimo Giannini: «Se la
“mega-macchina” del vecchio capitalismo
industriale fordista aveva come motore l’industria manifatturiera, la “mega-macchina”
del “finanzcapitalismo” ha come motore
l’industria finanziaria. La prima “girava” grazie al lavoro, che generava reddito, diritti,
cittadinanza. La seconda “gira” grazie al denaro, che genera altro denaro, e poi ancora
denaro, e sempre e solo denaro. “Finanza
creativa”, abbiamo imparato a chiamarla in
questa inebriante stagione di culto pagano
per il dio mercato. Non ci siamo accorti che,
nel frattempo, è diventata “finanza distruttiva”».
Secondo l’economia finanziaria il “lavoro” non è più una “ricchezza”, ma un
Vidi e un cavallo nero e colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano. (Apocalisse 6,1-8)
costo da abbattere, possibilmente da “bypassare”: fare allegramente soldi con i soldi
è stato non tanto il nuovo trend della prassi
di investimento ma il dictat perentorio per
le transazioni che hanno sostituito gli investimenti.
Una povertà rivoluzionaria contro la
piaga della povertà disumana
La povertà più o meno strisciante continua ad essere protagonista in queste settimane. Aumenta il numero delle famiglie
povere e diminuisce il loro potere di acquisto; mentre lo Stato riduce i servizi, toglie
fondi al sistema sanitario e decurta sovvenzioni alla scuola.
La povertà rappresentava per il capitalismo finanziario di quest’ultimo secolo quello
che i rifiuti rappresentano per il capitalismo
moderno. Proprio come è impossibile accumulare continuamente capitale senza produrre povertà, così è impossibile farlo senza
produrre rifiuti.
A questo punto emerge con evidenza la
necessità di una resistenza, ancor più di una
lotta al sistema in vista di una inversione
che blocchi questa discesa infernale in una
12
società sempre più diseguale, sempre più
disparitaria e sempre più schiavizzata, nella
quale i diritti diventano un lusso riservato ai
pochi e la dignità una merce qualsiasi da
sottoporre a contrattazione.
Agli effetti di una inversione di tendenza
occorre rendersi conto, anzitutto, che spesso
coloro che cercano di lottare contro la povertà sono gli stessi che la provocano, nel
senso che pur reagendo alle conseguenze disastrose del sistema economico, fanno proprie le premesse che lo rendono necessario
e lo mantengono in auge. C’è troppa gente in
giro che ha la coscienza colonizzata da una
propaganda sfacciata che scambia la Libertà
per libertinaggio e la applica al mondo economico che invece dovrebbe stare sotto il
dominio della Legge.
«Il paradosso della nostra epoca - ebbe a
denunciare il cardinale Etchegeray in un
prezioso libretto edito dalla Comunità di
Bose nel 2000 - è che il mondo è sensibile
al dramma dei poveri con una mentalità di
ricco, mentre la chiesa vi si accosta con un
cuore di povero. Donde il gigantesco equivoco esistente tra la povertà economica e
quella evangelica. Come spiegare che si può
conciliare una povertà da combattere con
una povertà da abbracciare? Come far comprendere la ricerca spirituale di ciò che è
senza prezzo in una economia sottoposta
alla legge dei costi? Come far posto alla gratuità di un atto in una civiltà di mercanti?
Nella società dei consumi, la beatitudine
della povertà appare come un lusso o come
un oggetto di derisione» (Roger card. Etchegaray: Che ne hai fatto di Cristo? Pag.
182).
Personalmente non sono tanto sicuro
che la chiesa non sia, anch’essa, soggiogata
da questo grande imbroglio…
Sarebbe bello, contro ogni opportunistica prudenza, se si riscoprisse da parte dei
cristiani la loro vocazione profetica, quella
di parlare, “sine glossa”, il linguaggio evangelico della schiettezza.
Come esempio voglio qui riportare un
passo bellissimo tratto dalle omelie di Basilio di Cesarea (“Che cosa è tuo?” – Bose
2000; pp. 20-22).
«“A chi faccio torto se mi tengo ciò che
è mio?”, dice l’avaro. Dimmi: che cosa è
tuo? Da dove l’hai preso per farlo entrare
nella tua vita? I ricchi sono simili a uno che
ha preso posto a teatro e vuole poi impedire
l’accesso a quelli che vogliono entrare ritenendo riservato a lui e solo suo quello che è
offerto a tutti. Accaparrano i beni di tutti, se
ne appropriano per il fatto di essere arrivati
per primi. Se ciascuno si prendesse ciò che
è necessario per il suo bisogno, e lasciasse
il superfluo al bisognoso, nessuno sarebbe
ricco e nessuno sarebbe bisognoso(…). Ma
tu, che tutto avvolgi nell’insaziabile seno
della cupidigia, sottraendolo a tanti, credi di
non commettere ingiustizie contro nessuno?
Chi è l’avaro? Chi non si accontenta del sufficiente. Chi è il ladro? Chi sottrae ciò che
appartiene a ciascuno. E tu non sei avaro?
Non sei ladro? Ti sei appropriato di quello
che hai ricevuto perché fosse distribuito. Chi
spoglia un uomo dei suoi vestiti è chiamato
ladro, chi non veste l’ignudo pur potendolo
fare, quale altro nome merita? Il pane che
tieni per te è dell’affamato; dell’ignudo il
mantello che conservi nell’armadio; dello
scalzo i sandali che ammuffiscono in casa
tua; del bisognoso il denaro che tieni nascosto sotto terra. Così commetti ingiustizia
contro altrettante persone quante sono
quelle che avresti potuto aiutare».
13
Se si coniugasse questo alto senso morale e lo sdegno di fronte agli accumuli e
agli sprechi di oggi con le analisi critiche,
tra i molti, di Karl Marx, Karl Polanyi, Serge
Latouche e Riccardo Petrella, di certo l’alba
per uno nuovo giorno non sarebbe distante.
Dovrebbe apparire chiaro nella coscienza
dei credenti che i poveri li si ama solidarizzando con loro e con le loro lotte di liberazione mentre i ricchi li si ama combattendoli
e facendo opposizione al sistema che legalizza l’illegalizzabile. Non sarebbe più possibile “amare” indistintamente, allo stesso
modo, ricchi e poveri. Un amore, diciamo
pure, “personalizzato”, “contestualizzato”,
vedrebbe la Chiesa in rapporti diversi con le
varie categorie sociali e con le singole persone, così come i genitori hanno rapporti di
amore diversi con figli diversi.
«Quanto vorrei una Chiesa povera per i
poveri»!
Che questo sogno di Francesco, Vescovo
di Roma, non sia un richiamo a questo
nuovo percorso che ci si apre, in vista di una
“Liberazione” non più procrastinabile?
Ce lo auguriamo e, per quanto possibile,
lo facciamo nostro.
•
04.05 | 2013
e p. c. Docenti Tutor
Melfi, 17 Giugno 2013
Circ. 1ª
Melfi,
17 Giugno 2013
Adesione
191 nuovi amici,
Carissimi
la vostra adesione al Concorso per l’assegnazione della “Borsa di studio Marina Sinigaglia 2013” è
stata
registrata.
la vostra
adesione al Concorso per l’assegnazione della “Borsa di studio Marina Sinigaglia 2013” è
stata registrata.
Un sincero grazie per aver deciso di contribuire con idee ad approfondire, a evidenziare e
Un sincero
graziepresente,
per aver deciso
di contribuire
con idee
ad approfondire,
e a…
a… “adottare”
il disagio
ahimè spesso
anche nella
scuola,
che necessitaadievidenziare
una conoscenza
“adottare”
il
disagio
presente,
ahimè
spesso
anche
nella
scuola,
che
necessita
di
una
conoscenza
e
e partecipazione diffusa.
partecipazione
diffusa.
Il mio auspicio è che voi possiate, al di là della competizione, utilizzare i prossimi mesi per
Il
auspicioriordinare
è che voilepossiate,
al di là della
utilizzare idiprossimi
mesi per
riflettere, mio
osservare,
idee utilizzando
ciò competizione,
che la vostra comunità
appartenenza
vi
riflettere, osservare, riordinare le idee utilizzando ciò che la vostra comunità di appartenenza vi
propone, farlo con la serenità e la spensieratezza che il meritato stato di “vacanzieri” vi riserva.
propone, farlo con la serenità e la spensieratezza che il meritato stato di “vacanzieri” vi riserva.
Oggi parliamo di diritti umani, domani parleremo di parità di genere, di adozioni, di pace,
Oggi parliamo di , domani parleremo di , di , di , di
di
cultura,
fratellanza,
di integrazione
sociale,
di solidarietà,
di mondialità
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Insieme, potremo
potremocontribuire
contribuirea arendere
rendere
migliore
ci circonda.
Insieme,
migliore
ciòciò
cheche
ci circonda.
Inserisco
nel
data
base
della
Fondazione
i
vostri
indirizzi,
così
il nostro
Inserisco nel data base della Fondazione i vostri indirizzi, così da
da ricevere
ricevere gratuitamente
gratuitamente il
nostro
periodico
ricordando che
che la
la redazione
redazione da
da oggi
oggi èè pronta
pronta aa ricevere
periodico bimensile
bimensile “l’Altro”
“l’Altro” ricordando
ricevere ii vostri
vostri scritti,
scritti,
opinioni, proposte.
proposte.
opinioni,
Cordialmente
e Cordialmenteviviauguro
augurobuone
buonevacanze
vacanze
e buona
strada.
Presidente Fondazione
Presidente Fondazione
Nicola Serini
Caro Signor Serini,
la ringrazio per la Sua lettera del 1 febbraio 2013 con la quale si chiedeva il patrocinio del Parlamento Europeo per
il quarto concorso Borsa di studio “Marina Sinigaglia” e per il convegno finale in programma dal 09-10 novembre
2013.
La promozione dei diritti umani è uno dei valori fondamentali dell’Unione Europea, e anche il Parlamento Europeo
è fortemente impegnato. Ogni anno, il premio Sakharov per la Libertà dei Diritti viene assegnato dalla nostra istituzione, con lo scopo di premiare le persone e/o le organizzazioni di qualsiasi parte del mondo attivamente impegnate nel rispetto dei diritti umani. Apprezziamo, quindi, molto che la Fondazione Marina Sinigaglia affronti
quest’anno il tema dei diritti umani e che incoraggi i giovani a contribuire, dando loro la possibilità di partecipare alle
varie attività programmate nel quadro del convegno finale.
E‘ quindi con grande piacere che concedo l’alto patrocinio del Parlamento Europeo per il vostro evento.
Fondazione Marina Sinigaglia
Via Libertà, 1 - Casella Postale 263 - 85025 MELFI (PZ)
Tel. 0972 237089 - 336 695449 - Fax 0972 250740
Cod. fisc. 93022450776
[email protected] - www.fondazionemarinasinigaglia.it - www.fondazionemarinasinigaglia.eu
La prego di gradire i miei più sinceri auguri per il successo dell’iniziativa.
Cordiali saluti.
Martin Schulz
15
04.05 | 2013
04.05 | 2013
Uniti per i Diritti Umani
niti per i Diritti Umani (UHR) è un’organizzazione non a
scopo di lucro, esentasse, con quartieri generali a Los Angeles, negli Stati Uniti, e gruppi in tutto il mondo. UHR assiste e riunisce individui, educatori, organizzazioni ed enti di governo
ad attuare la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani a livello locale, regionale, nazionale e internazionale.
L’UHR sostiene le opere di molte altre organizzazioni per i diritti
umani e le incoraggia ad unire le forze verso l’attuazione della Dichiarazione Universale e del suo risultato, lo Statuto Internazionale
dei Diritti Umani. Esso consiste della Dichiarazione Universale dei
Diritti Umani, del Trattato Internazionale sui Diritti Civili e Politici e
del Trattato internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali.
Una delle funzioni primarie di UHR è educativa. Gioventù per i Diritti Umani Internazionale (YHRI) è la
componente di UHR che istruisce i bambini e gli
adolescenti sui diritti umani affinché diventino sostenitori per la tolleranza e la pace. Quindi, UHR
dà sostegno a misure governative e legislative che portano avanti la completa attuazione della Dichiarazione e distribuisce
materiale informativo ed educativo per aumentare la conoscenza del
pubblico e determinare una completa comprensione dei diritti
umani.
definitiva, i diritti umani costituiscono la base di tutto ciò che le
persone hanno a cuore per quanto riguarda il loro modo di vivere.
Molto prima dell’esistenza dell’espressione “diritti umani”, uomini
e donne hanno combattuto e sono morti per questi principi.
La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani è il principale strumento mondiale in materia di diritti umani. Il suo paragrafo di apertura è una potente affermazione dei principi che sono il cuore del
moderno sistema dei diritti umani: “il riconoscimento dell’innata
dignità dell’uguaglianza e dell’inalienabile diritto di tutti i membri
del genere umano è il fondamento della libertà, della giustizia e
della pace nel mondo”.
Tuttavia un largo varco esiste tra la formulazione di queste mete
e il loro compimento. Milioni di persone non sono libere. La giustizia è spesso iniqua. E la pace continua ad eludere molte aree del
mondo. Colmare l’enorme abisso tra gli ideali dei diritti umani e la
realtà di diffuse violazioni di questi diritti, è la sfida che anima i sostenitori dei diritti umani.
I Dritti Umani sono definiti come:
U
“I diritti e le libertà fondamentali conferiti a tutti gli
esseri umani, spesso includono il diritto alla vita e alla
libertà, alla libertà di pensiero e parola, ed eguaglianza
davanti alla legge”.
I diritti umani si basano sul principio del rispetto nei confronti
dell’individuo. La loro premessa fondamentale è che ogni persona è
un essere morale e razionale che merita di essere trattato con dignità. Sono chiamati diritti umani perché sono universali. Mentre ci
sono nazioni o gruppi specializzati che godono di specifici diritti
esclusivi, i diritti umani sono validi per tutti.
La portata completa dei diritti umani è molto più vasta.
Significano potere di scelta e opportunità. Significano libertà di
ottenere un lavoro, di intraprendere una carriera, di scegliersi il proprio partner e di crescere i propri figli. Includono il diritto a viaggiare in lungo e in largo, di lavorare con profitto senza essere
maltrattati, senza subire abusi e senza la minaccia di un licenziamento arbitrario. Comprendono persino il diritto al tempo libero. In
16
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04.05 | 2013
Vincenza Ferrarese
Presidente DPI (Disabled People’s International)
Italia Onlus
04.05 | 2013
I DIRITTI UMANI
AL LICEO
FEDERICO II DI SVEVIA
DI MELFI
MELFI 21,22,23 MAGGIO 2013
viene intesa come un faro che rappresenta la guida a
cui riferire le proprie azioni nel rispetto di ogni essere
umano: in qualunque latitudine si trovi e qualunque siano
le sue caratteristiche.
L’incontro ha avuto inizio con un documentario sulla
storia dei diritti umani: dall’antichità ai giorni nostri. E
dopo una breve presentazione dei 30 articoli della
Dichiarazione, sono partiti alcuni video che hanno focalizzato l’attenzione della platea su alcuni di questi
articoli: dal diritto alla non discriminazione al diritto
all’istruzione, dal diritto alla libertà di pensiero e alla
diversità come ordinaria condizione umana, al diritto
al lavoro, al gioco, al letto e cibo per tutti. A conclusione dei lavori una studentessa ha sviluppato interessanti considerazioni sulle discriminazioni che
ancora oggi si consumano a danno di alcune persone
di colore o con disabilità o con altre caratteristiche,
senza giustificato motivo.
M
artedì 21 maggio 2013, in una gremita Aula
muovere la conoscenza dei diritti umani e sensibilizzare
Magna dell’Istituto di Istruzione Superiore Fed-
le nuove generazioni affinché contribuiscano al supera-
erico II di Svevia di Melfi, si è tenuto l’incontro
mento di ogni loro violazione.
sui Diritti Umani sanciti dalla Dichiarazione Universale
Fiorella Cerchiara, Presidente dell’Associazione per i
dei diritti dell’Uomo. Hanno partecipato gli studenti e i
Diritti Umani e la Tolleranza onlus, che, insieme alla Di-
docenti del Liceo Scientifico Federico II di Svevia e del
rezione scolastica regionale della Basilicata - Ministero
Liceo Artistico M. Festa Campanile di Melfi.
della Pubblica Istruzione e al Rotary Club International
Sono intervenuti:
rano alla borsa di studio. L’Associazione per i Diritti
Nicola Serini, Presidente della Fondazione Marina Sini-
Umani e la Tolleranza onlus ha la finalità di diffondere i
di Venosa, è uno degli autorevoli soggetti che collabo-
gaglia, che ha presentato il quarto Concorso per l’asseg-
principi della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani
nazione della “Borsa di Studio Marina Sinigaglia 2013”:
affinché questa sia la CARTA su cui fondare gli accordi
“Adotta un Diritto”, la cui finalità è proprio quella di pro-
tra le nazioni e i popoli della Terra. La Dichiarazione
18
“Questi sono i tuoi diritti umani.
Ce ne sono 30.
Ti appartengono.
Non devi comprarli o farne domanda.
O chiedere il permesso di averli.
Sono proprio tuoi.
Non importa chi tu sia, da dove vieni,
quale sia la tua età, o qualsiasi altra cosa.
È proprio semplice così.
Forse qualcuno può tentare di ignorare i tuoi diritti,
o violarli, o far finta che non esistano.
Ma non possono alterare il fatto,
che siano tuoi.
Nessuno può toglierti i tuoi Diritti Umani”
Nicola Serini, Fiorella Cerchiara - Presidente Ass. per i Diritti Umani e la Tolleranza Onlus
Michele Corbo - Dirigente scolastico I.I.S. Federico II di Svevia di Melfi
25
04.05 | 2013
APRILE
Antonino Foti
Docente Accademia di Belle Arti - Foggia
Antonino Foti con Lucia Pennesi, Assessore alle Politiche Sociali Città di Melfi
siste un giorno, nella memoria collettiva italica, in cui dubbi e fraintendimenti lasciano il posto a
consapevolezze consolidate dalla storia,
una storia fatta di divisioni e contrapposizioni, da tifoserie da stadio… eh sì, perché
qui da noi, più che in ogni angolo del Vecchio Continente, il termine faziosità assume una connotazione che ha del
compulsivo, del morboso, probabilmente
perché novanta e passa anni di storia sono
troppo pochi per riuscire a voltare pagina,
troppo pochi per accettare una sconfitta da
parte di chi ha sempre creduto che un’alleanza geneticamente sbagliata fosse cosa
buona e giusta, cercando di conseguenza
di stravolgere la storia, rivisitarla, revisionarla perché è meglio non riconoscere
l’evidenza e che, se è vero che la storia la
fanno i vincitori, è altrettanto vero che per
farla migliaia di uomini e donne hanno
combattuto e sono morti per liberare il
suolo natio dall’orda barbarica nazista, liberarlo anche per chi vendette la propria
dignità di libero cittadino per un legame
aberrante, come quello con i tedeschi. Uomini e donne, italiani, contadini e operai,
gente comune che non ha accettato il
giogo nazifascista, che ha vissuto allo stato
brado combattendo ad armi impari, ma con
spirito e amore immenso per la patria,
come immenso è il ringraziamento che gli
dobbiamo. Il 25 aprile è il perpetuarsi di
un ringraziamento, è il rinnovarsi del Ricordo, quello con la erre maiuscola, del
giorno della disfatta che in pochi, ma ottusi, subiscono come un’onta andando a
piangere a Predappio, immersi in retoriche
stantie e disgustose che offendono il comune pudore.
Il ricordo, quello perso delle nostre origini, quello stranamente rifiutato da chi
odia l’immigrato, dimenticando o, peggio,
ignorando che l’economia fascista si basava sui soldi mandati dagli emigranti, gli
E
LA BUONA
RETORICA
stessi che oggi osteggiano, non dando l’opportunità di integrarsi come, bene o male,
avemmo noi. È il paese, il nostro, dell’amnesia, un paese spesso arrogante nell’ostentata superiorità sociale, vecchio
dentro, dove gli sbocchi per un salto di
qualità vengono sempre meno, dove generazioni intere vivono anestetizzate dalle
luci sfavillanti dei loro decadenti status
simbols tecnologici, dell’apparire in ogni
dove, dimenticando che essere non è
un’immagine sexy postata sul social network di turno, ma contribuire alla crescita
sociale, indignarsi e lottare per una società
migliore.
Abbiamo visto giovani fare arte, nella
ricorrenza del 25 aprile, nei luoghi simbolo
di Melfi, giovani che danno speranza, che
20
hanno studiato il perché dell’importanza di
questo giorno e che hanno trasferito questa
nuova consapevolezza sulle loro tele e sui
loro fogli, ragazzi dell’Accademia di Belle
Arti di Foggia e del Liceo Artistico di Melfi
che, all’unisono, hanno onorato questo Natale laico, felici di dare un contributo con
i mezzi a loro più congeniali al rinnovo di
un ricordo. Pertini, il fiore del Partigiano,
le donne partigiane, indispensabili alla
causa comune, immortalati attraverso la
loro arte, e non importa un fico secco se
questa sia acerba e a volte ingenua, ciò
che è realmente importante è la gioia di
poter festeggiare questo giorno, in piena libertà, quella libertà conquistata col sangue dai nostri nonni, perche i partigiani,
quelli ancora in vita, sono i nonni d’Italia,
“
migliaia di uomini e donne hanno combattuto e sono morti
per liberare il suolo natio dall’orda barbarica nazista
il meglio che il suolo italico potesse sfornare e non ci stancheremo mai di sentire le
loro cantilene sui tempi che furono, anzi,
ci si deve considerare fortunati a vivere
nello stesso secolo, nella stessa epoca.
C’è della retorica in queste parole, lo
ammetto, ma me la si perdoni. Quel giorno
ho sfilato dal collo del mio amico Nicola
Serini il fazzoletto rosso dell’ANPI e l’ho
indossato, subendo gli sfottò amorevoli dei
miei studenti che, nella loro goliardia, non
mi hanno dato pace ed ho subito questo
con l’allegria di un bambino che indossa
il cappello da sceriffo, perché siamo stati,
il 25, tutti bambini, siamo stati, il 25,
tutti partigiani… io, Nicola, l’Assessore
Lucia Pennesi, insieme a tutti gli italiani
che, per un momento, per un istante, ci
siamo scrollati di dosso il logorio della vita
moderna, come diceva la pubblicità, unendoci e cantando l’inno nazionale davanti
al monumento ai caduti con la mano sul
cuore.
Questi ragazzi, dai quali attingo giovinezza, verso i quali nutro un bene genuino, senza erigermi al di sopra di essi,
ma affiancandoli con quel pò di esperienza che ho accumulato nella mia modesta vita, questi giovani uomini e giovani
donne, felici di esserci, di mostrarsi al
mondo per quello che sono, senza filtri,
entusiasti del mestiere che fanno, quello
dello studente, che sarà, se li si affiancherà nella giusta misura, l’uomo e la
donna di domani, il padre e la madre di
futuri figli, gli educatori e i costruttori del
21
”
futuro, un futuro che questa società, questa politica, tenta di sottrarre, ma che difendono con tutte le loro forze.
Cinzia Lecce, Michele Paradiso, Natascia Vocale, Francesco Tomaiuolo, Fabio
Schiavone, Antonella Argentile, Serena
Calabrese, Barbara Segulin, Francesco
Leone, Gabriele Mansolillo, Diletta Ciannarella, Nicola Renna, Elena Sderlenga,
Giuseppe Celenza, Giusi Di Stefano, Lorenza Nigro, Maria Sapia Di Stasi, a tutti
loro dico grazie, per aver rinnovato un ricordo, per aver dichiarato guerra, attraverso l’arte, alla tirannia e alla barbarie,
dico grazie per aver preso una posizione e
aver compreso che, se oggi siamo qui a ricordarci è perché c’è stato qualcuno che
ce lo ha permesso.
•
Ph: Maria Luisa Dilillo
04.05 | 2013
“CERCO UN
RI-TRATTO”
Sterpeta Fiore - Barletta
Q
uante volte ognuno di noi ha desiderato avere la “Macchina del
Tempo”, per catapultarsi nel passato o nel futuro, ma sempre in tempi lontani
dal nostro presente? Tante e tante volte!
La “Macchina del Tempo” però, dicono
che non esista. Perciò, ahimè ci tocca restare
in questo presente. Attenzione: dicono, però!
Perché la “Macchina del Tempo” esiste. Non
ha forma, colore e peso. O meglio, le ha. Ma
ognuno ne dà la forma, il colore e il peso che
vuole. Come? Bèh, come ogni macchina,
anche questa ha bisogno di una chiave. Una
“chiave speciale”. Difficile non da trovare,
ma da custodire.
Custodire, non è conservare in un cassetto come i sogni, che come eremiti meditano in questi eremi di legno, per poi aprirsi
e uscire all’alba di un nuovo giorno e con una
nuova luce realizzarsi. Custodire è nell’uso
che si fà. Anzi, più la usi e più scoprirai i suoi
benefici, ma il segreto è nascosto nelle mani.
Allora, quando senti che è il momento,
apri le mani, inserisci la chiave nella “Macchina del Tempo” e così, il viaggio avrà inizio.
Quando il sole al tramonto, sembra salutarci e pian piano andar via. Con il suo colore
rosso amaranto, così caldo ed intenso, rende
caldo e piacevole anche quel distacco. Il sole
nel suo andare, si adagia e scompare nel
mare di un porto, che con le sue barche attraccate e nel seguire la lieve corrente del
mare con il loro dondolarsi, sembrino salutare Apollo. Suggestiva cartolina del “Dio
Sole” in una domenica pomeriggio di giugno
nel porto di Trani. Città antica della Puglia.
Credi, che quella suggestione si fermi lì.
Invece…
Proprio di fronte a quello spettacolo
della natura c’è una libreria: “La Maria del
Porto”. Rassicurante nel nome, originale e
fantasiosa nel suo interno. Entro, e mi ritrovo a vivere un viaggio tra i ricordi del mio
Foto 1
passato, ma non solo mio…
Quando la mamma stendeva le lenzuola e
a me divertiva passare tra esse, perchè quella
fresca ed umida carezza sulla pelle e il profumo del sapone che inebriava il mio piccolo
naso, mi riscaldava così tanto da farmi sentire
leggera. Poi, lei mi riprendeva, per evitare che
le mie mani potessero sporcarle. Allora, dal
lato di un lenzuolo, facevo capolino con la
mia testa e le sorridevo. Lei seria, ma ha un
sorriso, che non sa indossare maschere. Perciò…uno, due, tre e sorrideva anche lei. Allora, ritornavo dietro alle lenzuola e con le
mani giocavo alle ombre cinesi, mentre mia
madre doveva indovinare che animale stessi
facendo. Quel divertente momento era il respiro di un giorno. Lo sentivo e lo vivevo.
Bello e tenero ri-sentire e ri-vivere quel ricordo, grazie alla mostra fotografica “Cerco
un ri-tratto”. (Vedi foto N. 1) Non solo per il
suo allestimento di fotografie appese con
delle mollette colorate a dei cordoncini, ma
per il suo significato, che come sapone di
marsiglia, nel purificare e nutrire ogni colore
e forma, ne esalta la sua vera luce.
Artisti di questa significativa mostra sono
15 bambini. Dai 6 agli 8 anni, impegnati alla
22
scoperta del ritratto fotografico. Un viaggio
ludico nel gioco dell’arte non come prodotto
finito, ma come processo di apprendimento
fluido e costante, che ha prodotto una serie di
scatti fotografici.
La creatività nasce quando si è in completo ascolto con la propria anima. E’ il momento più vicino a Dio. Non solo, perché
emoziona, ma perché comunica. Ha in sé
quella polvere di spiritualità, che con semplicità penetra, nutre ed eleva. Un bambino,
è tutto questo.
La creatività è mappa del tesoro per un
bambino. La curiosità si fa bussola nelle sue
mani. La voglia di conoscere è la lancetta che
lo spinge ad andare oltre ogni cosa. Non ha
punti cardinali precisi un bambino. Tutto diventa punto di mille scoperte. E nella prima
fase della mostra tutto ciò è tangibile.
Il bambino, come post-it ed appunti del
suo viaggio, che ha come macchina la curiosità, restituisce anima a tutto ciò che lo circonda. Dai colori alla macchinina della Lego,
dal pinguino di peluche ad un cane vero con
un cappellino rosa in testa.
La bellezza di un bambino è che nella sua
curiosità, ci mette anche tanta e tanta fantasia. E come chiave nel suo girare, fa partire la
macchina e il viaggio si fa ancora più lungo e
sorprendente. Così, accostando oggetti di
varia natura, all’anima restituisce anche respiro. Infatti, due palline del calcio balilla,
poste dietro le lenti di un paio di occhiali
rossi, danno vita ad un volto invisibile. La curiosità di un bambino si spinge ad un tubo,
apparentemente insignificante, ma con la sua
fantasia diviene uno dei bene preziosi della
Terra. Il sole. Come? Un volto posato simpaticamente in una delle estremità del tubo,
mentre dall’altro lato viene catturato dall’occhio fotografico del bambino. E poi, non solo
l’anima e il respiro, qui il bambino si spinge
ancora oltre e come “Giudice di Corte”, re-
Foto 2
Foto 3
Foto 4
Foto 5
Foto 6
Foto 7
stituisce dignità ad un cocomero, che seppur
artisticamente decorato, perde della sua natura per ritrovarsi nelle sembianze di un coniglio.
Il bambino en plein air è come se indossasse un binocolo della meraviglia, che con i
suoi super poteri cattura la bellezza ovunque
essa sia. Così, due calci dati al pallone in un
campo di calcio, un cavaliere medievale, un
quadro che ha in sé la bandiera dell’Italia, un
paesaggio montuoso e il ridere spensierato e
gioioso dei bambini, tutto ciò è bellezza.
La tecnica fotografica appresa dal bambino, a seconda del luogo cambia nei colori,
nelle luci e nelle ombre. Ma a livello di comunicazione non cambia. In questo viaggio
fatto di colori e forme catturate dalla sua curiosità e plasmate dalla sua fantasia, fa sì che
lo spettatore magicamente si ritrovi con il
sentire del bambino, a vivere la sua emozione
e il fluire di ogni cosa.
Henri Cartier-Bresson diceva: “La mac-
china fotografica è per me un blocco di
schizzi, lo strumento dell’intuito e della spontaneità. Fotografare è trattenere il respiro
quando le nostre facoltà convergono per captare la realtà fugace; a questo punto l’immagine catturata diviene una grande gioia fisica
e intellettuale. Fotografare è riconoscere nello
stesso istante e in una frazione di secondo un
evento e il rigoroso assetto delle forme percepite con lo sguardo che esprimono e significano tale evento. È porre sulla stessa
>
23
04.05 | 2013
linea di mira la mente, gli occhi e il cuore. È
un modo di vivere”.
E nel bambino, non è un modo di vivere,
ma è vivere.
Quando la mente, gli occhi e il cuore sono
sulla stessa linea, vuol dire che si è scevri da
muri, che bloccano il fluire di ogni cosa.
Siamo aperti a relazionarci agli altri. Siamo
pronti ad accogliere il mondo. E il bambino lo
è sempre.
Infatti, nella seconda fase della mostra,
l’occhio fotografico di un bambino, ritrae un
altro bambino. Qui, però c’è qualcosa di più
sottile ed intimo. Ogni bambino ha con sé un
gioco ed un oggetto preferito. E’ come una
chiacchierata fatta di segreti al proprio amico,
ognuno ne condivide e ne svela il suo. La
mano di una bimba mantiene il cesto e con
l’altra porge il frutto verso chi osserva. Un
bambino indossa delle ali, perché il suo nome
significa messaggero. Una bambina nella sua
piccola mano, delicatamente sorregge il faro
di un porto. Segreti bisbigliati con gesti ed oggetti, senza l’uso della parola.
Quanti segreti ha un bambino… Sicuramente tanti. Tanti, quante le stelle lassù in
cielo. A volte, per un adulto sembra difficile o
scontato entrare nel mondo di un bambino.
Forse, perché l’adulto nel crescere, perde di
spontaneità, perciò tutto deve essere assolutamente perfetto. A volte, però, la troppa perfezione finisce per ingabbiare e bloccare la
libertà espressiva.
Bruno Munari diceva: “Conservare l’infanzia dentro di sé per tutta la vita, vuol
dire conservare la curiosità di conoscere, il
piacere di capire, la voglia di comunicare”.
Un bambino riesce a farlo non perché è
nell’età dell’infanzia, ma perché ha come
compagna di vita la semplicità. Guida dei propri passi. Si, perché essa permette di entrare
nell’anima di ogni cosa. Fino a trovare la sua
vera essenza. Assaporarla e viverla.
“Cercatrice di tesori” è Maria Luisa Dilillo.
L’artista e docente, in questa terza fase della
mostra, nella piena libertà di scelta di ogni
bambino, ritrova e lascia venir fuori la loro
“vera essenza”. L’anima del bambino è terreno da esplorare, ma al tempo stesso egli è
sciamano, poiché la curiosità, la fantasia e la
semplicità che ha in sè, come pietre preziose
nelle sue mani, guidano la Cercatrice nella
sua ricerca. Infatti, per terra una serie di fogli
colorati, disegnati e scritti guidano lo spettatore nella visione della mostra.
Il “tesoro” qui, oro non è. Non sono monete, gioielli o diademi. Ma qualcosa di molto
di più… La muta e la maschera da sub (vedi
foto n. 2), un piccolo veliero in legno (vedi
foto n.3), una riga verde che si trasforma in
aereo pronto per il volo (vedi foto n. 4), un microscopio bianco da laboratorio (vedi foto n.
5), una borsa etnica con conchiglie e ricami
floreali (vedi foto n. 6), una macchina fotografica digitale, una bussola con vicino un
elefantino rosso, il faro di un porto (vedi foto
n. 7) ed infine un dolce sorriso.
Il divertimento che esprimono gli sguardi,
i sorrisi e le pose esalta il colore e carica d’intensità l’essenza di ogni bambino.
Il bambino da sciamano, ora si è trasformato in uno “scrigno”. Aperto, il suo tesoro
dal valore inestimabile, mostra in chi l’osserva
tutta la sua brillantezza. Lo scatto fotografico
perciò, è solo memorandum per l’adulto,
dell’“essere” del proprio bambino. L’“es-
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senza” è “luce nel crescere” di ogni bambino.
E’ il tesoro nascosto e finalmente ritrovato
dopo una lunga ricerca. E’ la “natura di ogni
creatura”, che nutrita, coltivata e rafforzata
“evolverà” il bambino di oggi verso l’uomo del
domani.
I bambini di oggi sono gli uomini di domani. Il fare dell’uomo d’oggi è il fare dell’uomo di domani. Quello che noi uomini
seminiamo oggi, sboccerà per gli uomini di
domani. Ma di quale profumo potranno mai
inebriarsi gli uomini di domani, se oggi nella
nostra cura di uomini non diamo acqua, sole
ed aria che possa farli crescere?
Su questi valori, che si è spinta Cinzia De
Toma. Investire con semplicità per il futuro
del bambino, attraverso l’arte e soprattutto
grazie all’ascolto della fotografa Maria Luisa
Dilillo.
La “Macchina del Tempo” esiste. E in
questo caso, è bastato poco per ri-vivere un
ricordo… Il profumo, i colori e la luce trasmessa da quelle foto, mi facevano sentire
leggera. E come per magia l’aria che respiravo, faceva scomparire le pareti di pietra antica della libreria. Mentre sulla pelle una
piacevole sensazione di freschezza mi accarezzava e mi scaldava l’anima. Anche ad
occhi aperti, mi ritrovavo all’aria aperta a divertirmi con i panni stesi dalla mamma.
I bambini hanno gli occhi di Dio, perché
sanno vedere la bellezza.
•
ph. Maria Luisa Dilillo
[email protected]
http://www.ruearte.it/
http://marialuisadillillo.wix.com/artist
“DIRITTI UMANI”
libero e allo svago. Credo, che chi abbia menzionato tali diritti, meriti
la stima di ogni uomo per l’elevata sensibilità nel nutrire il “bambino
che c’è in noi”. Perchè, attraverso l’espressione e lo svago, si forma e
si determina la crescita di ogni uomo e dell’umanità. Ogni uomo, così
vivendo contribuisce alla crescita di un altro uomo. Uno scambio continuo, che permette di far girare il mondo.
Spesso pensiamo che tutto ci è dovuto, senza tener conto che ciò
che desideriamo è già nelle nostre mani. Perciò, concedersi o concedere
svago e libertà d’espressione è il più grande dono che ci si possa fare.
Ripartiamo da noi. L’umanità, oggi in modo particolare, ha bisogno
di gesti d’amore. Iniziamo dai più piccoli!
S. F.
a creatività, il gioco e la fantasia sono nutrimento per ogni bambino. Gli permettono di crescere e di evolversi, ma soprattutto
di esprimersi. Concedere ciò ad un bambino, credo che sia la
più alta forma di libertà. Perché è nella libertà, che si compie il vero
amore.
Il bambino con il suo parlare, con i suoi disegni, i suoi sorrisi e i
suoi baci ci riporta ad una dimensione più umana. Dimensione fatta di
sentimenti e che solo attraverso di essi sentiamo e viviamo la vita. Il
bambino è lo specchio della nostra vera natura. Specchiandoci in esso,
comprendiamo chi siamo.
Nella Carta dei Diritti Umani l’art. n. 19 parla di libertà di espressione per ogni individuo, mentre l’art. n. 24 parla del diritto al tempo
L
24
Antonia Latorraca - Venosa
M
i ritrovai sulla riva di una spiaggia deserta in una piccola baia
delimitata da alti scogli.
Aprii più volte gli occhi non riuscendo a
capire come facessi a trovarmi lì….ah, sì…
tutta colpa delle ciabatte!
Ricordai… ero sulla riva del mare
quando un’onda gigantesca mi aveva spinta
contro la roccia… le ciabatte, fatte con materiale sintetico, ad effetto salvagente, mi
avevano impedito di appoggiare i piedi a
terra facendomi finire con la testa sotto…
Fortunatamente non ero morta, anche
se mi doleva il capo.
Mi sollevai, non avevo più le scarpe e mi
vidi circondata da un esercito di gabbiani.
Girai lo sguardo e vidi altri gabbiani-sentinella sugli scogli!
Erano gli unici esseri viventi presenti e il
fragore delle onde lambiva appena la spiaggia tra gusci di conchiglie; il cielo era terso,
di un azzurro splendido, come le acque del
mare infinito.
Improvvisamente un gabbiano, con mia
enorme meraviglia, così parlò:
”Questa è la nostra Isola e tu sei stata
salvata da tutti noi; Il mio nome è Gabriele,
se vorrai, potrai rimanere qui per sempre!”
Non mi ero ancora ripresa dallo stupore
che il gabbiano continuò:
“Vieni dal Grande Gabbiano, il nostro
Re!”
Seguii Gabriele sulla scogliera e, nel
punto più alto, in una grotta naturale, guardata da quattro sentinelle, vidi il Re: era un
Fu così che divenni
una Gabbiana
enorme gabbiano bianco, il più vecchio di
tutti ed era lui che prendeva le grandi decisioni che riguardavano l’Isola.
Gabriele gli spiegò la mia condizione e
lui dispose per me La Grotta dei Fiori, per
tutto il tempo della mia permanenza tra
loro.
Io non sapevo cosa dire, cosa fare; ero
sorpresa, meravigliata, mi sembrava di vivere in un sogno...
Gabriele mi accompagnò nella mia
grotta; un nido enorme, ricoperto di fiori e
piume campeggiava nel centro.
Mi portò poi del cibo: frutta meravigliosa, mai vista, dal sapore dolcissimo.
Scoprii di essere affamata… chissà
quanto tempo era passato dall’ultima volta
che avevo mangiato… divorai tutto e crollai
in un sonno profondo.
Mi svegliai che era quasi l’alba.
Gabriele era rimasto tutto il tempo con
me a rinfrescarmi il volto muovendo appena le lunghe ali.
Mi portò ancora frutta che divorai puntualmente.
Poi mi prese per mano e mi condusse
sulla soglia della grotta: uno scenario unico,
meraviglioso, si aprì ai miei occhi… emergeva dalle acque, vestito di Luce, nella sua
sfolgorante e sublime veste, il Sole, dio dei
gabbiani… spruzzando sulle onde riflessi
d’argento, volteggiava nell’aria e spalmava colori
fantastici nel cielo!
I gabbiani lo salutarono con l’urlo tipico
della loro specie.
Rimasi sull’Isola completamente dimentica del mio “essere umana ”e della mia
vita di prima non so più per quanto tempo.
Stando con i gabbiani avevo imparato
ad amare il Sole, fonte di vita e le acque, la
natura tutta!
E poi… Gabriele si rivelò un compagno
unico, attento, dolcissimo… mi portava
sulle ali robuste al di sopra delle nuvole,
svelandomi i segreti del Tempo e della Felicità.
Mi confidò che anche lui, un tempo, era
stato un uomo… naufragato sull’Isola e,
come me, salvato dagli uccelli… poi aveva
preferito rimanere facendosi trasformare in
un gabbiano… ora capivo perché conosceva
la mia lingua!
Mi innamorai perdutamente di lui e
presi una decisione… la più importante
della mia vita!
All’alba, quando le stelle prendono commiato dal mondo e il Sole ritorna sulla favolosa Isola dei Gabbiani, ci recammo da
Lui e chiedemmo il miracolo…
Fu così che divenni Nantea, una gabbiana dolcissima, bianchissima, innamoratissima di Gabriele…
Fu così che il nostro Re, il Grande Gabbiano, ci sposò tra gli applausi dei nostri
amici…
Fu così che trovai la mia felicità!!!
04.05 | 2013
Pierluigi Vitucci
Archeoclub d’Italia - Sede di Melfi
04.05 | 2013
Il novecento per il meridione è stato
il passaggio dal medioevo alla modernità
saltando completamente la rivoluzione industriale.
rito a questo progetto ed hanno aperto i
loro “archivi familiari”, scegliendo le immagini più particolari e recuperando una
ingente quantità di materiale del tutto inedito, si è pensato di allestire questo impor-
poguerra con delle immagini di vita quotidiana molto affascinanti, ed infine perché
attraverso la spontaneità di queste rappresentazioni si riescono a cogliere in maniera
importante tutte le ricchezze della storia e
state recuperate immagini dei carnevali e
scenari di caccia), degli scorci del paese
(dove sono presenti monumenti oramai
scomparsi), dei matrimoni, della cultura
contadina, della guerra e delle scene di vita
del passato di una intera comunità cittadina.
Un passato quasi del tutto scomparso,
caratterizzato da elementi di forte peculiarità che emergono in tutte le categorie in
cui sarà divisa la mostra. La divisione della
mostra riguarderà diverse aree tematiche,
quali quella della pietà popolare (in cui tra
l’altro si potranno osservare alcune immagini di processioni oramai scomparse,
come quella del Crocifisso della chiesa dei
Cappuccini), del tempo libero (in cui sono
familiare. Una sezione sulla evoluzione del
territorio sarà composta da fotografie aeree
recuperate presso l’ICCD (Istituto Centrale
di Documentazione del Ministero dei Beni
Culturali) di Roma, che rappresentano a distanza di circa dieci anni l’una dall’altra
quelle che sono state le evoluzioni di tutto
il territorio del centro abitato di Melfi. Questa ultima sezione è altresì importante per
studiare, attraverso le immagini aeree,
eventuali tracce di insediamenti archeologici che sul territorio permangono. Inoltre
sono stati recuperati sia da privati che da
Enti pubblici dei video di epoca che testimoniano quali erano le condizioni in cui si
trovava il paese negli anni ’30, ’40, ‘50 e
’60 del 1900.
La mostra sarà allestita all’interno del
Museo Civico di Palazzo Donadoni, e sarà
inaugurata il 3 agosto.
Un viaggio
nei ricordi
ontinua da parte dell’Archeoclub
di Melfi un recupero della memoria collettiva della città di Melfi:
lo scorso anno è stata pubblicata la ristampa anastatica del libro “La Sarcinedda
mia”, nel 2013 l’azione dell’associazione
si rivolge in un altro campo, quello della fotografia e dei video. Un territorio si studia
ormai non solo con i documenti scritti ma
anche con le foto ed i filmati. Il novecento
per il meridione è stato il passaggio dal
medioevo alla modernità saltando comple-
C
tamente la rivoluzione industriale. Questo
vale anche e soprattutto per Melfi che negli
ultimi 60 anni ha visto cambiare completamente la sua fisionomia sia del paesaggio
che della vita stessa. Il prossimo mese di
agosto rappresenta un momento importante per tutti coloro i quali vorranno ripercorrere, come in una macchina del tempo,
un viaggio attraverso le immagini nel passato di una Melfi oramai quasi scomparsa.
È prevista infatti una importante iniziativa,
curata dalla sede di Melfi dell’Archeoclub
26
d’Italia e patrocinata dall’Amministrazione
Comunale di Melfi, che riguarda una
grande mostra fotografica sulla storia di
Melfi nell’arco di tempo compreso tra l’inizio e gli anni sessanta del secolo appena
trascorso. Le foto ed i video ripercorrono la
vita quotidiana sia della gente umile che di
una borghesia nascente nel novecento. La
mostra vuole essere un complesso di ricordi della vita di un paese della Basilicata
dall’inizio del ‘900: il paese è Melfi ma potrebbe essere uno dei tanti paesi della Lucania di quel periodo.
Il progetto è nato grazie alla volontà dei
soci della associazione, che guardando nei
loro archivi hanno individuato molte immagini particolari sulla vita delle loro famiglie,
ed hanno pensato di metterle a disposizione della comunità. In seguito, grazie alla
collaborazione di tantissime altre famiglie
melfitane che hanno con entusiasmo ade-
tante evento, importante perché potrà
descrivere attraverso queste rappresentazioni quella che è stata la storia di un
luogo, delle sue tradizioni, delle sue attività più rilevanti e dei suoi riti. È stata fatta
la scelta di inserire in questa mostra immagini inedite e provenienti da “archivi familiari” e non immagini già pubblicate
innanzitutto per coinvolgere i cittadini
nella ricerca, in secondo luogo per individuare delle cose assolutamente inedite
come ad esempio filmati del secondo do-
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della Prima Mess
(Tratto dall’omelia
Editore
Fondazione Marina Sinigaglia
Presidente
Nicola Serini
Amministratore e Legale Rappresentante
Mario Catapano
Direttore responsabile
Giuseppe Orlando
Redazione
Vincenza Ferrarese, Incoronata Rossi,
Vincenzo Pantaleo, Maria Antonietta Paesano,
Giuseppe Brescia, Antonia Latorraca,
Antonino Foti, Archeoclub Melfi.
Da Bologna
Giuseppe Lavalle
Da Barletta
Sterpeta Fiore
Hanno collaborato a questo numero
Fiorella Cerchiara, Carmela Zaccagnino,
Don Aldo Antonelli, Pierluigi Vitucci.
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Foto
IMEREA
di M. Antonietta Todisco e Vincenzo Fundone
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Registrazione Tribunale di Melfi
N° 3 del 30/11/2010
Chiuso in redazione il 17 giugno 2013
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Aspettiamo le tue idee
Note: La redazione si riserva il diritto di scegliere gli elaborati da pubblicare che in ogni caso non verranno restituiti all’autore.
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